Sei sulla pagina 1di 192

MOSHPIT:Tsunami Ed.

7-08-2008 17:23 Pagina 1

LE TEMPESTE
1
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 2

Titolo originale dell’opera: Moshpit – The Violent World of Moshpit Culture


Copyright © 2001 Omnibus Press (A division of Music Sales Limited) – UK

Copyright © 2008 A.SE.FI. Editoriale Srl – Via dell’Aprica, 8 - Milano


www.tsunamiedizioni.it – www.myspace.com/tsunamiedizioni

Prima edizione Tsunami Edizioni, maggio 2008


Tsunami Edizioni è un marchio registrato di A.SE.FI. Editoriale Srl

Traduzione e note: Massimo Baroni


Immagine di copertina: Phil Gambril & Nikki Lloyd
Elaborazione grafica a cura di Marco Fantin

Finito di stampare nel maggio 2008 dalla Gesp - Città di Castello (PG)

ISBN: 978-88-88825-18-2

Tutti i diritti riservati. É vietata la riproduzione, anche parziale, in qualsiasi formato


senza l’autorizzazione scritta dell’Editore.

Sebbene sia stato fatto ogni sforzo per rintracciare i titolari dei diritti delle foto pub-
blicate, ciò non è stato sempre possibile. L’editore rimane a disposizione per essere
contattato dai fotografi aventi diritto.
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 3

JOE AMBROSE

MOSHPIT
Violenza sotto il palco

Traduzione di
Massimo Baroni
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 4
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 5

MOSHING
UN’INTRODUZIONE

Con il termine moshing si intende una forma di danza furiosa e ritualistica,


che coniuga al grezzo e sensuale ritmo del rock’n’roll una violenza estrema-
mente reale, situazioni limite ed un notevole sfoggio di emozioni. È in grado
di indurre tra i suoi partecipanti, solitamente maschi, una sorta di ostentazione
euforica di ostilità e affetto.
Deriva dalle pratiche dello slam dancing1 e dello stage diving in voga tra i
punk degli anni settanta, quando durante i concerti gruppi sparsi di giovani
punk si dilettavano a ballare, pogare2 e lanciarsi l’uno contro l’altro. In questo
modo i punk esprimevano la loro totale mancanza di punti di contatto con la
musica “da vecchi” tipica di quel decennio, quella di Eric Clapton, degli Eagles,
etc. Ai concerti di questi artisti, i tipini da college che gli adolescenti punk tanto
detestavano rimanevano fermi in piedi di fronte ai loro eroi, applaudendo in
segno di approvazione, fischiettando, ondeggiando, o a volte muovendosi leg-
germente in una sorta di “danza cosmica”, come se stessero assistendo ad
una eterna Woodstock presente solo nella loro immaginazione.
Alla fine degli anni settanta i punk esprimevano attraverso la slam dancing
il loro essere diversi, ai margini, offensivi. Dichiaravano di essere alienati dai
valori tradizionali del rock’n’roll tanto quanto lo erano da quelli della società.
Sbavare, sputarsi addosso l’un con l’altro, o alle band o a chi veniva percepito
come un nemico, faceva tutto parte del fortissimo messaggio di cui erano por-
tatori: “stateci lontani”. I punk stavano dicendo a tutti che erano giovani e
avevano assoluta fiducia nella loro visione del mondo. Per loro, la slam dancing
era come una versione punk del binomio “sesso & violenza”. Ed avevano una
sensazione in comune con le generazioni che li avevano preceduti e con quelle
che sarebbero venute dopo: erano fermamente convinti che esistesse un le-
game tra loro stessi, la loro musica, e la loro comunità.
Solo molto tempo dopo, con i padri fondatori del punk ormai ritirati in case
e siti web a godersi i loro soldi, nuove ondate di musica underground esplo-
sero in ogni angolo dell’America più sotterranea. Giunsero notizie di un gran
numero di adolescenti esagitati che si scontravano l’uno contro l’altro di fronte

1
Tipo di danza in cui ci si scontra reciprocamente lanciandosi gli uni contro gli altri.
2
Ballo inventato durante il primo periodo punk. Consiste nel saltare sul posto a tempo di mu-
sica, urtando di conseguenza le altre persone che sono accanto. Rispetto ad altre danze simila-
ri è considerato ben poco violento.

5
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 6

ai palchi di minuscoli locali. E quando si fecero i primi anni novanta, queste no-
tizie arrivarono a parlare di episodi di brutale ed impressionante violenza, che
avvenivano specialmente nei club della scena hardcore di New York. La musica
suonata dai gruppi non era più il principale motivo che spingeva la gente nei
locali rock americani: la gente veniva anche per vedere la rabbia e la furia, non
solo per sentire la musica – che comunque era anch’essa frenetica e furiosa.
Si videro membri del pubblico stretti l’uno all’altro per sorreggere quelli tra
loro che facevano body-surfing3 sopra la folla, sostenendoli alzando le braccia
e tenendo quindi in aria i surfisti. Un’ulteriore pratica di questa nuova tipolo-
gia di audience era lo stage diving, che solitamente consisteva in un membro
della band o del pubblico che si lanciava dal palco per finire in quello che sa-
rebbe poi stato definito moshpit, ovvero l’area di fronte al palco in cui ci si sca-
tenava. Questo era, in massima parte, un passatempo per ragazzi adolescenti
che lo praticavano nudi sino alla cintola.
In certi casi, ed era sempre qualcosa che valeva la pena vedere, lo stage di-
ving implicava il medesimo processo al contrario: membri del pubblico parti-
colarmente coraggiosi cercavano di saltare dalla sala sino a sopra il palco, o
quantomeno dentro alla security pit, quell’area tra il palco e l’audience desti-
nata al personale di sicurezza (i buttafuori) e a volte ai fotografi autorizzati.
Artisti come la leader delle Hole, Courtney Love, vennero presto identificate
con la pratica dello stage diving nel moshpit: durante i concerti delle Hole era
infatti sua abitudine richiedere che il pit si compattasse in modo che lei potesse
tuffarsi tra i propri fan. E divenne altrettanto usuale il suo emergere mezza
nuda dal pubblico subito dopo.
Il moshing è una combinazione di tre fattori principali. Il crowd-surfing, lo
stage diving e la slam dancing dei vecchi punk, portata però ad un nuovo li-
vello di violenza. Solitamente prende luogo in uno spazio semicircolare esat-
tamente di fronte al palco, con il moshing più violento e pesante che avviene
in corrispondenza della posizione del cantante, ma un po’ più indietro rispetto
alle transenne di sicurezza. In occasione degli show di alcuni artisti, come per
esempio i Limp Bizkit, Kid Rock o gli Slipknot, può anche capitare che il mo-
shpit si estenda a tutta la sala o a tutto lo spazio dove avviene il concerto.
A volte si può assistere anche ai circle pit, straordinarie manifestazioni di
solidarietà che avvengono principalmente di fronte a gruppi hardcore-punk. Un
circle pit coinvolge un gran numero di persone – e per questo necessita di un
pubblico adeguato – che corrono in cerchio, tenendosi l’uno con l’altro per
mantenersi in equilibrio e che vanno sempre più forte man mano che la mu-
sica acquista velocità. I circle pit sono situazioni estremamente piacevoli che tra-

3
Sinonimo di crowd-surfing, consiste nel farsi passare sopra le teste del pubblico venendo
sorretti dalla gente.

6
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 7

scinano i partecipanti in una sorta di euforia giovanile collettiva, e sono spesso


richiesti dalle stesse band quando si accorgono che il pubblico è troppo pres-
sato o la situazione nel pit si sta facendo aspra.
A uno spettatore esterno il moshing appare come uno spettacolo dei più
terrificanti, come se la situazione fosse totalmente fuori controllo, come se
centinaia di persone stessero sicuramente per ferirsi in maniera molto grave.
In verità in un buon pit è sempre presente un forte senso di comunità. A volte
ci sono ragazzi che agiscono da organizzatori e leader naturali, e spesso si
tratta di ragazzi preoccupati per la sicurezza di chi gli sta vicino. Altre volte, in-
vece, sono presenti veri e propri “luogotenenti del pit”, persone inviate da
band particolarmente responsabili e preoccupate dal fatto che le cose possano
mettersi male. Questi luogotenenti sono di rado buttafuori o roadies4, più
spesso si tratta di sostenitori del gruppo – persone che seguono la band sin dai
primi passi – e che ora godono della fiducia sia degli artisti che del pubblico nel
pit. I Pearl Jam e i londinesi One Minute Silence si sono dimostrati particolar-
mente attivi sotto questo aspetto.
In aiuto di questi leader in incognito viene anche il concetto di “Galateo
del pit”, un codice non scritto condiviso da chiunque prenda seriamente il mo-
shing. Le regole fondamentali di questo codice insistono sul fatto che le per-
sone facciano attenzione le une alle altre, e reagiscano istantaneamente se
vedono qualcosa andare storto. Le molestie sessuali a ragazze e ragazzi sono
fortemente disapprovate, così come il bullismo o il crowd-surfing irresponsa-
bile. L’idea alla base del codice è che la gente dovrebbe intervenire di comune
accordo quando vede qualcosa di sbagliato. La violenza però non è bandita,
visto che la violenza consensuale è di fatto parte della danza che avviene nel
pit.
Quello che ebbe inizio in piccoli locali ora riempie le arene. La violenza dei
moshpit, che sino a dieci anni prima veniva condivisa in quanto scelta auto-
noma tra persone adulte, si è allargata a macchia d’olio. Ora il moshing è
spesso praticato anche da 50.000 persone in una volta. Molti moshers non
sono altro che giovani teenager, molti altri sono ragazzine collegiali assoluta-
mente non all’altezza della situazione, e un grandissimo numero di moshers
sono invece dei palestrati ipermuscolosi in cerca di una maniera legale per suo-
narsele di santa ragione, o semplicemente per ragionare con il proprio uccello.
Ci sono state alcune morti nel pit. Molte persone hanno subito ferite gravi, o
sono rimaste paraplegiche. Lesioni meno gravi, come fratture a braccia o
gambe, sono la norma per qualsiasi festival all’aperto dove sventoli alta la ban-
diera del rock’n’roll. Nasi rotti e caviglie distorte non sono nemmeno più con-

4
Membri della road crew, ovvero l’insieme di tecnici ed assistenti che accompagna i grup-
pi in tour.

7
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 8

siderate roba seria. Una clinica gratuita del quartiere di Haight Ashbury, a San
Francisco, ha lanciato un programma denominato “Rock Medicine“, esclusi-
vamente dedicato alle ferite da moshing.
Nel 1994 due morti dovute a ferite alla testa procurate nel pit hanno por-
tato il problema sotto i riflettori. Un ragazzo ventunenne è morto durante un
concerto dei Motorhead a Londra, mentre un diciassettenne è morto in un
club rock a New York. Lo stesso anno, due moshers sono rimasti paraplegici
dopo un concerto del tour Lollapalooza a Rhode Island e ad uno show di Pan-
tera e Sepultura nel Maryland. Locali e sale concerti ora vivono nel terrore di
azioni legali causate dalle ferite riportate nel pit, e in molti hanno iniziato a vi-
deoregistrare i moshpit per documentare il fatto che sono gli stessi moshers a
esporsi da soli al pericolo.
Questa è un’attitudine che viene ben considerata da molti moshers. “Se
non vuoi farti male, non entrare nel pit”, è questo il messaggio che i veterani
non si stancano mai di ripetere. Questo semplicissimo consiglio è di fatto molto
giusto. La gente sa che c’è la possibilità di venire feriti o addirittura molestati
nel pit. Ma la presenza di questi sinistri pericoli è proprio quello che li attira, e,
di contro, fornisce un confortante senso di appartenenza. In questo panorama
talvolta ostile devono far attenzione gli uni agli altri. C’è più armonia e senso
di fratellanza nel pit di quanto gli estranei possano immaginare.

Il moshing viene praticato da “tribù” anche molto differenti tra loro. E come
è facile aspettarsi, dato che molta gente apprezza diversi generi musicali, al-
cune di queste tribù hanno spesso occasione di incontrarsi.

Il Rapcore nasce dall’unione del rap bianco con l’hardcore. I Red Hot Chili
Peppers sono considerabili come il gruppo che ha dato il via al genere, men-
tre i Limp Bizkit sono i più popolari. Il Nu-metal è essenzialmente una versione
più pop del Rapcore, che ha tra i suoi maggiori esponenti i tranquilli Linkin
Park e gli spiritosi Bloodhound Gang. Lo Ska-core è invece generalmente punk
con l’aggiunta di una sezione fiati, come nei Less Than Jake.

L’Emocore, punk dalle forti connotazioni emotive, è essenzialmente un rock


chitarristico non molto frenetico ed è ben suonato da gruppi come i Fugazi.
Originariamente, le band di questa scena suonavano canzoni molto lunghe
con parti vocali in contrasto con il cantato di tipo tradizionale: sospiri leggeri,
urla agonizzanti e a volte anche veri e propri pianti e singhiozzi.

Il Grindcore suona esattamente come il nome stesso suggerisce: un deva-


stante assalto di rumore chitarristico. Inaugurato dai Napalm Death e portato
alla ribalta da molti altri gruppi nel corso degli anni, è in stretta relazione con
il Death Metal, con il quale condivide brutalità impressionante, chitarre ribas-
8
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 9

sate e voce gutturale. Ma dove i brani Death Metal possono durare all’infinito,
il Grindcore mutua dall’hardcore-punk la caratteristica brevità delle canzoni, e
i testi spesso esprimono rabbia o una forte coscienza sociale.

Il punk-rock si divide invece in hardcore-punk, la potentissima scena da cui


è originariamente emerso il moshing, e quel sottogenere assurdamente reddi-
tizio che è il pop-punk: le superstar del pop-punk, come i Green Day e gli Off-
spring, riempiono infatti stadi in ogni parte del mondo. Il pop-punk somiglia
solo vagamente al punk, e ha forti radici in quel tipo di new-wave molto pop
e melodica che ha conquistato l’America nel periodo immediatamente suc-
cessivo al decadimento del punk degli anni settanta.

E ci sono almeno altri 50 sottogeneri semi-oscuri davanti ai quali la gente


danza, si scatena e si infligge reciprocamente del dolore fisico.

Come succede in tutti gli ambiti artistici, la frangia senza compromessi del
rock duro, la roba veramente estrema, è stata poi usata come testa di ponte
per vendere quella più soft. Per ogni presenza interessante ed innovativa come
i Sepultura, ci sono migliaia di mediocri opportunisti che cercano di sfruttare
cinicamente ogni nuovo fenomeno giovanile. Non vedrete mai molti di questi
ragazzini borghesi in età puberale a cui è stato fatto credere che il punk siano
i Green Day o i Blink 182, in qualche selvaggio e incasinato moshing di quelli
che si possono trovare ad oscuri concerti thugcore5 nelle cantine di Miami o
New York, dove le persone che stanno ai margini della scena punk si ritrovano
per suonarsele di santa ragione tra di loro.
L’America ora abbonda di queste band commerciali con l’aria da duri (co-
nosciuti nell’industria musicale come “tough guy bands“, gruppi da duri), che
utilizzano la retorica del moshpit più o meno nello stesso modo in cui i gruppi
di moderno R’n’B commerciale hanno sfruttato la retorica, i beat e lo stile mi-
naccioso dell’hip-hop. E molte delle appropriazioni culturali operate sia dalla
“cultura del moshpit” che dai suoi parassiti derivano in gran parte dall’hip-
hop. Il che è ironico, perché è stato l’hip-hop il genere fondamentalmente più
impegnato nello sfidare l’egemonia del rock’n’roll. Ma questo sino a quando
i moshers non hanno rivendicato il territorio, e le band in grado di smuovere
maggiormente la folla hanno dimostrato che questa vecchia macchina da
guerra è ben lungi dall’essere sconfitta.

5
Sottogenere molto violento dell’hardcore, caratterizzato da attitudini macho e da richiami
alle gang di strada.

9
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 10

THE GARDEN OF SERENITY

Gerard lavora nella city di Londra, nel settore bancario. Di giorno indossa un
completo di Ralph Lauren e sta fisso davanti allo schermo di un computer. È
sempre molto vago riguardo a cosa effettivamente faccia, ma non tanto per-
ché la sua occupazione lo imbarazzi, quanto perché la gente che incontra nel
pit non avrebbe comunque la minima idea di che tipo di lavoro sia. “Non è che
io abbia un gran bel lavoro”, dice ridendo, “in effetti fa abbastanza cagare ed
è anche noioso, ma non me ne frega un cazzo. Lavoro per avere il denaro suf-
ficiente ad andare ai concerti. Comprare cd. E vestiti.”
Il suo lavoro può anche essere un nulla totale, ma è quando si parla di mu-
sica che salta fuori la sua passione ossessiva. In una città dove io non riesco a
trovare più di uno o due concerti punk alla settimana a cui poter andare, lui
sembra trovarne cinque o sei. Va in tutti i posti più conosciuti, il Garage, il Mo-
narch, il Red Eye, piccoli club e pub dove ogni tanto si riesce ad assistere a
concerti con almeno cinque gruppi che vanno dai più oscuri ai più rinomati. Ma
lui è al corrente anche di altri concerti ben più fuori mano, che scopre grazie
a volantini fotocopiati e tramite una misconosciuta cerchia di fanatici che si
tengono informati l’un l’altro grazie a internet. Gerald è iscritto a svariate mai-
ling-list, e tramite il passaparola riceve notizie ogni giorno sul suo telefonino.
Spesso, mentre parlo con lui, capita che riceva una chiamata da qualcuno che
lo informa di un alldayer1 punk a Parigi, o di un benefit anarchico in qualche
pub malfamato dell’East End. L’ho incontrato per la prima volta ad una fiera
di libri anarchici, dove mi ha tenuto una conferenza sulla natura liberatoria del
punk.
Trovo estremamente difficile immaginarmi Gerard vestito con un completo.
Ha diciannove anni, e sembra persino molto più giovane. Durante i primi sei
mesi in cui l’ho conosciuto non ci siamo mai parlati, ma eravamo come i mi-
gliori amici. Tendevamo a incontrarci ai concerti molto piccoli, dove ci siamo ri-
trovati ad aiutarci l’un con l’altro in diverse occasioni prima di rivolgerci anche
solo la parola. Alto, tenace, sarcastico, spiccava decisamente nel pit. Talvolta
ci ritrovavamo tutti e due sotto al palco, a guardare qualcuno che stava fa-
cendo qualcosa di stupido. I nostri occhi si incrociavano, e Gerard scrollava le
spalle con condiscendenza per sottintendere che il mondo è pieno di idioti. In

1
Si definiscono così i concerti che iniziano nel primo pomeriggio e durano per tutta la gior-
nata.

10
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 11

seguito mi disse che era stato felice di incontrarmi perché, il più delle volte, si
sentiva come se stesse “nuotando tra gli imbecilli” quando era nel pit.
Ogni tre o quattro settimane ci imbattevamo letteralmente l’uno nell’altro,
o ci davamo sostegno a vicenda per tenerci in equilibrio, per riposarci un po’
nel mezzo della “zona di combattimento”. E proprio nel pit ho capito che tipo
realmente fosse, nonostante il nostro rapporto di amicizia si fosse formato at-
traverso questa rude pantomima. Infatti avevamo avuto molti modi diversi di
comunicare anche senza parlare. Tavolta era un sorriso. Talvolta un’incorag-
giante pacca sulla spalla. Mi sembrava un buon tipo.
Gerard disapprova i concerti troppo grandi, ma segue comunque alcuni
gruppi underground che hanno iniziato la scalata verso le grandi arene. Di-
sapprova il rock da stadio, ma non perché gli piace sentirsi parte di un’elite al-
l’avanguardia o perché rispetto ad alcuni nebulosi principi del punk pensa che
i suoi eroi si stiano svendendo.

“Mi piace il moshing. Mi piace la violenza. Mi piace la trasgressione del pit. Tendo
a non socializzare troppo. La maggior parte del mio tempo è assorbita dal lavoro,
e alla sera sono in viaggio verso qualche concerto. La domenica di solito non ho
molto da fare, così ovviamente quel giorno cerco di fare sesso se mi si presenta l’op-
portunità. Non mi piace frequentare troppo la gente. Ma mi piace frequentare il pit.
È sicuramente bello incontrare la gente del pit dopo il concerto, ma non è mia in-
tenzione diventarci troppo intimo.
Non sono di Londra. La mia famiglia vive fuori città, ma io mi sono trasferito per-
ché sapevo che qui avrei potuto avere un certo anonimato, che avrei potuto gua-
dagnare bene nella City e che se me ne fossi stato per conto mio avrei potuto
spendere ogni singolo centesimo in musica. La ragione per cui preferisco i concerti
piccoli è che così nel pit c’è più spazio per respirare. Puoi riuscire a muovere brac-
cia e gambe per schivare calci e pugni. Puoi ballare. Ci sono innumerevoli tipi di-
versi di ballo, ma nonostante questo le persone più vecchie non capiscono quando
dici che anche il moshing può essere una danza. Nessuno di loro riesce a vederci
una danza sino a quando non glielo spieghi. Se sei giovane e di media corporatura
non ti farai mai troppo male in un pit ben distribuito. Riuscirai anzi a raggiungere
una sorta di stato di invisibilità, che è una gran bella sensazione. È come in quei film
di guerra dove qualche stupido fighetto pacifista si ritrova in prima linea al fronte
e intorno a lui tutto sembra muoversi al rallentatore e tutto quello che riesce a sen-
tire nelle sue fottute orecchie è musica classica, mentre si immagina la sua ragazza
ancora vergine rimasta a Londra o Parigi o dovunque cazzo si suppone che sia casa
sua. E ovviamente subito dopo nel film vedi le sue cervella sparse per tutto il ter-
reno, colpite da un proiettile vagante. Beh, tutta la parte dove sente la musica clas-
sica e pensa alla sua troietta, quello è esattamente come ci si sente nel pit. Non
penso che tu sia perfettamente cosciente della musica, a quel punto. È solo una
parte dell’esperienza, insieme al tuo corpo e alle forme che si muovono intorno a
te. Ma il pit può anche essere il pezzo del film dove il proiettile ti spappola il cer-
vello. A volte ne esci in tempo giusto perché ti accorgi che sta per arrivarti una

11
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 12

scarpata dritta in testa... Ma quando il pit è veramente figo, allora non c’è nulla di
così drammatico; non dovresti pensare di avere intorno nemici quando sei nel pit.
Sei tra amici.”

L’ultima volta che ho visto Gerard è stato a un concerto dei Sick Of It All al-
l’Electric Ballroom di Camden. Di supporto c’erano i 28 Days, un grezzo gruppo
punk australiano, malvisto in patria perché considerato roba per ragazzini, ma
che a Londra pareva godere di un certo rispetto. La loro proposta, trascinante,
caciarona e senza compromessi, incoraggiava le bestie da pit ad azzuffarsi
senza ritegno. Brani brevi e acuti come i classici “Never Give Up” e “The Bird”
trasmettevano con notevole fervore la loro convincente retorica punk.
Quello che stavano facendo mi piaceva, così trascorsi tutto il set dei 28 Days
tra le prime file, insieme a un pubblico variegato composto da ragazzi abba-
stanza normali, con qualche bestione da 130 chili qui e là e talvolta il classico
tipo smilzo, ma ben piazzato, come Gerard. I 28 Days conquistarono il pub-
blico, quindi il pit fu davvero piacevole. I tizi più grossi si comportarono in ma-
niera intelligente, fu lasciato spazio anche per le ragazze e i ragazzini più
piccoli.
Durante la pausa tra un gruppo e l’altro mi diressi alla saletta superiore in-
sieme a Gerard. Iniziammo a parlare, come capita spesso, raccontandoci vec-
chie “storie di guerra” del moshing, di battaglie di tanto tempo fa. Era vestito
in maniera impeccabile, con pantaloni della Criminal Damage, scarpe da gin-
nastica Vans e una felpa col cappuccio della Mambo. “Non vedo l’ora che ci
siano i Sick Of It All. Amo quel loro suono spigoloso, e apprezzo sempre i loro
pit” disse Gerard. “Mi piace il dolore causato da un pit violento. Mi esalta.
Non perché io voglia farmi male tutte le volte... è solo che un po’ di dolore mi
piace”. Fece una pausa involontaria per sfregarsi l’occhio sinistro, tradendo gli
ultimi segni di un occhio nero che si era procurato due settimane prima. È alto
circa un metro e ottanta, magro, ma con una corporatura notevole, in pratica
il ritratto giovanile della buona salute. Ha diverse cicatrici sul collo.
Dice che il vero motivo per cui va nel pit è perché vuole sentirsi coinvolto
dalla musica.

“Amo la musica. Amo la batteria, e le chitarre. Talvolta i testi possono essere to-
talmente idioti e non comunicarmi nulla, ma la batteria invece sa dirmi un’infinità
di cose. Quindi resto lì nell’oscurità, con tutte le luci puntate sul palco. Tutto quello
che sento nella mia testa è la batteria. Se la batteria fa schifo, allora non mi piace
e me ne vado. Se la batteria fa schifo è parecchio difficile che si formi un moshpit
in ogni caso. E ad ogni modo me ne frego di tutto il resto. Del mio lavoro, se i tizi
della band sono delle teste di cazzo, se le altre persone nel pit con me sono degli
idioti.
“Mentre ballo e mi muovo e continuo a urtare altre persone, entro in questo
mondo a parte. È molto sensuale. Se ho fumato un po’ prima del concerto, e se la

12
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 13

batteria è a tempo con il resto del gruppo e con il pit, allora perdo completamente
di vista tutto quello che mi sta intorno. Le cose diventano un po’ più scure di quanto
siano in realtà, e l’unica parte di me stesso di cui sono cosciente è il mio corpo che
si muove come uno strumento musicale, suonato da me e dalla band. I Ramones
hanno questa canzone che ho sentito una volta, si intitola “The garden of sere-
nity”2, ed è esattamente dove mi sento di essere quando la musica ed il moshing
raggiungono il culmine dentro di me. È piacevole, come se mi trovassi in un giar-
dino pieno di rose e di fontane dove il sole splende davvero intensamente. È come
essere in vacanza, o fare del sesso. Mi sento caldo, fiducioso, rilassato. Poi ovvia-
mente ritorni alla realtà e ti accorgi di essere in un merdoso club rock, con i piedi
incollati al pavimento e circondato da mostri enormi e sudati, e pure tu sei un po’
un mostro sudato. Il giardino per ora è scomparso, ma comunque ritorna sempre.
“Non faccio esercizio fisico. Immagino che a questa età io non ne abbia bisogno,
ma ad ogni modo faccio almeno del moshing... minimo quattro volte alla setti-
mana. Nel pit ottengo il giusto tipo di esercizio che coinvolge tutto il corpo. Lì den-
tro per badare a te stesso devi essere davvero teso e in forma. Non ho mai avuto
tanta fiducia in me stesso più di quanta ne ho quando sono nel pit”.

Quando arriva il momento di tornare di sotto vediamo che c’è stato un no-
tevole cambiamento demografico intorno al palco. Tutta la gente in sala era ac-
calcata e sudata, ma nelle immediate vicinanze del pit c’era a malapena spazio
per respirare. La maggioranza del popolo multicolore composto da giovani, ra-
gazze e varie minoranze etniche era sparita, rimpiazzata da un gruppo com-
patto di uomini sul metro e ottanta – di età dai venti ai trent’anni – molti dei
quali erano pure piuttosto massicci. Erano tipi robusti e in forma. Anche ab-
bastanza amichevoli, in un modo tutto loro che era macho e allo stesso tempo
punk. La maggioranza indossava jeans e magliette nere, mentre i capelli erano
tagliati molto corti, oppure proprio da skinhead se non addirittura a zero.
Gerard mi confidò che non pensava si sarebbe divertito molto in un pit così
congestionato. Disse che sarebbe ritornato più tardi per vedere se nel frat-
tempo si fosse smollato un po’, e che nel mentre si sarebbe piazzato più verso
il centro della sala. Questo mi stupì molto, perché sapevo che nel pit lui era un
intrepido difensore del proprio spazio. E non si fa intimorire dai tipi grossi. Gli
chiesi come mai stesse andando indietro, e lui mi rispose che stare davanti sa-
rebbe stata una scocciatura eccessiva.
“Ho visto i Sick Of It All tre volte”, mi spiegò, “e sempre in locali che pote-
vano contenere al massimo 500 persone. Ora che suonano in questi posti più
grandi è venuto meno un po’ del mio divertimento. Amo sempre il gruppo, per
questo sono qui. Ma i tizi come quelli che ci sono lì davanti hanno un pessimo
modo di fare, pensano di essere i padroni, e che siccome sono più grandi pos-

2
“Il giardino della tranquillità“.

13
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 14

siedono qualche tipo di diritto sul pit. È il classico modo di pensare del cazzo
tipico degli adulti. Queste stronzate da ossessivo-compulsivo tipo ‘ho lavorato
duro per mantenermi e pretendo vengano rispettati i miei diritti’”. Detto que-
sto, mi diede un cinque e si allontanò con calma, sparendo tra la folla nello
stesso preciso momento in cui le luci si abbassarono e io rivolsi la mia atten-
zione al palco, dove i Sick Of It All stavano facendo il loro ingresso salutati da
un’esplosione di caos primigenio.
È da quindici anni che i Sick Of It All portano avanti il loro stile crudo, e la
loro performance è come una macchina ben oliata. Ma non troppo sofisticata,
solo un potente motore che produce rumore intelligente. E per tutta l’ora se-
guente quel rumore è così implacabile che quanto avviene nel pit non si può
certo definire un giardino di moderazione. Piuttosto una giungla di asfalto e di-
scordia. Non mi trovai male lì in mezzo, perché sebbene fossi circondato da tizi
grossi e violenti c’era sufficiente spazio per potersi muovere e la gente era ri-
spettosa l’uno dell’altro. C’erano dei ragazzi che si tenevano ai bordi del pit,
cercando di valutare che tipo di benvenuto avrebbero potuto ricevere. Quando
videro che l’atmosfera era amichevole, alcuni di quelli più giovani e dalle brac-
cia più agili si fecero avanti. La combinazione tra l’hardcore ricercato e pul-
sante dei Sick Of It All e la totale spossatezza del fisico che stava rallentando i
più anziani e robusti moshers calmò la furia quel tanto che bastava per far si
che fosse il ballo, più che la lotta, a diventare l’attività principale.
Mi ci vollero due giorni per riprendermi dallo sforzo muscolare che feci per
sopravvivere in quel pit. Mentre stavo uscendo dal locale mi imbattei in Gerard.
Era sudato e spossato come me. Alla fine saltò fuori che lui era uno di quelli
che era entrato nel pit in un secondo tempo, quando le acque si erano calmate.
È solo che lui stava da una parte e io dall’altra, per cui non ci siamo mai in-
crociati. Era soddisfatto per l’eccitazione provata durante la serata, ma doveva
scappare via di corsa. Al mattino doveva lavorare. Ma che cosa avrebbe fatto
la serata successiva, un sabato? “Me ne vado a Brighton”, sorrise soddisfatto.
“C’è questo gruppo veramente valido che si chiama Guts And Education che
sta organizzando una festa in una casa occupata. Voglio vedere un po’ come
sono. Si sono già autoprodotti un paio di singoli e cassette. Te ne parlerò me-
glio la prossima volta che ci vedremo”.

14
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 15

WHITE RIOT
WOODSTOCK ’99

Woodstock ‘99 scandalizzò l’America e le diede un segnale molto forte, tan-


to quanto quello che arrivò dal festival originale nel 1969. Il nuovo messaggio
però diceva che i ragazzi stavano diventando strani, e si stavano facendo coin-
volgere in qualcosa di bizzarro e al di là della portata dei genitori. Ma mentre
agli hippies interessava solo fare l’amore, ai ragazzi del ‘99 interessava solo fa-
re la guerra.
Woodstock ‘99 si tenne a Rome, una piccola cittadina di 10.000 abitanti
nella parte settentrionale dello Stato di New York. Rome, un tipico baluardo
della mentalità conservatrice, sta a 100 miglia di distanza dalla Woodstock ori-
ginale. Sembrò ironica la scelta della Griffis, una base aerea dismessa e ab-
bandonata dalla US Air Force quattro anni prima, come sede in cui tenere un
festival che nell’immaginazione collettiva è sempre stato associato con i con-
cetti di pace e amore. Forse qualcuna delle cattive vibrazioni lasciate dalla vec-
chia macchina bellica era rimasta aggrappata a quel luogo.
Sino a quando Martin Lang, produttore cinematografico nonché guru del-
la Woodstock originale, non iniziò a sventolare un bel po’ di banconote davanti
alla faccia degli imprenditori locali che gestivano il luogo – la Griffis Local De-
velopment Corporation – l’idea era quella di trasformare l’aeroporto in un com-
plesso industriale multifunzionale all’avanguardia. Ralph Eannace, il
responsabile amministrativo della contea, dichiarò in una conferenza stampa
durante il festival: “L’impatto economico prenderà forma man mano che an-
dremo avanti. Al momento nelle nostre casse c’è già un milione di dollari pa-
gato dall’organizzazione del Woodstock per l’affitto della zona, tre quarti del
quale verranno utilizzati per ricostruire la base Griffis. Ed il resto andrà alla cit-
tà e alla contea”.
Il Woodstock ‘99 presentava una scaletta notevole, composta da gruppi
rock ottimi per il moshing (Korn, Red Hot Chili Peppers, Buckcherry, Rage
Against The Machine, Offspring) e totalmente in sintonia con i gusti attuali del-
la gioventù americana. In termini di pura attrattività delle star, era superiore sot-
to molti aspetti al monotono assortimento di guitar heroes che dominarono
l’evento originale con il loro embrionale cock-rock1. Lang lasciò pochissimo spa-

1
Il cock-rock è un sottogenere della musica hard rock nato negli anni ‘70 e diventato po-
polare durante il decennio successivo. È caratterizzato da testi egocentrici e spacconi che glori-
ficano virilità e attitudini macho.

15
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 16

zio ai ribelli dell’hip-hop che negli ultimi dieci anni erano stati all’avanguardia
sia della musica nera che di quella bianca. Prova ne è che gli artisti dance pro-
posti – Moby, i Chemical Brothers e Fatboy Slim – erano quanto di più bianco
e “tranquillo” si potesse immaginare. Il punto è che la stragrande maggioran-
za dei gruppi rap-metal e nu-metal al Woodstock ‘99 erano la solita solfa che
veniva propinata da MTV tutti i santi giorni, e che questo era un festival bian-
co per ragazzi bianchi.
I media finirono per chiamarlo “Boobstock”, “Partydowndudestock”, “Ra-
pestock” e “Tittystock”2, affermando che tutte le persone coinvolte stavano
usando il nome del Woodstock per fare a pezzi una tradizione. Un giornale
scrisse che “Nel momento in cui arrivarono a Woodstock, finì tutto”. Il Village
Voice riportò: “Otto casi di stupro e aggressione a sfondo sessuale, che pare
siano avvenuti sia dentro che fuori il pit, sono stati denunciati dalla polizia del-
lo stato di New York. – La polizia di Rome ha formalmente accusato una guar-
dia carceraria ventiseienne per aver aggredito un giovane di quindici anni
durante le ultime ore del concerto”.
Il 23 di Luglio circa 200.000 esponenti della migliore gioventù statunitense
hanno fatto il loro ingresso in una tipica cittadina di provincia americana, do-
ve sono stati relegati in un perimetro di quattro miglia e mezzo delimitato da
un recinto. “Sembrava di stare in un campo di concentramento”, si è lamen-
tato in seguito uno di loro, ovviamente ignaro di quali fossero le reali condizioni
in cui si stava a Bergen Belsen o a Dachau. La polizia non fu ammessa nel re-
cinto perché si pensò che la sua sola presenza potesse essere presa come una
provocazione, ma questo durò sino alla fine della terza giornata, quando le ri-
volte sfuggirono a ogni controllo e i poliziotti armati di manganello dovettero
affrontare ragazzi che stavano devastando e saccheggiando tutto: queste fu-
rono le uniche scene di Woodstock ‘99 che ricordarono davvero gli anni ‘60.
Un mese dopo i tumulti, gli organizzatori dichiararono che i biglietti venduti fu-
rono circa 187.000. In molti pensano che questa stima fu tenuta apposita-
mente sotto la soglia dei 200.000, perché se gli spettatori fossero andati oltre
questo numero la Griffis Local Development Corporation avrebbe dovuto ri-
cevere altri 250.000 dollari, come da contratto firmato con Lang e i suoi soci.
I problemi iniziarono subito dal primo giorno per via della quantità notevo-
le di spazzatura ed escrementi prodotti da questo esercito festante. Dopo aver
usato i servizi igienici a disposizione, un reporter del luogo raccontò alla BBC:
“Stavo soffocando, era una cosa da far venire il vomito. Non ho mai provato
così tanto schifo”. Così un’altra testimonianza: “Dovevo andare al bagno, co-
sì mi infilai in uno di quei bagni chimici mobili. Ecco, tu non pensarci nemme-

2
Espressioni inventate, dal significato letterale di “Tettestock“, “Casinostock“ “Stuprostock“,
etc.

16
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 17

no. In vita tua non vedrai mai nulla di più disgustoso. Voglio dire, pensa alla co-
sa più schifosa che tu abbia mai visto e poi moltiplicala per mille, e avrai un’idea
di cos’era. Sono riuscito a malapena ad entrarci”.
Lisa Law, una veterana del Woodstock originale, girò tra la folla per cerca-
re di distribuire dei sacchi per l’immondizia agli avventori del festival, in modo
che potessero pulire da soli il casino che stavano combinando. Raccontò alla
BBC che le risposero: “Puliscitelo da sola. Io ho pagato 150 dollari!”. A pro-
posito dell’attitudine di questa gente che si era radunata per sentire le super-
star degli anni novanta, la Law disse : “A questi ragazzini non fregava un cazzo
di niente. Solo ‘Festa! Facciamo casino! Dai, cazzo!’, hai presente?”. La can-
tautrice Alanis Morrisette fu vittima di lanci di scarpe e pattume, e la maggior
parte delle artiste donne venne bersagliata dai peggiori commenti a sfondo ses-
suale.
Un’atmosfera di soffocante sessismo aveva pervaso già dall’inizio tutto
l’evento, anche per via di alcuni striscioni sollevati in aria che recitavano cose
come “Fateci vedere le tette” e “Ragazze, guardate il mio buco del culo”. Que-
sta ossessione venne alimentata principalmente dalle telecamere di una emit-
tente via cavo, che per 60$ trasmetteva i momenti salienti del festival (tette,
violenza, musica e ancora tette) nelle case di chi voleva godersi lo spettacolo
dalla comodità del suo salotto. Le telecamere della pay-per-view zoomavano
sulle donne in topless nel pubblico, e ne trasmettevano le immagini su enor-
mi maxischermi che potevano essere visti da qualunque punto dell’area in cui
si svolgeva il festival. Ossie Kilkenny, il co-promotore irlandese di Woodstock
‘99, disse che la cifra che ne ricavò “servì giusto a coprire i costi della notevo-
le complessità della pay-per-view”. Due enormi piattaforme per le riprese vi-
deo erano posizionate a fianco del palco principale, mentre una gigantesca
torre luci sorgeva dal centro esatto del prato, impedendo a chiunque di poter
vedere il palco da lontano e quindi obbligando di fatto tutti quelli che stavano
dietro la torre a dover guardare lo spettacolo sui dei maxischermi Jumbatron.
Michael Lang disse che, come nel ‘69, l’idea sui ragazzi era di “renderli li-
beri, in modo da poter vivere nella maniera che preferiscono”. Però vivere nel-
la maniera che preferivano era molto costoso, e infatti la politica
maggiormente applicata sembrò essere quella di liberare i ragazzi, ma dai lo-
ro soldi. Una bottiglia d’acqua costava 4 dollari, una bibita gassata 6 dollari, un
hamburger 8 dollari e una piccola pizza costava 12 dollari. Un ragazzo com-
mentò che “non c’era nessuno che ti dicesse cosa era giusto o sbagliato fare”,
mentre un sistema di altoparlanti consigliava solo di bere parecchia acqua al-
la gente che faceva uso di droga.
Durante il primo giorno ci fu davvero un sacco di moshing durante le esi-
bizioni di allegri gruppi pop-punk come gli Offspring, i cui fan rimbalzavano
contenti nel fango e nella polvere tirandosi addosso con violenza bottiglie di
plastica vuote o altra spazzatura. Quello che si vide durante il concerto degli
17
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 18

Offspring si può descrivere solo come gioiosa esuberanza adolescenziale, an-


che se ci fu lo stesso qualche incidente. Successivamente, quando i poco fur-
bi fan dei Korn sostituirono quelli leggermente più svegli che seguivano gli
Offspring, il pit prese una piega più tetra, più compulsiva e fanatica. I fan dei
Korn sono notoriamente ossessivi, e prendono davvero molto seriamente i con-
certi dei propri eroi. Gli infortuni aumentarono, ma considerata la situazione
non fu nulla di straordinario.
Ogni sera nell’area campeggio c’era un rave party che andava avanti fino a
mattina e che privava tutti di una buona notte di sonno, in particolar modo gli
appassionati di musica rock che non approvavano minimamente le sonorità dei
rave. Quando durante l’ultimo giorno, la domenica, iniziarono i veri disordini,
c’era un sacco di gente che non aveva dormito per tre notti.
I rave party furono uno degli epicentri del sessismo che permeava l’edizio-
ne del ‘99. Quando i Korn terminarono il concerto, si stava facendo tardi ed i
gruppi del palco principale erano arrivati alle ultime battute. Un buon nume-
ro di fan dei Korn, incrostati di fango e con il testosterone alle stelle, si fecero
largo sino all’area del rave, dove iniziarono a scatenarsi nuovamente. Mentre
un DJ passava musica techno, due donne salirono sulle spalle di alcuni ragaz-
zi e si levarono i top. Gli uomini iniziarono a sciamare tutt’intorno alle due, il-
luminandone i seni con le luci delle torce elettriche e fissandole con uno
sguardo affamato come se non avessero mai visto un paio di tette prima di al-
lora. Alcuni di loro tirarono fuori delle macchine fotografiche per scattare qual-
che foto. Poi restarono lì fermi a guardare ancora un po’.
La rivista Salon ha scritto:

“Una dozzina di ragazzi ha rovesciato dei bidoni della spazzatura in metallo sul ter-
reno, all’esterno del palco del rave e dell’edificio che serviva da cinema. Ci pic-
chiano sopra con dei bastoni, creando un clangore vibrante e aritmico. Un ragazzo
è chiaramente stimolato dalla cacofonia. È senza maglietta, e ha una cinta di cuoio
intrecciato fissata intorno al collo. I capelli neri sono arruffati sulla fronte, mentre
il petto è sporco di sangue, sudore e immondizia. I pantaloni, senza la cintura,
stanno calando verso il basso, lasciando scoperti almeno dieci centimetri di natiche.
Cammina in circolo intorno ai percussionisti, poi solleva un bidone dell’immondi-
zia e lo scaglia sul pavimento, scoprendo i denti e ghignando come un neonato
troppo cresciuto, affascinato da una pallina di gomma che non vuol rimbalzare”.

L’atmosfera a Woodstock iniziò a cambiare il giorno dopo, sul tardi, quan-


do i Limp Bizkit, già famosi per i loro comportamenti provocatori, iniziarono a
suonare sul palco principale. La folla era stata scostante per tutto il giorno. Cin-
que ore prima che i Limp Bizkit suonassero, un membro del team medico dis-
se a un reporter: “La gente ci sta davvero mettendo in difficoltà. Io sto dove
c’è la torre delle luci. Ci lanciano di tutto, ci fregano l’equipaggiamento. Ieri ab-
biamo dovuto portar fuori una donna. Sono quasi sicuro che avesse il collo frat-
18
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 19

turato. Me ne sono accorto perché le mani iniziavano a raggomitolarsi. Il bat-


tito cardiaco era pressoché inesistente, e respirava a fatica. Il suo ragazzo non
voleva nemmeno lasciarla andare. Non oso pensare ai Metallica stasera...”
Durante il concerto dei Limp Bizkit, un gruppo che si è impossessato del rap
e lo ha reso abbordabile anche per un palestrato del Midwest, i fan iniziarono
a smantellare le barriere intorno alle torri di trasmissione di MTV per poi usa-
re i pannelli di legno per fare crowd-surfing. Rivolgendosi al pit, il cantante Fred
Durst disse che “non ci sono regole” e ordinò alla gente di “spaccare tutto”.
Così galvanizzato, il pit diventò una vera e propria zona di guerra in cui dei ti-
zi maneschi iniziarono a rompersi letteralmente il culo tra loro. Corpi sdraiati
su barelle di cartone emergevano dalla folla almeno due volte per ogni pezzo.
Durst venne visto fare crowd-surfing su una di quelle assi di legno che erano
state saccheggiate.
Michael Lang commentò: “Penso che sia arrivato pericolosamente vicino a
spingere la gente oltre il livello di sicurezza”. Alla fine del set dei Limp Bizkit,
dal palco venne diffuso un invito alla calma: “Per favore, lì fuori ci sono delle
persone ferite. Sono i vostri fratelli e sorelle. Sono vicini alle torri. Per favore aiu-
tate il team medico a portarli via da lì... La situazione è molto grave”. Un tizio
muscoloso fu sentito rivolgersi tipo Beavis e Butthead a un altro mastodonte
come lui, dicendogli: “Ehi amico, stare nel pit è la cosa più simile a un ag-
gressione che puoi fare senza che ti arrestino“.
Durante lo show dei Limp Bizkit una ragazza ventiquattrenne di Pittsburgh
venne spogliata, trascinata fuori dalla folla, stuprata, e spinta sopra le teste del
pubblico sino alla security. La polizia in seguito ha dichiarato: “Per via della cal-
ca, temeva che l’avrebbero picchiata se avesse lottato o chiamato aiuto”.
“Non abbiamo identificato alcun colpevole, e non abbiamo sospetti. Non
abbiamo ricevuto soffiate da nessuno”, ha detto uno dei poliziotti che inve-
stigava sull’accaduto.
David Schneider, un consulente per la riabilitazione dei condannati che la-
vora come volontario, ha raccontato al Washington Post di aver visto donne
trascinate nel pit e spogliate, prima di essere aggredite e violentate da alcuni
uomini nel pubblico. “Sono state spinte dentro contro la loro volontà per poi
essere stuprate”, ha ricordato Schneider. “Da dove mi trovavo io sembrava che
all’inizio avessero reagito lottando, e che in seguito alcuni tizi fossero riusciti a
tenerle ferme. Sembrava che la maggior parte del pubblico intorno a loro li
stesse incitando”.
I ragazzi facevano la fila per comprare rullini e macchinette usa-e-getta da
una grossa roulotte adibita a bancarella di materiale fotografico. Alcune don-
ne stavano in piedi sopra la roulotte a levarsi top e magliette, mentre di sotto
gli uomini si posizionavano al meglio per scattare foto con le loro macchinet-
te. La bancarella forniva anche un servizio di sviluppo rullini in un’ora.
Durante il 25 luglio, il terzo e ultimo giorno, si scatenò l’inferno. In un im-
19
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 20

peto di arroganza culturale anni ’60, i promotori del festival decisero di orga-
nizzare per quella sera un tributo a lume di candela a Jimi Hendrix. Venne quin-
di consegnata una candela per ogni singolo componente del pubblico, una
massa di giovani già di pessimo umore a cui per giunta non fregava assoluta-
mente nulla degli anni sessanta e delle loro icone. Durante il tributo a Hendrix
i ragazzi si immaginarono cosa fosse meglio fare con le loro candele accese.
Decisero di fare dei falò, e in breve tutta la base aerea fu invasa dalle fiamme.
Immagini post-apocalittiche di uomini a torso nudo, edifici devastati e fumo e
fiamme vennero trasmesse tramite la pay-per-view nelle case della gente. Al-
cuni falò fatti con i cumuli di spazzatura erano alti sei metri e larghi dodici.
Cinque componenti del pubblico e due pompieri furono travolti dal crollo
di una roulotte e rimasero feriti, uno di loro in maniera grave. I rivoltosi usa-
vano come combustibile mobili, olio da cucina, bombole di gas e intere ban-
carelle. Sembrava di assistere ai momenti più terribili del film Apocalypse Now.
Fecero irruzione nelle cabine telefoniche e abbatterono il “Peace Wall”, il mu-
ro della pace che era lungo quasi cinque chilometri. I sostegni per i riflettori e
le torri dell’amplificazione vennero rovesciati e distrutti. Un gruppetto cercò di
distruggere il furgone di una stazione radio. L’incendio più grande ed i casini
più grossi scoppiarono durante il concerto dei Red Hot Chili Peppers, ma non
a causa loro. Secondo il LA Magazine, i Red Hot “sono rimasti fregati dal con-
to lasciatogli da Fred Durst”.
Il momento di gloria dei facinorosi arrivò quando si accorsero della presen-
za di un notevole numero di autoarticolati vicini alla recinzione, e gli diedero
fuoco. Secondo il racconto di Michael Lang: “Il fuoco si propagò da un rimor-
chio all’altro e così via di seguito, e in un attimo c’erano dodici rimorchi in fiam-
me. Con questa immagine totalmente incredibile di gente che ballava intorno
a una pira…”. È stata sul serio una straordinaria raffigurazione poetica della
violenza maschile. La stessa immagine arrivò sugli schermi televisivi di tutto il
mondo il giorno dopo, facendo si che Woodstock rappresentasse, ancora una
volta, lo zeitgeist3 dei nostri tempi.
La “Peace Patrol”, il poco addestrato nucleo di sicurezza di Woodstock di
cui si era già parlato parecchio male, era stato precedentemente accusato di
incoraggiare il sessismo nel pit, non prendendo sul serio le accuse di molestie
sessuali. E quando i casini iniziarono fece poco o nulla per controllare la situa-
zione. La stampa rese pubbliche le trascrizioni delle comunicazioni via walkie-
talkie tra membri della sicurezza. “Lasciate che bruci… andate via!” incalzava
un responsabile della security. In un’altra registrazione, una guardia comunicò
al suo quartier generale: “Se esco, questi mi faranno il culo”. Il consiglio che

3
Espressione tedesca mutuata dalla filosofia dell’ottocento, indica la tendenza culturale pre-
dominante in una determinata epoca.

20
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 21

ricevette dal suo superiore fu: “Ragazzo, vai a casa. Levati la maglia con scrit-
to ‘security’ e vattene via. Non ci pagano abbastanza. Lascia perdere. Lascia che
bruci tutto. Lascia che spacchino tutto. Vieni via”.
La rivista Spin scrisse: “la security, notevolmente inferiore in numero, cercò
senza successo di reprimere il caos, ma alla fine dovette arrendersi lasciando
che il fuoco e la devastazione dilagassero su quel terreno coperto di immon-
dizia”.
“Tira fuori la tua cazzo di gente da lì. Falli uscire. Per quale motivo stai cer-
cando di fermarli?” disse un esasperato responsabile della security. “Tutte le
unità si ritirino! Tutte le unità si ritirino!”
Alla fine ce lo si poteva anche aspettare. Le implicazioni di marketing die-
tro al Woodstock ’99 volevano dare a intendere che questo fosse il primo fe-
stival dopo quello del 1969. In realtà c’era già stato un Woodstock nel 1994,
organizzato da Michael Lang e con una tipica scaletta di gruppi hard-rock. An-
che questo comunque finì infangato da violenze e controversie che ebbero ori-
gine nei moshpit.
Il Woodstock del ’94 si tenne a Catskill, in una fattoria che alla fine pareva
fosse stata colpita da un uragano. Un reporter scrisse che una volta che tutto
fu finito la fattoria sembrava come il teatro di un’insurrezione. “Mentre la mu-
sica lacera l’aria” scrisse uno spettatore nel suo diario online “corpi sudati si
scagliano e si urtano gli uni contro gli altri. Si buttano dai palchi dentro mas-
se di gente in frenetico movimento”. Bernoccoli, lividi, nasi sanguinanti e os-
sa rotte erano come trofei mostrati con orgoglio da quella colorata gioventù
con cresta e tatuaggi, la generazione del Woodstock ’94. Tradendo la tipica in-
differenza dei musicisti rispetto a quanto accade nel pit, il cantante dei Blind
Melon, Shannon Hoon, rispose alle voci di corridoio che parlavano di tre mor-
ti tra il pubblico rivolgendosi all’audience con un “ditelo tutti: che Dio li be-
nedica!” prima di lanciarsi nell’esecuzione del loro nuovo singolo. A
quattromila persone del pubblico fu somministrato il primo soccorso diretta-
mente a Catskills, mentre per duecentocinquanta persone fu necessario il ri-
covero presso l’ospedale locale. I media quindi non furono onesti quando
dissero che le rivolte del ’99 li avevano shockati.
Nelle varie controversie che emersero dopo la conclusione delle rivolte di
Woodstock vi furono ben pochi accenni ai presunti stupri ed al sessismo deci-
samente aggressivo che caratterizzò il weekend.
Il resto della violenza, ad ogni modo, diede lo spunto a diversi stimolanti
commenti sui vari aspetti della gioventù americana. Tim Wise, un attivista di
Nashville, nella sua critica alle rivolte intitolata “The kids are all-white”4 fece no-

4
Traducibile come “I ragazzi sono tutti bianchi”, il titolo originale parafrasa un celebre di-
sco degli Who, “The kids are alright”.

21
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 22

tare che l’alienazione che portò i ragazzi alla sommossa aveva le sue radici in
problematiche profondamente bianche e suburbane. Come mai nessuno rac-
cogliesse la spazzatura. Come mai i bagni fossero sporchi. Come mai non si riu-
scisse a trovare un hamburger a un prezzo decente. “Quello che accadde a
Woodstock”, disse Wise, “non fu una ribellione di matrice socio-politica con-
tro l’avidità delle grandi aziende e l’elevato costo del cibo (dopo tutto questi
tizi non ci pensarono due volte a cacciar fuori 150 dollari per i biglietti, per non
parlare delle altre centinaia finiti in birre, magliette, tatuaggi e body-pier-
cing)”.
Questa è un’opinione ragionevole, ma sarebbe sbagliato dare a intendere
che negli anni sessanta i ragazzi si ribellarono contro la guerra in Vietnam men-
tre questa Generazione-X si è ribellata perché i prezzi degli hamburger erano
eccessivi. I ragazzi che hanno adottato la cultura del moshpit e lo stile di vita
alienante che ne consegue esistono all’interno della società, e spesso vivono in
casa con genitori naturali o adottivi indifferenti ai loro bisogni e comporta-
menti. Non sono fortunati come gli hippy degli anni sessanta: non ci sono Co-
muni, Marrakech Express o percorsi di illuminazione attraverso i quali possono
scappare. Vivono su uno sfondo di cadaveri di liceali palestrati abbattuti da raf-
fiche di mitra, scolarette paraplegiche che giravano con zaini di Kermit La Ra-
na, e altre vittime di una rabbia che non viene capita dai telecronisti benestanti
di mezza età – scambiata com’è per demenziale edonismo da classi medio-bas-
se.
Tim Wise aveva comunque ragione nel dire che il comportamento dei ri-
voltosi non era che l’ennesimo esempio di come ragazzi bianchi e borghesi pos-
sano farla franca in situazioni in cui ragazzi di colore o latino-americani
sarebbero stati schiacciati. Secondo Wise, ogni volta che dei bianchi si danno
a un comportamento di tipo distruttivo la loro razza non è un elemento che vie-
ne preso in considerazione. Mentre quando gli stessi comportamenti sono mes-
si in atto da neri o da latino-americani, “viene fuori il coro di paladini della
neo-eugenetica, che pretendono di spiegare come ci sia qualcosa di genetico
o di culturalmente deficitario nella gente con carnagione scura, e come que-
sto li faccia comportare in quel dato modo”.
Mickey Hart dei Grateful Dead, l’unico artista in attività ad aver partecipa-
to ad entrambi i Woodstock, ha dichiarato durante una conferenza stampa:
“Stanno urlando proprio come urlavamo noi… Puoi dire qualsiasi cosa con la
musica, ed è ok. Anche se non sai perché stai urlando, lo fai per far arrabbia-
re i tuoi genitori. Vuoi prendere le distanze dalle altre generazioni”. Ha ricor-
dato che la Woodstock del ’69 “non è stata proprio come si è detto che fosse”,
e che il festival originale “era anche lui commerciale”.
Steve Berlin dei Los Lobos, uno dei pochi gruppi anziani a suonare durante
le rivolte, disse: “Questa è la prima generazione a cui è stato messo un mar-
chio per la vita. Sono stati visti come un’opportunità commerciale sin dal mo-
22
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 23

mento in cui hanno respirato per la prima volta. E quando prendi questa gen-
te e gli dici che questa cosa che stanno vedendo sarà importante dal punto di
vista storico e culturale, ma alla fine non è altro che l’ennesima pubblicità, pen-
so che a quel punto mi incazzerei parecchio pure io”.
Fred Durst dei Limp Bizkit, che conquistarono il mondo proprio sulla scia del
loro exploit a Woodstock, disse al Washington Post:

“Non ho visto nessuno farsi male. Non lo puoi vedere. Quando guardi una marea
di gente ed il palco è alto sei metri e ti stai esibendo e sei concentrato sulla tua mu-
sica, come si aspettano che tu possa vedere se c’è qualcosa che va storto? La ra-
gione dietro a Woodstock era di fare dei soldi e di farli nella maniera più veloce
possibile, dentro, fuori e via. Un sacco di gente si fece male. Un sacco di gente ne
rimarrà segnata a vita”.

“Avevano bisogno di puntare il dito contro qualcuno. Avevano bisogno di


un capro espiatorio” disse Durst. “Non daranno la colpa al coglione che ha
passato a tutti una candela e ha detto ‘Fermiamo questo istante nella nostra
mente. Scommetto che ora tutti le accenderanno e le solleveranno in aria”. Do-
po aver vissuto in queste condizioni, dopo tutto quello che è successo, bruce-
ranno tutto? È ovvio che bruceranno tutto”.
Il chitarrista dei Rage Against The Machine, Tom Morello, ricorda di essere
stato a Woodstock solo per quattro o cinque ore.

“L’impressione che ne ho avuto è stata filtrata dal velo dei media. Penso che gli
abusi sessuali che sono avvenuti siano una cosa orribile per la quale non ci sono scu-
santi. Ma in linea generale credo che la copertura mediatica sia stata parecchio in-
giusta e fin troppo dura con i giovani, e che si sia cercato di diffamare un’intera
generazione per colpa di qualche idiota che era lì. E pensavo fosse ridicolo che di-
cessero che questo evento violento e orribile è stato un tradimento dei principi di
Woodstock. Soprattutto quando tutti i giorni vediamo atti di vera violenza – siano
essi l’omicidio di cittadini inermi da parte delle forze di polizia, o i missili Toma-
hawk del Presidente Clinton che radono al suolo gli ospedali per bambini vicino a
Belgrado – che tradiscono davvero dei principi e a cui viene dedicato un decimo
dello spazio sui giornali”.

23
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 24

MASHING DOWN BABYLON


UNA STORIA DEL MOSHING

La prima volta che un aitante giovanotto ubriaco di delirante rock’n’roll si


spogliò sino alla cintola e si gettò spavaldamente sulle teste dell’audience, il
giovanotto in questione era il cantante del gruppo e non un membro del pub-
blico. Il ragazzo era Iggy Pop, cantante degli Stooges, e ballò sopra la gente la-
sciando che gli ficcassero le dita nel culo, con sullo sfondo una band che
emetteva un messaggio musicalmente e spiritualmente osceno. Iggy e gli
Stooges – il loro album di debutto fu “The Stooges” nel 1969 – erano presenti
alla nascita dell’hardcore, del punk, e del crowd-surfing. Da quel giorno sino
ad oggi, la storia dei concerti esagitati e dei gruppi violenti è andata mano nel-
la mano con musica altrettanto esagitata e violenta. Quando la musica è sta-
ta tranquilla e convenzionale, così è stato anche il comportamento del
pubblico. Quando invece la musica viene sconvolta dalla stessa gente che la fa,
quando questa musica è volutamente chiassosa, allora l’audience può diven-
tare parte sia dello show che della musica stessa.
La storia del moshing è la storia della musica estrema, dei musicisti estremi,
e dei suoi più estremi seguaci. Ma la storia del moshing non si può tracciare
esaminando un genere musicale qualsiasi – anche se al giorno d’oggi si fareb-
be mosh pure con Tony Bennet o Bob Dylan. Il moshing autentico, quella sot-
tocultura piccola e pericolosa con i suoi valori e i suoi standard di
comportamento – l’opposto di quelle folle esagitate, reazionarie, infantili e pe-
ricolose che oggi associamo al moshing come fenomeno di massa – di solito
prende vita di fronte a concerti di musica che chiamiamo punk o hardcore. Da-
vanti alle band che propongono musica aggressiva puoi vedere ragazzi altret-
tanto aggressivi farsi cose pericolose e sconsiderate l’uno con l’altro, il tutto nel
mezzo di un movimentato trambusto a cui sono legati aspetti sonori, fisici e
spirituali.
Una volta William Burroughs disse che pensava che un punk fosse “un ti-
zio che se l’è preso nel culo”, e in questo come in altri aspetti le performance
di Iggy Pop portavano in sé la vera essenza di quest’idea. Iggy pensava che il
primissimo pubblico degli Stooges fosse formato da gay e storpi. In preceden-
za era stato un batterista, per cui quando da adolescente mise in piedi gli Stoo-
ges insieme agli amici della piccola cittadina in cui viveva, contribuì con la sua
figura aggraziata, la sua intelligenza e la sua passione selvaggia a stabilire il rit-
mo semplice e grezzo della band. In seguito ricordò che a quel tempo quello
che più gli piaceva dell’essere un cantante era avere tutta quell’elettricità a sua
disposizione. Disse che amava stare in piedi davanti alle casse perché la potenza
24
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 25

che sprigionavano smuoveva l’aria, e gli piaceva sentire quell’aria muoversi, e


il fascino primitivo dell’orgasmo che provava ogni notte sul palco gli derivava
dalla connessione tra il fisico e l’astratto. “Volevo che la musica raggiungesse
le persone per strangolarle... realizzai quanto la gente possa diventare spa-
ventosa quando le fai ascoltare qualcosa continuamente, o perlomeno era co-
sì a quell’epoca. Non sono sicuro di come sia ora. Poi tutto diventò
gradualmente sempre più aggressivo, sino a quando, arrivati al punto in cui
eravamo insieme da sei mesi e non avevamo ancora suonato un solo concer-
to, era totalmente... era musica per pura aggressione”.
Ron Asheton, il chitarrista degli Stooges, ha dichiarato una volta che l’at-
trazione iniziale per la band da parte del loro sparuto seguito derivava dalla
“nostra pazzia e dalla nostra mancanza di esperienza”. A metà degli anni ‘60
vide gli Who suonare alla Liverpool’s Cavern:

“Era la prima volta che mi trovavo in un pandemonio totale. Era un continuo am-
massarsi di gente che cercava solo di arraffare pezzi della chitarra di Pete Townshend,
alcuni provavano ad arrampicarsi sul palco mentre lui li teneva lontani facendo mu-
linare la chitarra sulle loro teste... Il pubblico non li stava acclamando, sembrava
piuttosto emettere un suono animalesco, come un ululato. L’atmosfera nell’intera
sala prese una piega davvero primordiale – era come vedere un branco di animali
affamati che non mangiavano da una settimana e a cui qualcuno avesse tirato un
pezzo di carne. Avevo paura. Non mi stavo divertendo, ma era ipnotico. Sembrava
una situazione tipo ‘l’aereo brucia, la nave affonda, quindi a questo punto am-
mazziamoci tra di noi’”.

In quei primi tempi gli infernali show degli Stooges duravano poco meno di
mezz’ora, il che rappresentava la norma a quell’epoca in cui l’aspetto gladia-
toriale dei concerti rock era solo agli albori. Asheton teneva abitualmente a die-
ci il volume della sua pila di amplificatori Marshall. Quando entrarono negli
studi di registrazione, i fonici cercarono di convincerli ad abbassarli almeno a
otto e mezzo. Gli Stooges erano la controparte moderna dei Rolling Stones, nel
loro background non avevano alcun tipo di legame con il blues o con la musi-
ca tradizionale americana. Furono probabilmente il primo gruppo rock ad es-
sere cresciuto ascoltando esclusivamente altri gruppi bianchi. Fu solo quando
si inserirono nel circuito dei concerti, guardando tutti questi gruppi che suo-
navano blues, che si resero conto di dover imparare a fare tutta quella roba
rock’n’roll alla Chuck Berry. Asheton dice che agli inizi venivano considerati co-
me una barzelletta, un gruppo di pagliacci senza arte né parte che alla fine ave-
vano imparato il mestiere a furia di stare sul palco. I comportamenti bizzarri di
Iggy, come il precoce crowd-surfing o l’autolesionismo, erano parte integran-
te della musica che veniva suonata. L’ex-batterista usava la sua voce ed il suo
corpo come strumenti dell’aggressione ritmica portata avanti dalla band. Sta-
va sul palco come fosse nel mezzo di un turbine selvaggio di suono ed ener-
25
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 26

gia, al centro del quale trovava la propria dimensione. Emetteva versi e si muo-
veva in modo tale da amalgamarsi al sound. La straordinaria mancanza di equi-
librio tra il suono della chitarra e quello della batteria stabilì un precedente
importante per tutti i gruppi punk che sarebbero venuti dopo gli Stooges.
Asheton, che John Wayne una volta apostrofò come “un fottuto coglione hip-
py”, fu preso alla sprovvista da quello di cui Iggy era capace: “Ero sempre pre-
so a guardare cosa stava succedendo… Finì per diventare anche abbastanza
pericoloso. ‘Oh mio Dio l’asta del microfono mi ha mancato la testa di un sof-
fio! Avrei potuto farmi male!’ Sai, quando qualcuno sta roteando l’asta del mi-
crofono e la base è un blocco di metallo bello spesso, e ti ha appena mancato
il cranio per un centimetro… Il nostro pubblico era regolarmente del tipo ‘Sia-
mo troppo fighi. Non ci facciamo coinvolgere’, così facevi in modo di coinvol-
gerli, e alla fine partecipavano sempre un po’ troppo”.
Secondo Asheton, a un certo punto Iggy iniziò a sfruttare la sua abilità di
lanciarsi tra il pubblico, e ne fece un rituale:

“Si fece più furbo, e la usò. Sfruttò di più i suoi sensuali movimenti a spirale e la sua
capacità atletica. Faceva più spettacolo sul palco senza dover andare ogni volta in
mezzo all’audience per scatenare del casino. Comunque ci andava lo stesso. Ri-
devo come un pazzo a tutte le piccole cose che gli faceva, come arrampicarsi sulle
loro facce o gettarsi di testa dal palco. Può suonare folle, ma lui si tuffava davvero
di testa, e il pubblico sapeva che lo avrebbe fatto. ‘Quando si tufferà?’ All’inizio tutti
erano sorpresi – o venivano scaraventati per terra, o riuscivano a prenderlo al volo.
Ma la seconda volta era ‘Quando si tuffa, spostatevi’. Così vedevo questa massa di
gente, poi lui che prendeva la rincorsa, e quando atterrava erano tutti spariti – fi-
niva di testa in mezzo alle sedie perché non c’era più nessuno”.

Scott Asheton è convinto che la musica degli Stooges fosse “un serpente a
sonagli che attraversa il deserto.” Il serpente della musica ipnotizzava l’au-
dience sino a quando non poteva fare a meno di quello spettacolo convulso e
offensivo: “Durante l’ultimo periodo degli Stooges i giochi si fecero meno di-
vertenti e sempre più violenti. Diventò tutto molto minaccioso e pericoloso”.
Iggy una volta descrisse un concerto a Boston di supporto ai Ten Years Af-
ter come pieno di “universitari sessisti totalmente fanatici del blues”. E come
capita a tutti i veri pionieri, il primo uomo a fare stage-diving e crowd-surfing
si ritrovò come isolato quella sera a Boston:

“Il pubblico era tutto seduto a gambe incrociate – in posizione ‘da college’ – su que-
sto enorme pavimento spoglio. Solo una persona in tutto il locale stava in piedi –
proprio pronti per sentire il concerto, eh? Sembravano piuttosto pronti per iniziare
la lezione. Non eravamo esattamente il gruppo giusto per questo tipo di situazione.
Quindi usciamo, no? Usciamo e iniziamo a suonare. Faccio il primo pezzo. Penso
fosse il 1969. Ci sto proprio dentro, mi agito e giro su me stesso, e i ragazzi stanno

26
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 27

suonando da Dio. Tutto va perfettamente, e c’è questo silenzio tra il pubblico. Era
strano vedere così tanta gente tranquilla… Avevo appena iniziato il secondo pezzo,
e proprio con il secondo pezzo… ho iniziato a scagliarmi su di loro! Uh, a sca-
gliarmi sul pavimento, perdere sangue, tagliarmi, insultarli, ma mai direttamente –
li schernivo e gli facevo il verso mentre camminavo in mezzo a loro. Alla fine, dopo
la terza canzone (il locale era pieno sino all’orlo – 3000 anime), ci fu uno scroscio
di applausi da parte di una dozzina di persone – ma sempre silenzio assoluto da
parte di tutti gli altri”.

Mentre la musica degli Stooges e quella dei Velvet Underground crearono


già all’epoca qualcosa di simile ad una “sensibilità punk”, il pogo, lo slam-dan-
cing e lo stage-diving (i componenti fondamentali del moshing) non vennero
ufficialmente riconosciuti prima dell’avvento del punk rock newyorchese, nel-
la metà degli anni settanta. A Londra, grazie ai concerti e all’onnipresente pel-
licola The Great Rock’n’Roll Swindle, i Sex Pistols offrivano l’immagine di una
gioventù alienata ed ostile impegnata in qualcosa che veniva chiamato “bal-
lo”, ma che somigliava ben poco a quell’ondeggiarsi in libertà caratteristico de-
gli ormai screditati e disprezzati hippies. I giovanissimi ragazzini che si
radunavano per assistere ai concerti dei vari gruppi punk inglesi sembravano
tristi, solitari ed alieni alla società civile. Il loro modo di ballare irregolare e ben
poco elegante, che a volte finiva per procurare nasi rotti o labbra sanguinan-
ti, sembrava essere sia una pratica estrema che una vera e propria dichiarazione
di intenti. Visto secondo gli standard di quanto possiamo osservare oggi nel pit,
però, era ben poca cosa.
Luzio, che ora fa il graphic-designer a Londra, ma che ai tempi era un quin-
dicenne anarchico proveniente da Berlino, viaggiò sino a Liverpool per vedere
i Sex Pistols suonare all’Eric’s.

“Era abbastanza pieno. Non c’era il tutto esaurito o cose simili, ma c’era davvero
un sacco di gente. Alcuni di loro erano vestiti da punk. Molti altri sembravano es-
sere dei tipi ordinari, fatta eccezione per qualche rockettaro capellone di quelli che
giravano prima del punk. Tipo i fan di Neil Young, per intenderci. Davanti al palco
c’erano una cinquantina di tizi vestiti in maniera più radicale – in pratica quelli che
sembravano essere stati pagati da Malcolm McLaren per mettere in piedi una sorta
di teatrino punk – che pogavano violentemente, scontrandosi l’uno contro l’altro
e sputando ai Pistols. Odiavo gli sputi. Non sembrava solo una cosa oscena, era
proprio un gesto ripugnante. Provai uno schifo notevole quando realizzai che qual-
cuno aveva sputato sulla spalla sinistra della mia nuova bondage jacket1, un capo
che a Berlino a quel tempo era pure parecchio difficile da trovare! L’altra grande dif-

1
Una bondage jacket è una giacca con svariate cerniere lampo, cinghie e fibbie, tutte su-
perflue, che danno un’immagine da abbigliamento sadomasochista. Il nome deriva dalla pre-
senza delle cinghie, che possono essere legate alle varie fibbie o tra di loro.

27
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 28

ferenza rispetto a oggi è che ora nel moshpit le persone possono trovarsi ad essere
schiacciate tra loro. A quei tempi il pubblico era molto più sparpagliato e tutti erano
deliberatamente ostili gli uni contro gli altri in una maniera quasi adolescenziale.
Ok, anche all’epoca c’era come uno spirito comunitario, ma era in senso negativo
più che positivo. E c’era si un po’ di spargimento di sangue, ma come avveniva
guardando i punk di New York, ti facevi comunque l’idea che quello che i Sex Pi-
stols ed i loro slam-dancers stavano cercando di comunicare avesse qualche tipo di
pretesa artistoide”.

Il ritmo demente del punk-rock, che ispirò le scene punk e hardcore che esi-
stono ancora oggi, nasce con i Ramones. E bisogna ammettere che i Ramones
diedero un bel calcio nel culo alla vita dei ragazzini dei tardi anni settanta. Frank
Rynne, frontman della punk band dublinese Finger, vide i Ramones per la pri-
ma volta nel 1980:

“Quando avevo quattordici anni riuscii a convincere i miei genitori a farmi saltare
due giorni di scuola per andare a vedere i Ramones a Dublino. Parte dell’opera di
persuasione si basò sul fatto che l’anno prima mi impedirono di andare a vedere
Bob Marley, ed ora era morto o stava morendo; e ad ogni buon conto erano ora-
mai circa quattro anni che si sorbivano passivamente i Ramones. Una volta a Du-
blino andai all’appartamento di mio fratello, che frequentava la scuola d’arte: lì mi
incontrai con lui ed i suoi amici. All’epoca sfoggiavo capelli a spazzola e mi vestivo
con pantaloni militari o Levi’s con gamba a tubo, poi anfibi e maglietta e giacca di
pelle. Ci dirigemmo a Phibsboro, un quartiere residenziale un po’ fuori mano. Il
bus era pieno di fan dei Ramones che facevano casino. C’era un bello spirito, e un
sacco di studenti e ragazzini punk.
“Una volta scesi dal bus, dovunque si guardasse le strade e i muri erano pieni di
skinhead, che all’epoca detestavano i punk. L’atmosfera diventò violenta e minac-
ciosa, e ci urlarono dietro un sacco di insulti. Chi era diretto al concerto fece
gruppo, e ci muovemmo tutti in fretta verso il locale, un vecchio cinema chiamato
The State. Questo senso di minaccia rafforzò il cameratismo tra il pubblico, perché
tutti sapevamo che dopo il concerto sarebbe andata molto peggio.
“I buttafuori ci fecero sedere tutti nei posti assegnati, ed il mio primo pensiero fu
che non c’era modo che me ne sarei stato lì fermo, specialmente quando si spen-
sero le luci e fu ovvio che tutti i presenti si sarebbero scagliati verso il palco non ap-
pena la band avesse iniziato a suonare. La gente che era con me si mise d’accordo
per saltare sui sedili ed andare dritta verso il centro della sala. Non appena le luci
si spensero e si videro le ombre del gruppo muoversi verso gli strumenti, tutti si mi-
sero a correre. Nel momento in cui Dee Dee stava dando l’an dù tri fou2 ero già di
fronte a Joey, in seconda fila e in piedi sullo schienale di una poltroncina da ci-
nema.

2
Libera trascrizione fonetica del biascicato “one two three four“ con cui i Ramones inizia-
vano tutti i loro pezzi durante i concerti.

28
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 29

Tutto il pubblico era compresso dentro o sopra le prime quindici file di poltroncine.
E tutti pogavano ammassati uno sull’altro. I sedili iniziarono a crollare e a quel
punto la gente iniziò a sfasciarli per levarseli di torno. Io mi ritrovai su tre diversi se-
dili, che vennero poi demoliti da quelli che pogavano. Gli avanzi dei cuscini, i rot-
tami di ferro e tutto il resto vennero passati di mano in mano ed impilati ai lati o
davanti alle transenne, in modo che già dal terzo pezzo si era creato un bel po’ di
spazio per noi. Non so se si trattasse di moshing come quello che avviene oggi, ma
ognuno si comportava bene con gli altri, tirando su la gente e salvandola quando
si trovava per terra o quando i sedili gli si spaccavano sotto i piedi. Era come una
massa di carne pogante e ben compressa, l’atmosfera era sensuale e divertente. E
andavamo fuori di testa cercando di arraffare i plettri che cadevano a pioggia alla
fine di ogni pezzo.
Il pubblico era formato da ragazzi dai sedici anni in su, artistoidi e punk provenienti
da tutta l’Irlanda. C’erano ragazze fighissime in bondage pants3, bei ragazzi, qual-
cuno con dei piercing tipo spille da balia infilate nelle guance. Un sacco di capelli
decolorati acconciati a spunzoni e bondage pants da boutique. Gli skins erano sem-
pre lì anche dopo lo show, ed il giorno seguente i titoli dei giornali dicevano QUAT-
TRO ACCOLTELLATI DOPO UN CONCERTO PUNK. I miei genitori non ne furono
molto felici. Finirono con il leggerne per una settimana sui giornali. E la violenza da
parte degli skinhead fu una costante per ancora molti anni dopo quella volta”.

I Ramones viaggiarono per il mondo come menestrelli itineranti, predican-


do quella loro formula di punk casinista da eroi anarchici usciti dai cartoni ani-
mati. Ian Mackaye, leader di Minor Threat prima e Fugazi poi, si ricorda del suo
pellegrinaggio sino a New Haven per andarli a vedere nel 1979: “Ero un pic-
colo ed inesperto punk-rocker all’epoca. Avevo visto qualche gruppo appena,
per me era ancora un mondo nuovo e completamente aperto”.
Il nuovo mondo di possibilità che questo punk inesperto stava esplorando
a New Haven conteneva già in sé il prossimo grande sviluppo nell’evoluzione
del punk come fenomeno sociale.
Lo straight-edge4, efficacemente inventato da Mackaye, fu una delle inno-
vazioni più potenti che colpirono la musica hardcore e l’ideologia del moshpit.
Quando la gente parla della nobiltà del pit, dello spirito di fratellanza che ci si
può trovare, di quella visione condivisa di come la vita possa cambiare per me-
rito della musica hardcore, sta riecheggiando l’ardore giovanile di Ian Macka-
ye.
Durante un’intervista rilasciata mentre era il leader dei Minor Threat, Mac-
kaye coniò il termine straight-edge. Diceva che non si dovrebbero usare dro-
ghe, bere alcool, fumare, o abbandonarsi al sesso occasionale. È strano pensare
che questa filosofia piuttosto casta abbia fatto presa nel debosciato mondo del

3
Pantaloni realizzati in maniera analoga alle bondage jacket.
4
Letteralmente: Linea Diritta.

29
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 30

punk-rock, ma di certo ha fatto presa su un largo numero di collegiali ameri-


cani che volevano si appassionarsi a questa musica così radicale, ma che in re-
altà volevano anche tenersi ben lontani dagli aspetti più decadenti della
sottocultura.
I Minor Threat erano un gruppo punk pulito, capace ed efficiente, che spin-
geva in modo vigoroso una musica feroce ed un modello di puritanesimo tipi-
camente americano. Sono uno dei pochi gruppi hardcore statunitensi dei
primi anni ‘80 che ancora vende migliaia di dischi sia in patria che all’estero.
Senza troppi giri di parole, la loro canzone “Straight Edge” parla di come ci sia-
no cose migliori da fare piuttosto che starsene seduti da qualche parte a fot-
tersi la testa, sniffare merda bianca su per il naso e collassare ai concerti. Un
altro brano, “Guilty Of Being White”, parla del subire le conseguenze dei cri-
mini razziali della storia, mentre un terzo, “Stand Up”, affronta direttamente
il problema delle aggressioni ai concerti:

I came to have a good time,


You came to fight.
But if I do fight
Nothing to fear
‘Cause I know
My friends are here.5

Mentre gettava le fondamenta di un importante fenomeno ideologico,


Mackaye lavorava a Washington in un negozio della Haagen-Dazs insieme ad
un suo amico d’infanzia – l’altrettanto puritano ma solo sporadicamente celi-
be Henry Rollins. Quando smise di vendere gelati, Mackaye fondò l’etichetta
discografica Dischord. I Minor Threat prima ed i Fugazi poi fecero uscire i loro
dischi tramite la Dischord, un’entità modellata sui puri principi dello straight-
edge. La Dischord mette annunci su fanzine dalla tiratura inferiore alle trenta
copie, i Fugazi credono nell’attivismo sociale più che nella facile retorica buo-
na per i mass-media. Quando il gruppo va in tour preferisce far organizzare i
propri concerti a dei promoter alternativi locali piuttosto che affidarsi alla ma-
fia del rock, che dal canto suo sarebbe ben contenta di piazzarli in quei lucro-
si circuiti di localetti per collegiali o per ragazzini in skateboard, dove molti
gruppi contemporanei vanno a fare un sacco di soldi. Il simbolo dello straight-
edge è la “X”, che deriva dalla vecchia abitudine dei club americani di marca-
re a pennarello con una X gli avventori minorenni dei concerti, in modo da
essere sicuri che non gli venissero serviti alcolici.

5
“Io sono venuto per divertirmi, tu per fare a botte. Ma se reagisco non ho niente da te-
mere, perché so che i miei amici sono qui con me“.

30
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 31

Lo straight-edge, che iniziò come una piccola eccentricità ai margini di una


delle tante tribù del punk, è poi esploso in maniera sproporzionata. Ha avuto
una profonda influenza sul rock mainstream6, e in special modo su gruppi po-
liticamente schietti ma a loro modo rigorosi come i Rage Against The Machi-
ne e i Beastie Boys. Quando i Pearl Jam visitarono Washington durante il loro
primo tour nazionale degli Stati Uniti, Eddie Vedder diede ordine agli autisti di
accompagnarlo a vedere la villetta da cui Ian Mackaye ha mandato avanti per
gli ultimi 20 anni il suo “impero straight-edge”.
Ma l’autentico movimento straight-edge sembra essersi propagato in più di-
rezioni allo stesso tempo, in contrasto con queste divagazioni più mainstream.
Da una parte ha assunto connotati positivi nei confronti delle coppie, ed infatti
è ben visto dalle ragazze che trovano i moshpit dei concerti straight-edge mol-
to più supportivi verso le donne e verso l’idea di comunanza rispetto a quelli
del resto della scena hardcore. Oggi come oggi molti ragazzi straight-edge so-
no anche vegani ed ambientalisti, e alcuni tra loro evitano persino la caffeina
ed i medicinali da banco7.
Dall’altra parte esiste però un’ala più cattiva del movimento, che va contro
all’idea originale dello straight-edge come scelta personale e non come una co-
sa da imporre agli altri. Vinnie Caruana, del gruppo hardcore newyorchese The
Movielife, parla della struttura da gang giovanile assunto da certe frange
straight-edge: “Spesso non voglio averci nulla a che fare. Ci sono un sacco di
ragazzini là fuori che dicono di essere straight-edge e poi mollano il colpo o si
mettono a picchiare quelli che non sono straight-edge. Tutto questo ne rovi-
na solo la reputazione. Ai concerti abbiamo incontrato gang di hardcore-kids
che cercavano solo qualcuno da pestare”.
La prima vera influenza esercitata dallo straight-edge si è riscontrata sulla
scena hardcore-punk di New York, notoriamente molto importante e violenta.
Lou Koller, cantante dell’attivissimo gruppo newyorchese Sick Of It All e per-
sona molto riservata riguardo al suo essere Straight Edge, ricorda la scena del-
la metà degli anni ‘80: “Quando abbiamo iniziato noi tutto era molto grezzo
e c’era un sacco di energia. Non c’erano poi tanti casini. Non voglio dire che
non ci fossero risse o che, ma non era nulla in confronto a quello che è venu-
to dopo, con gang di ragazzini che aggrediscono la gente”.
Koller ritiene che i mass-media si accorsero della scena hardcore alla fine de-
gli anni ‘80. “Gli piaceva vedere i tatuaggi ed il pubblico che impazziva”, pen-
sa. “Non voglio dare la colpa a un genere piuttosto che a un altro, ma credo
che il gangsta-rap ci abbia avuto parecchio a che fare. Ovviamente non incol-

6
Inteso come commerciale, di massa.
7
Come per esempio l’Aspirina, o gli antidolorifici come il Vicodin. L’uso di medicinali però
viene condannato solo dagli Straight Edge più radicali.

31
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 32

po i gangsta-rappers: piuttosto incolpo i ragazzini che li ascoltavano, per non


essere stati abbastanza intelligenti da capire che quei tizi stanno raccontando
delle storie, e non ti stanno dicendo come vivere la tua vita”.
Il chitarrista dei Sick Of It All, Pete Koller, ricorda: “In quel periodo era figo
mischiare i due stili di vita, quello hardcore e quello hip-hop, perché l’hip-hop
non era la macchina multimiliardaria che è adesso. È iniziato tutto con i pe-
staggi, per poi passare ai coltelli, e infine alle pistole”.
“C’era questo tizio, Dominican Bill”, ha raccontato Koller a Noise Pollution,
“sulle prime era un ragazzo veramente a posto e che amava la musica, ma ve-
niva dal Bronx dove la legge è ‘uccidi o vieni ucciso’. Ha iniziato con il portare
questa attitudine con sé al CBGBs. E sono state cose come queste – cazzate
come mettersi a estrarre le pistole – che hanno fatto si che le hardcore mati-
nees8 finissero. Manco a dirlo, qualche tempo dopo Bill si beccò sette pallot-
tole. La cosa strana fu che non morì subito, ma che quando uscì dall’ospedale
il tizio che gli aveva sparato sette colpi ritornò e gliene sparò altri due. E finì co-
sì”.
Nello stesso periodo in cui i punk di New York si riempivano di cazzotti, sta-
va prendendo piede una parola – “mosh” – usata per descrivere questo stra-
no tipo di comunanza sotto al palco. Steve Martin, un tempo membro degli
Agnostic Front, si ricorda dei primi anni ‘80 a New York: “Penso che provenis-
se dal reggae e dallo ska. Io lo scrivevo ‘mash’, perché vedevo che nei vecchi
dischi reggae e ska si parlava di distruggere o di abbattere Babilonia, mashing
down Babylon“.
I primi ad usare il termine “mosh” sul palco, tra il 1981 ed il 1982, furono
i Bad Brains da Washington, un gruppo multirazziale di veri innovatori
dell’hardcore. Steve Martin concorda sul fatto che furono i Bad Brains a facili-
tare il passaggio del termine nel gergo punk: “Ricordo che i Bad Brains furo-
no le prime persone ad usarlo in quel senso. Dovevano essere i Bad Brains per
forza, in quanto sono stati i primi a portare nell’hardcore quella fusione tra
punk e reggae... fu al di fuori della scena hardcore di New York che si iniziò
quindi a parlare di moshing. Perché sino a quel momento tutti lo avevano chia-
mato skanking“.
“Poi”, dice Martin, “i pagliacci metallari hanno iniziato a chiamare mosh
parts le parti più lente dei pezzi hardcore in cui tutti si mettevano a ballare in
maniera più pesante. Quando suonavo con gli Agnostic Front e scrivevo un bel
passaggio lento o qualcosa del genere, gli altri dicevano ‘Oh, questa si che è
una bella parte skank‘. Ma poi i metallari hanno iniziato a chiamarle mosh“.
La parola entrò a far parte integrante del gergo newyorchese intorno al
1983/84.

8
Celebri concerti hardcore newyorchesi, solitamente organizzati la domenica pomeriggio al
CBGBs, che radunavano parecchi gruppi ad un prezzo d’ingresso ridotto.

32
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 33

C’è però un’interpretazione alternativa secondo la quale il termine sarebbe


stato coniato dagli Anthrax o dai S.O.D. (Stormtroopers Of Death), un progetto
collegato agli Anthrax che aveva nel brano “Milano Mosh” uno dei suoi pez-
zi più conosciuti. Il giornalista rock newyorchese Trevor Silmser ricorda così:
“Quella parola divenne popolare nel 1985, quando questo gruppo chiamato
S.O.D. fece uscire un album con una canzone intitolata “Milano Mosh”. Era
un disco di crossover davvero notevole, che fondamentalmente avvicinò un
sacco di metallari all’hardcore”.
Billy Milano dei S.O.D. dice che nonostante ci sia stato un periodo ben pre-
ciso nel quale la gente ha smesso di parlare di slamming e ha iniziato a usare
il termine moshing, il vero inizio di tutto è da attribuirsi ai S.O.D. e non agli An-
thrax.
Scott Ian degli Anthrax, che suona anche nei S.O.D. insieme a Milano, dà
invece tutto il merito al più conosciuto dei suoi due gruppi: “La prima volta che
vidi del moshing ad un concerto metal fu quando gli Anthrax suonarono al Ritz
nel 1985 ed un moshpit si formò di fronte al palco. Quindi si, posso decisa-
mente dire che per quanto ne so siamo stati proprio noi a traghettare la cosa
nel mondo dell’heavy metal. Sfortunatamente immagino di dovermi assume-
re anche un po’ di responsabilità per questo”.
Dr. Know dei Bad Brains racconta che spesso avevano problemi nell’orga-
nizzare i concerti, perché i promoter si telefonavano gli uni con gli altri per av-
visare tutti di non scritturare quella band i cui fan avrebbero devastato qualsiasi
locale in cui avessero suonato. Sottolinea comunque che il moshing che ac-
compagnava i loro concerti era allegro e gioioso. “Nulla veniva distrutto, nien-
te del genere. In quel periodo si ballava il pogo, i ragazzi pogavano in giro e
basta. Era il tipo di ballo che si faceva allora, ma era qualcosa di diverso dal so-
lito e certa gente non riusciva ad accettarlo, poi l’anno successivo diventò di
moda e allora tutti i club iniziarono a scritturare i gruppi. Ma a quei tempi nes-
suno aveva idea di cosa stesse succedendo”.
Negli anni novanta i Sick Of It All erano ormai abbastanza conosciuti per po-
tersi spostare oltre i relativamente tranquilli sobborghi di New York. Durante i
tour incontrarono i primi segni di quel “macho-moshing“ di impronta reazio-
naria che ha tormentato la scena hardcore americana da allora sino ad oggi.
“Per qualche strano motivo, in America la musica hardcore attrae un sacco di
neonazisti o di sostenitori della supremazia della razza bianca”, dice Pete Kol-
ler. “Una volta nel 1991 suonammo insieme ai Sepultura in questa cittadina
della Pennsylvania, in un quartiere davvero proletario, e a un certo punto si sca-
tenò una vera e propria rivolta. Appena mettemmo piede sul palco iniziarono
a urlarci stronzate tipo “Amici dei negri! Tornatevene a Jew York!”9

9
Gioco di parole razzista tra il nome “New York” ed il termine “Jew”, che significa “ebreo”.

33
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 34

Nel 1993, durante il tour con i Biohazard, c’erano casini tutte le sere, e in
Arizona Koller ha dovuto gettarsi nel pit per tirare in salvo un ragazzo messi-
cano che stava venendo picchiato. “Penso che considerassero l’hardcore una
cosa che solo gli skinhead bianchi potevano apprezzare”, commenta Pete. “Ma
noi veniamo da New York, capisci? A New York gli skinhead sono neri, ebrei,
asiatici, di qualsiasi tipo”.
“Dopo quella volta suonammo un grande concerto al Limelight di New
York”, dice Pete, “e ci assicurammo che la gente che era stata nostra amica nei
primi tempi, ma che avevamo visto cambiare in peggio, non riuscisse ad en-
trare. Perché c’erano 3000 ragazzi lì, ed è quella la gente che ci supporta dav-
vero. Comprano i nostri dischi, le nostre magliette, pagano per venire ai
concerti, e non si meritano di essere picchiati da qualche stronzo che entra gra-
tis e se ne frega di supportare la scena”.
Poi le cose mutarono rapidamente, e ci fu il più importante cambio della
guardia dai tempi della nascita del punk. Da Seattle arrivò un’ondata di grup-
pi rock che non avevano nulla a che fare con il circuito cock-rock sul quale si
arricchivano band come Def Leppard o Whitesnake. I Nirvana in particolar mo-
do divennero il gruppo di derivazione punk con il più grande successo com-
merciale di tutti i tempi. Jeff Inman, in un suo articolo sul Las Vegas Weekly,
scrisse che “All’improvviso la cultura pop non era più dominata da tizi che sa-
pevano solo pensare con il proprio uccello. Persone come Cobain, Eddie Ved-
der e Billy Corgan hanno aiutato il rock a risalire lungo il midollo spinale,
dall’inguine al cervello”.
Jim Ward degli At The Drive-In condivide l’idea comune che l’avventura dei
Nirvana abbia lasciato sia ai fan che ai musicisti una visione tutta particolare di
dove la musica li stesse portando: “La nostra generazione è strana. Ci ricor-
diamo di quando avevamo tredici o quattordici anni ed abbiamo visto cosa ac-
cadde ai Nirvana, quando morì Kurt. Quella storia ha avuto un forte impatto
sul mio modo di considerare i grandi gruppi rock”.
Il rock mainstream era stato invaso un’altra volta da tossici, fannulloni, ra-
gazzi effemminati e personaggi fuori dal comune. Tra il 1990 ed il 1995 i punk,
che fino a quel momento erano stati privati di ogni diritto e messi ai margini
della scena, spazzarono via quel rock pomposo e redditizio per rimpiazzarlo con
le miriadi di sottogeneri grazie ai quali emerse ed esplose il fenomeno del mo-
shpit come lo conosciamo oggi. Hardcore, ska-core, grindcore, emo, straight
edge, punk, pop-punk, sono solo alcuni dei generi che proliferarono e rim-
piazzarono il cock-rock. La nuova ondata dell’hardcore newyorchese spianò il
terreno all’ascesa dei Beastie Boys. I Red Hot Chili Peppers, dei tipi atletici di Los
Angeles un po’ bohemién e perseguitati da problemi con la droga, mischiaro-
no l’hip-hop con il rock chitarristico e misero le basi per quel mostro di Fran-
kenstein che venne chiamato rap-metal. I Ministry ed i Revolting Cocks presero
gli esperimenti sonici Burroughsiani degli Psychic TV e li convertirono in una
34
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 35

tanto nuova quanto grezza disciplina che prese il nome di “rock industriale”.
I reietti rockers losangelini Guns’n’Roses infiammarono le strade dell’Ame-
rica, riscrivendo le regole del comportamento autodistruttivo, del marketing
selvaggio e del comportamento spietato nel pit. Dopo che due teenagers ven-
nero calpestati a morte durante un loro show a Castle Donington, in Inghil-
terra, Axl Rose disse:

“L’ho visto accadere. Proprio dal palco. Ho visto queste due facce andare su, e poi
giù. Andarono giù e tornarono su di nuovo, poi tornarono di nuovo giù e non ri-
salirono più. Il pubblico era totalmente impazzito, e li avevamo portati noi in quello
stato. Ma non siamo stati noi a provocare quello che è successo, abbiamo interrotto
il concerto tre volte per provare a calmare la situazione. La security non ha aiutato
per nulla. Sapevo che se fossi sceso lì sotto si sarebbe scatenata una sommossa.
Credo che qualcuno sarebbe potuto andare lì sotto ad aiutare quella gente... dav-
vero, non so proprio cosa pensare”.

Durante uno show del 1991 a Denver, nel Colorado, Axl fermò il concerto
ed insistette perché i buttafuori entrassero nel pit per cacciare fuori un tizio che
lui aveva visto filmare la band con una videocamera. Durante un altro show del
1991, stavolta in Missouri, un incazzato Axl si gettò tra la folla, ma non per fa-
re crowd-surfing, bensì per sequestrare a un biker di nome Stump un’altra vi-
deocamera.
Glenn Danzig guidò i maestri dell’underground Misfits e lanciò i Samhain e
i Danzig, questi ultimi caratterizzati da una musica che univa in maniera visio-
naria il death metal ad Elvis.
Prodotti da Rick Rubin, i Danzig pubblicarono una serie di dischi coraggio-
si supportandoli con un touring intensivo degli Stati Uniti e trascinando migliaia
di persone in una condizione di impetuosa follia. Karnivore, un DJ hip-hop di
Miami, ricorda di aver visto i Danzig a Los Angeles nel 1993:

“Avevano questo fondale satanico nero, l’atmosfera era incredibilmente oscura ed


indemoniata, la band sembrava uscita da un lavoro di Kenneth Anger e la musica
stava coinvolgendo il pubblico, composto in larga parte da giovanotti longilinei con
magliette di Slayer e Misfits, in un moshpit come non ne avevo mai visti prima.
C’era un sacco di sangue, e alcuni tizi sferravano dei gran pugni e dei calci alti.
Quella è stata la volta in cui ho visto i primi segni di quel tipo di ‘moshing coreo-
grafato’, capisci cosa intendo? Gente che aveva per forza fatto pratica davanti allo
specchio. C’erano circa mille persone al concerto, ed almeno il 75% di loro si stava
sbattendo di brutto di fronte al palco. Me compreso, ovviamente, ero lì anch’io
con le mie mosse da Karate Kid. Si legava bene alla musica, un bel ritmo diretto co-
struito con acciaio e cemento”.

Nel 1995 Spin Magazine riportò la notizia che alla fine il moshing si era ri-
torto contro lo stesso Glenn Danzig. L’artista H.R. Giger aveva infatti citato in
35
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 36

giudizio Danzig per l’uso non autorizzato delle sue opere sulle t-shirt della
band. Giger assunse quindi un messo che attraversò in body-surfing tutto il
moshpit per riuscire a consegnare la citazione direttamente nelle mani del can-
tante.
Tutti questi gruppi riempivano grandi auditorium e vendevano notevoli
quantità di dischi. Ma fu il Lollapalooza che presentò alle masse questa visio-
ne di una nazione alternativa formata da giovani con le medesime idee. Il Lol-
lapalooza beneficiò dell’ascesa e della morte di Cobain, e del neoliberalismo
dell’era Clinton che permise ai giovani di esplorare culture diverse, protestare
e abbandonarsi apertamente alla ribellione. Il Lollapalooza dettò anche le re-
gole su come dovesse essere un moderno festival rock. Un sacco di punk, un
sacco di metal, un sacco di hardcore, un sacco di rap-metal, e qualche vecchio
nome glorioso (i Ramones, Iggy, Dylan) per dare alla cosa un po’ di continuità
con il passato. Gli eventi di successo del rock contemporaneo, come il Reading
Festival o la kermesse di moshing e skateboard rappresentata dal tour annua-
le organizzato dalla Vans, devono tutto al Lollapalooza. Anche il fenomeno del
moshing di massa, che ha causato morti e feriti in tutto il mondo, ha le sue ori-
gini nel comportamento delle immense moltitudini di gente che andava ad as-
sistere al Lollapalooza nei primi anni novanta.
Peter Farrel ha inizialmente conquistato il mondo con i Jane’s Addiction, una
miscela grezza di psicosi tossiche e notevole perizia strumentale. Poi, dal 1991
in avanti, Farrel si è dedicato all’organizzazione del festival itinerante Lollapa-
looza.
Il nome Lollapalooza, che richiama qualcosa di sconosciuto o comunque
di fuori dal normale, fu originariamente tratto da un film dei Tre Marmitto-
ni. Mettendo insieme hip-hoppers come i Beastie Boys, il Wu Tang Clan e i
Cypress Hill, i punk vecchia scuola come i Rancid, i Ramones e i Sonic Youth,
e alcuni dei gruppi più recenti e innovativi come Nine Inch Nails, Beck e le Ho-
le, il Lollapalooza fece conoscere all’americano medio l’hip-hop, la retorica
culturale ed il nuovo rock. L’idea originale era di organizzare un festival che
girasse per tutti gli Stati Uniti mettendo a contatto l’una con l’altra varie con-
troculture. Di soldi non ne giravano tanti nel 1991, così, sulla scia dell’otti-
mismo seguito all’improvviso successo commerciale dei Nirvana, il concetto
del Lollapalooza come “un ottimo affare” (vedere i Jane’s Addiction, i But-
thole Surfers, Ice-T e un sacco di altri per un prezzo economico) fece imme-
diatamente presa.
E mentre questa tipologia nuova di festival si faceva largo attraverso tutta
l’America degli anni ‘90, i mass-media iniziarono a mostrare ai genitori qual-
cosa di nuovo: inesorabili ondate di moshing, sommosse e feriti nelle prime fi-
le del Lollapalooza. Tutto a un tratto quello che sino ad allora era stato
confinato in sudici localetti rock dalla pessima reputazione si era spostato sot-
to agli occhi di tutti, negli spazi aperti dei campi sportivi e delle arene.
36
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 37

Il secondo Lollapalooza si tenne nel 1992 ed ebbe come headliners10 i Red


Hot Chili Peppers, all’epoca la ragione principale dietro alla comparsa un po’
ovunque nel mondo di giovani moshers atletici, ben messi e appassionati di
skateboard. Oltre a loro suonarono anche i Pearl Jam ed i Soundgarden. I ban-
chetti ove aderire ad iniziative politiche, le tende dove farsi fare dei piercing e
i chioschi per la vendita di hamburger vegetariani erano all’ordine del giorno.
Durante il Lollapalooza del 1994, a Rhode Island qualcuno nel pit finì pa-
ralizzato mentre sul palco suonavano i noisers giapponesi Boredoms. Il fanta-
sma di Kurt Cobain aleggiava pesantemente sopra l’edizione del 1994. Era
appena morto, e sino al momento del suo decesso tutte le intenzioni erano sta-
te di avere i Nirvana come headliners di quell’anno. Ovunque in mezzo alla fol-
la potevano vedersi magliette dei Nirvana, e la vedova di Cobain, Courtney
Love, camminava in mezzo alla gente in maniera totalmente amichevole e fir-
mando autografi.
C’era comunque sempre molta politica. L’associazione delle famiglie contro
le condanne obbligatorie (Families Against Mandatory Sentences) stava mani-
festando contro alcune sentenze da dieci a venticinque anni di carcere per pos-
sesso di LSD, sentenze che si basavano sul peso della carta che era stata
imbevuta di acido. Durante la serata di apertura del tour, prima ancora che
qualcuno salisse sul palco principale, il moshpit era ampio e minaccioso. Un
gruppo di monaci tibetani venne accolto con dieci minuti di urla, moshing e
lanci di bottiglie di plastica e spazzatura. Il manager dei monaci salì sul palco
e disse “Pensavamo di presentarvi questi monaci perché sono dei rappresen-
tanti di una cultura in grave pericolo. In tutta sincerità, però, sono molto più
preoccupato per voi”.
Un notevole diario online del Lollapalooza del 1995 fu scritto, tra gli altri,
da Courtney Love, Beck e dai tanto loquaci quanto elitari membri dei Sonic
Youth. Questi ragazzi avevano buone ragioni per ritenersi la parte più “artisti-
ca” del festival, e a discapito di tutto i loro interventi furono la cronaca di un
progressivo allontanamento da qualsiasi spirito di pace, amore e fratellanza in
favore di un mondo di rock per stupidi palestrati.
Steve Albini, il produttore dei Nirvana, liquidò il Lollapalooza del 1995 co-
me “uno spettacolo da maiali”, in cui i gruppi lasciavano che la loro musica fa-
cesse da sfondo ad un concorso di Miss Maglietta Bagnata organizzato da un
pubblico “insopportabilmente grossolano”. Beck riferì che “un brulicare di sel-
vaggi lanciava bottiglie, pantaloni, quaderni e preservativi srotolati sia sul pal-
co che sulle nostre teste”. Beck invitò anche “tutti gli arroganti muscolosi a
prendersi a craniate tra loro sino a quando ce n’è”.

10
Si intende per “headliner” la band principale di un concerto in cui sono presenti più grup-
pi. Quella che usualmente suona per ultima e per più tempo.

37
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 38

Lee Ranaldo dei Sonic Youth disse che il moshing che vide durante il festi-
val sembrava “un simpatico passatempo adottato dai palestrati e dai ragazzi
delle confraternite universitarie in mancanza della lotta libera”. Ranaldo scris-
se anche che alla fine del set delle Hole Courtney Love si gettò in mezzo alla
folla per poi riemergere dal pit in topless. La security cercò inutilmente di co-
prirla mentre lei alzava le mani sorridendo e mostrando il dito medio al pub-
blico.
Secondo Ranaldo l’audience era divisa tra:
– tizi poco più che ventenni, sudati e a torso nudo, che giravano in gruppi
da tre o sei persone, senza ragazze;
– giovani ragazzine ancora teenagers con facce, vestiti e modi di fare che
erano esattamente l’opposto di quelli dei ragazzi. Non molte di loro erano ac-
compagnate dai fidanzati, e quelle che lo erano stavano generalmente insie-
me a tizi con l’aria da docili collegiali, quelli che Courtney Love aveva
soprannominato “math-boys”11.
Con il passare degli anni il festival perse la sua posizione sempre all’avan-
guardia, fu accusato di scritturare dinosauri del rock come i Metallica e di al-
lontanarsi sempre più da quella stessa frangia di giovani progressisti che aveva
contribuito a plasmare. Dopo che si era insegnato il moshing alla massa, ora
la massa stava invadendo il pit, impadronendosene e costringendo i moshers
più tranquilli a farsi da parte.
Nel 1996 il Lollapalooza fu inaugurato a San Jose da una riunione di monaci
cinesi dediti al kung-fu Shaolin, che furono bersaglio di un lancio di bottiglie da
parte di gruppi di ignoranti maleducati stile Beavis e Butthead che indossava-
no magliette sbiadite dei Metallica. La concezione originale del festival si era or-
mai offuscata parecchio. Durante le sequenze di combattimento ci furono
boati di approvazione, una serie infinita di urla come “yeaaah monaci!” e co-
se del genere che soffocarono completamente i discorsi sulla pace interiore che
accompagnavano la dimostrazione. La politica era confinata alla “Brain
Through”, una piccola tenda che catturò l’attenzione dei palestrati solo perché
vi si distribuivano gratuitamente profilattici Trojan. E alcuni dei prezzi praticati
dai vari banchetti, che vendevano i soliti ninnoli inutili e delle magliette di pes-
simo gusto, avrebbero fatto arrossire persino un venditore di auto usate.
Reaz Sacharoff, una slam-dancer ventiduenne intervistata nel 1996, si la-
mentò dello stato in cui versava il moshing. Disse che la “polizia culturale del
pop”12 si era indignata per quella che pensava essere l’ennesima minaccia al-
la società da parte della controcultura.

11
Letteralmente i “ragazzi della matematica”, un modo ironico per definire chi ha l’aria da
bravo ragazzo studioso.
12
Modo di dire indicante una fantomatica “élite culturale” che vorrebbe stabilire cosa può
essere considerato accettabile e cosa no all’interno della sottocultura pop.

38
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 39

“La gente si fa del male solo ora che è diventato di dominio pubblico, perché non
ne conosce le regole, per non parlare poi della cultura da cui proviene. Oggi l’ap-
passionato di ‘musica alternativa’, che tempo fa mi guardava stupefatto mentre
mi lanciavo nella slam-dance, vorrebbe mettersi a fare moshing su qualunque zuc-
cherosa ballata pop che un chitarrista tira fuori dal suo distorsore”.

Lo scrittore Jeff Inman ha detto: “All’improvviso tutto sembra essersi orien-


tato in funzione di questi medio-borghesi dei quartieri bene con troppo dena-
ro e troppa adrenalina“.
Con l’inizio del nuovo millennio il termine “mosh” e la nozione di cosa fos-
se un moshpit balzarono inaspettatamente all’attenzione del grande pubblico
americano, e questo grazie al bizzarro intervento di alcuni dei più famosi po-
liticanti di estrema destra. Durante le primarie Repubblicane del 2000, tutti a
partire da George W. Bush rimasero coinvolti in una controversia quasi dadai-
sta sul moshing. Non arrivarono i primi giorni del 2001 che tutti gli scribacchini
di quarta categoria già parlavano di gente che “saltava nel moshpit della vita”,
gli scrittori pornografici narravano di “moshpit sessuali per due”, le donne Le-
tizia della situazione elargivano consigli sui “moshpit coniugali” e le diatribe
politiche al Congresso venivano definite “moshpit verbali”.
Iniziò tutto quando il regista satirico Michael Moore convinse un candida-
to presidenziale di destra e paladino dei valori della famiglia, Alan Keyes, a sal-
tare in un “moshpit portatile” che Moore, con l’aiuto di un’eterogenea
masnada di attivisti politici in dreadlocks già noti per via della campagna “Ro-
ast Starbucks“13, si stava trascinando da uno stato all’altro seguendo le pri-
marie Repubblicane. Moore sfidava tutti i candidati a “tuffarsi per la
democrazia” e a fare “body-surfing sull’elettorato”. Diceva che Al Gore avreb-
be dovuto cavarsela bene nel pit, visto che è uno di quei pochi casi nella vita
in cui essere poco flessibili può essere un vantaggio. Pensava anche che per il
Senatore John McCain, veterano del Vietnam, il pit sarebbe stato una passeg-
giata dopo il suo famoso soggiorno all’Hanoi Hilton14.
“Supporteremo incondizionatamente qualsiasi candidato che si tufferà nel
pit”, dichiarò Moore. “Per chiunque di loro sarà sicuramente la maniera più fa-
cile per ricevere un qualsiasi supporto. A differenza del modo con cui otten-
gono solitamente i loro appoggi, prendendo grandi somme di denaro o
facendo accordi sottobanco in cambio di favori, tutto quello che noi chiedia-

13
Campagna di protesta organizzata dalle organizzazioni per i diritti civili e mirata a con-
vincere la celebre catena americana di coffe-house Starbucks ad utilizzare e vendere caffé del
Commercio Equo e Solidale.
14
Nomignolo ironico con cui viene indicata la terribile prigione vietnamita di Hoa Loa, nella
quale venivano rinchiusi i soldati americani catturati durante la guerra.

39
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 40

mo per concedere il nostro supporto è di lanciarsi tra le braccia aperte di un


centinaio di giovani degenerati – ma regolarmente abilitati al voto”.
Durante il gennaio del 2000 Moore trainò in giro il moshpit su un camion
scoperto, attraversando in lungo e in largo lo stato e invitando i candidati a sal-
tare in questa “massa brulicante e tatuata”. La risposta dei politici fu varia. Lo
stupito e spaventato multimilionario Steve Forbes camminò velocemente a la-
to del pit alzando in alto i due pollici. George Bush invece urlò a Moore e ai suoi
moshers “comportatevi bene e trovatevi un lavoro vero”.
Questa trovata sul moshing seguiva la scia di un altro evento in cui fu sem-
pre coinvolto Moore, durante il quale i Rage Against The Machine si presen-
tarono al New York Stock Exchange con un gruppo di moshers e,
improvvisando una performance, riuscirono a far si che venisse premuto l’al-
larme per farne chiudere i pesanti cancelli d’acciaio.
Quando l’offesissimo candidato repubblicano e attivista di destra Gary Ba-
uer, che ben ricordava l’attacco allo Stock Exchange, vide Moore ed il suo mo-
shpit in azione a Des Moines, chiamò la polizia che arrivò in forze con cinque
volanti ed un cellulare per arrestare il pit. Quando i poliziotti arrivarono e si tro-
varono davanti un gruppo di giovani, alcuni dei quali con i capelli tinti di blu e
i piercing ai capezzoli, che in un piccolo recinto saltavano selvaggiamente al rit-
mo dei Rage Against The Machine, non riuscirono più a trattenere le risate. La
polizia chiese comunque al pit di sgomberare, ed è qui che iniziarono sia i guai
che il vero divertimento.
Il pit si spostò con il suo camion lungo la strada, in direzione di un conve-
gno organizzato presso il municipio locale dall’ex-ambasciatore di Ronald Rea-
gan alle Nazioni Unite, il politico di colore e conduttore radiofonico Alan
Keyes. Quando il camion arrivò di fronte al municipio, qualcuno dello staff di
Keyes uscì per vedere a cosa fosse dovuta quella confusione. Quando fu in-
formato del fatto che il politico avrebbe potuto ottenere il supporto del pro-
gramma televisivo nazionale di Moore “The Awful Truth”, il responsabile
nazionale della campagna di Keyes diede una prova di pragmatismo tipica-
mente Repubblicano e si lanciò nel pit, sperando che bastasse questo ad assi-
curarsi l’appoggio. Ma ai membri dello staff venne detto che doveva essere
proprio il candidato a tuffarsi se voleva essere supportato. Pochi minuti più tar-
di Keyes emerse dal municipio e, nonostante le vibranti proteste delle sue guar-
die del corpo dei Servizi Segreti, si arrampicò su un palco improvvisato con il
cassone del camion e si lanciò di schiena nell’ululante e pulsante moshpit. Sor-
retto come su un’onda dalle braccia della piccola, ma compatta, folla, riuscì a
fare body-surfing sull’intero pit. E fece pure un po’ di slam-dancing con un ra-
gazzo liceale dai capelli a spunzoni prima di uscirsene dal pit con ancora la sua
cravatta ben dritta. Più tardi raccontò “Uno dei ragazzi che era lì mi guardò e
disse ‘Lo sai, sei la prima persona che vedo tuffarsi in un moshpit ed uscirsene
con ancora la cravatta dritta’”. Pare che Moore abbia detto che tutti loro sa-
40
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 41

pevano già che Alan Keyes fosse pazzo, solo non sapevano quanto effettiva-
mente lo fosse.
Durante il successivo dibattito tra i candidati repubblicani alla presidenza,
che i media descrissero come il momento culminante della campagna eletto-
rale condotta sino a quel momento, Bush e Keyes discussero e litigarono per
parecchio tempo riguardo al moshing. La Reuters descrisse la cosa come “sur-
reale”. Fu il futuro presidente George W. Bush a dar fuoco alle polveri quan-
do si girò verso Keyes per chiedergli “Come ci si sente a stare in un moshpit?”,
al che Keyes – ovviamente già in odore di successo – rispose “Devo dire che è
stato parecchio divertente. Mi è piaciuto”.
Gary Bauer definì Keyes, che è profondamente pro-famiglia ed è molto po-
polare tra la comunità evangelica dei Born Again Christians, una persona “an-
ti-famiglia, anti-polizia, e a favore dei terroristi” perché fece moshing al suono
della musica dei “The Machine Rages On” (sic). “È il tipo di musica” suggerì
Bauer “in cui erano immersi sino al collo i killer della Columbine High Scho-
ol15“.
“Sino a che non me l’hai detto tu” rispose Keyes “non avevo idea di che
musica fosse. Non ho avuto nulla a che vedere con quella musica. Riconosco
però che volevo davvero gettarmi nel moshpit. E sai perché l’ho fatto? Perché
penso che quell’esempio spieghi bene quale sia il tipo di fiducia nella gente che
è il cuore e l’anima della campagna Keyes... e quando tu ti fidi di loro, loro ti
sostengono”.
I cinquecento rappresentanti dei media risero a crepapelle mentre alcuni dei
potenziali presidenti Repubblicani si guardavano in giro preoccupati. Qualco-
sa stava succedendo, e non avevano idea di cosa fosse. Saltò fuori che c’era
del metodo nella follia di Keyes. Il giorno successivo alla sua avventura nel mo-
shpit guadagnò un inaspettato terzo posto nei sondaggi del comitato in Iowa.
A questo candidato outsider l’incidente del moshpit diede quindici minuti di fa-
ma, ed il quattordici per cento dei voti.
Ora il moshing è dappertutto. Siamo arrivati al punto in cui alcune band tra
le più intellettuali o quelle più legate all’ambito dei college sono totalmente
schifate dal moshing. E nessuno lo è più degli At The Drive-In, il gruppo pro-
dotto da Ross Robinson e sotto contratto con l’etichetta Grand Royal di pro-
prietà dei Beastie Boys. Gli stessi Beastie Boys che tempo addietro dominavano
aspri e scatenati moshpit e ora dicono che nel pit “la gente seria si fa seria-
mente male sul serio”.

15
Riferimento ad un grave fatto di cronaca che coinvolse una scuola superiore negli Stati Uni-
ti il 20 aprile del 1999, e che vide due studenti entrare armati nell’edificio scolastico per poi apri-
re il fuoco sui propri insegnanti e compagni di scuola. Alla fine rimasero uccisi 13 studenti ed
un insegnante, e ci furono 24 feriti.

41
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 42

Gli At The Drive-In si prendevano molto più seriamente di quanto la loro


musica (un misto tra i Jane’s Addiction, gli U2 e altra roba strana) potesse giu-
stificare. Ma nonostante questo hanno rappresentato un’esperienza virtuosa e
decisamente eloquente nel rock del nuovo millennio. Il cantante, Cedric Bixler,
un frontman abbastanza cupo e propenso a lanciare sedie sia in aria che ai ca-
meramen televisivi, si rivolgeva al pubblico dicendo di “scuotere il culo” e si è
ben divertito a flirtare con il lato più folle del rock prima di cambiare atteggia-
mento.
“Non voglio essere visto come un fascista o qualcosa del genere”, ha det-
to. “È solo che non credo che per una band sia così negativo pretendere che
ci si comporti bene l’uno con l’altro. E comunque c’è sempre qualcuno che non
riesce ad arrivarci, perché sono stati indottrinati dalla TV, dai giornali e da chis-
sà chi altro su come bisogna comportarsi ai concerti... noi siamo cresciuti ascol-
tando i gruppi hardcore, e punk, e questo è quello che è diventato. Lo
slam-dancing e le creste hanno avuto il loro spazio e fatto il loro tempo. Vo-
gliamo pompare nuovo sangue nella scena, perché c’è ancora tantissimo eli-
tarismo. Noi siamo contro quella brutalità macho e sciovinista che tanti gruppi
pensano sia ok”.
Durante un concerto sponsorizzato da NME16 nel 2001 all’Astoria di Londra,
Bixler gridò ai moshers: “Quando ero giovane il punk-rock era sinomino di nuo-
ve idee. Se l’unico modo in cui siete in grado di esprimervi è riempirvi di bot-
te, allora la controcultura non vi ha insegnato niente”.
April Long scrisse recensendoli sul NME: “Gli At The Drive-In ci pongono
una domanda: può il rock’n’roll essere salvato, o perirà in un roboante delirio
fatto di shorts troppo larghi e violenza neanderthaliana?”
E da qualche parte, là fuori, Iggy Pop cammina ancora sinuoso sul palco,
sciatto e volgare, come un ipnotico serpente del deserto che sorveglia il pro-
prio impero di ragazzi e ragazze che diventano bestie al solo vederlo. Ha cin-
quant’anni ma fa ancora il surf su quella gente, facendo dei versetti da
adolescente pazzo quando gli infilano le dita su per il culo. E suona ancora quel
vecchio e classico rumore bianco che ha dato il via a tutto una trentina di an-
ni fa.

16
“New Musical Express”, una delle più celebri testate musicali inglesi.

42
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 43

MISCHIARSI ALLA FOLLA


HOLE – BRIXTON ACADEMY, 1999

In una calda serata estiva del 1999 calarono sulla Brixton Academy le Ho-
le, il gruppo punk-rock guidato dalla vedova di Kurt Cobain, nonché stella del
cinema, Courtney Love.
L’Academy è un rifugio sicuro per gli amanti del rock, può contenere sino
a 5000 persone ed è un posto favoloso per veder suonare un gruppo punk op-
pure per fare moshing. Giocò un ruolo cruciale nel far emergere quella nuova
musica che si fondava sulla ribellione e la voglia di cambiare. Il quartiere di Brix-
ton suona come un rimbombo sordo di culture che collidono, e l’Academy è il
cuore pulsante di quel rombo.
In principio era un cinema, ma adesso è l’arena perfetta per i gladiatori del
moshing: nel salone principale c’è una certa pendenza, tipica delle vecchie sa-
le cinematografiche, che conduce inesorabile sino al palco e al moshpit. Che
tu lo voglia o meno, mentre ti avvicini al pit finisci per acquistare velocità e pro-
vare una sensazione come se nessuno potesse fermarti. Ti ritrovi a cammina-
re attraverso questo vecchio palazzo delle meraviglie sentendoti come un Mad
Max che si lascia alle spalle la società civile per entrare in un mondo post-apo-
calittico.
La pendenza del vecchio cinema favorisce un aspetto profondamente si-
gnificativo del moshing. Gli spettatori più giovani, più in forma, più coraggio-
si si spingono fino in fondo, pigiandosi l’uno sopra l’altro, mentre alle loro
spalle un pubblico più prudente, più vecchio e meno accalcato può vedere ogni
cosa – il gruppo che suona e il pit che esplode. Per ogni persona indomita che
sta davanti, ce ne sono due neutrali che si godono lo spettacolo dalla distan-
za di sicurezza. E l’attrattiva è reciproca. Quelli troppo vecchi per il rock’n’roll
ma troppo giovani per morire si godono da spettatori questo sport bizzarro,
mentre i ragazzini dal canto loro hanno un pubblico per il loro comportamen-
to audace, folle, estremo. Non capita spesso che i ragazzi si comportino in ma-
niera folle o estrema senza avere un’audience.
Non molto tempo fa una congregazione Battista fu sul punto di comprare
l’Academy con l’intenzione di convertirla in una chiesa. La perdita di una sala
concerti così grande ed elegante – e con una politica innovativa nella pro-
grammazione degli show – avrebbe procurato un danno gravissimo alle scene
hardcore-punk e nu-metal che stavano emergendo. Grazie a Dio l’accordo sa-
cro andò in fumo. Salvata da Dio, ora l’Academy è di nuovo saldamente nelle
mani di Satana, e non lo è mai stata così tanto come nella notte del concerto
delle Hole.
43
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 44

Le Hole fecero uno show emozionante, mettendo in mostra la loro indole


di fronte alle 5000 persone che volevano portarsi a casa un pezzo di Courtney
Love, la donna autodefinitasi “uno studio vivente sulla demonologia”. E lei in
cambio rovesciava sul pit il suo bagaglio di desideri e di tensioni interiori. Im-
peratrice Vedova del Rock’n’Roll, vero e proprio sex symbol, stronza ai massi-
mi livelli, stella del cinema: la punk rocker definitiva, insieme a Debbie Harry e
Anita Pallemberg. Per il suo pubblico di giovanissimi rappresentava un mix po-
tente ed inebriante. Un marito multiplatino che si è sparato nella testa. Tocca-
ta centinaia di volte dalle mani dell’eroina. Tanti ottimi album al proprio attivo,
tra cui l’ultimo (per l’epoca) “Celebrity Skin”, controverso e al tempo stesso
perfetto da passare in radio. E soprattutto, in questo specifico contesto, un’ico-
na per ragazzine intelligenti e di buona famiglia che con tutta probabilità stan-
no dando ai loro genitori parecchi motivi per cui preoccuparsi.
La Love era una persona estrema, psicologicamente parlando era davvero
al limite. La sua gonna aderentissima si fermava appena sotto alle mutandine,
e bastava il minimo movimento della gamba o una qualsiasi posa a chitarra ab-
bassata per mostrarle deliberatamente. Era tutto quello che un’icona deve es-
sere, una pira fiammeggiante di arte e sesso. Chi la vide quella sera ricorderà
per sempre la sua sensualità esuberante e la musica fenomenale della band.
Ma quelli più vicini allo stage avranno altri ricordi.
Stava in piedi al limite estremo del palco, invitando tutto il pubblico a sali-
re su con lei. Cantò il dolore delle sue perdite personali, piangendo in modo
sin troppo esplicito la scomparsa di Cobain con canzoni che parlavano di ra-
gazzi ascoltati alla radio, che si distruggono con estrema rapidità, ma che sva-
niscono tanto tanto lentamente. Quello show delle Hole a Brixton si trasformò
nel moshpit più pericoloso in cui mi fossi mai trovato.
Courtney Love è celebre per il suo stage-diving, per il crowd-surfing e per-
ché sa come stuzzicare il pit. Secondo Michael Stipe, il cantante dei R.E.M., lei
è una persona che ama davvero mischiarsi alla gente. Iniziò relativamente tar-
di a praticare questa disciplina. Nel 1991 vide Mark Arm dei Mudhoney che fa-
ceva stage-diving in pressoché tutte le serate del tour, lanciando la sua figura
longilinea tra le accoglienti braccia dei suoi fan. All’Astoria di Londra decise di
rischiare anche lei. Centinaia di mani si protesero per afferrarla, ma nonostan-
te fossero senza dubbio accoglienti, non è che fossero poi troppo amichevoli.
La palpeggiarono, le strapparono i vestiti e cercarono di ficcare le dita in qual-
siasi buco riuscissero a trovare.
Quando finalmente riuscì a ritornare sul palco era in lacrime e quasi total-
mente nuda. Riversò un fiume di insulti sulla folla e, ancora sconvolta dal-
l’esperienza, fece a pezzi la sua chitarra. “Si frantumò in un milione di pezzi”
raccontò poi alla rivista Siren. “È stata una scena totalmente rock. L’ho proprio
distrutta. Non stavo ragionando, non ero in me. Io so essere anche molto istin-
tiva, posso sfasciare la mia chitarra di fronte a milleseicento persone e poi non
44
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 45

dare alcuna spiegazione – vaffanculo! Troppe cose erano andate storte, e io ero
veramente incazzata. Quella notte ho probabilmente causato almeno cinque-
mila dollari di danni”.
Quell’esperienza la perseguitò per parecchio tempo, e qualche anno dopo
postò su internet una reminiscenza delle sue sensazioni: “Quando mi hanno
spinto indietro sul palco ero praticamente nuda, ed ero stata toccata ovunque
da mani sporche… eccetera… CHE SIGNIFICA ECCETERA? Beh significa solo
eccetera. Ho poi visto una foto che ritrae quel momento, stavo sorridendo, fa-
cendo finta che andasse tutto bene. Immagino che iniziai a realizzare che in
fondo era stata tutta colpa mia – per essermi schiarita i capelli, per essermi truc-
cata e per essermi vestita con un abitino un po’ corto”.
Durante un tour dei Nirvana vide succedere la stessa identica cosa ad una
ragazza del pubblico. In un altro dei suoi post su internet scrisse:

“Ero a Odgen nello Utah, al lato del palco, e osservavo il modo in cui quella ragazza
veniva fatta passare sopra le teste durante ‘Rape me’. Tutti guardavano fissi da-
vanti a loro… mentre le strappavano la maglietta, il reggiseno, i pantaloni – ne
aveva un paio alla pinocchietto, di stoffa leggerissima – le mutandine… mentre le
straziavano il seno con entrambe le mani… la sua faccia era sfigurata da un urlo e
gli uomini erano completamente inespressivi – E GUARDAVANO FISSI DAVANTI A
LORO – i miei occhi si soffermarono su una strizzata di seno particolarmente vio-
lenta e seguirono la mano giù sino al suo proprietario – un piccolo punkettino
grunge fighetto con la faccia carina da bambino – a quel punto gridai, strattonai
Novoselic, e gli indicai cosa stava accadendo – lui saltò diritto in mezzo alla folla, e
Kurt fece accendere tutti i riflettori – io potevo indicare con certezza solo il ragaz-
zino carino, mentre la ragazza era sanguinante ed in preda ad una crisi isterica –
sembrava che la pancia e il seno le fossero stati artigliati da un branco di sciacalli o
di spettri famelici usciti dal più freddo degli inferni del Bardo1“.

Dopo la morte di Cobain nell’Aprile del 1994, la Love non si chiuse da so-
la nel lutto per molto tempo. Si buttò invece a testa bassa in una fitta agenda
di concerti dove i suoi stage-diving e la sua volontà di lasciarsi profanare dal pit
vennero visti dai mass media come parte degli sforzi dolorosi che stava com-
piendo per esorcizzare il fantasma del marito. Saliva sul palco indossando il ve-
lo da vedova: “Era divertente giocare con certa iconografia, arruffianarsi il
pubblico. Iniziai a vestirmi di nero durante i concerti, cosa che non avevo mai
fatto in vita mia. E poi spinsi tutto all’esasperazione. Mi facevo i ricci tutte le
fottute sere. Facevo la mia disgustosa pantomima contro il mondo dello spet-

1
Nel buddhismo tibetano si intende con questo termine l’insieme di stadi intermedi che l’ani-
ma attraversa tra la morte e la rinascita, come spiegato nel “Libro Tibetano dei Morti” (“Bardo
Thodol”).

45
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 46

tacolo tutte le fottute sere. Una volta a Minneapolis mi ero messa dei tacchi da
quindici centimetri ed un vestito così aderente che riuscii a malapena a fare sta-
ge-diving”.
Durante il suo tour, che durò fino all’autunno del 1994, la Love insultò i suoi
fan, gli sputò acqua addosso e gettò persino dei bambolotti nel pit. Il più del-
le volte vi si tuffava anche, sostenuta da mani che la palpeggiavano ovunque.
La scrittrice Poppy Z. Brite descrisse “i suoi occhi spalancati ed impassibili e le
sue membra rigide mentre i vestiti le venivano strappati di dosso ed il suo cor-
po maltrattato. Guardare Courtney fare stage-diving era come guardare una
donna impegnata in una dolorosa penitenza”.
Nel novembre del 1995 si recò al tribunale di Orlando, in Florida, dopo che
due fan l’avevano strumentalmente accusata di averli picchiati nel moshpit du-
rante un concerto. Il giudice respinse ogni accusa facendo notare che comun-
que le lesioni riportate dai due non erano poi molto peggio di quelle che ci si
poteva ragionevolmente aspettare di subire ad un “concerto punk-rock”.
Parlando con MTV, la Love cercò di razionalizzare gli esorcismi personali che
praticava sul palco: “Penso che molti si aspettino che io debba isolarmi in me
stessa e, chessò, magari farmi di qualche droga o altro per, chessò, cinque an-
ni. Ma non è quello che voglio fare. Sapete, io ho una bambina. E devo gua-
dagnare per mantenerla… e farlo è l’unica cosa che mi fa sentire davvero
bene”.
Quando arrivai all’Academy incontrai Mayumi, una punk giapponese un bel
po’ fuori di testa. Era eccitata sia per essere di nuovo all’Academy, un locale che
amava, che per essere a un concerto delle Hole, per le quali nutriva la massi-
ma stima. Ma nonostante questo si lanciò in una lunga e a suo modo coeren-
te polemica contro l’album “Celebrity Skin”, che dal suo punto di vista era un
lavoro rovinato da smanettoni del computer e da “teste di cazzo come David
Geffen”. Conobbi Mayumi nel moshpit. La si vede in giro pressoché ovunque,
e come molti altri che quella sera erano tra il pubblico preferisce orientarsi ver-
so il mondo dei concerti punk in posti occupati, dei festival anarchici e della po-
litica rivoluzionaria. Ma non fa parte del gruppo di quelle che pensano che
“Courtney ha ucciso Kurt” – anzi, pensa che quella di Cobain non sia stata poi
una gran perdita – sa riconoscere le differenze tra musica e ideologia e am-
mette che nel corso degli anni le Hole hanno comunque fatto delle ottime co-
se.
Mentre mi facevo strada verso il palco notai che la maggioranza delle per-
sone con piercing e capelli decolorati che vedevo intorno a me era, strana-
mente, di sesso femminile. Un fenomeno quantomeno singolare. I diversi
generi che scatenano il moshing nel pit sono solitamente appannaggio di band
composte da uomini – gruppi che esprimono nel dettaglio il punto di vista ma-
schile su tematiche quali omo ed eterosessualità – e la maggioranza della gen-
te che li venera è composta da ragazzi maschi. L’hard rock si fonda ancora
46
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 47

molto su una certa concezione della sessualità maschile. E l’altro lato della me-
daglia è solitamente un’attitudine inequivocabile nei confronti della sessualità
femminile.
Le Hole si rivolgono ad un pubblico parecchio differente: le Riot Grrrl2, prin-
cipessine borghesi traviate che si eccitano con il punk-rock, che idolatrano don-
ne di un certo livello come Patti Smith o Camille Paglia, che condividono con
i loro amici maschi un certo qual tedio esistenziale. Sono brave ragazze, non
necessariamente più furbe delle loro controparti maschili, ma di certo molto più
a loro agio con il mondo delle idee astratte. Sono avide lettrici di libri impe-
gnativi e stimolanti. I ragazzi invece tendono a esprimere loro stessi in modi più
primitivi – come ad esempio nel moshpit.
Courtney Love ha tentato più volte di donare nuova linfa a questo movi-
mento neo-femminista delle Riot Grrrl, che cercava di portare in primo piano gli
aspetti della sessualità femminile tra l’onnipresente sessismo del panorama
rock. Le Hole sono un gruppo quasi esclusivamente al femminile, e la Love ha
collaborato a diversi progetti gestiti da sole donne. Quando le prime Riot Grrrl
iniziarono a farsi vedere ai concerti delle Hole con le parole “sgualdrina” e “put-
tana” scritte con il rossetto su tutto il corpo, Courtney iniziò a chiedersi se al-
meno qualcuna delle ragazze stesse davvero apprezzando l’ironia di quanto
stavano facendo, o se in realtà si sentissero solamente incoraggiate a sembra-
re giovani ed indifese. Raccontò al Melody Maker che era molto preoccupata
dal fatto che la scena Riot Grrrl fosse diventata una cosa troppo da “tenere
bambinette tanto belline e sfigatelle. Credo che ciò che eccita tanto i mass me-
dia sia il messaggio che sta facendo passare oggi: le donne sono inette, le don-
ne sono ingenue, le donne sono innocenti, maldestre, delle marmocchiette”.
Mi posizionai almeno dieci file più indietro rispetto alle transenne che se-
paravano il palco dai fan. Se vuoi effettivamente fare del moshing – cioè sca-
tenarti in piena libertà, scalciando, spingendo, agitando i pugni – devi fare in
modo di avere un minimo spazio vitale, tenendoti un po’ lontano da dove c’è
il palco. Se a un grosso concerto punk come questo ti posizioni nelle prime tre
o quattro file, finirai sicuramente per essere stretto in quella sorta di nodo uma-
no pericoloso e inamovibile che si forma di fronte al cantante, con ottime pro-
babilità di cadere per terra ed essere schiacciato nel caso in cui quel rigido
agglomerato di persone si allentasse anche per un solo istante. Nel pit, come
del resto nella vita, è sempre meglio essere autonomi e poggiarsi saldamente
sulle proprie gambe.
Sempre più ragazze continuavano a muoversi verso il pit, sino a quando non
mi fu chiaro che a breve sarei rimasto schiacciato comunque. C’erano almeno

2
Termine vagamente traducibile in “ragazze rivoltose”, indica una specifica sottocultura fem-
minista e militante sviluppatasi negli anni novanta in seno alla scena punk e hardcore.

47
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 48

1500 persone che si muovevano in uno spazio dove solamente 700 sarebbe-
ro potute stare, se non proprio comode, almeno al sicuro. Circa metà del pub-
blico era composto da ragazze, la maggior parte delle quali aveva al massimo
diciassette anni, mentre il resto della calca era formato da ragazzi più o meno
coetanei. Qui e là c’era anche qualche tizio un po’ più vecchio, gente che sa-
rebbe stata considerata antiquata già negli anni ‘60: avevano indosso i vestiti
sbagliati, si comportavano da sfigati e con tutta probabilità erano lì solo per-
ché incuriositi dagli aspetti più scandalistici della vita di Courtney Love. O for-
se apprezzavano semplicemente la buona musica, chi lo sa.
Quando le Hole fecero il loro ingresso sulla scena il pubblico caricò istanta-
neamente verso il palco da tutte le direzioni. Come mi raccontò Mayumi più
tardi, “La maggior parte di queste ragazzine idiote non fa altro che passare le
serate su internet mentre ascolta nello stereo la sua merdosa collezione di cd.
Era come se le avessero buttate nel mezzo della guerra in Vietnam: ululavano,
piangevano, si immaginavano tutte le stronzate possibili”. Vidi un paio di ra-
gazze scomparire dalla mia visuale solo per riemergere pallide ed impaurite
qualche secondo più tardi. Questo non era il tipo di pubblico in cui poter tro-
vare qualcuno in grado di aiutarti a rimetterti in piedi se eri così sfortunato da
finire per terra. Questa gente non aveva esperienza. Quelle ragazze non era-
no assolutamente abituate a stare nel pit. Anche la situazione più innocua, il
pericolo più insignificante, le faceva letteralmente cagare sotto. Il punto del lo-
cale in cui mi trovavo viene normalmente definito moshpit, ma quella sera l’uni-
co motivo per chiamarlo così era la sua posizione geografica. Non c’erano altri
aspetti in comune con un vero moshpit. Nessuno stava ballando. In tanti non
sorridevano nemmeno. Non c’era il minimo spazio per fare del moshing, e i va-
ni tentativi di ricavarne uno da parte di alcuni volenterosi provocarono sola-
mente altra confusione e mi fecero decidere di levarmi di lì all‘istante.
Ma non c’era modo di uscirne. Ero in trappola come tutti gli altri, costretto
dalla tirannia della folla. E nel mentre Courtney Love era sul palco ad agitare
la sua chitarra, infiammando i suoi fan ed incitandoli a dare l’assalto al palco.
“Avanti! Avanti!” ruggiva mentre chiamava a raccolta il suo pubblico. La sua
furiosa sensualità scatenò il delirio dei presenti.
Essendomi posizionato in modo da poter fare moshing e senza pensare di
potermi trovare schiacciato, ero finito nella peggiore delle situazioni possibili –
incastrato nel mezzo di questa calca pericolosa, troppo avanti per riuscire a far-
mi strada verso le retrovie, ma non abbastanza vicino alle transenne per po-
termici appoggiare in caso di emergenza o, nella peggiore delle ipotesi, per
essere soccorso dai buttafuori. Non avevo molto controllo sui movimenti e ve-
nivo trascinato qui e là, ma guardandomi intorno potevo comunque vedere di-
verse situazioni rischiose in cui fino a trenta persone vacillavano per poi cadersi
addosso le une con le altre. E questa condizione di quasi totale disordine du-
rò per la maggior parte delle due ore seguenti.
48
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 49

I miei unici vantaggi erano la forza, la conoscenza del territorio ed il numero


infinito di volte in cui mi sono ritrovato in situazioni di ressa simili a questa.
Quello che so per esperienza è che in situazioni del genere è facile rischiare di
rimanere uccisi, visto che uscirne è molto impegnativo. E per quanto possa suo-
nare antisociale, l’unica speranza che hai è pensare prima di tutto a te stesso.
Mi ci vollero venti minuti di lotta con le unghie e con i denti per attraver-
sare i cinque metri che mi separavano dalle prime file, e una volta giunto lì mi
aggrappai alle transenne sentendomi relativamente in salvo. Durante l’ora
successiva riuscii a intravedere solo di sfuggita Courtney Love, impegnato co-
m’ero a cercare di tenermi al sicuro e a dare una mano ai crowd-surfers e alle
deboli ragazzine che mi passavano sopra la testa come una marea umana, di-
rette tra le braccia di preoccupatissimi buttafuori.
Una ragazza tedesca che stava esattamente dietro di me era accecata dal
terrore, non riusciva a respirare ed era sicura di stare per morire. Lo urlò rivol-
gendosi a me. Presa com’era dal panico si dimenticò di parlare in inglese, ma
alla fine riuscì a ricomporsi quel tanto che bastava da urlarmi in lacrime “Sto
per morire, sto per morire!”. In quel momento preciso non si trovava partico-
larmente in pericolo, infatti più che non riuscire a respirare era in iperventila-
zione, ma era così spaventata da credere sul serio che sarebbe morta. Provai a
calmarla un po’, ma effettivamente c’erano ben poche ragioni per cui potes-
se sentirsi più tranquilla. Alla fine, con sforzi notevoli da parte mia e di altri due
tizi adulti, riuscimmo ad estrarla di forza dalla calca e a passarla sopra le no-
stre teste sino alla security.
Alla fine, con mio grande sollievo, finirono anche i bis e lo show giunse al
termine. Strisce luccicanti di carta argentata caddero sul pubblico quando
Courtney Love balzò magicamente dal palco. Fu un gran bel concerto – sicu-
ramente uno dei migliori che io abbia visto – ma nella mia vita non sono mai
stato così contento di vederne terminare uno. Si percepiva uno straordinario
godimento da parte della Love nell’incitare l’audience in quel modo sconside-
rato, ma se per un gruppo c’è mai stato un concerto da dover interrompere
perché si ristabilisse la calma, il gruppo erano le Hole e il concerto era proprio
quello. I suoi incitamenti erano comprensibili ed il messaggio trasmesso era
molto forte, ma le conseguenze sarebbero potute essere drammatiche.
La settimana seguente, durante un concerto delle Hole in Svezia – nel qua-
le Courtney Love si presento vestita provocatoriamente in maniera molto suc-
cinta – una ragazzina diciannovenne morì schiacciata tra la calca, mentre
diverse altre persone subirono lesioni molto gravi. In seguito a questo avveni-
mento la Love dichiarò al quotidiano Toronto Sun: “Mi dispiace terribilmente
che qualcuno sia morto durante un festival. A quanto pare c’è sempre qual-
cuno che si fa male, che finisce in overdose o che viene schiacciato dalla folla.
Sembra che capiti a ogni singolo concerto”.

49
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 50

I CONTABILI DEL PUNK


VANDALS E ATARIS – SLOVENIA, 2000

Al nuovo punk americano, ed in particolare a quel sottogenere che alcuni


chiamano “jokester punk”1, interessa solo fare soldi.
I Vandals, in un modo o nell’altro, sono in giro sin dagli anni ‘80. Sono una
delle band che ha originato il punk goliardico, e smerciano un “hamburger
anarchico”2 composto da scherzacci infantili, cover di brani di John Travolta e
tanto merchandise: la causa più punk che supportano è la creazione di nuove
attività che vendano per corrispondenza il loro materiale.
I Vandals sono parecchio hollywoodiani, anche se in un modo molto parti-
colare. Hanno infatti contribuito alla colonna sonora del telefilm “The X-Files”
e ad alcuni autorevoli film neo-punk come “Suburbia” e “Dudes” della regi-
sta Penelope Spheeris. Hanno interpretato il brano “Evil woman” della Electric
Light Orchestra per un film della Paramount, e la cover del brano “Summer lo-
ving” dalla colonna sonora di “Grease” rappresenta il climax di ogni loro show.
I Vandals erano proprio lì al fianco di Green Day e Offspring quando ci fu
la rinascita del punk. Ma mentre l’era-Clinton ha assistito alla scalata dei loro
amici sino all’olimpo-crossover di Mtv e al pubblico delle grandi arene, i Van-
dals sono rimasti ancorati al più modesto circuito dei piccoli club, del moshing
selvaggio, delle prese di posizione pseudo-radicali e soprattutto all’idea di vo-
ler girare il mondo nel retro di un furgone.
Dalla line-up originale è rimasto solo un componente, il bassista Joe Esca-
lante. Escalante è il boss della Kung-Fu Records, una redditizia etichetta indi-
pendente punk che pubblica gli album di giovani band rivali come i già famosi
Ataris. Escalante, che si diletta anche a fare il torero, lavora pure come pro-
duttore cinematografico e in questa veste ha realizzato sia alcune opere usci-
te direttamente per il mercato home-video che il film “That darn punk”, nella
cui colonna sonora compaiono i Vandals, gli Ataris ed i Rancid.
I Vandals sono effettivamente un buon gruppo. Almeno una delle loro can-
zoni, “Marry me”, si merita di essere suonata sino a quando ci sarà qualcuno
che ascolterà punk. Descrive il percorso del vero amore partendo dalla lussu-
ria giovanile per arrivare al rigor mortis e all’agonia eterna del conflitto matri-

1
Letteralmente “punk goliardico”. Indica quelle band punk-rock caraterizzate da un’attitu-
dine goliardica, disimpegnata e caciarona.
2
“Anarchy burger” è il titolo di una celebre canzone contenuta nel primo album dei Van-
dals.

50
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 51

moniale. È in assoluto la cosa più intelligente che la band abbia mai scritto, ne-
vrotica e sfiduciata dai valori familiari imposti dalla società. Suggerisce che la
gente finirà per impiccarsi al proprio albero genealogico, e che – con un toc-
co di misoginia punk – “per il resto della tua vita matrimoniale sarà lei la mo-
glie terribile che ti sei sposato”.
Nel marzo del 2001 andarono in tour in Giappone insieme agli Offspring.
Sono stati infatti sotto contratto con la Nitro Records, che è di proprietà del
cantante degli Offspring, Dexter Holland.
I giovani protetti dei Vandals sono gli Ataris, uno tra i gruppi punk più ama-
ti negli Stati Uniti, in particolar modo all’interno di quel sottogenere goliardi-
co dominato dai loro buoni amici Blink 182. Come già i loro maestri, gli Ataris
si tengono buona compagnia con i personaggi influenti della scena punk. Nel
corso degli anni sono infatti stati prodotti da membri di Vandals, NOFX e Blink
182.
Formati nel 1997, gli Ataris hanno pubblicato quattro album in quattro an-
ni, suonato una media di 300 concerti all’anno, ed il loro cantante, il serafico
Kris Roe, ha fama di essere davvero un gran bravo ragazzo. Roe non è esatta-
mente un guerriero urbano, i suoi genitori infatti sono due hippies che gli per-
misero di lasciare la scuola a tredici anni. Una volta, dopo un concerto dei
Vandals, fece avere un demo a Joe Escalante che successivamente gli scrisse per
offrirgli un contratto con la Kung-Fu Records.
Gli Ataris sono il più classico dei fenomeni americani, il tipico merdoso pic-
colo gruppo pop che nasconde le sue squallide ambizioni di ricchezza dietro
la retorica e l’impegno artistico concreto di certo rock, in questo caso punk-
rock. Kris Roe scrive puerili canzoni emo3 che secondo la rivista Kerrang parla-
no di “giorni d’inverno, notti d’estate, guardare le stelle e problemi di cuore”.
Il NME dice di loro che hanno più a che fare con il pop patinato che con l’ener-
gia pura. Una delle canzoni scritte da Roe parla di preparare un mixtape4 per
la propria ragazza, decorando la cassetta con adesivi a forma di stella.
Gli Ataris, che hanno un’audience formata da ragazzini al limite della pu-
bertà, vogliono suonare sempre concerti “all-ages”5 e non vogliono transen-
ne tra loro ed il loro pubblico. Hanno mostrato a tutti qual’è il loro background

3
Attualmente con il termine “emo” si usa definire un genere musicale figlio del punk e del-
l’indie-rock americano, caratterizzato dall’uso smodato della melodia e da liriche intimiste, ro-
mantiche ed “emozionali”. A volte il termine viene usato anche in tono dispregiativo dai
detrattori del genere.
4
Un mixtape è una raccolta di canzoni registrata in un ordine preciso e solitamente su di
un’audiocassetta. Le canzoni possono essere assemblate seguendo un tema particolare, i gusti
di chi le compila oppure quelli del destinatario del mix.
5
Concerti a cui possono accedere spettatori di ogni età. Negli Stati Uniti alcuni locali per con-
certi vietano infatti l’ingresso a chi non ha l’età per poter consumare alcolici.

51
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 52

quando sono andati in tour con gli incredibilmente poppeggianti Blink 182. E
anche se Roe dice che non vuole finire come sono finiti i Blink 182 (riempien-
do palazzetti e arrivando in cima alle classifiche), questo potrebbe proprio es-
sere il futuro della sua band. Il gruppo ha inoltre aperto un proprio negozio di
dischi a Santa Barbara, il “Down On Haley”, e Roe ha anche prodotto uno dei
gruppi della scuderia Nitro, gli israeliani Useless ID, sinceri appassionati di fa-
lafel e nudismo.
Nel 2000 Escalante organizzò un tour della Kung-Fu Records, con i Vandals
come headliners e gli Ataris di supporto. In quell’occasione riuscii a vederli due
volte.
La data che si tenne al Garage, uno dei capostipiti tra i vecchi locali rock lon-
dinesi, un posto dove la security a volte evitava di interferire troppo e a volte
no, venne organizzata da John Curd di Straight, il più importante promoter
hardcore-punk di Londra. Ha supportato il punk dagli inizi, organizzando alcuni
tra i primi show a Londra con Blondie e i Clash. Ora è conosciuto come Mr.
Hardcore. Curd ha alle sue dipendenze una pit-crew6 personale, pronta e de-
cisa, e non si fa spaventare dalla vista di un po’ di sangue sotto al palco. Ha ge-
stito uno dei concerti più violenti a cui abbia mai assistito, uno show dei
newyorchesi Sick Of It All. Era stata una serata rovente, dove gli uomini erano
uomini ed i ragazzini venivano liquidati. Il vapore saliva da sotto al palco men-
tre i nerboruti gladiatori del pit si riempivano di botte l’un l’altro. Era tutto
estremamente violento, ma per nulla pericoloso. Alla fine tutti erano blu dai li-
vidi, ma i buttafuori non dovettero mai intervenire aggressivamente.
Il concerto dei Vandals insieme agli Ataris rifletteva l’abilità di Curd di con-
centrarsi sui rispettivi punti di forza di entrambe le band. Gli Ataris attirarono
un buon numero di ragazzini dei quartieri residenziali, tutti presi a mettersi in
pose scontrose o ad aggrottare le ciglia con fare arcigno. Questi ragazzini si al-
lenavano a fare la faccia dura davanti agli specchi del bagno degli uomini, per
poi marciare fieri in un moshpit di tipo “light” caratterizzato da una dose one-
sta di spinte, strattoni, risatine e saltelli. Ai bordi di questo pseudo-moshpit, con
sguardi cupi e carichi di disapprovazione, stavano i fan dei Vandals. Ed erano
più vecchi, più grassi e più ubriachi. Uomini vestiti di nero, membri della Beer-
gut Mafia7.
Oramai sono passati i tempi in cui potevi incontrare i punk originali del ‘77
ai bordi del pit o direttamente dentro. Adesso i veterani più anziani del pit so-
no dei tizi sulla trentina, molto poco raccomandabili, che seguivano il punk in
maniera marginale nei primi anni ‘90. Questa Beergut Mafia rappresentava una
grossa fetta del seguito londinese dei Vandals. Si vedevano come i padri fon-

6
Gruppo di persone incaricato di controllare che nel pit non succeda nulla di grave.
7
Letteralmente: “la ghenga delle panze da birra”.

52
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 53

datori del revival punk. Per quanto li riguardava, la musica della loro giovinez-
za era la migliore mai esistita, e se si parlava di musica seria allora quei pagliacci
dei fan degli Ataris non sarebbero stati in grado nemmeno di distinguere il cu-
lo dal gomito. Ironicamente, non sembravano nemmeno accorgersi che le ve-
re radici del punk partivano dal rifiuto della nostalgia e del falso
sentimentalismo. L’unica cosa che questi tizi avevano in comune con i veri punk
– oggi come allora – era la vanitosa e arrogante alta opinione di sé stessi.
Al Garage il pubblico rispose in maniera positiva agli inviti degli Ataris a
spendere soldi al banchetto del merchandise. E mentre i ragazzini più giovani
e meglio vestiti si accalcavano davanti al banchetto che vendeva magliette e
vecchi dischi, i fan veterani dei Vandals si impadronirono del pit. È una cosa che
accade di continuo.
Quando i Vandals iniziarono a suonare la Beergut Mafia si scatenò nel mo-
shing più goffo che io abbia mai visto. Questi tizi erano totalmente fuori for-
ma e troppo ubriachi per poter fare qualsiasi cosa che non fosse roteare le
braccia in ogni direzione, mulinellando gli uni contro gli altri, rovesciandosi per
terra le birre e facendo un casino terribile scivolando e cadendo sul pavimento
bagnato. Se il pit fosse stato davvero affollato questa scena sarebbe potuta es-
sere qualcosa di ben peggiore di uno spettacolo comico, ma per fortuna ave-
vano spaventato tutti gli altri lì intorno e quindi non stavano cadendo addosso
a nessuno se non a loro stessi. I fanatici degli Ataris ritornarono poco alla vol-
ta dalle loro spese folli, e mentre la Beergut Mafia perdeva rapidamente ener-
gia, le piccole termiti si fecero strada sino alle prime file giusto in tempo per
“Summer loving”. Un ragazzino dodicenne, con una cresta rosa ed i pantalo-
ni larghi che gli stavano inesorabilmente calando, fu tenuto in aria da una set-
tantina di ragazze e ragazzi per un lungo e solitario crowd-surfing. Dev’essere
rimasto lì sopra per almeno quindici minuti. Se la rideva di gusto, di una risata
innocente. Alla fine arrivò sino al palco e si tuffò, e quindi tutta la trafila iniziò
da capo un’altra volta. Penso che fosse una specie di mascotte per gli altri ra-
gazzi. Alla fine si ripresero il pit senza nemmeno dover lottare troppo. Queste
divertenti “guerre per il territorio” sono una caratteristica costante dei moshpit.
Nei primi giorni del dicembre del 2000 le strade di Ljubljana, la capitale del-
la Slovenia, erano tappezzate di poster che reclamizzavano una finta corrida,
ma che in realtà erano per il concerto di Vandals e Ataris che doveva tenersi al
Gala Hala nel complesso occupato di Metelkova. A Ljubljana tutte le persone
coinvolte in qualche tipo di attività underground parlano di Metelkova, che era
stato il quartier generale dell’esercito Yugoslavo in Slovenia durante il periodo
comunista. Dopo il crollo del comunismo, si sono impadroniti di quello spazio
diversi elementi rivoluzionari. Al giorno d’oggi quella località vastissima – una
volta alloggiava un intero esercito – è affidata a club di musica techno, artisti
e grafici anarcoidi come Stripcore, squatters e punk con creste viola, techno-
anarchici straight-edge, gallerie d’arte e molto altro ancora.
53
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 54

Secondo quanto riferisce la fanzine di Metelkova, M’Zin, “I capannoni di


Metelkova hanno un significato simbolico, sostituiscono un modello di re-
pressione ed uniformità con un modello di libertà e diversità”.
Quando il sole tramonta, però, la diversità di Metelkova non manca di as-
sumere aspetti minacciosi. Recentemente hanno convinto le autorità cittadine
a fornirgli l’elettricità, ma l’esterno è sempre avvolto da un’oscurità profonda,
con qualche lampadina che penzola precariamente da vecchi lampioni, dagli
alberi o dalle pareti dei palazzi. La calda e tremolante luce fornita dai nume-
rosi falò sparsi per i dintorni sembrava certamente più accogliente. Cani e bam-
bini vagavano dietro a gruppi sparsi di adulti che sembravano essere usciti da
un’opera di Dostoyevsky. Ragazzi e ragazze con i dreadlocks suonavano i bon-
ghi intorno a uno dei falò, mentre alcuni punkabbestia cercavano di scrocca-
re l’ingresso al concerto. Per terra c’erano lattine di birra dappertutto.
L’impianto elettrico era molto rudimentale. L’energia per il concerto era forni-
ta da un grosso e vecchio generatore situato all’esterno del Gala Hala.
Cosa avrebbero pensato i ragazzi che giravano a Metelkova, visto che c’era
un discreto numero di giovani punk che stavano facendo la fila per entrare, del-
la natura prettamente capitalista del punk goliardico? Le circostanze in cui i no-
stri eroi del punk si trovavano ora erano in notevole contrasto con la
pubblicazione di brani nella colonna sonora di “The X-Files” o con il fare un
tour negli stadi insieme ai Blink 182.
Entrare si rivelò particolarmente tedioso. Dovetti uscire dall’atrio del Gala
Hala, che era dove si trovava la biglietteria, e andare da un’altra parte per com-
prare un biglietto tanto bello quanto poco economico che diceva che il con-
certo era organizzato da SKUC, un’organizzazione culturale attiva all’interno
di Metelkova. Il tizio che mi vendette il biglietto, un capellone sui trenta con
una maglietta dei Tortoise, mi fissò in maniera interrogativa. Quando tornai al
Gala Hala mi unii ad un’educata fila di tranquillissimi e giovani punk. Sembra-
vano di più i fighetti borghesi che erano venuti a vedere gli Ataris a Londra piut-
tosto che i vecchi ubriaconi fan dei Vandals. Cinque minuti dopo, senza
nemmeno una perquisizione o un’occhiata alle borse, ero già all’interno del
Gala Hala.
Le radici di SKUC si estendono sino al periodo comunista. Iniziarono nel
1968, quando Ljubljana era al centro della protesta degli studenti e degli atti-
visti radicali contro il governo Yugoslavo. La band di terroristi artistici Laibach
proviene dai dintorni di Ljubljana, e sin dalla sua formazione ha legami con
SKUC. Hanno fatto esposizioni artistiche nella Galleria SKUC, registrato un al-
bum per SKUC, ed il nome Laibach è il nome arcaico di Ljubljana. SKUC ope-
ra in tre diversi settori che coprono l’arte, la musica e la politica rivoluzionaria.
L’ambito musicale comprende la promozione di svariati generi diversi, anche se
gli sforzi principali sono concentrati sull’hardcore-punk e sul metal. Sono coin-
volti nella realizzazione della rivista a tiratura nazionale Rock Vibe, che nono-
54
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 55

stante il pessimo nome è da molto tempo una delle più accanite sostenitrici del-
l’hardcore in Slovenia. Nel 1993, quando tutto il mondo ascoltava Phil Collins,
Rock Vibe scriveva dei Sick Of It All, dei Sepultura e dei Bad Brains. I Vandals
sono venuti in tour in Slovenia varie volte, e l’hardcore americano è davvero
molto apprezzato da queste parti, tanto quanto la techno o la musica speri-
mentale e d’avanguardia.
Il Gala Hala era una vecchia e gigantesca sala convegni dell’esercito, con un
enorme buco in un muro laterale, come se ci fosse passato attraverso un car-
rarmato. Questo foro ancora aperto era seminascosto da un’enorme tela ce-
rata color verde militare. Lo spazio si stava riempiendo di gente, ragazze e
ragazzi in numero quasi uguale.
Si poteva ammirare ogni variazione estetica sul tema punk. C’erano tanti
quindicenni eleganti che vestivano lo stesso tipo di costoso abbigliamento spor-
tivo che andava di moda tra i loro coetanei di Londra o New York: scarpe da
ginnastica Vans, felpe dei NOFX, magliette Alphanumeric. C’era anche un
gruppo di altri teenager, che avevano però l’aria di venire da fuori città. Il loro
abbigliamento sportivo era composto da abiti malamente contraffatti e da
qualche maglietta dei Vandals. Probabilmente anche loro pensavano che le
Adidas fossero una figata, ma non potevano permettersi quelle vere. Questo
tipo di ragazzi tendeva a radunarsi verso il fondo della sala o ai lati, come se si
sentissero in qualche modo fuori posto e angosciati. Questo è il tipo di gente
dalle cui fila emergono solitamente scrittori e musicisti. Quelli che vengono da
fuori città, non importa in quale parte del mondo finiscano, non smettono mai
di venire “da fuori”.
Al banchetto del merchandise era esposto un assortimento enorme di ma-
teriale dei gruppi e della Kung-Fu Records. A confronto con questo glamour ti-
picamente rock’n’roll, la sala sembrava essere lugubre e molto vecchia. Non si
vedeva nessun muro nero minimalista o bancone da bar in zinco. La birra ve-
niva venduta in lattina, direttamente dalle casse. Potevi comprarti una birra an-
che se avevi dieci anni. L’aria era pregna dell’odore di cannabis. In Slovenia
pressoché chiunque sia coinvolto in qualche sottocultura o tendenza giovani-
le coltiva la propria erba. Altre droghe più pericolose arrivano invece dall’Est.
C’erano parecchi ragazzi del SKUC – tipi con lunghe barbe e l’aria da filo-
sofi – all’opera all’interno del locale. Si tenevano in contatto tra loro grazie a
piccoli gesti delle mani e qualche urlo. Forse stavano tenendo d’occhio fin trop-
po seriamente un pubblico così tranquillo e tendenzialmente di buon umore.
L’impianto stava suonando un po’ di classico punk-rock trascinante – Sham 69,
Ramones, Clash – e la cornice non poteva essere più appropriata: le rovine de-
cadenti di un impero ormai morto.
Quando gli Ataris fecero la loro comparsa, un pubblico ben pigiato davan-
ti al palco e formato sia da punk fighetti che da gente di fuori città esplose sal-
tando in modo scoordinato e facendo pericolosamente volare pugni
55
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 56

tutt’intorno. La security nella prima fila era minima, per cui una buona parte
del pit si unì al gruppo sul palco cogliendo euforicamente quell’opportunità per
suonare la chitarra o cantare. Sembrava fosse un trionfo per Roe e soci, ma gra-
dualmente l’entusiasmo del pubblico si spense. La musica, un frivolo bubble-
gum-pop8, non riuscì a scatenare il tipico delirio adolescenziale in questo
pubblico tanto intelligente quanto strano. Il pit perse rapidamente interesse,
apparentemente innervosito dagli insistenti inviti degli Ataris ad andare a
spendere soldi al banchetto del merchandising dopo il concerto. Ad un certo
punto Roe chiese al pubblico diventato silenzioso ed indifferente: “Ok, chi è
che sta distribuendo il Valium? Chi ha lo Xanex? Confessate!”
I Vandals si godettero un maggiore successo. Il moshpit esplose e parecchi
dei tizi dello SKUC che avevo visto in giro poco prima apparvero dal nulla, sia
dentro che fuori il pit. Nonostante le magliette dei Tortoise e l’aspetto pacato
furono in grado di gestire un pit bello tosto, i cui partecipanti più esagitati era-
no i ragazzini da fuori città vestiti con abiti contraffatti. Anche i Vandals recla-
mizzarono parecchio il loro merchandise, ma questo non frenò la marea umana
del loro pit. Ciò che la tenne a bada furono i metodi quasi da polizia segreta
adottati dalla security dello SKUC, che isolavano i moshers molesti e li infasti-
divano sino a quando non abbandonavano l’area davanti al palco. Questa lo-
ro oggettivazione dell’individuo aveva un effetto subdolo. È dura riuscire a
lasciarsi andare e far casino quando un tizio che sembra un insegnante di geo-
grafia fighetto ti picchietta sulla spalla, ti guarda storto e ti suggerisce che for-
se è meglio che ti calmi se non vuoi rischiare di andartene.
C’era qualcosa di terribilmente sbagliato a quel concerto. Gli organizzato-
ri erano maniacali nel loro voler tenere tutto sotto controllo (c’era una guardia
della security persino nel bagno degli uomini), e questo aspetto si manifestò
in particolare verso la fine dello show dei Vandals. Nel pit c’erano almeno 70
ragazzi che si impegnavano in un moshing duro, ma in maniera rilassata e con-
sapevole. E dovevano esserci almeno 25 uomini della security che li osserva-
vano come falchi da qualsiasi angolazione possibile. Nel mentre le band, prese
nel contesto culturale estremo del centro occupato e dei suoi ideali, mi sem-
bravano superficiali o comunque non adatte. Sembrava come se fossero i Mon-
kees, e non i Rolling Stones, a suonare al concerto di Altamont.
Il concerto finì e il locale si svuotò rapidamente. Ora fuori dal Gala Hala si
moriva dal freddo, i punk rimasero vicini ai fuochi in piccoli gruppi, a sparare
cazzate come i loro coetanei occidentali. Si parlava di quale dei due gruppi fos-
se stato il migliore, di quali fossero stati i pezzi più belli, di quanto fosse sel-

8
Si indica così un genere musicale molto commerciale e solitamente caratterizzato da me-
lodie orecchiabili, armonie semplici, ritmi ballabili e giri di chitarra ripetitivi suonati su tre accor-
di.

56
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 57

vaggio il pit. Non che fosse poi così selvaggio, è solo che darsi un tono dicen-
do cazzate come queste è tipico dei postumi finali di ogni moshpit.
Jure, un ragazzo non sbarbato e quasi ventenne, mi rivolse la parola. Io non
mi ricordavo di lui, ma mi disse che gli ero stato di grande aiuto nel pit, e che
gli ho dato una mano mentre si trovava nei guai. Non mi ricordo nemmeno di
averlo mai visto prima, ma questo succede ogni volta. Aiuti la gente in auto-
matico. A te costa solo un secondo farti avanti e dare una mano, ma ovvia-
mente chi riceve l’aiuto ricorda benissimo l’incidente al rallentatore. Jure aveva
una pesante voce baritonale, che considerando quanto sembrava essere gio-
vane gli conferiva un’aria onesta e sincera. Al suo fianco c’era una ragazza con
i capelli tinti di biondo che parlava male l’inglese. Era vestito con quello che qui
in occidente sarebbe un abito da negozio di seconda mano, color barbabieto-
la. Dopo il tempo passato nel pit, quel vestito aveva davvero bisogno di una sti-
rata. Mi misi a fissare l’abito per un secondo, qualcosa scattò nella mia testa e
a quel punto mi ricordai molto bene di averlo visto nel pit. Le cose che ti suc-
cedono in un ambiente che sembra una pentola a pressione non vengono ne-
cessariamente alloggiate nello scomparto giusto del cervello. Ma da qualche
parte ci sono.
Jure ce l’aveva parecchio con gli Ataris, che secondo lui erano una vergo-
gna e sarebbero dovuti essere “messi al muro e fucilati dalla punk-police9“, con
l’etichetta discografica Epitaph, “dei contabili che gestiscono il giro di soldi del
punk”, e con lo SKUC, che è “dominato da pseudo-guru che sembrano un in-
crocio tra Allen Ginsberg e Alexander Solzenetsyn, e che pensano come dei fot-
tuti vecchi. Sono spaventatissimi dal moshing perché se qualcuno dovesse finire
in ospedale, o morire, svanirebbe la loro piccola fantasia di Metelkova come ri-
fugio anarchico governato in autonomia. Tutto a un tratto si troverebbero ad
avere a che fare con il fottuto mondo reale: la polizia, i funzionari cittadini, le
compagnie di assicurazione”.
Il nuovo punk ha regalato parecchio successo a un sacco di band equivoche
e mediocri. Quando vedi questi cosiddetti gruppi di goliardi al di fuori dei loro
rispettivi contesti urbani occidentali, realizzi che hanno ben poco da offrire a
parte i dvd e le belle t-shirt. Certo pubblico, come quello del Gala Hala, non è
ingenuo come quello che affolla i moshpit occidentali dove i ragazzi vengono
continuamente abbindolati dalle ciniche prese di posizione pseudo-rivoluzio-
narie di questi ciarlatani buoni solo per Mtv.

9
Modo di dire per indicare un ipotetico “servizio di regolamentazione” del punk, un’élite
che possa proteggerlo da deviazioni esterne o interne che nulla hanno a che fare con la sotto-
cultura e la sua mentalità.

57
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 58

SHEER HEART ATTACK


I MUSICISTI ED IL MOSHING

Dal palco i musicisti vedono tutto. Eppure quelli che hanno avuto a che fa-
re con gente morta e schiacciata nel pit si chiudono quasi sempre in un serra-
to mutismo, o dichiarano che dalle loro posizioni sopraelevate di superstar del
rock’n’roll non hanno visto nulla. Nessuno può aspettarsi, dicono, che loro pos-
sano essere al corrente di problemi tipo un centinaio di persone che sparisco-
no di botto dentro a una sorta di buco nero. Ma questa è una schifosa bugia.
Ad ogni concerto sono i musicisti e i moshers le persone che più di ogni altro
si accorgono di quello che succede in mezzo alla folla se tutto inizia ad anda-
re storto. I buttafuori infatti sono spesso troppo concentrati nel soccorrere gli
incoscienti crowd-surfers e nel mantenersi costantemente operativi nel mezzo
del marasma. E molti buttafuori, contrariamente a quanto sembrano dimo-
strare i loro gesti di aiuto ed i bei discorsi, sono molto poco aperti e compren-
sivi verso i bisogni e le emozioni di chi sta nel pit. Chi fa parte della band ha
un grosso vantaggio – vede la situazione dall’alto. Di solito chi sta in un grup-
po ha passato anni facendo lui stesso parte del pubblico, quando da ragazzi-
no andava a vedere i concerti; in seguito ha potuto vederne sempre di più da
professionista, e in qualche caso ha pure praticato il moshing durante i suoi
stessi show.
Ho intervistato e parlato con un gran numero di musicisti professionisti nel
corso dei miei viaggi attraverso i moshpit. Buona parte di loro erano divertiti
all’idea di dover parlare del pit, ed altri erano addirittura felicissimi di poter
esprimere la propria opinione a riguardo. Quando ho chiesto a Ishay Berger del
gruppo punk israeliano Useless ID cosa ne pensasse del moshing, mi ha rispo-
sto “Io non ci penso proprio al moshing”. Il suo è stato un commento molto
acuto. Cercare di dargli un’importanza eccessiva non ha senso, e Ishay lo sa-
peva. Non tutti sono stati in gamba come lui.
La macchina che trasforma la ribellione in denaro sonante funziona ai mas-
simi livelli in quella zona grigia dove l’hardcore e il metal si fondono per crea-
re quel redditizio frastuono che tanto piace ai ragazzi nel pit. Questa nuova
generazione di gruppi metal ha mantenuto un bel po’ dell’arroganza e del-
l’egocentrismo che normalmente vengono associati al classico heavy metal de-
gli anni ‘80. Spesso parlare con i membri dei gruppi più blasonati è come
parlare con le star di Hollywood; vogliono rispondere solo a domande futili e
che non implichino alcuna critica. Alcuni di questi grossi nomi del metal con cui
ho avuto occasione di parlare, come Max Cavalera dei Soulfly e Andreas Kis-
ser dei Sepultura, si sono chiusi in loro stessi rispondendo in modo serioso e a
58
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 59

monosillabi quando la conversazione ha virato sull’argomento moshing. Inve-


ce personaggi più giovani e disinvolti, come Joey degli Slipknot o Yap dei One
Minute Silence, sono stati tanto felici di esaltare le virtù della scena quanto
ugualmente a loro agio nell’ammetterne i lati peggiori.
C’è una buona ragione per la quale i pezzi grossi del metal possono senti-
re il bisogno di tenere la bocca chiusa. È infatti dalla metà degli anni novanta
che gli infortuni nel pit hanno causato sempre più denunce e azioni legali con-
tro gruppi, locali e promoters. In pratica le cause per lesioni ricevute durante il
moshing hanno soppiantato le vecchie denunce che dicevano “mio figlio si è
suicidato dopo aver ascoltato un disco della sua band preferita suonato al con-
trario”, celebri casi che hanno tanto tormentato i gruppi metal della vecchia
scuola prima che venissero spazzati via da questa nuova generazione. Ma al di
là di questo, sono tanti i musicisti che mostrano un’attitudine di totale indif-
ferenza verso il destino dei loro fan. Mentre ho notato che più i gruppi pre-
sentano nel loro lavoro delle sfaccettature artistiche o intellettuali, più sono
disponibili a parlare del moshing da un punto di vista quasi poetico.
Una band molto acuta e stimolante, che ha fatto carriera ed è arrivata a suo-
nare davanti al grande pubblico, è quella dei rockers texani And You Will Know
Us By The Trail Of Dead, più comunemente conosciuti come Trail Of Dead. Lo-
ro prendono in maniera estremamente seria il concetto di “concerto come ri-
tuale”. Maestri indiscussi sui palchi più imponenti, ma allo stesso tempo a loro
agio su qualsiasi tipo di stage, i loro spettacoli sono come dei violenti esorci-
smi demoniaci praticati attraverso la musica. Sguazzano letteralmente in un ca-
os musicale e visivo sprigionato da chitarre lamentose che si scontrano con
vocalizzi psicotici per far impazzire il pubblico. Ogni serata termina con una ba-
raonda inimmaginabile in cui la batteria viene distrutta, i piatti volano in aria,
gli amplificatori vengono presi a calci e le chitarre sbattute per terra.
Neil Busch dei Trail Of Dead pensa che il moshing sia una forma sfrenata e
spesso pericolosa di esuberanza giovanile, in grado di riflettere il conflitto in-
teriore vissuto da ragazzi che stanno cercando di venire a patti con la società
adulta. Busch, che ha scritto una tesi di laurea in antropologia sul tema dei con-
certi rock visti come eventi cerimoniali, combina in maniera singolare la vita di
un musicista on-the-road con un notevole background accademico. Riguardo
alle sue ricerche, Busch ha detto:

“Ho iniziato a considerare i concerti rock come un moderno cerimoniale comuni-


tario composto da elementi costanti e immutabili: lo spazio rituale, la musica, l’ico-
nografia ed il simbolismo. Come accade anche per le cerimonie religiose o le
processioni, un concerto è un evento che trascende l’idea di mero divertimento. Ha
il preciso scopo di aggregare i partecipanti per aumentarne il senso di comunità e
sodalità. All’inizio pensavo che il moshing rappresentasse un ‘rito di passaggio’ o
una cerimonia di iniziazione. Feci dei parallelismi diretti tra l’atto del moshing ed i
riti di passaggio all’età adulta che si possono ritrovare in altre culture. A livello fon-
59
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 60

damentale si possono infatti riscontrare svariate similitudini, come la creazione di


una distinzione tra ‘Noi’ e ‘Loro’. Alla fine degli anni ottanta, quando feci le mie
prime esperienze con questo tipo di rituali, i membri più giovani delle comunità,
quasi tutti maschi, si spogliavano per distinguersi dagli altri componenti del gruppo.
Gli ‘Iniziati’ procedevano quindi a danzare in uno spazio circoscritto e delimitato dai
non partecipanti al rituale. Durante l’esecuzione del ballo i partecipanti si muove-
vano intorno all’ipotetico centro di questo ‘pit’, come spinti da un potente ura-
gano di rabbia ed esuberanza giovanile. Mentre ballavano, i danzatori si
scontravano sia tra di loro che contro la folla che delimitava lo spazio. E così come
molte culture hanno dei tipi di danza che rievocano i loro miti e la loro storia, allo
stesso modo il moshing riflette la storia della vita di un ragazzo nella società occi-
dentale. Le persone all’interno dello spazio circolare lottano tra di loro mentre il
mondo esterno continua a fare pressione, a spingere sui danzatori. Questo simbo-
leggia il modo in cui moltissimi teenagers vedono il mondo degli adulti: un mondo
che li mette sotto pressione e spinge per farli crescere”.

Myron Workhorse, co-frontman dei Workhorse Movement, è un perso-


naggio dall’aspetto forte e ruvido, con il cranio rasato ed un intuito affilato co-
me un rasoio in grado di leggere molto bene il suo pubblico. I Workhorse
Movement sono finiti nel calderone del rap-metal, ma questa definizione ren-
de poca giustizia all’impeto del loro sound, capace di ficcartisi nel profondo del
cervello in maniera estremamente piacevole. Sul palco Myron può diventare
pazzo come un cane rabbioso, raggomitolandosi in una palla di fuoco per poi
esplodere sulla folla. Solitamente il pubblico forma un cerchio di fronte alla
band e risponde in maniera altrettanto selvaggia a Myron e Cornbread, l’altro
non meno aggressivo frontman dei Workhorse Movement. È difficile riuscire a
crederci quando lo si vede caricarsi come una molla e raggiungere uno stato
di tensione maniacale per poi gettarsi tra le accoglienti braccia del pit, ma My-
ron è un laureato in scienze con una spiccata tendenza a ritornare nei boschi
di Academo quando la musica finisce.
Quando lo incontrai per la prima volta, il suo gruppo stava girando l’Europa
in condizioni disperate, cavandosela a malapena. Nonostante fossero sotto
contratto con Roadrunner, la stessa casa discografica di gruppi come Slipknot
e Soulfly, i Workhorse giravano l’Europa in un vecchio furgone scassato, senza
il loro fonico personale e senza avere un adeguato supporto finanziario da par-
te dell’etichetta. La decisione della Roadrunner di ritirare tutti i finanziamenti ar-
rivò proprio alla fine del tour nel quale conobbi Myron, e sembrò togliere al
gruppo ogni energia. Si sciolsero poco dopo, nonostante gli Slipknot fossero in
procinto di registrare una cover del brano più famoso dei Workhorse, “Keep The
Sabbath Dream Alive”. Myron comunque mi ha detto che sta cercando di met-
tere in piedi qualcosa di nuovo insieme ad altri ragazzi della band.
Il primo gruppo che Myron vide dal vivo furono i Judas Priest, durante il lo-
ro tour per l’album “Defenders of the Faith”.

60
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 61

“Non avevo mai visto nulla di simile. La scenografia sul palco era qualcosa di
enorme, ai livelli di un concerto degli Iron Maiden. La bestia, uguale a quella che
appariva sulla copertina del disco, era alta almeno dieci metri. Mi sentivo su un
altro pianeta. Non avevo mai visto nulla di simile, e non avevo mai annusato nulla
di simile… quel tipico profumo di concerto, che sa di marijuana. Da allora ne sono
schiavo a vita. E mi piacerebbe ancora suonare qualcosa con i ragazzi. Mi sarebbe
piaciuto anche riuscire a vedere i Kiss. Quando hanno ricominciato a girare con il
make-up e tutto eravamo sempre in tour, ma avrei voluto davvero vedere quel con-
certo”.

Molti musicisti ammettono di aver praticato il moshing quando erano gio-


vani, ma adesso pensano che sia una cosa per ragazzini. Altri trovano difficile
riuscire ad entrare nel pit per fare del moshing perché vengono riconosciuti ed
importunati dalla gente del pubblico. Ma altri ancora, come B-Real dei Cypress
Hill, Iggy Pop o lo stesso Myron, non hanno per niente paura del moshing.

“Prima di formare la band io e Cornbread andavamo a vedere spesso gruppi come


Sick Of It All e Clutch, e vivevamo nel moshpit. Questa cosa non è cambiata poi
molto, l’unica differenza è che ora capita ai nostri concerti. Sono stato nel pit du-
rante ogni show del tour ‘Tattoo The Earth’. Non ci posso fare niente. C’erano
20.000 fan che si scatenavano durante il nostro pezzo ‘Keep The Sabbath Dream
Alive’, così io e Cornbread ci buttavamo regolarmente in mezzo”.

Neil Busch dei Trail Of Dead si prese la malattia del moshing ai tempi in cui
era un tizio qualunque tra il pubblico:

“Sono cresciuto a Houston, in Texas, la quarta città più grande degli Stati Uniti (o
quantomeno lo era a quell’epoca). Aveva una scena punk-rock parecchio grande,
e io ero esposto sia ai suoi aspetti più gradevoli che a quelli più terrificanti. Quando
le cose andavano bene i ragazzi scatenavano le loro passioni tra risate e danze fre-
netiche. Quando andavano davvero male, invece, c’erano skinheads che riempi-
vano i ragazzini di calci in testa per fregargli gli anfibi, o amici che si prendevano
proiettili in piena faccia nei parcheggi. Per una persona che viveva in un ambiente
di quel tipo si veniva a creare un bisogno di sfogarsi, di buttar fuori l’ansia che si
accumulava. E spesso nella scena punk della fine degli anni ottanta e dell’inizio dei
novanta questo sfogo era rappresentato dalle danze violente del moshing. Anche
se quel termine arrivò molto più tardi, in contemporanea con l’irrompere del metal
all’interno della nostra scena. Prima lo chiamavamo slam-dancing.
“Penso di aver assistito al moshing nelle sue forme più spettacolari e pericolose. Una
volta i Fugazi erano in tour per promuovere il loro secondo disco, ‘Margin Walker’.
Degli skinhead stavano facendo dei salti mortali all’indietro lanciandosi da alcune
casse dell’amplificazione alte più di tre metri che stavano ai lati del palco. Il locale,
l’Axiom, era saturo di eccitazione e violenza; non c’era alcuna distinzione tra i mo-
shers e gli spettatori. Era una situazione pericolosissima, senza alcun dubbio. Po-
tevi vederla come una rappresentazione moderna dell’Inferno dantesco: condannati

61
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 62

ad essere straziati eternamente da borchie e Doc Martens nell’oscurità bollente di


qualche club”.

Gli Useless ID hanno pubblicato dischi per la Fat Wreck Chords e per la Kung
Fu Records dei Vandals. Sono legati a doppio filo con gli Ataris, un gruppo
punk già proiettato verso la celebrità, e definiscono ciò che fanno come “mu-
sica scarsa per gente scarsa”1. Cresciuto in Israele, Ishay Berger ha avuto il suo
primo approccio con il moshing quando era un giovane membro della scono-
sciuta scena hardcore-punk locale.

“Il primo concerto hardcore-punk che ho visto in Israele è stato all’inizio degli anni
novanta, non ricordo quando di preciso. La maggior parte dei gruppi locali non era
male a quell’epoca, eccezion fatta per una band di hardcore politicizzato chiamata
Nekhei Naatza, che era davvero grandiosa... oramai però sono sciolti da un pezzo,
e molti dei tipi che ci suonavano sono diventati dei vecchi punk brontoloni e rom-
picazzo. Ma mi ricordo ancora che a quei tempi spaccavano davvero. Ho visto dal
vivo una buona fetta dei miei gruppi preferiti, ma mi sarebbe piaciuto poter ve-
dere i Minor Threat, i Conflict, i vecchi Chumbawamba, i Black Flag. Ad alcuni dei
concerti che ho visto quando ero ragazzino mi sono messo a fare moshing. Non so
spiegare perché, probabilmente in una situazione normale non l’avrei mai fatto.
Penso sia una delle tante cose che ti trovi a fare spinto dall’entusiasmo e dal-
l’energia che si spigionano quando ti appassioni al punk-rock”.

“Non faccio più moshing” ammette Neil Busch. “Però in un certo periodo
della mia vita ho trovato molto terapeutico lo scontrarmi con altra gente, com-
pletamente zuppo di sudore. Giurai a me stesso che non sarei mai stato uno
di quelli che se ne sta lì impalato ai lati del locale a guardarsi passivamente il
concerto con una birra in mano. Non che ora lo sia, ma la mia visione del mon-
do è cambiata parecchio. Adesso penso che una persona possa raggiungere lo
stesso livello di esuberanza e di senso di libertà ballando semplicemente con
gli amici senza bisogno di uccidersi a vicenda. Anzi, credo che così funzioni an-
cora meglio”.
Dave Chavarri, del gruppo metal newyorchese di origine latinoamericana Ill
Nino, prova un senso di sicurezza guardando il pit durante i concerti della sua
band:

“Dato che nel nostro suono, oltre all’aspetto più pesante, c’è pure una forte in-
fluenza latinoamericana, il nostro seguito è composto anche da parecchie donne

1
In originale “Short music for short people”, titolo di una celeberrima raccolta hardcore-
punk pubblicata nel 1999 dalla Fat Wreck Chords in cui sono presenti 101 gruppi con brani lun-
ghi in media una trentina di secondi.

62
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 63

e non solo da uomini. Sotto un certo punto di vista il nostro pubblico è più bilan-
ciato rispetto a quello di altri. La presenza delle donne mantiene la situazione un
po’ più calma. Questo ti offre la possibilità di vedere un po’ meglio quello che suc-
cede, ed è una cosa che apprezzo molto. Per me guardare il pit è un fatto perso-
nale. È come vedere il risultato del lavoro di una vita mostrarsi davanti a te, ed è
un privilegio che pochi possono permettersi. Devi esserne riconoscente. A volte mi
sembra che osservare il pit sia come leggere un libro che in parte hai scritto tu.
Sono loro l’altra metà dell’equazione”.

Ishay Berger ha una concezione in qualche modo romantica dell’osservare


il suo pubblico: “Ogni tanto quando suoniamo nella nostra città vedo tra la
gente alcune vecchie conoscenze, e trovarmi davanti a queste persone che so-
no venute ai nostri concerti sin dal 1995 mi scalda il cuore. Vedo i miei migliori
amici, e anche altra gente che non incontravo più da un sacco. Li vedo tutti da-
vanti a me quando suoniamo, ed è veramente tosto. Non provo sensazioni par-
ticolari quando sono sul palco, sono semplicemente felice di essere lì sopra e
di avere gente che ci sputa addosso”.
Myron dei Workhorse Movement quando è sul palco si sente come un to-
po nel formaggio. In particolar modo durante il Tattoo the Earth tour, quando
la sua band era di supporto a Slipknot e Soulfly: “Ogni tanto penso ‘non rie-
sco a credere che mi paghino per fare questo!’, continuo a ripetermi di fare at-
tenzione e non distrarmi in modo da potermi poi ricordare tutto. Mi sono
pentito amaramente di essermi lasciato un po’ troppo andare durante i primi
grossi tour che abbiamo fatto, bevevo e fumavo troppo e adesso ho dei gros-
si buchi nella mia memoria. Penso sia per questo che ho iniziato a scattare co-
sì tante foto”.
Neil Busch ha una visione molto romantica della gente che va a vedere i Trail
Of Dead. Secondo lui si tratta di persone che non solo vogliono vedere uno
spettacolo, ma che vogliono anche parteciparvi attivamente.

“È il tipo di gente disposta a lasciarsi coinvolgere emotivamente dalla performance.


Sotto un certo punto di vista credo che per molte persone i nostri concerti rappre-
sentino una specie di inno alla vita. Ci vedono mettere nella musica ogni goccia di
energia e passione che abbiamo, e questo li porta a provare senzazioni simili. E
non penso che il moshing giochi un ruolo così fondamentale in questo, anzi siamo
rimasti abbastanza stupiti quando è stato così.
“Quando sono sotto i riflettori non mi sento come un attore o una rockstar, qual-
cuno che sta semplicemente recitando un personaggio o mostrando una versione
pretestuosa di sé stesso. Mi sento piuttosto come una persona che ricopre un ruolo
ancestrale, come un prete, uno sciamano o una guida spirituale per un gruppo di
persone che sento tanto importanti quanto me stesso. Io sto creando il mezzo at-
traverso il quale loro possono sentirsi vivi in quel momento. L’uomo ha sempre
usato la musica per fermare o soffocare il dialogo interiore. In molti si sentono più

63
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 64

a proprio agio diventando parte di una collettività. Perdono il “me” e diventano


“noi”, o diventano tutt’uno con la danza, con il rock. Così come la meditazione
cerca di farci allontanare dall’ego, così un concerto sposta l’attenzione dal sé e
apre sentieri che le persone non avrebbero mai pensato di percorrere da sole. Tutte
queste chiacchere noiose sono per dire che è davvero divertente abbandonarsi alla
musica e al trasporto della folla quando si è a un concerto”.

I musicisti favorevoli al moshing hanno il discutibile privilegio di poter vedere


con i loro occhi tutte le cose negative che capitano davanti al palco, anche se
poi si tirano indietro davanti alle campagne mediatiche che mostrano le mor-
ti e i ferimenti che avvengono durante i festival o i concerti di grosse dimen-
sioni. Detestano la trivializzazione della loro cultura, e spesso ribattono citando
il numero di persone che ogni singolo giorno subisce incidenti facendo sport
o guidando. Alcuni musicisti si sentono giustamente in dovere di fare qualco-
sa in prima persona per regolamentare il pit. “A Detroit ci sono alcune gang
di skinhead che vengono a tutti i concerti di musica heavy” racconta Myron
Workhorse, “e creano un sacco di problemi agli altri ragazzi che sono nel pit,
perché sono cinque o dieci teste di cazzo che non vogliono fare altro che at-
taccare briga e far del male alla gente. Per cui mi incazzo un bel po’ quando
succede, anche perché quando questi non si fanno vedere gira tutto bene co-
me al solito”.
Frank Rynne del gruppo punk dublinese Finger ha lavorato con la frangia
più artistoide della scena, gente come Richard Hell e Lydia Lunch. Ha diverse
riserve nei confronti del moshing, e crede che siano condivise da parecchi mu-
sicisti:

“È un rituale grandioso e potente, questo è sicuro, ma può anche diventare una


palla al piede per quelli di noi che, detto senza mezzi termini, preferiscono l’arte al
denaro. Il mio problema con il moshing è la sua capacità di attirare bande di tep-
pistelli ai concerti, dentro al mondo della tua band. Elementi indesiderati, di di-
sturbo, a cui non frega assolutamente un cazzo della tua musica. Se il significato
ultimo del pit è quello che tendo ad associargli io – solidarietà, attitudine amiche-
vole, ferma opposizione verso razzismo, sessismo e omofobia, nonché affetto e
sensibilità nei confronti della musica – allora sono completamente favorevole. In
quel caso siamo tutti sulla stessa barca.
“Ma al momento ci sono anche altri significati associati al pit, in particolar modo
negli Stati Uniti e intorno a determinati gruppi. È un’atmosfera reazionaria che as-
socio automaticamente ad una massa di coglioni che rivendicano il diritto di stare
nel pit, ma che in realtà non dovrebbero proprio starci perché non è posto per loro.
Sto parlando di gente che vi porta solo molestie sessuali e violenza gratuita. Biso-
gna sempre ricordarsi che il moshing è comunque legato a doppio filo alla musica,
è un atto complementare alla musica stessa, non un giochino per metallari pale-
strati che fanno finta di essere dei teppisti da strada. Non riesco a tollerare quelle
teste di cazzo per cui esiste solo il moshing, moshing, moshing. Non vogliono che
64
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 65

tu faccia canzoni che possono sembrare ‘lente’, non vogliono sentire quello che hai
da dire tra un brano e l’altro, vogliono soltanto roba pesante, frenetica e veloce con
cui poter fare moshing. Ma io amo tutto questo più di loro, per cui per me possono
andarsene a fare in culo. Non hanno nemmeno una vaga idea di cosa sia una can-
zone ‘lenta’. Dovrebbero solo chiudersi in palestra, o arruolarsi nell’esercito. Che si
sfoghino pure con qualcun altro da qualche altra parte.
“Nonostante questo, però, sono convinto che quando Jack Kerouac parlava di quel
colpo secco al cuore che è la vita, per me poteva tranquillamente riferirsi anche al
brivido, all’eccitazione che ti dà il moshing.”

65
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 66

I BUTTAFUORI

Quando si parla degli aspetti negativi del moshing, i buttafuori – o addetti


alla sicurezza – tendono a semplificarsi la vita e a scaricare le responsabilità. Lo-
ro stanno in prima linea, tra un’audience in difficoltà ed il soccorso di cui po-
trebbe aver bisogno per uscirne. Secondo la mia personale esperienza, che
coincide con l’opinione diffusa di tutti i moshers con i quali ho affrontato l’ar-
gomento, i buttafuori hanno la poco invidiabile nomea di essere delle presen-
ze negative nella maggioranza dei concerti a cui lavorano.
Non solo lasciano passivamente che le cose accadano. Talvolta le fanno pu-
re peggiorare.

“Ero a uno show di Kid Rock e il pit era fenomenale. Mi stavo proprio divertendo,
come mai prima ad un concerto. Quella sera mi sentivo proprio benissimo. Imma-
gino fosse dovuto in parte al fatto che in quello specifico momento il mondo co-
nosceva al massimo tre o quattro pezzi di Kid, come ad esempio ‘Cowboy’. Io
invece conoscevo tutto il disco e lo sentivo praticamente tutte le sere, tanto che alla
fine se l’era imparato a memoria pure mia madre. E Kid Rock venne e suonò solo
brani da quell’album. Suonò ogni singola traccia, più qualche cover di classici rock
che comunque conoscevo, anche se non ne sapevo il titolo. Penso fossero pezzi di
Metallica o Black Sabbath.
“Il fatto che tutti conoscessimo ogni canzone ci esaltò davvero, e rese il pit tosto e
rumoroso. Si respirava una sensazione di potenza, ci sentivamo come se fossimo
invincibili. Il palco era piccolo, ma in corrispondenza della prima fila c’era una serie
di buttafuori dall’aspetto minaccioso, disposti come soldati in riga. Sapevano che
sarebbe stato un pit impegnativo. Tiravano fuori la gente esausta dalle prime file,
ma avevano un modo di fare veramente cattivo con i surfisti. La gente faceva
crowd-surfing sino alla prima fila. Chi lo faceva era eccitato e gasatissimo, special-
mente quando poteva vedere il palco avvicinarsi davanti a sé e sapeva che presto
avrebbe raggiunto la sua meta. Normalmente i buttafuori si sporgono per afferrarti
quando stai surfando. Poi ti portano a lato del palco, dove solitamente ti offrono
un sorso d’acqua prima di rimandarti nel pit. Stavo osservando i crowd-surfers av-
vicinarsi al palco e i buttafuori che si sporgevano in avanti come per afferrarli. Solo
che non appena i surfisti pensavano di essere sul punto di venire recuperati, veni-
vano spinti violentemente indietro verso il pit, finendo per cadere pesantemente sul
terreno o, ancora più spesso, per essere travolti dalla successiva ondata di crowd-
surfers sopra di loro. E il flusso era costante. L’ultima cosa che chiunque di loro si
aspettava era di poter essere spinto indietro nel pit. Vennero tutti colti di sorpresa.
Pensai che non era decisamente questo il lavoro per cui quei tizi erano stati pa-
gati”.
66
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 67

Ovviamente non c’è nemmeno bisogno di dire che non tutti i buttafuori so-
no cattivi. Nel periodo in cui ho iniziato a fare moshing c’era un buttafuori chia-
mato Neville che lavorava ai concerti rock a Londra. Era un tizio di colore con
i dreadlocks ed un sorriso sempre stampato sulla faccia, che sembrava ap-
prezzare i moshers e che accoglieva gentilmente tra le sue braccia i ragazzini
che avevano appena subito le angherie del pit. Alcune band, gente che ri-
spettavo, insistevano parecchio perché Neville andasse in tour con loro ad oc-
cuparsi della sicurezza nel pit. C’erano altri buttafuori che lavoravano con lui,
con personalità che variavano tra – da un lato – l’essere dei bravi tipi anche se
un po’ meno a posto di Neville, e – dall’altro – dall’avere un’indole come quel-
la di Attila l’Unno. Fissavano sbigottiti Neville, che nonostante lo stress sem-
brava gestire con grazia il notevole carico di lavoro che gli volava addosso,
quasi intimoriti dalla sincera amicizia che correva tra questo ragazzone di co-
lore ed il pit di ossuti ragazzacci bianchi che stava aiutando.
Alla fine il metodo di Neville divenne parte integrante dell’approccio di mol-
ti buttafuori londinesi. Tutto ad un tratto la security sembrava composta solo
da “bravi ragazzi” molto professionali – altri tizi di colore con i dreadlocks, e
talvolta qualche tizio bianco grosso e con capelli lunghi da rockettaro – che da-
vano l’impressione di voler essere d’aiuto, anche se alla fine non sembravano
aver abbandonato per nulla le loro cattive abitudini. Henry, che vide insieme a
me parecchi concerti nel periodo in cui c’era Neville, ricorda che il cambia-
mento fu esclusivamente di facciata e che i buttafuori di un locale nel centro
di Londra, un posto dove tutti i gruppi in aria di successo volevano suonare,
non erano altro che dei delinquenti che usavano il locale come una comoda ba-
se d’appoggio nel centro della città.
“Prima di Neville c’erano ottime possibilità che ti arrivasse un bel cazzotto in fac-
cia, molto più forte di tutti quelli che potevi prenderti nel pit, se per caso capitavi
tra le braccia dei buttafuori del Writzy. Il Writzy era davvero il peggio. La security
del locale aveva fama di essere composta da tossici e spacciatori. Talvolta, quando
mi trovavo vicino alle prime file, mi mettevo ad osservare i buttafuori. Ce n’era uno
in particolare, con i dreadlocks, ma molto più grosso di Neville. L’ho visto in diverse
occasioni con gli occhi che lacrimavano e il naso che colava, mentre lui continuava
a sfregarselo come se si fosse dimenticato dov’era. Se ti trovavano con un po’ di
roba nelle tasche, allora ti perquisivano e portavano via tutto, perché loro erano gli
unici autorizzati a spacciare al Writzy.
“Avevo un amico che campava di attività criminali, ma stava cercando di rigare di-
ritto, così qualcuno dell’East End lo mise in contatto con la crew di buttafuori che
lavorava al Writzy. Ci andò, ma sentì subito che non si fidavano di lui perché era un
ragazzo bianco di poco più di vent’anni, parecchio sveglio e che sapeva bene come
andavano le cose. Lo misero a parte dello spaccio di ecstasy, che era quello che
fruttava più soldi, ma l’atmosfera gli parve strana ed ebbe la sensazione che sa-
rebbe finito male se fosse rimasto con loro. Ed uscire da quella situazione fu quasi
più difficile di quanto fosse stato entrarci. Nello stesso periodo c’era anche que-
67
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 68

st’altro tizio a cui avevano concesso di spacciare per loro conto nel cesso degli uo-
mini. Gli davano il permesso e gli fornivano pure le scorte di roba. Il tizio era una
vera testa di cazzo, e scappò rubandogli 4000 sterline. Per un mese non successe
nulla, poi un giorno uno di questi buttafuori – un personaggio enorme – vide il
tipo che era scappato con i soldi mentre camminava per Soho. Lo seguì con di-
screzione, telefonando nel mentre con il suo cellulare agli altri buttafuori per co-
municare la lieta novella. Si trovavano al Rio, e gli dissero di spingerlo in una cabina
telefonica e tenerlo lì. E mentre questo si trovava nella cabina telefonica – era un
gay piccolo e gracile, per cui costringerlo ad entrare fu semplice – il buttafuori
chiamò i suoi compari e gli comunicò dov’era. Dieci minuti dopo arrivarono con un
furgone e lo portarono in una casa da qualche parte, dove lo spogliarono e gli rup-
pero praticamente ogni osso che aveva in corpo. Riuscì a sopravvivere e più o meno
a riprendersi, ma dovette fare avanti e indietro dall’ospedale per dei mesi”.

Successivamente Neville morì in un incidente in moto mentre tornava a ca-


sa da qualche concerto, a notte inoltrata. Kerrang pubblicò un numero enor-
me di omaggi alla sua memoria da parte di gruppi e di ragazzi a cui aveva dato
una mano. La singolarità di Neville non era tanto l’essere una persona gentile
– e lo era – ma che la sua attitudine positiva fosse un’eccezione, non la rego-
la. Una persona gentile risaltava così tanto perché tutto il resto di quell’am-
biente non lo era.
Ci sono due critiche costanti e universali che vengono mosse ai buttafuori.
Una riguarda la loro generalmente scarsa simpatia verso i ragazzi – solitamen-
te bianchi, benestanti, gracili e molto giovani – che fanno moshing. L’altra in-
vece riguarda la loro indifferenza verso le molestie sessuali che avvengono tra
il pubblico. Dopo Woodstock ’99, un sacco di voci di corridoio hanno lasciato
intendere che i buttafuori avessero fatto finta di non vedere gli stupri che av-
venivano proprio di fronte a loro. E la mia esperienza mi porta a credere che
queste voci possano essere ritenute molto plausibili. Più di una volta ho visto
ragazzini soli e spaventati – e che spesso non avevano bisogno di altro che di
una parola di conforto – respinti dai buttafuori senza che nemmeno potesse-
ro dirgli quale fosse il problema. A concerti all’aperto da 50.000 persone ho vi-
sto buttafuori rifiutarsi di andare a prendere dell’acqua per i ragazzi disidratati.
E posso ragionevolmente dire che delle forse cinque volte in cui ho visto per-
sone denunciare ai buttafuori delle aggressioni sessuali, questi ultimi hanno
completamente ignorato la cosa tutte le volte tranne una. In quest’unico caso
gli addetti alla sicurezza hanno fornito aiuto alla presunta vittima, e hanno or-
ganizzato una caccia all’uomo nel pit per trovare il presunto assalitore. Il tiziò
la fece franca, ma in questo singolo caso la security fu competente e diligen-
te.
Su internet le chat-room dedicate al moshing sono stracolme di dure pro-
teste contro la security, e molte di queste sono rivolte a membri della sicurez-
za che si sono rifiutati di intervenire dopo essere stati informati di incidenti che
68
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 69

richiedevano attenzione. Durante un concerto dei Green Day in California, un


ragazzo ha subito diversi approcci di tipo sessuale da parte di un altro giova-
ne che aveva incrociato nel pit. Ho contattato il ragazzo attraverso la sua e-
mail, e ha aggiunto dei particolari al suo racconto:

“Potevo sentire la sua mano afferrare il mio uccello. Ho dato per scontato che si
trattasse di questa ragazza davvero carina e un po’ più vecchia di me che mi stava
proprio di fronte, leggermente spostata sulla sinistra. Dopo un po’ mi sono reso
conto che non poteva essere lei perché aveva entrambe le mani in aria. C’erano
anche altre ragazze lì intorno, ma da come erano posizionate non potevano es-
sere neppure loro. Non erano comunque molto carine, ma il punto non è questo.
Alla fine mi resi conto che si trattava di un ragazzo di un paio di anni più vecchio
di me, sui diciotto. Me ne accorsi perché continuava a fissarmi, sorridendomi. Prima
di quel momento avevo anche risposto ai sorrisi, perché pensavo che fosse la ra-
gazza a… quindi alla fine mi ritrovai a pensare che fosse davvero colpa mia. Io ero
bello fumato, e gli avevo dato tutte le ragioni di credere che ci stavo dentro. Quindi
gli dissi ‘Amico, scusami, ma sono etero’. Lui sorrise come se fosse ok, e ritirò la
mano. Poi un po’ più tardi la rimise dov’era prima, così dovetti dirglielo di nuovo,
lui si fermò e poi ancora più tardi mi accorsi che stava per riprovarci, così mi sono
saltati i nervi. Mi feci largo tra le persone davanti a me e mi avvicinai al primo but-
tafuori che avevo visto. Lo tirai per un braccio e lui mi urlò qualcosa tipo ‘Che vuoi?’.
Gli dissi che c’era questo tipo… blah blah blah… e lui non faceva altro che fissarmi
come se fossi sudicio o qualcosa di simile. Se ne andò, e prese dell’acqua per ini-
ziare a distribuirla alla gente. Allora mi avvicinai ad un altro, ma questo non volle
nemmeno sentire cosa avevo da dirgli. Continuava solo a fissare davanti a sé, at-
tento ai crowd-surfers. Allora mi decisi a dimenticare tutta la fottuta cosa. Ero sbal-
lato, e a quel punto dopo aver sprecato tutta quella energia per attirare l’attenzione
dei buttafuori non me ne fregava più un cazzo di niente. Ma se avessi avuto un at-
tacco di cuore, o se fossi stato violentato o preso a pugni, quei tizi avrebbero rea-
gito allo stesso modo. Erano lì solo per essere pagati e per trascinare fuori dalla folla
qualche sporadico crowd-surfer”.

Ho visto succedere cose come questa, e anche di più. Tutto il sistema di as-
sumere security professionista con un background nelle arti marziali e nel com-
mercio clandestino di droga rappresenta un problema a livello globale. Ma
anche in questo caso, i miei personalissimi incontri con dei buttafuori – a par-
te un incidente davvero spiacevole – non sono stati altro che buoni. Come sem-
pre accade nella vita, in quell’ambito accanto ai delinquenti lavorano anche
persone davvero a posto.
Il fatto che la maggioranza dei buttafuori abbia scarsa simpatia per la cul-
tura legata ai concerti rock ed al pit è cosa arcinota. Hanno a che fare tutti i
giorni con degli ambienti che per loro rappresentano il non-plus-ultra della stu-
pidità. La maggior parte di loro non apprezza né la musica brutale ed aggres-
siva, né i suoi fan. Ai concerti rock ci sono divergenze razziali, di classe o
69
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 70

generazionali tra la maggior parte dei buttafuori ed il pubblico. Talvolta però,


anche a concerti particolarmente grandi ed impegnativi, si possono vedere
membri delle varie band lavorare come buttafuori. E capita che ci sappiano dav-
vero fare, visto che hanno una certa sensibilità verso il pubblico e l’ambiente.
Il pit sarebbe un posto più sicuro e piacevole se la security di fronte al pal-
co fosse composta anche da semi-professionisti ben addestrati, che siano ma-
gari ex-musicisti, giovani musicisti senza un soldo o uomini e donne esperti del
pit e sufficientemente svegli. Ma questa potrebbe sembrare una proposta
sconsiderata, e senza dubbio dei professionisti della sicurezza dovrebbero es-
sere comunque presenti. Oggi come oggi, l’abisso incolmabile tra i moshers e
l’attitudine mostrata dai buttafuori di professione rappresenta uno dei più
grandi problemi del moshing.

70
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 71

INGRESSO CONSENTITO AGLI INDESIDERATI

Jesus si tirò fuori dal pit, e questo gli richiese uno sforzo sovrumano. Die-
tro di lui, 800 tizi grandi e grossi e qualche sporadico piccoletto coraggioso
continuavano ad agitarsi furiosamente in un violento moshing davanti ad una
hardcore band di New York. Si agitavano seguendo il ritmo, carichi di adrena-
lina, usando le gambe e i pugni per conquistarsi con la forza un po’ di spazio
per muoversi. Il problema è che erano in 800 in un luogo non più grande di
un salotto, per cui si stavano davvero conciando per le feste.
Il resto del pubblico in sala era altrettanto irrequieto, ma disponeva di
un’area un po’ più estesa in cui potersi muovere e non partecipava attivamente
ai rituali del pit. Jesus se la stava proprio spassando, ma era arrivato il mo-
mento di uscire da quel delirio e dirigersi verso casa.
Si trascinò al più vicino convenience store1, dove acquistò un bel po’ di quel
costoso succo di frutta fresco della Tropicana. Mentre era in coda per pagare
il suo succo, entrò nel negozio un altro tizio inzuppato di sudore e proveniente
dal pit, anche lui latinoamericano. Il ragazzo, che sfoggiava un notevole occhio
nero, fissò Jesus con uno sguardo intenso e divertito. “Beh...”, si fermò per un
secondo, sempre fissando Jesus. “È stata una serata notevole!”
Ora delle tre di notte Jesus era già crollato su un divano vecchio e malcon-
cio nel soggiorno dell’appartamento di Spanish Harlem che divideva con altri
due tizi, ascoltava hip-hop e si stava riprendendo dalla serata nel pit. Aveva un
notevole livido sul braccio destro, ed il segno di un morso profondo sulla spalla
destra. Sentiva che uno dei suoi alluci poteva essere rotto, o quantomeno ma-
lamente contuso. E mentre sembrava ormai chiaro che nessuno dei suoi occhi
sarebbe diventato nero o blu, aveva dei vistosi rigonfiamenti su entrambi i so-
praccigli che gli facevano un male cane ogni volta che sbatteva le palpebre. Il
ragazzo sedicenne che aveva incontrato nel convenience store, Jose, era si-
stemato per la notte in una stanza libera dell’appartamento. Gli aveva rac-
contato che viveva in periferia ed aveva perso l’ultimo treno verso casa, anche
se nelle grandi metropoli non esiste nessun “ultimo treno”. Di solito non pas-
sano più di due ore tra l’ultimo treno della notte ed il primo della mattina.
In realtà Jose non voleva che la magia e l’intesa provata nel moshpit sva-
nissero dopo l‘ultimo bis, ma la musica oramai era finita. Jesus era stato il ra-

1
Piccoli minimarket solitamente aperti 24 ore sui 24.

71
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 72

gazzone più grande che lo aveva aiutato a proteggersi in quel caotico grovi-
glio di corpi che è il pit, e quindi era toccato a lui, che viveva in una zona rela-
tivamente centrale, portarsi a casa quel fratello latino, dargli da mangiare e
fargli sentire musica hip-hop sino a quando Jose – in realtà un semplice stu-
dente- non fosse crollato per la stanchezza.
Jesus era più vecchio, più duro, e manteneva in forma il fisico che si era pa-
zientemente costruito. Era stato nei moshpit infinite volte in più rispetto a Jose,
che però, come tutti gli adolescenti, si considerava già un temprato veterano.
Jose pensava che Jesus fosse come lui, solo un po’ più vecchio. Poco prima,
quella stessa sera, Jose aveva chiesto a Jesus “Com’eri quando avevi la mia
età? Eri come me?” e Jesus, che aveva iniziato ad entrare nel pit per starsene
per i fatti suoi e non per far parte di qualche gruppo, rispose “No, io ero come
me”. A ventidue anni, Jesus era abbastanza vecchio da capire che lui e Jose
non avevano assolutamente niente in comune oltre all’amore per l’hardcore-
punk e l’affidarsi al pit per placare il bisogno di sentirsi parte di qualche co-
munità in una città deprimente come quella.
Il fratello maggiore di Jesus, uno studente di cinematografia che viveva nel-
l’appartamento con lui, aveva dipinto un enorme graffito sul muro posteriore
del soggiorno. C’era scritto “ingresso consentito agli indesiderati”, apparen-
temente una frase dello scrittore William Burroughs, che peraltro aveva anche
inventato il termine Heavy Metal. Talvolta, quando nel pieno della notte gli ca-
pitava di trascinarsi in casa dei sopravvissuti del pit, Jesus sentiva che avrebbe
dovuto inchiodare un cartello con scritto “ingresso consentito agli indeside-
rati” alla porta d’ingresso. Si prese cura con delicatezza delle proprie ammac-
cature, sentendosene più o meno fiero, godendosi il dolce battito della musica
hip-hop che gli dava l’impressione, insieme alla canna che si stava fumando,
di lenire un po’ il dolore. Il dolore era gradevole come il fumo. Alla mattina
Jose sarebbe stato pieno di quello scontroso imbarazzo tipicamente adole-
scenziale. Jesus sarebbe stato impegnato a prepararsi per andare al college,
ma sarebbe sempre stato lo stesso ragazzo che era adesso. Lo stesso ragazzo
che era stato nel pit la notte precedente, quando aveva fatto a Jose quell’oc-
chio nero.

72
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 73

SOPRAVVIVERE NEL PIT

L’unico modo per scoprire cosa sia realmente un pit è quello di entrarci. E
per entrare in un pit devi essere in condizioni fisiche abbastanza buone. Esse-
re giovani e in forma aiuta. Se non sei giovane, allora hai sicuramente bisogno
di essere in forma. E se normalmente sei in forma, ma al momento non ti sen-
ti al massimo delle tue possibilità per via di un’influenza o di qualche piccolo
malanno che ti disturba, allora stanne fuori. Lì dentro hai bisogno di avere a
disposizione tutte le tue capacità fisiche e mentali.
Non è necessario essere intelligenti per sopravvivere, ma è un vantaggio, e
di certo è parecchio utile possedere una buona dose di “furbizia di strada”, de-
vi sapertela cavare. Nel pit incontrerai gente che proviene da situazioni parec-
chio diverse dalla tua. Se non ci si è abituati, a un primo impatto l’ambiente
può risultare sconcertante. Tu potresti anche essere il tipico ragazzo ben edu-
cato che proviene da una famiglia borghese dei quartieri residenziali, ma
quando entri nel pit ti trovi davanti a persone di ogni strato sociale. Potresti in-
contrare gente con molta più esperienza di vita di quanta ne abbia tu. Incon-
trerai individui che fanno largo uso di droga, e altri che sono attirati solo dal
brivido della violenza. E non importa che alcuni di questi personaggi violenti
siano comunque dei bravi tipi degni di fiducia e che vale la pena conoscere: una
piccola parte non vale proprio la pena di conoscerla lo stesso. E quando vai a
fare del moshing devi guardarti bene intorno.
Che tu sia intelligente o no, l’importante è mantenere la calma e non an-
dare fuori di testa. Una mente calma può aiutarti a tirare fuori il meglio dalla
tua esperienza nel pit, come per esempio del sano divertimento. Rock Medici-
ne, un’organizzazione californiana nata da una costola del movimento Free Cli-
nic1 di Haight-Ashbury, si occupa di fornire supporto medico durante i concerti
in California. La loro opinione è che la maggior parte dei problemi che acca-
dono in mezzo alla folla non dipenda da nient’altro che da attacchi di panico.

“Molta della gente che vediamo a Rock Medicine ci viene a chiedere aiuto solo per-
ché si sente sopraffatta dall’evento in sé. Quella che noi chiamiamo ‘sindrome da
folla’ è semplicemente una combinazione di sovreccitamento ed energia dovuta al
gran numero delle persone che compongono il pubblico, al bagliore delle luci, alla

1
Organizzazione statunitense che offre assistenza medica a persone con basso reddito e
sprovviste di assicurazione sanitaria.

73
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 74

musica troppo forte ed al caldo. Se ti senti sudato e accaldato, con il fiato corto e
quasi sul punto di svenire, allora hai bisogno di levarti da lì e riposarti per un po’ in
un luogo più tranquillo”.

La gente deve capire che nel pit si è artefici del proprio destino. Essere trop-
po fumati o ubriachi non è una buona idea se vuoi darti al moshing. Non sa-
rà figo dirlo, ma è un dato di fatto che la maggior parte dei problemi che una
persona può avere ai concerti deriva dall’aver abusato di qualcosa, droga o al-
cool che sia. Durante un concerto heavy metal nel quale gli infortuni da cura-
re sembravano non finire mai, un dottore di Rock Medicine ha detto che
l’alcool è il problema più grave di tutti. “Troppo, troppo presto, troppo tardi.
Bevono troppo già dal mattino, e prima ancora che se ne rendano conto il trop-
po stroppia”. Secondo Rock Medicine, la maggior parte dei loro pazienti fini-
sce lì a farsi curare per via di problemi derivanti da qualche tipo di eccesso.

“Molti sono semplicemente sopraffatti psicologicamente dalle dimensioni della folla


e dal livello di energia ed eccitazione nell’aria. Alcuni possono avere un problema
più serio e necessitare di qualche punto di sutura. Altri devono solo capire se si
sono presi una distorsione a una caviglia e se devono correre a farsi fare una la-
stra… Altri ancora, molto pochi, hanno invece bisogno di essere portati in ospe-
dale”.

Questi fatti sono confermati da statistiche rilevate dopo un triplo concerto


di Metallica, Korn e Kid Rock avvenuto nel Luglio del 2000 a Rockingham, nel
North Carolina, e che ha visto la partecipazione di 30.000 persone. Le cifre re-
lative al numero di infortuni avvenuti durante lo show sono state rilasciate dal-
l’ospedale locale, che le ha giudicate peraltro “nettamente inferiori” a quanto
si era previsto: di undici persone ricoverate, quattro di loro avevano abusato di
alcool e/o droga, tre hanno subito traumi di tipo ortopedico (distorsioni o frat-
ture), tre presentavano delle lacerazioni di qualche tipo e uno aveva un’ulcera
gastrica. Altre trentacinque persone che sono svenute o che si sentivano poco
bene sono state curate sul posto, così come, tra gli altri, quattordici persone
con traumi ortopedici, dodici con problemi respiratori, cinque che erano stati
aggrediti o picchiati, e tre con crisi epilettiche.
Per sopravvivere nel pit è importante sentirsi a proprio agio con la musica
che viene suonata dai gruppi. Non c’è niente di peggio di chi va nel pit solo per
il moshing senza conoscere quasi per nulla il repertorio della band, o peggio
ancora disprezzandola totalmente. Non è necessario pensare che chi sta suo-
nando sia un Dio in terra – anzi, molti nel pit hanno delle opinioni abbastan-
za severe riguardo ai loro cosiddetti idoli – ma di certo devi amare la musica
abbastanza da poterti divertire.
Ci sono poi ottime possibilità che in quella fatale serata in cui deciderai di
darti al moshing tu non sia l’unico a buttarsi per la prima volta. Ci saranno un
74
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 75

sacco di persone alla loro prima, seconda o terza esperienza, e ad ogni modo
pare che la carriera del tipico mosher non sia comunque molto lunga. Esisto-
no anche dei personaggi duri e puri che paiono non poterne fare a meno e
concepiscono il moshing proprio come qualcosa da godersi sino all’ultimo, per
tutta la vita. Ma ci sono anche tante persone che lo praticano solo per sei o no-
ve mesi, per poi convincersi di aver ormai provato l’esperienza o di dover sem-
plicemente crescere un po’. Alcuni di questi non riescono mai a provare il
giusto brivido, così alla fine, dopo alcuni anni, quando i loro gruppi preferiti tor-
nano a suonare dalle loro parti, si riavvicinano al pit e ci si buttano di nuovo.
Se sei un verginello del pit, val la pena di sottolineare che per iniziare certi
posti possono essere migliori di altri. Una buona idea è quella di cominciare con
un concerto ben affollato in un piccolo club. In queste situazioni si crea un for-
te senso di comunità nel pit, e ci sarà sempre qualcuno pronto a darti una ma-
no. Vale anche la pena di focalizzare l’attenzione su quale genere musicale tu
preferisca per fare moshing. In termini di possibilità, di spirito comunitario e di
gusto nel rischiare, il pubblico migliore che ho trovato è quello heavy metal. Un
pit di metallari è un pit folle, e ci trovi gente che è pronta a qualsiasi cosa. I pit
metal sono anche quelli dove l’aspetto sessuale del moshing raggiunge i mas-
simi livelli. Ed è sempre nei pit metal che la personalità degli individui cambia
maggiormente. Se sei nel pit e hai di fronte un gruppo tendenzialmente di si-
nistra e caratterizzato da un incedere parecchio ritmato (come per esempio Se-
pultura o Soulfly), allora sei probabilmente al sicuro. Saresti al sicuro anche a
un piccolo concerto hardcore, dove ci sarebbe senz’altro ben più movimento,
ma dove in compenso il coinvolgimento a livello psicologico sarebbe espo-
nenziale. Anche i grossi show di gruppi più classicamente punk, come i Ran-
cid, hanno dei pit molto validi anche se abbastanza violenti.
I pit peggiori, intesi come quelli caratterizzati dai comportamenti più scor-
retti, si trovano senza dubbio negli stadi, ai concerti di gruppi nu-metal o rap-
metal. Parecchie di queste band sono ai vertici delle classifiche mainstream2 del
momento e attraggono una quantità incredibile di fan estremamente giovani.
In questi casi i pit sono frequentati da un sacco di ragazzini giovanissimi e sen-
za un minimo di esperienza. La loro età è solitamente quella in cui si credono
di essere dei tipi veramente tosti, e in più sono costantemente bersagliati da
una subdola propaganda corporate3 che li spinge a conformarsi.
L’aspetto più pericoloso dei grandi concerti pieni di questi ragazzini privi di
esperienza ha a che fare con qualcosa che viene spesso chiamato moshing, ma

2
Per musica mainstream si intende quella più famosa, commerciabile, diretta alle masse, fa-
cilmente ascoltabile in radio e reperibile nei negozi.
3
Termine usato per indicare le multinazionali o le grandi aziende, in questo caso del setto-
re discografico.

75
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 76

che ha poco a che fare con il vero significato della parola, sebbene avvenga an-
ch’esso in prossimità di dove dovrebbe trovarsi il pit. La calca e le onde uma-
ne create dalla folla in movimento sono cose vecchie quanto la musica, e
capitano anche alle feste religiose in India, durante i pellegrinaggi di massa al-
la Mecca e agli eventi calcistici e sportivi in tutto il mondo. Mi sono trovato
coinvolto in parecchi casi di cariche umane e di accalcamento della folla ai con-
certi, e sono state tra le esperienze più terrificanti che abbia mai vissuto. Puoi
ritrovarti ad avere anche 50.000 persone stipate sino a 500 metri dietro di te,
e in tutto meno di un centinaio di addetti alla sicurezza, che però stanno da-
vanti al palco e lavorano ben protetti da robuste transenne.
Se capiti lì fuori, nel mezzo di quella folla, mentre un gruppo di imbecilli ini-
zia a premere e a spingere avanti la gente, potresti trovarti in una situazione
davvero pessima. A concerti di quelle dimensioni, quando qualcuno prova a
passarti davanti raccontando stronzate – del tipo di come la loro ragazza/fra-
tello/migliore amico sia solo un poco più avanti, lì vicino al palco – allora hai il
dovere di rifiutarti di farli passare. Spesso e volentieri si tratta di gente che si
trova a suo agio più nell’ambiente dei nightclub che tra il pubblico di un con-
certo. Non hanno la minima idea del pericolo collettivo che stanno contri-
buendo a creare. Generalmente sono carichi di quella finta sicurezza in sé stessi
tipica di chi ha bevuto troppo: pensano di poter gabbare chiunque per passa-
re davanti indisturbati, e il pensiero che riusciranno sicuramente ad arrivare nel-
la prima fila di fronte al palco li rende estremamente arroganti ed invadenti.
Ogni persona ha il dovere di opporsi a questa idiozia, che magari poteva an-
che trovare una sua ragione d’essere giusto ai concerti di parecchi anni fa,
quando il ritmo era un po’ più blando. Ma non oggi.
In un club industrial ho incontrato una ragazza di nome Catherine, che mi
ha raccontato la sua esperienza a un concerto di quelli abbastanza grossi:

“L’ultima volta che ho visto Marilyn Manson dal vivo è stato a Los Angeles, in un
capannone che sembrava un hangar. Dovevano esserci almeno 15.000 persone.
Manson non mi aveva impressionato molto l’ultima volta che l’avevo visto suonare,
in un piccolo club e quando era proprio al picco della sua notorietà. Quella volta
finii per starmene ferma come un palo nel mezzo di un migliaio di tipi parecchio
tetri e noiosi, tutti presi dal culto del loro idolo. E suonò anche un brano degli Eu-
rythmics che mi fece schifo.
“Tornai a vederlo perché voleva andarci mia sorella, e inoltre ero curiosa di capire
se era davvero in grado di fare un buon concerto. Mia sorella era già abbastanza
soddisfatta con la sua posizione sicura nelle retrovie, ma io mi sono diretta verso
le prime file non appena il gruppo di supporto smise di suonare. Erano stati dav-
vero terrificanti, e penso che ci fosse qualche spinta di Manson dietro la loro car-
riera. Ho dovuto farmi strada tra un sacco di gente tesa ed incazzosa per arrivare
almeno nelle vicinanze del palco, ed è stata una vera rottura. C’erano tantissime
coppiette di ragazzi con meno di vent’anni che pareva avessero capito tutto in un

76
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 77

colpo quanto fosse bello stare così vicini. I ragazzi erano tutti magrissimi, con l’aria
da frocetti, con vestiti neri talvolta decorati con pizzi o stronzate simili. Le donne
invece erano leggermente più robuste, ma tra loro c’erano anche delle vere e pro-
prie vacche. Queste coppiette non si spostavano mai di un millimetro.
“Avevo l’impressione che molte di quelle persone fossero in realtà gente banale e
ordinaria – parrucchiere dei sobborghi o ragazzi che lavorano da Radio Shack 4 – che
stava attraversando una sorta di fase tra l’eccentrico, il soprannaturale e il lugubre.
Fare il fan di Manson per un paio di anni, prima di sistemarsi e metter su famiglia.
Penso che la carriera di Manson abbia sofferto molto per via del progressivo dira-
darsi della sua capacità di shockare le masse, così come per la comparsa di altri
casi umani come lui nel panorama musicale attuale. Credo comunque che il modo
in cui provocava le persone abbia sortito dei buoni effetti. Quello che aveva da dire
era certamente interessante – nel contesto della direzione che l’America stava pren-
dendo a quell’epoca – ma la musica purtroppo è sempre rimasta in secondo piano.
“Nel momento in cui salì sul palco con il suo gruppo ero già a tre quarti della strada
verso la prima fila, ma non era abbastanza. Pensai che avrei affrontato il resto del
percorso durante i primi venti minuti. Normalmente quando il gruppo sale sul palco
c’è sempre un po’ di gente che si prende male e scappa a gambe levate verso il
fondo della sala. Quello, insieme al moshing, libera sempre un po’ di spazio... e se
come me hai una minima esperienza di moshing, il più delle volte non avrai pro-
blemi a farti strada nel pit. Ma quella sera non andò così. Non potevo muovermi
né a destra né a sinistra, avanti o indietro. Ero completamente incastrata. “Intorno
a me c’erano un sacco di ragazzine che si agitavano in maniera patetica, compor-
tandosi come delle fan dei Backstreet Boys. Puro fanatismo senza senso. Provai a
fare marcia indietro, ma mi accorsi che era impossibile. I deficienti che avevo die-
tro di me si rifiutavano di scostarsi – o forse non avrebbero potuto comunque – e
come fai a farti spazio quando ci sono altre 15.000 persone che stanno spingendo
contro di te? Iniziai a preoccuparmi sul serio, sapevo che questa situazione non
prometteva nulla di buono. Decisamente al momento non ero ciò che si può defi-
nire una persona allegra. La sensazione mentale era quella di essere in mare aperto,
con l’acqua che ti arriva sino al collo. Intorno potevo vedere l’intero pubblico on-
deggiare, e piccoli gruppi di persone che collassavano le une sulle altre. Poi Man-
son fece un pezzo di quelli parecchio conosciuti – ero troppo indaffarata per
riconoscere quale – e WHOOSH! Tutto quel cazzo di casino che avevo intorno a me
sembrò andare in pezzi come se fosse stato colpito da un tifone. Mi ritrovai per
terra, con tutti questi ragazzi e ragazze intorno a me. Grazie a Dio nessuno è crol-
lato sopra di me, altrimenti mi sarei potuta facilmente infortunare, se non peggio.
Tutto considerato non andò poi così male. Feci un po’ la piccola prepotente, e riu-
scii a tirarmi in piedi di forza. Intorno a me c’era un grande spazio, con una set-
tantina di persone sdraiate per terra, tutte troppo spaventate o rincoglionite per
darsi una mano a vicenda. Sembravano tanti pulcini senza la chioccia, e la situa-
zione era davvero incasinata. Alcuni ragazzi davvero in gamba – erano tutti maschi

4
Catena di negozi di materiale elettronico, estremamente diffusa negli Stati Uniti.

77
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 78

– stavano bloccando la gente tenendola lontana da noi, gridando a quelli alle loro
spalle di farsi indietro. Alla fine riuscirono tutti ad alzarsi da terra, e la serata pro-
seguì. Non riuscii ad allontanarmi molto da quel punto per tutto il resto del con-
certo, era come se fossi bloccata nel Triangolo delle Bermuda. Ci furono almeno un
altro paio di ondate di folla, ma niente di così violento come quella che mi ha tra-
scinato a terra. Ogni volta che arrivava la carica mi trovavo ad annaspare cercando
aria, come se stessi per annegare. E quello era esattamente ciò che sentivo. Come
se stessi per venire sommersa dall’acqua e annegare”.

Evitare completamente questi concerti che si tengono in grossi spazi al co-


perto può essere una buona idea. Sono pericolosi, e danno poca soddisfazio-
ne; se vai ad uno show in un’arena indoor dovresti o stare nelle retrovie, o
andare nelle primissime file. Se il gruppo ha un suono di chitarra caciarone e
violento, allora nel farti strada per cercare di arrivare sino al fronte del palco po-
tresti rischiare letteralmente la vita. L’unico consiglio che posso dare a chi si tro-
va coinvolto in una carica è quello di mantenersi saldo in piedi e, se ci si riesce,
di cercare che tutti quelli intorno facciano lo stesso. Per quanto questa idea
possa sembrare improbabile, l’unica cosa che può frenare un’ondata è la gen-
te che mantiene saldamente la propria posizione. Tieni entrambi i piedi in-
chiodati al suolo, non farti prendere dal panico, e c’è un’ottima probabilità che
quei piedi restino a terra.
Alle persone che tengono in maniera particolare al proprio abbigliamento
consiglio caldamente di lasciare i propri capi preferiti a casa prima di fare del
moshing. Questa regola è generalmente ignorata dai ragazzini, che sono sicuri
di incontrare dei loro coetanei nel pit e quindi sanno che questa può essere
un’occasione unica per sfoggiare dei vestiti nuovi. Ma va bene così, possono
permettersi di essere così spensierati visto che nella grande maggioranza dei
casi sono comunque i loro genitori a pagare quegli abiti costosissimi. Quello
che è necessario è un buon paio di stivali o anfibi, che servono sia a tenerti sal-
do a terra che a proteggerti i piedi. I ragazzini che amano agghindarsi do-
vrebbero inoltre evitare di indossare lunghe catene che pendono dalla cintura,
o capi in pelle con borchie che spuntano fuori.
Gli zaini sono accessori che non si possono assolutamente tollerare nel pit.
Le ragazze sono le più colpevoli sotto questo punto di vista: così come la mag-
gioranza degli skaters, ritengono che uno zaino sia un elemento vitale per il lo-
ro look. Che stiano in città solo per una notte, che debbano dormire sul
pavimento di qualcuno, o che lo zaino contenga solo spazzolino da denti,
walkman e contraccettivi, tutto questo non importa. Uno zaino occupa quasi
lo spazio di una persona, e può trasformare un ragazzino magro e agile in un
ciccione goffo che intralcia chiunque, lasciando che catene, cinture, borchie
etc. possano incastrarsi nella tracolla o nelle cerniere.
Se vedi qualcuno che indossa catene o borchie che sta per lanciarsi a fare
crowd-surfing, dovresti dirgli di preoccuparsi di tutto quel metallo prima di sal-
78
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 79

tare. Questa è una delle lamentele più frequenti che puoi sentire da chi ripor-
ta delle blande abrasioni nel pit.

“Una sera, durante un concerto degli Slayer, un tizio mi strisciò sopra la testa. Era
stato anche abbastanza attento, ma aveva su questa vecchissima giacca di pelle
semidistrutta e coperta di borchie e spuntoni. Mentre scivolava sopra di me, uno
degli spuntoni mi aprì sul cranio una ferita lunga almeno 5 centimetri. Quando
sentii la borchia che mi pungeva gli tirai i capelli, gli urlai dietro, gli mollai un pugno
nei coglioni. Lui pensò che stessi solo facendo del moshing con lui, e mi fece un sor-
risone come se ci stessimo divertendo un sacco insieme. Non se ne accorse nem-
meno. Ora che il sangue aveva iniziato a colare sulla mia faccia, lui se n’era già
andato. Alla fine sono fortunato che si sia trattato del cranio e non di un occhio o
qualcosa di simile. Sembrava molto peggio di quanto fosse in realtà. Mi sono do-
vuto radere a zero per poter curare la ferita, ma è andata bene così. Ho tenuto i
capelli rasati per almeno un anno, dopo quella volta”.

È inutile che vi mettiate accanto ad un tizio robusto che sembri amichevo-


le ed esperto. Probabilmente vi darà anche una mano sino a un certo punto,
ma alla fine la sua preoccupazione principale sarà quella di badare a sé stesso.
In parecchi pit ho fatto io la parte di quel tizio, e anche se per un po’ è bello
dare una mano alla gente, le continue richieste di aiuto da parte di chi alla fi-
ne avrebbe dovuto informarsi meglio su cosa lo aspettava vengono a noia in
fretta. Issare le persone sopra le teste per farle surfare è grandioso, ma ti stan-
chi presto di dover sollevare gente di continuo. Senza contare che è da inge-
nui pensare che il tizio grande e grosso abbia intenzione di giocare a fare il
papà per un’ora. Anche perché è possibile che il tizio più grande se ne freghi
del fatto che tu possa trovarti in qualche situazione pericolosa, qualunque que-
sta possa essere.
L’ultimo consiglio che posso dare sul pit è abbastanza controverso. Se sei
una ragazza, non hai alcuna esperienza di atletica o arti marziali, non sei esat-
tamente una tipa ben piazzata e non ti senti totalmente a tuo agio con quan-
to accade nel pit, allora dovresti considerare seriamente l’idea di lasciar perdere.
Molte delle persone che escono peggio dalle loro esperienze nel pit sono don-
ne. Le donne possono davvero passarsela male lì dentro. L’unica soluzione può
essere quella di andarci con il tuo ragazzo e fare in modo che sia lui a proteg-
gerti, ma se una ragazza decide di affidarsi a questo sistema sta praticamente
andando contro a tutto quanto si è teorizzato sul pit, e si sta anche perdendo
completamente tutto il divertimento.
Helen Kaye, che si ritiene una femminista, ha dei forti pregiudizi verso le
donne che sopravvivono nel pit facendosi proteggere dai propri uomini:

“Qualche volta capita di vedere nel pit delle tipe insieme ai loro ragazzi. Questi ul-
timi sono totalmente avvolti intorno alle ragazze, per proteggerle. Non c’è nulla di

79
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 80

più nauseabondo e codardo di questo spettacolo umiliante. È roba scimmiesca, da


età della pietra. Queste ragazzine tanto carine con i loro sorrisini da ‘povera pic-
cola’… e questi giganteschi scimmioni in piedi dietro di loro, che cingono salda-
mente le loro donne con grandi braccia pelose e mascoline. Se ne stanno incollati
e si fanno largo a spintoni attraverso il pit, con l’uomo che si sente nel suo pieno
elemento, come un cacciatore/raccoglitore da età della pietra che guarda storto e
rabbioso chiunque per sbaglio urti la sua troia o, peggio ancora, osi guardarla
anche di sfuggita.
“Provo un totale disprezzo per queste donne. Quello che fanno è così fottutamente
sessista da sembrare incredibile. Uno degli argomenti che una femminista potrebbe
portare a favore del pit, in una maniera forse un po’ da punk o riot-grrrl, è che una
ragazza in grado di resistere da sola lì dentro senza scoppiare a piangere come una
fighetta può davvero dire di aver conquistato qualcosa per sé stessa in quanto
donna. Mentre queste imbecilli che si fanno proteggere dai loro uomini contribui-
scono al persistere di luoghi comuni sulle donne vecchi quanto il mondo. Metà del
fottuto senso rappresentato dall’andare nel pit è quello di cavarsela da soli, rifiu-
tando la società tradizionale”.

80
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 81

TEENAGE RAMPAGE
ADOLESCENTI SCATENATI

Ho incontrato per la prima volta Henry, Dusty e Ray a uno dei primi concerti
dei One Minute Silence. A quell’epoca era ancora “One Minute Silence con-
tro il resto del mondo”. I fan erano ostinatamente determinati a seguirli. Sa-
rebbe comunque molto più appropriato dire che ci siamo scontrati l’uno contro
l’altro per circa un’ora, sino a quando non ho aiutato Henry e Dusty a sollevarsi
per poter fare del crowd-surfing. Per la fine della nottata si era creata un’at-
mosfera tra noi come se fossimo amici da sempre, anche se non ci eravamo
nemmeno mai visti prima di quella sera.
Non ho più visto Ray, anche se ha giocato un ruolo molto importante nel-
le vite di Dusty ed Henry. Ho visto loro due insieme almeno quattro volte do-
po quella, ai concerti dei One Minute Silence e di altri gruppi metal che come
questi ultimi hanno un suono crossover discretamente ballabile. Dopodiché an-
che Dusty uscì dal quadro – aveva altri problemi. Conobbi Henry molto bene,
e lui fu una delle persone che mi diedero parecchie conferme mentre mi face-
vo strada tra i vari aspetti del pit che stanno dietro all’apparenza. Lui si faceva
vedere solamente a un tipo di concerti, uno solo. I gruppi che preferiva non
erano mai freddi, meccanici o ligi a tutte le regole classiche del metal, erano
sempre strettamente legati al ritmo. Gli piaceva l’industrial deviante dei Re-
volting Cocks, i gruppi di techno distorta come gli Atari Teenage Riot, e a quel
tempo andava a vedersi i One Minute Silence ogni volta che suonavano.
Vestito elegantemente di pelle nera dalla testa ai piedi, sembrava avesse cir-
ca 17 anni. Penso che ne avesse 20 quando l’ho conosciuto. Una delle prime
cose che gli dissi fu che sembrava ancora un teenager. “Lo prendo come un
complimento” fu la sua risposta. Non ricordo chi andammo a vedere quella
notte, se i Rancid o i Deftones o gli Atari Teenage Riot.
Quando vai nel moshpit così spesso, i gruppi tendono a sovrapporsi l’uno
con l’altro. Anche nel caso di ottime band per le quali provi un affetto since-
ro, pure le personalità forti tendono a sfocarsi pian piano. Le belle serate non
le ricordi per via del gruppo o della sua musica, e nemmeno per le fugaci av-
venture o per i momenti di crisi vissuti nel pit. Se pratichi il moshing ti ricordi i
concerti dalle conversazioni con gli amici che hai incontrato lì, o dagli scono-
sciuti che ti si avvicinano amichevolmente dopo il bis per ringraziarti di averli
aiutati a tirarsi fuori da chissà quale guaio in cui si erano cacciati durante la mi-
schia. Ti intratterranno con noiosi racconti di guerra che tu hai già sentito mil-
le volte prima di allora (visto che loro sono ancora adolescenti), o parleranno

81
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 82

spontaneamente di aspetti personali delle loro vite. Quello che pensano dei lo-
ro padri – solitamente non molto. Come siano strane le ragazze – ma anche
come ne valga la pena. Come gli piacerebbe scoparsi qualcuna proprio lì, sul
posto. Roba da maschi, insomma.
Henry vive da solo in una casetta di mattoni rossi a schiera con due stanze
al piano di sopra e due al piano di sotto, di proprietà di un padre che sembra
essere una figura misteriosa anche per lui. Henry è cresciuto in Inghilterra nel-
la località marittima di Margate, insieme a sua sorella e ad una madre divor-
ziata. La madre è un’assistente sociale e la sorella sta seguendo degli studi
post-laurea a New York.
Talvolta sembra che sia del tutto indifferente verso i propri genitori, ma al-
tre volte si lascia scappare certe piccole cose che ti fanno pensare che in real-
tà nutra un forte affetto nei confronti della madre. Ovviamente rispetta la
sorella per i suoi risultati accademici. Trova sia divertente che sua madre occu-
pi una posizione statale in ambito giudiziario. Henry invece sta ai margini del-
la società, approva gli assassini della Columbine High School, si interessa di
qualsiasi cosa possa davvero mettere la società in ginocchio. Dice che può ca-
pire completamente i killer della Columbine High.

“Odio i palestrati ed i pagliacci macho che venivano a scuola con me. Erano così stu-
pidi che mi veniva solo voglia di ammazzarli sul posto. Stavo a circa 50 miglia di di-
stanza da Columbine quando c’è stata la sparatoria, per cui non ho visto altro in
televisione per settimane. Non voglio dire che credo sia stata davvero una buona
cosa che quei ragazzi siano stati assassinati. Ma di certo simpatizzo con quelli che
hanno sparato. Ridevo quando stavano trasmettendo la cosa in televisione, e la
gente mi fissava attonita, disapprovando me e loro, compiangendo i poveri geni-
tori. So cosa intendono, ma qualcuno doveva farlo”.

La sua relazione con il padre è strana. Il matrimonio dei suoi genitori è fini-
to quando Henry aveva sette anni, e mentre la famiglia è rimasta nella casa di
Margate, il padre si è trasferito a Londra dove pare se la sia cavata parecchio
bene.

“Non ho idea di cosa faccia per vivere. Forse fa qualcosa per la televisione. Ma so
che ha un sacco di soldi. Vive con la sua fidanzata a Chelsea, e possiede la mia
casa, e un’altra casa dietro l’angolo”.

Henry parla continuamente di traslocare verso il centro, lontano da Canning


Town, il burrascoso quartiere dell’East End in cui, non molto dopo il nostro in-
contro, un boss della mala locale è stato assassinato nel pub esattamente di
fronte a casa sua. Potrebbe sicuramente permettersi di trasferirsi – guadagna
bene come addetto luci, e lavora per la maggior parte in concerti rock e spet-
tacoli teatrali.
82
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 83

La vera ragione per cui rimane nell’East End è il suo essere incastrato in una
vita sociale fatta di ragazzi che lavorano e di fidanzate giovani già diventate
madri. L’ecstasy, lo speed e l’acido sono la regola per i fine settimana in una
giungla di cemento che Henry, che si sente un outsider qui come in qualsiasi
altro luogo, trova divertente ed intrigante. Penso che una delle ragioni per cui
gli piacesse girare con me fosse il nostro esplorare insieme le parti più sordide
e nascoste di Soho. Al confronto degli omicidi per droga e della crudeltà in-
differente dell’East End, il teppismo chiassoso che si vede a Soho – e che spes-
so ha a che fare con i soldi, con il sesso e con quella zona grigia dove i due
universi si toccano – sembrava innocuo e anche abbastanza innocente. Ma era
un mondo totalmente nuovo per Henry.
Quando Henry incontrò Dusty, il miglior amico di Dusty era Ray, che avevo
conosciuto brevemente al concerto dei One Minute Silence. Ray e Dusty gira-
vano insieme ai tempi della scuola, a Canning Town. Quando si conobbero tut-
ti Henry aveva diciassette anni, Ray aveva pressapoco la stessa età e Dusty ne
aveva sedici. Dusty frequentava il “lato sbagliato di Canning Town”, e sua ma-
dre era preoccupata di come sarebbe potuto finire. Quando Henry arrivò in cit-
tà da Margate, la madre di Dusty fu sollevata nel vedere che probabilmente i
due sarebbero diventati amici. Ma la madre di Dusty non sapeva che quello che
li aveva avvicinati era il rock politicizzato dei Rage Against The Machine e i can-
ti angosciosi dei Nirvana. Dusty parlò ad Henry dei Rage Against The Machi-
ne, Henry a sua volta gli raccontò dei Nirvana, alla fine si trascinarono l’uno con
l’altro nel moshpit.
Henry ricorda bene di quando iniziò a voler diventare un mosher.

“Iniziò a Margate. Era intorno al 1995. Ero un fan dei Guns’n’Roses. Mi sembravano
un gruppo commerciale, ma erano validi. Poco prima di lasciare la scuola iniziai a
girare con della gente nuova. Un paio di loro erano appassionati dei Nirvana. An-
davamo a pescare di notte e c’era un ragazzo che portava sempre un nastro. Su un
lato c’erano i Nirvana, sull’altro i Red Hot Chili Peppers. All’inizio era solo musica
come quella che puoi sentire per caso alla radio, ma col tempo iniziò a piacermi
molto. Non avevamo soldi, per cui non potevamo comprare altra musica. Quindi
sentivamo una cassetta sola. I Nirvana e i Peppers suonati ancora e ancora e ancora,
per tutta la notte. Iniziai a conoscere i titoli delle canzoni, chi erano gli artisti. Ap-
pena potei iniziai a comprare i loro dischi. Quando avevo quindici anni possedevo
già un disco degli Iron Maiden, un paio dei Nirvana, un album dei Red Hot Chili Pep-
pers e due dei Guns’n’Roses”.

Quelli erano i dischi che Henry portò con se quando lasciò sua madre a Mar-
gate e si trasferì nella seconda casa del padre a Canning Town. Incontrò pre-
sto Dusty – lavorava infatti con suo fratello maggiore – che era un fan dei Rage
Against The Machine, ma odiava i gruppi metal old-school come gli Iron Mai-
den e i Guns’n’Roses.
83
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 84

“Dusty mi fece conoscere i Rage Against The Machine, che apprezzai molto. La
loro musica scorreva perfettamente. Non ricordo quale album ascoltammo, penso
dovesse essere il primo insieme ad un paio di singoli tratti dal secondo. Anche que-
sta volta era su nastro. Dusty li aveva solo su cassetta. Avevo sempre più soldi di
Dusty, per cui finii per comprare un paio di album dei Rage Against The Machine.
Lavoravo un po’ più di lui, e comunque lui spendeva per la droga tutto quello che
aveva. Per cui quando ci trovavamo lui aveva il fumo e le sigarette, e io avevo sem-
pre la mia collezione di dischi. Penso fosse una buona combinazione. Nessuno dei
due si faceva problemi a mettere le cose in comune. Io vivevo da solo in questa casa
che appartiene a mio padre, per cui a Dusty piaceva stare qui. Era come un am-
biente adulto in mano a un paio di ragazzi scapestrati”.

Henry aveva già fumato un po’ di hashish prima di arrivare a Londra, e Du-
sty aveva fatto lo stesso prima che si incontrassero. Il fratello di Dusty invece
tirava di coca nei weekend.

“Un lunedì mattina gli era avanzato qualcosa dal fine settimana, quindi me la fece
provare al lavoro. Mi offrì una riga che mi diede solo un leggero sballo, nulla di spe-
ciale. Penso che sia così che va con la coca, agli inizi. Quel weekend finii per com-
prarne un grammo. Dusty venne da me e ne tirammo un po’ insieme, ma non era
molto interessato. Dopo quella volta non mi andò più di comprarne ancora perché
pensavo fosse una cosa inutile. Ma alla fine sempre più gente intorno a me ce
l’aveva e mi trovai a scroccare una riga un po’ di qui e un po’ di là, quindi iniziai ad
apprezzarla di più. E così io, Dusty e Ray iniziammo a tirare di coca. E parecchio!”

Dusty faceva totale affidamento sulla droga per poter essere in condizioni
decenti. Doveva averne sempre, e se non riusciva a trovarne diventava violen-
to e incazzoso come un orso con il mal di testa. La sua priorità era trovare la
roba. Se era costretto arrivava anche a vendere le sue cose per avere denaro
contante. Ad ogni modo suo cognato era uno spacciatore, per cui riusciva sem-
pre a rimediarne un po’. “Dusty può essere un personaggio strambo”, ridac-
chia Henry, “ma metteva in comune la sua droga ogni volta che ne aveva”.
Quando Dusty si trovò il suo primo lavoro come fattorino e andava in giro
in furgone a fare consegne, sembrò darsi una regolata e comportarsi in ma-
niera responsabile. Spendeva un po’ di soldi in hashish, ma risparmiava anche,
mostrando un lato di sé che nessuno aveva mai visto. Riuscì a mettere in ban-
ca mille sterline e decise fermamente che non le avrebbe toccate. “Aveva sem-
pre un po’ di denaro da mettere via ogni settimana”, ricorda Henry, “non
importa quanta droga avesse comprato. Non aveva intenzione di spendere die-
ci sterline per uscire durante il weekend. Poi però, quando incontrò la sua pri-
ma ragazza, iniziò a spendere sempre più soldi in cocaina. È come se l’avesse
corrotto lei, convincendolo a spendere i suoi soldi. Da quel momento iniziò a
cambiare. Ora appena mette le mani su dieci sterline deve uscire e spenderle
in qualcosa”.
84
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 85

“RAGAZZO COCAINOMANE RILASCIATO DALLA PRIGIONE”, così dicevano


i titoli del giornalaccio locale di Canning Town circa tre settimane dopo il gior-
no in cui conobbi Dusty. Stava camminando lungo Barking Street, a Canning
Town, una via in cui i poliziotti si fermano sempre per perquisire i ragazzi bian-
chi come Dusty, quelli vestiti dalla testa ai piedi con abbigliamento bianco del-
la Adidas “caduto” da qualche camion. Aveva un pacchetto di sigarette con
nascosto dentro un foglietto di alluminio con della cocaina. I poliziotti gli si ac-
costarono in macchina, così lui buttò il pacchetto per terra. Un poliziotto gli fe-
ce qualche domanda, e poi raccattò da terra il pacchetto. Gli chiesero se era
suo, ma lui negò. “Cosa? Con ancora dentro le sigarette? Non ti crediamo“,
disse uno di loro.
Guardarono nel pacchetto e non trovarono nulla. “Sei sicuro che non sia
tuo?” gli chiesero. “Beh, forse è mio”, disse stupidamente lui. Così gli diede-
ro il pacchetto e a quel punto il poliziotto che parlava con lui suggerì all’altro
di guardare meglio all’interno. Trovarono la cocaina. Quando chiesero a Dusty
se fosse sua, scrollò un po’ le spalle e mormorò “Si”.
“Quando vide la cosa sui giornali non riusciva a crederci”, rise Henry. “Di-
ceva che deve per forza esserci un giornalista in tribunale a prendere appunti
tutto il giorno. Sua madre diventò matta quando lo venne a sapere. Sua ma-
dre è una brava persona che non toccherebbe mai droga o cose del genere, è
una donna molto onesta. Suo fratello maggiore, se si esclude la cocaina nei fi-
ne settimana, è un gran bravo ragazzo. È un autista, ma è stato licenziato per-
ché rubava scarpe – uno dei benefici accessori del lavoro. Se non contiamo
qualche furtarello qui e là, è una persona molto responsabile. Ora lavora per
la Royal Mail. Non è per niente disonesto. Sua sorella più grande invece ha già
avuto svariate esperienze con l’eroina ed il crack”.
L’amicizia tra i tre ragazzi si ruppe per via di una storiaccia di sesso, poco
tempo dopo la volta che li conobbi ai One Minute Silence.
Prima che Henry si trasferisse a Canning Town, Dusty e Ray erano insepa-
rabili. Poi si persero un po’ di vista. Quando li incontrai io, Dusty si faceva di
così tanto crack che Henry se ne teneva bene alla larga. Quindi Dusty iniziò a
girare a casa di Ray, dove quest’ultimo viveva con la sua ragazza di sempre,
Corrina, ed il loro bambino. Dusty suonava i suoi dischi di Deftones e Slipknot
prima di sistemarsi per la notte nella loro camera degli ospiti.
Un pomeriggio, mentre Ray era al lavoro, Dusty stava ascoltando musica e
fumando droga in soggiorno insieme a Corrina. Le disse che gli piaceva, e lei
disse lo stesso a lui. Di lì a poco si stavano baciando, e così cominciò la tresca.
Dusty e Corrina facevano sesso quasi tutti i pomeriggi in cui Ray era fuori per
lavoro.
Henry passò le settimane successive, ogni volta che se lo trovava davanti, a
insistere con Dusty perché lasciasse perdere. Ray era un duro, e aveva degli ag-
ganci con gente poco raccomandabile. Quando incontrai Henry successiva-
85
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 86

mente c’erano già stati dei notevoli sviluppi. “La scorsa settimana Ray aveva in-
vitato un altro suo amico a fermarsi per la notte”, ghignò Henry, “Dusty era an-
dato a dormire e anche Ray. Corrina decise che sarebbe andata di sotto per
farsi un caffé, e il nuovo ospite, che dormiva sul divano, iniziò a provarci con
lei. Lei gli disse di andare a farsi fottere e si rifugiò nella camera di Dusty, do-
ve i due rimasero a parlare per qualche ora sino a quando non si addormen-
tarono entrambi”.
La mattina dopo, di buon’ora, quando non trovò la sua donna al suo fian-
co nel letto, un infuriato Ray entrò nella camera di Dusty dove li trovò entrambi
addormentati sopra le coperte. “Che cazzo sta succedendo qui??”, urlò. Du-
sty reagì prontamente e gli raccontò che il tizio al piano di sotto aveva cerca-
to di rimorchiare Corrina, e che lei, ancora turbata, era entrata da lui perché
aveva visto che era ancora sveglio. E poi si era semplicemente addormentata!
Ray andò al piano di sotto e diede al suo nuovo ospite un sacco di legnate,
tirandolo sul pavimento e prendendolo a calci prima di trascinarlo fuori dalla
porta e gettarlo sul prato davanti a casa. Poi se ne andò in cucina per fare co-
lazione, e uscì di casa mezz’ora dopo. Quando vide che la sua vittima era an-
cora sdraiata in giardino perché non si era del tutto ripresa dal primo giro di
botte, gli diede un’altra buona razione di calci.
Qualche giorno dopo Dusty e Corrina vennero colti sul fatto, e Dusty scap-
pò con lei. Ray passò tutto il mese successivo a cercare i fuggiaschi vagando
per Canning Town con una pistola. Da quel giorno le cose si sono abbastanza
appianate, ma Dusty va ogni settimana da uno strizzacervelli per cercare di te-
nere a bada i suoi scoppi di violenza incontrollabili.
“Verso la fine del periodo in cui andava spesso a fare moshing”, racconta
Henry, “Dusty stava diventando davvero violento nel pit. Diceva che a volte di-
ventava così rabbioso da voler uccidere la gente. Era dipendente dal crack e
non riusciva a tenersi un lavoro. Quando era nel pit prendeva a pugni la gen-
te, la mordeva. Non mi piaceva stare nel pit con lui. Gli piaceva fare crowd-sur-
fing, ma non faceva concessioni a nessuno. Non si comportava in maniera
leale. Quando qualcun altro surfava sopra di lui, si incazzava di brutto e lo pic-
chiava duramente. Alla fine smise di andare ai concerti. Comunque ero io quel-
lo a cui piaceva andare ai concerti, lui non voleva mai lasciare Canning Town
o andare troppo fuori città”.

“Nei primi tempi era sempre Dusty a scoprire i gruppi nuovi. Slipknot e One Minute
Silence. Ci piacevano gli Idlewild prima che diventassero un po’ più famosi e finis-
sero con il fare merda. Per me e Dusty il bello dei One Minute Silence era il loro es-
sere molto potenti, molto veloci e molto incazzati. Ci attraeva molto di più questo
che il loro impegno politico. Usavano dei tempi di batteria veloci, chitarre veloci, e
potevi sentirlo dalla voce del cantante che era davvero incazzato per qualcosa. Era
strano il modo in cui la gente li criticava dicendo che erano solo una brutta copia
dei Rage Against The Machine. Se la gente non si facesse influenzare da altri gruppi
86
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 87

ci sarebbero solamente una cosa come sei band in tutto il mondo, e sarebbe ben
noioso. Ad ogni modo, con i One Minute Silence sentivo che il cantante aveva un
senso dell’umorismo particolarmente folle, e quello mi piaceva.
“Ho iniziato io a voler andare spesso ai concerti. Non avevamo mai pensato ad an-
dare a vedere dei concerti, ma il mio capo, che era un meccanico, ci andava sem-
pre. A vedere Bob Dylan e Joe Cocker per esempio. Mi spinse a provare. La prima
cosa che io, Dusty e Ray andammo a vedere fu un gruppo indie molto tranquillo.
Poi andammo a vedere gli Idlewild al Garage. Li aveva scoperti Dusty. Avevo sen-
tito che avrebbero suonato, così comprai i biglietti. In quell’occasione ci demmo al
moshing per la prima volta. E non tanto al moshing, quanto al crowd-surfing. Non
avevo mai visto nulla di simile in tutta la mia vita. L’avevo visto fare nel film ‘Fusi Di
Testa’, ma pensavo che fosse solo una gag. Non credevo che la gente lo facesse sul
serio. Ma a quel punto eravamo lì, al Garage, e oh mio dio! la gente si faceva sol-
levare e ci saliva addosso. Il mio capo mi diceva sempre di andare nelle primissime
file, ma lui pensava ai concerti di Bob Dylan! Ci stavano schiacciando, e Dusty ini-
ziava ad incazzarsi un po’ perché lo pressavano continuamente. Ma ciò nonostante
gli piaceva il fatto di avere il gruppo di fronte a noi e tutto il resto.
L’arrampicarsi ed il tuffarsi stavano raggiungendo livelli incontrollabili. Ad un tratto
guardo verso il palco e vedo Dusty lassù, di fianco alla band, che si stava tuffando
nel pit. Così andai su pure io e feci la stessa cosa. Ci divertimmo un mondo. La
gente era davvero amichevole, e ci sosteneva per farci fare crowd-surfing. Uscimmo
da lì con addosso una sensazione migliore di quella che può darti qualsiasi droga.
Quello fu l’inizio del nostro andare ai concerti.
I Rancid all’Astoria furono la nostra prima esperienza in un vero moshpit. Fu pa-
recchio duro. Ricordo che era molto largo e noi correvamo attraverso il pit, più che
buttarci dentro. Il pit era pieno di tizi belli grossi che però non erano per nulla ag-
gressivi. Erano molto disponibili e amichevoli, ma noi eravamo dei ragazzini e que-
sti tipi erano grandi, grossi, esperti e avevano dreadlocks e cose del genere. Più a
ridosso del palco c’erano persone più giovani, tardo-adolescenti, che si scontra-
vano e rimbalzavano gli uni contro gli altri. Più indietro, dove c’era il vero pit, i tipi
più grandi avevano molto più spazio. Mimavano colpi con i pugni, per cui se ti
fosse capitato di finire sulla traiettoria ti avrebbero preso in pieno. Penso che fos-
simo i più giovani lì in mezzo.
“I pit migliori erano quelli dove ti trovavi in mezzo a gente della tua stessa età e cor-
poratura. Ti spingevano di qua e di là, ma non erano spinte troppo forti. Devi en-
trare nel pit con una certa attitudine al moshing. Quando un gruppo già ti esalta
di suo e hai l’occasione di vederlo dal vivo, prima del concerto il solo pensiero di
andare nel pit ti dà la carica. Come quando andammo a vedere i Jesus Lizard. Io e
Dusty li sentivamo molto connessi a quella scena da cui ebbero origine i Nirvana,
e dato che entrambi eravamo stati davvero appassionati dei Nirvana per noi era un
evento importante. Eravamo già sorpresi dal fatto che venissero a suonare, era
come un sogno che si avverava. Se sei gasato perché vuoi vedere il gruppo o sen-
tire la musica, già quello da solo può creare un buon pit. La cosa divertente è che
diverse persone erano lì per vedere il gruppo di supporto, i Pulkas. Fummo cacciati
fuori durante il loro set e i buttafuori ci lasciarono rientrare dieci minuti dopo che

87
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 88

i Jesus Lizard erano saliti sul palco. C’era tutta questa gente che era venuta solo per
sentire i Pulkas che se ne stava andando dicendo che i Jesus Lizard erano merda.
Non riuscivo a credere alla mie orecchie. Comunque quello è stato uno dei pit mi-
gliori in cui mi sia mai trovato.
“Uno dei peggiori invece è stato probabilmente l’Ozzfest. Eravamo in un punto in
cui un po’ di gente – gente più vecchia, che ascoltava metal da sempre, ma che non
ne sapeva troppo del moshing – voleva starsene davanti, ma non voleva avere a che
fare con i crowd-surfers. All’epoca ero veramente coinvolto dalla cosa, ma rispetto
a quei giorni ho un po’ cambiato idea riguardo al crowd-surfing. Penso che sia un
po’ troppo stupido e pericoloso. Ad ogni modo ora ho 22 anni, quindi penso di es-
sere un po’ troppo vecchio per certe cose. Ma mi piaceva davvero tanto surfare il
pit.
Farlo a un concerto grande è strano. Galleggi sulle teste e poi vai su e giù. Talvolta
vai così in basso che stai quasi per toccare terra, ma a quel punto la gente ti sol-
leva di nuovo e ti permette di continuare la tua crociera verso il palco, su e giù
come in un viaggio fantastico. Una volta sono stato scagliato così in alto che ho
quasi fatto una capriola sopra a centinaia di spettatori, prima di atterrare su un
gruppo di persone che non se lo aspettavano minimamente e che non devono es-
sere stati troppo contenti di trovarsi me addosso all’improvviso. Hanno iniziato a
prendermi a pugni. E poi c’era questo tizio che voleva solo prendermi a calci in
testa. Un’altra volta sono caduto per terra e tutta la gente che avevo intorno ha ini-
ziato a tirarmi calci. Quando mi sono rialzato erano tutti lì che guardavano fisso da-
vanti a loro, facendo finta che non fosse successo nulla. Nel pit di questi grandi
concerti la gente si comporta in modi che nel mondo reale non si sognerebbe mai.
Penso che la cosa sia dovuta a un miscuglio tra l’anonimità data dalla folla e il puro
gusto di farlo.
Quando salì sul palco Ozzy Osbourne ce ne andammo, visto che non eravamo
molto interessati a quel genere di roba. Dusty in particolare non sprecava tempo
con il vecchio metal. Salimmo su questo autobus diretto a Londra e ci mettemmo
a chiacchierare con due ragazze. Una aveva un collare ortopedico, e l’altra teneva
il braccio al collo. Erano state nelle prime file durante i Coal Chamber. Ci dissero che
la folla era come caduta all’improvviso, e che un sacco di gente aveva finito con l’es-
sere presa a calci.
Preferisco il moshing nei locali piuttosto che nei festival. In un club, che sia da 500
posti a sedere o da duemila, sei sempre all’interno di un locale chiuso, e nel pit c’è
un’atmosfera che può quasi definirsi familiare. La gente si accorge di te, vede se sei
nei casini. Si è tutti insieme per vedere lo stesso gruppo. Mi è capitato di cadere du-
rante questo tipo di concerti, e tutti si sono immediatamente fatti da parte. Tutti ti
tirano in piedi e ti danno delle pacche sulle spalle. È una sensazione bellissima
quando qualcuno ti dà una mano nel pit. È la cosa più bella. È quasi come essere
a un rave e conoscere gente nuova per poi drogarsi insieme a loro”.

88
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 89

UN MINUTO DI SILENZIO
ONE MINUTE SILENCE

Brian “Yap” Barry viene da Templemore, una piccola cittadina irlandese a


quaranta miglia da un’altra piccola cittadina irlandese nella quale sono cre-
sciuto io. Alla fine degli anni ottanta si trasferì dall’Irlanda nelle selvagge case
occupate londinesi per fare il batterista in un gruppo rock. Si ricorda bene di
com’era crescere nella provinciale Irlanda tra gli anni settanta e gli anni ottan-
ta: “Ero un fottuto delinquente! Quantomeno per gli standard di Templemo-
re. Alla fine era tutto innocuo. Ero ingenuo come tutti gli altri ragazzi, ma non
ho mai seguito ciecamente nessuno”.
Sul palco Yap è un strano performer, ogni volta che va davanti al pubblico
sembra risvegliare uno spirito demoniaco. Sta sicuramente cercando di esor-
cizzare qualcosa dentro sé stesso, e lo fa attraverso il groviglio pulsante del mo-
shpit. Quando era ancora in Irlanda, e grazie ai suoi genitori che sono degli
affermati musicisti folk locali, ha imparato un po’ di cose riguardo all’aspetto
totemico della musica. Disse alla rivista Kerrang: “Uno dei miei ricordi più bel-
li riguarda un indiano americano Sioux che fece una danza di guerra nel no-
stro salotto. Avevo probabilmente sette o otto anni, e fu tutto abbastanza
surreale. Si fece – letteralmente – scendere i capelli sino al culo e usò il bodhran
di mia madre. A quel tempo le sfide tra cowboy e indiani ci appassionavano
molto e stavamo sempre dalla parte degli indiani, per cui credo che istintiva-
mente sapessimo già allora che dal punto di vista politico gli americani erano
delle merde”.
Si trasferì a Londra con due amici che suonavano nel suo stesso gruppo:

“Giuro su Dio che pensavamo che saremmo arrivati lì e saremmo subito diventati
qualcuno. A Top Of The Pops vedevamo solo gruppi già famosi, non avevamo idea
che esistesse una scena underground. Alla fine ci ritrovammo a lavare pentole, con
le nostre illusioni sgretolate. Ci svegliavamo, lavoravamo, tiravamo avanti. Mi ri-
cordo anche i pregiudizi che ho dovuto affrontare. Ho fatto il muratore per un po’,
e mi ricordo che la polizia mi faceva accostare con il furgone, gettava i miei uten-
sili in mezzo alla strada, controllava i numeri di serie e chiedeva ‘E questi dove li hai
rubati, fottuto irlandese?’. Mi picchiavano e mettevano in imbarazzo di fronte ai cit-
tadini inglesi, che si sentivano imbarazzati a loro volta”.

Oggi Yap è il leader dei One Minute Silence, l’unico gruppo post-thrash di
Londra che abbia una vaga possibilità di competere nelle arene con tutti i va-
ri Slipknot e Limp Bizkit di questo mondo.

89
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 90

La scena rock inglese che una volta era forte ed imponente appartiene or-
mai al passato. Ora la scena londinese è strettamente governata dall’industria
discografica, e ogni tipo di folle intemperanza – così come l’inarrestabile po-
tenza artistica che sgorga da quell’intemperanza – è guardato con disappro-
vazione. È quindi molto poco probabile che Londra porti ancora alla luce un Sid
Vicious o un Brian Jones. Questo però a meno che il fastidioso casinista in que-
stione non si chiami Brian Barry. È interessante vedere un gruppo come que-
sto, caratterizzato da un impegno sociale schietto e deciso, che se la cava bene
nel mondo corporate di Richard Branson e della sua etichetta discografica V2.
Un critico musicale scrisse che era bello trovarsi davanti a un gruppo londine-
se manifestamente anarchico, ma senza l’abbigliamento disordinato e la pre-
vedibile immagine sporca ed aggressiva di gruppi come i primi Chumbawamba.
Quando parlai con Barry della tradizione del rock’n’roll lui mi disse “Guar-
dati intorno! Il rock’n’roll è morto. È stata una cosa grandiosa e nessuno la ap-
prezza più di quanto lo faccia io. Quei gruppi erano i miei idoli. Ed è stato
fantastico che siano riusciti ad ottenere quello che hanno ottenuto. L’heavy me-
tal. I Rolling Stones. Il punk-rock. Tutte queste cazzo di cose sono morte! Quin-
di non ha importanza quello che diciamo o quello che facciamo. Non ci sono
più regole. Il gioco è finito. Fine della storia! Siamo solo tutti qui, per conto no-
stro, a suonare i nostri pezzi e a fare del nostro meglio“.
Barry, che quando era adolescente organizzava manifestazioni di protesta
a scuola, è un turbine inarrestabile di attività intellettuali, fisiche ed emozionali.
Il suo incedere nella sala prove è il medesimo di quando è sul palco, potente e
aggressivo, ma senza risultare arrogante o minaccioso. Il mondo multicultura-
le rappresentato dalla sua band – un batterista inglese, un punk italiano alla
chitarra ed un bassista di Gibilterra – riflette accuratamente la pittoresca im-
pollinazione incrociata che si può vedere nei loro moshpit, posti rudi ma ca-
ratterizzati da un forte senso morale. Yap, che quando il locale è abbastanza
piccolo da poterlo permettere si lancia nel mosh insieme al suo pubblico, de-
finisce “violenza controllata” il moshing ai loro concerti. Questa affermazione
però non è poi del tutto sincera. I loro pit sono certamente i più armoniosi in
cui mi sia mai capitato di stare, e hanno una pit-crew davvero di prim’ordine,
ma la reazione violenta è senza dubbio scatenata dalla musica tumultuosa pro-
posta. Ho visto pugni veri e ferite vere ai loro show.
Sono un gruppo che dal vivo tira fuori una potenza straordinaria e sa otte-
nere un livello imponente e consapevole di rumore, tutto questo mentre il mo-
shing si mantiene sempre incredibilmente eccitante e coinvolgente. Li ho visti
suonare e costruire la propria fama a partire dai concerti in piccoli club sino a
quelli da duemila persone. Nella maggioranza di questi show tutto lo spazio
davanti al palco era come un enorme pit. In quei primi tempi, se non volevi fa-
re del moshing, non c’era motivo che tu andassi a un concerto dei One Minu-
te Silence. Il loro pubblico comprendeva parecchi ragazzini bianchi grezzi e
90
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 91

senza soldi ed una minoranza di asiatici e neri pari a circa il 20%, mentre il re-
sto erano tipi più sofisticati, punk o studenti, che però sapevano il fatto loro
quando si trattava di ascoltare musica dura.
C’era questo cantante che con un forte accento di Tipperary urlava furio-
samente la sua opinione su tutte le questioni importanti. E se come molti in-
glesi appassionati di hardcore pensavi che la musica più energica ed intensa ce
l’avessero solo nel resto del mondo, allora i One Minute Silence rappresenta-
vano qualcosa di speciale. Mossi da una profonda energia funky, erano balla-
bili e gradevoli anche per le donne. Ma più di ogni altra cosa erano capaci di
pensare, e di dare forma a quei pensieri, un fenomeno quasi del tutto estinto
nel rock londinese. Per cui, se eri un sedicenne nella Londra del 1998 e se ti pia-
ceva pensare e fare moshing allo stesso tempo, erano senza dubbio la band
adatta a te.
Rappresentavano cose diverse per persone diverse. Una delle facce più di-
rette ed immediate era quella del loro antirazzismo. Barry era un notevole so-
stenitore dell’idea secondo la quale gli irlandesi sono i negri d’Europa: “Tu mi
mostri South Central Los Angeles, e io ti mostro South Central Tipperary. Ti
mostro 800 anni di fottuta oppressione”.
E come è capitato a molti altri in questo ambiente, anche sulla sua testa è
aleggiato il fantasma di Kurt Cobain.

“Amo Kurt Cobain, era un genio. Ed era un tossicodipendente da eroina, ed è stato


molto triste vederlo fottersi con la droga. Penso che sia davvero sbagliato farsi sal-
tare le fottute cervella. Ci sono bambini che non hanno più le gambe per colpa
delle mine, ci sono bambini che muoiono di fame, e potrei andare avanti ancora.
E lui aveva venti milioni di dollari e tutto il resto e si è schiaffato una cazzo di pi-
stola in bocca. Alcuni potranno dire che è stato ammazzato, ma quelle sono solo
congetture. Non so. Forse è stato ucciso da un alieno”.

Yap si lavorò come farebbe un abile politico quel suo elettorato di sconvol-
ti, impiegando tanto tempo per cazziare dal palco quelli che si comportavano
male nel pit, quanto poi ne utilizzava per cantare i suoi pezzi.
La solidarietà e la fratellanza nel moshpit erano alcuni dei suoi argomenti
preferiti. Quei rimproveri erano principalmente rivolti a questa nuova “gene-
razione vuota” ed allo scompiglio generale del pit che andava mano nella ma-
no con il loro stile di vita. Yap scelse dal moshpit i fan più leali, li vestì con abiti
hip-hop uguali tra loro, e li nominò security-team personale della band. Avreb-
bero operato all’interno del pit, e dovevano assicurarsi che non accadesse nul-
la di troppo grave.
Riteneva che la struttura formata da una live-band metal e dai suoi segua-
ci più fanatici fosse il veicolo perfetto per divulgare le idee del gruppo:

91
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 92

“Il metal è decisamente la musica migliore per veicolare questo tipo di messaggio.
Voglio dire, tutti provano le stesse sensazioni. Intendo chiunque sia una brava per-
sona che come me ha a cuore i problemi del nostro pianeta, il razzismo, le persone
che non hanno una casa, e così via. Ho una piattaforma da cui esprimere quello che
penso, e credo che il miglior modo per far passare questi messaggi, questo risen-
timento se vogliamo dire così, sia attraverso la musica metal. E penso che il metal
sia musica per l’anima, e che l’anima sia fatta di emozioni. Così come il blues, che
parla di qualcuno che è incazzato per via dell’amore. E la rabbia è un’emozione, e
quindi anche questa è musica per l’anima. È come quando sei furioso e incazzato
per qualcosa, e ti metti a urlare. E il metal è musica aggressiva, quindi penso che
sia il mezzo perfetto per quello che vogliamo comunicare”.

Talvolta sembrava che il loro spettacolo fosse un po’ troppo scorrevole e pre-
parato. Ma era una band sincera, con una notevole ed istintiva carica hardco-
re, e ci si passava sopra tranquillamente. E il fatto che Barry fosse un frontman
selvaggio ed incontrollabile conferiva un senso di minacciosa e cruda realtà al-
lo show. Quando sono andato a trovarli alla loro saletta nella zona est di Lon-
dra, erano nel mezzo di un’estenuante sessione di prova che gli ho visto
portare a termine con una precisione che aveva del militaresco. Sono rimasto
colpito dall’impegno quasi puritano e dal duro lavoro che dovevano fare per
mantenere la loro posizione di primo piano. Anche se non era così puritano da
far si che l’aria non fosse ben impregnata dell’odore di marijuana.
C’è chi critica il loro messaggio dicendo che è banale e terra-terra: Il razzi-
smo è male, scopare è bello, tutti gli sbirri sono dei porci. Barry non aveva al-
cuna intenzione di giustificarsi per il suo incoraggiare i moshers: “Il palco è loro.
Se ci sono 50.000 persone a un concerto, e 40.000 vogliono salire sul palco,
che salgano... Abbiamo fatto dei concerti a Londra in cui le casse spia sono sta-
te distrutte dopo due soli minuti perché c’era gente che saliva sul palco, e io
ero lì che dicevo ‘cazzo che serata grandiosa!’”.
Una volta c’è stata una zuffa spettacolare al Camden Palace: “Stavamo cer-
cando di scatenare una sommossa. ‘Venite giù, saltate le transenne e rompe-
tevi il collo’, cose così. E alcune persone si incazzarono per questo. ‘Volete che
la gente si rompa il collo’. Ovviamente non voglio che lo facciano davvero. Ma
voglio vederle nel pit, e voglio che ci sia un moshing delirante”. Lui pensa che
nel pit si possano vedere i lati buoni e cattivi degli esseri umani. Il bassista Glen
Diani, un libertino con i dreadlocks, ha detto: “È l’unico tipo di musica in cui
ci si pesta l’uno con l’altro e allo stesso tempo ci si aiuta. Durante le canzoni si
ammazzano tra loro, e poi tra un pezzo e l’altro sono tutti come i migliori ami-
ci”.
“Io non voglio sul serio che la gente si faccia male”, insisteva Yap. “C’è sta-
to un tizio che è venuto da noi a un festival in Portogallo. C’era un moshpit con
duemila persone. Arrivò questo ragazzino con un labbro aperto in due e la te-
sta tutta rattoppata. Ci venne davanti e disse una cosa tipo ‘Ragazzi, mi sono
92
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 93

conciato così nel vostro moshpit’, ed era contentissimo. Portava i segni della
sua lotta. Noi diciamo ‘Uccidi, uccidi’, ma non è quello che vogliamo dire dav-
vero. Al limite fatevi solo qualche ferita! E poi massaggiatevele tra voi”.
Non era uno di quei personaggi che in quanto leader di un gruppo gioca-
no con le teste di adolescenti non ancora del tutto formati. Ce l’aveva parec-
chio con la copertina di un disco degli Slayer:

“Odio gli Slayer perché mettono immagini del genere sulle copertine dei loro dischi.
I ragazzini sono facilmente impressionabili, e li ho odiati per aver pensato che inci-
dere la scritta ‘Slayer’ nel braccio possa essere una figata. Potrebbe anche esserci
stato un loro fan che è morto dieci anni fa per averlo fatto sullo stomaco senza che
i genitori fossero lì intorno per fermarlo, e gli Slayer non lo saprebbero mai. Se vuoi
sapere come la penso, sono un gruppo di teste di cazzo. Se un fan dei One Minute
Silence venisse da me con il nostro logo inciso nel braccio, gli darei il numero di te-
lefono di uno strizzacervelli”.

È salito sul palco con ottantatre punti di sutura nel corpo.


Ha dichiarato che tagliarsi era per lui un’esperienza catartica. “L’ultima vol-
ta che l’ho fatto mi sono tagliato direttamente attraverso la felpa e la maglietta,
e stavo spingendo la lama davvero in profondità. Ho avuto bisogno di tre pun-
ti sul petto. Ora non riuscirei nemmeno a tenere in mano un coltello. Non rie-
sco neanche a pensare di farlo”.
“Non posso spiegarlo”, diceva. “Io non posso comprendere cosa voglia di-
re essere di colore, mi capisci? Al limite posso informarmi, leggendo e ascol-
tando. E se non sei depresso non puoi capire del tutto cosa significhi. Mi
ricordo di quando al liceo mi tagliavo da solo, sfidando tutti a chi si faceva il
taglio più grande. Da lì in poi la cosa ha preso il sopravvento, è diventata fol-
le. Per cinque cazzo di anni... Ora riesco a controllarmi un po’ meglio, è tutta
qui la questione, ma talvolta non ce la faccio”.
È questo aspetto duro/fragile di Yap che faceva presa sui ragazzi. “Yap mi
piace perché è chiaramente uno spostato”, mi disse un ragazzo che incontra-
vo sempre nel pit ai concerti dei One Minute Silence. “A volte sembra un sa-
murai, a volte invece è parecchio stressato. Così capisci che è un essere umano.
E poi dice un sacco di cazzate quando è sul palco. Penso che sia un grande”.
Yap non ha mai nascosto le sue emozioni e ha sempre espresso quello che
pensa, ben consapevole del fatto che viviamo in un mondo sgradevole:

“Il problema del nostro pianeta è che tutta quella mentalità carina da hippy figli dei
fiori era anche bella, ma non funziona. Cazzo, non puoi combattere la feccia con
i fiori. Se qualcuno ti viene contro con una mazza da baseball e tu porgi l’altra
guancia, finisci in ospedale per sei mesi attaccato a una flebo. Io non porgo l’altra
guancia per nessuno. Ma non attacco nessuno. Non difendo l’uso della violenza”.

93
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 94

Nonostante il suo modo di porsi sia molto diretto e portato al confronto, ne-
ga di essere mai stato una persona violenta o che il gruppo abbia mai incitato
all’uso della violenza:

“Non ho mai picchiato nessuno e non ho mai avuto problemi con la legge, e non
intendo averne. La gente può pensare che io sia questo gran frontman che mette
paura, ma non lo sono. Sono una persona qualsiasi e ho un sacco di fottuti pro-
blemi, come chiunque altro. Possiamo essere visti come una band violenta, e ado-
riamo l’energia che si sprigiona nel moshpit, e adoriamo la gente che salta e fa
casino, ma non vogliamo che si ammazzino tra loro. Non è divertente. Posso anche
invitare la gente a salire sul palco e mordermi la faccia, ma non è che io voglia dav-
vero dei cazzo di morsi”.

“I teenagers sono stati fatti diventare dei capri espiatori insieme ai genito-
ri single ad alle droghe”. Yap raccontò a Kerrang: “Non c’è niente di sbaglia-
to nella promiscuità. Il problema esiste verso lo stupro ed il sesso non
consensuale, ma al di là di questo ognuno faccia quello che gli pare”.
Dopo un paio di date in cui il moshpit sfuggì talmente di mano da devastare
il locale, i One Minute Silence vennero catapultati dai piccoli club direttamen-
te alle sale concerti più grandi. Quando suonarono al Borderline, un club legato
all’industria discografica londinese, il posto venne letteralmente ridotto a una
poltiglia. Circa duecento ragazzini, incitati dalla band, misero il turbo e si sca-
tenarono. Dopo un po’ alcuni di loro iniziarono ad appendersi ai tubi dell’ac-
qua fissati al soffitto del locale. I tubi a quel punto cedettero e si ruppero
velocemente. E proprio mentre la band stava raggiungendo il culmine della sca-
letta, litri e litri d’acqua riempirono il pavimento del locale e fecero inciampa-
re e scivolare in maniera disordinata tutto il pubblico. Come Yap raccontò in
seguito a Kerrang: “Durante il concerto al Borderline qualcuno saltò su un tu-
bo dell’acqua, che si ruppe. Noi ci esaltammo, perché era molto rock’n’roll. Ma
non fu una cosa pianificata. Quando arrivò il momento del concerto al Gara-
ge avevamo già venduto tutti i biglietti, era sold-out. Tutti si aspettavano un se-
quel. Quando salimmo sul palco la security stava già picchiando i nostri fan. A
quel punto sapevo che sarebbero scoppiati casini a palate”.
E infatti alcune pale scoppiarono sul serio – o per essere più precisi le di-
strussero i moshers: quelle della ventola d’areazione del Garage, uno dei tan-
ti locali di proprietà di quella Mean Fiddler Organisation che controlla sia una
fetta notevole del circuito dei piccoli club londinesi che il celebre Reading Fe-
stival, un ovvio traguardo per un gruppo amato dal pubblico come i One Mi-
nute Silence. Incitata dalle chiare esortazioni di Yap ad “andare fuori di testa
stasera”, l’audience del piccolo locale esplose. La security, normalmente abi-
tuata ai gruppi hardcore ed ai loro pit, reagì negativamente. Un buon nume-
ro dei fan più accaniti della band, tra cui alcuni della loro pit-crew, vennero
sbattuti fuori durante i primi minuti del set. Sembrava inoltre che questi ra-
94
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 95

gazzi, che non stavano facendo nient’altro che del moshing aggressivo, fossero
anche stati picchiati dalla sicurezza una volta fuori dal locale. Queste notizie
raggiunsero Yap a concerto inoltrato. Smise immediatamente di cantare e dis-
se alla gente nel pit di distruggere il Garage. I ragazzi si accanirono sulle mac-
chinette per la vendita di preservativi e sigarette, e strapparono giù dal soffitto
una grossa ventola per l’aria condizionata che stava appesa proprio sopra al pit.
Rubarono pure qualche costoso microfono, e alcuni si fecero anche delle brut-
te ferite. Questa furia distruttiva fu il risultato di un’ora di moshing sempre più
violento. Un ragazzino mi raccontò: “È stato davvero un bel momento per me.
Ero là nel mezzo del moshing, con circa trecento persone intorno, e stavo dan-
do pugni ovunque, creandomi un mio spazio”.
Il risultato di quella notte di furore fu che i One Minute Silence iniziarono a
diventare sempre più famosi. Branson, il boss della loro etichetta discografica,
disse solo una cosa quando venne a sapere del casino: “Ci saranno stati ab-
bastanza giornalisti?”. I media presenti erano tantissimi, ma soprattutto c’era-
no centinaia di ragazzini adolescenti esagitati pronti a scatenare una ridda di
pettegolezzi inestimabile. La Mean Fiddler Organisation bandì il gruppo da tut-
ti i suoi locali e festival. Questa fu una gran brutta notizia per i ragazzi della
band: Reading sarebbe sicuramente stato il loro passo successivo. Ma in capo
a qualche mese i One Minute Silence erano già fuori dalla portata della Mean
Fiddler, registrando il tutto esaurito in locali con una capienza di mille perso-
ne.
Come per i suoi fan, la frase preferita di Yap è “Non me ne frega un caz-
zo”. È intelligente e cupo proprio come quei fan, un uomo introverso con un
mestiere estroverso. Dopo che ci ritrovammo entrambi a sorridere ironicamente
in silenzio ripensando a quella notte al Garage, si mise a spiegarmi una cosa:
“Non me ne frega un cazzo della Mean Fiddler o dell’impianto di aria condi-
zionata di Vince Power. Quei ragazzi che ci vengono a vedere e stanno nel mo-
shpit sono i migliori ragazzi del mondo. Morirei per loro. Loro morirebbero per
me. Per quanto mi riguarda la cosa più importante al mondo è avere quei fan
per cui suonare”.
Un sacco di persone che suonano in una band se ne saltano fuori dicendo
mucchi di sciocchezze come queste, ma quello che intendono davvero è che
per loro la cosa più importante del mondo è che i fan continuino a spendere
sempre più soldi per i loro concerti, merchandise e cd. Yap è molto sarcastico
quando si parla dei gruppi rock americani che riempiono gli stadi, della loro ric-
chezza e della cinica distanza che tengono dalle legioni di discepoli ribelli che
li seguono. Una canzone dei One Minute Silence critica la natura reazionaria
– e l’atteggiamento reazionario – del rock da stadio, ed il ritornello del pezzo
è un mantra che attacca le esortazioni fraudolente che molti di questi gruppi
tuonano dal palco, e che ne rappresentano la caratteristica principale:

95
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 96

Great to see ya
Another day, another dollar1

Uno si chiede come si comporterà Yap se mai diventerà ricco e famoso – è


difficile buttarsi nel moshpit quando stai suonando in un locale da 5000 posti
come la Brixton Academy o quei festival all’aperto dove ci può essere anche
una decina di metri tra il palco e il pit. Ed è difficile chiacchierare con i fan da
dietro i vetri oscurati di una limousine.
Interessato come sono alle contraddizioni tra la parte glamour del rock e la
sensazione concreta di allontanamento provata dai fan, ho chiesto a Yap in che
modo riuscisse davvero ad incontrare e conoscere queste persone che nel-
l’animo lui considera come fratelli. La domanda non lo imbarazzò, ma alme-
no arginò il fiume di luoghi comuni su quanto i suoi fan fossero delle grandi
persone. Diventò, com’è plausibile, molto specifico.

“Beh... noi diamo lavoro a gente reclutata nel pit... e dopo i concerti c’è sempre
qualcuno che viene nel backstage a fare due chiacchiere con noi... o ci vengono a
conoscere dopo lo show, mentre stiamo caricando i nostri strumenti sul furgone.
Delle volte capita che alcuni di loro abbiano viaggiato per più di trecento miglia da
Londra per venire a vederci, così gli chiedo come hanno intenzione di tornare a
casa, e la risposta che ricevo di solito è che se ne sarebbero stati in giro sino alla
partenza del primo treno la mattina successiva. Così ne carichiamo quanti più pos-
sibile nel retro del furgone e li portiamo indietro con noi sino a Londra”.

Il batterista Eddie Stratton ha ammesso in un’intervista per Anti Fascist Ac-


tion che gli “è stato fatto il lavaggio del cervello da un gruppo religioso mol-
to pericoloso chiamato Scientology. Ero un convinto razzista, omofobo ed
elitario. Davo la colpa ai poveri del loro essere poveri”. Ora nelle sue interviste
cita frasi di Chomsky e dell’American Sociological Review ed è fortemente im-
pegnato nell’anarchismo. Ha dichiarato ad Anti Fascist Action: “Il punto è che,
data la nostra tendenza all’autodistruzione, è chiaro che non possiamo fare a
meno di qualcuno che mantenga l’ordine in modo da impedirci di andare in gi-
ro a rubare, stuprare e uccidere tutti. Per cui dobbiamo essere comandati da
un pugno di persone molto intelligenti, scrupolose ed oneste, che per qualche
misterioso motivo ci sono così tanto superiori da non condividere questo di-
fetto della natura umana che invece abbiamo noi plebei...”

1
“È bello vedervi. Un altro giorno, un altro dollaro”.

96
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 97

CALM LIKE A BOMB


RAGE AGAINST THE MACHINE

Spesso Tom Morello faceva notare che per la sua band era perfettamente
sensato fare campagne contro quelle industrie di abbigliamento che sfrutta-
vano i lavoratori per pochi soldi e in condizioni inumane. Diceva infatti che dal
punto di vista demografico il tipo di persone che comprava quelle magliettine
alla moda era lo stesso tipo di gente che comprava i dischi dei Rage Against
The Machine. Questo commento estemporaneo tradì una delle contraddizio-
ni che stavano alla base del grande esperimento portato avanti dalla band: pro-
pagandavano idee politiche estreme usando della musica commerciale. C’era
poco da sorprendersi che attirassero un pubblico mainstream, il tipo di perso-
ne soddisfatte nell’essere schiavi felici del consumismo e che comprano Nike
o altro abbigliamento eticamente controverso.
Le contraddizioni insite nei Rage Against The Machine avevano comunque
pochissimo a che fare con il contrasto tra il loro essere politicamente di estre-
ma sinistra ed il loro status di ricchissime rockstar. Ogni gruppo famoso di
orientamento politico progressista si trova a dover fare i conti con questo pro-
blema, e solitamente lo risolve adagiandosi in una soddisfacente arcaica agia-
tezza. La vera incoerenza sta nel contrasto tra la loro opposizione verso le
tradizioni elitarie del rock ed il fatto che – come i Pearl Jam – esprimevano la
loro arte in tradizionalissimi concerti rock negli stadi, posti dove potevano an-
darci giù pesante con le chitarre. A quei concerti c’era parecchio attivismo nel
pit e venivano distribuiti un sacco di volantini dal contenuto politico molto se-
rio, anche se un grossa fetta del pubblico era composta dai soliti pagliacci che
potevi vedere dovunque.
Prima che Zack De La Rocha mollasse i Rage Against The Machine, parlò
della sua rabbia verso alcuni aspetti di quel mostro di Frankenstein che aveva
contribuito a creare. “Personalmente non credo che esistano confini tra l’azio-
ne politica e la musica”, ha detto De La Rocha. “Ma da artista non posso star-
mene seduto a dire stronzate mentre incasso gli assegni delle royalties. Non è
in questo modo che potrò usare la mia vita per cercare di cambiare qualcosa”.
Figlio di un pittore chicano e di una madre insegnante, De La Rocha ha
sfruttato l’enorme successo della sua band per promuovere cause politiche di
ogni tipo, e ha trascorso un sacco di tempo lavorando con gli Zapatisti nella
provincia messicana del Chiapas. È stato uno dei pochi artisti a parlare franca-
mente del contrasto tra la sua ricchezza materiale e gli ideali che ha sempre se-
guito sin da quando era un giovane punk straight-edge.

97
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 98

Il suo ruolo di pezzo grosso del panorama rock lo ha sempre turbato. La sua
band ha contribuito a forgiare il legame tra punk e hip-hop – un esperimento
notevole a quell’epoca – ma il risultato finale di quell’esperimento sono stati i
Limp Bizkit e i disordini di Woodstock. Il vedere quello che accadde a Wood-
stock nel 1999 fu una delle tante ragioni che spinsero De La Rocha ad intra-
prendere la carriera solista, approfondendo le sue inclinazioni verso l’hip-hop
e altre forme di danza. Era amareggiato per quello che vide succedere a Wo-
odstock. Parlò di “ragazzi che ballavano ovunque come avevano visto fare in
tanti video su Mtv, riempiendosi di botte e strappandosi i capelli, impegnati in
questo stupido piccolo rituale”. Il chitarrista Tom Morello era invece molto più
sanguigno quando parlava di cosa riuscissero a ottenere dal vivo, e di come la
loro audience fosse una delle più sfrenate e rabbiose che ci fossero in giro. Di-
ceva che salire sul palco con i Rage Against The Machine era come prendere
in mano un cavo dell’alta tensione.
Morello, un marxista che aveva studiato ad Harvard, fu veloce a vantarsi dei
loro successi politici. Parlando alla rivista Rock Sound nel periodo in cui De La
Rocha stava vagliando le sue opportunità, si entusiasmò parecchio nel rac-
contare cosa erano riusciti a raggiungere.

“La base di partenza che ci viene fornita da un nuovo disco dei Rage Against The
Machine ci permette di mostrare davvero a tutti come si fa ad essere una rock band
rivoluzionaria. Abbiamo già avuto un certo successo nel mettere in collegamento
il nostro pubblico con le associazioni popolari che supportiamo, ma penso che po-
tremmo fare molto di più. Vedi, ora in America c’è un modo di pensare che ti porta
a dare la colpa ai giovani: Woodstock, il massacro di Columbine. E non è nulla di
nuovo – ogni generazione a venire viene sempre incolpata per i malanni della so-
cietà. E ora anche la musica ascoltata dai ragazzi viene demonizzata insieme a loro.
Il Presidente Clinton fece una dichiarazione incredibilmente ipocrita dopo Colum-
bine, quando andò in TV e disse che la violenza non deve essere usata per risolvere
le controversie. 48 ore più tardi un missile Tomahawk americano fece esplodere in
Yugoslavia un autobus pieno di donne anziane e bambini, e distrusse pure un ospe-
dale. Questo è un crimine di guerra. Per cui gli americani usano come capri espia-
tori i giochi per computer e Marylin Manson, ed ignorano il resto. Per esempio
sono terrorizzati dalle lobby delle armi, per cui danno la colpa a tutti gli altri”.

Marxista o meno, pare che Morello abbia una visione molto più elitaria del
suo potere come divinità del rock rispetto a quanto ce l’abbia De La Rocha, che
ha scritto tutti i testi dei Rage Against The Machine e anche la metà delle mu-
siche. Forse Morello stava sottovalutando l’attivismo popolare di De La Rocha
quando ha dichiarato: “Non ci interessa predicare solo ai convertiti. Suonare
in vecchie case occupate piene di anarchici è grandioso, ma è altrettanto
grandioso poter raggiungere tutta la gente con un messaggio rivoluzionario”.
De La Rocha, dal canto suo, non è stato del tutto privo di arroganza. Anche lui

98
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 99

pensava che i loro successi avessero un grande valore: “Quello che ci rende ec-
cezionali è il periodo da cui siamo usciti – un’era davvero, davvero avida. I Ra-
ge sono esplosi in faccia ai critici che avevano oramai rinunciato all’idea che la
musica potesse portare a qualche cambiamento. Direi che gli abbiamo dimo-
strato che avevano torto“.
Anche loro hanno passato un buon numero di guai per via del moshpit. Du-
rante un concerto a Seattle nel 1996, un ragazzo quattordicenne, Scott Stone,
ha subito un grave trauma al cervello. Nessuno ha visto di preciso cosa accad-
de, e si dimostrò parecchio difficile capire esattamente come fece a ferirsi. L’uni-
ca cosa chiara da subito fu l’effetto devastante delle lesioni. Una parte della sua
memoria scomparve, perse venti punti nei suoi risultati ai test d’intelligenza ed
un esperto nominato dal tribunale lo fece dichiarare infermo di mente. “I suoi
diritti sono limitati a quelli di un minore”, ha detto il suo avvocato. Non potrà
più decidere nulla, nemmeno di firmare un contratto o di sposarsi.
E ci sono stati un sacco di casi come questo. Ed è stato difficile, per gente
che faceva da sempre concerti di beneficenza e che donava i proventi degli
show a varie iniziative, venire a patti con il suonare davanti a un pubblico va-
stissimo o vendere un numero enorme di cd. Una volta lavorai per un festival
a Madrid in cui i Rage erano gli headliners del palco principale. Il promoter, un
anarchico spagnolo, mi disse che il cachet dei Rage Against The Machine sa-
rebbe andato totalmente agli Zapatisti. E che c’erano dei rappresentanti Za-
patisti presenti al festival.
Zack De La Rocha crebbe a Long Beach durante gli anni ‘80, ascoltando
gangsta-rap e hardcore-punk. Si unì a due gruppi straight-edge locali,
Hardstance e Inside Out, prima di incontrare Morello nel 1991 e formare i Ra-
ge Against The Machine. Il nome del gruppo venne preso da una canzone de-
gli Inside Out che aveva quel titolo. Il primo omonimo album dei Rage uscì nel
1992. Da quel giorno hanno venduto più di dieci milioni di dischi.
Forse è ironico che un gruppo che ha cercato di abbattere le convenzioni
tradizionali dei concerti rock abbia poi fatto affidamento, e in maniera note-
vole, sui più vecchi espedienti per incoraggiare la risposta da parte del pubbli-
co e movimentare le cose. Il loro modo di stare sul palco infatti era molto
“vecchio stile”. De La Rocha esortava costantemente il pubblico a unirsi a lui
nell’urlare a gran voce dichiarazioni individualiste, come per esempio “Loro ti
dicono salta, tu chiedi quanto in alto” oppure “Vaffanculo! Io non voglio es-
sere come te”. Nel 1999 la rivista Rolling Stone pensò che fosse lecito chiedersi
sino a che punto l’attivismo dei Rage Against The Machine si stesse trasmet-
tendo al loro pubblico.

“Quanto del messaggio politico del gruppo viene colto davvero dai fan? Mentre
mandavano collettivamente a farsi fottere qualche presenza invisibile, stavano dav-
vero mostrando il loro supporto per le posizioni della band su qualche questione

99
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 100

di scarso rilievo? O stavano esprimendo il proprio disprezzo verso certe forme di au-
torità più vicine, come i loro genitori, insegnanti o datori di lavoro? Ma la domanda
ancora più importante è se alla fine è davvero necessario sapere quanti tra il pub-
blico siano dei potenziali proseliti. Al di là della loro conoscenza del mondo politico,
i fan si sono ritrovati uniti per quasi un’ora da un senso condiviso di alienazione ed
insoddisfazione”.

Molti dei fan, c’è da dirlo, hanno avuto abbastanza buon senso per co-
struirsi un loro punto di vista sulle questioni politiche che gli sono state mo-
strate. Quando un ragazzo di diciassette anni, malato di cuore, è morto per un
infarto nel pit di un loro concerto del 1997 in Indiana, un fan del gruppo scris-
se una lettera a un giornale locale per evidenziare quelle stesse contraddizio-
ni che poi avrebbero spinto De La Rocha a lasciare il gruppo: “Hanno fatto
tutto questo bel discorso sul perché si debba boicottare Wal-Mart per via del-
la censura. E la morte allora? È una forma di censura anche quella. Uno do-
vrebbe essere in grado di andare ad ascoltarsi della musica senza dover temere
per la propria vita”.
Tom Morello cercò di difendere il loro stile populista facendo notare che non
tutti i loro concerti erano ad uso di grassi ragazzini occidentali che amano il
moshing:

“Siamo appena tornati dopo aver suonato a Mexico City, la situazione migliore pos-
sibile per quanto riguarda la possibilità di coniugare la musica con la politica. Il con-
certo è stato aperto da un discorso videoregistrato del leader Zapatista, il
Subcomandante Marcos, che ha parlato in parte della situazione messicana, in
parte dei Rage Against The Machine e del loro pubblico. Ed è stato davvero incre-
dibile. E mentre stavamo scendendo dal palco, Zack mi ha detto ‘Quando la gente
che vive alcune delle cose che vivono qui alza il dito medio e dice ‘Vaffanculo, non
farò quello che mi dici!’, la cosa ha un suono diverso rispetto a quello che può
avere per esempio a Peoria, nell’Illinois’. Ma è comunque un sentimento positivo
anche a Peoria”.

Quando scendono dal palco, i Rage Against The Machine fanno ovviamente
discorsi parecchio diversi rispetto alle cazzate che dicono quelle altre band che
dopo i bis camminano tronfie e baldanzose verso il camerino.
Molte persone che si incontrano ai concerti più di tendenza erano dei fan
dei Rage Against The Machine, e molti di loro ne sono ancora parecchio ap-
passionati, come spesso succede con i primi gruppi che hai seguito. I loro se-
guaci si sono sparpagliati in praticamente tutti i tipi di scena. Molti si sono
spostati verso l’hip-hop, altri verso forme ancora più radicali di rock. Una fan
degli Atari Teenage Riot, dopo avermi parlato della collaborazione tra i due
gruppi, si è ricordata di quando aveva sedici anni e seguiva i Rage Against The
Machine.

100
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 101

“Quando li ho visti per la prima volta, cioé all’inizio del 1999, mi aspettavo per
qualche motivo che fossero ancora più radicali. Mi aspettavo che ci fosse qualcosa
di più che la miscela tra rap e rock. E di elementi rap in quel concerto ce ne furono
pure ben pochi, infatti ne fui un po’ delusa. Mi parve noioso, e sotto molti punti
di vista mi sembrava che anche la band si stesse annoiando. Non mi ha stupito che
si siano separati, perché quello che ho visto sul palco contraddiceva tutto quello per
cui Zack in particolare dice di lottare. Poi, giusto quattro mesi più tardi, li vidi al fe-
stival di Reading, e lì fu tutta un’altra storia. Non sono l’unica band di quel periodo
che se la cava molto meglio con un pubblico numeroso piuttosto che quando suona
al coperto. Però la loro alchimia personale sembrava crescere, come se si nutrissero
dell’energia del pubblico – c’era un moshpit di almeno 20.000 persone. Zack non
parlò molto a Reading, ma potevi avvertire chiaramente che era molto più con-
centrato sulla sua performance. Mi sembrava di aver visto due gruppi differenti”.

101
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 102

MATE FEED KILL REPEAT


SLIPKNOT

In una fredda nottata di marzo del 2000 mi diressi alla Brixton Academy per
vedere gli Slipknot, un gruppo che grazie all’esuberanza e alla violenza dei lo-
ro moshpit aveva scalato il sentiero del successo sulle spalle di migliaia di fans
infortunati in tutto il mondo. Erano costantemente presi di mira dalla MASK,
l’associazione delle “Madri contro gli Slipknot” che organizzava manifestazio-
ni di protesta e boicottaggi a tutti i loro concerti negli Stati Uniti. Queste ma-
dri ritengono che la band incitasse i loro figli a fare un nodo scorsoio
(“slipknot”, appunto) e legarlo a una trave per poi mettere la testa nel cappio
e lanciarsi nel vuoto. Corey, il cantante del gruppo, ha commentato: “Giuro su
Dio che questa è solo una massa di immani cazzate. Non posso credere a quel-
lo che dicono queste stronze di madri”.
Figli di Des Moines, nello Iowa, gli Slipknot sono la band di provincia per ec-
cellenza. Stando a quanto dice il loro batterista, Shawn, sono cresciuti tutti in
buone condizioni economiche, ma hanno vissuto in un ambiente dove era indi-
spensabile sviluppare un forte senso di indvidualità. “Avevo 16.000 amici imma-
ginari”, racconta Shawn, “Avevo il mio fottuto esercito personale. Nel posto da
dove veniamo non è che ci fossero poi tanti sbocchi per sfogarsi un po’, quindi ci
siamo concentrati solo su questo per più di dieci anni”. A loro piace che il pub-
blico sia reattivo, e trovano molto difficile dare il meglio senza che ci sia un mo-
shpit. Uno di loro ha dichiarato di nutrirsi letteralmente dell’energia sprigionata
dal pubblico, e che quando la gente se ne sta ferma in piedi a fissarli e basta gli
viene solo voglia di buttare a terra la chitarra e iniziare a prenderli tutti a cazzotti.
Adottano una linea di condotta quasi straight-edge nei confronti delle dro-
ghe e dei comportamenti sregolati e dissoluti. Chiunque non si attenga alle re-
gole corre il serio rischio di essere cacciato fuori dalla band. Nel 2001, alla fine
di uno dei tipici lunghi periodi di tournee, il gruppo ha dovuto abbandonare il
tour perché uno dei componenti si era “ammalato”. Pare che in seguito a que-
sta faccenda ci siano stati parecchi litigi interni alla band, ma su tutta la storia
è stato calato un velo di riservatezza. Quando parlano sembrano più simili a
una squadra di calcio che a un gruppo rock: addirittura si riferivano alle prove
chiamandole “allenamenti”. Chris, il percussionista, una volta ha dichiarato che
avevano mantenuto “un programma di allenamento eccellente negli ultimi tre
anni. Tutti sono sempre in orario, tutti sono sempre presenti, e quando ci alle-
niamo lo facciamo come una squadra”.
Un concerto tenuto a Oklahoma City nel gennaio del 2000 è terminato con
una vera e propia rivolta in corso. Il promoter aveva venduto molti più bigliet-
102
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 103

ti di quelli effettivamente a disposizione. I fans rivoltosi venivano individuati da


riflettori montati su elicotteri per poi essere ammanettati e portati via dai po-
liziotti. A quel punto, dopo aver saputo che alcuni ragazzi erano stati respinti
all’ingresso, gli Slipknot si sono rifiutati di suonare e l’agitazione si è propaga-
ta anche all’interno del locale.
A un certo punto però anche la stessa band si è un po’ stancata di tutto quel
casino. Chris raccontava che l’unica cosa che veramente non gli piaceva dei lo-
ro concerti era la paranoia riguardo a “chi sarebbe stato il prossimo a salire sul
palco per affrontare il Clown, perché la cosa ha raggiunto livelli preoccupan-
ti. Una volta incitavo la gente dicendo ‘dai, salite e uccidete il clown’, ma ora
questi ci provano sul serio”.
L’ultima volta che suonarono a Londra, nel dicembre del 1999, il loro Dj ven-
tunenne Sid si gettò nel moshpit dalla balconata del London Astoria che è al-
ta più di dieci metri. Più avanti lo fece ancora, ma stavolta atterrando di
schiena sulla folla.
Il loro disco “Slipknot” è stato il debut-album metal che ha venduto più ve-
locemente nella storia delle classifiche di American Soundscan. Il produttore
Ross Robinson diceva che il loro atteggiamento verso il lavoro in studio aveva
il medesimo spirito che ne animava i concerti dal vivo. Ascoltandolo sembra
quasi che il disco sia stato realizzato in un’atmosfera da moshpit per pochi in-
timi. “Fu un delirio totale” ricorda Robinson, “la band saltava da tutte le par-
ti, proprio come durante un concerto. Erano costantemente a un metro da
terra, sbattendo e urtando ogni cosa, con i pezzi della batteria che venivano
lanciati contro le pareti”.
Mentre ciò che sta intorno a Marylin Manson e ai Limp Bizkit può essere vi-
sto come un bieco esercizio di cinismo corporate per vendere migliaia di copie
dei loro dischi, la mia sensazione è che gli Slipknot, come d’altra parte i One
Minute Silence, facciano parte in maniera estremamente reale e sincera del
mondo di cui urlano e strepitano nei loro brani. Prima che iniziassero a radu-
nare un po’ di pubblico, nella piccola cittadina in cui vivevano a nessuno fre-
gava un cazzo di loro. Il loro atteggiamento può anche sembrare cinico, ma
non ci possono comunque essere dubbi sul fatto che quantomento gli Slipk-
not stanno vivendo qualcosa che hanno messo insieme da soli.
Un mese dopo il concerto di Brixton, il sito www.clevescene.com recensì un
loro show in quel di Cleveland parlando di “stupidi metallari e una moltitudi-
ne di ragazzine goth modaiole mezze nude” per poi inveire contro le canzo-
ni, considerate “un’accozzaglia di accordi metal di terza categoria
accompagnati da tante di quelle parolacce che al confronto uno come Andrew
Dice Clay1 è Mary Poppins... in pratica sono l’equivalente musicale di un film
horror di serie Z”.
1
Celebre attore comico americano, famoso per la sua satira volgarissima e politicamente
scorretta.

103
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 104

Qualche giorno prima del concerto di Brixton, il Dj Sid ripeté alla Civic Hall
di Wolverhampton lo stesso giochino fatto all’Astoria l’anno precedente. Si tuf-
fò nel moshpit da una balconata di più di dieci metri, atterrando su una ra-
gazzina e causandole fratture alla testa e alla spina dorsale. In seguito la
ragazza si rifiutò di sporgere denuncia, dicendo che era stato il concerto più
bello a cui fosse mai stata. Il quotidiano The Guardian diede ampio risalto al-
la vicenda, occupandosi in particolare dei tentativi di far interrompere il tour
agli Slipknot e apostrofando con spregio i fans mettendone in risalto il tem-
peramento idiota e piccolo-borghese. Parlarono addirittura di “turbamento
adolescenziale per eccesso di testosterone”.
Laddove Marylin Manson incarna un’eccentricità comunque non eccessiva,
uno scandalo senza mordente adatto per Mtv ed internet e con una propen-
sione a coverizzare canzoni degli Eurythmics, gli Slipknot sono emersi da un vi-
vaio di misantropia senza illusioni e senza privilegi. Hanno lo stesso background
della Trenchcoat Mafia, gli sfigati che odiavano i fighetti palestrati e che han-
no compiuto il massacro della Columbine High. Esercitano il loro fascino su
quel tipo di persone che passano la vita tra lavori merdosi che non portano da
nessuna parte, o che sono prigionieri a scuola – prigionieri perché l’unico fu-
turo che gli si prospetta davanti è formato da lavori senza senso in strade sen-
za sbocchi.
Avevo un appuntamento per intervistare Joey Jordison, batterista principa-
le e membro fondatore degli Slipknot. Arrivai all’entrata di servizio della Aca-
demy attraversando un’atmosfera di euforia quasi incredibile. Guardando le
migliaia di fans degli Slipknot che si mettevano in coda per entrare o si accal-
cavano senza motivo, ebbi la sensazione che tutta questa agitazione derivas-
se da qualcosa di diverso dalla semplice voglia di vedere dal vivo il proprio
gruppo preferito. Quei ragazzi avevano sul serio un aspetto da veri outsider.
Nonostante gli Slipknot si siano incazzati parecchio per via delle voci, pe-
raltro anche abbastanza offensive, che vorrebbero il loro pubblico formato
esclusivamente da ragazzini grassi e brutti, un fondo di verità c’è. In questa cal-
ca c’erano davvero pochi ragazzi carini, o belle ragazze. Sembravano tutti trop-
po magri, troppo alti, obesi, brufolosi, o semplicemente molto introversi. Le
ragazze erano in prevalenza grasse e lamentose, di quel tipo che solitamente
puoi trovare ai concerti di metal classico o gothic. Donne molto dinamiche e
parecchio ansiose, che si comportavano come delle chiocce radunando ineso-
rabilmente intorno a loro tutti gli amici. Bisogna dire che tutto sommato era
un pubblico amichevole, formato da gente a posto. E quasi sicuramente pro-
veniente dai sobborghi o da qualche cittadina limitrofa.
Una volta arrivato all’ingresso a lato palco mi trovai immerso in un’atmo-
sfera da pura beatlemania2. Mi sono dovuto fare largo tra almeno una settan-

2
Termine che indica il fanatismo ossessivo di cui erano oggetto i Beatles.

104
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 105

tina di ragazzini che avevano vinto qualche concorso telefonico e avrebbero


dovuto incontrare la band nel backstage.
Mentre aspettavo che Joey arrivasse in camerino, udii forte e chiaro nel cor-
ridoio l’inconfondibile accento irlandese di Yap dei One Minute Silence. Erano
lì per fare da supporto agli Slipknot, un’ottima occasione per loro. Joey mi rag-
giunse in fretta: mi trovai davanti un bel ragazzo magro e non molto alto, estre-
mamente carico di adrenalina per il concerto che avrebbe suonato a breve. Una
parte del fascino degli Slipknot è rappresentata dal fatto che ogni singola ma-
schera riflette qualcosa della personalità di chi la indossa. Mentre quelle dei
suoi compagni sono mostruose e terrificanti, la maschera di Joey, bianca come
porcellana, sembra una di quelle usate nel teatro Noh giapponese ed è affa-
scinante e rasserenante al tempo stesso. Joey ha esattamente l’aspetto di una
di quelle tenaci mezze cartucce che puoi incrociare spesso e volentieri nei lo-
ro pit. Nonostante sia poco più alto di un metro e mezzo aveva l’aria di chi sa
badare a sé stesso, e i discorsi che faceva non erano roba da sempliciotti.
Concordò sul fatto che il background di tipo proletario o piccolo borghese
fosse una delle cose che la band ed il suo pubblico avevano in comune. Mi dis-
se che il loro pubblico era “formato da ragazzi che lavorano. Quando ero ra-
gazzino e avevo un lavoro part-time mi pagavano 100 dollari ogni due
settimane, e io li spendevo tutti per la musica. Non risparmiavo un centesimo,
sputtanavo subito tutto. Se avevo in tasca dieci cazzo di dollari e dovevo sce-
gliere se comprare del cibo o un cd, mi compravo il cd”.
Joey si dimostrò una persona civile ed intelligente. Quello che diceva era fa-
rina del suo sacco, non dava la sensazione di recitare a memoria qualche comu-
nicato stampa. Certo, cercava di fare pubblicità alla sua band ogni cazzo di
minuto, ma la mia sensazione è che fosse davvero orgoglioso di quanto aveva-
no realizzato. Era il classico ragazzo di provincia, e ne andava fiero. Il background
di una vita vissuta senza prospettive era qualcosa che gli Slipknot avevano in co-
mune con molti degli altri gruppi che in quello stesso periodo stavano acqui-
stando sempre più notorietà: “Quei ragazzi vanno davvero pazzi per quello che
facciamo. Noi parliamo direttamente a loro: non sopra di loro, non sotto di lo-
ro. Ma nella loro lingua, dritti al cuore. Loro lo capiscono, e ne sono orgogliosi”.
Aveva una visione molto acuta delle differenze del moshing nelle varie sce-
ne a livello mondiale. Mi spiegò che in America chi fa moshing non è poi tan-
to coinvolto. “Metà di loro salta” mi disse, “metà si agita nel pit, metà sta
ferma in piedi come una massa di idioti, metà mangia. Alcuni bevono. Ma per
la metà del tempo nessuno di loro sa cosa cazzo stia facendo”.
Gli sembrava che in Giappone e in Australia i fans fossero molto più coinvolti
e che vivessero la cosa molto più seriamente e intensamente, probabilmente
perché non avevano molte occasioni di vedere dei concerti. “Da quelle parti
saltano tutti come dei figli di puttana invasati, e la stessa cosa succede a un
sacco di show in Europa. Sembrano fondersi tutti in un’unica palla di energia”.
105
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 106

Aveva una pessima opinione di quei miserabili che si rifugiavano vigliacca-


mente sul fondo, nelle retrovie. “Quelli che stanno indietro possono andare a
fare in culo”, disse con tono sprezzante. “Quelli si fanno solo fighi con il no-
stro nome. Non li vedrai mai farsi la fila davanti al negozio di dischi alle 10 del-
la mattina in cui deve uscire il nostro nuovo album. Sono stato a uno show
dello SnoCore Tour dove suonavano i System Of A Down, i Mr. Bungle e gli In-
cubus. Avevo dei pass per seguirlo dal backstage, ma me ne sono fottuto.
Quando seguo un gruppo io me lo vado a vedere dalle prime file. Perché è per
loro che sta suonando. È lì che la band sta dirigendo la sua energia, ed è così
che deve essere ricevuta”.
Gli Slipknot prendono molto seriamente la possibilità di incontrare quei ra-
gazzi all’apparenza strani e disadattati che formano il loro seguito. Joey dice
di conoscere personalmente lo zoccolo duro dei loro fans, quei ragazzi che si
danno più da fare di tutti nel moshpit, in tutte le città dove suonano: “Cono-
sco tutti quei ragazzi perché ho parlato di persona con ognuno di loro, e non
necessariamente di cose legate al gruppo, ma della vita in generale. ‘Come ti
butta?’, ‘Grazie per essere venuto’, ‘Come stanno i tuoi figli?’ o ‘Che fai nel-
la vita?’. Riusciamo a incontrarli tutti, uno per uno. Per questo abbiamo così
tanti fans. Dopo gli show siamo capaci di starcene anche ore in piedi sotto la
pioggia per essere sicuri di autografare qualsiasi cazzata vogliano”.
Si rifiuta di condannare i testi delle canzoni degli Slipknot ed il loro mes-
saggio in stile Trenchcoat Mafia, anche se allo stesso tempo riconosce che se
si mettessero d’impegno per cercare di influenzare i giovani con questo tipo di
idee le cose finirebbero senza alcun dubbio in maniera spiacevole: “Sono ab-
bastanza sicuro che presto a qualcuno capiterà un altro incidente molto brut-
to, tipo quanto è successo alla Columbine High. O una cazzata del genere. E
a quel punto la cosa si ritorcerà su di noi”. Ha dichiarato a un giornalista:
“Quando verrà il tempo di lottare sul serio, allora lotteremo. Arriveremo al pun-
to di metterci nudi davanti a tutti. Poi faremo un passo avanti, e arriveremo al
punto di essere nudi e sanguinanti. Arriveremo sino al punto di morire”.
Nelle interviste che ha rilasciato, Joey non sente di doversi scusare per
quanto accade alle vittime di incidenti nel pit, compresa la ragazza di Wolver-
hampton che si è ritrovata con le fratture alla spina dorsale. Lui assicura che
nulla di tutto questo sarebbe dovuto succedere. “I nostri fans sanno che la
prendiamo davvero male quando accadono cose di questo genere. Ma per me
capita a chi doveva capitare. La gente che finisce in queste situazioni è un po’
come predestinata”. Per come la vede lui, la continua ascesa della loro popo-
larità rappresenta una vendetta contro l’America perbenista. “Tutti noi erava-
mo così abituati a farci mandare a fare in culo da chiunque, che quando
abbiamo iniziato a farlo noi ci abbiamo messo una cattiveria ed un veleno die-
ci volte più forte”.
Mi diressi nella sala principale. I One Minute Silence salirono sul palco al-
106
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 107

l’improvviso, provocando un notevole boato di sorpresa da parte del pubblico.


La band si godette un po’ quel rumoroso trionfo, aumentando sempre di più
la potenza per tenere il passo con un pit decisamente aspro e violento che si
propagava sino alle ultime file. In quel momento pensavo fosse difficile che gli
Slipknot sarebbero riusciti a fare di meglio, per quanto la loro abilità nell’in-
cendiare palchi fosse leggendaria. Sembrava che il pit dei One Minute Silence
fosse dominato principalmente da maschi atletici e muscolosi, mentre i tipici
seguaci degli Slipknot si davano da fare un paio di file più indietro.
Mentre Marylin Manson basa il suo fascino su un’immagine bisessuale tan-
to dubbia quanto opportunistica, quando si parla dei fan degli Slipknot la sen-
sazione desolante è che per quanto siano comunemente etero non pensino poi
più di tanto alla sessualità. I loro modelli di riferimento sono infatti in massima
parte genitori divorziati o famiglie disfunzionali. Hanno ormai raggiunto quel-
l’età in cui la maggioranza dei giovani sperimenta le gioie del sesso – quanto-
meno con la fantasia – ma per molti di quei ragazzi il sesso è solo l’inizio della
reiterazione di un ciclo apatico di riproduzione e morte. Un ragazzino di circa
quattordici anni che stava accanto a me indossava una maglietta con scritto “È
il vostro mondo quello in cui viviamo, e ci cresceremo per odiarvi”.
Il delirio causato dalla comparsa degli Slipknot e del loro tipico frastuono ini-
ziò a placarsi. Da dietro le maschere fetish indossate dalla band provenivano
urla di incitamento e insulti. Incoraggiavano la folla a scatenarsi, ma quelle di-
chiarazioni di guerra erano superflue in un pit che era già un campo di batta-
glia. La maggioranza della gente si stava divertendo, ma c’era anche parecchia
violenza passiva dovuta a comportamenti davvero stupidi. La musica in sé era
poco di più di un ritmo grezzo e martellante, così tutto lo spettacolo si basa-
va sull’interazione tra la band ed il pit. Il loro mix di techno, hip-hop e nu-me-
tal era alimentato da ben tre batteristi: chiunque si trovasse davanti a quelle
immani colonne di amplificatori veniva colpito da un assalto ritmico potentis-
simo e irrazionale. Joey aveva proprio ragione quando poco prima mi descris-
se il loro sound come “Triangolare, piramidale. La potenza della chitarra.
L’aspetto intellettuale. Quello primitivo. Tutto quanto insieme”.
Per chi se ne stava impalato nelle retrovie a fissare lo spettacolo c’era dav-
vero occasione di divertirsi. Era una chance per gli adulti di poter assistere a due
fenomeni di cui si parlava malissimo: questa band ed il suo pubblico. Per via dei
loro comportamenti oltraggiosi molte persone di mezza età conoscevano me-
glio gli Slipknot e Marylin Manson rispetto a qualsiasi altro genere di gruppo
che fosse apparso sin dai tempi dei Beatles e degli Stones. Tanti adulti, spe-
cialmente giornalisti, si erano ritrovati all’Academy per vedere questa dimo-
strazione di quello che Marylin Manson chiama “gioventù a perdere”. I piccoli
nessuno che vogliono diventare qualcuno una volta morti.
Il moshpit rende al meglio quando la band propone una buona miscela rock
basata principalmente sulle chitarre, come fanno per esempio i Soulfly o i Ran-
107
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 108

cid. In quel caso prende forma uno strano tipo di auto-regolamentazione, e i


problemi e gli incidenti diminuiscono radicalmente nonostante la gente si
riempia di botte, faccia crowd-surfing o si metta a ballare in cerchio scate-
nandosi in festosi moshing. Il moshing durante il concerto dei One Minute Si-
lence era entusiasmante da vivere o anche solo da guardare, fortemente
disciplinato e gestito da veterani con la testa sulle spalle. Era una baraonda no-
tevole, alimentata da una ritmica che non dava tregua, da una forte dose di
energia sessuale e da quell’indefinibile senso di eccitazione che la violenza è in
grado di evocare.
Ma questo tipo di pit tutto sommato gioviale non si addice a quei gruppi
che propongono forme musicali più originali o alternative, come appunto gli
Slipknot. La loro musica non è più quella che una volta veniva chiamata
“rock”. Quell’aspetto è bene o male completamente morto. Quindi invece di
evolversi verso una celebrazione collettiva della libertà, come accadeva con i
Rolling Stones e l’Iggy Pop dei rispettivi periodi d’oro, il set degli Slipknot ri-
maneva sempre bloccato sullo stesso punto. La loro musica è molto potente,
il ritmo è coinvolgente e fa venir voglia di ballare, ed è più o meno lo stesso ef-
fetto che si ha ascoltando della techno. Quindi non ci volle molto perché il pit
degenerasse in un delirio caotico in cui lo spirito del “vivi e lascia vivere” era
stato abbandonato in favore di un’attitudine ben più violenta e cattiva. Alcu-
ni tizi più vecchi e fisicamente ben piazzati, resi sprezzanti dall’eccesso di alcool,
prendevano a pugni e gomitate i ragazzi più mingherlini per levarseli di torno.
Alcuni anarchici italiani urlavano insulti a dei vecchi punk americani, e scop-
piavano risse ovunque. Il crowd-surfing intanto aveva raggiunto livelli di egoi-
smo e sopraffazione preoccupanti, e i surfers continuavano a venire inghiottiti
dalla folla.
Il pericolo del crowd-surfing risiede nel fatto che chi lo pratica ti arriva ad-
dosso da dietro, mentre la tua attenzione è tutta per i musicisti sul palco o per
il caos che hai davanti. Cerchi di mantenere entrambi i piedi ben piantati a ter-
ra, e passi un sacco di tempo pigiato come una sardina in equilibrio su un pie-
de solo o cercando di rimanere quantomeno stabile pur non avendo nemmeno
un piede appoggiato per terra. Sei totalmente incapace di controllare ade-
guatamente i tuoi movimenti o le tue azioni. Ti sembra che le cinquecento per-
sone davanti a te debbano crollarti addosso da un momento all’altro, così ti
pieghi all’indietro di quarantacinque gradi cercando di rimanere il più possibi-
le in verticale, tutto mentre il tizio che hai davanti sta cercando di fare esatta-
mente la stessa cosa. E in tutto questo i crowd-surfers continuano a piombarti
sulle spalle, come soldati nemici che avanzano strisciando sul terreno.
Accanto a me c’era una ragazza di colore che indossava una maglietta dei
Soulfly e che era davvero esaltata dal gruppo. Un crowd-surfer che non riusci-
va più a tenersi in equilibrio sulle teste della gente allungò una mano per cer-
care sostegno, e senza volerlo si aggrappò con parecchia forza al seno destro
108
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 109

della ragazza. Quando si accorse di quello che stava facendo ritirò immedia-
tamente la mano. Per un minuto la ragazza non ebbe alcun tipo di reazione.
Poi, con il suo involontario assalitore ormai lontano, iniziò a piangere e a urla-
re. Ebbe una vera e propria crisi isterica, e dovettero accompagnarla fuori dal
pit in stato semiconfusionale.
Le ragazze di colore nel pit sono una categoria pressoché inesistente. I ra-
gazzi di colore, quantomeno in Europa, sono una sparuta minoranza. La que-
stione della presenza di ragazze e di persone di colore nel pit è una delle più
dibattute nei siti internet che si occupano di moshing. Si dice da tempo che
mentre i ragazzi bianchi amano le sonorità nere, l’interesse dei giovani neri ver-
so la musica che abbiamo da offrire noi è veramente scarso. Questo spiega in
massima parte l’assenza di una percentuale significativa di ragazzi di altre et-
nie in molti pit. L’antirazzismo, propagandato anche da gruppi come Rage
Against The Machine e Soulfly, è uno dei principali elementi di coesione del pit,
nonché una delle caratteristiche migliori di molta della gente che vi si può in-
contrare. Il problema delle donne nel pit è invece completamente diverso, e ha
a che fare con argomenti scottanti come la promiscuità, le molestie sessuali, ed
il comportamento spesso molto stupido di alcune ragazze che non hanno idea
di come ci si comporti nel pit o che, per metterla giù piatta, non sono all’altezza
per starci.
Ma le ragazze tendono ad avere un fisico leggero (anche se molte delle più
navigate veterane del moshpit possono essere discretamente piazzate), men-
tre per esempio il crowd-surfer più pericoloso è il ragazzo grassoccio convinto
di avere un fisico longilineo come quello di Peter Pan, nonché la sua abilità di
fluttuare leggero nell’aria. Quando i ragazzi più grassi si mettono in testa di vo-
ler fare crowd-surfing usano ogni grammo di lardo a loro disposizione per lan-
ciarsi in aria e sulle teste della gente, dopo che i loro amici li hanno aiutati a
darsi una spinta sopra la folla. Essendo dei tizi ben voluminosi tendono a non
andare molto lontano. E quando atterrano lo fanno su di te, o su qualcuno co-
me te. Gli incidenti più gravi che ho visto nei moshpit, o comunque quelli che
rischiavano di finire in tragedia, sono stati tutti causati dall’inesperienza di quel-
li che fanno crowd-surfing o stage-diving. Questo è quanto capitato a me quel-
la sera stessa, appena cinque minuti dopo l’ingresso degli Slipknot: un
adolescente bello grosso, che doveva pesare ben più di cento chili, mi è atter-
rato direttamente sulla testa. Per un secondo ho pensato che sarei svenuto e
crollato direttamente a terra. Le mie gambe hanno iniziato a tremare, vedevo
un sacco di puntini bianchi davanti agli occhi e mi sentivo come se mi si fosse
rotto il collo. Alla fine non si trattava di nulla di serio, ma mi sentivo comple-
tamente stordito. E la confusione tra la quale mi feci largo per uscire dal pit fu
responsabile del mio successivo e molto più serio contrattempo.
Accadde l’ultima cosa che chiunque vorrebbe accadesse nel pit. Come una
letale ondata di marea, la carica della folla mi investì mentre ero completa-
109
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 110

mente impreparato. All’improvviso vidi gente davanti a me cadere come un ca-


stello di carte, proprio come un’onda. Visivamente parlando, questo tipo di tra-
collo ricorda lo sprofondare della terra durante un terremoto. C’era un buco
nero di corpi che si contorcevano e lottavano bloccati sul terreno, esposti al pe-
ricolo mortale rappresentato dal resto della gente che continuava a cadergli ad-
dosso. Come per la gente alle mie spalle, ebbi solo una manciata di secondi per
reagire a questa situazione improvvisa: l’unica opzione era quella di ritrarsi con
forza, egoisticamente, all’indietro. Io lo feci, quelli dietro di me anche, ma co-
me al rallentatore quel castello di carte riuscì a investirmi facendomi cadere a
terra. Caddi sopra alla gente dietro di me, con quelli davanti a me che mi
schiacciavano a loro volta.
Per me tutto accadde al rallentatore, come ogni situazione limite in cui ci si
trova tra la vita e la morte, per cui riuscii a non farmi prendere dal panico. E
comunque non ci sarebbe stata alcuna ragione di agitarsi visto che ero vera-
mente, completamente bloccato. Pensai, ci siamo. È così che succede. Per un
po’, nell’oscurità più totale, non riuscii nemmeno a respirare, ma poi iniziai a
vedere un po’ di luce e i miei polmoni si riempirono. Potevo iniziare a distin-
guere le parti del corpo delle persone che avevo addosso. Poi mi sembrarono
alzarsi in volo sopra di me, e realizzai che ero sopravvissuto. Quelle che al mo-
mento mi sembrarono le braccia più amichevoli del mondo si stesero verso di
me per tirarmi fuori. Non avevo più forza né nelle braccia né nelle gambe, non
riuscivo ad alzarmi e i miei soccorritori dovettero tirarmi in piedi a forza.
Si dice che dopo il concerto di Brixton siano state venti le persone che han-
no dovuto ricorrere ad un ricovero ospedaliero a causa di ferite generiche ri-
portate nel pit. Una ragazza si diede addirittura fuoco ai capelli fuori dal
locale. Il quotidiano inglese The Times definì quel concerto come un incrocio
tra il musical Starlight Express ed una rivolta in grande stile. Ed è esattamente
quello che fu.

110
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 111

WE CAN BE HEROES
BERLINO, 2000

“Ho letto da qualche parte che la personalità di Berlino è stata sepolta sot-
to le ceneri della Seconda Guerra Mondiale, e che i berlinesi hanno una ten-
denza ad attaccarsi a qualsiasi forte simbologia e iconografia da tanto gli
manca un’identità propria”, dice DJ More mentre mi indica l’appartamento in
cui vissero David Bowie e Iggy Pop durante il loro periodo passato a Berlino. Dj
More è uno sperimentatore nel genere leftfield1, e se ne intende abbastanza
di iconografie forti. Ha messo i dischi nei party che seguivano a tutti gli show
dell’ultimo tour di Michael Jackson. Ha quasi trent’anni, un’età sufficiente per
essere in grado di fornirmi un resoconto molto dettagliato della notte in cui
cadde il Muro.
“Dal loro appartamento riuscivano a vedere tranquillamente Berlino Est”, mi
dice mentre fissiamo entrambi quell’edificio imponente in cui sono state scrit-
te alcune canzoni incredibili. Siamo fermi dove all’epoca ci sarebbe stata l’al-
tra faccia del Muro, non tanto lontani dal quartiere di Prenzlauberg, famoso
per la presenza di svariate case occupate e per ospitare una considerevole sce-
na punk e anarchica. Di recente alcuni militanti anarco-vegani del collettivo
Molotov Moshers hanno attaccato i ristoranti messicani della catena Chi Chi,
che stava cercando di espandersi nel quartiere. Dopo aver invaso i saloni han-
no inzaccherato i clienti, cospargendoli con del sangue animale che si erano
portati dietro in grossi secchi di plastica.
Ci dirigiamo allo Sniper Bar, il locale che Alec Empire degli Atari Teenage Riot
frequenta quando si trova a Berlino. Questa sera il Dj sta passando della mu-
sica digital hardcore2. In una bacheca contenente un gran numero di reliquie
punk e anarchiche noto una fotografia di Adolf Hitler, Eva Braun e altre per-
sonalità simili che se ne stanno seduti su comode poltrone in un grande salot-
to.
“Questa fotografia sembra autentica”, dico a More.
“È stata rubata dall’appartamento personale di Hitler dal nonno di qualcu-
no che ha a che fare con lo Sniper Bar” mi risponde, ma poi non aggiunge
nient’altro.

1
Stile di musica house dalle sonorità molto tranquille e rilassanti, spesso influenzate da dub
e reggae. Prende il nome dal duo di artisti che lo ha codificato.
2
Il “digital hardcore” è un genere musicale che nasce come ibrido tra l’hardcore-punk e la
musica house e techno. Il nome fu coniato per descrivere il suono degli Atari Teenage Riot dal
leader Alec Empire, che in seguito fondò un’etichetta discografica con lo stesso nome.

111
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 112

Sia gli Atari Teenage Riot che il loro pirotecnico leader Alec Empire rifletto-
no bene la chiassosa umanità di Berlino, e per i giovani berlinesi intellettual-
mente (e fisicamente) attivi rappresentano una delle maggiori fonti di quel
rumore pulsante. Quando nel 1992 ha messo in piedi il gruppo, facendolo sor-
gere dalle ceneri del punk e della techno, Empire disse che lui e i suoi compa-
gni si erano ritrovati insieme perché non riuscivano più a indentificarsi con la
strada intrapresa dalla techno, un genere che solo fino a poco tempo prima era
stato un grande catalizzatore di cambiamenti sia a livello musicale che socia-
le. Volevano fare musica che non si piegasse alle regole dogmatiche imposte
dalla pista da ballo. Delusi dalla natura prettamente strumentale della techno,
erano determinati a collocare al centro della loro proposta dei testi dallo spic-
cato temperamento punk. Il loro pezzo “Cyberpunks are dead” si fonda sul
suono lacerante di una chitarra elettrica rubato da un pezzo degli Stooges e
fatto girare al contrario.

“Digital Hardcore – ovvero chitarre campionate, ritmiche distorte, breakbeats, un


sacco di urla e tanti campionamenti, estremamente rumoroso. Il suono della rivolta
che produce rivolte! Siamo estremisti di sinistra. Forse potresti definirci anarchici
visto che non vogliamo cambiare il sistema, ma vogliamo distruggerlo.”

I fan di Alec Empire sparsi per il mondo sembrano portare dentro di loro l’es-
senza del più insofferente individualismo tedesco. Quando lo vidi fare il Dj du-
rante un festival di gruppi della Digital Hardcore, venne bersagliato da un fuoco
di fila di insulti da parte dei suoi fan più ostinati: un misto di ragazze sexy, ra-
gazzini solitari e vecchi tossici brizzolati. Le accuse che gli urlavano avevano a
che fare con l’aumento delle vendite dei dischi Digital Hardcore e con il fatto
che gli Atari Teenage Riot avessero appena firmato un contratto di esclusiva per
l’America con la Grand Royal, l’etichetta di proprietà dei Beastie Boys. Scelta
che ebbe la conseguenza di farli presenziare a svariati festival commerciali di
dubbio gusto, in cui divisero il palco con gruppi moscetti tipo i Cardigans. E co-
me ciliegina sulla torta di questa controversa svolta verso lo “stile americano”,
nel 2001 la band pubblicò “Rage”, un EP con ospite Tom Morello dei Rage
Against The Machine. Mentre guardavo Alec Empire passare i brani in consol-
le, i suoi fan gli urlavano cose come “Porco capitalista!” e “Fottuto sfruttato-
re!”. Sembrava proprio di essere a Berlino.
Empire cercò di giustificare il suo deciso allontanamento da quella nicchia
sconosciuta e marginale di cui era il signore assoluto. Quello che disse in sua
difesa, ovvero che stava solo cercando di diffondere anche tra la gente “sba-
gliata” i messaggi “giusti”, è la classica scusa che tirano fuori tutti quelli che
prima fanno gli estremisti e che poi finiscono per vendersi.

“Facciamo concerti per spingere la gente a ribellarsi contro il governo, non per pre-
dicare ai convertiti. Vogliamo portare dovunque sia possibile il nostro messaggio di

112
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 113

eguaglianza sociale. Nei nostri spettacoli vogliamo sbattere queste tematiche in


faccia alla gente... non abbiamo nulla in comune con gli altri gruppi, mi fanno solo
cagare. Non voglio mettermi a giudicarli, ma noi suoniamo ovunque – per esem-
pio in grossi concerti rock, concerti underground, manifestazioni di protesta, non
importa dove”.

Ai proprietari dello Sniper Bar non piace la gente che scatta fotografie al-
l’interno del locale, non permettono che si introducano macchine fotografiche
e non vogliono che la gente gli faccia pubblicità sui vari media. Tra una fetta
di torta all’hashish ed un té alla menta ci guardiamo una proiezione di
Deathrace 2000. Quando infine decidiamo di dirigerci al Syrie ci sono già altre
dieci persone insieme a noi.
Per arrivare al Syrie bisogna camminare per quattro chilometri seguendo il
perimetro del Muro di Berlino. È una parte parecchio disastrata della città, per
cui si possono vedere immensi parti di Muro ancora intatte e coperte da qual-
siasi cosa vada dai graffiti in stile Keith Haring fatti per i turisti, ai manifesti po-
litici, ai volantini fotocopiati che pubblicizzano feste o concerti. Ci sono interi
isolati di uffici ormai deserti, magazzini e hotel di infima categoria, come per
esempio quello che sulla carta intestata usa la famosa fotografia di Gorbachev
che bacia Hoenecker, l’ultimo presidente comunista della Germania dell’Est.
La gente che cammina insieme a me ha più o meno la stessa età di More.
Sono tutti ex-cittadini di Berlino Est, e disprezzano profondamente il modo in
cui la loro società è stata colonizzata da persone con cui non sentono alcun ti-
po di affinità. L’alienazione che i cittadini di Berlino Est provano verso la nuo-
va situazione è molto profonda. Negli anni immediatamente successivi alla
riunificazione, i diritti di proprietà della maggior parte degli edifici in centro era-
no in continua discussione. Non c’era alcuna documentazione a riguardo, e co-
munque la maggior parte delle proprietà comunali apparteneva al GDR, il
vecchio stato comunista che era sparito in una nuvola di fumo.
Come diretta conseguenza di questa confusione, il quartiere di Prenzlau-
berg divenne presto una sorta di comunità autonoma di anarchici militanti po-
sizionata esattamente nel centro di Berlino. Gruppi musicali, gallerie d’arte, vari
spazi di creatività spuntarono fuori come funghi. Il Syrie, il locale dove ci stia-
mo dirigendo, è uno dei molti posti in questa parte di Berlino che segue an-
cora senza compromessi gli ideali e gli obiettivi di allora.
Sono circa le 3.30 del mattino quando arriviamo al Syrie, un grosso spazio
ricavato dal seminterrato di un palazzo enorme costruito durante l’era sovie-
tica: è infatti alto circa dieci piani e si estende per parecchi isolati. Sul muro
esterno ci sono un sacco di poster incollati uno sopra l’altro che pubblicizza-
no gli show del Syrie. Oltre ai concerti underground come quello che stiamo
andando a vedere, sembra che in questo posto suonino anche svariati gruppi
con alle spalle una buona agenzia di booking e qualche tipo di contratto di-
scografico.
113
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 114

All’interno dell’ingresso ci sono circa cinque ragazzi sui vent’anni intorno ad


un bancone con la cassa. Fanno ovviamente parte dello staff, anche se non
hanno l’aria di essere più vecchi o più benestanti di qualunque cliente del lo-
cale. Una quarantina di punk, molte coppiette, sono stravaccati lì intorno su
qualche poltrona o divanetto malmesso. Le ragazze sono generalmente del ti-
po che sfoggia creste da moicano rosa shocking e occhiali da sole messi un po’
storti. I ragazzi sono di taglie diverse: small, media, large e extra-large. A pri-
ma vista appartengono a tribù differenti: ci sono quelli con le creste, quelli ma-
gri con i capelli lunghi da rocker, e quelli semplicemente molto stravaganti. In
maggioranza sono teenagers, divisi equamente per sesso e in buona parte
completamente storditi da qualche pastiglia. Quella sera ci doveva essere sta-
ta una gran folla prima che arrivassimo, perché il pavimento era ricoperto da
lattine di birra e manifestini a sfondo musicale, politico e letterario. Faccio ca-
so a diversi volantini che fanno riferimento ad eventi messi in piedi dai Molo-
tov Moshers.
Passato l’ingresso, delle grandi porte conducono al salone principale, una
stanza molto ampia, con un palco notevole e circa duecento persone che fan-
no moshing immerse nell’oscurità al ritmo di un furioso battito elettronico. Il
tutto ricorda molto lo stile Digital Hardcore, ovvero testi urlati su una serie di
loop elettronici brutali e degenerati. C’è molto ghiaccio secco intorno al pal-
co, quindi non riesco a vedere bene i musicisti. Mi faccio largo tra la folla per
arrivare più vicino allo stage. Noto che il moshing è davvero intenso, merito
probabilmente delle droghe. La grande maggioranza dei moshers si tiene a de-
bita distanza l’uno dall’altro. Sono sudati, immersi in un mondo tutto loro e
hanno l’aspetto di chi ha fatto moshing per delle ore.
Avvicinandomi al palco mi accorgo di qualcosa di particolare. Qui sotto i ra-
gazzi tendono a lanciarsi continuamente l’uno sopra all’altro con vigore ed en-
tusiasmo, agitandosi come delle furie, anche a gruppi di nove o dieci per volta.
Sembra di vedere gente che balla l’Hokey Pokey3 sotto acido. L’età media dei
ragazzi qui davanti è tra i 15 ed i 20 anni, e passarci in mezzo è come cammi-
nare nell’elettricità. La musica che li fa scatenare è suonata con tre computer
portatili appoggiati su un lungo e vecchio tavolo di legno, davanti ai quali ci so-
no tre tizi capelloni vestiti in maniera del tutto anonima. Sono totalmente con-
centrati sui computer, e paiono quasi non accorgersi del delirio che la loro
musica sta scatenando lì davanti, tra il ghiaccio ed il fumo.
Davanti al palco c’è una discreta violenza, ma è di tipo esclusivamente fisi-
co. La musica vibra con un tale vigore che la connessione tra il corpo ed il rit-
mo è pressoché totale. Un ragazzino biondo, probabilmente sui diciotto anni,
mi picchietta sulla spalla e mi fa un segno con le mani unite a coppa. Vuole che

3
Celebre ballo di gruppo molto diffuso in America ed Inghilterra.

114
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 115

gli dia una spinta verso l’alto, in modo da poter fare crowd-surfing sul pit. Sin-
ceramente a me pare un’idea stupida, ma il mio approccio a tutto quello che
succede nel pit è sempre stato “che facciano ciò che vogliono!”. Quindi fac-
cio una conca con le mani, lascio che ci appoggi dentro la sua scarpa da gin-
nastica Vans e lo sollevo con forza sopra il pit, dove i moshers si divertono
subito a prenderlo e tenerlo sopra le teste per cinque minuti buoni prima di de-
positarlo sul palco, dove inizia a ballare intorno alla band che quasi non se ne
accorge neppure.
Circa un’ora più tardi sono nell’ingresso del Syrie a prendermi un caffé,
quando vedo il biondino uscire dalla sala principale per tornarsene a casa con
la sua ragazza. Il suo nome è Kuhl, mentre la ragazza si chiama Ilko. Noto su-
bito che lei indossa una delle tante magliette dei Molotov Moshers che ho vi-
sto in giro per il Syrie. Kuhl mi dice che nella musica apprezza un certo
approccio di tipo terrorista. “Sono arrivato all’anarchismo attraverso la techno,
e al moshing attraverso l’anarchismo”. Mi racconta che tutte le scene sono
strettamente connesse tra di loro, e le persone che puoi incontrare nel moshpit
sono le stesse che poi ritrovi nei collettivi femministi, o in qualche strano pro-
getto d’avanguardia, o anche nei Molotov Moshers. “Comunque io penso che
i Molotov siano più un’idea astratta che una realtà tangibile”, mi dice ridendo
mentre guarda di sottecchi Ilko. Gli chiedo se nel discorso di prima si stesse ri-
ferendo a chi fa moshing in generale, oppure solamente all’interno di realtà oc-
cupate o politicamente attive come quella del Syrie.

“Qui a Berlino Est trovi in prevalenza questo tipo di moshing con forti connotati an-
tisessisti e antirazzisti, che è parte integrante di una vasta schiera di attività sociali
e cose del genere. Se vuoi legare il termine Molotov Moshers a qualcosa di con-
creto, beh allora il senso che puoi dargli è proprio questo, un senso di collettività.
Le altre scene, come quella commerciale legata al nu-metal, sono diffuse dapper-
tutto, ma non particolarmente in questa parte della città. Alec Empire proviene da
qui, e ha influenzato parecchio questo posto. Lui era davvero un tipico artista ber-
linese. Qui i punk sono sempre in prima linea quando c’è da ribellarsi, per cui la loro
scena può contare su gruppi sinceri che vivono la cosa molto seriamente. La band
che hai visto stasera mi piace molto, e puoi anche considerarla punk. Ma ci sono
centinaia di gruppi più tradizionali, chitarra-basso-batteria, che suonano nelle can-
tine o nei cortili delle case occupate, o talvolta anche in posti grandi come questo.
Per esempio i gruppi punk russi mi piacciono da impazzire. Lo show di stasera era
pubblicizzato ovunque e c’erano manifesti attacchinati per tutta Prenzlauberg, ma
molto spesso i concerti migliori li puoi conoscere solo grazie ai volantini lasciati in
alcuni locali o bar. Alcune persone ci arrivano anche solo grazie al passaparola della
gente, anche perché spesso i concerti sono gratuiti o comunque l’ingresso è a sot-
toscrizione volontaria. La scena punk qui è fisicamente molto tosta, molto dura e
senza compromessi. Sono in prima linea nella guerra contro i neonazisti, che a loro
volta sono legati ad altre scene hardcore, ska e cose del genere”.

115
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 116

Kuhl, che non riesce a comprendere la logica assurda di un razzista che


ascolta musica nera, se la ride e si gira verso la sua ragazza dicendole “È roba
da pazzi! Questi cazzo di nazisti sono completamente scemi!”
Ci salutiamo e torno nella sala principale, dove Dj More ed i suoi amici so-
no gli unici rimasti a ballare felici in pista. Sul palco c’è sempre la stessa band,
e per quanto posso dire mi sembra che stia suonando sempre lo stesso pezzo.
Quando ce ne andiamo, verso le sei del mattino, la stanza sta ancora treman-
do al suono di quel ritmo irregolare. E mentre stiamo uscendo c’è tantissima
altra gente che continua ad arrivare.

116
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 117

UN BUCO NERO TRA LA FOLLA


ROSKILDE ’99

Il festival di Roskilde fu inaugurato nel 1971 come una sorta di risposta da-
nese a Woodstock. In quei primi anni le band che si alternavano per due gior-
ni sul palco attiravano una media di circa 20.000 spettatori. Molti di quei
gruppi erano formazioni locali di rock progressivo ora cadute nell’oblio, anche
se ogni tanto faceva capolino qualche superstar britannica come i Kinks, mes-
sa lì per dare un po’ di prestigio all’evento. Con il passare degli anni il festival
di Roskilde si ingrandì sempre più. Non è mai stato un evento dedicato alla mu-
sica più radicale, e nemmeno alle tendenze più moderne: gli headliner degli an-
ni immediatamente precedenti al disastro dei Pearl Jam comprendono infatti
nomi come R.E.M. e Neil Young. Artisti certamente di grosso calibro e capaci
di attirare il grande pubblico, ma non certo all’avanguardia o particolarmente
scomodi e controversi. Tutti i guadagni del festival finiscono solitamente in be-
neficenza per qualche causa importante, come per esempio Amnesty Interna-
tional o l’Osservatorio per i Diritti Umani.
Nel 2000 vennero venduti 70.000 biglietti che consentivano l’ingresso in en-
trambi i giorni del festival. Circa 50.000 persone si ritrovarono di fronte al-
l’Orange Stage intorno alle 22.30 del 30 di giugno per poter assistere al
concerto dei Pearl Jam, uno dei gruppi più amati dal pubblico tra quelli che og-
gi suonano rock come ai vecchi tempi. Sono venuti fuori dall’innovativa scena
di Seattle dei primi anni novanta, e in tempi più recenti hanno lavorato con vec-
chie glorie del passato come gli Who, Bob Dylan e Neil Young.
In linea con le buone vibrazioni e lo spirito hippy che ne avevano sancito la
nascita, il perimetro del festival non era circoscritto dalla solita recinzione in sti-
le campo di concentramento che normalmente troviamo negli eventi all’aper-
to, quella formata da lastre di metallo e filo spinato, ma era delimitato da una
semplice fila di alberi. Leif Skov, uno dei soci che ha gestito per anni il festival,
spiega la scelta degli alberi: “È parte del nostro sistema di sicurezza. Mantie-
ne la gente positiva e a proprio agio. Non portiamo armi con noi, solamente
un sorriso”.
Lo staff del festival è composto da dodici persone che lavorano a tempo pie-
no, e nel 2000 si era raggiunto l’incredibile numero di 17.000 volontari che da-
vano una mano lavorando all’evento. Quando gli fu chiesto se queste persone
fossero effettivamente impreparate ad affrontare la tragedia che si consumò,
Skov rispose con filosofia (forse un po’ troppa filosofia): “Qual è il modo giu-
sto per insegnare la sicurezza? In Danimarca non ne esiste uno. La prepara-
zione gli veniva dalla loro stessa esperienza. E dall’essere pronti a tutto”.
117
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 118

I professionisti che erano presenti quel giorno – gente che segue i grandi
gruppi stranieri nei loro tour estivi tra i festival – concordano tutti nel dire che
le cose erano state organizzate con la proverbiale efficienza e buon senso scan-
dinavi. Roskilde andava giustamente fiera dei suoi risultati precedenti, infatti
non aveva mai avuto fama di essere un happening violento o pericoloso: di so-
lito presentavano una scaletta abbastanza variegata, e mai incentrata sul soli-
to menù composto da hardcore, ska-core e nu-metal tipico dei festival estivi.
Ironicamente, uno dei pochissimi momenti di violenza associato alla storia del
festival di Roskilde e precedenti al disastro del 1999 coinvolse sempre i Pearl
Jam.
Durante il loro set nell’edizione del 1992, il cantante Eddie Vedder fu pro-
tagonista di un pesante diverbio. Dopo aver visto uno stage-diver che veniva
malmenato dai buttafuori, Vedder si lanciò dal palco e iniziò una violenta col-
luttazione con la security, che all’apparenza non lo riconobbe e iniziò a pren-
derlo a pugni. Secondo alcune testimonianze, Vedder fu picchiato duramente.
I Pearl Jam godono di una solida reputazione come band che ha molto a
cuore i fan che stanno nel pit. Hanno sempre portato avanti l’idea che i ragazzi
possano sia fare moshing che sopravvivere per raccontarlo. La loro politica in
questo senso è molto precisa ed accurata, e consiste nell’impiegare in ogni con-
certo una pit-crew personale. Una squadra di fan particolarmente svegli e in
grado di cavarsela che tengono d’occhio la situazione nel pit. I Pearl Jam era-
no parte integrante della scena che ha portato alla ribalta i Nirvana, la Sub Pop,
i Dinosaur Jr. e che ha dato il via alla diffusione globale del moshing.
Nel 1993 i Pearl Jam cancellarono un’esibizione all’Università del Colorado
perché le autorità locali avevano proibito il moshing. Nel 1995, quando ormai
il fenomeno del moshing stava esplodendo un po’ in tutta l’America, il loro re-
sponsabile per la sicurezza del tour avvisò i vari professionisti dell’industria mu-
sicale che “Nel concerto di oggi vedrete i ragazzi della sicurezza fare
headbanging1, li vedrete farsi avanti per fare crowd-surfing insieme al pubbli-
co. Gli chiederò io stesso di farlo. E ci vedrete anche nel pit, impegnati nel mo-
shing insieme ai ragazzi”.
Per quanto riguarda l’assunzione di ragazzi del luogo da usare come addetti
alla sicurezza durante concerti e festival, il responsabile della security dei Pearl
Jam ha spiegato a quei professionisti l’attitudine generale della band: “Quan-
ta gente qui utilizza come guardiani degli ex-tossici appena usciti dalle comu-
nità di recupero? Non molti, eh? Lo immaginavo. È questo che chiedo: andate
in queste comunità di recupero, fate vedere a questi ragazzi che non ci stiamo

1
Consiste nel muovere violentemente la testa avanti e indietro al ritmo della musica. È
un’usanza solitamente associata all’heavy metal, ma oramai diffusa anche tra generi musicali di-
versi.

118
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 119

dimenticando di loro. Diamogli una possibilità di cambiare vita... Per loro il po-
ter dire di essere stati coinvolti in un evento come un concerto, una partita di
basket o di hockey vuol dire davvero molto”.
Quando suonarono a Seattle, la loro città natale, alcuni membri della band
andarono al Seattle Center insieme al loro manager per assistere a dei meeting
riguardanti la sicurezza, in modo da poter capire prima del concerto quali mi-
sure sarebbero state applicate. Secondo quanto riportato dal quotidiano loca-
le Seattle Post-Intelligencer, un vecchio dirigente del Center disse che i Pearl
Jam volevano sapere anche “come avremmo trattato la gente che cadeva die-
tro le transenne, e in che modo pensavamo di parlare alle persone. È molto inu-
suale che i membri stessi di un gruppo siano coinvolti in maniera tanto specifica
in questo tipo di cose”.
“Ten”, l’album di debutto dei Pearl Jam, vendette più di due milioni di co-
pie. Negli otto anni che trascorsero da quell’intervento di Eddie Vedder al Ro-
skilde del 1992 sino al 2000, i Pearl Jam smisero di essere quella band
stravagante uscita da Seattle e piantarono le loro radici in una musica ed
un’estetica nuove. Stavano rischiando di diventare l’ennesimo gruppo rock che
gira solo nel circuito degli stadi e che continua ad alimentare il proprio mito.
Non erano più di moda tra i ragazzini grunge e attenti alle novità, quelli capaci
di sopravvivere in ogni pit. Ma rimasero comunque estremamente politicizza-
ti. In occasione delle elezioni presidenziali del 2000, Vedder si riferì a Bush chia-
mandolo con l’appellativo di “Damien II”2.
Per Johansen, un volontario addetto alla sicurezza che era in servizio du-
rante il concerto dei Pearl Jam, fu il primo a riferire della catastrofe che stava
per abbattersi sul festival. Dislocato a circa tre metri a sinistra rispetto al cen-
tro del palco, notò che la calca era notevole ed il pubblico era stranamente agi-
tato. La tensione che lui percepì nelle prime file era senza dubbio dovuta al
fatto che alcune persone stavano cominciando a realizzare che c’era davvero
troppa gente, e che tutti si stavano muovendo in avanti tanto impercettibil-
mente quanto inesorabilmente. “Era estremamente affollato, ma non perico-
loso” raccontò Johansen ai cronisti. “Avevamo già avuto a che fare con una
folla del genere, e non c’erano mai stati problemi”.
Jo Markham, una veterana del Lollapalooza che ama immergersi nell’odo-
re acre dei festival hardcore che girano per l’America, finì a Roskilde per puro
caso. Non era il tipo di show a cui andava di solito. E fu decisamente meno
compiacente di Per Johansen quando raccontò cosa successe quando i Pearl
Jam salirono sul palco.

2
Riferimento ad una celebre serie di film horror, nei quali il bambino Damien altri non è che
l’incarnazione dell’Anticristo.

119
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 120

“Immagino di essere stata meno eccitata di molta della gente che era accanto a me.
Forse è questo il motivo per cui mi sono accorta di parecchie cose che stavano an-
dando storte. Normalmente i festival europei sono molto più tranquilli delle loro
controparti americane, e la cultura che sta alla base dell’andare a un festival estivo
ha connotati molto più sociali. In America, a un festival ci vai per ubriacarti o farti
di droga... o per farti una scopata. Penso che la gente in Europa invece vada ai fe-
stival proprio per sentire la musica. Ma quel giorno a Roskilde faceva davvero
freddo, la giornata era gelida, umida e totalmente scandinava. L’atmosfera era spa-
ventosa. C’erano un sacco di tedeschi corpulenti ed aggressivi, che si dirigevano ine-
sorabilmente verso il moshpit con atteggiamenti da macho e un’aria inquietante.
Ma non ci sarebbe stato comunque nessun moshing. Innanzitutto eravamo tutti
troppo accalcati. In secondo luogo, e questo è un dettaglio importante, le uniche
persone che avrebbero voluto fare del moshing ad un concerto dei Pearl Jam sa-
rebbero state delle teste di cazzo con zero esperienza del pit. Gente che lo aveva
visto fare nelle pubblicità di Mtv o che al massimo ne aveva letto sui giornali.

Mentre i Pearl Jam, un gruppo estremamente valido quando suona dal vi-
vo, stavano progredendo lungo la scaletta del concerto, Per Johansen si accorse
che c’era qualcosa che non andava. “Era estremamente difficile tirare fuori al-
cune ragazze dal pit. Normalmente basta una sola persona per tirarle fuori, ma
in questo caso ne servirono due”.
Sembra che fosse difficile per tutti, Pearl Jam compresi, accorgersi di quan-
to stava accadendo nel pit. In seguito il gruppo si lamentò perché dal palco non
si riusciva a vedere chiaramente il pubblico. L’ondeggiare centrifugo dei fan ac-
calcati faceva perdere l‘equilibrio a sempre più persone, che si ritrovavano quin-
di per terra con gambe e braccia impigliate l’uno con l’altro, quasi a formare
un intricatissimo groviglio umano in cui era diventato impossibile muoversi au-
tonomamente. Un tizio che si trovava a circa cinque metri dal palco raccontò
ai giornalisti: “Vidi che la gente iniziava a cadere. Ne vedevo ancora le teste,
ma erano molto più basse rispetto a noi. Un ragazzo davanti a me si accorse
del problema e urlò ‘Spingete dalla parte opposta!’. Lo facemmo per tre vol-
te, ma senza alcun risultato”.
Il diciannovenne Thomas Miller confermò che nel pit si stava parecchio ac-
calcati già da prima che i Pearl Jam iniziassero a suonare: “La gente barcolla-
va a destra e a sinistra. Dopo mezz’ora lì dentro mi accorsi che sarebbe stata
una questione di vita o di morte. Non riuscivo a sollevare le braccia, e facevo
fatica a respirare. Per inspirare dell‘aria pura dovevo sollevare la testa. Temevo
per la mia vita”. Un ventiduenne che conosceva bene il festival di Roskilde –
c’era già stato altre sette volte prima di quella – disse: “Lì in mezzo si stava
troppo pigiati. Mi sembrava di stare ad un incrocio nell’ora di punta. Quelli che
volevano arrivare nelle prime file si mettevano le mani sulle spalle l’un con l’al-
tro e spingevano per aprirsi la strada. Era tutto estremamente aggressivo. Ho
resistito cinque canzoni, e poi mi sono fatto largo a spintoni per uscire”.

120
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 121

Jo Markham ha passato i primi venti minuti dello show dei Pearl Jam a par-
lare con le persone che aveva intorno, cercando di calmarle e spiegando che
avrebbero dovuto organizzarsi da soli.

“C’erano un sacco di sfigati lì in mezzo. Sono stata palpeggiata diverse volte, ma


non è la prima volta che mi capita, e ad ogni modo come molte delle persone che
praticano regolarmente il moshing ho una concezione abbastanza elastica della
violazione degli spazi. Non dò più di tanto peso a queste sciocchezze occasionali.
C’erano anche dei personaggi sin troppo rigidi e bacchettoni lì in mezzo, gente
che avrebbe dovuto rimanere indietro e ben lontana dal palco, e poi c’erano que-
ste teste di cazzo fuori di testa che sembrava avessero pessime intenzioni. Ad un
concerto degli Slipknot a Los Angeles un mio ex-ragazzo si è ritrovato con alcune
costole ed un braccio fratturati, quindi sono parecchio al corrente di come vadano
le cose con questi personaggi... stavo cercando di calmare un po’ la gente, ma la
situazione era fuori controllo. Comunque non direi che ciò che è accaduto possa
essere imputabile ad un solo fattore. È solo questione di sfiga. Sono cose che pos-
sono capitare, specialmente nell’ambito del rock’n’roll. Anzi penso che situazioni
di merda come questa facciano parte di quell’aspetto estremo che lo rende affa-
scinante. Ai tempi di mia madre il lato trasgressivo del rock era rappresentato dal
sesso. Poi dal sesso e dalla droga. Ora non solo ci sono ancora tutti e due, ma ab-
biamo bisogno di qualche altra cosa che continui a rendercelo estremo. Dopo ciò
che ho visto a Roskilde ho avuto ben più di una ragione per fermarmi a riflettere
sulle cose”.

Una ragazza diciottenne raccontò al quotidiano danese Politiken che alcu-


ni dei suoi amici che si trovavano vicino al palco stavano “con i piedi su uno di
quei poveri disgraziati. Pensavano che si trattasse di uno zaino o di una borsa.
Quando si accorsero che c’era una persona per terra sotto di loro, non riusci-
rono a muoversi per spostarsi”. Un’altra donna raccontò allo stesso giornale di
aver visto cinque persone che stavano in piedi su qualcuno caduto a terra, e
che cercò di dargli una mano a rialzarsi: “Diventai isterica e iniziai a gridare
‘Spostatevi! Spostatevi, dobbiamo tirarlo su!’, ma quelli non si muovevano, an-
che se a quel punto avevano realizzato che c’era qualcuno sotto di loro. Non
mi ricordo la sua faccia o altro, ma ricordo che mi fissava. Poi più nulla. Penso
che morì lì”.
Per Johansen ha dichiarato di essersi rivolto al responsabile della sicurezza
intorno alle 23.15 per chiedergli di far interrompere il concerto, dicendogli
“Penso che ci siano dei morti”. Dice di aver ripetuto questa richiesta per due
volte, sino a quando un altro membro della pit-crew non ha fatto lo stesso. Il
messaggio risalì lungo tutta la scala di comando e alla fine raggiunse il tour ma-
nager dei Pearl Jam che stava in piedi a lato del palco. Una volta ricevuta la no-
tizia si precipitò subito ad avvisare Eddie Vedder di quanto stava succedendo.
Vedder chiese immediatamente agli altri del gruppo di smettere di suona-
re, e si rivolse al pubblico. Il consiglio che diede alla folla fu lo stesso che ogni
121
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 122

band al mondo con la testa sulle spalle dà alle folle di spettatori quando la si-
tuazione inizia a farsi pesante: “Quello che accadrà nei prossimi cinque minu-
ti non ha nulla a che vedere con la musica. Ma è molto importante. Fate conto
che io sia un vostro amico, e che dobbiate fare qualche passo indietro per non
farmi del male. I vostri amici sono qui, nelle prime file. Ora conterò sino a tre,
e tutti voi farete tre passi indietro. Tutti quelli che sono d’accordo dicano ‘Si’
adesso”. Questo provocò un boato d’approvazione da parte del pubblico, e un
lieve movimento all’indietro. Vedder fece la sua richiesta un’altra volta. Un gior-
nalista di Pollstar – la rivista ufficiale dell’industria americana dei concerti – che
era in mezzo all’audience raccontò: “Potevi accorgerti sul serio che la gente si
stava spostando indietro. Penso si mossero davvero di almeno mezzo metro”.
Jo Markham però non ne era così sicura: “È vero, si spostarono un po’”,
mormora, “ma poi, come dei lemmings, si mossero di nuovo in avanti. Era più
una cosa tipo un passo indietro e poi due in avanti. Ovviamente non si tratta-
va di teste di cazzo che lo facevano di proposito. È solo che quando hai a che
fare con un numero di persone così esagerato è semplicemente la massa stes-
sa a prendere il controllo. Non Eddie Vedder, e nemmeno i buttafuori”.
Il promoter Leif Skov corse subito verso il settore della security, e vide quan-
to stava accadendo a pochi metri dalle transenne. “Vidi che c’era come un bu-
co tra la folla – in cui non si vedevano teste”.
Sul fondo di questo buco, che aveva un diametro di poco più di due metri,
c’era una pila di giovani corpi. La security si fece strada tra il pubblico e tra-
sportò le vittime oltre le transenne, per poi portarle dietro le quinte dove avreb-
bero ricevuto cure mediche. Il team medico presente nel backstage fu
sopraffatto dal numero di feriti di cui doveva occuparsi e dalla gravità delle le-
sioni. Un tour manager inglese fece sgomberare d‘iniziativa un’area adibita al
parcheggio dei tir, in modo tale che le vittime potessero essere trasportate più
velocemente. Qualcuno disse che passarono almeno 15 minuti dal momento
in cui Per Johansen avvertì per la prima volta il suo superiore a quando il con-
certo venne interrotto, ma l’organizzatore Skov non è d’accordo. “È vero che
l’avvertimento è dovuto passare attraverso varie persone, ma non è vero che
ci ha messo così tanto. Noi non usiamo telefoni, e non corriamo in giro a por-
tare i messaggi a voce. Usiamo i walkie-talkie”.
Qualcuno dice che ciò che scatenò le ondate di pubblico verso il palco e la
calca che ne seguì fu la pessima qualità del suono che proveniva dalle torri di
amplificazione, installate proprio per permettere a chi stava nelle retrovie di po-
ter sentire tutto ottimamente. Secondo questa teoria, la gente si sarebbe ac-
calcata verso le prime file per poter sentire meglio. Un altro testimone racconta
che anche nelle prime file il suono era “troppo acuto e troppo basso di volu-
me. Si sentiva proprio male”. Ma le lamentele riguardo alla pessima acustica
sono parte integrante di qualsiasi evento rock che non attragga un pubblico
di soli appassionati. Non si sentono così spesso dei punk lamentarsi della pes-
122
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 123

sima qualità del suono. Una buona parte di chi bazzica festival come quello di
Roskilde frequenta solo sporadicamente i concerti, gli piace come si sentono i
cd nello stereo della sua casetta di provincia, ma non è abituato al suono grez-
zo e selvaggio della musica dal vivo sparata a tutto volume in un campo al-
l’aperto nel mezzo del nulla.
Altri invece danno la colpa alla pioggia, basando la loro teoria sul fatto che
il terreno era diventato una poltiglia tale che si scivolava ed inciampava dap-
pertutto. Questa è effettivamente una cosa che capita molto spesso quando
piove durante un festival, e infatti i moshpit fradici e fangosi sono qualcosa di
terrificante e molto pericoloso. Il luogo dove si tiene il festival di Roskilde è un
terreno coltivabile spesso utilizzato per fiere dell’agricoltura, e alcune stalle per
gli animali sono sparse qui e là intorno al perimetro. Quel giorno una piogge-
rellina fredda e insistente aveva reso fangose alcune parti del campo, ma non
c’era molto fango intorno all’Orange Stage dove è avvenuta la carneficina. Il
terreno immediatamente adiacente al palco era stato inoltre ricoperto con un
composto di sabbia e argilla in grado di drenare velocemente l’acqua. Questo
tipo di preparato, che alcuni chiamano “farina di pietra”, si è mostrato molto
efficiente anche nelle condizioni più estreme.
Il posto era inoltre disseminato di transenne a forma di ‘U’ ben piantate nel
terreno. Questo tipo di barriere veniva utilizzato regolarmente negli stadi di cal-
cio inglesi, sino a quando negli anni ottanta non venne considerato troppo pe-
ricoloso in quanto responsabile di fratture alle costole e altro. Paul Wertheimer,
responsabile della compagnia “Crowd Management Strategies”3 di Chicago,
attivista instancabile contro la carenza di sicurezza ai concerti nonché forte de-
trattore della cultura legata al moshing, ha dichiarato che quel tipo di barrie-
re avrebbero potuto funzionare con un pubblico meno numeroso, ma nel
contesto di Roskilde “certamente non sono state d’aiuto. Anzi, con tutta pro-
babilità hanno complicato le cose nel momento in cui si è avviata la reazione
a catena”.
Un fotografo della stampa che non era esattamente un fan dei Pearl Jam
ricordò che “non ho visto gente sorridente tra il pubblico. Non c’era allegria sui
loro volti. si vedeva benissimo che la gente non era felice”. Lasciò il concerto
prima che le cose si mettessero male, ma ritornò non appena sentì cosa stava
succedendo. “Vidi un poliziotto che urlava verso la folla – così solo e impo-
tente. Stava cercando di far muovere indietro la gente. Urlando verso quella fol-
la smisurata. Ti dà l’idea di quanto la situazione fosse realmente disperata”.
Un allievo poliziotto tedesco di ventisei anni, un ventitreenne olandese, tre
svedesi e tre danesi morirono tutti di asfissia sul posto. Un’altra persona, un au-

3
La Crowd Management Strategies è una compagnia che fornisce consulenze in merito al-
la sicurezza del pubblico a concerti, festival ed altri happening di massa.

123
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 124

straliano, fu ricoverato in ospedale con lesioni alla cassa toracica e venne con-
nesso a un respiratore artificiale. Morì pochi giorni dopo, era la nona vittima.
Eddie Vedder sedeva sul palco, lo sguardo fisso verso il buco nero dove gia-
cevano i ragazzi morti. La sua faccia era visibile su un enorme maxischermo
montato sul lato posteriore della torre del mixer. Stava piangendo.
All’una e cinque minuti gli organizzatori del Roskilde Festival avvisarono il
pubblico che l’esibizione dell’ultima band che avrebbe dovuto salire sul palco
– i Cure – era stata annullata. La musica continuò invece sugli altri palchi, con
alcuni gruppi che iniziarono a suonare persino alle tre di notte. Al momento
della tragedia, sul palco dedicato alla techno si stavano esibendo gli Under-
world, mentre il gruppo indie britannico Travis stava suonando poco distante.
Data la portata della carneficina, questo approccio in stile “gli affari sono af-
fari” fu la prima dimostrazione del fatto che gli organizzatori sapevano bene
che, come si dice nello show-business, lo spettacolo deve sempre continuare.
Quella stessa sera Eddie Vedder scrisse nella sua camera d’albergo una di-
chiarazione che venne poi inoltrata ai mass media nel mezzo della notte:
“Non ci hanno ancora riferito che cosa sia successo di preciso, ma a noi è sem-
brato tutto terribilmente rapido e assolutamente inaspettato... una cosa sen-
za senso. Quando decidi di suonare in un festival di queste dimensioni e con
una reputazione così immacolata, è impossibile immaginarsi che possa capita-
re una cosa del genere, che ti fa a pezzi il cuore”.
Un mese dopo le morti i Pearl Jam diffusero una dichiarazione più ragiona-
ta e impostata sulla difensiva, nella quale dicevano di aver pensato molto alle
cose orribili che avevano visto in Danimarca. Nelle settimane successive al fe-
stival ci furono molteplici sforzi da parte della polizia del posto per cercare di
chiarire le responsabilità di quello che era successo. Si mormorava che la band
fosse da ritenere “moralmente responsabile” per quanto era accaduto. I Pearl
Jam hanno sempre affrontato di petto le questioni etiche e politiche, una vol-
ta hanno provato addirittura a sfidare il colosso americano Ticketmaster per
contrastarne il ferreo monopolio sulla vendita dei biglietti dei concerti negli Sta-
ti Uniti. Ora, messi con le spalle al muro, dissero di essere determinati a voler
trovare la soluzione all’enigma di Roskilde.
Volevano che venisse accuratamente investigata tutta la “catena di co-
mando” della security del festival. “Noi bloccammo immediatamente lo show
non appena fummo informati che poteva esserci qualche problema con il pub-
blico, anche se ci era stato chiesto di continuare sino a quando la natura del
problema non fosse stata accertata con precisione. Siamo convinti che se fos-
simo stati informati di un possibile contrattempo nel momento in cui la secu-
rity del festival ne ha preso atto, avremmo potuto fermare lo show molto prima
e alcune vite avrebbero potuto essere salvate”. Furono inoltre molto critici nei
confronti delle strutture mediche presenti nel backstage, dicendo che “c’era
scarsità di personale adeguato e/o sufficientemente qualificato, di equipag-
124
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 125

giamento sanitario d’emergenza e di ambulanze. Quello che c’era non era suf-
ficiente per potersi occupare in maniera veloce ed efficiente di un’emergenza
medica”.
I membri della band cancellarono le ultime date del tour che avrebbe do-
vuto portarli in giro per l’Europa per sei settimane, e una volta negli Stati Uni-
ti si ritirarono in isolamento. Ma un mese dopo iniziarono a pianificare un altro
tour, con cui avrebbero girato per arene e anfiteatri in tutta l’America. A no-
vembre, quando suonarono presso la Key Arena di Seattle, si lamentarono con
il pubblico perché lo show presentava misure di sicurezza eccessive e troppo
personale di sorveglianza. Allo stesso tempo i loro esperti di marketing deci-
sero di presentarli come un gruppo costantemente interessato alla sicurezza dei
ragazzi nel moshpit.
In un’intervista estremamente amichevole rilasciata dal chitarrista Mike
McReady al giornalaccio locale Seattle Post-Intelligencer si leggeva che “Per far
si che ci fosse un tampone tra il palco e il moshpit il gruppo ha utilizzato un ti-
po di transenne speciali, con le sbarre d’acciaio ricoperte da un’imbottitura”.
McReady disse che dopo Roskilde la band è stata molto vicina allo sciogli-
mento, ma che “Non sarebbe stato giusto finire così.. Abbiamo realizzato che
la musica che facciamo è vitale per noi. Non possiamo mollare. Non possiamo
chiudere in maniera così negativa”.
“È la cosa peggiore che possa accadere a un gruppo rock” ha dichiarato
McReady all’Intelligencer, “la gente non dovrebbe morire ai concerti”.
Pete Townshend, il leader degli Who che nel 1979 a Cincinnati ha visto un-
dici persone morire nella calca durante un concerto della sua band, in un in-
tervento scritto per il suo sito internet ha raccontato di una conversazione
telefonica avuta con Eddie Vedder non molto dopo Roskilde: “Gli ho raccon-
tato quello che gli Who avevano fatto dopo il disastro di Cincinnati. In due pa-
role, penso che quella volta ce ne tirammo fuori troppo in fretta, e che quando
parlai con la stampa feci delle dichiarazioni eccessive senza tenere in conside-
razione il fatto che chi meritava davvero rispetto erano solo i morti e le loro fa-
miglie”.
Townshend si riferiva ad un’intervista rilasciata a Rolling Stone nel 1980,
l’anno successivo alle morti di Cincinnati. In quell’occasione diede voce a quel-
la che spesso dev’essere la normale attitudine dei gruppi che vanno in tour:

“Pensavamo ‘Vaffanculo! Non possiamo lasciare che sia una robetta come questa
a fermarci!’. Dovevamo pensarla in quel modo, dovevamo sminuire la cosa... ave-
vamo un tour da finire. Siamo una band rock’n’roll. Non possiamo perdere tempo
a cazzeggiare preoccupandoci di una dozzina di persone che muoiono. Non è che
non ce ne freghi niente, al contrario, ma esiste un determinato tipo di attitudine
che io chiamo ‘armatura da tour’. Quando vai in tournee ti costruisci intorno una
sorta di armatura che ti isoli, vai come in trance”.

125
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 126

Skov, il promoter del festival di Roskilde, indì una conferenza stampa la mat-
tina successiva alla tragedia e annunciò che il festival sarebbe continuato co-
me previsto. “La vita”, ha dichiarato, “è più forte della morte”. Due gruppi pop
inglesi, i Pet Shop Boys e gli Oasis, si rifiutarono di prendere parte alla cosa. Il
management di entrambi i gruppi rilasciò una dichiarazione in cui chiedeva al-
l’organizzazione di cancellare gli spettacoli previsti sull’Orange Stage, in mo-
do da facilitare le indagini e come forma di rispetto verso i morti.
Comunicarono inoltre le loro perplessità riguardo alla sicurezza del concerto.
La polizia di Roskilde aveva completato le indagini sul luogo della tragedia e si
era dichiarata felice che lo spettacolo potesse continuare. Gli Oasis dissero che
non si sentivano di suonare un brano come “Live forever”4 in quel contesto, e
i Pet Shop Boys dissero che avrebbero dovuto tenere una sorta di festa-con-
certo in cui presentare tutti i loro successi più famosi. “Farlo in un posto dove
otto persone sono appena morte” ha commentato il leader della band Neil
Tennant, “ci sembra inconcepibile”.
L’organizzazione del Roskilde non fu molto felice della defezione di alcuni
gruppi, e fece sapere che secondo il suo punto di vista “i gruppi che hanno de-
ciso di continuare ugualmente con i loro concerti alle condizioni originarie e
concordate dimostrano di avere profondo rispetto e considerazione per i ra-
gazzi che sono morti”. Più tardi ammisero che “sono state dette alcune cose
che non si sarebbe dovuto dire”, scrissero lettere di scuse alle band che ave-
vano defezionato e dichiararono alla rivista Rolling Stone che il compenso dei
due gruppi che non avevano suonato sarebbe stato destinato al Roskilde 2000
Tragedy Fund, un fondo di ricerca per lo studio di nuove misure di sicurezza. E
per essere gente che diceva di essersi ritirata dal festival per rispetto al dolore
di chi era in lutto, i Pet Shop Boys si irritarono non poco quando gli fu detto
che non sarebbero stati pagati. “Non hanno mai comunicato nulla di tutto que-
sto al nostro agente”, dichiarò Neil Tennant a Rolling Stone.
Sei mesi dopo il disastro, Leif Skov annunciò il primo sforzo da parte di Ro-
skilde per assicurarsi che le cose in futuro sarebbero andate meglio. Disse che
a un certo punto gli organizzatori considerarono l’ipotesi di abbandonare
completamente l’idea del festival. “Tutto quello che abbiamo sempre voluto fa-
re è creare spazi dove i giovani possano andare ad ascoltare musica e divertir-
si. Sarebbe stato troppo facile reagire con forza, adottare limitazioni ferree e
rigorose, ma questo non avrebbe necessariamente portato una sicurezza mag-
giore”.
“Il problema è che non esiste un colpevole”, disse. “Non c’erano gruppi di
violenti su cui si poteva scaricare le responsabilità”. Annunciando le nuove stra-
tegie che sarebbero state adottate per il Roskilde del 2001, che già presenta-

4
“Vivere per sempre”.

126
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 127

va una line-up più sicura composta da vecchie glorie come Bob Dylan e Neil
Young, Skov dichiarò: “Nomineremo dei sovrintendenti che gireranno conti-
nuamente tra il pubblico per valutare se si sarà raggiunto o meno il numero
massimo di persone che possono assistere in sicurezza al concerto. In questo
modo potremo chiudere gli accessi alle varie aree del festival prima che si af-
follino e succeda qualcosa di brutto”.
Skov ha inoltre ammesso di aver ricevuto molte proposte per far erigere nel-
lo spazio del festival delle statue che riportassero i nomi e le date di nascita dei
ragazzi che sono morti. Gli organizzatori erano però convinti che una cosa del
genere sarebbe risultata eccessiva e hanno pensato invece di piantare un cer-
chio di nove alberi, con in mezzo delle pietre su cui la gente possa sedersi per
allontanarsi un po’ dalla folla. “Nel centro del circolo ci sarà una grossa pietra
su cui verranno incise delle parole adeguate”, ha detto Skov. “Sistemeremo
tutto non appena si scioglierà il ghiaccio sul terreno, all’inizio della prossima pri-
mavera”.

127
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 128

I BRIGANTI DEL MOSHPIT

Alex è stato a centinaia di concerti. Aveva sempre il segno di un morso sul-


le spalle, o un taglio sanguinante in un orecchio, o un succhiotto sul collo. Il
suo atteggiamento verso le band che guardava era sempre sardonico e scetti-
co. Non si faceva fregare dai discorsi buoni solo per vendere il merchandising
o dalle fregnacce tipo “voi ragazzi siete il miglior pubblico davanti al quale ab-
biamo mai suonato”, ma amava il moshing più di chiunque altro. Teneva un
diario di tutti i piccoli concerti a cui andava e di quelli che era andato a vede-
re fuori città. Era capace di viaggiare parecchio per vedersi qualche microsco-
pico collettivo ska-punk americano fare uno show in una casa occupata di
Brighton. Alto quasi un metro e ottanta e di corporatura leggera, aveva un
guardaroba parecchio fornito di bei vestiti.
Prima di entrare nel pit si levava tutto tranne i suoi jeans e le scarpe da gin-
nastica. Tutti gli altri vestiti venivano accuratamente piegati e riposti in uno zai-
netto che depositava poi in guardaroba. Nel pit si muoveva in maniera molto
energica, aveva un’ottima capacità di resistenza che gli derivava dall’essere
molto abile, nonché pieno di rabbia allo stato puro.

“Ho un debole per la violenza, ne voglio sempre un po’ nella mia vita. È sempre
stato così, sin dalla pubertà. Ora ho diciannove anni e faccio il corriere per un’agen-
zia di pubblicità, un lavoro abbastanza merdoso. Il primo pit in cui sia mai entrato
era a un concerto della Rollins Band. Se ci ripenso mi viene da ridere, perché ora-
mai ho completamente mollato quel tipo di ascolti. Penso che un sacco di gente ar-
rivi al moshing tramite percorsi inaspettati, ascoltando musica che in futuro riterrà
imbarazzante. Vai a vedere un concerto di qualche gruppo che pensi possa pia-
certi – nel mio caso erano tutti quei gruppi americani che facevano post-punk e
hardcore in maniera intelligente... Rollins, i Sonic Youth, Fugazi, i Beastie Boys. Ero
molto preso da quel tipo di musica. Penso che uno possa arrivare al moshing at-
traverso qualunque tipo di sonorità che sia pesante e movimentata. La maggior
parte ci arriva tramite il metal e l’hardcore, ma si uniscono a noi anche tanti che pro-
vengono dall’ambiente indie o hip-hop.
“Se il moshing ti prende per le palle e ti coinvolge completamente, poco alla volta
inizi a staccarti da qualsiasi musica ti abbia fatto arrivare in quel punto della tua vita
e finisci per apprezzare solo i gruppi con cui riesci a muoverti. Con questo però
non voglio dire che qualsiasi band con la quale puoi fare del moshing finisca per
piacerti, anche se in alcuni casi capitano pure stronzate come questa. Inizi a in-
contrare nuove persone con le quali senti di avere parecchio in comune, ti parlano
di qualche cd o vi mettete d’accordo per incontrarvi a bere qualcosa prima di uno
dei prossimi concerti. Da lì non fai nemmeno tempo ad accorgertene e ti ritrovi già

128
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 129

ai margini di una scena, il che è una cosa che non avrei mai immaginato potesse
accadermi, visto che sono un solitario per natura e non apprezzo i movimenti gio-
vanili come quello skinhead o il punk. Mi piace stare da solo e non mi sento molto
a mio agio quando sono in compagnia di altra gente, specialmente se sono donne.
“Il pit mi ha reso molto meno formale ed egoista, più flessibile riguardo ai bisogni
degli altri. Intorno al 1999 c’erano circa 300 di noi che prima dei concerti all’Asto-
ria si incontravano al Virgin Megastore in gruppi di otto o nove persone, oppure ci
si vedeva a Camden il sabato pomeriggio, solo per sparare qualche cazzata. Poi ca-
pitava che ci dirigessimo verso l’Electric Ballroom per le serate Full Tilt Club, che
erano una cosa terribile, ma non c’era altro posto dove andare. Molti dei tizi con
cui giravo andavano ancora a scuola, mentre io avevo già mollato tutto. Ero già alle
prese con lo spietato mondo reale, per cui non è che avessi poi molto in comune
con il loro modo di guardare alla vita. Questo immagino significasse che in fondo
volevo tornare a starmene da solo.
“E grazie a tutto quel socializzare ed incontrare nuove persone ogni volta che an-
davo nel pit, incontrai pure qualche ragazza carina appassionata dei gruppi tipo
NOFX e Rancid che seguivo in quel periodo. È intorno a quel tempo che iniziai a sco-
prire davvero l‘underground, iscrivendomi a tantissime mailing list per poi andare
a vedere concerti di cui a Londra non sentivi nemmeno parlare. Iniziai a viaggiare
per recarmi a dei festival in Germania. Questo tipo di trasferta era sempre un’av-
ventura divertente, e in più realizzai che riuscivo anche a vedere gruppi molto più
interessanti. Quando sei alla mercé di promoters che lo fanno per mestiere e che
devono pagare le assicurazioni, ingaggiare i buttafuori e venire a patti con tutte
quelle stronzate da professionisti, allora ti stai perdendo le cose veramente serie.
Ho sempre amato il pit per via della musica, per quella sensazione che provi solo
nel pit e per cui la musica non potrà mai essere meglio di così. Questo è un tipo di
esperienza che accumuna i moshers ai ravers, anche se la maggioranza dei mo-
shers che conosco io non sono dei tossici a tempo pieno.
“La gente insiste nel dire che il moshing è una cosa solo per uomini. Si parla tanto
del fatto che tutti quegli uomini sudati messi insieme danno un’immagine omo-
sessuale della cosa. Sinceramente non ho mai notato nulla del genere, anche se am-
metto di non averci mai nemmeno fatto caso. Si sente anche parlare di sesso gay
consumato nel pit, ma non ho mai visto nemmeno quello, e in questo caso invece
penso che me ne sarei accorto! Invece puoi vedere momenti di tenerezza tra ragazzi
e ragazze, così come puoi vedere ragazze a cui vengono palpate le tette senza per-
messo. Nessuno è contento quando succedono cose del genere. Penso di capire
sino a un certo punto cosa si intende quando si dice che il moshing è roba da uo-
mini, ma non penso sia giusto insinuare che le donne non siano le benvenute nel
pit o che vengano trattate come indesiderate. Non ho mai riscontrato problemi di
questo tipo in nessuno dei concerti a cui sono stato. Anzi, è sempre una figata aiu-
tare le ragazze a sollevarsi per fare crowd-surfing... specialmente se sono carine. A
volte il moshing può essere decisamente un ottimo modo per conoscere delle ra-
gazze.
“D’altra parte però è un dato di fatto che il pit sia un posto rude e difficile e che
molte donne non lo approvino o non riescano a starci. Dovrebbero decidersi un

129
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 130

po’. Ovviamente un sacco di donne pensano che si stanno perdendo tutto il diver-
timento, così finiscono per lanciarsi nel mezzo del pit e trovarsi in casini più grandi
di loro. All’inzio insistono sempre dicendo ‘Fammi entrare! Fammi entrare!’, ma
solo un minuto dopo diventa ‘Fammi uscire! Fammi uscire!’. Lo so che sulla carta
può sembrare indegno che il pit sia così tanto una faccenda per soli uomini, ma alla
fine esistono un sacco di attività che non coinvolgono la maggior parte delle donne.
Per esempio ci sono delle pugili donne, ma il pugilato è prevalentemente una cosa
da maschi. La stessa cosa accade con il calcio e con molte altre attività ricreative.
A me piace davvero che ci siano ragazze nel pit, ma devono essere in grado di ba-
dare a loro stesse. A nessun altro fregherà mai un cazzo di quello che può succe-
dergli”.

Il paragone con lo sport è pertinente. In America un gran numero dei ra-


gazzi che puoi trovare nel pit sono al massimo della forma fisica e hanno pas-
sato parecchie ore ad allenare le proprie capacità atletiche e rifinire le tecniche
di danza. In certi ambienti, quelli in cui viene praticato all’interno di locali do-
ve i Dj passano musica rock e industriale, il moshing ha assunto connotazioni
lontane da quelle a cui siamo abituati noi. È sin dai tardi anni ottanta che i bal-
lerini studiano il moshing e i suoi movimenti. C’era gente che frequentava il pit
ed era capace di memorizzare tutti i dettagli del marasma che aveva intorno,
valutandone direttamente sul posto gli aspetti utilizzabili.
Al giorno d’oggi c’è una piccola elite di moshers, praticamente un gruppo
di palestrati egocentrici che vanno in snowboard e che si comportano da im-
becilli, che ritiene di essersi inventato un proprio stile di vita. Hanno raffinato
e armonizzato i movimenti grezzi e le figure che hanno visto eseguire per la pri-
ma volta nel pit, e ora chiamano questo loro tipo di moshing “mosh tecnico”1.
Per via del gergo esclusivo che parlano tra loro, spesso non si riesce a capire
che cosa davvero vogliano questi ragazzi. È comunque intuibile che stiano dal-
l’altra parte della barricata rispetto a tutto ciò che c’è di buono nel moshing.
Dylan Hales è un mosher tecnico:

“Scoprii il moshing per la prima volta nel 1992, quando vidi alcuni video di concerti
hardcore del nord-est degli Stati Uniti. A quel tempo pensavo che si trattasse solo
di un gruppo di ragazzi che stavano cercando di ammazzarsi a vicenda. Ma sono
sempre stato un gran sostenitore della violenza gratuita, per cui pensai che avrei
anche potuto avere un futuro in questa cosiddetta forma d’arte. Non posso dire di
ricordarmi esattamente la prima volta in cui mi trovai in un pit serio e organizzato,
ma ricordo che quando ero ancora in seconda e terza media facevo del moshing
improvvisato con altri pseudo-punkettini durante l’intervallo. Una volta durante la
lezione di scienze mi presi anche un severissimo rimprovero dalla signora Spain-

1
Questo tipo di moshing spesso viene anche definito violent dancing, “ballo violento”, per
via del suo riprendere i movimenti delle arti marziali.

130
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 131

hour perché provai fare del circle-pit intorno a un banco. Al momento non riesco
a decidermi su quale sia la mia mossa migliore, se il salto mortale con rincorsa che
termina ‘casualmente’ con un calcio, o il mulinello completo a 360° che finisce in
calcio rotante. Mi sono convinto di essere io il creatore di questa particolare mossa.
Sia io che il ‘Predicatore del Mosh’, Bubba, abbiamo esaminato tantissimi video e
dobbiamo ancora trovare qualcuno che abbia inserito questo movimento nel suo
repertorio.
“Il moshing mi ha portato diverse volte a spaccarmi le nocche delle mani o un dito
del piede, per tacere di ferite ben peggiori, ma sono certo che con il progredire di
questa società tecnologica molto presto le lesioni lasceranno il posto ad attitudini
positive e abbracci sinceri da dopo-concerto. Penso addirittura che il moshing do-
vrebbe essere uno sport olimpico. Voglio dire, con qualche piccolo aggiustamento
si potrebbe facilmente convertire in esercizi di moshing certi esercizi a corpo libero
praticati dai ginnasti. I moshers si allenano tanto quanto gli altri atleti, e non si me-
ritano di essere considerati come dei teppistelli violenti qualsiasi. Posso solo sperare
che per il moshing ci sia un futuro nelle Olimpiadi, anche se temo che molti mo-
shers declinerebbero l’invito se alle competizioni fossero ammessi pure dei profes-
sionisti. Penso che il modo migliore di spiegare perché faccio moshing sia citare la
leggenda del wrestling professionistico Terry Funk (il mio eroe personale): ‘All’alba
dei tempi gli sport originali erano solo tre. Potevi correre per sopravvivere, nuotare
per sopravvivere, o combattere per sopravvivere’. Il moshing è una forma di com-
battimento che discrimina gli uomini mediocri, che alla fine sono quelli che si fanno
male. Certo, c’è molto esibizionismo, ma chi se ne frega? I giocatori di baseball
sono degli esibizionisti, e pure quelli di basket. Vengono forse criticati per questo?
Ovviamente no. Quindi non criticate il moshing, anzi rispettatelo e trattatelo bene,
prima o poi vi ricambierà il favore”.

Matt viene dal New England ed è un tizio vivace e minuto con un senso del-
l’umorismo decisamente spiccato. È cresciuto nei tardi anni ‘80, oppresso da
una cultura incentrata sull’heavy metal ed il fanatismo verso gli sport:

“Vengo da una cittadina molto piccola che avrà circa diecimila abitanti. Al sabato
e alla domenica tutti i grezzoni ignoranti della provincia venivano sempre in città
con i loro camion e furgoni. Avevano un fucile sul cruscotto e l’autoradio che pom-
pava a tutto volume, erano delle vere teste di cazzo. Per quanto mi riguardava, ba-
sandomi sulla mia esperienza personale la musica rock era qualcosa con cui non
avrei mai voluto avere nulla a che fare. Questi tizi ascoltavano solo Guns’n’Roses,
Iron Maiden, Metallica... e se andava bene a loro, potevi star certo che non sa-
rebbe andato bene a me e non ci avrei avuto nulla a che vedere. Sino a quando non
sono andato a stare per conto mio ho vissuto con i miei due fratelli e con mia
mamma, che è una fervente cristiana e che mi ha fatto crescere timido e riservato.
“Solamente la vista di quei bifolchi che se ne andavano in giro con Axl Rose che ur-
lava ‘Live and let die’ mi faceva precipitare in uno stato di frustrazione rabbiosa. Mi
sentivo così impotente, come se ci fosse qualcosa di sbagliato in me come uomo.
Mi appassionai alla techno un po’ come reazione a quel modo di vivere che mi fa-

131
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 132

ceva schifo. Amavo sia la techno che tutte le droghe che ci stavano bene insieme.
Questo ancora oggi, a dire il vero. Tutte le ragazze che ho avuto all’epoca le ho ri-
morchiate alle serate techno. Ho davvero dei gran bei ricordi della techno, perché
fu la mia prima scappatoia dal mondo reale in cui vivevo tutti i giorni. Mollai le su-
periori due mesi dopo essermi iscritto al primo anno, e alla fine – circa quattro mesi
più tardi – mi trasferii in una casa a San Francisco. Stavo insieme a Judy, una ragazza
di quattro anni più vecchia di me. Io all’epoca avevo circa sedici anni, quindi doveva
essere più o meno il ‘96 o il ‘97. Judy girava nella scena punk, e mi accorsi da su-
bito che era qualcosa di radicalmente diverso da quella merda per palestrati igno-
ranti del cazzo. Ascoltavamo parecchio gli X e i Fugazi, così finii per andare a un
sacco di concerti hardcore. Non tutte le band mi piacevano, e alcune cose che vidi
confermarono ancora di più il mio disprezzo per certe attitudini tipiche dei gruppi
‘rock’.
“Penso che la mia prima esperienza in un moshpit sia stata uguale a quella di mol-
tissimi altri. Me ne sono rimasto per un bel po’ sui lati a vedere l’aria che tirava
perché ero veramente terrorizzato, cosa che sotto un certo punto di vista era anche
il motivo per cui ne ero così tanto affascinato. Il moshing può rappresentare l’emo-
zione più grande per un adolescente, ti fa provare il brivido del pericolo. La paura
della violenza si mescola con il fascino del proibito. Qualsiasi idiota poteva vedere
che quegli stronzi nel pit si stavano divertendo un casino. Vorresti unirti a loro, ma
hai paura. Queste cose sono l’Yin e lo Yang del moshing, il lato bello ed il lato
brutto. Immagino che sia un buon insegnamento di vita.
“Alla fine mi decisi a pucciare le dita nell’acqua. Avvenne in questo gigantesco fe-
stival all’aperto dove suonavano i Red Hot Chili Peppers. A quel concerto c’erano
veramente tanti coglioni palestrati e altri imbecilli della stessa risma, ma i Peppers
sono brava gente. Possono anche essere troppo popolari e a loro modo incoerenti,
ma hanno un grande cuore e le radici nel posto giusto. Quel giorno notai che non
permettevano che succedessero cazzate di alcun tipo tra la folla, si preoccupavano
di tenere le cose a posto. Mi sentivo di potermi fidare di loro, così mi sono buttato
in mezzo. Fu paragonabile a quando si fuma per la prima volta, o si scopa per la
prima volta. Non è che mi sia divertito più di tanto, e mi sono anche fatto un po’
male, ma di quella cazzo di esperienza mi innamorai all’istante.
“Quindi decisi che sarei tornato a buttarmi nel pit alla prima occasione utile, che si
presentò circa una settimana dopo con un concerto degli Slayer. Mi ricordo ogni
minuto di quella serata. Per me fu una di quelle volte dove alla fine sei così esal-
tato che vorresti ululare alla luna. Penso che il segreto stia tutto nell’abbandonare
la paura di farsi male, e l’unico modo per riuscirci è resistere a qualche graffio. Non
voglio dire che mi piaccia farmi pestare, ma è nel momento stesso in cui la paura
del dolore ti abbandona che riesci a muoverti liberamente nel pit. Diventi un uomo
che sa cavarsela da solo. Non ci sono capi, non c’è la tua ragazza, non ci sono i tuoi
amici, ci sei solo tu nel mezzo di un vortice incredibile di energia. Mi lasciai andare
davvero tanto durante quell’ora e mezza di concerto, e quando tornai a casa quel
senso di calma mi rimase addosso. O almeno in parte. E così ho iniziato!
“Mi si era aperta la porta per una nuova vita, e durante tutto l’anno successivo ho
continuato a monitorare gli elenchi dei concerti cercando gruppi da andare a ve-

132
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 133

dere. Alla fine realizzai che ne stavo vedendo troppi e non me li godevo più, per
cui decisi di tirarmene fuori e passare a qualcosa d’altro. Ma torno spesso a fre-
quentare l’ambiente. Penso che il moshing diventi sempre più pericoloso man mano
che passa il tempo. E ho detto pericoloso, non violento – in teoria è giusto che sia
violento, è un po’ il suo senso da sempre. Il pericolo è causato da eventi che non
possiamo controllare. Come il successo di gruppi del cazzo tipo i Limp Bizkit, i Lin-
kin Park ed i Papa Roach, e l’invasione del pit da parte di ogni varietà possibile di
imbecilli, attirati dall’ossessione dei mass-media verso il moshpit dopo che ci sono
morte alcune persone. A ciò si aggiunge l’enorme popolarità dei gruppi punk e
hardcore, che attraggono sempre una folla enorme ai loro show. E infatti la mag-
gioranza dei festival si sta convertendo al metal/punk/hardcore. L’epoca dei concerti
acustici è definitivamente tramontata”.

Nell’attesa che la sua carriera di illustratore prenda il via, Mario lavora per
uno studio di design a Soho. Ha quasi trent’anni e vive con altre cinque per-
sone in una casa occupata da anarchici italiani a Brixton. Ai margini dell’am-
biente in cui vive girano un po’ di gruppi punk molto grezzi e selvaggi, ma la
combinazione letale di eroina e birra li tiene fuori combattimento per la mag-
gior parte del tempo. Mario comunque prende un po’ le distanze dagli altri in-
quilini della casa occupata: il loro stile non è necessariamente uguale al suo. Lui
preferisce gruppi come Deftones, Slipknot, Atari Teenage Riot e Revolting
Cocks. E ha abbastanza soldi per poter andare a vedere un sacco di concerti:

“Il locale che preferisco più di qualsiasi altro al mondo è la Brixton Academy. Mi pia-
ceva già da ben prima che mi trasferissi a Londra. Quando avevo quattordici anni
andai all’Academy con mio fratello a vedere i Ramones, e ora che ci vivo pratica-
mente accanto colgo ogni occasione possibile per andarci. In media vado a vedere
due concerti alla settimana, ma ci sono delle volte in cui non c’è nulla e allora non
mi muovo. Invece in altri momenti dell’anno, soprattutto in autunno, ce ne sono
pure troppi. A volte mi è capitato di dover uscire per sei serate consecutive, però
dopo ero totalmente distrutto.
“Ormai è da un bel po’ di tempo che vado a concerti, circa cinque anni, e sono di-
ventato amico di alcuni altri che fanno la stessa cosa. A volte li incontro per strada,
e quando succede si crea un’atmosfera strana. Possono essere davvero in imba-
razzo nel vederti, perché nel pit la gente si lascia andare a ogni tipo di comporta-
mento stravagante. Lì dentro è buio, e la testa della gente è come se viaggiasse
ruotando nello spazio profondo. Per cui nel pit tu puoi vedere le persone accanto
a te nella loro forma più estrema, quando stanno sforzando ogni muscolo del loro
corpo per difendersi. Se li incontri per caso in strada può crearsi un’atmosfera di im-
barazzo, come se una volta aveste scopato o vi foste drogati insieme. Io ho avuto
esperienze di tipo sessuale nel pit, sia con uomini che con donne, ma non è acca-
duto nulla per cui la mia fidanzata dovrebbe preoccuparsi!
“Può capitarti di incrociare i tuoi compagni di moshing in un bar o in una caffette-
ria di Brixton. Magari sono lì con le loro fidanzate o con alcuni conoscenti, ma

133
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 134

spesso e volentieri questa gente – i loro amici di tutti i giorni – non hanno nulla a
che fare con l’ambiente musicale o con qualsiasi cosa estrema. È come se tu con-
dividessi un segreto intimo con quel tipo che vedi nel pit, ma al di là di quel mondo
segreto potresti non avere assolutamente nulla in comune con lui. È una cosa
strana.
“Mi sento molto più forte e in forma da quando ho iniziato a trascorrere tutto quel
tempo nel pit. Preso da questo punto di vista, il moshing è uno dei migliori esercizi
che si possano fare per tenere allenato tutto il corpo, un po’ come il nuoto o il ci-
clismo. Ma al di là di questo allenamento non intenzionale, che è parte del gioco,
devi fare in modo di prenderti buona cura di te stesso nella tua vita di tutti i giorni
se vuoi goderti il massimo dell’esperienza nel moshpit. Se soffri per il caldo o per
la carenza di ossigeno quando la situazione sotto al palco diventa davvero intensa,
o se dopo appena quindici minuti inizi già ad avere scompensi fisici, allora non po-
trai mai essere un brigante del moshpit, una persona che riesce a ricavare sempre
il massimo dell’eccitazione dallo stare nel pit.
“Se il concerto è a Brixton, mi organizzo così. Torno a casa dal lavoro alle 17.30
circa. Quando lavoro in città mi vesto con abbigliamento casual che costa un bel
po’ di soldi, ma quelli sono vestiti che lascio volentieri a casa se vado a fare del mo-
shing. Ho distrutto così tanti ottimi capi d’abbigliamento nel pit che ora tengo una
sezione dell’armadio apposta per gli stracci che metto quando vado ai concerti.
Questo tipo di vestiti non deve farmi sembrare un figo, è solo roba comoda e se-
midistrutta che indosso unicamente in queste occasioni. Non mi importa come sarà
ridotta alla fine. Di solito nel pit mi piace indossare pantaloni di tipo militare, per-
ché hanno un sacco di tasche nelle quali puoi mettere al sicuro le cose di valore
come l’orologio, l’abbonamento alla metropolitana, e ovviamente i contanti. In più
i pantaloni militari sono molto resistenti e ovviamente fatti apposta per le situa-
zioni di combattimento... come quella in cui stai per entrare. Io arriverei a dire che
per quanto riguarda certi gruppi il moshpit potrebbe somigliare parecchio a quella
che doveva essere la situazione nelle trincee durante la Prima Guerra Mondiale.
Caos ovunque, fango, sangue, pericoli che ti piovono addosso da ogni direzione.
Nelle tasche dei pantaloni mi piace anche tenere piegata una maglietta pulita.
Prima di andare mi faccio sempre una doccia, poi mi vesto e mi bevo un po’ di
succo di frutta fresco.
“Nel pit si suda così tanto che è sempre una buona regola quella di andare a darsi
una lavata nei bagni dell’Academy dopo aver visto il concerto. Per asciugarmi mi
metto sotto il getto d’aria dell’asciugamano elettrico. I cessi del locale sembrano
sempre una sorta di incrocio tra un camerino ed un salone di bellezza di infima ca-
tegoria. Ragazzi senza fiato che implorano un po’ d’acqua, asciugatori elettrici che
pompano aria a pieno regime, gente che si cambia mettendosi qualcosa di pulito.
Quando indosso la mia maglietta pulita mi sento davvero un re. Come scarpe uso
un vecchio paio di Nike Air Walk molto vissute. Sono ottime per darti trazione sul
terreno, sono comode, e hanno un’eccellente imbottitura che protegge il piede da
tutto quel calpestarsi che avviene regolarmente nel pit. Anche le stringhe sono
buone, e tendono a rimanere allacciate. Può capitare spesso di perdere le scarpe
nel pit, e quando succede ti freghi tutto il resto della serata. Le Nike Air Walk sono

134
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 135

essenzialmente delle scarpe che ti tengono ben saldo a terra. Il che, a mio avviso,
è il vero segreto per un ottimo moshing. Se scivoli o inciampi sei fottuto.
“Quando me ne torno a casa dopo lo show sembra che sia andato a fare la guerra
in Vietnam, e non c’è un solo angolo del mio corpo che non sia bagnato fradicio,
boxer compresi. In quei momenti non offro davvero un bello spettacolo. A quel
punto è fradicia anche la maglietta pulita, visto che dopo tutto quello sforzo è nor-
male continuare a sudare per un’eternità. Mi faccio la doccia, mi metto dei vestiti
qualunque, getto la roba sporca nella lavatrice e faccio partire il lavaggio. A quel
punto sarò distrutto dalla stanchezza, e tutti i muscoli del mio corpo staranno vi-
brando, urlando, protestando per il modo in cui ne ho abusato. Ed è una sensa-
zione bellissima”.

Helen Kaye è una ragazza che fuma davvero un sacco di hashish, e che ado-
ra fare skanking ai concerti correndo veloce dappertutto mentre solleva alle-
gramente le ginocchia il più in alto possibile. È una teenager molto carina, con
un debole per i capelli acconciati a cresta e per i jeans stracciati. I suoi genito-
ri lavorano entrambi in ambito accademico, ma lei si è rifiutata di voler fre-
quentare l’università. È coinvolta attivamente nel movimento internazionale
anti-capitalista, e viaggia regolarmente sino a Seattle o New York per protestare
contro la Banca Mondiale. Vive insieme al suo ragazzo, che lavora per una pic-
cola etichetta discografica:

“Una delle cose di cui mi occupo è l’organizzazione strategica delle proteste. Im-
magino tu possa dire che io sia coinvolta nell’aspetto più paramilitare del movi-
mento anti-capitalista! Ci sono modi precisi per gestire i contatti con la polizia
durante le manifestazioni, e il mio compito è quello di studiarli. Realizzo queste
proiezioni abbastanza surreali al computer, utilizzando le mappe delle città in cui
potremmo dover organizzare qualche marcia, o dimostrazione, o sommossa. Come
cazzo vuoi chiamarla, insomma. Quindi non deve sorprendere che io mi diverta
così tanto con il moshing. Scatenate il pandemonio, e fatemi dare una bella oc-
chiata! Cioè, non è che me ne sto lì impalata come una cogliona a guardare che
succede… mi ci butto proprio dentro, ed è quello il mio vantaggio. So cosa sia dav-
vero il caos. Fidati di me, c’è gente – la polizia, le multinazionali – che registra e os-
serva il moshing in maniera fredda e analitica per studiare nuovi modi di controllare
ancora di più la popolazione.
Ora come ora la gente guarda il moshing con sgomento. Dal punto di vista musi-
cale ha rimpiazzato Marilyn Manson nel ruolo di nemico pubblico numero uno.
Appoggio completamente tutte le proteste contro le aggressioni alle donne nel pit,
ma bisogna rendersi conto che i comportamenti aggressivi e discriminatori verso le
donne esistono in tutti gli aspetti della società, e ci sono subdolamente imposti
dalle grandi corporazioni. E non è che si faccia poi tanto contro il sessismo che per-
mea la vita di tutti i giorni.
“Non mi stupisco nemmeno di scoprire che Fred Durst dei Limp Bizkit, un vero e
proprio misogino, sia un alto dirigente della Interscope Records. Il sesso vende bene.

135
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 136

Sono stata palpeggiata nel pit da qualche testa di cazzo, ma sono anche stata stu-
prata o palpeggiata con gli occhi, o comunque schiacciata in continuazione, dalla
nostra società. Non bisogna dare la colpa solo al pit. Faccio moshing sin da quando
ho tredici anni, e spero di farlo sino a quando ne avrò le forze. Amo andare in
mezzo a gente fuori di testa che fa del suo meglio per sopravvivere. Mi piace di-
fendere i miei spazi come una vera stronza, lottare contro le avversità mentre mi
difendo. Penso di essere abbastanza capace di dare un buon calcio rotante, cioè
con un piede ruoto su me stessa e con l’altro tiro il calcio. È una delle cose con cui
mi difendo meglio.
“Quando ho iniziato pensavo che fosse una cosa fantastica, e credevo di essere ve-
ramente brava. E anche ora vedo ragazzini alle loro prime esperienze nel pit che già
hanno l’aria di essere estremamente sicuri di loro stessi. Mi ricordano di quanto
ero stupida quando ero più piccola. La cosa che odio di più è la gente che ti viene
alle spalle quando sei al bordo del pit e ti butta in mezzo, che tu stia facendo mo-
shing o meno. Sono degli stronzi ultra-bacchettoni che ti trattano come se fossi
l’animale strano di cui hanno letto sui giornali. E mi stanno sulle palle anche quei
tizi che si sentono così inetti e sfigati nel mondo reale da pensare di dover per forza
fare la parte dei duri quando sono nel moshpit.
“Questo capita soprattutto quando sei ancora a scuola, perché a scuola si gira in
piccoli gruppetti. Quando ero alle superiori i punk più ‘responsabili’, quelli con la
testa sulle spalle, organizzavano ogni anno un concerto al Community Center che
alla fine si trasformava sempre in una festa del moshing. All’ingresso dovevamo
pagare tre dollari e portare una confezione di cibo in scatola, fagioli o qualcosa del
genere – era un benefit2 per i senzatetto. Fuori c’erano un po’ di poliziotti locali a
tenere d’occhio la situazione, e qualche genitore – quelli che ci stavano più dentro
– stava dentro con noi in qualità di sorvegliante. Si faceva moshing con un’espres-
sione accigliata e aggressiva – odiando tutti – e tutte le altre teste di cazzo della
scuola erano lì, e ci si scrutava a vicenda come dei falchi. Se volevamo drogarci do-
vevamo farlo prima di entrare. Gli organizzatori avevano fatto un accordo per cui
non ci sarebbero assolutamente state droghe o alcolici. Era una cosa totalmente ri-
dicola. Beh, comunque è a questo tipo di concerti che vedi regolarmente questo
tipo di sfigati che vogliono fare la parte dei duri nel pit. Hai presente, i classici tipi
che vogliono essere fighi ma comprano sempre il disco sbagliato e le scarpe sba-
gliate.
“Una delle cose più belle del fare moshing negli Stati Uniti è la sua connotazione
multirazziale, non so se sia così anche in Europa o altrove. Ci sono molti gruppi,
come per esempio i Madball e i Marauder, che hanno componenti latinoamericani
nella line-up, e nei loro moshpit si vedono anche tanti ragazzi di colore. Anche se
non abbastanza. Il moshing sta comunque evolvendosi in qualche modo, questo è
sicuro, ma penso che molta della gente che frequenta le scene più piccole – come
quella in cui giro io – ne stia rimanendo delusa. Il pit rimane comunque un ottimo
posto per venire a patti con la merda che ti piove addosso tutti i giorni. O per le-

2
Spettacolo di beneficenza.

136
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 137

vartela dalla testa. Se vissuta nella giusta atmosfera, anche la violenza può essere
una cosa positiva. L’importante è apprezzare l’esperienza nel suo complesso, non
solamente la violenza fine a sé stessa. Devi tirare in piedi la gente se la vedi cadere.
Devi stare attento a quello che ti può capitare, evitare i calci e i pugni che ti arri-
vano addosso. Devi rimanere focalizzato, pensare a dove sei, goderti la musica e go-
derti il privilegio di partecipare fisicamente ad essa”.

137
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 138

SEPULTURA / SOULFLY

Nei giorni immediatamente successivi alla separazione dei Sepultura sem-


brava che fosse Max Cavalera ad avere in mano le carte migliori, e che senza
di lui sarebbe stata la band a perderci. Cavalera, con l’animo già provato dal-
la morte per omicidio del suo figliastro Dana Wells, lasciò il gruppo tra la con-
fusione e l’astio generale. La morte del figliastro avvenne vicino alla casa dei
Cavalera, a Phoenix, in quello che si ritiene essere stato un incidente d’auto
premeditato dovuto a questioni di crack. Il giorno stesso in cui Wells morì, Max
Cavalera era in tour con i Sepultura. Quando lui e sua moglie Gloria, all’epo-
ca manager della band, arrivarono al Festival di Donington dove i Sepultura
avrebbero dovuto suonare la sera stessa, fu il chitarrista della band Andreas Kis-
ser a dargli la ferale notizia. Ozzy Osbourne, che doveva anche lui suonare a
Donington quella sera, prestò ai Cavalera il suo jet privato in modo che po-
tessero tornare a casa immediatamente.
Dopo l’incidente Max Cavalera si chiuse in uno strano periodo di riflessio-
ne, di fatto allontandosi sempre più da quella band che aveva formato in Bra-
sile nella metà degli anni ottanta insieme a suo fratello e ad alcuni amici.
Durante quel duro periodo di cordoglio Cavalera mise in piedi il suo nuovo pro-
getto, Soulfly, che nelle intenzioni avrebbe dovuto inglobare diverse nuove ten-
denze musicali dell’epoca, per esempio unendo il rock con la ritmica hip-hop
e con la natura molto più rifinita di quel nuovo modo cervellotico di suonare
metal che si stava affermando. Cambiamenti che rischiavano di far sembrare
dei veri e propri dinosauri gente come Pantera, Slayer o Sepultura.
Gli altri componenti dei Sepultura – compreso il fratello batterista di Max,
Igor – avevano tutti i diritti di sentirsi offesi dalla dipartita di Cavalera. In quel
preciso momento erano sulla cresta dell’onda. Sino a quel punto avevano ven-
duto cinque milioni di copie dei loro dischi, e grazie al nuovo album “Roots”,
osannato dalla critica e premiato con il disco d’oro, sembrava proprio che i Se-
pultura sarebbero arrivati sino in orbita.
Il primo omonimo disco dei Soulfly era pregno dell’angoscia per la scom-
parsa di Dana Wells, un tossico di provincia con i dreadlocks che viveva ai mar-
gini di quel gigante del rock che erano diventati i Sepultura. Aveva contribuito
alla stesura del brano “Attitude” nel disco “Roots”, amava fare stage-diving
ai concerti di Deftones e Sepultura e aveva diversi piercing sul viso. Possedeva
una marca di abbigliamento streetwear in California, lavorava negli uffici dei
Sepultura e aveva intenzione di mettersi a fare il talent-scout e gestire i rapporti
tra gruppi ed etichette. Secondo quanto racconta Gloria Cavalera, le persone
138
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 139

che erano con lui quando morì erano “Groupies1. Groupies dei Sepultura, e
quindi di conseguenza anche di Dana”.
L’età d’oro dei Sepultura ha rappresentato un grande momento per la mu-
sica. Con la dipartita di Max Cavalera è venuto tragicamente meno uno degli
esperimenti più importanti nella storia del metal. Il suono di “Roots” era mol-
to differente sia dalle radici thrash metal della band che dalle sonorità portate
avanti dai gruppi che erano in circolazione al momento, era diverso a partire
dalle fondamenta. Il disco vibrava e pulsava grazie a canzoni selvagge, ritmo,
ed un perfetto senso della melodia. “Roots” era il modo che i Sepultura ave-
vano per dire che non sarebbero più stati un gruppo metal commerciale. La lo-
ro proposta era ormai matura e in grado di esprimere il loro punto di vista su
argomenti come, per esempio, il rapporto tra il cosiddetto Terzo Mondo ed il
Primo. “Roots“ fu una sorta di ancora di salvezza per i Sepultura, dimostrò che
questi brasiliani volevano ribellarsi al rigor-mortis che sembrava affliggere le
band della loro generazione. Rifiutarono di mettere una camicia di forza alla
loro creatività per garantirsi una carriera longeva, e si forgiarono un’identità
nuova e provocatoria.
A quel tempo non c’era nulla di paragonabile ad un concerto dei Sepultu-
ra. La loro carta vincente consisteva nel combinare l’assalto diretto e senza
compromessi dei loro primi lavori con le cadenze selvagge delle percussioni bra-
siliane. In quegli anni vidi suonare dal vivo i Sepultura due volte. E fu proprio
nei pit dei concerti dei Sepultura che mi convinsi che il moshing fosse un’espe-
rienza tanto accettabile quanto pregevole. Erano uno di quei gruppi speciali
che avevano una marcia in più: potevano trasformare in moshpit un intero lo-
cale. Incendiavano l’atmosfera con una sicurezza sorprendente. Sia i ragazzini
che i fan di vecchia data saltavano insieme come fossero una cosa sola, dan-
zando, ridendo e muovendosi come dei dervisci impazziti. Stare in un pit dei
Sepultura voleva dire sentirsi posseduti dalla musica sino a provare un senso di
libertà quasi erotico. La natura tribale delle loro nuove sonorità dava vita alla
creazione di una vera e propria tribù nel pit davanti a loro. I Sepultura dei tar-
di anni novanta rappresentavano una realtà unica nel suo genere: in ambito
rock era gente che non scherzava, così come non scherzava la parte del mon-
do da cui provenivano. Sembravano essere inattaccabili.
O quantomeno inattaccabili dall’esterno: d’altra parte il nemico più letale
è sempre quello che sta dentro di noi. Nel delineare la strategia operativa dei
Soulfly, Cavalera dimostrò di essere molto furbo: fu infatti astuto da parte sua
abbracciare le sonorità hip-hop che andavano per la maggiore, così come usa-

1
Con questo termine si indicano le ragazze che spinte da fanatismo o semplice ricerca di
emozioni forti fanno di tutto per accompagnarsi alle rockstar, spingendosi spesso sino a conce-
dere le proprie grazie all’artista di turno.

139
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 140

re il suo status di leggenda del metal per fare comunella con nuovi personag-
gi di successo come Fred Durst o Chino Moreno. Anche mollare i suoi compa-
ri ultratrentenni brasiliani fu molto saggio da parte sua: in questo modo poté
compiere un salto generazionale circondandosi di giovani ambiziosi a cui inte-
ressava fare i musicisti turnisti per i Soulfly.
Educando questi giovani musicisti alle innovazioni percussive che caratte-
rizzarono “Roots”, Cavalera dimostrò di voler provare sul serio a riprendere con
i Soulfly la strada che aveva interrotto abbandonando i Sepultura. Lo stesso Ca-
valera mi parlò a lungo della direzione in cui voleva portare le percussioni.

“Non pongo limiti su dove la musica possa portarmi ora. Voglio sviluppare il lato dei
Soulfly che si basa sul ritmo e poi seguirne la strada. Non voglio limitarmi alle per-
cussioni brasiliane. Voglio aumentare il numero dei batteristi che abbiamo sul palco,
e voglio implementare diverse influenze a livello di percussioni. In modo particolare
vorrei riuscire ad utilizzare i tamburi africani... penso sia importante che i Soulfly
portino avanti un messaggio di unità tra i popoli”.

I Soulfly pensavano in grande sin dall’inizio. Penso sia giusto dire che Max
Cavalera si fosse montato un po’ troppo la testa, riempiendosi di retorica e im-
maginandosi come un eroe del Terzo Mondo, una figura eroica e sognatrice al-
la Bob Marley. La storia del successo dei Sepultura aveva galvanizzato sia tutto
il Sudamerica che i paesi sfruttati in ogni angolo del mondo, e incarnandosi in
questa immagine positiva Cavalera si vedeva come qualcosa di più che il lea-
der di una band heavy metal. Si sentiva alla testa di un movimento dai contorni
ancora vaghi, ma potenzialmente molto forte.

“Quando eravamo nello studio a registrare il disco dei Soulfly avevamo questa idea
di collaborare con un sacco di gente e di realizzarlo con uno spirito affine a quello
del rap, con artisti diversi come ospiti in ogni brano. Chino dei Deftones era uno di
loro, così come Fred (Durst) era uno di loro... avevo composto questo pezzo estre-
mamente figo intitolato “Bleed”... Mi incontrai con Fred, e gli dissi che questa era
roba seria, fottutamente pesante. Parla di uno dei miei migliori amici che è stato
assassinato. Gli chiesi di rapparci sopra, però mantenendo lo spirito del pezzo. Me
ne andai dalla cabina di registrazione e Ross (Robinson, il produttore di Slipknot,
Limp Bizkit, At The Drive-In) mi disse di andare a farmi una passeggiata, di lasciarli
lavorare in pace e poi di tornare a sentire cosa avevano combinato. Rimasi fuori
dallo studio almeno due ore, e quando tornai fu davvero incredibile”.

Vidi i Soulfly per la prima volta nel 1998 con i Limp Bizkit come supporto. I
due gruppi sembravano essere estremamente uniti tra loro, ed una prova con-
creta di questa mutua collaborazione era rappresentata dal modo in cui Ca-
valera aveva trascinato in tour con sé i Limp Bizkit – all’epoca già in odore di
successo planetario – quasi come a farne un simbolo della sua voglia di novi-

140
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 141

tà e dare l’idea di volersi svecchiare. Colse ogni opportunità per godere del for-
te carisma di Durst e dell’ascendente che aveva sui giovani. Durst li raggiun-
geva sul palco tutte le sere per cantare “Bleed”. Cavalera ricorda che “Fred
saliva sul palco con una specie di calza sulla faccia, una calza tutta strappata
in modo da poterci vedere attraverso. Ogni tanto mi prendeva male e gli dicevo
‘Cazzo mi hai quasi spaventato!’, ma era davvero una figata”.
Ed era una figata specialmente per i Soulfly, con Max Cavalera che stava
prendendo sempre più le distanze dai 15 anni di storia e successi raggiunti con
i Sepultura. Grazie ai loro legami con Korn e Limp Bizkit era ovvio che sapes-
sero quanto questi ultimi fossero molto prossimi a raggiungere il grande suc-
cesso. I Soulfly furono quindi molto furbi a piazzarsi nella scia di una stella in
ascesa. Nonostante questo, però, Cavalera insiste nel dire che all’epoca non si
era accorto della fama crescente dei Limp Bizkit.

“Non credo di aver mai pensato che sarebbero diventati un gruppo così importante
come lo sono ora, ma di certo erano estremamente ambiziosi. Ed erano estrema-
mente seri in quello che stavano facendo. La loro musica dalle forti tinte hip-hop
aveva in sé qualcosa di particolare che poteva fare presa su parecchia gente”.

Nel concerto che vidi nel 1998 i Limp Bizkit fecero uno show decisamente
sottotono davanti a un pubblico che era intervenuto in buona parte per vede-
re proprio loro. Quella sera la loro capacità di manovrare l’audience – abilità che
gli avrebbe in seguito permesso di ottenere ciò che ogni band desidera ar-
dentemente: i titoloni sui principali giornali – era ai massimi livelli, ma sotto agli
occhi di tutti c’era anche la debolezza della loro scialba interpretazione in chia-
ve bianca della musica hip-hop.
Invece stare nel pit durante i Soulfly era come ai bei vecchi tempi. Passai l’in-
tera serata in mezzo a uomini in dreadlocks impegnati a danzare in maniera
tanto sfrenata quanto allegra, tra schiamazzi continui e cori da punk. Si per-
cepiva uno spirito di ribellione e di fratellanza che ricordava quello dei vec-
chissimi concerti di Bob Marley; sembrava che Max Cavalera stesse riuscendo
a portare avanti senza alcuno sforzo il suo progetto di sensibilizzazione sui pro-
blemi del mondo.
Quando i Sepultura riuscirono finalmente a superare la defezione di Cava-
lera, presero una decisione che gettò l’industria musicale nello shock: scelsero
di continuare. Il pensiero comune in questo ambiente è che quando il leader
di una band decide di abbandonarla, il resto dei componenti può anche andare
a farsi fottere e morire. Ma i Sepultura erano tipi tosti. Il loro passato non gli
dava solamente delle ottime ragioni per non mollare, ma forniva anche una so-
lida piattaforma da cui ripartire. Un sacco di gente era ancora parecchio coin-
volta da quello che il gruppo comunicava. Reclutarono quindi un nuovo
cantante, un potente vocalist afroamericano di nome Derek Green che prove-

141
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 142

niva dalla scena hardcore statunitense, e lanciarono rabbiosamente sul mercato


un nuovo album – “Against”. Andreas Kisser, ora leader indiscusso del grup-
po, mi disse che fu un periodo davvero traumatico per loro. “Non perdemmo
solo il nostro cantante, ma anche il nostro manager. Quindi passammo mesi
nella confusione più totale. Ci volle un bel po’ perché potessimo lasciarci tut-
to alle spalle e ricominciare ad essere di nuovo una band. ‘Against’ venne re-
gistrato nel mezzo di tutta questa faccenda”.
È tipico dei giornalisti metal che lavorano a stretto contatto con l’industria
musicale di uniformarsi alle linee direttive suggerite dall’industria stessa, e co-
prire quindi di elogi i nuovi lavori prodotti da gruppi importanti e pubblicati dal-
le maggiori case discografiche. “Against” fu dunque ben accolto al momento
della sua uscita, e i nuovi Sepultura si imbarcarono in un interessante tour di-
videndo il palco con gli altrettanto celebri Slayer, un gruppo che sotto l’egida
del produttore Rick Rubin si era mostrato in grado di proporre una musica tan-
to rumorosa quanto personale e consapevole. In seguito, e dopo aver trascor-
so quasi sei mesi a rifletterci sopra, la critica giudicò “Against” come
un’imbarazzante delusione. I Sepultura invece, quando li vidi insieme agli Sla-
yer, spaccarono il culo.
La loro capacità di attirare pubblico era diminuita notevolmente dopo la se-
parazione. E mentre avevo visto Cavalera suonare come headliner in sale con
una capienza da 5000 posti, i Sepultura si ritrovavano ad aprire per gli Slayer
in un locale che ne teneva un po’ meno della metà. Questo comunque non
sembrò preoccuparli troppo, visto che scagliarono sui presenti una notevole
mazzata di rumore che non aveva nulla da invidiare al classico assalto all’arma
bianca lanciato dagli Slayer. I Sepultura si difesero davvero bene quella sera. Un
ragazzo brasiliano che li seguiva ormai da cinque anni mi disse che secondo lui
avevano il potenziale per riuscire a sopravvivere.

“Quando prendi gente come questa, che ha lavorato insieme per così tanto tempo,
sai che l’energia che hanno a disposizione è enorme. Stai guardando una band che
ormai ha praticamente vita propria, non si faranno mai mettere sotto dalla dipar-
tita di Max. Lui evidentemente aveva la propria strada da seguire. E io personal-
mente apprezzo, al concerto dei Soulfly ho ballato per tutta la sera. Si trovava
davvero a suo agio con queste nuove sonorità, e sono orgoglioso di lui. Mi sono
divertito così tanto che dovevo proprio sprizzare positività da tutti i pori, visto che
poi al concerto ho conosciuto questa donna bellissima che è venuta a casa con
me... stasera invece non ho conosciuto nessuna. Questa è una serata per soli uo-
mini. Penso di essermi sballato di più stasera con il sound dei nuovi Sepultura piut-
tosto che l’altra volta con quello dei Soulfly. La mia testa è ancora rintronata dalla
musica e dal moshing. Ok, ho fumato un bel po’ di erba prima di venire qui, ma è
questo rumore che mi ha fatto andare sempre più fuori di testa”.

142
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 143

Arrivai tardi alla Hammerstein Ballroom di New York, e quando feci il mio
ingresso nel locale i Soulfly avevano già iniziato a suonare. Ci saranno state al-
meno quattromila persone davanti a me, tutte intente a fissare quel palco di-
stante su cui i Soulfly si stavano sbattendo come forsennati. Dal fondo del
locale il suono era troppo basso, per cui mi feci strada tra la folla il più veloce-
mente possibile, cercando di aggirare i piccoli capannelli di fan scatenati dei
Pantera che non avevano alcuna intenzione di farmi passare. La maggioranza
del pubblico era senza dubbio lì per poter vedere i Pantera – un gruppo asso-
lutamente ridicolo, per quanto mi riguarda – ed era accalcata in piccoli grup-
petti che chiacchieravano o si godevano la musica senza però prestarci troppa
attenzione. Sembravano una massa di idioti dallo sguardo spento. Era quasi iro-
nico vedere i Soulfly, un gruppo la cui proposta richiedeva la massima atten-
zione per essere capita a fondo, cercare di lanciare il loro messaggio a gente
che non aveva alcun interesse a recepirlo. Ma visto che i Pantera sono triste-
mente famosi per i loro assoli di chitarra, talmente lunghi da far sembrare so-
brio e al passo coi tempi anche uno come Eric Clapton, non ci si deve stupire
più di tanto se i loro fan trovavano tutte queste stronzate hip-hop un po’ trop-
po eccessive per i loro gusti. Qui e là tra il pubblico c’era qualche sporadico
gruppetto che praticava del moshing. E anche se per un solo istante, devo am-
mettere che mi spaventai un po’ quando capitai in un moshpit composto da
parecchi tizi grandi e grossi che se le davano di santa ragione con il viso coperto
dai passamontagna.
Due settimane prima, il Village Voice aveva fatto notare l’ironia dell’avere i
Sepultura ed i Soulfly in concerto a New York nella stessa settimana. I Soulfly
facevano due date di supporto ai Pantera all’Hammerstein, mentre i Sepultu-
ra erano headliners nel più piccolo Irving Plaza e in un paio di show poco fuo-
ri città. Nello stesso articolo il Village Voice consigliava inoltre ai fratelli Cavalera
di appianare le proprie pendenze e di rimettere insieme i Sepultura del perio-
do “Roots”.
Nei tre anni dalla loro formazione i Soulfly sono passati attraverso una se-
rie pressoché infinita di cambiamenti di formazione. E anche se inizialmente
sembravano godere di parecchio successo, alla fine la maggioranza della gen-
te voleva solo che la vecchia squadra tornasse insieme. La cosa però sembra-
va molto poco probabile, visto che tutte e due le parti coinvolte rifiutavano
ancora di rivolgersi la parola.
Mentre mi facevo strada tra la folla notai che l’età media diminuiva man
mano che mi avvicinavo alle prime file. Di fronte al palco si era formato un di-
screto pit composto dai ragazzini più giovani tra il pubblico. Non mi sembra-
vano assolutamente dei metallari, quanto piuttosto quella sorta di “comunità
multicolore” che Cavalera si era ambiziosamente proposto di radunare. Punk
latinoamericani, ragazzi biondi con occhi azzurri e dreadlocks, gente di colore
vestita di pelle, e ragazzine fuori di testa con un temperamento mica da ride-
143
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 144

re. Nelle prime file il suono della band era basso più o meno come l’avevo sen-
tito nelle retrovie. Ora che raggiunsi il palco avevano finito di suonare, e se ne
stavano andando accompagnati dalle urla entusiastiche dei fan nelle prime fi-
le e dal timido applauso del resto dell’audience. È questo il triste destino dei
gruppi di supporto, non importa quanto famosi.
Mentre sul palco i tecnici provvedevano a sostituire la strumentazione per
il gruppo successivo, vi fu l’usuale cambio della guardia anche nel pit e i ra-
gazzini se ne andarono. Date le notevoli differenze fra il tipo di proposta di Se-
pultura e Soulfly e l’approccio grezzo e ignorante dei Pantera, non mi stupii
affatto di vedere molti dei ragazzini di cui sopra radunati fuori dal locale quan-
do me ne andai anch’io circa un’ora dopo, trascorsi più o meno venti minuti
dall’inizio del set dei Pantera.
Tre giorni dopo circa 500 tra uomini e donne dall’aspetto trasandato si ac-
calcarono in maniera disordinata di fronte all’Irving Plaza, un locale sito in un
elegante quartiere studentesco che normalmente ospitava concerti più tran-
quilli per un pubblico di tipo universitario. La scuola di recitazione Lee Stra-
sberg, una seconda casa per tutti gli aspiranti Al Pacino o Marlon Brando, sta
giusto dietro l’angolo. Il pubblico di età compresa tra i venti e trent’anni che si
era radunato per vedere i Sepultura sembrava essere un po’ fuori posto. Era in
massima parte formato da sudamericani, la maggior parte dei quali era a sua
volta composta da brasiliani dall’aria dimessa. Il resto dell’audience invece era
bianco, gente leggermente più vecchia e con un aspetto più florido – il tipo di
pubblico che la band raccolse grazie al successo commerciale di “Roots” – e
qualche giovane metallaro dall’aria equivoca.
I Sepultura stavano promuovendo “Nation”, il loro secondo album dopo la
dipartita di Max. Andreas Kisser mi diceva che con “Nation” la band avrebbe
voluto creare e rappresentare “un mondo senza confini o religioni. Un mondo
dove l’ecologia è importante. Credo che questo sia un messaggio fondamen-
tale da trasmettere alla nazione composta dai Sepultura e dai loro fan. Un uni-
verso underground solidale”.
Il concerto all’Irving Plaza aveva raggiunto il tutto esaurito, e l’orgoglio che
questi ragazzi provavano per la loro band preferita si poteva quasi toccare con
mano. Molti di quelli con cui parlai non avevano ancora visto in azione la nuo-
va line-up, ed erano quindi molto interessati a sentire i miei racconti su come
fosse stato il concerto di spalla agli Slayer. Mi parlarono francamente delle lo-
ro aspettative per la serata. Una donna mi disse che secondo lei non sarebbe-
ro mai stati all’altezza di quando c’era Max a guidarli. Suo marito, che
indossava la maglia della nazionale brasiliana ed era probabilmente tanto fe-
dele alla band quanto alla sua squadra di calcio preferita, se la prese un po’ a
male sentendola parlare così.
L’atmosfera all’interno del locale era tranquilla e rilassata, almeno sino a
quando il primo gruppo non salì sul palco. I due gruppi di supporto, Hatebre-
144
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 145

ed e Vision Of Disorder, quasi spazzarono via i Sepultura. Entrambi suonarono


utilizzando tecniche mutuate dal rap e dall’hip-hop, mettendoci ogni singola
goccia di energia che avevano: sembravano quasi delle gang di teppisti incaz-
zati che cercano rogna. Il pubblico era letteralmente entusiasta davanti a quel-
l’imponente e virile sfoggio di potenza a cui stava assistendo, e sembrava che
per i Sepultura sarebbe stato davvero difficile fare di meglio. La furia brutale
delle due band faceva presa su un pit fortemente influenzato dalla cultura del-
le gang da strada, i cui componenti sfoggiavano un abbigliamento mutuato dai
vari stili dell’hip-hop. La gente sul palco cantava canzoni di questo tipo. E nel
pit ballavano in modo estremamente duro. Quando tornai a casa quella notte
mi ritrovai tre grossi lividi viola sul petto.
Prima che i Sepultura facessero il loro ingresso, un messaggio preregistrato
dello staff dell’Irving Plaza ci avvertì che nonostante in quel locale il moshing
fosse un’attività proibita, ci sarebbe sicuramente stato del moshing durante il
prossimo concerto. Quelli che volevano evitare di rimanerne coinvolti avrebbero
dovuto allontanarsi immediatamente dal pit. L’Irving Plaza non sarebbe stato
in alcun modo responsabile del... bla bla bla. Mi sembrava un avvertimento
onesto. Data l’intensità di quanto avevo appena visto, e il fatto che nei pit dei
concerti dei Sepultura mi ero sempre divertito parecchio, quell’avvertimento mi
fece pensare che stesse per scatenarsi l’inferno. Ma il moshing durante i grup-
pi di supporto era stato così intenso che quando i Sepultura arrivarono sul pal-
co, salutati da un’acclamazione degna di un eroe, il pubblico era tanto ben
disposto quanto già esausto.
La decisione alquanto provocatoria dei Sepultura di basare il set sui pezzi di
“Nation” che il pubblico ancora non conosceva – ben otto canzoni tratte da
un disco che ancora non era nemmeno uscito – fu di certo coraggiosa, ma an-
che molto strana. Dopo i primi tre o quattro brani nessuno ha più fatto mo-
shing. Il pubblico è rimasto perfettamente fermo per la maggior parte della
serata, sforzandosi di applaudire vigorosamente tra una canzone e l’altra. La
lealtà che l’audience dimostrava nei confronti della band era notevole, ma non
si poteva nascondere il fatto che i Sepultura senza la componente del moshing
(e di riflesso senza Max Cavalera) fossero un totale disastro. Le persone tra il
pubblico continuavano a chiedersi le une con le altre cosa ne pensassero del
gruppo e di questo nuovo materiale. E tutti concordavano sul fatto che fosse
tutto molto buono. Un buon gruppo. Dei buoni pezzi. Un grande frontman.
Solo che nessuno sembrava divertirsi più di tanto. E non c’era moshing.
I fan furono ricompensati per la loro incredibile lealtà con qualche brano
classico del periodo d’oro, eseguito verso la fine del concerto. Questo li tirò su
di morale e li mandò a casa sudati e contenti. In una recensione del concerto
la rivista Kerrang notò la scarsità d’entusiasmo dimostrata verso il nuovo ma-
teriale del gruppo, ma concluse che “la sfida, almeno per stasera, è vinta”. Io
però non ero così convinto, anche se mi sarebbe piaciuto esserlo. “Nation” era
145
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 146

un bel disco e si meritava di avere successo, ma bisognava riconoscere che i Se-


pultura avevano un problema. Il buon metal ora risiede anche tra i confini del-
l’universo hip-hop. E se non pensi che questo sia figo, allora il pit penserà che
sia tu a non essere figo. E se il pit pensa che tu non sia figo, beh allora hai dav-
vero un bel problema per le mani.
Dopo il concerto, fuori dal locale era umido e faceva ancora un freddo ca-
ne. Mi capitò per caso di ascoltare due o tre conversazioni diverse nelle quali
si parlava di come Derek Green fosse un buon frontman, ma assolutamente
non un degno rimpiazzo di Max Cavalera. Tiago, un ragazzo brasiliano di ven-
t’anni che avevo conosciuto nel pit durante gli Hatebreed, attaccò discorso con
me. Durante il set dei Sepultura non era molto distante da me, e notai come
guardasse intensamente i membri della band. Tiago si era divertito molto, e
pensava che quello fosse un gruppo nuovo, con ancora una lunga strada di
fronte a sé. Però gli mancavano i pit dei bei vecchi tempi.

“Immagino che parte di questo derivi dal fatto che all’epoca ero più giovane. Mi
sentivo bene con me stesso. Erano il mio gruppo preferito. Andavo a vederli con i
miei amici, o sentivamo le cassette con la loro roba nella mia stanza. Pensavo che
sarebbero rimasti in giro per sempre come erano in giro allora, che al fottuto ‘Roots’
avrebbe fatto seguito un cazzo di ‘Roots II’ e poi ‘Il figlio di Roots’... ma immagino
che fossi io ad essere solo un idiota. Ad ogni modo hanno mandato tutto a put-
tane, e questo ha mandato tutto a puttane anche per me e per tanti come me...
quando Max ha lasciato il gruppo siamo cresciuti di colpo. Era come se fosse morto
qualche parente. Penso sia fantastico che i Sepultura siano ancora lì fuori e che il
nuovo cantante sia davvero bravo. I Sepultura hanno creato la fottuta Sepulna-
tion2, lo sai? Questo universo parallelo dove tutti siamo uguali. E bisogna sempre
essere fedeli alla propria gente, nella buona e nella cattiva sorte”.

2
Termine composto dalle parole “Sepultura” e “nation”, traducibile come “nazione dei Se-
pultura”.

146
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 147

PORNO HARDCORE
IL SESSO NEL PIT

AD Rock dei Beastie Boys una volta dichiarò che in un loro prossimo tour ci
sarebbe stato un pit per i tipi violenti, uno per gli hippy pacifisti, e uno per le
orge. Kid Rock in una canzone parla di andare nel pit e provare ad amare qual-
cuno. Mick Thomson, il chitarrista degli Slipknot, dice che “Se non ci fosse la
masturbazione, di certo nel pit si conterebbero i morti”.
L’esperienza del moshing, per via dell’età in cui la maggior parte dei ragaz-
zi arriva a provarla, diviene parte integrante della scoperta della sessualità. La
volontà di accettare i rischi che comporta è sintomatica del periodo comples-
so che la loro vita sta attraversando. D. P. Weinberger, che lavora nel labora-
torio di ricerca sui disturbi mentali presso l’Istituto Nazionale di Medicina degli
Stati Uniti, ha scritto in un articolo sul New York Times:

“Esistono prove inequivocabili che dimostrano come la corteccia prefrontale di un


quindicenne sia biologicamente immatura. Le connessioni non sono finalizzate, le
reti si stanno ancora rafforzando, e ci vorranno ancora anni prima che la capacità
di controllare le inibizioni arrivi a pieno regime. Il cervello di un quindicenne non ha
le strutture necessarie per inibire gli impulsi immediati in favore di una pianifica-
zione a lungo termine”.

Suzanne, una donna poco più che ventenne dall’aspetto eccentrico, lavora
in una libreria antiquaria a San Francisco. Una volta si vestiva con abiti da la-
voro che riadattava lei stessa, ma ora che è un po’ più vecchia tende ad in-
dossare abiti neri che le danno un aspetto vagamente dark. Si autodefinisce
una femminista radicale, e ridendosela di gusto mi dice che durante i sette me-
si in cui si è data al moshing era proprio una “puttanella dissoluta”.

“Avevo sedici anni, quindi pensavo solamente a scopare. Non è che fossi vergine,
ma mi sentivo come se lo fossi… in particolar modo la notte successiva a quando
persi la verginità!! Ero – e sono ancora – appassionata di musica hardcore. Tutte le
mie amiche ascoltavano Madonna e cazzate del genere, e pensavano che stessi ri-
schiando davvero grosso. Avevo un’amica, Lisa, che veniva ai concerti con me.
C’erano sempre dei tizi dall’aspetto minaccioso, con spalle larghe e l’aria arrapata.
E questo ci eccitava davvero parecchio. A quell’epoca eravamo così giovani che
tutti loro ci sembravano vecchi e incredibilmente maturi, mentre in effetti in tanti
non avevano che un anno o due più di noi. Io andavo a circa sei concerti al mese
mentre Lisa a, diciamo, forse quattro. Nel momento in cui le luci si spegnevano, ero
già impegnata. Penso che fosse compito delle ragazze fare la prima mossa. Sai cosa
147
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 148

voglio dire… lasciar scivolare casualmente la mano sul ‘pacco’ di qualche ragazzo.
E se lui dava segnale di gradire, per esempio sorridendoti, allora partivi da lì. In
questa maniera rimorchiavo direi almeno un paio di volte al mese. I ragazzi avevano
tutti le loro macchine o vivevano da soli. Oppure avevano un fratello maggiore, o
qualche amico con una stanza tutta sua in cui potevamo andare. Penso che alla fine
fossi diventata un po’ dipendente da questa facilità nell’ottenere del sesso. Quando
presi parte a un moshpit per l’ultima volta, otto anni fa, mi guardai indietro con una
certa malinconia mentre me ne andavo. Mi sentivo come una bambina che ritor-
nava a casa dopo un fantastico viaggio. Mi ricordo che dissi a me stessa ‘Beh, ra-
gazza, non ci tornerai mai più’. E non lo feci. Il sesso mi schiarì le idee. Ebbi una
fantastica introduzione alle gioie del sesso, lontana dall’ansia di possesso e da tutte
quelle cose”.

Il moshpit agisce un po’ come un nightclub per la controcultura, lasciando


che i partecipanti possano conoscersi intimamente tra l’oscurità, le luci stro-
boscopiche e il rumore. La Dottoressa Joan Camper del Getliffe Institute di Los
Angeles, una psicologa che si è occupata di studiare la sessualità nei moshpit
della California, mi ha detto che l’ipotesi è assolutamente sensata.

“Questi ragazzi si eccitano ai massimi livelli in un periodo della loro vita nel quale
stanno già venendo a patti con la propria sessualità. Fidati, ne so qualcosa. Qual-
che anno fa mio figlio era un fan di Soundgarden e Nirvana. Di solito andavo a
prenderlo dopo i concerti, ed era sempre al settimo cielo. Questi ragazzini trascor-
rono un’ora a stretto contatto l’uno con l’altro, tra il caldo ed il sudore, mentre li-
berano energia nell’atmosfera. Naturalmente la maggior parte di quello che deve
succedere accade dopo il concerto, così come capita in ogni nightclub. Data l’età
dei ragazzi coinvolti, variabile dai quindici anni a poco più di venti, la maggior parte
dell’attività sessuale avviene in qualche vicoletto sul retro del locale, o in qualche
parco o in un luogo pubblico poco frequentato. Non hanno ancora un’età per cui
possono avere un posto proprio dove stare. Ma questo non è nulla di anormale,
sono i tipici rituali di passaggio da un’età all’altra. Quello che succede nel pit, in-
vece, è un altro paio di maniche. Ovviamente ci sono un sacco di palpeggiamenti.
È difficile riuscire ad evitare di essere palpati o di palpare qualcuno, visto che ac-
cadrebbe ugualmente per via dei contatti casuali.
“Per dirla senza giri di parole, ci sono parecchi casi di masturbazione. In mezzo alla
calca puoi farti masturbare senza essere visto, mentre è abbastanza raro che ci sia
sesso con penetrazione completa. Stiamo sempre parlando di ragazzini, che
quando hanno a che fare con il sesso sono fin troppo preoccupati che qualcuno
possa scoprirli. Invece, quando ti trovi davanti ad un pubblico più vecchio e con
più esperienza, ogni tanto può capitarti di trovare qualcuno che butta la discre-
zione alle ortiche e lo fa lì, sul posto. Ma capita solamente durante gli show più
estremi. L’omosessualità? Qui il discorso si fa controverso. Gli eterosessuali dicono
che il fenomeno è praticamente inesistente. I gay invece dicono che è abbastanza
presente. Cosa posso dire? L’‘accusa’ di essere omosessuali è una di quelle che
viene regolarmente mossa ai moshers: perché avete quei toraci abbronzati, che si-
148
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 149

gnifica abbracciarsi quando siete così sudati…. Chi frequenta i pit può essere molto
suscettibile a riguardo. E so che esiste questo sito web, www.moshersaregay.com.
Ma non chiedermi niente”.

Bergin assomiglia a Kris Kristofferson1 da giovane, con tanto di pronuncia


texana strascicata e jeans blu stropicciati. Può parlare per ore di ciò che pen-
sa, e prende tutto molto sul serio. Mi dice che i gruppi che gli piacciono sono
quelli “incuriositi dal futuro e annoiati dal passato”. Usa un sacco di frasi fat-
te come quella, ma la mia sensazione è che le abbia prese di peso dalle re-
censioni sulle riviste più che essersele inventate da solo. Questo però non vuol
dire che i suoi commenti non siano ugualmente da prendere in considerazio-
ne:

“Penso che una delle cose che rende il pit un posto così sexy sia la quasi totale
mancanza di ostentazione, il non atteggiarsi. Ci si incontra su un livello di totale
uguaglianza, e non c’è disonestà. Sei incasinato o messo alle corde per tutto il
tempo, quindi non hai un momento per pensare a fare il figo. Se una ragazza ti
guarda ti vede devastato, stanco, sudato. E lei si sente, e sembra, anche peggio.
Quello che vedi è quello che c’è. Le coppie tendono ad essere poche. Le ragazze
nel pit sono spesso sole, così come i ragazzi. Indi per cui c’è ben poco spazio per
rivalità o possessività, visto che nessuno viene lasciato fuori. E le restrizioni che nor-
malmente influenzano il tuo comportamento – intendo il conformismo che arriva
dalla pressione dei tuoi coetanei – svaniscono nell’aria.
“La prima volta che vidi fare sul serio del sesso nel pit fu a un concerto dei Revol-
ting Cocks più o meno all’inizio degli anni novanta. All’epoca avevo diciassette
anni, e la cosa mi impressionò parecchio. Erano mesi che aspettavo di vedere i
Cocks. Mi gasavano un sacco. Avevano delle canzoni fantastiche, come questa ver-
sione zozzissima e abietta del brano di Rod Stewart “Do Ya Think I’m Sexy”. E poi
la loro mega-hit che in quel periodo mi pare andasse per la maggiore nei locali:
“Beers and Steers and Queers”2. Questi tizi parlavano solo di sesso. Notai questa
donna molto bella starsene in piedi al limite estremo del pit, che peraltro quella
sera era particolarmente scatenato. La musica dei Cocks si poteva anche ballare, e
quindi c’era un certo numero di gente da club mischiata con i fan del rock e del-
l’industrial. E comunque chi frequenta i club è sempre arrapato. È per questo che
vanno in quei cazzo di posti. Questa tizia di cui ti sto parlando sembrava proprio
una tipica donna da club. Era vestita in maniera impeccabile, con un costoso abbi-
gliamento di marca. Indossava un completo rosso e dei gioielli veramente fighi;
sembrava un banchiere, o un’avvocatessa. Il resto del pubblico era vestito in modo
bizzarro, per cui lei si distingueva completamente dagli altri. C’erano un sacco di
ragazze al concerto, ma erano vestite prevalentemente con abbigliamento tipo
bondage, o da punk, o da rockettara. Alcune di quelle mi piacevano parecchio, e

1
Celebre artista country americano.
2
Letteralmente “birre e manzi e froci”.

149
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 150

se fossi stato grande abbastanza… Comunque, c’era questo schifo d’uomo che fa-
ceva moshing come un completo figlio di puttana. Era piccolo di statura, ma molto
ben messo. Era vestito solo con un paio di pantaloni mimetici, per cui potevi ren-
derti conto del suo fisico impressionante. Iniziò a ballare di fronte a questa signora
elegantissima. Lei era alta, per cui lui riusciva a osservarla bene anche da lontano,
e cazzo, se la stava guardando proprio di brutto!! Nessuno dei due era tanto gio-
vane. Lei era sui trent’anni, lui forse un pochino meno, tutti e due erano molto in
forma per la loro età. Io pensavo davvero che lui fosse il fallito numero uno al
mondo. Faceva veramente schifo. Ma lei sembrava essere abbastanza eccitata e, a
quanto pareva, interessata alla cosa. Si mosse in avanti di qualche metro e lui la rag-
giunse con un balzo enorme. Come Tarzan quando salta da una liana all’altra. Non
passò nemmeno un secondo che lui era già letteralmente avvolto intorno a lei. Era
avvinghiato intorno a lei … braccia e gambe… come un piccolo scimpanzé. Non
chiedermi come abbiano fatto a disfarsi dei vestiti. Per lui immagino sia stato facile,
e lei indossava comunque un abito, ma ad ogni modo non più di dieci minuti più
tardi erano lì che scopavano proprio nel mezzo del pit. Non ho idea di quanta gente
si sia accorta di cosa stesse succedendo, ma io sicuramente si. È stata la prima volta
che ho visto dal vivo due persone che fanno del sesso. E ora che mi ci fai pensare,
è stata anche l’ultima”.

Larry è un ragazzo scozzese alto e muscoloso, rasato a zero e con un lun-


go pizzetto biondo. Ho incontrato lui ed il suo ragazzo nel pit di un concerto
degli Atari Teenage Riot. Indossava una maglietta “Queer Nation”, un paio di
pantaloni della FUBU e scarpe da ginnastica nere della Vans. Il suo ragazzo era
un teenager americano molto poco cordiale che pareva uscito da una tribute
band dei Ramones, con jeans sdruciti e tutto il resto, e continuava a dire a Lar-
ry di non parlare con me perché ero un “cazzone”. Ma Larry era un tipo tran-
quillo, e trovò divertente il modo di fare così incazzoso del suo compagno.
Penso che volesse raccontarmi la sua esperienza perché era convinto che la
gente potesse ricavarne qualcosa di buono.

“Mi sono innamorato nel pit. Ero un tizio di bell’aspetto, biondo e con gli occhi az-
zurri. I miei capelli erano molto lunghi, biondi e ricci, ci avevo lavorato su per tre anni
ed erano il mio orgoglio e la mia gioia. Mi trasferii dalla Scozia a Londra nel 1998.
Avevo 17 anni, e mio cugino che lavorava in un pub a South London mi aveva tro-
vato un lavoro. Dividevo con lui una camera sopra il pub. Mi trattava bene, ma mi
sentivo come se stessi vivendo in un armadio insieme ad un estraneo. Siamo stati
ottimi amici quando avevamo 11 o 12 anni, ma quando arrivai in città quei tempi
erano passati da parecchio. Ho avuto qualche fidanzato mentre ero ancora a casa,
poco prima di andarmene, ma il non essere interessato ai club e al cruising3 non mi

3
Si indica con questo termine l’atto di camminare su e giù per una determinata zona (o loca-
le) in cerca di incontri sessuali occasionali e generalmente anonimi. È una pratica molto diffusa sia
tra gli etero che tra i gay, ma il termine è più comunemente usato in ambito omosessuale.

150
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 151

facilitava le cose. Credo che il mio interesse verso gli uomini nacque dalla mia pas-
sione per la musica metal. I miei gruppi preferiti erano Slayer, Iron Maiden e Sepul-
tura. Immagino tu possa dire che ho imparato un po’ di cose da allora! Vivevo
questa fantasia metal fatta di rockers alti e muscolosi e con lunghi, lunghi capelli.
Tutto quello che posso dire in mia difesa è che era tutto abbastanza divertente,
oltre che patetico.
“Mi sentivo prigioniero. Lavoravo e passavo il resto del tempo nella mia stanza. Ad
ogni modo, a un certo punto i Sepultura vennero a suonare lì, quindi dovetti an-
darci. Prima dello show avevo bevuto e fumato un po’. Tra l’oscurità e l’alcool mi
sentivo molto più rilassato. Così decisi di andare nelle prime file, dove c’erano tutti
quei ragazzi sexy. Trascorsi tutta l’ora seguente a sballottarmi tra questi simpatici
ragazzoni e mi divertii come mai prima, anche se fui comunque parecchio cauto.
Poteva andargli bene un po’ di scambio di sudore, ma non penso che sarebbero
stati contenti se mi fossi spinto troppo in là. Poi mi ritrovai a guardare questo tizio,
e lui stava guardando me. Non era il tipo di uomo che avevo in mente, ma era
molto bello. Poco più che ventenne. Il suo torace era coperto di tatuaggi. Le sue
braccia erano tatuate con rami e rovi, mentre la sua schiena era dominata da que-
sta grande sfera astratta color rosso sangue. Facemmo in modo di avvicinarci, il
che significava spostarsi dal luogo stretto e umido dove ci trovavamo. Ci muo-
vemmo all’indietro di qualche metro, per arrivare dove la gente ballava più che fare
moshing. Gli dissi “Lo sai che sono un uomo, vero?”, perché il solo fatto che lui
fosse interessato mi sembrava troppo bello per essere vero. Lui si mise a ridere, e
mi disse con un vibrante accento americano “Certo che ho capito che sei un fot-
tuto uomo, amico!”. Ci dirigemmo nei bagni degli uomini, dove ci chiudemmo in
un cesso sino a quando, finiti ormai i bis, due buttafuori non ci fecero andare via.
Ci squadrarono con un’aria di ripugnanza, anche se penso che fossero convinti che
ci stessimo drogando invece che… Il mio eroe si levò dai coglioni molto in fretta,
e si rifiutò di darmi il suo numero di telefono. Mi incazzai parecchio. Quando me
lo ritrovai davanti, un anno e mezzo dopo, ero molto più scafato. Penso fossimo a
un concerto dei Soulfly, e la cosa divertente fu che quasi andai in giro a cercarlo,
perché mi aspettavo che sarebbe venuto”.

151
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 152

I FIGLI ILLEGITTIMI DI JFK


DROPKICK MURPHYS

Il movimento americano per la difesa dei diritti dei ciccioni sta portando
avanti una campagna per includere anche la parola “ciccione” nella categoria
dei termini offensivi, insieme a “negro” e “frocio”. Stanno inoltre portando
avanti una campagna per avere due sedili a testa quando viaggiano in aereo,
e per altri importanti problemi legati alle loro libertà civili. La festa che i Drop-
kick Murphys tennero al Wetlands di New York in occasione della vigilia delle
celebrazioni per San Patrizio sembrò una cosa molto simile al raduno annuale
del partito dei ciccioni.
È sin dal 1996 che i Dropkick Murphys portano avanti con tenacia il loro
hardcore in salsa irlandese. La loro scalata al successo è stata lenta, ma ineso-
rabile. Quando li incrociai al Wetlands, il loro album più recente “Sing loud sing
proud” – uscito su Epitaph Records, etichetta che fa tendenza in ambito punk
– stava avendo davvero un riscontro enorme. Questo anche perché nel disco
erano presenti diversi camei di Shane McGowan, che artisticamente parlando
continua a godere di una forte reputazione a New York. Ciò diede alla band
un certo prestigio anche agli occhi della critica, prestigio che prima gli manca-
va in quanto erano visti come un comunissimo gruppo hardcore di esagitati
spaccatimpani. La loro campagna stampa dava infatti a intendere, e in manie-
ra nemmeno troppo implicita, che ci fosse stato un qualche tipo di passaggio
del testimone dalle mani dell’oramai sempre meno attivo McGowan alle loro.
Fortuna volle che in quello stesso weekend proprio McGowan fosse impegna-
to in una serie di concerti a New York, e si era quindi diffusa la voce che avreb-
be raggiunto i Dropkick sul palco. Ma a ben pensarci è stato un bene che non
l’abbia fatto. Quando hai già visto il meglio, quello che resta è sempre un gra-
dino sotto.
Ero già stato a concerti dei Dropkick qualche volta prima di allora, ed ecce-
zion fatta per il loro nome avevo trovato ben poche influenze irlandesi. Erano
gente semplice, un gruppo di teste dure tenuto insieme da un tizio di nome Al
Barr: facevano esplodere i locali, scatenavano il pit, sapevano fare il loro me-
stiere. Li vidi nel mezzo di quella serie infinita di tour di nuovi gruppi punk che
attraversarono l’Europa tra il 1998 ed il 1999. In seguito alla conquista delle
classifiche da parte di Green Day e Offspring, dal fondo del barile della scena
americana emerse un numero enorme di gruppi che proponevano punk an-
nacquato o hardcore banalissimo. E mentre praticamente tutti erano ormai in
grado di attirare un bel po’ di pubblico e fare da cornice a dei pit ridicoli, a ri-
pensarci bene alcuni di questi sembravano già risaltare sugli altri. Una delle co-
152
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 153

se che ricordavo dei Dropkick è che secondo me facevano sin troppe cover, non
esattamente un segno che lasciava intravedere un futuro roseo nel mondo del
rock’n’roll.
I Dropkick si stavano muovendo bene per assicurarsi un loro spazio ben pre-
ciso all’interno dell’ambiente. Inclusero nella formazione un suonatore di cor-
namusa di nome Spicey McHaggis ed un altro tizio di nome Foltz che sapeva
suonare il mandolino ed il tin whistle1. Poi, avvolgendosi ancora di più nella ver-
de bandiera della tradizione irlandese, iniziarono ad includere nel loro set al-
cune celebri canzoni popolari come “The Rocky Road To Dublin” e “The Irish
Rover”, affiancandole a nuovi brani come “The Fortunes Of War” e “Heroes
From Our Past” che suonavano vagamente come delle ballate a sfondo politi-
co. Una recensione di “Sing loud sing proud” apparsa nella rivista specializza-
ta di rock irlandese Hot Press li paragonò ad una versione molto meno ispirata
degli Sham 69 e al peggior gruppo thrash metal che avessero mai ascoltato,
criticandone le pose macho da ragazzini tipiche del wrestling americano. I
Dropkick, dicevano, rappresentano “un’Irlanda che esiste solamente negli Sta-
ti Uniti”.
Ma nonostante questo, le cose gli vanno molto bene. Possono pure essere
solamente dei ragazzi di Boston con dei folletti tatuati addosso, ma sono ap-
parsi anche nella colonna sonora della serie televisiva Sopranos, e c’era gente
che faceva moshing persino quando hanno suonato un set acustico da Tower
Records.
“Dropkick Murphys” era il nome di una bettola che negli anni trenta a Bo-
ston disintossicava gli alcolizzati in maniera un po’ spartana. Legavano lette-
ralmente i propri clienti e li lasciavano da soli sino a quando non fossero
riusciti a sconfiggere la propria dipendenza.
Mentre facevo la fila per entrare al Wetlands non riuscivo a farmi un’idea
di cosa potermi aspettare. La maggior parte della gente in coda mi sembrava
tranquilla e con l’aria da studente universitario. Solo quando iniziai ad essere
importunato da alcuni fan giapponesi, tizi fuori di testa e con i capelli decolo-
rati che volevano pagarmi un bel po‘ di soldi per il mio biglietto, mi resi conto
di quanto questo concerto fosse comunque un evento abbastanza modaiolo.
Il chitarrista dei punk-duri-e-puri Rancid, Lars Fredericksen, aveva prodotto due
dischi ai Dropkick ed era in città insieme a loro per fare un piccolo set di sup-
porto al nuovo disco del suo progetto solista, i Lars Fredericksen and The Ba-
stards. Questo spiegava il tono ragionevolmente tranquillo della fila. Mi
aspettavo di trovare una massa di punk rozzi ed ubriachi, oppure di irlandesi-
americani ancora più ubriachi ed altrettanto rozzi. Quello che non sapevo era

1
Tipo di flauto dolce a sei buchi, fabbricato in latta e molto usato nella musica popolare ir-
landese e britannica.

153
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 154

che un numero esagerato di grassoni irlandesi-americani, più di quanti ne aves-


si mai visti in una volta sola, era già all’interno del Wetlands pronto a scatenarsi.
Ero in coda per il secondo dei due show che i Dropkick Murphys avrebbe-
ro dovuto tenere quella sera. Sarebbero tornati nella natía Boston già dalla mat-
tina successiva, per suonare ad altri due concerti in occasione delle celebrazioni
per San Patrizio. Fredericksen invece non aveva partecipato al concerto che si
era tenuto poco prima al Wetlands, e non li avrebbe accompagnati a Boston.
I Rancid vendono vagonate di dischi e hanno un pubblico composto in gran
parte da ragazzini della media borghesia. Ne ebbi una conferma proprio quel-
la sera stessa, quando vidi che i biglietti per lo show venivano rivenduti per 75
e anche 100 dollari. La gente che decideva di vendere il proprio biglietto era
quella dall’aspetto un po’ più povero e dimesso, oppure quella che già dal-
l’inizio era venuta solamente perché voleva festeggiare il giorno di San Patri-
zio e basta. Quelli che invece compravano i biglietti erano sia giapponesi
dall’aspetto eccentrico – in alcuni casi sembravano addirittura dei travestiti –
che studentelli punk pieni di soldi, vestiti con l’abbigliamento da skateboard più
in voga.
Gli irlandesi-americani si sentivano perfettamente a loro agio nell’atmosfe-
ra che si era venuta a creare dentro al Wetlands. “Se sei irlandese, unisciti a
noi”. Nell’aria risuonavano discorsi sull’Irlanda, Dublino, Shane McGowan,
Clinton, la Guinness. Gli Stiff Little Fingers, gli Undertones e i Pogues erano i
nomi principali che giravano sul giradischi del Dj. Muoversi all’interno del lo-
cale era parecchio difficile: quel posto così accogliente e ben arredato era in-
fatti invaso dai punk che erano lì per godersi l’esibizione del fondatore dei
Rancid. Oltre a loro c’erano anche un po’ di skinhead dalle tendenze politiche
non proprio chiarissime, ed una quantità notevole di stravaganti bestioni dal-
le ovvie origini irlandesi che quella sera erano usciti di casa solo per beccarsi i
Dropkick. E poi c’era anche qualche irlandese-americano magro. Gli irlandesi
si potevano distinguere grazie alle magliette della loro nazionale, dai cappelli-
ni su cui campeggiava il simbolo del trifoglio e da altri dettagli culturali di que-
sto tipo che comunque non ci si sarebbe mai aspettati di vedere a un concerto
hardcore. Grazie ad una veloce visita all’affollatissimo stand dove i Dropkick
avevano il loro merchandise, mi accorsi che oltre alle solite cose vendevano an-
che portachiavi in rilievo, bicchieri da una pinta e bicchierini per gli shot di li-
quore. Non avevo mai visto del merchandising del genere.
Gli irlandesi più magri indossavano cappellini in tweed donegal2 come
quelli usati dai Clancy Brothers3, maglioni bianchi e pantaloni color cachi. Ve-
stiti così potevano anche sembrare ridicoli, ma si vedeva subito che erano per-
sone intelligenti e capaci di badare a sé stesse. Quelli più grossi invece

2
Tipo di tweed prodotto nella contea di Donegal in Irlanda.
3
Celebre gruppo musicale folk irlandese.

154
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 155

sembravano tutti essere i figli illegittimi di John Fitzgerald Kennedy. Ognuno di


loro aveva quel tipo di faccione che associ immediatamente a Charles Durning,
alla maggioranza dei componenti della famiglia Kennedy e a Tip O’Neill. È la
conformazione della testa la loro caratteristica più marcata: nasce da un collo
pressoché inesistente per poi ingrandirsi sino ad assumere proporzioni titani-
che. Erano vestiti con il tipico abbigliamento casual del sottoproletariato bian-
co. Camicie sintetiche aperte sul collo, pantaloni grigi di quelli che non fanno
grinze e scarpe brogues bianche in similpelle. Ogni tanto si vedeva anche qual-
cuno indossare un cardigan, una giacca o un maglione di colore verde o bian-
co, ma dentro al Wetlands c’era un caldo infernale per cui la maggioranza di
queste cose era sicuramente stata lasciata nel guardaroba. I tizi ciccioni face-
vano delle smorfie strane con la faccia e avevano un modo strano di interagi-
re con il resto dei presenti. Probabilmente nessuno si sarebbe offeso se
qualcuno avesse pensato che tutta quella gente fosse semplicemente uscita dal
manicomio per farsi una gitarella di un giorno.
Tutti i ragazzini e le ragazzine punk che erano venuti per vedersi il chitarri-
sta dei Rancid si erano sistemati più vicini al piccolo palco del locale. Avevano
preso possesso di tutta quell’area e la loro eccitazione era ai massimi livelli,
sembrava quella che si può respirare ai concerti o ai festival veramente impor-
tanti. C’era anche un discreto numero di buzzurri locali che avevano l’aria di
essere parecchio ubriachi ed altrettanto nervosi, e che si tenevano a debita di-
stanza dai ragazzi mescolandosi invece con il gruppo di irlandesi verso il fon-
do della sala. C’era qualcosa nel loro modo di fare che mi faceva pensare
fossero decisamente di destra, immagino si trattasse delle feroci occhiate di di-
sprezzo che di tanto in tanto rivolgevano verso i punk nelle prime file.
Sembrava che i Dropkick attirassero i fascisti per via del loro stile corale di
punk perfetto per essere cantato in compagnia, per la natura idealmente pro-
letaria dei loro testi e per quell’aria da ragazzacci ubriaconi che è una parte fon-
damentale della loro immagine. Un discreto numero di persone intorno a me
aveva l’aspetto tipico di chi è stato in galera. Alcuni di loro vestivano con dei pan-
taloni di tipo militare, mentre la maggioranza indossava dei normalissimi jeans.
“È una cosa strana che dei nazisti vengano ai nostri concerti e siano così af-
fettuosi con noi” dichiarò una volta uno smaliziato Al Barr, “ma non ci pos-
siamo fare niente, non possiamo decidere noi chi può ascoltarci e chi no, per
cui non c’è nemmeno ragione di incazzarsi”.
Come invece molti sanno, ci sono un sacco di modi grazie ai quali una band
può liberarsi da un seguito di nazi. Parecchi gruppi punk hanno compromes-
so in maniera irrimediabile le loro carriere pur di godersi il lusso di non suona-
re davanti a dei fascisti. I Dropkick dal canto loro hanno sempre detto di non
essere assolutamente di destra, e anzi di portare avanti degli ideali di tipo pro-
gressista. Ciò nonostante, il loro inneggiare a “la solidarietà tra la classe ope-
raia, l’amicizia, la lealtà e l’autovalorizzazione come mezzi per rendere migliore
155
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 156

questa società” (come scritto testualmente sul loro sito internet) può dare adi-
to a molteplici interpretazioni. Specialmente quando dicono di credere che “Se
vivi la vita al meglio delle tue possibilità, cavandotela solo con le tue forze, al-
lora potrai essere da esempio a quelli che verranno dopo di te. Il potere delle
tue azioni è molto più grande di quello delle tue parole”.
Il rapporto che lega Fredericksen ai Dropkick è antecedente alla svolta dra-
stica di questi ultimi verso il folk-rock, un genere che in Irlanda viene comu-
nemente chiamato Sham Rock. Non potevo fare a meno di pensare che
Fredericksen e i suoi fan non fossero esattamente nel posto giusto al momen-
to giusto. Nonostante questo, Lars irruppe sul palco con un impeto inarresta-
bile e si profuse in un set parecchio divertente, molto più innovativo e
genuinamente punk rispetto alla scopiazzatura pedestre dei Clash che veniva
proposta dai Rancid. Fredericksen dimostrava di avere fiducia nelle proprie ca-
pacità e sapeva tenere il palco con fermezza. E i Bastards, che tra l’altro sfog-
giavano un cantante con il volto coperto da un passamontagna, sembravano
fatti su misura per accompagnarne gli inni street-punk.
I suoi fan non potevano lamentarsi, il concerto era valso ogni centesimo. I
sempliciotti tra il pubblico lasciarono subito lo spazio nel pit ai ragazzini punk,
che si scatenarono in un moshing leggero e allegro, quasi da bambini, com-
posto da un bel po’ di pogo vecchio stile con qualche accenno di crowd-sur-
fing ogni tanto. I ciccioni irlandesi stazionavano distanti, oltre i bordi del pit,
scolandosi una pinta di birra dietro l’altra e ignorandosi a vicenda. Guardava-
no fissi davanti a loro senza tradire alcuna emozione, totalmente indifferenti
alla brillante performance offerta da Fredericksen. Quei ragazzoni erano trop-
po impegnati ad aspettare. Di tanto in tanto qualcuno di loro lanciava delle oc-
chiate colme di disprezzo verso i punk che rimbalzavano senza sosta da un lato
all’altro di un pit nemmeno troppo affollato e caotico.
Il rituale ed inevitabile cambio della guardia che seguì ai bis di Fredericksen
avvenne nella più totale tranquillità. È sempre bello riuscire a veder suonare in
un locale piccolo una band in grado di riempire agilmente posti molto più gran-
di, quindi i punk si godettero davvero uno show da ricordare. Molti di loro si
diressero subito verso l’uscita, mentre gli altri, sin troppo consci dell’Attacco dei
Ciccioni Assassini che stava per abbattersi su di loro, lasciarono subito il cam-
po libero. Uno per uno i ragazzoni tra il pubblico si mossero verso le prime fi-
le per raggiungere i loro idoli. Quando i Dropkick entrarono in scena, mezz’ora
più tardi, quei tizi erano tutti ammassati sotto al palco insieme ad un bel po’
di fascisti con l’aria da duri, qualche persona di colore e un discreto numero di
donne vestite di pelle nera e dall’aria davvero minacciosa. I cori “Let’s go mur-
phys!4“ rimbombarono nel locale per almeno dieci minuti prima che il gruppo
facesse la propria comparsa.

4
“Forza Murphys!”.

156
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 157

A quell’epoca ero già più che abituato alla brutalità dei moshpit newyor-
chesi. La scena hardcore di New York aveva dettato le regole della violenza nel
pit già da molti anni. Nel preciso momento in cui i Dropkick suonarono la pri-
ma nota i ciccioni nelle prime file iniziarono a muoversi in maniera tanto fre-
netica quanto preoccupante verso il palco. Sembrava quasi che tutti stessero
avendo una crisi epilettica nello stesso preciso momento! Se fossero stati più
magri e un po’ più sciolti nei movimenti, magari avrebbero dato l’impressione
di quelli che stanno pogando. Invece sembrava piuttosto che stessero barcol-
lando. E barcollarono con una certa veemenza, al ritmo della furia grezza del-
l’Oi-punk dei Dropkick reso ancor più vibrante dalle sonorità quasi militaresche
della batteria. Quando si facevano coinvolgere completamente dalla musica, i
ciccioni ondeggiavano da una parte all’altra del pit travolgendo come delle in-
fide palle da biliardo tutto quello che trovavano sul loro cammino. Erano gros-
si e resistenti, per cui riuscivano ad abbattere ogni ostacolo mantenendo
sempre una calma serafica.
Questa calma però non si rifletteva anche nel comportamento degli altri
componenti del pit. Gli skinhead, nonostante fossero ubriachi fradici, sapeva-
no molto bene come muoversi. Una piccola parte delle persone di colore pre-
senti stava cercando di farsi spazio in un pit già oltremodo compresso. Gli
irlandesi e gli skins avevano tutte le intenzioni di ignorare i neri facendo finta
che non esistessero nemmeno, ma questo è un proposito un po’ difficile da at-
tuare nel pit, dove in ogni momento puoi trovarti ad essere in contatto molto
ravvicinato con le persone più diverse. Ancora una volta, come spesso capita,
il pit era un riflesso della vita reale.
Quando i Dropkick attaccarono “The Gauntlet”, i fascisti drizzarono le
orecchie come cani alsaziani ben addestrati. Il brano, come nella migliore tra-
dizione dei Clash, esorta a non subire passivamente i torti e parla di persone
che preferiscono combattere e morire piuttosto che dover chinare la testa da-
vanti a quello che non gli va, o rimanere ad aspettare in eterno. Al contrario
dei sempliciotti irlandesi, i fascisti erano pericolosamente coordinati l’uno con
l’altro e si muovevano con violenta precisione. In capo a dieci minuti il loro mo-
shing duro ed efficiente aveva liberato il pit da ogni resistenza. Riuscire ad ave-
re ragione dei ciccioni si era però mostrato un compito particolarmente arduo:
il fatto è che erano così pesanti che spostarli contro la loro volontà richiedeva
uno sforzo immane.
Il primo segno di cedimento si ebbe quando l’avanguardia dei grassoni col-
lassò sul palco, ribaltando parte della strumentazione. Alcuni membri della
band e altri nel pit li rimisero in piedi velocemente e li fecero spostare. E men-
tre i fascisti si facevano spazio a suon di cazzotti, negli irlandesi stava venen-
do meno la voglia di reagire. Lo si poteva chiaramente leggere dallo sguardo
di cupa spossatezza che traspariva dalle loro facce sudate: erano troppo fuori
forma per riuscire a reagire contro chi invece aveva dalla sua una notevole pre-
157
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 158

stanza fisica. Questa situazione spiacevole che li aveva messi alla mercé di gen-
te davvero dura e determinata li faceva sembrare solo un branco di patetici
stronzi.
I Dropkick continuarono a suonare, circondati a questo gruppo di tizi sca-
tenati che sembrava fossero appena arrivati lì dopo aver rapinato una banca.
Era gente adulta, persone che come gli stessi Dropkick andavano in giro in fur-
gone e avevano mogli, figli, e varie responsabilità. Quei testi che incitavano a
trionfare sulle avversità della vita riuscivano davvero a comunicargli molto.
Di lì a breve la situazione sotto al palco cambiò faccia un’altra volta. Quan-
do Lars Fredericksen salì insieme ai Dropkick per una breve apparizione alla chi-
tarra, i ragazzini punk saltarono di nuovo nel mezzo del pit come tanti conigli
esagitati. Rischiarono davvero grosso di prendersi anche loro un sacco di bot-
te dai nazi, e pure dai tizi di colore che approfittarono di questo momento per
tentare di guadagnare spazio nel pit. Alla fine però a salvare i punk da un sac-
co di casini fu probabilmente proprio la presenza dei neri, che dimostrarono di
essere dei tipi abbastanza tranquilli.
A quel punto era passata la mezzanotte da un po’, e come Al Barr fece
prontamente notare era ormai ufficialmente iniziato il giorno di San Patrizio.
Questo fece si che i Dropkicks si lanciassero nell’esecuzione di una serie di bal-
late tradizionali irlandesi, che ebbero come diretta conseguenza il mio veloce
allontanamento verso l’uscita. Me ne andai nello stesso momento in cui sta-
vano uscendo dal locale anche due degli irlandesi magri con il berretto da Clan-
cy Brothers. A vederli così sembravano due perfetti idioti, ma si rivelarono
invece delle persone abbastanza brillanti e molto alla mano.
Camminammo insieme sino alla metropolitana, distrutti dal caldo e dalla
mancanza d’ossigeno. Erano stati anche loro nel pit per un po’, ma non ci ave-
vo fatto caso. Uno di loro mi spiegò come secondo lui a New York la scena che
gira intorno al rock duro subisse molto l’influenza dalle varie divisioni etniche
della città. Un gruppo come i Pantera avrebbe avuto un seguito composto in
prevalenza da italoamericani, i Sepultura non avrebbero mai sfondato negli Sta-
ti Uniti se non fosse stato per lo zoccolo duro dei loro fan latinoamericani, e i
Dropkick Murphys sono ovviamente estremamente popolari tra gli irlandesi-
americani. Ma non solo, sembra che siano molto popolari pure tra quei por-
toricani che si considerano irlandesi! E come mi dissero i miei amici Clancy
Brothers prima che ci salutassimo, la cosa veramente assurda è che persino
molti irlandesi pensano che i portoricani siano in realtà tanto irlandesi quanto
loro…

158
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 159

DOOMSDAY DIABLOS
LA FACCIA NASCOSTA DELL’HARDCORE

Il modo in cui io e Rodrigo ci eravamo messi d’accordo per incontrarci sem-


brava uscito di peso da un episodio di Mission: Impossible. Dovevo andare nel-
l’East Village sino al Continental, il locale dove avrebbero suonato i Murphy’s
Law, veterani della scena hardcore-punk newyorchese che apprezzavo molto
e avevo già avuto occasione di vedere un paio di volte. Mi sarei incontrato con
Rodrigo intorno all’una di notte. Lui si sarebbe presentato con una maglietta
dei Minor Threat, mentre io avrei indossato una delle mie maglie preferite,
quella con scritto “odio te e odio il tuo dio”. Ci saremmo dovuti vedere sotto
il poster del concerto che Iggy Pop fece al Continental nel 1998. Rodrigo, già
lo sapevo, era un ragazzo latinoamericano, mentre io avevo la testa rasata e
portavo un lungo pizzetto. Il problema è che più della metà della gente che era
al Continental quella sera portava il pizzetto e/o era di origini latinoamericane.
Arrivai in tempo per veder suonare i nuovi eroi del Lower East Side
newyorchese, i LES Stitches. Erano un gruppo punk parecchio popolare nella
zona, venvano supportati nientemeno che da Joey Ramone e talvolta prodot-
ti da un vecchio collaboratore dei Misfits e dei Ramones, Daniel Ray. Mentre la
stragrande maggioranza dei gruppi punk che raggiungono un buon successo
commerciale – anche quelli più validi – alla fine sono solo copie carbone dei pa-
dri fondatori del genere (i Rancid dei Clash, i Green Day e gli Offspring dei
Knack, etc.), i LES Stitches sembravano aver assorbito tutto il meglio che il punk
aveva da offrire, riuscendo però a mantenerlo molto newyorchese e soprattutto
molto attuale. Il loro magrissimo cantante sembrava una sorta di incrocio ma-
lato tra Richard Hell e Johnny Rotten.
Circa duecento ragazzini si erano riuniti nel pit per mostrare alla band il lo-
ro supporto, erano una massa di quindicenni che cantavano tutte le parole del-
le canzoni a memoria mentre rimbalzavano allegramente l’uno contro l’altro.
Il 45% circa del pubblico era composto da ragazze, tipe toste che grazie alla
loro attitudine tenace ed aggressiva sapevano difendersi molto bene nel pit. Il
crowd-surfing era abbastanza indisciplinato, ma molto divertente, e a concer-
to già ben avviato divenne pressoché continuo. Il cantante, che era nudo sino
alla cintola e indossava solo un paio di pantaloni sintetici viola di seconda ma-
no, una roba davvero da tossici, iniziò a buttarsi sulle teste dei suoi fan ogni
cinque minuti circa. Questo trascinò la gente sempre più sotto al palco, con il
risultato che dopo poco si era già formata una calca esagitata.
Notai dall’inizio che il cantante scrutava i suoi fan uno per uno, osservan-
do attentamente il pit in cerca di complicità o di qualche reazione. Era una co-
159
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 160

sa che si poteva permettere il lusso di fare, visto che il locale in cui ci si trova-
vano era molto piccolo. Si lavorò il pit come farebbe una puttana, urlandogli
contro in continuazione. Raccontò a tutti come fosse la sua famiglia, e presentò
sul palco la sorella che una volta cantava con la band, ma che adesso vive in
Florida ed era venuta a trovarli solo per quella sera. Ogni volta che cercava di
fare stage-diving gli si dipingeva un ghigno folle sul volto. Non potevi assolu-
tamente non capire che stava per saltare. Quel ghigno era il suo modo di dire
“Ok, ora salto, quindi afferratemi!”.
Quando i LES Stitches scesero dal palco si diressero al piano inferiore del lo-
cale, in un camerino che dividevano con gli altri cinque gruppi che avrebbero
suonato quella sera. Una buona parte della gente che sino a poco prima era
nel pit li seguì sino a lì, dove c’era anche un banchetto arrangiato alla bell’e me-
glio da cui poter acquistare qualche maglietta o delle cassette. I LES Stitches
non si consideravano un’impresa commerciale di qualche tipo. E infatti l’atti-
vità principale sembrava essere quella di fare quattro chiacchiere. Le ragazze
volevano quello che tutte le ragazze vogliono in situazioni del genere, e i ra-
gazzi volevano la stessa cosa che volevano loro.
Quando arrivò la mezzanotte il piano superiore era già pieno di skinhead sui
trent’anni e di punk un po’ più giovani, vestiti di pelle nera. Ero già andato a
dare un’occhiata al famoso poster di Iggy che stava appeso a destra del palco.
Sulla stessa parete c’era una vagonata di fotografie di altre star che avevano
suonato nel locale, ma non ce n’era nessuna così “vintage” come Mr. Pop, che
infatti si era accaparrato la posizione più prestigiosa. Mi stavo guardando in-
torno per vedere di identificare Rodrigo, ma non c’era nessuna maglietta dei
Minor Threat in vista. I Murphy’s Law si impadronirono quindi del palco, met-
tendoci un po’ per organizzarsi al meglio. Otto donne sui trent’anni, molto al-
te e con delle gambe notevoli, si allinearono sul lato sinistro del piccolo stage
in maniera da non intralciare in alcun modo la band. Erano le varie sorelle, mo-
gli e fidanzate dei componenti del gruppo che cercavano riparo sul palco, per-
ché volevano vedere bene tutto senza però rischiare di rimanere coinvolte in
quello che di lì a breve sarebbe diventato il moshpit più brutale a cui io abbia
mai assistito.
Avevo visto i Murphy’s Law dal vivo almeno altre due volte prima di allora.
Mi hanno sempre colpito molto per il loro proporre della musica energica e
molto violenta in maniera leggera e disimpegnata. Erano dei duri, ma capaci
di lasciarsi andare e mai ostili verso il loro pubblico. Mentre li guardavo aggi-
rarsi sul palco del Continental vidi che erano sempre come me li ricordavo: gen-
te semplice e schietta, che si guadagna il pane lavorando e che fa musica solo
per il piacere di farlo. Come dei moderni menestrelli dell’hardcore, che girano
il mondo predicando per un futuro più punk.
Nel lasso di tempo trascorso dalla fine del concerto dei LES Stitches e l’ini-
zio di quello dei Murphy’s Law avevo potuto notare un deciso cambiamento
160
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 161

nella composizione del pit. Anche se un discreto numero dei ragazzi più biz-
zarri era rimasto in zona, in particolare una piccola ed insolente ghenga di ra-
gazzini ebrei che avevano l’aria di essere ricchi, tosti e in grado di cavarsela
piuttosto bene, sempre più skinhead si stavano dirigendo rumorosamente
verso il palco. Non tutti sembravano essere delle personcine ben educate, per
non dire capaci di mettere due parole una in fila all’altra.
Di solito, nel migliore dei mondi possibili, il pit è la quintessenza dell’amici-
zia. Se sei nel pit e stai aspettando che il gruppo inizi a suonare, basta che ti
giri a guardare qualcuno e questo attaccherà subito discorso con te. Ma que-
sti ragazzoni che si stavano intrufolando nel pit del Continental non avevano
nessuna voglia di fare due chiacchiere. Anzi, gli sguardi che rivolgevano agli
sconosciuti intorno a loro, alle donne come ai ragazzini, erano carichi di cupo
rancore. Si trattava di poveri imbecilli, con lavori senza sbocchi in una vita sen-
za futuro, che invidiavano e detestavano qualsiasi tipo di esistenza migliore che
chiunque altro potesse avere. Per loro l’umorismo, il sesso, l’introspezione, il
denaro e la lettura di un buon libro erano concetti totalmente sconosciuti. Se
fossi stata una donna qualsiasi, o anche un ragazzo abbastanza perbene, mi
sarei sentito parecchio a disagio nell’incontrare qualcuno di quei personaggi in
un vicolo a notte fonda.
I Murphy’s Law esplosero sulla folla con la potenza di una bomba nuclea-
re. La loro musica è puro hardcore newyorchese della vecchia scuola. Molto
compatto, e con delle ottime canzoni, anche se in fin dei conti ogni brano era
abbastanza simile agli altri. I testi, urlati a pieni polmoni sopra dei riff potenti
e frenetici che accompagnavano il furioso assalto della sezione ritmica, lancia-
vano messaggi come “non sopporteremo più questa situazione!”. Ma non si
poteva criticarli troppo per la loro carenza di originalità, d’altro canto – e vale
per ogni forma d’arte – una sola buona idea è da sempre stata più che suffi-
ciente per fondarci sopra un intero genere. Come disse una volta Bob Dylan,
ciò che non può essere perfettamente imitato deve sparire.
Sin dalle prime note il pit era stato trascinato nello scompiglio più totale. I
ragazzini più intelligenti nelle prime file non avevano nessuna intenzione di ce-
dere con facilità lo spazio che si erano duramente guadagnati, ma gli altri be-
stioni avevano un metodo tutto loro per levarti di torno. Durante l’intervallo tra
i due gruppi mi ero piazzato esattamente davanti al palco. Molti degli altri che
avevano fatto la stessa cosa erano dei fan dei LES Stitches che erano rimasti lì,
qualche tizio latinoamericano o di colore, e circa il trenta per cento di imbecil-
li. Più i Murphy’s Law scatenavano il delirio, e più gli imbecilli si muovevano ver-
so il palco, avanzando in posizione di combattimento tenendo i gomiti alti, in
modo da spostare le persone a gomitate per levarle di mezzo usando solo la
forza bruta. Io rimasi incastrato in una sorta di tenaglia tra due skinhead enor-
mi che non avranno avuto nemmeno vent’anni. Non ebbero nemmeno biso-
gno di prendermi di forza e spingermi via, fecero invece leva su di me per
161
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 162

sbaragliarmi con tutta comodità. Come gli spazzoloni circolari che si trovano
negli autolavaggi, mi incastrarono nel loro movimento, mi fecero girare su me
stesso e mi sputarono fuori. All’improvviso, senza nemmeno rendermene per-
fettamente conto, mi ritrovai dietro ai due skinhead invece che davanti, men-
tre questi stavano già riempiendo di mazzate due ragazzetti magrolini di fronte
a loro. I due punk, uno aveva una cresta rosa ed una maglia dei Sick Of It All,
si stavano infatti rifiutando di cedere il passo.
Riuscire a smuovermi senza alcuno sforzo fu decisamente un risultato no-
tevole per quei due. Sono molto abile a muovermi nel pit, e non sono esatta-
mente né piccolino né delicato. Comunque sotto un certo punto di vista ero
contento di quello spostamento. Altri bestioni che mi erano scivolati alle spal-
le usarono una tecnica a mulinello molto simile, e mi spedirono nel centro esat-
to di un pit molto ampio che coinvolgeva almeno trecento delle cinquecento
persone presenti nel locale.
La sveglia me la diede subito un bel pugno potente, che mi lasciò un di-
screto livido sulla spalla sinistra dopo aver mancato la testa per un soffio. L’ul-
tima volta che mi ero ritrovato in una situazione così confusa e fuori controllo
fu negli anni settanta, quando partecipai ad una vera e propria rivolta a seguito
di una manifestazione politica. Rimanere in quel pit dei Murphy’s Law era pa-
ragonabile al subire le conseguenze di una scazzottata uno-contro-uno con un
avversario particolarmente tenace e incazzoso. Solo che qui praticamente ogni
persona nel pit – e non parlo di ragazzini, ma di gente con un fisico robusto e
in perfetta forma – stava tirando calci e pugni con l’intenzione di colpire du-
ro. Questa roba non aveva nulla a che fare con le pose violente che avevo vi-
sto in altri pit, dove la gente faceva il gesto di tirare calci o pugni che avrebbero
potuto colpirti, ma che all’atto pratico non toccavano nessuno e facevano so-
lo parte di una forma di danza particolarmente rischiosa e sofisticata.
Mi trovavo nella tana delle tigri, e per quella notte non sarebbe stata nem-
meno l’ultima volta. Potevi capirlo da come si comportavano davanti a un pu-
gno, sia che lo stessero dando o ricevendo, che quella era gente che si trovava
a proprio agio spaccando nasi o slogando mascelle. Oltre al potente ronzio da
motosega che proveniva dall’impianto di amplificazione della band, c’era un al-
tro suono tutto maschile che risuonava nel pit. Era il rumore della carne che vie-
ne sbattuta contro altra carne, dei brevi e incalzanti grugniti tipo “Uh!” e
“Cazzo!”, e del crepitio lento quanto inesorabile dei pugni che raggiungono
il bersaglio. Era quasi simile al suono di quando si fa sesso, ovviamente se esclu-
diamo la parte sui pugni e la carenza di qualsivoglia sentimento di affetto.
Anche un solo assaggio di questa situazione mi era già stato più che suffi-
ciente, per cui mi mossi sino a raggiungere i confini della zona di guerra. Era
quasi l’una di notte. Gettai uno sguardo al poster di Iggy, che troneggiava su
un punto del pit in cui il combattimento era ai massimi livelli. Ad ogni modo,
di sicuro lì sotto non c’era alcun ragazzo latinoamericano con indosso una ma-
162
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 163

glia dei Minor Threat. Il pit ora era quasi completamente composto da bianchi,
pit-bull irlandesi oppure ariani di razza pura. I Minor Threat, con le loro idee po-
sitive riguardo a come si dovrebbe vivere la vita in modo etico, non avrebbero
avuto alcuno spazio in questo giocoso inferno. Qui i punk, le donne, le mino-
ranze, i gay e tutto il resto – in pratica la totalità delle categorie difese dalla po-
litica progressista – erano relegati ai margini.
Alcuni dei ragazzi più legati all’ambito underground che avevo conosciuto
a Londra mi avevano messo in contatto e-mail con i Doomsday Diablos1, un
gruppo segreto formato da moshers latinoamericani ed organizzato come
una una gang da strada. Ho saputo di loro tramite un ragazzo brasiliano di co-
lore, Luis, che avevo incontrato nei vari moshpit a un festival di gruppi della Epi-
taph Records. Luis suonava il basso in un gruppo hardcore che aveva
pubblicato un po’ di singoli sul mercato indie brasiliano e che andava spesso
in tour. Dalla quantità di tempo libero che Luis poteva permettersi di passare
con me, e dall’assortimento pressoché infinito di scarpe e vestiti alla moda
sfoggiato da lui e dai suoi amici, capii che era un ragazzo parecchio benestante
che si era avvicinato alla scena hardcore attraverso gruppi come i Beastie Boys.
Era una delle figure centrali di un collettivo di moshers che proveniva da cul-
ture differenti, ognuno dei quali poteva fornire informazioni dettagliatissime
sulle varie scene nelle diverse nazioni.
“Se vai a New York, non puoi assolutamente non incontrare qualcuno dei
Doomsday Diablos“, mi disse Luis ridendo. “Se davvero vuoi imparare qualco-
sa sul moshing, allora devi mettere in preventivo di passare un po’ di tempo
con questa gente. E se ti piacciono le cose estreme sono sicuro che con loro ti
divertirai. Ci ho trascorso diverso tempo, ed è stata un’esperienza molto in-
tensa. Al tempo uscivo con una ragazza che faceva parte del loro giro”.
Luis mi diede tutti i dettagli su come contattarli via e-mail, e così fissai il mio
appuntamento con Rodrigo con diverse settimane di anticipo.
Circa dieci minuti dopo la fine del concerto, quando il pit si era ormai com-
pletamente svuotato, vidi Rodrigo appoggiato al muro accanto al poster di Ig-
gy. Mi avevano detto che i Diablos erano dei personaggi impegnativi che
prendevano tutto molto sul serio – una sorta di ambiente alla “Fight Club”. Per
qualche ragione me li aspettavo più vecchi, o con un’aria in qualche modo più
severa e militante. Rodrigo invece era un ragazzo alto e magro, all’incirca di-
ciottenne. Si trasferì dal Messico sino a Brooklyn quando aveva solo cinque an-
ni. I suoi genitori erano nativi-americani dei territori del sud, per cui agli occhi
del mondo Rodrigo sembra una specie di incrocio tra Geronimo e Joey Ramo-
ne.

1
Letteralmente: i diavoli del giorno del giudizio.

163
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 164

Il Continental si svuotò rapidamente dopo lo show dei Murphy’s Law, quin-


di ci dirigemmo verso l’uscita. Rodrigo mi disse che aveva apprezzato molto il
concerto, anche se era stato fin troppo tradizionale. “Non proprio stimolante”.
Si strinse nelle spalle per via del vento freddo. “Quei tipi non conoscono bene
il significato del termine divertimento, secondo me non sono poi così spirito-
si, non credi anche tu?”
La metropolitana che avrebbe dovuto portarci al di là dell’East River era chiu-
sa per manutenzione, quindi ci arrampicammo in cima all’imponente William-
sburg Bridge e camminammo sino a Brooklyn sopra la traversina più alta di un
ponte sospeso. Da lì sopra potevo vedere il barrio dove vivevano Rodrigo e la
sua famiglia. Erano circa le due e mezza di notte e i lampioni illuminavano stra-
de quasi totalmente deserte, ma potevo ancora udire parecchia musica scivo-
lare sull’acqua sotto di me. In massima parte si trattava di hip-hop ispanico
come quello reso celebre dai Cypress Hill.
Ci mettemmo venti minuti per attraversare il ponte. Durante il tragitto par-
lammo della sparatoria alla Santana High School. Gli omicidi alla Santana
High School erano avvenuti circa tre settimane prima, il 5 marzo del 2000, e
al momento erano ancora l’argomento più discusso da tutti i mass-media e dai
ragazzi che frequentano i concerti. Un secchione di quindici anni sparò circa
trenta colpi, uccidendo due suoi compagni di scuola e ferendone altri tredici.
Era un’evidente scopiazzatura degli omicidi della Columbine High. Una delle
tante capitate quell’anno.
Per via di alcune dichiarazioni che dipingevano i due assassini come suoi am-
miratori, Marilyn Manson era stato messo alla gogna nella faccenda della Co-
lumbine High. Tutto questo si rivelò poi essere una leggenda metropolitana,
un’invenzione dei media, pura speculazione. La cosa divertente riguardo alla
sparatoria della Santana High, sempre che si possa dire che ci fosse qualcosa
di divertente a riguardo, fu che l’assassino in questo caso era davvero un fan
di un importante gruppo metal. Era un fan dei Linkin Park, una delle band più
stupide di tutto il panorama nu-metal/rap-metal. Sono stati addirittura defini-
ti come la prima boy-band del nu-metal. Li vidi dal vivo una sola volta, di sup-
porto ai Deftones, sommersi dalle grida acutissime di cinquemila scolarette
adoranti. Dal punto di vista artistico erano proprio materiale di seconda scel-
ta, la solita solfa propinata da Mtv ai ragazzini che non conoscono nulla di me-
glio. Dopo il massacro alla Santana High, sono stati l’ennesimo gruppo a finire
risucchiato dal vortice del morboso interesse dei mass-media verso il presunto
legame tra musica rock e violenza adolescenziale.
L’Ufficio dello Sceriffo di San Diego dichiarò alla rivista rock Kerrang che
l’unico gruppo musicale che si sa per certo fosse ascoltato dall’assassino sono
i Linkin Park. “Una delle sue fidanzatine l’ha detto in televisione durante
un’intervista”, disse un portavoce. “Comunque nessuno ha ancora fatto di-
chiarazioni di alcun tipo riguardo ad una presunta influenza da parte della
164
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 165

band. La gente ascolta musica di tutti i generi – io stesso ascolto cose piutto-
sto strane, ma non per questo me ne sono mai andato in giro ad ammazzare
qualcuno”.
Rodrigo dice che tutti erano così agitati solo perché il fattaccio è accaduto
in una scuola frequentata dalla media borghesia bianca.

“Se una cazzata come questa fosse successa nella scuola superiore che frequento
io, pensi che a qualcuno sarebbe fregato un cazzo di sapere se l’assassino ascoltava
i Sepultura o i Cypress Hill o qualche altra cagata? Tutto questo ha a che fare solo
con il fatto che gli studenti erano bianchi. In quelle scuole, le scuole dei bianchi, la
cosa veramente importante è lo sport. È per questo che succedono sempre casini
tra il pubblico dei concerti rap-metal. Come le donne che vengono molestate, e le
aggressioni. Ti trovi davanti a questi palestrati del cazzo che vogliono fare del mo-
shing solo per l’aspetto agonistico della cosa. Quindi non gliene frega un cazzo di
prendere a pugni la gente. Amico, quelli sono lì solo per fare dei round di pugilato
con qualche povero piccolo frocio punk! Fottute teste di cazzo. E così in quel tipo
di scuole lo sport è tutto, perché attraverso lo sport quegli imbecilli riescono ad
avere una chance nella vita. I veri perdenti sono quelli come me, che vengono dalla
classe operaia e hanno genitori che lavorano duro. Siamo classificati come “per-
denti”. E poi hai questi altri ragazzini bianchi che si sentono fuori posto e ascoltano
musica di merda come i Linkin Park o Marilyn Manson. Pensano di essere tutti così
strani e sensibili. Ma in realtà non sono altro che dei cazzo di Signori Nessuno che
non hanno niente di più importante di cui preoccuparsi se non di sembrare abba-
stanza fighi, di avere le scarpe da ginnastica giuste, del perché tutti li odiano, di
quale cd potranno comprarsi la settimana prossima con i soldi della loro paghetta”.

A Rodrigo toccava di fare due lavori – uno serale e uno nei fine settimana
– per riuscire a pagarsi la scuola. La percentuale degli studenti nella sua scuo-
la era al 55% composta da latinoamericani, al 20% da ragazzi di colore, al
15% da asiatici e per il resto da bianchi. C’era una sparatoria almeno una vol-
ta al mese, e da quando Rodrigo la frequentava erano morti almeno due stu-
denti. Un altro invece si era suicidato. I problemi da tragedia adolescenziale che
avevano ispirato gli omicidi della Columbine High e della Santana High non
avevano posto in questo mondo. “Questi stronzi vanno in giro ad ammazzare
i loro compagni solo perché si sentono fottutamente tristi” ringhiò Rodrigo
mentre stavamo scendendo dal ponte fin sulla strada. “Penso fosse un bene
che gli piacessero quei cazzo di Linkin Park. Forse questo li danneggerà un po’.
Sono proprio il tipo di gruppo che può piacere a stronzi come quello”.
Entrammo nel barrio a ovest di Bedford Avenue per dirigerci verso l’East Ri-
ver. Erano ormai le tre e un quarto di notte, per cui le strade si stavano svuo-
tando del tutto. Qualche locale o bar spandeva ancora il suo mormorio in
strade piene di gallerie d’arte messicana, pub e negozi di ferramenta. C’era
molta musica che proveniva dalle case degli abitanti del quartiere. La gente che
si incontrava per strada era composta da qualche ragazzo latinoamericano ve-
165
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 166

stito con abbigliamento hip-hop di pessima qualità, qualche studente della


scuola d’arte con l’aria da imbranato, e qualche capannello di giovani ebrei or-
todossi che andavano in giro a gruppi di tre o quattro. Era un angolo della cit-
tà che aveva un aspetto per metà da quartiere latino e per l’altra metà da zona
bohemién caduta in disgrazia. Dopo aver camminato per strade via via sempre
più silenziose, ci ritrovammo in un minuscolo parco sulla sponda dell’East Ri-
ver dove avevamo appuntamento con il resto dei Doomsday Diablos.
Il posto, un parchetto ricavato da un vecchio imbarcadero mercantile situato
a fianco di un’enorme zuccherificio, era un ambiente piccolo e squallido anche
se ben illuminato. C’erano diversi gruppetti di ragazzi che giravano lì intorno.
Una ghenga di giovanotti di colore era radunata intorno a un fuoco ad ascol-
tare del mediocre hip-hop che veniva diffuso da un potente radiolone portati-
le. Alcuni sfigati dall’aria artistoide tipo fan dei Sonic Youth stavano invece
seduti su una panchina poco distante, fumando erba e usando parole come
“cioè” o “una cifra” come se non fossero mai passate di moda. Un bel po’ più
in là, molto più vicino alla riva del fiume, c’era un gruppetto formato da una
quindicina di ragazzi. Erano tutti di età sotto i vent’anni e tutti latinoamerica-
ni, eccezion fatta per un ragazzino somalo che tutti chiamavano Piccolo Mo-
gadisho. Non avevano una radio che sparasse musica hardcore a tutto volume,
e non avevano uno stile d’abbigliamento comune, anche se tra loro i capi spor-
tivi costosi erano quelli più diffusi. E soprattutto non erano necessariamente
tutti amici. Tra di loro si avvertiva una tensione palpabile. Per un attimo pen-
sai che potessi essere io la causa di quel nervosismo. Molti di loro avevano i ca-
pelli cortissimi o addirittura rasati a zero, anche se c’era pure qualche capellone.
E vidi anche un paio di magliette di Napalm Death e Suicidal Tendencies.
Ce ne andammo dal parco molto rapidamente, salendo su due grossi fur-
goni neri che erano stati parcheggiati giusto dietro l’angolo. Io stavo seduto da-
vanti insieme a Rodrigo e all’autista, un punk imbronciato e dalla carnagione
chiara di nome Curtis, che non spiccicava una parola. Gli Slayer, i Wu Tang Clan
e i Trail Of Dead si alternavano bellicosi su una cassetta che aveva schiaffato
nell’autoradio. Vidi che stavamo scendendo lungo Grand Street in direzione del
Queens, ma dopo questo non riuscii più ad orientarmi. Quindici minuti dopo
ci fermammo all’esterno di un vecchio capannone in una strada deserta e pie-
na di edifici esattamente identici.
Tre capelloni poco più che ventenni erano in piedi davanti all’ingresso del-
l’edificio. Uno di loro aprì un vecchio e pesante portone in legno per farmi en-
trare. All’interno c’era un minuscolo locale punk, in cui un centinaio di persone
stavano facendo moshing al ritmo di un brutale cocktail sonoro di hardcore
newyorchese, punk e ska-core selezionato da un Dj. Il moshing che viene pra-
ticato nei locali in cui c’è musica diffusa è molto diverso da quello che si può
osservare quando invece c’è un gruppo che suona dal vivo. La prima e fonda-
mentale differenza è la mancanza di una vera e propria folla ammassata da-
166
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 167

vanti al palco. Manca poi del tutto anche quell’alchimia che si sprigiona sola-
mente quando degli esseri umani suonano in maniera altrettanto umana gli
strumenti musicali che conoscono come il palmo delle proprie mani. È proprio
grazie alla sinergia che si crea durante gli spettacoli dal vivo che il rock conti-
nua ad avere successo ancora oggi, dopo essere riuscito a superare indenne an-
che i momenti più bui.
Fare moshing con della musica passata da un Dj è molto pericoloso. La gen-
te crede che essendoci più spazio per muoversi e mancando quell’atmosfera
da delirio collettivo tipica del pit sia anzi più facile riuscire a uscirne senza dan-
ni. Ma ballare e muoversi in maniera così furiosa e frenetica, senza tutto il con-
torno di interazione sociale che avviene nel moshpit, può trascinare le persone
in una zona isolata della mente dove è facilissimo finire per farsi seriamente del
male. Il moshing nei locali è accompagnato spesso e volentieri da droghe co-
me acidi o ecstasy, ed il tipo di lesioni che ne possono seguire riportano alla
mente quelle di cui si sentiva parlare durante le campagne di linciaggio me-
diatico verso queste nuove droghe sintetiche. Nel dicembre del 2000 un ven-
ticinquenne inglese fece moshing sino a morirne in un nightclub chiamato
Karisma. Il club impiegava solamente un Dj e non aveva mai proposto musica
dal vivo, ma all’ospedale dissero che il ragazzo era morto per un’emorragia ce-
rebrale dovuta ad un’attività troppo intensa e frenetica.
Rodrigo sparì, impegnato in alcune contrattazioni all’apparenza molto te-
se e intense. Questo posto aveva un’atmosfera che richiamava l’uso di stupe-
facenti più di quanta se ne potesse percepire a qualsiasi raduno o concerto
metal. Chiesi a Piccolo Mogadisho come si chiamasse quel locale, e lui mi ri-
spose che non era un locale. Tutti i presenti erano membri o amici dei Doom-
sday Diablos. Era ormai da due anni che avevano occupato l’intero capannone.
Quando accadeva l’inevitabile, ovvero venivano sgomberati, si spostavano
semplicemente in un altro luogo simile, occupando anche quello. Quella zona
era piena zeppa di magazzini abbandonati. Un paio di volte l’anno arrivava
qualche ispettore immobiliare mandato dalla società proprietaria del magazzi-
no, ma in quei casi bastava dargli una congrua mazzetta per rispedirlo al mit-
tente con la bocca chiusa.
Piccolo Mogadisho mi condusse in una saletta laterale dove una trentina di
ragazzi erano radunati intorno ad una luce stroboscopica che guizzava molto
rapidamente. In questa sala la musica era la più brutale e pesante possibile: po-
co di più di un martellare ritmico continuo come quello della techno elettroni-
ca, accompagnato da vocalizzi gutturali totalmente incomprensibili. La
maggioranza dei ragazzi era nuda sino alla cintola, molti indossavano anche
degli shorts molto ampi. Erano coperti di sudore misto a qualche goccia di san-
gue, e si stavano letteralmente riempiendo di mazzate. Era uno spettacolo sel-
vaggio, ma comunque non paragonabile a quel casino incontrollato e senza
senso a cui avevamo assistito al Continental poco prima. Erano ragazzi sui ven-
167
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 168

t’anni, molto agili, sicuramente parecchio allenati nella boxe o nelle arti mar-
ziali. I loro pugni e calci mancavano molto spesso il bersaglio, ma quando an-
davano a segno il rumore del colpo sembrava volontariamente sincopato
rispetto al ritmo della musica. E suonava davvero brutale. Quando Piccolo Mo-
gadisho mi salutò per poi scomparire di nuovo nella sala principale, mi trovai
un angolo scuro in cui sedermi per terra senza attirare troppo l’attenzione.
C’erano forse altre otto persone, in maggioranza donne, sedute per terra vici-
no a me. Erano chiaramente affascinati da quello spettacolo di sudore e dolo-
re che sembrava un incrocio tra “Fight Night”2 e il film “Spartacus”.
Nessuno cedeva di un millimetro. Quella musica violenta mandata a ripeti-
zione diventava sempre più frenetica, mentre anche il moshing si faceva più ve-
loce e disordinato. Non c’era verso che un ragazzo o una ragazza qualsiasi
potessero entrare in una bolgia del genere senza avere almeno qualche espe-
rienza nelle arti marziali. La gente si faceva indubbiamente del male, ma sen-
za lamentarsi o compiangersi. Non era uno spettacolo volgare o miserabile,
anzi da un punto di vista estetico aveva anche una certa eleganza. Alla fine,
quasi ipnotizzato, riuscii a darmi una scossa e me ne andai da quella stanza.
Nella sala principale le cose stavano più o meno come prima. Erano ormai
quasi le cinque del mattino quando realizzai che quella saletta di moshing
estremo in cui ero stato prima non era l’unica, ma erano in tutto tre e molto
simili tra loro. Le altre due erano stanzette ancora più piccole, in cui dei ra-
gazzoni con un fisico notevole ballavano come Mohammed Alì e tiravano pu-
gni di uguale potenza. Non vidi volare dei denti, ma ogni tanto si poteva
assistere a qualche spruzzo di sangue in stile “Toro Scatenato”. Magliette dei
Minor Threat o meno, non c’era nulla di straight-edge nei Diablos. Tutto que-
sto moshing e questa brutalità erano alimentati da grandi quantità di alcool,
anfetamine e erba. Non vidi da nessuna parte un qualche tipo di bar, o qual-
cuno che sembrasse palesemente uno spacciatore. Penso che chiunque fosse
libero di portare quello che gli pareva.
Ora dell’alba era ormai tutto finito, ed eravamo rimasti in una trentina se-
duti su vecchie poltrone malridotte. Dall’impianto di amplificazione arrivavano
le note di qualche cd dub e reggae, mentre Rodrigo mi stava spiegando come
andassero le cose nella scena metal latinoamericana di New York, dove c’era
un nuovo gruppo chiamato Ill Nino che stava facendo delle gran belle cose.
“Il nome dei Sepultura ha ancora un significato profondo a Brooklyn, come
anche nel Bronx o nel Queens” mi disse Rodrigo ridendo, riferendosi alla fai-
da tra fratelli che vedeva coinvolti Soulfly e Sepultura. Mi disse tante altre co-
se molto interessanti riguardo a quella scena, ma erano le sette di mattina, per
cui me ne sono dimenticato la maggior parte.

2
Popolare serie di videogiochi che simula degli incontri di boxe.

168
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 169

Tina, la ragazza di Rodrigo, mi riaccompagnò a casa in uno dei furgoni ne-


ri. Rodrigo si unì a noi, e mi scrisse un sacco di consigli sui concerti a cui an-
dare, come arrivarci e che tipo di ambiente mi sarei trovato davanti. Mi diede
anche il suo numero di cellulare, dicendo “Hey amico, lo sai, sono questi caz-
zo di Linkin Park i veri agenti di Satana! Aspetta e vedrai!”.

169
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 170

MARKETING SELVAGGIO
I LIMP BIZKIT E IL BIG DAY OUT

I Limp Bizkit conquistarono il mondo, e lo girarono in lungo e in largo la-


sciandosi dietro la fama di gruppo incauto e sprezzante. Il 26 gennaio del 2001,
in Australia, un gran numero di fan rimasero feriti durante il loro concerto ai
RAS Showgrounds di Sidney in occasione del festival itinerante Big Day Out.
Una ragazzina di quindici anni ebbe un attacco cardiaco durante il concerto,
e morì poco più tardi in ospedale. Dodici persone vennero ricoverate con lesioni
minori dopo che alcune sezioni della folla collassarono per ben due volte su lo-
ro stesse. Tra i ricoverati c’erano anche un bambino di dieci anni e due perso-
ne con lo sterno fratturato.
Il cantante dei Limp Bizkit, Fred Durst, si è costruito una reputazione invi-
diabile grazie ai suoi modi bruschi ed al temperamento violento. Durst è cre-
sciuto circondato dalla violenza. Suo padre era un poliziotto della squadra
narcotici, e lo stesso Fred ha prestato servizio nella Marina Militare degli Stati
Uniti. Si ricorda molto bene come si sentiva quando il padre tornava a casa fe-
rito: “Quando ero molto piccolo lo vedevo tornare a casa con ferite da arma
da fuoco, e vedevo il tipo di persone con cui doveva avere a che fare per via
della droga e di tutto il resto, e fu quello a tenermi lontano dagli stupefacen-
ti. Gli hanno sparato un paio di volte, e quando tornava a casa dall’ospedale
non ci pareva vero che potesse essere successa una cosa del genere. Faceva-
no dei raid di una pericolosità folle. Veniva aggredito dagli spacciatori. Erano
delle situazioni del cazzo, pazzesche”.
Raccontò alla rivista Request: “Ricordo bene la prima volta che feci a botte
con qualcuno. Avevo quasi dodici anni e un bambino mi bloccò con una pre-
sa alla testa da cui non riuscivo a liberarmi. Pensò di aver vinto, ma poi lo rag-
giunsi un paio di settimane dopo mentre faceva gli allenamenti di baseball,
raccattai una mazza e gli spaccai le ginocchia”.
Era un adolescente dei sobborghi proletari di una piccola cittadina del
North Carolina, e si mescolava un po’ a tutti i tipi di compagnie che trovava in
strada . “C’erano gruppetti di fighetti palestrati, di teppisti grezzi e ignoranti,
e di ragazzi di colore”, ricorda. “Prima che i Beastie Boys avessero successo, mi
chiamavano ‘amico dei negri’. C’era un sacco di gente che voleva continua-
mente pestarmi. Dovetti imparare a difendermi bene”.
Un critico musicale recensì uno dei primi concerti dove i Limp Bizkit fecero
da gruppo di supporto, e scrisse: “L’unico momento di tutta l’esibizione
rap/thrash dei Limp Bizkit che veramente catalizzò la mia attenzione fu quello
in cui il cantante espresse il desiderio di veder ‘massacrati di botte’ i gay. Non
170
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 171

fu nemmeno lontanamente un’affermazione provocatoria, quanto piuttosto un


gesto puerile”.
Dal momento in cui firmò un contratto discografico, e nonostante tra i fan
ci fossero più donne rispetto a quanto accadeva per altri gruppi metal e hard-
core, il gruppo iniziò ad attirare un seguito di teppisti rozzi e violenti.
Nel 1997, in un’intervista per il sito internet Spinal Column, il chitarrista Wes
Borland (un personaggio molto più tranquillo di Durst, con le proprie radici nel-
la musica di Metallica e Minor Threat) descrisse i loro fan europei.

“Puoi prendere la persona più grossa, grezza, offensiva e bastarda che trovi negli
Stati Uniti… qualcosa tipo un enorme punk figlio di puttana che pesa più di cento
chili… e verrebbe schiacciato inesorabilmente da quanto è estrema e pesante la
gente da quelle parti. Abbiamo visto persone che avevano delle borchie impiantate
chirurgicamente nella testa! Secondo me non ci vorrà poi molto prima che diventi
di moda tagliarsi le dita o qualcosa del genere. È incredibile. C’erano delle ragaz-
zine con scarificazioni, tatuaggi, marchi a fuoco e cose del genere. Era un bel po’
pesante”.

Dopo che la band venne reclutata per l’Ozzfest insieme a Tool, Ozzy Osbour-
ne e Soulfly, l’atmosfera pesante iniziò a causare non pochi problemi. A un cer-
to punto la moglie e manager di Ozzy Osbourne, Sharon, considerò
l’eventualità di cacciarli dal tour, perché gli show dell’Ozzfest prevedevano po-
sti a sedere, e i fan dei Limp Bizkit non avevano la minima intenzione di star-
sene fermi. Secondo quanto racconta Wes Borland “Siamo stati a un passo
dall’essere cacciati via dopo le prime due giornate del tour, perché l’Ozzfest
aveva posti a sedere e noi invece incitavamo i ragazzi a sfondare le transenne
per venire avanti. Sharon Osbourne era davvero incazzata con noi, diceva che
abbiamo rischiato di innescare delle vere e proprie rivolte”.
Marilyn Manson criticò dal proprio sito internet tutto ciò che stava alla ba-
se della sanguinosa scalata al successo da parte dei Limp Bizkit. Disse: “Gli
scimmioni analfabeti che ti riempivano di botte al liceo perché pensavano tu
fossi un ‘finocchio’ ora vogliono venderti delle canzoni stonate che inneggia-
no al testosterone e alla misoginia. E il bello è che fanno pure finta di essere
dei ribelli in un mondo che invece è fatto su misura per loro, come le loro bel-
le divise firmate Adidas-Filgering. E a noi, impotenti davanti a tutto questo, non
resta che mettere mano al portafoglio”.
Nel Luglio del 1999 a St. Paul, nel Minnesota, Durst fu accusato di aver ag-
gredito un addetto alla sicurezza. A quanto pare gli avrebbe mollato un calcio
in testa. Secondo quanto riportato dalla polizia di St. Paul, dopo averlo fatto
si sarebbe rivolto al pubblico dicendo: “Ho dato un calcio in testa a quello
stronzo della security. Brutto pezzo di merda, stasera non avrai il tuo assegno!
Dove cazzo è quella fottuta guardia? Dov’è quel fottuto stronzo vigliacco?”.
Almeno un testimone corroborò il racconto della guardia, secondo il quale l’ag-
171
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 172

gressione era totalmente ingiustificata. Nell’Aprile del 2000 Fred Durst e l’ad-
detto alla sicurezza – che nel frattempo aveva dovuto ricevere cure ospedalie-
re per un offuscamento alla vista e perdite di equilibrio – si accordarono per un
risarcimento extragiudiziale.
Riguardo al brutto carattere di Durst ed alla sua indole violenta, Wes Bor-
land ha comentato: “Talvolta capita che Fred esploda e cerchi di colpire in te-
sta i tecnici del suono con l’asta del microfono, oppure cerchi di aggredire la
gente sul palco. Può anche capitare che se ne vada dopo aver suonato una so-
la canzone, o che in qualche show importante finisca per spaccare deliberata-
mente tutti i microfoni e semplicemente non cantare”.
Nel giugno del 1999 i Limp Bizkit si imbarcarono in una tournee america-
na gestita con le tecniche aggressive del guerrilla marketing1: questo preve-
deva, tra le altre cose, che in ogni città toccata dal tour venisse organizzato un
piccolo rooftop gig2, e che la località precisa venisse annunciata dalle radio lo-
cali solo un’ora prima che la band iniziasse a suonare. Secondo i comunicati
stampa rilasciati dalla loro etichetta, la Interscope, a uno di questi concerti
c’erano “tra i 3000 ed i 5000 fan impazziti, prima che arrivasse la polizia a stac-
care tutto e a disperderli. La stazione radio WAAF annunciò alle quattro del po-
meriggio la località in cui si sarebbe tenuto lo show, e da quel momento i
ragazzi iniziarono ad accorrere da ogni direzione bloccando strade, marcia-
piedi, ingressi a negozi e ristoranti – arrivando persino ad arrampicarsi sui lam-
pioni per avere una visuale migliore. Il concerto ebbe inizio alle cinque del
pomeriggio per poi terminare circa venticinque minuti dopo, con i fan che con-
tinuavano ad arrivare da ogni dove anche se la polizia aveva già staccato la spi-
na…”
La strategia che stava dietro a questo tour, ovvero “suona fino a quando
non ti fanno smettere con la forza”, era stata suggerita dal videoclip degli U2
per il brano “Where the streets have no name”, in cui il gruppo irlandese suo-
na quel pezzo sul tetto di un condominio di Los Angeles sino a quando non ar-
rivano i poliziotti a bloccare tutto. Fred Durst era rimasto davvero impressionato
da quel video. L’altro riferimento culturale – oltre agli U2 – era quello del ce-
lebre concerto finale dei Beatles sul tetto del quartier generale della Apple Re-
cords a Londra nel 1969, filmato per essere inserito nel film “Get Back” e da
allora entrato nell’immaginario collettivo.
Durst iniziò a farsi una certa nomea per via del suo incitare il pubblico a sca-
tenarsi senza remore. Nel Family Values Tour del 1999 disse all’audience “Ve-

1
Tecnica pubblicitaria che si basa su metodologie promozionali aggressive, creative e non
convenzionali.
2
Termine che indica un concerto che si tiene sul tetto di qualche palazzo, con il pubblico che
assiste dalla strada.

172
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 173

do che voi figli di puttana state andando fuori di testa, ed è proprio questo che
mi piace”. Un’altra volta chiese alla folla di mostrare al mondo “quanto riu-
sciamo a devastare un campo da baseball”.
Nei mesi che seguirono al loro celebre concerto del Woodstock ’99, diver-
se persone iniziarono a sostenere che i Limp Bizkit fossero un gruppo che i ca-
sini se li andava proprio a cercare. Kurt Loder di Mtv commentò così il loro
comportamento: “Tra le cose che ho visto, penso che la performance dei Limp
Bizkit sia stata quella da biasimare di più. Credo che per infiammare l’audien-
ce abbiano usato degli espedienti sin troppo meschini, che sapevano avrebbero
avuto una presa sicura”. Durst disse al pubblico di Woodstock: “Non lasciate
che qualcuno si faccia male. Però non penso che per questo dobbiate com-
portarvi come dei rammolliti figli di puttana. Questo è quello che vorrebbe Ala-
nis Morrisette. Se qualcuno cade, tiratelo in piedi. Abbiamo già fatto uscire
l’energia negativa. Ora vogliamo far uscire anche quella positiva”.
Il batterista dei Limp Bizkit, John Otto, ha esplicitamente detto che le rivol-
te di Woodstock sono state una figata totale. In un’intervista per la rivista
Drum! ha dichiarato: “Abbiamo iniziato a suonare un pezzo, ma poi ci siamo
fermati perché Fred stava dicendo al pubblico ‘Hey, li fuori riuscite a sentirmi
tutti?’, ma non ci riusciva nessuno. A quel punto la gente iniziò ad incazzarsi.
Poi successe il finimondo. Scoppiò un pandemonio totale, quelli di Mtv cerca-
vano di mettersi al riparo, quelli di Much Music cercavano di mettersi al ripa-
ro… è stata una figata totale!”
I Limp Bizkit diedero un ottimo esempio di gestione manageriale priva di
scrupoli con il video per il brano “Re-arranged”, studiato per essere una ri-
sposta irriverente a tutte le controversie e alla pubblicità negativa che si erano
tirati addosso dopo i fatti di Woodstock. “Re-arranged” mostra ogni compo-
nente della band imprigionato in una cella differente, in attesa della condan-
na per il ruolo svolto nella rivolta. Impersonando il ruolo dell’artista ribelle
tormentato da tutti – invece che quello del ricco e reazionario vicepresidente
della Interscope Records – Durst disse che il video parlava “di quando si è per-
seguitati per qualcosa di cui non si ha alcuna colpa. Non importa quanto du-
ramente uno cerchi di liberarsi dei Limp Bizkit, che è poi quello che stanno
provando a fare tutti, noi vivremo per sempre.”
Gary Bongiovanni, controverso critico del circuito della musica live nonché
editore della rivista Pollstar dedicata all’organizzazione di tour e concerti, cen-
trò perfettamente il bersaglio quando parlando dei Limp Bizkit post-Woodstock
disse: “Al punto in cui siamo, nessun promoter si rifiuterebbe mai di organizza-
re un concerto ai Limp Bizkit. La band è sulla bocca di tutti, e i biglietti si ven-
dono molto bene. Il pericolo ci sarebbe se arrivassero ad avere una reputazione
talmente brutta da essere considerati delle minacce per la pubblica sicurezza, ma
questo non è ancora successo. La gente dimentica presto un incidente isolato.
Se però diventasse un fenomeno ricorrente, allora se ne preoccuperebbero”.
173
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 174

Ma stava diventando un fenomeno ricorrente.


Il Big Day Out è un festival itinerante come il Lollapalooza, che ad ogni esta-
te si muove attraverso le principali città australiane. Tutte le illazioni che di-
pingono i frequentatori del Big Day Out come ragazzi avventati o violenti non
hanno alcun fondo di verità. Dopo il Big Day Out del 1999 un ragazzo cristia-
no postò su www.salvos.com, il sito dell’Esercito della Salvezza, un messaggio
intitolato “Dov’era Dio al Big Day Out?”. Il suo intervento diceva che il Big Day
Out ‘99 era stato caratterizzato dallo stesso tipo di disordini tra il pubblico che
solo l’anno dopo avrebbero provocato un morto e dei feriti, ma riferiva anche
alcune testimonianze di quel tipo di solidarietà che fa del moshing un atto po-
sitivo e socializzante: “Era alquanto patetico vedere ragazzi che dopo aver fat-
to crowd-surfing venivano strattonati ferocemente per la propria maglietta,
tirati su da terra, ma accolti con le parole ‘tutto bene amico?’. Ed era altret-
tanto patetico sentire persone che dicevano “scusami, grazie” mentre ti spin-
tonavano per passare ed andare ad ammassarsi nelle prime file”. A giudicare
da questo reportage, a me non solo sembra che fosse presente della sincera
‘etica da pit’ nei gesti di questi moshers che si guardavano le spalle l’un con
l’altro, ma mi pare anche che ci fosse una grande attenzione nei confronti del
resto del pubblico che non voleva farsi coinvolgere. Ma d’altra parte questo è
ciò che direbbe un cristiano.
Al Big Day Out del 1999 gli headliners Red Hot Chili Peppers interruppero
il concerto sino a quando la folla non si mosse all’indietro per evitare che le pri-
me file venissero schiacciate. Solo dopo che questa operazione si fu conclusa
con successo, Anthony Kiedis poté guidare la band nell’esecuzione di alcuni dei
loro grandi classici come “Scar Tissue” o “Under the Bridge”.
Nello stesso giorno in cui i Limp Bizkit videro una ragazza morire durante il
loro set su uno dei palchi laterali del Big Day Out, i cocchi dei mass media At
The Drive-In si abbandonarono alla loro usuale retorica borghese anti-moshing.
Il loro chitarrista, Jim Ward, espresse i suoi dubbi riguardo alla costante pre-
senza dei moshpit e di tutto quello che implicavano: “Continuare a combat-
tere ogni volta questo tipo di cose inizia a diventare un bel po’ frustrante, e se
mai arriveremo al punto in cui ci farà passare la voglia di salire sul palco, beh
allora la smetteremo di andare in tour. E il nostro prossimo album potrete ve-
derlo come una reazione a questo tipo di cose, non sarà assolutamente duro
come gli altri, posso garantirvelo”. Gli At The Drive-In iniziarono il loro concerto
dicendo al pubblico “prendetevi cura l’uno dell’altro e non riempitevi di botte
tra di voi”. Durante uno show in un locale in quello stesso tour australiano, gli
At The Drive-In chiesero espressamente ai moshers di andarsene e gli offriro-
no in cambio il rimborso del biglietto.
Quando all’energia creativa e l’irruenza musicale degli At The Drive-In il pub-
blico del Big Day Out rispose lanciandosi nel moshing, la band si innervosì ed
il cantante Cedric Bixler iniziò dapprima ad attaccare i fotografi, ed in seguito
174
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 175

si rivolse contro l’audience apostrofandola di continuo con dei beláti. Gli At The
Drive-In lasciarono il palco dopo solo una manciata di canzoni, mentre il pub-
blico esprimeva rumorosamente il proprio disappunto fischiandoli e urlando
“stronzi!”.
Prima che i Limp Bizkit iniziassero a suonare, la folla nel pit si stava facen-
do risucchiare da un cocktail letale di calore eccessivo, abuso di alcolici ed un
atmosfera generale molto cupa carica di eccitazione ed impazienza. Nel mo-
mento stesso in cui la band salì sul palco, si scatenò l’inferno.
Un fotografo che lavorava nel recinto della security, posizionato tra le tran-
senne ed il palco, raccontò: “I Limp Bizkit iniziarono il primo pezzo. La calca ec-
cessiva iniziò a formarsi in un punto ristretto, esattamente di fronte al palco,
in un’area di circa cinque metri a ridosso delle transenne. Alcune ragazze era-
no cadute a terra, e degli enormi tizi tatuati gli cadevano addosso a loro vol-
ta. La situazione iniziava a farsi spaventosa. Udii uno stage-manager parlare in
un radiotrasmettitore, chiedendo ‘Hey amico, cosa succede? cosa sta succe-
dendo?’ per poi urlare ‘Fermate il gruppo! Fermate il gruppo ora, fermateli ora!
C’è gente a terra!’”
“Ragazzi, ora dovete darvi una mano tra voi perché la security in questo po-
sto fa cagare. Fanculo a queste guardie, sappiamo cavarcela benissimo da so-
li” disse Durst al microfono.
“Ok ragazzi, fermatevi un attimo, abbiamo un problema da risolvere” dis-
se Durst dopo che la band aveva suonato giusto un paio di canzoni. “Se vede-
te qualcuno che cade, dovete assolutamente tirarlo in piedi”. Una voce
meccanica e non meglio identificata proveniente dall’impianto di amplificazio-
ne disse: “Per favore abbiate tutti un po’ di pazienza. La situazione sta sfug-
gendo di mano... fate qualche passo indietro, c’è gente a terra nelle prime file”.
Cinque minuti dopo alla band venne dato il segnale di via libera per poter
iniziare a suonare di nuovo, ma quando attaccarono il loro controverso brano
“Break stuff”3 la folla invece che calmarsi sembrò agitarsi ancora di più, sino
a raggiungere un livello di furia quasi totale. La canzone raggiunse il suo cul-
mine con la folla che urlava alla band “Dammi qualcosa da spaccare!” Alme-
no due terzi delle 55.000 persone accalcate davanti al palco esplosero in un
furioso moshing. Questo fu davvero pericoloso. Dopo il brano “My genera-
tion” Durst fu obbligato a rivolgersi un’altra volta al suo pubblico: “Fermate-
vi ancora un attimo, ragazzi. Abbiamo ancora qualche problema nelle prime
file“.
Questa volta la band fece una pausa di dieci minuti, provocando una rea-
zione negativa da parte del pubblico che fischiava e urlava insulti. Nonostan-
te stessero trascinando i feriti fuori dal pit di fronte ai suoi stessi occhi, il

3
“Spacca tutto”.

175
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 176

commento di Fred Durst quando riprese possesso del palco fu uno sprezzante
“Ed era anche ora, cazzo!”.
Gli organizzatori del Big Day Out dissero che “la performance era stata di
una tale intensità da provocare nella folla accalcata nelle prime file una rea-
zione tanto inaspettata quanto feroce”. Sembrava quasi un gran bel compli-
mento. Dava l’impressione che i Limp Bizkit fossero quel tipo di band
trascendentale capace di mandare il pubblico in uno stato semi-ipnotico con
le loro performance dal vivo. La realtà dei fatti è che invece sono una combi-
nazione estremamente artificiale e derivativa tra Kid Rock e i Beastie Boys, ma
senza la creatività degli uni o il senso dell’umorismo dell’altro. I ragazzini bian-
chi e maleducati del sottoproletariato americano dicono che i Limp Bizkit so-
no i loro portavoce, parlano per loro perché sono come loro. E in effetti c’è un
fondo di volgarità ed emarginazione nell’assalto live che la band scatena sul
suo pubblico.
Nel moshpit di Sidney c’erano ragazzi che stavano lottando per salvarsi la
vita, ma la security del festival sembrò riprendere il controllo della situazione.
Poco dopo le nove di sera gli addetti alla sicurezza trascinarono fuori Jessica Mi-
chalik da un pit in ebollizione. Fu trasportata di corsa nell’area di emergenza
a lato del palco dove si trovavano le ambulanze, e lì si accorsero che non ave-
va pulsazioni. Le pomparono ossigeno nei polmoni e la riportarono in vita con
un’iniezione di adrenalina. Mentre la Michalik stava ricevendo le prime cure,
Fred Durst disse ai ragazzi nel pubblico di stare tranquilli e rilassarsi.
Un testimone raccontò che “Nella tenda-ospedale sembrava di essere in
tempo di guerra. C’erano venticinque ragazzi sdraiati sui lettini, tutti con una
flebo nel braccio. Sembrava che fosse in corso una resurrezione di massa. Era
un pandemonio completo”.
Kirsten Hambridge, che pensava di essersi trovata in mezzo alla calca che
ha poi ucciso Jessica Michalik, ha scritto un articolo per il Sun Herald di Syd-
ney in cui racconta la sua esperienza: “Ululavo dal dolore. Non riuscivo a re-
spirare. Ad un tratto sentii una persona dietro di me dire che questa situazione
sarebbe stata come quella dei Pearl Jam. Pensai, devo andarmene da qui. La
mia amica venne sollevata e tirata fuori. Ma c’era gente che continuava a ca-
dermi addosso e mi teneva inchiodata a terra”. La Hambridge urlò a un ad-
detto alla sicurezza di aiutarla ad uscire da lì. “Non riusciva a tirarmi fuori, così
fece per andarsene. Urlai ‘tirami fuori da qui, sto per morire!’, liberai un brac-
cio e riuscii ad afferrarlo per la camicia, e lo tirai verso di me”.
Il padre di Jessica Michalik raccontò all’emittente televisiva Abc che sua fi-
glia non amava i moshpit. Mr. Michalik era convinto che sua figlia fosse stata
trascinata nel moshpit e sopraffatta dal caos. Effettivamente, in occasione dei
concerti più grandi cose come questa possono accadere per pura fatalità e in
qualsiasi momento. D’altra parte i moshpit sono dei tali ricettacoli di energia
e vitalità, che spesso una persona può venirne inesorabilmente attratta nono-
176
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 177

stante i suoi istinti razionali premano in direzione opposta, finendo per trovarsi
nel mezzo di situazioni davvero difficili. I grandi assembramenti di gente come
quello sono inevitabilmente pieni di persone che hanno assunto un sacco di
droga o bevuto troppo alcool.
Prima che venne annunciata la morte di Jessica Michalik, i Limp Bizkit deci-
sero di ritirarsi dal Big Day Out tour con tre giorni di anticipo. Dissero che la set-
timana precedente avevano discusso con i promoter proprio a riguardo dei
sistemi di sicurezza. Avevano richiesto che venisse impiegato più personale di
sicurezza, e che fossero implementate delle transenne a ‘T’ che avrebbero per-
messo allo staff della security di operare su una specie di passerella che si sa-
rebbe estesa sino al centro dell’arena.
In una dichiarazione difensiva dissero che “Dopo un’attenta considerazio-
ne dei fatti e dopo le numerose richieste di potenziare le misure di sicurezza
inoltrate ai promoter del Big Day Out, i Limp Bizkit hanno deciso di non suo-
nare durante le rimanenti tre date del festival. Scossi dalla portata della trage-
dia e da quello che la band ha percepito come un’attitudine arrogante da parte
degli organizzatori del festival nei confronti della sicurezza dei fan, i Limp Biz-
kit non possono essere sicuri che i rimanenti tre giorni dei sei che compongo-
no il tour possano filare lisci senza che qualcuno si faccia male”.
Durst disse che aveva “implorato” che venissero aumentate le misure di si-
curezza, ma che gli era stato risposto che i promoter organizzavano questo
evento da dieci anni ormai, e sapevano benissimo cosa stavano facendo. Dis-
se: “Nonostante avessimo provato a spiegargli che il pubblico di oggi è diver-
so da quello di dieci – ma anche di tre – anni fa, alla fine rimanemmo molto
delusi dalla loro decisione. Qualsiasi promoter che metta la testa sotto la sab-
bia e rifiuti di credere che il pubblico dei concerti è cambiato, sta chiedendo a
gran voce che succeda qualcosa di grave”.
Non è da Fred Durst lasciarsi scappare qualcosa di effettivamente sensato
nel mezzo della sua difesa già sentita e strasentita dei Limp Bizkit, del loro mo-
do assurdo di manipolare la folla e del conseguente marketing selvaggio che
sanno mettere in pratica. Però bisogna ammettere che il pubblico dei concer-
ti più duri, e anche tutto quello che accade nel pit, muta radicalmente e di con-
tinuo. Così come l’hip-hop e la violenza che vi è legata hanno subito
un’impennata durante gli anni d’oro del genere, la musica e le reazioni del pit
ad essa cambiano molto velocemente. I promoter di mezza età sparsi per il
mondo hanno già pagato un prezzo sin troppo salato per la loro convinzione
arrogante di sapere sempre come vanno le cose. Molto semplicemente, un fe-
stival che al giorno d’oggi proponga in scaletta i Limp Bizkit o i Korn o i Def-
tones assomiglia molto poco a uno di solo cinque anni fa che poteva ospitare
gente come i Red Hot Chili Peppers, i Beastie Boys o i Metallica. Nel periodo
immediatamente successivo alla tragedia, Vivian Lees, un co-promoter del Big
Day Out, proprio l’uomo che disse ai Limp Bizkit che sapeva benissimo ciò che
177
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 178

faceva, sembrò concordare sul fatto che evidentemente non aveva più il pol-
so delle nuove tendenze.
“Il comportamento della folla a questo tipo di concerti diventa sempre più
estremo e radicale”, disse. “Sta diventanto una cosa da prendere molto seria-
mente, e come padre questo mi preoccupa davvero molto”.
Mentre Durst innalzava le sue barriere verbali per difendersi, la famiglia e
gli amici di Jessica Michalik si radunavano in un giardino vicino al Concord Ho-
spital di Sydney, dove la ragazza era ricoverata in terapia intensiva. Un amico
di famiglia disse: “Speriamo in un miracolo”.
Ken West, fondatore e organizzatore del Big Day Out, disse che l’utilizzo di
transenne a forma di ‘T’ che dividessero in due l’audience consigliato dai Limp
Bizkit non era mai stato impiegato, o quantomeno testato, in Australia: “Per
noi sarebbe stata una sofferenza andare contro a quello che eravamo sicuri po-
tesse andare bene. Non è che possiamo metterci a provare una cosa nuova so-
lo perché qualcuno la vuole, rischieremmo di trovarci in una situazione ancora
peggiore”. Fu giustamente fatto notare che “Le misure di sicurezza proposte
dai Limp Bizkit erano molto impegnative, non sperimentate in precedenza, ed
implicavano cambiamenti radicali alle strutture esistenti e alle procedure già
studiate per il festival e approvate dalle autorità australiane per la sicurezza”.
Il Big Day Out inizialmente lodò i Limp Bizkit per la loro “Completa colla-
borazione in questo momento difficile, e per l’impegno profuso nella salva-
guardia dei propri fan”, ma in un comunicato successivo espresse “Sollievo per
la dipartita del gruppo”.
Dopo aver ricevuto la notizia della morte di Jessica Michalik, Fred Durst par-
lò con i suoi genitori e la band diffuse un nuovo comunicato: “Siamo distrut-
ti dalla notizia della morte di Jessica... la perdita della sua vita condizionerà per
sempre le nostre”.
Un ulteriore chiarimento venne poi postato sul sito dei Limp Bizkit: “Ce ne
siamo andati perché una ragazza è morta durante un nostro concerto per col-
pa di una security merdosa. Avevamo detto a quelli del Big Day Out di miglio-
rarla, ma ci hanno risposto di non rompere i coglioni”.
Durst intervenne come ospite allo show televisivo americano “Access Hol-
lywood” un mese dopo la morte della Michalik. Disse che i Limp Bizkit erano
stati colpevolizzati dal Big Day Out e dalla polizia del posto. Disse che la band
continuò a suonare dietro insistenza dei poliziotti, che avevano paura potesse
scatenarsi una rivolta se avessero interrotto lo show: “Ci siamo fermati nel mo-
mento in cui stavamo per iniziare il secondo pezzo. Siamo rimasti fermi per cin-
que minuti buoni. Vedevamo la gente cadere di fronte al palco”.
Proseguì parlando in maniera abbastanza brutale degli aspetti privati della
tragedia vissuta dalla famiglia Michalik: “Ai suoi parenti venne data la possi-
bilità di staccare la spina, perché lei non rinveniva e i danni subiti erano co-
munque molto gravi. Quindi fecero così”.
178
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 179

Disse che la famiglia Michalik era stata “Davvero comprensiva con noi”, e
poi anche che i genitori di Jessica “Erano davvero felici che quantomeno loro
figlia fosse morta mentre era insieme ai suoi amici a veder suonare il suo grup-
po preferito”.
Durante l’aprile del 2001 si diffuse la notizia che gli At The Drive-In si sa-
rebbero presi una vacanza infinita l’uno dall’altro. Un comunicato diffuso da
loro stessi parlava di “separazione a tempo indeterminato”. La pressione del
successo era stata eccessiva. Si diceva che a causare lo scioglimento fossero sta-
te le tournee interminabili ed i conflitti interni riguardo all’ammorbidire o me-
no il loro sound. Molta gente però fu concorde nel dire che un fattore
determinante fu rappresentato dalla depressione che avvolse la band dopo la
tragedia del Big Day Out. Ne furono profondamente scossi, tanto da cancella-
re tutti i tour che avevano già programmato e appunto dividersi poco più tar-
di.
Un mese dopo la morte di Jessica, i Limp Bizkit e la loro etichetta discogra-
fica Interscope lanciarono su internet un nuovo videogioco di moshing virtua-
le diretto ai loro fan. Il vincitore di “Mosh Master” era chi aveva meno cadaveri
quando il gioco finiva. Una delle regole principali era quella di ignorare le re-
gole: “Evita i babbei della security e sali sul palco, poi tuffati tra la folla per gua-
dagnare punti. Se colpisci il pavimento, perdi una vita”.

179
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 180

DEFTONES
MARZO 2001

Dopo la tragica morte avvenuta al Big Day Out, i gruppi maggiormente sot-
to i riflettori iniziarono a sentirsi assediati dal moshing. Dopo quella faccenda
dovevano stare ancora più attenti, in modo da evitare il marchio d’infamia che
ormai era già stato appiccicato ai Pearl Jam e ai Limp Bizkit.
Le reputazioni dei gruppi hardcore che vogliono puntare in alto e avere la
possibilità di poter suonare la musica estrema che veramente adorano saran-
no presto compromesse da quello che sta succedendo oggi nel pit. Questi
gruppi sono intrappolati da una combinazione letale tra la loro abilità di riem-
pire i locali ed il fatto che, indipendentemente da quanto condannino il mo-
shing dal palco, il macello continua e sembra anzi diventare sempre più
pericoloso man mano che passa il tempo.
I Deftones hanno sempre avuto la fama di essere una band che supporta il
moshing. Quando li incontrai durante il loro Back To School Tour stavano per
suonare il più grosso concerto da headliner che avessero mai fatto. Come sup-
porto c’erano i Linkin Park, che all’epoca stavano andando parecchio di mo-
da, ma che per il resto rimanevano un gruppo irrilevante.
L’unico problema che Chino Moreno, il frontman dei Deftones, aveva con
il buttarsi nel moshpit riguardava la gente che continuava a strappargli i vesti-
ti di dosso per fregarseli. Ad un concerto in Spagna nel 1999 riuscirono a ru-
bargli anche la cintura, e lui ebbe problemi a tener su i pantaloni per tutto il
resto dello show. “Io non andrei mai in mezzo al pubblico per fregare la roba
alla gente”, mi disse. “Posso capire che vogliano qualcosa di mio per ricordo,
ma cazzo, anch’io vorrei il reggiseno di Elizabeth Hurley, ma non mi sogno
nemmeno di andare a rubarglielo!”.
Dal canto loro i Linkin Park avevano ben più di una ragione per preoccuparsi
del crowd-surfing e delle pesanti ondate di calca sotto al palco che rovinava-
no i loro show. Proprio in quel periodo i mass media americani gli erano ad-
dosso per via di una storia di cronaca che legava il loro nome a quello
dell’ultimo omicida che si era ispirato al massacro alla Columbine High. E sic-
come erano una band molto più affine ai Backstreet Boys che ai Red Hot Chi-
li Peppers, questa per loro non era di certo una buona notizia. Suonarono un
concerto che ebbe un successo clamoroso tra le ragazzine nel pubblico, per cui
si sentivano strilli acuti in continuazione. Un capellone che stava vicino a me li
definì “insopportabilmente pessimi”. Durante il loro set quattro persone furo-
no estratte dal pit e allontanate su delle barelle. Una ragazza che conobbi lì mi
raccontò che era stata nelle prime file, e che quando tirarono fuori la sua mi-
180
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 181

gliore amica dal pit dovettero metterle un collarino ortopedico prima di portarla
via, perché aveva tutto il corpo scosso dalle convulsioni. Mi disse anche che in-
torno a lei c’erano parecchie persone che cadevano le une sopra le altre, e che
era stata una situazione spaventosa.
Dopo venti minuti di concerto i Deftones smisero di suonare, in modo che
Chino Moreno potesse gestire la situazione che si era creata nel pit. In termi-
ni di problemi con il pubblico il loro era un lavoro davvero difficile. Dal punto
di vista musicale avevano la responsabilità di non suonare un concerto troppo
movimentato e caciarone, che avrebbe potuto scatenare i presenti nel delirio.
Suonarono quindi un sacco di roba più lenta, senza mostrare quel folle impe-
to punk/hip-hop che era il marchio di fabbrica dei loro primi concerti. Davan-
ti ad una folla così numerosa, la furia caratteristica del loro assalto sonoro
avrebbe potuto essere un po’ troppo pericolosa.
Quattro canzoni dopo, Moreno fu costretto a fermare di nuovo tutto di-
cendo che la gente tra il pubblico stava mettendosi in guai seri. A quel punto
si mise a indicare dei piccoli gruppi di gente nel pit, dicendogli specificatamente
cosa dovevano fare: “Hey tu! Tu con la maglietta rossa. Si, proprio tu! C’è un
tizio con i capelli lunghi esattamente dietro di te, che ha bisogno di aiuto. Gi-
rati, basta che ti giri e lo vedrai subito. Tutti voi che state lì intorno, dategli una
mano”.
Un po’ più tardi Moreno interruppe tutto nuovamente. Stavolta fece anche
accendere le luci principali e camminò sino all’estremità del pit, dove passò
quella che sembrò un’eternità a liberare ragazzini che si erano incastrati l’uno
nell’altro. Alcuni di questi ragazzi stavano ad almeno 70 metri di distanza da
lui, ma questo non gli impediva di poter vedere quello che stava accadendo al
suo pubblico. A quel punto suggerì che tutti la smettessero di fare crowd-sur-
fing: “Dai ragazzi, il crowd-surfing è roba vecchia ormai. C’è gente che è an-
data avanti a farlo per anni. E poi quando vedo i filmati di quella storia successa
ai Pearl Jam penso che non voglio che quel tipo di stronzate accada anche ai
nostri concerti, quindi lasciamo perdere il crowd-surfing. Non ho più voglia di
vedere cazzate del genere. Pensate a qualcosa di nuovo da fare, quello è pro-
prio stupido e pericoloso”.
La settimana seguente una ragazzina di sedici anni scrisse una lettera alla
rivista Kerrang: “Siccome questo era uno dei miei primi concerti non sapevo
bene cosa aspettarmi, per cui ho deciso che sarei andata vicino al palco. Fui col-
ta di sorpresa dalla violenza del moshpit, e dopo quindici minuti passati a lot-
tare solo per stare in piedi mi ritrovai per terra. Nel giro di un secondo almeno
altre cinque persone mi atterrarono addosso, e cazzo se ero spaventata! In quel
momento però fu un sollievo pensare che in mezzo alla folla c’è anche qual-
cuno che si preoccupa”.
Proseguì ringraziando un ragazzo che le aveva dato una mano per uscire dal
pit, e ringraziò anche Moreno per aver cercato di risolvere quei casini.
181
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 182

Questo tipo di situazioni drammatiche, queste lotte tra la vita e la morte,


stanno diventando di routine nei grandi concerti rock sparsi per il mondo. Ma
ci sono pure situazioni altrettanto drammatiche, anche se più miti, che acca-
dono nei vari moshpit tutti i giorni della settimana. Sono senza dubbio i mo-
shers quelli che alla fine riusciranno a cambiare l’essenza di questa musica al
cui altare si prostrano adoranti.

182
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 183

TIRANDO LE SOMME

Perché il moshing è così affascinante? Perché quando prendi l’ultima boc-


cata di ossigeno e fai il tuo ingresso nel pit, per un solo breve istante ti senti
come se fossi il padrone dell’intero universo. È questo il fascino del moshing.
Qualche anno fa, a Dublino, stavo parlando di musica con due persone che
erano state parte attiva nella scena hard-rock venuta alla ribalta negli anni set-
tanta. Uno di loro aveva lavorato come pubblicitario per i Led Zeppelin, i Thin
Lizzy ed i T-Rex. L’altro invece aveva fatto il batterista in un gruppo rock che
aveva piazzato cinque album in classifica negli Stati Uniti, ed era andato in tour
con i Kinks, i Blue Oyster Cult e la J. Geils Band. Eroi dimenticati di guerre al-
trettanto dimenticate. Ma negli anni in cui questi tizi si vivevano il rock’n’roll,
con la musica e tutto quello che le girava intorno ci si divertiva davvero un ca-
sino. Tra sesso e droga, tutti e due ne avevano consumata una razione bella ab-
bondante. E questo non vuol dire che i signori in questione non fossero dei tipi
sofisticati o alla moda, tutt’altro. Il batterista proveniva da quell’ambiente di
poeti che faceva capo alla scena Beat di Liverpool, gente che declamava i pro-
pri versi suonando i bonghi. Il pubblicitario, un libertino di quelli fatti e finiti,
era invece il fratello del principale editore di poesie di tutta l’Irlanda.
Entrambi provenivano da una piccola cittadina irlandese, dove nei primi an-
ni sessanta erano cresciuti insieme. Mi parlarono del loro paesello e di quan-
do da ragazzi sentirono per la prima volta la musica di Elvis e di Chuck Berry
alla radio. Era tarda notte e avevano fumato un bel po’ d’erba. Tutti e due con-
cordavano nel dire che era stato l’ascolto di quel rock’n’roll così primitivo ad
avergli cambiato la vita per sempre. Ma un tizio presente alla conversazione,
e che all’epoca suonava in un gruppo che andava per la maggiore a Dublino,
non era d’accordo: sosteneva infatti che in realtà Elvis non ha cambiato la vi-
ta della gente più di quanto possa averlo fatto Bing Crosby quando era al mas-
simo della fama.
Mi ricordo che rimasi molto stupito dalla forte reazione emotiva che que-
sta affermazione provocò nei miei due compari, entrambi personaggi ben na-
vigati e sufficientemente cinici. Risposero che se non fosse stato per il
rock’n’roll, nessuno di loro due se ne sarebbe mai andato via dal paesello na-
tale per imbarcarsi in viaggi avventurosi verso posti lontanissimi come Dublino
o Londra. Insistevano nel dire che se la musica rock non gli avesse incendiato
l’anima a quel modo, sarebbero diventati dei signori nessuno senza la minima
ambizione. Concordavano sul fatto che grazie alla musica erano riusciti a fare
e a vedere cose incredibili. Quello che più mi colpì di tutto questo sfogo fu la
183
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 184

tanto inconscia quanto manifesta carenza di autostima mostrata dai due, al-
l’epoca figure piuttosto note e rispettate nel giro della musica rock. Se non fos-
se stato per questa forma d’arte che aveva conquistato tutta la loro
generazione, mi dicevano, nessuno di loro avrebbe mai contato nulla. Crede-
vano davvero che il rock avesse proprietà alchemiche, e che fosse in grado di
trasformare in potenziali dominatori dell’universo degli anonimi provinciali de-
stinati a lavori mediocri e salari mediocri. Ed è questa stessa mentalità – ov-
viamente in forma più blanda, così come ad essere più blando è il rock
contemporaneo – che si sviluppa e diffonde come un virus nei moshpit di og-
gi.
Questo concetto ha rovinato la vita di molti musicisti e di molti fan nel cor-
so degli ultimi 50 anni. Si sprigiona dal cuore pulsante di questa forma d’arte,
ovvero da chi la musica la fa. I grandi musicisti si trovano sempre fuori posto
quando hanno a che fare con la società reale, quella che alla fine gli permet-
te di sopravvivere. I musicisti tendono ad essere degli outsiders, personaggi a
loro modo ingenui ed isolati dal mondo, capaci di soffrire di grandi patemi
d’animo e al tempo stesso di avere una visione grandiosa ed originale sulle co-
se. La frustrazione che provano per via di queste emozioni così forti li porta ad
esprimere con impeto e veemenza ogni loro pensiero, creando così una pila in-
terminabile di idee, retorica, stronzate, disinformazione ed energie positive, tut-
te cose che vengono assorbite dai loro fan. Un assorbimento che può anche
cambiare la vita di chi ne rimane influenzato.
Nei tempi passati, le conseguenze che il rock ha avuto a livello sociale so-
no state in alcuni casi a dir poco devastanti. La controcultura sviluppatasi ne-
gli anni sessanta deve tutto alle teorie che in principio sono state declamate da
un ristretto e molto influente nucleo di rockstars. Con il passare del tempo, pe-
rò, il rock si è parecchio svalutato. Da una parte si è assistito al bizzarro spet-
tacolo del revival del pomp rock1, che è arrivato addirittura a fare da sfondo ai
raduni di demagoghi e agitatori di folle del calibro di Boris Yeltsin e Slobodan
Milosevich. Dall’altra c’era un’elite di musicisti, da sempre ai vertici del mondo
del rock, che si rifiutava di farsi elegantemente da parte nonostante la propria
anzianità. E di conseguenza era il rock stesso a sembrare ormai sempre più vec-
chio e fiacco. Per la prima volta in cinquant’anni, il rock iniziava a non piacere
più alla maggior parte dei tipi più svegli che c’erano in giro.
Questi, sino a non molto tempo fa, erano considerati sintomi di un declino
letale. E fu qui che entrò in gioco il moshing.

1
Il pomp rock , letteralmente “rock pomposo”, è un genere di hard-rock estremamente me-
lodico, caratterizzato da una notevole raffinatezza negli arrangiamenti e da produzioni curatis-
sime e patinate. È forse uno dei sottogeneri più commerciali e di facile presa radiofonica, grazie
alla massiccia presenza di tastiere e di cori accattivanti.

184
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 185

Quello che accadde nei primi anni novanta fu che la musica rock, messa co-
stantemente sotto pressione dall’emergere di realtà artisticamente valide co-
me l’hip-hop o culturalmente sovversive come la techno, alla fine si riorganizzò.
E come un esercito di guerriglieri che si danno alla macchia sulle colline, si rior-
ganizzò di fronte a un falò: il fuoco del moshpit.
Nei primi tempi erano solo piccoli gruppi di seguaci spinti dal fanatismo.
Emerse una musica nuova, capace ed efficiente, che coniugava la tensione
muscolare del punk con la mentalità altrettanto rigorosa dell’hip-hop. L’eli-
tarismo, che sin dagli albori era stato parte integrante della cultura rock,
venne accantonato in favore di uno spirito più democratico. Tutti questi
gruppi nuovi provenivano dalle strade, e volevano rimanerci legati. E il mo-
shing era uno dei modi con cui venivano mantenuti i contatti. Proprio men-
tre le major si affannavano a mettere sotto contratto qualsiasi strambo
gruppo indie-rock che avessero per le mani e che fosse in odore di succes-
so (Beck, Sonic Youth, Butthole Surfers), si sviluppò un’enorme scena musi-
cale indipendente. Questa nuova scena era sospinta dal pit, ed allo stesso
tempo lo alimentava.
Le aspettative nei confronti della musica non erano più così eccitanti come
prima. Se volevi cambiare la tua vita, tutto stava solamente a te. Non sarebbe
di certo stato qualcosa che avevi sentito in un disco a fare il lavoro al posto tuo.
Ed il primo passo verso questo cambiamento consisteva nel diventare parte at-
tiva del pit insieme ai tuoi coetanei.
Sin dall’inizio il moshpit ha rifiutato l’elitarismo e l’iconografia tipiche del
rock. Il pit stava letteralmente a uno sputo di distanza dal palco, e in special
modo nei concerti piccoli le cose potevano anche farsi particolarmente brutte
per le band. La storia del moshing è ricolma di episodi di vilipendio alle rock-
star, e di disprezzo per il loro lavoro. È piena di quelle intense discussioni tra ap-
passionati a proposito di musica e dischi, scambi vitali e alla base di ogni vera
innovazione. Il moshing ha quindi iniziato ad avere un’influenza straordinaria-
mente positiva sulla qualità della musica che viene prodotta. Penso sia giusto
dire che la musica rock americana, in ogni sua forma, abbia subito un ina-
spettato rinascimento rispetto ai giorni in cui un applauso caloroso era tutto
ciò che si chiedeva al proprio pubblico.
La crescente popolarità sia del moshing che dei gruppi a cui è maggior-
mente legato, ha anche sollevato due importanti questioni che coinvolgono
svariati aspetti della società. La prima riguarda le donne. C’è un nuovo tipo di
femminismo in giro, e sta prendendo piede tra quelle ragazze giovani ed in-
telligenti che rifiutano i luoghi comuni e le convenzioni della società borghe-
se, e allo stesso tempo mettono in discussione le posizioni anacronistiche del
femminismo radicale vecchia maniera. Questo modo tenace e spavaldo di vi-
vere la propria sessualità diventa palese ai concerti, quando le ragazze ridac-
chiano e imprecano per reagire all’anonimato sessuale tipico dei grandi
185
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 186

assembramenti. Gli stupri e le molestie che avvengono ai concerti – che però


sono un argomento a parte – dovrebbero comunque spingere la società a far-
si un esame di coscienza, guardandosi bene allo specchio al posto di puntare
il dito sui giovani e sul moshing.
L’altra questione ha a che fare con la violenza. Nel cuore della maggior par-
te della gioventù bianca si sta sviluppando in maniera molto forte una sempre
crescente ammirazione nei confronti del caos e del disordine. Molto probabil-
mente questo tipo di fascino in realtà è sempre esistito, ma le opportunità per
trasformare la teoria in pratica non sono mai state tanto a portata di mano. Ora
i pit vengono invasi da teste di legno annoiate in cerca di emozioni forti, che
non capiscono che quello non è il posto adatto per ciò che vogliono loro. Bi-
sognerebbe proibire il moshing perché troppo pericoloso? No. Bisognerebbe
regolamentarlo per renderlo più sicuro? Forse. Nel migliore dei mondi possibi-
li, questa potrebbe essere una soluzione. Ma rendere sicuro il moshing sareb-
be come raccogliere il mercurio con una forchetta. E ad ogni modo, la maggior
parte degli sforzi che si fanno per rendere il moshing più sicuro finiscono sem-
pre per limitarlo o reprimerlo piuttosto che migliorarlo. Come disse una volta
Lou Reed: “La musica è tutto. La gente dovrebbe morire per lei. Le persone
muoiono per qualsiasi cosa, quindi perché non per la musica?”.
Per uno come me, che se n’è appassionato al tempo della prima esplosio-
ne del punk, la musica è sempre stata un mezzo con cui veicolare i cambia-
menti. Nei primi anni novanta fui uno dei tanti che trasferì le proprie preferenze
sull’hip-hop, visto che mi sentivo molto più affine alla sua attitudine e spaval-
deria più di quanto lo fossi con i patetici rimasugli di quello che una volta era
stato il potente impero del rock. E come tutti rimasi shockato quando le fran-
ge più radicali ed iconoclaste del rock’n’roll americano reclamarono di nuovo
per sé le strade e le classifiche.
Come i miei amici di Dublino di cui parlavo prima, ho sempre pensato che
nella mia vita la musica rock abbia funzionato da catalizzatore, conducendo-
mi verso quei luoghi pericolosi da cui ero così attratto. Seguire questa musica
ha sempre avuto in sé un forte connotato adolescenziale. Ho visto uomini di-
stinti e rispettabili arrivare sul punto di incazzarsi a morte in discussioni su chi
fosse il gruppo migliore tra gli Who e gli Small Faces. L’hip-hop ha sostanzial-
mente migliorato la mia vita, e mi ero ormai convinto che il rock non avrebbe
mai più avuto la stessa presa su di me. Ma il rock è una vecchia pellaccia che
sa rimettersi in piedi molto bene, e nel momento stesso in cui ho scoperto il
mondo del moshing ci ero già dentro di nuovo sino al collo. Ho scoperto un
nuovo mondo di persone che, come me, vedevano nella musica un’ottima scu-
sa per evadere da quell’apatica ineluttabilità che ci viene sbattuta in faccia dal-
la vita di tutti i giorni.
Nel pit ho potuto toccare con mano cosa significhi avere una dedizione dav-
vero appassionata e romantica verso un genere musicale, e questo mi ha fat-
186
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 187

to tornare alla mente più di ogni altra cosa la scena Mod2 originale. Come nel-
l’attitudine Mod, anche qui c’è un’indole di narcisismo che quasi sconfina nel
sessuale, ed una sfumatura di violenza che fa sembrare tutto equivoco e am-
biguo. E in tutto questo mi trovavo perfettamente a mio agio, proprio nel mio
elemento. Ma cosa avevo trovato lì dentro che già non conoscessi prima?
Avevo scoperto che i moshers, a differenza delle altre ondate di ragazzini
che in passato erano stati coinvolti in scene e ambienti simili, avevano una vi-
sione molto lugubre e deprimente del futuro. Questa gente pensava che la vi-
ta fosse breve, noiosa e senza scopo. Il pit rappresentava una magia reale e
tangibile che durava forse un paio d’ore. Molti di loro provenivano da famiglie
composte da un singolo genitore, o da uno solo dei genitori naturali – solita-
mente il padre – ed una matrigna o un patrigno. Non facevano riferimento ad
una singola classe sociale, anche se molti di loro erano ragazzi del proletaria-
to e della piccola borghesia che trovavano nell’assenza di classismo del pit
un’occasione unica per mescolarsi socialmente. La maggioranza dei moshers
era ovviamente composta da ragazzi maschi, e molto spesso avevano pessimi
rapporti con i propri padri. Avevano una pessima opinione dei luoghi comuni
sulla mascolinità, e molti di loro pensavano che le donne fossero delle creatu-
re tutte particolari. Ce n’erano davvero parecchi che avevano una concezione
solo vagamente marginale di come funzionasse davvero la società civile, tan-
to che a volte mi preoccupavo seriamente di cosa sarebbe potuto essere di lo-
ro in futuro. Ma se l’argomento di discussione era la buona musica, allora ne
sapevano davvero tanto. E mi insegnarono molto, anche se il loro interesse per
tutto quanto fosse stato prodotto prima dei ’90 era pressoché inesistente.
Sebbene il moshing presenti svariati connotati di tipo comunitario, mi tro-
vo d’accordo con i moshers degni di questo nome, sia ragazzi che ragazze,
quando dicono che la maggioranza delle cose che impari nel pit alla fine ri-
guarda te stesso. È questa la vera forza del pit. Ed è qui che sta la sua impor-
tanza, nel portarti ad un livello di auto-analisi che per molto tempo il mondo
del rock non è stato più in grado di concepire. La prima volta che entrai nel mo-
shpit pensavo di essere un vero duro, uno grosso, Mr. Invincibile. Dopo non più
di dieci minuti ero già stato masticato e sputato fuori. Questo mi insegnò qual-
cosa su me stesso. La volta successiva ero già più preparato. Mi ero allenato un
po’, avevo l’attitudine giusta, e sul palco c’erano i Sepultura.
Da quella volta, grazie al moshing ho smontato e ricostruito me stesso. Mi
ha purificato il corpo e la mente. Quell’immenso, anonimo divertimento a cui

2
Sottocultura nata in Inghilterra nella prima metà degli anni ’60. Caratterizzata dall’interesse
verso tutto ciò che era nuovo e moderno, si concretizzava in una cura maniacale del look e del-
lo stile, curato fin nei minimi dettagli. I Mods divennero tristemente noti nel Regno Unito a cau-
sa delle continue e violentissime risse con i rivali Rockers.

187
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 188

partecipavo mi aveva dato una nuova carica. Quando si è nel pit si tende a pro-
vare solitudine, come se ci si trovasse per un po’ in una zona completamente
autonoma, e quel sentirsi soli anche se si è nel mezzo di una folla ci porta ad
essere più rilassati. Questo è un ottimo allenamento per chi vive nell’anonimo
paesaggio urbano che viene riflesso dalla musica rock. Penso che nel pit non
sia possibile farsi tanti nuovi amici, e questo perché, contrariamente a tutte le
chiacchiere su fratellanza e solidarietà, quella nel moshpit è una missione so-
litaria. Quando un gruppo di ragazzi entra insieme nel pit, solitamente si divi-
de per poi rivedersi fuori solo più tardi.
Il moshpit è senza dubbio l’ennesima espressione di quel desiderio tipica-
mente umano di voler fermare l’invecchiamento semplicemente premendo il
tasto “pausa”. Il moshing è un placebo per quella vita che nessuno di noi po-
trà mai avere – una vita immutabile che continua per sempre. Neil Busch dei
Trail Of Dead ha detto che il pit rappresenta simbolicamente i ragazzi che cer-
cano protezione all’interno di un loro proprio universo, ben consci del fatto che
al di fuori c’è un mondo che li mette sotto pressione per costringerli a cresce-
re, cosa che loro non vogliono assolutamente. Penso sia andato molto vicino
alla realtà. Sin dai tempi in cui il pubblico sradicava le poltroncine dei teatri du-
rante i concerti di Bill Haley, il rock’n’roll ha sempre rappresentato una sorta di
guscio protettivo per i giovani dai 14 ai 30 anni, quelli che urlavano al mondo
quanto fosse ingiusto che anche loro dovessero crescere e maturare come tut-
ti gli altri. Devastare i locali per concerti, sfidarne la security, rischiare le ossa e
la vita, sono tutte manifestazioni fortissime dell’indifferenza dei ragazzi verso
i valori ed il buon senso dei loro genitori.
Tutti i ragazzini che incontro nel pit parlano costantemente della loro pau-
ra di dover abbandonare il moshing una volta diventati adulti. Con loro posso
parlare di qualsiasi cosa che non sia la scuola, il lavoro, o le lezioni all’univer-
sità. Di quella merda ne sentono già abbastanza a casa e durante tutto il resto
della settimana. Per molti di loro il moshing equivale a celebrare un momento
della propria vita, ed il triste fatto che si tratta solo di un momento. Non im-
porta quanto possiamo sembrare strani, speciali, bizzarri, pieni di talento o fi-
sicamente ben messi quando siamo nel pit, sappiamo bene che un giorno per
noi tutto questo dovrà finire. Continuerà per altri, ma non ci sarà più posto per
noi. Le luci si accenderanno, e saremo di nuovo solamente dei tizi qualunque
in giro per le strade.
Quando arriverà il giorno in cui non ce la farai più a stare nel pit, allora ti
sputerà fuori e si scorderà di te. Ma per quelle due ore, nell’oscurità, sarai sta-
to senza alcun dubbio la persona che hai sempre desiderato essere.

188
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 189

RINGRAZIAMENTI

Ho parlato e avuto contatti con diverse persone durante i miei viaggi: Neil
Busch dei And They Will Know Us By The Trail Of Dead, Esquivel 666, Max Ca-
valera dei Soulfly, Frank Rynne di Finger/Islamic Diggers, Joey Jordison degli
Slipknot, Brian Barry dei One Minute Silence, Andreas Kisser dei Sepultura,
Myron/Matt Rea dei Workhorse Movement/The Dirty Americans, Ishay Berger
degli Useless ID, James Lister, Ill Nino.
Parte dell’idea per questo libro mi è venuta in occasione della conferenza
“Living In A Material World “ che ho tenuto presso la Coventry School of Art.
Peter Playdon e Andrew Beck mi hanno dato l’opportunità di scriverlo. Una
gran parte del libro è stata scritta al Chelsea Hotel di New York nel marzo del
2001, Stanley Bard e il suo staff mi hanno fornito l’atmosfera perfetta. Bren-
dan Maher del South Tipperary Arts Center mi ha fornito supporto tecnico.
Jason White è riuscito a mettere il mio nome su un numero assurdo di guest-
list. Sono estremamente grato a Helen Donlon, Peter Maybury, Ira Cohen, Ri-
cardo, Darius, Daniel Figgis, Olga Buckley, Marek Pytel, Michael Murphy, Fiona
Collett, Tavis Henry, Mindee Hutchinson, Jacopo Pandolfo, John Goulding, Neil
McCarthy, Bill Murphey di Axiom, Regina Weinreich, Mark Burman, Stanley
Booth, Matt Willis, Andrea e Sabine di IBD, Lorcan Collins, Kevin Brew, Elaine
Palmer, Jamie della Roadrunner New York, tutta la gente del Ljubljana Kino-
tech, Karl Stickley, Lydia Lunch, Chamber of Pop Culture, Gary e Jizza, i Do-
omsday Diablos, Gene Gregorits, Paranoid Visions, Goofy Sufi, Herbert
Huncke, Hamri, Markus Ohrlich della Bench Press.
Ho dato gli ultimi ritocchi a questo libro la domenica di Pasqua del 2001,
quando morì Joey Ramone. Quando ascoltai per la prima volta i Ramones alla
radio e comprai i loro singoli, cambiarono il mio modo di sentire la musica e le
mie idee sulla vita. E come la storia recente ha dimostrato, non sono stato
l’unico a cui è successo. Joey e i suoi fratelli hanno rappresentato tutto ciò di
cui parla questo libro. Adiòs amigo.

JOE AMBROSE
www.joeambrose.net

189
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 190

FONTI

www.altcult.com. Una guida attendibile alla cultura alternativa. Mi è stata utile.

www.crowdsafe.com. Il sito web della Crowd Management Strategies, un’or-


ganizzazione di Chicago diretta da Paul Wertheimer. Non concordo con le
loro prese di posizione contro i gruppi e contro il moshing, ma mi hanno for-
nito un sacco di informazioni su Roskilde e sui problemi nei festival e nelle
arene.

www.grandroyal.com. Mary Chen ha scritto un articolo intitolato Mosh; A


Pointless Etymology.

www.furious.com. Jason Gross ha intervistato Ron Asheton.

www.moshersaregay.com. Un esilarante punto di vista parodistico sul moshing.

Rolling Stone ha condotto un’ottima inchiesta sui fatti di Roskilde, spiegando


nel dettaglio cosa accadde.

Kerrang mi ha fornito parecchie informazioni sui One Minute Silence.

Non ho incluso una discografia di riferimento perché la musica registrata in stu-


dio è un’altra cosa rispetto alle performance dal vivo. Ad ogni modo la mag-
gior parte dei dischi prodotti da Ross Robinson e Rick Rubin riesce a
catturare il brivido della musica live.

Alcuni dei primi video della rivista Flipside mostrano il moshing nella sua for-
ma più grezza e pura.

Maximum Rock’N’Roll, che non ha mai smesso di monitorare il punk più un-
derground.

190
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 191

INDICE

Moshing. Un’introduzione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Pag. 5

The garden of serenity . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 10


White Riot. Woodstock ‘99 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 15
Mashing Down Babylon. Una storia del moshing . . . . . . . . . . . » 24
Mischiarsi alla folla. Hole – Brixton Academy, 1999 . . . . . . . . . » 43
I contabili del punk. Vandals e Ataris – Slovenia, 2000 . . . . . . . » 50
Sheer heart attack. I musicisti ed il moshing . . . . . . . . . . . . . . . » 58
I buttafuori . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 66
Ingresso consentito agli indesiderati . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 71
Sopravvivere nel pit . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 73
Teenage rampage. Adolescenti scatenati . . . . . . . . . . . . . . . . . » 81
Un minuto di silenzio. One minute silence . . . . . . . . . . . . . . . . » 89
Calm like a bomb. Rage against the machine . . . . . . . . . . . . . » 97
Mate feed kill repeat. Slipknot . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 102
We can be heroes. Berlino, 2000 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 111
Un buco nero tra la folla. Roskilde ‘99 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 117
I briganti del moshpit . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 128
Sepultura / Soulfly . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 138
Porno hardcore. Il sesso nel pit . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 147
I figli illegittimi di JFK. Dropkick Murphys . . . . . . . . . . . . . . . . . » 152
Doomsday diablos. La faccia nascosta dell’hardcore . . . . . . . . . » 159
Marketing selvaggio. I Limp Bizkit e il big day out . . . . . . . . . . » 170
Deftones. Marzo 2001 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 180
Tirando le somme . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 183

Ringraziamenti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 189
Fonti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 190

191
MOSHPIT:Tsunami Ed. 7-08-2008 17:23 Pagina 192