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RELAZIONE EDUCATIVA E RUOLO DEL DIALOGO

Franco Cambi

1. La relazione educativa ieri e oggi

Sì, l’atto di educare, tra cura e coltivazione, sta alla base della vita stessa della specie Homo sapiens. E lì
educare è aiutare, preservare e far sviluppare l’apprendimento e di regole e di conoscenze e di tecniche.
L’educare è così un agire che si eredita dalla specie e produce assimilazione via via sempre più riflessiva e
articolata di linguaggi, saperi, procedure etc. In tutto ciò proprio la famiglia ha un ruolo fondamentale,
partendo in particolare dal rapporto primario tra madre e figlio e poi tra padre e figlio. Così accadeva nelle
società tradizionali.

Oggi, dopo la crescita vertiginosa della scienze umane, la relazione educativa si è assai sofisticata: si è
resa più dialettica, tensionale e aporetica. Come pure polimorfa e problematica. Così oggi conosciamo le
dinamiche fini di tale relazione e dobbiamo gestirla con riflessività costante. Conosciamo la dialettica fatta
di tensioni e contrasti, di autorità e comprensione, di libertà e responsabilità comune a educatore e
educando. Conosciamo la intenzionalità che deve guidarla: promuovere in ogni soggetto sia la maturazione
umana sia la personale libertà, che è compito assai complesso e sempre in itinere. E poi i possibili percorsi a
ritroso, i blocchi dello sviluppo negli educandi ma talvolta anche negli educatori. Ma soprattutto
possediamo i criteri regolativi che devono ispirare sempre tale relazione, di qualsiasi tipo essa sia. E di essi
parleremo tra breve.

Intanto possiamo dire che possediamo, oggi, un modello alto della relazione educativa, che si è
articolato in tutte le istituzioni formative. Operando in esse una trasformazione profonda e insieme
fissando un quadro autentico, efficace e compiuto. Che deve sempre più passare dalla teoria alla prassi.

2.La centralità attuale della “cultura del dialogo”

Sì, oggi siamo dentro una ricca e consapevole “cultura del dialogo” che investe tanto i saperi che la
società. Costituendosi così come un vero paradigma epocale. Si pensi, per un lato, alla Globalizzazione
attuale e al fenomeno della Multiculturalità che ne consegue: e che sarà un evento di lunghissima durata e
che trasformerà le culture e la vita sociale a livello planetario. Si pensi, per un altro lato, alla sua presenza
nella logica (sempre più plurale), all’etica (come insieme di valori spesso diversi e come etica applicata in
vari ambiti dell’agire), all’antropologia (che codifica forme differenti di esser-uomini), su su fino alla filosofia
che ha tenuto proprio nell’anno 2018 il suo Congresso mondiale proprio sul tema-dialogo.

Ma cos’è il dialogo? E’ dia-logos: confronto tra idee, soggetti, credenze etc., ma per conquistare
insieme delle prospettive comuni, condivise e possibilmente più essenziali. Stare nel dialogo declassa ogni
dogmatismo, supera il conflitto e dà corpo all’incontro come riconoscimento dell’altro e intesa costruttiva,
Certo il dialogo è in sé difficile, lì ci sono resistenze e chiusure spesso o quasi sempre, ma ciò non ne offusca
affatto il valore. E poi è prassi che-fa-stare-insieme sperimentando nel vivo il criterio dell’argomentare per
convincere e del superamento convinto delle posizioni e più ingenue e meno razionali. Così, però, il dialogo
si fa principio formativo e regola della formazione. E si pensi solo al dialogo socratico messo al centro della
produzione di dialoghi da parte di Platone, soprattutto quello della giovinezza e della maturità.

Oggi poi intorno a tale categoria si sta sviluppando una riflessione “meta” che ne fissa sempre con
maggior finezza la struttura e il ruolo culturale, sviluppando tale presenza regolativa nella politica, nella
comunicazione, nell’agire sociale, anche se resistenze e contraffazioni e delegittimazioni non mancano
affatto (e si pensi solo all’uso corrente dei media da parte di agenzie o di singoli soggetti).
Allora si rende sempre più necessaria una formazione-al-dialogo che deve render partecipi tutte le
istituzioni educative, in modo consapevole e forte.

3.Teorie del dialogo

La filosofia in particolare ha riflettuto a fondo e in modo organico intorno al dialogo, leggendone le


strutture, fissandone il valore e indicandolo come un aspetto-chiave dell’humanitas dell’uomo. Tutto ciò
con precisa finezza. In relazione al soggetto che si apre all’alterità e al confronto; al sociale che si fa così più
democratico, alle stesse logica ed etica come già detto. Poi nella filosofia attuale il dialogo è tornato
decisamente al centro e per varie ragioni teoretiche e politico-culturali, affermandosi come centrale anche
e proprio nella filosofia dell’educazione. E si pensi solo a Calogero o a Buber, a Mead o a Dewey, a Ricoeur e
poi a Capitini, a Testa, a Bertin , alla Ducci qui da noi, in pedagogia.

Sì, ma qual è la struttura del dialogo? E qui Socrate è Maestro: è incontro e scambio nel confronto di
prospettive che partono dal senso comune e si innalzano alla riflessività e alla maggiore universalità, che è
data da ciò che viene riconosciuto più generale e pertanto comune. E da condividere. Così il dialogo si
articola tra intesa e confronto e in questa dialettica fonda il proprio senso e valore. E poi il dialogo è
discussione faccia a faccia e aperta, che mette in gioco proprio l’umanità di ogni uomo, la sua capacità ad
argomentare e a comprendere e poi a farsi protagonista di un crescita interiore, etica e logica. Etica
democratica e logica plurale (si veda G. Preti, Retorica e logica, Torino, Einaudi, 1968).

Nella riflessione filosofica il dialogo si sviluppa in tutta la sua potenzialità e complessità e attualità e lo
fa mettendo al centro il suo ruolo intellettuale e sociale e formativo, in quanto è affinamento logico e
teoretico attraverso un pluralismo vissuto dialetticamente, poi in quanto è via alla democrazia vissuta e
partecipata e sperimentata tra soggetti e in un contesto socio-politico dinamico e plurale ma scandito dalla
ricerca del consenso liberamente accolto e vissuto, infine è l’esperienza che fa ogni soggetto più aperto e in
sviluppo nella propria identità e strettamente connesso (e in interiore homine) al confronto dialettico con gli
altri e con le differenze che essi portano nel dialogare stesso.

4.Vivere il dialogo in educazione

Prima di tutto va ricordato che il dialogo è sempre formativo, come detto di sopra. E lo è in quanto apre
il soggetto a un altro io, a un’altra visione dei problemi, e fa l’io stesso più ricco e dinamico. L’incontro
dialogico così stimola e spiazza al tempo stesso, ma in tal modo arricchisce l’umanità stessa dell’io. Come
pure rende più dialettiche le idee e spinge verso verità più comprensive. Sul piano psicologico fa
comunicazione empatica e crea disponibilità: aspetti preziosi proprio nella formazione e a tutte le età.
Questo in generale.

Sul piano educativo è poi dispositivo che matura e lo fa insieme e nell’io e nell’altro, facendo via via
superare punti di vista troppo sicuri, come pure incertezze e ancor più atteggiamenti di rifiuto o di sospetto
verso l’altro. Nel rapporto educativo tra adulto e minore o giovane mette in gioco due soggetti tra loro
asimmetrici, ma uno dei quali (l’adulto) deve risvegliare nel secondo (il minore) un habitus ad assimilare la
tecnica e il valore del dialogo, che inizialmente lo spiazza ma anche lo gratifica nell’incontro e lo rende più
aperto e maturo. Nutrendolo e di un ethos e di un logos sempre più fini e complessi che si fanno stili di
pensiero e di comunicazione/rapporto, propri di un io-aperto e collaborativo.

Sì, ma per esser tale come deve configurarsi il dialogo educativo? Secondo un preciso modello di cui
possediamo, e da tempo, molto tempo, l’identikit. Ma un identikit mobile da saper rivivere sempre in
situazione, con fresca capacità ermeneutica, gestita alla luce di una fine disposizione riflessiva.
Fissiamo ora i dispositivi che animano il dialogo educativo e che vanno tenuti presenti da ogni “buon
educatore”, che deve saperli calare nelle specificità plurali e dinamiche di ogni rapporto educativo.

Primo. La relazione io-col-tu, lo stare faccia a faccia tra io e tu, che si riconoscono e si ascoltano e
pertanto si accolgono reciprocamente e stanno in uno scambio attivo, che fa incontro intimamente vissuto.

Secondo. La prossemica fisica e ancor più psicologica che fa vicinanza e apre a un comunicare che crea
ascolto e proiezione vissuti insieme e che lascia il segno (e forte) nel rapporto reciproco.

Terzo. La cura/aiuto/sostegno che rende il dialogo in interiore, guidato dall’adulto che è e deve esser
l’animatore consapevole di questa prassi formativa.

Quarto. Creare l’effetto-empatia, con la prossemica e la cura, in modo che nel minore ci sia affidamento
e partecipazione autentica, mentre nell’adulto deve rendersi centrale la dedizione ovvero l’etica-del-dono.

Quinto. La verbalizzazione del dialogo col parlare-insieme e il reciproco ascoltarsi, sviluppando un


ascolto attivo che è quella che interloquisce nel e per il soggetto educando, creando fiducia e condivisione.

Sesto. Vivere lo scambio che proprio la parola viene a creare, ma nutrito anche di gesti e atteggiamenti,
che proprio l’adulto può gestire più consapevolmente.

Settimo. Il fare-comunità col e dentro il dialogo, sviluppandone lo statuto sociale, emotivo e


comunicativo secondo uno stare-insieme che fa, come diceva Sartre “gruppo in fusione” e poi attiva in nuce
già un modello di convivenza democratica.

Questi sette fattori sono gli essenziali, ma come già detto da interpretare e rivivere in condizioni
specifiche che spesso reclamano tra i fattori stessi una gerarchia mobile e una scansione dinamica e aperta.

5.Il dialogo nelle diverse istituzioni educative

Il dialogo educativo, pur restando fermo nei suoi aspetti generali e fondanti, si sviluppa poi in modi
diversi nelle varie agenzie della formazione, disposte tra famiglia, scuola, associazionismo e comunità
educative. In ogni agenzia si profila una diversa gerarchizzazione tra gli aspetti citati di sopra, e qui è proprio
l’arte dell’educare che entra in gioco, calibrando interventi ad hoc. Ma questa arte fa parte della stessa
professionalità degli educatori: e di tutti.

Nella famiglia al centro sta la prossemica, più fisica e psicologicamente più intima e vissuta per poi
delinearsi secondo sostegno e dialogo come ascolto attivo, che fa decadere ogni atteggiamento autoritario
perfino quando impone le e richiama alle regole, bensì dolce e convincente.

Nella scuola è l’incoraggiamento a tenere il campo con la cura e il sostegno, favorendo il dialogo come
via di comunicazione trasversale e permanente. Che agisce anche nel fare-classe e nello stare-nella-classe
agendo come prassi sia collettiva sia individuale. Animati da una articolata e chiara e teoricamente forte
“Pedagogia del dialogo”.

Nelle associazioni (sportive, musicali etc.) è ancora l’incoraggiamento che si fa centrale, come sostegno
e consiglio attuati per via dialogica: e ciò produce insieme spirito comune e impegno condiviso rispetto alle
regole che devono fare vita collettiva.

Nelle comunità educative e proprio la cura, e vissuta in modo fine e articolato, che viene ad esser
messa al centro. E cura fatta di prossemica e di sostegno e di dialogo molto ad personam che venga a
ricreare l’habitat familiare e attenui il trauma della stare-in-comunità. Dando all’educatore un ruolo
rassicurante e di aiuto.
Tale dinamica mobile dei vari fattori di una pedagogia del dialogo reclama nei diversi educatori una
coscienza vigile sul proprio ruolo e un atteggiamento mentale che possiamo dire riflessivo, da sollecitare
con letture, discussioni, incontri con specialisti etc. che è compito delle stesse agenzie politiche e culturali
offrire alla società civile, stimolandone la coscienza pedagogica.

6 Sulle attuali pedagogie del dialogo

Pedagogie del dialogo e teorico-operative sono attive a livello internazionale. Come pure sul fronte
italiano e non da oggi. E tutte implicano un forte atteggiamento riflessivo connesso al rapporto
teoria/prassi. Sviluppato in senso critico e autocritico. Sì, perché in educazione permangono sempre pre-
giudizi, forti elementi di senso comune, tradizioni, “impensati” che devono esser filtrati attraverso la
riflessività critica, poi posti in dialogo con le varie scoperte scientifiche, specialmente nelle scienze umane
(Psicologia, Psicopedagogia, Psicoanalisi, Teorie della comunicazione etc.) rilette proprio per e nel rapporto
educativo. Si pensi solo alla pedagogia di Capitini, a quella dei deweyani fiorentini con al centro Lamberto
Borghi, a quella di Don Milani. E poi a Danilo Dolci. Anche a Bertin e a Mariagrazia Contini, Genovese e
Fabbri figure della sua scuola o a Bertolini e ai suoi allievi (dalla Mortari alla Iori e altri). Anche alle
pedagogie cattoliche del personalismo. Sono modelli diversi, ma unificati proprio dalla cura-della-persona e
dalla volontà di far crescere in tutti un atteggiamento comprensivo e interlocutorio rispetto agli altri. Sia
nell’educatore sia nell’educando. Per dar vita a personalità responsabili e aperte o per dar corpo a una
professionalità educativa che mette al centro l’incontro, l’accoglienza e la crescita gestita insieme tramite in
confronto dialettico e via via più critico e responsabile anche da parte del minore.

Sì, oggi il dialogo risulta un (anzi il) dispositivo-chiave dell’educazione e come tale va coltivato,
conosciuto nella sua complessa fenomenologia e nella sua disposizione ermeneutica, e va tenuto ben fermo
nella sua immagine regolativa, per renderlo sempre più autenticamente formativo.

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