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Vittorino Andreoli PRINCIPIA “Avvenire” 23.07.

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(23) Terremoto Kant

«Con il filosofo di königsberg si passa dalla concezione dello stato di tipo paternalistico, propria del
dispotismo illuminato, a quella dello stato giuridico, ovvero «poliziotto». Lo stato, che è solamente
il garante delle libertà degli individui, si pone come semplice limitatore delle sfere d’influenza, non
ha compiti etici, anzi non ha una vera e propria realtà etica. La sua azione si svolge in una sfera non
solo autonoma, ma addirittura inferiore rispetto a quella della morale»

1 Kant nega che la felicità sulla terra possa essere il fine ultimo della natura, che sarebbe
invece da individuare nella cultura
2 La società più pura è quella che si fonda sulla virtù che unisce tutti gli uomini nella fede del
bene: una società universale
3 È tempo che anche le nazioni emergano dal selvaggio stato di natura e contraggano patti per
mantenere fra esse la pace
4 A differenza degli animali, la specie umana crea da sé il proprio destino attraverso la storia,
in un progresso che non ha fine

Siamo in viaggio ormai da vari mesi, dapprima dentro il mondo della scienza alla ricerca dei
princìpi che la regolano, ma anche dei principi che essa stessa ha scoperto nella logica della natura.
In seguito abbiamo affrontato, e lo stiamo ancora facendo, i princìpi del convivere insieme,
dell’uomo in società. Due campi che sembrano lontanissimi per chi vi si dedica, scienziati e cultori
del diritto e della politica, non per noi che ci siamo proposti di analizzare i princìpi che reggono (o
non reggono più) l’attuale società, che talora sembra franare definitivamente, come se fosse scossa
proprio da un terremoto dei princìpi. Per questo guardiamo e al mondo fisico e a quello delle
relazioni umane, grazie ad uno sguardo che vede le correlazioni tra i due campi.
A qualcuno dei nostri compagni di viaggio potrebbe sembrare che tutte queste tappe intermedie
allontanino la meta: che è quella – ricordiamolo – di indicare finalmente i princìpi che ci devono
animare oggi, se si vuole ritrovare l’uomo dentro un disegno sensato, che non sia quindi né di
dispersione né di follia.
Chi vi scrive ha un entusiasmo maggiore oggi che alla partenza. Cammin facendo, infatti, ci siamo
arricchiti di tante informazioni e meditazioni: per questo mi dispiacerebbe se qualcuno, temendo un
prolungarsi eccessivo, rinunciasse a proseguire.
Posso garantire, per la responsabilità che ho, che tutto è sotto controllo. Il segreto, in
montagna come nel nostro viaggio, è di tenere lo sguardo orientato all’arrivo ma di guardare
anche ciò che – tappa dopo tappa – ci circonda.
In questa parte del nostro tragitto, quella alla ricerca dei princìpi proposti per vivere meglio insieme,
e dunque tra Diritto e Stato, si è colpiti dalla co-presenza – nello stesso attimo – di visioni in certo
senso opposte, di soluzioni antinomiche. Non era stato così nel tratto dedicato alla scienza, dove –
nell’ottica di nostro interesse – a una lunga fase di salita era seguita una crisi che portò con sé tutto
quanto si era prima faticosamente costruito.
Qui invece l’affermazione di un autore che sembra fare epoca, si trova vicino ad una opposta, con la
sensazione che tutto ricominci da capo e che si sia persa l’occasione per fondare in maniera certa e
definitiva un principio. Un sali e scendi in cui troviamo affermazioni che ci sembra di approvare e
subito dopo una visione opposta, sostenuta a sua volta con convinzione e persino con fascino e
abilità.
Questo altalenarsi di soluzioni è dunque una sorta di caratteristica che andiamo constatando in
questa fase dell’itinerario.

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Ritengo che il nostro viaggio e la meditazione sulla ridda di principi che abbiamo incontrato,
renderanno più significative le nostre consapevolezze culturali e persino religiose, in quanto ci
saremo nel frattempo abituati a pensare ai princìpi come ad una parte essenziale dell’esistenza, e
non come decorazioni pleonastiche di una vita banale.

IMMANUEL KANT
Il pensiero politico di Immanuel Kant è presente principalmente in tre opere: nei Princìpi metafisici
della dottrina del diritto (che fanno parte della Metafisica dei costumi 1797), nel trattato Per la
pace perpetua (1795) e nell’opera La religione nei limiti della semplice ragione (1793). Tale
pensiero si situa dentro la cornice del diritto naturale, ma con una organizzazione decisamente più
razionale.

ORIGINE DELLO STATO


Esiste, ammette Kant, uno stato iniziale di natura primitiva e di isolamento in cui l’uomo è
innocente, uno stato in cui è felice poiché non ha che scarsi bisogni, quelli naturali che la natura
stessa soddisfa.
Nello stato naturale l’uomo è libero perché è isolato, ma innocenza, felicità e libertà vengono meno
nello stesso momento in cui entra in contatto con altri uomini e per opera della ragione.
La ragione distacca l’uomo dalla natura, suscitando bisogni e passioni che in quella condizione
erano solo latenti. L’opera della ragione si manifesta in più modi: mostrando che non vi è solo una
possibilità di vita, come avviene per gli animali, e ciò genera preoccupazione e sofferenza;
complicando l’istinto sessuale e mediante il pudore togliendo la possibilità del godimento del
presente, facendo nascere l’angosciosa attesa del futuro; infine, distaccandosi dalla natura l’uomo
vede in questa un possibile strumento di dominio e pertanto tenta di assoggettarla: ed è così che
nasce il lavoro con le preoccupazioni finalistiche che vi sono connesse.
Dal lavoro sorgono le prime competizioni, il desiderio di possesso e di dominio spinge gli
uomini a unirsi in gruppi e così dall’abbandono della naturalità della vita isolata – non per
atto d’arbitrio, ma per un necessario sviluppo storico – nasce la società politica.
La lotta tra uomini genera l’infelicità e il diritto – e qui indubbiamente c’è in fieri la «struggle of
life», la lotta per l’esistenza di Charles Darwin, ma intesa in senso finalistico. L’uomo è naturaliter
socievole, ma se realizzasse questa tendenza interamente, si giungerebbe al ristagno della vita: una
certa misura di lotta e di competizione è necessaria perché la specie umana sopravviva e cresca, e
dunque la lotta non è un male in sé ma diventa un mezzo della natura per ottenere l’elevazione
dell’umanità. Del resto l’ipotesi di un uomo isolato è puramente teorica, frutto della speculazione e
del pensiero. «Senza qualità di genere antisociale, gli uomini avrebbero condotto una vita di pastori
dell’Arcadia, in completa armonia, sempre soddisfatti e amandosi reciprocamente; ma in questo
caso tutte le loro capacità sarebbero state per sempre nascoste nel loro proprio germe. Ringraziamo
dunque la Natura di questa insocievolezza, di questa gelosia, invidia e vanità, di questa sete
insaziabile di possesso e di potere... L’uomo desidera la concordia, ma la natura sa meglio che cosa
va bene per la sua specie; ed essa vuole la discordia, perché l’uomo sia obbligato a esercitare
sempre una potenza nuova e un ulteriore sviluppo delle sue capacità naturali» (Il principio naturale
dell’ordine politico, 1784).
Ma la lotta per l’esistenza deve essere racchiusa entro certo limiti e regolata da leggi e da
costituzioni; e così dalla società naturale nasce la società civile, ossia lo Stato.
L’uomo non è da considerare solo come un fine della natura, ma come «il fine ultimo della natura»
(Critica del Giudizio, § 83). Kant nega che la felicità sulla terra possa essere fine ultimo della natura
e lo identifica invece nella cultura, cioè «la produzione dell’attitudine di un essere ragionevole a
promuovere in generale fini a suo piacere», un’attitudine che si esplica nella sfera della sua libertà.
Non ogni cultura è però sufficiente. Vi è una cultura dell’abilità che culmina nel lusso, che induce
danni: il brutale dominio degli uni sugli altri e l’intima insaziabilità generano una condizione di
infelicità – la splendida infelicità, la definisce Kant. Il fine della natura può esser raggiunto solo a

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una condizione (condizione formale): e cioè «quella costituzione nel rapporto degli uomini tra loro,
dove in una totalità denominata società civile, una podestà legale è contrapposta alla menomazione
della libertà dei singoli nel loro reciproco contrasto, poiché il massimo sviluppo delle disposizioni
naturali può effettuarsi soltanto in tale società» (ibidem).
È interessante la visione di una cultura che diventa fine della società. Il passaggio dalla società di
natura a quella civile diventa in Kant una esigenza razionale, l’esigenza dello sviluppo della
naturalità, come se questa fosse spinta da una forza intrinseca, una forza occulta che più avanti
Darwin chiamerà «istinto».

DIRITTO E STATO
Per Kant la vita politica si riduce a mera legalità: fine dello Stato non è quello di ingerirsi
nell’attività degli individui, né di curare gli interessi individuali, bensì di assicurare ai cittadini il
godimento dei propri diritti. Quando ha adempiuto a questa funzione di tutela del diritto, lo Stato ha
esaurito tutti i suoi compiti: è la concezione meramente giuridica dello Stato, la dottrina dello Stato
di diritto («Rechtstaat»).
Ma vediamo meglio che cosa Kant intende per diritto.
I diritti naturali si compendiano nella libertà, ma un suo uso sfrenato da parte di ciascuno si
risolverebbe in una menomazione della libertà dell’altro: la libertà esterna, perché sia eguale libertà
di tutti, deve quindi poter avere un limite nella libertà altrui: solo così si può fondare una libertà
universale.
E di conseguenza Kant definisce il diritto come «l’insieme delle condizioni sotto le quali l’arbitrio
di ciascuno può coesistere con l’arbitrio di tutti, secondo un principio universale di libertà».
Il diritto è una massima della coesistenza, caratterizzata dalla universalità. È un imperativo,
categorico e formale. Ha quindi le medesime caratteristiche dell’imperativo morale (anche se per
Kant separato dal diritto). Il diritto ha come caratteri distintivi la esteriorità (non è dentro di me) e la
coercibilità.
Per Kant il diritto di natura non ha la sua base nell’uomo, inteso come soggetto storico, ma è
un’idea che precede e trascende l’esperienza. Un principio di ragione, prodotto di una costruzione
logica, mediante la quale la mente, partendo da certe premesse generali connesse al principio di
giustizia, ne deduce le verità giuridiche particolari. Per questo il diritto porta in sé l’impronta della
necessità e dell’universalità.
In tal modo finisce con Kant la scuola del diritto naturale e comincia quella del diritto razionale
(«Vernunftrecht»). Il diritto puro della ragione (diritto assoluto, necessario e ideale, cioè idea del
diritto) diviene così un archetipo ideale che è insieme criterio di valutazione delle istituzioni
positive e modello per le forme future.
Uno dei riflessi di questa posizione, che sembra solo frutto di astrazioni, la si trova nella
concezione di contratto sociale. Kant afferma esplicitamente che non è un fatto storico e che
non è mai stato stipulato; è una pura idea che esprime il fondamento giuridico degli Stati.
Una pura idea che deve servire come ipotesi, anzi come archetipo razionale sul predominio del
quale devono costituirsi gli Stati. Un principio normativo, quindi, e non un fatto; un dover essere
degli Stati, e non un loro essere.
Poiché l’esteriorità è propria del diritto, allo Stato deve essere preclusa ogni interferenza nella
coscienza interiore: il suo campo è limitato esclusivamente alla sfera dei rapporti esterni, che è la
sfera della costrizione. Mediante leggi pubbliche coercitive lo Stato deve delimitare i confini delle
singole libertà individuali, che possono estendersi solo fino al massimo compatibile con la
coesistenza della libertà di tutti gli altri. In tal modo nello Stato si pone fine alla naturalità politica
dell’uomo, e si dà inizio alla politicità razionale.
Con Kant si passa dalla concezione paternalistica dello Stato (che fu proprio del dispotismo
illuminato) a quella dello Stato giuridico, cioè dello Stato poliziotto. Lo Stato, in quanto è solo il
garante delle libertà individuali e il limitatore delle sfere d’influenza, non ha compiti etici e non ha

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vera realtà etica. La sua azione si svolge in una sfera non soltanto autonoma, ma anzi addirittura
inferiore ed estrinseca rispetto a quella della morale.
Se allo Stato può spettare un compito educativo, è solo quello della educazione alla libertà; ma ove
questa educazione fosse compiuta, non vi sarebbe più alcun bisogno dello Stato.
Nello stesso tempo la politica viene concepita come pura e semplice amministrazione della
giustizia: ogni altro fine (di prosperità, grandezza, e così via) non può che essere fine degli
individui, non già della collettività.
È stato più volte sostenuto dagli studiosi che quello kantiano è il più disperato tentativo di ridurre la
politica a mera legalità.

MORALE E DIRITTO
Ne La Religione nei limiti della semplice ragione Kant ricorda che lo Stato serve come via della
ragione attraverso cui la natura guida gli uomini non alla felicità, ma a quella disciplina delle
tendenze che è la cultura.
La società più pura è quella però che si fonda sulla virtù che unisce tutti gli uomini nella fede
del bene: società universale, che converte in bene il male della società naturale, e che è una
vera repubblica morale che realizza in terra il Regno di Dio.
Questa società nasce dalla libera adesione interiore della volontà alla legge morale, unendo le anime
nell’aspirazione della virtù. Lo Stato, poiché è esteriore, è necessariamente insufficiente a
raggiungere questa meta. Vi si può giungere solo attraverso Dio legislatore, nella Chiesa, che è
l’unione reale di tutti gli uomini che accettano la legge morale come precetto divino e si sforzano di
attuarla. Essa si manifesta fenomenicamente nella Chiesa visibile, il cui valore risiede nella
coincidenza ideale con la Chiesa invisibile. Quest’ultima non ha alcuna analogia con lo Stato: non è
né una monarchia, né una aristocrazia, né una democrazia, ma è come una grande famiglia di spiriti
concordi.
Da questi princìpi, di sapore evidentemente agostiniano, Kant giunge a concepire lo sviluppo
dell’umanità come se si svolgesse su due linee parallele, ciascuna preceduta da uno Stato di natura:
vi è una evoluzione politica, preceduta da una anarchia giuridica concepita come collisione di
diritti; e una evoluzione morale, che nasce da un’anarchia morale per la collisione dei sentimenti.
Le due linee non coincidono: il «summum jus» è infatti «summa iniuria».

LA SOCIETÀ DEGLI STATI


Nel paragrafo 83 della Critica del Giudizio, dopo aver parlato della costituzione della società civile,
Kant aggiunge: «a questa tuttavia, quand’anche gli uomini avessero abbastanza senno per inventarla
e saggezza per sottoporsi volenterosamente alla sua costruzione, sarebbe pur necessario ancora una
totalità cosmopolitica, cioè un sistema di tutti gli Stati, che sono in pericolo di recarsi danno l’un
l’altro».
In mancanza di tale sistema, è inevitabile la guerra «onde ora gli Stati si scindono e si
decompongono in altri minori, ora invece uno Stato se ne annette altri più piccoli e mira a costituire
una totalità più vasta».
La società degli Stati è «un tentativo se non di instaurare, per lo meno di preparare la legalità con la
libertà degli Stati, e pertanto la unità di un sistema fondato sopra la moralità».
Kant parte dal principio (che fu di Dante) di una vocazione dell’umanità per la costituzione di uno
Stato unico e di una unificazione giuridica completa. Una società di tutte le genti, una società
giuridica che si fonda sull’imperativo categorico: «Non deve esserci guerra». Ecco quanto scrive:
«La stessa insocievolezza che costrinse gli uomini a unirsi in società, diventa ancora la causa del
fatto che ogni comunità assuma l’attitudine di libertà sfrenata nelle sue relazioni esterne... di
conseguenza ogni Stato deve accettare da qualsiasi altro la stessa specie di mali che una volta
opprimevano gli individui, e che li costrinsero a entrare in una collettività civile e regolata dalle
leggi». È tempo che anche le nazioni emergano dal selvaggio stato di natura (la legge della giungla
come si usa dire oggi) e contraggano patti per mantenere la pace; senza questo progresso, la storia

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sarebbe come una fatica di Sisifo, come una «infinita follia tortuosa» e noi «potremmo immaginare,
come gli Indii, che la terra sia un luogo di espiazione di antichi peccati dimenticati» (Il principio
naturale nell’ordine politico).
La unificazione giuridica dell’umanità è insieme un’argomentazione storica, poiché mostra che si
sono unificati elementi un tempo discordanti, e un imperativo etico al quale ispirare la nostra
azione, ed è infine un criterio razionale nella interpretazione della realtà. Vista alla luce del criterio
razionale, «la storia della razza umana... può essere considerata come la realizzazione di un occulto
disegno della natura... di creare una costituzione politica, internamente ed esternamente perfetta,
come un unico Stato in cui tutte le attitudini da esso inculcate negli uomini possano svilupparsi
perfettamente» (ibidem).
Se lo Stato cosmopolitico è il fine, il mezzo consiste in una specie di trattato internazionale di cui il
filosofo di Königsberg traccia i punti più importanti.
Accanto agli articoli definitivi, ispirati al principio che si deve assolutamente evitare la guerra,
vi sono quelli provvisori: questi, nel caso in cui la guerra sia impossibile da evitare, devono
assicurarle un carattere giuridico.
E qui veramente affascina e stupisce l’attualità di alcuni concetti, e quindi il tono profetico che
questi scritti hanno avuto, anche se le Nazioni Unite, che certo ne rappresentano un lontano
modello, mostrano la difficoltà di attuarle storicamente. Insomma, Kant delinea un diritto
internazionale capace di intervenire tra i belligeranti e imporre la pace.
Non si può comunque in guerra ricorrere ad assassinii dei capi nemici, ai tradimenti,
all’inquinamento delle acque, alla diffusione di malattie infettive... Tra le altre clausole importanti,
ricordiamo il principio di non intervento; quello che vieta che gli Stati possano essere considerati
come proprietà, e quindi acquistati per eredità, vendita o permuta; e quello che proibisce la
istituzione di eserciti permanenti.

PROGRESSO
L’antistoricismo di Kant sembra sostenersi anche sulla sua attività didattica. Pur avendo insegnato a
Königsberg molte delle discipline del tempo, mai ha tenuto una sola lezione di storia. Ma non si può
negare che abbia tracciato una filosofia della storia. In un suo articolo del 1784 parla dell’«idea di
una storia universale con intenti cosmopolitici»; in uno del 1786 del «Presumibile principio della
storia dell’umanità». La filosofia della storia si regge sul concetto di progresso che fonda lo
sviluppo dell’umanità e in Kant si può parlare veramente di un evoluzionismo storico.
A differenza degli animali, la specie umana crea da sé il proprio destino attraverso la storia. In u n
progresso che non arriva mai alla perfezione poiché l’uomo non potrà mai essere pura ragione, né
corrisponde al vero che il progresso sia continuo e lineare.
Moses Mendelssohn aveva osservato che solo l’uomo come individuo è perfettibile, non già
l’umanità. La perfettibilità del genere umano deve essere ammessa come un corollario, come un
principio d’azione: se è un dovere per noi cooperare al bene della umanità, dobbiamo aver fede che
i nostri sforzi non siano vani.

SEGUACI DI KANT
Il principio kantiano dello Stato di diritto trovò subito numerosi seguaci e quindi si è trattato di una
elaborazione del pensiero che si fece storia. Nel 1792 a Parigi il diplomatico prussiano Wilhelm von
Humboldt, nelle Idee di una ricerca sui limiti dell’azione dello Stato (opera postuma, pubblicata nel
1851), portava all’estremo il principio del compito esclusivamente negativo dello Stato, cioè dello
Stato che è solo attività limitante e ha esclusivamente compiti di sicurezza, e coniò la nuova
espressione secondo cui lo Stato è «male necessario».
Ma il riferimento più importante va a Johann Fichte e alle splendide Lezioni sulla missione del
dotto, tenute all’Università di Jena nell’estate del 1794, e al trattato Fondamenti del diritto naturale
(1796), opere in cui si avverte il distacco dalla precedente simpatia per Rousseau e l’adesione

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quanto meno all’influsso di Kant. Tanto l’idea di uno Stato di natura di felice ignoranza, quanto
quella di diritti innati, sono abbandonate.
Splendida è invece la dimostrazione del concetto giuridico di eguaglianza, intesa come un
dovere da parte degli uomini di correggere quelle disuguaglianze naturali di cui è
responsabile la natura stessa.
La concezione negativa dello Stato appare nella celebre frase secondo la quale «il fine dello Stato è
di rendere inutile se stesso».
Goethe pensava nello stesso modo quando diceva che «il miglior governo è quello che induce gli
uomini a governare se stessi».
La dottrina kantiana inspira anche l’opera di Rudolf von Gneist, Lo Stato di diritto (1872), che
contiene l’idea di sottrarre l’ordinamento dello Stato alla politica per metterlo sotto l’impero
esclusivo della legge, facendo della grande macchina amministrativa dello Stato una specie di ente
automatico che potesse funzionare da sé quasi per forza spontanea delle cose.

EPICRISI
Nella strada percorsa tra i princìpi del viver insieme e della società, e dunque tra i diritti e lo Stato,
inteso come organizzazione volta a garantirli, si notano alcuni problemi di fondo che continuano a
presentarsi in una persistenza altalenante che, se ammette delle differenze, talora anche sostanziali,
mostra però pure quanto rimangano irrisolti tali problemi. A proposito dei quali si procede con
avanzamenti e ritorni, e talora qualche salto, senza però smettere il riferimento ad idee che sono del
passato. Sono stato tentato – lo ammetto – di ricorrere a confronti più dettagliati con il passato, e
dunque a ripetere magari solo parzialmente quanto di già detto sulle idee che hanno caratterizzato
un periodo o un’epoca, per tentare di distinguere l’apporto originale da un recupero, fosse anche
solo inconsapevole, di elementi del passato. Avrei così mostrato come sia difficile operare, su questi
temi, separazioni concettuali.
Insomma, il problema di chi sia l’uomo, della sua naturalità e socialità, delle distinzioni di natura, di
come fondare lo Stato, dell’autorità e il controllo sui comportamenti che, pur risultando vantaggiosi
per il singolo, impediscono la libertà dell’altro… sono tutti aspetti che dominano ancora la scena
della storia e persino della cronaca, e che ci trasmettono l’impressione di trovarci sempre a un punto
di partenza, dal quale sia indispensabile ripartire nonostante tutto, fino alla percezione
dell’impossibilità di dire qualcosa che già non sia stato detto, se non con piccole e trascurabili
variazioni. Sembra dunque questa una disciplina, della vita insieme di più uomini e quindi delle
società, in cui tutto è a livello zero. Da qui talora si dipartono picchi dai quali si può desumere
quanto ci sia ancora da dire.
Certamente un picco è stato rappresentato da Kant. Ma con ciò non si può dire che la questione sia
chiusa.
Del resto anche nell’Ottocento tutto si ripropone ancora, in una altalena che talora si colora di
pessimismo, poiché si continua a dibattere su come rendere umano l’uomo, che poi nella
storia si ostina a ripresentare il suo volto disumano.
E allora seguitiamo a chiederci quali diritti e doveri e quale Stato dare a una nazione, quale governo
a tutte le nazioni insieme affinché almeno non si facciano tra loro la guerra. La quale, per dirla con
Kant che non poteva immaginare l’intensità degli ultimi due conflitti mondiali, è oltre l’umano, ed
oltre la crudeltà delle bestie più feroci. Sono semplicemente atrocità capitali, che si succedono
nonostante l’altezza delle elaborazioni filosofiche, a partire da Kant.

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