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Vittorino Andreoli PRINCIPIA “Avvenire” 10.09.

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(32) Non esistono i quasi uomini

«Ritengo che i principi, o almeno alcuni di essi, non solo siano sostenibili, ma debbano essere
sostenuti senza incertezze. Questo non sulla base di quella elementarità propria dei postulati
matematici, ma grazie alla storia, ossia all’esperienza di generazioni e di civiltà che in ragione della
loro concretezza non sono discutibili. Se peraltro lo si facesse, si finirebbe forse per affossarli
razionalmente, ma insieme – paradossalmente – per confermarli, poiché senza di essi cade tutto».

1- Mi assale il dubbio di essere io stesso parte della società del presente, che si ritrova persa
fra le macerie dei propri riferimenti
2- Avverto l’incapacità di definire i principi, ho persino paura a farlo, appena cerco di
fondarne una legittimazione non discutibile
3- Avendo lavorato in manicomio, rimango sbalordito quando penso a come mi apparisse
normale tenere i malati in quella condizione
4- Ho persino il sospetto che pensassimo che gli schizofrenici non fossero uomini, che i
depressi gravi non fossero esseri utili

Il nostro sguardo è rivolto sul mondo contemporaneo, sul tempo che scorre sotto i nostri occhi, per
cercare di capire i princìpi in base ai quali esso si svolge, quanto sopravvive dei princìpi del passato
e quali siano gli eventuali nuovi princìpi che vanno emergendo.
Non mi fingo sorpreso, come se osservassi il mondo per la prima volta, “sub specie principiorum”,
dal momento che fin dall’inizio di questo viaggio ho avvertito la sensazione che nel nostro tempo,
sia nell’individuo sia in seno alle comunità, sia andata perduta, oltre ai contenuti, persino la
categoria interpretativa in grado di raccogliere questa o quella regola dell’individualità e dello stare
insieme.
La visione tragica dell’agonia e della morte dei princìpi mi appare come un campo di battaglia dove
mi muovo in un’alba livida per contare morti e feriti.
Dobbiamo però andare oltre l’analisi storica che ha mostrato la costruzione e poi la crisi dei
princìpi, quando – tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento – ha preso avvio una
caduta che si è sempre più aggravata, fino ai nostri giorni.
Siamo rimasti con l’impressione che ci sia ormai ben poco da scavare, e altro non ci resta che
cominciare a ricostruire sulle macerie del passato. Se anche non si trattasse di una ricostruzione vera
e propria, sarà magari una costruzione nuova, fondata sulla convinzione che senza princìpi una
società non si differenzia sostanzialmente da un’imbarcazione priva di strumenti di bordo, sperduta
in pieno oceano durante una tempesta, in balìa di un vento che può capovolgerla in ogni istante.
Passeremo allora ad esaminare da una nuova prospettiva i princìpi e, attraverso questi, l’anatomia
della nostra società, senza tuttavia che si dissolva per ora la sensazione di eseguire per lo più
un’autopsia, quasi che il soggetto che abbiamo di fronte sia morto o in via di estinzione, oppure si
trovi in coma profondo, o forse ancora in condizione di morte cerebrale, con un
elettroencefalogramma piatto: un corpo tenuto in vita artificiosamente da una macchina.

FONDAMENTI
Prima di parlare dei princìpi, è opportuno chiederci su quali fondamenti sia possibile distinguere un
princìpio da qualcosa che appare tale, ma non ne ha la dignità.
Del resto, nel corso del nostro viaggio dentro la storia, sia dei princìpi di natura, sia di quelli del
singolo e delle diverse comunità (visti in questo caso come storia del diritto e della politica, la
polis), non ci siamo in realtà mai attardati a tracciare definizioni minuziose o ad aggiungere chiose,
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perché ci sembrava che la storia con il suo svolgimento avrebbe da sola fornito informazioni anche
a questo proposito, così come il susseguirsi delle vicende avrebbe reso evidente che qualsiasi
definizione teorica potrebbe essere vanificata o relativizzata. Ne conseguiva cioè l’inutilità di voler
fissare un mondo ideale, quando il divenire storico si rivela inarrestabile, con la tristezza di
riscontrare la ripetitività e magari la riproposizione di dimenticanze o stravolgimenti di princìpi già
incontrati in precedenza.

DIMOSTRABILITÀ
Il primo punto da chiarire riguarda proprio il rapporto tra principio e ragione. Crediamo che i
princìpi non possano essere dimostrati in base a criteri esclusivamente razionali; del resto la stessa
matematica, che è una sorta di ragione pura applicata – almeno così è stata vista a partire dal
Seicento –, è ricorsa ad assiomi e postulati come base di principi e di teoremi, che proprio per
questo si fondavano su un elemento indimostrabile pur chiaro e anzi evidente. Gli assiomi sono
evidenti: non si possono dimostrare, e non devono esserlo.
Credo che anche i princìpi (o almeno i princìpi primi) siano indimostrabili, seppure l’evidenza che li
caratterizza toglie ogni dubbio circa la loro plausibilità. Una posizione questa che non è tuttavia
accettata universalmente: persino i princìpi che affermano l’esistenza del mondo in cui noi ci
troviamo ad essere, costituiscono talora un argomento così complesso che molti sono giunti a
negarne il valore o, perlomeno, li hanno ridotti al rango di una rappresentazione di qualcosa che noi
chiamiamo mondo, su cui non è dato però di farsi una conoscenza precisa.
Non voglio – attenzione bene – tornare su un cammino già percorso, mi interessa solo far presente
che anche l’evidenza può divenire problematica, e dunque tutt’altro che evidente.
Riteniamo invece che i principi (o almeno alcuni di essi) siano sostenibili e che appaiano anzi
da sostenere senza incertezze, non sulla base della elementarità propria degli assiomi o dei
postulati matematici, ma grazie alla storia.
Ossia all’esperienza di generazioni e di civiltà che in ragione della loro concretezza non sono
discutibili. Se peraltro lo si facesse, si finirebbe forse per affossarli razionalmente, ma tuttavia
anche – e paradossalmente – per confermarli, poiché senza di essi cade tutto.
Risalta così l’attualità dell’affermazione di sant’Agostino su cosa sia il tempo: «Lo so, se nessuno
me lo chiede, e non lo so, se mi si chiede di definirlo». Forse questa sentenza può essere presa come
percezione basilare di un principio, del sapere cosa sia, ma del non saper darne spiegazione.
Rimane l’esigenza, se vogliamo fondare una comunità o anche solo limitarci a pensare a una vita
solitaria, di affermare alcuni principi da porre alla base del nostro vivere. Da questo momento ci
occuperemo dell’uomo, della società attuale, del modo in cui consumiamo l’esistenza e dell’affanno
che essa comporta.

RISPETTO DELLA VITA UMANA


Se non ci fosse la vita umana, non ci potremmo interrogare sul senso della vita e su come potrebbe
l’uomo vivere meglio e consumare il tempo in modo diverso (e migliore) da quello attuale.
Data la vita dell’uomo, noi affermiamo – spero tutti: e già questo pone un tema angosciante, poiché
se un principio non è riconosciuto universalmente, significa che non è indiscutibile né evidente –
che essa va rispettata incondizionatamente, perché un principio vale per sempre, almeno a partire
dal momento in cui lo si pone.
Il principio del rispetto della vita umana è dimostrabile? È discutibile? È perfezionabile? No:
è una sorta di principio primo, di cui non è ammesso dubitare. Un tempo si sarebbe detto che
«è un principio di natura».
E se la natura è una creazione di Dio, ciò che essa esprime è assolutamente indiscutibile. Se però la
natura è tutt’altro che un hortus conclausus, e anzi si modifica nella storia, finisce col perdere la
legittimità di riferimento assoluto, diventando relativa, e quindi ritorna dentro la realtà con tutti i
dubbi sulla sua realtà medesima (gioco di parole che rende il paradosso).

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Il rispetto della vita è per me principio indiscutibile, che tale forse è diventato o tornato ad esserlo,
poiché sappiamo di società (e non è affatto necessario risalire a quelle primitive) in cui non era così;
in certi villaggi africani vigevano regole in base alle quali il decimo figlio veniva sempre
sacrificato, mentre in altre culture la vita degli uomini era offerta in dono, quale sacrificio cruento a
Dio. E dunque tale principio appare tutt’altro che rispettato nel senso da noi oggi inteso.
Se è un principio primo, allora lo è sempre, senza eccezione: non è possibile, ad esempio,
sacrificarlo in guerra, per le decisioni dei potenti di turno; come non è possibile uccidere in forza di
una legge e di una giustizia che decretino la pena di morte.

EVIDENZA O IMPOSIZIONE?
Sento che è faticoso ammettere dei princìpi: una discussione è sempre possibile, ma se si apre la
porta a questa eventualità, si finisce per non poter affermare alcun principio o per ammettere che
principio è qualsiasi cosa, e che l’unico modo per affermarlo è un’imposizione e un’obbligatorietà
che giunge fino a sanzioni drastiche, inclusa la morte. Si approda così al paradosso di un principio
di rispetto per la vita, fatto valere anche a costo di uccidere.
Io credo all’esistenza di princìpi che si affermano di per sé e non perché qualche autorità li sancisce,
li rende generali e obbligatori.
In altre parole, voglio credere (sperando contro ogni speranza) che i principi fondamentali si
reggano perché si legano all’uomo e alla vita umana, e non perché un potente dice di seguire
questo o quello, e impone sanzioni a garanzia che quel particolare principio venga seguito.
C’è un principio che esiste perché esiste la vita umana?
Se sì, non può che essere quello di rispettare la vita umana: un principio di conservazione
espressivo del fatto che l’uomo c’è e che potrebbe anche non esserci. Per il fatto di esserci tuttavia,
deve esistere qualche cosa che lo garantisca e lo protegga.
Ma tutto questo ragionare, che rischia di suonare come una mera teorizzazione, potrebbe infastidire,
mentre desidererei solo poter enunciare che il principio primo della vita umana è difenderla e
garantirla, renderla possibile, impedire che sia negata.
È, questa, una deduzione, un’induzione, una tautologia: che cos’è? È un principio?

OLTRE LA LOGICA
Un principio dovrebbe valere anche se razionalmente apparisse come non-logico, e anche se
mostrasse di non essere utile, nel senso di non recar vantaggio ad alcuno.
Domanda: ma non potrebbe essere semplicemente vantaggioso agli effetti della vita? Ragioniamo:
se la popolazione del mondo arrivasse a 12 miliardi di esseri umani, ciò rappresenterebbe – a
giudizio di taluni – una catastrofe e dunque dovremmo impedire la vita per poter vivere. Non si
tratta di una posizione di fantasia ma di una tesi malthusiana, rielaborata nei decenni scorsi dal Club
di Roma di Aurelio Peccei, tenendo conto del limite delle risorse disponibili.
Il rispetto della vita sarebbe dunque un principio con un campo di validità circoscritto? Se la
popolazione mondiale rimane entro il limite di 6 miliardi di individui, allora si può – anzi, si deve –
rispettare la vita; se lo si supera, si deve poter eliminare gli eccedenti per permettere a chi vive di
continuare a vivere.
Al che, la mia considerazione iniziale, per cui, data la vita umana, il principio essenziale o primo è
quello di rispettarla, sembra ammettere la possibilità di ammazzare, una volta superati i 6 miliardi di
esseri umani.
In questo caso, il principio diventerebbe però "di convenienza" e io non lo accetto, o almeno è
difficile che venga accettato da tutti.
In altre parole, un principio primo deve valere per tutti (e non importa il motivo per il quale viene
accettato), importante è che tutti di fatto lo rispettino.
Ma anche in questo caso c’è un rischio: potrebbe trattarsi infatti di una manipolazione collettiva del
pensiero, di una follia di massa, di un delirio comune...

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BENE COME FONDAMENTO
Meglio allora fondare un principio sulla certezza che sia buono.
Ma questo lascia spazio all’ipotesi che esistano dei princìpi del male, anzi che lo stesso male diventi
principio in grado di impedire al bene di affermarsi: il bene è che la vita sia rispettata, e ha torto il
male, che invece vuole sopprimerla. Esiste dunque il principio del bene e del male e poi, solo dopo,
tutto il resto.
Con ciò ci addentriamo nella storia del bene e del male, e del male che può diventare bene.
La schiavitù, ammessa da Platone, da Aristotele e persino dalla Chiesa dei primi secoli, è ora
avvertita come cosa nefanda – come male – che va contro i diritti della libertà.
Ma quale libertà? Il Grande Inquisitore nei Fratelli Karamazov, nel suo incontro con Cristo
tornato sulla terra, sostiene che l’uomo non vuole la libertà e quindi vi rinuncia liberamente
per un tozzo di pane e per un padrone a cui ubbidire.
La libertà, dunque, è un principio primo o dipende dalle condizioni storiche?
Il bambino non può essere libero, perché la libertà potrebbe costargli addirittura la vita, non
sapendo egli valutare i rischi; e dunque la libertà va valutata attentamente e risulta un’acquisizione
compatibile soltanto con alcune fasi della vita e presso determinati popoli, ma non tutti, non certo
per quelli violenti che potrebbero considerare libertà la stessa voglia di ammazzare.

BISOGNO DI CREDERVI
Mi pare di poter dire che i princìpi non si dimostrano, non devono nemmeno essere posti in
discussione: semplicemente "bisogna" credervi. Ecco il credo che vale, anche se assurdo: lo diceva
in altro contesto Tertulliano, e altri prima di lui.
Quello della vita umana è un principio perché lo credo, e il credere più che una dimostrazione di
tipo universale, è una certezza "per me". Di conseguenza, il principio "primordiale" circa la vita
umana è prima di tutto credere in essa, e ciò ne rappresenta la caratteristica peculiare. Se non credi,
non sei in vita, ma semmai in pericolo di vita, e non sei neppure uomo. Ciò che distingue la vita
umana dalla vita in generale è proprio il credervi.

VITA UMANA O SEMPLICEMENTE VITA?


Si apre qui un’altra questione: abbiamo accostato l’aggettivo "umana" al termine "vita", ma allora
perché non lasciamo solo vita e diciamo semplicemente "il rispetto della vita è principio primo
assoluto"?
Se così fosse, dovrei abbracciare il giainismo, e quindi respirare solo usando filtri che mi
impediscano di ammazzare i microrganismi presenti nell’aria; ma adesso ne sono stati scoperti di
così ultramicroscopici che, per impedire loro di entrare nelle mie vie respiratorie, dovrei mettere un
filtro che non lascerebbe passare nemmeno l’aria; dovrei cioè morire, perché altre forme di vita
possano sopravvivere. Diverrebbe persino vergognoso raccogliere fondi per condurre ricerche sul
cancro, almeno nei casi in cui lo sappiamo causato da microrganismi o da virus attivi (cioè in vita).
Senza contare che il filetto di manzo è tagliato da un animale macellato, che i polli sono generati
per essere ammazzati, e che il culatello è un residuo di ammazzamento di un bel maiale che in certe
zone d’Italia sanno "sadicamente" allevare in maniera così sontuosa da poterne vendere poi la carne
a prezzi sfrenati.
Continuiamo: come potrei abbattere un pitbull che ha aggredito un bambino? In base a quale
criterio potrei scegliere tra la vita dell’uno o dell’altro? E poi perché non lasciare decidere alla
natura e rispettare i diritti del pitbull e di quell’imbecille del suo proprietario che si sente così forte,
al di sopra di tutti, da permettersi di far aggredire dal suo cane chiunque lo contrasti?
No, signori, devo decidere. Scelgo la vita umana e la differenzio in maniera totale: quella umana va
rispettata, l’altra non importa, o quanto meno si può ragionare. Di conseguenza, si potrebbe
smetterla di elevare alti lai a favore della foca monaca, dell’orso bianco, o per la sorte degli animali
da pelliccia, mentre, quando si va a caccia, si ammazzano i conigli o le volpi per puro divertimento,
facendo credere agli inglesi, che sono alla fame, di possedere ancora un British Empire.

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Insomma, piantiamola una volta per tutte: il principio di cui qui si parla riguarda la vita umana, e
non i ragni e nemmeno i koala.

QUASI UOMINI
Al contempo, la si dovrebbe smettere di discutere sul rispetto – rispetto sempre e comunque – anche
nei confronti di quel bruto che abbia violentato un intero asilo nido. È una vita umana e anche per
lui vale il principio generale: deve essere rispettato, ma intendiamoci bene, di un rispetto umano.
Perché se cominciamo a interrogarci sui limiti del rispetto e giungiamo al principio del rispetto
proporzionale al comportamento manifestato, e quindi a distinguerne uno come espressione di
altruismo estremo e l’altro di violenza sanguinaria, si mette tutto in discussione.
Dunque il principio è che la vita umana va rispettata sempre e comunque. E piantiamola di
discuterne, di sollevare dubbi. È così, in tutta evidenza, e basta. Si tratta di un principio
primo, di quelli fondamentali che sono fuori mischia, e se uno li mette in discussione non è
uomo!
Con ciò non mi sono perso nella fantasia dei pensieri e nella banalità, non ci siamo nemmeno tanto
allontanati dalla storia recente: gli ebrei hanno evidentemente una fisionomica umana che tale, ad
un certo punto, non è parsa agli occhi razzisti di Hitler, che ammirava gli atleti prussiani biondi, dai
bei glutei scultorei.
E quindi diciamo che il principio primo vale per gli uomini e, se qualcuno non lo accetta, non è
uomo; del resto molti appartenenti alle caste superiori giapponesi venivano considerati "intoccabili"
perché non erano uomini pur sembrando tali.

PRINCIPI E STORIA
I princìpi – siano pure essenziali, o primi come s’è detto – risentono del tempo e sono in qualche
modo legati all’evoluzione storica, al grado di sensibilità degli uomini di un determinato periodo,
sono cioè storicamente determinati. Non dirò che sono veri solo e unicamente "per quel certo
momento storico", ma ci sono consapevolezze che hanno conosciuto dei clamorosi ribaltamenti di
valore anche solo nell’arco di pochi decenni.
Una tale affermazione non va sostenuta semplicemente sulla base dei grandi mutamenti di princìpi
verificatisi nel corso della storia, ma pure per quelli che constatiamo nell’esperienza e nella vicenda
personale.
Avendo vissuto e lavorato in manicomio, rimango sbalordito quando penso come mi fosse apparso
un non-problema tenere i malati di mente in quella condizione disumana, senza che la
considerazione di malati-per-sempre mi suonasse irrispettosa nei confronti della dignità umana.
Eppure nel manicomio vi erano persone e direttori di grande umanità, persone che coltivavano
valori eccelsi, cristiani di altissimo valore.
Ora quel pensiero mi suscita solo orrore, eppure io sono lo stesso psichiatra che non considerava il
manicomio come un lager; mentre oggi mi chiedo con un profondo senso di colpa come molti
psichiatri non avessero la percezione che tra quelle mura non si applicasse il principio del rispetto
dell’uomo e si tenessero quei pazienti rinchiusi più o meno come bestie da zoo.
Ho persino il sospetto che pensassimo che gli schizofrenici non fossero uomini, che i depressi
melanconici accucciati in un angolo di uno stanzone non fossero esseri utili, che si trattasse di una
dimensione subumana, per la quale non era lecito sprecare alcunché.
Non ci rendevamo conto, ma come è stato possibile?
Un oligofrenico non era e non è un essere che somiglia solo lontanamente a un uomo, ma una
persona che ha doti e capacità diverse, un diversamente dotato. Lo si può davvero valutare
tale se non si riduce l’uomo alla sola dimensione della produzione e del successo.
Ebbene, in questi esempi, come si può notare, si fa riferimento a princìpi che sono cambiati
sostanzialmente nell’arco dell’esperienza di vita di un solo individuo, e non in secoli.
E come non accorgersi delle follie dello stalinismo e del nazismo, che erano condivise e sostenute
da milioni e milioni di uomini, fino al punto da assimilarne i presupposti?

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I principi sono propri di ciascun tempo, sono indimostrabili, ma necessari. Una necessità, però, che
rischia di metterci in crisi, poiché il necessario e il superfluo confinano, dentro un labirinto
paradossale: vediamo un superfluo che è diventato indispensabile (o è considerato tale), di fronte a
un "necessario" che diventa, a distanza di appena qualche decennio, persino pericoloso. Così
l’alimentazione diventa una disgrazia: un accenno di obesità, ancorché riscontrabile solo da bilance
elettroniche precise al milligrammo, crea ansie a milioni di persone.

COSA SIGNIFICA NECESSITÀ?


Cos’è necessario? È più importante la cultura o l’ignoranza che preserva dal giudizio critico e
alimenta presunzioni di onnipotenza? Quale limite o differenza ammettere tra l’essere in un modo e
il pensarsi completamente diversi? Se mi reputo un genio – il che è possibile solo a un povero di
spirito –, perché dovrei dedicarmi alla cultura invece che ad una vita puntata al solo possesso?
Se poi questi atteggiamenti non rientrano nella cultura, allora non voglio essere colto, preferisco
anch’io il re Mida a Diogene. E mi assale il dubbio di fare io stesso parte della società del presente,
che ha perduto i princìpi e che, nel sentirne il bisogno e nel volerli mettere alla base di una diversa
società, si trova influenzata da quella crisi che è cominciata a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento
e ha lasciato solo macerie. Mi sento allora contagiato anch’io dall’incapacità di definirli, e ho
persino paura di farlo. Appena cerco di fondarne una legittimazione non discutibile, avverto il
bisogno di discutere fino al punto da non saper cosa dire e di non saper sostenere nemmeno un
principio primo, da mettere al posto giusto per cercare di ricostruire una società, o quanto meno fare
in modo che questa si renda conto di essere senza principi.
Torna così prepotente il desiderio di avere qualcuno che mi dica, senza possibilità di errore, quali
siano questi principi; mi viene voglia di Dio...
Ma qui devo fare una sosta, poiché so bene che questo per me è un campo minato, e so quanto
critica suoni oggi la questione se Dio esista e quale sia il Dio degno di fede.
Mi sento richiamato poi dalle sofferenze e dai lamenti della terra, poiché sono io stesso uomo di
questa terra, terra che amo, e vorrei qui, tra uomini, scoprire i princìpi.

EPICRISI
In questo alternarsi tra aspirazione alla chiarezza e bisogno di applicare la logica per dare
consistenza a conclusioni e paradossi, ho inteso mostrare come sia possibile una inesauribile
discussione su ogni principio e persino sulle parole che servono a delinearlo. È, comunque, certo
che i principi servono a vivere e che, senza di essi, la società collassa e una civiltà può morire

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