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– RAZZA E STORIA – LEVI STRAUSS:

1) La diversità fra le culture ci fa pensare ad un problema, cioè se è positivo o negativo per


l'umanità, tutta questa diversità. Nelle società umane agiscono nello stesso tempo forze
orientate in direzioni opposte: le une tendenti al mantenimento e mentre le altre agenti nel
senso della convergenza e dell'affinità. Le società umane non sono mai sole. Oltre alle
differenze dovute all'isolamento, ci sono quelle dovute alla prossimità: desiderio di opporsi,
di distinguersi, di essere se stessi... La diversità delle culture è funzione non tanto
dell'isolamento dei gruppi, quanto delle relazioni che li uniscono." Sin dalla nascita
l'ambiente circostante fa penetrare in noi per mille vie consce e inconsce, un complesso
sistema di riferimenti che consiste in giudizi di valore, motivazioni, fulcri di interesse, e
quindi anche nella visione riflessiva che l'educazione ci impone della storia della nostra
civiltà, senza la quale quest'ultima diverrebbe impensabile, o apparirebbe in contraddizione
con i comportamenti reali. Noi ci spostiamo, letteralmente, con questo sistema di
riferimenti. Quando cerchiamo di caratterizzare le razze biologiche in base a proprietà
psicologiche particolari ci scostiamo dalla verità scientifica. Le culture umane sono molto
più numerose delle razze umane perché le prime si contano a migliaia e le seconde a unità,
inoltre al contrario della diversità fra le razze che dipende dalla loro origine storica e
distribuzione nello spazio, la diversità fra le culture pone dei problemi perché ci si chiede se
costituisca per l’umanità un vantaggio o un inconveniente. Innanzitutto le società
“selvagge” o “primitive” furono precedute da altre forme la cui conoscenza è impossibile,
quindi l’inventario non può essere del tutto completo. La diversità delle culture dunque è
presente ma è anche nel passato. Il problema della diversità non riguarda solo i rapporti tra
culture, ma esiste anche in ogni singola società nella divisione in caste, in classi, anzi
probabilmente la diversificazione interna aumenta quando la società diventa più omogenea.
Il concetto di diversità delle culture non è statico e nessuna società si è sviluppata
nell’isolamento da tutte le altre.

2) In primo luogo, scrive Lévi-Strauss, “Il “progresso”, non è né necessario né continuo;


procede a salti, a balzi, o, come direbbero i biologi, per mutazioni”. Noi tendiamo a
ordinare in una successione temporale, che le ordina l'una dopo l’altra, nel senso di uno
sviluppo, tappe che in realtà sono state contemporanee tra loro: Homo sapiens, per esempio,
è stato contemporaneo o addirittura ha preceduto l’uomo di Neanderthal. In secondo luogo,
noi siamo in grado di riconoscere che c’è storia cumulativa quindi progresso, solo dove le
conquiste di una certa società e cultura vanno in un senso analogo a quello della nostra. Se
una cultura coltiva valori diversi dai nostri, noi siamo incapaci di attribuire a questi un
significato, non sappiamo riconoscere il cammino evolutivo proprio di quella cultura. Per
chi appartiene alla società occidentale, dunque, rappresentano un progresso soltanto quelle
acquisizioni che comportano un avanzamento tecnologico, perché è questo il valore cardine
di quella che noi chiamiamo “civiltà”. Lévi-Strauss, in seguito alle sue ricerche, deduce che
la proibizione dell’incesto, che presenta i caratteri culturali e sociali dell’istituzione,
presenta contemporaneamente il carattere dell’universalità; tanto il carattere coercitivo delle
leggi e delle istituzioni sociali, quanto l’universalità delle tendenze e degli istinti biologici.
Egli precisa, che bisogna distinguere il concetto puramente biologico di razza umana
ammesso che tale concetto possa ambire a una qualche validità scientifica da quello di
cultura. L’originalità delle produzioni culturali delle varie società, quindi dei contributi che
queste hanno dato al progresso della civiltà mondiale, si spiega non con il fatto che le
società siano formate da individui con caratteristiche fisiche e attitudini diverse, ma con il
fatto che diverse sono le circostanze storiche, geografiche e sociologiche in cui le culture
sono sorte e si sono sviluppate. La varietà
delle culture, afferma, è un fatto normale e inevitabile, proprio perché queste si affermano
in luoghi e tempi diversi.

3) La nozione di progresso con il relativismo culturale, nozione di progresso che indica


soprattutto l’Occidente, ma siccome la diversità equivale alla diseguaglianza il relativismo
può essere considerato solo in generale. La diversità è funzione non tanto dell’isolamento
dei gruppi quanto delle relazioni che li uniscono; il relativismo non considera le culture
come universi chiusi, ma come “coalizioni” perché la storia dell’umanità è segnata dal
contributo di tutte le culture, eppure la diversità delle culture non è percepita dall’uomo
come un fenomeno naturale, ma come uno scandalo. Lèvi-Strauss affronta il problema
dell’etnocentrismo che designa la tendenza di ogni società e cultura a correlare l’esaltazione
e la difesa della propria visione del mondo al rifiuto delle costruzioni della stessa natura
prodotte da mondi diversi. Il problema più grave nasce quando si identificano le "razze",
distinte nei loro caratteri fisici, con le "culture", ossia con il comportamento. Un esempio:
La comunità orientale cinese, in italia non sono visti come inferiori,ma rappresentano una
minaccia culturale ed economica. Un altro esempio, per gli spartani uccidere i
bambini deformi o non sani era giusto (in quanto non si dovevano portare un peso sociale)
che per la nostra società è impensabile e ingiusto. Un altro esempio, anche per i maya i
sacrifici umani...
Significa che giusto e sbagliato è diverso da cultura a cultura, per vari motivi non ve n'è uno
assoluto ma relativo alla cultura nella quale ci troviamo questo è dimostrabile che ogni stato
odierno ha leggi diverse... Comunque il relativismo culturale è l'inverso dell'etnocentrismo
e cerca di porre ogni cultura su un piano egalitario rifiutando l'atteggiamento etnocentrico.
L'etnocentrismo non è razzismo,ma il primo avvio ad esso. l'atteggiamento etnocentrico
pone la propria etnia al centro e quindi superiore alle altre.