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«CON IL FILOSOFO DI KÖNIGSBERG SI PASSA DALLA CONCEZIONE

DELLO STATO DI TIPO PATERNALISTICO, PROPRIA DEL DISPOTISMO ILLUMINATO,A QUELLA


DELLO STATO GIURIDICO, OVVERO «POLIZIOTTO». LO STATO,CHE È SOLAMENTE IL GARANTE
DELLE LIBERTÀ DEGLI INDIVIDUI,SI PONE COME SEMPLICE LIMITATORE DELLE SFERE
D’INFLUENZA, NON HA COMPITI ETICI, ANZI NON HA UNA VERA E PROPRIA REALTÀ ETICA. LA
SUA AZIONE SI SVOLGE IN UNA SFERA NON SOLO AUTONOMA, MA ADDIRITTURA INFERIORE
RISPETTO A QUELLA DELLA MORALE»

Terremoto Kant

1 Kant nega che la felicità sulla terra possa essere il fine ultimo della natura,
che sarebbe invece da individuare nella cultura
2 La società più pura è quella che si fonda sulla virtù che unisce tutti gli uomini
nella fede del bene: una società universale
3 È tempo che anche le nazioni emergano dal selvaggio stato di natura e contraggano
patti
per mantenere fra esse la pace
4 A differenza degli animali,la specie umana crea da sé il proprio destino
attraverso la storia, in un progresso che non ha fine

Di Vittorino Andreoli

Siamo in viaggio ormai da vari mesi, dapprima dentro il mondo della scienza alla
ricerca dei princìpi che la regolano, ma anche dei principi che essa stessa ha
scoperto nella logica della natura. In seguito abbiamo affrontato, e lo stiamo
ancora facendo, i princìpi del convivere insieme, dell’uomo in società. Due campi
che sembrano lontanissimi per chi vi si dedica, scienziati e cultori del diritto e
della politica, non per noi che ci siamo proposti di analizzare i princìpi che
reggono (o non reggono più) l’attuale società, che talora sembra franare
definitivamente, come se fosse scossa proprio da un terremoto dei princìpi. Per
questo guardiamo e al mondo fisico e a quello delle relazioni umane, grazie ad uno
sguardo che vede le correlazioni tra i due campi.
A qualcuno dei nostri compagni di viaggio potrebbe sembrare che tutte queste tappe
intermedie allontanino la meta: che è quella – ricordiamolo – di indicare
finalmente i princìpi che ci devono animare oggi, se si vuole ritrovare l’uomo
dentro un disegno sensato, che non sia quindi né di dispersione né di follia.
Chi vi scrive ha un entusiasmo maggiore oggi che alla partenza. Cammin facendo
infatti, ci siamo arricchiti di tante informazioni e meditazioni: per questo mi
dispiacerebbe se qualcuno, temendo un prolungarsi eccessivo, rinunciasse a
proseguire.

Posso garantire, per la responsabilità che ho, che tutto è sotto controllo. Il
segreto, in montagna come nel nostro viaggio, è di tenere lo sguardo orientato
all’arrivo ma di guardare anche ciò che – tappa dopo tappa – ci circonda.

In questa parte del nostro tragitto, quella alla ricerca dei princìpi proposti per
vivere meglio insieme, e dunque tra Diritto e Stato, si è colpiti dalla co-presenza
– nello stesso attimo – di visioni in certo senso opposte, di soluzioni
antinomiche. Non era stato così nel tratto dedicato alla scienza, dove –
nell’ottica di nostro interesse – a una lunga fase di salita era seguita una crisi
che portò con sé tutto quanto si era prima faticosamente costruito.
Qui invece l’affermazione di un autore che sembra fare epoca, si trova vicino ad
una opposta, con la sensazione che tutto ricominci da capo e che si sia persa
l’occasione per fondare in maniera certa e definitiva un principio. Un sali e
scendi in cui troviamo affermazioni che ci sembra di approvare e subito dopo una
visione opposta, sostenuta a sua volta con convinzione e persino con fascino e
abilità.
Questo altalenarsi di soluzioni è dunque una sorta di caratteristica che andiamo
constatando in questa fase dell’itinerario.
Ritengo che il nostro viaggio e la meditazione sulla ridda di principi che abbiamo
incontrato, renderanno più significative le nostre consapevolezze culturali e
persino religiose, in quanto ci saremo nel frattempo abituati a pensare ai princìpi
come ad una parte essenziale dell’esistenza, e non come decorazioni pleonastiche di
una vita banale.

IMMANUEL KANT. Il pensiero politico di Immanuel Kant è presente principalmente in


tre opere: nei Princìpi metafisici della dottrina del diritto (che fanno parte
della Metafisica dei costumi 1797), nel trattato Per la pace perpetua (1795) e
nell’opera La religione nei limiti della semplice ragione (1793). Tale pensiero si
situa dentro la cornice del diritto naturale, ma con una organizzazione decisamente
più razionale.

ORIGINE DELLO STATO. Esiste, ammette Kant, uno stato iniziale di natura primitiva e
di isolamento in cui l’uomo è innocente, uno stato in cui è felice poiché non ha
che scarsi bisogni, quelli naturali che la natura stessa soddisfa.
Nello stato naturale l’uomo è libero perché è isolato, ma innocenza, felicità e
libertà vengono meno nello stesso momento in cui entra in contatto con altri uomini
e per opera della ragione.
La ragione distacca l’uomo dalla natura, suscitando bisogni e passioni che in
quella condizione erano solo latenti. L’opera della ragione si manifesta in più
modi: mostrando che non vi è solo una possibilità di vita , come avviene per gli
animali, e ciò genera preoccupazione e sofferenza; complicando l’istinto sessuale e
mediante il pudore togliendo la possibilità del godimento del presente, facendo
nascere l’angosciosa attesa del futuro; infine, distaccandosi dalla natura l’uomo
vede in questa un possibile strumento di dominio e pertanto tenta di assoggettarla:
ed è così che nasce il lavoro con le preoccupazioni finalistiche che vi sono
connesse.

Dal lavoro sorgono le prime competizioni, il desiderio di possesso e di dominio


spinge gli uomini a unirsi in gruppi e così dall’abbandono della naturalità della
vita isolata – non per atto d’arbitrio, ma per un necessario sviluppo storico –
nasce la società politica.

La lotta tra uomini genera l’infelicità e il diritto – e qui indubbiamente c’è in


fieri la «struggle of life», la lotta per l’esistenza di Charles Darwin, ma intesa
in senso finalistico. L’uomo è naturaliter socievole, ma se realizzasse questa
tendenza interamente, si giungerebbe al ristagno della vita: una certa misura di
lotta e di competizione è necessaria perché la specie umana sopravviva e cresca, e
dunque la lotta non è un male in sé ma diventa un mezzo della natura per ottenere
l’elevazione dell’umanità. Del resto l’ipotesi di un uomo isolato è puramente
teorica, frutto della speculazione e del pensiero. «Senza qualità di genere
antisociale, gli uomini avrebbero condotto una vita di pastori dell’Arcadia, in
completa armonia, sempre soddisfatti e amandosi reciprocamente; ma in questo caso
tutte le loro capacità sarebbero state per sempre nascoste nel loro proprio germe.
Ringraziamo dunque la Natura di questa insocievolezza, di questa gelosia, invidia e
vanità, di questa sete insaziabile di possesso e di potere... L’uomo desidera la
concordia, ma la natura sa meglio che cosa va bene per la sua specie; ed essa vuole
la discordia, perché l’uomo sia obbligato a esercitare sempre una potenza nuova e
un ulteriore sviluppo delle sue capacità naturali» (Il princip io naturale
dell’ordine politico, 1784).
Ma la lotta per l’esistenza deve essere racchiusa entro certo limiti e regolata da
leggi e da costituzioni; e così dalla società naturale nasce la società civile,
ossia lo Stato.
L’uomo non è da considerare solo come un fine della natura, ma come «il fine ultimo
della natura» (Critica del Giudizio, § 83). Kant nega che la felicità sulla terra
possa essere fine ultimo della natura e lo identifica invece nella cultura, cioè
«la produzione dell’attitudine di un essere ragionevole a promuovere in generale
fini a suo piacere», un’attitudine che si esplica nella sfera della sua libertà.
Non ogni cultura è però sufficiente. Vi è una cultura dell’abilità che culmina nel
lusso, che induce danni: il brutale dominio degli uni sugli altri e l’intima
insaziabilità generano una condizione di infelicità – la splendida infelicità, la
definisce Kant. Il fine della natura può esser raggiunto solo a una condizione
(condizione formale): e cioè «quella costituzione nel rapporto degli uomini tra
loro, dove in una totalità denominata società civile, una podestà legale è
contrapposta alla menomazione della libertà dei singoli nel loro reciproco
contrasto, poiché il massimo sviluppo delle disposizioni naturali può effettuarsi
soltanto in tale società» (ibidem).
È interessante la visione di una cultura che diventa fine della società. Il
passaggio dalla società di natura a quella civile diventa in Kant una esigenza
razionale, l’esigenza dello sviluppo della naturalità, come se questa fosse spinta
da una forza intrinseca, una forza occulta che più avanti Darwin chiamerà
«istinto».

DIRITTO E STATO. Per Kant la vita politica si riduce a mera legalità: fine dello
Stato non è quello di ingerirsi nell’attività degli individui, né di curare gli
interessi individuali, bensì di assicurare ai cittadini il godimento dei propri
diritti. Quando ha adempiuto a questa funzione di tutela del diritto, lo Stato ha
esaurito tutti i suoi compiti: è la concez ione meramente giuridica dello Stato, la
dottrina dello Stato di diritto («Rechtstaat»).
Ma vediamo meglio che cosa Kant intende per diritto.
I diritti naturali si compendiano nella libertà, ma un suo uso sfrenato da parte di
ciascuno si risolverebbe in una menomazione della libertà dell’altro: la libertà
esterna, perché sia eguale libertà di tutti, deve quindi poter avere un limite
nella libertà altrui: solo così si può fondare una libertà universale.
E di conseguenza Kant definisce il diritto come «l’insieme delle condizioni sotto
le quali l’arbitrio di ciascuno può coesistere con l’arbitrio di tutti, secondo un
principio universale di libertà».
Il diritto è una massima della coesistenza, caratterizzata dalla universalità. È un
imperativo, categorico e formale. Ha quindi le medesime caratteristiche
dell’imperativo morale (anche se per Kant separato dal diritto). Il diritto ha come
caratteri distintivi la esteriorità (non è dentro di me) e la coercibilità.
Per Kant il diritto di natura non ha la sua base nell’uomo, inteso come soggetto
storico, ma è un’idea che precede e trascende l’esperienza. Un principio di
ragione, prodotto di una costruzione logica, mediante la quale la mente, partendo
da certe premesse generali connesse al principio di giustizia, ne deduce le verità
giuridiche particolari. Per questo il diritto porta in sé l’impronta della
necessità e dell’universalità.
In tal modo finisce con Kant la scuola del diritto naturale e comincia quella del
diritto razionale («Vernunftrecht»). Il diritto puro della ragione (diritto
assoluto, necessario e ideale, cioè idea del diritto) diviene così un archetipo
ideale che è insieme criterio di valutazione delle istituzioni positive e modello
per le forme future.

Uno dei riflessi di questa posizione, che sembra solo frutto di astrazioni, la si
trova nella concezione di contratto sociale. Kant afferma esplicitamente che non è
un fatto storico e che non è mai stato stipulato; è una pura idea che esprime il
fondamento giuridico degli Stati.

Una pura idea che deve servire come ipotesi, anzi come archetipo razionale sul
predominio del quale devono costituirsi gli Stati. Un principio normativo, quindi,
e non un fatto; un dover essere degli Stati, e non un loro essere.
Poiché l’esteriorità è propria del diritto, allo Stato deve essere preclusa ogni
interferenza nella coscienza interiore: il suo campo è limitato esclusivamente alla
sfera dei rapporti esterni, che è la sfera della costrizione. Mediante leggi
pubbliche coercitive lo Stato deve delimitare i confini delle singole libertà
individuali, che possono estendersi solo fino al massimo compatibile con la
coesistenza della libertà di tutti gli altri. In tal modo nello Stato si pone fine
alla naturalità politica dell’uomo, e si dà inizio alla politicità razionale.
Con Kant si passa dalla concezione paternalistica dello Stato (che fu proprio del
dispotismo illuminato) a quella dello Stato giuridico, cioè dello Stato poliziotto.
Lo Stato, in quanto è solo il garante delle libertà individuali e il limitatore
delle sfere d’influenza, non ha compiti etici e non ha vera realtà etica. La sua
azione si svolge in una sfera non soltanto autonoma, ma anzi addirittura inferiore
ed estrinseca rispetto a quella della morale.
Se allo Stato può spettare un compito educativo, è solo quello della educazione
alla libertà; ma ove questa educazione fosse compiuta, non vi sarebbe più alcun
bisogno dello Stato.
Nello stesso tempo la politica viene concepita come pura e semplice amministrazione
della giustizia: ogni altro fine (di prosperità, grandezza, e così via) non può che
essere fine degli individui, non già della collettività.
È stato più volte sostenuto dagli studiosi che quello kantiano è il più disperato
tentativo di ridurre la politica a mera legalità.

MORALE E DIRITTO. Ne La Religione nei limiti della semplice ragione Kant ricorda
che lo Stato serve come via della ragione attraverso cui la natura guida gli uomini
no n alla felicità, ma a quella disciplina delle tendenze che è la cultura .

La società più pura è quella però che si fonda sulla virtù che unisce tutti gli
uomini nella fede del bene: società universale, che converte in bene il male della
società naturale, e che è una vera repubblica morale che realizza in terra il Regno
di Dio.
Questa società nasce dalla libera adesione interiore della volontà alla legge
morale, unendo le anime nell’aspirazione della virtù. Lo Stato, poiché è esteriore,
è necessariamente insufficiente a raggiungere questa meta. Vi si può giungere solo
attraverso Dio legislatore, nella Chiesa, che è l’unione reale di tutti gli uomini
che accettano la legge morale come precetto divino e si sforzano di attuarla. Essa
si manifesta fenomenicamente nella Chiesa visibile, il cui valore risiede nella
coincidenza ideale con la Chiesa invisibile. Quest’ultima non ha alcuna analogia
con lo Stato: non è né una monarchia, né una aristocrazia, né una democrazia, ma è
come una grande famiglia di spiriti concordi.
Da questi princìpi, di sapore evidentemente agostiniano, Kant giunge a concepire lo
sviluppo dell’umanità come se si svolgesse su due linee parallele, ciascuna
preceduta da uno Stato di natura: vi è una evoluzione politica, preceduta da una
anarchia giuridica concepita come collisione di diritti; e una evoluzione morale,
che nasce da un’anarchia morale per la collisione dei sentimenti. Le due linee non
coincidono: il «summum jus» è infatti «summa iniuria».

LA SOCIETÀ DEGLI STATI. Nel paragrafo 83 della Critica del Giudizio, dopo aver
parlato della costituzione della società civile, Kant aggiunge: «a questa tuttavia,
quand’anche gli uomini avessero abbastanza senno per inventarla e saggezza per
sottoporsi volenterosamente alla sua costruzione, sarebbe pur necessario ancora una
totalità cosmopolitica, cioè un sistema di tutti gli Stati, che sono in pericolo di
recarsi danno l’un l’altro».
In mancanza di tale sistema, è inevitabile la guerra «onde ora gli Stati si
scindono e si decompongono in altri minori, ora invece uno Stato se ne annette
altri più piccoli e mira a costituire una totalità più vasta».
La società degli Stati è «un tentativo se non di instaurare, per lo meno di
preparare la legalità con la libertà degli Stati, e pertanto la unità di un sistema
fondato sopra la moralità».
Kant parte dal principio (che fu di Dante) di una vocazione dell’umanità per la
costituzione di uno Stato unico e di una unificazione giuridica completa. Una
società di tutte le genti, una società giuridica che si fonda sull’imperativo
categorico: «Non deve esserci guerra». Ecco quanto scrive: «La stessa
insocievolezza che costrinse gli uomini a unirsi in società, diventa ancora la
causa del fatto che ogni comunità assuma l’attitudine di libertà sfrenata nelle sue
relazioni esterne... di conseguenza ogni Stato deve accettare da qualsiasi altro la
stessa specie di mali che una volta opprimevano gli individui, e che li costrinsero
a entrare in una collettività civile e regolata dalle leggi». È tempo che anche le
nazioni emergano dal selvaggio stato di natura (la legge della giungla come si usa
dire oggi) e contraggano patti per mantenere la pace; senza questo progresso, la
storia sarebbe come una fatica di Sisifo, come una «infinita follia tortuosa» e noi
«potremmo immaginare, come gli Indii, che la terra sia un luogo di espiazione di
antichi peccati dimenticati» (Il principio naturale nell’ordine politico).
La unificazione giuridica dell’umanità è insieme un’argomentazione storica, poiché
mostra che si sono unificati elementi un tempo discordanti, e un imperativo etico
al quale ispirare la nostra azione, ed è infine un criterio razionale nella
interpretazione della realtà. Vista alla luce del criterio razionale, «la storia
della razza umana... può essere considerata come la realizzazione di un occulto
disegno della natura... di creare una costituzione politica, internamente ed
esternamente perfetta, come un unico Stato in cui tutte le attitudini da esso
inculcate negli uomini possano svilupparsi perfettamente» (ibidem).
Se lo Stato cosmopolitico è il fine, il mezzo consiste in una specie di trattato
internazionale di cui il filosofo di Königsberg traccia i punti più importanti.

Accanto agli articoli definitivi, ispirati al principio che si deve assolutamente


evitare la guerra, vi sono quelli provvisori: questi, nel caso in cui la guerra sia
impossibile da evitare, devono assicurarle un carattere giuridico.

E qui veramente affascina e stupisce l’attualità di alcuni concetti, e quindi il


tono profetico che questi scritti hanno avuto, anche se le Nazioni Unite, che certo
ne rappresentano un lontano modello, mostrano la difficoltà di attuarle
storicamente. Insomma, Kant delinea un diritto internazionale capace di intervenire
tra i belligeranti e imporre la pace.
Non si può comunque in guerra ricorrere ad assassinii dei capi nemici, ai
tradimenti, all’inquinamento delle acque, alla diffusione di malattie infettive...
Tra le altre clausole importanti, ricordiamo il principio di non intervento; quello
che vieta che gli Stati possano essere considerati come proprietà, e quindi
acquistati per eredità, vendita o permuta; e quello che proibisce la istituzione di
eserciti permanenti.

PROGRESSO. L’antistoricismo di Kant sembra sostenersi anche sulla sua attività


didattica. Pur avendo insegnato a Königsberg molte delle discipline del tempo, mai
ha tenuto una sola lezione di storia. Ma non si può negare che abbia tracciato una
filosofia della storia. In un suo articolo del 1784 parla dell’«idea di una storia
universale con intenti cosmopolitici»; in uno del 1786 del «Presumibile principio
della storia dell’umanità». La filosofia della storia si regge sul concetto di
progresso che fonda lo sviluppo dell’umanità e in Kant si può parlare veramente di
un evoluzionismo storico.
A differenza degli animali, la specie umana crea da sé il proprio destino
attraverso la storia. In u n progresso che non arriva mai alla perfezione poiché
l’uomo non potrà mai essere pura ragione, né corrisponde al vero che il progresso
sia continuo e lineare.
Moses Mendelssohn aveva osservato che solo l’uomo come individuo è perfettibile,
non già l’umanità. La perfettibilità del genere umano deve essere ammessa come un
corollario, come un principio d’azione: se è un dovere per noi cooperare al bene
della umanità, dobbiamo aver fede che i nostri sforzi non siano vani.

SEGUACI DI KANT. Il principio kantiano dello Stato di diritto trovò subito numerosi
seguaci e quindi si è trattato di una elaborazione del pensiero che si fece storia.
Nel 1792 a Parigi il diplomatico prussiano Wilhelm von Humboldt, nelle Idee di una
ricerca sui limiti dell’azione dello Stato (opera postuma, pubblicata nel 1851),
portava all’estremo il principio del compito esclusivamente negativo dello Stato,
cioè dello Stato che è solo attività limitante e ha esclusivamente compiti di
sicurezza, e coniò la nuova espressione secondo cui lo Stato è «male necessario».
Ma il riferimento più importante va a Johann Fichte e alle splendide Lezioni sulla
missione del dotto, tenute all’Università di Jena nell’estate del 1794, e al
trattato Fondamenti del diritto naturale (1796), opere in sui si avverte il
distacco dalla precedente simpatia per Rousseau e l’adesione quanto meno
all’influsso di Kant. Tanto l’idea di uno stato di natura di felice ignoranza,
quanto quella di diritti innati, sono abbandonate.

Splendida è invece la dimostrazione del concetto giuridico di eguaglianza, intesa


come un dovere da parte degli uomini di correggere quelle disuguaglianze naturali
di cui è responsabile la natura stessa.

La concezione negativa dello Stato appare nella celebre frase secondo la quale «il
fine dello Stato è di rendere inutile se stesso».
Goethe pensava nello stesso modo quando diceva che «il miglior governo è quello che
induce gli uomini a governare se stessi».
La dottrina kantiana inspir a anche l’opera di Rudolf von Gneist, Lo Stato di
diritto (1872), che contiene l’idea di sottrarre l’ordinamento dello Stato alla
politica per metterlo sotto l’impero esclusivo della legge, facendo della grande
macchina amministrativa dello Stato una specie di ente automatico che potesse
funzionare da sé quasi per forza spontanea delle cose.

EPICRISI. Nella strada percorsa tra i princìpi del viver insieme e della società, e
dunque tra i diritti e lo Stato, inteso come organizzazione volta a garantirli, si
notano alcuni problemi di fondo che continuano a presentarsi in una persistenza
altalenante che, se ammette delle differenze, talora anche sostanziali, mostra però
pure quanto rimangano irrisolti tali problemi. A proposito dei quali si procede con
avanzamenti e ritorni, e talora qualche salto, senza però smettere il riferimento
ad idee che sono del passato. Sono stato tentato – lo ammetto – di ricorrere a
confronti più dettagliati con il passato, e dunque a ripetere magari solo
parzialmente quanto di già detto sulle idee che hanno caratterizzato un periodo o
un’epoca, per tentare di distinguere l’apporto originale da un recupero, fosse
anche solo inconsapevole, di elementi del passato. Avrei così mostrato come sia
difficile operare, su questi temi, separazioni concettuali.
Insomma, il problema di chi sia l’uomo, della sua naturalità e socialità, delle
distinzioni di natura, di come fondare lo Stato, dell’autorità e il controllo sui
comportamenti che, pur risultando vantaggiosi per il singolo, impediscono la
libertà dell’altro… sono tutti aspetti che dominano ancora la scena della storia e
persino della cronaca, e che ci trasmettono l’impressione di trovarci sempre a un
punto di partenza, dal quale sia indispensabile ripartire nonostante tutto, fino
alla percezione dell’impossibilità di dire qualcosa che già non sia stato detto, se
con piccole e trascurabili variazioni. Sembra dunque questa una disciplina, della
vita insieme di più uomini e quindi delle so cietà, in cui tutto è a livello zero.
Da qui talora si dipartono picchi dai quali si può desumere quanto ci sia ancora da
dire.
Certamente un picco è stato rappresentato da Kant. Ma con ciò non si può dire che
la questione sia chiusa.

Del resto anche nell’Ottocento tutto si ripropone ancora, in una altalena che
talora si colora di pessimismo, poiché si continua a dibattere su come rendere
umano l’uomo, che poi nella storia si ostina a ripresentare il suo volto disumano.

E allora seguitiamo a chiederci quali diritti e doveri e quale Stato dare a una
nazione, quale governo a tutte le nazioni insieme affinché almeno non si facciano
tra loro la guerra. La quale, per dirla con Kant che non poteva immaginare
l’intensità degli ultimi due conflitti mondiali, è oltre l’umano, ed oltre la
crudeltà delle bestie più feroci. Sono semplicemente atrocità capitali, che si
succedono nonostante l’altezza delle elaborazioni filosofiche, a partire da Kant.

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