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Aldo Busi

LA CAMICIA DI HANTA
MONDADORI
(Viaggio in Madagascar)

Dello stesso autore


in edizione Mondadori
Altri abusi
L'amore è una budella gentile L'amore trasparente Casanova di se stessi
Cazzi e canguri
Un cuore di troppo
La delfina bizantina
Grazie del pensiero
Madre Asdrubala
Manuale della perfetta Gentildonna
Manuale del perfetto Gentilomo
Manuale della perfetta Mamma
Manuale del perfetto Papa
Manuale del perfetto Single
Nudo di madre
Le persone normali
Seminario sulla gioventù
La signorina Gentilin dell'omonima cartoleria
Sodomie in corpo 11
Suicidi dovuti
Vendita galline km 2
La vergine Alatiel - Pàté d'homme
Vita standard di un venditore provvisorio di collant

La camicia di Hanta
Agire è recitare:
chi agisce è un attore.
HERMAN MELVILLE, L'impostore

http: / / www.mondadori.com/libri
ISBN 88-04-51617-8
© 2003 Arnaldo Mondadori Editore S.p.A., Milano I edizione aprile 2003

Volo tempestoso, sia da Milano a Roma che da Roma a Antananarivo o, per farla più breve, Tana:
sembra che tutto il mondo occidentale sia preda di una perturbazione stabile in arrivo dall'instabile
Giappone. Sarà la Borsa nipponica che crea tanti vuoti d'aria da un e-misfero all'altro, e io adoro i
passeggeri che vomitano l'anima, un cracker senza sale, per la paura di morire. Che vomitate a fare
l'anima? Siete poi così sicuri di averne una e che non sia il vostro vomito l'unico elaborato sotto
spirito delle vostre esistenze? Come detesto la gente che mostra di avere questa paura di cadere da
diecimila metri più che se non cadesse da dieci centimetri, come se perdendo sé questi mortali
perdessero chissà chi o chissà che! A parte che loro stanno volando e i morti no, spesso che
differenza c'è fra un apparato digerente fra le nuvole o sottoterra? Questi viventi di straforo sono
davvero insopportabili, basta uno scossone e si fanno il segno della croce in massa sporcandosi l'un
l'altro'di noccioline salate. Non mi dispiacerebbe avere talvolta un paracadute e lanciarmi dal
portellone dopo aver fatto brillare a bordo, previa miccia di glicerina in supposta, una bomba anale
delle mie. Proprio ieri è venuto a trovarmi Superfluo Amer di Borgosotto che avevo appena
ingollato un mezzo chilo di ravanelli crudi col chinotto freddo di frigo e nel vederlo ho mollato una
scoreggia così portentosa e ben solfeggiata che neanche Donizetti, e lui, ci conosciamo da quando
avevamo otto anni, mi fa, «Le labbra tengono ancora bene, il canto sempre terso e alto, voce
tenorile ma an-cor fanciulla, l'odore non c'ho neanche il fiato per dire no comment, complimenti».
A Tana vengo assalito subito dai cambisti che fanno concorrenza alle banche presenti
nell'aeroporto. Decine di giovani malgasci sono assiepati dietro le facilmente valicabili transenne e
fanno cenni d'intesa a tutti i passeggeri appena sbarcati. Noi turisti ci guardiamo l'un l'altro, per
capire a chi si stanno indirizzando con quei loro grandi, sdentati sorrisi di benvenuto e chi è il
fortunato atteso con tanto affetto e amicizia disinteressati: ma assolutamente nessuno, è chiaro! I più
cercano di fare affari offrendosi per i più strampa-

lati, inutili servizi, come portarti il cappello fino all'auto se con te hai solo una sacca e non vuoi il
facchino, altri si offrono come guida, guardia del corpo, autisti con auto di qualcun altro; alcuni
sono lì a vedere i vasaha, ovvero uomini bianchi ovvero facoltosi per razza, come noi andremmo la
domenica allo zoo a vedere l'insolito mandrillo o, ultimamente, all'ipermercato a vedere le
confezioni. La mia guida e il mio autista dell'agenzia viaggi mi individuano subito: l'uno si chiama
Angelo, assomiglia a Sidney Poitier giovane, l'altro Sofolo, cioè Sufulu, perché in malgascio la o si
pronuncia u, inagrissimo, biancovestito, non una parola. Si caricano i bagagli circondati da uno
sciame di ragazzine e ragazzini che chiedono «Cadeau, m'siè, cadeau», cioè un regalo, cioè
l'elemosina, e poi, se non gli dai soldi, accontentandosi precisano «Stylo, m'siè, stylo pour l'école»,
cioè una biro per la scuola, signore. Birichini, se fosse per la scuola, che ci fate qui a quest'ora del
mattino invece di essere sui banchi? Anche in Madaga-scar, dunque, decine e decine di aspiranti
scrittori e scrittrici che non me la contano giusta. Tutti a piedi nudi, oltre che a mano tesa. Ecco lo
stratagemma che devo adottare contro i persecutori che mi inviano manoscritti da raccomandare a
un editore: gli butterò

un'occhiata solo se prima fanno a piedi nudi dieci volte dieci l'isolato, e similmente vestiti di stracci
riciclati per suscitare la mia pietà. Dimenticavo, o aspiranti Salgari del Duemila: cercate di farvi
venire delle candele belle grasse dal naso fin dentro la bocca. Meno New Age e più Neorealismo,
gente! La grande editoria ha i suoi tic.
I miei due zelanti custodi mica mi portano in albergo, si parte immediatamente, la nostra meta
finale è la riserva di Barenty, che raggiungeremo fra una decina di giorni, e vedere i lemuri bianchi
che saltano sulle zampe anteriori, prima tappa Antsirabe, quanto dista? Centottanta chilometri, ma
di strada quasi asfaltata. Militari costeggiano a distanze regolari chilometri e chilometri di periferia.
Le risaie, ora improduttive, con al centro capanne e casine di fango e tetti di paglia, sono coperte
dalle ninfee color violetto, un'estensione impressionante di arcadica visione, un presepe con
collinette remote e guglie, tante guglie di chiesette di missionari, tutto sembra fatto di corteccia di
sughero e muschio, e migliaia di statuine frenetiche ai bordi della strada e dentro i laghetti; le
statuine fanno il bucato, portano ceste sulla testa, lenze in mano, doppi secchi sulle spalle, cespi di
banane, fasci di baguette sotto l'ascella o, accucciate

sui talloni, vendono mucchietti di qualcosa, arachidi, limoni striminziti, frutti della passione, viti
arrugginite, granchi secchi, insetti fritti, molto a buon mercato le cavallette, con cinquanta lire ti
puoi spanciare, volendo; sulle scarpate e sui cespugli sono stesi i bucati a asciugare, un museo di
canottiere e pantaloni e camicie e golfini dai colori sbiaditi arrivati qui dai nostri guardaroba smessi
e passati ai filantropi locali che qui li rivendono a caro prezzo; il colore della pelle è di un bruno
tragico e solare dentro tutti quegli indumenti laceri e bucherellati, vestine e sottovesti cui manca una
spallina o che sono senza schiena, senza bottoni, con gli orli a giorno scuciti e penduli; le acque in
cui le donne e i bambini sbattono e strizzano e risciacquano sono marrone e spesso vicine agli
sfoghi di fogna, che li laveranno a fare, santa pazienza?, pescatori lontani su minuscole
imbarcazioni percuotono l'acqua con lance o bastoni acuminati e ogni tanto un guizzo colora l'aria
d'argento vivo, e siamo immersi in un romantico vapore azzurro che strozza il respiro: siccome
vanno tutti a gasolio e le marmitte sono quel che sono, come pure le auto di quinta mano
d'importazione francese, i gas di scarico colorano l'aria di cancro dal tergicristallo fino alle sommità
più remote. Si procede a passo d'uomo,

che qui non è dei più veloci,-e il mio cuore sobbalza dieci volte al minuto perché ho la sensazione
che un bambino o un ben più prezioso gallo... c'è un avanti e indietro di pollame e di pulcini che
beccano qualsiasi cosa fra una lamiera d'auto e l'altra in movimento... sia finito sotto le ruote, tanto
repentinamente si sparpagliano a filo di portiera. Tutti guardano dentro l'abitacolo, quante bocche
gentili e gengive sdentate, quante galline a testa in giù dai manubri delle bici, uno mi sbatte un
coniglio bianco contro il finestrino offrendomi di comprarlo, il coniglio non fa una piega, deve
averci fatto l'abitudine a questi colpi, molti mi fanno un sorriso e un cenno della mano, rispondo
allo stesso modo, e dopo un po' mi rendo conto che, se non smetto, mi verrà o un crampo al gomito
o un sinodo in cui aspirare al sacro soglio per sopravvenuta slogatura da saluto papale. Non si
potrebbe chiudere i finestrini o darmi una maschera antincenso, per favore?
Fuori Tana, tanto vituperata dalle guide per il suo tasso di criminalità e di pericolosità che l'invito
a non trascorrervi neppure una notte è perentorio, e dopo il regolare inferno di una miseria
apocalittica ma, come dire, composta, aumentano umili soldatini a piedi e appare turrita la maestosa
reggia del Presi-

dente della Repubblica: a occhio e croce, se comparato a quanta desolazione umana e urbanistica lo
circonda, chi conta qui deve avere una mentalità da orologione d'oro massiccio al polso e bene in
mostra fuori dal polsino. L'anziano e malato Presidente della Repubblica al potere da quindici anni -
un despota che da sempre in ogni discorso ufficiale professa la democrazia spalleggiato dai suoi
figli consumati anchormen, per non dire altro -, ha enormi interessi privati in varie aziende
commerciali e nelle industrie estrattive e nella televisione del suo paese, e la cosa non sembra, a
differenza che da noi in Italia, suscitare alcun dibattito o recriminazione sulla mancata legge sul
conflitto d'interesse o, se suscita qualcosa, lui dev'essere così bravo e scrupoloso da non turbare
l'opinione pubblica permettendole di venirne a conoscenza. I dettagli di una ricchezza oligarchica
sconfinata, in una democrazia autentica in cui non c'è straccione su milioni che possa vantare di
essere più straccione di chiunque altro, sono sempre deleteri ai fini dei discorsi sulla democrazia e i
principi liberali che vengono tanto bene in tivù. Questo Presidente dev'essere davvero potente o
onnipotente se ha indotto un imprenditore italiano... adesso in prigione e con un'ambasciata tacciata
di non

stare facendo assolutamente nulla per sbrogliargli la matassa... a falsificare la firma del Presidente
stesso per avere sdoganamenti facilitati di materiali idroelettrici, inevitabilmente d'importazione
(sono notizie che carpirò qui e là strada e voli facendo, i miei due accompagnatori rispondono alle
mie domande di tema politico con una vaghezza e un imbarazzo e una carineria paesaggistica che
non ammettono deroghe, come a dire, ma guarda le risaie d'ispirazione indocinese e gli alberi del
mango e le anatre selvatiche e le mammelle scoperte, piuttosto).
Ci fermiamo per il pranzo in un'oasi recinta-tissima, tipo paradiso di concentramento per élite, la
cui insegna promette Manja Hotel - In-sectes, vale a dire? «Che ci sono farfalle, coleotteri, scarabei,
uccellini...», fa Angelo, il cui italiano è ottimo, «Da mangiare come le cavallette?» chiedo, «No, da
vedere», «Perché, scusa, fino adesso che cosa abbiamo visto?», «Qui sono specializzati». Eleganti
pargoli indiani, la casta più ricca e più odiata del Ma-dagascar, giocano a flipper nello spiazzo, una
coppia di anziani turisti francesi sotto un giovane eucalipto tempestato di api regine grosse come
cammei sta aspettando di essere servita e perfeziona col cameriere il menu con parigina pignoleria,
sembrano seccati che nei

dessert non siano compresi i venti alisei, ma da noi arriva una camerierina con grembiuli-nò bianco,
unto appena quanto basta per eccitare l'ambra delle dritte gambe che sbucano da un gonnellino di
grisaglia memore di antiche suore comboniane, e grandi occhi a mandorla mantenuti pudicamente
spaventati per educazione ricevuta, un casto incrocio sino-malgascio dei più graziosi, e arrossisce
ancor prima di avere aperto bocca, si incendia quando la apro io e, spazzolandomi la pelata, con
malcelata invidia scambiata certo per altro, le dico, «Che capelli magnifici, mademoiselle! Io
prendo quelli, se li tagli all'istante», perché sono di quel lucente, luciferi-nò nero corvino che,
secondo me, allorché non è risultato di una tinta, è il colore più femminile in assoluto anche in una
donna, un irraggiungibile tratto del fuoco che cova in un cratere segreto verso cui le mie dita si
allungherebbero d'istinto, se solo potessi: toccarli, ricevere la scossa e ringraziare del privilegio
accordato. Mi fanno impazzire, ecco. Con una capigliatura così, fluente, elettrica e nera come
l'innocenza sul punto di esplodere in passione e esperienza, ho immaginato io, nell'elaborazione di
una novella del Boccaccio, la principessa Alatici che dovrà, con nemmeno una dozzina di uomini,
fare all'amore

diecimila volte in quattro anni prima di ritornare vergine, grazie allo stratagemma di un mercante
giudeo, alla dimora paterna... Mi sembra che una giovinetta dalla carnagione d'avorio su una coltre
rosso amaranto che disannodi tale nera chioma e presenti aU'immi-nente amante in piedi accanto a
lei gli altri tre cespugli che iscrivono fra ascelle e pube il triangolo più divino della mortalità sia la
sola alternativa a fare un fist-fucking contemporaneamente a un pacioso salumiere svizzero e a un
Gauleiter heideriano vestiti di cuoio e borchie in una dark-room leghista di Sesto San Giovanni.
Questo, san Giovanni compreso di un sesto di vaselina e il resto di sputo, le trasmetto guardandola
con paterna, ambigua e quindi cristiana tenerezza mentre ordino accennando al cameriere intento
con la coppia di francesi, «Mi porti quel che c'è ma me lo porti lei, mademoiselle, non lui», e la
ragazza fugge via ciabattando a una spanna dal terreno coperto di petali di ibisco rosa che s'alzano
al suo passaggio come minuscoli fenicotteri.
Non mi rivelerò a nessuno in nessun senso, è del tutto superfluo asserire di essere sessuale con
gusti contrari a ogni normativa da stato etico in un paese di maschi così ineffabili, improbabili come
folletti più ossa che ciccia, potrei usarne uno al massimo come bro-

che da spalla, un pappagallino umano da esibire mentre faccio il giro porgendo il piattino dopo un
numero da bipede giocoliere ariano col suo pigmeo millepiedi alato perché anticamente incrociato
con una cinciallegra cinese, dirò che sono sposato e fedele alla madre dei miei figli o che, se non
vado a puttane, è perché soffro ancora pene d'amore per una donna crudele ma insostituibile. Dirò
che in verità viaggio per dimenticare, ecco la ragione dei tanti prepagati: per non incorrere nelle ire
degli osti cui, immemore di tutto, non salderei il conto. Farò come se, farò finta, nessuna delle mie
nature è ormai più vera di questa, che non lo è. Che sollievo fare l'eterosessuale, e doppio perché né
lo sono né lo faccio, e triplo perché, facendo l'eterosessuale astinente, non devo niente a nessuno e a
nessuna, ricevo l'applauso per una recita senza aver dovuto studiare la parte, è tutto già così
predisposto a puntino, allunghi la mano e te la ritrovi piena di rassicuranti luoghi comuni che
ispirano solo consenso e complicità vuoi negli esseri umani vuoi negli altri insetti in generale.
Inoltre devo aggiornare la mia sincerità: un tempo mi era facile ribadire che amavo scopare con gli
uomini e non con le donne, perché era VERO. Ma oggi... Sarebbe come asserire che dell'anguria ti
accontenti delle scorze, cibo predi-
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letto dal porco, con la differenza che a me le scorze dell'anguria non piacciono affatto, nemmeno in
mostarda. E di un uomo, da prendere, non c'è altro. Se non forse, e per l'appunto, la donna che
trascura. Finirò per essere considerato un puttaniere e un rovinafamiglie patentato, lo sento.
Ovunque giro lo sguardo, c'è uno sguardo di donna trascurata, dalla selvaggia alla civilizzata, e io
sono così adorabile, il naturale patrono delle afflitte.
Improvvisamente la mente svolazza e trova pace e divertimento e, purtroppo, anche donne che ci
stanno subito se non sto attento. Mi è sempre piaciuto fare il galante con le donne, fargli
complimenti se se li meritano e soprattutto se sono fuori luogo, mi piace rimbambirle fino a
rincretinire io, dar loro un fulmineo sogno romantico di poca spesa, farle pensare che sto pensando a
quella cosa lì tra le anime delle loro cosce, una che tira in avanti e una che tira indietro, dargli la
speranza di dirmi di no prima che arrivi il mio, secco, se sbagliano precipitandosi e mi prendono in
parola, una parola che non ho mai dato ma fatto vagheggiare da consumato criminale del desiderio.
Un aquilone una volta a terra non è niente, tienilo alto! Già, la graziosa ca-merierina timorata di
Dio! Ovviamente i fenicotteri, non solo quelli minuscoli dei petali di
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ibisco rosa, si alzano in volo solo se sentono l'odore di aringa affumicata che emana dalla sua, si fa
per dire, sottoveste di vecchio nylon. Solo con un'ascella potrebbe resuscitare un dinosauro
addormentato mentre si china e mi depone davanti il piatto. Frescura di grazia e puzzetta d'antico.
Resistibile, ma faccio finta di no, mi alleno. Tiro su col naso in un'estasi teatrale e, quasi
sbadatamente, mi fiondo con metà guancia nei suoi capelli, senza che lei se ne avveda, Angelo
deglutisce senza espressione, la camerierina ciabatta via, sulla prima cucchiaiata c'è una farfalletta
caduta nella zuppa, buona anche quella. A metà tempo sospiro rassegnato con l'aria di uno con la
testa tra le nuvole. Ormai sento di avere in pugno ogni pubblico del mondo. Fuchi, api, millepiedi,
coccinelle, uomini e donne: tutto ciò che non ammette evoluzione.
Chissà come ce l'ha, la mancata novizia me-ticcia, gliela immagino giallo ocra come il becco di un
pellicano, poco bombata, anzi, a filo di lama e più lunga del normale, con un pesciolino argento che
si dibatte pronto a essere inghiottito e moltiplicato, e addio.
12 aprile, Pasqua, Antsirabe. Tutte le stradine, oggi, portano a una chiesetta di lamiere e cemento
armato inoltrata fra fogne a cielo
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aperto e campi, centinaia di donne e bambini col loro straccio della festa sciamano dentro e fuori le
funzioni religiose di un villaggio dove incontriamo una famiglia di turisti italiani, i coniugi
Pollastri, dall'accattivante inflessione emiliana, con le due figlie grandicelle che fino a Ifati, un
ottocento chilometri da Tana, faranno il mio stesso itinerario, sono tutti e quattro ben pasciuti, lei, la
moglie, muta e vigile, col marsupio, che si tiene stretto come un cilicio alla vita, fa da cassaforte
ambulante, lui, di un grasso che non cola, fermo come marmo, parla e parla radioso, nessuno di loro
quattro ha fatto l'antimalarica, non si vede una zanzara che è una in giro, esultano, io invece non so
quanti vaccini mi hanno iniettato tutti d'un colpo, tanto che a volte vacillo dagli scompensi
improvvisi della pressione, ma lui non mi ascolta, già invasato dall'eccitazione di poter raccontare
tutto, me compreso, ai dipendenti non appena farà ritorno alla sua fabbricherà di Carpi. Fotografa
ogni cosa, anche le cacche delle mosche alternandole ai mucchietti delle sue due bambinone in
posa. Dice, da entusiasta fedele praticante, «Finalmente, grazie alla santa Pasqua, abbiamo visto
l'autentico Madagascar in un colpo solo. Chiesa stracolma, cantavano, erano tutti felici. Lei l'ha
visitata?», io, «No, no, sto andando

a un laghetto incantato che si trova sul cammino. Vado lì per via della leggenda sui due amanti
trasformati in sponde perché si potessero guardare sempre e toccarsi mai. Sa, versione ritoccata dai
missionari, pedagogia dell'astensione sessuale degli altri... Le chiese a me mi stanno sui coglioni».
Quasi casca al-l'indietro, la moglie gli ha dato un colpo in avanti con entrambe le braccia più il
marsupio in mezzo.
Fra viottoli scoscesi e pozzanghere profonde mezzo metro, visita con mancia a artigiano che
costruisce piccoli giocattoli, preminentemente risciò, qui chiamati pousse-pousse, con materiali di
scarto ospedaliero e urbano, le ruote sono fatte coi tubicini delle flebo e i raggi delle ruote con gli
aghi delle siringhe, la capote con le scatole di sardine pitturate, le stanghe con carta e colla di pesce,
il freno a mano con i ganci delle bottiglie del latte e tanti piccoli dettagli con i sigilli delle bottiglie
di plastica, un tormento di pazienza e di abilità. Uno strazio multicolore che mi lascia il cuore
sgonfio e a terra. Mi spiega la guida che qui non si butta via niente, che tutto ha il suo valore, che
niente è mai veramente inutilizzabile, a parte l'infinito. Anche un fagiolo cui accadesse di non
venire metabolizzato e di essere cagato fuori intero rientra nel circolo

della vita, cioè del commercio. Ma oggi è festa comandata, Cristo è risorto, i bimbi sono vestiti di
pizzo bianco, anche i due maialini che sguazzano nel recinto sotto la capannuc-cia coperta da un
banano sembrano più bianchi e in ordine del solito, e piccoli ricami di crespato stereo secco color
grigioperla danno alle cotiche girovaganti parvenze di pizzo traforato.
Solleone, primo guasto all'auto: perde acqua davanti e tutto ribolle fuori dal cofano; ci siamo
fermati cinque minuti fa, in un gruppetto di casine distanti un metro una dall'altra, gli abitanti erano
stupiti e reverenziali, ho fatto il giro, ho ammirato le costruzioni di fango, paglia e legno grezzo, ho
buttato un torsolo di mela giù nel torrente e sento una voce di donna salire su: quasi la centravo, ce
n'erano un paio che stavano lavando dando di brusca nascoste fra le canne di bambù, grido scusa,
tre bimbi nerissimi nuotavano in su e in giù nell'acqua bassa, sono rimasto scandalizzato dal fatto
che invece di essere nudi indossassero pesanti mutande di lana o panciere molli di origine europea,
troppo grandi, appartenute certamente a un'obesa inglese con problemi di sciatica. Ogni tanto si
prendevano un pezzo di mutanda e se la buttavano sulle spalle, giusto per potersi muovere un

po' senza affondare. Siamo rimasti a piedi e nel mezzo di una salita tutta tornanti, l'autista scende al
fiume a fare rifornimento di acqua, mah. Amo gli inconvenienti e i contrattempi, ma li amerò di più
una volta che potrò raccontarli, adesso no, ci sono dentro. Sufulu ha preparato del mastice
scaldandolo con l'accendino e lo sta mettendo sul tubo di gomma crcpato che incamerava aria. Ci
saranno trenta gradi e persine gli uccellini sono a corto di cip-cip. Ogni tanto passa una vecchia
malgascia a piedi nudi sull'asfalto e solo lei mi da un senso di refrigerio e di speranza. Ecco che
arriva giù un giovane ciclista avvolto in un impermeabile di plastica trasparente nonché
fosforescente rosa shocking e un asciugamano a quadretti rossi e buchi attorno alla testa: Balenciaga
anni Sessanta fuori di dubbio. Trendissimo. Del resto, non sono pochi i tocchi Mary Quant e Coco
Chanel anche nelle campagne, nelle minigonne e tailleur dei più arditi e ardite, parecchi ex abiti da
sposa con spacchi alla coscia non so quanto involontari, e le T-shirt, impreziosite da scritte
pubblicitarie in francese e inglese e tedesco e italiano, presentano vezzosi squarci trash, trasparenze
improvvise, ma così, senza una vera strategia di tendenza. Passano fra i manghi a sinistra due bimbe
completamente a-

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rancione dal cappelline alle scarpine e fra la coltivazione di manioca a destra altre due
completamente verde pisello, tutte di corsa a piedi nudi sulle braci dell'asfalto, le trecce nere al
vento, si fa per dire, perché tutto è così stagnante per l'afa che anche le rondini stanno sospese senza
battere le ali, le farfalle scivolano invece di volare, e poi c'è una vecchia nera come l'ardesia con
paresi facciale e faz-zolettone arancio e rosso in testa e sgargiante sottoveste lacera a un ginocchio,
mi fa l'occhiolino a un centimetro dal finestrino ma, appunto, è una mia illusione ottica, e poi, con
questo caldo, mia cara, non so nemmeno che ne sarà di me, grazie dell'offerta, sarà per un'altra
volta... Era strabica. Ma ecco, il motore s'è sfiammato, si riparte, chissà per quanto reggerà, e anche
quel gruppo di ragazzine con fratellini e figlioletti sulla schiena, grossi seni, ma anche medi e
piccoli, seni appunto, giusto per allattare, qui mica gli danno il tempo di imparare che forse, con i
capezzoli, ci si può anche far qualcosa d'altro, godersela improduttivamente titillandoseli con uno
stelo di ortica, per esempio. Mi sembra che qui le sole creature a non essere incinte o a non aver
appena partorito siano gli uomini: la popolazione in dieci anni, aumentando carestia e siccità, si è
quasi raddoppiata; non esiste cen-

simento ma si calcola che siano fra i dodici e i quattordici milioni di abitanti, di cui sette solo a
Tana, cinque dei quali completamente allo sbando e allo stato brado e senza risorse di stretta
sopravvivenza. Ovviamente il papa, nella sua visita credo nei primi anni Novanta, si è scagliato,
com'è nel suo stile di filibustiere della morale sessuale animato dalle solite ragioni superiori, contro
la contraccezione e il preservativo, qui se lo ricordano ancora con deliziato raccapriccio; si sa, il
rispetto e l'odio a un tempo per l'autorità sontuosamente e lindamente vestita, mostrine militari o
greche d'oro non importa... Lo manderei lui, io, a partorire entro i vent'anni i tre figli di media di
ogni bambina al suo primo mestruo! Anche solo per immacolata concezione.
Ho l'impressione che qui, fra questa straccia massa di corpi mesti e come tenuti in piedi dal
supremo equilibrio dello sconforto, i genitali siano solo i genitali, roba per fare genere umano senza
saperlo, mai per procurare sesso o desideri d'amore, e poi ho come la sensazione che le libellule
siano gravide anch'esse, qualche timida cavalletta ancora infante che non si alza in volo ma
zampetta sull'asfalto facendosi strada fra le uova delle sorelline, «Le cavallette vere e proprie sono a
due giorni di macchina, vedrà, vedrà, uno spettacolo mai

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visto, un'ecatombe per le colture», osserva Angelo. Eppure, dalla radio, ora una canzone del grande
cantante Samoela dice, «Tu hai bisogno di qualcuno dentro la tua camicia e sotto la tua veste, hai
bisogno di me», e poi, «Tua madre è matta, ha tolto dal tuo letto la mia foto e al suo posto ha messo
un quadro di ammonimenti biblici; non pensare all'aldilà, mia cara, solo io posso farti felice su
questa terra». Tutto è casto e virginale, mai uno sguardo un po' malizioso, la malizia è frutto di una
civiltà dei sensi, malriposti che siano, qui impensabile. L'unico desiderio che mi suscitano queste
faccine e questi corpicini è dargli da mangiare e da dormire e da studiare e da giocare finché non
implorano basta, pietà.
A Ambositra ci fermiamo al posto di ristoro Caprice, oh cielo, des Dieux! Piatto di pollo e riso e
patate lesse servitomi da un'inserviente che sembra Audrey Hepburn resuscitata, molto prima
maniera, va da sé: rossetto ciclamino solo sul labbruccio inferiore, forse per risparmiare, capelli
crespi ma a piccola torre, e un non sguardo penoso, la figuretta svelta in un camice bianco da
infermiera da campo militare abituata solo a feriti palponi, sono così stanco che non le farò neppure
un complimento. Tutt'intorno alla stanza sono messe in bella mostra sculture di legno grossolane,

ma molto sofisticate sono le sedie dagli schienali a intarsi di palissandro, ebano, legno di rosa,
casette, barchette, alberelli, montagnuc-ce. Accanto al mio tavolo c'è una tavolata di ricchi
malgasci, parecchie famiglie imparentate fra loro, gli uomini di oro hanno i braccialetti e gli orologi
e le donne i denti, nessuna conversazione, se non per alzare la testa dal piatto e dirsi «È cotto/è
crudo, è buono/è così così, è tanto/è poco», mi sembra di essere piombato in una discussione fra
giovani in pizzeria di sabato sera col tipico futuro davanti tutto di dietro. «Mandra pihaona», dico a
fine coscia di pollo e insalata scondita, perché qui non si dice mai buongiorno o buona-sera, sempre
arrivederci, e usciamo. Una vecchietta sdentata e garrula mi sorride dalla sua Boutique Délicatesses
e mi esorta a farle visita, pesto un po' di liquami di fogna, schivo l'immancabile galletto che
spadroneggia a-vanti e indietro a farle da sentinella, ammiro le frittelle di banana e di ananas, le sue
mani unte che maneggiano cartamoneta oleosa e fritture varie, io mi rifiuto di prendere in mano
questi soldi tanto mi fanno schifo, sembra carta igienica ancora umida dall'uso, ho incaricato la
guida di maneggiare il denaro per me, mi faccio dare un cartoccio mentre mantengo lo sguardo più
in alto possibile per non

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vederla palpugnare e poi si riparte per un'altra avventura indimenticabile: la guida voleva portarmi a
vedere tre case di contadini molto famose, che sul percorso fino a Fiana-rantsoa costituiscono una
sosta obbligata per gli amanti dell'etnico. Scendiamo vicino a una famigliola sotto un grande albero
che vende arnesi in vimini e piccole tovaglie di cotone e ci avviarne verso la località Tre Case e per
fortuna erano tutti a messa in tutte e tre, le capanne vuote, e così non ho potuto vedere i fenomenali,
antichi giacigli su cui molti degli abitanti presenti e passati sono stati concepiti qui nei dintorni.
Mandrie di zebù oltre le carreggiate; percorrono anche mille chilometri a piedi i guardiani che le
portano o ai pascoli o ai macelli della capitale, gli zebù sono mansueti come cani e lenti e silenziosi
come lumache, ogni tanto un guardiano lancia un grido, ma non a uno zebù o a un altro mandriano,
lo lancia tanto per lanciarlo, direi, perché anche risparmiare il fiato del tutto non dev'essere una gran
compagnia intcriore per i suoi inutili timpani. E risaie, centinaia di risaie che scorrono fuori dal
finestrino, nient'altro che risaie sopraelevate e a cascata per chilometri di versante - e paesaggi che,
come dicono le guide, tolgono il fiato.

Tolgono anche la voglia di vivere, se è per questo. Non sarò così dandy da odiare l'agricoltura
0 la pastorizia o la natura, ma come vorrei
che sul finestrino dell'auto scorressero adesso
fotogrammi delle figurine dei calciatori del
la Nazionale nell'atto di sfilarsi i calzoncini,
possibilmente l'un l'altro!
Angelo, così buono e zelante, mi indica eccitato - dall'eccitazione che è sicuro di eccitare,
finalmente, in me - un tetto di tegole che spicca in mezzo ai soliti tetti invece di erba, non dico
niente, per un minuto, lui si rigira e mi guarda, demoralizzato. Allora, preso da un moto di pietosa
vitalità, mormoro: «Interessante». Intercalare che tengo buono per una eternità circa.
Ci sono viaggi di alcune migliaia di chilometri in cui, a voler essere sinceri, l'unica espressione che
ti ricorre in mente e ti corre dietro per darne l'esatta impressione è "Però!", che è un uffa euforico.
A Fianarantsoa la linea telefonica non collega né la provincia di Catanzaro, dove avrei pur sempre
un amico grazie al quale vedere se ho ancora la mia voce, né Castellammare di Stabia, dove ho
un'amica laconica ma non ancora del tutto sordomuta, non mi ricordo il tempo di dire una frase
piena fino in fondo.

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Nel salottino dello Tsara Hotel ci sono, oltre a me, due donne che scrivono fitto fitto sui loro
taccuini senza mai alzare la testa: una vecchia francese dal tipico caschetto grigio da intellettuale
antropoioga e una biondastra olandese senza età né lineamenti né sesso evidenti neanche alla
seconda occhiata. Manie di viaggiatoci col diario sempre sulle punte delle dita; immagino un
possibile dialogo in inglese immaginando prima che le due siano insieme, cosa non vera:
"Siete qui per un reportage fra i convertiti per il mensile 'Madreaddolorata'?"
Uinviata olandese: "Infatti".
L'inviata francese: "Proprio così. Anche lei?".
Io: "Anch'io, per l'edizione italiana, si vede? E anche a voi due la vostra redazione ha rifilato lo
stesso servizio fotografico di aitanti negri seminudi in riva al mare per convincervi a venire sin qui a
parlare delle bellezze femminili locali incinte che mai abortiscono mai si impillolano mai si
spiralano mai si im-preservativano, sublime esempio di rettitudine morale per le giovinette
europee?".
Entrambe, in coro: "Sììì! Ma bando alle trifole: non abbiamo visto niente di simile da nessuna
parte, chissà dove li hanno presi 'sti fustoni di negri della propaganda turistica".

Io: "Ci sono cascato anch'io. Il fotografo di 'Madreaddolorata' avrà organizzato il set sulle sponde
del lago d'Iseo con emigranti della Costa d'Avorio trovati lì in giro sui materassi, avete visto che
bonazzi?".
L'inviata olandese: "E nel lago d'Iseo esistono lucci grossi come quello che nella foto la ragazza
malgascio-bergamasca porta in testa o come quello che spunta dal perizoma bagnato del negro
accanto striato su cosce e bicipiti dalla salsedine più peccaminosa dopo quella del Mar Morto?".
L'inviata francese, con aria da saputella, precedendomi: "Altroché, mia cara, e lucci molto più
grossi! Io ho un cognato di quelle parti che va sempre a pesca di affari così e se non sono delle
stesse dimensioni li ributta in acqua".
Io: "E adesso cosa scriveremo alle nostre lettrici di 'Madreaddolorata' in vena di turismo? Che
abbiamo abboccato e che qui razze di stalloni così non esistono neanche come immigrazione
clandestina?".
Scampanio: mi sveglio di soprassalto sul più bello, allorché anche l'altra cominciava a parlare della
pesca del pesce-pacco del proprio cognato, il quale come esca usa petali di tulipani fritti nel mestruo
olandese, che lì fanno confluire tutto in un canale a parte per
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strappare altra terra, e altri bulbi, al mare... Un'inserviente morettina ha acceso le candele sui tavoli,
sono immerso in un tardo crepuscolo rembrandtiano. Sbadatamente guardo fuori dalla vetrata:
cinque campanili in un colpo solo. Ritraggo la testa a tartaruga e la linea dello sguardo si placa su
dalie bianche e iris gialli fra i quali, improvvisamente, si fa strada dal sentiero uno spilungone di
cinquantenne in tenuta da trekking, entra nel sa-lottino, si siede al tavolino e prende a
scarabocchiare appunti anche lui. Che sia l'inviato tedesco della stessa succitata rivista? Io mi
consolo, perché tanto non avrò alcun nipotino cui dover raccontare qualcosa per tenermi sveglio, ma
questi tre? Hanno l'aria troppo stravagante e omologata per non aver procreato. Che tragedia
immane dover rendere conto delle avventure se si dovesse farlo senza inventarsele di sana pianta.
Immagino che costoro si dovranno sedere accanto alla stufa termonucleare prima di passarsi la
lingua sulle labbra decrepite e cominciare così:
"Madagascar... Madagascar... Madagascar... ma sì, come no? È in genere a sudest del Su-dafrica, e
io ci sono stato/ci sono stata."
Nipotino: "Oh, nonnino/oh, nonnina, raccontami tutto!".
Qualche colpetto di tosse, una pausa lunga

da far paura e: "Ho contato quarantasettemi-laseicentoventitré risaie in meno di duecento


chilometri, quel memorabile giorno!".
Nipotino: "E poi, nonnino/nonnina? E poi? E poi?".
Raschiamento di gola, come rumore di raschiamento dei ricordi dal fondo del barile: "Poi... oh,
poi! Sapessi che brividi!".
I tre ora ai tavolini a testa bassa a registrare le iperboli della loro giornata terranno il nipotino col
fiato sospeso e riprenderanno abbassando il timbro fino a creare un'atmosfera di mistero e paura:
"Sai, ci sono anche risaie a terrazza, ma meno di quelle altre a... a... A. Influenza degli indonesiani
di tanti secoli fa. Uho saputo a mie spese...".
Nipotino, sbuffando: "E poi, nonnino/non-nina, riso a parte?".
Alzandosi di scatto e mostrando i pugni: "E poi è ora di andare a letto, se no ti picchio a sangue,
brutto genoma stronzificato! E da domani, risotto e nerchiate mattina e sera, così impari".
Mi vengono in mente alcuni possibili tìtoli di romanzi da ambientare da queste parti, Uteri e
lemuri, Babbi e baobab, per sottotitolo un punto di domanda. Una cosa davvero insopportabile
scrivendo è che quando crei un personaggio, anche il più insulso e ignorante

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e sentimentale e volgare, devi sempre farne un essere pensante, ma nella vita gli esseri pensanti
sono pochi, io ne avrò incontrati in tutto non più di cinque me compreso, ma mille e mille sono le
persone senza pensiero che hanno contribuito a ispirarmi un personaggio giocoforza pensante. La
gente è quella cosa su cui la metti, mai quel pensiero contro la cosa e quindi contro se stessi che può
scaturire solo dall'interno per ribellione alla globale cosificazione dell'essere; se metti la gente su
una sedia a dondolo, dondolerà anche una volta in piedi, se la metti su una sdraio andrà via
ingobbita anche quando si alza, se la metti su un'altalena crederà di dover avere qualcuno che la
spinga incessantemente anche quando sta ferma. La gente non ha alcuna capacità autoeducativa, è la
clonazione supina della famiglia da cui proviene, la religione e la religione del familismo con cui è
stata cresciuta, il lavoro che fa, i mezzi di sussistenza che ha o non ha; un personaggio, anche il più
passivo intellettualmente e socialmente e più incapace di consapevolezza, alla fine non funziona se
non diventa un essere pensante, se l'illusione che da di esserlo non è più forte del fatto che non lo
sia. E così anche nella mia vita: chiunque entri in contatto con me è reso da me essere pensan-

te mentre sta nel mio raggio, e appena può, invece di essermene grato, scappa da me e rientra nelle
sue abitudini di non pensiero, di inazione, di inconsapevolezza perseguita con rinnovato ardore.
Ritrova la gioia di vivere, ecco.
Ho come il sospetto, dopo tanti anni che analizzo il fenomeno del mio isolamento e-stremo e
sempre rinnovato, che chiunque tema, standomi troppo vicino, di perdere il suo istinto più prezioso,
la sua noncuranza animale, la sua paradisiaca ottusità. Pensare, e soprattutto ripensare se stessi in
modo rivoluzionario, fa male, bisogna potare... Spesso mi si rimprovera che io voglio cambiare la
gente: lo voglio ma non ci riesco, e lo voglio solo perché è l'unico modo di limitare l'influenza, in
peggio, che il loro non essere esseri pensanti alla lunga eserciterebbe su di me; perché è sempre il
bruto e ottuso a tirare dentro la sua rete l'uomo civile e sensibile, mai viceversa. Prendere gli
individui per quel che sono non significa altro che sfruttarne i rami morti: ma a me non interessano i
rami morti, e del resto spetta a me cavarne la linfa che non hanno e restituirne memoria alle radici;
siccome nella vita non è possibile, ecco che è possibile un romanzo. Dare sangue agli esangui
cominciando a darlo anche a chi scrive.

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!
L

Però, anche se la qualità del personaggio e del romanzo è alta, io come uomo ci resto male. Perché
la vita vuole sentire le sue proprie ragioni a perdere, non solo quelle dell'opera che perdurerebbe.
Ho ordinato un té appena preso posto nel salottino, l'attesa esasperante mi riappacifica con
l'imposizione che mi sono dato di accordarmi al loro ritmo sudtropicale. Tutto qui è "mora mora",
lento, piano, prenditela con comodo. Che nostalgia dell'Africa araba, dove l'agricoltura è almeno più
avanzata di qui: per arrivare a un'elaborazione sensuale dell'esistenza umana occorre avere macinato
molto frumento, avere staccato molte banane e molti datteri, aver abbacchiato molti ulivi, spaccato
molto granito e impastato molta calce e, una volta che gli hangar sono pieni di materie prime, essere
passati all'astrazione del corpo, non più vissuto come contenitore di materia per carburarne la forza
lavoro ma come forza desiderio. Col té al limone mi viene servita una ciotola di arachidi, nemmeno
fosse l'accompagnamento a un Negroni. Dove c'è desiderio sessuale c'è quello che propriamente
intendo io per spirito, energia da consumare nella cultura di sé e dell'altro sotto e sopra di te,
addosso a te, come un reciproco riparo dalla morte, come una barriera

dalla fossa comune, inventarsi una vita eterna che non è possibile se non con i sentimenti d'amore
carnale di un altro per te; poi si passi pure alla sublimazione e alla rassegnazione, visto che nessuno
di noi può compete-re nella realtà con i sogni che si fa addosso. Non si può mai vivere tutto o
sempre o come si vorrebbe l'amore che senti, non c'è mai nessuno cui rifilarlo, ma senza desiderio...
finalmente un'energia lussuosa, slegata dalla necessità di avere braccia solo per far funzionare una
magra terra e una tecnica più magra ancora per sopperire al cibo e all'indumento... senza questo
spirito proprio slanciato verso il corpo altrui, questa fiamma che vuole andare a scaldarsi e possibile
solo da una sufficiente scorta di derrate psichiche, non c'è niente, riproduzione a parte per garantire
altre braccia alla terra, braccia che non abbracceranno mai altre braccia un istante in più di quanto
non sia concesso dall'urgenza di tornare a fare il mestiere del sopravvissuto. Qui, l'ho già capito da
certi traffici non proprio missionari fra uomini bianchi e bellezze indigene, c'è solo del turismo
occasionale, etnologico, botanico, scientifico, ecco, e o di rinuncia sentimentale o di mercimonio
sessuale. Ma sì, mangerò le noccioline sorbendo té.

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Oggi sono riuscito a schivare la visita di una fabbrica, del tutto artigianale e a conduzione
famigliare, di caramelle, me l'immagi-navo inondata di vespe e cicale che finivano nel calderone
dello zucchero bollente... Sì, se dovessi fare un augurio alle prossime generazioni di umani è: siate
sexy gli uni con gli altri, il resto viene da sé. Anche se scarseggeranno l'acqua e il pane e perfino le
radici spontanee, siate sensuali soprattutto a stomaco vuoto, o umani, un bolo in meno dentro ma
fuori un'arditezza erotica in più.
Io ho provato spesso la fame, ma non ricordo alcuna digestione, solo qualche indigestione dovuta
all'ingordigia da fame soddisfatta, e non è un granché come passato da far spirare con me nella
visione finale di tutta una vita. Un attimo di passione per qualcuno di te appassionato nella lenta
fame dell'amore e la nozione di presente si avvicina di più a quella dell'eternità. Un attimo solo,
uno, uno solo così e hai tutti gli altri per quello che sono.
Troppo lungo per me, mi basterebbe un quarto d'ora.
A sera inoltrata esco nella strada, c'è un solo lampione ogni cinquecento metri e un o-dore di
copertoni bruciati ma dolciastro, forse è il legno di eucalipto con cui fanno il carbone. A parte una
richiesta di biro, non c'è

alcun popolo in nessun angolo della Terra con cui scambiare quattro chiacchiere senza chiedere né
dover dare qualcosa, e soprattutto dopo il calare del sole: al buio pretendono le stilografiche, i
Racine dietro l'angolo. Rientro dalla passeggiata e stancamente mi rimetto seduto nel salottino
aspettando che si trasformi in ristorante per l'ora di cena. Finalmente la morettina comincia a
stendere le tovagliette, di cotone ricamato di piccoli omini, piccolissimi fiori, piccolissimi animali.
Arriva un gruppo di tre coppie: tre giovani francesi sui trent'anni con le rispettive mogli malgasce.
Le avranno strappate o dalle capanne o dai brefotrofi. Non avendo mai avuto niente a parte la paura
di morire di stenti, tutte e tre presentano i segni, violenti, della femminilità antica della donna
cresciuta per considerarsi inferiore all'uomo e compiacerlo in cambio del grugno cotto di un
cinghiale, una manciata di tapioca e una di riso; si sente che sono prone ai loro mariti, grate,
femminili come puri organismi di natura che solo una millenaria società può produrre così senza
alcun difetto o mancanza o smagliatura, tipo una mente o un gusto. Sonò tutte e tre molto belle e
eleganti, con quel tocco di civiltà da grandi magazzini occidentali che pochissime altre qui in giro
possono vantare.

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Sorridono, instancabilmente sorridono, e in questo sembrano la moglie che ha soppiantato tutte le


altre donne e mogli precedenti nel cuore di un finanziere italiano medio vip; mogli senza mai una
emicrania, una cervicale, un dolore mestruale, MAI! Robot perfetti, perfettamente amati, che fanno
della pena nascosta la loro carriera, sperando che, come il marito al settimo cielo dalla felicità, non
duri tutta la vita. Per menu, se fossi l'inserviente morettina entrata in questo istante, gli porgerei la
Rivendicazione dei diritti della donna, 1792, di Mary Wollstonecraft: se per primo prendono
"Infantilismo intellettuale", ne conviene che per secondo gusteranno la "Protezione di un uomo".
Per dessert, una combinazione abbastanza lunga: "Le donne sono o matte o cattive. Schiave dei loro
stessi sentimenti, sono facilmente soggiogate da quelli degli altri. Una volta degradate, la loro
ragione, la loro svaporata ragione!, verrà impiegata più a dare lustro alle loro catene che non a
spezzarle", il tutto caramellato con un brindisi alla grappa di rosa canina. Le tre malgasce sono
timide, discrete, vinte e trionfanti, alla faccia della grande suffragetta inglese che voleva svegliarle
all'emancipazione. Hanno fatto un matrimonio da favola, dei colonialisti francesi, chissà le arie che
si dan-

no le loro mamme ancora appese agli alberi a testa in giù!


La cameriera, altrettanto giovane e bellina, prende le ordinazioni con aria triste e, quando crede di
non essere osservata, imbronciata; le tre connazionali alla vetta della carriera ordinano quello che
hanno ordinato i rispettivi mariti, per tre volte ho sentito dire «lo stesso», prima in francese e poi in
malgascio, alla cameriera che scarabocchiava sul blocchetto. Eppure dovrebbe sentirsi vendicata:
allorché gli uomini girano nel secchiello la sesta bottiglia a testa in giù come la suocera sull'albero,
nessuno dei sei ha ancora scambiato una parola, nemmeno genere con genere, moglie con mogli,
marito con mariti. I matrimoni misti funzionano in silenzio di gruppo, l'omertà sugli inconvenienti
risaputi da tutti, se uno si levasse e dicesse con la sua verità quella degli altri, scoppierebbe un
pandemonio. E le coppie sono sempre a letto anche quando sono fuori: lui comanda e la ama per la
sua remissività così poco parigina, lei ubbidisce e, tutta sotto, si sente qualcuno a livello
internazionale. Noi moderni non abbiamo neppure la più remota idea di cosa sarebbe la società
umana una volta che all'appello non mancassero più le donne come da che mondo è

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mondo. Dov'è il bello della vita, il bello di essere umani provvisti dei modi per la conservazione del
cibo e dell'acqua, il bello di non divorare all'istante di che saziare il nostro stomaco, se invece di
sollevare il debole, dopo averlo abituato a considerarsi incapace di procurarsi da solo di che
sfamarsi, lo si schiaccia, lo si schiavizza, lo si usa come se, a causa della sua bontà o rassegnazione
o bellezza, fosse meno umano del forte? E questi tre francesi nel fiore della maturità, questi tre
scolarizzati europei, forse ingegneri minerari, perché sono andati a prendersi queste mogli? Perché
ai loro occhi queste sono donne come devono essere le donne e le loro connazionali, altrettanto
scolarizzate e socialmente emancipate, no?
È trascorsa un'ora e mezzo, ormai, e le tre sposine, una con in grembo un pargolo di pochi mesi,
hanno appoggiato i gomiti sul tavolo, i tre mariti alticci parlano e parlano e parlano di calcio
ignorandole, le tre sposine congiungono le mani e sopra appoggiano le facce spompate dai troppi
sorrisi, il pargolo, come un sacchetto con gli avanzi per il cane, trattenuto dalle ginocchia rialzate
contro l'orlo del tavolo. Hanno tutte e tre la stessa e-spressione di sfacelo della cameriera quando le
serviva. All'osservazione di un marito, tut-

te e tre si staccano di colpo dall'appoggio delle mani e sorridono anche da semiaddormen-tate e


semisbronze. A proposito di donne! Non ho visto né tacchini né faraone per strada, e nemmeno una
raganella nei prati in cui ho chiesto di essere portato per annusare un fiore che mi sembrava
famigliare, era una rosa bianca? Ma no, era un fiore giallo spento di topinambur, era un todeschino,
una corolla di biancospino, un'orchideuzza violetta, una violaciocca selvatica.
Era il miraggio di fermare l'auto per niente e avere qualcosa di profumato da scrivere, e così sono
andato, infangandomi tutto, a annusare le altre tre righe e mezzo necessarie per arrivare fino a qui e
metterci un punto.
A Finar, che essendo il centro del cattolicesimo del Madagascar vuoi dire insegnamento e
apprendimento di tutto ciò che è Bene, ho comperato la cartolina con l'unico panorama disponibile
alla reception, le tre chiese principali, e intanto tiro mezzanotte spaccandomi la testa per trovare a
chi spedirla, per fortuna arriva una jeep e balzano a terra due francesine, una mora e una bionda,
conciate da sacco-peliste perse, la mora con una chitarra fra le braccia, anzi, una chitarrona, che sia
un contrabbasso? donne e jazz, finalmente, ci sarà baldoria e cagnara! Invece niente, filano en-

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trambe in camera senza strimpellare nemmeno un saluto, trascorro la notte al parapetto della
terrazza al primo e unico piano, mi sorbisco ogni gradazione di firmamento e ogni ululato e ogni
grido fino all'alba e quando vedo distintamente sull'altopiano i grandi mantelli colorati sormontati
da cappellini a melone tipo andino che vanno avanti e indietro come formiche mi ricordo che ho
dimenticato la mia cartolina sul tavolo dabbasso, corro a prenderla, con la biro faccio delle cappelle
col tagliettino dell'uretra sui campanili e dei coglioni arrotondando i sagrati, la intesto a me
indirizzandomela in quell'albergo in quel luogo, la affranco, la consegno al portiere di notte, tiro un
sospiro di sollievo e si riparte.
Superiamo la Porta del Sud, davanti a me anche il monte ha qualcosa di una sfilata di moda di alta
sartoria ecclesiastica, e infatti il tutto si chiama Massiccio del Cappello del Vescovo, e è pure
scarlatto, ma tutta la terra si fa a mano a mano più rossa e arsa; da queste parti ci sono le tribù Bara
che hanno fatto dell'abigeato un fatto istituzionale, tant'è vero che le donne da marito pretendono in
regalo dagli aspiranti alla loro mano gli zebù degli altri, più l'uomo ruba zebù agli altri più è virile e
più volte ruba più è affidabile come futuro padre di famiglia; se ruba soltanto una

volta prende appena la sufficienza e sarà fatto becco col primo ladro che viene a riprendersi i suoi
zebù rubatigli a suo tempo. Quando un matrimonio esibisce una mandria, esibisce al contempo un
bottino e talvolta un assassinio, da qui la stima e la considerazione che riceve dalla collettività.
L'ipocrisia non dev'essere il loro forte, visto che l'etica sociale, a differenza che da noi, dichiara che
la ricchezza vera e consentita pubblicamente è una rapina e guai se non lo è. Non oso immaginare
cosa possano fare a chi fonda una mandria allevandosela e incrementandosela col sudore della sua
fronte, come minimo lo emarginano quale eversivo impunito... questa ipotesi mi ricorda la realtà
sociale di qualcuno a me molto, molto prossimo... ma a Ihosy l'auto ha cominciato
impercettibilmente a scricchiolare sulla pista di terra battuta della sterminata savana e
all'improvviso le cavallette diventarono miliardi.
Fino a Isalo attraversiamo una tormenta di torrenti, mulinelli, risacche di cavallette verdi, per
chilometri e chilometri resto basito da questa fatale emigrazione di massa, già dichiarata catastrofe
nazionale, verso le colture del Sud dopo avere devastato le colture del Nord, e nel bel mezzo di un
paesaggio lunare c'è una coppia che filma un termitaio e poi lui

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in cremonese mi chiede di posare accanto al termitaio, che è mastodontico, a forma fallica, mi


mancava proprio, anch'essi pernotteranno a Isalo all'Hotel de la Reine, non c'è scelta, gli unici
alberghi sono per miliardari; gli chiedo se ancora non hanno visto una qualche indigena a seno nudo
o un qualche negro col batacchio fino alla rotula e mi dicono di no, io nemmeno, sospiro, ma allora
dove e a chi le hanno scattate le foto del dépliant così suggestive fornitemi dall'agenzia viaggi? Ci
hanno ingannato, concludiamo: tette al vento niente, termitai tanti. Cazzi? Quelli dei cavalietti.
Il cremonese: «Ma lei non ha la macchina fotografica, non fa foto?».
Io: «Detesto fare foto, detesto anche farmele fare, e quando posso fare a meno non mi tiro indietro,
cioè, non vado avanti no...».
Sua moglie, una biondiccia coi capelli corti sparati: «E come fa a ricordarsi? A una certa età i
ricordi sbiadiscono...».
Io: «Oh, i ricordi sbiadiscono a tutte le età, crediamo di avere dei ricordi solo perché abbiamo quei
ricordi, ma non siamo per l'appunto in grado di ricordare quelli veramente insostituibili, quelli
persi...».
Il cremonese, pallido come un torrone: «Ah, io senza foto sarei perso, noi facciamo safari
fotografici anche sottomarini, con la cinepre-

sa, in Nuova Guinea, alle Galapagos, e poi una volta a Cremona...».


Lei: «Nel Mar Rosso andavamo vent'anni fa, adesso come vai sotto il pelo dell'acqua ti ritrovi in
cinquanta che ti manca solo il vigile con la paletta per lo smaltimento del traffico, no, lì noi no.
Facciamo safari fotografici sotto i Caraibi, nelle isole Turks, e poi una volta a Cremona...».
Io: «Una volta a Cremona mettete su il filmino e vi ricordate di ricordarvi».
Mi guardano un po' torvi; noi siamo teche dell'oblio, quello che non resta impresso nella memoria
da sé non va provocato a restare a tutti i costi tramite un album di ricordi, uno finisce per non avere
più ricordi veri, sono i suoi ricordi artefatti a avere lui.
Il cremonese, incontentabile: «Posso farle delle altre foto con mia moglie e una manciata di
cavallette?».
Io: «No, una basta».
Il cremonese: «Ah, una sola cavalletta? Questa è buona! E lei sarebbe allora una cinepresa
vivente?».
Io: «Io prendo appunti, ma quando li elaboro non vedo più né lei né sua moglie, che siete stati
appuntati qui nel mio taccuino, né la circostanza né le facce né i paesaggi. Grazie agli appunti vedo
le sterminate e epiche val-

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late della mia scrittura mentale: ne scelgo un'aiuola o un'armatura abbandonata dalla Storia o una
larva, credo a caso, ma potrei sceglierne un'altra fra un'offerta di altre diecimila, e ne faccio la
radiografia, dico cos'è, soprattutto cosa mi suscita al contatto, come dire, della penna sulla carta,
perché scrivere è muovere guerra a quanto non verrà più scritto ma incalza con odio vendicativo...».
Magari non dovevo lasciarmi andare a tanto, in fondo sono solo accanto a un termitaio con coppia
sui sessanta senza figli con Kodak.
La moglie, comprensiva: «E poi va in televisione a litigare. Che bravo! Noi la seguiamo sempre,
sa. Ma perché quella volta al "Maurizio" ha detto che i preti sono tutti culattoni? A me non risulta».
Io: «Ah nooo? Mi sentivo in pace col mondo e volevo fare un complimento anche a loro, è il solo
che mi è venuto in mente lì per lì».
Lei, sbattendo le ciglia: «Ma guardi che un prete una volta ha fatto la corte a me!».
Io: «No! Allora era proprio come volevasi dimostrare».
L'Hotel de la Reine è di incredibile bellezza, come Anne la rossa, la proprietaria che fa tanto Jane
Birkin arrivata alla fine di Je t'aime, moi non plus e pronta a ricominciare con un

sospiro se possibile ancora più di pancia; sistemato in un'oasi irrigata oltre ogni dire, fa balenare
splendidi giardini e prati inglesi a ogni angolo; la piscina giace sotto una scalinata di rocce naturali
su cui sono assiepati gli indigeni dei villaggi circostanti che non possono fare il bagno ma possono
fare gli spettatori e sganasciarsi, puntando l'indice, quando arriva sui bordi una vecchia turista in
bikini, con le mani e le braccia e le linguacce imitano i culoni e le tettone a mollo, ridono e si danno
piedate e gomitate che li mandano a gambe all'aria e li fanno rotolare giù dagli scalini, finché due
vecchie svedesi sale e pepe a seno nudo, che avevano fatto il loro ingresso con una qualche
civetteria e pretesa di naturalezza nordica malgrado gli orrori della macellazione femminile che
presentavano all'arena di sfaccendati, si rendono conto a chi sono indirizzati gli sfottò, escono
dall'acqua come se niente fosse ma una, quella che non ce la fa più, si indirizza alla turba vociante e
con tono accademico sentenzia, «Voi ridete di noi e noi ridiamo di voi», e le due trippose valchirie
incazzate nere si rimettono gli accappatoi e battono in ritirata.
Fra le palme in terza fila, abbastanza lontane, talvolta incede e scompare la capigliatura

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corvina di una dea picassiana solo testa tagliata che va, rispunta, occhieggia verso noi bianchi, e
parecchi indiani di grande casta coi loro bambini, qui a goderci il tepore del tramonto calandoci in
acqua quando ci va. Il sole adesso fa aureola alla corona in testa alla Regina di Isalo da cui prende
nome l'albergo, una scultura naturale dalle fattezze muliebri, elaboratissima acconciatura compresa,
sporgente dalla roccia di un faraglione e, ah sì, di tanto in tanto, oggi, viaggiando, un arcobaleno,
enorme, di chilometri e chilometri di semicerchio, una specie di incoronazione che ti stava dietro,
sopra e davanti, il fenomeno più vicino all'infinito saldato al finito che io abbia mai visto in vita
mia, dell'arcobaleno mi ricordo adesso perché una bambina di forse nemmeno due anni è piombata
in acqua con un costumino stile anni Venti, a righe di tutti i colori dal collo ai piedi, e nuota a
farfalla, la turba malgascia ammutolisce come tutti e tutto intorno, la bimba, che avevo già visto in
braccio a Anne la proprietaria, piroetta come una celebrità consapevole dello spettacolo unico al
mondo che sta offrendo, esce dalla piscina usando la scaletta e ogni sguardo la segue avanzare verso
il suo magnifico regno, un'ochetta di legno con lo spago, poi più niente, senza la bimba è diventato
tutto vuo-

to, anche gli astanti si disperdono, tutto si disperde.


Per me, che resto qui a scrivere della bimba e dell'arcobaleno di oggi pomeriggio, è come se
quell'enorme arcobaleno di chilometri e chilometri fosse venuto a condensarsi in questa minuscola e
portentosa, anfibia, autonoma creatura umana per infondermi coraggio. E il coraggio disdegna la
speranza fideistica, poiché ne è il ribaltamento civile all'ennesima potenza. Il coraggio è tutto, è il
segno che da identità alla persona: niente coraggio, niente persona. Esso, in un attimo, da
concretezza a tutte le ere del pensiero individuale, è come la picconata ultima che fa diventare la
sorda roccia lo zampillo appena silenzioso che ne scaturisce e porta vita.
Il maschio è un triangolo che si fa comprendere da un cerchio o, come me, essere raro, inscrive
dentro di sé il cerchio che gli abbisogna per scivolare attorno alle pareti della percezione senza farsi
troppo male, senza farsi troppe illusioni sulla superiore spigolosità del suo intelletto; da solo,
escluso dal gioco dei viventi fra loro, ho creato tuttavia identità, richiami interni che bruniscono la
mia relazione con me, io non mi soffoco nel mio isolamento, io prendo dentro e respiro assieme. La
persona veramente sola e disperata è sem-

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plicemente spossessata di se stessa, sempre per vigliaccheria, e se la cosa gli pesa, gli peserà sempre
più, perché scruta fuori invece di tornirsi uno sguardo, un autoscatto intellettuale sul proprio
imperdibile panorama. Io non posso essere solo, visto che so stare per mesi e mesi da solo, ma molti
sono i nessi costanti col mondo; credo al mio cervello almeno quanto il mio cervello si è convinto a
farmi fede, non ho bisogno di conferme e di consolazioni esterne per darmi consistenza; certo, se
ogni tanto c'è un costumino da bagno buffo addosso a una bimba straordinaria è meglio.
Chi può vantare come me, scivolando adesso nel sonno, la rotonda e accomodante e carezzevole
compagnia di due simili arcobaleni così remoti venuti a toccarsi per me in un giorno solo, chi?
(Non è necessario restarsene a casa propria per concepire sciocche sublimità alla Kunde-ra o alla
Chatwin, si possono fare anche nove ore di volo e quattro giorni di fuoristrada.)
14 aprile, martedì. La guida locale è famosa a livello internazionale, si chiama, o l'avranno
apostrofato, McGrove, che sarebbe come dire Gigi Boschetto o Gigi Viottolo, ha i capelli fulvi,
quarantanni ma ne dimostra cento e

è minuto come un lemure, marrone. Mentre prendiamo una scorciatoia che attraversa gli orti di
patate di privati, mi racconta che i banditi fino a poco tempo fa qui erano coalizzati con i gendarmi
nel furto del bestiame e che «Nell'89 hanno ucciso mio padre e mia madre e tutti i nostri zebù sono
spariti. Per un po' ho fatto il portatore, sempre zaini e casse di provviste a spalla per i vasaha
bianchi, e la guida, davanti, che non faceva niente e parlava soltanto e poi si sedeva con i vasaha
accanto al fuoco del bivacco. Io sono analfabeta ma mia moglie ha fatto il liceo, leggere e scrivere
non sono mai state cose né per gli uomini né per le donne Bara, poi sono diventate cose anche per
donne e allora ho dovuto imparare anch'io, un uomo, e intanto prestavo orecchio alle guide che
parlavano e ho imparato tutto del posto e degli animali e mi sono detto, domani mi metto in proprio
e comincio a parlare anch'io. E Cousteau ha voluto me per il suo documentario sul Madagascar, e da
allora è stata fatta, da anni non porto più niente, parlo solo».
Ci siamo inoltrati nella savana verso il Canyon dei Ratti e quell'altro chiamato impropriamente
delle Scimmie dai primi europei, che le confondevano con i lemuri, molto più antichi; c'è un
divertente gracchiare di ra-

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ne, grosse come polli, e sugli arbusti non è raro incontrare il Cardinale, dal piumaggio porporino e
vaporoso e ora particolarmente brillante perché è la sua stagione dell'amore «e il sangue sprigiona
più rosso»; marciamo a passo antimalgascio, sostenutissimo, copriamo circa quindici chilometri su
e giù in due ore, McGrove e Angelo si congratulano con me per la speditezza e la tenuta di fiato,
incontriamo giovani donne sole e robuste con ter-recotte sulla testa o sacchi portati a spalla, vanno
al villaggio a vendere i loro prodotti e a fare provvista di sale e di zucchero, tutte che salutano con
aria timida e paziente. Finalmente arriviamo nel Canyon dei Ratti e dobbiamo stare in assoluto
silenzio altrimenti la fauna scappa via, conto due lemuri fulvi e sette bianchi, ma non della specie
più evoluta e quindi buffa, di quelli che sgambettano come umanoidi sulle zampe posteriori, per ora
quel po' in offerta è una vera fortuna per l'occhio, ma sono su rami talmente alti che ne vediamo la
pelliccia ma non le espressioni da servetta goldoniana come da dépliant, e improvvisamente
veniamo circondati da un gruppo di sessanta liceali di Tara in visita ecologica, cantano un Alleluia,
fanno fuggire anche gli scarafaggi dal terrore e poi si mettono a gruppetti sparsi per tutto il
boschetto e

su ogni insenatura dei fossi e scartano le loro cibarie e si fanno il segno di croce. Siccome c'è acqua
fresca dappertutto, chiedo il permesso di fare un bagno ma non lì, e partiamo su per la gola dove
ogni tanto c'è una polla d'acqua smeraldina e poi verde cupo, devono essere profondissime, sono
acque arcane, imperscrutabili, vagamente minacciose, non voglio pensarci oltre, mi tuffo in quella
più scura e alla testa mi sale il sospetto che un mostro degli abissi sta nuotando dal basso verso le
mie gambe per prendermi e trascinarmi giù a fare un po' di cabaret, mi sento mancare
dall'autosuggestione e dal costume di scena invero povero se vogliono da me un numero un po'
speciale, bevo anche un po' dall'autospavento e nell'uscire metto piede, per sfida, dentro un terriccio
particolarmente rosato e melmoso e fascinoso, fa resistenza al mio peso, niente paura, e nel
sollevarmi con l'altro piede sprofondo giù fino alle cestole in meno di tre secondi, Angelo e
McGrove stavano a riva lontano una decina di metri mangiando una mela e voltandomi le spalle
perché ero nudo, visto che non volevo fare il ritorno con addosso gli indumenti bagnati, mi è venuto
istintivo di gridare e di ridere, ma poiché prima ho riso poi non ho più gridato e ero già in salvo
sulla terraferma e non

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gli ho detto niente... steso a rabbrividire nel rosa spento della sabbia guardo in alto le scoscese pareti
della gola a picco sui miei occhi, i profili delle due montagne accostate formano contro il cielo un
labbro inferiore immenso e immensamente imbronciato, ho la sensazione di essere stato fagocitato
nella laringe di un segreto di cui scopro il miserabile trucco ma non so dire cos'è, tremo, penso per
esempio che non morirò mai, che starò sempre lì e che ci sarò ancora, assunto dalla sabbia rosa
spento, sabbia pensante lo scorcio che la racchiude da qui all'eternità. Mi alzo di scatto e voglio
rientrare subito.
Sulla via del ritorno, McGrove mi indica una casa sul cocuzzolo di un monte distante alcuni
chilometri:
«Ci abita quello che noi consideriamo il nostro Re, il Re dei Bara, ha settantadue anni e
cinquemila zebù, trentadue fucilieri al suo servizio e tre mogli.»
Io: «Ha una bella casa?».
«No, come tutti gli altri.»
Io: «Con piscina almeno?» cazzeggio.
«Non ha neanche l'elettricità.»
Io: «Ha molti figli?».
«No, neanche uno, le mogli sono tutte sterili...»
Io: «Ah, le mogli, non lui! E allora cos'ha
più degli altri per vivere da miliardario e essere considerato un re?».
«Casse di cartucce finché vuole. Nessuno può rubare niente a lui, lui tutto quello che vuole a
chiunque.»
... sono un radicale mite; anch'io, come Sa-de, non sono mai stato capace di obbligare qualcuno a
essere felice. Non ho mai trascinato nessuno, servendomi della sua debolezza di mente e di
carattere, nell'avventura della mia mente e della mia persona sociale; non ho mai fatto proseliti e,
indifferente sin da ragazzo al carisma della dipendenza sessuale come esercizio del potere del
pezzente su qualcuno ancora più pezzente di lui, non ho mai voluto convincere nessuno a stare dalla
mia parte, a rischiare se stesso per amor mio e del mio sesso. Secondo me, secondo la mia filosofia
della libertà, chiunque pensando con la propria testa e tutt'altro di quanto penso io, pensa già come
me. Uno così non può essere, come me, suddito di qualcuno, nemmeno mio. Chiunque metta in
moto la difficile disciplina di essere se stesso e di aspirare radicalmente in ogni istante della sua vita
all'invenzione più rivoluzionaria e meno caduca e offensiva del mondo, è già me. Peccato che tipi
simili non esistono, non almeno fra le poche migliaia in cui mi sono imbattuto io; mi

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sembra che chiunque, a parte me, è inevitabilmente quell'altro che lo tiene sotto o che da lui è
tenuto sotto, chiunque è un altro a caso, il che sarebbe meraviglioso se, oltre all'estetica ferrea di
non scadere a considerarsi un superuomo ma un uomo qualunque come chiunque altro, fosse anche
se stesso, unico, semplice, non gregario di qualcuno, memorabile e infinitamente, per me,
commovente... madre e figlia accucciate per terra ai bordi del villaggio pelavano cavallette fritte e
offrivano assaggini ai passanti, mi sono schermito di nuovo ma, gli ho detto comperandone un
foglio di giornale a cono, per me le cavallette fritte vanno bene solo con le olive da una parte, le
mandorle salate dall'altra e in mano un Campari Soda, che staranno ancora lì a chiedersi che diavolo
di animale fritto è.
All'imbocco del sentiero dell'albergo c'era un occidentale occhialuto, forse un olandese, sui
quaranta, seduto su una pietra in attesa di un qualche mezzo di trasporto pubblico, ovviamente non
per sé, e accanto a lui una ragazza malgascia, di nemmeno vent'anni, con dei fagotti sotto le gambe,
lui guardava davanti a sé e lei, una paesanella senza arte né parte, guardava lui, di sottecchi,
masticando un filo d'erba; non si scambiavano una parola ma era evidente dal distacco insistito

che i due erano... erano stati insieme per qualche tempo e che ora lei veniva rispedita dove lui
l'aveva presa a nolo, sono rimasto su una roccia circa una mezz'ora a guardare le due schiene, un
tempo infinito per uno così, che graziosamente si piegava a questo fastidio per vederla partire di
persona e sentirsi poi pienamente sollevato; lui non provava il minimo imbarazzo, secondo me era
chiaro a tutti quelli che andavano avanti e indietro cosa stavano facendo quei due, cosa avevano
fatto, cosa stava succedendo a lei e per volontà di chi; infatti è arrivato un camion con dei sedili,
diciamo una corriera senza capete, e lui ha preso i fagotti della ragazza e glieli ha passati, ha alzato
la destra in segno di stanco saluto e lei è rimasta in piedi sulla sponda del camion a guardarlo
camminare verso l'albergo fino a che la prima curva non l'ha inghiottita. Fanno così, prendono su
una ragazza dove capita e, dove capita che si sono stufati, la mollano con un po' di denaro e magari
con un ovulo fecondato in grembo... ho cercato invano il suo sguardo quando è arrivato all'altezza
della mia postazione, macché, era placido e senza espressione, di quell'alterigia neutrale che mai ha
dovuto essere messa in discussione, come se avesse spedito per posta, e dunque nella maniera
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più civile, un piccione viaggiatore azzoppato; ecco, nella mia vita, per esempio, non c'è da registrare
un simile, pacìfico crimine, e peggiore di qualsiasi crimine conosciuto perché questo non è né
contemplato né perseguibile e ho invidiato quell'uomo almeno quanto l'ho disprezzato, anche se il
mio sentimento era tutto con la ragazza in ciabatte e i suoi fagotti che insisteva a sorridere anche
una volta sul camion, tanto che mi sono sentito male dalla pena, brutale, che doveva accompagnare
la vita di quella ragazza smessa come un paio di mutande cui s'è rotto l'elastico, mentre chiunque
direbbe che per lei è normale così, anzi, s'è presa una vacanza e è stata pure pagata e che è pur
sempre un bel cambiamento rispetto allo stare a masticare fili d'erba sulla soglia di una capanna di
fieno o di cemento armato, come se la ragazza non avesse un sistema sentimentale solo perché non
ha osato sperare di più o come se stare una settimana con un uomo bianco e straniero che l'ha usata
come un reggipalle escluda che lei abbia potuto sentir nascere nelle sue ingenue viscere una qualche
timida adorazione per lui, una speranza di far parte. Chissà se parlavano una lingua comune, anche
se io lo escludo, per tutto il tempo saranno stati insieme a gesti, altrimenti almeno

una fioca eco di una loro frase adesso mi sarebbe giunta.


Sono sicuro che un tipo così, biondo e occhi chiari, begli scarponi chiodati, bella cintura di
coccodrillo, bell'abbigliamento di lino, bella montatura di occhiali, bell'orologio di marca... e,
soprattutto, quella disinvoltura vicina all'indifferenza propria dell'alta borghesia che non da
spiegazioni né scade nei cosiddetti moralismi che perdono tempo nell'etica del mutuo baratto... be',
sono sicuro che un tipo così, corretto, freddo e sanguinario senza averne l'aria, ha la mentalità giusta
per godersi la vita. Ma io soffro troppo per niente, dove finirà mai tutto il dolore che mi procura il
dolore degli altri? perché mi procura dolore anche lui, adesso, non solo lei? come mi permetto?
L'importante è non confondere la rabbia, politica, con la cattiveria, umana, poi non m'importa se
provo compassione per un eccesso di sensibilità o di insensibilità. Del resto, sentire senza
trasmettere o è sempre a buon mercato o non costa niente, e spesso è per facilità prossimo allo
scriverne in generale senza comunicarlo di persona ai diretti interessati. Ma se non fosse che io ho
dato a me stesso parecchie prove di essere l'uomo che sono a faccia a faccia, non avrei alcun
rispetto per me scrit-

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tore davanti alla faccia inerte di una pagina bianca che non può ribellarsi nemmeno se lo volesse.
Dunque, questa scorta assurda di dolore non mi riscatta ai miei stessi occhi e nemmeno lo provo
come se mi arrogassi il diritto di considerarlo mio, qui a fare le veci del dolore che dovrebbe farmi
sentire vivo in prima persona e che nessuno di specifico mi fa sentire; so che è un dolore insensato e
scioccamente messianico, lo tengo a bada, non gli permetto di debordare fuori dai suoi confini e di
diventare me, di sostituirsi a me, uomo senza più un dolore suo causatogli da un altro uomo; è un
dolore vero e falso allo stesso tempo, come la carta che lo contiene, perché io non ho rincorso quel
camion per dare una parola di conforto a quella ragazza, non ho affrontato di petto il suo disinvolto
sfruttatore, non ho rischiato niente stando seduto su quel masso a contemplare la precipitazione
verso il male casereccio e la malinconia fatale di un destino, anzi, di due, e quello che sto rischiando
adesso, scrivendone, è troppo poco perché non ne denunci almeno la dubbia integrità intellettuale.
E se non fossi altro che un imbecille istruito, lì a vedere le altrui tragedie raffinate e mute per
distogliere rocchio dalla sua così pacchiana e roboante? Quando vivrò mai io senza im-

portunare le tragedie altrui che nessuno vede, nemmeno i diretti interessati?


Vita, se non sai fare la tua comparsa in altro modo, da' qualcosa di sporco e di tragico e di
invisibile e di non perseguibile anche a me.
Oh, ma mi dico, qualcosa di sporco te l'ha messo sotto il naso migliaia di volte, sei tu che sei
troppo schizzinoso. Se solo ti fossi accontentato del sotterfugio invece di pretendere la franchezza
ideologica, ne avresti a-vuti mille ai tuoi piedini, tesoro, non solo seimila davanti e didietro; se ti
fossi accontentato del codice così com'è, a quest'ora avresti miniato anche le rughe del buco del culo
e te lo esporrebbero al Kunsthistorisches Museum di Vienna. Ah, se non mi facesse così schifo il
pensiero che per essere felici bisogna bere quel sangue umano che per tutti gli altri è camomilla al
frutto della passione del peccato! E Sufulu, che ovunque alloggia presso parenti o dorme nel
fuoristrada perché solo le guide hanno diritto di ospitalità negli alberghi, si rimette al volante di
primo mattino e via per altri guadi, togliendo tronchi da altre piste, uscendo dall'abitacolo quando la
strada è troppo stretta e lo strapiombo sotto troppo a filo.
Attraversiamo Ambatoloca e, mentre resto incantato a ammirare le acconciature rinasci-

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mentali delle ragazze con infante a tracolla e cesta di riso sul capo, Angelo mi racconta di una
infamia orribile sul posto dove siamo diretti, Tulear, e a suo dire tutto meno che diceria, secondo la
quale i bambini dei pescatori delle spiagge del Sudovest sono terrorizzati dai vasaha bianchi perché
c'è una nave, dotata di sala chirurgica, che salperebbe dalle isole Comore e di Réunion, calerebbe un
vascello a mare e rapirebbe chiunque al di sotto dei sedici anni per fare incetta di organi da
trapianto. Cavano reni, fegati, occhi, cuori e poi vanno al largo, avvicinandosi alla costa africana più
ricca di pescecani, per sbarazzarsi delle frattaglie umane morte o ancora mezze vive che siano. La
scomparsa di troppi bambini negli ultimi anni, e resti umani trovati nelle pance dei pescecani, hanno
suffragato questa storia, ma le autorità non vi danno alcun credito, poiché qui nelle campagne e
sulle marine nessuno ha la carta d'identità, nessuno è registrato a un'anagrafe, perciò se scompare
non è mai esistito.
Siccome faccio un po' fatica a addormentarmi a causa delle urla dei bambini nel cervello, lavato
quattro paia di calze, tre di mutande, una canottiera, poi sega, fisiologica, per dare sollievo alle palle
troppo piene e neglette, e comunque sarebbe un peccato es-

sere in Madagascar e non approfittarne addirittura.


Verso mezzogiorno abbiamo fatto una deviazione, sempre dentro la riserva dell'Isalo, e Angelo e
Sufuhi mi hanno portato a una piscina naturale, dopo una bella scarpinata che volendo andare
sempre dritto potrebbe durare anche dieci giorni di panorami di tutti i colori; mi ci hanno portato, sì,
per fare il bagno e un massaggio naturale sotto le cascatelle, ma soprattutto per farmi vedere un
monumento nazionale, l'impressionante testa di coccodrillo a fauci spalancate che spicca fuori dalla
roccia come un fossile di dinosauro scolpito dalle piogge e dall'erosione interna, c'era anche la
famigliola di Carpi con autista e guida, una malgascia moretta slavata che ha vissuto quattro anni a
Roma perdendo un paio di denti ma mai la pazienza, i quattro più la schiava indigena stavano
facendo il sentiero del ritorno, ci siamo salutati e lui mi ha detto che di notte fa piuttosto treschino e
la moglie che è meglio mettersi un maglione e entrambi che «il Madagascar è il regno della natura»,
ho sospirato e hanno avuto diritto a una mia risposta, «C'è tanto verde incontaminato che a Modena
gli immobiliaristi se lo sognano», visto che tanto il diritto di voto l'avevano già e non c'è più niente
da fare.

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Siamo arrivati a Tulear alle tre del pomeriggio, gran canicola, l'unico albergo decente è lo
Scorpione, in camera il condizionatore-bulldozer fa un tale fracasso che mi spinge subito fuori;
faccio notare a Angelo, sempre impeccabile nelle sue camiciole a manica corta fino al gomito, come
non sia mai apparso il formaggio nei nostri pasti, strano, con tutto il latte di zebù che devono
produrre, no?
«I francesi se ne sono andati e non ci hanno lasciato niente, non ci hanno insegnato niente, né a
amministrare né a cucinare né a preservare i cibi né la profilassi venereologica né la scuola, niente,
figuriamoci se ci lasciavano la ricetta della produzione dei formaggi. Il formaggio c'è, se lo vuole,
ma tutto d'impor-tazione. Francese. Carissimo, roba per i ricchissimi.»
«Scusa, ma io che sono?»
Tulear è bruttissima, invasa dalla polvere dappertutto, alberi, auto, ali di pipistrelli, parafanghi,
capelli, sottane, tutto trasporta una polvere sottile più prodotta dal degrado dei casamenti che dalla
savana, è una fermata di passaggio vuoi per Ifaty vuoi per Fort-Dauphin, niente di più per nessun
viaggiatore. E solo un matto come me poteva comperare in fretta e furia, prima che la nonnetta nera

nera sbaraccasse dal marciapiede, quaranta conchiglie di tutte le fogge e colori.


Mentre Angelo e l'autista mi aiutano con i cinque sacchi di plastica che scoppiano di madrcperla,
arriva trotterellando una bambina sui dieci anni seguita da una sua amica; solo quando mi è vicina a
un metro mi rendo conto della vera età, da lontano sembrava una puttana nana: occhi neri e grandi e
resi ancor più grandi dal mascara, labbra imbellettate, unghie rosicchiate ma smaltate di rosa, un
gonnellino azzurro che le arriva sì e no alle chiappette tutte in fuori, una posa da donna di vita come
raramente mi è capitato di vedere in vita mia in una di mestiere; i miei due attendenti perdono più
tempo del necessario dietro l'auto, nascondendosi col coperchio del bagagliaio; la bimbetta si sarà
voluta salvare dalla pessima educazione impartitale dai missionari o forse sarà una loro creatura
preferita? per adescarmi prova varie frasi in varie lingue, francese, inglese, italiano e, imbroccato
l'italiano, mi chiede se voglio seguirla lì vicino dietro una tenda del negozio di chincaglieria che ha
«una cosa da farmi vedere, no pelo», l'amica concorrente che si fa più vicina è accolta con una
gomitata nel fianco che la fa rinculare e allontanare definitivamente, io cerco con gli occhi soccorso
ma i

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due non la finiscono ancora con la sistemazione delle conchiglie, faccio finta di niente, mi chiede
delle caramelle, delle biro, un quaderno, si gira e si solleva la gonnellina fino alla vita e con la coda
dell'occhio mi guarda e dice senza alcuna malizia, «Culo solo cinque dollari», in italiano, «Allora,
vi sbrigate?» grido ai due con quanto panico ho in corpo, e Angelo dice, «Noi credevamo che...»,
mi raschio bene in gola e lo fulmino con uno sguardo di collera arricchita dal moralismo che non ho
affinchè capisca bene una volta per tutte che genere di uomo potrei essere o intendo essere e
partiamo, la puttana bambina non demorde, incolla la faccia al finestrino, mi fa segno di tirare giù,
apre la bocca e fa andare la lingua dentro e fuori in modo inequivocabile, gli occhi sono come
morti, non partecipano all'azione, come trapiantati da una bambola, sembrano di vetro nero senza
riflesso, l'amica la chiama, sta arrivando una jeep con due uomini bianchi a bordo, le grida,
«Dollari», e credo sia proprio il suo nome d'arte.
16 aprile, giovedì, quattro del mattino. Il sibilo di guerra di una zanzara mi sveglia/è finito il
serpentone che le stordisce senza ucciderle, mi passo l'Autan su tutto il corpo e mi

viene in mente che stavo sognando un sogno non mio, avevo la certezza che stavo sognando un
sogno con la testa addormentata di un altro di cui ignoravo tutto a parte questo suo sogno, dove era
questione di una ragazza madre spagnola e di sua figlia, di pochi mesi, delle quali mi ero
fraternamente, forse paternamente, invaghito e che non riuscivano però mai a vedermi, che erano
quasi infastidite dal fatto che io, ovvero qualcuno di cui avvertivano la presenza senza sapere chi
potesse essere, le usassi in un sogno; cercavo di dirgli che non dipendeva neppure da me sognarle, e
mi scusavo, ma come dietro una barriera invisibile, e loro non mi sentivano anche se continuavano a
guardarsi intorno; il padre della neonata, un famoso industriale dei gioielli più vecchio dell'amante
spagnola di quasi quarantanni che nel sogno non compare se non come informazione che non fa
sapere neppure come mi arriva, si era presto stancato dell'intraprendente ragazza che aveva avuto la
disattenzione di restare incinta e aveva affidato la bimba a una vecchia tata per la quale lui aveva
avuto un ritorno di fiamma; la tata, una specie di strega dal naso a patata e il caschetto
esistenzialista, sentendo venuto il suo grande momento di rivincita, si era rivolta a me per crescere
la bambina, che lei

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non intendeva allattare perché il latte che si stava facendo venire era tutto per il suo beniamino di
quasi settantanni, e io non aspettavo altro che poter avere l'esclusiva di una bambina orfana da
accudire e che non potesse sfuggire mai alle spire del mio affetto; la bimba si era rivelata presto un
disastro, a parte il viso di grandezza normale, seppure un po' gonfio come di mongoloide, era
composta da stuzzicadenti usati color carne e come già spezzati in più punti, era così fragile che
solo cambiarle i pannolini era un attentato alla sua incolumità, non sapevo proprio come fare per
tenerla insieme, alla fine ero così provato dalla spossante destrezza che mi occorreva per non farla
franare e disperdere nella sua cacca che mi mettevo a piangere in disparte, non mi riconosceva,
come la prendevo in braccio le mani non erano più le mie, ma di chissà chi, e lei ritornava
bellissima e fatta di carne; io e la ragazza madre spagnola, lussuosamente accasata col suo magnate
more uxorio ma ormai prossima alle nozze ufficiali, eravamo al cinema, davano un film su sua
madre, la proprietaria di una ferramenta ma-drilena che quale imminente suocera di industriale
gioielliere si sente socialmente riscattata e va a schettinare sulla terrazza della regina Sofia di
Borbone, ma io dopo le prime

inquadrature mi dimentico completamente della mia vicina di poltrona e dopo non so quanto, credo
per tutta la durata del primo tempo che costituisce un sogno in sé fatto delle peripezie mondane
della funerea ma scatenata suocera del vecchio orafo, mi giro verso la mia vicina e le dico, «Non ti
sembra che tua figlia sia troppo magra?» e lei, sospirando, «Taci, me l'hanno già fatto notare anche i
suoi quattro fratellastri che è magra come uno stecchetto, ma per pulirsi i molari è l'ideale», ma è
chiaro che non si sta rivolgendo a me, che qualcun altro ha preso il mio posto nel cinema; poi
passano dodici anni, la bambina ne ha quattordici, non è particolarmente bella né ben sviluppata né
espressiva, indossa un cappottino a doppia fila di bottoni dorati, non ha avuto né sua madre né suo
padre né tata né me, va in giro sospingendo un passeggino vuoto, è una piccola barbona che vaga a
palpebre chiuse e quando le apre ha due buchi gialli, le hanno cavato gli occhi al primo momento di
crisi economica e del crollo dell'oro, e accanto le passa un uomo di cui vedo solo il tronco, ha mani
abbronzate e piene di macchie di vecchiaia, e ecco spuntare da sotto la giacca i polsini bianchi della
camicia e lì, quali gemelli, splendono uno per polsino due occhi vivi incastonati in lacrime di bril-

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lantini, mi sveglio al grido di guerra della zanzara in picchiata su di me e mi chiedo che storia
insulsa sia questa, se ne devo cavare una premonizione o almeno una incazzatura.
Come no: che anche i miei sogni non mi riguardano mai molto, appunti che ne prendo a parte, e
che nella vita posso permettermi solo la stoffa in conto terzi del pettegolo, mai la patta con cerniera
in proprio e acqua in bocca del viveur.
Ah, se fossi rimasto attento a non allontanarmi mai dall'odore di mutande di donna futura che
emana dal cavallo di ogni uomo che possiede un presente! probabilmente avrei avuto una vita mia
come chiunque ne abbia una, e dunque corredata di sogni suoi propri e della sua propria bella
interpretazio-ne dei sogni medesimi, cioè un passato, leggi un odore di mutande smesse da lei e
rimesse da lui senza lavarle. M'incuriosirebbe sapere chi stanotte ha usato la mia testa per produrre
questo sogno, di cui potrei dire poco ma dì sicuro che non è mio.
Metterò un avviso: fatto sogno taglia sconosciuta, colore altro da me, persone evocate pure, chi
l'avesse smarrito è pregato contattarmi appena sveglio.
L'albergo è attaccato alla discoteca più famosa dell'intero paese, la Tza-Tza Disco, due

ragazze-guida volevano andarci, sottintendendo con me, sono un po' deluse perché entrambe hanno
a che fare con coppie già formate e gli italiani in compagnia delle mogli sono quanto di più ipocrita
esista nel mondo del turismo, mi dicono, e la voglia m'è passata del tutto. Come possono romperti i
coglioni per strada se sei da solo è al di là di ogni spirito di sopportazione, tutti tirano un pousse-
pousse vuoto e la caccia al turista è senza tregua. Ti vengono quasi addosso, ti strusciano con le
ruote e anche se devi fare trenta metri per sgranchirti le gambe vogliono portartici loro, è un inferno
di scheletri pazzoidi che vogliono roderti un po' di carne, rientro subito, e poi si lamentano
dell'invasione delle cavallette, e nell'atrio finisco la lettura di Altri abusi.
Per dire quanto si cambia - e non si fa mai in tempo a rendersene conto -, ho riletto questo libro di
viaggi per la prima volta da quando fu pubblicato, nel 1990, quindi un millennio fa, e mi sono
scandalizzato, io, che l'ho scritto! Ma devo riconoscere che ne sono molto fiero, con mia grande
soddisfazione posso affermare che è un testo dall'accecante bellezza, forse proprio per i suoi sprazzi
di orgogliosa brutalità materiale. Allora come adesso, nella vita dico poco, sì e no, anche

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perché nella vita manca l'occasione, cioè la persona giusta, per dire di più, ma quando scrivo, scrivo
veramente tutto ciò che vedo e scopro al limite dello stesso istinto di conservazione non solo mio
ma della specie. Però ci sono passaggi, e episodi, che francamente mi hanno tolto il respiro: ma
davvero li ho scritti io? e tutta questa puntigliosa e fantasiosa descrizione ormonale, tutta farina del
mio scroto? Se avessi un figlio, non so se sarei contento se lo leggesse: non se avesse ormai più di
dieci anni. Perché fare a undici quello che si può fare a nove? Credo che tanti miei libri
traumatizzano solo gli adulti digiuni di folle sincerità e di totale presa in giro della morte, ma che,
proposti all'infanzia, troverebbero la loro giusta collocazione spirituale, perché i bambini sentono
nella stessa maniera in cui li ho scritti io. Togli dallo scrittore il bambino refrattario all'asilo e avrai
un segretario di sede.
Angelo ha insistito perché mi munissi di schede telefoniche e evitassi di chiamare dagli alberghi,
ci sono ottime cabine telefoniche pubbliche nei pressi dei grandi alberghi e il collegamento è dei più
facili e veloci. Allora, nel buio più buio della strada, attento a non pestare banane e ortaggi marci,
mi dirigo verso l'unico punto di luce al di là della strada e

mi infilo in una di queste cabine telefoniche. Compongo il numero sotto lo sguardo attonito di
quattro gechi piccolissimi. Mi fa uno, il più intraprendente:
«Che animale sei?»
Io: «In via di definizione. E tu?».
Il geco, mentre i suoi compagni tendono le orecchie: «Sono della specie Telecom nana».
Io: «Ah».
Occupato.
Rientro.
C'è un puzzino nella mia stanza che non riesco a sapere da cosa deriva, che sia io? È un sottile
odore di materia in decomposizione, eppure sono ancora così bello sodo dappertutto, non riesco a
prendere sonno, mi sembra di essere dentro un magma di pesce marcio, vado in bagno, mi farò una
doccia e... ma sì, sono loro, le conchiglie nei sacchetti lì nella vasca! Ne sollevo un paio e le porto al
naso: sono ancora piene dei loro molluschi mezzo vivi!
E allora comincio il bucato, le metto in ammollo, ma non basta l'acqua fresca, scendo in portineria,
convinco il guardiano a darmi della candeggina, risalgo tutto contento e ale, tiro l'alba scecherando
e spruzzando le conchiglie con il getto più potente: la roba che non esce! Per fare più alla svelta mi
spoglio nudo

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e mi metto nella vasca con tutte loro anche se vado riempiendomi di taglietti, ogni tanto me ne
verso una sulla testa, una sirena incantatri-ce non potrebbe profumare meglio di me. Guardavo il
liquame nerastro colare giù nello scarico della vasca e ho sentito tutta l'allegria della fine dei miei
sforzi di diventare umano come nessun altro prima di me. È che sto indebolendomi moralmente e
quindi intellettualmente, non sono più tanto sicuro che ci sia una linea di demarcazione fra sensato e
insensato, chissà se riuscirò più a darmi una dritta, e poi c'è anche il fatto che spudoratamente parlo
a alta voce a cose e animali, non è da molto che ho cominciato, tutto è nato come prova di forza
dell'estetica dell'onomato-pea, un surrealismo fra me e me, c'era un giovanissimo merlo nel mio orto
caduto chissà da quale nido, ho cominciato a portargli pezzi di lombrico e grissini e acqua, lui era
spa-ventatissimo e io ancora più di lui; un giorno, a lui che neppure faceva pio tanto era piccolo,
faccio, «Meememer...liilii...nonono» e è stata fatta. M'è poi venuto il tic delle lucertole e delle
lumache, Testate scorsa ho trascorso tutta una notte a fare le prove coi grilli fino a che ho trovato
l'intonazione giusta e nessuno, di là dalla muraglia, avrebbe potuto dire che c'era qualcosa di strano
in quel disco rotto di

cantilena grillesca. Certo, era un frinire un po' più grasso e basso del solito, poi mi sono detto mai
più, i grilli, a differenza delle ciaco-le delle formiche, sono causa di raucedine persistente.
Mi accascio sul letto soddisfatto, il corpo è cinereo a causa della candeggina e mi sono abituato
all'odore, ripenso a tutte le cose che ho detto a voce alta a ogni conchiglia indistintamente per non
fare torti a nessuna, però, a differenza del geco di poco fa, nessuna delle quaranta ha risposto.
Del resto, le conchiglie sono famose solo per essere ascoltate in quanto eco di frasi mai state, la
conversazione è quel che è. Fra palombari, si sa, non si può pretendere.
Bene, una volta messaci anche l'eco, ramazzo le mie perle oceaniche, sempre più puzzolenti, e è
già l'ora di ripartire, destinazione Ifaty.
Appena in strada, costretti a rallentare a causa dell'ingorgo di carrette, siamo assaliti dall'idiota del
villaggio, un giovanotto pelle e ossa coperto di pezzi di juta che vuole montare a tutti i costi sul
fuoristrada e «andare via», dobbiamo fermarci due volte perché rischia di finirci sotto le ruote o,
peggio, dentro l'abitacolo; la gente per strada ride, lo apostrofa scherzosamente, anche qui una storia
impos-

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sibile da raccontare: del perché uno impazzisce e del perché uno non impazzisce, facendo in modo
che costui sia lo stesso. Si mette davanti al muso dell'auto, grida tutto un discorso di ripicche, si
arrampica sulla capete e si ferisce, un'unghia rotta lascia sul tergicristallo una striatura di sangue e
un brandello di juta, chissà perché ha scelto proprio noi per il suo spettacolo di strada, e tuttavia
senti nei suoi confronti una specie di reverenza popolare, senti che non lo lascerebbero davvero
andare via, che è un bene comune proprio perché non serve a niente, perché è la necessaria mira
dell'indice puntato contro qualcuno peggiore...
A Ifaty, il complesso residenziale, che prometteva di essere una di quelle meraviglie da nababbi, è
una delusione, anche la piscina, come l'albergo, è vuota, mi assegnano un bungalow sulla spiaggia e
non distante dalla terrazza del bar-ristorante, dove non staziona anima viva; non so perché, ma
dovrò starmene qui tre notti; a duecento metri dal mio bungalow c'è un villaggio di capanne, tutta la
spiaggia è piena di negretti pronti per essere espiantati dalla nave-ospedale e tutti guardano
apprensivi nella mia direzione, poi, tutti insieme, fanno un passo in avanti, come se studiassero se
sono un amico o un nemico.

Non faccio in tempo a uscire dalla mia casetta che due ragazzini mulatti un po' meticci...
accompagnati da uno splendore di ragazzina negra dai tratti orientali che ride a tutti denti,
bellissimi, un'aria petulante, piedi nudi con unghie laccate di lillà, con un taglio di capelli a
permanente piatta che potrei definire svizzero tanto non ha niente a che fare con qualcosa di locale e
tuttavia già visto senza poter dire dove... i due ragazzini mi chiedono se gli ho portato gli ami da
pesca che gli avevo promesso, secondo loro, l'ultima volta, e mi dispiace davvero, ma non glieli ho
comperati, dico, senza far notare per ora che quello dell'ultima volta non sono io, poi mi dicono se
voglio comperare, come l'ultima volta, la loro sorella lì presente, il cui nome, che si scriverà Gloglo,
si pronuncia Gluglu, al che spiego per filo e per segno che io sono io, mi dispiace, sono uno nuovo
che non ha mai promesso ami e che loro non hanno mai potuto vedere prima, perché io lì non ci
sono mai stato - evito con ogni cura di guardare di nuovo negli occhi la bambina, quell'altra donna
improvvisa.
Bassa marea, spuntano conchigliette dalle alghe e la coppia di Carpi con le due figlie e la schiava
dietro che li guida e alla quale regolano anche i tempi per le minzioni, è proprio

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un cesso di spiaggia, cellophan, barattoli, chiazze di olio, rottami, piroghe a vela sfasciate e io qui,
nel bungalow più remoto e isolato, solo con un esercito di negretti che impercettibilmente avanzano,
minacciosi come una falange armata, qui da solo con tutta la mia struttura emotiva da tenere sotto
controllo. Guarderò un poco la marina e la lucertola immobile sul ciglio del gradino, tirerò
mezzogiorno. Non è facile mettere il cuore in pace né quel verde smeraldo nel cuore senza sentirmi
annegare di una apnea senza orizzonte. Poi cammino per chilometri dalla parte opposta dei negretti
che danno pedate a un pallone di stracci e canto tutte le canzoni che so, tanto non c'è nessuno, a
parte una farfallina bianco crema picchiettato di nero che mi viene dietro per un po' e mi fa la
claque con le ali, sembra un po' vecchiotta anche lei, si riposa su una conchiglia e non fa in tempo a
scansare Tonda che la risucchia dentro e addio farfallina bianco crema picchiettato di nero che mi
venivi dietro e volevi sapere come va a finire il mio ritornello.
Covo orribili presagi che approfondiscono la mia indifferenza ai presagi orribili, non sarebbe una
brutta idea scomparire da queste parti, portarsi avanti senza dover fare le valigie per il ritorno,
voglio dire qui dentro To-

ceano lasciandone però notizia scritta per non creare casini all'ottimo Angelo.
Sulla terrazza del bar c'è un insolito movimento, allungo la testa, sono solo inservienti attorno alla
solita situazione di merda, vecchione europeo con giovane bagascia locale carica di bigiotteria di
città, lei gli mantiene il boccale di birra a livello e intanto continua a inghiottire arachidi e a parlare
a catinelle e a vuotare il suo proprio boccale di birra, sul tavolo ci saranno una quindicina di
bottiglie vuote, lui ha l'occhio ebete e contento, ogni tanto le appoggia una mano sulla coscia,
esattamente come un cuoco controlla il punto di cottura di una vivanda, lei lascia fare e parla e beve
e caccia giù noccioline e parla e mantiene i bicchieri a livello, sembra un frantoio inarrestabile
dotato di mandibole scatenate e masseteri d'acciaio, lui toglie la mano dalla coscia, non ascolta né
dice mai una parola, rapito in un rincoglionimento confortevole a lungo sudato e ora finalmente
raggiunto, e sospirando di felicità affonda la bocca nella schiuma della birra: nessun cuoco è tenuto
a mangiare la carne che cucina.
Viaggiare da solo è faticoso, non sai mai a chi affidare soldi e documenti, e portarti rutto su di te
ogni volta che vai o stai non è saggio. Capisco che uno che ama viaggiare potrebbe

sposarsi o dire che ama la compagnia solo per questo, per avere la sua cassiera personale al seguito.
Invidio l'impresario di Carpi perché mi è del tutto chiara ora la funzione della moglie, un marsupio
portavalori attaccato a una donna che lo difenderà con la vita.
Alle ore tredici mi rendo conto di allontanarmi sempre di più dall'oggetto di questo viaggio e che
già era non poco pretestuoso quando sono partito, il Madagascar. Nella pe-nombra del bungalow,
steso sotto il ventilatore col suo monotono ticchettio, senza niente da fare e nessuno da incontrare e
niente e nessuno in vista, purtroppo penso, sento e quindi divago. Anzi, abuso di me stesso. È come
se avessi vissuto diecimila anni di troppo, solo un oceano può contenerli senza tracimare...
Per poter nuotare senza accarezzare col ventre spuntoni di scoglio e profili di cozze bisogna
inoltrarsi per circa quattrocento metri, paradiso dei maratoneti d'acqua, dopo un paio di tentativi ci
rinuncio.
Capisco il mal di testa, ma il mal d'Africa no. Quando gli occidentali cominciano a parlarmi delle
albe e dei tramonti africani, grandiosi, vedo solo piccineria souveniristica, colonialista in piccolo;
non ho mai incontrato un negro o un arabo che ti parli di sé, della

sua intelligenza materiale, fiero della necessità dei suoi manufatti e del sistema di irrigazione del
suo villaggio; o si rifa - per centinaia di chilometri di deserti e di giungle senti sempre le stesse
giaculatorie imparaticce - a una qualche credenza animistica, missionaria, islamica, calcistica o è
subito pronto a rinnegare ciò che è e ha volendo impossessarsi di tutti gli ammennicoli che porti con
te europeo, alieni al suo vivere, e sa poco o niente dei generi e della storia che disprezza e che lo
tengono in vita, puoi parlare due ore di informatica con un giovane universitario marocchino o
keniota che sa tre lingue, la sua a parte, ma alla fine tutto ciò cui mirava è l'o-rologino di plastica
che porti al polso, non andare fiero della precisione con cui può dirti l'ora spaccando i minuti solo
alzando la testa verso il sole, e te lo chiede come per rifarsi del tempo perduto a parlare con te.
Nessuno mai che mi abbia abbordato osservando, «Bella giornata, vero?» se non come preambolo
per chiedermi un ombrello per ripararsi dalla pioggia che non c'è. La comunicazione è rudimentale
e al massimo disquisiscono sullo spirito degli antenati, e mai uno che ancora danzi attorno a un falò
se non scritturato dall'agenzia viaggi con un mese di preavviso (con la fiacca che hanno, un me-

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se è il tempo che gli occorre per andare a raccogliere legna quanto basta per il falò). Mi manca,
come dire, una frenesia, un'ossessione, un bene che è fuori di me, non so chi ce Tha e non so cosa
sia ma so che c'è, come direbbe Da Ponte per l'amore.
Tre settimane prima di questo spostamento, più apparente che sostanziale, dagli avventurosi casi
del mio orto di cui mi servo per fare quasi tutti i miei viaggi in Italia, la mia nipotina Adele ha fatto
clic sul mio computer nuovo nei Giochi e ho scoperto che esisteva un solitario di carte chiamato
Free Celi. Ebbene, ho staccato il telefono, disdetto tutti gli impegni, rinviato tutti gli incontri e ho
trascorso undici ore di media al giorno, per tutte e tre le settimane, chino a fare soli-tari - ne sono
programmati trentaduemila -, prosciugandomi gli occhi, già sofferenti, e, come dire, tutta quella
speranza paludosa che mi possa capitare qualcosa di bello e che stagna in me come in chiunque
altro. Fare solitari mi dava l'angoscia giusta e me ne liberava allo stesso tempo, accrescendola, non
spegnevo neppure mai il computer, non salivo neppure più in camera da letto, mi buttavo sul divano
perché, se mi svegliavo di soprassalto, potevo raggiungere il beneamato solitario dello schermo con
uno stiracchia-

mento di schiena. Mi sono sentito ostaggio felice di un maleficio venuto a togliermi materia grigia,
di una pornografia della solitudine che finalmente mi appagava fino in fondo; perfino i sogni,
inevitabilmente pieni delle vicissitudini di giornata e quindi di combinazioni di carte, erano
monomaniacali, meccanici, per la prima volta sono diventati una specie di attività fisica che mi
stancava le membra e tanto da non poter pensare se non in termini di quadri, picche, cuori e fiori. Se
sognavo persone, incasellavo anche quelle, per mazzi. Ecco, ora capisco cosa mi manca qui: una
cella libera, perché le ho occupate tutte io e non posso cambiare prigione; e mi manca una cellula
impegnata a filare le sbarre mentre al contempo affila la lima per segarle.
Rumore di passi che non si allontanano, spio dalle paratie: è Giughi, con indosso un paio di
ciabattine di plastica che, ardita e incosciente, pesteggia sul sentiero riservato ai clienti e occhieggia
in direzione della mia porta. Indossa una vestina slavata ma pulita dalla pudica scollatura esagonale,
i corti capelli, lavati di fresco, le si alzano a rastrello da dietro la nuca, si arresta, ha la faccia
preoccupata, si mette le manine sui fianchi e inarca la schiena, pancino in fuori, ora più

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aguzzo che rotondo, come a dire e adesso che si fa, che gli racconto a quelli che mi aspettano alla
capanna, è così drammaticamente comica, è una bambina senza alcun accenno di seno, senza alcuna
ombra di sensualità propria, sa solo di stare commettendo un'infrazione alle regole dettate dagli
imprenditori del centro residenziale, infrazione che consiste nel camminare in zona proibita, non
certo nel varcare le soglie delle camere... S'è messa il rossetto prima di ritornare qui, si è cioè
colorata le labbra col succo di un fiore rosso d'ibisco, e la scena è così: il rosso delle labbra nel
marrone del faccino nel verde smeraldo dell'oceano dietro il dolore più scolorato del mondo, che è il
mio più il suo di lei, che forse non sa neppure di averlo, di sentirlo. È il dolore a sentire lei, non
viceversa, e ne fa tumulto sotterraneo a tutto il mondo e predispone il tumulo della vittima
designata, un'altra bambina. Per lei succhiare cazzi e allargare le coscette sarà come andare a fare
legna nel bosco, che ne so, come raccogliere more da portare a casa. Se solo fosse possibile pagarla
per niente, a costo di farmi odiare, per portarla a passeggiare con me e prenderla per le mani e farla
volare a mezz'aria a girotondo e poi portarla al trotto sulla schiena e metterla davanti a una coppa di
ge-

lato e sentirla ridere stringendosi nelle spalle dalla contentezza inaudita di fare la bambina e
nient'altro! Ma in casi come questi o ti attieni ai possibili crimini codificati dal giro o altri non sono
ammessi, nemmeno a pagamento. Devo dire, però, che non sto patendo per Gluglu in maniera
lacerante, sebbene qualcosa mi stia dicendo che anche nel mio estra-niamento potrebbe nascondersi
il peccato di superbia di un dolore per conto terzi, e devo smetterla di vedere che quel pancino in
fuori è troppo, troppo appuntito, e quella posa troppo, troppo da donna incinta con improvviso mal
di reni... Inoltre sto come spiando dal buco di una serratura. Come alloggia perversa la pietà! Non
appena arrivano dei testimoni, senza che sappiano di esserlo, esco coi soldi e le do l'equivalente,
penso, a patto che se ne vada altrove e per sempre a far vibrare gli irresistibili colori della terra e del
mare e del cielo con figura umana infante a disperdere nell'ambiente, insieme al suo probabile feto.
Sono troppo vecchio sia per piantare un altro albero sia per piangere due volte sulla sorte del
primo.
Di tardo pomeriggio esco sul patio, faccio un paio di flessioni e improvvisamente un indigeno tipo
esquimese incrociato con tuareg

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creolo, dopo avermi detto che «io sposato molti bambini», mi fa:
«E Roberto gioca ancora?»
«Dici a me?» Fumana che ha partorito anche me ha partorito anche un figlio non del tutto
sedentario che si chiama così, e per un istante trasalisco: è stato qui a mia insaputa? a giocare? a
tombola? «Roberto chi, cosa?»
«Baggio, codino!» fa lui, in italiano, più esterrefatto di me.
«Non so. Giocava?»
«Quanti anni avrà lui? E ce l'ha ancora o lui tagliato?»
«Trentacinque?» azzardo. «Quaranta?», lui scuote la testa. «Di più?», mette su una faccia da
funerale, adesso non voglio sbagliare copione del tutto, mi tengo su una via di mezzo «Credo se lo
sia accorciato» e la cosa gli piace un mondo.
«E te piace Toto Cutugno?» chiede, conciliante, e prende a cantare a squarciagola «"Lasciatemi
cantare, lasciatemi sfogare, un italiano vero!" Il papa molto famoso qui, tu conosci lui, sì? In
Madagascar venire tutti, molto bello paese, molto bello papa. "Lasciatemi cantare, lasciatemi
sfogareeee..."»
Sventolo la mano cercando di non apparire troppo mesto e mi chiudo dentro col chiavistello; andrò
a camminare sotto la luna doma-

ni, vorrei anche che mi cambiassero di alloggio ma non ne farò nulla, perché dovrei anche dire il
perché.
Il tipo di prima era il padre dei due marmocchi più Giughi venuto in perlustrazione a rendersi
conto che razza di strambo è capitato proprio nel bungalow da cui trae il sostentamento suo e della
famiglia?
Ore diciassette. Intanto che viene l'alta marea e si potrà nuotare, ho contato le mie conchiglie, sono
esattamente quarantanove, come se la natura stessa della vita, un fossile duro a morire, barasse sui
miei anni effettivi, che sono quattrocentonovanta - ah, che frasi le frasi che non vogliono dire
molto! più di esse, più di esse ha bisogno il XXI secolo! Guardate dove siamo arrivati con le frasi
dai solidi, soliti, strombazzatissimi contenuti: al Giubileo 2000 del santo Niente oppiato e parato da
Dio.
Viaggiare da solo ti da le vertigini, cioè perdita di identità, è uno slordarsi dal carico inutile
dell'ego, sempre fittizio, e radicato come una cattiva abitudine, se deve entrare in scena in presenza
di altri. Sai che non incontrerai nessuno, a parte te, e ti sperdi, al momento ti manca la terra sotto i
piedi, poi è fin troppa. Ora mi sembra di avere le acque del Canale del Mozambico sulla soglia: gran
riverbero

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servito in camera dall'alta marea che ha preso posto sulla sdraio. Entro in acqua e due adolescenti
mi salutano e entrano in acqua con me, mi chiedono se voglio fare un giro sulla loro canoa, gli dico
di sì perché a qualcosa devo pure acconsentire con gli indigeni, e mi fanno salire su questo tronco di
baobab in cui non posso né stendermi né stare seduto ma a malapena accucciato tenendomi saldo
alle sponde. Corre sempre più veloce, i due ragazzi sono molto seri, il vento ingrossa, mi giro verso
la riva e mi rendo conto che siamo in pieno oceano, ci sono anche delle notevoli pinne dorsali che
spuntano a pelo d'acqua e scompaiono, che le immagini o no è peggio che se le vedessi,
improvvisamente mi gioco il vecchio scherzo di farmi venire il panico, è un gioco che ho
cominciato a fare a dodici anni sul lago di Carda, io poi non sono un grande nuotatore anche se ho
una buona resistenza, e allora mi ero spinto nel lago per un chilometro e passa e poi mi sono voltato
indietro e mi sono detto, "Fa' finta che non ce la farai mai a tornare indietro e che devi annegare da
un istante all'altro", mi sono mancate le forze e ho cominciato a bere e a sbracciarmi, una volta mi
ha salvato un pedalò, ma poi la cosa era irresistibile, questo tiro me lo sono giocato almeno altre
quattro volte, di recente

nello Ionio, ma i metri dalla riva non erano più di duecento eppure mi sono salvato per un pelo,
allora sento il panico che ingrossa, lo aiuto dicendomi, "È chiaro, ti hanno portato qui d'accordo col
branco dei loro confratelli negretti e per gettarti in pasto ai pescecani in un espianto totale", l'ho
sempre saputo, un giorno una goccia d'acqua svelta di mano e sotto forma di animale maschio mi
cadrà addosso e mi berrà in un sol sorso, la pressione mi scende tanto che mi sento vacillare e sto
per cadere fuori dalla piroga, mi sento svenire, grido cercando di non farmi accorgere, «Riportatemi
a riva!», fanno di sì col mento ma continuano a correre e a inoltrarsi dove le onde e il vento si sono
ingrossati ancora di più, ripeto il mio ordine e i due scheletrici sicari scoppiano a ridere e fanno di sì
col mento ma non accennano a virare e far girare l'imbarcazione, vedi, lo sapevo, adesso mi danno
un remo in testa uno da una parte e l'altro dall'altra e poi sarò la festicciola degli squali, sempre più
ci avviciniamo ai giganteschi marosi della barriera corallina, la voce non mi esce più dalla gola, mi
muovo in modo controproducente al mio equilibrio, mi gridano di fare attenzione, di stare fermo e
dritto, certo non vogliono che io cada in acqua per sbaglio, ci devono mettere il loro tocco persona-

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le, «Riportatemi a riva subito», grido con più cattiveria che posso, sento di nuovo la mia vita non
più nelle mie mani, come quando non sono stato sicuro di sfuggire allo sconosciuto che avevo di
fronte a me e estraeva di tasca un coltello o come quando facevo il numero di telefono di qualcuno
che amavo senza speranza o come quando ho pranzato troppo in fretta e la vecchia umana che mi ha
partorito mi inchioda alla mia colpa e dice, «Scappi già?», un sapore di gesso, come se la gola mi si
fosse congelata, un senso di strozzamento dentro una velocità folle come un trapasso, il terrore di
dover fare conversazione con degli squali mai frequentati prima, distoglierli dalla loro acquolina in
bocca e stordirli a tal punto con alfabetici anemoni di mare da indurii a risparmiarmi, ah, ma il
panico se ne va via veloce anch'esso, non avevo digerito, ecco perché, il mio terrore è nato da una
salsa al curry troppo pastosa e grassa, non potevo farlo durare di più. Mi piace avere paura di tanto
in tanto, mi fa ritornare la pelle come seta, quindi la voglia di vivere almeno il tempo per concertare
una carezza e, infine, darla alla mia rinnovata seta.
Alle ore diciannove un geco s'è intrufolato da sotto la porta e nel vedermi s'è messo a correre come
un matto su per la parete. Ades-

so continua a girare come un sorcino trasparente attorno alla trave in cerca di una via d'uscita senza
dover ridiscendere per dove è salito. Be', ingannerò l'assenza di un'attesa facendo quattro
chiacchiere (anche se parlo a alta voce, tanto non ci sono italiani in giro... e se passano quelli di
Carpi? Parlerò italiano, così non capiscono).
«Sei per caso parente di quei quattro curio-soni delle telefonate degli altri, quelli là della cabina
telefonica dell'altra notte?»
Il geco (peserà tre grammi con la formica appena assunta con un colpetto di lingua): «Nemmeno
per sogno. Quei pervertiti!».
Io: «Come sarebbe a dire, figliolo?» tutt'al più chi passa nelle vicinanze può pensare che ho visite
pastorali.
Il geco: «Pensa che una sera che la siora Ceca, quella santa madre di famiglia, era fuori a caccia di
mosche, la bambina, la gechina, fa al padre Gecone, che è poi quello che ha parlato con te, "Papa,
vorrei uscire", e lui, fermo, "No, non esci", "Ti prego, papa", insiste la gechina, "lasciami uscire", e
lui, senza perdere la sua aria di severità, "Se vuoi uscire, prima devi farmi tutto quello che ti dico
io", "E cioè?", fa lei, la finta ingenua che esce una sera sì e una sera no, "Devi ciucciarmi il gecaz-
zo, Gecuzza", "Ma papa Gecone, sai che que-

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ste cose non si fanno e sono peccato! ", e lui, mettendosi a zampe conserte, "Allora non esci", lei
tira un sospiro e dice, "E va bene", Gecone ha tirato fuori il gecazzo e la figlia non fa in tempo a
prenderglielo in bocca che comincia a sputare e poi fa, disgustata, "Ma papa, sa di merda!", e lui,
"Non è colpa mia se prima voleva uscire anche tuo fratello Cechino", capito che famiglia? Io non ho
simili parenti, signor vasaha».
Io: «Chi te l'ha raccontata?».
Il geco, ormai tranquillo e comodo sulla trave: «La mamma Ceca che era fuori a caccia di mosche,
oh, una poco di buono anche lei. Pensi che per permettere ai due figli di rientrare in tana ha preteso
lo stesso servizio da entrambi, sulla gefiga, non so se mi spiego, sulla figa geca! Che a me mi va via
la ciribiri-coccola solo al pensiero di dovergliela trovare. Ma si può?».
Io: «E a te chi t'incula?».
Il geco: «Tutti, a turno. È che molti sono andati a stare via, sa, la mania della città, delle mille luci,
si prostituiscono, io lo faccio solo per amore...».
«Tutto a posto, signore?» mi fa una voce dopo aver bussato alla porta. «Sono il guardiano di
notte.»
«Tutto a posto, grazie, buonanotte... E dice-

vi, mon petit?» chiedo prendendo a parlare in francese. «Allora, se ti fai inculare solo per amore, ti è
ritornato strettine a forza di aspettare, eh?»
Il geco (che sono sempre io): «Insomma, largo non è...».
Il guardiano di notte: «Sicuro, signore? Tutto a posto lì dentro?».
È apparsa così, di prima mattina, come appaiono gli aquiloni colorati dietro un casamento
abbandonato, e non se ne va via, resta là seduta a ricamare sullo sgabellino contro il cielo così
sereno che sembra lei stessa una sfumatura isolata sulla cresta del niente che da prospettiva a un
miraggio. È regale, austera, è semplice e remota, è lì, e è venuta, seguita dalla madre e da una
sorellina non meno belle, a mettere giù la sua bancarella di cotoni e di conchiglie e statuine di
legno. Portava le conchiglie in una bacinella sulla testa e un secchio per mano e sotto un braccio
stringeva al fianco dei trespoli e altro, avanzava dallo sfondo della spiaggia, ben oltre il villaggio
limitrofo, e non c'era ancora nessuno, io ero sveglio da un'eternità, in francese ha mormorato
«Buongiorno, signore» passando davanti alla mia sdraio, «Buongiorno, signorina», le ho risposto
fuori tempo dalla sorpresa, ma lei aveva già distolto lo sguardo, e aveva un mo-

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do, una grazia, uno studio diventato naturalezza nel mettere un piede davanti all'altro che mi ha
tolto il respiro, non ho mai visto creatura umana spostarsi così, massiccia e leggera, dalla caviglia
alla cervice passando per i lombi e le reni e le scapole è un'assonanza di pura elasticità, come dire,
concettuale, è lo spirito fattosi carne fattasi donna fattasi ritmo, e la voce, il saluto, così netti, tersi,
che si fermano esattamente dove non intendono oltrepassare, di una dolcezza tagliente che non
ammette familiarità, fraintendimenti.
Deposta la bacinella per terra, per prima cosa si è rassettata i capelli schiacciati e ne è venuta fuori
una cascata nera che va a slanciarsi al rovescio, cadendo dove deve e facendo impazzire gli occhi
dei pochi clienti svegli là in terrazza tanta è la legge di gravita presa in giro con un colpo di pettine
e un paio di mollette. La testa, appena piegata in avanti e come se la capigliatura prendesse una
rincorsa interna, ora, lentissimamente, si solleva, sbattono le palpebre e lei fissa davanti a sé con
una risolutezza che invece di penetrare accarezza, ma si sente che è una femmina dai vasti disegni
istintivi dove non c'è posto per l'ombreggiatura e le mezze tinte, è solo fiera e pudica, e uno pensa,
adesso fa così col dito e l'oceano si apre in due, invece prende a aprire

i trespoli, a sistemare le due assicelle di compensato, a appendere manufatti di cotone e collanine di


pietre colorate e a svuotare la bacinella, cento volte su e giù da ritta a piegata ma con quei capelli,
ormai convinti con l'inganno, fermi, scolpiti dove e come ha deciso lei, noi la contempliamo nella
nostra assoluta e muta ammirazione, e nella scollatura della camicetta color arancio, sopra la pelle
color cacao, sbatte una collanina d'oro con un bianco cavalluccio marino, morto, certo, ma, e non
parlo per me, mai così invidiato da uomo vivo. Poi, finita con ogni cura la disposizione della
bancarella e fatti scivolare sulle aste i due lembi della marquise bianco avorio, si toglie camicetta e
pareo tinta unita color sacco e senza fiori, resta in costume da bagno blu un po' allentato qui e là
attorno alle cosce, forse non suo o perché lei con il pieno sviluppo ha perso qualche chilo dall'anno
scorso, e, rivelando un vitino da vespa e fianchi generosi, corre sulle sue lunghissime e gran belle
gambe a tuffarsi in acqua e uno pensa, addio acconciatura, addio totem di capelli.
Macché.
E comunque, quando esce, guardi solo i seni, un po' sacrificati, perché lì il costume le tira
dappertutto, ma lei tiene compostamente le mani lungo i fianchi, palmi leggermente in

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fuori, e piano si dirige verso la bancarella, afferra i suoi vestiti e poi scompare dietro un alto
steccato e un istante dopo il costume blu plana volando su una siepe di canne di bambù intrecciate
di convolvoli rosa, e schizzano via api a non finire, e l'intervallo senza lei in scena è forse la parte
più mozzafiato dell'azione, fra il flusso delle onde e la corrente del vento ha il sopravvento un
effluvio da fine del mondo e origine di tutto daccapo: la scomparsa è la vera corda tesa dell'amore
di vivere, che lei riappaia o no; poi i pochi clienti al momento senza mogli, come facendo finta di
niente e per tacito accordo di branco, si alzano dalle sedie e uno dopo l'altro, senza che mai ne
arrivino due insieme, strisciano come ramarri ingrigiti fino alla bancarella, le chiedono quanto costa
questo, quanto costa quello, e se il coso, la roba, il ricamo è fatto a mano. Lei sospira e infila
un'altra cruna con un filo di colore diverso, ha una serie di aghi belli pronti infilzati in una pagina di
rivista missionaria, si sente che glieli infilerebbe volentieri negli occhi, infatti non comperano
niente, passeranno dopo o domani, mentre la madre, ricamando la sua parte del giorno, fa da vedetta
sotto un roveto ombroso e la sorellina la spola avanti e indietro con gli aghi, provandosi invano a
centrare il buco,
sono così piccoli che le sfuggono di mano e poi, con occhio di aquilotto, li individua all'istante e li
raccoglie dalla sabbia. E mi crea una felicità insensata, quella di aver patito la mia parte ma, infine,
di essere stato qui in questo preciso istante e poter dire in un qual-siasi momento di sconforto
venturo: io le ho viste, e da sole valevano ogni pena.
Alla sorella maggiore no, non sfugge una cruna, gli aghi lei li sistema tutti alla prima occhiata e al
primo colpo.
Hanta è la più bella ragazza di Lakana Ve-zo, forse dell'intero Madagascar, forse è la più bella
ragazza che io abbia mai visto al mondo, ha un viso dai tratti polinesiani, già visto tante volte nelle
pitture dal calmo esotismo e più sconvolgenti di Gauguin e, malgrado abbia denti bellissimi e
bianchissimi, ride portandosi la mano alla bocca quando le chiedo se è fidanzata e quanto costa una
tovaglia ricamata a mano, lei dice, «Centoventimila franchi, signore», malgasci, ovvio, e io, facendo
lo stupidino per niente, «Per centoventi-mila franchi voglio anche lei, signorina», e lei ride
scuotendo la testa, perché la sfacciataggine spiritosa è il sollievo delle donne, ride di cuore colta di
sorpresa dardeggiando scandalo e zucchero filato dagli occhi troppo neri, troppo belli, troppo
grandi, e poi anche la

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madre ride e mi guarda soppesandomi con un'aria sospetta ma, alla lontana, benavente, da madre
premurosa, appunto, accidenti, spero nessuna qui mi prenda in parola, ma non posso tirarmi del
tutto indietro, e così comincio la mia collezione quotidiana di to-vagliette, tovaglioli, fazzoletti,
copricapo, i prodotti più cari in vendita, con tutti quei minuscoli presepi di pescatori, palme,
negretti, ananas, cespi di sisal, lemuri, anatre, delfini, conchiglie e baobab ricamati da lei sotto i
miei occhi; Hanta parla solo se interrogata e poi, improvvisamente, mi chiede una cosa precisa, se
sono sposato, io le rispondo che sono vecchio, che non mi deve dare retta, faccio la corte non a lei
ma rendo omaggio alla sua bellezza, un modo per impicciarmi di affari meravigliosi ma non miei, e
invece sbatte le lunghe ciglia come se imprigionasse delle mie parole le più impalpabili sfumature,
che a me sfuggono, faccio il galante per capriccio e per ingannare la mia vera vita, che
improvvisamente mi sembra una bugia accecante ma sopportabile come qualsiasi altra di qualsiasi
altro genere, non faccio il calabrone per illudere nessuno, ma per fare un nuovo, rivitalizzante male
a me, e più le dico che ho lasciato perdere certe cose e più lei, da lontano, girovaga con lo sguardo
attorno al mio patio,

quando fa il cammino di ritorno sono sempre fuori sulla rena, è un caso, non le stavo facendo la
posta, «Buonasera, signore», «Buonase-ra, Hanta», e questa notte le chiacchiere dei pesci nella rada
non mi hanno fatto chiudere occhio, le murene hanno fatto salotto con le saraghine, poi una piovra,
ruffianissima maestra di cerimonie, mi ha visto appoggiato allo steccato del patio e mi ha gridato,
«Si butti, signor ciambellano, venga a prendere un'acqua pazza da noi! La nostra Regina sta filando
le alghe più smancerose per farle la matassina adatta al ricamo sul giustacuore!», saranno un
centinaio di metri strisciando come una cozza prima di potermi tuffare, e le triglie hanno fatto le ore
piccole che più piccole non si può, dei veri e propri nitriti a ganasce spalancate, una cagnara equina,
e poi dicono "muto come un pesce"! con gli altri, forse, ma con me il pesce non sta mai zitto la
frazione di un'onda e poi, ogni volta che credo di poter tirare finalmente le reti e schiantare sulla
chiglia del letto, sono improvvisamente sveglio a cavallo di un'orca che grida a crepapel-le non
appena mi addormento, perché domani alla bancarella di Hanta potrò comperare qualcosa che oggi
mi è sfuggito, la matassina di fili colorati dispiegata nel ricamo della specie che mi manca. Potrei
chiederle di confe-

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zionarmi una camicia, magari di ricamarmi il taschino, e poi di ricamarci il suo nome. La vedo già
portare la mano alla bocca, ricamare il suo nome! perché? perché lei è un'artista, mia dolcissima
signorina! la sento ridere, forse per via del "lei" o del "dolcissima", la faccenda del suo nome
ricamato non ha alcun senso di amor proprio per le sue dita pudibonde; certo, addormentarsi in
questo modo, è un bel cambiamento per uno che non è mai stato con una donna di sua spontanea
volontà, e pazienza, ma per uno che per stringere il discorso, almeno senza fare entrambe le voci
necessarie a ogni esistenza, puntava tutto su uno sporcaccione di geco sulla trave...
L/indomani scompaio del tutto, ho alzato gli occhi prima di voltare dietro l'albergo evitando il giro
davanti alla bancarella e lei era là, pronta a cogliere il mio sguardo, e ci siamo sorrisi, teneva gli
occhi un po' sgranati, sembrava interrogarmi. Rientro a sera inoltrata santamente avvolto in
un'aureola di coleotteri blu elettrico e farfalline arancio e lillà, la bancarella riposa accartocciata nel
suo telo sullo sfondo del cielo che ha la luna storta, posso tirare un sospiro di sollievo, ma non è
sollievo, allora che sarà?
Un uomo - un padre - e un bambino - un figlio - in mutande sbrindellate, a tramonto

inoltrato raccolgono sassi piatti sulla rena, forse valve di conchiglie, e li lanciano sul mare, in una
traiettoria di parecchie decine di metri il più grande, la cui vera mira è insegnare al figlio a fare la
stessa cosa... scuola di forgiatura della virilità. Infine... e userò il plurale per non dare l'impressione
dell'abietto tronfio di finta umiltà nel ricondurre a sé, sempre e solo a sé... non avremo più la grazia
del movimento preciso del braccio adulto che tira un sasso in una parabola di assoluta geometria né
quella maschia semplicità di chi ha avuto un padre che glielo insegnasse. Ho... abbiamo dovuto
imparare tutto da noi e quel poco da soli, come se nessuno l'avesse mai appreso prima per
insegnarlo dopo a un bipede implume più piccolo, e perciò l'abbiamo imparato così male che è una
fortuna... una vergogna risparmiataci... npn avere nessuno cui tramandarlo. Potrò forse divellere
dagli altri bellezze perché sotterraneamente increate in me e perché, come dice il Talmud, la forma
più alta di saggezza è la gentilezza, ma io non so lanciare un sasso come quei due. Non ce l'ho
dentro. Ormai, mi vergognerei anche solo a provarci, anche a notte fonda e senza nessuno spettatore
in giro. Potrei slogarmi una clavicola, e per di più l'avrei gettato a pochi metri con l'esasperante
effeminatezza di

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un eunuco che si fa forza della forza sottrattagli.


Barbecue sulla spiaggia a lume di candela, coppia di anziani francesi accanto al mio tavolo,
«Italiano? Mi chiamo Simone», mi fa lei verso mezzanotte e lui mi allunga una scatola di sigaretti
di rinomata marca cubana. Lei ha un terzo della faccia mancante, prende a raccontarmi, anche se io
non le ho chiesto niente e anche se a una faccia di tolla preferisco una semidistrutta, che è stata
operata di cancro diciotto anni prima, le hanno asportato la mascella destra e parte della lingua, ogni
parola è come se la andasse a pescare in una mangiatoia di cartavetrata; due anni dopo essere stata
operata di cancro facciale ha inghiottito un dente e invece di scenderle nello stomaco le è finito in
un polmone, è andata sotto i ferri e hanno sbagliato operazione, cioè polmone, poi altro intervento, e
qui è stata in coma una settimana, conseguenza del coma è che ha dimenticato tutto, ma tutto in
assoluto, di quindici anni della sua vita, «Del matrimonio, spero», le dico, «Magari», fa lei, «dei
primi quindici anni della mia vita»; Simone non ricorda i genitori se non quali due individui, mai
visti prima, incontrati, nella memoria, per la prima volta in un picnic in Bretagna con amici loro che
l'hanno vista crescere, non

ha avuto infanzia, adolescenza, è come se per quindici anni sia rimasta dentro la placenta di sua
madre, a niente sono servite le foto, a niente, e a quindici anni, allorché a circa sessantacinque ha
perso questa zona della memoria e va indietro nel tempo, si è ritrovata non più vergine senza mai
riuscire a sapere niente nemmeno del suo primo amore, e nemmeno suo marito ne era mai stato
informato sicché non poteva esserle di alcun aiuto, è andata in giro per cinque mesi, anche in un
ospizio per rendere visita a un matusalemmi-co amico di famiglia/a chiedere a questo e a quello se
era stato lui a sverginarla da ragazza - «Questo dell'ospizio non me l'avevi detto», la interrompe lui
-, poi ha lasciato perdere, anche perché poteva aver cambiato gusti, in fatto di uomini, nel senso che
andava a chiederlo a uomini che le piacevano adesso, ma allora chissà che ideale di uomo aveva, e
poi poteva essere accaduto a Biarritz o in qualche altro luogo di vacanze coi suoi genitori, non
necessariamente nella cittadina dove era nata, e certo fare una domanda così con una faccia così
devastata raddoppiava la sorpresa, anche se nessuno mai si è mostrato sdegnato, «Una donna mostro
ha un suo fascino e, per quanto incredibile visto che del mostro si vede tutto, un fascino nascosto...

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Non è per consolarmi, visto che bella lo sono stata anch'io, ma gli uomini non amano troppo le
donne belle»; il marito dai bianchi capelli riccioluti ascolta, con un interesse insolito, visto che, a
parte alcuni dettagli, non deve essere la prima volta che Simone si volta verso uno sconosciuto e
appaga la sua parlantina e la curiosità crescente dell'altro, messo a confronto con un timbro di voce
quasi da orco, né maschile né femminile, che allappa i denti e non bisogna darlo a vedere, e penso
che tali dovevano essere i suoni oracolari che scuotevano l'antro della Sibilla; allorché Si-mone
lascia cadere una pausa e si aspetta un commento qualsiasi, alzo il mio calice, «Brindiamo, non si
può avere tutto quanto l'oblio. Accontentiamoci delle disgrazie infinite a metà. Quindici anni di
oblio non sono poi così pochi. A me sembrano una fortuna sfrenata. Alla salute!», ride Simone,
sorride il marito, che mi guarda con venerazione perché sono riuscito a far ridere sua moglie, ora
orribile come non mai, tanto che la sua borsa appesa allo schienale non mi sembra più a mezzaluna,
ma a forma di falce. Vanno per i settanta, sono pensionati, il che non significa che hanno una
pensione con cui devono campare ma che non lavorano più e che non è dato di sapere quanto siano
benestanti: hanno

già preventivato per l'anno in corso un giro in Norvegia a metà maggio, una vacanza in Costa
Smeralda ospiti da un amico, poi un intero mese nei due Yemen, grazie a delle entrature
diplomatiche, tutto settembre in Toscana, tutto dicembre in Australia, all'Ovest, dalle parti di Perth,
perché l'Est, compresa la Nuova Zelanda, lo conoscono già. Mi hanno raccomandato di fare scorta
dello squisito pàté di fegato d'anatra del posto, elogiano il grana padano col Nebbiolo, io vi
aggiungo, per puro sfizio, i ravanelli, Simone è estasiata da questa trovata, ormai potrei dire anche
che il Nebbiolo si sposa bene con le tegole d'ardesia e sono sicuro che diventa il loro prossimo
menu, e esclama rapita, «I ravanelli col Nebbiolo? Che fine!», non nel senso di morte per colica
renale ma nel senso della finezza e buongusto che le si sono spalancati in testa, «Ma davvero? Oh,
non vorrò altro finché campo. E nemmeno tu, Pierre».
Ma sì, un po' di bon ton per sentirsi radicati da qualche parte, e poi i vecchi che sono riusciti a
restare ricchi e che vanno alla ventura come vagabondi invece di piangere sul latte versato della
gioventù meritano qualche salamelecco. Mi erano così grati della mia compagnia, ignorando che gli
ero grato io come non mai della loro, speriamo non le vada

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di traverso l'ultimo molare a causa di un ravanello, povera Simone; quando lei si è scusata e si è
assentata un momento, lui mi bisbiglia, «Prima vent'anni di ipocrisia... lei non immagina cosa mi ha
fatto patire con le sue bugie e forse anche con altre cose, e altri uomini... dopo la prima disgrazia del
brutto male... e poi altri venti di verità. Passa il tempo a snocciolarmi il verso che non mi ha mai
detto di ventanni di bugie, comincia con "Ti ricordi quella cosa così e così? Mica era come ti avevo
detto allora", e prende a dirmi il lato nascosto di cose che avevo dimenticato... una volta, a
proposito di nostra... be', sì, nostra in effetti... di nostra figlia, le ho messo le mani attorno al collo
e... Lei ha mai provato a stare venti minuti con qualcuno che dice solo la verità?» - tossicchio ma
freno l'istinto di rispondere - «Per una ragione e per il suo opposto quella donna mi ha mangiato
vivo, mi mangia la vita senza un istante di pace», e lo dice come fra sé e sé, rivelando un astio
profondo, lacerante, e anche però quel vizio di amor proprio, tipico dei dolori tanto strategicamente
senza via di scampo che nessuna gioia e guarigione al mondo potrebbero mai compensare se
scomparissero; poi hanno voluto fare il sentiero con me, visto che il loro bungalow non è distante
dal mio, lei continua a

ricordarsi tutte le cose che vuole fare in futuro, testamento a parte, lui è un po' claudicante e tuttavia
è lei a appoggiarsi al braccio di lui, non gli permette di dimenticarsi un istante che è l'uomo che
porta la donna e se non ce la fa più non è una buona ragione; una volta arrivati alla loro porta ho
resistito alla tentazione di ammonirli, «Non fate cigolare troppo le molle del materasso, stanotte»,
sono sicuro che per non deludermi avrebbero fatto i salti sul letto tutta la notte con una valigia per
mano. Ma ciò che mi commuove di più è che lui, sono sicuro, anche stanotte depositerà su quel viso
deturpato, che lo aspetta a occhi socchiusi, il bacio, astioso, di una penultima buonanotte.
A me basta, se devo proprio essere sincero fino in fondo, la felicità di qualcuno per sentire la mia,
mi fa proprio piacere sapere che per qualcuno c'è; se c'è per qualcuno e io ne sono testimone, ne
sono anche il coprotago-nista. Sono proprio contento di avere un carattere così, anche se la felicità è
quel che è. Occorre una buona dose di intelligenza sia per essere felici comunque sia per esserlo per
chi lo è.
Alle due del mattino, il geco continua a chiocciarmi sopra la testa e non riesco a prendere sonno,
emette un verso potente se si

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considera la minuta proporzione, che voglia riavviare più corpose storielle? L'alone della luna piena
in piena faccia allorché spalanco la porta, l'attesa di provarmi la nuova camiciola di cotone che mi
porterà Hanta per misurarmela perché quella di oggi era troppo stretta, sono tutti fenomeni mai visti
per me. Una figura nera col fucile a tracolla mi si para davanti:
«Tutto a posto, signore?» è il guardiano, un mulatto imbacuccato con tanto di cappuccio sulla testa
che gli cala sugli occhi. «Non ha compagnia stanotte? Vuole parlare con me? Le racconto dei morti,
se vuole. Tanto io mica mi distraggo, e se viene qualche malcapitato, gli sparo.»
Il fucile, noto, è di legno.
Ci sediamo, anzi, sono io a stravaccarmi a terra, lui resta in piedi, con tutto il suo carico di anni e
di cartucciera piena di colli di bottiglia alla cinghia, e non c'è verso di farlo almeno accucciare, dice
che il ritorno del morto manda in rovina le famiglie, poiché la popolazione si è triplicata, i bambini
non muoiono più e la famiglia si è allargata fino a duecento persone e i parenti stretti del defunto
che ritorna a casa devono dare da mangiare e da bere a tutti per una settimana, è sempre più difficile
mantenere questa usanza, attorno al-

la quale ruota tutta la cultura contadina ancestrale, cioè la quasi totalità della cultura malgascia,
presto cambierà tutto, questo culto dovrà cessare, troppo caro, i morti non ritorneranno più fra i vivi
per essere esposti in cortile come se fossero ancora vivi e i vivi, sapendo che da morti non gli
faranno più le feste come si deve, non avranno più alcun interesse a morire, «E io stesso conosco
gente immortale, naturalmente... lei che ne dice, mi toccherà per sempre stare qui a fare la guardia
alle ombre?».
Per fortuna da noi solo Lazzaro ha dato il cattivo esempio, ex democristiani e ex socialisti e ex
fascisti e ex comunisti a parte. Quando uno è un ex uomo ritorna anche da morto, un uomo vivo va
dritto per la sua unica strada e gli basta e avanza.
Me ne andrò dalla Terra con la sensazione di aver dimenticato qualcosa, ma non saprò mai cosa,
né in quale infinitesimale porzione di angolo l'ho dimenticato. A ben pensarci, non qui sulla Terra
di sicuro. Che il mio spirito muoia pure, l'importante è che mi sopravviva tutta la carne intanto che
ci sono. E le tanto decantate raganelle? Non odo cri-cri né era-era. Luna e cielo sono scomparsi, di
nuovo questa strana sensazione che lo spazio si sia disciolto, folata di vento feroce, una luce

no

in

remota laggiù: ma no, è la brace della mia sigaretta!


Attento a non fare un tiro dalla parte sbagliata aspirando con l'orecchio, romanticone.
Venerdì qualcosa, ho perso il conto. Anche per stamattina Angelo mi ha chiesto il permesso di
assentarsi per rintracciare la destina-taria di una lettera a lui indirizzata all'agenzia di Tana da una
coppia di turisti svizzeri che ha accompagnato in giro tre mesi fa, la lettera contiene una preziosa
offerta di aiuto per la ragazza, l'avevano incontrata sul ciglio di un campo con un bambino di pochi
giorni al collo e piangeva cantando una nenia, tutto quello che sa di lei, oltre a essere in grado di
descriverla, è che si chiama Lucette. Avevano scattato una foto di gruppo, acclusa. Nella lettera,
inoltre, ci sono niente di meno che trecento dollari e, a parte che se non la ritrova li rispedirà ai
mittenti, lui, se la trova, deve anche spiegarle che cosa sono e rappresentano trecento dollari, come
fare a cambiarli, come cambiarli al meglio, dirle quanto valgono, forse proporle, per il suo bene, di
prelevarne un tanto per volta, tanto lui da quelle parti ci viene due volte al semestre e più, così è più
sicura che non glieli rubano tutti in un colpo. La coppia di svizzeri, anziana, dice altresì nella
lettera che, se lei vuole, loro si muoveranno con le ambasciate e adotteranno sia lei che il suo
bambino, verranno giù a fare tutte le carte e a restare tutto il tempo necessario, ma solo se lei vuole.
Angelo dice anche che Lucette, senza genitori, ha fra i tredici e i sedici anni, e chissà se il bambino
c'è ancora.
Ormai guardo Angelo come il maestoso ponte verso un miracolo, è lui che è un miracolo, di
rettitudine, di onestà, di semplice bontà, e davvero non si rende conto che, se qualcuno è disposto a
dare trecento dollari a uno sconosciuto, la mancia per lui, se dovrà assistere la coppia con tutto l'iter
burocratico della doppia adozione, sarà favolosa. Comunque ho già deciso che sarà favolosa la mia,
per lui e per Sufulu, l'assente che guida e che, malgrado tutte le mie proteste, non può né mangiare
né dormire negli alberghi dei clienti perché non è una guida autorizzata e ogni sera trova un riparo
di fortuna presso un parente o un conoscente o si fa il letto accanto al fuoristrada, accende il suo
fornellino da campo, si cucina un uovo, e solo uno ma ogni sera, e aspetta i miei comodi.
È tanto magro, beato lui, secondo me dovrebbe divulgare la sua dieta, farebbe un sacco di soldi
con la sua personale scienza dell'alimentazione e del giaciglio, spiegare per

filo e per segno ai soci e alle socie Contourelle come fa a mantenersi così in forma che si vedono le
costole. Però non c'è una vera disciplina e volontà estetica nel suo fisico scheletrico da fare invidia,
perché ogni volta che timidamente mi sono permesso di portargli un cartoccio con bistecca,
formaggio e torta ha pappato tutto così di gusto e alla svelta da invertire il borghese e quindi logico
ordine di assunzione.
L'aurora è dall'altra parte del continente, quindi anche il tramonto non avviene dirimpetto.
Camminavo sulla spiaggia mezz'ora fa, vedevo appena dove mettevo i piedi, e meditavo che il
solitario del Free Celi al computer ti calamità perché, anche se non riesce al primo colpo, lo puoi
rifare tale e quale fino a che non ti riesce, cosa che se facessi con le carte non sarebbe possibile,
perché lì o ti riesce o no, nessuno si darebbe la pena di trascrivere la posizione di ogni singola carta
per metterle giù pari pari come prima e tentare fino a che non ti riesce, sciogliendo tutti gli
impedimenti e gli errori di mossa fino a che non hai ricostituito dall'asso al re tutti i mazzetti dei
quattro semi. Oh, ci sono tanti di quegli episodi scombinati, non riusciti, che adesso vorrei disporre
sulla rena nei loro eterogenei elementi e segni per ricombinarli fi-

no a liberarmi dell'enigma irrisolto che giace in me, un solitario interrotto proprio sul punto di
riuscire a diventare una briscola scoperta in due, un enigma sovrapposto a un altro enigma e a un
altro ancora e così via. La soluzione, sia dell'odio che dell'amore, non è mai una questione di culo,
ma di strategia, di calcolo delle probabilità, di pazienza, di appostamento fra l'istinto e la ragione
prima di fare qualunque mossa e prima addirittura di non farla; la soluzione per sciogliere l'enigma
c'era, ovviamente, così com'è vero che solo un solitario sui trentaduemila programmati è senza
soluzione, solo quello, il numero 11.982, mi ha spaccato la testa una settimana intera e poi ho letto
le istruzioni e è saltato fuori l'inganno, tutti gli altri sono risolvibili, magari non al primo ma al
decimo colpo sì, li puoi risolvere tutti; la soluzione... le parole giuste al momento giusto, e anche il
silenzio quando bisognava tacere, gli sguardi ordinati in una sequenza ideale e allo stesso tempo
conforme al risultato ottenibile e non ottenuto... c'era, c'era tutto, c'era e non l'ho trovata, e il
solitario, pregno del suo infantile enigma, è rimasto lì, rotto, intoppato, senza altra possibilità di
ricominciare a muoversi da un'altra fila di carte, di parole, di omissioni momentanee in vista di più
ricchi bottini alla
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parola dopo, senza sbocco, con quell'istinto dal fiato corto che attrae solo i semi simili fra loro e
quindi respinge ogni altro stoppando di fatto il prosieguo verso la vittoria, mentre con l'intelligenza
hai una visione strutturale dei sentimenti, che non sono solo i tuoi, e districhi gli uni dagli altri
senza discriminazioni e ricompatti il mazzo e il solitario riuscito, come dire, non è più. Fermo
restando che ormai sono così abile che cavo un po' di entusiasmo al gioco solo se non mi viene.
Alle tre e mezzo arriva la meravigliosamente bella Hanta, la divinamente bella Hanta, la
struggentemente compassionevole Hanta, la dignità fattasi bellezza e donna e persona, un evento di
rarità universale alla portata di tutte le borse che tentano invano di umiliarla chiedendole un prezzo,
stavolta sulla testa regge una sporta di rafia quasi bianca grande come un otre, ecco che prende a
predisporre la tavolozza della bancarella togliendo i sassi dal telo che copriva la mercanzia rimasta
lì incustodita nella notte... fra un attimo inizierà a dare a ogni oggetto il suo singolo spazio e volume
e dalla piattezza ecco sorgere cocuzzi gialli, clivi neri, vette innevate di pizzo bianco, e mai una sola
farfalla essiccata e in vetrata, mai... indossa una maglietta bianca che le arriva a metà coscia,

non finisce di stupirmi come pianta bene i piedi nella rena e li sradica facendo volare la fantasia, è
come se avesse la ricetta per mungere energia dal centro del globo, ridandogliela passo passo,
«Ciao, Hanta!», le grido da lontano, lei gira la testa e cesta e scoppia a ridere, io la faccio ridere,
non so se dalla gioia o dal ridicolo, forse alcuni miei gesti affettati tradiscono la marionetta stremata
da tutte le gestualità che ha inglobato in una vita all'ascolto di ogni creta dotata di soffio umano e
quindi di alito pesante, checca che ho trovato inutile raccontare a chicchessia, sicuro che ci arrivano
tutti da soli, anche lei. Nella pausa del pranzo a casa s'è fatta le treccine e, siccome noto certi
dettagli quasi dietro committenza maschile, vedo che le punte delle treccine le battono all'altezza
dei capezzoli e che nel respiro i seni sollevano la maglietta scoprendo l'ombelico, per prima cosa
non svuota al suo solito sporta, cesto o secchio, saltellando e fischiettando è andata a una polla di
acqua piovana e ha riempito un secchio, se l'è messo sulla testa e, altera ma sciolta come solo lei
può essere con un coso così pesante sopra, ritorna all'alberello che vaghissimo pencola sopra la
bancarella e che per tutta la vita, a meno che non le chieda io di sposarmi, dovrà farle ombra, e
comincia con le mani a but-

tare l'acqua tutt'intorno al tronco, si deve piegare per farlo e la cosa non credo le piaccia, muove il
bacino in maniera innaturale, anzi, non lo muove affatto, teme di essere guardata, poi, con lo
spruzzo d'acqua appena partito dalla mano si gira di scatto, incontra il mio sguardo e scoppia a
ridere di nuovo; no, non credo che abbia mangiato foglia e fico quanto a me, non c'è maschio
occidentale bianco qui intorno che, dagli un gonnellino di banane, e non assomiglierebbe a una
bianca senza neanche dover fare l'imitazione di una negra.
Sempre per sottaciuta committenza, o lettore uomo che mi hai seguito fino a qui supino come una
sogliola lesbica, faccio regalo di questo sguardo di Hanta che continua ora con la coda dell'occhio
fra il secchio blu e la fronda verde argenteo del suo alberello, ti dono la linea e il margine della sua
fronte alta e lo scatto del suo collo che fa cadere per un istante... il nostro istante più caro... la punta
delle sue treccine sull'orizzonte, ricomparso appena il necessario per contenerla e fuggirle via da
dietro lasciandola là da sola senza fondale.
Poi mi sono portato fuori dal perimetro dell'albergo, ho vagolato qua e là, dentro e fuori boschi dai
rari baobab, che sarebbe proibito tagliare per farci le canoe o che, ma

quanti ne ho visti segati al tronco, e di sentiero in sentiero non so nemmeno io quanti chilometri ho
camminato, quanti villaggi ho attraversato, davanti a quante capanne mi sono fermato per ammirare
cespugli di fiori addomesticati e soprattutto la lindezza dei patii di terra battuta, mi sono fermato a
un posto, Chez Maxim, con una ribaltina di plastica sotto le frasche e un solo scaffale di bottiglie di
aranciata e Coca-Cola però dotato di frigo, ho bevuto dell'acqua minerale, nessuno faceva caso a
me, ero sciolto e contento, ma tutti facevano caso ai miei piedi, perché quando ho deciso di uscire
dal solito tragitto non avevo le scarpe e non avevo voglia di ritornare a prenderle nel bungalow,
sicché tutta la mia passeggiata è stata un trotterellare da una zona d'ombra a un'altra per coprire il
più alla svelta possibile il tratto di strada infuocata dal solleone, devo essere sembrato una lepre
scottata e scema, e poi ho deviato verso il villaggio vicino all'albergo, ero sicuro di orizzontarmi
bene, e lì è stato un saltellante gioco di prestigio procedere, perché i sentieri abitati erano tutti una
pozzanghera di acqua fetida e rifiuti e rami spinosi e non sapevo mai dove sarei andato a poggiare e
poi vedo gente del villaggio raccolta sotto una pensilina di sacchi di plastica e di nuovo

un ristoro all'aperto, c'erano donne sedute e alcuni uomini, mi sono trovato seguito da un corteo
sempre più numeroso di bambini che credevo negretti e invece sono di tanti di quei colori che mi
sembrava di essere il pifferaio magico che porta a destinazione un astuccio di gessetti colorati vivi;
mi sono fermato, ho chiesto al padrone dei due, stavolta, scaffali una bottiglia di acqua, poi
adocchio un vaso di caramelle e non so resistere, dieci per volta le compero tutte ma faccio capire ai
bambini che se mi assaltano tutti insieme le rimetto nel vaso e non ne avranno nemmeno una;
esaurita la coda, anche grazie a un paio di donne che smistano e mandano via quelli che si rimettono
in fondo e che invito a bere quello che vogliono, tiro fuori altri soldi per pagare e sento un colpetto
sulla spalla, «Aiaia», mi giro e davanti a me c'è Alain Delon.
Un Alain Delon di trentanni, alto e slanciato, si direbbe, bellezza fuori dal comune a parte, un
bianco qualsiasi con una tintarella invidiabile, capelli biondi, setolosi, occhi azzurri, inebetiti, bocca
e naso e zigomi sporchi di sudore e polvere di stupefacente armonia virile, mi arriva in faccia
un'alitata fetida di aglio e piorrea, nelTabbassare lo sguardo vedo il resto, cioè un paio di brache a
brandelli,

un paio di scarpe da ginnastica slabbrate sui fianchi e in punta, l'uomo ha preso a parlare
sforzandosi di sorridere, denti marci, non parla una parola di francese, cincischia chissà che, il
padrone del ristoro interviene, lo vuole mandare via, dice che non devo dargli niente, che non gli
darà più da bere, alcol di nascosto, suppongo, le mani luride e splendide dell'ubriaco, certo originato
da uno spermatozoo gallico che passava di qua negli anni Settanta, cercano di farmi una carezza, io
indietreggio, lui supplica, me le ritrovo agguantate all'abbottonatura della mia camicia, comincia a
inveire, lo sguardo si fa cattivo, le donne lo prendono da dietro e lo trascinano via, lui mi mostra i
pugni, io penso al suo destino, al suo sangue esule senza saperlo, che sente che qualcosa non va
proprio nel suo circolare lì, non tanto dentro, ma lì fuori, e mi tremano le gambe, perché se non mi
sbaglio è come stare all'aria aperta e sentirsi condannati a un ergastolo senza poterlo circoscrivere,
prendo tutti i soldi che mi sono rimasti, parecchi, vado da lui, ora con la fronte appoggiata al bordo
del tavolaccio e le braccia abbandonate a terra, gli dico io stavolta «Aiaia», solleva la testa, non
sembra nemmeno riconoscermi e senza guardargli più gli occhi gli metto in mano i soldi e me la
batto.

Al ritorno, così orgoglioso di me perché non mi sono beccato nemmeno uno spino né una ferita, a
parte l'Alani francese che non è mai stato francese, ho parlato a lungo con la madre di Hanta, mi
dava dei mezzi ragguagli, ha saputo dalla figlia che non sono sposato e che sono sincero, che non
sono sposato davvero, dice che sono un bell'uomo, un uomo come ce ne sono pochi in giro, che
sono gentile, che non offendo, che non voglio comprare «ciò che non è in vendita», che l'età in un
uomo non conta niente (forse perché conta poco anche lui?), che Hanta quando rientra racconta a
tutti che cosa ho fatto io, se ho cantato o fatto dei balletti sul patio tutto da solo o le battute che
l'hanno fatta ridere, e ha anche riferito che, quando avrà finito di ricamare la camicia, voglio che a
punto erba ricami anche il suo nome, non gliel'ha mai chiesto nessuno, prima di me, il nome
ricamato, la mamma ha altri cinque figli, li manda tutti a scuola in città, tutto ciò che guadagna è
destinato alla loro istruzione in città, non qui, dove le scuole non valgono niente, tutti nella sua
famiglia sanno leggere e scrivere e taluni parecchio di più, Hanta è la maggiore, sgobba, senza di lei
farebbero i selvaggi come gli altri e è lei che ha insegnato a leggere e scrivere a tutti i famigliari,
compreso il padre pe-

scatore, Hanta è libera, è una ragazza difficile alla quale non sta mai bene nessuno del suo villaggio
e non solo non ha figli, data l'età, ma è vergine... Non so perché la madre mi dica queste cose senza
smettere di ricamare la sua parte di cotone. Come sarebbe improvvisamente la mia vita se in cucina
apparisse lei, la mia cara Hanta, appena scesa dal letto, dal mio letto, tutta Hanta invece di un
quader-netto di appunti malandato tolto dalla sacca da viaggio... Io vado via, ritorno nella mia libera
cella, ai miei solitari rimestii di palle, non ho né velleità esistenziali future né pentimenti sul
passato, non ho alcun enigma da sciogliere, non c'è alcun arcano della psiche arenatasi qua piuttosto
che là e perché irrisolto, niente che vorrei non sia com'è, sovrapposizione statica o linearità in
movimento resto nel pieno del mio essere divenuto: si può pareggiare solo la sabbia sulla spiaggia e
rinfilarvi la stessa figura smarrita, me, a delimitare lo spazio con scogli e il bordo della terrazza
dell'albergo che oggi ci vede qui a flettere la volontà di un cielo a pecorelle. C'è posto per tutto, e
niente deve provare nostalgia di non essere stato altrove invece di essere dov'è: sarebbe stata
assolutamente la stessa cosa, la stessa posizione, lo stesso rimpianto dell'ingrato.

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Bisogna capire che le nuvole, una sopra l'altra, non si fanno male e che solo una nuvola stupida
può credere che si troverà meglio sopra che sotto.
Guarda, mi dico al bar dove sono costretto a origliare anche non volendolo, dopo un po' sarebbe
stato come fra quel fighetto sudamericano, un uruguaiano credo, alto e magro e ossessivo con
malgascia dall'aria scornata, presa a cottimo e rivestita secondo lo standard di accompagnatrice part
time in vacanza, lui che finge di interessarsi a sua figlia e le fa domande sulla scuola, domande fuori
luogo a una morta di fame rimasta incinta chissà da chi, magari proprio da lui anni fa, lei risponde a
monosillabi, lui la sbaciucchia e la palpa in continuazione, lei sopporta e appena può riporta il
discorso su cosa farà mai quando lui se ne andrà, un uomo e una donna fuori fase che stanno
assieme perché uno compra e l'altra non può non vendersi alla svelta perché sa che scade presto.
Uno che non capisce niente pensa: ma non gli piacevano gli uomini a 'sto scrittore, che patetiche
canagliate mi sta raccontando? Sì, è vero, e solo in parte, purtroppo, perché a me piacevano
innanzitutto gli alfabeti, e con le donne non sarebbe stato possibile dividersi, puoi dividerti tra
donne e motori, donne e af-

fari, donne e politica, ma non puoi dividerti fra donne e alfabeti, mentre fra uomini e alfabeti sì, se
prevalgono gli alfabeti o se gli uomini restano la stecca di gesso per scriverli e non il senso di
quanto scrivi. Ma con una donna sarei stato solo il gesso inerte sulla scrivania. Avrei vissuto il
vivibile: e con ciò?
E una sera che mi sono messo la sua camicia appena finita e firmata "Hanta" in filo rosso sotto i
miei occhi, lei passa per ritornare a casa, «Buonasera, signore», «Buonasera, Hanta» e per la prima
volta, come se un ventriloquo in me usurpasse la mia laringe, aggiungo, impostore, «A domani», lei
si gira senza fermarsi, fa un mezzo sorriso, ma è un sorriso un po' incerto, un po' incredulo, una
contrazione nervosa, per la prima volta la cesta le traballa sulla testa, forse sa già tutto, forse sua
madre addirittura si è già informata da qualche inserviente che sa arrivi e partenze, «A domani,
signore», non aggiunge, era sperare troppo, "Sei come tutti gli altri, signore", e l'indomani, poco
prima delle sette, senza volgere un solo sguardo al punto della spiaggia da cui compariva alle otto e
trenta in punto, parto.
Senza neanche fare colazione, non appena in auto mi sento male, ho una crisi di fiele che travasa,
corro alla mia medicina antimalarica

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da prendere a stomaco pieno, al mio quader-netto e penna nella sacca da viaggio.


L'avevo deciso già facendo le aste in prima elementare: o ti piacciono le donne o ti piacciono gli
appunti.
Per la vita, mi sarei accontentato delle aste.
Dovremo fare una piccola deviazione, sempre col mio permesso, prima di arrivare all'aeroporto
dove voleremo a Taolagnaro per ripartire in auto verso Fort-Dauphin, finalmente Angelo crede di
essere riuscito a localizzare il villaggio di Lucette, a una decina di chilometri più a nord e da
tutt'altra parte da dove Fave-vano vista i due «buoni signori svizzeri», un pastore l'ha riconosciuta
nella foto, anche se non è la prima volta che qualcuno la riconosce e poi non è lei ma la figlia, la
nipote, la moglie di chi l'ha riconosciuta, perché Angelo l'infor-matore se l'è sempre ritrovato là che
lo aspettava tutto curioso e eccitato. Il guaio maggiore, dice Angelo, è che nella foto sia Lucette che
suo figlio hanno una banconota da diecimila franchi per mano e la signora svizzera tiene ancora
nella sua il portafoglio di pelle di coccodrillo con cerniera color oro e quindi tutti vogliono essere o
Lucette o suo parente.
E Lucette fu; io non scendo dall'auto, non entro nello steccato di frasche con le cinque capanne
allineate, Angelo confabula sull'en-

trata, arrivano tutti, sembra di essere sul set di un film monocolore, Trogloditi inurbati, tutto è color
seppia stinto, facce, gambe, capelli, stracci, cose, tronchi, perfino le grida sembrano color seppia
stinto, la capra, la gallina, e Lucette arriva, sempre col suo infante al collo come nella foto, è stata
svegliata, ha ancora la cispa agli occhi, una mulatta adolescente con bambino, una pietà acerba in
me, appena deposta sul nastro di partenza, qui dal vivo è rapata a zero, tiene con la mano libera una
coperta piena di buchi attorno al corpo e non è molto in forze, inoltre non capisce quel bailamme, è
improvvisamente intontita del tutto, sperduta, teme l'annuncio di un male inaspettato, non altro, e
Angelo le parla, le mostra la foto, le legge la lettera traducendola al contempo, la mamma bambina
piange e fa di sì col mento, continua a fare di sì col mento ma non spiccica parola, poi, anche grazie
all'aiuto di Sufulu, Angelo riesce a disperdere la piccola folla e a restare da solo e a appartarsi con
Lucette sotto l'eucalipto dall'altra parte dello sterrato, le parla a lungo, le consegna una busta color
paglierino, con un lapis trascrive sull'agenda le poche parole che riesce a strapparle, la mamma
bambina piange ancora di più e fa di no col mento, continua a fare di no col mento, poi,

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denudandosi un seno di folgorante turgidezza e porgendolo alla piccola bocca nascosta negli stracci,
fa di nuovo di sì, io che non so se faccio bene a restare dentro o a restarmene fuori o se dovrei fare
qualcosa, mi sembra tutto così complicato, così estremo, così color seppia stinto, queste vite in balia
fra le loro radici che danno così poca vita e la vita che ti verrebbe accresciuta da radici non tue.
Starò zitto, non chiederò niente a Angelo, e lui, lo conosco, se non chiedo non apre bocca. Secondo
me, anche lui sa solo a spanne come è andata veramente.
Sufulu ha già messo in moto, Lucette si tira la coperta su e giù e sopra e sotto, è una coperta troppo
corta, resta immobile col suo fagotto a tracolla contro la corteccia ma senza appoggiarsi, tiene la
busta nella destra, deglutisce, la passa nella sinistra, da un altro tiro alla coperta, tutta la sua figura è
terrea, a parte il lucore del rivolo uno per guancia, senza mai cambiare espressione abbassa la testa
sul poppante, la risolleva uguale, e addio.
Oh, che allegria, che spasso, che birichinata, che festa fra me e me a scapito di tutti gli altri
passeggeri, che calca in calore le mie conchiglie nel portapacchi dell'aereo per Taola-gnaro! Chi per
tutto il volo si tiene un fazzoletto contro il naso e si guarda intorno, chi

apre le narici a più non posso e si guarda accanto, e spesso c'è una insospettabile suora indiana tanto
magra e tanto linda, ce n'è per ogni olfatto simpatizzante o no, fatevi sotto, gente, e neppure tutti gli
astri riuscirebbero, nemmeno fiutando a presa diretta dal tubo di scappamento, a far fuori tutto quel
nonsoché che nessuno, a parte Angelo, imperterrito, sa provenire dai miei sacchetti a mano.
Slacciate pure le cinture, gente, ormai un po' me ne intendo anch'io, è un'emergenza che non si
verificherà di nuovo tanto facilmente: odore di figa primigenia si spande dall'alto dei deli oceanici
su tutto il Sud del Madagascar.
A Fort-Dauphin, arrivati in taxi, piove tutto il pomeriggio e tutta la sera, dalla stanza dell'albergo
butto indumenti e soldi a tutti i questuanti che, uscendo per camminare, non ho potuto soddisfare
prima, né voluto, credo, tutti con cianfrusaglie d'argento e pietruzze da vendere e conchiglie che ho
già. Avanti e indietro per lo stradone principale, è dura far passare il tempo, e le carcasse di navi
mercantili sulla riva sono struggenti ma non mi portano via più di tre minuti, quattro l'acquisto per il
figlioletto della figlia dell'umana che ha partorito anche me di una serie faunistica di francobolli alla
Posta situata sul lun-

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gomare, i colori plumbei e crocifissi da far pietà, grigi i marosi, grigi i nuvoloni, grigi i gabbiani,
grigi i rari talloni per strada, come se qui, e anche qui dentro, la vita si fosse arresa e diventata solo
sacrificio e l'unico sentimento che la renda umana sia la pietà, una pietà depositata all'anagrafe che
rende legati i parenti anche quando qualcuno di loro non lo vuole più o non può più sentirsi legato o
è stato talmente legato per forma che la sostanza del sangue è corsa altrove e nelle vene resta, per
l'appunto, un letto di pietà generica per tutto ciò e per tutti coloro che non vivono più in alcun cuore
ma continuano a dire «mia madre» «mio padre» «mio fratello» «mio nipote» «mio zio», e pietà di
me quando dico «mio simile» ben sapendo... oh, quel «mio», quell'improprio possessivo quando
tutto è stato spossessato e restano i meccanici fonemi della burocrazia anagrafica che precisa a
vanvera beni confiscati come se fossero ancora parte del tuo patrimonio, quel «mio» che si ostina a
rendere concreto e presente l'oggetto rimosso dall'alone di polvere che ha lasciato, legami legati
solo da una parte e non dall'altra e poi più nemmeno da quella, e la pietà quando non c'è altro è
amore morto, e compero anche una cartolina e spedirò con un francobollo colorato tutto il grigiore
di

questo orizzonte ma lo nasconderò sotto o prima lo leccherò via dalla colla con un colpo di lingua;
un quartetto di giovani e seriosi italiani, intravisti all'aeroporto d'arrivo in Madagascar, ora li rivedo
qui, dall'altra parte della strada, per me sono tabù o forse io sono tabù per loro, è quindi la seconda
volta che li guardo ma nessuno di loro mi guarda, mi sarebbe piaciuto tanto chiacchierare un po',
uno è alto, con la barba da studioso, deve essere il capo missione, e anche gli altri tre non scherzano
quanto a compostezza accademica o filantropica con prebenda assicurata, e un'essenza stronzesca
che li unisce non tarda a farmisi chiara una volta scorti nel giardino dell'albergo, le parche ma
intense attenzioni che si rivolgevano l'un l'altro: a parte il fatto che sono preti in abiti civili, sono
due coppie di amanti.
C'è una vecchia sciancata che non mi ha mollato fino a che non ho dato anche a lei un paio di
mutande, perché dalla strada vedevano che avevo fatto il bucato, era steso a asciugare sul balcone,
sotto la pioggia, e ognuno mi additava la canottiera o le calze che preferiva, non ho avuto
l'accortezza di togliere dalla balaustra due camicie molto belle e nuove, e sono finite a due ragazze,
incinte, che non dicevano niente, non osavano ma

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non la smettevano di guardare in su e allora gliel'ho chiesto io, «Volete per caso una camicia?» e
sono volate giù anche quelle, tanto fra pochi giorni rientro, non ho più bisogno di biancheria, e per
Angelo, che ha la mia taglia anche di scarpe, e Sufulu tengo da parte le cose più belle, anche se
Angelo s'è innamorato dei miei occhiali da sole, che per lui corrispondono a uno stipendio, e non
so, accidenti, se riuscirò a rinunciarvi, piacciono tanto anche a me e inoltre li ho pagati di tasca mia;
Sufulu arriverà qui con il fuoristrada domattina, rimetto a bagnomaria le conchiglie, non c'è verso di
spurgarle mai del tutto, ceno svogliatamente, da lontano adocchio il tavolo dei quattro sussiegosi
benedetti a pieni voti, sembra un gruppo scolpito nel tufo, non ridono, non gesticolano, non si
abbandonano a nessuno scherzo, sono porosi, li invidio perché si sente che hanno deciso che non
avranno mai un dubbio sul mezzo meschino ma solo certezze in vista del fine superiore, hanno quel
modo tipico di aspettare il momento buono per dare sfogo alla voglia senza mai farlo precedere da
un'avvisaglia che non sia quel sermone, contro il peccato che stanno per commettere in tutta
intimità, a corroborazione della morbosità covata a puntino. «Vivi nascosto»... Immagino che

stanotte, anche stanotte, si inculeranno da Dio, sebbene un po' legati nei movimenti e poi
improvvisamente troppo slegati, ognuno come destabilizzato dall'altro, senza un vero compromesso
e equilibrato incastro fra le parti, c'è l'attivo e c'è il passivo, chi comunica e porge l'ostia e chi è
comunicato e apre la bocca e l'orifizio, raggiungeranno il piacere ma dovranno far finta che era
come sbrigare una pratica d'arcivescovado, che il piacere non gli piace né li interessa più di tanto, e
non si diranno una parola, io ho scopato con dei religiosi, senza sapere prima che lo fossero se no
col cazzo che ci andavo assieme, e erano così, il penitente ero sempre io nei loro confronti, mai
viceversa, non appena ha sborrato lui ritorni la pecorella smarrita tu, mai viceversa, quindi uno dei
due preti questo ruolo della pecorella smarrita lo deve pure assumere se no l'altro non può ritornare
a fare il pastore d'anime. Si sentivano tutti migliori di me, perché, quand'anche io avessi appena
peccato, loro avevano già rimosso. La dimora ufficiale di questa gentucola è l'ovile e le loro
mutande sanno di logica d'ovile; hanno sullo stomaco e sulla faccia duemila chilometri di pelo e di
bronzo, bisogna capirli, possibilmente mandarli a cagare prima di fargli la carità di sfondarli.

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Sia come sia, appena quei quattro sodomiti consacrati si ritirano in camera due per due, detta la
preghierina a mani giunte, spenta la luce, si accostano al corpo del prete adiacente e via con la
liturgia: conversione del salterio in salti - a mani giunte.
Ma eccoli qua nella riserva di Barenty i fantastici lemuri bianchi che si spostano sulle zampe
anteriori! Accolgono i visitatori... e nel nostro gruppo è apparso anche l'uruguaiano alto e magro e
ossessivo che faceva domande cretine a quella disgraziata... facendo delle danze acrobatiche su e
giù per i rami e è assolutamente proibito dare loro la benché minima briciola, il che mi sembra
molto saggio, Tunico modo per garantirne l'autonomia e quindi la sopravvivenza, nella riserva
hanno in abbondanza tutto ciò che gli serve, dalle bacche alle banane; di notte, senza allontanarmi
troppo... ero uscito dal mio gigantesco bungalow, dove di norma dormono in sei, perché gli animali
che si rincorrevano sul tetto facevano un baccano irresistibile... vedo puntando la torcia grappoli
bianchi sugli alberi, sono i lemuri che si stringono in quattro o cinque e formano delle corbeilles a
calice di genziana, mi immaginavo che le code penzolassero giù dai rami e invece no, con le code si
avvolgono l'un l'altro per scaldarsi!

Ciclo esageratamente stellato, quasi quasi dormo qui fuori, fiere non ce ne sono, serpenti o ragni
velenosi neppure, tutti gli animali che saltano sono a nanna, non è facile chiudere occhio sapendo di
essere attorniato da cinque letti vuoti, io stavo lì a contare più o meno quante persone ci avranno
dormito dal 1984, anno in cui ho pubblicato il mio primo romanzo, e ho steso una tale pagina di
tabelline oniriche che mi ha mandato in tilt. Ma poi, dopo dieci minuti sull'amaca nel patio, meglio i
fantasmi nei letti che fare da picnic alle zanzare; regolarmente ho preso antimalarica secondo le dosi
prescritte e quindi a non finire, ho vissuto questi giorni con lo stomaco in bocca dalla nausea, non
digerisco nemmeno l'acqua e il confettino di liquirizia, ah, e oggi con la guida locale dalla
enciclopedica sapienza e dal francese coltissimo, e ancora ottocentesco come quello dei missionari
che l'hanno educato, uno scienziato che per arrotondare acconsente a accompagnare i turisti, ho
visto il solito pellame di coccodrilli in cattività, tartarughe giganti, pipistrelli in via di estinzione a
causa dei contadini che non smettono di mangiarli, e un drongo, lo Zelig dei pennuti, il leggendario
uccello nero definito «il re degli uccelli perché, da bianco immacolato che era, salvò la Terra
dall'in-

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cendio e il Creatore, in cambio del sacrificio delle sue penne diventate nere dal fumo, lo premiò
dandogli tutti i versi di tutti gli uccelli al mondo, di cui può fare anche l'interprete», «Victor Hugo
scrive che ne aveva uno anche re Salomone, lui lo chiama upupa», aggiungo, «E che se ne faceva re
Saio-mone del drongo, risparmiava sugli ambasciatori all'ONU?», chiede senza neppure saper fare
lo spiritoso il deficiente uruguaiano; poi, sempre nell'ambito zoologico delle chimere dai regali
appoggi, ho visto tre anziane e festanti coppie di insegnanti francesi che, incaricati dal governo di
Parigi, vivono ora nell'isola di Maillotte, a nord del Mada-gascar, dopo aver fatto scuola in Algeria,
nella vicina isola di Réunion e a Tahiti, ma li ho potuti vedere solo mentre erano giù dagli alberi e
stavano già camminando normalmente e ammutoliti: a causa del loro stipendio doppio (il che
significa quasi quintuplo rispetto a quello di un insegnante italiano, per non parlare della pensione
di cui godranno) di solito si spostano slanciandosi da liana a liana emettendo gridi di chiara gioia
animal-statale. Siccome apprendono per insegnare e stileranno un rendiconto di tipo pedagogico,
viaggiano pagati dal ministero. Da qui, le risa frequenti, scomposte, cade una foglia e

scoppiano in una ridarella micidiale, passa una taccola e scagazza e loro giù a ridere piegati in due
tutti e sei. Insomma, sono in missione.
Rieccoci col fracasso sul tetto del casermone, entra luce dalle finestre, mi stiro, dico «Buongiorno,
cercherò di fare piano» ai letti ancora appisolati, e apro la porta: un gruppo di lemuri bianchi e un
lemure rossastro mi piombano dentro come fulmini, prendono tutto quel che trovano, calzini,
canottiere, sapone, lo assaggiano e lo buttano, saltano sui letti e poi all'improvviso restano
immobili, mi fissano e riprendono a gracidare come ranocchie erette, a saltare, mai avuto risveglio
più simpatico, gli altri cinque spettrali dormienti sembrano non farci caso, ci saranno abituati.
Nella riserva confluiscono botanici e animalisti e biologi da tutto il mondo, è davvero una razza a
parte questa degli scienziati, non c'è pericolo che guardino mai in faccia un turista, e sono tutti
magri, giapponesi finlandesi canadesi e svedesi, tutti allampanati e ingobbiti anche se corti di
gambe, monastici nel vestire e nell'alimentarsi, bevono solo acqua, non mangiano alcuna carne,
catalogano e guardano fisso davanti a sé, tutto ciò che è umano non rientra nei loro interessi - è arri-

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vato il picchiatello maligno dell'Uruguay che non si è certo risparmiato nell'illustrarci le gesta della
sua casata, è di una di quelle famiglie di possidenti terrieri che usano i campe-sinos anche per farsi
giù il terriccio dalle scarpe coi loro scalpi, ci ha sfiancato tutti con le sue domandine puntigliose e
tanto sciocchine, siccome a ogni domanda si impalava per costringerci a farne il centro
dell'attenzione e siccome era vestito di verde da capo a piedi berrettino compreso, l'occhialutissimo
botanico americano, che stava facendo il sentiero laterale al nostro, per un istante ha messo a fuoco
lo sguardo sull'uruguaiano impalato tutto verde, e io ho pensato "Miracolo, lo scienziato che si
sofferma su un essere umano!, sta' a vedere che adesso saluta", e invece subito ha distolto lo
sguardo profondamente deluso e anche disgustato, mica perché l'uruguaiano è il Cretino
Sempervirens, ma perché era una falsa pianta.
Sotto la pensilina dove servono té e poco altro, ho osservato a due riprese il botanico canadese con
la botanica svedese appena arrivata, parlavano di lavoro, voglio dire, saranno pure contenti, no, 'sti
scienziati maschi quando arriva una scienziata femmina, che è pur sempre una merla bianca, invece
no, lui la guardava come si guarda un uomo e io ho

pensato primo che se ero lei l'avrei preso a schiaffi e me ne sarei andata via, secondo che la nostra
società ne ha create di fole e di beffe per produrre di più ma come quella della divisione fra l'amore
e il lavoro presa alla lettera! Se uno già lavora, gli viene anche più spontaneo fare degli straordinari,
no? L'amore è un secondo lavoro, no, come si può pretendere di dividerlo dal primo? Ogni amore è
pur sempre un passatempo circoscritto fra le due timbrature quotidiane di cartellino, perché non
farci scappare una scopata in sala riunioni o contro un tornio?
A discapito dello scienziato uomo che guardava la scienziata donna come se fosse un uomo, devo
dire che lei però lo guardava come si guarda una donna. Con la differenza - e qui ci risiamo con il
primato intellettuale, tutto teorico, delle donne sugli uomini - che lei era consapevole di avere a che
fare con uno che la considerava un uomo, mentre lui non era consapevole che lei lo stava
considerando una donna e lo disprezzava per questo. Si erano appena incontrati, perché lei era nel
minibus dietro a noi, e nessuno dei due, né alla prima né alla seconda pausa fuori dal laboratorio, ha
mai fatto all'altro una banale domanda di tipo personale, tipo sei sposata o che, perché si sa, o tocca
all'uomo fare indagini o una signora è

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kaputt per sempre, fa lei per prima una domanda un pò7 personale e è come se scamosciasse
l'interno cosce lì direttamente sul tavolo d'anatomia. Avevo voglia di interrompere il loro discorso
sui microrganismi e andare là io a dirgli in faccia che cosa si stavano dicendo veramente, soprattutto
a lui. Anche solo per fare qualcosa, farmi toccare, per esempio: entrambi scienziati, avrebbero
potuto constatare che anch'io appartengo a una specie vivente. Magari l'avrebbero anche pubblicato
da qualche parte, e si sa, una volta che anch'io fossi stato messo nero su bianco da una ricerca di
laboratorio, tutta la mia materia avrebbe avuto diritto d'asilo in quanto effettiva materia materiale,
forma di vita, suvvia, una cosa così che si può catalogare, o occupo anch'io tutti i letti della mia
camerata fuorché il mio?
Durante il safari notturno con le pile per cogliere di soppiatto lemuri dormienti nei boschi, arrivati
davanti a un campo di sisal che ci permette di guardare all'infinito in alto e dritto davanti a noi, la
guida ci spiega la rotazione della Croce del Sud a partire dalle undici di sera alle quattro del
mattino. Un'insegnante francese sussurra ridendo al marito, «E chi diavolo si sveglia a quell'ora per
vederla, 'sta Croce?», e io, «Wojtyla. E guai a essa se sgarra di un secondo».

La Luna, stasera molto più civettuola del solito con quel collier di stelle extra, va, notturno rapace,
coi suoi strali a caccia dei pensieri degli uomini, «Ma sono triti e ritriti», protesto a mezza voce,
«Pardon?», mi fa l'altra insegnante, e quello spilungone di cretinetti uruguaiano, vestito da para con
tanto di pugnale subacqueo alla cinta, siccome da ben tre minuti non ha più detto qualcosa di
istruttivo per ritornare al centro dell'attenzione grazie al dépliant imparato a memoria, domanda alla
guida già fiaccata, «Mi sembra di avere notato un tamarindo dalla chioma bianca, sono forse
centinaia e centinaia di aironi appollaiati?», gli rispondo io, «Cacche a pioggia, tesoro. Domani ti si
lega sotto, per sempre, e si fa felice la tua famiglia. Tanto nessuno qui crede che i tuoi cari ti
vogliono indietro», i coni illuminati delle pile vagolano come gigantesche amnesie fosforescenti...
non mi viene il nome di queste care bestiole agostane che luccicano nel buio: un'amnesia è un
ottimo segno di vitalità, me lo terrò com'è... e, strette le pile sotto le ascelle, parte nel buio un
applauso liberatorio.
Il resto della notte non chiudo occhio, temo che il possidente rampollo uruguaiano venga a
vendicarsi di essere stato esposto al ridicolo e che adesso sappia come sfoggiare il suo pu-

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gnale seghettato, c'era un che di malsano nel suo sguardo, qualcosa di fanatico, ho svegliato la
feccia feudale che dorme, tanto più che gli ho anche chiesto che fine aveva fatto la graziosa ragazza
malgascia con lui a Lakana Vezo e mi ha risposto con un ghigno, s'è sentito osservato, pedinato,
adesso chissà chi pensa possa io essere veramente... Ma sì, devo pure crearmi un intrattenimento,
qui nessuno di questi cinque fantasmi sotto le coperte mi racconta niente e sono quasi due settimane
che mi invento tutto da me. Ho già fatto i bagagli, domani si vola a Tana, due pernottamenti lì e poi
posso vedere a che punto è il prezzemolo del mio orto, ormai sono scaduti i quaranta giorni
necessari al suo apparire; ognuno ha i suoi impegni ma anche le sue aspettative, nella vita, io mi
aspetto di fare una salsa verde capperi, acciughe, tonno col mio prezzemolo.
Alle cinque e trenta, scosto l'armadio dalla porta, le brande dalle finestre, ormai l'uruguaiano non
verrà più, apro la porta e lui è lì, in piedi a gambe divaricate, più basso del suo normale, vestito tutto
di bianco, e impugna una pistola, e mi fissa. Fa un fischio, mi scuoto, la pistola si trasforma in una
banana, la testa in un musetto e di nuovo i lemuri bianchi precipitano giù dal tetto e, col capo
ghenga in

testa, mi saltellano incontro e addosso, e addio anche qui.


Anche a Tana centro, appena fuori dall'albergo considerato a cinque stelle dove c'è un viavai di
belle biondissime francesi che fanno le annunciataci alla televisione e che cenano coi notabili e i
parlamentari malgasci, dappertutto c'è un pancione a spasso con attaccata una ragazzina.
Su e giù per le scalinate della collina urbanizzata del centro di Tana, di giorno e di notte, senza
accompagnatore, anche se Angelo è molto preoccupato per questo mio ordine di andare pure da
moglie e figlia a portargli i miei regali che a me ci penso io, ovunque c'è un ponte o un edificio
abbandonato ci sono letamai di quatrèmì ammassati gli uni addosso agli altri, gironi sociali
all'aperto di carne umana affumicata nel sudiciume e nella caligine, uomini e donne e bambini resi
selvaggi dalla città che li rifiuta; sono la feccia della società, dormono e vivono dove capita, a
centinaia di migliaia, defecano e urinano a ogni angolo di strada e di negozio senza spostarsi di un
centimetro dal punto esatto in cui gli scappa, solo gli occhi sono puliti ma di una chiarezza da bestia
affamata o ferita, tutto è vecchia sporcizia, una seconda pelle, trasci-

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nano cenci e cartoni o sono nudi, pezzi di spazzatura con membra e lineamenti brancicano negli
immensi giacigli collettivi provvedendo al fetore di escrementi più straziante che io abbia mai
dovuto annusare.
«Il governo» mi dice Angelo «li ha caricati a forza sui camion e li ha portati in certe terre vergini e
fertili e gli ha costruito capanne e servizi, ma sono ritornati uno dopo l'altro tutti qui, non vogliono
lavorare, non capiscono il lavoro, oramai la loro mentalità è marcia, preferiscono fare i parassiti di
Tana, e non vogliono che nessuno si avvicini a loro, si nu-trono di rifiuti, però non attaccano ancora
l'uomo, si esprimono per grugniti, i più hanno disimparato completamente il linguaggio umano.»

«Non potranno mai fare il gemellaggio con Montecarlo. I quatrèmì sono i soli che abbiano
guardato la mia faccia e non il mio marsupio alla cintola.»
Cerco di metterla sul ridere, anche se sono piuttosto sottosopra, perché alle due del mattino c'era
una bimba seminuda di forse due anni che vagolava nella piazza deserta poco distante dall'albergo a
cinque stelle e non riesco a cancellarla dalla mente. E poi perché cancellarla? Dopo venti minuti era
ancora lì, sembrava cercare ma forse non cercava nes-

suno, e nessuno si è mai fatto avanti, non era né persa né era stata perduta, sembrava il suo orario
per venire fuori. Ci è restata, nella mente, le ho detto, «Non muoverti», anche se lei non c'era più
quando sono ritornato dall'albergo con il tosto al formaggio e prosciutto, il succo di frutta a
temperatura naturale e le caramelle, che ho lasciato su un muretto basso dove lei potrebbe arrivare
con la mano se fa alla svelta a ritornare. Potrei omettere questi particolari, sì, ma allora potrei
ometterne altri, molto più commiserevoli, tutti scaturiti dal perbenismo del cinismo che garantisce
osservazioni acute, e comunque siamo pari, la cattiveria come difesa non è meno patetica della
bontà all'attacco. È ancora tanto se ho resistito alla tentazione di stringermela fra le braccia e
portarmela in albergo, se avessi avuto un aereo privato l'avrei trafugata, se avessi un aereo privato
avrei anche molti hangar ben attrezzati con culle e scivoli e girelli, tutti pieni di bambini
abbandonati trafugati ai governi e alla morte, e non concludo dicendo meglio così, un sacco di grane
evitate: mi dispiace davvero di non avere un aereo privato, toh, e di non essere perseguito per l'uso
che ne farei.
Il club di vita notturna più famoso e frequentato di Tana è il Glacier, ci butto dentro il

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naso, brrr, che gelo, ordino una birra, tutti i tavoli sono occupati da europei trasandati e malgasce di
tutte le età, tutte che imitano le fotomodelle americane, tutte coi capelli tinti di biondo e di rosso, e
tutte con problemi di denti, soprattutto i denti finti delle più fortunate a averne comunque mi
allappano la bocca, sono denti che deturpano perfino le mascelle, non solo storpiano il sorriso, denti
troppo grossi per le gengive in corso e trapiantati troppo alla carlona, denti tutti uguali per tutte e
per tutte le bocche, le donne sbau-sciano anche stando zitte, perdono saliva come se fosse lo sfogo
della tristezza bieca delle facce in attesa del cliente, non ci sono donne libere, solo schiave del
mestiere di sopravvivere, il complessino jazz-rock attacca a suonare Lave Story, il grosso del
figame sta coi gomiti appoggiati ai tavoli stravaccato di sbieco e gli uomini sono pochi, tre italiani
che si salutano da lontano come vecchi conoscenti ma che non si avvicinano l'uno all'altro più di
tanto, come se l'uno temesse il segreto dell'altro e non volesse esserne infettato, tutti prossimi ai
cinquanta con la barba di qualche giorno, l'atteggiamento di chi sta raschiando le ultime forze
tirandole su dal naso ben sapendo di averle già espettorate tutte, i movimenti lenti, sfibrati, malati,
alcuni monili co-
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me orologio d'oro e anello dallo stemma a-raldico e catenina con crocefisso a dire per conto loro chi
sono e quanto valgono, quanto probabilmente valevano. Che in questo limbo di depressione e di
miseria truccata senza convinzione possa accendersi un desiderio carnale mi lascia ammirato, sono
sicuro che il vero lavoro di queste derelitte tinte non è farsi scopare, ma riuscire a farglielo tirare
prima di cascare stremate dalla cervicale. Da qui, anche, lo stato delle mascelle che perdono il colpo
e le dentiere che vanno giù dai pioli, neh.
Se per questi tre gaglioffi italiani scappati alla polizia al momento giusto la libertà è questa, non
era più conveniente restare in galera e scontare anche il doppio della pena?
Sera illune, svuotata, gotica, e ottenebrato dall'ipocondria tutta femminile che incombe nel boudoir
dell'essere maschio coi coglioni pieni di grazioso niente per niente, vado a cenare allo Chalet des
Roses, e sono molto fortunato, stavolta, una coppia al tavolo accanto, dopo un gran conciliabolo per
decidere se lasciarmi in pace o disturbarmi, mi rivolge la parola in italiano. Lei è milanese e lui
napoletano, entrambi poco più che trentenni, lui ha appena acquistato un terreno a Tulear con
spiaggia adiacente per costruirvi un villaggio
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turistico. Siccome hanno letto parecchi miei libri, sanno anche come rivolgersi a me per suscitare la
mia attenzione: arrivano al dunque con franchezza e non parlano di me, il che mi farebbe fuggire,
ma di loro.
Dice lui: «Tutti gli italiani, qui, sono in fuga, quasi tutti, a parte un paio di imprenditori seri su a
Nosy Be e noi, noi due siamo persone perbene, non siamo fuggiti da niente, anche se io ho fatto le
mie malefatte, tutte legali, speculazioni su foreste e cose così, fondi governativi intascati per niente,
ma non qui, in Oceania. Abbiamo deciso di staccare la spina per qualche anno, di fermarci, io avevo
dei soci, abbiamo fatto speculazioni anche in Grecia, Venezuela, Spagna, Caraibi, poi loro volevano
fare la stessa cosa qui, comprare qualcosa e aspettare il fesso che se la compra dieci volte più cara e
via. Ci sarà il boom del turismo qui, nei prossimi tempi, noi non vogliamo ammassare fortune, solo
vivere discretamente, lei sta organizzando un'agenzia viaggi qui a Tana e io il villaggio turistico a
Tulear, ho liquidato i soci, vogliamo fermarci, sposarci, avere figli. In Italia la gente è troppo
infelice, troppo analfabeta, televisiva, non vogliamo fare figli lì. I/avventura, alla lunga, logora e
anche la legalità, se è solo meritocratica come da noi, o

c'hai lo stomaco per digerirla o alla fine nuoce alla salute. Be', sì, in un certo senso si poteva restare
dappertutto, però era meglio tagliare la corda, mutile che le spieghi per filo e per segno, lei
capisce...».
Ho fatto accenno a quella bambina di due anni sola nella notte della piazza, ai bambini cenciosi e
affamati per le vie e i mercatini, lo sguardo da sessantenne che ho visto in un bambino di forse sei
anni fermo immobile come una sentinella di piombo a aspettare che i banchi degli ortaggi levassero
le tende per precipitarsi sugli scarti tocchi, ho chiesto, come si fa a sopportare queste cose giorno
dopo giorno senza diventare matti?
Dice lei: «Dopo sei mesi cominci a assuefarti, non vedi più. È triste, ma la sensibilità si ottunde del
tutto. Devi o diventare miserabile come loro o essere e restare protettivo esclusivamente con te
stesso. Vorrei non perdere la mia capacità di sdegnarmi e soccorrere, ma succede. È un processo di
difesa».
Dico io: «È bello andarsene, ma fuggire è orribile, uno va, sta, ritorna, va altrove, non fa ritorno,
ma se fugge, fugge anche se va al bagno. La fuga, che dovrebbe essere l'espressione estrema della
libertà riconquistata, perfeziona solo la gabbia, stringe le maglie, le sbarre della mente, non deve
essere facile
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nemmeno per il cuore più criminale o incallito fare a meno di sentirsi braccato, è la possibilità che
si insinui questo pensiero che mi rende spaventosa la fuga. Non è importante il mondo tutto, è come
ci vai, in quel posto, o come ci resti sulla tua zolla».
Lui: «Sì, uno che viene qui rivela... non so se è mai stato a Malindi o in certe isole della Patagonia
o delle Pigi, rifugio di un sacco di stragisti di estrema destra, coperti dai servizi segreti non solo
italiani... sì, uno che si rifugia qui rivela solo di essere un fallito. Le storie degli italiani, comunque,
sono le più belle e inverosimili».
Io: «Bancarotta, frode, omicidi?».
Lui: «Anche divorzi bianchi, lo scomparire per sempre, pagarsi nuove generalità, e soprattutto
dover fare completamente piazza pulita del tuo passato ogni volta che conosci qualcuno, e anche
stare attento a non inventarselo in cornici troppo rigide, non poter mai fare affidamento su nessuno,
mai fare confidenze, mai dare fiducia a nessuno, invece ubriacarsi e raccontare tutto a una puttana
che non capisce la tua lingua...».
Lei: «Mi diceva un italiano, giovane, più giovane di noi, che s'è sposato una povera crista
malgascia, tu la vedi e pensi a una mucca scema, ecco, le ha preso un televisore, lei è

tutta contenta e la sera, quando lui rientra, almeno lo lascia in pace, non come quella che secondo
me ha abbandonato in Italia... Hanno appena avuto un bambino, sempre davanti al televisore anche
lui».
Io: «Capirai che soddisfazione, e lo ammette pure!».
Lei: «Sì, ne va fiero, ha messo su una cresta! Secondo lui ha trovato la donna... la moglie della sua
vita, dice che è femminile finalmente, non gli fa domande, fa quel che deve fare una vera moglie,
che è libero...».
Sull'aereo per Roma, stessa perturbazione che all'andata, ma la coppia di Carpi e le due figlie
dormono di sasso, c'è un che di diabolico nello sfiatare del naso di lei, soprattutto se ripenso alla
veloce conversazione che abbiamo fatto ritrovandoci in sala imbarco.
La signora Pollastri, che aveva la responsabilità di tutte le sacche a mano oltre che delle obese
figlie indolenti e del fedele marsupio, sempre saldamente legato alla cintola, mi ha fatto il riassunto
del loro pacchetto-vacanze:
«Oh, guardi, io ho senso, a me i frutti di mare fanno senso, di preferenza ho sempre mangiato
carne di Belzebù.»
«Prego?»
Lei, dopo un solo attimo di smarrimento: «Ma come, non li ha visti? Tutte quelle man-

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drie di vacche con la gobba pelosa, i corni anche per le femmine... Ah, guardi, se non ha assaggiato
il filetto di belzebù s'è perso proprio tutto del vero Madagascar... E mettersi un golf? Ma guardi che
in Italia è mica come qui, ho appena telefonato alla mia donna, mi ha detto che sembra che è tornato
l'inverno, ma lei avrà freddo così leggero senza maniche!».
«No, no. Sono leggero di natura.»
«Si riguardi!»
«Occhio al marsupio!»
Non posso avere freddo con un lemure per parte, uno fra le scapole e Valtro sul taschino, una coda
attorno al collo e una penzolante sulle reni: ho indosso la camicia di Hanta, il calore di un ricamo.

(da appunti presi su settantadue fogli di scartafaccio nell'aprile del 1998; nessun senno di poi
nell'elaborazione durata fino al 2002: le considerazioni politiche e di carattere generale sono quelle
del momento)

Bibliografia di Aldo Busi


Opere
Seminario sulla gioventù, 1984
Vita standard di un venditore provvisorio di collant, 1985
La delfina bizantina, 1986
Sodomie in corpo 11,1988
Altri abusi, 1989
Pàté d'homme (testo teatrale), 1989
Pazza (nove canzoni cantate da Aldo Busi, volume con
audiocassetta), 1990 L'amore è una budella gentile, 1991 Sentire le donne, 1991
Le persone normali (La dieta di Uscio), 1992 Manuale del perfetto Gentilomo, 1992 Vendita galline
km 2,1993 Manuale della perfetta Gentildonna, 1994 Cazzi e canguri (pochissimi i canguri), 1994
Madre Asdrubala (all'asilo si sta bene e s'imparan tante cose),
995
Grazie del pensiero, 1995 La vergine Alatiel (che con otto uomini forse diecimila volte
giaciuta era), 1996 Suicidi dovuti, 1996
Nudo di madre (Manuale del perfetto Scrittore), 1997 L'amore trasparente (canzoniere), 1997
Aloha!!!!! (Gli uomini, le donne e le Hawaii), 1998 Per un'Apocalisse più svelta, 1999

Casanova di se stessi, 2000


Manuale della perfetta Mamma (con qualche contrazione anche
per il Papa), 2000
Manuale del perfetto Papa (beatigli orfani!), 2001 Un cuore di troppo, 2001 Manuale del perfetto
Single (e della piùccheperfetta fetta per
fetta), 2002 La signorina Gentilin dell'omonima cartoleria, 2002
Traduzioni
J.R. Ackerley, Mio padre e io, 1981
J. Ashbery, Autoritratto in uno specchio convesso, 1983
H. von Doderer, L'occasione di uccidere, 1983
J.W. Goethe, I dolori del giovane Werther, 1983
M. Wolitzer, Sonnambulismo, 1984
C. Stead, Sette poveracci di Sydney, 1988
L. Carroll, Alice nel paese delle Meraviglie, 1988
P. Bailey, Uno sbaglio immacolato, 1990
G. Boccaccio - A. Busi, Decamerone da un italiano all'altro,
990-99
Anonimo, il Novellino (con C. Covito), 1992 B. Castiglione, II Cortigiano (con C. Covito), 1993 E
Schiller, Intrigo e amore, 1994 Fratelli Grimm, La vecchia nel bosco, 1996 Art Spiegelmann,
Aprimi... sono un cane, io!, 1997