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Gruppo di studio sul metodo goethiano

Da aprile 2018 a marzo 2020 il gruppo botanico Pigna, coordinato da Silvia Nicolato, ha
organizzato circa 17 incontri a cadenza mensile aperti a pazienti e terapisti interessati (circa
25 persone), presso Aroph Spagiria a Milano. Abbiamo letto e commentato alcuni capitoli di
Introduzioni agli scritti scientifici di Goethe, O.O. n.1 di Rudolf Steiner, con l’ausilio di
osservazioni dirette di piante minerali e ossa...

Il pensiero di Goethe è originale rispetto al suo tempo, perché cerca di sviluppare dei
concetti viventi che possano comprendere il mondo organico.
" Prima di lui, la scienza naturale non conosceva l'essenza dei fenomeni della vita e
studiava gli organismi semplicemente secondo la composizione delle parti e i caratteri
esteriori, come si studiano anche gli oggetti inorganici…" pag. 10 del testo.
A quell’epoca Linneo descriveva le piante nei particolari morfologici, ma non si aveva della
pianta un'idea di insieme, la si considerava con il metodo di studio per il mondo inorganico,
atteggiamento riduzionistico tuttora dominante. Goethe era in stretta relazione con von
Humboldt, viaggiatore e naturalista di fine '700, che aveva costruito tabelle unificanti della
natura, raggruppando la flora e la fauna dei vari continenti secondo l’altitudine. Goethe e von
Humboldt riconoscono l’elemento unitario nel molteplice, ritrovando l’archetipo divino nella
natura. La morfologia comparata consente di cogliere con il pensiero l’elemento ”costante”
nell’evoluzione degli esseri viventi. Anche gli empiristi riconoscono l’evoluzione ma l’affidano
al caso e alla selezione naturale. Alleghiamo capitolo 2 e 7 di Invenzione della natura, le
avventure di von Humboldt, di Andrea Wulf.

Riportiamo negli allegati il Frammento sulla Natura, attribuito a Goethe.

Esperimento di osservazione: come descriviamo l’urto prodotto da due sfere che si


incontrano?
Possiamo prevedere la traiettoria delle sfere grazie agli studi balistici considerando i
parametri: massa, velocità, direzione. Tutto quello che vediamo può essere rappresentato
con dei concetti ed è necessaria una causa esterna che provochi il movimento. Questo
caratterizza il mondo inorganico nel quale vige legittimamente il principio di causalità che,
secondo Goethe, non puó essere esteso al vivente organico, come l’indirizzo riduzionistico
scientifico attuale rischia di fare in modo acritico.
La parola organico, invece, vuol dire in greco strumento, struttura complessa, costituita da
diverse parti. Il mondo organico è attivo, grazie a un principio interno, e porta a
manifestazione forme nuove che si dispiegano nello spazio e nel tempo, metamorfosando.
Se osserviamo la pianta o un organismo vivente, dobbiamo tenere conto delle diverse fasi di
crescita e decrescita in cui avviene l’osservazione. Per avere un'idea complessiva del
fenomeno dobbiamo comparare le diverse forme nel tempo, mantenendole presenti al
pensiero. Ecco che la Morfologia comparativa, oggi pressoché abbandonata nelle scienze
naturali a vantaggio di discipline sempre più analitiche e genetiche, tornerebbe ad essere la
via di conoscenza cardine per il vivente, che non viene “spiegato” da cause, ma ricondotto
nell’osservazione comparativa, rielaborata meditatamente, al suo modello ideale.
Cerchiamo dalle molteplici osservazioni di estrarre l’essenza della pianta attraverso un
"giudizio intuitivo" (vedi allegato), che dalle ripetute osservazioni empiriche ricava il tipo che
le accomuna.
Goethe viene ispirato dallo studio di Spinoza a considerare l'esistenza di un principio divino
unificante ed è il primo a vederlo all’ interno all'organismo. Secondo Spinoza l'ordine e la
connessione delle idee sono identiche all'ordine e alla connessione delle cose, e l’uomo può
accedere al sapere intuitivo, che permette di riconoscere l'essenza divina o idea negli oggetti
di osservazione (vedi allegato relativo al terzo tipo di conoscenza nell’Etica di Spinoza).
Per Kant, che Goethe conobbe ed apprezzò per la sistematica fondazione di un pensare
cosciente, la Natura invece può essere conosciuta soltanto “discorsivamente”, per l’ accordo
del tutto contingente (non “identico” come per Spinoza) dei caratteri della Natura con la
facoltà concettuale del nostro intelletto, che procede dalle parti al tutto, dai particolari
all’insieme. Un ipotetico intelletto intuitivo, presumibilmente divino, che non necessiti di
questo procedere analitico mediante concetti, ma conosca a partire dal Tutto le parti, agli
esseri umani non sarebbe dato (vedi allegati dalla Critica del giudizio).
Il corso della scienza naturale in occidente ha seguito per lo più questo indirizzo,
rinunciando, per così dire, ad una conoscenza ontologica del vivente, come Ente ricco di
Essere, perdendo così di vista il carattere universale ed ideale da cui lo specifico essere di
natura scaturisce, e limitandosi ad una sempre più esatta analisi dei suoi particolari. Questo
ha bensì consentito lo sviluppo di una scienza capace di “manipolare” la Natura,
assimilandola all’elemento inorganico, ma le ha precluso l’accesso al vivente organico, in
costante divenire, il cui continuo mutare “cela” il progetto, il modello originario nelle forme
sensibili, ma lo “svela” all’attività di pensiero.

Goethe ad esempio vede nella foglia l’organo caratteristico che si trasforma nelle varie parti
della pianta seguendo la propria entelechia. L’ entelechia é un concetto aristotelico per cui
ogni essere si sviluppa a partire da una causa finale interna, che determina
l’autoconformazione. La pianta si sviluppa dal seme come dal centro di una circonferenza, la
sua idea è ancora tutta concentrata in un punto. Poi si espande verso la periferia con le
prime foglie basali. Vediamo nella rosetta basale un piccolo specchio lacustre che salendo
poi foglia dopo foglia verso la sommità dove regnano luce, calore ed aria, si asciuga
progressivamente ai margini, sempre più incisi. Dopo la prima espansione, la foglia si
contrae nuovamente nel calice, dove si raduna formando i sepali. Poi si riespande nei petali
irraggiando colori e profumi e si contrae nuovamente negli organi riproduttivi, il filiforme
pistillo e gli stami. A questo punto l'ovario si inturgidisce e forma il frutto, ultima espansione,
che al suo interno contiene il seme, ultima contrazione.
Sono tre contrazioni e tre espansioni, che ritmicamente
“materializzano” la pianta nello spazio e nel tempo. Il divino
è trino: uomo, animale e pianta sono tripartite.
La pianta intera coopera alla sua evoluzione, come un
flusso di forze, un'onda che si espande all'inizio nelle prime
foglie basali rotonde, mentre le apicali, irraggiate di luce si
affusolano in periferia e si espandono vicino allo stelo.
Nella Lapsana communis, erba infestante, si riconoscono
questi processi (vedi figura). Non solo sepali, petali, stami e
frutto sono trasformazioni dell'organo fogliare, ma anche le
foglie si metamorfosano: quelle basali più vicine alla terra
hanno margini arrotondati e piccioli allungati, che
manifestano un impulso a protendersi verso la periferia,
quelle del fusto diventano più frastagliate e complesse,
mentre le foglie apicali appuntite, in cui il picciolo scompare, sembrano ritrarsi dalla luce che
le asciuga e rientrare nel fusto.
Altra immagine suggestiva è quella di vedere la foglia come una membrana, una superficie
che si dispiega a tastare la luce e l'aria: la pianta è una successione di vele che si aprono e
si chiudono. La foglia è a metà tra la pesantezza della terra e il calore arioso del cielo.

La pianta produce una molteplicità di forme e di organi che si esteriorizzano uno dopo l’altro
dispiegandosi nel tempo e nello spazio.
La radice discrimina i sali da assorbire, svolge attività percettiva e tastante, dirigendosi ove è
possibile. La foglia respira, si espande e si contrae, assorbe carbonio e rilascia ossigeno. Il
fiore trasforma gli zuccheri in dolci nettari e oli essenziali e nel frutto si inturgidisce la
succulenta polpa amido/zuccherina
L'animale capovolge questa estrusione di sostanza e la rovescia internalizzandola. La
gastrulazione (principio di cavitazione delle prime fasi dello sviluppo embrionario) con il suo
invaginamento differenzia l'animale dalla pianta che rimane allo stadio di morula (principio di
ripetizione) in continua crescita.
L'animale interiorizza gli organi vegetali e li trasforma in funzioni: percettiva, respiratoria e
digestiva. Riportiamo in allegato un brano tratto dalla Morfologia degli animali di Goethe,
relativo alla tripartizione.
Nel passaggio dalla pianta all'animale opera una spiritualizzazione e smaterializzazione: le
radici diventano funzione percettiva, neurosensoriale.
Tratteniamo le foglie e ne facciamo branchie respiranti negli animali inferiori e poi albero
polmonare.
Trasformiamo fiori e frutti profumati in organi che nel ventre cuociono e trasformano la
sostanza. L'interiorizzazione delle forme spaziali esterne della pianta consente all'animale e
all'uomo di muoversi liberamente e di non essere incatenati alla terra.
La forma del corpo animale è espressione del massimo adattamento all'ambiente, grazie alla
percezione che l’animale ha di questo, nella propria interiorità “svuotata”.
La forma del pesce viene modellata dall'acqua, quella dell'uccello dall’aria e quella del
verme della terra.
L’essere umano raddrizza l’orizzontale-animale al verticale e appiattisce l’antero-posteriore
che prima era rivolto verso la terra.
Goethe era convinto dell'esistenza dell’osso intermascellare -osso intermedio tra le due ossa
mascellari superiori- anche nell’uomo, perché partiva dalla concezione che le ossa dell’uomo
e dell'animale fossero le stesse. Infatti riuscì a dimostrarne la presenza nelle prime fasi
dell’embrione umano, poi dopo la nascita, l'osso intermascellare va incontro a regressione
(vedi Saggio di osteologia comparata di Goethe, allegato).
Nel processo evolutivo verso l’uomo, oltre alla scomparsa dell’osso intermascellare, la
mascella e la mandibola, con le rispettive dentature, diventano meno prominenti. L’uomo
ritrae dentro di sé artigli e pelliccia. Perde le robuste chele e tutti i diversi arti e corna che
potevano connettersi all’ambiente come strumenti di aggressione e lavoro, ma riunisce nei
lobi frontali le percezioni provenienti dagli altri lobi, creando dietro la fronte una zona di
connessione sopra il massiccio facciale, che con i suoi fori percepisce il mondo esterno
attraverso i nervi cranici.
Possiamo rendercene conto osservando l’espansione della volta cranica che si chiude
ossificandosi del tutto nel bambino di due/tre anni, che inguaina i nervi nella mielina e inizia
a consentire la connessione delle percezioni, a formare pensieri e a parlare.
Lo scheletro umano può essere suddiviso nella zona del capo sferico, nel torace con
vertebre e costole, nel bacino costituito dalle due ossa iliache e dal sacro, in intima
connessione con le ossa femorali. Nel testo L.F.C. Mees I Segreti dello scheletro forma in
metamorfosi (alleghiamo parte del capitolo 3) viene evidenziata la polarità tra la forma
sferica e chiusa della testa e la radialità degli arti. Il torace é la zona ritmica intermedia, che
ha un gesto di chiusura nella parte alta per poi aprirsi in basso con le ultime costole
fluttuanti.
La testa é il polo della quiete dove regna il freddo pensiero, gli arti costituiscono il polo del
movimento, dove la volontà si esprime in caldi gesti e azioni.
Là dove la quiete incontra il movimento nasce il ritmo delle costole, sotteso al ritmo
cardio-circolatorio.
Alleghiamo il capitolo Esempio di una metamorfosi: l'idea di Goethe della natura vertebrale
delle ossa del cranio dal testo Metamorphose di Suchantke, come aggiornamento e
approfondimento delle idee di Goethe.

RIFLESSIONI DI SILVIA NICOLATO SUL PERCORSO


GOETHEANISTICO

Differenza tra organico e inorganico 6/4/2019


L’idea dell’organismo si fa in senso inverso a quella dell’inorganico/meccanico.
Come quest’ultimo è il cadavere/ l’effetto morto dell’organismo, così l’organismo è quel tutto,
quell’unità da cui si originarono le “disanimate membra” del minerale/inorganico/meccanico
(catene montuose, mondo minerale).
Così la terra e con essa le piante d’inverno e il tronco, i rami sono immagine spoglia nuda e
disanimata/desolata, abbandonata dallo spirito celeste.
Ma lo sposo celeste è il raggio che la riscalda e rianima, lo sguardo onniveggente solare,
ossia l’idea che di essa il sole si fa, il progetto creativo delle infinite piante, degli infiniti
animali e degli infiniti individui uomo. La mente divina - di cui, come dice Spinoza, noi siamo
parte - trae queste idee, questi archetipi dall’informe “argilla” del decomposto cadavere di
questi infiniti esseri viventi stessi, che è la terra.
Tutto torna polvere, cenere, deserto sulla terra. Ma è appunto qui, in questo “aspro diserto”,
che noi ci aggiriamo, studiandone a tutta prima le leggi con il nostro intelletto (Verstand)
sulla base di una osservazione che tutto sintetizza, raccoglie, somma nel concetto.
Già questo modo di procedere è un primo tentativo (post-rinascimentale occidentale) di
riunificare le “disanimate membra” che ha creato poi la macchina che ci “serve” fedelmente,
sempre uguale a se stessa, non fosse per l’usura cui tutto sulla terra soggiace.
L’elemento meccanico, cui potremmo aggiungere il chimico-elettrico-elettronico, è quello che
intellettualmente concettualizziamo dall’inorganico/cadavere/divenuto stabile/morto che
ci circonda sulla terra.
Di esso noi facciamo il nostro fedele servo tecnologico e da Occidente, dalla brumosa
Inghilterra di Hume e Bacone, inondiamo oggi il globo.
La conoscenza del vivente sfugge al nostro intelletto ben concettualizzato occidentale, ed
ormai impallidisce nelle dottrine tradizionali orientali, dove si parli di meridiani energetici o di
chakra o pitta, residui di un’antica chiaroveggenza atavica ben custodita fino ad oggi, ma
ormai inaccessibile al nostro intelletto indurito, come l’antica Scolastica.
La via goethiana di tirocinio della Ragione (Vernunft) vuole ricondurci all’unità ideale del
vivente mediante la sintesi di una osservazione certosina delle infinite metamorfosi delle
forme, continuamente comparate, con una capacità intuitiva di scorgere in esse l’intenzione
che il divenire, il dispiegamento delle membra che si susseguono ordinatamente, cela.
L’intento creativo che le anima alla ripetizione sempre nuova e varia, ma esatta, delle loro
fasi di crescita e decrescita, comparsa, sviluppo, riproduzione e decadenza.
Così l’elemento individualizzante le specie vegetali, la tassonomia, con la loro puntuale
ripetizione di foglie/fiori/frutti/ semi, di specie animali, con i loro gesti tipici espressi nelle
forme stesse delle loro membra, diviene nell’animale specie, nell’essere umano finalmente
l’elemento fisiognomico dominante del singolo essere, conformandone ogni parte ad una
superiore unità: l’individuo umano corrisponde ad un’intera specie animale.
Ciò che è adombrato nella bellezza e compiutezza del fiore, diviene nell’essere umano
quella” causa individuationis” che lo compenetra progressivamente dalla nascita in poi
attraverso la circolazione sanguigna, veicolo dello specifico calore umano attraverso cui egli
”cuoce” la sostanza del suo stesso corpo fisico, riconducendola a sé.
L’idea “intuitiva” del vivente è quindi quella unità individuante cui anela, tende con tutte le
sue membra, in sostanza la sua stessa appartenenza all’elemento divino onnicreante che
attraverso quell’essere vivente, per quanto oscuro, evolve incessantemente attraverso
molteplici forme vegetali infinitamente ripetentesi, multiformi specie animali, tipiche del loro
ambiente, ed innumerevoli individui che di questo “aspro diserto”-anche intellettuale- ,
intendono fare un giardino vivente, anelando incessantemente a ritornarvi come nel paradiso
terrestre e sopportandone, cristianamente, la piena inattualità. Compito dell’essere umano
individuale è perciò completare l’opera della natura, non manipolarla o sfruttarla, ma portarla
a compimento attraverso la libera donazione del proprio individuale percorso con essa.

Urpflanze-Tipo animale
Nella radice la pianta percepisce il terreno aderendovi completamente ed indirizzandosi
verso la gravità salina da cui sugge selettivamente i sali più adatti alla sua crescita,
radicandosi percettivamente nel mondo esterno terrestre.
La conseguenza di ciò è l'indurimento fino al legno, ben più duro del tronco, e sul piano
organolettico l’amarezza. Essa assume massimamente la salinità amara della terra cui si
adatta, dirigendosi al suo centro buio e pesante.
La foglia invece respira alterna nell’aria sempre più luminosa dove apre le sue lamine sottili
lasciando asciugare le sue linfe che verdeggiano ad ogni diurno giro solare. Tutto nella sua
dinamica è alternanza e ritmo di espansione e contrazione, di amaro-salino e dolce-floreale,
di acido verde/giallo primaverile e basico verde/viola più estivo - autunnale.
Essa trasforma continuamente le proprie linfe liquide con l’aria che la compenetra e la
respira. La foglia è risucchiata dalla calda periferia luminosa celeste che la inspira a sé, e poi
la lascia, la espira la notte verso il centro.
Il fiore-frutto si condensa, fonde nella cottura solare dove asciuga le linfe a leggero polline e
sublima gli acidi ancora ricchi di ossigeno ad alcoli leggeri ed idrogenati, ad eteri e terpeni
aromatici degli olii essenziali volatili. Nell’espansione dei petali colorati il trionfo della luce
che dardeggia nella forma aperta giallo/arancio nelle composite, che si richiude ed
interiorizza nel blu/viola delle campanule, nell’aquilegia, nel colchico autunnale.
Il frutto-seme completa la trasformazione della sostanza a zuccheri, amidi, tracce proteiche
fino a piena maturità e contrae massimamente nel punto/seme le dispiegate e varie membra
precedenti, ormai combuste e quasi cenere. Entrando nel peso, subisce alla fine le forze
fisiche della gravità e cade a terra.

Nell’animale tutto questo gioco di alterni influssi terrestri/celesti viene interiorizzato (pagina
81 da O.O. n. 1) viene ora determinato dall’interno e quello che nella pianta è forma
esteriore, dominata dall’ambiente esterno, nell’animale si fa funzione, al servizio del tipo.
Così se il tipo animale è sostanzialmente capo/torace/addome abbiamo che:
nel capo viene percepito ed analizzato in modo sempre più fine e discriminato man mano
che si sale nella scala evolutiva, tutto ciò che è esterno e terrestre. In esso la sostanza si
indurisce e mineralizza massimamente sia nella formazione dell’osso esterno che nella fine
funzione mineralizzante del nervo/radice che si attorce su se stesso verso un centro tutto
interno che diviene il cervello, sempre più complesso man mano che saliamo nella scala
evolutiva. In esso l’animale atterra e si radica nel suo ambiente esterno, intento a “suggere”
dall’organismo interno quanto gli serve per crescere e vivere nel buio chiuso freddo dell’osso
cranico.
Nel torace inizia ad aprirsi la sostanza/linfa/sangue circolatoria all’aria illuminata esterna in
una alterna respirazione che “roseggia” attraverso il ferro (animali superiori) tutto
l'organismo. Nel torace il principio ritmico e polare si fa ripetizione di costole e muscoli,
vertebre e nervi intercostali. Tutto viene ripetuto ritmicamente in una vitalità inesausta. Esso
è il principio risanatore, nel senso che conguaglia ad ogni respiro, ad ogni battito le
unilateralità dell’addome e del capo vivficando, ossigenando.
Nell’addome la sostanza viene “cotta” nel calore metabolico e giunge ad una completa
dissoluzione, che possiamo scorgere nell’escrezione sia fecale che urinaria. Nelle gonadi si
forma intanto quel seme-uovo che nella sintesi alchemica dell’intero organismo, nella
fusione massima dei suoi caratteri, darà vita ad un nuovo essere, ma progressivamente
sempre più dall’interno (mammiferi).
Ecco che radice/foglia/fiore/frutto divengono nell’animale percezione, respirazione,
riproduzione.

Il Tipo 3/2/2020 (O.O. n.1 pagine 83-84)


“Con queste idee, Goethe ha fondato le basi teoretiche per la scienza organica. Ha trovato
l’essenza dell’organismo. Si può facilmente disconoscerlo se si pretende che il tipo, quel
principio formatore dall’interno per forza propria (entelechia), debba essere spiegato per
mezzo di qualche altra cosa. Ma questa è un’esigenza infondata, perché il tipo, fissato in
forma intuitiva, spiega se stesso. Per chiunque abbia compreso quel “formarsi da sé per
forza propria” del principio dell’entelechia, questo rappresenta la soluzione del problema
della vita. Un’altra soluzione non è possibile, perché questa è l’essenza della cosa stessa.
Mentre il darwinismo deve presupporre un organismo primordiale, si può dire di Goethe che
egli ha scoperto l’essenza di quell’organismo primordiale. Goethe è quello che la ruppe col
semplice allineamento di generi e specie l’uno accanto all’altro, ed intraprese la
rigenerazione della scienza organica in base all’essenza dell’organismo. Mentre la
sistematica pre-goethiana necessitava di altrettanti concetti (idee) per quanti diversi generi
esistevano esteriormente, tra i quali non trovava nessun legame, Goethe chiarì che,
secondo l’idea, tutti gli organismi sono uguali, e che differiscono solo fenomenicamente; e
ne spiegò la ragione. Così era creata la base filosofica per un fine sistema scientifico degli
organismi”.
L’attività intuitiva che riconosce l’intima veridicità del tipo è una facoltà mentale che mira
all'essenziale, all'essenza, ossia rispetto alla ricchezza e multiformità del fenomenico
(vegetale o animale che sia) non vi si perde in un tentativo di distinguere e concettualizzare
le differenze, ma insegue l’unità che tutte queste differenze sottende.
Coltivare in sé questa facoltà significa rinunciare progressivamente a possedere concetti
allineati in un ordinato schedario mentale, per abbracciare la apparentemente povera, ma in
realtà più ricca, via della totalità spirituale, che si veste via via di questo o quel fenomeno. La
via della pianta originaria è una via meditativa che dal comparare il multiforme estrae il
costante, l’immutabile, in sostanza il durevole/eterno che si incarna via via nel transeunte.

Metodo goethiano 19/2/20 (O.O. n.1 pagina 49)


Osservare l’oggetto dissolvendo il proprio spirito nella cosa stessa.
“Le teorie di Goethe non ci appaiono come se uno spirito le astraesse, bensì come se
formassero gli oggetti stessi in uno spirito che durante l’osservazione dissolvesse se
stesso.”
Al contrario la scienza sperimentale analitica deve uccidere il vivente per conoscerlo in
concetti astratti. In Goethe regna un pensare artistico creativo.

La Metamorfosi dello Scheletro (L’essere umano come evoluzione del tipo)

Se abbiamo visto il processo radicale vegetale “radicarsi” nel proprio ambiente mediante la
fine percezione del mondo esterno, capace di distinguere di quali nutrienti appropriarsi per
conformare l’intera pianta, nell’animale corrispondentemente osserviamo l’indurimento
minerale terrestre come formazione del capo, come luogo di massima “elaborazione” delle
informazioni del mondo esterno, che dirige l’intero organismo nel conformarlo ad un
determinato ambiente/scopo.
In corrispondenza al vegetare/respirare ritmicamente ripetuto fogliare, nell’animale abbiamo
l’ispirazione/espirazione, la sistole e diastole del pulsare ritmico e alterno dei liquido/gassosi
scambi a formare l’albero respiratorio e circolatorio, il mantice polmonare con le sue
corde/coste che vibrano al vento del respiro. Abbiamo cioè il torace.
Nel processo digestivo dell’addome tutto viene fuso e trasformato nella massima
interiorizzazione di organi cavi e molli che tutto dissolvono e caotizzano nella veloce
replicazione cellulare fino alla vera e propria riproduzione del seme che prolunga, irradia la
vita fuori di sé, nell’ininterrotta generazione.
L’essere umano ”raddrizza” l’orizzontalità animale a verticalità, liberando gli arti superiori e
frontalizzando il “ muso” animale sporgente nel massiccio facciale, sottraendo al peso quel
che prima soggiaceva ad esso ed appesantiva le mandibole/mascelle.
Tutto ciò che evolve verso l’umano, anche l’osso intermascellare che nell’animale
caratterizza il muso, viene mantenuto a livello embrionario, ma trattenuto ed involuto nel
corso della crescita già in utero: si riduce così la mandibola e con essa la dentatura, mentre
si riassorbe ed atrofizza nella mascella, tra le ossa palatine, l’osso intermascellare.
Si retraggono gli artigli, le corna, le zampe e cadono i peli e tutte le pellicce dei più vari colori
che rivestivano l’animale, in una inerme nudità del cucciolo uomo, che ha un’unica arma: la
connessione di tutte le percezioni nei lobi frontali - la corticalizzazione estrema che
caratterizza l’homo sapiens. Attorno al cervello il gesto osseo del cranio che lo racchiude e
riceve dai nervi cranici, attraverso differenti fori/fessure le percezioni
visivo/uditivo/olfattivo/gustative dal mondo esterno, sotto l’incurvarsi della volta cranica,
evidente nel bambino intorno al terzo anno dove si sviluppa massimamente il lobo frontale,
luogo di connessione e rielaborazione del percepito.
Nella zona mediana assistiamo all’appiattirsi del torace sul piano antero-posteriore, dove
vibrano le corde costali sulla cassa dello sterno, trattenute dietro dagli “snodi” vertebrali ed
abbracciate dalle ali scapolari, “inchiavate” alle braccia. Il torace è il luogo di transizione tra
il fisso/statico e compatto cranio, attraverso le prime coste fisse fino all'aprirsi delle ultime
coste “fluttuanti” sul cavo addome.
Concave ed aperte, in contrappunto alla chiusa convessità del capo, stanno le ali iliache che
abbracciano da dietro il bacino, quel luogo “ lacustre” di organi liquido/molli ivi contenuti.
Nella verticalità della stazione eretta “cresce” la radialità delle ossa lunghe degli arti, pure
linee di forza che irraggiano dai due cingoli: in alto quello scapolare articola il libero gioco
delle braccia, in basso quello pelvico è sostenuto dalle colonne delle gambe. Anche per le
ossa lunghe vige la tripartizione di omero/radio-ulna/falangi e femore/tibia-perone/falangi.
Nell’addome e più ancora nelle membra tutto quanto era prima separato e chiuso nel capo
per consentire l’alterità, la fine differenziazione percettiva di un mondo esterno “spiato” dalle
fessure facciali, ognuna con uno specifico paio di nervi, si fonde ora nel basso
progressivamente “ad unum” nel cavo addome/bacino, luogo dove la sostanza è cotta ed
assimilata fino a farne sangue proprio, proprio uovo/seme, nell’intimità del proprio essere
individuale unitario. Esso trae dal sangue elaborato dalla digestione ed “umanizzato” da
tutti gli organi interni gli impulsi muscolari all’azione, irradiata nel mondo esterno attraverso
gli arti, attraverso le ossa lunghe.
Tra le due polarità del capo e dell’addome con le membra, la gamma modulata delle coste,
degli alterni moti di risacca di respiro e circolo nel torace, ora resi più celeri dagli impulsi
sanguigni delle membra, ora rallentati dal riflettere luminoso del capo, che l’azione ha da
inserire nel mondo esterno.
Nell’uomo l’animale è superato nella misura in cui le diverse specializzazioni “ istintuali”,
evidenti nelle sue molteplici forme, sono trattenute e superate nella sua forma neotenica
(embrionaria).
Attraverso la stazione eretta si erge nella leggerezza del capo, sottratto al peso, insieme al
cingolo scapolare ed alle braccia, nella verticalizzazione del femore che sostiene dal basso i
ventagli/ali aperte del bacino, che espone l’addome frontalmente, non più verso la terra.
L’esilità e l’inermità, la leggerezza di tutta la struttura, ne caratterizzano l’apertura e
l’interrelazione col mondo: un essere che sta in piedi e “si porta in giro” in fragile equilibrio, a
lungo dipendente ed indeterminato, ancora embrionario (neotenia), non finito. È il ponte tra
la pesantezza animale ed il suo superamento spirituale: un fardello lieve che flettendosi ed
articolandosi sui più diversi piani consente il progressivo trapasso dal pesante e terrestre
animale all’incompiuto essere in bilico tra cielo e terra che “ sfrangia” liberamente le sue
azioni in radialità divergenti verso il suo futuro.

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