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Kierkegaard

Kierkegaard fu con Nietzsche e Schopenhauer, uno dei protagonisti della svolta filosofica
ottocentesca che, con una parola non felicissima, è stata battezzata come irrazionalismo.
Il pensiero kierkegaardiano ha influenzato in maniera determinante l’arte e la letteratura
nordeuropea: Ibsen e Munch sono incomprensibili senza la sua filosofia. I più importanti teologi si
sono ispirati a lui, a partire da Barth, Tillich e Bonhoeffer. Soprattutto, però, Kierkegaard è il padre
riconosciuto di tutto il movimento esistenzialista del Novecento, da Heidegger a Jaspers, a Sartre.
Indirettamente, quindi, la sua figura si staglia sullo sfondo tanto della psichiatria fenomenologica,
quanto dell’analisi esistenziale, due movimenti tutt’altro che secondari nel panorama delle cure
della psiche intese in senso moderno. Gli scritti kierkegaardiani più importanti, tuttavia, vengono più
spesso citati che compresi nel loro reale significato. Le ragioni di questa circostanza sono molteplici.
In primo luogo Kierkegaard scrisse in danese, onde la possibilità di leggere le sue opere in lingua
originale è di fatto riservata ai suoi connazionali e a pochi specialisti. Soprattutto però, a parte i
cosiddetti Discorsi edificanti e alcuni scritti polemici, tutte le opere che Kierkegaard pubblicò durante
la sua vita vennero da lui firmate con degli pseudonimi, ai quali il vero autore attribuiva una
personalità e una prospettiva indipendenti. Nella concezione kierkegaardiana vi sono tre diverse e
coerenti possibilità di vivere coerentemente l’esistenza (tre stadi):

➢ Lo stadio estetico, cioè quello di chi vive in funzione della bellezza dell’istante; gli archetipi
ne sono Don Giovanni e Faust, e Kierkegaard sembra provare quasi disgusto verso le opere
letterarie nelle quali simili personaggi, alla fine, si convertono.
➢ Lo stadio etico che vive per la ripetizione; l’eroe tipico ne è chi vive il matrimonio come se
fosse in perenne contemplazione di un pittoresco ruscello. Forse non vivrà mai slanci di gioia
ma neanche profonde delusioni, permanendo in uno stato di pace interiore.
➢ Lo stadio religioso, che nel pensiero kierkegaardiano è una situazione paradossale,
determinata da un salto nella fede. Un tale salto non è per tutti ma solo per figure
eccezionali. Il vero Cavaliere della fede, per Kierkegaard, è Abramo, l’uomo capace di
sacrificare il proprio figlio a Dio. Kierkegaard ritorna sull’episodio biblico per sottolineare
qualcosa che usualmente è passato sotto silenzio: dal punto di vista puramente umano, Dio
è il peggiore nemico dell’uomo.

L’accettazione del Dio biblico e del Dio cristiano dipende dunque dal passaggio in una dimensione
esistenziale completamente diversa, dove ci si affida interamente alla divinità. In questo senso, per
Kierkegaard è un profondo equivoco l’affermazione per cui siamo tutti cristiani. Negli scritti
pseudonimi, Kierkegaard scrive come se incarnasse una persona che viva in uno dei tre stadi: in
Enten-Eller (o Aut-aut), per esempio, vi sono due presunti autori A e B, il primo dei quali è un
seduttore impenitente e il secondo un marito fedele; Timore e tremore viene scritto come se
l’autore fosse un poeta della fede che non riesce però a compiere il relativo salto. Due opere firmate
con un altro pseudonimo, che si dichiara cristiano, si occupano di temi non proprio scontati da una
simile prospettiva: si tratta di Il concetto dell’angoscia e La malattia mortale. In questi due ultimi
testi (forse i più noti e influenti del Danese), infatti, al centro delle riflessioni sono l’angoscia e la
disperazione. Quest’uomo, che ha inciso una traccia indelebile nella cultura occidentale, non ha
mancato di lasciare ampi inediti autobiografici. I cosiddetti Papier (Carte) sono infatti venti volumi di
appunti di lettura, riflessioni e ricordi sparsi che hanno appassionato generazioni di lettori, malgrado
il loro carattere rapsodico e disorganico. Di essi in italiano è da tempo disponibile già un’ampia
selezione (apparsa come Diario, in dieci volumi), forse la più estesa che sia stata edita fuori dalla
Danimarca. Tuttavia il punto di vista di Kierkegaard sulla propria vita, ricavabile dagli scritti, lascia
aperti degli interrogativi inquietanti. Kierkegaard stesso scrive, anticipando Freud, che ogni uomo è
essenzialmente ciò che è diventato all’età di dieci anni; o che si scoprirà che quasi tutti hanno una
tara risalente alla propria infanzia che non scomparirà nemmeno a settant’anni; o anche che tutte le
individualità infelici si rapportano a un’impressione sbagliata della propria infanzia. Eppure ben poco
della sua infanzia egli racconta. Poco si ricava del padre, anche se è evidente come questi dovesse
risultare, per quanto ricco, avaro e scostante con il figlio. Nulla addirittura si viene a sapere sulla
madre, che non viene mai nominata né nel Diario, né nelle opere (pseudonimi o meno). Idee vaghe e
contrastanti Kierkegaard lasciano anche a proposito del suo rapporto con Regina Olsen, la ragazza
prima vista come ideale, poi chiesta in sposa, salvo rompere clamorosamente il fidanzamento tra lo
sconcerto di parenti e amici di ambedue.

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