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Alessio Cervelli

BACH IERI, BACH OGGI

Un musicista barocco luterano


nell’odierna liturgia cattolica?

Presentazione di Mons. Nicola Bux

StreetLib - 2015

1
Al Padre Dominique Rouxelin De Formigny,
per avermi guidato nella conoscenza
dei Padri della Chiesa.

Al mio allievo Francesco a e suo fratello Filippo,


perché si accostino all’arte dei grandi uomini della storia
sempre sereni e sicuri,
rincuorati dall’insegnamento dell’Aquinate:
tutto ciò che è buono, bello e vero
è un dono dello Spirito Santo.

2
INDICE

Presentazione (di Mons. Nicola Bux) 4

Introduzione 6

Capitolo I
Nell’ombra di Lutero 8

Capitolo II
Quando suoni ed armonia
diventano fede vissuta 66

Capitolo III
Bach nella liturgia cattolica? 89

Riflessioni conclusive 109

Bibliografia 119

Nota dell’autore 124

L’autore 126

Ringraziamenti 127

3
PRESENTAZIONE

Credo che questo testo possa fornire un'ottima guida


didattica agli studiosi di ogni ordine e grado in ambito musicale
e teologico. Esso infatti permette, in modo agile e veloce, ma
non con superficialità, l'accesso a nozioni solitamente
rintracciabili in testi iperspecialistici, spesso in lingua straniera,
o scritti esclusivamente per gli esperti, del settore o teologico o
musicale.
L'obiettivo apologetico, che l'autore persegue con
efficacia, si nutre anche di una fresca capacità comunicativa e
della giusta subordinazione della scienza a una retta e profonda
fede. In queste pagine, l'arido "politicamente corretto" della
trattatistica positivista cede il passo ad una profondità d'analisi
che sente la necessità di superare le barriere in cui ci siamo per
troppo tempo cinti, a causa di una pretestuosa conquista di
oggettività del tutto umana. L'allargamento degli orizzonti, per
una maggiore comprensione delle cose, è possibile in questa
sola prospettiva: queste pagine ne sono una dimostrazione.
Al giovane autore non sarebbe stato possibile concepire
la musica di Bach come il risultato dell'anelito alla unio
mystica menomata nella liturgia protestante, vedere l'opera del
kantor come aderenza alla chiamata pietistica di Spener,
concepire la sua attenzione numerologica non come semplice
passione per cruciverba, … se non come ardente cammino di
purificazione verso una Perfezione irraggiungibile. Solo così è
possibile caricare di significato contenuti che altrimenti si
sgretolerebbero: questo anche grazie al confronto storico e
4
teologico coi Padri e gli Scrittori antichi della Chiesa.
Solamente riconoscendo la genuinità e oggettività del
bello – sono parole dell'autore – sarà possibile riconoscere la
Verità e il valore dei suoi profeti, così come dice San Tommaso
d'Aquino: “Omne verum, a quocumque dicatur, a Spiritu
Sancto est", “Tutto ciò che è vero, da chiunque sia detto,
proviene dallo Spirito Santo”. Soltanto in base a questa retta
linea di pensiero, dunque, possiamo domandarci e risponderci
con assoluta serenità: la bellezza dell'arte di Bach, di un
protestante, ha qualcosa da dire al culto cattolico di oggi?
Indubbiamente sì!

d. Nicola Bux

Sabato 15 agosto 2015


Solennità dell'Assunzione di Maria Santissima

5
INTRODUZIONE

Per la maggior parte della brava gente che si aggira per


le navate delle nostre chiese, l’unico Bach conosciuto è quello
della “Toccata e fuga”, senza neppure l’aggiunta “in re
minore”; per la maggioranza degli studenti delle accademie
musicali, invece, il Bach noto è il geniale musicista, faticoso da
studiare e da eseguire. In entrambi i casi, si è rimasti appena
alla superficie di quello che invece è un vasto, meraviglioso
oceano di umanità e di fede.
Moltissimi saggi ed articoli di musicologia ci hanno
regalato risultati di ricerche scientifiche affascinanti e viaggi
meravigliosi in un mondo musicale alto, nobilissimo. Talvolta,
però, manca qualcosa, ossia il saper avvicinare tali altezze al
livello concreto della gente: non si avverte uno spontaneo
adoperarsi nel concreto per spezzare il pane di questa ricchezza
a beneficio della quotidiana vita ecclesiale e, più in generale,
anche per le fila più semplici della grande famiglia umana.
La grandezza di Bach come organista e compositore di
musica sacra la si può comprendere solo quando si è in grado
di abbracciare in un unico colpo d’occhio, assieme alla
grammatica ed alla tecnica musicale, linguaggio artistico e
artigiano, anche l’esperienza umana e quella della fede: perché
tutto è una catena!
In relazione alla vita liturgica e musicale delle nostre
chiese locali, dunque, gli intenti di questo piccolo lavoro sono
due:
a) Fornire all’organista liturgico, specialmente se
giovane, uno strumento agile e piano per poter
6
compiere un sereno percorso esegetico, senza
pretese accademiche, con l’unico proposito di
meglio comprendere Bach come il più grande
compositore per organo barocco (su quest’aspetto si
concentrerà la totalità dello sforzo, lasciando ad altri
il compito di riflettere, indagare e scrivere sugli altri
“settori” del lavoro compositivo bachiano);
b) capire se e in quale modo rendere al popolo di Dio
un servizio concretamente migliore nella liturgia e
nella preghiera attraverso la musica organistica di
Bach, perché questa è una curiosa ironia dei nostri
tempi: forse un luterano può esser preso da maestro
pure per la musica della liturgia cattolica?

7
CAPITOLO I
NELL’OMBRA DI LUTERO

A molti organisti ed appassionati del settore,


sicuramente sono note le parole della compianta ed eccellente
interprete Marie-Claire Alain che, nello stupendo documentario
Toccatas, Organs & Fantasias1, affermava: “senza Lutero non
avremmo avuto Bach”.
Pur non essendo certo questa la sede di una
dissertazione sul luteranesimo, sulla sua storia ed evoluzione,
non possiamo certo esimerci da spenderci sopra un po’ di
tempo, seppur per sommi capi, diciamo con qualche
“impressionista” colpo di pennello che faccia al caso nostro.

I.1 – LA LUCE VERA DEL MONDO:


LA SCOMODA INTRANSIGENZA DELL’AMORE DIVINO

In principio era il Verbo, e il Verbo era


presso Dio e il Verbo era Dio. (…)
Veniva nel mondo la luce vera, quella che
illumina ogni uomo. La luce splende nelle
tenebre, e le tenebre (letteralmente) non
l’hanno vinta2.

1
B. MONSAINGEON (a film by), Organs, Toccatas & Fantasias. Marie-
Claire Alain plays Bach, Warner Music Group Company, DVD, Erato
Production, 1990.
2
Gv I, 1 e ss.
8
La luce nel mondo antico riveste un significato assai
particolare. Basta pensare che una commistione di luci e
tenebre sta alla base dell’inganno nel mito della caverna
analizzato dal filosofo Platone. In realtà, vedere la luce nel
mondo antico come elemento di collaborazione per un inganno
è assai raro, per non dire estremamente singolare: a questa
singolarità, in effetti, deve la sua celebrità il mito platoniano.
Questo perché la luce nella cultura mediterranea antica e
classica è invece l’elemento che svela la verità, promanando
dall’alto, dalle sfere celesti, dalla realtà metafisica
trascendente, di cui la luce è, nel mondo fisico, elemento
immanente, ossia che ha in se stesso il proprio principio e il
proprio fine. Il mondo antico ha nel suo pensiero questa
immagine: il buio assoluto, denso e imperscrutabile, capace di
celare tutto, segno concreto di inevitabile ignoranza… che
viene squarciato dal raggio di luce che discende dall’alto.
Tutta la mitologia antica vede questo fine nella luce.
Prendiamo ad esempio il mito di Eros e Psiche: tutto va bene
fin quando la luce della lampada di Psiche non svela alla
fanciulla che il suo ignoto amante è nientemeno che il dio
dell’amore; seppur con risultato negativo, in effetti è la luce
che svela la verità. Non è affatto un caso, dunque, che
Giovanni Evangelista, nel suo prologo giustapponga il termine
tò fòs (luce) con tòn alethinòn, “la luce, quella vera”3, che ha il
compito di illuminare pànta ànthropon. La traduzione della
Conferenza Episcopale Italiana rendeva questa espressione con
“ogni uomo”; San Girolamo, nella sua vulgata, traduceva

3
Gv I, 9.
9
“omnem hominem”. In effetti, sia il testo greco che quello
latino, più che “ogni uomo”, dovrebbero esser resi con “tutto
l’uomo”, l’essere umano nella sua interezza. L’uomo è dunque
quella zona oscura, avvolta nelle tenebre del peccato, che viene
d’improvviso illuminato dalla luce vera, che è manifestazione
immanente del Verbo Trascendente dotato dell’“essere” fin dal
principio, che sta presso Dio ed è Dio.
Dunque la Luce che scende altro non è se non
immagine e rappresentazione visibile di ciò che, in quanto
purissimo spirito, è per sua natura invisibile per un essere
incarnato, vincolato ai limiti di spazio e di tempo qual è
l’essere umano.
Ecco perché l’immagine della Luce viene impiegata nel
prologo giovanneo per descrivere l’evento dell’Incarnazione
del Verbo del Padre, del Suo Unigenito Figlio: come la luce
discende dal cielo e illumina ciò che altrimenti è invisibile, così
il Verbo scende dal cielo e, incarnandosi, svela la verità.
Questo elemento della luce in quanto manifestazione visibile
dell’invisibile incarnazione, è elemento noto e trattato pure
nelle arti figurative. Si pensi alla Vocazione di Matteo dipinta
da Caravaggio, il quale ha fatto di un sapiente studio della luce
l’elemento cardine della propria arte pittorica: la luce procede
obliquamente dalla testa del Cristo e, soprattutto, dalla sua
mano destra indicante il pubblicano, e Matteo il levita è
investito da questo fascio di luce che promana dalla persona e
dal braccio del Figlio di Dio.
Incarnazione del Verbo – illuminazione dell’uomo.

10
La teologia fondamentale4, a proposito della stretta
relazione tra queste due operazioni, si sofferma sul versetto 21
del capitolo 17 del Vangelo di Luca:

Il regno di Dio non viene in modo da


attirare l’attenzione, [e nessuno] dirà:
“Eccolo qui” o: “Eccolo là”; poiché, ecco,
il regno di Dio è dentro di voi.

Il Regno di Dio, l’esito legato alla discesa dal Cielo del


Verbo Incarnato, fino al compiersi della parusia, non andrà
ricercato altrove che dentro lo stesso essere umano, rinnovato
dalla Grazia Divina: il Regno di Dio alberga dentro l’uomo che
in Cristo ha incontrato il Figlio del Padre.
Sempre l’Evangelista Giovanni ci riferisce queste
parole del Signore Gesù:

Io sono la luce del mondo; chi segue me,


non camminerà nelle tenebre, ma avrà la
luce della vita5.

E giustamente l’Evangelista Marco avverte:

Andate per tutto il mondo, predicate il


Vangelo ad ogni creatura. Chi avrà creduto

4
Cfr. F. LAMBIASI, Teologia Fondamentale, Ed. Piemme, Casale
Monferrato (AL) 1991, pp. 51 e ss.
5
Gv VIII, 12.
11
e sarà stato battezzato sarà salvato; ma chi
non avrà creduto sarà condannato6.

Quanto suonano dure, severe e soprattutto “incredibili”,


queste parole del Figlio di Dio! Eppure sono contenute da
duemila anni nel Vangelo: forse è la nostra idea di modernità
relativista che stenta a farci credere che il Signore, il Dio-
Amore descrittoci da San Giovanni – il prediletto, il discepolo
che Gesù ama – possa essere così univoco e scomodamente
intransigente.

Un Gesù che sia d’accordo con tutto e con


tutti, un Gesù senza la sua santa ira, senza
la durezza della verità e del vero amore,
non è il vero Gesù come lo mostra la
Scrittura, ma una sua miserabile caricatura.
Una concezione del “Vangelo” dove non
esista più la serietà dell’ira di Dio, non ha
niente a che fare con il vangelo biblico. Un
vero perdono è qualcosa del tutto diverso
da un debole “lasciar correre”. Il perdono è
esigente e chiede ad entrambi – a chi lo
riceve ed a chi lo dona – una presa di
posizione che concerne l’intero loro essere.
Un Gesù che approva tutto è un Gesù senza
la croce, perché allora non c’è bisogno del
dolore della croce per guarire l’uomo. Ed
effettivamente la croce viene sempre più
estromessa dalla teologia e falsamente

6
Mc XVI, 16.
12
interpretata come una brutta avventura o
come un affare puramente politico. La
croce come espiazione, la croce come
“forma” del perdono e della salvezza non si
adatta ad un certo schema del pensiero
moderno. Solo quando si vede bene il
nesso fra verità ed amore, la croce diviene
comprensibile nella sua vera profondità
teologica. Il perdono ha a che fare con la
verità e perciò esige la croce del Figlio ed
esige la nostra conversione. Perdono è
appunto restaurazione della verità,
rinnovamento dell’essere e superamento
della menzogna nascosta in ogni peccato. Il
peccato è sempre, per sua essenza, un
abbandono della verità del proprio essere e
quindi della verità voluta dal Creatore, da
Dio7.

Quindi domandiamoci: chi è stato mai Lutero?


Per rispondere esaurientemente a questi interrogativi
non basterebbe un intero decennio di studi approfonditi e di
abbondanti letture scientifiche e storiche. Pur tuttavia, sebbene
questo breve lavoro abbia un mero ed umile scopo
musicale/liturgico, un’idea occorre farcela, e che sia il risultato
della maggior onestà intellettuale possibile. La ragione è
semplice: senza capire Lutero, non possiamo capire la
sensibilità e le scelte di Bach.

7
J. RATZINGER, Guardare a Cristo, Jaca Book, Milano 1986, pag. 76.
13
I.2 – UNA CRISI ANNUNCIATA:
PROTESTA, CLERICALISMO, INFALLIBILITA’

Occorre tentare di fare spazio nel nostro intelletto ad


una realtà, certo scomoda e dolorosa, ma tuttavia oggettiva: i
papi del Rinascimento – seppur siano riscontrabili in essi sforzi
degni di nota sia nel governo che nella vita personale – insieme
a cardinali e vescovi troppo immersi nella politica, nella
ricchezza, nella vita fastosa, nella cultura profana, nel
benessere delle loro famiglie, avevano condotto la Chiesa del
loro tempo sull’orlo della rovina, al punto di sfidare il castigo
di Dio con la loro condotta e la loro inerzia pastorale8.

La crisi protestante era latente già alla


fine del secolo XV, secolo tormentato,
che vedeva le sue aspirazioni religiose
contrariate da penose situazioni, e che
con la sua sensibilità troppo facilmente
eccitabile esagerava le miserie e le tare.
Si può convenire che allora la Chiesa non
era in grado di rimediare a queste
inquietudini o di soddisfare a questi nuovi
desideri. L’insegnamento teologico
sempre più scolastico, e d’una scolastica
decadente, si perdeva in problemi di puro
bizantinismo e non vedeva il fosso che si
scavava tra i suoi maestri, preoccupati di
8
Cfr. J. LORTZ, Storia della Chiesa in prospettiva di storia delle idee, Vol.
II, Ed. Paoline, Roma 1980, pp. 72 e ss.
14
sillogistica, e i suoi discepoli, presi da un
misticismo nuovo, da regole di vita
morale staccate da queste tradizioni
libresche. In moltissime anime nauseate
dal ristagno del pensiero cristiano l’eresia
trovò un terreno propizio in cui germogliò
con rapidità pari alla violenza. Invece la
Chiesa fu presa quasi alla sprovvista, e i
suoi difensori poco sensibili al fatto che
l’ostilità bruscamente generalizzata
nasceva da un moto dell’anima più che
dall’angoscia dell’intelligenza, pretesero
di combatterla come le eresie del passato,
cioè con la forza dialettica e il vigore dei
ragionamenti. Le anime non erano più
sensibili alla scossa delle idee, e la tattica
degli apologisti della Chiesa non poteva
penetrare nei cuori refrattari alla morsa
dei sillogismi sapienti. Checché se ne
dica Lutero agiva più con l’eloquenza che
faceva fremere, che con la sua scienza
scritturistica, tanto spesso colta in fallo e
convinta di versatilità9.

E’ inutile contestare il fatto che la Riforma sia stata la più


grande catastrofe che si sia mai abbattuta sulla Chiesa

9
Apologétique: Nos raisons de croire - Réponses aux objections, in AA.
VV., Enciclopedia Apologetica della Religione Cattolica, Ed. Paoline, Alba
1953, traduzione di G. Dragone.
Cfr.
http://apologetica.altervista.org/protestantesimo_luterano_calvinista.htm
15
nell’intero corso della sua storia, in quanto è stata la prima
volta in cui si è realmente spezzata l’unità della fede in tutta la
cristianità10; e se in effetti Lutero non è stata proprio una figura
limpida e cristallina quanto a virtù e santità – come avremo
modo di vedere tra poco –, tuttavia va ammesso con serena
umiltà che lo stato di degrado insito in diverse compagini della
gerarchia della Chiesa Cattolica era tale da innescare una lotta
per la “vera forma del cristianesimo”: un conflitto per niente
naturale, ed ancora più snaturato è il risultato a cui perviene
una larga parte della cristianità occidentale, ossia un profondo
senso anticattolico ed antipapale.
Era ed è ineccepibile la validità sacramentaria ex opere
operato: questa espressione significa che il sacramento, quando
viene amministrato secondo la retta volontà di Cristo e della
Chiesa, è per Dio un mezzo valido e adatto a produrre la
Grazia, al di là delle disposizioni soggettive ed individuali di
chi amministra o riceve il sacramento11. Indubbiamente è vero
pure quanto insegna Sant’Agostino di Ippona:

Un ministro superbo va messo assieme al


diavolo; ma non per questo viene
contaminato il dono di Cristo, che
attraverso di lui continua a fluire nella sua
purezza e per mezzo di lui arriva limpido a

10
Non ignoriamo certamente i contrasti tremendi tra la chiesa greco-
ortodossa e la chiesa latina: il fatto è che, nonostante tutto, esse
rappresentano entrambe lo stesso tipo di chiesa sacramentale e a struttura
gerarchica legata alla successione apostolica.
11
G. OCCHIPINTI, I Sacramenti, Ed. Piemme, Casale Monferrato (AL)
1991, pag. 29.
16
fecondare la terra […]. La virtù spirituale
del sacramento è infatti come la luce:
giunge pura a coloro che devono essere
illuminati e, anche se deve passare
attraverso esseri immondi, non viene
contaminata12.

Poiché i sacramenti sono dono di Dio e in essi è Dio, non


l’uomo, che opera e dona la Sua Grazia, la Santa Messa, anche
se fosse celebrata da un prete godereccio, dedito alla lussuria,
oppure omicida, sarebbe sempre e comunque valida ex opere
operato. Da parte nostra non possiamo che esclamare,
commossi: Deo gratias! È altrettanto innegabile, però, che
ministri di tal genere sono stati realmente e in ogni tempo
causa di scandali e divisioni.

Chi scandalizza anche uno solo di questi


piccoli che credono in me, sarebbe meglio
per lui che gli fosse appesa al collo una
macina girata da asino, e fosse gettato negli
abissi del mare. Guai al mondo per gli
scandali! È inevitabile che avvengano
scandali, ma guai all’uomo per colpa del
quale avviene lo scandalo!13.

Proprio per questo l’Apostolo Giacomo scriveva:

12
Sant’Agostino, In Iohannis evangelium tractatus, 5, 15: CCL 36, 50 (PL
35, 1422).
13
Mt XVIII, 6-7.
17
Che giova, fratelli miei, se uno dice di
avere la fede ma non ha le opere? Forse
che quella fede può salvarlo? Se un fratello
o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti
del cibo quotidiano e uno di voi dice loro:
«Andatevene in pace, riscaldatevi e
saziatevi», ma non date loro il necessario
per il corpo, che giova? Così anche la fede:
se non ha le opere, è morta in se stessa. Al
contrario uno potrebbe dire: Tu hai la fede
ed io ho le opere; mostrami la tua fede
senza le opere, ed io con le mie opere ti
mostrerò la mia fede. Tu credi che c’è un
Dio solo? Fai bene; anche i demòni lo
credono e tremano. (…) Infatti come il
corpo senza lo spirito è morto, così anche
la fede senza le opere è morta14.

In pratica, al riparo dell’ex opere operato, si apre la strada


anche ad una visione “magico-legalistica” dell’effetto dei
sacramenti, svincolandoli dalla necessità di una vita cristiana
coerente ad essi nelle opere; si perderà sempre più di vista la
loro fondamentale caratteristica di azione, di eventi legati al
mistero per eccellenza: Cristo morto e risorto15. Dunque,
seppur la grazia divina continuava a riversarsi sulle umane
creature, il popolo di Dio aveva spesso (forse “troppo” spesso?)
a che fare con presbiteri che sapevano a stento leggere il latino
del messale, con maestri di teologia che non alimentavano il

14
Gc II, 14- 19. 26
15
G. OCCHIPINTI, op. cit., pag. 29.
18
loro intelletto ai magnifici scritti di San Tommaso d’Aquino,
ma al suo pallido, sbiadito riflesso di una scolastica deteriore
ed infarcita di uno stile di pensiero frammentario e non-
sacramentale, imbevuto di un umanesimo malsano; di fatto
Lutero, l’Alta Scolastica, quella che colloca la Grazia al
proprio centro, non la conobbe mai16. L’atteggiamento corretto
è innanzitutto quello che dimostrò Papa Adriano VI17 alla dieta
di Norimberga del dicembre 1522, dove, per bocca di un suo
delegato, ammise con franchezza che l’incendio innescato dalla
Riforma affondava le proprie radici nei disordini della stessa
curia romana. Quindi dobbiamo accogliere le opinioni
proposteci da persone sante quali da una parte San Pietro
Canisio18 (che affermava come l’ignoranza e l’incontinenza del
clero tedesco fossero la causa della Riforma), dall’altra San
Clemente Maria Hofbauer19 (il quale sosteneva che la Riforma
fosse nata perché i tedeschi avevano bisogno di essere pii, nel
senso sano e cristiano del termine).

16
Cfr. J. LORTZ, op. cit., pag. 109.
17
Adriaan Florenszoon (o Floriszoon) Boeyens d'Edel (Utrecht, 2 marzo
1459 – Roma, 14 settembre 1523), 218° romano pontefice, dal 1522 al
1523. Fu considerato da non pochi contemporanei una sorta di barbaro per
la sua ostilità al lusso e alle opere artistiche come ostentazione di potere e
sfarzo (perfino la Cappella Sistina di Michelangelo rischiò la distruzione).
Fu tuttavia uomo pio e profondamente attento alla dottrina e alle necessità
di riforma disciplinare e teologica della Chiesa.
18
Pieter Kanijs, (Nimega, 8 maggio 1521 – Friburgo, 21 dicembre 1597),
primo gesuita della provincia germanica. Nel 1925 è stato proclamato santo
e dottore della Chiesa da papa Pio XI.
19
Clemente Maria Hofbauer, al secolo Jan (Taßwitz, Znojmo, 26 dicembre
1750 – Vienna, 15 marzo 1820), sacerdote della Congregazione del
Santissimo Redentore. Nel 1909 papa Pio X lo ha proclamato santo.
19
Eppure dobbiamo allo stesso tempo constatare con una
certa gioia del cuore che è proprio in circostanze come queste
che il Signore sorprende i suoi figli, rivelando non solo una
misericordia infinita, ma anche tutta la fantasia della Grazia!
Infatti, proprio per amor di verità, sarebbe assai grave
ed ingiusto dimenticarci che quel periodo così problematico è
stato riempito dalle preclare figure di grandissimi santi: il
roccioso fondatore dei Gesuiti Ignazio di Loyola, il missionario
e martire Francesco Saverio, il vescovo di Milano Carlo
Borromeo, la mistica riformatrice dell’ordine carmelitano
Teresa d’Avila, il poeta di Dio Giovanni della Croce, quel
fiorentino vivace dall’indomabile entusiasmo e dall’indefessa
fede di Filippo Neri, per non parlare del sapiente pastore che
sancì la vera, grande riforma della Chiesa col Concilio di
Trento: Papa Pio V. Tanti carismi diversi, tante voci che,
intonate sulle corde del Cuore del Signore Gesù Cristo,
cantavano l’armonia dell’Unica Verità. Anzi, l’enorme
“infornata” di uomini e donne che hanno condotto una vita
cristiana santa e santificatrice costituisce sia una dimostrazione
che un esempio: dimostrano l’enorme bisogno di esistenze
umane e cristiane che, con le loro opere, testimoniassero la più
genuina fede in un tempo così ferito da tante miserie, e
contemporaneamente sono il più fulgido esempio di come Dio
non cessi di ammaestrare, ammonire, consolare e risanare il
suo popolo per mezzo di suoi strumenti eletti. Accanto a questi
fratelli nel battesimo e giganti nella fede, sorge la “protesta”
contro la gerarchia, i vescovi, il papa che è vicario di Cristo in
terra.

20
Qui va aperta una parentesi.
Quanti sanno che il Medioevo può essere considerato a
un tempo il periodo di massimo entusiasmo per la fede e di
massimo anticlericalismo?
Dante Alighieri, per esempio, era un uomo di profonda
fede. La sua Commedia – che il Boccaccio volle qualificare
come Divina – è un preclaro compendio enciclopedico di
dottrina, teologia tomistica, nozioni di filosofia averroista,
cultura classica. Pochi docenti, però, insegnano ai loro studenti
che Dante era un terziario francescano, che viveva
regolarmente la vita liturgica della Chiesa: nella Commedia,
specie nel Purgatorio, ma anche nel Paradiso, il padre della
lingua italiana dimostra di ben conoscere la liturgia, citando
inni, ore canoniche, il modo di suonare dell’organo in
alternanza col coro. Eppure, Dante non ha alcun problema di
coscienza a mettere all’inferno vescovi e perfino papi, incluso
il Sommo Pontefice regnante mentre lui scriveva le sue terzine.
Questo cosa ci spiega? Che il “clericalismo” è
criticabile come tutti gli “-ismi”, cioè tutti gli eccessi
ideologici. E’ l’atteggiamento che si mostra in un membro
della gerarchia quando questo perde l’autorevolezza che la
custodia viva della retta dottrina e un’esistenza sacerdotale
conforme ad essa gli procurerebbero agli occhi del popolo di
Dio. Dunque, quest’individuo diventa autoritario, e deve a tutti
i costi difendere se stesso e la sua posizione gerarchica, al
punto che qualsiasi cosa dica o faccia deve per forza essere
infallibile e sacrosanta.
Un sacerdote, un vescovo, un laico “clericalista” si
comporta come un mero burocrate, uno pseudo-ragioniere con
21
lenti pari a fondi di bottiglia infilate sul naso, oltre le quali è
incapace di vedere…eppure pretende assoluto rispetto e cieca
obbedienza! Un’anima fedele che si avvicini a un tale
individuo vive un’esperienza pari a chi attraversasse una gelida
tormenta di neve, bussasse alla porta, entrasse in casa, vedesse
indicare un fuoco acceso, vi si avvicinasse di corsa stendendovi
le mani intirizzite sopra… per poi scoprire che le fiamme di
quel fuoco spirano lame di ghiaccio, anziché tepore. Stessa
cosa: la bella dottrina può esserci anche tutta, ma un cuore
simile è incapace di esternare il benché minimo calore umano.
Ed è dall’umanità magnanima e calda che scaturisce la
conversione all’amore soprannaturale di Dio.
Il Figlio Unigenito dell’Altissimo Padre si è incarnato
per salvarci dal peccato mediante il suo sacrificio di croce,
certo. Ma è sceso tra noi, ha camminato tra noi, ha abbracciato
i bambini, ha perdonato le peccatrici (invitandole ovviamente a
non peccare più), si è commosso sui lebbrosi, sul dolore di
genitori che avevano perduto i loro figli. Cosa ci dimostra con
tutto questo? Che non c’è verità senza carità, e l’essere umano,
per poter tornare a incontrarsi con la carità soprannaturale di
Dio, aveva bisogno – allora come oggi – di incontrare questo
Dio che, come ci dice San Paolo, spoglia Se stesso e assume la
natura umana, donandoci un incontro che prima di tutto è
umano calore sul piano naturale.
Occorre prestare attenzione a cieche “clericolatrie” a
tutti i costi, perché esse sono invece atti di irrazionale fideismo
nell’uomo, non nell’ortodossia della fede cattolica garantita dal
Magistero, dalla Tradizione e dalla Sacra Scrittura.
Rammentiamoci di San Paolo, che riprende pubblicamente e a
22
brutto muso san Pietro.20 Richiamiamo alla mente
Sant’Atanasio che, nonostante la condanna firmata da papa
Liberio21 caduto nell’eresia ariana, continuò a sopportare le
durezze dell’esilio, della persecuzione, dell’abbandono anche
da parte della stessa gerarchia ecclesiastica, come a dire:
«Tenetevi pure le vostre chiese, io mi terrò la vera fede!». E
Sant’Ippolito? Fu il primo antipapa della storia, preferendo
risultare scismatico piuttosto che eretico, finché alla fine della
sua vita, in vista del martirio in Sardegna, si riconciliò con
papa Ponziano e con lui versò il sangue per la sequela di
Cristo. Che dire di San Bernardo di Chiaravalle, che scrisse
addirittura un manuale per fare bene il papa perché un chierico
di sua conoscenza (e, a suo giudizio, particolarmente incapace)
era stato eletto al Sacro Soglio?22
Vogliamo condurre la nostra riflessione pure secondo i
termini della pari dignità? Ci imbattiamo in un’energica Santa
Caterina da Siena, che ad Avignone e nel viaggio di ritorno
verso Roma apostrofa il papa Gregorio XI, non coi toni
melensi e romantici che immaginiamo, ma con un’energia

20
“Ma quando Cefa venne ad Antiochia, mi opposi a lui a viso aperto
perché evidentemente aveva torto” (Gal II, 11); le questioni inerenti
l’imposizione meno della legge mosaica ai pagani convertiti e la risoluzione
di esse nel cosiddetto Concilio di Gerusalemme (attorno al 50 d.C.), e a cui
San Paolo fa allusione nella lettera ai Galati sono narrate negli Atti degli
Apostoli, XV.
21
Filostorgio, Storia Ecclesiastica, Ar. XLI: “Liberio, dopo essere stato
esiliato, tornò dopo due anni, e, per paura della morte con la quale fu
minacciato, firmò (la condanna di Atanasio)”.
22
Bernardo de’ Paganelli fu eletto papa il 15 febbraio 1145 col nome di
Eugenio III. Per lui Bernardo di Chiaravalle scrisse il Trattato buono per
ogni papa, adeguatamente adattato a lui.
23
tremenda e temeraria, invitando il pontefice a comportarsi in
modo degno della tiara che portava in capo, a comportarsi non
da fanciullo timoroso, ma da uomo virile e saldo23.
Chissà se nella temperie intellettualmente e
teologicamente burrascosa dei nostri tempi, oggi tutti questi
eccelsi santi della storia della Chiesa sarebbero o meno additati
come “sedevacantisti”? Invece non è forse vero che tutti questi
santi sono stati piuttosto dei ferventi credenti, che hanno saputo
distinguere il ministero petrino o episcopale dal singolo
soggetto che lo ha ricevuto, correggendolo e rimproverandolo,
all’occorrenza, pur senza mancar mai di rispetto ad un vescovo

23
Caterina raggiunse Avignone il 18 giugno 1376 e venne dal papa, che
prese la risoluzione di ritornare a Roma, varcando il ponte sul Rodano e la-
sciando Avignone il 13 settembre. Raggiunto il porto di Marsiglia, Gregorio
XI s’imbarcò per l’Italia, facendo scalo a Genova. Ma qui fu preso da
grande timore per via dei disordini scorti a Roma e per la sconfitta delle
truppe pontificie per mano dei fiorentini. Tra i cardinali che lo
accompagnavano, la maggioranza insisteva per il ritorno ad Avignone, ma
Caterina rassicurò Gregorio XI: la volontà divina lo chiamava a Roma e
Cristo lo avrebbe pro- tetto. Così il papa riprese il viaggio e raggiunse la
città eterna. Esempi di forti parole che Caterina rivolse risoluta al Sommo
Pontefice sono la lettera 229, scritta al papa forse ancora da Firenze: “Voi
mi dimandate dell’avvenimento vostro, e io rispondo e dico da parte di
Cristo crocifisso che voi veniate”. An- cora, a una richiesta del papa, che
continuava a chiedere consigli, Caterina scrive: “Pregando io el nostro dolce
Salvatore per voi, sì come mi mandaste dicendo, manifestando Egli ch’io
dicessi a voi che voi doveste andare”, e dicendo Cristo a lei: “digli
sicuramente che questo ottimo segno li dò... che quanti più contrarii li
veranno, e più li sarà contradetto ch’egli non vada, più si sentirà cresciare
una fortezza... che è questo contra ‘l modo suo naturale” (lett. 238); vi è poi
la Lettera 239, dove la piccola Santa senese senza mezzi termini, intima a
Gregorio XI: “sia forte e perseverante... non sia fanciullo timoroso, ma
virile! (…) Sia uomo fermo e stabile”.
24
in quanto successore degli apostoli, oppure al Santo Padre e al
suo sacro ruolo di Vicario di Cristo in terra?
Molti forse si chiederanno: l’ “infallibilità” dove va a
finire?
Altri invece si chiedono, con una punta di amarezza, se
a cinquant’anni dal Concilio Vaticano II abbiamo messo in atto
o meno quest’aggiornamento di linguaggio e forma che,
secondo l’intuizione ottimista del Santo Papa Giovanni XXIII,
avrebbe dovuto esprimere con rinnovata freschezza le
intramontabili verità della fede…oppure se non lo abbiamo
ancora fatto, lasciando spazio piuttosto ad una sconcertante
anomia liturgica e catechetica.
Mi permetto di proporre qui un esempio, tanto per
capirci. Il Santo Papa Giovanni XXIII, durante i lunghi
pontificali papali, era solito farsi portare al trono una tazza di
caffè, che un suddiacono recava celata sotto un velo, per non
disturbare la sacralità della Liturgia. Papa Giovanni, infatti,
soffriva di forti abbassamenti della pressione sanguigna, indotti
spesso dal calore procuratogli dai molti e pesanti paramenti
indossati. Non sarebbe forse assurdo, dunque, che, siccome lo
faceva il papa, tutti i vescovi e i presbiteri da quel momento si
facessero portare un caffè in chiesa, prima dei riti d’offertorio?
Questo esempio ci dà “il la” per ricordare che il Romano
Pontefice è infallibile quando, avvalendosi esplicitamente e
dichiaratamente del carisma dell’insegnamento ex chatedra
Petri, annuncia le verità di fede contenute nel depositum fidei,
fondate sulla scrittura, sancite dai concili dogmatici e trasmesse
dalla Tradizione, proclama un dogma di fede e/o governa la

25
Chiesa in fatto di costumi (lat. mores)24. Dunque non tutto
quello che compiono il Papa, i vescovi e i membri della
gerarchia25 è infallibile26, come ci insegna il Magistero stesso,

24
“Perciò Noi, mantenendoci fedeli alla tradizione ricevuta dai primordi
della fede cristiana, per la gloria di Dio nostro Salvatore, per l’esaltazione
della religione Cattolica e per la salvezza dei popoli cristiani, con
l’approvazione del sacro Concilio proclamiamo e definiamo dogma rivelato
da Dio che il Romano Pontefice, quando parla ex cathedra, cioè quando
esercita il suo supremo ufficio di Pastore e di Dottore di tutti i cristiani, e in
forza del suo supremo potere Apostolico definisce una dottrina circa la fede
e i costumi, vincola tutta la Chiesa, per la divina assistenza a lui promessa
nella persona del beato Pietro, gode di quell’infallibilità con cui il divino
Redentore volle fosse corredata la sua Chiesa nel definire la dottrina intorno
alla fede e ai costumi: pertanto tali definizioni del Romano Pontefice sono
immutabili per se stesse, e non per il consenso della Chiesa. Se qualcuno
quindi avrà la presunzione di opporsi a questa Nostra definizione, Dio non
voglia!: sia anatema” (Papa Pio IX, Pastor Aeternus, Costituzione
Dogmatica sulla Fede Cattolica, 18 luglio 1870, cap. IV).
25
L'infallibilità promessa alla Chiesa risiede pure nel Corpo episcopale,
quando questi esercita il supremo Magistero col Successore di Pietro
soprattutto in un Concilio Ecumenico. (CCC n° 891).
26
Non si può e non si deve cadere nella trappola di una sorta di
“infallibilismo” del Romano Pontefice, dato che, oltretutto, vi sono diversi
gradi di adesione al magistero del papa (de fide credenda, de fide tenenda,
religiosum obsequium). Quando la Chiesa, mediante il suo Magistero
supremo, propone qualche cosa « da credere come rivelato da Dio» e come
insegnamento di Cristo, «a tali definizioni si deve aderire con l'ossequio
della fede». Tale infallibilità abbraccia l'intero deposito della rivelazione
divina. L'assistenza divina è inoltre data ai successori degli Apostoli, che
insegnano in comunione con il Successore di Pietro, e, in modo speciale, al
Vescovo di Roma, Pastore di tutta la Chiesa, quando, pur senza arrivare ad
una definizione infallibile e senza pronunciarsi in «maniera definitiva»,
propongono, nell'esercizio del Magistero ordinario, un insegnamento che
porta ad una migliore intelligenza della Rivelazione in materia di fede e di
costumi. A questo insegnamento ordinario i fedeli devono «aderire col
religioso ossequio dello spirito» che, pur distinguendosi dall'ossequio della
fede, tuttavia ne è il prolungamento (CCC §§ 891 – 892).
26
il catechismo e come dimostrano sia la storia della Chiesa sia il
comportamento di molti santi che, certo per amore della
Chiesa, ma rimanendo saldamente “dentro la Chiesa”, hanno
sollevato perplessità, critiche ed anche rimproveri verso i
membri della gerarchia.

I. 3 – LUTERO?
TUTT’ALTRA COSA RISPETTO AI SANTI!

Mi sono dilungato in tali considerazioni per poter far


meglio comprendere che, rispetto a tutto ciò, Lutero è un’“altra
cosa”: un uomo estremamente problematico, con ferite intime
profonde causategli dal suo vissuto personale, dai propri dubbi,
dalle proprie incertezze. Martin Lutero è un personaggio molto
contraddittorio: costretto dal padre e studi di giurisprudenza
che egli non riusciva a sopportare, forse addirittura assassino di
un compagno di studi27e, conseguentemente, monaco
agostiniano sia per evitare il processo sia per espiare in
coscienza la propria colpa28; c’è il Lutero che, scosso

27
Si tratterebbe di Jerome Buntz, che Lutero avrebbe ucciso in duello, forse
per legittima difesa oppure per violenza passionale, la vigilia della
promozione a Magister Teologiae assieme a Lutero, il quale, in seguito
avrebbe affermato: “Io sono stato un grande mascalzone e omicida” (WA
WW 29, 50, 18). In proposito del delitto d’omicidio compiuto da Lutero, si
vedano le esegesi delle fonti condotte da Dietrich Emme (Martin Luther,
Seine Jugend und Studienzeit 1483-1505. Eine dokumentarische
Darstelleng, 1983) e da Theobald Beer e Remigius Baumer.
28
“Per un singolare consiglio di Dio sono divenuto monaco affinché non mi
arrestassero. Altrimenti sarei stato arrestato facilmente. Ma così non
poterono, poiché tutto l’Ordine (agostiniano) si occupava di me” (M.
Lutero, WA Tr. I, 134, 32).
27
profondamente dalla “vendita delle indulgenze”, redige le sue
95 tesi, dalle quali da un lato emerge tutta la sua premura verso
la dottrina e il suo interesse verso il ruolo del papa:

Si deve insegnare ai cristiani che se il papa


conoscesse le esazioni dei predicatori di
indulgenze, preferirebbe che la basilica di
S. Pietro andasse in cenere piuttosto che
essere edificata sulla pelle, la carne e le
ossa delle sue pecorelle (Tesi 50°). Si deve
insegnare ai cristiani che il papa, come
deve, vorrebbe, anche a costo di vendere -
se fosse necessario - la basilica di S. Pietro,
dare dei propri soldi a molti di quelli ai
quali alcuni predicatori di indulgenze
estorcono denaro (Tesi 51°).

I tesori della Chiesa, dai quali il papa


attinge le indulgenze, non sono
sufficientemente ricordati né conosciuti
presso il popolo cristiano (Tesi 56°). Certo
è evidente che non sono beni temporali,
che molti predicatori non li
profonderebbero tanto facilmente ma
piuttosto li raccoglierebbero (Tesi 57°).

Ma se consideriamo tutte assieme le 95 tesi, si manifesta tutta


l’ignoranza che affliggeva non solo Lutero, ma anche una non
piccola parte della gerarchia, allorquando i banditori
dell’indulgenza – come Tetzel – per la erigenda basilica di San

28
Pietro motteggiavano: “Quando la moneta batte in fondo alla
cassetta, vola in cielo l’anima benedetta”29.

L’origine dell’indulgenza è antichissima.


Dio, dopo aver istituito la settimana come
memoria dei sette giorni della Creazione
(Es 20,8- 10), istituisce la settimana di
anni, il cui settimo era sabbatico (Lv 25,1-
7), le sette settimane di anni (49 anni) e
stabilisce: “Dichiarerete santo il
cinquantesimo anno e proclamerete nel
paese la libertà per ogni suo abitante. Sarà
per voi un giubileo” (Lv 25,10). Nell’anno
sabbatico e in quello giubilare, Dio
comandava agli Israeliti di avere
indulgenza verso i poveri (cancellando i
debiti o restituendo le terre) e verso gli
schiavi (liberandoli, per far memoria della
misericordia di Dio che li aveva liberati
dalla schiavitù d’Egitto). Gesù eleva la
liberazione dalla schiavitù a liberazione
dalla schiavitù del peccato, e dunque a
perdono della colpa. Quanto alla
cancellazione dei debiti, questa si eleva a
remissione della pena provocata dal
peccato, dunque a indulgenza. La prima
indulgenza cristiana viene applicata da

29
Circa il mercante di indulgenze Tetzel non possediamo notizie autentiche
che ci mettano al corrente di gravi errori morali nella sua vita; e tuttavia non
risulta che egli abbia mai insegnato che i peccati potessero venir rimessi
senza il pentimento.
29
Cristo stesso: “In verità ti dico: oggi sarai
con me in Paradiso” (Lc 23,43). Appare
evidente non solo un’immediata remissione
della colpa, ma anche della pena: al buon
ladrone viene di fatto applicata una
indulgenza plenaria, e questo non intacca la
giustizia divina, perché si era acquistato
l’indulgenza con le sofferenze della
crocifissione: “Stiamo ricevendo la giusta
pena per le nostre azioni” (Lc 23,41).
Aveva cioè maturato i requisiti, perché la
misericordia di Dio viene sempre applicata
con giustizia. Dobbiamo, pertanto,
meritarci i suoi Meriti. I nostri non sono
sufficienti a salvarci, ma sono necessari. È
il solito binomio libertà e Grazia. Anche le
indulgenze elargite dalla Chiesa non vanno
intese come colpi di spugna, ottenibili con
formule o, come pensava qualche nobile
del Cinquecento, con denaro. Ma
richiedono sempre, da una parte, il
cambiamento, la conversione del cuore, la
confessione dei propri peccati (cioè occorre
sempre prima la cancellazione dello stato di
colpa), e dall’altra una penitenza (o stato di
pena). Per duemila anni i cristiani hanno
individuato nel pellegrinaggio (quasi
sempre esercitato a piedi, anche per
lunghissimi tragitti) e nel digiuno due
ottimi strumenti di penitenza. In genere era
la Chiesa a indicare i requisiti per le

30
indulgenze, parziali o totali, e questo
esercitando il mandato di Cristo a Pietro:
“A te darò le chiavi del Regno dei Cieli, e
tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato
nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla
terra sarà sciolto nei cieli” (Mt 16,19).
Anche oggi, la Chiesa indica le condizioni
per l’acquisto dell’indulgenza:
Confessione, Eucaristia, preghiera secondo
le intenzioni del Papa, pellegrinaggio a
Roma o alle chiese giubilari (presenti in
ogni diocesi), atti di penitenza (digiuno dal
cibo, dal fumo...), esercizio delle opere di
carità (visita agli ammalati, agli anziani...).
Ma la remissione dei debiti e la liberazione
dalla schiavitù non saranno solo a
vantaggio della propria anima o, per la
Comunione dei Santi, a vantaggio delle
anime del Purgatorio. La Chiesa vuole
giungere, infatti, ad una cancellazione dei
debiti delle nazioni più povere utilizzando
le offerte raccolte nazione per nazione (…):
questo tipo di indulgenza educherà l’uomo
alla solidarietà e contribuirà alla pace nel
mondo30.

D’altronde quanto sia altalenante e malferma la figura di


Lutero, emerge dai suoi stessi sermoni e scritti. Vediamone
qualche esempio:
30
BIAVASCHI S., Origine e significato dell’indulgenza, in <<Il
Timone>> 5 (2000/II), pag. 26.
31
È credenza dolce e pia che l’infusione
dell’anima di Maria fu effettuata senza
peccato originale, cosicché nella stessa
infusione della sua anima ella fu anche
purificata dal peccato originale e adornata
di doni di Dio, ricevendo un’anima pura
infusa da Dio; perciò dal primo momento
che ella cominciò a vivere, ella fu libera da
ogni peccato”31 […] Ella è piena di grazia,
viene dichiarata essere completamente
senza peccato – qualcosa di estremamente
grande. Perché la grazia di Dio la riempie
di ogni cosa buona e la rende priva di ogni
male32 […] Cristo… fu il solo Figlio di
Maria, e la Vergine Maria non ebbe altri
figli oltre a Lui… Io sono incline ad essere
d’accordo con quelli che dichiarano che
‘fratelli’ veramente significa ‘cugini’ qua,
perché la Sacra Scrittura e gli Ebrei
chiamano i cugini sempre fratelli33 […] La
dolce madre di Dio mi conceda lo Spirito,
affinché io possa spiegare con sufficiente
efficacia questo suo canto, per consentire a
Vostra Grazia, e a noi tutti, di trarne una
conoscenza che ci conduca alla salvezza e
a una vita lodevole, in modo da poter

31
Sermone ‘Sul giorno della concezione della Madre di Dio’, 1527.
32
Martin Lutero, Libro di Preghiera Personale (‘Piccolo’), 1522.
33
Martin Lutero, Sermoni su Giovanni, cap. 1-4, 1539.
32
celebrare e cantare questo eterno
Magnificat nella vita eterna34.

Dovremmo dunque stupirci delle “grane teologiche”


che Bach dovette passare, guardato di sottecchi da non pochi
pastori per una sorta di singolare attenzione per la Madre di
Dio? Si pensi ai corali per organo come la Fuga super
Magnificat pro organo pleno35, al suo viscerale amore
(comune d’altronde a non pochi altri organisti precursori e
contemporanei di Johann Sebastian) per l’inno Nun Komm,
parafrasi in tedesco del Veni Redemptor Gentium di
Sant’Ambrogio, dove si contempla con stupore il frutto del
parto verginale di Maria, affermando che una nascita così
spettava soltanto a Dio; per non parlare della meravigliosa
cantata Magnificat in Re maggiore BWV 243, o della
straordinaria e celeberrima cantata Herz und Mund BWV 147,
dedicata alla Madonna nella celebrazione della Visitazione.
Com’è possibile, allora, che Bach venga biasimato, se
Lutero stesso, nei suoi scritti – che Johann Sebastian peraltro
conosceva – ci lascia una simile testimonianza di devozione
mariana venata di una dottrina piuttosto retta?
Qui occorre indugiare un attimo su questioni teologiche
che non si può omettere almeno di sfiorare, seppur col rischio
di annoiare coloro che non siano particolarmente appassionati
di teologia. Che dire? Se alla fine del ragionamento “fossimo
riusciti ad annoiarvi, credete che non s’è fatto apposta”.

34
Martin Lutero, Commento al Magnificat, 1521.
35
Chorale Meine Seele erhebet den Herren (Fuga super Magnificat), BWV
733.
33
Di fatto Lutero non ha espresso praticamente neppure
un’idea che, per giusta od errata che fosse, non potesse essere
riscontrata in molti teologi, critici e predicatori a lui precedenti.
Dovremmo finire col concordare col Lortz, quando afferma:

Poiché il cristianesimo è insieme verità e


amore, la loro unione impedisce la critica
distruttiva; allontana la tentazione di una falsa
interpretazione dell’avversario, anche laddove
ne respinge con estremo rigore la posizione e
riconosce al tempo stesso i valori che,
nonostante tutto, vi possono essere contenuti.
Questo atteggiamento non è altro che rispetto
per la verità. (…) La verità è inesorabile:
questa è la sua natura. Nell’opportunismo essa
muore. E corrisponde senz’altro al
riconoscimento, nel cristianesimo primitivo,
dei germi di verità sparsi dappertutto nel
mondo, come pure al significato pieno del
concetto di “cattolico”, il conoscere e
riconoscere tracce di verità e bellezza di Dio
anche laddove esse sono frammiste con
l’errore e talvolta anche col male36.

Dunque, non ci sorprenda di trovare in Lutero elementi


di dottrina cattolica corretti, quando non addirittura
commoventi ed apprezzabili. Il vero problema è insito proprio
in Lutero, in quell’ambiguità e stravolgimento della retta
teologia (che porterà a scissioni in seno ai protestanti stessi
36
J. LORTZ, op. cit., pag. 105.
34
mentre Lutero è ancora in vita); per non parlare del caos circa
la dottrina dei sacramenti, in specie verso il sacerdozio
ministeriale atto all’offerta del sacrificio del Golgota sull’altare
della Messa37. Nella sua opera Della Cattività Babilonese
(1520), Lutero nega che i sacramenti siano sette, riducendoli a
tre: Battesimo, Penitenza ed Eucaristia, della quale però nega il
carattere sacrificale e la transustanziazione mediante il
sacerdozio ordinato, coniando la reinterpretazione della
Presenza di Cristo nell’Eucaristia col termine di
“consustanziazione”. Il paradosso lo riscontriamo nove anni
dopo, nel 1529, quando troviamo Lutero a Marburgo a
difendere la fede nella Presenza Reale del Signore
nell’Eucaristia, contro le ferme negazioni di essa da parte di
Zwingly; proprio qui si pongono i punti di partenza per le
future e sempre crescenti scissioni all’interno del
protestantesimo in Germania. Tutto perché proprio il Lutero
che pure crede alla Presenza Reale ha di fatto compromesso la
retta dottrina circa lo strumento di attuazione e permanenza del
Cristo Vivo, Vero, Reale e Sostanziale nella Sua Chiesa: il
sacerdozio ministeriale legato alla successione apostolica e al
sigillo indelebile del sacramento dell’ordine. Ci soffermeremo
meglio su questo punto tra poco.
Come ha sostenuto giustamente Theobald Beer, la
cristologia è il centro della “questione Lutero”. Dalla posizione
che si assume di fronte a Cristo dipende tutto il resto. E Lutero
non comprende la profonda unità presente nell’incarnazione.
Nel 1508 scrive: «Se si dice che Cristo è composto

37
Cfr. M. Lutero, Della Cattività Babilonese della Chiesa, 1520.
35
(compositus) e si intende il termine nel suo senso stretto
(proprie), allora è giusto. Se invece si afferma che Cristo è
costituito (constitutus), allora ciò è falso». Come si vede Lutero
tende alla scissione. Non a caso un suo contemporaneo,
Hieronymus Dungersheym, lo accusò di arianesimo. Lo stesso
Lutero, nel 1511, si lascia andare ad affermazioni del tipo:
Cristo è fatto per il Padre, nato per la Madre. I pochi che si
accorsero di queste gravissime lacune cristologiche, le hanno
poi attribuite a Melantone, colui che ha propagato Lutero in
Germania. In verità Melantone è un umanista cristiano e
sostiene l’esatto contrario di Lutero. Laddove sulla questione
della redenzione e della creazione Lutero dice: humanitate nihil
cooperante – Yves Congar ha notato che qui si tratta di una
sorta di monoergismo, vale a dire che l’umanità di Cristo non
coopera alla giustificazione –, Melantone parla invece di
natura conditrix; la natura umana di Cristo partecipa alla
creazione. Nessuno però si cura di confrontare i due autori.
Ci sono naturalmente anche ragioni oggettive che
spiegano il ritardo. Le millecinquecento annotazioni di Lutero
fatte a margine di numerosi testi, sono state scoperte solo
intorno al 1900: si è trattato di una scoperta decisiva. Per
comprenderli bisogna inoltre conoscere a fondo Agostino, Pier
Lombardo, Taulero, Gabriele Biel, quest’ultimo un eccellente
teologo. Anche la conoscenza di questi autori è per molti un
ostacolo. Il Concilio di Trento non conosceva questi testi
autografi, altrimenti Lutero sarebbe stato direttamente
condannato. In una annotazione del 1511, per esempio, scrive:
«Quando si chiede che cosa – attenzione, Lutero non dice “chi”
è Cristo, ma “che cosa” è Cristo – i logici rispondono che egli è
36
persona. (Lutero rifiutava la logica ndr). Il teologo invece dice:
Cristo è roccia, pietra d’angolo». Lutero spiega quel che lui
intende con ciò. Cristo è la roccia che ci protegge dalla collera
divina. Egli è inteso come “funzione” e non come “persona”:
Lutero fa sì uso della parola hypostatice, ma la annulla
aggiungendo l’espressione sed additus. Lutero dice
apertamente che Cristo non è persona; rimane così solo la
funzione di copertura dall’ira divina. Esaurendosi la
“funzione”, si esaurisce anche Cristo. Le affermazioni di
Lutero sono, tra l’altro, in netto contrasto con Sant’Agostino
che invece sostiene che Cristo è Imago Dei e non factus ad
imaginem Dei, come fosse una parte qualsiasi della creazione
di Dio. L’immagine di un Lutero profondamente agostiniano è
allora falsa, e su ciò non esiste alcun dubbio: Lutero disprezza
Agostino, tanto che vi sono innumerevoli passi in cui egli
commenta Agostino con ironia38.
Lutero giunse addirittura a negare l’esistenza del libero
arbitrio. Egli divise l’umanità in predestinati, che vengono
salvati da Dio, e in “pre - dannati”, che sono irrimediabilmente
al guinzaglio del demonio. Un arbitrarismo divino che il
singolo deve subire passivamente, sforzandosi sì di avere la
massima fede, ma senza poter fare nulla con la sua libertà,
ormai svuotata di significato. Se la salvezza passa solo
attraverso la fede o la predestinazione, non è affatto semplice
intuire cosa rimane del cristianesimo nella filosofia luterana,

38
T. RICCI, Lutero “cattolico”? Nemmeno per idea, in «Trenta Giorni», n.
4, (1983/I) pp. 56-58.
37
dove non trovano cittadinanza né un Cristo da seguire né un
prossimo da amare39.
La distruzione di una retta cristologia, poi, si associa
alla distruzione della retta sacramentaria che sta alla base della
Messa. Lutero applica alle specie eucaristiche il termine di
consustanziazione, per cui il pane si mantiene pane
nell’Eucaristia: anche se c’è la presenza reale del corpo di
Cristo, il pane non si trasforma (transustanziazione40) in corpo
di Cristo, e dunque per Lutero nel pane convivono due
sostanze, quella fisica del pane e quella divina del Corpo di
Cristo. Simili posizioni, infatti, erano già state sostenute da
Berengario da Tours41 e opportunamente sviscerate e confutate
nell’XI secolo.
39
L. COSTA, recensione ad A. PELLICCIARI, Martin Lutero, in
CulturaCattolica.it.
http://culturacattolica.it/default.asp?id=125&id_n=32098.
40
In teologia, transustanziazione o transubstanziazione (lat. trans -
substantiatio) è il termine indicante la conversione della sostanza del pane
nella sostanza del corpo di Cristo e della sostanza del vino nella sostanza
del sangue di Cristo, che avviene, durante la celebrazione eucaristica, dopo
la pronuncia delle parole della consacrazione della preghiera eucaristica.
41
Berengàrio di Tours. Teologo (Tours inizî sec. XI-ivi 1088), discepolo di
Fulberto di Chartres, scolastico a Tours, arcidiacono (1040) di Angers. Le
sue dottrine sull’Eucarestia, in polemica con Lanfranco di Bec, furono a
iniziativa di questo condannate nei concilî di Roma e Vercelli (1050) e di
Parigi (1051). Per le protezioni di cui godeva, Berengario non fu però
disturbato, e nel concilio di Tours (1054) il legato papale Ildebrando (poi
Gregorio VII) si contentò di una formula generica, ottenendo poi che B. si
presentasse al concilio di Roma (1059). Qui egli pronunciò la for- mula
preparata dal card. Umberto, che poi ripudiò, onde perdé la dignità ad
Angers (1060) nonostante l’intervento, da lui sollecitato, di Alessandro II
(1064). Compose allora il De sacra coena. Nel sinodo romano del 1078,
Berengario lesse una formula che soddisfece Gregorio VII, ma che egli
dovette precisare, confessando l’errore, nel sinodo del 1079, ritirandosi poi
38
Purtroppo dobbiamo costatare che, partendo da questi
pericolosi ed ambigui “equivoci” luterani, dettati
dall’ignoranza dell’agostiniano su certe tematiche di dogmatica
e sacramentaria, certi filoni filo protestanti, nel tempo del post
Concilio Vaticano II, giungono ad alterare terminologie tanto
precise quanto delicate sostituendo la parola (a dire di certuni
troppo scolastica e troppo deteriore) di transustanziazione, con
terminologie ecumenicamente accattivanti ma a dir poco
ambigue, equivoche e disorientanti, quali per esempio
transignificazione o transfinalizzazione: non a caso il Beato
Paolo VI promulgò nel periodo del post concilio la lettera
enciclica Mysterium Fidei, per ribadire la dottrina cattolica
tradizionale circa l’Eucaristia e la Santa Messa: un documento
del Magistero – ahinoi – fin troppo dimenticato dalle comunità
ecclesiali.
Si badi bene: il sacerdozio universale è già contenuto
nella dottrina dei padri della Chiesa e degli scrittori
ecclesiastici antichi. Si pensi, ad esempio, ad Origene. Nella

a vita privata, forse di penitente. La base del suo pensiero è agostiniana,


anche nella dottrina generale dei sacramenti; ma egli nega (forse soprattutto
per l’impossibilità di separare, se non concettualmente, gli accidenti visibili
dalla sostanza) la possibilità della mutazione (conversio) di sostanza (il
termine “transustanziazione” non esisteva ancora). Quindi egli scinde
conversione sostanziale e presenza reale, identificate da Pascasio Radberto
(sec. IX), onde gli avversarî lo accusarono di negare la presenza reale,
ch’egli invece afferma, considerandola però non materiale ma quantum ad
spiritualitatem o per similitudinem, in figura: modo di pensare che deriva
dal De corpore et sanguine Christi attribuito a Scoto Eriugena (in realtà, di
Ratramno di Corbie). Di B. resta un corpus di epistole che illuminano le
sue ricerche. (<<Enciclopedia Treccani>> :
http://www.treccani.it/enciclopedia/berengario-di-tours/).
39
sua Omelia sul Levitico, dopo essersi riferito al divieto fatto ad
Aronne di entrare nel Santo dei Santi della tenda del convegno,
l’alessandrino scrive:

Da ciò si dimostra che se uno entra a qualunque


ora nel santuario, senza la dovuta preparazione,
non rivestito degli indumenti pontificali, senza
aver preparato le offerte prescritte ed essersi reso
Dio propizio, morirà (…). Questo discorso
riguarda tutti noi. Ordina infatti che sappiamo
come accedere all’altare di Dio. O non sai che
anche a te, cioè a tutta la Chiesa di Dio e al
popolo dei credenti, è stato conferito il
sacerdozio? Ascolta come Pietro parla ai fedeli:
“Stirpe eletta”, dice, “regale, sacerdotale, nazione
santa, popolo che Dio si è acquistato”. Tu dunque
hai il sacerdozio perché sei stirpe sacerdotale e
perciò devi offrire a Dio il sacrificio (…).
Ognuno di noi hai in sé non soltanto il fuoco ma
anche l’olocausto, e dal suo olocausto accende
l’altare, perché arda sempre. Io, se rinuncio a
tutto ciò che possiedo e prendo la mia croce e
seguo Cristo, offro il mio olocausto sull’altare di
Dio; e se consegnerò il mio corpo perché arda,
avendo la carità, e conseguirò la gloria del
martirio, offro il mio olocausto sull’altare di
Dio42.

42
Origene, Omelia sul Levitico, IX, 1; 9. Cfr. BENEDETTO XVI, I padri
della Chiesa. Da Clemente Romano a Sant’Agostino, Libreria Editrice
Vaticana, Città del Vaticano 2008, pp. 48 – 49. Cfr. Udienza Generale, 2
maggio 2007, Piazza San Pietro.
40
Ma mentre per la Tradizione ecclesiale l’esercizio del
sacerdozio universale consiste nell’offrire al Padre la propria
vita43 in unione al Sacrificio del Suo Unigenito Figlio
incruentemente offerto nell’Eucaristia per le mani dei vescovi e
dei presbiteri, un enorme problema risiede nel sacerdozio
universale propugnato da Lutero: per ricevere la grazia divina
non occorre la mediazione di un clero istituzionalizzato, perché
tra l’uomo e Dio c’è un contatto diretto. Partendo da questo
presupposto, dunque, non c’è bisogno di un sacramento
dell’ordine concepito per la remissione dei peccati e per la
celebrazione eucaristica. Dunque la Messa non è sacrificio
donato all’umanità quale mezzo supremo per placare l’ira del
Padre verso il peccato mediante l’offerta del Figlio, operando e
perpetuando costantemente la riconciliazione e la
santificazione delle membra (i battezzati) del Corpo mistico di
Cristo (la Chiesa), ma è soltanto “convito, banchetto, mensa”.
Una piccola, discreta ma dolorosa parentesi si impone
di aprire circa certi moderni movimenti ecclesiali in seno ai
quali serpeggiano simili, ambigui pensieri (fosse pure per
buona fede, per carità!). So per esperienza diretta che il
Cammino Neocatecumenale viene vissuto da persone dotate di
carità e ardore di fede encomiabili; tuttavia, in seno a tale
movimento non è difficile constatare come si tenda a
confondere il sacerdozio regale di Cristo, a cui partecipano
universalmente tutti i battezzati, dal sacerdozio ministeriale di
Cristo, al quale invece partecipano solo i consacrati nel
43
Ancora oggi è questa la retta dottrina della Chiesa Cattolica: cfr.
Costituzione Liturgica Sacrosanctum Concilium n° 48, Conc. Ec. Vat. II.
41
Sacramento dell’Ordine. Sulle loro celebrazioni liturgiche, poi,
preferisco stendere un velo compassionevole, lasciando
all’autorità ecclesiastica l’onere di intervenire con fermezza e
carità: alcune di queste liturgie, infatti, si spingono veramente
ai massimi eccessi, dove l’enfasi sulla cena, la mensa, il
gioviale banchetto, tende ad annullare quasi completamente il
mistero e l’intera teologia del Sacrificio Eucaristico.
Scrive giustappunto Lutero:

Nella vera Messa, fra puri cristiani, l’altare


non dovrebbe rimanere così e il sacerdote
dovrebbe sempre rivolgersi verso il popolo,
come ha fatto senza dubbio Cristo
nell’Ultima Cena. Ma attendiamo che il
tempo sia maturo per ciò44.

Innanzi tutto questa affermazione di Lutero mostra la


profondissima incomprensione degli atti e dei segni compiuti
dal Signore Gesù nell’Istituzione dell’Eucaristia. La scelta del
rivolgere l’altare non è davvero giustificabile col pretesto di
voler compiere l’azione liturgica il più possibile conforme a
quanto fece il Cristo la notte dell’ultima cena. Questo perché,
nel mondo antico mediorientale sarebbe stato impensabile fare
un banchetto col presidente della mensa a capotavola e tutti gli
altri commensali di fronte a lui. Anche il Cristo segue l’uso
antico del tavolo a sigma, ossia a mezzaluna, con tutti i

44
M. LUTERO, Messa tedesca e Ordine del Servizio divino, Ed. UTET,
Torino 1967.
42
commensali rivolti verso il medesimo lato della mensa, senza
cioè che nessuno fosse posto frontalmente ad alcuno45.
In secondo luogo, realmente il “padre della sola
scriptura” dà un saggio della sua incapacità esegetica circa la
Scrittura stessa, proprio perché la intende avulsa dalla
Tradizione della Chiesa. Nel Vangelo di Giovanni, il Signore
Gesù afferma di essere il pane disceso dal Cielo46, e che il pane
ch’Egli dà è la Sua Carne per la vita del mondo: solo chi
mangia questa Carne ha la vita eterna. Sono le reazioni degli
ascoltatori a farci comprendere come Gesù non stesse affatto
utilizzando una metafora: i Giudei presenti, infatti, per i quali
secondo le prescrizioni della Torah il cannibalismo è un
tremendo abominio, si sentono invitati a mangiare realmente –
non simbolicamente né metaforicamente – la Carne del loro
interlocutore; di fronte a questa perplessità, Gesù non

45
La parte anteriore del medesimo tavolo rimaneva libera per consentire il
servizio delle vivande: i commensali sedevano o giacevano nell’emiciclo
posteriore del tavolo, servendosi assai spesso di un banco a forma di sigma.
In origine il posto d’onore non era al centro, come si potrebbe credere, bensì
al lato destro. Tale disposizione dei posti la ritroviamo regolarmente nelle
più antiche raffigurazioni dell’ultima cena fino in pieno medioevo. Gesù
giace o siede sempre al lato destro del tavolo. Solo all’incirca a partire dal
XIII secolo comincia a imporsi un nuovo modello: il posto di Gesù è ora al
lato posteriore del tavolo in mezzo agli apostoli. Ciò sembrerebbe
effettivamente una celebrazione versus populum, ma in realtà non lo era
affatto, perché il “popolo” cui il Signore avrebbe dovuto rivolgersi, come si
sa, nel Cenacolo non c’era. Quindi l’argomentazione di Lutero si rivela
inconsistente (F. AGNOLI, K. GAMBER, La liturgia tradizionale. Le
ragioni del Motu Proprio sulla Messa in latino, Ed. Fede & Cultura, 2007,
pp. 43-44. / Cfr. Kl. Wessel, Abendmahl und Apostelkommunion,
Recklinghausen, 1964 / Cfr. G. RICCIOTTI, Vita di Gesù Cristo, Ed. Oscar
Mondadori, Milano 2007, pp. 615 e ss.).
46
Gv VI, noto come il discorso nella sinagoga di Cafarnao.
43
disambigua nulla, anzi rincara la dose, affermando che chi non
mangia la carne e non beve il Sangue del Figlio dell’Uomo non
può avere in se stesso la vita eterna. Di fronte al testo
giovanneo, quindi, ci possiamo accorgere da noi stessi quanto
sia fumosa e inappropriata la dottrina della consustanziazione,
rispetto alla razionale, innamorata crudezza divina del pane di
vita che è realmente Carne del Figlio di Dio.
Inoltre, nelle parole dell’istituzione dell’Eucaristia,
durante l’ultima cena, Gesù dice del pane spezzato che esso è il
Suo corpo dato in nostro favore, e il vino del calice è Suo
Sangue versato per molti per il perdono dei peccati.
In quale evento il corpo è dato in sacrificio e il sangue
di Cristo è versato? Non di certo durante l’ultima cena, ma
sulla Croce innalzata sul Golgota. Qual è l’evento col quale il
Signore riconcilia i peccatori al Padre Celeste, rimettendo i
peccati? Non certo con l’Ultima Cena, ma col sacrificio del
Golgota. Vi è quindi il comando agli uomini – gli apostoli –
scelti da Lui stesso per assistere a questa anticipazione
misteriosa (sacramentale ndr) della sua passione redentrice:
“Fate questo in mio memoriale”. La parola memoriale è la
traduzione del greco anàmnesis. Non significa banalmente
“ricordo”, e neppure un po’ meno banalmente “evocazione”:
significa rendere ancora e ancora presenti quegli eventi di
salvezza. Per questo l’Apostolo Paolo può affermare, circa la
frazione del pane: “Ogni volta che mangiate di quel pane e
bevete di quel calice, voi annunziate la morte del Signore, fino
a quando Egli ritornerà”47.

47
1 Cor XI, 26.
44
Per tal fine Gesù istituisce il Santissimo Sacramento
quando si trova solamente con gli apostoli: non costituisce
“sacerdoti” tutti i suoi discepoli, uomini e donne, che lo
seguivano. Per la
missione sacerdotale atta alla santificazione e salvezza delle
anime Egli sceglie determinati uomini, donando loro lo Spirito
Santo e la facoltà di rimettere i peccati48. Dunque il sacerdozio
ordinato è voluto dal Cristo per la continua rinnovazione
dell’offerta sacrificale della Sua Passione e Morte al Padre e
per la remissione dei peccati, per azione dello Spirito Santo:
questo è ciò in cui la Chiesa ha sempre creduto fin dall’epoca
apostolica, che i padri greci e latini hanno insegnato, e che, in
definitiva, la Santa Tradizione, i Concili e il Magistero dei
Sommi Pontefici hanno sempre creduto, conservato e
insegnato, obbedendo al comando dell’Apostolo: “Gesù Cristo
è lo stesso: ieri, oggi e sempre; non lasciatevi sviare da dottrine
false e peregrine”49.
Si rammenti difatti come nel II secolo la Didaché parli
dell’Eucaristia in quanto sacrificio (“thysìa”, Didaché XIV).
Sant’Ignazio d’Antiochia nelle sue intense epistole scrive del
pane eucaristico come carne di Gesù Cristo (“sàrx Jesoù
Christoù”, Lettera alla Chiesa di Smirne VII,1), con grande
insistenza sulla realtà e concretezza di queste verità, in
manifesta opposizione all’eresia docetista. Tutta l’ininterrotta
Tradizione ecclesiale trasmette attraverso i secoli le verità di
presenza reale (si pensi al pane “eucaristizzato” di San

48
Cfr. Gv XX.
49
Eb XIII, 7-9a.
45
Giustino, Apologia I) e di sacrificio (la Chiesa è, per
Sant’Ignazio d’Antiochia, “thysiasterìon”, sacrificatrice,
Lettera alla Chiesa di Efeso V, 2; di Tralli, VII, 2; di Filippi,
IV).
Lutero tutto ciò o lo ignora o lo calpesta.
Il grande biblista ed esegeta San Girolamo, Padre della
Chiesa, che sulla scia di Origene, rimarcava l’importanza
dell’esatta cognizione della lettera del testo della Sacra
Scrittura (aspetto, questo che, per il Lutero della sola scriptura,
era irrinunciabile), eppure riteneva che il fondamentale metodo
nell’interpretazione di essa fosse la sintonia col Magistero della
Chiesa, perché non si può leggere da soli la Bibbia, se non col
rischio di trovare troppe porte chiuse per l’incapacità di
comprendere realmente il senso di un linguaggio assolutamente
non quotidiano né contemporaneo al lettore del XVI secolo
come a quello del XXI secolo, finendo così per scivolare
nell’errore. Per questo Girolamo raccomanda:

Rimani fermamente attaccato alla dottrina


tradizionale che ti è stata insegnata,
affinché tu possa esortare secondo la sana
dottrina e confutare coloro che la
contraddicono50.

C’è poi il Lutero oscuro, quello delle invettive che – al


di là di certe leggende nere – letteralmente fanno accapponare
la pelle.

50
San Girolamo, Epistola LII, 7.
46
Se potessi l’ebreo io lo schiaccerei e lo
trapasserei con la spada nella mia rabbia…
Incendiate le loro sinagoghe o le loro
scuole e ciò che non brucia seppellitelo con
la terra e ricopritelo di sassi, in modo che
nessuno ne possa più vedere una sola pietra
o una sola macchia. E lo dovremmo fare in
onore di nostro Signore e della cristianità,
affinché Dio veda che siamo cristiani…
Che si abbattano e si distruggano anche le
loro case… Questi fannulloni e
saccheggiatori non meritano alcuna grazia
e alcuna pietà… Vietate loro di lodare,
ringraziare e pregare pubblicamente Dio
quando sono vicini a noi e di insegnare,
punendoli con la perdita del corpo e della
vita… Questi ebrei sono una cosa talmente
disperata, malvagia, avvelenata e
impossessata dal diavolo che sono stati e
sono da 1400 anni la nostra piaga, la nostra
pestilenza e la nostra sciagura. Infine, con
loro abbiamo veramente il demonio51.

Il “padre della riforma”, poi, non esita a incitare i


principi a riportare alla ragione i loro contadini ribelli con
mezzi non propriamente caritatevoli:

Ritengo che sia meglio uccidere dei


contadini che i principi e i magistrati,

51
Martin Lutero, Gli ebrei e le loro menzogne, Wittenberg 1543.
47
poiché i contadini prendono la spada senza
l’autorità divina. [...] Il momento è
talmente eccezionale che un principe può,
spargendo sangue, guadagnarsi il cielo.
Perciò cari signori sterminate, scannate,
strangolate, e chi ha potere lo usi. Che
ognuno pugnali, picchi e strozzi chi può e
se morirai, buon per te, perché non potrai
trovare una morte più beata. Muori infatti
nell’ubbidienza alla parola e all’ordine
divino52.

E così via, avanti con la benedizione alle più sanguinose


torture contro le prostitute, alla condanna di morte per gli
adulteri, alla soppressione dei bambini disabili perché
rassomiglianti al demonio, alla manifesta volontà di uccidere il
papa con le proprie mani.
A concludere:

Io non ammetto che la mia dottrina possa


essere giudicata da alcuno, neanche dagli
Angeli. Chi non riceve la mia dottrina non
può giungere alla salvezza53.

52
Nell’aprile del 1525 Lutero pubblicò l’Esortazione alla pace a proposito
dei dodici articoli dei contadini di Svevia. In questo scritto, con cui
dimostrava di aver scelto ormai definitivamente l’alleanza coi signori
feudali, egli prendeva le distanze da quel movimento, esortando i principi
tedeschi alla soppressione delle “bande brigantesche e assassine dei
contadini”.
53
Martin Lutero, Weim., X, P. II, 107, 8-11.
48
Questo è un Lutero sempre più agitato, sempre più
avvinghiato in gozzoviglie, quasi a distrarsi da tutto e da tutti,
forse anche da se stesso.
Lo psicanalista M. Roland Dalbiez, studiando gli scritti
autografi di Lutero e le testimonianze incontrovertibili di chi
gli stava vicino, non esita a diagnosticare una nevrosi
d’angoscia gravissima, talmente grave che ci si può domandare
se essa non sia dovuta a uno stato-limite alle frontiere tra la
nevrosi, da una parte, e il raptus suicida, dall’altra parte, un
automatismo teleologico anti – suicida54. E in tale, drammatica
direzione Lutero sembra essersi incamminato, verso la propria
fine.
Non poche testimonianze, tanto cattoliche quanto
protestanti, depongono a favore della tesi secondo la quale
Lutero sarebbe morto suicida. La più celebre è senz’altro quella
di uno dei suoi domestici, Ambrogio Kuntzell:

Martin Lutero, la sera prima della sua


morte, si lasciò vincere dalla sua abituale
intemperanza e con tale eccesso che noi
fummo obbligati a portarlo via, del tutto
ubriaco, e coricarlo nel suo letto. Poi, ci
ritirammo nella nostra camera, senza nulla
presagire di spiacevole! All’indomani, noi
ritornammo presso il nostro padrone per
aiutarlo a vestirsi, come d’uso. Allora – oh,
quale dolore! – noi vedemmo il nostro
padrone Martino appeso al letto e

54
Cfr. M. R. DALBIEZ, L'angoisse de Luther, Téqui, Paris 1974.
49
strangolato miseramente! Aveva la bocca
contorta, la parte destra del volto nera, il
collo rosso e deforme. Di fronte a questo
orrendo spettacolo, fummo presi tutti da un
grande timore! Non di meno corremmo,
senza alcun ritardo, dai prìncipi, suoi
convitati della vigilia, ad annunziare loro
quell’esecrabile fine di Lutero! Costoro,
colpiti dal terrore come noi, ci
impegnarono subito, con mille promesse e
coi più solenni giuramenti, ad osservare, su
quell’avvenimento, un silenzio eterno, e
che nulla di nulla fosse fatto trapelare. Poi,
ci ordinarono di staccare dal capestro
l’orribile cadavere di Lutero, di metterlo
sul suo letto e di divulgare, dopo, in mezzo
al popolo, che il “maestro Lutero” aveva
improvvisamente abbandonata questa vita.

Volendo procedere a rigore d’onestà intellettuale, è doveroso


addurre sia gli elementi a favore che quelli contrari a
testimonianze di questo tipo. Cominciamo con i dati
sfavorevoli. Lutero muore il 18 febbraio 1546. La
testimonianza del domestico esce in pubblicazione ad Anversa
nel 1606, ad opera dello scienziato Sedulius. È vero che il testo
parla di giuramenti fatti dai servi per non rivelare la tragica fine
del padrone; ma, nel contesto di una “verità processuale”, la
distanza di sessant’anni dagli eventi narrati sicuramente
inciderebbe non poco.

50
Quali elementi, dunque, si possono addurre a favore di
tale deposizione?
Essenzialmente due.
Fu il medico De Coster a venir convocato per constatare
la morte di Lutero, e la sua diagnosi fu in effetti conforme a
quanto racconta il servo: bocca ritorta, una parte del volto
annerita, collo rosso e deformato. Il giorno dopo Lucas
Fortnagel realizzò un’incisione, giuntaci intatta, che in effetti
comprova non pochi elementi della diagnosi del medico e della
deposizione del servo: la bocca ritorta, il collo deformato, la
metà sinistra del volto annerita. Jacques Maritain ha pubblicato
questa incisione nella sua opera I tre riformatori55, peraltro
enunciando una lugubre lista di discepoli, amici e compagni di
Lutero morti suicidi.

55
Essi sono i Padri di alcuni errori dell’età moderna. Questo non significa
che, in essi, tutto è negativo, ma che tra le loro affermazioni ce ne sono al-
cune che sono le cause di alcuni grossi squilibri. Il “cancro” dell’età
moderna si chiama “soggettivismo”: esso è l’esaltazione e l’esasperazione
solo della soggettività, a scapito o rifiuto dell’oggettività. Non si rifiutano,
dunque, i valori dell’interiorità o dell’esperienza personale, ma si nega
l’esclusivizzazione della dimensione soggettiva a scapito della dimensione
oggettiva. L’uomo tende a rivendicare per sé stesso quello che la filosofia
classica attribuiva a Dio, e quindi a rimuovere ogni costrizione esterna, ogni
“eteronomia”. Il Vangelo parla, invece, di dare gloria a Dio e di “rinnegare
se stessi” (Mt 16,24). Tutto ciò che non sgorga dal di dentro, per il
soggettivismo, è considerato nevroticamente un attentato alla libertà (pp.
27-28). Il grande fatto – introdotto dalla Riforma e dal Rinascimento – è
l’avvento dell’io, che rompe con i legami oggettivi che lo equilibravano.
Lutero, Cartesio e Rosseau operano la rottura e la liberazione dell’io su tre
linee diverse, in tre campi diversi. [F. P. GABRIELLO, Jaques Maritain, i
Tre (falsi) riformatori, in <<Fede e Cultura>> n. 9 (2003)].
51
Il secondo elemento a favore della tesi del suicidio di
Lutero è la sua maschera funebre, che corrobora l’elemento
della bocca ritorta in modo innaturale.
Suicida per strangolamento o impietosamente deceduto
per coma etilico a seguito dell’ennesima gozzoviglia a base di
alcol e affini, il dato di fatto incontrovertibile è la morte
drammatica e indecorosa del padre della riforma protestante.
Una conclusione storico – esegetica oggettivamente
onesta su Lutero non può che essere questa.
Senza dubbio dobbiamo rivolgere a Lutero dei
rimproveri severi su alcuni degli atteggiamenti che ebbe
quando ancora viveva la vita del convento; nella sua
costituzione psichica, poi, sono senz’altro rintracciabili
elementi oscuri, tratti morbosi, specie nell’ultima fase della sua
esistenza; molte parti della sua dottrina vanno giudicate come
opposte alla retta fede cattolica, e dunque considerate eresie; è
triste e doloroso dover ammettere che le posizioni di Lutero
trovano le proprie basi sulla situazione di sfacelo della realtà
ecclesiastica del suo tempo e sulla teologia di una pseudo –
scolastica degradata ed infarcita di umanesimo filosofico –
mondano; e d’altro canto non si può non ammettere che Lutero
sia come monaco che come predicatore abbia lottato (finché le
sue turbe più profonde non ebbero preso il sopravvento su di
lui) con una interiorità ed una serietà irriducibili, combattendo
in primo luogo per la salvezza della propria anima ed, anzi,
temendo per essa56.

56
Cfr. J. LORTZ, op. cit., pp. 108 e ss.
52
I. 4. SENZA LUTERO, NIENTE BACH?

Torniamo ora alla domanda che ci siamo posti


all’inizio: senza Lutero non avremmo avuto Bach? Sì e no,
potremmo dire.
Non lo avremmo avuto coi suoi corali per organo,
poiché il corale è la forma di canto liturgico per eccellenza
adottata da Lutero per la liturgia riformata, tanto che Lutero
stesso compose alcuni corali.
Tuttavia, a mio avviso, non è del tutto esatto sostenere
che Bach non avrebbe composto le sue musiche così
introspettive, filosofiche e atte a “muover l’affetto” se si fosse
trovato in un contesto come quello della liturgia cattolica,
dove la musica del tempo aveva piuttosto un solenne e santo
ruolo di ornamento, pari agli splendori delle arti figurative, dei
paramenti, dei vasi sacri.
Se è vero che la musica cattolica d’epoca barocca non
possiede quelle profondità psicologiche e metafisiche proprie
della musica di Bach, forse la ragione andrebbe ricercata più
che altro nel talento di Bach stesso, indubbiamente superiore ai
suoi contemporanei, non tanto nei bisogni del culto cattolico,
che invece, come ci dimostrano i trattati di musica dell’epoca,
non disdegnava affatto e anzi ricercava la descrizione di
un’emozione e il suscitare stati d’animo che corroborassero la
devozione e la preghiera.

Il Quarto Tuono rende l’Armonia


lamenteuole mesta e dogliosa. Il Registro
53
principale con il tremolo farò quest’effetto,
ouero in qualche Registro del Flauto
sonato nelli suoi tasti naturali con le
modulationi appropriate. Questo Tuono, &
il Secondo, sono quasi d’vna medesima
Armonia; ve ne seruirete per sonar’ alla
leuatione del Santissimo Corpo, & Sangue
de N. S. Giesu Christo, innando con il
sonare li duri & aspri tormenti della
Passione57.

Alla levatione del S. Sacramento usare


gravità & affetto, acciò gli divoti possino
mentalmente considerare quelle melodie
celesti concertate da gli Angeli santi avanti
la Maestà Divina58.

La musica, dunque, anche in casa cattolica aveva un


ruolo fondamentale, «per sollevare la mente alla riflessione
della gloria e beatitudine del Paradiso» come possiamo leggere
nella Relatione delle cerimonie nella Beatificazione del
glorioso Servo di Dio Giovanni della Croce. I toni gregoriani
venivano inquadrati sempre di più anche in base alla loro
coloritura e all’impressione che erano in grado di suscitare:

57
G. DIRUTA, Il Transilvano. Seconda parte: Discorso sopra il concertar
li registri dell'organo, in Venetia, appresso Alessandro Vincenti,
MDCXXII, A/I D3138.
58
A. BANCHIERI, Armoniche conclusioni nel suono dell’organo. Copia
d’una lettera scritta dal Sig. Agostino Agazzari à un Virtuoso Sanese suo
compatriotto, in Bologna, per gli Heredi di Gio. Rossi, MDCVIIII, ristampa
anastatica Arnoldo Forni, Bologna 1981.
54
Qualche autore ha preteso di attribuire a
ciascun modo una specifica caratteristica
espressiva di un determinato sentimento.
Questa qualità è denominata “etica
modale”. Guido d’Arezzo dice: “Il primo è
grave, il secondo triste, il terzo mistico, il
quarto armonioso, il quinto allegro, il sesto
devoto, il settimo angelico e l’ottavo
perfetto”. Adàn de Fulda così li commenta:
«Il primo modo si presta a ogni sentimento,
il secondo è adatto alle cose tristi, il terzo è
veemente, il quarto è tenero, il quinto si
addice agli allegri, il sesto alle persone di
provata pietà, il settimo attiene alla
gioventù e l’ottavo alla saggezza». Juan de
Espinosa, autore del secolo XVI,
commenta a sua volta: «Il primo è allegro e
molto adatto per attenuare le passioni
dell’animo…; grave e piangente il secondo,
molto appropriato per provocare lacrime…;
il terzo è molto efficace per incitare
all’ira…; mentre il quarto prende in sé ogni
gioia, incita ai diletti e calma la rabbia...; il
quinto produce allegria e piacere a coloro
che sono tristi…; lacrimoso e pietoso è il
sesto…; piacere e tristezza si uniscono nel
settimo…; per forza dev’es- sere molto

55
allegro l’ottavo…» (Trattato dei principi,
del 1520)59.

Forse non avremmo avuto il Bach dei corali; ma, se in Italia


abbiamo avuto la poeticità immensa, sobria, tanto maestosa
quanto all’occorrenza strappalacrime di Girolamo Frescobaldi,
in Germania vi sarebbe comunque stato il Bach delle grandi
pagine libere, delle Toccate, dei Preludi, delle Fantasie e delle
Fughe, e d’altro canto, la poeticità della musica bachiana, un
misto meraviglioso di amore e fede, umanità e spiritualità,
avrebbe senza dubbio trovato un’altra via.

Per terminare questa carrellata di materiale utile a


contestualizzare la musica organistica bachiano, occorre
spendere ancora un po’ di tempo sul servizio divino
protestante.
Innanzitutto dobbiamo toglierci dalla testa che il culto luterano
in cui Bach presta servizio sia come quello praticato dalle
chiese pentecostali (nate in seguito a ulteriori scissioni rispetto
al ceppo protestante originario), col pastore in giacca e cravatta
che, quasi fosse uno show-man, grida: “Halleluja!”, al ritmo di
batterie assordanti e chitarre elettriche ruggenti. Molti studiosi,
in tempi recenti, si sono adoperati per restituirci l’idea del culto
protestante dell’epoca bachiana: basti rammentare i
monumentali saggi di Cristoph Wolff e di Alberto Basso.
Sempre in anni recenti, è giunto uno splendido contributo in
soccorso dei giovani cultori della musica bachiana: la Missa
59
G. VIANINI, Metodo di Canto Gregoriano, con il contributo di
Ambrogio De Agostini, Milano 2003, pag. 33.
56
Epifania dell’epoca di Bach, ricostruita ed eseguita da Paul
Mc-Creesh60. In un modo estremamente pratico, con questo
stupendo elaborato è immediatamente possibile farsi un’idea
chiara e precisa di come si svolgesse il culto in una grande
chiesa luterana durante una solennità. Si tratta di una liturgia
molto, molto lunga (più di due ore), che si snoda come segue:

- Preludio dell’organo al corale d’ingresso


- Corale d’ingresso
- Introduzione al Kyrie
(ad esempio con una toccata di J. Pachelbel)
- Kyrie e Gloria, per soli, coro e orchestra
- Orazione colletta
- Lettura dell’Epistola
- Inno graduale cantato da tutta l’assemblea
- Proclamazione del Vangelo
- Introduzione alla cantata da eseguirsi dopo il Vangelo
(solitamente una breve toccata)
- Cantata sul tema liturgico della celebrazione corrente, per
soli, coro, e orchestra
- Canto del Credo da parte di tutta l’assemblea
- Saluto liturgico e ammonizione (“La grazia e la pace del
Signore nostro…”)
- Corale per organo
- Corale che introduce al Sermone del pastore, cantato
dall’assemblea

60
P. MCCREESH, Bach, Missa Epifania. Una liturgia per la natività, CD,
in allegato a <<Classic Voice>> 103 (2007).
57
- Sermone.
- Corale per organo.
- Inno di ringraziamento cantato da tutta l’assemblea.
- Preludio per organo.
- Prefazio (“Il Signore sia con voi. R. E con il tuo spirito”.
“In alto i nostri cuori. R. Sono rivolti al Signore”)
- Sanctus, per soli, coro e orchestra.
- Padre Nostro.
- Racconto dell’Istituzione dell’Eucaristia.
- Corale per organo.
- Cantata per la Comunione.
- Corale per organo.
- Inno, cantato dall’assemblea.
- Corale per organo.
- Corale per l’Agnello di Dio, solitamente cantato
dall’assemblea.
- Comunione.
- Canto del Post-communio.
- Orazione dopo la Comunione.
- Formula di benedizione e congedo.
- Corale per organo.
- Inno finale, cantato dall’assemblea.
- Grande pagina libera per organo (Toccate, Preludi, Fantasie e
Fughe).

Certamente una celebrazione estremamente ricca e nutrita,


splendente quanto a bellezza musicale, solenne quanto a
partecipazione e arte celebrativa. È in un contesto così
grandioso e articolato che va concepita l’opera di Bach:
58
difficilmente, infatti, essa può essere compresa, al di fuori della
celebrazione liturgica, in una condizione che altrimenti è un
mero diletto estetico, ma nulla più, mentre invece – si tratti del
corale per organo come della pagina libera – abbiamo a che
fare con vere e proprie orazioni musicali, attentamente studiate,
meticolosamente elaborate e devotamente costruite.
Come ho già detto in altro luogo61, tra i libri di Bach ci
sono infine gli scritti del teologo Johann Arndt, che sono delle
trattazioni sul concetto di fede e delle “letture edificanti”.
Cuore di questi testi è la unio mystica, ossia l’unione
dell’anima del credente con il Salvatore, nell’attesa della
venuta e del ritorno del Signore. Anche in questo caso è
quantomeno interessante la consultazione e l’attenta lettura non
priva di annotazioni e di sottolineature, da parte di colui che,
secondo alcuni critici, musicologi e “sapienti” sarebbe stato un
semplice mercenario dell’organo, un lavoratore non più di
tanto interessato alla liturgia, una persona la cui fervida fede
sarebbe solo una favola per ingenui e melanconici devoti.
In questo processo storico ed esegetico mirato sovente a
una vera e propria laicizzazione di J. S. Bach, in un mondo e in
una società nella quale si esige sempre più che tutto sia
staccato da Dio e che Dio sia staccato da tutto, emerge,
all’esatto contrario di quanto molti sperano e desiderano, la
figura di un uomo ispirato, non solo dal suo straordinario
talento musicale ma anche dalla sua fede.

61
A. CERVELLI, Bach: tra amore e fede. Apologia ed analisi della
Grande Fantasia e Fuga, Ed. Bonanno, Roma 2013.
59
Bach è stato un servo fedele della liturgia, come
provano alcune delle sue numerose opere – pensiamo per
esempio all’Orgelbuchlein, dedicato dall’autore stesso a lode
del Sommo Dio e al prossimo, perché si istruisca; alle
innumerevoli cantate sacre; alla Messa in Si minore –, un
servizio che nasce dalla sua partecipazione attiva e
musicalmente creativa al mistero di fede del quale la liturgia è
strumento di grazia nel rapporto tra Dio e l’uomo e tra l’uomo
e Dio.
La sua è una fede concreta anzi, letteralmente
“concretata” in un risultato artistico/artigianale quali sono le
sue musiche. Vale la pena di addurre un esempio pratico: la
Cantata BWV 61 si apre con un maestoso contrappunto
sull’inno d’Avvento Nun komm, der Heiden Heiland (come già
detto, sulla melodia dell’inno Veni Redemptor Gentium di S.
Ambrogio vescovo di Milano) che vuole esprimere la solenne
entrata nella storia e nel mondo del Figlio di Dio, del Re dei
Re. Bach si trova dunque nella necessità di introdurre a un
tempo l’inno in modo adeguato all’affetto e condurre
l’ascoltatore alla percezione immediata della grandezza regale
di tale evento.
Cosa poteva fare un abile artigiano di tale calibro?
Semplice: introdurre la cantata con un’entrata regale, nel
carattere di ouverture francese; da un lato si osserva così un
ingegno professionale eccellente mentre dall’altro emerge
un’attenzione alla mistagogia del culto divino pronta e limpida.
Lo spirito scende nella carne, nelle opere partorite dall’abilità
d’ingegno e di tecnica. In poche parole, si tratta di una fede
viva concretata in musica, come è naturale che sia. Ma perché?
60
È sufficiente guardare al Crocifisso. Una bellezza
umana, addirittura fisica, che tuttavia porta in sé e svela agli
occhi di carne degli uomini e delle donne di questo mondo la
Divina Bellezza, la Bellezza di Dio, che col trascorrere degli
anni non appassisce, ma che, dopo averla incontrata e seguita
con amore, produce in chi l’ha accolta il frutto della vita eterna.
Questa Bellezza è Colui che, essendo il Bel Pastore (o poimèn
o kalòs) che sacrifica la vita per le sue pecorelle, spalanca le
braccia su una croce romana. E’ talmente bello quel sacrificio,
pur nella sua violenza e nella sua cruenta visione, che da secoli
grandi artisti hanno preso alla lettera le parole del Salmo 44,
“Tu sei il più bello tra i figli dell'uomo, sulle tue labbra è
diffusa la grazia, ti ha benedetto Dio per sempre”, regalandoci
crocifissi artistici di enorme valore e di immensa bellezza. In
oro, argento, legno, avorio, bronzo o in qualsiasi altro materiale
impiegato, con tratti ora scultorei e particolarmente mascolini
ora gentili e delicati come la stessa grazia celeste: il corpo del
Cristo confitto in croce attira a Sé gli sguardi e, come il
serpente issato sul bastone di Mosè salvava gli israeliti morsi
dalle serpi velenose, così guardare quell’Assoluta Bellezza che
muore e risorge per il peccatore salva colui che è stato morso
ed avvelenato dalla serpe del peccato, inoculandogli il siero
salvifico della Grazia Divina.
Bach purtroppo non può godere della consolazione
profonda e cosciente che viene dai Sacramenti, nei quali la
Grazia opera mediante le parole del ministro validamente
ordinato, ma anche tramite materia che cade sotto i sensi
umani: tatto, gusto, olfatto, udito, vista. La Carne del Signore si
gusta nel sapore del pane. L’Eucaristia si vede e si adora nella
61
gloria della bella liturgia, dove l’udito è colpito dalla musica e
dal canto e l’olfatto dalla fragranza dell’incenso. L’unione della
propria sofferenza fisica al mistero della Croce passa attraverso
il conforto di un contatto fisico: l’olio santo e le mani
consacrate del presbitero, per mezzo delle quali è Cristo stesso
che ci tocca e ci consola. La dimensione religiosa luterana ha
rinunciato a questa fede nella concretezza e realtà della Grazia
mediante i Sacramenti, ma chi vi si trova dentro fin dalla
nascita resta pur sempre uomo, con le aspirazioni proprie di un
essere incarnato in questo tempo e in questa storia. Ecco perché
Bach cerca l’unio mystica, questa unione profonda e vera
dell’anima credente al suo Salvatore non inseguendola per via
di fervorini insipidi. Da uomo energico, virile, talvolta perfino
rude qual è, Bach vive i drammi e le aspirazioni della sua vita
tendendo verso quel Regno di luce infinita. La sua musica,
dunque, altro non è che il segno di questo bisogno umano,
carnale e spirituale a un tempo; è testimonianza di un incontro
nella fede tra il Cielo e un uomo che ne ha concretato l’esito
con il frutto del suo intelletto artistico e delle sue pratiche ed
esperte mani d’artigiano. Potremmo osare dire che, in Bach, il
desiderio ardente di “comunione spirituale” col Divino
Redentore si è fatto musica, ossia materia per il senso umano
dell’udito.
Nello slancio di Johann Sebastian verso il cielo nel suo
anelare all’unio mystica, si può come intendere quello sforzo di
sincera contemplazione di cui parla tanto poeticamente
Sant’Anselmo:

62
Entra nell'intimo della tua anima, escludi tutto
tranne Dio e quello che ti aiuta a cercarlo, e,
richiusa la porta, cercalo. O mio cuore, dì ora
con tutto te stesso, dì ora a Dio: Cerco il tuo
volto. «Il tuo volto, Signore, io cerco». Orsù
dunque, Signore Dio mio, insegna al mio
cuore dove e come cercarti, dove e come
trovarti. Signore, se tu non sei qui, dove
cercherò te assente? Se poi sei dappertutto,
perché mai non ti vedo presente? Ma tu certo
abiti in una luce inaccessibile. E dov'è la luce
inaccessibile, o come mi accosterò a essa? Chi
mi condurrà, chi mi guiderà a essa si che in
essa io possa vederti? Inoltre con quali segni,
con quale volto ti cercherò? O Signore Dio
mio, mai io ti vidi, non conosco il tuo volto.
Che cosa farà, o altissimo Signore, questo
esule, che è così distante da te, ma che a te
appartiene? Che cosa farà il tuo servo
tormentato dall'amore per te e gettato lontano
dal tuo volto? Anela a vederti e il tuo volto gli
è troppo discosto. Desidera avvicinarti e la tua
abitazione è inaccessibile. Brama trovarti e
non conosce la tua dimora. Si impegna a
cercarti e non conosce il tuo volto. Signore, tu
sei il mio Dio, tu sei il mio Signore e io non ti
ho mai visto. Tu mi hai creato e ricreato, mi
hai donato tutti i miei beni, e io ancora non ti
conosco. Io sono stato creato per vederti e
ancora non ho fatto ciò per cui sono stato
creato. Ma tu, Signore, fino a quando ti

63
dimenticherai di noi, fino a quando distoglierai
da noi il tuo sguardo? Quando ci guarderai e ci
esaudirai? Quando illuminerai i nostri occhi e
ci mostrerai la tua faccia? Quando ti restituirai
a noi? Guarda, Signore, esaudisci, illuminaci,
mostrati a noi. Ridonati a noi perché ne
abbiamo bene: senza di te stiamo tanto male.
Abbi pietà delle nostre fatiche, dei nostri
sforzi verso di te: non valiamo nulla senza te.
Insegnami a cercarti e mostrati quando ti
cerco: non posso cercarti se tu non mi insegni,
né trovarti se non ti mostri. Che io ti cerchi
desiderandoti e ti desideri cercandoti, che io ti
trovi amandoti e ti ami trovandoti62.

E’ lo stesso Gesù, Figlio di Dio a dirci da duemila anni


che il Regno dei Cieli soffre violenza, e i violenti se ne
impadroniscono63. È la santa violenza di coloro che si
impossessano del Regno dei Cieli a prezzo di ciò che agli
occhi del mondo appare come dura rinuncia, mentre altro non è
che il coraggio di scegliere, tra molte cose, ciò che c’è di
meglio: il vero e autentico Bene. È la violenza malvagia della
tirannia delle potenze demoniache, e dei loro servi terreni, i
quali pretenderebbero di conservare il dominio di questo
mondo.

62
Sant’Anselmo d’Aosta, vescovo, Proslògion, cap. 1: Opera omnia, ed.
Schmitt, Seckau-Edimburgo 12938, 1, 97-100.
63
Mt XI, 12.
64
Infine, è la violenza con cui il Regno dei Cieli stesso si
fa strada, ossia si stabilisce con forza, distruggendo tutti gli
ostacoli.

65
CAPITOLO II
QUANDO SUONI ED ARMONIA DIVENTANO
FEDE VISSUTA…

Se l’Incarnazione nel suo aspetto regale è resa da Bach


con una overture francese, l’incontro dell’umanità col Verbo
che discende dal Cielo come viene descritto nell’universo
bachiano dei suoni?
Tra i Corali per organo del Manoscritto di Lipsia, ve
n’è uno di particolare, sublime bellezza: il corale Nun komm,
der Heiden Heiland, BWV 659.

Come ben spiegano grandi commentatori del calibro di


Albert Schweitzer e Michael Radulescu, la melodia cantata nel
registro di solo dalla mano destra (rigo in chiave di violino),
assommandosi alle voci dei contralti e dei tenori (rigo in chiave
di Do) alla mano sinistra, rappresentano l’umanità orante, che
attende con struggimento e ardente orazione la discesa del
Redentore. I passi del Redentore che va incontro a questa

66
umanità sono affidati ai maestosi bassi della pedaliera (rigo in
chiave di Basso).
La pedaliera si muove con note d’ottavi messe in scala,
quasi a mimare i passi, la discesa dal cielo. Ed è proprio perché
si tratta di un’operazione divina che tale parte è affidata al
pedale: solo i suoni robusti, potenti e maestosi della pedaliera
dell’organo sono in grado di creare l’affetto (ossia la
percezione dell’emozione razionale) della discesa dal cielo del
Verbo Incarnato, descrivendo a un tempo all’orecchio
dell’ascoltatore sia questo movimento di discesa, sia le
caratteristiche di Colui che discende, ossia il Figlio di Dio:
maestà, grandezza, potenza infinita che fanno sentire all’uomo
la sua piccolezza da un lato, e il suo essere considerato oggetto
dell’amore di Dio dall’altro, al punto che è Dio stesso a
incamminarsi verso l’essere umano e a chinarsi su di lui.
Da qui possiamo oltretutto comprendere meglio l’utilità
di una retta intesa dei colori dell’organo per Bach: è davvero
necessario saper miscelare bene le sonorità, oltre che
approntare esecuzioni decenti che facciano funzionare il pezzo.
L’uso sapiente dei registri, infatti, unito a una buona
esecuzione colpisce le orecchie e il cuore di chi ascolta, ed è in
grado di consolare, far innamorare, far pregare, aiutare lo
sfogo, confortare nel pianto, rinfrancare dalla fatica. Quanto
abbiamo detto sul corale preso in esempio può già dimostrarci
che non stiamo parlando di fumose questioni campate per aria,
ma di elementi importanti e tangibili, e proprio per questo
degni di essere considerati per uno scopo essenzialmente
pratico, non meramente intellettuale o speculativo: il bene delle
anime.
67
Lo abbiamo già affermato all’inizio di queste
riflessioni: si può comprendere appieno l’arte di Bach solo
quando si è in grado di abbracciare in un unico colpo d’occhio
grammatica e tecnica musicale, linguaggio artistico e artigiano,
esperienza umana e di fede.
Un altro esempio pratico per comprendere questa
complessa e affascinante dinamica tra suono e fede è
l’Orgelbuchlein, sintesi mirabile tra suono e teologia, che
concretizza questo concetto, apparentemente complesso, ma
fondamentale.

L’Orgelbuchlein: un modello insuperato di


liturgia armoniosa ed essenziale, dotta e
semplice, che riassume ed esalta con poche
pennellate il dogma e la pietà del
Cristianesimo64.

E Bach di suo pugno sul frontespizio di quest’opera


annotava:

Piccolo libro d’Organo nel quale si dà ad


un organista principiante un metodo per
eseguire in tutte le maniere un corale e, nel
medesimo tempo, per perfezionarsi nello
studio del pedale, poiché è trattato in modo
obbligato. Al solo Dio supremo per
onorarLo, al prossimo perché si istruisca.

64
P. SANTUCCI, L’opera omnia organistica di J. S. Bach, Ed. Berben,
Ancona 1976, pag. 91.
68
Autore Joane (sic) Sebast. Bach p. t.
Capellae Magistro S.P.R. Antheltini
Cotheniensis65.

Sono due gli elementi che colpiscono il lettore di questa


lunga didascalia: 1) per Bach i corali dell’Orgelbuchlein
rappresentano quanto dovrebbe saper fare un organista di
livello – base, per formare il quale il grande Maestro ha
pensato di compilare questa sorta di “manualetto”; 2) la frase
finale non può lasciare indifferente l’occhio che vi si posa:
“All’unico Dio Altissimo per onorarLo, al prossimo perché si
istruisca”. In essa si scorge quella costante (e per certi
intellettuali laicisti, “fastidiosa”) preoccupazione di Bach per il
Dio supremo, culmine ultimo di tutte le sue aspirazioni, fonte e
pilastro di tutta la sua vita interiore; poi viene il prossimo, di
cui Johann Sebastian fa un oggetto di cura e di studio, al punto
che, forse, si potrebbe scorgere una sottile punzecchiatura –
tesa a spronare al miglioramento – in quel “perché si istruisca”.
Poiché non c’è niente di nuovo sotto il sole, anche
allora, come oggi, gli autentici musicisti che ponevano la
propria arte al servizio della bellezza s’imbattevano in un
prossimo recalcitrante nell’accettare i connotati della vera arte
liturgica. Per Bach questi soggetti erano individui
musicalmente ineducati, al punto di avvertire la necessità di
spronarli. Una tale dedica vergata da mano così autorevole, se
fa onore all’autore, non lusinga di meno il “destinatario”;
qualunque giovane organista dovrebbe anzi sentirsi oggetto di

65
P. SANTUCCI, op. cit., pag. 91.
69
questo severo, burbero ma anche paterno invito: chi prende in
mano l’Orgelbuchlein per imparare a suonare l’organo deve
sentir riversare su di sé la cortese attenzione del grande
Maestro che l’ha messo insieme. Come molti ben sanno,
l’Orgelbuchlein si presenta composto da 46 Corali per organo
composti sulla base del significato teologico dei testi cui si
ispirano: sono composizioni che svolgono la mansione di
introdurre al canto dell’assemblea e calare l’ascoltatore nel
dovuto clima di preghiera; il corale per organo lo possiamo
intendere come un invito, un suggerimento, un ripasso per i
fedeli, e può essere fatto nei modi più disparati, a patto che la
melodia da dover poi cantare sia riconoscibile.
E’ difficile stabilire se Bach abbia concepito questo
manuale d’organo proprio durante la sua ingiusta prigionia a
Weimar, dal 6 novembre al 2 dicembre 1717. Il lavoro in effetti
fu pubblicato a Coethen fra il 1717 e il 1723; le pagine,
secondo non pochi esperti, sembrano anteriori al soggiorno di
Johann Sebastian a Coethen. Qui, peraltro, Johann Sebastian
non poté dedicarsi alla musica sacra di proprio gusto: Coethen
era una corte calvinista, dove era vietato praticare musica
religiosa dall’estetica elaborata. In questo ambiente Bach finì
dunque col coniugare al modesto incarico di Kapellmeister
quello di direttore della musica da camera. In un clima
amichevole e disteso, dunque, (anche se appunto non così
incline all’amata musica sacra) Bach agisce come al suo solito:
rivede, ritocca, corregge tutto il materiale precedentemente
realizzato. Avendo deciso di realizzare un lavoro per
l’insegnamento, non poteva non essere perfetto. È assai più
probabile che Johann Sebastian stesse lavorando già da un po’
70
di tempo a questo progetto e abbia approfittato di quel riposo
forzato a Weimar per ultimarlo, revisionarlo, dare qualche
prezioso colpo di lima66. Comunque sia, l’immagine di Bach
che nello squallore della prigione mette mano
all’Orgelbüchlein, fa assumere alla dedica un significato ancor
più denso: quei 46 Corali per organo si fanno a noi più vicini,
più nostri.
Qualcuno ha notato che, rispetto al corpus dei corali
previsti dal culto protestante, l’opera bachiana si presenta
incompiuta: l’intero repertorio di corali tedeschi è di 164 brani,
mentre Bach ha realizzato solo 45 preludi per organo, di cui
l’ultimo è presentato in due varianti diverse. Perché Bach non
ha terminato il lavoro? È improbabile che l’abbia bloccato
l’insostenibilità dell’impegno che avrebbe richiesto la
realizzazione di tutti i corali, dato che Johann Sebastian in
queste cose risulta sempre un oceano inesauribile! Forse non ne
ha avuto il tempo, dato che a Coethen non era organista e
quindi aveva altro da fare? Ma allora avrebbe mai pubblicato
una sua opera incompiuta? È assai più plausibile, per non dire
logicamente probabile, che l’Orgelbuchlein non volesse
costituire un intero repertorio liturgico per l’organista, bensì un
66
Il musicista fece poi ritorno a Weimar per risolvere con Wilhelm Ernst la
questione del proprio congedo: l’incontro degenerò, e Ernst fece incarcerare
il riottoso musicista nella prigione del ducato di Weimar, e ve lo tenne
detenuto dal 6 novembre al 2 dicembre. Infine, Ernst si risolse a liberare
Bach e ad accordargli il congedo dalla sua corte, e il musicista potè così
assumere ufficialmente e definitivamente la funzione di kapellmeister a
Coethen. A quel che si sa, Bach, nel periodo di detenzione nel carcere di
Weimar, si dedicò alla revisione di alcuni Corali dell’Orgelbuchlein.(Cfr. A.
MOLTENI, Johann Sebastian Bach. La vita, le opere, Edizioni Blue
Brothers, Milano 1998).
71
manuale, una scuola, un insegnamento su come ben intervenire
nel culto, allorquando l’organo è chiamato a introdurre e
commentare il canto: in tal senso, allora, il Piccolo Libro
d’Organo ci risulta in sé ben compiuto e strutturato.
Il motivo per cui è parsa cosa buona accennare qui
brevemente all’Orgelbuchlein è presto detto. Al giorno d’oggi,
si tratti d’ideologie oppure semplicemente di
un’organizzazione degli studi e della cultura fatta a isolati
compartimenti stagni, un’operazione esegetica di sufficiente
chiarezza appare ai più come “qualcosa che non sta né in cielo
né in terra”… appunto! Per capire davvero Bach, invece,
bisogna stare sia in cielo che in terra, ossia nella sua
dimensione terrena e umana così come in quella trascendente e
cristiana. Quel che spesso non si rammenta è la rigorosa
funzionalità del corale: se già la pagina libera (toccate, fantasie,
preludi e fughe) è funzionale al culto – ad esempio, lo
introduce oppure lo conclude –, il corale è assai più
intimamente legato alla liturgia, perché da essa trae il momento
ispirativo e in essa si inserisce come forma, risultandone
condizionato circa la durata e i tratti caratteristici.
Va da sé, quindi, come il corale per organo sia un
lavoro più vincolato, con una libertà più controllata, con una
poeticità protetta dalla regola: fra questi binari precostituiti
dalle necessità liturgiche del culto protestante, Bach ci
dimostra di saper lavorare con un’intelligenza e un amore
senza limiti di sorta: inquadra tutto il materiale musicale in una
visione sistematica e precisa, in cui la sua creatività, la sua
libertà, la sua fantasia di organista e la sua ispirazione di
cristiano si mettono in umile servizio della comunità dei fedeli,
72
per offrire ad essa solo cose autentiche e valide, non di certo
sottoprodotti in senso consumistico. Quindi non si esclude
affatto la partecipazione personale e penetrante che l’organista
esecutore deve sentirsi nascere nel cuore e infondere nella
musica secondo l’“affetto” di quel canto ch’egli è chiamato a
preludiare.
Diremo di più!
È proprio il lasciarsi andare alla bellezza di questi corali
che ne rende poi viva l’esecuzione, come sottolinea J.
Mattheson, affermando che i corti preludi che sgorgano dalla
fantasia dell’organista devono tendere ad esprimere, attraverso
le figure sonore, la passione stessa alla quale si riferiscono le
parole del Corale che la comunità dovrà cantare. Se questo vale
per i corali di modesta durata dell’Orgelbuchlein, cosa mai
dovremmo pensare di fronte a quelle “gigantografie musico –
teologiche” che sono i Corali del Manoscritto di Lipsia (come
il Nun Komm, di cui abbiamo parlato)? Bach sarebbe dunque
da intendersi come una sorta di “quinto evangelista”?

Tutta la questione ruota attorno a un preciso termine: il


pietismo.
È innegabile che la diffusione delle dottrine legate alla
riforma luterana abbia generato vere e proprie dispute
teologiche tra cristiani riformati separati dalla Chiesa Romana
e cristiani cattolici, fedeli al magistero fondato sulla roccia

73
petrina, il papa, e sulla Scrittura letta e trasmessa in seno alla
Tradizione e al Depositum Fidei67.
Se tali diatribe apparivano altamente stimolanti per
teologi, filosofi e intellettuali del tempo, sembravano però futili
esercizi di reciproco annientamento agli occhi di non pochi
semplici credenti. Il pietismo, dunque, nient’altro è se non un
fenomeno di vasta portata spirituale, sorto nel tentativo di
ravvivare il nocciolo della fede cristiana, nella speranza di
riportarlo alla sua intima genuinità, ponendo l’accento sulla
qualità dell’esperienza personale del credente e
sull’applicazione pratica della fede: aspetto, quest’ultimo, che
deve potersi riscontrare in un impegno quotidiano del credente
per alimentare una pietà che dia frutti visibili.
Il cristianesimo secondo il pietismo viene quindi visto
più come vita che come dottrina, più come esperienza concreta
che sapienza. Il pietismo in pratica reagiva all’aridità dottrinale
delle diatribe circa l’ortodossia, sentite come sterile
intellettualismo. Ad A. Jakob Spener (1635-1705) viene

67
Il Deposito della Fede costituisce l’unico patrimonio di tutte le verità, sia
in ordine alla conoscenza (ossia alla fede) che al comportamento (ossia alla
morale), secondo gli insegnamenti del Signore Gesù in quanto mediatore e
pienezza della Rivelazione; il Depositum è costituito quindi
dall’insegnamento degli Apostoli e dei loro successori, i Vescovi. Questo
“patrimonio di verità” costituisce il fondamento da cui costantemente
attinge il Magistero della Chiesa, che di per sé non può aggiungere nulla a
quanto è contenuto nella Rivelazione, almeno implicitamente. La
comprensione della verità rivelata, tuttavia, è in continuo e ininterrotto
cammino in seno alla Chiesa attraverso i secoli, mediante l’aiuto dello
Spirito Santo, così come il Signore Gesù aveva promesso ai suoi discepoli:
“Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di
portarne il peso. Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla
verità tutta intera” (Gv XVI, 12-13).
74
attribuito lo sbocciare del pietismo, allorquando nel 1675
pubblicò l’opuscolo Pia desideria col proponimento di
emendare gli abusi di mondanità, aridità e formalismo della
chiesa luterana mediante cinque antidoti:

 un più ampio uso della Scrittura;


 un diligente esercizio del sacerdozio universale
promanante dal battesimo;
 la predicazione e diffusione della fede da parte di
tutti, non solo dei pastori;
 avere spirito caritatevole e autentica mitezza nelle
controversie, specie in quelle dottrinarie;
 promuovere una formazione degli studenti di
materie teologiche che ponesse maggiormente
l’accento sulle necessità urgenti della pastorale.

Le idee di Spener trovarono i propri canali di diffusione


soprattutto quanto egli venne nominato predicatore ufficiale
della corte di Dresda, nel 1686.
Con l’andare del tempo, tuttavia, il pietismo mostrerà
tutto il suo limite e la sua pericolosità, insite in questo
soggettivismo svincolato dal riconoscimento di un’autorità
centrale disciplinante. Anzi, a tal punto accentuerà il rigetto
della ragione in materia di fede che genererà il suo preclaro
figlio in Emmanuel Kant, che fu tanto organista e pietista di
provato entusiasmo, quanto la pietra angolare di tutto quel
sistema filosofico che propugna l’impossibilità per la ragione
umana di poter dimostrare o disquisire alcunché in materia di
fede soprannaturale.
75
Lungi dall’aver qualsiasi rapporto col pensiero di Kant,
Bach è uomo e credente di ben altra portata. La sua adesione al
pietismo è comunque la chiave per comprendere un pochino di
più quel suo “credere” che inevitabilmente sconcerta e lascia
perplessi. Se riprendiamo i cinque punti di Spener, ci potremo
accorgere come Johann Sebastian ne abbia fatto una sorta di
“secondo decalogo” per la propria vita:

a) ampio uso della Scrittura: si pensi alla Bibbia di


Kalov posseduta da Bach e giunta ai nostri giorni, contenente
centinaia di annotazioni a margine, segno indiscutibile di una
passione vibrante per la riflessione sulla Parola di Dio;
b) diligente esercizio del sacerdozio universale /
predicazione e diffusione della fede: se consideriamo le
cantate, le passioni, gli oratori, i corali, le pagine d’organo, ci
renderemo conto di come Johann Sebastian abbia fatto della
propria arte musicale lo strumento della propria testimonianza
di fede;
c) spirito caritatevole / formazione degli studenti:
Bach ebbe a contrastare per tutta la vita col proprio carattere
“da orso”. Quest’elemento è comprensibile se teniamo conto
di quante volte il dolore e il lutto abbiamo fatto violentemente
irruzione nella vita di Johann Sebastian, fin dalla più tenera età,
con la perdita dei genitori, seguita dalla morte di molti dei suoi
figli e della prima moglie Maria Barbara. Tuttavia, Bach non
mancò affatto di cura, attenzione e riguardo verso il suo

76
prossimo, così come verso i giovani, che fossero figli suoi68 o
degli altri.

Se poi prendiamo in considerazione l’aspetto essenziale


del pietismo, ossia la santificazione personale concretata in una
fede vissuta nelle opere, allora non possiamo che sbizzarrirci
nel ricercarne tutte le tracce nel vissuto di Johann Sebastian.
Se i corali già di per sé costituiscono un ottimo esempio
di riflessione teologica o spirituale, a tal proposito, che dire
della Fantasia e Fuga in Sol minore BWV 542, che al concorso
di Amburgo per l’organo di San Giacomo diviene la sintesi
mirabile di amore sponsale per la defunta moglie Maria
Barbara e di fede che ricapitola in Cristo l’elaborazione di

68
A tal proposito, episodi di complicità affabile ci vengono raccontati dalle
fonti a noi giunte, come le pacche sulle spalle ad Emmanuel, oppure
l’annotazione di un canone da parte di Bach, il 15 ottobre 1747, sul
quaderno di Johann Gottlieb Fulda (1718-1796), studente di teologia e
musicista nell’orchestra della scuola di San Tommaso: Bach accompagnò
questo ca- none con due scritte in latino. La prima, in basso a sinistra dice:
Symbolum. Christus Coronabit Crucigeros (Credo. Cristo incoronerà coloro
che portano la croce). Si tratta di una piccola professione di fede nella
provvidenza e nella volontà di Dio di consolare secondo giustizia chi
accoglie e sopporta le sofferenze. La seconda scritta, in basso a destra, dice:
Domino Possessori hisce notulis commendare se volebat J. S. Bach (J. S.
Bach voleva affidare se stesso al Signore padrone di queste note). Se anche
qui vi è contenuta una piccola devozione cristiana, secondo la quale Bach
affida se stesso a Dio, al Signore che ha creato i suoni e la loro armonia, e
quindi la musica, in questo secondo scolio Johann Sebastian sta anche
scherzando con lo studente al quale ha affidato le parti del canone, come a
dirgli: “Metto me stesso nelle tue mani. Cerca di fare un buon lavoro”,
dimostrando una certa misura di complicità e quasi una sfumatura paterna
verso il giovane. (A. CERVELLI, Bach: tra amore e fede, op. cit., pp. 39 e
ss.).
77
questa perdita? Una fantasia che è un urlo di dolore misto a
sguardi di tenerezza e nostalgia; una fuga con il soggetto che
canta Ik ben gegroet van (“io ti saluto”), e nel cui tripudio
pulsante, alla battuta 82, si inserisce l’inciso melodico Hilf,
Jesu, hilf (“Aiutami, Gesù, aiutami”) della cantata BWV 147,
tutta intessuta sulla dolcezza dell’amore di Cristo.
Poi ancora la Passacaglia in Do minore BWV 582, dove
il tema del basso ostinato altro non è che un’antifona
eucaristica del Rito Romano che allude, con un versetto del
Salmo 50, il Miserere, all’Eucaristia in quanto sacrificio (una
vera e propria aberrazione per i luterani): Acceptabis
sacrificium super altare tuum, Domine, oblationes et
olocausta69.

È vero, Bach la utilizza nella versione a note dilatate


realizzata da Raison; tuttavia egli è sufficientemente esperto di
latino per capire che il testo dice: “O Signore, accetterai sopra
il tuo altare il sacrificio, l’oblazione e l’olocausto”70. Per non

69
“Accetterai il sacrificio sopra il tuo altare, Signore, le offerte e gli
olocausti”.
70
Anche Alberto Basso ha scritto circa la scelta del tema per l’ostinato nella
Passacaglia, spigando come Bach l’avesse desunto dal Livre D’Orgue
(Parigi, 1688) di André Raison, che lo utilizzava anch’egli in forma di
78
parlare della Messa in Si minore, laddove nel Credo, una calda
voce baritonale canta: Et unam, Sanctam, Catholicam
Ecclesiam71; enunciato sul quale Bach non passa affatto
velocemente, ma vi indugia con arte e con uno straordinario
“affetto”, nel senso lato e musicale del termine.
Al che finirà con lo spuntare qui una questione che,
recentemente ha appassionato – forse anche troppo – certi
amanti dell’esoterismo: la gematria bachiana. La possiamo
delegare a queste interessanti considerazioni:

Recentemente hanno fatto rumore gli studi


della musicologa tedesca Helga Thoene,
che ha trovato in Bach tracce di gematria
musicale (di origini cabalistiche, la
gematria è il metodo per decifrare il nome
da un numero sommando i valori numerici
delle lettere dell’alfabeto ebraico). “Il
rapporto tra numeri e note non è nuovo,
risale a Pitagora. Nel Medioevo la musica
rientrava nelle discipline speculative, come
fisica e matematica; Leibniz la definiva un
esercizio della mente che non sa di contare.
Nei periodi di maggior razionalismo la
dignità della musica era direttamente
proporzionale alla sua densità concettuale.
Un po’ il contrario di oggi, in cui prevale

piccola passacaglia per il Christe, eleison della Messe du Deuziesme ton;


anche Basso, trovandosi di fronte alla scelta di Bach sull’Acceptabis
sacrificium si chiede: “Che in questa scelta vi sia un recondito significato?”
(A. BASSO, Frau Musika, vol. I, pp. 500-501).
71
Credo la Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica.
79
l’aspetto irrazionale, spontaneo. La musica
di Bach dà un’impressione di grande
immediatezza, sembra scorrere via senza
sforzo – il ruscello Bach –, perciò uno si
ribella all’idea che abbia passato il suo
tempo a elaborare giochini degni della
Settimana enigmistica. Se poi si considera
il suo catalogo sterminato, la presenza nei
suoi spartiti di codici cifrati e complicate
simbologie numeriche lascia un po’
perplessi. Ma uno studio serio e
documentato come quello della Thoene fa
riflettere. Anzitutto il suo stesso nome,
Bach, è perfettamente musicabile secondo
la notazione tedesca (che si serve di lettere
per indicare le note), si bemolle - la- do- si
bequadro, a formare un motivo che lui usa
spesso come simbolo del peccato e della
finitudine – e molti dopo di lui lo use-
ranno per omaggiarlo. Il valore gematrico
del suo nome corrisponde anche alle parole
‘Soli Deo Gloria’, con le quali chiosava
ogni suo brano. Inoltre, in Bach ricorrono
alcuni numeri significativi: il 14 (7
moltiplicato per 2, e il suo nome), 41
(ricorre nel suo nome ed è il contrario di
14), 37 (due cifre simboliche come il 3 e il
7; inoltre è il monogramma di Cristo, la x e
la p che si incrociano). La cosa sor-
prendente è che questi riferimenti si
trovano anche nella sua musica profana,

80
come le sonate per violino solo – in
particolare la seconda partita composta
quando, al ritorno da un viaggio di lavoro,
trova la moglie morta e sepolta –,
smentendo così gli studiosi che hanno
provato a smontare la sua religiosità72.

Un’ultima curiosità merita d’esser rammentata, a


proposito del “suono teologico” in Bach: si tratta del cosiddetto
Clavicembalo ben temperato.
Nel febbraio 2005 è stato pubblicato un articolo del
clavicembalista americano Bradley Lehman73. Il musicista,
esaminando il frontespizio manoscritto del Wohltemperierte
Clavier, notò che era proprio la “rosetta”, la “sequenza di
ghirigori” posta sopra al titolo a indicare cosa Bach intendesse
per “buon temperamento”. I cerchi disegnati da Johann
Sebastian sono le undici quinte del sistema. I primi tre cerchi
presentano al loro interno una sorta di bottoncino; seguono poi
altri tre cerchi, stavolta però vuoti; poi ve ne sono altri cinque
con più bottoncini al loro interno. Altro elemento da osservare:
sopra la parola Clavier, al di sopra della “v”, Bach ha tracciato

72
M. BURINI, Bach, la passione di Dio è nota. Il musicista teologo che
faceva cantare il popolo seminò nei suoi spartiti gli indizi dell’alfabeto
della fede, <<Il Foglio>> 7 giugno 2008.
73
L’articolo in questione è uscito col 33° numero della rivista Early Music.
In questa sede, invece, il materiale sulle questioni dell’accordatura bachiana
del clavicembalo sono tratte da W. VAN DE POL, Scoperta l’accordatura
di Bach?, in <<Arte Organaria Organistica>> 2 (2005/XII) Edizioni
Carrara; cfr. M. BURINI, op. cit.
81
una “C”, ossia il Do centrale della tastiera. L’accordatura che
ne deriva sarebbe dunque la seguente:

 i cinque cerchi con più bottoncini interni sono


cinque quinte, ciascuna di 1/6 comma più piccola:
fa - do - sol - re - la - mi;
 i tre cerchi senza il bottoncino rappresentano le
quinte pure: mi - si - fa# - do#;
 i tre cerchi con un solo bottoncino interno indicano
tre quin- te ognuna di 1/12 comma più piccola: do#
- sol# - re# - la#.

Rimane una quinta la# - fa, che è più grande di 1/12 comma,
laddove per comma Lehman considera quelli pitagorici, di 24
cent. Sia Lehman che de Pol hanno provato ad accordare il
cembalo secondo questo sistema di quinte e hanno potuto
testimoniare come ne risulti un’accordatura veramente
affascinante; oltretutto, considerando che Bach nulla scriveva a
caso, tale spiegazione della rosetta di ghirigori posta sopra il
titolo manoscritto della sua opera, non solo pare la più
plausibile ma, alla verifica dei fatti, anche la più credibile.
Il passo successivo l’ha compiuto un giovane studioso
di Genova, Graziano Interbartolo, bravo musicista e valente
organaro. Egli ha semplicemente ragionato in termini
puramente logici. L’accordatura perfetta degli strumenti a
tastiera come ad esempio il pianoforte si ottiene solo con
l’accordatore elettronico: in pratica non era tecnicamente
raggiungibile in quell’epoca, seppure qualche eccellente
orecchio potesse andarci vicino. Interbartolo ritiene che Bach
82
abbia proposto il suo criterio di temperamento dell’ottava
basandosi su valori che avessero un significato numerologico
espressamente teologico. La rosetta di ghirigori che Johann
Sebastian tracciò di suo pugno sopra il titolo del
Wohltemperierte Clavier nasconde un preciso codice di
accordatura strutturato secondo un preciso linguaggio
teologico-metafisico. Possiamo, dunque, concludere che
Johann Sebastian non è il “quinto evangelista” da certuni
propugnato, ma neppure “l’artigiano ignorantone, orso ma
bonaccione” da cert’altri perpetrato.
Davvero sul credo di Bach potremmo consumare fiumi
d’inchiostro, ed il motivo è semplice, tanto semplice che il
Canone Romano della Messa ce lo ricorda da secoli:
“Ricordati, Signore, dei tuoi fedeli dei quali Tu solo conosci la
fede e la devozione”. In altre parole, il cuore dell’uomo è
realmente un abisso e, se vogliamo provare a guardarci dentro,
lo dobbiamo fare con un infinito rispetto, senza pretendere di
inventare né omettere nulla, altrimenti è cosa migliore fare
come tanti accademici “laicisti”: tacere in merito, col rischio,
però, di ricavare un’immagine parziale, quindi incompleta e
deformata, di quel che è stato un uomo. Come per molte cose,
anche per Bach vale l’antico proverbio: in medio stat virtus.
Non un evangelista, dunque, non un grande ma superficiale
artigiano privo d’intelletto, e neppure un esoterico cabalista:

Questi messaggi cifrati non sono giochini


esoterici alla Dan Brown. “È probabile che
lo divertisse condividere con i membri
della società di musicologia queste
83
allusioni criptiche; ma secondo me c’è un
aspetto molto più serio. È come se Bach
entrasse in camera sua e, chiusa la porta,
pregasse il Padre che vede nel segreto. La
gematria è un po’ il linguaggio privato tra
Bach e Dio. Un compositore che ha visto la
pubblicazione di pochissime delle sue
opere e i cui brani erano destinati a un vero
e proprio usa e getta (doveva comporre una
cantata alla settimana... ) probabilmente
non avrebbe mai immaginato che, secoli
dopo, qualcuno si sarebbe messo a contare
le note delle sue composizioni (…) Bach è
il musicista teologo per eccellenza, non nel
senso che applica alla musica un’intenzione
teologica preconfezionata (come tanti dopo
di lui) ma perché nelle sue composizioni
risuona l’atto di fede in tutta pienezza, è
una summa ineguagliata. Il teologo
protestante Karl Barth ha detto una volta
che in Paradiso, quando il buon Dio si
trova in riunione con gli spiriti eletti, si
suona Bach; quando però si ritira con gli
angeli, per i suoi momenti privati, allora si
suona Mozart. Come a dire che se Bach
rende la musica sacra maestosa, Mozart la
rende festosa. Pierangelo Sequeri, teologo e
musicista /musicologo di vaglia, chiosa a
modo suo: “Dio fa suonare la musica di
Bach nelle riunoni alle quali tutti

84
partecipano, perché essa è – sino ad oggi –
la più ospitale nei confronti di tutti”74.

Il filosofo e scrittore Emil Cioran [1911-1995], pur forse


eccedendo un po’ nel suo limpido e giustificabile entusiasmo,
amava dire:

Quando ascolti Bach, tu puoi vedere Dio


materializzarsi. Quando ascolti un oratorio,
una cantata o una Passione, tu sai che Egli
esiste. Pensa che così tanti teologi e filosofi
hanno faticato giorno e notte cercando le
prove dell’esistenza di Dio e
dimenticandosi forse dell’unica prova da
addurre: la musica di Bach.

Quella di Cioran, è comunque un’osservazione piena di


buonsenso. Per esempio, perché non provare a spiegare ai
giovani musicisti di una parrocchia o di un istituto di musica
sacra il dogma della Santissima Trinità con una Sonata in Trio
per organo di Bach?
La dottrina cattolica utilizza i concetti teologici di
“sostanza” per designare l’Essere Divino nella sua unità; di
“ipostasi” o “persona” per designare il Padre, il Figlio e lo
Spirito Santo. Di “relazione” per indicare che la distinzione tra
le Persone Divine sta nel riferimento delle une alle altre. Per
spiegare alla nostra ragione umana, incarnata nel tempo e nello
spazio, una realtà così totalmente “altra” rispetto al piano

74
M. BURINI, op. cit.
85
naturale, è davvero sufficiente prendere una Sonata in Trio:
tutte e tre le voci sono della medesima sostanza che ne
costituisce l’unità, cioè il suono eufonico, il bel suono. Ognuna
delle tre voci è ipostasi, cioè è una “persona” distinta, dalle
altre due; e la distinzione tra le tre voci si può considerare solo
in riferimento alla relazione che c’è tra di esse.

Ho appena cominciato a pensare all’Unità,


ed eccomi immerso nello splendore della
Trinità. Ho appena cominciato a pensare
alla Trinità ed ecco che l’Unità mi sazia75.

Sono parole che potrebbero esprimere tranquillamente le


impressioni di bellezza e di stupore che si avvertono ascoltando
una buona esecuzione di una Sonata in Trio: si è appena
iniziato ad ascoltare l’armonia del tutto che ci colpisce
un’entrata tematica, una frase, un’unità melodica di una voce
singola tra le tre; allora si inizia a seguire con l’orecchio quella
voce, ed ecco che la nostra mente si appaga dell’abbraccio

75
San Gregorio Nazianzeno, Oratio 40, 41: SC 358, 294.
86
inscindibile delle tre. Così, ciò che i teologi da sempre stentano
a spiegare a parole, ecco che Bach lo materializza per i nostri
sensi con una naturalezza e una bellezza assolute, esattamente
come Dio è assolutamente Semplice e assolutamente Bello; in
altre parole, Bach ci mostra (e ci dimostra) con la sua arte che
Unità e Trinità non solo sono raffigurabili per la nostra ragione,
ma sono anche autentica bellezza76.

Come potremo concludere, dunque, sulla fede di Bach?


Quale sunto potremmo farci per poter dire di averlo compreso,
se non completamente, almeno più in profondità?
Dobbiamo solo giungere alla constatazione di quando
corrisponda al vero il concetto di lògos spermàtikos, dei semi
di verità divina sparsi ovunque, anche fuori della comunione
ecclesiale: in Bach troviamo in ultima istanza il carattere
essenzialmente cristiano del protestantesimo originario, (seppur
venato dal profondo senso pietistico del “fare semplicemente il
bene con le proprie mani ed il sudore della fronte ”, senza
preoccuparsi di troppi “grilli filosofico-teologici”): tale
carattere consiste nell’abbandono fiducioso nel Padre Celeste
per mezzo del Suo Figlio Gesù Cristo crocifisso. Ed il vero
paradosso è questo: se pensiamo che questo abbandono
fiducioso costituisce il nucleo centrale della dottrina riformista
della giustificazione, ebbene dobbiamo ammettere come fatto
sconvolgente che i riformatori, proprio nel punto da essi

76
A. CERVELLI, Bach: tra amore e fede…, op. cit., pp. 29-30.
87
considerato come articolo decisivo, presentano una dottrina di
per sé cattolica77.

77
Cfr. J. LORTZ, op. cit., pag. 108.
88
CAPITOLO III
BACH NELLA LITURGIA CATTOLICA?

Un buon vecchio proverbio recita: “a ciascuno il suo”.


Diremo dunque che fu grazie all’input del movimento ceciliano
che si iniziò ad avere in Italia strumenti sui quali Bach fosse
eseguibile (seppure, ahinoi, mediante una fonica che risulta
essere ben lungi da quella pensata e voluta da Bach). Di
conseguenza dobbiamo ammettere che è proprio a seguito delle
esortazioni di papa S. Pio X nel Motu Proprio Tra le
Sollecitudini che le armonie “classiche” per organo – ossia non
tardo rinascimentali legate ai gusti operistici o, peggio che mai,
bandistici – iniziarono a risuonare nuovamente nelle nostre
chiese, comprese le musiche di Bach.
Certamente, è noto il caso di più di un vescovo che, pur
concedendo d’accostarsi al Maestro a fini artistici,
raccomandava tuttavia al proprio organista: «Sia chiaro: nelle
Liturgie niente Bach!»; questo perché ad alcuni pastori d’anime
poteva sembrare disdicevole impiegare nel culto cattolico le
pagine di un uomo che cattolico non era. Tuttavia, salvo casi
relativamente sporadici, sin da subito si tollerarono musiche di
Bach, Haendel, Mendelssohn: anzi, le antologie78 per gli

78
Alcuni celebri esempi di tali raccolte: Luigi Picchi, La scuola classica del
giovane organista (Ed. Carrara), Autori Vari, Armonie Classiche (Ed.
Carrara), Sandro Dalla Libera, Liber Organi in dieci volumi (Ed. S.A.T.,
Verona); tra i volumi più interessanti, G. S. Bach, Corali a commento
dell’anno liturgico a c. di Ernesto dalla Libera (Ed. S. A. T.), del 1955,
dove il compilatore afferma senza problema alcuno che l’organista liturgico
di media cultura non può permettersi di ignorare i Corali per Organo di
Bach, ne offre una curata antologia e propone per ciascun corale sia una
89
organisti liturgici degli anni ’40, ’50 e ’60 del secolo appena
trascorso ne mostravano un’ampia e generosa selezione,
indicando perfino il momento liturgico in cui tali musiche
potessero essere eseguite. Insomma, si mise in pratica quel che
Tommaso d’Aquino afferma nella sua Summa, dicendo che non
importa da quali labbra – o, diremmo noi, quali mani e quale
penna – la verità esca: essa sarà sempre proferita dallo Spirito
Santo di Dio79; di quel Dio Trino in cui Johann Sebastian ha
sempre creduto e per la Cui gloria ha lavorato con immenso
amore, producendo cose bellissime, vere e buone.
Messa pace nel cuore del credente cattolico circa
l’appropriatezza della musica bachiana nel culto latino romano,
occorrerà indubbiamente che l’organista liturgico ve la sappia
debitamente adattare.
In una solenne messa pasquale, il corale Christ Lag in
Todesbanden80 dell’Orgelbuchlein potrebbe benissimo
funzionare come introduzione alla sequenza del Victimae
Paschali, per la qual cosa in effetti tale corale è stato concepito
dall’autore.
In tempo di Quaresima, non certo durante la messa, ma
durante l’adorazione eucaristica o una liturgia penitenziale, i
corali Ich ruft zu dir81 e O mensh bewein’dein’sunde gross82

guida illustrativa che un ocu- lato suggerimento per il tempo liturgico in cui
eseguire i pezzi.
79
“Omne verum, a quocumque dicatur, a Spiritu Sancto est”: Ogni verità,
da chiunque sia detta, proviene dallo Spirito Santo. (S. Tommaso d’Aquino,
Sum. Theol., I-II, q. 109, a.1, ad 1; In Johan., c.8, lect. 1; In primam ad
Cor., c.12, lect. 1; In II ad Tim. c. 3, lect. 3).
80
BWV 625.
81
BWV 639.
90
(sempre dell’Orgelbuchlein) potranno ben aiutare i fedeli in
una contemplazione della presenza reale che compenetri anche
il tempo liturgico, così come in un quieto esame di coscienza.
Una toccata, una fantasia, un preludio, una fuga scelti
tra le pagine libere potrebbero efficacemente introdurre o
concludere una messa solenne. Indubbiamente occorrerà buon
senso nella scelta della pagina bachiana da eseguire durante
una liturgia, tenendo conto della circostanza, del tempo
liturgico, dell’assemblea in seno alla quale si presta servizio.
Cerchiamo allora di vedere nella pratica come sviluppare un
discorso esegetico-liturgico corretto. Prendiamo a mo’
d’esempio la Prima Domenica del Tempo di Avvento:

“Ah, se Tu squarciassi i cieli e scendessi!”83.

Vi è una festa – o meglio, una solennità – nel corso dell’anno


liturgico, assai cara alla devozione popolare: è il Natale, che
costituisce un unicum con la vera e propria manifestazione, che
trova un’eloquentissima immagine nell’adorazione da parte dei
“magi” del Divino Verbo incarnato, ovvero l’Epifania84. A
differenza di quel che molti pensano, non si tratta propriamente
di una “preparazione della Pasqua”, come neppure di un

82
BWV 622.
83
Is LXIII, 19.
84
È peraltro a motivo di questa natura propriamente epifanica (dal verbo
greco epifàino, “mostrare, manifestare”), che nel giorno dell’Epifania si
proclama – si “manifesta” – con un annuncio dato dal diacono o dal
presbitero celebrante, la data della Pasqua, dalla quale scaturiscono tutti gli
altri giorni santi: le Ceneri, inizio della Quaresima; l’Ascensione del
Signore; la Pentecoste; la prima domenica di Avvento.
91
momento del ciclo pasquale. Più propriamente vi si celebra lo
stesso mistero della Pasqua, ma sotto un aspetto diverso, che
viene correttamente espresso dalla parola “Emmanuel”, “Dio-
con-noi”, meglio ancora, il Dio che viene per essere con noi e
noi in Lui. È per questo che nei paesi di lingua ispanica, la
duplice solennità Natale/Epifania è chiamata da tempo
immemore pequeña Pascua, piccola Pasqua.
Nella grotta di Betlemme si porta a temine quell’azione
divina per la quale dal momento stesso dell’Annunciazione, per
mezzo del grembo verginale di Maria Santissima, entra nel
tempo e nella storia il Verbo Incarnato, Gesù di Nazareth. Quel
corpo deposto nella mangiatoia (in latino, patena) è il
medesimo corpo la cui carne i discepoli sono invitati a
mangiare quale vero pane disceso dal cielo per la vita del
mondo85; è il corpo che sarà offerto nell’oblazione cruenta
della Croce, sul Gòlgota e che sarà protagonista dell’evento
glorioso della risurrezione.
Pequeña Pascua, dunque.
Credo non vi sia termine più appropriato: l’incarnazione
che prepara il “passaggio” – Pasqua, appunto –, dalla schiavitù
del peccato alla salvezza e alla libertà dei figli di Dio.
Nel IV secolo, il tempo pasquale con la sua
preparazione, la Quaresima, avevano già assunto un assetto
assai vicino a quello odierno. È tra il IV e il VI secolo che si
iniziò ad avvertire l’esigenza di un periodo di preparazione alla
celebrazione della nascita/manifestazione del Signore.
Sappiamo che Roma celebrò il Natale per la prima volta nel

85
Gv VI.
92
336, e che già dalla fine del IV secolo in Gallia e in Spagna
risulta l’esistenza di un tempo di preparazione alle festività
natalizie.
Tale tempo venne inizialmente denominato “quaresima
di S. Martino” a motivo del suo carattere penitenziale che lo
assimilava in qualche modo alla Quaresima – giorni di digiuno
e di penitenza, colore liturgico violaceo, seppur declinato in
varie tonalità a seconda del rito della chiesa celebrante – viola
intenso per il rito romano; morello per il rito ambrosiano, ecc.
Ben presto tale tempo liturgico venne indicato col termine
latino adventus, “venuta”:

 la venuta del Messia, annunziata dai profeti,


additata da Giovanni Battista, amorosamente
sospirata dall’umanità intera, e accolta dal fiat della
Vergine-Madre;
 la venuta di Dio, re eterno, re universale, re dei
poveri;
 la venuta di Dio che vuole unirci a Lui col farsi Egli
stesso figlio del genere umano;
 la venuta continuata di Dio, che nel corso dei secoli
attua la Redenzione del mondo e l’ingresso degli
uomini nel Suo Regno;
 infine, ma non per ultimo, è il risvegliarsi dell’attesa
della Parusia, della risurrezione dei morti per la vita
o la perdizione eterna, del giudizio di questo
“secolo” da parte del Supremo Giudice, del fuoco
purificatore che distruggerà e farà passare la scena

93
di questo mondo perché giunge il tempo eterno dei
cieli nuovi e della terra nuova86.

San Cirillo di Gerusalemme ricorda in toni assai chiari e ben


poco “diplomatici” che:

Noi annunziamo che Cristo verrà. Infatti


non è unica la sua venuta, ma ve n’è una
seconda, la quale sarà molto più gloriosa
della precedente. La prima, infatti, ebbe il
sigillo della sofferenza, l’altra porterà una
corona di divina regalità. […] Una prima
volta è venuto in modo oscuro e silenzioso,
come la pioggia sul vello. Una seconda
volta verrà nel futuro in splendore e
chiarezza davanti agli occhi di tutti. Nella
sua prima venuta fu avvolto in fasce e
posto in una stalla, nella seconda si vestirà
di luce come di un manto. Nella prima
accettò la croce senza rifiutare il disonore,
nell’altra avanzerà scortato dalle schiere
degli angeli e sarà pieno di gloria.
Perciò non limitiamoci a meditare solo la
prima venuta, ma viviamo in attesa della
seconda. E poiché nella prima abbiamo
acclama- to: «Benedetto colui che viene nel
nome del Signore» (MT 21, 9), la stessa
lode proclameremo nella seconda. […]

86
2 Pt III, 8-14.
94
Il Salvatore verrà non per essere di nuovo
giudicato, ma per farsi giudice di coloro
che lo condannarono. Egli, che tacque
quando subiva la condanna, ricorderà il
loro operato a quei malvagi, che gli fecero
subire il tormento della croce, e dirà a
ciascuno di essi: Tu hai agito così, io non
ho aperto bocca (cfr. Sal 38, 10).
Allora in un disegno di amore
misericordioso venne per istruire gli
uomini con dolce fermezza, ma alla fine
tutti, lo vogliano o no, dovranno
sottomettersi per forza al suo dominio
regale.
[…] Questa è dunque la fede che noi
proclamiamo: credere in Cri- sto che è
salito al cielo e siede alla destra Padre. Egli
verrà nella gloria a giudicare i vivi e i
morti. E il suo regno non avrà fine. Verrà
dunque, verrà il Signore nostro Gesù Cristo
dai cieli; verrà nella gloria alla fine del
mondo creato, nell’ultimo giorno. Vi sarà
allora la fine di questo mondo, e la nascita
di un mondo nuovo87.

La prima domenica del tempo di Avvento è tutta


intessuta di attesa. Non si tratta però – almeno non
principalmente – dell’attesa del giorno della Natività in cui la
Chiesa, facendone “memoriale”, attualizzerà per l’azione dello
87
Dalle Catechesi di san Cirillo di Gerusalemme, vescovo (Cat. 15, 1. 3;
PG 33, 870-874).
95
Spirito Santo, all’interno dello scorrere del tempo (krònos)
l’evento celebrato, facendo sì che il momento della
celebrazione divenga il tempo propizio per ricevere la Grazia e
la salvezza di Dio (kàiros).
La liturgia della prima domenica d’Avvento ci fa
piuttosto volgere la mente e l’anima alla contemplazione della
reale attesa della seconda venuta, quella in cui il Signore Gesù
sarà giudice del mondo: “Verrà dunque, verrà il Signore nostro
Gesù Cristo dai cieli; verrà nella gloria alla fine del mondo
creato, nell’ultimo giorno. Vi sarà allora la fine di questo
mondo, e la nascita di un mondo nuovo”.
Leggendo le parole di San Cirillo di Gerusalemme,
parrebbe quasi che solamente coloro che furono i fautori della
condanna a morte del Signore avrebbero di che preoccuparsi.
Non illudiamo noi stessi, e non zittiamo le nostre coscienze
così alla leggera, perché, come ben ci spiega il Catechismo
Romano,

È chiaro che più gravemente colpevoli


sono coloro che più spesso ricadono nel
peccato. Se infatti le nostre colpe hanno
condotto Cristo al supplizio della croce,
coloro che si immergono nell’iniquità
crocifiggono nuovamente, per quanto è in
loro, il Figlio di Dio e lo scherniscono con
un delitto ben più grave in loro che non
negli Ebrei. Questi infatti – afferma San
Paolo – se lo avessero conosciuto, non
avrebbero crocifisso il Signore della gloria
(1 Cor II, 8). Noi cristiani, invece, pur
96
confessando di conoscerlo, di fatto lo
rinneghiamo con le nostre opere e leviamo
contro di lui le nostre mani violente e
peccatrici88.

San Francesco d’Assisi rincara la dose:

Neppure i demòni lo crocifissero, ma sei


stato tu con essi a crocifiggerlo, e ancora lo
crocifiggi, quando ti diletti nei vizi e nei
peccati89.

Una curiosità che vale la pena di rammentare è


l’impiego più antico della celebre sequenza Dies Irae, il giorno
dell’ira, cioè del Giudizio. Come ricorda l’Ermini90, solo in un
secondo tempo furono aggiunte le strofe Lacrimosa e Pie Jesu,
per poterla trasferire alla liturgia di Requiem (le esequie e la
messa per i defunti). Ciò può essere constatato con un semplice
colpo d’occhio: il ritmo metrico del finale della sequenza è ben
diverso dalle terzine di ottonari con cui è intessuto tutto il resto
del testo.
Non ci suoni strano, allora, che proprio dalla Dies Irae
possa provenirci una luce che rassereni l’anima spaventata di
chi sa di essere peccatore, e quindi meritevole di condanna.

88
Catechismo Romano, i, 5, 11: Ed. P. Rodrìguez (Città del Vaticano-
Pamplona 1989), p. 64.
89
San Francesco d’Assisi, Admonitio, 5, 3: Opuscola sancti Patris
Francisci Assisiensis, ed. C. Esser (Grottaferrata 1978), p. 66.
90
Cfr. A. BERGAMINI, Le Sequenze nella Liturgia della Parola, Ed. San
Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2004, pag. 99.
97
Dopo aver descritto l’arrivo del giorno della gloria e della
giustizia perfetta nella Parusia, con la morte e la natura che
sbalordiscono di fronte alla risurrezione delle umane creature,
il Giudice siede in trono e un libro gli viene portato davanti,
contenente tutto ciò di cui il mondo ha da esser giudicato;
dapprima l’anima prova un salutare orrore per la condanna:

Quid sum miser tunc dicturus?


quem patronum rogaturus,
cum vix justus sit securus?

[Allora, me misero, cosa dirò?


Quale avvocato invocherò a difendermi,
dato che chi ha vissuto giustamente a stento è sicuro di salvarsi?]

Sì, la prima domenica di Avvento, anche se non fa più


utilizzo da secoli del testo di questa sequenza straordinaria,
tuttavia ci invita con le sue letture e le sue antifone a non
presumere della salvezza, poiché nessuno si salva da solo, né
alcuno ha meriti scaturiti dalla sua sola forza da presentare al
Giudice per reclamare un qualsivoglia diritto di quiescenza.

Rex tremendae majestatis,


qui salvandos salvas gratis,
salva me, fons pietatis.

Recordare, Jesu pie,


quod sum causa tuae viae
ne me perdas illa die.

98
[O Re di tremenda maestà,
che coloro che salvi li salvi per gratuita misericordia,
salva anche me, o Sorgente di compassione!

Ricordati, o compassionevole Gesù,


che il motivo per cui hai scelto la tua via (quella della croce) sono io,
proprio perché non vada alla perdizione eterna in quel giorno.]

L’anima del credente, riconosciuta la propria miseria e


fragilità, smette di guardare narcisisticamente a se stessa e,
dopo uno sguardo di timore rivolto al giudice, ne rivolge un
secondo, ricolmo di speranza, alle sante e gloriose piaghe del
Signore Gesù, Colui il quale non possiamo affrontare come
Giudice, ma che sospiriamo come Salvatore91. Tutta la seconda
parte di questo testo meraviglioso è ricolma di quel sospiro
innamorato che vuole trasformare il dolore imperfetto di un
pentimento, mosso inizialmente dal terrore della condanna
eterna, nella contrizione perfetta di chi si addolora di aver
ricusato col peccato l’Amore ineffabile di quel Gesù, Figlio del
Dio vivo, che stende le braccia sulla croce per morire e
risorgere per noi.
Così il peccatore penitente, riscaldando il proprio cuore
alla luce del dono del paradiso al buon ladrone, della salvezza
concessa alla peccatrice adultera, può gettarsi ai piedi del suo
Signore Crocifisso e supplicarlo con speranza sicura e viva
umiltà:

91
Cfr. Sant’Ambrogio, Oratio in praeparatione Missae.
99
Oro supplex et acclinis,
cor contritum quasi cinis:
gere curam mei finis.

[Ti prego supplice e prostrato a Te,


il mio cuore è addolorato come se fosse cenere:
prenditi a Cuore della mia fine per l’eternità.]

Per poterci orientare nel servizio liturgico della musica


sacra nella prima domenica d’Avvento, occorre ora capire quali
indicazioni la Madre Chiesa ci comanda di seguire perché l’arte
dei suoni e dell’armonia esprima in modo conveniente, con toni
e colori adeguati, l’affetto (lo stato d’animo, il linguaggio
emotivo della preghiera92) proprio di questo tempo liturgico.
L’Ordinamento Generale al Messale Romano (OGMR) così
prescrive:

In tempo d’Avvento l’organo e altri


strumenti musicali siano usati con quella
moderazione che conviene alla natura di
questo tempo, evitando di anticipare la
gioia piena della Natività del Signore93.

Si eviteranno perciò brani per organo – e per altri


strumenti – particolarmente brillanti, maestosi e gaudiosi,
preferendo pagine più meditative, quiete, con qualche lieve
tratto di sobria e serena austerità; sia nell’accompagnamento
92
Sul linguaggio degli affetti nella musica si veda Athanasius Kircher,
Musurgia Universalis.
93
OGMR n° 313.
100
dei canti che nell’esecuzione di pagine tratte dalla propria
letteratura, l’organo eviterà i timbri festosi e potenti del ripieno
e delle ance forti (trombe, fagotti, ecc.), impiegando invece
ampiamente sonorità suadenti e riflessive (oboe, cornetto,
nazardo, ecc.). Un tono più gioioso, che ammetta anche un
timbro pieno, lo si potrà impiegare per quella domenica che ha
il compito di anticipare la gioia della Natività: la terza
domenica Gaudete, per la quale è consigliato di utilizzare il
paramento di colore rosa.
Circa l’impiego di pagine musicali di letteratura
strumentale nel tempo di Avvento, non pochi cadono in
confusione; questo perché le rubriche del Vetus Ordo Missae
parificavano l’impiego dell’organo sia in Quaresima che in
Avvento: in pratica, a parte l’accompagnamento dei canti,
l’organo taccia. Il Novus Ordo, che Papa Benedetto XVI ha
definito “Forma Ordinaria del Rito Romano” col Motu Proprio
Summorum Pontificum, presenta col Novus Ordo una piccola
diversità di rubriche circa l’impiego degli strumenti per questi
due tempi liturgici. Questo per esprimere una diversità tra la
penitenza quaresimale e quella avventizia. Giova a tal
proposito vedere cosa prescrive l’OGMR per la quaresima:

In tempo di Quaresima è permesso il suono


dell’organo e di altri strumenti musicali
soltanto per sostenere il canto. Fanno
eccezione tuttavia la domenica Laetare (IV
di quaresima), le solennità e le feste94.

94
OGMR N° 313.
101
Questa diversità è bene che si esprima con una pagina
di letteratura organistica che introduce l’assemblea in un clima
di preghiera e adorazione prima del canto d’ingresso; inoltre,
dopo il canto finale, un altro brano di letteratura potrà
sottolineare con pacatezza il termine della celebrazione e lo
scioglimento dell’assemblea liturgica, permettendo ai fedeli
che lo desiderino di sostare in ringraziamento e adorazione
aiutati nella loro preghiera dalla bellezza e dai giusti affetti
dell’armonia. In altri tempi e contesti liturgici — Ordinario,
Pasqua, Natale, solennità e feste —l’organo e gli altri strumenti
legittimamente ammessi possono prolungare con un pezzo
strumentale di carattere adeguato il canto per l’offertorio
qualora si eseguano le incensazioni; non sono disdicevoli
neppure un preludio e un postludio di breve durata al canto di
comunione per preparare i fedeli dalla ricezione dell’Eucaristia
e aiutarli in un dovuto, breve momento di raccoglimento.
Circa tale pratica, è sufficientemente eloquente
l’Istruzione Musicam Sacram:

Nelle Messe cantate o lette si può usare


l’organo, o altro strumento legittimamente
permesso per accompagnare il canto della
«schola cantorum» e dei fedeli; gli stessi
strumenti musicali, soli, possono suonarsi
all’inizio, prima che il sacerdote si rechi
all’altare, all’offertorio, alla comunione e al
termine della Messa. La stessa norma vale,

102
fatte le debite applicazioni, anche per le
altre azioni sacre95.

E, molto opportunamente, la medesima istruzione


aggiunge:

È indispensabile che gli organisti e gli altri


musicisti, oltre a possedere un’adeguata
perizia nell’usare il loro strumento,
conoscano e penetrino intimamente lo
spirito della sacra liturgia in modo che,
anche dovendo improvvisare, assicurino il
decoro della sacra celebrazione, secondo la
vera natura delle sue varie parti, e
favoriscano la partecipazione dei fedeli96.

Tuttavia questo documento, circa i tempi d’Avvento e


di Quaresima, presenta una prescrizione ben netta e chiara
quanto alla musica strumentale:

Il suono, da solo, di questi stessi strumenti


musicali non è consentito in Avvento, in
Quaresima, durante il Triduo sacro, nelle
messe e negli uffici dei defunti97.

In conclusione, un intervento tratto da appropriate


pagine di letteratura organistica – e strumentale – prima e dopo

95
IMS § 65.
96
IMS § 67.
97
IMS § 66.
103
la celebrazione eucaristica nelle domeniche di Avvento
corrisponderà a un adempimento delle prescrizioni del OGMR,
così diversificate rispetto a quelle tratte dal medesimo
documento e riguardanti le domeniche di Quaresima;
all’interno della celebrazione, invece, sarà preferibile eseguire
qualche strofa in più nel canto o lasciare spazio al silenzio,
evitando il suono degli strumenti.

Per quanto riguarda propriamente il canto stesso, infine,


va tenuto presente che nel tempo d’Avvento è omesso l’inno
del Gloria. Le motivazioni sono assai profonde e meritano
d’essere comprese. Abbiamo detto che l’Avvento ci prepara
all’incontro con il Cristo. Se noi già gustiamo la gioia di sapere
che Egli viene tra di noi e in noi nella Divina Liturgia,
sappiamo però che nell’oggi della Chiesa siamo resi partecipi
di una pregustazione delle stupende realtà eterne: questa gioia
che pregustiamo non è ancora la gioia piena di possedere
eternamente Cristo. Siamo in cammino, verso un duplice
traguardo: la pienezza della gioia promessaci dal Cristo nel
compiersi dell’eternità – nostra personale così come del mondo
intero – e la letizia della celebrazione che attualizza nella
Chiesa la Natività del Signore. Il canto del Gloria in excelsis è
il canto con cui le schiere angeliche si mostrano ai pastori la
notte della Natività, mentre lo innalzano verso la maestà
divina. Ecco perché, in Avvento lo si omette: per poterlo far
risuonare con tutto il suo carico di gioia nella messa della Notte
Santa.
Giungendo ad indicazioni pratiche, come preludio per la
Messa della Prima Domenica di Avvento, possiamo scegliere il
104
Corale Nun komm, der Heiden Heiland BWV 659, dai Corali
del Manoscritto di Lipsia

“Vieni, Salvatore delle genti, mostrati qual


frutto del parto della Vergine! Sbalordisca
tutto il creato:una nascita così spettava solo
a Dio!”

Abbiamo già parlato di questo splendido inno


d’Avvento con il quale Bach ci introduce subito in un mondo
tutto mistico, il suo mondo preferito quando si raccoglie in se
stesso. Si basa su una melodia ornata, cantata al soprano nel
registro di solo, circondata dalle serene parti del contralto e del
tenore, mentre il pedale si muove in lente e solenni scale. Se la
melodia del corale e le voci mediane raffigurano la coralità
umana che invoca la venuta del Salvatore, i bassi del pedale si
muovono col ritmo cullante che fa addormentare il Bambin
Gesù.
Bach qui si rende cantore dell’umanità sofferente e
invoca con la forza della sua fede e di un bruciante amore quel
Dio la cui Incarnazione avrebbe un giorno salvato le genti e la
cui manifestazione gloriosa nella Parusia porterà il tempo dei
nuovi cieli e della nuova terra. È una musica scritta da un poeta
e da un credente, che mette tutta la sua arte al servizio della
fede. È questa una delle pagine più profonde ed emotive della
letteratura organistica mondiale98.

98
Cfr. E. DALLA LIBERA (a c. di), G. S. Bach. Corali a commento
dell’anno liturgico, Ed. S. A. T., Verona 1955.
105
Come conclusione appropriata della Liturgia, in un
tempo liturgico che vieta i suoni potenti e maestosi dell’organo
pieno, andrà più che bene (ammesso che il maleducato
chiacchiericcio di certi “in-fedeli” lo permetta), il corale
Wachet auf! Ruft uns die Stimme! BWV 645, dai Corali
Schubler:

Svegliatevi, una voce vi chiama! Vi


chiama la voce della sentinella dal più
alto della torre. Svegliati, o
Gerusalemme! Mezzanotte: è questa
l’ora. Essa ci chiama con voce chiara.
Dove siete, o Vergini sagge? Su! Lo
sposo sta per arrivare. Alzatevi,
prendete le lampade. Alleluja! Siate
pronte per le nozze: andate incontro
allo sposo!

106
È una rilettura poetica del capitolo XXV del Vangelo di
Matteo, la parabola delle Vergini sagge e delle stolte. Il testo
del corale è di Philippe Nicolai – uno dei più antichi organisti
conosciuti – ed anche la melodia originaria pare essere sua. La
pagina organistica bachiana così come ci si presenta è una
trascrizione dalla Cantata BWV 140: una parodia dunque, da
un lavoro sacro a un altro lavoro sacro. La melodia è bellissima
e piena di immediatezza. È un luminoso esempio di ricchezza
espressiva e di carica affettiva sia spirituale che umana, un
saggio di grande nobiltà del canto popolare autentico, che non
s’improvvisa né si storpia con ignoranza, dal momento che ha
richiesto una sua interiore gestazione e si presenta come parto
dovuto all’incontro tra la sensibilità umana e la loquacità dello
Spirito Santo; vi è esaltata la pietà profonda maturata dalla
fede, non dalle romanticherie o dalle sdolcinatezze scialbe!
Nella sua parodia per organo, Johann Sebastian resta
fedele al testo originale. La parte del corale, costituita da note
solenni e affidata in origine al tenore, qui è consegnata alla
mano sinistra con un registro di solo. La mano destra ha invece
il compito di proporre la parte in origine affidata agli archi. Il
discorso musicale si snoda con semplicità, con linee sobrie, il
tutto basato su tre voci. Dall’incontro tra queste tre parti nasce
un’armonia fresca e gioiosa: una sobria ebbrezza dello Spirito!
È una musica che parla da sola per la serenità e il candore che
vi sono espresse. L’anima del fedele è una di quelle vergini in
attesa che giunga il Signore Gesù, suo sposo99.

99
Cfr P. SANTUCCI, op. cit., pag. 109.
107
Se il corale Nun komm, che ha introdotto la
celebrazione, possiede toni austeri e sobri ben adatti a meditare
le realtà ultime del Giudizio e del compiersi della parusia, il
corale Wachet auf, pur sereno e composto, presenta tratti più
lieti. L’esecuzione di tale brano al termine della liturgia della
prima domenica d’Avvento vuole donarci un aiuto prezioso per
meditare le letture alla luce della speranza e della gioia
dell’incontro col Signore Gesù nella sua viva carne donataci
nell’Eucaristia. E’ una pregustazione, con un atteggiamento più
rasserenato e adorante, della Comunione Eterna che Egli ci
prepara nel Suo Regno di Luce infinita.

108
RIFLESSIONI CONCLUSIVE

Un’ultima domanda ci permette di tirare le somme.


Perché oggi dovremmo dedicare tutte queste attenzioni a Bach?
Innanzitutto perché non è bello ciò che piace, ma è
bello ciò che è bello, e soprattutto se fa pure bene. Basti
pensare agli studi di musicoterapia condotti negli ultimi anni: il
massimo beneficio per la salute di pazienti in terapia intensiva,
per dirne una, è stato evidenziato nei pazienti ai quali veniva
proposto l’ascolto di musica classica, in particolare di Mozart,
di compositori italiani del periodo barocco e, soprattutto, di
Bach. Addirittura è stato accertato come la pressione sanguigna
e il battito cardiaco siano positivamente influenzati dalla
musica di Bach100.Quindi dovremmo ascoltare e suonare Bach
perché la bellezza di cui è stato capace Johann Sebastian “fa
bene al cuore”: non solo in senso metaforico! Poi, o forse
soprattutto, perché per la società e la realtà ecclesiale del nostro
tempo Johann Sebastian è veramente un esempio straordinario:
se dal punto di vista della dottrina, noi cattolici non potremo
certo prenderlo a modello, possiamo, anzi dobbiamo imitarlo
come padre premuroso, marito devoto, uomo – anche se dal
carattere un po’ burbero – di buon cuore, artigiano che nel
lavoro delle proprie mani e del proprio ingegno ha infuso la sua
cura verso il prossimo e la propria, rocciosa e caparbia fede nel
Dio uno e trino.
100
H. J. TRAPPE, (2014) Johann Sebastian Bach: life, oeuvre and his
significance for the cardiology, <<Deutsche medizinische Wochenschrift>>
139 (51-52) pp. 2619-25.
109
Compariranno quindi i soliti “animatori” del “cabaret
liturgico” che chiederanno, tanto beffardi quanto ingenui:
“Perché perdere tempo con tutte queste attenzioni? Figurarsi se
qualcuno s’accorge che si è scelto una musica o un canto
piuttosto che un altro in base al tempo liturgico e alle letture,
dato che nemmeno ai preti importa di seguire le rubriche!
Facciamo canti gioiosi!”. Gli organisti veramente liturgici
sanno per provata esperienza che queste sono le obiezioni più
comuni che emergono quando si dà avvio alla formazione di
una cappella musicale in una parrocchia che, quasi sempre, ha
vissuto il più assoluto sfacelo musicale e liturgico da
cinquant’anni a questa parte.
Posto che si debba essere strumenti della verità, non i
padroni – perché padrone della verità è Dio solo, che appunto è
la Verità –, fermo restando che la verità non può essere usata
come il bastone di pioppo “leggero e morbido” con cui Don
Camillo voleva mazzolare il sindaco Peppone per farlo
addivenire a più miti propositi, l’organista e il maestro di
cappella dovranno comunque esercitare una dolce fermezza,
non priva di senso pedagogico e pastorale. Chiunque presti
servizio nel Culto Divino dovrebbe aver caro un motto
attribuito a Santa Teresa d’Avila: “Darei la vita per una
rubrica!”. Non credo si tratti affatto di esagerazione. Come
infatti ci ricorda il n° 22 della Costituzione Sacrosanctum
Concilium:

Nessuno, assolutamente, anche se


sacerdote, osi, di sua iniziativa, aggiungere,

110
togliere o mutare alcunché in materia
liturgica.

La ricompensa per un servizio liturgico ben curato e,


possibilmente, illustrato in precedenza mediante un’opportuna
catechesi musicale e liturgica, non tarderà: vedere lo stupore, la
meraviglia, gli occhi che brillano, l’ascolto attento e la
passione per Bach, Zipoli, Frescobaldi, in bambini emozionati
e in ragazzi appena adolescenti che trovano in queste musiche
un momento di pace dai dubbi e turbamenti di quella delicata
età è quanto di più bello ci sia. Non c’è concerto, esibizione,
audizione, ottima valutazione d’esame che possa dare ad un
musicista quello che si può sperimentare quando i cuori e le
menti di ragazzi ed adulti si aprono al mondo della Musica di
Dio. Lì, in quello stupore, in quell’innamorarsi, in quello
spalancarsi e brillare delle pupille nella sobria ebbrezza dello
Spirito, un organista sincero con se stesso non impiega molto a
capire che non è lui a dare o fare bellezza: è la Bellezza di Dio
che in quei momenti ha preso dolce possesso di quelle sue
mani e le ha usate quale indegno mezzo per concretizzare in
atti semplici ed efficaci quell’incontro con l’amore
dell’Altissimo.
Purtroppo dobbiamo serenamente prendere coscienza
che oggi tutto va ricostruito nella vita cristiana, a cominciare
dal senso liturgico, e che la piena adempienza delle norme
liturgiche è nella maggioranza delle comunità ecclesiali un
obiettivo urgente a cui tendere, non – ahimé – un punto
consolidato da cui partire, come invece dovrebbe essere (ma
non è). Un cammino, questo, che, affinché metta radici e porti
111
frutto, deve essere condotto con comprensione e gradualità.
Occorre riscoprire la bellezza dello ius divinum nella Liturgia,
che ci è consegnata per essere vissuta e fedelmente trasmessa,
non modificata o cambiata ad arbitrio e capriccio di
chicchessia; va assaporata la conseguente, meravigliosa libertà
dell’obbedienza alle rubriche del culto, perché sono questi
“rossi catadiottri” che ci fanno pregare in un cuor solo e
un’anima sola in comunione con la Chiesa tutta.
Dobbiamo poi essere consapevoli dell’efficacia della
Grazia Divina, con la quale siamo chiamati – indegnamente e
come mezzi assolutamente inadeguati – a collaborare per il
bene delle anime. A tal proposito credo che il modello cui
dovrebbero ispirarsi i musicisti liturgici sia un santo diacono
della chiesa siriaca del IV secolo: Sant’Efrem. Grande scrittore
di inni, egli era poeta e compositore, come ha sottolineato papa
Benedetto XVI:

La sua teologia diventa liturgia, diventa


musica. (…) Teologia, riflessione sulla fede,
poesia, canto, lode di Dio vanno insieme; ed è
proprio in questo carattere liturgico che nella
teologia di Efrem appare con limpidezza la
verità divina. (…) Efrem, onorato dalla
tradizione cristiana con il titolo di “cetra dello
Spirito Santo”, restò diacono della sua Chiesa
per tutta la vita. Fu una scelta decisiva ed
emblematica: egli fu diacono, cioè servitore,
sia nel ministero liturgico, sia, più
radicalmente, nell’amore a Cristo, da lui
cantato in modo ineguagliabile, sia infine nella
112
carità verso i fratelli, che introdusse con rara
maestria nella conoscenza della divina
Rivelazione101.

Il musicista liturgico, per essere tale deve dunque avere


dottrina salda e cattolica, fedele al magistero della Chiesa e alla
Tradizione. Deve vivere pienamente la dimensione liturgica
della fede ed, anzi, deve avere a cuore di indicare la verità di
Dio mediante la propria musica. E poi deve vivere, come
sant’Efrem, questo profondo senso di diakonìa: essere sì
servitore della liturgia, essere imprescindibilmente innamorato
di Cristo ma, non per ultimo, essere a servizio dei fratelli, per
“introdurli” nell’intimità del Cuore di Gesù. Per poter far
questo, al musicista liturgico occorrerà un prudente senso
pastorale. Attenzione: non un senso pastorale che giustifichi
l’abuso invalso, ma un senso pastorale “genitoriale e fraterno”
che innanzitutto comprenda la situazione spesso disastrosa in
cui egli è chiamato a svolgere il proprio servizio, per poi
guidare la sua comunità ecclesiale in un cammino paziente di
risanamento, in collaborazione col presbitero e in comunione
con la Chiesa, locale e universale.
Un progetto mastodontico? Forse sì. Ma è all’interno di
un così ampio respiro d’azione che si può operare il bene delle
anime mediante la musica, congiuntamente alla propria
testimonianza di vita cristiana. Carità verso i fratelli sarà

101
BENEDETTO XVI, I padri della Chiesa…, op. cit., pp. 180 – 181; 185.
Cfr. Udienza Generale, 28 novembre 2007, Aula Paolo VI.
113
scegliere, ad esempio, i corali di Bach più brevi e facilmente
ascoltabili per orecchie ineducate.
Pensiamoci bene…
E’ inutile e dannoso pretendere che la nostra brava
gente di parrocchia, del tutto digiuna di un linguaggio musicale
liturgico ed anzi abituata agli “emotivismi” e alle
sentimentalità di certi repertori che tutto favoriscono tranne il
raccoglimento orante, si “sorbisca” un quarto d’ora di – seppur
meravigliosa – Toccata, Adagio e Fuga in Do Maggiore prima
della Santa Messa, o di Passacaglia in Do minore durante
un’adorazione eucaristica: sarebbe lo stesso che un genitore
pretendesse di far mangiare una bistecca alla fiorentina ad un
bimbo di 20 giorni di vita. Lo ucciderebbe! Diakonìa è dunque
predisporre un posato, sobrio, comprensivo cammino di
rieducazione al bello, al buono, al vero della musica e dell’arte
sacra. Forse non potrò eseguire tutta la Toccata, Adagio e
Fuga, ma il solo Adagio durante la distribuzione della Santa
Comunione sì, e produrrà il suo effetto. Forse non potrò
eseguire dici minuti di Corale dal Manoscritto di Lipsia, ma tre
minuti di Corale scelto dall’Orgelbuchlein sì. Forse dovrò
sopportare per qualche tempo lo scempio musicale di far
convivere l’arte sublime di Bach coi canti più o meno disastrati
dei repertori parrocchiali…ma questa è diakonìa musicale!
Poniamo di avere davanti a noi un recipiente, al cui
interno sappiamo esserci un meraviglioso smeraldo, che però è
sommerso e reso pressoché invisibile da una melma
nauseabonda che riempie il recipiente per metà. Posso
rovesciare il recipiente, prendere lo smeraldo, lavarlo e
godermelo… ma se teniamo conto che quel recipiente è la
114
comunità ecclesiale e che quello smeraldo è la bellezza divina
che intendevo mostrare, più che mostrarla ho provocato uno
tsunami! Credo che di traumi e terremoti, nella recente storia
della nostra Madre Chiesa, ce ne siano stati fin troppi.
Un’operazione più delicata, misurata e paziente sarà la più
opportuna: prendere il recipiente e fare in modo che un rivolo
d’acqua pulita inizi a fluire calmo e quieto al suo interno.
All’inizio l’acqua pulita si mescolerà alla melma, e si
intorbidirà. A mano a mano che l’acqua aumenterà, la melma
diverrà sempre meno densa e si inizierà ad intravvedere lo
smeraldo; infine l’acqua strariperà dal recipiente e, col tempo,
porterà con sé tutta la melma fino a quando il recipiente non
rimarrà pieno che di acqua pulita che ci permetterà di godere la
vista sfavillante dello smeraldo: l’obiettivo sarà stato raggiunto
per gradi, con pazienza e costanza.
E’ una prospettiva di macerante martirio interiore?
Certo che lo è: eppure, a mio avviso, è l’unica praticabile, nel
nostro tempo, affinché l’albero della comunità ecclesiale
riscopra e rinsaldi le proprie radici.
Sant’Efrem, infine, visse la propria diakonìa non solo
trasmettendo fedelmente ciò che la Tradizione della fede, della
liturgia e della musica aveva riposto nelle sue mani: prendendo
le mosse dall’esperienza liturgica, musicale ed ecclesiale che lo
aveva preceduto, arricchì lui stesso il culto divino, facendo del
proprio talento poetico un prezioso strumento di catechesi e di
testimonianza, componendo inni di una tale bellezza da
mozzare il fiato, ancora oggi. Questa è l’ultima, alta forma di
carità musicale che deve tornare ad essere praticata da chi ne
abbia ricevuto il dono: non accontentarsi di una mera
115
ripetizione degli splendori del passato ma, anzi, prendendo
oggi a modello Bach e i grandi di ieri, tornare a produrre
grandezze nuove e durature a gloria di Dio, testimonianze vive
e preziose per la Chiesa di domani.
Quindi il musicista liturgico, dopo aver fatto il proprio
dovere ogni giorno, si rammenterà di esser soltanto servo della
bellezza di Dio. Faccia semplicemente quel che deve, con
quella modestia che Gesù ha inteso insegnare:

Così anche voi, quando avrete fatto tutto


quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo
servi inutili. Abbiamo fatto quanto
dovevamo fare102.

Come farlo? Dove trovare risorse ed energie


per svolgere un tale servizio?
Presso una sola sorgente: la preghiera, fatta con l’umiltà
di chi, serenamente, riconosce che siamo nelle mani Sue e che
senza di Lui non potremo mai fare nulla, specialmente nella
breccia di questa furibonda – e silenziosa – battaglia per la
bontà, la bellezza e la verità. Se dunque da un lato dobbiamo
auspicare e pregare affinché i membri della nostra Madre
Chiesa ritrovino il coraggio della bellezza nella pastorale e
nella vita delle comunità ecclesiali, dall’altro tutti i musicisti
che abbiano ricevuto un talento degno del servizio liturgico,
dovranno “scendere un pochino dal piedistallo” sul quale,
magari per frustrazione da costante autodifesa o per
comprensibile e cocente delusione, sono saliti da decenni, e
102
Lc XVII, 10.
116
seguire finalmente l’invito del Beato papa Paolo VI, che
invitava gli artisti a fare pace con la Chiesa103. Si scenderà dal
piedistallo quando si comprenderà che l’autentica vitalità e
giovinezza dell’arte e della musica nella vita della Chiesa non
si trovano nella moda storicista, nell’affanno filologico e
nell’erudizione (strumenti buoni ed encomiabili, ma pur
sempre e solo strumenti, non fine ultimo della vita artistica),
bensì solo in Cristo. E poiché tutto ciò che ci sta intorno ci
sembra irrimediabilmente logoro, vecchio o inadeguato alle
aspettative ed alle aspirazioni di questo mondo, non trovo
parole migliori che ci spronino tutti a rivolgere lo sguardo alla
vera sorgente, il Cuore sacratissimo del Figlio dell’Eterno
Padre, se non quelle del grande vescovo di Ippona,
Sant’Agostino, rilette da Papa Benedetto XVI:

Nel maggio del 429 i Vandali (…)


passarono lo stretto di Gibilterra e si
riversarono nella Mauritania. L’invasione
raggiunse rapidamente le altre ricche
province africane. Nel maggio o nel giugno
del 430 “i distruttori dell’Impero romano”,
come Possidio qualifica quei barbari (Vita
di Sant’Agostino 30,1), erano attorno ad
Ippona, che strinsero d’assedio. (…) Anche
se vecchio e stanco, Agostino restò tuttavia
sulla breccia, confortando se stesso e gli
altri con la preghiera e con la meditazione

103
B. PAOLO VI, Omelia nella Messa degli Artisti, Solennità
dell’Ascensione di Nostro Signore, Giovedì, 7 maggio 1964.
117
sui misteriosi disegni della Provvidenza.
Parlava, al riguardo, della “vecchiaia del
mondo” – e davvero era vecchio questo
mondo romano –, parlava di questa
vecchiaia come già aveva fatto anni prima
per consolare i profughi provenienti
dall’Italia, quando nel 410 i Goti di Alarico
avevano invaso la città di Roma. Nella
vecchiaia, diceva, i malanni abbondano:
tosse, catarro, cisposità, ansietà,
sfinimento. Ma se il mondo invecchia,
Cristo è perpetuamente giovane. E allora
l’invito: “Non rifiutare di ringiovanire
unito a Cristo, anche nel mondo vecchio.
Egli dice: Non temere, la tua gioventù si
rinnoverà come quella dell’aquila”
(Sermoni 81, 8)104.

104
BENEDETTO XVI, I padri della Chiesa..., op. cit., pp. 208 – 209. Cfr.
Udienza Generale, 16 gennaio 2008, Aula Paolo VI.
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123
NOTA DELL’AUTORE

Sono persuaso del fatto che, a trent’anni appena di età,


sia autentica e sconsiderata presunzione ritenere di conoscere
approfonditamente quello sconfinato universo che è Johann
Sebastian Bach. Non sono né un esperto bachista né una guida
idonea per istruire circa uno dei più grandi musicisti della
storia…se non addirittura il più grande!

Ho già scritto su Bach, in particolare su quel brano che


ha accompagnato per un tratto considerevole la mia
adolescenza e che tutt’ora è il mio più intenso affetto musicale:
la Grande Fantasia e Fuga in Sol minore. Si trattava di appunti
stilati per ragazzi più giovani di me, che mi erano stati affidati
nelle attività educative di una parrocchia perché da me
venissero introdotti al mondo della musica sacra, in particolare
quella per organo. A questi appunti venne data veste letteraria,
con quel giusto “tremore” che accompagna il “novizio” che fa
capolino nel mondo della musicologia liturgica e sacra.
Vario materiale mi era risultato d’avanzo in quel
frangente: fonti, appunti, considerazioni. Alla fine mi sono
arreso alla seduzione del fascino umano e cristiano del
protagonista trattato e, sotto lo sprone di amicizie e
l’incoraggiamento venutomi da sereni confronti con chi è ben
più grande ed esperto di me, ne sono nate le seguenti pagine.

Le ho messe insieme sotto quest’unica condizione: chi


legge, mi intenda semplicemente come compagno di studio e di
124
riflessione, neanche per un attimo come “maestro”. Come la
prima volta, così anche adesso quel che propongo è il semplice
frutto della testimonianza di un musicista che presta il suo
servizio nelle parrocchie della sua terra, un servizio per il quale
ha sentito il dovere di studiare ed approfondire le proprie
magre competenze, incalzato tante volte dal mio prossimo con
un denso interrogativo a due uscite: “Chi è Bach? E perché è
così importante per te, oggi, nella vita della Chiesa?”.

Con questo secondo lavoro intendo offrire una risposta,


sicuramente non esaustiva, tuttavia – lo spero –accettabile,
unicamente nei termini propri della testimonianza cristiana e
del servizio fraterno, per far incontrare a qualcuno non solo
l'esimio Bach di ieri, ma anche il potenziale, straordinario Bach
di oggi.

125
L’AUTORE

Alessio Cervelli (Poggibonsi, 1984) – Laureato in Lettere


Classiche all’Università di Siena, si è licenziato summa cum
laude in Organo Liturgico all’Istituto Diocesano di Musica
Sacra di Firenze, dove insegna Latino e Musicologia Liturgica.
E’ Maestro di Cappella della Chiesa di S. Bartolomeo Apostolo
ad Ulignano ed Organista Liturgico della Basilica di S.
Lucchese a Poggibonsi.

Pubblicazioni:

Bach: tra amore e fede. Apologia ed esegesi della Grande Fantasia e


Fuga, Edizioni Bonanno, 2013.

Nardo ed Alabastro. Dal “cabaret liturgico” alla Divina Bellezza


nella Liturgia e nella Musica Sacra, Edizioni Lalli 2015, prefazione
di Mons. Nicola Bux. Edizione eBook, Streetlib, agosto 2015.

CD – Workshop Un Giubilo nel Cuore, con il contributo di Leonardo


Agnelli, Elia Mori e Clizia Miglianti, Shelve, febbraio 2015,
realizzato per il Santuario di San Lucchese a Poggibonsi e la
Parrocchia di San Bartolomeo Apostolo ad Ulignano; prefazione di
S. E. Mons. Rodolfo Cetoloni, Vescovo di Grosseto.

Audio CD Un harmonium di campagna, con un contributo di


Leonardo Agnelli, Shelve, agosto 2015, realizzato per la Parrocchia
di San Giovanni Battista a Pievescola.

126
RINGRAZIAMENTI

Ringrazio di cuore il caro amico Giuseppe Colonna che, con


sincerità e schiettezza, ha saputo darmi ottimi consigli perché
questo lavoro avesse un assetto il più adatto possibile a dei
giovani lettori.

La mia sincera gratitudine non può non andare poi al mio


tecnico grafico di fiducia e dilettissimo amico Andrea
Verzeroli, per la pazienza e l'assistenza offertami così
generosamente nella realizzazione del presente lavoro.

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