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Una riflessione su “L’arte di legare le persone” di P.

Milone
Di Alessandro F. Spata
Molte cose si potrebbe scrivere di questo libro: riguardo ad arte e cultura, scienza e sofferenza e clinica e del
ruolo non soltanto assistenziale, ma sociale e civile di chi scrive anche e soprattutto, forse. Ma sarebbe
davvero troppo lungo. Mi chiedo cosa si possa ancora dire di originale su Milone e sul suo libro.
Le posizioni sono ormai chiare, Da una parte una larga fetta di opinione pubblica (intellettuali vari,
giornalisti, uomini e donne di cultura, le persone mediamente istruite per così dire, una buona percentuale di
curanti del settore) che hanno apprezzato il libro definendolo addirittura “artistico”. E poi sembrerebbe una
“minoranza” di addetti ai lavori in particolare che è fortemente critica fino a rifiutarlo totalmente. La cosa
positiva è che c’è almeno un dibattito. Ma un dibattito che ci dice cosa sul presente e sul futuro della cura?
Sarebbe semmai più interessante dal mio punto di vista poter utilizzare le righe di questo “racconto”
per provare a produrre una sintesi che possa trasformarsi nella premessa di una nuova progettazione
clinica, politica ed etica insieme.
Nel testo al di là dei contenuti e dell’aspetto più o meno poetico della faccenda sono racchiusi alcuni nodi
critici irrisolti secondo me: il senso della “Psichiatria d’urgenza” e i suoi confini, la sicurezza di operatori e
pazienti, la selezione del paziente e degli operatori in un contesto di cura, i diritti del “malato”: come
garantire una cura efficace ed efficiente e rispettosa della dignità umana e senza sospendere le più elementari
prerogative democratiche di libertà dell’individuo? E inoltre, la questione della più politicamente corretta
“contenzione chimica” il cui utilizzo sembra sempre più dilagare e subdolamente proprio perché meno
plateale di quella meccanica e non esattamente e non sempre limitata ad un contesto prettamente di
“urgenza”. E poi l’architettura degli spazi in cui le persone sofferenti vengono accolte. Certi SPDC e non
solo andrebbero chiusi “ieri”. Temi enormi le cui implicazioni travalicano inevitabilmente i ristretti confini
della sanità pubblica e privata, e quelli più “astratti” dell’arte e della letteratura, e che finiscono per riversarsi
nei territori più pratici, ma non meno scivolosi dell’etica, della morale, dell’economia e della politica.
Si è parlato di “Realismo di Milone”. È realista perché si è riproposto di “fotografare” (di rappresentarla pur
sempre trasfigurandola) una certa realtà della cura dell’epoca in cui viviamo? E senza mascherare questa
realtà dietro le allegorie e le metafore?
Non mi pare che il tentativo dell’autore-clinico avesse la pretesa di rappresentare la realtà della cura nella sua
interezza, in modo obiettivo. C’è invece tanto di “soggettivo” in quelle pagine e non potrebbe essere
altrimenti vista la complessità della “cura” e del rapporto paziente-curante. È vero egli “racconta-descrive”
storie coinvolgenti e suggestive e verosimili che soddisfano il lettore ma senza che ci sia un intento
pedagogico dell’autore. Voglio dire che il testo non si fa portatore allusivo di una verità, cioè la parola
scritta non vuole farsi carico di significati universali. Il libro non vuole certo essere un manifesto
programmatico, - imbottito e sostenuto dalla forza di una magniloquenza seducente -. Non mi pare, almeno.
“Facciamo due mestieri diversi” come sostenuto dall’autore stesso in diverse interviste. Per fortuna o
purtroppo forse perché sarebbe meglio che il mestiere godesse di maggiore coerenza. Dunque, non è un testo
realista o verista, secondo me.
Qualcuno dedito “all’arte della sottigliezza” parla di “Naturalismo” di Milone e tuttavia qui manca il rigore
scientifico ma non si può pretenderlo se abbiamo deciso che trattasi di opera d’arte, eventualmente. Di sicuro
dal testo emerge piuttosto il “distacco” nel senso che è assente la polemica rispetto a quello che riporta tra le
righe. E non potrebbe essere altrimenti visto che emerge sostanzialmente l’idea quasi che siano vani gli
sforzi del curante di contrapporsi alla natura delle cose, allo status quo. È assente una visione propositiva
delle situazioni umane presentate. Manca lo “sfondo” cioè il riferimento all’ambiente in cui opera e vive il
protagonista clinico e autore che qui non ha una funzione sociale. Non si pone lo scopo di migliorare la
società o soltanto il contesto in cui opera. E non possono bastare come “sfondo” i “Caruggi di Genova” così
evocativi nella descrizione e celebrativi della bellezza della città. Dunque, manca lo scenario dentro il quale
far muovere «azioni e sentimenti dei curanti e dei pazienti». L’unico sfondo presente sembra essere quello
del “Reparto 77”, quell’orizzonte limitato sul quale proietta unicamente la sua esperienza di curante (parziale
per ciò stesso come parziale è evidentemente l’ambiente in cui si muove ed opera): è un orizzonte che
fatalmente non pretende di essere orientato al futuro, né rivolto all’edificazione di chissà quale nuova sanità.
Insomma, non assume la sua scrittura un “carattere civile”, per così dire. Sta qui soprattutto il “male” della
sua scrittura, secondo me.
E qui potrebbe aprirsi un paradosso: come può un testo che ambisce a collocarsi sul piano della “clinica”
dichiararsi contemporaneamente prodotto di un’elaborazione artistica che lo pone anche nel territorio della
“finzione-creazione” poetica? L’altro paradosso o antinomia sta nel fatto che il libro è stato meditato lungo il
dipanarsi di un esperienza pluridecennale ma è scritto anche con foga, un’irruenza e un entusiasmo insieme
che possono sconcertare il lettore soprattutto quello esperto per esperienza diretta o professione. Proprio per
questo (paradossalmente) secondo me finisce per risultare non dico arido ma troppo asciutto sotto certi
aspetti e dunque troppo incoerente sia sotto l’aspetto della letteratura che di quello della clinica. Insomma,
questa “sterilità” del paesaggio descritto-raccontato sarebbe ben rappresentata dalla forma concisa, stringata,
frammentata, essenziale del testo che descrive bene forse la difficoltà dello scrittore di trascrivere la
“realtà”del clinico ancora troppo viva e sofferta dentro di lui malgrado i 40 anni di servizio sul campo (o
forse proprio per questo)
Invece, egli parla, scrive, osserva e spiega in tutta sincerità (ma sincerità e realismo non sono esattamente la
stessa cosa). Adesso la palla dovrebbe passare ai legislatori semmai.
A questo proposito si pone ancora la tormentata questione: a chi toccherebbe combattere per questa lotta di
civiltà, #aboliamolacontenzione? Ai politici di palazzo? Ricorrere a un referendum? (provocazione)
Pensiamoci bene! I partiti politici saprebbero anteporre l’interesse “culturale”, civile, all’interesse politico di
partito? Saprebbero fare della “contenzione” (e di quell’obbrobrio dell’istituto della pericolosità sociale
eventualmente aggiungerei) una questione di civiltà prima ancora che di sicurezza nazionale? Oppure più
facilmente essi designerebbero - uomini e donne che forse saranno pure democratici-clinici, ma che, sul
piano più genericamente culturale - preferirebbero blandire certa pancia dell’elettorato e rassicurare certi
lavoratori che negli spdc si ritrovano a fare le notti con un organico sottodimensionato e nemmeno granché
specializzato in materia?
Allora, propongo una precisa ipotesi di pubblico di riferimento del testo di Milone.
Il libro ha avuto tanto successo presso larghi strati di popolazione di esperti e no perché il testo è
palesemente “catartico”. Catartico per l’autore che ha visto nella scrittura un mezzo per regolare qualche
conticino in sospeso con se stesso, con i pazienti e con la categoria cui appartiene; e catartico per una larga
parte di opinione pubblica che verosimilmente si sente rassicurata dall’idea che i “matti”possano essere
legati all’occorrenza. E quindi, plaudono a questi “valorosi ghostbusters”, cacciatori dei nostri fantasmi
interiori e delle nostre paure più recondite. E questo la dice lunga forse sull’idea che il “popolo”ha ancora
della sofferenza mentale e del ruolo dei curanti che vengono identificati ancora giocoforza con la categoria
addetta alla “pubblica sicurezza”, evidentemente.
Sinceramente non mi sono mai trovato a mio agio in mezzo a tutte queste polemiche pro e contro Milone e il
suo testo. Mi sento un po' come se mi chiedessero di scegliere tra Kraepelin e Borgna: forse nessuno dei due
è propriamente obbligatorio. Ma di sicuro entrambi sono indispensabili. Non fraintendete per carità!
Riguardo a Kraepelin, voglio dire che qualche elemento di “psicopatologia descrittiva” e di semeiotica male
non fanno di sicuro a chi fa questo lavoro.
In sostanza, mi rifiuto ancora di ridurre la questione ad una mera contrapposizione tra i radical chic della
cura ovviamente di sinistra predicatori di una verità riformatrice e i reazionari oscurantisti e ovviamente
post-fascisti apostoli mai sopiti dei manicomi e dintorni. Ecc ecc. Mi viene da citare Edo Bennato quando
cantava:“Uffà! Uffà! Ma che scocciatura! Questa guerra non mi piace, non la voglio fare!”. In realtà, a tratti
il libro di Milone potrebbe sembrare effettivamente una sorta di“reportage di guerra”di un inviato al fronte,
visto che l’autore sembra tante volte entrare in reparto come se si preparasse ad andare in battaglia con quei
“corpo a corpo” ingaggiati con i pazienti, ma senza baionetta per fortuna, ma con la forza delle contenzioni
fisiche e chimiche. Qui il clinico che si difende a spada tratta con lacci e sedativi, lascia il posto alla “corazza
del poeta”(l’arte come difesa dalla brutalità del quotidiano) quando trasfigura in «prosa» i dolorosi fatti di
questa “guerra-clinica”quotidiana, che non dubitiamo abbia lasciato tracce concrete nelle vite di tante
persone compresa quella del clinico-autore.
Voglio dire che qui non c’è da riconoscere le ragioni oscurantiste della sacra inquisizione, nè di farsi fucilare
in nome della libertà o dei sacri principi fenomenologici e basagliani.
Cioè pensavo di dover uscire dal confronto puramente “ideologico”(e un po' lo penso ancora). La parola alla
scienza, dunque? Come si fa oggi a proposito di virus e pandemia dove tutti vogliono mettere becco? Ma
quale scienza, poi? La psicologia? La sociologia? L’antropologia? La fenomenologia? La farmacologia? La
giurisprudenza? O forse tutte queste insieme?
Alla fine ho maturato l’idea che il libro di Milone rende più attuale e urgente l’evidenza di come sia più che
mai fondamentale e doverosa una «lotta culturale», per impedire che una “falsa «cultura/clinica» della
cura”diventi ancora una volta dominante. Qui ci sono pazienti che vivono sulla propria pelle tutta
l’ambivalenza e le contraddizioni del sistema di cura. E poi ci sono i curanti che queste contraddizioni sono
tenuti a sanare, semmai, per superare anche, forse, il dramma della scissione che è in loro (in Noi). Per
impedire, ancora, che gli uomini e le donne di scienza, medicina e psicologia assortite si chiudano in «un
dramma che può sembrare soltanto loro o di una parte soltanto della società (italiana, nel caso specifico).
Allora, il tema della “contenzione” è questione di tutto il “popolo”cioè non riguarda unicamente curanti e
pazienti o una ristretta cerchia di intellettuali ben disposti e dal cuore d’oro. È questione culturale e dunque
“ideologica”. Ed è un bene che sia così alla fine se vogliamo superarla davvero, forse. La contenzione e
questione di sistema e della sua organizzazione e non la elimini chiudendo semplicemente il “reparto 77” e
con puro furore iconoclasta. Perché se ci limitiamo ad essere semplicemente pro e contro la “contenzione”, o
se ci annoveriamo tra quelli più moderati e dubbiosi che discettano di “contenzione benigna”rischiamo
insomma, che la “cura” rimanga autoreferenziale e continui a perdere il contatto diretto con la società in cui
opera. Non sto discutendo della bontà o no della contenzione, né contesto il diritto a difendersi del curante
dalla violenza altrui. E neppure voglio sindacare “l’efficacia terapeutica in taluni casi della contenzione”.
Quest’ultima si espone con tutta evidenza a dei potenziali abusi un po' come il tso. E qui sì che si rischia di
confondere pericolosamente ancora una volta clinica, poesia e giurisprudenza.
Ci sono forse casi urgenti e necessari in cui la sofferenza psicologica o mentale giustifichi la sospensione del
godimento dei più elementari diritti umani e democratici? Ma cos’è “urgenza?”E Cos’è “necessità?”. Certo
se ne può discutere come si potrebbe discutere della legittimità di quella chimera “clinico-giuridica”
dell’istituto della “pericolosità sociale” cui i sinceri democratici dovranno mettere mani e testa prima o poi.
Ma qui non è questo il punto. Non so se è chiaro.
Si potrà mai salvaguardare un principio di civiltà senza che questo vada a discapito della sicurezza di
operatori e pazienti e della bontà e validità della cura?
Io insisto sull’idea che fino ad oggi ci siamo incaponiti su un falso problema. Voglio dire che il fascino (e il
limite) di Milone non sta tanto nella sua scrittura, eventualmente, ma forse risiede nel fatto che non abbiamo
ancora deciso noi lettori quale peso assegnare nel caso specifico all’aspetto “letterario e artistico” del testo, e
quale ruolo attribuire alle fatiche, ai vissuti di fallimento, ai dolori, alle frustrazioni, a certe insoddisfazioni
irrisolte dell’esistenza dell’uomo e del curante.
Se non vogliamo negare all’autore e al clinico una capacità di umanità e di poesia insieme (comunque la
pensiamo), è anche vero che il ritmo rapido (sbrigativo) della narrazione in quella forma quasi di una
“sarabanda di conversazioni” con se stesso e con i pazienti, trasfigurazione in termini letterari quasi
dell’azione impetuosa e scattante che impongono la “necessità” e l’«urgenza» della pratica clinica,
rimangono però pur sempre poveri di una riflessione morale-psicologica più generale degli avvenimenti
descritti-raccontati.
L’altra domanda potrebbe essere: perché sto qui ancora a scrivere di questo libro? Perché lo sto facendo?
Non è sul libro che discuto. È su di me come addetto ai lavori, forse: In realtà, non ne parlo, ne scrivo
soltanto. La differenza non è poca. Perché scrivere ha almeno il vantaggio che “gli errori (i miei compresi)
restano circoscritti” (spero). La scrittura li contiene in qualche maniera. Forse! Il parlare li moltiplica. Di
sicuro! Ma circoscrivere gli errori è il primo passo per correggerli in linea di principio. Ecco! Milone scrive
di un “errore”, di un “Divertimento fallito” (perché lui stesso dice di “essersi divertito” in buona sostanza)
Un divertimento che non funziona però. Nel tentativo di elaborare la sua tremenda solitudine di uomo e di
curante ha creato l’avatar o la “maschera” del “clinico-poeta” in modo da poter stare in contatto con i
pazienti proteggendosi da loro ma in un mondo virtuale questa volta: quello della letteratura o presunta tale.