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La conquista dello Stato

Il fascismo integrale di Malaparte

Nel 1924 Curzio Malaparte (al tempo Kurt Erich Suckert) fonda e dirige il quindicinale La
conquista dello Stato (dichiaratamente concepito “a imitazione della Rivoluzione liberale di
Gobetti”). La rivista, che sarà una voce scomoda per Mussolini fino al 1928, teorizzerà il “fascismo
integrale” dal “carattere nettamente rivoluzionario” e con un partito che corrispondesse agli “ideali
rivoluzionari per cui era sorto”: «O il fascismo - dichiarerà Suckert in un’intervista - attua la propria
rivoluzione abbattendo lo Stato liberale, e in questo caso il fascismo ha evidentemente un avvenire
rivoluzionario; oppure lo Stato liberale, rafforzato dallo stesso fascismo, riesce a stroncare tutte le illusioni
fasciste, ponendo la rivoluzione extra legem e soffocandola con un’opera di polizia, e in questo caso i nuclei
veramente rivoluzionari del fascismo riprenderanno le ragioni ideali del movimento e daranno l’assalto allo
Stato liberale, sul terreno insurrezionale, fino ad attuare la rivoluzione fallita nell’esperimento
collaborazionista».1
La stessa sorella di Malaparte così commenta il comportamento del fratello: “[…] Suckert fu fascista
integrale, lottando con tutta la sua fede e le sue energie per raggiungere il suo scopo, e cioè quelle riforme
che avrebbero portato all’abbattimento di tutto il vecchiume e alle nuove istituzioni rivoluzionarie: si sarebbe
evitato altro spargimento di sangue con la seconda ondata di violenze, che si sentiva alle porte. Oggi la
parola fascista è infamante, ma se consideriamo il fascismo integrale, vedremo quanto nobile fu la condotta
di Suckert. Si trattava di continuare l’azione ereditata dal socialismo, di cui non si accettava l’antinazionalità.
Si doveva fondare lo Stato nazionale unitario: eliminare dalle cariche pubbliche gli inetti e i malfidi,
rinnovare le istituzioni, moralizzare la vita pubblica. Suckert metteva a repentaglio la sua vita continuamente
poiché era pericoloso pubblicare o dire idee contrarie all’autorità costituita: ne sa qualcosa il povero
Matteotti e con lui tanti e tanti altri […]”.2 Indico soltanto qualche intervento a mo’ di esempio.
Nell’articolo “Il Fascismo contro Mussolini?”3 Suckert ammonisce il Duce e gli ricorda che tanto
lui quanto il più umile fascista sono ugualmente figli e servi della stessa rivoluzione, che ha il
dovere di attuare la volontà rivoluzionaria del popolo, che i fascisti delle province non ammettono
deviazioni, e quindi: o attua la loro volontà rivoluzionaria o rassegna il mandato rivoluzionario
affidatogli (“non è l’on. Mussolini che ha portato i fascisti alla Presidenza del Consiglio, ma sono i
fascisti che hanno portato lui al potere”). Nel numero seguente Suckert ritorna sul fondamentale
ruolo del fascismo con l’articolo: “Tutti debbono obbedire, anche Mussolini, al monito del
Fascismo integrale”,4 elencando in nove punti la continuità di quella rivoluzione iniziata con
l’insurrezione del ‘22 per evitare che il capo della rivoluzione fascista scivolasse nel campo della
“non-rivoluzione” e perché abbandonasse la sua politica “incerta e possibilista”.
La rivoluzione si era trasformata in ordine reazionario, soppressione degli avversari, misure di
polizia, e il clima rivoluzionario era, quindi, cambiato in clima reazionario: la rivoluzione era stata
tradita a favore della normalizzazione ed il socialismo aveva generato il fascismo. 5 Segnalo in
questo conteso l’articolo di Malaparte intitolato “Ritratto storico di Mussolini” di cui è opportuno
estrapolare alcuni passaggi: «[…] v’è ora in giro una certa propensione cortigianesca di mettere Mussolini
d’accordo con lo spirito irriverente e fisico dei tempi, dandogli un’aria addomesticata di eroe popolare, una
piuma al cappello, uno zibellino da re servizievole, un’andatura alla garibaldina, con quel tanto di romagnolo
che piace alle folle; v’è in giro la pretesa di far di Mussolini un eroe familiare, alla portata di tutti, romantico
e democratico, un uomo della ‘sinistra storica’, quasi che egli rappresentasse il comune spirito degli italiani e
non sia piuttosto, com’è nei fatti, l’espressione contraria di quello che il nostro popolo è. Mussolini non è un
uomo rappresentativo […] non appartiene alla nostra ‘moralità’ nazionale […] sembra quasi il prodotto di
1
L’intervista di Gaspare Squadrilli è apparsa sul Popolo d’Italia del 31 marzo 1925 (edizione romana).
2
Cfr. E. Ronchi Suckert, in Malaparte I, Famiglie Suckert e Ronchi, Ponte alle Grazie, Firenze 1991, p. 679.
3
In La conquista dello Stato, n. 16, 21 dicembre 1924.
4
In La conquista dello Stato, n. 17, 28 dicembre 1924.
5
Per i chiarimenti, le polemiche, i ruoli, le responsabilità, le discussioni interne al fascismo e per le antitesi tra
fascismo storico (quello delle province, da dove veniva il mandato a Mussolini) e il fascismo politico (quello di
Roma), rimando alle argomentazioni di R. De Felice, Mussolini il fascista. La conquista del potere 1921-1925,
Torino, Einaudi 1966 e 1995, passim.
un altro clima storico. […] La sua giustizia è tutta fisica, non intellettiva. […] Se Mussolini fosse un ‘uomo
rappresentativo’, che è quanto dire un mediocre, se realmente impersonasse lo spirito del suo popolo e del
suo tempo, non avrebbe certo potuto preparare e compiere la rivoluzione di Ottobre. Se fosse un italiano
come tutti gli altri, non sarebbe un ‘rivoluzionario’ […] si sarebbe rassegnato, come gli altri, all’umiliante
mediocrità nazionale. […] Egli è piuttosto un restauratore della nostra legge cattolica, un uomo della
Controriforma, soldato e profeta, cavaliere e martire; un nemico dell’Italia moderna, corrotta e disgregata
dallo spirito eretico della Riforma; un restauratore dell’autorità, della fede, del dogma, dell’eroismo, contro
lo spirito scettico, critico, razionalista e illuminista, dell’occidente e del settentrione: un difensore della
nostra libertà istintiva e tradizionale, storicissima, e delle nostre gerarchie, naturali, filosofiche e civili,
contro gli ultimi aspetti politici della Riforma, liberalismo, democrazia, socialismo; un nemico della civiltà
moderna, impropria alle nostre attitudini e inconciliabile con le nostre tradizioni legittime, e di questa Italia
d’oggi, imbastardita dall’accettazione e dall’assimilazione dello spirito europeo. Egli è piuttosto l’iniziatore
della ribellione, già in atto, dello spirito italiano, rimasto pur sempre naturalmente antico, non ostante gli
inquinamenti e le compromissioni, contro quello moderno nordico e occidentale; l’iniziatore della
rivoluzione italiana, rivoluzione antimoderna, cioè antieuropea. Controriforma». 6
Per un quadro generale degli argomenti trattati dal Suckert (che collabora anche al Corriere
Padano) su La conquista dello Stato e per individuare in questo primo momento del fascismo il suo
ruolo, la sua posizione e i punti di dissenso-consenso nei confronti di Mussolini, fornisco i titoli dei
suoi principali interventi: “Il problema fondamentale” sulla creazione dello Stato unitario 7; “Si
vuole lavorare per la Repubblica?”, su rivoluzione e/o normalizzazione e “Presa di posizione”, sullo
spirito rivoluzionario italiano in pericolo8; “Il fallimento della conquista piemontese dell’Italia”, sui
problemi rimessi in discussione dal processo rivoluzionario fascista, non molto dissimile dalla
soluzione liberale piemontese del ‘61 e del ‘709; “Come ha trionfato la tesi della Conquista dello
Stato”, sulla necessità di affrontare i problemi del fascismo con spirito veramente, e non
inutilmente, rivoluzionario e “Le origini ‘rurali’ del fascismo”, sul carattere provinciale e popolare,
ovvero l’antico spirito delle origini del suo primo tempo rivoluzionario 10; “L’età critica dello Stato”,
dove si legge: «Da gran tempo, da molto innanzi la morte di Matteotti, il Fascismo ha raggiunto l’età
critica. Movimento rivoluzionario sorto per necessità storica e al tempo giusto ‘risoltosi’ in una fortunata
insurrezione, il Fascismo dopo l’ottobre del 1922 mentre come azione di Governo è venuto via via
adattandosi alla comune mentalità degli italiani, che dalla varie rivoluzioni aborrono, come azione di Partito
se n’è venuto via via sempre più distaccandosi. Oggi tra il Governo di Mussolini e il Partito v’è qualche cosa
che si potrebbe chiamare una grande distanza. La mediocrità di molti capi, di troppi capi, non ha tradito
soltanto il Fascismo ma lo stesso Governo» 11; “Un processo che non si deve fare”, col fascismo che ha
rinunciato a condurre in porto la rivoluzione e l’unica soluzione poteva essere quella parlamentare
(“imposta al fascismo dalla crisi Matteotti”) e la maggioranza doveva costituirsi in Assemblea
Costituente. Tutte le rivoluzioni, anche quella bolscevica, partono da tale principio e per
dimostrarlo, in questo numero12, c’è anche uno scritto di Lenin con le sue considerazioni
sull’ottobre 1917 sulla rivoluzione russa, vale a dire che: “l’insurrezione bolscevica è partita dalla
constatazione della turpe degenerazione e della insufficienza della Duma”; “Lo Stato in
dissoluzione”, sul dissolvimento dello Stato liberale e sulle due correnti: « Due sono le correnti che
operano nel Fascismo. - scrive Malaparte - La corrente conservatrice reazionaria, di cui fanno parte gli
elementi clerico-nazional-moderati insieme con molti così detti estremisti dell’antico squadrismo; e la
corrente rivoluzionaria, di cui fanno parte anche moltissimi che non provengono dai partiti di sinistra. I
conservatori e i reazionari sono naturali fautori di una politica parlamentaristica, costituzionale […]. Essa
mira, in definitiva, a parte la solita retorica inspirata da Dio e da Gentile, al rafforzamento dello Stato liberale
e al consolidamento di alcune posizioni personali nella macchina parlamentare […] non tiene conto del
popolo se non come elemento politico; le condizioni economiche del proletariato non la preoccupano. […]

6
L’articolo è apparso su La Nazione il 19 giugno 1923.
7
N. 1, 10 luglio 1924.
8
N. 2, 20 luglio 1924.
9
N. 3, 30 luglio 1924.
10
N. 4, 10 agosto 1924.
11
N. 5-6, 30 agosto 1924.
12
N. 7, 10 settembre 1924.
La corrente rivoluzionaria, della quale noi siamo gli esponenti più tipici e più rappresentativi, non potrà mai
adattarsi a credere che la funzione e il compito del Fascismo si esauriscano, politicamente e storicamente, nel
far la guardia allo Stato liberale e nel proteggerlo dall’assalto delle energie rinnovatrici dello spirito
rivoluzionario italiano, di cui il fascismo si è proclamato in principio il realizzatore» 13; “Risposta all’on.
Orlando”, sul fenomeno rivoluzionario fascista e afferma: «Per l’on. Orlando non esiste in Italia una
questione rivoluzionaria. La sua mentalità, rigidamente costituzionalista lo porta a credere che la crisi
rivoluzionaria italiana si è chiusa nel 1870, con l’ingresso a Roma dei bersaglieri piemontesi di Cadorna. Ed
è appunto questa sua rigida mentalità costituzionalista che lo porta a giudicare il Fascismo come un
fenomeno rivoluzionario per sé stante, come un fenomeno singolo, isolato e autonomo, di perturbamento
dell’ordine costituito, come un tentativo sedizioso da liquidarsi con la pura e semplice applicazione degli
articoli del Regolamento Generale di Pubblica Sicurezza, non già come l’ultimo aspetto, come la più recente
manifestazione della crisi rivoluzionaria che agita l’Italia da oltre un secolo». 14
Dopo i due articoli segnalati, 15 che concludono il 1924, Malaparte riprende il discorso l’anno
seguente che si apre con l’intervento “Mussolini accetta e proclama alla Camera la tesi del
Fascismo integrale” dove lo scrittore afferma che Mussolini ha finalmente capito che, se avesse
continuato il gioco della sua doppia politica, la rivoluzione lo avrebbe giudicato: « O con noi -
argomenta - o contro di noi. Parliamoci chiaro. Mussolini si è illuso finora sul vero spirito del Fascismo. Ha
sempre creduto che i Fascisti, invece di fare del ‘fascismo’ facessero semplicemente del ‘mussolinismo’. Ha
creduto di poter giocare a piacer suo con lo spirito rivoluzionario dei suoi seguaci. Si è illuso che tutto gli
fosse consentito, ai fini della sua politica di Governo, anche di deformare e di stroncare lo spirito e la volontà
del suo partito. Il profondo disprezzo che egli ha per il suo prossimo, gli aveva fatto credere che il suo
Fascismo fosse composto esclusivamente di pecore, e di capri espiatori delle necessità di Governo: gli aveva
fatto credere che i movimenti rivoluzionarii siano come gli aggregati parlamentari, che si possono comandare
a bacchetta. Mussolini aveva perfino concepito, a un certo punto, di poter incappucciare la rivoluzione e
mutarla in un movimento antirivoluzionario, al solo scopo di consolidare la propria posizione parlamentare,
costituzionale. Non aveva capito che i fascisti non hanno riguardo per i ‘fini personali’. Non aveva capito che
il suo dovere di Capo gli imponeva non già di difendere lo Stato costituzionale contro la rivoluzione, ma di
attuare la volontà rivoluzionaria del suo Partito contro lo Stato costituzionale. Egli aveva dimenticato che la
sua poltrona a Palazzo Chigi era, ed è ancora, una barricata; che la sua posizione nel recinto fortificato delle
istituzioni era ed è quella dell’assalitore che precede i compagni. Issato al potere da una insurrezione di
popolo, egli si era illuso di poter impunemente non tener conto della volontà del popolo che lo aveva scelto
come proprio Capo. Dopo l’insurrezione, atto primo della rivoluzione, egli aveva ritenuto di poter scendere a
patti con gli avversari, a tutto danno dei suoi seguaci, buttando alle ortiche le idee della rivoluzione. Credeva
che il Fascismo fosse composto soltanto di cretini, di servitori e di persone poco serie, che si accontentassero
dei giochi di bussolotto e che si potessero manovrare come tanti burattini. Ora si è dovuto finalmente
accorgere che la gran massa dei fascisti capisce e sa quello che vuole, e che non tollera nessuna
deformazione o deviazione delle idee e della volontà rivoluzionaria del Fascismo. Noi non siamo insorti,
nell’ottobre 1922, per far piacere a Tizio o a Caio, ma per iniziare una rivoluzione. Ed è inutile ch’egli ci
dica: voi stessi non sapete quel che volete. Noi sappiamo benissimo quel che vogliamo, e ciò che intendiamo
per ‘rivoluzione’. Non lo saprà forse qualcuno dei suoi molti ciambellani, di quelli che nemmeno quando
erano socialisti o clericomoderati sapevano che cosa volessero. Ma l’ignoranza o l’imbecillità dei
ciambellani non contano. Ed è pericoloso ch’egli si illuda: pretenderebbero forse che noi ci rassegnassimo,
dopo essere stati repubblicani o sindacalisti, o nazionalisti o bolscevichi, cioè rivoluzionarii in ognuno di
questi casi, a fare i conservatori del vecchio ordine di cose o, quel che è peggio, i reazionarii? […]
Intendiamoci bene. Il Fascismo vuol essere rivoluzionario, non reazionario. Vuol compiere una rivoluzione
non affidarsi alla polizia per attuare una reazione. Il dissenso è qui […]». 16
Lo scrittore continua la sua pressione sul Governo con “Rivoluzione ed elezioni”, ovvero sul
criterio parlamentaristico di svalutazione e di squalifica del Fascismo rivoluzionario, sulla necessità
di Mussolini a dover ricondurre il Fascismo sul terreno elettorale in un supremo tentativo di
pacificazione e di chiarificazione e sulla maschera rivoluzionaria (definita “maschera di
Robespierre”), “gettata per ingannare gli amici e gli avversari, sul viso della normalizzazione”,
13
N. 10-11, 20 ottobre 1924.
14
N. 13, 30 novembre 1924.
15
“Il Fascismo contro Mussolini” e “Tutti debbono obbedire, anche Mussolini, al monito del Fascismo integrale”.
16
N. 1, 4 gennaio 1925.
cosicché “il Fascismo rivoluzionario è stato dunque, ancora una volta, preso al laccio della politica
di normalizzazione del Governo”.17
Poi in “Che cosa intendiamo per rivoluzione fascista” (sequestrato), Malaparte si interroga quale è
stata sostanzialmente la politica del Governo nazionale e risponde: «Dicono le opposizioni: Il
Fascismo non è un fenomeno politico […] ma uno dei tanti fenomeni d’inquietudine sociale originati dal
disagio economico del dopoguerra e dal disagio spirituale dei reduci: Il Fascismo perciò avrà termine, si
esaurirà, col finire della crisi economica. L’opera di qualunque Governo, anche fascista, che voglia
realmente condurre il Paese alla normalità, deve essere rivolta a sistemare socialmente ed economicamente,
più che politicamente, le generazioni che hanno fatto la guerra […]. Che cosa ha fatto in sostanza il
Fascismo, se non ribellarsi a mano armata contro quei ceti dirigenti, che proclamavano senza vergogna la
necessità, l’opportunità e il tornaconto di curare il disagio spirituale dei reduci, con la biada dei lavori
pubblici, del prezzo politico del pane, dei mutui alle Cooperative, e con la commedia di un falso
collaborazionismo […]. L’imperdonabile crimine […] è stato di credere che la crisi spirituale dei reduci
consistesse in fame di terra, di alti salari, e di prebende, che si potesse perciò risolvere con provvedimenti di
ordine economico, inquadrati in un collaborazionismo più apparente che sostanziale, praticamente illusorio
[…]. Contro questa ingiuriosa valutazione della crisi spirituale del dopo guerra è insorto il popolo delle
trincee, è insorto il Fascismo […], contro un sistema, una mentalità, un complesso d’interessi politici,
economici e sociali che miravano a rubarci il nostro diritto alla ‘conquista dello Stato’, legandoci alle
mangiatoie di Roma e comprendo la nostra complicità con l’infamia delle grasse pasture. Rivolta [il corsivo è
mio] non già di popolo bramoso di sonno e di pacifiche digestioni, ma di popolo giustamente ambizioso di
gettare il peso eroico del suo grigio verde lacero e insanguinato sulla bilancia dello Stato […]. Tale è il
senso, misconosciuto dai più, della rivoluzione fascista […]».
Malaparte riproponeva in questo intervento le motivazioni politico-ideologiche (il fattore guerra di
cui parlava con Gobetti), nonché le posizioni socio-umanitarie, che avevano giustificato
l’impostazione de La rivolta dei santi maledetti con la conseguente lettura dell’episodio di
Caporetto come rivoluzione. E concludeva l’articolo scrivendo: «[…] attuare […] quella rivoluzione
che i socialisti hanno tentato invano di attuare […]. Rivendicare i diritti dei reduci alla compartecipazione del
Governo della cosa pubblica, portare le masse al potere. È questo un programma rivoluzionario, non
conservatore. È il programma del fascismo in quanto ‘democrazia eroica’, in quanto volontà restauratrice
delle generazioni dei reduci, non in quanto puro e semplice partito conservatore. È il programma nel quale si
trovan d’accordo così i nazionalisti, come i sindacalisti e i mazziniani. Ne dissentono soltanto alcuni gruppi
d’impenitenti liberali di estrema destra (ma perché liberali?) e di clericomoderati, fascisti o fiancheggiatori.
[…] Dicono alcuni: in Italia non vi è nulla da mutare. Leggi e costumi, tutto va bene. Ma allora perché ci
siamo mossi se non vi è nulla da mutare? Dicono altri: il Fascismo deve essere ed è un partito conservatore,
non rivoluzionario e per ‘conservare’ è necessario che proceda per reazione, non per rivoluzione. Ma perché
allora ci siamo mossi con un programma rivoluzionario e non semplicemente con un programma
reazionario? E poi non è assolutamente vero che tutto sia da conservare in Italia, leggi e costumi, e che sia
necessario procedere per reazione. Vi è molto da conservare e moltissimo da trasformare. Chi ignora tutto
ciò, ignora il Fascismo, il suo compito, il suo spirito, le sue origini, la sua volontà. In ogni caso è dannoso e
vano procedere per reazione. […]».18
Dopo il sequestro19 anche dei numeri 4 e 520, nell’articolo “Ciò che attendiamo dal Governo” lo
scrittore chiede di difendere non una rivoluzione (per altro mancata), ma la fase dell’insurrezione

17
N. 2, 18 gennaio 1925. Alcuni anni dopo il volto delle dittature europee coperte dalle maschere della rivoluzione
saranno analizzate da Malaparte in La tecnica del colpo di Stato.
18
N. 3, 25 gennaio 1925. Il numero fu sequestrato.
19
Con la motivazione: “Redatto in maniera da mantenere in agitazione gli animi con conseguente fermento dello
spirito bellico”.
20
I cui contenuti, insieme a quelli del numero 6, apparvero anche su L’Assalto di Bologna, non sequestrato.
(invece riuscita) di una rivoluzione rimasta ideale.21 Sequestrato anche il numero 7, Malaparte,
diventato ormai insopportabile, “tace”.22
Riappare con l’articolo “Mussolini si proclama integralista: ma quando attueremo il Fascismo
integrale?” intorno a un discorso di Mussolini sull’argomento che, nonostante i proclami, resta
impigliato dai lacci da due anni, che era poi la “palude” in cui era finito il Fascismo e “si vedrà
realizzato per la prima volta nella storia l’assurdo di una rivoluzione, che farà morire di noia un
milione di fascisti e trentanove milioni d’Italiani”.23
In “O muore lo Stato liberale o muore il Fascismo” si legge: «[…] Perché nel 1915, nel 1916, nel 1917
e nel 1918 ci avete assicurato instancabilmente che, a pace fatta, e a pericolo passato, saremmo stati noi,
generazione combattente, ad assugere all’onore e alla responsabilità di dirgere la cosa pubblica? […] O
muore il Fascismo, o muore lo Stato costituzionale. Un’ulteriore connivenza non è più possibile. Le masse
devono partecipare alla responsabilità della cosa pubblica, la proprietà ha finito la sua stagione, la burocrazia
deve essere controllata e cambiata, occorre sostituire gli elementi corrotti» 24, invece i nuovi ceti politici si
sovrapponevano alla vecchia classe parlamentare.
Lo scrittore si fa ancora sentire in “Politica interna” con ulteriori specificazioni: «I fascisti si dividono
in due grandi categorie. In reazionari mascherati da rivoluzionari, che non sanno distinguere tra Rivoluzione
e Questura, che reclamano sempre nuovi provvedimenti polizieschi, nuove misure restrittive, nuovi giri di
vite, e che perciò ad ogni agguato comunista e ad ogni discorso aventiniano non sanno fare altro che
pigliarsela col…Ministro Federzoni, accusandolo di essere troppo poco reazionario [e] in rivoluzionari sul
serio, che non confondono la realizzazione, in leggi nuove, della Rivoluzione fascista, con la riforma del
Regolamento Generale di Pubblica Sicurezza; che reclamano istituti e leggi nuove atte a ristabilire e a
rafforzare l’autorità dello Stato senza che perciò sia necessario attentare gravemente alle pubbliche libertà
(poiché l’autorità non è mai necessariamente l’antitesi della libertà) »25, pur nell’inconciliabilità antitetica
tra autorità e libertà.
In “Verso il Congresso Nazionale”, dal momento che gli vengono rimproverati i decisi
atteggiamenti d’intransigenza rivoluzionaria, Malaparte dichiara quale sarà l’atteggiamento (suo e
di quelli come lui) al prossimo Congresso: «[…] Rimaniamo fermi sulle nostre posizioni: è bene ch
si sappia. Siamo e saremo sempre rivoluzionari, nel più esteso senso dell’attributo, in senso politico,
in senso economico e in senso sociale. Siamo e vogliamo rimanere col popolo, e ci opporremo nella
misura del possibile, pur non facendoci soverchie illusioni sull’efficacia dei nostri sforzi, a
qualunque eventuale tentativo reazionario, da qualunque parte venga».26 Interessante l’articolo
(intitolato: “I precursori del Fascismo: i rossi volontari delle Argonne”) apparso su Camicia rossa
qualche giorno dopo27: «Chi voglia considerare - scrive Malaparte - l’interventismo non
semplicemente in rapporto con l’animo e col fatto storico del 1914, ma con l’animo e col fatto
storico del 1821, vedrà come il fenomeno avesse il carattere rivoluzionario, fosse un prodotto
‘fisicamente’ storico, più che politico, e nascesse indipendentemente dallo stato delle cose europee.
21
N. 6, 15 febbraio 1925. Questo concetto malapartiano di una rivoluzione mancata e rimasta ideale, non può non
richiamarci alla mente l’ultimo verso (La rivoluzione non è più che un sentimento) della poesia Progetto di opere
future (sezione VIII) della raccolta Poesia in forma di rosa (1964) di Pasolini. Verso da mettere a confronto con un
altro ultimo verso (La rivoluzione non è che un sentimento) della poesia Alba meridionale (sempre in Poesia in
forma di rosa, sezione VII, parte seconda: Torno, e mi ritrovo). Per notare che la presenza di quel più rafforzato dal
che indirizza il valore comparativo della frase a un superlativo quanto mai significante, ma rafforza anche il già
negativo non, che esclude così definitivamente il significato già ristretto di rivoluzione: la quale non più realizzata
rimarrà soltanto un sentimento-ideale. Così (prima) per Malaparte sarà la rivoluzione fascista (non avvenuta ma
assorbita dalla normalizzazione) e (dopo) per Pasolini la rivoluzione comunista (non avvenuta ma assorbita
dall’omologazione).
22
Dal n. 8 (22 febbraio 1925) al n. 11 (15 marzo 1925).
23
N. 12, 22 marzo 1925.
24
N. 13, 29 marzo 1925.
25
N. 20, 17 maggio 1925. In questo stesso mese Malaparte tiene a Firenze una conferenza intitolata “Che cos’è una
rivoluzione” dove, passando a trattare della politica interna, ribadiva la necessità di realizzare un nuovo Stato e un
nuovo ordine di cose, che contenesse “senza distruggerlo né soffocarlo lo spirito rivoluzionario del Fascismo”.
26
N. 23-24, 14 giugno 1925.
27
Il 12 luglio 1925. Direttore del periodico Camicia rossa era il generale Ezio Garibaldi, che nel ’14 aveva
combattuto nelle Argonne e figlio di Ricciotti Garibaldi. Aderì poi al fascismo e fu deputato.
L’Austria era l’occasione, il pretesto […]. Come tutte le rivoluzioni, anche l’interventismo ebbe il
suo esercito rivoluzionario: la Legione Garibaldina delle Argonne. La funzione di questo esercito
volontario è stata di mutar l’occasione in fatalità. […] Operai e studenti, borghesi e proletari gente
di tutte le arti e di tutti i mestieri; metallurgici di Milano, di Torino e di Genova, filatori e tessitori di
seta del comasco e del bergamasco, bottonai di Treviglio, lanieri del biellese, vignaioli di Gattinara,
cercatori d’oro della Valsesia, scavatori di sasso e tagliatori di pietre del veronese, del bellunese, del
friulano, braccianti della Romagna, mietitori del Tavoliere, butteri e boscaioli delle Maremme e
dell’Agro, minatori dell’Elba, risaioli del basso Piemonte, bestiari dell’alto modenese, giovani
senza pace e senza paura, vecchi repubblicani della Marca di Ancona e dell’Esarcato, mazziniani
del grossetano e di Massa, gente di palude pallida di malaria e matta di sangue etrusco, antichissimo
e feroce, lombardi duri e spietati, romagnoli irosi e generosi: tutta la miglior forza delle generazioni
che serbavano in sé chiusa la violenza rivoluzionaria del ventuno e del quarantanove, tutti gli
‘italiani’, tutti coloro che non avevano dimenticato le glorie patrie e le vergogne sofferte, erano
accorsi in Francia per dare un esercito alla rivoluzione italiana. Come i rossi legionari delle
Argonne han combattuto e vinto, e come son morti, nessuno potrà mai dimenticare. […] Al nostro
ritorno in Italia dalle barricate delle Argonne, il popolaccio borbonico, plebe e borghesia neutralista,
come già s’era buttato con le forche addosso, ai trecento di Pisacane, scese in piazza contro di noi.
[…] I capi del movimento interventista, cioè della rivoluzione, eran gli stessi che avevano predicato
la necessità di chiamare il popolo, avvilito dal socialismo deprimente e conservatore, a partecipare
alla vita storica della nazione; erano gli stessi che avevano preveduto nel popolo l’unico erede e il
legittimo continuatore della funzione rivoluzionaria della borghesia del 1821, ed avevano gettato le
basi di quell’azione sindacale, che avrebbe un giorno o l’altro dovuto rompere, come poi è stato, in
guerra rivoluzionaria per la libertà nazionale. […] A noi basta mostrare con quale animo una
grandissima parte degli italiani siano andati a combattere e a morire sulle barricate del Carso».
Mentre in “Politica di Governo e politica di Partito in fatto di elezioni amministrative”, ribadisce
che non sempre il Partito e il Governo seguono d’accordo una linea unica, anzi spesso si verifica il
contrario, con provvedimenti, atteggiamenti e volontà contrastanti tra di loro, lamentandosi: «[…]
Che cosa ha fatto il Fascismo dopo il 1922? Si è impadronito di furia della stragrande maggioranza
dei Comuni. Ma, non possedendo una classe politica attrezzata e sperimentata a reggere la cosa
pubblica, ha ripetuto l’errore dei socialisti, combinando maggioranze improvvisate e poco affiatate
[…] e quasi sempre ricorrendo all’aiuto dei soliti elementi liberali e democratici, mischiati alla
rinfusa con i soliti combattenti. […] Che cosa avrebbe dovuto fare il Fascismo dato che era prevalso
il criterio di conquistare i Comuni elettoralmente? Rifiutare qualunque collaborazione con i soliti
vecchi elementi liberali e democratici e con i nuovi elementi dell’Associazione Combattenti e
imporre liste bloccate totalmente fasciste. Intransigenza non collaborazione! […]».28
Di un certo significato è uno scambio (in contemporanea) di lettere con Gobetti sul libro Italia
barbara che Malaparte aveva voluto subito pubblicare con lui prima del promesso Viaggio in
inferno il quale, programmato e inviato invece a pezzi e mai concluso, veniva così anticipato
nell’uscita.29 Scrive Malaparte il 12 agosto: «Caro Gobetti, ti ho lasciato in pace fino ad oggi. Ora ti
28
N. 28, 26 luglio 1925.
29
Malaparte il 24 settembre 1924 così scriveva a Gobetti: “[…] Io sto lavorando per te, pur in mezzo alle enormi
difficoltà che mi procura questa vita da cani alle prese con un mucchio di imbecilli ecc. Battaglio con tutti dalla
mattina alla sera, e ti assicuro che sono già stufo della generale minchioneria. Con tutti, ho detto: perché la
minchioneria è universale. Ma che non si possa davvero, in Italia, vivere in pace con l’intelligenza? Rispondimi
sollecitamente, e ti spedirò altri due capitoli […]”, riferendosi a Viaggio in inferno. Poi il 2 giugno 1925
improvvisamente: “Caro Gobetti, ho pronto (ultimato, finito) un libro nuovo: Italia barbara che vorrei spedirti
subito perché esca il mese di giugno (120 pp. circa). Ne fa parte anche il saggio da te letto: Elogio del particolare.
Prevedo che mi faranno la lotta i miei amici, per aver dato un libro a te […]. Telegrafami accettando, e ti spedirò
subito il volume, che non è un libro di Partito. Deve uscire antro il mese. Hai capito? […] Ho lavorato come un
matto per finirlo. Prima di finire il Viaggio ho voluto togliermi questo libro di sullo stomaco”. Queste due lettere e le
altre sopra segnalate si possono leggere integralmente in E. Suckert Ronchi, Malaparte I, cit., pp. 429-430, 572-573
e 593-595. Gobetti, comunque, risponderà il 28 agosto confermando che presto invierà le bozze, chiedendo di
mandargli le mille lire e di mantenere l’impegno dell’altro libro: “Se non finisci il Viaggio in inferno sei
rompo l’alto sonno nella testa. Comincia subito la composizione di Italia barbara, perché
dev’essere in vetrina alla fine di Settembre. […] Ricordati che alla fine di Agosto voglio avere le
prime bozze dell’Italia barbara. Bisogna che ti svegli, caro Gobetti, e che tu cominci ad essere
puntuale: perché ho intenzione di lavorare. Se non vuoi farti la reputazione di editore da trastullo.
[…]». Gobetti che evidentemente seguiva e leggeva ciò che l’amico stava facendo, risponde due
giorni dopo: «Caro Suckert, sarebbe ora che ti mettessi a fare la persona seria. Non capisci che perdi
tempo, che i fascisti ti giocano, che nel partito sei un uomo di quint’ordine, che i tuoi scritti da un
anno a questa parte non valgono niente? Io credo che sia giusto che tu rimanga nel partito fascista
perché sei un fascista nato, uno dei tipi autentici. Ma abbi un po’ d’accortezza, tu sei anche nato
artista e non devi perderti interamente. Da due o tre anni io vado giurando a tutti che tu sei un
grande scrittore, che tutto ti può essere perdonato per i capolavori che darai: e tu a smentirmi ogni
giorno con le solite sciocchezze. Se tu non mi darai entro ottobre Viaggio in inferno terminato, farò
pubblicare dichiarazioni che tu sei diventato un rammollito petulante. Italia barbara è un pessimo
libro! Colpa del fascismo: il libro sarebbe importante se nel 22 lo proseguivi nel suo disegno
originario, con due capitoli pubblicati in R. [ivoluzione] L. [iberale] (che hai poi ignobilmente
raffazzonato nell’Europa vivente con degli sproloqui sindacalisti e coi due o tre capitoli nuovi che
ci sono nel libro attuale. Colpa del fascismo, dunque, in parte, che ti ha messo a capeggiare degli
scamiciati, ma colpa precipua tua, pronto sempre a diventar letterato da strapazzo. Italia barbara
intanto se non lo dai ai lettori di ‘Conq. Dello Stato’ non si può vendere. I lettori intelligenti che
comprano i miei libri non ci abboccheranno. Capiranno a volo che qui si ripete la solita storia del
dramma della modernità. Se vuoi che usciamo a Settembre bisogna dunque che tu mi dica quante
copie puoi garantire, perché da me i fascisti il libro non lo comprano. E se non lo compri tu io sono
sicuro che i fascisti non comprano libri. […]».
Risponde Malaparte il 18 agosto: «Caro Gobetti, hai ragione, in parte, ma che vuoi che faccia? È
assurdo pretendere che un italiano, oggi, non si occupi di politica. Il vecchio male italiano ci ha
ripresi, peggiore assai del mal francese. Che cosa si potrebbe fare in Italia se non si facesse della
politica? Non ti sei accorto che da quando tutti si sono messi a fare della politica, il numero dei
disoccupati è diminuito sensibilmente? E poi dici bene tu, io sono un fascista nato, anche se non
sono nato con la camicia… nera. E sebbene io non abbia avuto dai così detti capi del Partito se non
amarezze, colpi mancini, delusioni e guerra sorda, ho una funzione importantissima nel Partito e
intendo di andare fino in fondo a qualunque costo. Non di andare a fondo. Mi sono messo in testa di
farmi strada con l’onestà e l’intelligenza. È una bella e pazza pretesa che vale per tutta la vita
pubblica italiana, non solamente per quella di Partito. La mia amicizia per te, ad esempio, mi è
molto rimproverata. Dicono che io abbia relazioni sospette con gli oppositori sol perché sono amico
tuo e sono in relazione con te. Sai perché ti ho dato Italia barbara? Perché Farinacci ne farà un
casus belli. Ma sono pronto a dar battaglia. Io pubblico, presso chi mi piace e il casino che
succederebbe se uscisse un mio libro mi lusinga e mi invoglia a pregarti di non fare il… e di
pubblicare senz’altro questa benedetta Italia b. Vedremo poi se la spunterò io o se la spunterà
Farinacci. Non capisco la tua antipatia per quel libro. Lascia andare: non è un cattivo libro e farà
brodo. […] Il pubblico lo comprerà, pubblico specialmente della tua sponda. Quello della mia,
come tu sai, non legge. Ti ho già detto che io prendo 1000 Lire di Italia barbara. […] Dunque
decidi tu. Se vuoi pubblicarlo, bene; se non rimandami il manoscritto e provvederò in altro modo.
[…] In quanto al perder tempo come tu dici, ho le mie buone ragioni. Io debbo, fra l’altro, vivere, e

rammollito”. Malaparte rassicurerà l’amico il 4 settembre e aggiunge: “Ho temuto anch’io per un momento, di
essermi rammollito. Ma ora […] mi sono ripreso e ho cominciato a lavorare di cuore in materia letteraria. Ho
intenzione di fare grandi cose […]. Comunque mi sembra non marginale notare che a due anni esatti della sua
iscrizione al Fascio di Firenze, Malaparte scrivendo queste lettere a Gobetti già si dichiara “stufo della generale
minchioneria” e della sua “vita da cani alle prese con un mucchio di imbecilli” e confessa il timore di essersi, per un
momento, “rammollito”. Molto significativa, in tal senso, è la lettera (del 18 agosto, che segue) che Malaparte scrive
a Gobetti. Per le lettere che Malaparte e Gobetti continuarono a scriversi a settembre, ottobre, dicembre (fino a
quando Gobetti riparò a Parigi e morì nel 1926) e per il manoscritto di Viaggio in inferno, rimasto inedito, si
rimanda al Malaparte I, cit., p. 602, 607-608, 621, 624, 649, 684-715, 770.
debbo perciò scrivere articoli, etc. Di letteratura non si campa, di politica nemmeno e di
collaborazione giornalistica sì. E allora? Vedi bene che ho i miei buoni motivi per perdere, come tu
dici, il mio tempo. Ma lavoro, non ostante tutto. Sono ora occupato con un romanzo: Ho allevato un
camaleonte,30 che mi ha acquistato l’ ‘Epoca’ e dal quale conto di ricavare 15 mila lire. Debbo
buttarle via? A me servono perché non sono ricco. Mi puoi dunque condannare se perdo del tempo?
[…] In quanto poi alla bontà del libro, faresti meglio ad adottare questo criterio anche per molti altri
autori; pubblichi spesso certe porcherie!». Gobetti pubblicò ugualmente Italia barbara
corredandolo della nota introduttiva da lui siglata.
Ma, nonostante i buoni propositi espressi all’amico e gli impegni di scrittura progettati, Malaparte
continuerà dalle colonne de La conquista dello Stato con la sua pressoché inutile “battaglia” per la
rivoluzione, come in “I repubblicani e la pace socialista”, scritto nell’occasione a Marsiglia del
congresso socialista internazionale per la pace, sull’adesione del Partito Repubblicano Italiano alla
Seconda Internazionale Socialdemocratica di Amsterdam. L’involuzione storica-politica, come la
chiama lo scrittore, da Mazzini a Marx, visto che il P.R.I. era riuscito “a liberarsi da ogni contatto e
da ogni compromesso con gli altri partiti di sinistra” e si chiede: «Ma v’è ancora qualcuno nel P.R.I.
che sappia distinguere fra l’internazionalismo di Mazzini e quello di Marx? Fra lo spirito fiero e
diritto della tradizione mazziniana, e quello remissivo, fondamentalmente vile, disposto a tutti i
tradimenti, gli ibridismi e le rinunzie della Internazionale socialdemocratica di Amsterdam? V’è
ancora qualcuno, nel P.R.I. che si ricordi che la solidarietà internazionale profetata da Mazzini si
basava sul riconoscimento e sul reciproco rispetto delle unità nazionale, delle Nazioni, e non sulla
pregiudiziali antinazionali di Marx, fondamentalmente criminale e assurda?». 31 O come in
“Battaglia per la libertà” sul principio che «creare lo Stato nazionale significa creare la libertà
nazionale, dare finalmente una libertà al popolo italiano».32
L’articolo “Il tradimento dei massimalisti” fa seguito ad una polemica, tra Suckert e l’Avanti!
originata da un articolo di Malaparte, intitolato “I retroscena e i veri obiettivi del gioco politico dei
massimalisti”33, nel quale si argomentava delle manovre delle contrastanti frazioni socialiste che si
muovevano tra collaborazionismo e intransigenza, tra mire segrete e finti aventiniani, estremismo
fascista e politica sindacale. Manovre massimaliste che appaiono come un “tradimento” 34,
rispondendo così alle ire de l’Avanti! punto per punto sia per quanto riguardava l’Aventino sia per
quanto concerneva le posizioni e i comportamenti de vari personaggi coinvolti (tra “vigliacchi,
“bande” e “traditori”): Vella, D’Aragona, Baldesi, Nenni, Vernocchi, Buozzi… ed altri.
Polemiche a non finire che continuano, tra ingiustizie e insulti, anche nel numero seguente de La
conquista dello Stato35, nell’intervento “Socialismo di… Stato. Il filo fascismo dell’Avanti!” e che si
può sintetizzare in questa affermazione di Malaparte: «[…] Né difetta di logica e di comprensione il
Comintern quando ordina al Partito Comunista Italiano di far guerra soprattutto ai massimalisti, che
costituiscono i veri e propri concorrenti polemici dell’intransigenza antidemocratica, antiborghese e
antifascista dei comunisti, e sono i veri e propri alleati del fascismo nell’opera di scissione, di
indebolimento e asservimento del socialismo nostrano». Fino a sfociare in una “Lettera aperta
all’on. Mussolini” nella quale Malaparte riconosce, credendo di essere riuscito nella sua campagna
giornalistica a raggiungere il suo scopo, che il Fascismo stava prendendo finalmente la via della
rivoluzione attraverso nuove leggi che venivano presentate, che la rivoluzione non correva più il
pericolo di essere tradita, che il Partito cominciava ad essere risanato dai gerarchi corrotti, e scrive:
«[…] Se non avessi una modesta ma significativa tradizione da difendere e da continuare, potrei

30
Malaparte fa riferimento a Don Camalèo. Romanzo di un camaleonte, uscito per la prima volta in volume da
Vallecchi nel 1946 e dedicato “All’affettuosa memoria di Piero Gobetti che di Don Camalèo ebbe primo l’idea e a
cui la morte vietò d’esserne l’editore”. Le vicende di questo libro sono state poi da Malaparte narrate in Storia di un
manoscritto premessa all’edizione.
31
N. 29, 15 settembre 1925.
32
Articolo contenuto nello stesso numero.
33
Apparso sul Corriere Padano il 22 settembre 1925.
34
N. 30, 30 settembre 1925.
35
N. 31, 15 ottobre 1925.
oggi prendere commiato dai miei lettori e sospendere le pubblicazioni della Conquista dello Stato.
[…] Fin dai primi numeri […] questo periodico è apparso a molti, a ragione o no, come la
necessaria, ma intollerabile, nota discordante della complessa orchestra fascista. […] Ho avuto il
coraggio di perseverare […]. La tesi svolta su queste colonne era molto semplice; la rivoluzione
deve compierla il Governo, non il Partito. […] Una sola cosa dobbiamo oggi difendere: […] lo
spirito rivoluzionario. Dobbiamo proteggerlo dai deviamenti […]. Mala difesa dello spirito
rivoluzionario, e selvaggio, non autorizza l’esaltazione degli illegalismi particolari. Una cosa è lo
squadrismo, e altra cosa è l’illegalismo».36
Quindi Malaparte continua, con i suoi interventi politici e le polemiche, a seguire l’iter di quella via
rivoluzionaria che il partito fascista sembrava avesse imboccato. Così a novembre-dicembre 37 lo
scrittore argomenta sugli intransigenti (integralisti ed estremisti) e l’accomodentismo (come lo
chiama), causa della normalizzazione, fra traditori e trasformisti, intolleranti e moderati, vale a dire
le varie conversioni che a turno avvenivano nella “casa d’intolleranza” del fascismo (così la
definisce Malaparte).
Questo per fare le necessarie distinzioni sulle doppiezze politiche tra quelli che non credevano e poi
hanno creduto e quelli che credevano e poi hanno cambiato fede. Porta anche un singolare esempio:
quello che Lenin che “negli ultimi tempi del suo governo, mostrò di dimenticare le primitive
distinzioni chiamando al potere numerosi menscevichi, ciò non gli impedì di distinguere sempre, fra
i suoi collaboratori, i bolscevichi dai menscevichi, e di preferire ed onorare i primi senza tuttavia
sdegnare i secondi”. La sorella di Malaparte, Edda, trascrive questo passaggio del fratello contro
Mussolini: «[…] il Partito ti giudicherà; non tradire […] la rivoluzione indietreggia perché fai
l’incontrario di quello che è tuo dovere e che vogliamo; ti ostini a circondarti di falsi e corrotti
fascisti».38
Da registrare, all’interno di questi due ultimi mesi del ’25, anche l’approvazione (in quel novembre)
di provvedimenti amministrativi sulla libertà di stampa e che, come conseguenza, Gobetti fu
costretto a cessare ogni attività. Significativa la lettera 39 di Malaparte all’amico: «Caro Gobetti,
soltanto ieri sera ho avuto modo di parlare della tua questione con qualcuno del Governo. Come tu
ben sapevi il provvedimento non risale né al Prefetto, né al Ministro. Non c’è niente da fare. Le mie
previsioni e i miei reiterati avvertimenti, le mie premure, le mie ammonizioni amichevoli avevano
un fondamento. Se ti occuperai ancora di politica, non ti lasceranno pubblicare più nulla, cioè ti
fregheranno completamente annullando il tuo paziente e faticoso lavoro editoriale di alcuni anni. Tu
sei un benedetto ragazzo, e certe cose non le puoi capire. Sei giovane e il tuo avvenire è in qualche
modo (avviene ed è così per tutti) legato a ciò che hai saputo e potuto fare sino ad ora. Se ti fregano
la Casa Editrice tu capisci che per te sarebbe un vero disastro. Dove potresti pubblicare almeno le
cose tue? Tra qualche mese non ci sarà in Italia un solo editore che oserà e potrà pubblicare un libro
politico o letterario di un antifascista. E non v’è già più ora un solo giornale che osi pubblicare un
articolo di qualche noto nemico del Regime (salve qualche foglio tipo ‘Mondo’ che morirà presto).
Figurati quel che sarà tra qualche tempo. E allora? Io non ti consiglio di mutare opinione. Ho troppa
stima di te per permettermi di mancarti di rispetto. Rimani pure come signor Gobetti, antifascista, se
ciò ti fa piacere, ma d’ora in poi, come editore, come ditta, non ti preoccupare più di politica, non
pubblicare più volumi antifascisti, lascia perdere queste porcherie e buttati a corpo morto nel campo
letterario e artistico, storico e filosofico. Da’ retta a me, lasciai consigliare da un amico che ti vuol
bene e ti stima. Bisogna imparare a vivere, caro mio, quando si è nella tua posizione. Tu mi dici che
il provvedimento è enorme. Piglialo come vuoi. Te ne accorgerai in seguito, se non vorrai mutare
strada. Ti avverto che non ti lasceranno continuare. Perciò cambia materia. Ti avevo bene avvertito
di far presto a metter fuori il mio nome! Ora bisogna che tu scelga fra gli uomini del Regime,
politici e letterati, i buoni in criterio assoluto, e che tu tolga alla Casa Editrice il cachet di parte. Vi

36
N. 32, 31 ottobre 1925.
37
N. 33 del 15 novembre e n. 34 del 15 dicembre del 1925.
38
Cfr. E. Ronchi Suckert, nel commento ai materiali d’archivio del 1925, in Malaparte I, cit., p. 683.
39
Da Roma, dicembre 1925, leggibile in ibidem, pp. 649-650.
sono, nel Regime, uomini che possono scrivere cose buone, non c’è mica bisogno che tu pubblichi
dei panegirici e delle retoriche apologie del fascismo. Vi sono dei fior di antifascisti che passano per
editori in buona col Regime. Sappi fare. Hai cominciato con Solari, con Aniante, con Franchi, con
me. Seguita cos’, per Dio! E recati subito dal Prefetto e informalo che d’ora in poi ti occuperai di
arte, di storia e di filosofia e la pianterai con la politica. Ma pregalo di avvertire subito Roma e la
stessa Presidenza. Ho già avuto assicurazione che non daranno noia al mio libro. So che alcuni ne
hanno già ricevuta qualche copia. E a me quando lo mandi? E ai librai? Porco cane! E ricordati che
sei giovane e che potrai fare molto se sai fare. La storia dà sempre ragione a chi sa prendersi la
ragione. E tu hai modo di aver ragione se non insisti a rimaner nella parte del torto. Scrivimi subito
dicendomi quel che intendi di fare. Non ubbidire agli impulsi. Pensaci sopra. Con calma. Io
rimango a tua disposizione. Saluti cordiali, tuo Suckert. Via XX Settembre, 49».
Ci sono nella lettera alcuni passaggi interessanti, come: «non ti occupare più di politica, non
pubblicare più volumi antifascisti», «lascia perdere queste porcherie», «bisogna imparare a vivere»,
«non c’è mica bisogno che tu pubblichi dei panegirici e delle retoriche apologie del fascismo», «vi
sono dei fiori di antifascisti che passano per editori in buona col Regime», «sappi fare», «e ricordati
che sei giovane e che potrai fare molto se sai fare»… e soprattutto nell’explicit. Il tono, poi,
richiama quello della lettera di Gobetti a Malaparte di agosto (di cui sopra) nella raccomandazione
all’amico: «Ma abbi un po’ d’accortezza, tu sei anche nato artista e non devi perderti interamente»,
raccomandazione che ora è Malaparte a rivolgere a Gobetti. Mentre il contenuto della risposta di
Malaparte del 18 agosto può essere avvicinato in quel passaggio in cui dice: «[…] ho le mie buone
ragioni. Io debbo, fra l’altro, vivere […] ho i miei buoni motivi […]», che suona come
giustificazione e quindi consiglio ad adottare un certo tipo di comportamento per passare indenni e
sopravvivere intellettualmente e culturalmente al Regime. Motivazioni che, in fondo, saranno alla
base di altre scelte di Malaparte (si pensi al periodo post-confine a Lipari per Prospettive) per
cercare, come diceva, non di essere libero in un Regime di libertà (condizione che non ha bisogno
di nulla per essere realizzata), ma di essere libero dentro una prigione (condizione che al contrario
necessita di una serie di accorgimenti per potersi muovere nella complessità sociale e politica di un
Regime sempre più dittatoriale).
Che la situazione vada di giorno in giorno deteriorandosi lo si evince anche dall’articolo che
Malaparte pubblica su La conquista dello Stato40 dedicato alla commedia di Montecitorio e ai non
pochi deputati nascosti nei corridoi, incapaci di rendersi conto del proprio stato e dei propri
obblighi, all’efficienza quasi nulla, all’insofferenza ad ogni tipo di responsabilità, all’immobilità
della maggioranza parlamentare fatta di pappagalli malinconici (i «deputati fascisti auto immobili»,
«inimitabili Loreti e impareggiabili Cocoriti», come li chiama).
Malaparte non abbandona neppure, sempre dalle pagine de La conquista dello Stato, la sua lotta
contro il “Mussolinismo” (che lo scrittore non voleva e combatteva) che alla fine risulterà, invece,
vincitore sulla sognata e irrealizzata rivoluzione fascista la quale, in questi anni, aveva preso al
contrario, come Malaparte temeva fin dagli inizi della fondazione del suo giornale, un’altra piega di
cui lo scrittore non si riterrà mai responsabile, né complice, di come opererà nel ventennio. Ormai
Mussolini è diventato ironicamente “Arcimussolini” e non appartiene più alla natura terrestre e
«Benito non esiste più. Oggi Mussolini si chiama il Duce, soltanto il Duce», anzi la rivoluzione è
solo lui.41
Accanto a questi episodi che documentano la continuità degli scontri giornalistici e delle lotte
politiche che scaturiscono anche in duelli, sequestri, aggressioni, denunce ed altro, il nome di
Malaparte è oggetto di interesse anche sulla stampa inglese. Per fare un esempio, il Manchester
Guardian segnala: «[…] l’impressionante appello rivolto da Giovanni Gentile alla gioventù italiana,
affinché essa concepisca il Fascismo, nella sua vita quotidiana, come un austero ideale, e non lo
renda un pretesto per dare sfogo a rancori personali e per partecipare ad assemblee tumultuose.

40
N. 9 del 14 giugno 1926, col titolo: “Montecitorio e altre cose ridicolose”.
41
Cfr. C. Malaparte, “L’Arcimussolini”, in La conquista dello Stato, n. 1, 15 gennaio 1927 e “La rivoluzione sono
io”, in La conquista dello Stato, n. 7-8 del 15 aprile 1927.
Gentile dichiara che “coloro che cantano e marciano più frequentemente sono spesso coloro che più
si allontanano dall’ideale fascista, e che meglio meritano di essere espulsi dalle fila dei fascisti”, e
Malaparte è d’accordo col filosofo nel considerare una gran parte di quello che è esteriormente più
impressionante nel movimento fascista come alieno al suo genuino spirito», e dal manifesto
pubblicato su L’Italiano da Leo Longanesi, il giornale inglese riporta il passaggio: «[…] la
Rivoluzione fascista, rivoluzione del popolo d’Italia, non significa precisamente la sostituzione dei
nuovi ministeri ai ministeri vecchi, l’acceleramento dei treni, la produzione di maggior quantità di
pane, l’imposizione del rispetto della legge. Essa significa la distruzione di ogni traccia di
quaccherismo, di massoneria, di borghesia, di liberalismo, e la restaurazione dell’antico spirito di
questo Paese, della sua peculiare forza e moralità, in modo che tutto il popolo possa sentirsi padrone
del suo territorio. La nostra rivoluzione è anti-moderna, anti-democratica, anti-borghese, anti-
europea e perciò popolare, giacché il popolo è attaccato al suo passato ed è ostile a qualunque
riforma che non sia sgorgata dal suo seno».
Nel frattempo veniva chiusa La Voce e sequestrati i libri degli antifascisti: ormai anche la “voce” di
Malaparte politico non è più ascoltata e il Mussolinismo (come lo scrittore lo chiama) ha preso il
sopravvento sul suo Fascismo integrale, anche se ci sono ancora quelli che aspettano una
“rivoluzione”, mentre il Duce lavorava per la sua dittatura.
Malaparte uscirà dal Fascismo nel gennaio 1931 (dopo i fatti de La Stampa di Torino di cui era
direttore) inviando al Partito una lettera di dimissioni e se ne andrà a Parigi dove nello stesso 1931
pubblicherà La tecnica del colpo di Stato.