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Vittorino Andreoli PRINCIPIA “Avvenire” 13.08.

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(28) Comunismo, oppio dei Popoli

«Quel che distingue l’idea marxista da ogni altra forma di comunismo, è il carattere rigorosamente
scientifico. Non si trattava più di elaborare una concezione ideale che esaltasse la giustizia e
l’eguaglianza, né si trattava di dare vita all’ennesimo movimento di protesta: l’eterna e sempre
fallita rivolta dei diseredati contro i ricchi sfruttatori, bensì di interpretare la storia mostrando come
contenesse le premesse della rivoluzione proletaria».

1-A metà ’800, come reazione all’economia liberista, nascono le prime rivolte sociali riflesse
nei romanzi di Dickens
2-Proudhon considera la proprietà come un furto; le sue idee incontrano il favore di anarchici
come Bakunin
3-ll filo conduttore degli studi di Marx e Engels è che sono i fatti economici a spiegare lo
sviluppo della storia
4-Secondo il «Manifesto», obiettivo del proletariato è abolire il sistema della borghesia
conquistando il potere politico

Non suona ormai più come una provocazione affermare che il comunismo dell’Ottocento è figlio
del liberismo (detto anche liberalismo o individualismo economico), inteso come sistema
economico imperniato sulla libertà del mercato e sull’iniziativa dei singoli. Già nei primi anni del
XIX secolo i moti della classe operaia avevano contribuito a evidenziare i punti di debolezza del
liberismo, come testimoniato nei romanzi di Charles Dickens.
Contro gli inconvenienti del liberismo, accanto alla reazione politica e a quella filosofica sorge,
quindi, una reazione sociale.

L’OPPOSIZIONE PACIFICA AL LIBERISMO


C’è una fase in cui si pensa di sanare le aporie del liberismo per vie pacifiche, attraverso la
predicazione, oppure con isolate realizzazioni sperimentali volte a verificare le possibilità di
cambiamento della società. Un esempio è quello di Robert Owen, prima nella sua fabbrica scozzese
di New Lanarck (1800-1819), poi nella colonia americana di New Harmony (1826): un saggio di
comunismo sperimentale. Un altro è il falansterio di Charles Fourier, colonia agricola dove il libero
gioco degli istinti e delle passioni avrebbe dovuto comporsi in un equilibrio spontaneo.
Utopistico è anche il pensiero di Pierre Joseph Proudhon (1809-65), che elabora una sorta di
mutualismo anarchico.
La sua opera più nota è Qu’est-ce que la proprieté? Ou recherches sur le principe du droit e du
gouvernement (1840-1841), in cui Proudhon considera la proprietà come un atto egoistico di
usurpazione, prodotto del privilegio e della forza che porta ad appropriarsi «di uomini e cose
che ci circondano» e così «la proprietà è una pura usurpazione, un furto».
Egli tuttavia accetta la proprietà purché sia uguale per tutti: la tendenza di Tizio ad appropriarsi
delle cose è limitata da quella analoga di Caio; se natura e libertà non venissero continuamente a
interferire, le due tendenze giungerebbero a un punto di equilibrio nel «livellamento delle proprietà»
ed è solo questa conclusione egualitaria, che ha per principio il mutuo rispetto, in grado di rendere
legittima la proprietà.
Proudhon fa un ragionamento analogo anche per il potere sociale, che, forza bruta e fatale, diviene
morale e rispettabile grazie alla reciprocità del diritto che unisce i membri del corpo politico.
Come termine ultimo si giunge a una felice anarchia guadagnata attraverso i mezzi morali della
persuasione.

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Sono così delineati i filoni di una soluzione pacifica, utopica delle contraddizioni che il liberismo
aveva generato.

MOVIMENTI OPERAI CONTRO IL LIBERISMO


Ma vi è un’altra modalità di reazione agli errori prodotti dal liberismo: quella dei movimenti operai
nati in Inghilterra con il riconoscimento delle Trade Unions, da cui nacque il laburismo. In Francia
assunsero un fervore violento nei moti dei tessitori di seta lionesi (i «canuts») (1831-1834) che
portarono agli «Ateliers nationaux», sistemi tendenzialmente comunistici attivati da Albert, il capo
degli operai di Lione.
In questi movimenti si rilevano i primi germi del comunismo critico e della futura azione
rivoluzionaria; germi in cui si mescolano discussioni teoriche ed esperienze pratiche. Da essi già
trapela un conflitto tra soluzioni utopiche e pacifiste, e tendenze che vedono la soluzione ai
problemi degli operai solo nella loro violenta presa di possesso dello Stato.

LA RIVOLUZIONE CONTRO IL LIBERISMO


Karl Marx pose in atto il tentativo di raccogliere in una sintesi coerente dottrina del comunismo e
guida pratica all’azione.
Prima di parlare dell’esperienza di Marx occorre però ricordare che il suo pensiero è più economico
che sociale e politico, e che egli mette insieme due dottrine: il determinismo economico e il
comunismo critico. Parleremo di entrambi in sequenza.

IL DETERMINISMO ECONOMICO
La dottrina di Marx (e di Friedrich Engels) ha come punto di partenza lo storicismo di Georg
Wilhelm Friedrich Hegel, di cui Marx era stato discepolo a Berlino. Del maestro, Marx è debitore
per quanto riguarda l’idea di sviluppo e per il principio che vede nella contraddizione la radice di
ogni movimento e di tutta la vita. È il senso della storia hegeliano che fa scrivere nel Manifesto del
Partito comunista (1848) un elogio della borghesia che a prima vista può stupire. La borghesia
liberale ha avuto il merito di liberare la società dai lacci e dalle pastoie del Medio Evo, mostrando
per la prima volta le potenzialità dell’attività umana lasciata libera. «Quale dei secoli antecedenti»
dicono Marx ed Engels, gli autori del Manifesto «avrebbe mai presentito che tali forze produttive
giacessero latenti in seno al lavoro sociale?»
Ma Marx non accettava il lato idealistico di Hegel, l’astrattezza dello Spirito Universale che fa
dell’umanità concreta una vaga entità.

La via d’uscita gli fu mostrata da un altro e più anziano discepolo di Hegel: Ludwig Fuerbach.
All’Assoluto, considerato come un residuo teologico, questi sostituiva una interpretazione
antropologica. Fondamento del suo «realer Humanismus» è l’idea che la storia non fa nulla, perché
chi opera e agisce è l’uomo reale e vivo, l’individuo che deve prendere il posto delle anticaglie
filosofiche.
Marx e Engels fecero propri tali princìpi nell’opera La sacra famiglia (1845). Ecco quanto
scrivevano: «La storia non fa niente, non possiede enormi ricchezze, non combatte battaglie! Bensì
piuttosto l’uomo reale, vivente, è colui che fa tutto, che possiede e combatte; la storia non si serve
già dell’uomo come di un mezzo per trarre a compimento i suoi fini, come se fosse una distinta
personalità, ma non è null’altro che l’attività dell’uomo il quale persegue i suoi propri fini».
Insomma, era chiaro che l’uomo non è una entità puramente teorica e speculativa, ma il frutto
di quanto produce l’ambiente e soprattutto l’ambiente economico.
Il grande poeta Heinrich Heine in Il Canto d’Inverno (o Germania una fiaba d’inverno), del gennaio
1844, scriveva questi versi: «Ella cantava la vecchia canzone della rinunzia al mondo, la ninna
nanna del Paradiso... Una nuova canzone, una miglior canzone io vi voglio, o amici, cantare: noi
vogliamo cominciare a fondar qui sulla terra il regno del cielo. Noi vogliamo essere felici qui in

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terra e non stentare più oltre: il pigro ventre non dee più pappare lui, quel che le mani laboriose han
guadagnato... Il cielo lasciamolo agli angeli e ai passerotti».
Dall’insieme di questi riferimenti scaturisce l’idea che sono i fatti economici a spiegare, in ultima
istanza, lo sviluppo della storia: questo è il filo conduttore degli studi di Marx e di Engels. I rapporti
giuridici e le forme politiche dello Stato non sono comprensibili per se stessi, né in quanto tappe
dello sviluppo dello spirito umano. Hanno radici nei rapporti di produzione, che sono indipendenti
dalla volontà degli uomini in quanto corrispondono ai diversi gradi dell’evoluzione delle forze
produttive materiali.
«Non è la coscienza umana che determina l’essere, ma per converso è la esistenza sociale che
determina la sua coscienza».
Il modo di produzione della vita materiale si forma storicamente e si modifica nel corso della storia;
condiziona il processo della vita sociale, politica e intellettuale, sicché la struttura economica della
società forma la base reale della vita, a cui corrispondono le forme della coscienza sociale, che ne
sono riflessi, cioè una sovrastruttura («Überbau»). Quella giuridico-sociale è una sovrastruttura, e
tali sono, conseguentemente, il diritto e lo Stato, così come le forme della coscienza sociale quali la
religione, la scienza, la filosofia, l’arte. Occorre distinguere tra la rivoluzione materiale, che nasce
da un conflitto tra i rapporti di produzione preesistenti e le forze produttive che si sono sviluppate, e
le elaborazioni ideologiche grazie alle quali gli uomini divengono consapevoli di tale conflitto.
Molti anni più tardi, Engels in una lettera da Londra (21 settembre 1890), così chiariva tale
concezione: «Secondo la concezione materialistica della storia il momento che in ultima istanza è
decisivo nella storia è la produzione e riproduzione della vita materiale. Di più non fu mai ritenuto
né da Marx né da me. Se ora qualcuno ha ritorto il senso in modo che il momento economico è il
solo decisivo, quel tale ha mutato quella proposizione in una frase astratta, assurda che non dice
nulla».
Il termine di «materialismo storico», usato per dire che la storia è prodotto dell’azione di
forze materiali, non è felice, e molti preferiscono usare l’espressione «determinismo
economico» intendendo sottolineare che la vita degli uomini è spiegata con il ferreo prevalere
del fattore economico.
Ma neppure questa definizione è soddisfacente, poiché la dottrina di Marx e Engels è tutt’altro che
deterministica: come non pretende di ridurre tutta la storia a conflitti economici, così non
disconosce la parte che ha l’azione dell’uomo; essa afferma soltanto che il fattore economico è
determinante e che l’azione umana è condizionata dal processo della vita, cioè dalle condizioni
storiche.

Quale che sia la denominazione preferita, una cosa è certa: siamo di fronte a una nuova concezione
della storia che mette in luce l’importanza di un fattore fino ad allora trascurato, perché la storia era
stata quasi sempre ridotta a storia politica e spiegata in base a fattori intellettualistici.
Sull’esempio di quanto Engels aveva fatto per la guerra dei contadini, quasi ogni periodo fu
ristudiato alla luce dei fattori economici. Di Engels è la famosa sentenza: «I filosofi hanno soltanto
variamente interpretato il mondo; ma si tratta di cangiarlo». La concezione materialistica della
storia diviene più di una contemplazione: si fa guida all’azione futura che è l’azione del proletariato.
Siamo di fronte a una filosofia della prassi.

IL COMUNISMO CRITICO
Anche il comunismo critico ha importanti antecedenti.
Da Claude Saint-Simon viene l’idea che in ogni situazione storica il principio propulsore stia nei
fattori contraddittori. Sua è anche l’idea di un governo tecnico della società, senza che vi sia
dominio dell’uomo sull’uomo.
Augustin Thierry, discepolo di Saint-Simon, esalta il proletariato come forza produttiva della
società: nei suoi studi sul Medio Evo aveva studiato la genesi del «terzo stato» mostrando quanto
fosse essenziale per la civiltà l’opera ignorata o disprezzata delle masse e degli umili.

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Nel campo economico non si può dimenticare che la dottrina del plus valore nasce dalla teoria della
rendita fondiaria di David Ricardo, l’economista inglese che per primo mise in luce l’impossibilità
di migliorare la condizione della classe operaia in un sistema capitalistico in cui l’ascesa dei ricchi
comporta abbassamento dei poveri, secondo la rigorosa formula della «legge di bronzo dei salari».
Infine allo storico svizzero Jean-Charles Sismondi va il merito di aver visto le contraddizioni insite
nei rapporti capitalistici che reggono il moto di produzione, gli effetti deleteri delle macchine e della
divisione del lavoro, la crisi e gli inconvenienti della grande industria e della concorrenza spietata.
Quel che distingue la concezione marxista da ogni altra forma di comunismo è il carattere
rigorosamente scientifico.
Non si trattava più di elaborare una concezione ideale che esaltasse la giustizia e l’eguaglianza - le
due dee della mitologia filosofica -, né si trattava di dare vita a un ennesimo movimento
rivoluzionario: l’eterna e sempre fallita rivolta dei diseredati contro i ricchi sfruttatori, bensì di
interpretare la storia mostrando come contenesse le premesse della rivoluzione proletaria.
La forza sta in questa acquisita coscienza della necessità storica della rivoluzione sociale.

Il punto di partenza del comunismo critico, come è detto nel Manifesto, è l’affermazione che «la
storia di tutta la società, fin qui, è storia della lotta di classe», cioè della lotta tra gli oppressi e gli
oppressori.
I momenti della dialettica marxista sono quattro.
1. L’origine. Il punto di partenza è quello di una società senza diseguaglianze economiche e, quindi,
senza organizzazione politica.
2. Il formarsi del capitalismo. L’uguaglianza primitiva è presto rotta con il formarsi di classi
economiche distinte: sotto nomi diversi ci sono sempre la classe degli oppressori e quella degli
oppressi. Oppressori in quanto detentori della ricchezza, oppressi in quanto diseredati.
L’innovazione industriale moderna ha fatto precipitare un’antitesi latente da lungo tempo: fin da
quando si creò il capitale e con esso lo sfruttamento di alcuni uomini da parte di altri e la necessità
da parte degli sfruttatori di difendersi mediante la creazione dello Stato e del diritto. La borghesia,
con la sua economia liberista, ha lasciato in piedi solo un vincolo: quello del nudo interesse nella
forma più cruda: «Dello spietato pagamento in contanti». La dignità della persona è stata risolta nel
valore di scambio e si è giunti a una semplificazione della fisionomia della società che si riduce
all’antagonismo tra la classe borghese (dominatrice in quanto detiene il capitale) e il proletariato
sfruttato. In questa semplificazione si rende evidente il vizio segreto del capitalismo, che Marx
vedeva nella teoria del plus valore. Nell’opuscolo Capitale e lavoro a mercede (pubblicato nel
1884, ma che ha origine da una conferenza tenuta a Bruxelles nel 1847 e pubblicata nel 1849 in
forma di articolo sulla «Neue Rheinische Zeitung»), Marx si pose per la prima volta il problema del
plus valore.

Il nocciolo della questione sta nel vedere come dall’acquisto e dall’uso della merce lavoro si ottenga
un prodotto il cui valore sia superiore al costo iniziale. Quando una persona, servendosi del capitale
che è lavoro accumulato, prende a salario un’altra persona e poi vende gli oggetti prodotti, essa,
oltre a pagare il lavoro salariale - che deve corrispondere ai mezzi di sussistenza necessari al
proletario -, vuol ottenere un guadagno che è definito come «profitto del capitale». Così, nel profitto
netto, una parte corrisponde al lavoro vivo, mentre un’altra non corrisponde ad alcun lavoro
effettivo. E secondo Marx in ciò vi è già un’ingiustizia. Ma c’è di più: il darsi come salariato ad un
capitalista, trasforma il lavoro in una merce eguale a ogni altra, una forza lavoro o merce lavoro che
viene venduta come ogni altra.
La differenza tra società capitalistica e comunistica sta principalmente nel fatto che nella
prima il lavoro è destinato a trasformarsi in capitale, l’operaio vive cioè per aumentare il
capitale e vive quel tanto che è richiesto dagli interessi della classe dominante, mentre in una
società comunista il lavoro accumulato è solo un mezzo per rendere migliore l’esistenza dei
lavoratori.

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Marx non si perde a polemizzare contro l’ingiustizia del plus valore, poiché a lui interessa
soprattutto mostrare che la dialettica storica porterà il sistema capitalistico alla rovina. La borghesia,
tendendo a eliminare ogni differenziazione che non sia economica, semplifica la lotta sociale
riducendola a quella tra i detentori del capitale e i proletari che si vendono ai capitalisti. Inoltre,
poiché è essenziale per la borghesia che la ricchezza aumenti e che il capitale si concentri in un
numero sempre più ristretto di persone e di società, è inevitabile la riduzione al minimo della
ricompensa salariale al proletario e la ricerca di sempre nuovi e maggiori profitti.

LA SOCIETÀ CAPITALISTA
procede dunque, per necessità intrinseca, verso un restringimento del numero dei capitalisti e verso
una condizione sempre più misera della massa proletaria in continuo aumento. A ciò corrisponde un
dispotismo crescente del capitale, «tanto più misero in quanto professa di non aver per obiettivo se
non il semplice profitto». Ma tale situazione, che vede soccombente il proletariato, paradossalmente
fornisce ad esso le armi per lottare: la crescita numerica della classe proletaria per l’assorbimento di
sempre nuove classi, insieme con l’acquisita coscienza del processo di cui è vittima, crea le
condizioni per «la sempre crescente solidarietà dei lavoratori». E qui, nella raggiunta solidarietà dei
lavoratori di tutto il mondo, risiede il segreto della futura vittoria. Per Marx non si tratta di
conquistare qualche vittoria effimera, né di tentar di ricreare il comunismo primitivo con il «fare
girare indietro la ruota della storia», bensì di organizzarsi in modo che il contrasto, disperso nella
società in mille particolari attriti, risalti in tutta evidenza. Insomma, l’obiettivo è portare il
proletariato unitariamente al potere.
3. La dittatura del proletariato. Quando la lotta di classe sarà giunta al momento decisivo, il
disgregamento della classe borghese sarà inevitabile; i capitalisti saranno pochi, l’abisso tra loro e la
massa sarà enorme, la lotta assumerà un carattere così violento e aspro che una piccola parte della
stessa classe dominante abbandonerà i suoi per allearsi con la classe rivoluzionaria, così come
fecero parte del clero e della nobiltà nel 1789. Sarà facile allora per il proletariato approfittare della
rovina della borghesia, non più in grado d’essere classe dominante.
Per Marx la questione più importante è impadronirsi delle forze produttive per abolire il
sistema borghese dell’accumulo dei proventi frutto del lavoro altrui; ma per arrivare a ciò è
indispensabile la conquista del potere politico da parte del proletariato.
La lotta sociale deve quindi trasformarsi in lotta politica e, una volta che il proletariato abbia
conquistato il potere, dovrà detenerlo fino a che ogni pericolo di un risorgere del capitalismo non
sarà svanito. Nasce così il concetto di dittatura del proletariato. La prima tappa della rivoluzione
operaia dovrà portare alla conquista del potere politico, in modo che il proletariato, elevatosi a
classe dominante e raggiunta così vittoriosamente la vera democrazia, possa approfittare del
dominio politico per togliere alla borghesia il capitale e concentrare tutti gli strumenti della
produzione nelle mani dello Stato. La prima fase della rivoluzione proletaria vedrà quindi una
società ancor divisa in classi, mantenendo il potere dello Stato, che sarà «il proletariato organizzato
come classe dominante». Sarà una società dittatoriale nel senso che dovrà reggersi su «dispotiche
infrazioni» al preesistente diritto borghese.

Nel Manifesto sono chiariti alcuni punti fondamentali. Il comunismo non intende abolire la
proprietà tout-court, bensì la proprietà borghese, che sfruttando il lavoro a salario è la più perfetta
tra quelle nate dallo sfruttamento; non vuol impedire ad alcuno di appropriarsi dei prodotti sociali,
ma solo di giovarsi di tale appropriazione per mettere in soggezione il lavoro altrui; non vuole
abolire il matrimonio, né porre limiti ai diritti della personalità e della cultura, anche se dovrà porre
alcuni limiti a questi istituti o diritti. Ma su un punto è esplicito il suo rifiuto, e cioè a proposito
della nazione, della patria. La legge della concentrazione operaia porta necessariamente
all’internazionalismo e a considerare senza rimpianti l’eliminazione della nazione: «Gli operai non
hanno patria. Non si può togliere loro quello che non hanno».

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Il Manifesto si chiude con questa frase: gli intenti dei proletari «non possono essere raggiunti
se non per via della violenta soppressione del tradizionale ordinamento sociale».
Ma un movimento storico che deve svolgersi naturalmente, tale che «la rovina della borghesia e la
vittoria del proletariato (siano) del pari inevitabili», come può conciliarsi con la violenza?
4. La società senza classi e senza Stato. Il vero punto di arrivo del comunismo critico non è già la
dittatura proletaria, ma la condizione ultima che quella dittatura dovrà istituire. Dice il Manifesto:
«Quando nel corso degli eventi le differenze di classe saranno sparite, e tutti i mezzi di produzione
saranno venuti nelle mani degli individui associati, il potere pubblico avrà naturalmente perduto
ogni carattere politico. Il potere politico, nel senso vero e proprio della parola, non è se non il potere
organizzato di una classe per la oppressione di un’altra. Ma abolite le classi e la ragione degli
antagonismi, anche il potere politico diventerà superfluo e lo Stato si trasformerà "in una semplice
amministrazione della produzione". La società futura sarà un’associazione di liberi che si reggono
secondo la massima dell’imperativo giuridico kantiano. Alla società borghese, con le sue classi e
con i suoi antagonismi di classe, subentrerà una associazione, nella quale il libero sviluppo di
ciascuno sarà la condizione del libero sviluppo di tutti». Così risorge nel Manifesto l’idea di una
futura scomparsa dello Stato. Insomma, il finale è quello dell’anarchismo di Proudhon. Ulteriori
caratteristiche di questo ultimo stadio della società le dà Engels nel suo «Schizzo». Solo allora
«l’uomo si separa definitivamente dal regno delle bestie, e passa a condizioni di vita veramente
umana, da necessità a libertà». Così la filosofia marxista si conclude in una grandiosa negazione
della categoria della politica, considerata solo come il prodotto di una degenerazione sociale.

ETICA COMUNISTA
Non vi è dubbio che in Marx si trova una forte coscienza etica che forse è la componente meno
criticabile del suo pensiero. Un esempio per tutti: la teoria del plus valore può essere
scientificamente errata, ma non per questo è eticamente meno apprezzabile. Andrà abbandonata nel
campo teorico, ma può essere ancora difesa sul terreno morale. Dice Alfred John Evans che il
comunismo è, almeno come ideale, «una versione economica degli ideali della cristianità» (Why not
Prosperity?, New York 1943, p. 12). Marx, come Heine, ha deriso il cristianesimo, ma perché tale
religione voleva trasferire giustizia e felicità nel Regno dei cieli. A considerare il comunismo sotto
il profilo della forza di giustizia che contiene, è difficile negargli una forte dimensione etica.
Non si può affermare che il comunismo sia estraneo alla democrazia. Il comunismo nelle sue
ultime aspirazioni non è evidentemente democratico, per la ragione assai chiara che la sua
meta è la sparizione di ogni forma di governo.
Ma questa meta ultima dovrà essere preceduta dalla conquista del potere da parte dei proletari che si
erigono in classe dominante, e nel Manifesto ciò è definito come «un raggiungere vittoriosamente la
democrazia». Potrebbe trattarsi di una democrazia economica, reale, ma certo è sorprendente che
coniugare democrazia con comunismo possa apparire una operazione blasfema. Inoltre il
comunismo vuole una eguale libertà per tutti e perché ciò sia possibile occorre una quantità eguale
di beni, o almeno una eguale possibilità di acquistarli: un diritto «to equality of opportunity, the
equal chance in the life» (per l’uguaglianza delle opportunità, per l’identica occasione
nell’esistenza). Ma, per raggiungere la democrazia e l’eguaglianza di possibilità, è necessario che al
concetto di solidarietà si sostituisca, come principale motivo della vita, quello di autosufficienza e
che la coordinazione degli sforzi umani elimini la condizione di lotta che viene dalla natura.
Insomma, si può giungere a un paradosso: il comunismo vuole istituire, secondo l’espressione di
Engels, il «regnum hominis» sulla natura, nel senso di sostituire un’armonia umana alla disarmonia
naturale. Un paradosso che dà una connotazione altamente morale alla dottrina, che però non si
applica ai contesti storici in cui la dottrina è stata applicata, nei paesi comunisti (ora ex).

EPICRISI

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Ma a questo punto bisogna avere il coraggio di dire che altrettanto deludenti e drammatici sono stati
i risultati per il liberismo, non fosse altro perché l’ingiustizia predomina e ha predominato là dove si
è tentato di metterlo in pratica e di storicizzarlo, come negli Stati Uniti.
Ecco forse la conclusione drammatica: il diritto e l’ingiustizia e l’ineguaglianza dominano ovunque,
indipendentemente dal sistema che si è cercato di imporre per governare l’uomo e le diverse società.
La contrapposizione tra liberismo e comunismo critico non si presenta come un capitolo o un
evento della storia e quindi del passato, ma con le stigmate del tempo presente, anche se con la
forza ridotta e con minore contrapposizione: basta pensare al clima delle elezioni politiche in Italia
nell’aprile del 2006.