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Salsa A., I bambini-bambino ovvero i tanti volti dell’infanzia nel mondo, in U.

Marin (a cura di),


Sostegno a distanza (SAD). Promozione di capitale sociale per lo sviluppo umano, Aviani&Aviani,
Udine 2011, pp.25-52.

I BAMBINI-BAMBINO
Ovvero i tanti volti dell’infanzia nel mondo

Alberto Salza*

Preludio

La carità, quale virtù spirituale, non è quella quantitativa e materiale, oggi tanto in auge.
L’uomo che diventa oggetto di questa carità si riduce a un animale a due gambe
di cui sono considerati solo i bisogni materiali, mentre le sue necessità più profonde,
quali la bellezza o l’amore, sono ignorate o sono relegate nella categoria del lusso.
Non vi è termine di paragone tra la carità spirituale e la carità materiale
che riduce l’uomo a una bestia: gli insegna a camminare, ma gli toglie la vista,
la sola che potrebbe indicargli dove andare.
Seyyed Hossein Nasr, Ideali e realtà dell’Islam

Turalei è un luogo in costruzione assoluta, nel Sud Sudan. Dal nulla dell’orizzonte nomadico del
dopoguerra civile occorrerà edificare un’intera città: uffici, strade, ponti, case, scuole, mercati,
pompe, linee elettriche e così via. Là, un ragazzino di nome Ater, che non ha visto altro che guerra e
deportazione per tutta la sua vita, mi ha fatto una domanda retorica: «Lo sai perché qui in Africa
abbiamo il sottosviluppo?». Ovviamente l’ho trattato con la paternalistica condiscendenza
dell’antropologo. «Dimmelo tu». «Perché in Africa noi condividiamo tutto. Voi, invece, siete
fortunati perché siete egoisti. Uno è egoista e fa i soldi. Così può mettere in piedi lo sviluppo». Ater
porta il nome di una specie di airone: le sue parole volano alto, ma decollano dalla palude.
In quasi tutte le lingue d’Africa non esiste la parola povero: usano il termine arabo meshkin.
Quando ne ho chiesto la ragione, ho ottenuto una risposta semplice: «Qui, se sei povero sei morto».
Se sei privo di mezzi di sussistenza, in Africa non ce la fai a sopravvivere. Niente carità (l’indigenza
è condivisa da tutti, nei tempi duri), niente ammortizzatori socio-economici. Scavando un po’ più a
fondo, è saltata fuori una definizione locale. Di nuovo Ater: «Per noi, pastori dinka, uno è povero
quando non può più aiutare né essere aiutato». La dimensione di reciprocità caratteristica della
condivisione: la collettività ti aiuta, ma se tu non riesci a venirne fuori, non verrai più assistito.
Come cantava Bob Dylan nel 1973: «Che tu possa sempre fare per gli altri, e lasciare che gli altri
facciano per te. E che tu possa, così, restare giovane per sempre». La carità funziona a due vie
anche, e soprattutto, con i bambini.
Vedere i bambini

Mi chiedi a che latitudine e longitudine mi trovo;


non ho la minima idea di cosa siano la latitudine e la longitudine,
ma sono due parole fantastiche.
Lewis Carroll, Alice nel Paese delle Meraviglie

Io di bambini non ne ho. Non ne ho mai voluti a causa di: alto rischio di apocalisse nucleare,
sovrappopolamento della Terra, lavoro lontano da casa, anaffettività congenita preautistica, zona di
disagio da contatto fisico estesa, mantenimento della silhouette di mia moglie, egoismo sociale,
rapporto costi-benefici, senso di schifo per le deiezioni umane, e così via. Inoltre, i bambini non mi
piacciono. Lo ripeto spesso, e tutti scuotono la testa: «Non puoi dire una cosa così!» Certo che
posso: l’ho appena fatto. Però sono stato un bambino anch’io. Pertanto ho cercato di entrare, da
antropologo operativo, in quello che definisco il “Mondo Basso”: la prospettiva dei bambini-
bambino. Lì, da tutte le parti del mondo, ho incontrato i bambini collaterali: fuggitivi, abbandonati,
sperduti, guerreggiati e guerreggianti, stregoneschi, alterati, avvelenati, auto-organizzati, belli e
brutti, tecnologici e incivili, vittime e organizzatori di genocidi, obesi e troppo magri, sexy.
Invisibili, sempre.
A quanto pare, per attivare l’attenzione d’assistenza, abbiamo bisogno della visione. A Torino
incontrai un giorno una mia amica che si dava un sacco da fare per procurare nuove “adozioni a
distanza”. All’epoca, il termine “sostegno” (più politically correct) non era ancora in auge. Se
“adozione” è legalmente irrilevante, “sostegno” odora di travature in rovina. Fatto sta che la mia
amica mi pose davanti agli occhi un album fotografico. Ritratti di bambini africani, uno in fila
all’altro. Sapete, quelli con gli occhioni neri e umidi, le ciglia lunghe da fanciulla. Ci ho messo anni
di frequentazioni africane, il più delle volte a piedi, per scoprirne la ragione: si tratta di alcuni dei
sintomi del kwashiorkor, una grave forma di malnutrizione infantile per cui la crescita è ritardata, lo
stomaco vuoto si gonfia per gas e batteri e gli ormoni steroidi non vengono interamente eliminati,
creando un’azione femminilizzante, con viso tondo, ciglia lunghe, sguardo languido. Quello che ci
fa innamorare dei bambini africani. L’album fotografico della mia amica era semivuoto, segno di
buona caccia. «Mi sono rimasti solo quelli brutti», mi disse. E meno male che a scegliere erano i
buoni della nostra opulenta società. “Scegli una faccia o un progetto?” è uno slogan recente delle
associazioni per il sostegno a distanza; prima si puntava tutto sul primo piano del bambino derelitto,
ma la pratica è ancora comune ed efficace in TV negli spot sociali. La scelta visiva è tuttora
condizionante per la visibilità e l’assistenza di milioni di bambini, buona o cattiva che sia la cosa.
L’invisibilità del mondo infantile in generale è il prodotto di una strana sindrome percettiva che ci
colpisce di fronte a eventi dinamici che richiedano tutta la nostra attenzione. In un esperimento
dell’Università di Harvard del 1999 (Simons, D.J. e Chabris, C.F., Gorillas in our midst: sustained
inattentional blindness for dynamic events, in “Perception”, volume 28, pagg. 1059-1074) appaiono
in video due gruppi di tre persone, i Bianchi e i Neri, che si scambiano passaggi con due palle da
basket. Gli astanti sono invitati a contare i passaggi con la massima attenzione. A un certo punto,
una ragazza travestita da gorilla entra in scena da destra; arrivata al centro si ferma e si batte il
petto, per poi uscire da sinistra. Il tutto in nove secondi. Il 50% – in alcuni casi si arriva al 64% -
degli astanti (oltre la maggioranza democratica), concentrati sui passaggi, non vede il gorilla. (il
video è in http://viscog.beckman.illinois.edu/flashmovie/15.php). Si tratta del fenomeno della
Cecità Prolungata per Inattenzione durante Eventi Dinamici. Ecco perché non vediamo i bambini di
tre quarti del mondo, esseri speciali che si battono il petto davanti a noi. E i bambini non sono tutti
uguali; soprattutto non sono uguali a noi, adulti e inseriti nel mondo ricco.
Definire i bambini

La matematica pura è la disciplina in cui non sappiamo di che cosa stiamo parlando,
né se quello che stiamo dicendo sia vero.
Bertrand Russell

Il mondo occidentale è ossessionato dalle definizioni. E dai numeri. La combinazione dei due
elementi, definizione e numero, è letale. Secondo la definizione adottata dall’Unicef (l’agenzia delle
Nazioni Unite preposta alle problematiche dell’infanzia e promotrice della Convenzione per i Diritti
del Bambino), il bambino è «qualunque persona di ambo i sessi al di sotto dei diciotto anni di età».
Si tratta di una definizione onnicomprensiva e non negoziabile. Matematica lineare contro
complessità sistemica dell’essere umano. Essere bambini è come essere incinti. Non si può essere
incinti in una certa misura. O lo si è, o non lo si è. Da noi si è scelto un punto di demarcazione
preciso, simile al limite del salto quantico di complessità: i diciotto anni di età.
Prima sei un bambino irresponsabile, un istante dopo sei un colpevole punibile per legge. Prima ti
succhi il pollice, poi vai a votare. Prima sei un rifugiato umanitario da accogliere, dopo sei un
clandestino da espellere. Prima devi essere protetto da ogni intemperie psicofisica, poi ti danno un
fucile e sei autorizzato a uccidere per lo Stato nelle tempeste del deserto afghano. Come e in che
condizioni di mente e corpo tu sia arrivato fin lì conta come il due di picche. Tutto o niente,
bambino o adulto. È la logica binaria di Aristotele, bellezza: o è A, o è non-A. Tertium non datur.
La scala dimensionale cui fa riferimento l’Unicef è spropositata dai punti di vista biologico,
culturale e formale. Resta comunque la cesura insuperabile dal punto di vista giuridico: per
esempio, ufficialmente in tutti i Paesi del mondo che hanno sottoscritto la convenzione, nessuno che
abbia meno di diciott’anni può lavorare. Per legge. La faccenda, dal punto di vista della nostra vita
quotidiana, è piuttosto recente. Una maestra di scuola elementare può ancora citare il libro Cuore di
De Amicis, esaltando le figure risorgimentali del Tamburino sardo e della Vedetta lombarda (ah,
l’unificazione d’Italia!). Contraddittoriamente, la stessa maestra non esiterà a condannare l’uso di
soldati-bambino in Congo o Colombia. Eppure, in tutti i casi, si tratta di bambini che partecipano
attivamente alla guerra, come è sempre successo. Oggigiorno i casi in esame sarebbero oggetto di
un processo della Corte Internazionale destinato a condannare quell’esercito e/o quella nazione che
ha fatto ricorso ai soldati-bambino, tout court.
I Princìpi di Città del Capo (Cape Town Principles) stabiliti dall’Unicef nel 1997 forniscono questa
definizione: «Un bambino-soldato è ogni persona sotto i diciotto anni di età che faccia parte di
qualsivoglia tipo di forza armata o gruppo armato, regolare o irregolare, in qualsiasi ruolo». Non c’è
modo di uscirne. Se poi ragioniamo sul fatto che la rivoluzione industriale, elemento economico
civilizzatore della Storia (così almeno afferma il pensiero liberista), si è basata in gran parte sul
lavoro minorile (dita piccole per filare, corporature gracili per infilarsi nelle miniere, e via
discorrendo), allora possiamo capire come un intero mondo alieno a noi per cultura ed economia
possa sentirsi spiazzato dai bambini che sogniamo. Dobbiamo smettere di confondere ciò che
vorremmo che fosse l’essere umano con quello che è: i diritti dei bambini vanno rivisitati nel fango
che li genera quotidianamente, e non nelle sedi ginevrine dell’Onu, le aule di giustizia, i convegni di
associazioni umanitarie e così via. Se davvero esistessero legge innata, dignità insita nell’animo,
reciprocità condivisa, un’”umanità” come substrato di riferimento, e via andare, allora non ci
sarebbe bisogno dell’arcobaleno dei diritti umani (o di un battesimo che monderebbe il “peccato
originale”). Tanto meno per i bambini, esseri che crediamo essere più vicini alla
“purezza” (concetto in qualche modo razzista).
Nel pensiero delle società avanzate, il suddetto “bambino” non è solamente un minus habens,
protetto per la sua immaturità e incompletezza, ma un uomo/donna in fieri, dotato di diritti umani
fondamentali, sia pure con gli adattamenti consigliati dalla sua condizione oggettiva di dipendenza
dagli adulti e dalla società, condizione che impone speciali e particolari attenzioni e protezioni.
Anche eccessive e fuori luogo. Un giudice di Trieste ha imposto a una madre di andare a prendere a
scuola il figlio di dieci anni, non consentendogli di tornare a casa a piedi non accompagnato per un
tragitto di 200 metri. In un paesino d’Italia, non a Kinshasa, Congo o a Kabul, Afghanistan (dove,
peraltro, i bambini vanno dappertutto dando una mano agli adulti che si sparano addosso). La
motivazione della sentenza: «Il principio di sicurezza del bambino prevale sul principio di
autonomia».
Personalmente, non ho alcuna certezza di cosa sia esattamente un «bambino». Forse occorrerebbe
definirne i tratti in logica inversa, partendo dalla percezione che i minorenni hanno degli adulti. E lì
non ci facciamo una bella figura. Parafrasando il termine “bambini-soldato”, noi vorremmo trattare
di quelli che chiamiamo i bambini-bambino. Dalle desolazioni africane alle nostre invivibili città,
passando per ogni ecotono o sfumatura ambientale, i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze
tendono sempre di più a fare da soli, ad autorganizzarsi e, soprattutto, a non fidarsi degli adulti.

Far lavorare i bambini

Cosa penso della civiltà occidentale?


Penso che sarebbe un’ottima idea.
Mahatma Ghandi

Il sostegno assistito tende, in qualche modo, a sottrarre i minori dal contesto economico di
riferimento. Se ragionate con il pregiudizio che un qualsiasi bambino non possa lavorare, punto e
basta, e non che non debba essere sfruttato in quanto essere umano (di ogni età e cultura), allora vi
mettete nella posizione di incidere pesantemente sull’economia locale. Ne fate una persona
differente, selezionandone i comportamenti. L’estrarre un segmento di una popolazione qualsivoglia
da una strategia di sopravvivenza aggiustata e sedimentata dall’ambiente da centinaia di anni
implica una trasformazione globale del contesto. Non lo si deve fare incoscientemente. Si può
essere d’accordo sul fatto che il bambino da sostenere viva in un contesto orribile (perlomeno ai
nostri occhi), ma per intervenire positivamente occorre una profonda conoscenza della realtà locale,
e non solo economica. Chi è e che funzione svolge laggiù, il bambino?
Un esempio. Anni fa lavoravo in un progetto di inserimento ecosistemico e sviluppo
socioeconomico al lago Turkana, in Kenya. Contemporaneamente le nuove forze politiche
progressiste decretarono l’istruzione primaria come gratuita e obbligatoria. Buona cosa: tutti i
bambini avrebbero dovuto andare a scuola. In tal modo sarebbero divenuti cittadini consapevoli e,
collateralmente, avrebbero anche potuto mangiare qualcosa, per lo meno il pasto della mensa
scolastica (si fa per dire). I genitori avrebbero tirato un sospiro di sollievo per la progressiva
alfabetizzazione del Paese.
Al progetto lavorava anche una équipe medica. Controllavano essenzialmente la frequentazione dei
vari centri di salute, in modo da formare un quadro epidemiologico basato su dati e statistiche e non
sul sentito dire. I medici notarono una curiosa incongruenza: nell’analisi della popolazione,
composta nella quasi totalità di pastori nomadi, i bambini e le bambine tra i sette e i tredici anni non
comparivano mai negli elenchi dei pazienti dei dispensari. I casi erano due: o non si presentavano, o
non erano mai malati. Assenti o perfettamente sani. Strano in entrambi i casi. Quando venni
incaricato di chiarire il mistero epidemiologico, dovetti scarpinare tra le rocce laviche per
raggiungere le famiglie con il loro bestiame, sparse a largo raggio attorno al centro abitativo dove
c’erano la scuola e il centro di salute. Incontrai un nugolo di bambini: non moribondi, ma nemmeno
perfettamente in salute. Parlando con i genitori venne fuori che i bambini venivano scientemente
sottratti all’autorità scolastica, in quanto indispensabili per la sopravvivenza economica pastorale.
Cercai di spiegare che la scuola era una cosa buona, ma loro mi controspiegarono pragmaticamente
che l’evasione scolastica era una strategia di sussistenza. Nell’età scolare (sette-tredici anni),
bambini e bambine attorno al lago Turkana svolgono compiti indispensabili, come pascolare il
piccolo bestiame e proteggerlo contro predatori e predoni. Senza capre e pecore, l’intera comunità si
sarebbe trovata priva della ricchezza in tempo di abbondanza, e dell’unica risorsa di sussistenza
durante le carestie. Gli adulti devono già pensare alle transumanze a largo raggio (uomini) e
all’allevamento dei bambini piccoli (donne).
Abbiamo tutti cercato una soluzione, ma è difficile operare contro la legge e il pregiudizio anti-
pastorale. La costruzione di un’infanzia ideale, spensierata, libera dal lavoro e intenta
all’apprendimento, è tipica del nostro modello di sviluppo. Così come la democrazia, non può e non
deve essere esportata a qualsiasi costo. Dalle parti del Turkana, questo tipo di infanzia manco se lo
sognano. Forse non lo vogliono; in ogni caso nessuno ha chiesto loro il consenso al cambiamento, o
neppure un’interpretazione alternativa. Dopo molti anni di pressioni, abbiamo ottenuto dal governo
del Kenya il via per una serie di iniziative (soprattutto via radio) che dovrebbero consentire ai
pastorelli di seguire il programma scolastico in movimento, elemento indispensabile alla loro vita.
Cosa bisogna sostenere: bambini virtuali o bambini inseriti nella realtà?

Far crescere i bambini

Qualunque vita, per quanto inumana, con l’assuefazione diventa umana.


Yasunari Kawabata, La casa delle belle addormentate

La costruzione di un’infanzia ideale incide direttamente sulla vita quotidiana delle persone. Mette in
opera l’immagine di quella che potremmo chiamare “buona vita”. Tale concetto è culturalmente
relativo (ciascheduno desidera una vita differente, per quantità e qualità) e occorre trasformarlo in
metodo pluralistico. Il pluralismo si contrappone al relativismo, spesso padre delle tirannie etniche.
Dovete immaginare i gruppi umani come generatori di valori, ma anche come prodotto di valori
condivisi. Un set di valori si coagula in un determinato ambiente fisico e culturale e diventa il
riferimento di buona vita per un determinato gruppo. Nessun gruppo umano, però, si è mai formato
includendo tutti i valori umani. Di conseguenza, ogni gruppo è in qualche modo mancante. La
dinamica culturale è fatta di scambi, migrazioni, meticciati di uomini e idee. Chi si occupa di
sostegno a distanza, sente forse la mancanza all’interno del proprio modello culturale? Oppure, dal
momento che non si confanno al suo modello, non dà piuttosto per scontato due cose: il bambino
avulso criticamente dalla sua realtà e il bisogno, inteso come miseria implicita nell’altrove.
Il nostro tipico paradigma, lo ripeto, è che il bambino sia un adulto in fieri. Da grande, deve
diventare come noi. Se “adottiamo” qualcuno, lo facciamo per toglierlo da una situazione che
riteniamo incompatibile con tale paradigma. Di conseguenza, da noi (ma lo pretendiamo anche
nell’altrove) facciamo un lavoro progressivo (parola che ha la stessa radice di “pellegrinaggio”) da
una condizione di tabula rasa (così molti psicologi ritengono la situazione infantile) fino al
raggiungimento progressivo dell’umanità piena: la maturità si raggiunge a diciott’anni di età (non di
scolarizzazione), spesso con un esame scolastico per cui son previsti giacca e cravatta, simboli
definitivi.
Notate la contraddizione. Si manda obbligatoriamente a scuola un bambino fino ai sedici anni di età
(anche se si sta discutendo elevare la frequenza ai diciotto anni). Nel contempo non si chiede al
ragazzo/a di raggiungere un qualche obiettivo culturale o sociale. Gli si richiede solamente di
invecchiare. Non è vero che alla “maggiore età” si pretenda che questo ragazzo, o questa ragazza,
siano cittadini maturi pronti per diventare uomini e donne. No, si chiede loro il semplice requisito di
avere diciotto anni di vita. Passata come? Le competenze raggiunte nel frattempo sono del tutto
irrilevanti. Il maggiorenne può essere rimasto ignorante, o avere imparato ad ammazzare da buon
soldato (ora al tirassegno sono ammesse pure le donne, bel risultato femminista); isolato dal
contesto sociale non avrà sviluppato alcuna coscienza verso gli altri. Invece di pretendere che la
scuola fornisca tutti i soggetti della società di un tot di conoscenze precise e misurabili senza la
quale non si possa esercitare i diritti e i doveri di cittadino, ci si accontenta di una patente di
maturità basata sull’età biologica. Altrove, nelle savane d’Africa come nelle favelas del Brasile,
diventi adulto quando sai sopravvivere nella tua realtà, come persona piena (non semplicemente
matura). Spesso il processo utilizza metodi durissimi che segnano l’individuo per sempre, ma ne
fanno un uomo e una donna. Nel nostro sistema dovrebbero costringere una persona a rimanere a
scuola fino ai novant’anni, nel caso non ce la facesse a ottenere quel set di conoscenze
indispensabili a tutta la società di cui fa parte attivamente e passivamente.
Non è corretto stabilire un ragionamento qualitativo sull’essere persona con la semplice
corrispondenza a un effetto quantitativo (il numero di anni che hai). Questa è la grande sfasatura tra
il mondo esterno e noi, maniaci della misura numerica. Da uno a 10 dove collocheresti la qualità del
padre e della madre che hanno allevato finora il bambino africano o indiano o sudamericano che
vorresti sostenere? E la tua qualità di persona impegnata? L’amore, come la follia, non è misurabile.

Buttare i bambini

Voglio solo bambini nel mio Regno.


È stabilito dall’eternità: bambini belli, bambini storpi, bambini gobbi,
bambini rugosi, bambini dalla barba bianca, ogni specie di bimbi che credete,
ma bambini, soltanto bambini. Nel mio Cielo non ci saranno che occhi di cinque anni.
Michel Quoist, Scintille di Dio

Quando ero bambino, mi colpì una storia. Il protagonista era un prete, un bonzo o comunque
qualcuno che aveva a che fare con le cerimonie, ha poca importanza. Questo santone, tutte le
mattine, doveva salmodiare qualcosa prima di cominciare la giornata. Appena cominciava a cantare,
il suo gatto si metteva a miagolare. Allora lo prendeva delicatamente (non sempre) e lo chiudeva in
una cassa. Così poteva terminare le sue litanie senza essere disturbato.
L’azione veniva ripetuta ogni giorno; così, con il tempo il monaco ebbe uno stuolo di discepoli, tutti
lì attorno, intenti a ripetere esattamente parole e melodia cantate dal maestro. Quando questi morì,
essi avevano appreso la lezione: tutte le mattine, prima del rituale, afferravano un gatto e lo
rinchiudevano nella cassa.
Così si costruiscono i rituali, non i metodi di sviluppo. Eppure l’universo che si dedica all’affido/
sostegno vive di stereotipi e di azioni reiterate, sempre eguali, apprese da chissà chi e chissà come.
C’è come un ritornello ossessivo: «25 euro al mese e cambi la vita di un bambino, che grazie a te
sarà curato, andrà a scuola, la sua famiglia avrà una vita dignitosa…». Provare per credere, e se
serve mettere prima un gatto in una cassa, tant’è. Il mondo che riceve sostegno, come avviene
tramite i neuroni-specchio del cervello di Homo sapiens preposti all’empatia, tende a conformarsi a
tali pregiudizi. Troppo spesso il sostegno trasforma degli agenti (persone dotate di agency) in
pazienti senza più capacità d’azione.
Il fatto è che i bambini hanno una specificità in funzione di ambiente, età e cultura di riferimento.
Queste tre variabili sono sempre presenti in ogni cultura umana. Il problema nasce dal conflitto
concettuale e paradigmatico tra le variabili di mondi diversi. Pensate a Peter Pan; per potere
rimanere bambino per sempre (controllo dell’età), Peter manipolava due delle tre variabili: evasione
dall’ambiente ed evitamento della cultura di riferimento. Nel primo caso volava verso l’Isola Che
Non C’è; nel secondo si sottraeva (addirittura fingendo di essere scacciato) al controllo materno.
Non a caso, il primo titolo del racconto Peter Pan era Il bambino che odiava le mamme. Tutte.
Siamo in grado di accettare un tale rovesciamento di paradigma (“son tutte belle le mamme del
mondo”) da parte di un bambino?
È pura demenza pretendere da un bambino pakistano che vada a scuola senza lavorare fino ai
diciotto anni di età. Laggiù il bambino matura biologicamente prima (ambiente), oltre a vivere in un
contesto dove, se non lavori e non sei operativo per la famiglia (cultura), sei anche una cattiva
persona. Chi non porta il suo contributo al ménage famigliare è un malvagio. Senza un’idea
condivisa di “bambinità” (non solo di infanzia), il sostegno porta a conflitti infraculturali
(all’interno dei gruppi sostenuti) ancor prima che tra i due differenti modelli di pensiero.
I drammi che ne derivano sono epocali. Da quando in Africa si è scoperta la bambinità (infanzia
come la intendiamo noi del mondo sviluppato), c’è stato uno stravolgimento assolutamente
impensabile alla luce dei valori culturali del mondo africano: da 10 anni almeno, i bambini vengono
buttati via. Si tratta della maggiore novità del secolo, e la più preoccupante per l’Africa: i bambini
abbandonati. Il fenomeno si sta diffondendo a macchia d’olio, seguendo le “autostrade dell’Aids”.
Non si tratta più del bene supremo della donna africana, i figli, ma di una mutazione psichica che
rende i bambini insostenibili. Secondo Ifaka, operatore di strada a Kinshasa, Repubblica
Democratica del Congo: «Ieri, la famiglia africana si sarebbe battuta a morte per tenere i bambini.
Oggi li sta gettando via». Vengono espulsi da casa dal momento che non li si riconosce più come
elementi integranti. Estratti dalla loro cultura, sono “bambini perduti”: non possono lavorare, non
possono coltivare la terra, non possono tornare a casa la sera. L’incremento di miseria (spesso più
culturale che materiale) in Africa ha annichilito la capacità della famiglia di funzionare come unità
economica. Il sistema della famiglia allargata, cui si faceva ricorso in caso di disastro, è collassato.
L’infezione HIV-Aids ha falciato le coppie in età produttiva. Le donne non sono più in grado di
proteggere e nutrire la prole. I bambini di sei anni si assumono la responsabilità di provvedere al
mantenimento dei fratelli minori. Quando non ce la fanno, i bambini vengono vomitati nella strada.
Di colpo si radicalizza l’idea di bambinità che diventa assoluta, e quindi pericolosa come tutte le
idee assolute. Sono i bambini stessi ad assumere un nuovo ruolo: attori di stregonerie. Vere o
presunte, poco importa: gli adulti ci credono e sono terrorizzati. Oltre quarantamila bambini-strega
sono già stati giustiziati nel solo Congo, e il fenomeno sta dilagando in Nigeria e Uganda. È un
meccanismo di difesa anti-famiglia, come si evince dalla narrazione terapeutica di un “capitano” di
nove anni di Kinshasa (purificato con lassativi dai predicatori di salvezza affinché sputasse la carne
umana): «Ho mangiato ottocento uomini. Ho fatto avere loro un incidente aereo. Sono arrivato in
Belgio grazie alla sirena Mami Wata che mi ha portato al porto di Anversa. A volte viaggio sulla
scopa, altre su una buccia di avocado. Di notte ho trent’anni e cento figli. Mio padre ha perso il
posto di tecnico, a causa mia. Allora l’ho ammazzato. Ho ucciso anche mio fratello e mia sorella. Li
ho sepolti vivi. Ho ucciso anche tutti i figli non nati di mia madre» (De Boeck, F.: “Le ‘deuxième
monde’ et les ‘enfants sorciers’ en République démocratique du Congo”, Mot pluriels, n° 22,
settembre 2002).
In uno schizzo di comprensione postmoderna (accesso immediato al consumo della modernità), una
strega tredicenne, una bambina della série 90 (quelle nate dopo il 1990) afferma: «Tutto è utile nel
corpo umano: per questo sono cannibale. Il sangue è diesel, kerosene e vino rosso; il liquame di
putrefazione è olio motore, olio dei freni, è profumo, acqua potabile, sciroppo farmaceutico, pomata
da sfregare sul corpo. La colonna vertebrale è una radio, un telefonino, una trasmittente; la testa è
marmitta, calice dei ricchi, piscina, un secchio per lavarsi; gli occhi sono uno specchietto, un
televisore, un telescopio; con i capelli si può fare un divano per il tinello». Mangiando metafore di
uomini-macchina, i bambini-strega dimostrano di contare all’interno del mondo degli adulti, che è
solo una baraccopoli allargata, piena di sessualità deviata e di liquami. I bambini di Kinshasa si
comportano in tal modo, non per tradizione, ma per diretto ingresso nel futuro. Senza alcun
sostegno.

Istruire i bambini

«Che stai facendo?»


«Ti insegno.»
«Perché?»
«Perché mi illudo di riuscirci.»
L’apprendista vagabondo Cigaret all’esperto A Nr. 1, ne L’imperatore del Nord

Per uscire da una situazione totalmente caotica e per noi incomprensibile, occorre frantumare una
serie di paradigmi. Non è facile. Da oltre trent’anni, dopo aver visto fotografie aeree e satellitari,
oltre ad aver raccolto dati sul campo insieme agli abitanti del Sahel (la fascia sub-sahariana), vado
dicendo che il deserto si sta ritirando. Per esempio, grazie al lavoro degli agricoltori che hanno
ricolonizzato le dune morte del Ciad, dove prima c’era un’acacia oggi ce ne sono centinaia. Beh,
non ci crede nessuno. Il paradigma dice che il deserto avanza, e tanto basta. Si chiama Sindrome da
Inerzia Mentale, o stupidità. Uno dei paradigmi del sostegno a distanza è l’educazione scolastica.
Ebbene, se la scuola da noi progettata non riesce a fare del bambino un abitante migliore del posto
in cui abita, allora è meglio che la scuola non ci sia del tutto. Per chi aiuta, soprattutto in Africa, la
scuola è una fissazione, sia come edificio (ormai ci sono scuole dappertutto: vuote, poiché nessuno
sa come pagare gli insegnanti), sia come modello di pensiero dominante. Tutti i programmi di
sostegno partono dalla scuola. Avere fondi per la scuola è facile; provate con un centro culturale che
serva tutta la popolazione, dai vecchi ai bambini, magari con scopi di divertimento. Niente
finanziamenti.
In ogni luogo del mondo della miseria, i bambini si affollano attorno ai visitatori chiedendo penne
per scrivere (nell’Africa francofona la litania è di marca: «Cadeau bic, cadeau bic»). Non fatevi
commuovere: si tratta di una bieca truffa. I laceri satanassi hanno capito che, per noi occidentali
benestanti, l’istruzione scolastica è come il Sacro Graal: dona la vita eterna. Per cui i bricconi sanno
che, per scrivere aste o lettere informi su quadernetti con la copertina nera d’altri tempi, una penna
non si nega a nessuno. Anzi, restiamo commossi di fronte a tanta devozione per l’apprendimento.
Alcuni di noi scendono dall’aereo già dotati di mazzi di penne, matite e pennarelli. E poi fa sempre
piacere donare ciò che costa poco.
Seguiamo però i minuscoli briganti, dopo la distribuzione dei calami. I più grandicelli requisiscono
tutto il materiale dai piccoli, mandati avanti allo sbaraglio secondo la tecnica oggi in voga dei
bambini-soldato («Sono più lagnosi e fanno pena, con il moccio al naso», mi disse orgogliosamente
un capobanda). Quindi vanno a barattare il malloppo all’emporio, il quale venderà la cancelleria ai
pochi veri studenti o, meglio ancora, ai funzionari statali. I bambini ci guadagnano poco, ma i
capetti compreranno qualcosa da mangiare e distribuiranno il tutto tra i marmocchi. Per oggi non si
sente la fame. Siamo disposti ad accettare questa strategia di sopravvivenza come legittima ed
eticamente sostenibile? O ritireremo anche il piccolo aiuto della cancelleria da due soldi?
Prendiamo l’esempio dei pastori nomadi. Sui monti Ndoto del Kenya settentrionale, incontravo
spesso un giovane pastore samburu, con pitture facciali, lancia, collanine e tutto il resto. Parlava a
malapena il kiswahili, la lingua franca della zona. Era una persona ammodo, responsabile di tutto il
capitale di famiglia in bestiame, che difendeva da predoni e leoni. Mi disse che metteva da parte,
ogni anno, qualche capra per pagare gli studi al fratello, nella scuola statale giù in pianura. Mi pregò
di andarlo a trovare per vedere come se la cavasse. Giorni dopo arrivai a piedi alla scuoletta
sgangherata. Vi trovai un essere abominevole, solo capace di importunarmi con continue richieste di
assistenza (denaro, quaderni, biro, la solita solfa della gioventù sponsorizzata d’Africa). Non
imparava neppure un granché. Tornato sui monti dissi al fratello, ovviamente, che il ragazzo era
brillantissimo e che sarebbe divenuto presto lui stesso un maestro e poi, chissà, magari presidente.
Ne ricavai un sorriso e un macigno sul cuore. Dopo due o tre incontri, in cui il pastore si mostrava
sempre più adulto e lo studente sempre più cialtrone, mi recai a parlare con il loro padre. «Ma come
li scegliete i figli da mandare a scuola?», gli chiesi. «Vedi, “vagabondo” (mzungu)», mi rispose
dandomi l’appellativo locale per “uomo bianco”, «se un ragazzo mostra grandi doti di correttezza,
coraggio e capacità di gestire il bestiame, allora lo teniamo nei pascoli, dove sarà utile a tutti. Gli
stupidi, invece, quelli li mandiamo a scuola, così diamo loro una chance di sopravvivenza». Magari,
il cretino diventerà davvero presidente. Alla fin fine, la rispettabile scelta della comunità è che vada
a scuola la persona meno dotata. I giovani migliori continueranno a essere i pilastri della comunità
per garantirne gli sviluppi futuri. In contesti di mancanza di benessere economico, i nostri
paradigmi non tengono. Noi ci limitiamo a ottenere dal bambino una buona educazione dal punto di
vista civico (affinché non sputi per terra, non scalci la gente per strada, dica “per piacere” e
“grazie”, proprio come auspicato dallo sceriffo protagonista di Non è un paese per vecchi, di
Cormac McCarthy) e una certa conoscenza a tutto tondo (non profonda nella maggioranza dei casi)
di un set preciso di nozioni stabilito a priori dalla cultura di riferimento: il programma scolastico.
«Dove c'è istruzione non c’è fame. Se anche tu credi in questa cosa, entra nel nostro sito e scopri
come aiutare un bambino con l’adozione a distanza!»: slogan in www.adozioniadistanza.net/
Come ha scritto nel 1905 Natsume Soseki (uno che di identità culturale se ne intendeva) in Io sono
un gatto: «Nulla è più terribile dei risultati dell’istruzione». Nel 2000, l’ONU si prefisse il
programma (vedi i Millennium Goals) di fornire un’istruzione primaria formale a tutti i bambini del
mondo entro il 2015. A parte il fatto che avessero anche giurato di eliminare almeno il 50% della
povertà nello stesso periodo (se andiamo avanti così, a essere eliminati saranno i poveri:
fisicamente). Al momento di tale formulazione, chiesi al sottosegretario all’ONU Giandomenico
Picco quale forma dovesse avere tale istruzione, dal momento che veniva definita “formale”. Non
capì quello che chiedevo. Si limitò a ribadire: «La solita forma, no? Che so, la matematica, lingua,
scienze, cose così». Non c’era un piano. A loro, a quelli che danno forma al mondo, o almeno ci
provano, bastava ripetere gli stessi errori che abbiamo commesso nelle nostre scuole, in un modello
ripreso per milioni di punti caldi educativi in tutto il mondo, là dove si agisce e si pensa
diversamente.

Far giocare i bambini

«Marco, qual è il futuro del verbo correre?»


«Correre per sempre, maestra.»
Dialogo in una scuola elementare di Torino

Nel mondo dell’altrove, un bambino costruito su un programma scolastico “universale” (minimo


comune multiplo di informazione) potrebbe non avere un futuro, contrariamente a quello che
pensiamo. Insisto sull’educazione scolastica perché è il paradigma “assoluto” del sostegno a
distanza. In Somalia si dice: «Senza educazione non c’è luce». Potrebbe essere vero il contrario:
senza luce non c’è istruzione.
Uno dei miei ricordi più dolci al lago Turkana, in Kenya, mi vede accucciato sotto un’acacia
spinosa mentre insegno matematica a Taijiri e Tiway, un rendille e un turkana, che si preparano per
l’esame. A fine lezione, guardando il tramonto, dico loro: «Adesso andate nella capanna a ripassare,
che domani vi interrogo».
«No», dice secco Tiway, il duro dei due.
«Come sarebbe a dire, “no”?», chiedo piccato.
«Si fa sera», dice dolcemente Taijiri «non c’è luce per leggere, nella capanna».
Proposi subito di comperare una lampada a petrolio, ma i due adolescenti mi fecero notare che,
andato via io, non avrebbero avuto i soldi per il combustibile. Tiway mi confessò di aver pensato di
accettare la lampada per poi venderla e mangiare qualcosa (l’appetito lo ossessionava), ma Taijiri,
bello e bravo, non volle fregarmi. Entrambi uscirono dalle superiori con ottimi voti. Taijiri è morto
una notte, schiacciato da un’auto e dalla morsa di due mondi inconciliabili, mentre vagava
completamente impazzito al centro di un vicolo nei sobborghi di Nairobi. Tiway, ostinato e
contrario, si è fatto poliziotto ed è finito in galera per aver venduto i proiettili della sua arma ai
banditi di strada. Fu così che mi resi conto che la possibilità di studiare, per milioni di bambini, è
connessa direttamente al sole: talvolta c’è luce, altre volte è buio pesto.
L’episodio dimostra come ci debba essere integrazione assoluta tra modelli innovativi importati
(istruzione obbligatoria) e sviluppo economico-sociale del contesto. Inoltre, l’importazione di
modelli di pensiero può bloccare nei bambini una delle loro funzioni fondamentali: la creatività.
Come diceva Sir James Dewar: «La mente è come un paracadute. Funziona solo quando è aperta».
Quello che stiamo facendo tramite i bambini, soprattutto in Africa, è la deprivazione di attori
specifici per il futuro. Dove non esiste l’infanzia (circa nei quattro quinti del mondo), ma una
progressione costante, parallela all’età, dalla bambinità alla condizione di “uomo adulto e
responsabile” (così dicono i Beja del Sudan), il gioco creativo è da sempre il grimaldello per
l’introduzione delle novità nel sistema socio-economico.
Quando fui impegnato in un progetto di diffusione dei diritti umani tra i pastori nomadi
dell’Ogaden, al confine tra Etiopia e Somalia, la ritenni una missione impossibile. I Somali
infibulano le donne, sono musulmani fanatici e molti ritengono Al Qaeda una fazione moderata
dell’Islam. Quando chiesi se le donne avessero un qualche diritto, mi fu risposto: «Certo che sì.
Hanno il diritto di obbedire al marito». Eppure tutti mi dissero che garantivano ai bambini il diritto
al gioco. Da quelle parti, il gioco non è attività ripetitiva, ma è un insieme di comportamenti che
non ha riscontro nei comportamenti stereotipi, quelli di tutti i giorni, sempre eguali. Il fatto è che la
tradizione può essere un killer: se variano le condizioni, il permanere di comportamenti fissi può
ingenerare catastrofi ambientali e sociali. Così si lascia libero il bambino di infrangere i paradigmi,
giocando.
Ricordate: noi non siamo altro che ominidi, scimmie bipedi. In un esperimento su un’isola del
Giappone, i primatologi osservarono il comportamento di un gruppo di macachi. Data l’artificiosità
dell’intervento, gli scienziati erano costretti a nutrire le scimmie con patate lasciate sulla spiaggia.
Per generazioni, tutte le scimmie mangiarono le patate con la sabbia. Un giorno, una giovane
macaca si mise a giocare con le patate. Una le cadde sconsideratamente in acqua. La recuperò, e si
trovò a mangiare una patata priva di sabbia e un po’ salata. Buona! In breve insegnò ai compagni a
lavare le patate prima di mangiarle (diffusione orizzontale tra pari). Quando fu madre, passò la
conoscenza alla prole, con l’esempio (diffusione verticale intra-generazionale). Gli unici che non
lavarono mai le patate furono i vecchi maschi della prima generazione, quelli che dicono sempre:
«Che schifo, questi giovani! Non si è mai fatto così: le patate non si lavano. La sabbia fa bene».
Il gioco non strutturato (non quello a computer che ha una struttura predeterminata) apre prima alla
scoperta e poi all’invenzione, due prerequisiti del progresso. Certo, il gioco è apparentemente
inutile, spreca energia per niente, ma ha la strana funzione di inventare il futuro.
Questa è la base “giuridica” del diritto al gioco sancito dai pastori dell’Ogaden. A partire da queste
osservazioni, con i cammellieri somali riuscimmo a fornire una straordinaria definizione dei diritti
umani (qui parafrasata con parole del nostro vissuto industriale): i diritti umani sono una sorta di
cassetta per gli attrezzi per far si che delle persone che sono agenti non diventino pazienti. In tal
senso, i diritti umani per i bambini dovrebbero vederli come soggetti attivi nella loro specifica
bambinità. Dato che sono inventivi e costruttivi, hanno il diritto di essere bambini secondo il loro
modello, e non bambini come noi riteniamo debbano essere (adulti incompiuti). Dato che nessuno
chiede mai ai bambini di autodefinirsi nei vari contesti, per l’assistenza all’infanzia si utilizzano
come strumenti di lavoro le interpretazioni eso-prodotte. Non sono a conoscenza di alcun progetto
di sostegno che si impegni a sviluppare le capacità di gioco in contesti differenti dal nostro (al
massimo esportiamo giochi, così come facciamo con la democrazia, a forza). Qui non c’entra la
ricchezza o la povertà: tutti i bambini hanno eguale diritto di sperimentare vite future attraverso il
gioco. In fondo, la cosa ci fa paura. Meglio che siano pazienti, piuttosto che agenti. In tal modo
avranno bisogno del nostro aiuto. Ecco la massima aspirazione di chi pensa all’infanzia: «Da soli
non ce la faranno mai. Poveretti, devono essere aiutati». E l’aiuto si confonde con il sostegno.

Aiutare i bambini

Sembra a tutti che, dato che riusciamo a capirli, dobbiamo aiutarli.


Un operatore umanitario alla prima esperienza in Africa

Gli aiuti internazionali hanno ucciso l’Africa. Lo dicono gli economisti locali tramite un milione di
esempi. Senza entrare nei particolari, dobbiamo renderci conto che, nel nostro sforzo assistenziale,
abbiamo edificato nell’altrove un mondo artificiale, un isola che non c’è, proprio come Peter Pan.
Appena sposato, mia moglie mi fece notare che non avevamo un letto. «Ma Alberto», disse
sconcertata «tutti dormono in un letto». «No. Il settantacinque per cento della popolazione mondiale
dorme per terra». Capì. E da allora abbiamo dormito per terra. Se la stragrande maggioranza
dell’umanità non vive come noi, ci tocca superare i nostri limiti. Per mezzo della conoscenza diretta
dobbiamo cambiare atteggiamento anche nelle piccole cose: nell’altra parte del mondo c’è qualcuno
che la pensa in modo diverso da noi.
Nel manuale di controinsurrezione redatto dal generale Petraeus, capo della missione bellica in
Afghanistan, si legge: «Impara e adattati». Questo dall’ambiente e nel contesto in cui operi. Il
sostegno a distanza non può esimersi da un tale imperativo. Dobbiamo imparare dai bambini che
intendiamo aiutare e, al contempo, dobbiamo adattare i nostri metodi all’ambiente eco-sociale in cui
vivono.
Prendiamo a esempio i bambini di strada di Haiti, i timoun lari, prima del terremoto del 2010. Ti
Amos era uno di loro e sembrava avere non più di cinque anni. In realtà, un bambino sottonutrito è
in media tre o quattro centimetri più basso di un suo coetaneo, e pesa parecchi chili in meno. È il
prodotto del vi lavi mizè, vivere la vita di miseria. Ti Amos indossava una maglietta quasi rosa su un
paio di enormi short stracciati, che doveva tirar su in continuazione se non quando se ne stava
seduto. Nella scollatura teneva una bottiglietta di plastica piena di siment, la colla da modellismo in
plastica, da cui aspirava in continuazione. Così facendo irritava le piaghe purulente attorno a bocca
e nari, prodotte dall’acido. Ti Amos intendeva indurre letargia e bliye manjè, dimenticare il cibo.
Ogni mattina si alzava dal giaciglio improvvisato, salutava i zanmi, il gruppo di amici che si
proteggevano reciprocamente dalla violenza degli altri timoun lari – lari si pronuncia quasi come il
francese la rue, da cui deriva il termine creolo – e usciva dal cimitero con una ciabatta sì a l’altra
no, «Rubata» diceva scrollando le spalle. Se gli aveste chiesto dove andasse, avrebbe risposto: «Fè
travay». A lavorare (la vita di Ti Amos e di molti suoi compagni di strada è descritta per esteso in
Kovats-Bernat, J.C., Sleeping Rough in Port-au-Prince. An Ethnography of Street Children &
Violence in Haiti).
Ti Amos pensa a far soldi. Le attività lecite dell’economia informale di Port-au-Prince gli
consentono di arrivare a un guadagno giornaliero che oscilla tra i 110 e i 170 gourde haitiani, due o
tre euro al dì, più o meno. Le attività quotidiane di Ti Amos e degli altri bambini di strada sono
diversificate: 25 gourde derivano dal lavaggio delle macchine, 5 dall’attività di lavavetri, 5 dal
trasporto pacchi, 2 dall’aiutare i passeggeri degli autobus (tap-tap), 50 dai servizi ai commercianti,
altri 50 da servizi vari quali custodia auto o pulizia di pentole per i venditori di strada; come ultima
cosa, l’accattonaggio rende 60 gourde al dì. Anche se appare come la voce singolarmente più
redditizia, Ti Amos considera il chiedere l’elemosina come un’attività secondaria, di cui si vergogna
un po’. «È solo perché sono piccolo e faccio tenerezza. La gente ci casca. Ba’m dola! Dammi un
dollaro!» implora facendo spallucce.
In sostanza, un bambino di strada di Haiti, con le sole attività lecite, riusciva a guadagnare quasi il
doppio di un manovale, il cui stipendio non arrivava ai 100 gourde al giorno (valori del 2007).
Inoltre, la collettività della strada considera l’accattonaggio come una sorta di scherzo con cui tirare
avanti nei momenti bui, ma che non porta rispetto tra i zanmi, gli amici del mutuo soccorso con cui
si divide tutto, cibo, denaro, botte e pidocchi. Ma questo avveniva prima del terremoto, quando
l’economia di strada era fiorente.
I timoun lari non sono quasi mai nativi di Port-au-Prince. Vengono dalla campagna, per distacco
dalla famiglia. Ti Amos era scappato quando aveva tre anni. «Camminavo già svelto per l’età»,
diceva. Non si tratta di improvvisi abbandoni: la de-ruralizzazione dei bambini-bambino si
sovrappone a un’urbanizzazione lenta e progressiva. In tal modo, l’inserimento nel territorio
d’attività (teritwa) avviene per gradi, attraverso il pieno apprendimento delle tecniche di
sopravvivenza (dal karatè, considerato da Ti Amos «la miglior difesa contro gli attacchi in strada»,
al borseggio, ecc.) e delle regole della strada, una vera e propria disciplina a sé stante.
I contatti con la famiglia tendono a svanire con gli anni e la morte violenta dei bambini di strada. È
però vero che i bambini si comportano come migranti: talvolta tornano a casa per salutare o per
rifugiarsi temporaneamente; sempre, fin che possono, mandano soldi a casa. Ti Amos direbbe:
«M’konne fanmi’m», conosco la mia famiglia. «E mando i soldi a casa, così me li tengono da parte.
Quando muoio mi fanno un bel funerale, dentro una cassa colorata». Certo, come no.
Gli aiuti umanitari per il recente terremoto hanno dato ai bambini di strada di Port-au-Prince almeno
un pasto e una tenda sotto cui ripararsi. Loro non risultano responsabili degli attacchi con il machete
volti al saccheggio di acqua e cibo: sono stati quelli del zenglendo (parola composta da zenglen,
coccio di vetro, e do, schiena, con riferimento a una favola orrorifica usata per spaventare i
bambini). Anche se il termine riguarda le bande degli slum di Haiti, un tempo indicava i membri
delle forze armate, considerati veri assassini dai bambini di strada. Per adesso, i timoun lari tengono
opportunisticamente un profilo basso. Ma che ne sarà della loro economia informale, una delle
migliori indicazioni tattiche per il mondo moderno sul recupero e sull’utilizzo delle risorse urbane?
Riusciremo a imparare la lezione? Il settanta per cento della popolazione haitiana è composto da
quelli che noi ci ostiniamo a chiamare bambini (almeno secondo l’Unicef). Quando ci mettiamo a
lacrimare nel tentativo di aiutare i bambini di Haiti dovremmo invece preoccuparci di intervenire
sulla globalità socio-economica dell’isola dimenticata da Dio e dagli uomini, fino alla catastrofe (e
subito dopo).
Un suggerimento operativo può essere ricavato dal modello di vita dei bambini di Haiti (e di mille
altri posti al mondo). Si tratta di recuperare l’educazione inter pares, tra pari per età e condizione
sociale (peer education). Invece di aiutare singoli individui, dobbiamo preoccuparci di classi di età.
Un tempo, il modello era operativo anche da noi: dalle innocue bande di strada imparavi la
gerarchia, con qualche ammaccatura psicofisica, ma con discreti risultati per il raggiungimento della
maturità. In sostanza, si tratta di fare sì che ci si aiuti l’un l’altro. Stiamo sperimentando in
Mozambico il recupero di bambini delinquenti per mezzo dei tribunali comunitari: i pari età buoni
aiutano nel loro percorso i cosiddetti “cattivi”. L’aver abolito nel mondo occidentale la struttura
sociale tra pari, così tipica dell’infanzia e dell’adolescenza, è stato un danno al momento
incommensurabile, ma potenzialmente devastante anche sulle potenzialità di pensiero scientifico dei
bambini.. Ervin Phelps ha svolto una sperimentazione biennale negli Stati Uniti: «Abbiamo
controllato gli effetti, dopo un anno, della collaborazione tra pari sul ragionamento matematico e
spaziale e sull’apprendimento con materiali logico-fisici. I soggetti erano 152 alunni di quarta
elementare, suddivisi a caso in quattro gruppi: matematica, ragionamento spaziale, primo gruppo di
controllo, secondo gruppo di controllo. L’analisi dei dati pre e post esperimento indica che la
collaborazione tra pari è un ambiente di apprendimento efficace per i compiti che richiedano il
ragionamento, ma non per quelli di copiatura o di memorizzazione senza comprensione (rote
learning). Le differenze di genere pre-test, a favore dei maschi, sono diminuite durante l’intervento.
«Dimmi e dimentico; mostrami e ricordo; coinvolgimi e capisco». Così mi è stato detto da un
gruppo di ragazzini sudanesi. Forse è troppo tardi. Le popolazioni giovanili del Nordafrica stanno
attuando una rivoluzione al di fuori e nonostante la politica e il modello sociale proposto
dell’Europa. In Nigeria, per citare un paese tra gli altri, il 40% della popolazione ha meno di 14
anni. Siamo pronti ad aiutarli tutti?
Nel 1965, in Vietnam, un villaggio del Delta venne centrato per errore da due bombe americane.
Come danni collaterali morirono tutti, tranne un bambino. Quando i giornalisti Peter Arnett e Igor
Man arrivarono sul posto, quel bambino cercava di ricomporre i compagni fatti a pezzi. Gemeva:
«Non ce la faccio, chi mi aiuta?»

Dialogare con i bambini

Uno degli strumenti del male è il dialogo.


Franz Kafka

Per imparare il mestiere dell’antropologo, per anni ho fatto il burattinaio. Nel mio campo, i burattini
hanno una funzione specifica: costruiscono un territorio neutro di comunicazione tra bambini e
adulto, simulando il rapporto da instaurare tra scienziato e popolazione aliena. In sostanza, si tratta
di organizzare una triangolazione di messaggi:

1. L’adulto parla tramite il burattino; utilizza un linguaggio mediato, da non-adulto, ma


neppure da bambino.
2. Il burattino parla direttamente ai bambini; data la sua condizione aliena a entrambi i mondi,
può dire qualunque cosa ed essere credibile per convenzione teatrale.
3. Il bambino dialoga con il burattino; utilizza il proprio linguaggio, ma riesce a esprimere
concetti che non direbbe mai direttamente all’adulto.

Per mezzo di questo protocollo, l’adulto-burattinaio e l’antropologo-alieno entrano in


comunicazione indiretta con i bambini o i “selvaggi”. Lo spazio neutro è la metodologia da seguire
per trasformare la nostra cultura da prevaricatrice in dialogante. Diventa importante, oggi, non
limitarsi a salvare la cultura che potrebbe essere schiacciata dalla nostra protervia civilizzatrice. È
più efficiente e duraturo meticciare la nostra cultura di modo che non contenga più i germi che la
trasformano in uno schiacciasassi.
Ancora una volta mi trovavo tra i pastori del Kenya settentrionale. Insieme a un missionario (ci
sono santi uomini anche tra loro) ci imbattemmo in un gruppo di Samburu, vestiti di rosso e armati
di mazze, lance e spade. Circondavano due bambine. Guardando i loro globi oculari giallastri ci
rendemmo conto che avevano l’epatite virale. La comunità ci invitò ad assistere alla cura
tradizionale: alle bambine sarebbe stata somministrata una ciotola di grasso bollente ricavato dalla
tipica coda delle pecore locali. Cercammo di fermarli in ogni modo: il grasso è letale per il fegato
malato. Non ci fu niente da fare. La prima bambina morì sputando bile verde. Quando si
avvicinarono alla seconda cercammo di fare qualcosa, implorando che ce la lasciassero portare in
ospedale, dove sarebbe stata curata, e certamente guarita, secondo la medicina occidentale. Il
dilemma è tipico: interferire con la cultura locale, a costo di distruggere le tradizioni più profonde,
oppure limitarsi all’osservazione, onde favorire la conservazione di ciò che ha consentito a quella
popolazione di sopravvivere per centinaia di anni? Salvare l’individuo o tutelare il gruppo?
Gli anziani (sempre loro i più testardi) rifiutarono parzialmente il nostro aiuto. «Prima la cura
tradizionale», dissero «e poi, se fallisce, potrete portarla all’ospedale». Dicemmo che sarebbe morta
di sicuro, ma furono irremovibili. Riuscimmo a ottenere un po’ di tempo. Chiedemmo a tutti se non
ci fosse una soluzione dall’interno. C’è sempre una soluzione: questa è un imperativo che non
dimentico mai. Alla fine scovammo un vegliardo accucciato nella sua coperta sotto un’acacia. «Beh,
una soluzione ci sarebbe», disse masticando tabacco. «Potreste adottare la bambina.
Temporaneamente». «Si può fare davvero?», chiesi a mozzafiato. «Certo, è pratica comune per le
lunghe transumanze. I bambini vengono affidati a qualcuno. Come se fossero suoi». In fretta e furia
riuscimmo a convincere gli anziani che avremmo adottato temporaneamente la bambina, per un
mese. «Fatene quel che credete», sentenziarono gli anziani. Così portammo la bambina in salvo;
venne curata e se la cavò. Al lieto fine si aggiunse una capra che la famiglia ci offrì, non per la
salvezza della loro creatura, ma per aver assolto all’affido secondo la tradizione. Mangiammo tutti
assieme: c’è sempre una vittima sacrificale per le buone azioni.
Da questo episodio abbiamo elaborato un progetto che dovrebbe trasformare gli ospedali in spazi
neutri, in cui il malato viene “assolto” dalla propria cultura, manipolato per il tempo necessario e
poi restituito alla comunità di appartenenza, senza che debba subire gli stigmi impliciti nello stato di
malattia presso il suo gruppo. Questo è dialogo interculturale.
Vorrei però aggiungere che ritengo l’identità culturale come responsabile di tutte le guerre e i
razzismi del mondo: andrebbe abolita per legge internazionale. In effetti, tale identità non esiste: è
una determinazione politica di un certo gruppo umano in funzione di una falsa narrativa di ciò che
vorrebbe essere nei confronti di altri gruppi. L’identità individuale, invece, è frutto delle quotidiane
pratiche di meticciato. In tal senso sono forse l’unico assertore del fondamentale diritto alla
diserzione dalla propria cultura. Sfuggire a costumi, religione, famiglia e istituzioni varie è
difficilissimo, ma deve essere reso possibile. Occorre ricostruire le indipendenze nei bambini. Dopo
potremo chiedere loro da che parte preferiscono stare.
Strumento del dialogo è il consenso informato: il sottosviluppo è come una malattia; si può curare,
ma la cura ha effetti collaterali. È nostro imprescindibile dovere ottenere il consenso informato
(come quello di un chirurgo prima dell’operazione) dai gruppi che sosteniamo e aiutiamo. Non si
può dare per scontato: ogni azione di contro-sottosviluppo ha element infettanti. Nonostante sia
ritenuto obbligatorio dalla deontologia, il consenso informato non viene richiesto da nessuno, né
dalle piccole Onlus, né dalle grandi organizzazioni umanitarie a livello internazionale. Noi
(crediamo) la sappiamo più lunga di chi vive nei problemi, e non ci accorgiamo che il consenso
informato è una metodologia che ci costringe a capire gli altri, a farsi capire dagli altri e a capire
meglio i progetti che mettiamo in opera. Ricordiamo le parole del vescovo Romero: «I vincitori
appartengono ai vinti».
Non fare i bambini

Amava gli infelici e dolcemente gli parlava,


finché le lacrime cessassero di far loro nodo alla gola.
Cercava di essere il sorriso di quelli che piangono.
Iscrizione funebre egizia

In queste ultime feste di Natale ho visto una bambina di due anni attorniata da una decina di adulti e
di vecchi. Tutti le dicevano qualcosa, parlando come dementi. E lei non capiva una sola parola di
quel che le veniva ciangottato attorno. In molti altri mondi alieni, costruiti di povertà estrema e
catastrofi, ho visto un adulto sotto un albero, circondato da una ventina di bambini e ragazzi. Tutti
capivano quello che l’adulto andava dicendo con parole chiare e nette.
Esiste la sindrome da “Africa e core”. In visita da quelle parti, gli adulti del nostro mondo tendono
al rimbambimento. Ho visto donne che chiedevano l’acqua disinfettata per rinfrescarsi la fronte
prendere in braccio e sbaciucchiare bambini lordi di ogni monnezza biologica e non, veri portatori
sani di colera, dissenteria amebica, scabbia, tubercolosi e chi più ne ha più ne metta. Io me ne sto
alla larga, dai bambini. Ma non perché abbia paura: lo faccio per rispetto, verso di me e verso di
loro.
In Africa, il bambino è una non-persona. Vive in un mondo a sé, pur essendo sempre presente alla
vita quotidiana degli adulti, dall’attività sessuale (gli africani sono comunque estremamente
pudichi: è solo una questione di prossemica domestica) alle cerimonie rituali. Un bambino non può
rivolgere la parola a un adulto per primo: occorre un permesso diretto, un invito. Se un giovane
torna alla capanna dopo un lungo viaggio, attenderà fuori fino a che il padre o la madre non gli
rivolgano la parola. I bambini mangiano per ultimi, gli avanzi.
Non è così dura come sembra. Una giorno, camminando nel nulla trovammo un pastorello da cui
comprammo una pecora. La scuoiammo e iniziammo a prepararne la carne. Al pastorello si
aggiunsero i due fratellini. Si sedettero a vederci mangiare, magri e secchi come i rami della savana
arida. Feci per dar loro del cibo, ma il mio amico asinaio, un turkana, mi fermò la mano. Lasciai
fare, ma non persi un gesto. Dopo un poco, l’asinaio riempì una ciotola di brodaglia grassa, e la
diede al più grande dei tre. Questi ne bevve un sorso, un sorso appena, in punta di labbra; poi lo
passò al mediano, e così a seguire. La tazza fece innumerevoli giri tra le tre bocche. Dignità
assoluta. Nel frattempo, noi ci si ingozzava di costolette. Ovviamente non ce la facemmo a finire la
capra: tra i nomadi è imperativo dare l’idea che il mangiare sia qualcosa di superfluo, di poco
elegante. Si fa a gara a chi mangia di meno, e tutti cercheranno di riempirvi il piatto con i bocconi
migliori. Si tratta di un gioco per il prestigio: chi mangia meno vince. Gli europei non conoscono
l’usanza e fanno sempre la figura dei ghiottoni maleducati. Io, però, ero stato addestrato. Così
lasciai con fare annoiato un cumulo di carne davanti a me. Altrettanto fecero gli asinai africani. Con
gesto sprezzante, il turkana indicò la montagna di avanzi ai bambini: toccava a loro. Nessuno dei tre
si avvicinò al cibo prima che fossimo ben lontani. Poi mangiarono con stile, credo.
Voi capite che in un tale contesto, mettersi a fare il girotondo con i bambini, o lasciare che vi
sciamino tra le gambe, o vi salgano a cavalluccio, è diseducativo. Ma non basta: comportandoci
come bambini con i bambini, diventiamo noi stessi bambini agli occhi degli africani. E questo non è
bene, non in una società governata dall’autorevolezza e non dal potere. Dobbiamo lavorare su di
noi, in qualità di operatori umanitari. Ci vuole una disciplina ossessiva, in senso zen della parola. Le
regole di comportamento impediscono che il nostro atteggiamento culturale travasi sull’altro, senza
che poi si riesca a capire la reazione sprezzante, impaurita, divertita, inorridita e chissà cos’altro del
mondo alieno che ci osserva. Dobbiamo studiare i codici di comportamento locali, luogo per luogo,
tradizione per tradizione. E dobbiamo rispettarli: in fondo siamo ospiti.
Parlare di bambini

Ogni organizzazione umanitaria dovrebbe prevedere nel proprio statuto il suicidio assistito.

Se lavoriamo bene, non saremo mai più necessari laggiù. Bisogna avere la forza di scomparire.
Alberto Salza

Dialogando con un gruppo di operatori del sostegno a distanza, sono emersi alcuni concetti che
riporto senza una struttura precisa e senza indicare chi li esprime. Parlare di bambini è anche
un’esplorazione nell’ignoto. Si procede a tentoni, cercando la via.

L’ambiente socio-economico condiziona i comportamenti. Il nostro sistema sembra apparentemente


organizzato in funzione dei bambini, ma vediamo che in realtà il sistema opera diversamente. C’è
qualcosa che non funziona nel nostro sistema per il rapporto economia-società-bambino.
Nonostante questa consapevolezza, parte integrante della formazione dell’operatore umanitario e
del volontario, lo stiamo esportando senza correttivi. Il rischio di contagio è elevato.
Non credo che sbagliamo se vogliamo il benessere del bambino, mandarlo a scuola, curarlo,
eccetera.

Non si risolve tutto ripensando all’età imposta dall’Unicef. Non è che variando l’età in funzione dei
sistemi locali si cambino i concetti. Non deve essere il numero di anni (età) il parametro di
riferimento, ma il concetto locale di maturità riconosciuto dalla comunità. La maturità varia da
bambino a bambino in funzione della cultura in cui il soggetto cresce. Non è possibile stabilire un
criterio uguale per tutto il mondo.

Spesso non riusciamo a cogliere i bambini nel momento creativo del gioco perché il nostro
osservatorio è troppo limitato (e lo sguardo limitante), nel tempo e nello spazio. Quasi mai
riusciamo a cogliere l’essenza di ciò che sta avvenendo nel gruppo umano che osserviamo/
assistiamo/sosteniamo.

L’inserimento nell’economia informale dei bambini deve esser capito molto bene: è chiaro che
sarebbe meglio che lavorasse il padre e il bambino se ne andasse felice e spensierato a scuola. Così,
perlomeno, la vediamo noi. Non sono sicuro che la cultura locale la pensi così. Troppo spesso non
chiediamo alla gente che cosa vuole davvero. Dobbiamo fare per prima cosa la domanda chiave:
«Cos’è l’infanzia, per voi?».

La posizione dell’Occidente è molto ipocrita: parla bene ma non si oppone allo sfruttamento del
lavoro minorile nel Terzo Mondo (dai tappeti ai palloni ai giocattoli che entrano nelle nostre case
per Natale e tutto l’anno). Il lavoro dei bambini, in famiglia e per la famiglia, dovrebbe essere
integrato nella cultura della comunità. Non in quello della fabbrica…..

I libri di testo per le scuole di tutto il mondo sono controllati da multinazionali che hanno interesse a
diffondere un modello unico di pensiero. Magari non c’è un vero e proprio piano (siamo più stupidi
che cattivi), ma certo non c’è la benché minima comprensione e accettazione di un modello
differente, anche nel campo dell’educazione. Eppure come dice Johan Galtung, fondatore
dell’International Peace Research Institute e della rete Transcend per la risoluzione dei conflitti:
«Vuoi cambiare il mondo? Cambia i libri di scuola».
Può anche darsi che per un bambino sia meglio andare a scuola. Ma che scuola? Ci deve essere una
proposta didattica locale su modelli di pensiero locali, perché altrimenti ritorniamo al solito punto:
noi facciamo scuole quadrate in un mondo rotondo.

Non ci sono molti testi che affrontino pienamente l’argomento bambino-scuola in funzione del
sostegno a distanza. Il SAD scolastico deve essere molto più sofisticato di quello che è al momento.
Occorre avere informazioni precise e monitoraggi permanenti su: contesto fisico, economia, modelli
di pensiero locali, sviluppi dei sistemi sociali, pedagogia, allevamento dei bambini e chi più ne ha
più ne metta. Dobbiamo sapere tutto su chi sono i protagonisti della nostra storia di assistenza, a
partire da che cosa andranno a fare quando noi non ci saremo più: se la scuola da noi sostenuta non
fa di un pastore un pastore migliore, allora non è solo inutile, è dannosa.

In Africa o Sudamerica, non è così facile capire cosa le persone pensino dei bambini. Appare
evidente una continuità di contatto fisico quasi esagerata; i bambini ci appaiono come lasciati liberi,
senza freni. Poi, quando arriva davvero il momento dell’inserimento culturale nella comunità son
problemi loro.

Noi interferiamo con il mondo dei bambini attraverso semplice condizionamento. Il maestro
insegna, il bambino impara. In Africa questo semplice modello non funziona dal momento che la
qualità e la preparazione degli insegnati è quasi sempre molto modesta. La più grande
alfabetizzazione del Continente Nero fu imposta dal tiranno della Somalia Siad Barre (lui stesso
analfabeta) con questo semplice slogan: «Chi sa, insegni. Chi non sa, impari». Fu un successo, ma
ebbe breve durata.

Per tutelare l’infanzia dobbiamo tutelare i contesti ambientali, economici e sociali. Si tratta di
aiutare tutta la struttura locale. Per esempio, dobbiamo conoscere la realtà attorno e dentro la casa
famiglia locale dove una bambina viene tutelata, accudita, protetta con cure e metodi di
straordinaria gentilezza, efficacia, bontà. Dentro. Il problema è che un giorno dovrà uscire in una
situazione completamente diversa (priva di tutela). Allora potrebbe essere incapace di gestire la
propria vita in quel nuovo, spaventoso contesto.

Chi aiuta e chi viene aiutato devono integrarsi in qualche modo.

Per le associazioni di sostegno a distanza, sta diventando imperativo conoscere di più i sostenitori, e
non solo gli assistiti. Occorre stabilire al momento del sostegno quale comprensione abbiano
rispetto ai temi dell'infanzia e della pluralità culturale.

Che fare? Potremmo cominciare non solo a documentarci scientificamente, ma a leggere cose del
posto, ascoltare musica. Dovremmo cercare nella nostra zona i migranti e ascoltarli parlare della
loro cultura. Perché sono venuti via? Quali erano le condizioni? Come si potrebbe fare per tornare,
magari tutti assieme? Prima di ogni progetto ci vorrebbe una specifica ricerca operativa sul campo,
allo scopo di ottenere dati freschi e direttamente collegati alle intenzioni progettuali. In seguito è
necessario stabilire attività di monitoraggio, serve mantenere il contatto locale, pretendere
l’affidabilità (accountability) economica e sociale. Serve sempre essere pronti a cambiare idea ,
design, progetto. Imparare e adattare.
Pagare i bambini

Ricevi foto e storia di un bambino: richiedi online il suo dossier!


www.actionaidinternational.it, febbraio 2011

«Il sostegno a distanza è un atto di solidarietà che consiste nell’impegno morale a inviare, tramite
referenti responsabili, un contributo economico stabile e continuativo, del cui uso il donatore riceve
riscontro, rivolto a minori, adulti, famiglie, comunità ben identificate, in condizioni di necessità e in
ogni parte del mondo, per offrire la possibilità di migliorare le proprie condizioni di vita
nell’ambiente sociale e culturale in cui vivono» (dalla Carta dei Principi del Sostegno a Distanza –
Sad – citato in http://www.forumsad.it/drupal/).
Il sostegno a distanza, come il microcredito, è una sorta di Culto del Cargo, la religione diffusasi
nella Melanesia al tempo della Seconda guerra mondiale. Gli aeroplani americani e giapponesi
portarono tra i “selvaggi” un flusso di merci mai viste prima (e impossibili da produrre localmente).
Da allora in poi, i melanesiani iniziarono l’attesa di un nuovo messia prodigo di doni, recati a bordo
di immani aerei cargo. A Tana, nelle Nuove Ebridi (Vanauatu), ha pure un nome: John Frum, ignoto
pilota dell’USAAF, in cui onore (e attesa disperata) gli indigeni costruirono facsimili di piste per
accogliere il suo cargo. Non voglio neppure immaginare cosa preparino i bambini del sostegno a
distanza per le sporadiche visite dei loro benefattori. Talvolta, questi non arrivano mai: il loro
facsimile è il denaro.
Per una visione dinamica del fenomeno del sostegno a distanza, con le sue luci e ombre,
consigliamo di leggere l’inchiesta di Tiziana Fattori, sulla rivista Focus del 6 novembre del 2007,
s c a r i c a b i l e d a l s i t o h t t p : / / w w w. f o c u s . i t / M o n d o / s o l i d a r i e t / s p e c i a l e / I n c h i e s t a _ -
_Adozioni_a_distanza_fatti_e_misfatti_Una_guida_per_capirle_-_4.aspx

L’amore non muore mai

Senza essere stato chiamato sei venuto; senza esserti saziato sei partito: hai sbagliato due volte.
Proverbio afar, Dancalia

In Somalia venni mandato a discutere d’amore con un assassino. Se ne stava appoggiato alla sua
“tecnica”, il camioncino scoperto dotato di mitragliatrice pesante che ormai fa parte integrante del
paesaggio della Somalia. Aveva bandoliere e cartucce dappertutto. Era così magro nella mimetica
stracciata che mi venne di pensare: «Sono i proiettili a tenerlo in piedi». In qualità di antropologo
embedded in un programma di distribuzione del cibo durante la carestia e la guerra civile del 1991,
avevo l’incarico di scoprire perché i miliziani dei signori della guerra si fregassero, appena arrivato
nella zona dei rifugiati, tutto ciò che era destinato a vecchi e bambini. Dopo che avevamo
consegnato le razioni, i brutti ceffi arrivavano sulle tecniche, sparavano in aria e passavano armati
dai vecchi e dai bambini. E si prendevano tutto.
Non è facile parlare a uno così. Non è il fatto che giochi con il kalashnikov a rendermi nervoso. È
che è sicuro di sé, al cento per cento. È impossibile guardarlo negli occhi: non ci tieni a vedere il tuo
volto riflesso, come un bersaglio. Comunque, ci sono sofisticate tecniche di approccio verbale e
gestuale, in questi casi.
«Ma che cazzo credete di fare?», dissi spostandogli violentemente la canna del mitragliatore verso
terra. Ero frustrato: la miseria, la fame e la sete degli altri mi prendono alla gola. «Non dovete
rubare il mangiare di vecchi e bambini. Siete uomini adulti, guerrieri!». Invocai la maledizione di
Allah: qualche volta funziona, qualche volta non funziona.
Sorrise. «Vedo che hai capito», disse.
Mi feci guardingo: i Somali fregano chiunque, con le parole e con i fatti. «Capito cosa?», mormorai.
«Che gli adulti hanno bisogno di mangiare, per combattere», disse. «Il fucile mangia i proiettili.
Senza proiettili, il fucile diventa un pezzo di acciaio di ferro (dicono proprio così, in italiano). E
non serve a niente», concluse sputando il bolo anfetaminico del qat (Catha edulis, una droga a
elevato contenuto di anfetamine; per yemeniti, somali ed etiopi è un’ossessione collettiva).
Rimasi zitto.
«Vedi, voi bianchi volete conoscere solo quello che già sapete», disse dolcemente il miliziano,
mettendomi un mano sulla spalla. Mi ritrassi: odio essere toccato. Venne più vicino, ben oltre la mia
comfort zone. «Siamo logici», esordì.
«Sì», dissi. E poi non lo interruppi più.
«I vecchi e i bambini sono vittime collaterali. I bambini hanno una forte capacità riproduttiva, ma
niente cultura. Se moriamo, i nostri bambini saranno allevati in modo da diventare come gli
americani». Sputò di nuovo, prima di continuare. «I vecchi hanno la cultura, ma non la capacità
riproduttiva. Se rimangono vivi solamente loro, il nostro popolo sparirà in breve. Ecco perché noi
lasciamo morire di fame i vecchi e i bambini, mangiando il loro cibo. Al momento, questa è la
tattica. La strategia è che, salvando il nucleo centrale della popolazione, coloro che hanno capacità
riproduttiva e cultura, in tal modo salviamo il futuro. Ascolta me: dai da mangiare ai vivi, non ai
morti».
Per ragionare così duro, ci vuole un amore, un amore totale, un amore così puro per la propria gente
da amputarne la parte che, al momento, non serve. «Se non capiamo questo amore, è meglio che
restiamo a casa», scrissi nel rapporto.

Alberto Salza (Torino, 22-11-1944)


Ricercatore free lance sulle tematiche antropologiche, è stato fino al 1993 coordinatore del Laboratorio di Ecologia
Umana presso il Dipartimento di Scienze Biologiche, Antropologiche e Archeologiche dell’Università di Torino;
collabora con il Museo di Etnografia ed Antropologia dell’Università di Torino e con i National Museums del Kenya;
ha compiuto numerose missioni scientifiche sul campo, dal Sudafrica al Belize, dalle Montagne Rocciose canadesi allo
Stretto di Bering siberiano. Da quarant’anni studia le strategie di sopravvivenza in Africa, dove si muove con mezzi
locali e a piedi: dalle problematiche dei nomadi (dal Niger all’Ogaden, dal Sudan alla Namibia, dal Kenya al Bostwana,
con due anni vissuti tra i boscimani del Kalahari) alla ricostruzione dell’origine della cultura attraverso una simulazione
dell’ambiente e delle popolazioni che abitarono il Great Rift africano quattro milioni di anni fa.
Dal 2001 al 2003 è stato impegnato nel Programma Turkana del Ministero degli Affari Esteri e dell’Università di Pavia.
Dal 2004 al 2006, operando con il Comitato di Collaborazione Medica di Torino, si è occupato, sul campo, di
antropologia medica e, per l’Unione Europea, dei diritti umani tra i nomadi dell’Ogaden, al confine tra Etiopia e
Somalia. Dopo aver progettato una “Corsia antropologica” per il recupero d’identità delle vittime di guerra e dei
returnees, opera in Sud Sudan con ARES-Onlus in una ricerca operativa di progettazione partecipata indirizzata verso la
corretta urbanizzazione del territorio a Turalei (2009-10).

Dal 2006 collabora con la fondazione TARA (Trust for African Rock Art), la più importante agenzia sull’arte rupestre
africana. Nel 2006 e 2007 ha collaborato con l’UNICRI (UN Interregional Crime & Justice Research Institute) per la
definizione e la persecuzione dei crimini contro l’umanità in Darfur, Sudan.
Dal 2008 è membro del comitato scientifico del Centro piemontese di Studi Africani. Dal 2010 è consulente delle
comunità del lago Turkana per i rapporti con i National Museums of Kenya e le organizzazioni internazionali di
sviluppo.

Collabora con riviste divulgative e scientifiche e ha pubblicato numerosi volumi tra i quali Evoluzione dell’uomo
(Giunti, 1986), Ominidi: uomini e ambiente di tre milioni di anni fa (Giunti, 1989, edizione aggiornata nel 2000,
Ominidi: nuove scoperte), Madre Africa (Mondadori, 1995), Atlante delle Popolazioni (UTET, 1997), Niente:
antropologia della povertà estrema (Sperling & Kupfer, 2009), Bambini Perduti (Sperling & Kupfer, 2010) e il
Quaderno de Le Scienze “Le origini dell’umanità” (2000).