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Congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri di Palermo

1711 21 novembre 2021


DOMENICA ore 19:00
incontro di oratorio in musica
ORATORIO DI SAN FILIPPO NERI
in piazza Olivella
p. Corrado Sedda d.O. – Ciro D’Arpa (architetto) – Giuseppina Tesauro (lettore) –
Carlo Licata (tastiera) – Benedetto Ciringione (oboe) – Ilenia Zarcone (soprano) –
Giuseppe Brunetto (violino) – Francesco Pusateri (violoncello)

Brani musicali eseguiti: sonata per oboe e clavicembalo in DO- (A.Vivaldi), Pie Jesu (Fauré),
toccata in LA+ (D.Paradisi), sonata da chiesa op.1 n.2 in MI- (A.Corelli)

pubblichiamo di seguito i contributi


esposti a voce durante l’evento
1° intervento: parte storica [CORRADO SEDDA]

Alcuni passi delle cronache storiche del Marciano ci hanno introdotto al tema di stasera:
la nostra chiesa, della quale stamattina abbiamo celebrato l’anniversario di dedicazione,
l’evento tenutosi precisamente 310 anni fa. Già stamattina abbiamo detto qualcosa,
pertanto ora non è mia intenzione dilungarmi più del necessario, lasciando spazio al
commento dell’architetto che presenterà accuratamente quanto gli compete. Lo storico
dell’Oratorio Giovanni Marciano (sul finire del ‘600) racconta il corso degli eventi, ritenendo
importante che se ne tenga memoria, poiché essi illustrano come la storia giunga al nostro
presente. Noi oggi ammiriamo un’opera nel risultato di secoli di lavoro e rifacimenti
susseguitisi nel tempo.
Per il rito pontificale di dedicazione della chiesa i padri
dell’Oratorio scelsero simbolicamente il giorno 21
novembre, memoria liturgica della Presentazione della
B.V. Maria al Tempio. La data valorizzava il legame tra la
Congregazione dell'Oratorio e Maria SS., secondo la
devozione sempre espressa da San Filippo che la
considerava la fondatrice.
Due settimane fa ricordavamo la posa della prima
pietra nel 1598, ma per la consacrazione del tempio di
Dio i padri vollero attendere che il cantiere edile fosse
ultimato. La struttura era già completata nel 1622 e la
si poté inaugurare solennemente in occasione della
canonizzazione di San Filippo Neri a marzo, sebbene la
fabbrica della chiesa andò avanti nel tempo con
incrementi ed ammodernamenti fino all'800.
Il progetto delle chiese era sempre dato dagli stessi
religiosi che non erano solo committenti: progettavano
l’opera secondo i propri desideri e dirigevano i lavori
facendosi carico delle spese. Ricordiamo che la Vallicella
a Roma fu costruita secondo le precise indicazioni che dava di San Filippo, in tutto
rispondente alla sua idea. All’Olivella si riconosce la paternità del progetto al padre Pietro
Catena, tra i primi sette fondatori della Congregazione. L'architetto Antonio Muttone fu
direttore dei lavori in cantiere realizzando il disegno della chiesa in dimensioni
considerevoli e descrivendo la pianta a tre navate e croce latina, tipica del corpo basilicale.
Per le loro tre prime storiche case (Roma-Napoli-Palermo) gli oratoriani vollero tenere per la
chiesa un indirizzo architettonico comune, promotore dell’impianto basilicale a tre navate,
scandite da pilastri (Vallicella) o colonne (Girolamini e Olivella), al fine di recuperare
l’antica pianta propria dei primi tempi del cristianesimo. Le prime tre chiese oratoriane
rispondono al programma culturale promosso dalla Congregazione dell’Oratorio, perché la
chiesa moderna fosse la rinnovazione di quella antica, proprio nell’epoca in cui
l’archeologia cristiana muoveva i primi passi nello studio delle catacombe e recupero di
ruderi fino ad allora abbandonati.
Il passaggio dall'epoca medioevale a quella moderna, in storia della filosofia emerge
chiaramente, avendo come riferimento convenzionale la scoperta dell’America. Nella
modernità si rompe la continuità di pensiero coi classici dell’antichità, considerati dai
medioevali loro “contemporanei”. La consapevolezza di discontinuità rispetto all’epoca
antica si acquisisce anche con la nascita di alcune discipline, quali l’archeologia cristiana e
la patrologia, che si approcciano a un oggetto di studio sentito come attuale fino al
medioevo, ma nel ‘500 ormai appartenente al passato.
Gennaro Cassiani, nel suo saggio su San Filippo il «Socrate cristiano» scrive:
La ben nota passione degli alunni del Neri per la storia della Chiesa primitiva, le vite dei
protomartiri (e il tesoro delle loro reliquie riposte nel sottosuolo romano) - ove il giovane
Filippo si recava in solitaria preghiera e meditazione, perfino dormendo nelle
catacombe (ricordiamo la trasverberazione la vigilia di Pentecoste 1544) -, le voci tanto
più autorevoli quanto le più remote dei christiani philosophi siriani ed egiziani veicolate
dai Padri orientali - che venivano letti e commentati nei sermoni dell'Oratorio -. La
vocazione storica e agiografica oratoriana, nella sua istanza originaria, esprimeva un
programma di recupero del patrimonio dei primordi del cristianesimo (specie orientale,
con il suo implicito retaggio filosofico antico), teso a riattivare la fruizione dei modelli in
funzione del momento presente.
Riscoprendo nel ‘500 l’antichità cristiana si inserirono nella nostra chiesa elementi che
anticipano di secoli il futuro stile neoclassico: timpani spezzati e ordine dorico saranno
spiegati dopo. Senza considerare nell’altare maggiore la tela della SS. Trinità (Sebastiano
Conca), unica raffigurazione ammessa anticamente nell’abside delle basiliche
paleocristiane.
2° intervento: aspetti architettonici [CIRO D’ARPA]

La scelta della forma per una chiesa non è cosa da poco. Deve rispondere alla
sua funzione specifica, quella di essere cassa armonica che amplifica la parola di
Dio e tabernacolo del Sacramento. Uno spazio confacente ad accogliere i fedeli e
consentire loro di partecipare coralmente alle sacre funzioni.
DOMUS ORATIONIS EST, così spiega ai fedeli l’iscrizione apposta dalla
Congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri sulla porta maggiore della loro
chiesa, qui all’Olivella.
Nella prima era cristiana, per riunirsi nel
nome di Cristo, bastava all’inizio la sala più
grande di una casa privata, la Domus
ecclesiae, dal cui proprietario spesso
prendeva il suo titulus. In seguito fu
necessaria un'aula più capiente, conclusa
preferibilmente da un’abside larga quanto
basta per radunare intorno alla mensa i
diaconi e i prebiteri, i soli addetti ai sacri
offici ecclesiastici.
La chiesa di solide mura, nel tempo ha
dato forma concreta alla Ecclesìa, ovvero la
comunità dei battezzati. La sua architettura
ne è il corpo ravvivato dallo Spirito Santo,
dunque un luogo consacrato.
La consacrazione della nostra chiesa di
Sant’Ignazio martire è testimoniata dalle
dodici formelle marmoree murate sulle sue
pareti; nel 1711, il vescovo Castelli,
secondo l’antico rito, le ha unte con il
crisma. Se le uniamo idealmente con un
segno, tracceremmo la grande croce che
contrassegna l’edificio.

Gli Oratoriani, qui a Palermo, nel 1598 hanno fatto una scelta di continuità;
come a Santa Maria in Vallicella a Roma (1575), sede della prima comunità
fondata da Padre Filippo, e ai Gerolamini a Napoli (1592), la chiesa è ugualmente
a forma di croce latina con corpo basilicale diviso in tre navate. Un modello in
linea con la tradizione, in opposizione alla cultura dell’umanesimo che aveva
imposto nel Quattro e nel Cinquecento come forma più appropriata per la chiesa
rinascimentale la pianta centrica: bella, armonica, simbolica, ma così poco
pratica al suo scopo. Centrica sarebbe dovuta essere la nuova basilica di San
Pietro, madre di tutte le chiese, dominata da una gran cupola come il Pantheon, il
maggior tempio pagano dell’antica Roma.
Gli Oratoriani, in ottemperanza ai suggerimenti dei decreti tridentini - nel 1563
promulgati dalla Chiesa per dare seguito al suo rinnovamento profondo - con le
loro chiese hanno definito un modello architettonico alternativo a quello proposto
invece dei Gesuiti, ugualmente a croce latina ma ad aula unica, il loro Gesù a
Roma ha avuto un più largo seguito.
A Napoli, il rettore padre Antonio Talpa,
già prefetto delle fabbriche alla Vallicella,
al posto dei pilastri volle le colonne, e ciò
per rendere la sua chiesa più simile alle
prime basiliche cristiane; un atto
risarcitorio a compensazione della
contestuale perdita dell’antico San Pietro
di epoca costantiniana, il cui vetusto e
glorioso corpo basilicale a colonne, nel
1608 fu inesorabilmente abbattuto per dar
seguito al progetto di ammodernamento
secondo i progetti dei celebri architetti
Bramante, Michelangelo e Maderno.
Per le dodici colonne, i Girolamini di
Napoli dovettero fare affidamento al Gran
Duca di Toscana che offrì loro la
possibilità di trarle dalle cave di granito
dell’isola del Giglio, da dove furono
trasportate affrontando un lungo viaggio
per mare.
Anche a Palermo i sodali, guidati da
padre Pietro Pozzo, scelsero le colonne,
furono più fortunati dei sodali partenopei,
perché le poterono far cavare qui dal Monte Billiemi; sono state i primi grandi
monoliti usciti dalla nostra montagna; nel 1610 la loro fu una impresa
pioneristica.
A Napoli si adottò l’ordine architettonico corinzio, il più slanciato e con i capitelli
nobilmente ornati con foglie d’acanto. A Palermo si preferì invece il possente
dorico, più sobrio. In entrambi i casi non fu una scelta solo di dettaglio.
I trattati di architettura, tanto antichi che moderni, davano le regole per il più
appropriato impiego dei cinque ordini. Gli antichi romani, emuli dei greci, li
associarono di caso in caso a Giove, Venere, Marte, Giunone e agli altri dei e dee,
secondo il loro carattere e importanza. In ambito cristiano, la scelta fu di
conseguenza. Un santo, una santa, un martire o un apostolo, Cristo stesso e la
Madonna potevano essere meglio rappresentati dal dorico anziché dal tuscanico,
dal corinzio e dal composito anziché dallo ionico.
A Napoli e a Roma il corinzio si accorda con la dedicazione di entrambe le chiese
alla Madonna. A Palermo il dorico, ordine che ispira forza e coraggio, si apparenta
meglio alla figura di Ignazio vescovo di Antiochia, dall’imperatore tradotto a forza
a Roma per offrirlo in pasto alle fiere come spettacolo.
Non solo per questo scelsero l’ordine dorico.
Per molto tempo gli Oratoriani tennero nella loro chiesa dipinti con l’effigie di
ciascun apostolo, disposti in corrispondenza di ciascuna colonna; all’Olivella
dunque le dodici grandi pietre monolitiche contrassegnate dall’ordine dorico
rappresentano simbolicamente i capisaldi su cui si regge la Chiesa.
Le fonti antiche ci ricordano che da questo edificio prototipo: “s’hanno estratto
nobilissimi disegni d’altre chiese”; San Matteo e il Carmine Maggiore a Palermo,
Sant’Angelo a Licata, San Giacomo a Caltagirone, San Giorgio e l’Annunziata a
Caccamo, la Madonna del Lume a Palazzo Adriano sono solo alcuni dei tanti
esempi capillarmente presenti in tutta l’Isola. Come un tempo a Sant’Ignazio, vi
ritroviamo spesso sopra le colonne le effigi degli Apostoli, a pittura e in stucco.
Le chiese di pietra ci parlano con il loro linguaggio fatto di forme e di segni,
imparare a comprenderlo è anche questo un modo di fare catechiesi.
3° intervento: parte teologica [CORRADO SEDDA]

La forma esteriore data alla chiesa non è frutto del caso, ma di una precisa
impostazione voluta dai padri dell’Oratorio, pertanto rappresentativa di un certo
significato che da sostanza all’apparire. Per quale funzione è concepito l’edificio di culto?
Perché mai durante le liturgie si incensano pezzi di marmo, si rivolgono preghiere alle tele,
baci e inchini a pietra o legno…? Io credo che la risposta non richieda uno studio troppo
accurato, perché viene dal senso della fede.
Leitourghia in greco significa “opera del popolo”; il popolo sacerdotale della Nuova
Alleanza, in forza del battesimo esercita il sacerdozio comune riunendosi in preghiera nella
chiesa, da ecclesìa in greco “assemblea di chiamati”. Il passaggio fondamentale rispetto
all’Antico Testamento, al culto celebrato nel Tempio di Gerusalemme e poi nelle sinagoghe,
ha visto un cambio del soggetto: non più il sangue di capri e montoni ma Cristo Sommo
Sacerdote, vittima che offre sé stesso in
olocausto.
Quanto alla forma con cui si esplica il
rito, ovvero i costumi, il canto, le figure e
simboli, l’intero apparato è relativo alla
cultura in cui il rito si sviluppa. Qua a
Palermo abbiamo a piazza Bellini un
esempio di liturgia orientale nel rito greco.
Ogni elemento (materiale e immateriale)
nella liturgia ha una sua funzione e quindi
un suo significato. Ciro D’Arpa nel suo
studio ha messo in luce come nel barocco
della nostra chiesa si sia inserito un
elemento che, grazie agli oratoriani, è poi
divenuto consueto a Palermo: le pietre
preziose. La pietra in sé nella Bibbia è un
elemento molto significativo, poiché è il
materiale base con cui viene edificato il
tempio e anche gli altari ove si compiono i
sacrifici. Ma le pietre preziose in particolare
sono menzionate nel libro dell’Esodo (ai
capitoli 28, 35, 39) per il preciso impiego
che dovevano trovare nell’atto di culto;
viene precisata la specie, la disposizione, il
numero. Niente è lasciato al caso nel
presentarsi a Dio.

Tutti gli artisti che sono tra di voi vengano ed eseguiscano quanto il Signore ha
comandato: la Dimora, la sua tenda, la sua copertura, le sue fibbie, le sue assi, le
sue traverse, le sue colonne e le sue basi, l'arca e le sue stanghe, il coperchio e il
velo che lo nasconde, la tavola con le sue stanghe e tutti i suoi accessori e i pani
dell'offerta, il candelabro per illuminare con i suoi accessori, le sue lampade e l'olio
per l'illuminazione, l'altare dei profumi con le sue stanghe, l'olio dell'unzione e il
profumo aromatico, la cortina d'ingresso alla porta della Dimora, l'altare degli
olocausti con la sua graticola, le sue sbarre e tutti i suoi accessori, la conca con il
suo piedestallo, i tendaggi del recinto, le sue colonne e le sue basi e la cortina alla
porta del recinto, i picchetti della Dimora, i picchetti del recinto e le loro corde, le
vesti liturgiche per officiare nel santuario, le vesti sacre per il sacerdote Aronne e le
vesti dei suoi figli per esercitare il sacerdozio» (Esodo 35,10-19)
La visione che San Giovanni apostolo avrà della Gerusalemme celeste, risponderà a quei
canoni.

I Giudei risposero scandalizzati a Gesù, quando gli disse che il tempio costruito in 46
anni, appena distrutto lui lo avrebbe ricostruito in tre giorni… Egli però parlava del tempio
del suo corpo mistico, nel quale i credenti sono impiegati come pietre vive per l’edificazione
di un edificio spirituale, vivificato appunto in senso mistico dallo Spirito Santo. Il Tempio
di Gerusalemme non aveva più ragione di esistere, i veri adoratori in ogni luogo
adoreranno il Padre in Spirito e Verità. I credenti rappresentano le membra che pur
essendo molte sono un corpo solo, ben compaginato, in cui Cristo è il capo del Corpo che è
la Chiesa. In questi termini si esprimono San Pietro e San Paolo nel Nuovo Testamento.
I due apostoli, colonne della nostra fede, sono scolpiti da Ignazio Marabitti in presbiterio,
ove trovano posto anche le statue in stucco dei quattro evangelisti. Al livello superiore,
sempre in stucco, venticinque coppie di angeli, quanti sono i finestroni, al terzo livello
scene bibliche affrescate da Antonio Manno. Ma ci sono ancora tanti dettagli che
arricchiscono l’intera superficie della chiesa. Ciro D’Arpa nel suo prossimo intervento ci
darà spiegazione delle decorazioni che adornano la chiesa.
4° intervento: decorazioni della chiesa [CIRO D’ARPA]

A Firenze, alla fine del Cinquecento, i


Medici per la loro gloria terrena, si fecero
promotori di tutte le arti, tra cui anche
quella della lavorazione delle pietre dure:
un lavoro che solo in pochi sapevano
eseguire, poiché queste materie, tra le più
tenaci in natura, sono difficili da tagliare,
levigare e lustrare.
Nel 1588 il Gran Duca Ferdinando I istituì
uno specifico Opificio, dove confluirono
ogni sorta di pietre rare. Con queste, le più
esperte maestranze del tempo iniziarono a
realizzare i sontuosi rivestimenti del
mausoleo mediceo in San Lorenzo. Molte di quelle pietre sono diaspri e agate di
Sicilia.
A Roma, con queste nostre pietre semipreziose, papa Paolo V, agli inizi del
Seicento, fece ornare l’altare della Salus populi romani, la venerata icona mariana
custodita nella basilica di Santa Maria Maggiore.
Sempre a Roma e negli stessi anni, uno stretto parente di Filippo Neri, per
onorare il fondatore della Congregazione dell’Oratorio, morto nel 1595 in odore di
santità, fece decorare a sue spese la cappella in cui erano state riposte le sue
spoglie mortali. Alla Vallicella, Neri Del Nero, con prodigalità, profuse ogni sorta
di marmi rari e pietre dure, tra cui i diaspri provenienti della nostra isola.
Filippo Neri fu beatificato il 15 maggio del 1615. Pochi mesi dopo, padre Pietro
Pozzo, colui che introdusse l’Oratorio a Palermo, ritornò a Roma dopo una
prolungata assenza; in quella occasione poté ammirarne la cappella: uno scrigno
d’incomparabile bellezza. Portò con sé con quel ricordo indelebile.
La sua terra natia, non mancava né di marmi policromi né di pietre dure; di
diaspri e di agate, se ne trovavano decine di varietà di colori e sfumature diverse,
provenienti dalle montagne interne di Palermo, di Giuliana, di Cammarata e altri
luoghi.

Con la canonizzazione del 1622 i nostri oratoriani poterono allestire anche loro
l’altare del santo fondatore. Vi disposero due belle colonne di diaspro fiorito e nei
gradini della mensa incastonarono vari tipi di pietre dure a formare un
caleidoscopico di colori. Qui a Palermo, una cosa del genere non si era vista
prima; i sodali dell’Olivella, scrivendo ai padri della Vallicella, commentarono il
loro altare con queste parole: “è stato lo stupore d’ognuno e tutti dicono che può
stare al pari di qualsiasi altare di Roma
per ricco et ornato che sia”.
Fu l’inizio di una vera e propria
passione per le pietre dure.
Dei pregevoli e ricercati materiali litici
gli Oratoriani divennero i maggiori
estimatori. Nel Seicento e nel Settecento
fecero ornare altari e realizzare
suppellettili preziose. Furono esperti a
tal punto da essere non solo
committenti competenti, come lo fu
padre Giuseppe Gambacurta, che con le
pietre dure ha ornato l’intero altare del
Santissimo Crocefisso, ma anche disegnatori e ideatori di opere, come fratello
Giuseppe Lentini, e persino artefici, come fratello Giacomo Aragona.
La difficoltosa lavorazione delle pietre dure, grazie agli Oratoriani, è divenuta a
Palermo una competenza altamente specializzata che ha contrassegnato la nostra
arte. A valenti maestri, denominati “pietristi di pietre forti”, dobbiamo la
realizzazione di preziosissimi manufatti di cui restano ancora, come mirabili
esempi, i tabernacoli in lapislazzuli della Cattedrale e della Martorana, e le grandi
macchine barocche degli altari nelle chiese dei più importanti conventi e
monasteri. Veri è propri artifici in cui vi sono profusi diaspri, agate, lapislazzuli e
ametiste; un tesoro d’incommensurabile valore, non solo artistico.

Associare le pietre dure al sacro è un modo simbolico di rappresentare Dio.


Così nel libro dell’Apocalisse San Giovanni apostolo ci presenta l’Altissimo: “Ed
ecco, c’era un trono nel cielo, e sul trono Uno stava seduto. Colui che stava seduto
era simile nell’aspetto a diaspro e cornalina. Un arcobaleno simile nell’aspetto a
smeraldo avvolgeva il trono”
Nella visione ultima, la Gerusalemme celeste gli apparve in tutto il suo prezioso
fulgore: “Le mura sono costruite con diaspro e la città è di oro puro, simile a terso
cristallo. I basamenti delle mura della città sono adorni di ogni specie di pietre
preziose. Il primo basamento è di diaspro, il secondo di zaffiro, il terzo di
calcedonio, il quarto di smeraldo, il quinto di sardonice, il sesto di cornalina, il
settimo di crisòlito, l’ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisopazio,
l’undicesimo di giacinto, il dodicesimo di ametista. E le dodici porte sono dodici
perle; ciascuna porta era formata da una sola perla. E la piazza della città è di oro
puro, come cristallo trasparente”

Nell’alterarsi del gusto e degli stili artistici, è rimasto immutato il valore e il


significato simbolico attribuito alle pietre dure.
Seguendo la moda del classicismo, tra fine Settecento e inizio dell’Ottocento, gli
Oratoriani realizzarono l’altare maggiore della chiesa, progettato dall’architetto
Giuseppe Venanzio Marvuglia, e ancora la mensa-reliquario dell’oratorio;
entrambi dei veri e propri gioielli per ideazione e lavorazione di pietre dure. Fecero
da modello a molte altre successive realizzazioni consimili, come gli altari
monumentali delle cattedrali di Palermo e di Piazza Armerina. Per rifornirsi di
diaspri e altre pietre rare, a quel tempo ci si rivolgeva agli esperti Oratoriani. Nel
museo Salinas, che fu la loro casa, alcune strane pietre, sparse nelle aiuole e nei
depositi, non hanno nulla a che vedere con i reperti archeologici, sono i diaspri e
le altre pietre dure che i padri accumularono allo stato grezzo allo scopo di essere
lavorate. Sono rimaste lì dimenticate dal 1866, dal tempo della soppressione degli
ordini religiosi.

Quanto si è detto succintamente dimostra che all’Olivella per due secoli vi fu un


vero e proprio opificio di pietre dure, finora ritenuto in Italia una attività di
esclusiva pertinenza di Firenze e, dal 1737, anche del Real Laboratorio borbonico
di Napoli.
Le pietre dure sono state pertanto una specificità artistica palermitana alla
stregua dei commessi di marmi mischi e tramischi che caratterizzarono buona
parte dei principali cantieri decorativi barocchi. In questi però, il lavoro di pochi
esperti maestri pietristi si confonde con quello dei tanti generici marmorari, solo
una conoscenza più approfondita può discernere. Questi materiali più preziosi
vanno individuati nei tabernacoli, negli altari e nelle sacre suppellettili che
costituiscono un misconosciuto patrimonio di incommensurabile bellezza “ad
maiorem Dei gloriam”.