Sei sulla pagina 1di 5

Il Ponte del Toro

L'imbocco meridionale della Valnerina è stato da sempre un punto di grande interesse archeologico.


Tracce legate ad un abitato preistorico sono state rinvenute presso Villa Valle, un villaggio eneolitico
sorse nel sito delle attuali Acciaierie, e, infine, un insediamento protostorico è situato nelle vicinanze
di Papigno e un altro presso Rocca S. Angelo.

Non si è a conoscenza della collocazione degli abitati che originarono la Necropoli delle Acciaierie,
mentre è stato recentemente scoperto un sito, nel centro storico di Terni, che corrisponde
cronologicamente alla Necropoli di S. Pietro in Campo.
Nell'ambito di saggi stratigrafici operati nel 1987-88 presso il Quartiere Clai, in particolare presso Via
dell’Ospedale, furono rinvenute tracce di buchi di palo pertinenti a capanne, resti di pavimenti battuti e frammenti
di ceramica di impasto bruno e rossiccio, tornito e non. A tale materiale, databile negli strati più antichi al VII-VI
sec. a.C., va aggiunta la significativa presenza di frammenti di ceramica attica, evidente indizio di un elevato
potere d’acquisto delle genti che qui risiedevano.
A riprova di ciò, i materiali dei corredi tombali rivelano una comunità abbastanza prospera, strutturata in
classi sociali ben definite e aperta a contatti commerciali di medio ed ampio raggio.
Le comunità che vissero in queste zone furono, probabilmente, il risultato di diverse sovrapposizioni
determinate da ondate successive di lente immigrazioni. Questa comunità è stata identificata con la
popolazione dei Naharti (o Naharki).
Si presume che abitassero lungo il corso del fiume Nera, la cui primitiva etimologia Nahar (in lingua
indoeuropea significherebbe “fiume”) costituisce una radice comune a molti toponimi della zona
attraversata dall'affluente del Tevere (modificata poi  in “Nar-”).
Nar, infatti, è la radice di Nar-ni e di Val di Nar-co. La radice originale “Nahar” diede luogo
anche all'appellativo citato nelle Tavole Eugubine, Naharkum in umbro, Nahartii in latino. Per tale
motivo, l’insediamento localizzato dagli scavi archeologici sulla piccola altura corrispondente alla
moderna piazza Clai nella parte più antica del centro storico di Terni, prossima al fiume Nera e dove
sorse in seguito una potente colonia romana, potrebbe essere identificato con uno dei maggiori centri
abitati, anche se non l'unico, posto sotto l'egemonia dei Naharti.
Non a caso il municipio di età romana che lì ebbe luogo successivamente era conosciuto
come Interamna Nahars (o Nahartium), ovvero, trattandosi di  nome composto da due sostantivi di
cui il secondo con desinenza genitiva che indica il possesso (“s” o “ium”): Interamna dei Naharti.
I Naharti dunque sarebbero stati una tribù nomade che avrebbe scelto come territorio per il proprio
insediamento stanziale nella penisola italiana la bassa Valnerina, in un’area oggi compresa perlopiù
nell’attuale provincia di Terni, in parte sconfinante in quella di Perugia, assumendo il nome
di Naharti (“Naharkum Numen”, riportando l'esatta citazione delle Tavole Eugubine) per via
dell’importanza strategica rivestita per la loro sopravvivenza dal fiume Nera.
È ancora molto difficile per storici, antropologi e archeologi valutare in maniera compiuta chi fossero
costoro, per alcuni si tratterebbe di un'etnia distinta sia dagli Umbri propriamente detti, sia dagli
Etruschi, per altri sarebbe il risultato di sovrapposizioni di ancora più antiche immigrazioni o passaggi.
Probabilmente un popolo della vasta etnia degli Osci, genti di provenienza asiatica di cui fecero parte
anche i Sanniti (attestati tra Campania, Abruzzo e Molise), gli Equi (tra Rieti e L’Aquila), i Peligni
(Sulmona e altri centri della valle del fiume Aterno), i Vestini (tra L’Aquila e Pescara), gli Ernici (in centri
della Ciociaria come Artena, Anagni, Alatri), i Marsi (nella zona del Fucino, in Abruzzo), i Volsci (la zona
a sud di Roma tra Velletri e Anzio), i Sabini (nel Reatino e nell’alta Valnerina fino a Norcia, assorbiti
però prestissimo dai Romani, che appartengono a un altro ceppo linguistico, quello latino-falisco) e i
Piceni (nelle Marche, accomunati linguisticamente ai precedenti, ma che tuttavia subirono notoriamente
una forte influenza delle popolazioni provenienti dall’area balcanico-danubiana e in una seconda fase
una forte contaminazione etrusca).
In definitiva, i Naharti furono parte di una famiglia etnica che si può localizzare approssimativamente
come diffusa nell'Italia centro-meridionale tra le attuali regioni Campania, Molise, Abruzzo, Lazio,  e ne
rappresentarono, almeno così sembra, una delle estreme avanguardie a nord insieme ai Sabini. Forse
con radici comuni a quelli che furono i progenitori della cultura etrusca, sviluppatasi, poi,
successivamente più a nord.
Purtroppo, non si hanno attestazioni scritte della lingua parlata dai Naharti, quindi non è possibile
sapere di più sulle loro origini. D'altronde sotto altri aspetti  si riscontrano pure notevoli affinità con gli
Umbri.
Danilo Stentella afferma: "Nelle vicinanze della villa Graziani (loc. Selva Piana), nel 1819, vien
portato alla luce un ponte ad una sola arcata. E' quello che viene chiamato, attualmente, Ponte del
Toro. Il ponte ha una posizione obbligua rispetto all'attuale corso del fiume, segno che risale a
tempi in cui l'alveo del Nera si trovava in una posizione diversa da quella odierna.
Scavi archeologici e ritrovamenti fortuiti avvenuti nei secoli scorsi a Marmore e nell'area
di Piediluco sono la testimonianza dell'esistenza di villaggi organizzati peri lacustri e di importanti
depositi cultuali già a partire dall'età del Bronzo. 
Reperti protostorici rinvenuti a Marmore e numerosi reperti provenienti da diversi siti ternani e dalle
zone limitrofe (compresi in un periodo temporale che va dall'Eneolitico alla tarda antichità) sono esposti
al museo archeologico di Terni.
Il ponte è situato nei pressi dell'opera di presa del canale Cervino e del sito in cui   Massimo
Pallottino  localizzò il più antico insediamento umano della conca ternana." (1)

"Luigi Lanzi, che riscoprì il ponte all'inizio del XX secolo, dopo che l'umus e la vegetazione ne
avevano di novo fatto perdere le tracce, postulò una interessante datazione del ponte, collocandone
la costruzione ad un'epoca anteriore al taglio Curiano della Cascata delle Marmore,
quindi anteriore al 271 a. C. L'assunto si basa sull'ipotesi che "con il prosciugamento della palude
reatina cessarono le incrostazioni sul ciglione delle Marmore. Il carbonato di calcio cominciò a
depositarsi con ancora maggiore forza nella valle sottostante. Natura tale di cose farebbe prendere a
stimare la costruzione arcuata del Toro anteriore all'emissario. Pel Ponte del Toro ci sono ragioni forti
per porlo nei monumenti della remota civiltà..La misura del tempo in cui successero le incrostazioni non
misura il grado di antichità del ponte, il quale allorché fu sepolto doveva essere, chi sa da quando, un
rudere inservibile". (1)

Accenna qualcosa sul tema, Francesco Costanzi: "La fonetica delle antichissime e insospettate
denominazioni attribuite dai Pelasgi ai viadotti da essi stessi ideati e costruiti, determinò, attraverso la
deformazione dei suoni primitivi, certe diciture che ancora permangono. Colle spiazzo la Croce (11) fu
detto il viadotto che attraversava il Serra (12) presso Rocca S. Zenone. Torasio (13), quello che
sbarrava la valle del Tissino (14), per finire Monteluco (15) a Spoleto (9); Montello (16) e più tardi
Montuoro (17) venne denominato il mezzo di unione tra la montagna di Narni e quella di Amelia.
Terrazzo del Toro (18) o Collestatte (19) si chiamò il viadotto che sorvolava il Nera (20) presso il Ponte
Naturale (?) a Monte di Papigno (21). Triponzo (22), si chiamò il mezzo di collegamento delle sponde
del Nera, situato in corrispondenza della confluenza del Corno.
A questo punto mi accorsi che il bacino idrico del Nera costituì un paese che potremmo chiamare la
Pelasgia d'Italia. In esso vissero i Pelasgi assieme con i mercenari di Caria e questi assunsero l'ufficio
di difendere i confini di un campo trincerato comprendente tutto il bacino idrico del Nera, i cui centri
vitali erano situati nell'altipiano di Rieti, sul Torre Maggiore e forse nelle città di Narni, Amelia e
Spoleto."(2)

Ed ancora:"In tempi assai anteriori a Numa Pompilio erano cadute quelle certe dighe, costruite dai
Pelasgi e di cui i nostri geologi hanno comprovata la pregressa esistenza nella valle del Nera. Con la
caduta di quelle dighe il lago di Nequinium  -figlio di generatore di morti - fini col prosciugarsi. La
caduta della diga del Terrazzo de Toro .... determinò l'ulteriore prosciugamento del lago, compreso nel
medio Nera. Così, al tempo in cui la potenza dei Pelasgi andava declinando, il fomndo del lago che
comprendeva il basso Nera fu bonificato e, diventato adatto alla vita, permise la fondazione di un
paese detto Interamna Nahars ......
Gli abitatori di Interamna fecero una loro necropoli nella collina di Pentima.... e noi, da pochi decenni,
ne ritrovammo le tracce.
Plinio il vecchio asserisce che sopra Intertemna stava Clusiolo..... Quella città si specchiava nel lago
del medio Nera, sulla destra del fiume e del fossato di Ancaiano.
Dopo la caduta del Terrazzo del Toro si prosciugò il lago del medio Nera e, a valle, venne costruito il
pkonte del Terrazzo del Toro, modesta e ciclopica costruzione umbra, che ricorda il nome di una
preesistente opera pelasgica.
Quando i Romani fecero costruire la Cascata delle Marmore.... il ponte del Terrazzo del Toro, coperto
dalle acque, fu rivestito di sali calcarei, che lo protessero per millenni.
Anche la necreopoli di Pentima, nella parte più bassa, fu coperta dalle acque.
Quando fu necessario impedire le alluvioni venne costruito il cunicolo del Cervino.... e fu scavato il
canale del Sersimone....."(3)
"Dello stesso avviso sembra essere Gisa Giani: "... è assolutamente certo che il ponte costruito con
grossi blocchi regolari ... deve considerarsi di epoca molto anteriore al taglio della Cascata,
rappresentando perciò il più antico manufatto del nostro territorio" (Cfr. G. Giani, Qualcosa che non
sapevamo sulla Cascata delle Marmore, Terni, 1980)." (1)
Il Ponte, quindi, risulta essere composto da una base molto più antica rispetto alla parte superiore,
aggiunta successivamente, probabilmente per operazioni di restauro.
"Queste supposizioni, in contrasto con il dogma che vuole gli Etruschi inventori dell' arco, trovano un
ragionevole fondamento nelle scoperte che seguirono le campagne di scavo condotte negli anni
cinquanta e sessanta del XX secolo dall'Università di Oxford presso il Foro Romano. In quell'occasione
furono rilevati alcuni canali di scolo coperti, collegati alla Cloaca Massima, nei quali erano presenti
archi a tutto sesto che vennero stimati come precedenti a qualsiasi arco dello stesso genere,
conosciuto in Etruria." (1)
.
(1) Danilo Stentella in 
Ipotesi sulla storia antica della bonifica della Valle Ternana
(2) "La Pelasgi d'Italia e l'origine degli Etruschi", Francesco Costanzi, "Il metodo etimologico nelle
ricerche presitoriche", (fascicolo pubblicato in proprio dall'autore)

(3) "Preistoria di Terni - Permanenza dei Pelasgi nel bacino idrico del Nera e Preistoria di Nostra
Civiltà", Francesco Costanzi, articolo in "Terni Rassegna Mensile del Comune", n°1, 1934

Potrebbero piacerti anche