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Vittorino Andreoli PRINCIPIA “Avvenire” 14.05.

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(15) L'uomo, animale sociale

1 Le regole non riguardano unicamente la specie umana, basta osservare i comportamenti


degli altri esseri viventi
2 È noto che negli anni ’60 la cincia, un uccello delle isole britanniche, ha imparato da sola ad
aprire le bottiglie del latte
3 L’uomo certamente è la specie che ha la facoltà di apprendere più facilmente e che quindi
gode di un ampio ventaglio di opzioni
4 All’interno di un piccolo gruppo come di una macro società è essenziale darsi delle regole
per mantenere un vero equilibrio

LA VITA COME REGOLE.


Dopo aver seguito l'evoluzione del pensiero scientifico, in particolare nella costruzione di princìpi,
categorie e concetti portanti, e dopo averne riscontrato la successiva fase critica, cioè di caduta, nel
periodo a cavallo tra Ottocento e Novecento - a partire dal quale, secondo la nostra ipotesi, ha inizio
quel decadimento che ai nostri occhi fa oggi apparire l'uomo come un'imbarcazione senza strumenti
di bordo -, è tempo di intraprendere un'altra tappa del nostro lungo viaggio, questa volta tra gli
umani, per studiare la regolamentazione che questi si sono dati nel vivere insieme, ossia il
cosiddetto "diritto" sociale.
La scienza si dedica alle cose, al mondo, alla natura in cui certo rientra anche l'uomo, come una sua
parte, almeno per la dimensione biologica.
È giunto tuttavia il momento di interrogarsi sulla vita sociale degli uomini, e sulle norme che
la regolano, dal momento che appare impossibile ipotizzare una aggregazione di individui solo
spontanea, o un'esperienza semplicemente solitaria.
La natura stessa spinge l'uomo ad aggregarsi in gruppi, di diversa dimensione, per rispondere a
necessità proprie della specie. Gruppi al cui interno ogni singolo e il corrispondente temperamento
sono unici e irripetibili. Ne discende che si svelano atteggiamenti e comportamenti che differiscono
l'uno dall'altro, rendendo in tal modo l'aggregazione quanto meno complicata, e bisognosa di regole.
Si pensi alla sessualità dell'uomo e dunque alla richiesta di un partner. Subito si coglie da parte del
maschio la tendenza - una volta si chiamava istinto - a possedere una femmina per un incontro che,
se porta a una soddisfazione immediata di piacere, è volto anche ad adempiere una funzione rivolta
al futuro, ossia la procreazione. Già questo semplice, primordiale bisogno pone problemi di
relazione, poiché l'uomo potrebbe decidere di rapportarsi alla donna assecondando soltanto il
proprio istinto, senza quindi rispettare le motivazioni e la volontà della donna, e senza considerare
se quest'ultima appartiene per caso a un altro maschio. Fosse pure questo istinto, esso va dunque
regolamentato, poiché appare chiaro che la natura non è sufficiente a garantire il rispetto dei
reciproci diritti.
Non bisogna tuttavia pensare che le regole riguardino unicamente la specie umana. Infatti se si
osservano attentamente i comportamenti degli altri viventi, e non solo di quelli che occupano un
posto di rilievo nella scala evolutiva, vi si intravedono delle regole.

REGOLE DETERMINATE E APPRESE.


In termini generali, di regole se ne distinguono di due ordini: il primo è costituito da tutti quei limiti
che sembrano imposti proprio dalla natura - la logica del gene, si potrebbe dire - per cui gli
individui, in una data situazione, si comportano in maniera simile seguendo appunto un imperativo
che si trova iscritto nel Dna della specie. Ad esempio, la madre che ha messo al mondo un nuovo
individuo vi si dedica con cura, lo nutre e lo difende: questa non è una scelta autonoma della singola

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madre, ma un comportamento che deriva da un assetto particolare degli ormoni che la guidano a
compiere gesti che prima di avere generato non erano attivati. Tra i carnivori, una madre non
userebbe mai il proprio nato come cibo, ma può benissimo considerare cibo il nato di un'altra
specie. Basterebbe inoltre osservare una colonia di scimpanzè, per rendersi conto che vi si
stabiliscono gerarchie precise, e quindi regolamentazioni che rispetto a quelle dell'uomo appaiono
ferree.
Ormai sappiamo che i comportamenti non sono soltanto quelli gestiti dal gene in maniera assoluta,
deterministica, ma che il gene regola anche delle disposizioni-a che poi si attualizzano
nell'ambiente, che assume una parte estremamente importante nel fissare un dato comportamento.
La storia risulta quindi sempre più un insieme tra gene e fattori esterni, vissute pertanto
alcune esperienze, da esse si impara, condizionando in tal modo comportamenti successivi che
così, almeno in parte, sono appresi.
È noto che la cincia, uccello delle isole britanniche, negli anni Sessanta del secolo scorso ha
imparato ad aprire le bottiglie del latte e a nutrirsi della panna che vi galleggia sopra. La
distribuzione, infatti, del latte in Gran Bretagna avveniva ponendo fuori della porta la bottiglia, che
era sigillata da una sottile capsula di alluminio. Questo sistema di distribuzione è particolarmente
funzionale per le caratteristiche di numerose aree urbane formate da tante casette separate. Ebbene,
imparando a riconoscere che quello era un ottimo cibo, le cincie hanno cominciato a lacerare la
capsula con il becco e a nutrirsi della panna. Il fatto curioso è che da un certo momento in poi tutte
le cincie si sono appropriate di quel comportamento.
Un esempio più recente riguarda i gabbiani, e serve a mostrare come molte rappresentazioni
poetiche di cui sono stati stimolo, dipendano da condizioni ambientali che, se cambiano, mostrano
anche questa specie alle prese con comportamenti inaspettati. Aberdeen è il più importante porto
peschereccio della Scozia orientale che dà sul Mare del Nord. Il mattino particolarmente, con
l'arrivo delle moltissime imbarcazioni, vede un'enorme quantità di gabbiani coprire il cielo e tentare
di procurarsi cibo dalle casse che i pescatori sbarcano. La grande quantità di uccelli ha indotto i
pescatori a fare una guardia attenta con lunghi bastoni. Così si assiste talora ad autentiche lotte con
attacchi all'uomo decisi e pericolosi in quanto mirano alla testa. Il controllo esercitato contro questa
predazione ha spinto i gabbiani a spostarsi in città a cercare cibo nei cassonetti e si è creata una vera
e propria popolazione stanziale che si ciba di immondezze. La città, e non solo il porto, è così
invasa di gabbiani che sovente gli abitanti si trovano attaccati in un clima per cui i gabbiani stessi
appaiono nemici dell'uomo. In tale situazioni dunque, sono pochi ad Aberdeen che vedono in questi
bellissimi uccelli delle creature del cielo che si librano nell'aria a ricordare quanto sia vano
occuparsi dei problemi di questa terra, mentre viene il sospetto che persino i gigli, al loro passaggio,
possano tramutare il loro bianco colore.
Sono molti gli esempi che provano come un certo apprendimento avvenga in moltissime
specie. Certamente l'uomo è la specie che ha facoltà di apprendere più facilmente e che quindi
gode di un ampio ventaglio di opzioni in cui esercita la propria libertà.
All'interno di un piccolo gruppo come di una macro società, è essenziale darsi delle regole atte a
raggiungere la soddisfazione dei bisogni singoli, mentre si tiene conto anche di quelli degli altri
componenti il gruppo: ciò vale dal nucleo familiare alla società più vasta. E le regole da apprendere
sono via via maggiori a seconda della complessità della società: non c'è dubbio che tra la vita in una
cascina della campagna veneta, o in una masserizia della Puglia, e quella in una metropoli la
differenza è enorme, abissale.
Se osservando la specie umana, viene da dire che l'apprendimento è più facile, bisogna anche
riconoscere che i suoi bisogni sono più numerosi e qualitativamente molto diversi. Si pensi anche
solo all'appartenenza a fedi diverse e dunque al bisogno che ci sia un rispetto reciproco da parte dei
fedeli che appartengono all'una o ad un'altra religione. Le regolamentazioni dunque sono più
numerose. Non bisogna tuttavia credere che manchino regole legate ai geni, e quindi alla logica
della natura.

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Non siamo affatto diversi dalle altre specie per quanto riguarda, per dire, l'istinto a nutrirsi, il
quale può diventare talmente imperativo che, per soddisfarlo, si è persino pronti a rubare con
violenza il cibo ad altri.
Tanto che Charles Darwin ha parlato di legge del più forte, del più dotato che elimina il più debole:
la lotta per la sopravvivenza per cui chi non ha nulla tende ad appropriarsi di cose che appartengono
ad altri, abbondanti o scarse che siano.
L'uomo, insomma, è un insieme di comportamenti innati e di comportamenti appresi, anche se
ormai la nostra condizione odierna, almeno nel ricco mondo occidentale, non è più condizionata dai
bisogni primari, ma dalla loro "decorazione": non più dal cibo - se mai il bisogno è quello di
digiunare per evitare l'obesità -, ma dall'auto, dal vestiario griffato, dall'acqua calda in bagno.
Il bisogno cioè sembra concentrarsi sull'inutile, su un nulla rispetto a ciò che è indispensabile per
sopravvivere, ma non per "vivere" in una società fondata sul successo e sull'affermazione
narcisistica.
Una dimensione che sa di follia se solo si pensa alle condizioni generali dell'umanità in cui non c'è
cibo sufficiente per fare sopravvivere bambini e vecchi.
È comunque fuori di ogni dubbio che, assieme a regole innate, ci sia bisogno di regole sociali legate
a quella data comunità e alle sue caratteristiche peculiari. Ossia, non solo all'uomo di quel preciso
momento storico, ma anche a come si organizza, se in città o in campagna. Una specificazione che
muta i comportamenti, le decisioni sociali.
Se un matto è sufficientemente tollerato dentro una piccola comunità, in una metropoli non
può essere gestito spontaneamente, per cui si impongono luoghi o sistemi di controllo. È così
infatti che sono nati i manicomi.
E io ho potuto vedere nascere, con molta tristezza, il primo manicomio in Africa, ad Abidjan (fino
al 1983 capitale della Costa d'Avorio), una delle città equatoriali che ha sposato l'Occidente,
importando l'alcol e persino le droghe "pesanti". La stessa malinconia l'ho provata a Point Borrow,
in Alaska, dove ho visto un ospedale per curare gli eschimesi che lavoravano nell'industria
petrolifera, in quelle zone estreme dell'Artico, dopo che era stato scoperto "l'oro nero": erano gli
anni Sessanta del secolo scorso. Qui non si doveva curare tanto la follia quanto i danni epatici
provocati dal whisky che veniva distribuito abbondantemente per sostenere i terribili ritmi di lavoro
che nulla avevano in comune con le gelide stagioni polari.
Insomma, l'uomo per soddisfare i propri bisogni, allorché vive assieme agli altri e in una condizione
stanziale, dunque in villaggi o città, deve darsi delle regole, oltre a quelle innate (biologiche o
genetiche), affinché rispettando ciascuno i bisogni dell'altro possa esserne al contempo garantito. È
proprio grazie a questi bisogni che l'uomo è stato definito, fin dall'antichità, un animale sociale e
quindi una specie che per vivere deve aggregarsi e, ovviamente, darsi delle regole.

L'AUTORITÀ.
E già questo pone una serie di questioni enormi: poiché ogni dimensione del diritto e del rispetto
delle regole presuppone un'autorità che ne garantisca l'applicazione, così si può dire che il diritto
presuppone il potere. Chiama cioè in causa la Politica come arte di governare la città, lo Stato.
Quanto stiamo affermando apparirà ovvio, e qualcuno si chiederà per quale motivo lo si sottolinei.
Ma basta osservare l'uomo di oggi nella nostra società, in città affollate dove vive in un clima di
guerra - per cui punta ad affermarsi, a raggiungere il successo, individuale o del proprio piccolo
clan, e quindi con una carica competitiva così forte da motivare il "mors tua vita mea" - per
accorgersi di una società in cui il diritto è proclamato, ma non rispettato.
Dove certamente non mancano le leggi, ma pochi le rispettano; e seppur una legge non
suggerisca mai dei doveri diseguali, essa fatalmente attiva la domanda su come sfuggire alle
sue grinfie, salvando tuttavia l'apparenza.
Una società dove esistono professioni che aiutano a evadere le leggi pur restandone dentro o ai
margini, e in cui le si cambiano per permettere di sfuggire ai rigori del dettato precedente.

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E tutto questo lo si può ripetere anche per l'autorità che deve "gestire" il diritto, e quindi per un
potere che è disposto a non punire, a condonare, che fa sì le leggi ma nel contempo manda messaggi
per far intendere che non è poi così grave non rispettarle.
L'impressione, dunque, è quella di una società - l'attuale - che non crede nel diritto e nei doveri; in
cui la giungla delle leggi sia da confinare all'interno di una nuova strategia di sopravvivenza, come
se ci si trovasse in una foresta fitta di norme, articoli, codicilli, dai quali si può tuttavia scappare,
pur in presenza di qualche rischio, come sempre quando ci si inoltra in una boscaglia. E non bastano
gli esempi "eroici" e le persone per bene a cambiare questo clima dominante che si fa prassi.
Ma una foresta può essere tagliata, e come assistiamo alla deforestazione dell'Amazzonia con la
sabbia che invade il territorio dove prima si elevavano alberi giganteschi, così si può addirittura
ipotizzare che scompaiano le leggi, e dunque vengano meno i limiti che esse impongono, di modo
che ognuno possa sempre fare quello che vuole.
Tale appare essere la società del tempo presente, in cui siamo immersi. Esistono - si sa - il bianco e
il nero: c'è un lavoro che rispetta le leggi e i contratti e uno, in nero, in cui tutto ciò non esiste, e si
opera come se non ci fosse alcuna legge: deserto invece che foresta. E condizioni in cui il bianco
serve a coprire il nero, e il nero diventa indispensabile per mostrare quel po' di bianco che riesce a
germinare.
La legge è promulgata, ma poi viene interpretata e discussa: da imperativa diventa ipotetica, con
mille significati; e gli azzeccagarbugli sono abilissimi a mostrare bianco il nero e nero il bianco e
quindi a riportare tutto all'interno di un relativismo che fa dei diritti e dei doveri delle mere
opinioni. In tal modo abbiamo sì tante leggi ma è come se non ce ne fossero.
E guardando all'autorità, viene quanto meno il dubbio se sia l'esercizio di un potere che
difende coloro che operano rispettando le leggi promulgate o un'autorità di parte, che gioca
sulle leggi per commettere soprusi.
E magari promulghi ciò che reca vantaggio al proprio clan, così da farlo rientrare nella legge, pur
continuando esso ad agire in modo discutibilissimo se non criminoso.
Insomma, esistono le leggi ma non più il senso del diritto e il senso dei doveri che lo stesso diritto
impone.

RIAFFERMARE IL DIRITTO.
Non si tratta tanto, sia ben chiaro, di questa o quella legge, ma di riaffermare il diritto e di chiedersi
se esso esista ancora, se venga cioè percepito, e se sia un principio, un imperativo paragonabile a
quelli biologici e genetici che si esprimono nettamente.
Viene da chiedersi se la nostra non sia una società che ha perduto la dimensione del diritto, e quindi
di regole per assicurare il rispetto di ciascuno nei confronti dell'altro, fino al rispetto dei diritti dei
più deboli; o se invece il diritto - il principio del diritto - non sia morto, e quindi manchi la
percezione del necessario rispetto tra i componenti della società, e si affermi solo la legge del più
forte, e se l'unico diritto sia quello del potere che può fare quello che vuole semplicemente perché
può farlo.

UN NUOVO VIAGGIO.
Il filo conduttore - com'è noto - è quello della caduta dei princìpi, che abbiamo seguito
addentrandoci nell'ambito della scienza per studiare la natura stessa e il mondo. Estendiamo ora
questo modo di procedere anche al principio del diritto. E anche a questo proposito vogliamo
ricostruire come siano nati il diritto e l'autorità che lo regge e ne garantisce l'applicabilità, e poi
mostrarne il declino.
Anche in questo caso non intendiamo in alcun modo scrivere una storia del diritto, cosa che non ci
compete e che, anche se ne fossimo capaci, avrebbe bisogno di uno spazio di cui non disponiamo.
Vogliamo solo mostrare la fatica della civilizzazione e il momento in cui la civiltà ha iniziato a
scivolare verso un'involuzione che oggi ha raggiunto un preoccupante livello che sa di morte
della civiltà.

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Il nostro è un tempo in cui organizzazioni di dimensioni internazionali che dovrebbero garantire il
diritto in Europa (Comunità Europea) e nell'intero pianeta (Nazioni Unite) si mostrano impotenti, e
non soltanto perché sono cinquanta le guerre in corso attualmente nel mondo, ma perché non
riescono a far sì che l'Europa si opponga a una guerra, dividendosi piuttosto fra chi è a favore e chi
è contrario. Oggi un'intera organizzazione come l'Onu viene neutralizzata dalle pretese di un paese
che vede in questo o quel conflitto la propria grandezza. Intere organizzazioni per la difesa dei
diritti si inginocchiano davanti alla stupidità di questo o di quel potente.
Mi sono convinto allora che potrebbe essere utile invertire questo percorso, andando dalla civiltà
della violenza a quella del rispetto, e al diritto come strumento per garantirlo. Seguendo infatti le
tracce di un'indagine storica, sia pure schematica, si può nuovamente riattivare il discorso del
diritto, e addirittura insegnarlo di nuovo, e insegnare il principio che senza diritto non è possibile
che la specie umana mantenga un buon livello di civiltà, riducendoci piuttosto alla barbarie, seppur
rivestita con l'ermellino della giustizia.
Riproporremo dunque le tappe dell'acquisizione storica del diritto, tappe che meritano di essere
ripercorse per una rifondazione del diritto stesso che ci porti fuori dalla fase selvaggia in cui siamo.
Arriveremo fino al punto di crisi, quando comincia la discesa, che però non ripercorreremo. Non
siamo infatti studiosi di storia, ma cittadini interessati alle possibilità di vita, protesi a far sì che il
mondo sia un piccolo Eden, non un campo di battaglia.

IL DIRITTO DEI DEBOLI.


Bisogna sempre considerare che in una società ci sono i soggetti deboli, quelli che mancano
addirittura della capacità di chiedere di essere rispettati nei loro diritti. Pensiamo ai bambini e ai
malati, fino ai malati di mente.
Ricordo la solenne dichiarazione dei diritti del fanciullo da parte delle Nazioni Unite del 20
novembre 1959, e poi quella dell'Unione Europea sui diritti della donna e sulla parità con l'uomo del
16 marzo 2000, la risoluzione del Parlamento europeo che riconosce nella comunità la parità di
diritti per gli omosessuali, che è dell'8 febbraio 1994.
Ma, lo abbiamo già detto, il problema non sono le dichiarazioni, ufficiali e roboanti, quanto la loro
applicazione. Per molti diritti poi non c'è ancora un cenno di dichiarazione: si pensi alla pena di
morte che è, per esempio, attiva in 38 stati Usa, benché questi rappresentino una delle espressioni
emblematicamente più progredite della civiltà occidentale; o ai morti per fame che sono milioni nel
mondo.
Insomma, quello presente appare come un mondo popolato spesso da "barbari" che ha più
bisogno di leggi per contenere comportamenti inaccettabili e magari disumani. Un mondo in
cui si fa strage del diritto e in cui si percepisce solo il proprio volere e potere, non il rispetto
dell'altro.
E certo qui e solo qui si pone il problema delle società multietniche che devono essere regolate non
da una legge soltanto ma da quel Diritto che è scritto con l'iniziale maiuscola, e dalla percezione di
questo. Altrimenti tutto ciò che finisce per dar fastidio è da combattere, e se un vicino disturba lo si
ammazza.
Basterebbe misurare la voglia di farsi giustizia da soli, il numero di armi che si nascondono nelle
borsette e nei cassetti di casa. O considerare che viviamo in un Paese in cui ci sono poteri occulti,
come quelli mafiosi o della 'ndrangheta, che dominano facendosi beffe della legge dello Stato, anzi,
imponendo la propria. E hanno capi che si nascondono in protettorati e in ville ricche di altarini, di
immagini sacre, di libri di preghiera. Con un senso religioso distorto, quindi, per potere talora
colluso con lo Stato.

UNA SPERANZA.
Ecco perché ci sembra che questa società, e la fine della civiltà che vi è connessa, abbiano bisogno
di ritrovare insegnamenti elementari e basilari. Se molti infatti conoscono i cavilli per mettere in
atto strategie di aggiramento, nessuno invece sa più cosa significhino il Diritto, i Doveri, lo Stato di

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diritto e non di tirannia. Anzi, ormai ci sono tiranni che pretendono di essere democratici
semplicemente perché hanno il consenso da fette di società composte da piccoli imbroglioni e
grandi sprovveduti, che nemmeno sanno cosa sia il rispetto per legge. Un mondo in cui tutto si
misura sull'essere bello o meno, sull'essere simpatico o divertente.
Ripercorrere le fasi di sviluppo del Diritto e della Politica e poi della loro crisi e del loro declino,
servirà forse per riattivare la voglia quanto meno di sapere cosa siano, cosa dovrebbero essere, e
cosa in passato sono stati. Una lezione semplice per un mondo complicato di ingiustizie e violenza.

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