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III

Cap. 1

A Aix, attorno al Parlamento, vivevano persone che coltivavano l’intelletto, il bel parlare,
il bello stile. Nicolas Peiresc, consigliere, collezionista di antichità, di monete e di dipinti.
Julien Du Périer, parente prossimo del poeta François Du Périer, amico di Malherbe. Lo stesso
Malherbe, marito della figlia di un presidente del Parlamento. Jean de Coriolis, suo cognato,
quarto presidente della corte. Raymond Maynier d’Oppède, consigliere. Jean-Baptiste Chaine,
consigliere. Passavano a volte per le strade della città in toga rossa, mantello e tocco. Li si
riconosceva da lontano. I giorni di festa apparivano sui palchi, sotto baldacchini dorati. Ma il
più delle volte restavano a casa, ricevendosi l’un l’altro nei loro saloni, mostrandosi le loro
medaglie e le loro stampe, nel tepore dei loro studi, comunicandosi sottovoce generiche
informazioni nell’ombra delle loro anticamere. Avevano creato una fitta rete di interessi e
vigilanza, parlavano elegantemente la lingua dell’urbanità e della cultura. Il più celebre tra
questi parlamentari era il presidente stesso dell’alta assemblea, Guillaume Du Vair, stoico e
anima bella, raffinato oratore, che dopo aver sostenuto la Lega si era fermamente schierato
dalla parte di Enrico IV, e scriveva ora sulla pace e il rigore morale, traducendo Epitteto,
Demostene e Cicerone.

Ed è da lui che Michaëlis si recò, per primo. Si conoscevano. Si comprendevano. Li


accomunava l’aver goduto della protezione di Enrico IV e la diffidenza nei confronti dei
“marsigliesi”. D’altronde Du Vair aveva sentito molto parlare del caso del beneficiario delle
Accoules e di Madeleine de Demandolx de la Palud, e desiderava esserne informato. Michaëlis
andò dritto ai fatti. Raccontò quel che era avvenuto alla Sainte-Baume, per dodici settimane.
Produceva prove irrefutabili della possessione di Madeleine (Du Vair pensò subito con
dispiacere a Du Périer che aveva legami di parentela con i Demandolx: un consigliere
imparentato con la famiglia di una “posseduta”!). Tirò fuori il suo enorme registro, fascicoli,
documenti, appunti. Li sfogliò davanti al presidente, scegliendo i fatti più recenti, più eloquenti.
Madeleine aveva sputato dalla bocca una palla viscosa, appiccicosa. Nel capo e nel ventre era
piena di rane. Aveva un rospo in gola. Così forte era in lei la presenza del Diavolo, così intensa,
che non sopportava gli esorcismi: ogni volta, veniva meno o si rotolava per terra, preda di
convulsioni. E, cosa particolarmente sospetta, si esprimeva sempre in francese o in provenzale,
mai in latino, ed è risaputo che il Diavolo, quando parla attraverso il corpo di una donna, non si
esprime mai in latino. Tutta una serie di prove concordanti. Guillaume Du Vair trasecolava, la
fronte inondata di sudore. Si era fatto portare dal cameriere un’altra candela e, dal fondo della
grande poltrona di velluto, avvicinava, con dita tremanti, la tremula fiamma al registro; ne
esaminava ogni rigo, scoprendo di pagina in pagina rivelazioni sempre più spaventose.
Michaëlis, dal canto suo, aveva cura di guidarlo nella lettura, facendogli notare che, nonostante
tutto, da quei fascicoli non spirava soltanto orrore, che essi recavano anche “fatti e detti
pulcherrimi, rari e inauditi, conformi alle Sacre Scritture sui demoni e sui buoni angeli ad essi
avversi”. Poco tempo dopo, Du Vair alzò il capo, lo sguardo interrogativo. Voleva conoscere la
causa, la ragione di tali abominazioni. Michaëlis rispose semplicemente: “L’incantamento di
Loys Gaufridy, prence dei maghi, il quale tiene per sua dimora Marsiglia”.

Due giorni dopo, il presidente decideva di prendere in mano il caso. Le occasioni di


sottolineare la preminenza della giustizia laica su quella religiosa erano piuttosto rare. Non
poteva sprecare quella che gli si offriva, tanto più che era proprio a lui che si erano rivolti. Fece
sapere che, innanzi tutto, era indispensabile che vedesse con i suoi propri occhi le due
possedute, e in particolare Madeleine. Domandò che gli venisse presentata il più presto
possibile. L’incontro ebbe luogo nel palazzo arcivescovile, alla presenza di tre vicari, in un
gabinetto privato che fungeva da sala di segreteria, dove pesanti parati soffocavano ogni
rumore. Madeleine era accompagnata da Catherine de Gaumer. Smagrita, ma, per l’occasione,

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ben ordinata, ben acconciata, l’abbigliamento curato, aveva l’aria docile di una scolaretta.
Poiché cominciava ad abbassare lo sguardo incrociando le mani sul busto, Guillaume Du Vair
le disse che non doveva temere di guardarlo in faccia e di esporgli “la verità del fatto dal
cominciamento alla sua conclusione”. Poteva aver fiducia, non l’avrebbe “punita”.
E Madeleine, ancora una volta, racconta. La seduzione, il mago, il sabba... Du Vair sta
con le orecchie tese, passa dallo stupore alla “maraviglia” (il vocabolario dell’epoca fa la spola,
con disinvoltura, da meraviglia ad orrore, che possono sovrapporsi ed anche confondersi).
Mentre la giovane parla, nota che, a volte, i suoi occhi “roteano” in modo strano, stralunati (è il
Diavolo che la strangola, la soffoca, probabilmente per costringerla al silenzio, curioso Diavolo,
ora chiacchierone impenitente, ora nemico della parola!). Non è del tutto tranquillo, ma si sente
in dovere di ascoltarla fino in fondo. Quando Madeleine ha terminato, dichiara che non soltanto
i suoi propositi sono spaventosi, ma che non vi è alcun dubbio, osservandola, che sia posseduta.
Tuttavia, esiste un mezzo semplicissimo per averne la prova. Madeleine ha forse uno di quei
bolli che attestano la presenza del Diavolo? Sì, risponde sollecita la ragazza, ne ha per
l’appunto uno sotto la pianta del piede destro. Lo mostrerà subito. Perfetto. Le viene tolta la
scarpa. La si fa sedere su una poltrona. Con infinite precauzioni Catherine de Gaumer le sfila la
calza. Ma Madeleine è più rapida, l’aiuta a svolgere il sottile tessuto, sembra aver fretta di
mostrare il suo marchio. Distende la gamba, appoggiandola sul ginocchio di Catherine. Uno dei
vicari si avvicina, inforca gli occhiali, osserva. Guillaume Du Vair si china a sua volta, prende
delicatamente tra le mani il polpaccio di Madeleine, passa le dita sulla caviglia, il collo del
piede, come per presentare meglio la pianta al suo esame, poi, d’un gesto vivo, estrae dal
risvolto del suo farsetto una sorta di stiletto, di punteruolo, senza dubbio una lesina per forare il
cuoio, e d’un sol colpo punge la piccola macchia scura che crede aver individuato. Madeleine
lancia un urlo e ritira rapidamente il piede. Molto interessante. Stupore. Meraviglia. Non vi è
stata la minima goccia di sangue. Come se lo stiletto avesse attraversato “della cartapecora
forata”. Du Vair si rialza, imporporato in viso per essersi abbassato, grave, ma raggiante.
Nessun dubbio. La prova è riuscita. Le persone presenti nel gabinetto sono stupefatte,
sconvolte. È in quel preciso momento che Michaëlis, ritardato da uno dei suoi sermoni
quaresimali, arriva, entra nella stanza. Viene informato dell’avvenuto accertamento. Non vi è
motivo che ne sia stupito. Ma Du Vair insiste per proseguire l’esame seduta stante. Ha
l’abitudine a questo genere di prove. Dieci anni or sono ha avuto a che fare con un prete
sodomita particolarmente ostinato, ha durato fatica a venire a capo della sua resistenza e a farlo
condannare: è da allora che sa di quali astuzie sia capace il Diavolo e come si manifesti.
Potrebbe far la lezione a parecchi, a questo proposito. Chiede che Madeleine si metta dritta e
prende a palparle la testa e il collo. Agisce con delicatezza, il gesto è esperto come quello d’un
medico, come se cercasse dei gangli, e in capo a qualche minuto scopre senza esitazione la
presenza di Belzebù al di sopra della fronte e quella di Leviatano sotto la nuca. Sono proprio lì,
li si sente sgusciare sotto le dita. Infatti è chiaro che alla palpazione si muovono, si agitano. Il
presidente invita Michaëlis ad imitarlo: se ne renderà conto personalmente. Anche i vicari
palpeggiano. Non c’è alcun dubbio. Madeleine, felice nel sentir confermate le sue sventure,
annuisce dolcemente col capo. Du Vair conclude che è urgente ricorrere ai medici e ai
chirurghi, che procederanno ad accertamenti più scientifici. Ma, poiché è bene non lasciar
dormire l’istruttoria criminale, nomina un commissario, maître Séguiran, consigliere del re,
affinché proceda ad un’indagine definitiva “sull’imputazione di ratto, seduzione, empietà,
magia, stregoneria ed altre abominazioni, mossa contro Loys Gaufridy”. Viene designato un
giudice, Antoine Thoron, per interrogare Madeleine.

Medici non ne mancavano, a Aix. Ma il più rinomato era pur sempre Mérindol, che aveva
già avuto modo di occuparsi di Madeleine all’epoca dei suoi primi disturbi. Era molto amico di
Guillaume Du Vair, che l’aveva fatto nominare medico ordinario del re. Jacques Fontaine, suo
collega, godeva di minor prestigio, ma gli era stata pubblicamente offerta la seconda cattedra
della Facoltà di medicina, e la sua autorità si affermava di giorno in giorno. Vi erano anche
Grassi e Bontemps, il primo eminente fisiologo, il secondo chirurgo e esperto anatomista di
chiara fama. Tutti cominciavano a smaniare intorno a questo caso, di cui avevano sentito

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magnificare le prodigiose implicazioni mediche. Tanto più che, a Aix, la medicina attraversava
una seria crisi. Da qualche anno la popolazione manifestava un’inquietante infatuazione nei
confronti di un certo Nicolas Colingo, che si faceva pomposamente chiamare Nicolas de
Castelmont e praticava l’arte spagirica. Gli adepti di questa scienza erano diventati di moda un
po’ dappertutto; la loro medicina si fondava sull’analisi e sulla ricomposizione dei corpi e delle
sostanze, in breve sulla chimica, ed è molto probabile avessero avuto il merito, al momento
giusto, di presentire alcune efficaci terapie chimiche. Ma la medicina ufficiale non li vedeva di
buon occhio. Colingo aveva inoltre un’aria da ciarlatano e da parvenu fatta apposta per
indisporre. Andava in carrozza, portava abiti eleganti, beveva buoni vini e, grazie ai proventi
dell’enorme clientela che si era costituito, aveva accumulato un’autentica fortuna. Mérindol e
Fontaine andavano spesso a piedi e portavano a volte abiti lisi. Ripetevano che Colingo era un
pericoloso impostore, che bisognava arrestarlo, rinchiuderlo in prigione, e, tentando un motto
arguto, dichiaravano non avesse detto la verità che una sola volta in vita sua, il giorno in cui
aveva pronunciato le parole del saggio: unum scio quod nihil scio. Ma capitava che le sentenze
latine lasciassero il posto a ingiurie delle più triviali che il corpo medico ufficiale e Colingo si
scambiavano per le strade e sulle piazze della città, sotto gli occhi sbalorditi dei passanti. In
questa circostanza, appariva necessario infondere salute alla buona medicina con ogni mezzo, al
bisogno con qualche colpo clamoroso. L’affaire poteva presentarne l’occasione. Bisognava
mostrare di essere all’altezza delle responsabilità.

Mérindol è primo ad essere convocato. Arriva al cospetto di Madeleine, fatta uscire


ancora una volta dalla sua cella. La testa calva, il viso magro e allungato che emerge dalla
gorgiera a tre pieghe, baffi e barba finemente scolpita (che lo fa vagamente rassomigliare a
Ambroise Paré), appare deciso a non farsi raccontar storie. Non le rivolge quasi nessuna
domanda. Si limita ad indagare, esaminare, osservare, facendo qualche osservazione anodina
con la sua voce dolce, affabile, un po’ fievole. Di tanto in tanto scambia qualche breve
proposito con lo speziale che lo accompagna. Dichiara che è necessario un consulto con i suoi
colleghi. Jacques Fontaine, alcuni giorni dopo, procede allo stesso esame. Ma ha creduto astuto
travestirsi da curato di campagna, per evitare che Madeleine stia sulla difensiva e sventare ogni
possibile simulazione. Ma la ragazza, che conosce bene il suo viso, elude l’inganno e gli grida:
“Se tu sei un prete, togli la stola e mostrami la tonsura”, aggiungendo, con non poca
irriverenza: “Tu sei di quelli che li guarisci quando puoi e li lasci quando non puoi!” (frasi
riportate nella Histoire admirable). Fontaine, offeso, desiste.

La miglior cosa era che la medicina facesse fronte comune. Gli illustri dottori si risolsero
ad agire di concerto. Venne fissata una seduta per il 26 e il 27 febbraio, al fine di procedere ad
un esame approfondito. Si decise, per dare solennità all’evento, che avrebbe avuto luogo
all’arcivescovato. Il mattino del 26, Mérindol, Grassi, Fontaine e uno dei suoi assistenti, il
dottor Yveton, si presentarono a palazzo, parati nei loro abiti neri, il chirurgo Bontemps nel suo
camicione di tela. Li accompagnavano i loro aiutanti ed ausiliari: barbieri, assistenti chirurghi,
pungitori, la cui specialità consisteva nel sondare il corpo con degli spilloni, alla ricerca dei
bolli demoniaci. Era presente anche un esorcista, per intimare al Diavolo di manifestarsi.
Madeleine fu messa in ginocchio e cominciarono col palparle minuziosamente il capo, il collo e
le spalle. I medici si alternavano in questo compito delicato. Ancora una volta, Belzebù venne
individuato accanto alla nuca. Il suo manifestarsi consisteva in “un movimento e agitazione e
un ribollire impetuoso sotto la mano sinistra”. Ci si limitò a questo, il seguito della seduta fu
dedicato agli scambi d’opinioni e alla preparazione dell’esame del giorno seguente, di carattere
più prettamente medico. Ebbe luogo il pomeriggio del 27. In ragione dell’interesse dello
spettacolo, erano stati invitati ad assistervi alcuni privilegiati: i consiglieri Flotte, Thomassin e
d’Eynac, lo stesso Peiresc, il cui umanesimo non disdegnava le rivelazioni della chirurgia e
dell’anatomia applicata.
Nel mezzo del cerchio degli osservatori, venne piazzato da un aiutante uno sgabello, sul
quale Madeleine fu pregata di posare il piede destro. Si procedette all’esame, poi un chirurgo
sollevò il piede e, con uno stiletto, punse sotto la pianta, nel punto in cui si trovava il marchio.

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Madeleine non si mosse neppure, dando l’impressione di non sentir nulla. Questa volta
bisognava andare oltre. Viene completamente spogliata: due religiose, delegate da Catherine de
Gaumer, l’aiutano a ritirare la veste, la camicia, le bande che le avvolgono il seno e la vita.
Appare, pallida, indebolita, ma bella, nella sua nudità infreddolita, nel mezzo di questa sala mal
riscaldata dall’alto soffitto a volta, coprendosi il ventre, maldestra, con una pezza di tela grigia
che regge in una mano, tentando di nascondere i seni con l’altra. Mérindol, che ha l’occhio
medico, fa osservare subito che un altro marchio demoniaco è facilmente reperibile “sotto il
capezzolo sinistro” (un neo, forse, un’efelide?) e che bisogna esplorarlo. Il chirurgo si fa avanti,
solleva leggermente il seno, il pungitore si avvicina, conficca l’ago. Madeleine ha un leggero
sussulto, chiude gli occhi un istante, ma non sembra provare alcun serio dolore. Nessuna goccia
di sangue. Fontaine prende allora la parola per dire che, secondo le osservazioni che gli è stato
dato fare, bisogna ora procedere ad un sondaggio sul dorso di Madeleine, dove vi è
probabilmente qualcosa di sospetto “sopra la spina dorsale, all’incirca la quarta o quinta costola
del petto”. Viene dunque voltata. Si abbandona, si lascia manipolare da tutte quelle dita che le
corrono sulla pelle, vergognosa, la testa bassa. Nella paura ha lasciato scivolare la tela grigia, e
il suo piccolo pube nero appare per un istante. Viene orientata il meglio possibile. I notabili, i
consiglieri, i dottori restringono il cerchio per vedere meglio, non perdere nulla della
“maraviglia”. Il chirurgo tende la pelle tra due dita per presentare una porzione di pelle delle
dimensioni di un soldo, vicino alla colonna vertebrale. Il pungitore affonda l’ago, per due o tre
buoni centimetri, lo lascia un momento nella carne, lo ritira con un gesto rapido e lo asciuga
con il panno bianco che gli porge uno dei suoi aiutanti. Non la più piccola traccia di sangue.
Madeleine ha appena reagito. Numerose scrollate di capo di approvazione esprimono una
convinzione che sta sempre più affermandosi. Mérindol fa allora notare che, a suo avviso,
bisogna tentare una nuova esperienza, più in giù, in una regione del corpo più segreta, più
celata alla vista, ma dove pensa esista sicuramente un marchio diabolico, poiché si tratta di
zona dove il Diavolo trova posto per definizione: si riferisce alla regione dell’ano, certamente
difficile da raggiungere, ma che bisogna guardarsi bene dal lasciare inesplorata, se si vogliono
sventare le astuzie del Maligno. Madeleine viene dunque voltata ancora una volta, la si invita a
chinarsi in avanti. Bontemps comincia ad allargarle le natiche con le due mani, mentre il
barbiere prepara lo spillone. Ma è allora che il dottor Yveton si interpone ed esprime il suo
disaccordo: non soltanto l’operazione gli sembra impudica ed umiliante, ma anche, a suo
avviso, pericolosa. Gli viene risposto su un tono imperioso che se intende farsi complice del
Demonio, è meglio lo dica chiaramente. Ne segue una polemica agrodolce, nel corso della
quale gli eminenti rappresentanti della medicina alzano un po’ i toni. Yveton tiene duro e
implora Jacques Fontaine, il suo maestro, in nome del sapere medico di alto valore che gli ha
dispensato, di impedire una tale ignominia. Fontaine sembra turbato, cerca cautamente di
addurre qualche argomento scientifico. Gli altri replicano con veemenza, accusano Yveton di
condiscendere alla magia, alla stregoneria, lasciano intendere che del suo comportamento
potrebbero essere informati il Parlamento e la Chiesa (e questo in presenza di diversi
consiglieri), che rischia di incorrere in seri problemi, tra cui il minimo sarebbe probabilmente la
rovina della sua carriera. Yveton non cede, dichiara anche, senza mezzi termini, che tutte quelle
punture gli sembrano del tutto inutili, che possono esistere zone della pelle perfettamente
insensibili, che si stanno infliggendo a Madeleine inutili sofferenze supplementari. E, in un
moto di compassione, vedendola che rabbrividisce, il capo chino, prende la sua camicia,
rimasta su una sedia, e le copre le reni.

Questa volta la misura è colma. Si preferisce ignorare decisamente Yveton (lo stesso
Fontaine si discosta da lui) e continuare come se non ci fosse. Ma si rinuncia alle parti intime.
Si risale verso le parti nobili. Il capo, il collo, per i quali i demoni hanno la stessa predilezione.
Madeleine è punta sotto la nuca e “nella regione anteriore del craneo, circa due dita sotto la
fronte”. Per procedere all’operazione, trattandosi di una parte ossea, il barbiere ha sostituto
all’ago una sorta di lancetta. La conficca un po’al di sotto dei capelli. Madeleine lancia un grido
e sgorga una perla di sangue. Immediatamente nasce una discussione confusa, grandi sono lo
stupore e la delusione. Grassi interviene allora per affermare che non bisogna lasciarsi

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ingannare dalle astuzie del Diavolo e che una delle sue malizie favorite è di far scorre sangue là
dove non dovrebbe scorrere, di rendere provvisoriamente sensibile un marchio che dovrebbe
normalmente essere insensibile. Qui è il caso di soffermarsi un istante su un tipo di
ragionamento paradossale profondamente radicato nelle coscienze dell’epoca – la cui frequenza
sorprende, sia nei dibattimenti dell’Inquisizione che in quelli della giustizia laica o nelle
controversie mediche – che consiste nel dire che se una manifestazione del Diavolo non
avviene conformemente a certe previsioni, è, per l’appunto, perché il Maligno possiede, tra i
suoi numerosi poteri, anche quello di mascherarla, per imbrogliare le carte. Argomento che
torna quasi infallibilmente a vantaggio di chi se ne serve. Un contadino di un borgo del
Nivernese, ad esempio, è un giorno accusato di aver mandato nottetempo la moglie al sabba.
Alle due di notte lo si vuole cogliere sul fatto, ma l’uomo fa constatare che la sua consorte è
coricata accanto a lui, nel suo letto. Il magistrato che conduce l’inchiesta ha un attimo di
perplessità, ma decide immantinente che non vi è per il Diavolo difficoltà alcuna nel collocare
nel letto la forma e l’apparenza della detta Margot, mentre lei, in realtà, si sollazza lietamente
nei boschi con le altre streghe. Il contadino è arrestato, interrogato, bruciato. Una persona
posseduta dovrebbe normalmente parlare in latino: se non lo fa, è che il Diavolo vi ha
rinunciato deliberatamente e finge di parlare in francese. Una strega straziata dalla tortura non
ha nulla da confessare: è che il Diavolo l’ha resa insensibile al dolore e, per di più, l’ha
opportunamente privata della memoria. Robert Mandrou, nella sua opera Magistrats et Sorciers
en France au XVIIe siècle, ha giustamente chiamato «deduzione tautologica» queste forme di
ragionamento al tempo stesso ingenue e perverse: è chiaro come esse aprano la strada a tutte le
procedure inquisitorie nelle quali è ammesso che la prova (e dunque la confessione che ne
consegue) debba necessariamente esistere prima ancora di essere costituita.

Segue una nuova polemica tra i medici, assai vivace. Il tono è meno violento che nel
primo scontro, ma è comunque abbastanza veemente da far sì che Madeleine, senza dubbio
scossa da tutto quel rumore intorno a lei, sottoposta a troppe insopportabili prove, spaventata
forse dalla goccia di sangue che le scorre sul sopracciglio, cada improvvisamente a terra ed
entri in convulsioni. Tutti si tirano indietro, in preda ad autentica paura, animati da un riflesso
di ripugnanza che li fa arretrare di due o tre passi, come se fosse primordiale evitare la
prossimità del Demonio o il pericolo di riceverne qualche brutto colpo, qualche scalciata. I
consiglieri del Parlamento, in particolare, si tengono vicini alle porte e ai tendaggi,
considerando che, non essendo specialisti, non hanno da spartire i rischi dei medici e dei
chirurghi esponendosi come loro. Sotto i loro occhi Madeleine, nuda, si torce, la schiuma alla
bocca, gli occhi bianchi, il corpo arcuato, teso in un seguito di sussulti impudichi. Con un
calcio, ha rovesciato una sedia dove il barbiere ha posato il bacino e la lancetta. Tutti si
allontanano ulteriormente. Tranne Yveton, che rimane immobile. Osserva, un’espressione quasi
di patimento sul volto ansioso, contratto. Passata la crisi, mentre gli altri non smettono di fare
segni di croce e di umettarsi il sudore sulla fronte, si rivolge alle religiose esitanti, e chiede loro
di coprire Madeleine e di aiutarla ad alzarsi. Mérindol afferma che se era necessaria un’altra
prova tangibile della possessione, la si è avuta. Yveton gli si avvicina, lo guarda fisso negli
occhi e, con voce calma, scandendo bene ogni parola, dice: “Bene è ragionevole pensare che
quelli che sì arditamente sproloquiano di possessione ignorino quale è il potere sui corpi di un
adusto e melencolico umore, o la malignità di un seme infetto, ritenuto in modo che non vi sia
via d’uscita alcuna.”
Una tale insolenza appare intollerabile. Ci si scambiano degli sguardi, ci si chiede se non
sia giunto il momento di espellere Yveton senza più tergiversare, in ogni caso di togliergli il
diritto di esercitare o, ancor di più, la parola. Ma questi sembra deciso a tener duro: il suo
sguardo è traversato da una luce bruciante di sdegno. Fontaine, tentando di ricondurlo alla
ragione, gli domanda a cosa abbia voluto alludere: si sarebbe azzardato a parlare dell’intimità di
Madeleine, della sua verginità? Che sa lui di queste cose? Cosa pretende affermare? Yvetot
risponde che i suoi propositi sono stati sufficientemente chiari, che non ha nulla da aggiungere,
che non gli resta che ritirarsi. Il dottor Grassi propone allora di prenderlo in parola e di
dimostrare seduta stante quanto la verginità di Madeleine sia cosa incerta. Ribatte che ciò gli è

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indifferente, che non ha mai preteso il contrario e che gli si vuol far dire quello che non ha
detto. Grassi insiste, affermando che in ogni caso quest’esame si impone, poiché è necessario
sapere se vi sia stato commercio carnale tra lei e Gaufridy. I medici si consultano e si accordano
sul fatto che questa ricerca sia almeno altrettanto importante di quella dei marchi diabolici. Si
procede dunque ad una più intima esplorazione, che ha luogo sotto l’assistenza del chirurgo
Bontemps e di una delle religiose, in un angolo un po’ appartato della stanza, su un letto basso
coperto da una trapunta granata sul quale Madeleine, quasi inanimata, d’un pallore cereo, è
stata trasportata. I signori medici constatano che è stata deflorata (rapporto detto della
“visitazione” di Madeleine de Demandolx, negli atti del processo).

La procedura di ricerca del marchio del Diavolo – il sigillum diaboli – è così frequente,
generale, sistematica negli affari di stregoneria dell’epoca, che vale la pena prenderne in
considerazione il significato. La presenza di quel segno, di quei bolli è il corollario del patto
firmato col Demonio: più esattamente ne è la manifestazione concreta, tangibile, individuabile.
È l’inverso del marchio del battesimo, dell’unzione col sacro crisma battesimale. Questo
marchio invertito attesta lo stato di schiavitù satanica, di dipendenza al quale si è sottomesso
colui che si è legato al Diavolo. Per definizione indelebile, è lo stigma che non si cancella.
Appare quindi di estrema importanza nelle inchieste tendenti ad accertare la colpevolezza di chi
è sceso ai patti col Maligno: è il dato medico e poliziesco per eccellenza (e, di fatti, la sua
ricerca ha curiosamente le apparenze di un’investigazione di medicina legale) che potrà fornire
prove materialmente verificabili, dunque irrefutabili, là dove dichiarazioni, testimonianze,
riconoscimenti di colpe, confessioni hanno già fatto la loro parte.
È comprensibile dunque che venga ricercato con un tale ostinato accanimento. Tanto più
che è già decretato in anticipo che verrà trovato ad ogni costo. Essendo la sua caratteristica
essenziale quella d’essere indolore, basterà pungere il corpo in ogni sua parte finché non lo si
trova (non li si trova, poiché è raro che ve ne sia uno solo, anche se ciò non è del tutto da
escludere). Cosa che giustifica, in previsione delle necessarie esplorazioni, quel dispositivo
chirurgico che prevede la presenza di barbieri, “pungitori”, “sondatori”. I bolli sono supposti
essere di una profondità di circa due, tre o anche quattro dita, perfettamente insensibili; non
provocano, alla puntura di un ago, di uno stiletto o d’una lesina, alcuna effusione di sangue o di
siero, né alcun dolore. In ragione dell’esiguità della loro superficie, la ricerca è inevitabilmente
paziente e difficile. Se non esistono indizi visibili, non si esita a spingere la barbarie fino a
trafiggere metodicamente ogni minima parcella di pelle. Un gran numero di donne e uomini
sono stati bucati, perforati in questo modo, minuziosamente, anche nelle zone più intime delle
loro carni, nelle mucose più segrete. Poiché era essenziale che il corpo, in un modo o nell’altro,
“parlasse”, era pratica comune ricorrere a forme d’intervento che evitassero ogni esito negativo:
per esempio all’uso di stiletti truccati, a lama retrattile, o ad aghi che si potessero dissimulare
sotto le unghie, e che permettessero a barbieri e chirurghi di scoprire sempre, a profitto
dell’Inquisizione, marchi insensibili. Madeleine, come molti altri, venne probabilmente
“sondata” in siffatta maniera.
Quanto alla natura dei bolli, quando esistevano realmente, quello che si conosce oggi
sull’analgesia isterica è sufficiente per chiarirla. Già Charcot insisteva su questo fenomeno, che
chiamava “sintomo isterico per eccellenza”. E Freud ha segnalato la presenza, in un gran
numero di pazienti, di queste placche analgesiche, perfettamente individuabili: per esempio nel
caso di Miss Lucy R...., un’inglese, governante del direttore di una fabbrica nella periferia di
Vienna, che venne a consultarlo verso la fine del 1892 a causa di nevralgie e mali di testa e che
rivelò avere, episodicamente, l’interno del naso e altre parti del corpo perfettamente insensibili,
incapaci di reagire ad alcun contatto, ad alcuna puntura di ago. Il suo stato isterico si manifestò
in seguito con i sintomi più salienti: estremo restringimento del campo visuale, contratture,
allucinazioni ricorrenti... Come si vede, i bolli demoniaci non erano pura invenzione e potevano
esistere realmente (salvo confondersi, cosa che capitava assai di frequente, con verruche, voglie
o nei). Quel che vi era di propriamente “demoniaco”, era l’accanimento e il tranquillo sadismo
con i quali erano ricercati e prodotti come “prove straordinarie”: poiché tale era la loro solenne
designazione.

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Le “prove straordinarie” vennero dunque cercate anche su Gaufridy. Poiché egli era
Principe dei maghi, non vi era ragione che non vi fossero bolli anche su di lui. Prendendo tutte
le precauzioni necessarie per non risvegliarne i sospetti, il consigliere Séguiran, incaricato da
Guillaume Du Vair di condurre l’inchiesta, l’invitò a presentarsi a Aix, “liberamente” e senza
timore, per rispondere ad alcune domande che si desiderava rivolgergli (lasciandogli intendere,
tuttavia, che se si fosse sottratto all’interrogatorio o avesse tentato di “cambiare luogo”, “la sua
fuga l’avrebbe reso colpevole”). Louis, ancora una volta troppo fiducioso, e forte degli appoggi
marsigliesi, rispose all’istanza e arrivò a Aix il 20 febbraio. Se ne andò in giro tutto il giorno
per le vie della città : fu la sua ultima passeggiata. L’indomani la trappola si richiuse su di lui. Il
commissario lo fece rinchiudere in una sala del palazzo dei conti di Provenza e gli spiegò senza
mezzi termini che si sarebbe trattato più di una “visitazione” che di un interrogatorio.
Bisognava esplorare il suo corpo, trovarvi delle prove, dei segni. Tentò di protestare. Non
gliene lasciarono nemmeno il tempo. Dopo qualche giorno di reclusione, sotto stretta
sorveglianza, venne tirato fuori dal palazzo per essere condotto all’arcivescovato dove,
necessariamente, dovevano aver luogo tutte le manifestazioni a carattere medico importanti.
Rinchiuso nella sala delle decime (così chiamata perché serviva da ufficio all’esattore delle
decime della diocesi), attigua alla stanza dove era stata esaminata Madeleine, e dove,
d’altronde, veniva ricondotta di tanto in tanto (strana situazione, che può far pensare a quella di
due persone sottoposte ad interrogatorio, alla tortura, in due stanze vicine, come accade così
sovente oggi, in questo o quell’altro punto del mondo dei boia moderni). Vide arrivare
Mérindol, Fontaine e Bontemps, ai quali si era aggiunto questa volta un altro chirurgo, Proët, e
tutta la loro scorta.

Si ricomincia. Probabilmente con minor curiosità, ma con maggior durezza. Louis viene
brutalmente spogliato e, non appena nudo, viene constata la sua ben visibile e marcata
disposizione alla lubricità (“spogliatolo delle vesti si peritarono nel vedere in lui la forma e la
conformazione sì lubrica delle vergogne”), e lorsignori, così pare, distolsero pudicamente lo
sguardo “per non vedere cotanta sconcezza”. Tutto ciò deve essere oggetto della più energica
repressione. Gli vengono bendati gli occhi (perché non “si attenda” le punture). Viene rasato su
tutto il corpo: piccola umiliazione supplementare riservata agli uomini. Non sempre si osa
radere il pube alle donne, dove tuttavia il Diavolo potrebbe benissimo prendere dimora, ma per
quanto riguarda gli uomini, è con grande diletto che i barbieri ripuliscono i corpi da tutti quei
cespugli di peli, che possono servire da nascondiglio ideale per i demoni e che rendono il
lavoro difficile. Si giunge al punto di radere tutto, capelli e peli, dall’alto in basso, raschiare,
abradere con strumenti e prodotti speciali, secondo un metodo ben comprovato (cosa che
poteva del resto bastare, con ogni probabilità, per rendere qua e là la pelle insensibile!). Si
attacca a pungere. Gaufridy è crivellato di punture, perforato dappertutto, senza alcuna pietà.
Gronda sangue, ma non bisogna scoraggiarsi, si deve trovare ad ogni costo qualche punto che
non sanguinerà. Urla, si dibatte. Il suo corpo è voltato e rivoltato. Non si dimentica nessun
anfratto. Tanto meno il “secretum”. Vengono esplorate le parti genitali, il contorno dell’ano.
Più tardi vi si troveranno piaghe enormi, ascessi dovuti all’infezione provocata dagli aghi,
all’imperizia avventata dei sondaggi (in fatto di danni causati agli organi genitali, spesso tagliati
a casaccio, mutilati, la chirurgia dell’epoca batte ogni primato): si tratta d’altronde delle
stigmate del Diavolo! Ad ogni modo, quello che si voleva trovare viene trovato. Almeno tre
bolli demoniaci, la cui topografia è indiscutibile. Uno sulla coscia sinistra, “nel mezzo e nella
parte interna”, uno “nella regione dei lombi, nella parte destra, a un pollice dalla spina dorsale e
quattro dita al di sopra dei muscoli dei glutei”, un terzo “verso la regione del cuore”. Nessuno
dei tre ha sanguinato. Due si sono rivelati perfettamente indolori. Solo quello nella regione del
cuore ha fatto urlare Louis, quando l’ago vi è penetrato. La prova è terminata. I dotti medici
redigono il loro rapporto, affermando con assoluta certezza che nessuno di quei fenomeni e
prodigi è potuto “accadere a cagione di una precedente infermità della cute”.

77
Il povero Louis, probabilmente allo stremo delle forze, non prova neppure a negare
l’esistenza dei bolli, così evidenti, e dunque la presenza del Diavolo in lui. L’unica cosa che
riesce a dire, nella sua vergogna, è che il Maligno, che è capace di tutto, non si tira certo
indietro davanti all’idea di “marchiare financo un cristiano innocente”. Questa dev’essere la
sventura in cui è incolto! Qui i medici si sentono presi alla sprovvista. Bisogna che sia un uomo
di chiesa a pronunciarsi. Di preferenza un teologo erudito. E perché no Michaëlis in persona,
che non si vede da qualche tempo? Viene fatto chiamare. Arriva. Dopo un istante di riflessione,
dichiara, il volto grave, la fronte corrugata, che in effetti la questione è complicata, ma che la
soluzione risiede nella distinzione che si deve fare tra i marchi “provocati da Dio” per mettere
alla prova o castigare gli uomini (quelli che ricevete Giobbe nel suo corpo, per esempio) e i
marchi satanici, impressi dal Diavolo al solo fine di asservire definitivamente i suoi devoti. Nel
caso di Gaufridy, non vi sono dubbi che ci si trovi davanti alla seconda possibilità. La sua
qualità di prete non è affatto un impedimento, al contrario. Michaëlis, guardando negli occhi i
suoi interlocutori, precisa sentenziosamente che il Diavolo, se lo volesse, “potrebbe marchiare
financo il Papa”. E a maggior ragione il Principe dei maghi.

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Cap. 2

Nello stesso periodo, il consigliere Séguiran conduceva a tamburo battente la sua


inchiesta. Aveva subito capito che era a Marsiglia, e a Marsiglia soltanto, che sarebbe riuscito a
ottenere le informazioni e le testimonianze che gli erano indispensabili.
Vi si recò, dunque, vi si stabilì per qualche giorno e fece sfilare davanti a sé tutti quelli
che, in un modo o in un altro, avevano avvicinato Gaufridy. Cominciò dal protonotario Louis
de Vento e da padre Carenne, che avevano avuto missione di perquisire il domicilio di Louis.
Non poterono che confermare, con un certo imbarazzo nel tono e nello sguardo, quello che
avevano già detto: non vi era nulla di sospetto nell’appartamento del beneficiario. Comparve
dopo il famoso Biche, che, per un certo tempo, era stato designato come “luogotenente del
mago”: inebetito, non sapendo cosa si volesse da lui, affermò che messer Louis era secondo lui
“uomo molto dabbene”, che mai lo aveva visto compiere “un atto indegno della sua
professione”. Gli successe il decano della parrocchia delle Accoules, Jean Arnaud, che dichiarò
con buon senso e un certo spirito che Louis, pur non essendo “bigotto”, era pur sempre molto
“devoto”, e la ragione dei favori di cui godeva era da ricercare nella sua “buona conversazione
che gli attirava facilmente l’amicizia di ognuno”. Venne infine un medico, il dottor Cassaigne,
che aveva curato Madeleine quando era piccola: fece osservare che tutto quello che era venuto
a sapere sui modi in cui la giovane suora era stata trattata e sugli esorcismi ai quali era stata
sottoposta, gli sembrava parecchio inquietante, e aggiunse, con un pizzico di pedanteria
provinciale, che a Roma, per quanto ne sapeva, non si esorcizzava con tanta leggerezza, e non
ci si pronunciava sulla presenza del Diavolo in un corpo se la stessa non si manifestava
espressamente tramite voci bizzarre che uscivano “dalla gola, così come dal petto, dal ventre,
dalla natura o dal deretano”. Questo era forse accaduto?
Maître Séguiran aveva abbastanza esperienza per comprendere che queste diverse
dichiarazioni non apportavano gran che al suo dossier. E che non andavano certo nel senso
giusto. Il suo fiuto di commissario gli diceva che era meglio lasciar perdere e indirizzarsi
piuttosto verso altri ambienti da dove sarebbero emerse informazioni più interessanti. In
particolare quello delle donne frequentate da Gaufridy. Metteva in pratica quel vecchio precetto
poliziesco secondo il quale là dove vi sono donne, vi è gelosia, e dove vi è gelosia, vi sono
chiacchiere. Venne orientato verso Victoire Corbie e suo marito. Victoire si mostrò
relativamente discreta: non nascose che suo marito, per lei, non contava “per niente” e che era
molto legata a Louis Gaufridy. Ma mise tutto sul piano religioso, dichiarandosi persuasa che
Louis era il solo uomo capace di “salvarla”.
François Perrin non ebbe la stessa eleganza. Per meglio farlo parlare, Séguiran lo
convocò sul porto e l’interrogò passeggiando con lui davanti agli spacci e alle botteghe degli
artigiani. I colpi di martello dei fabbri, il rumore delle pialle dei bottai non facilitavano certo la
conversazione, ma, in un certo senso, ciò permetteva al commissario di non essere precipitoso
nel formulare le domande, e a Perrin di riflettere prima di rispondere. Era una magnifica
giornata, luminosa, soleggiata, quasi calda, nonostante si fosse levato un leggero mistral.
L’acqua marezzata del porto s’increspava leggermente ed alcune vele sembravano già gonfiarsi.
Rimasugli di stoppa, trucioli di legno ondeggiavano nei rigagnoli, insieme agli scarti delle
verdure e dei pesci, immondezzai di fortuna che si formavano un po’ dappertutto. Dei monelli, i
capelli neri, la pelle scura, il naso moccioso, si rincorrevano gridando, sollevando quelle
immondizie con i piedi nudi. Séguiran li scartava con irritazione. Perrin cercava di mostrarsi
calmo, attento. Il suo atteggiamento era curioso: marito compiacente se mai ve ne furono,
intimo di Gaufridy e da lui sempre trattato bene, scopriva di colpo la possibilità di capovolgere
la situazione, regolare qualche conto e, nella stessa occasione, liberarsi dei suoi complessi.
Raccontò che, passata già la quarantina, aveva avuto la disgrazia di sposare in seconde nozze
una pazza. Per sei o sette anni, le cose erano andate non troppo male. Poi Victoire s’era
infatuata di quel Gaufridy, al punto di perdere completamente il senno. Non soltanto andava a
confessarsi da lui al minimo pretesto, ma si era messa al suo servizio giorno e notte, trovando
sempre una buona ragione per essergli accanto, tanto all’alba “per udire il mattutino”, quanto al

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tramonto, quando bisognava andarla a cercare “quasi alla luce delle torce” per ricondurla al
tetto coniugale. A dire il vero, il suo zelo era condiviso da un certo numero di devote pazze
come lei che passavano il tempo a “sedersi e cicalare col padre confessore”. Ma, nel suo caso,
la sregolatezza e l’ostinazione erano tali che non era possibile accontentarsi di spiegazioni
naturali: bisognava pure che ci fosse un incantesimo. François Perrin aveva parlato sapendo
perfettamente quello che faceva. Pretendeva d’altronde non fare altro che ripetere i propositi di
un “buon vecchio prete” di Marsiglia, un certo messer Jehan, che aveva molta esperienza e
aveva a lungo riflettuto sul comportamento di Gaufridy. A questo proposito, François si mise a
ricamarci sopra, spiegando che l’attaccamento di sua moglie a Louis era divenuto una vera e
propria malattia. Aveva fatto di tutto per provare a guarirla: consultato medici, chiesto soccorso
a diversi ecclesiastici, sollecitato consigli a numerosi amici. Nessun risultato. Victoire era
incurabile. Alla fine aveva progettato di allontanarla da Gaufridy con mezzi fisici: proibirle di
vederlo e, in particolare, di confessarsi da lui. Non era servito a niente. Victoire godeva della
complicità di una certa Pintade e di un’abominevole gobba, la quale, dietro il pretesto di
impedirle di rimanere incinta, le aveva fatto bere una pozione magica che l’aveva stregata
ancora di più e la abbandonava senza alcuna difesa nelle mani del mago. Così parlava François
Perrin, camminando adagio lungo il porto con maître Séguiran. Ad un tratto si trovarono presi
in un capannello di curiosi attorno ad un gruppo di scaricatori che si sforzavano di sollevare un
legno pesantissimo. Le corde segavano le schiene, le spalle, e si tendevano anche sulle fronti,
protette da un cercine. Passanti e bambini stavano a guardare; un infermo gironzolava nel
gruppo, cieco e monco, ma dai suoi passi felpati ci si poteva chiedere se non si trattasse
piuttosto di un tagliaborse. D’altronde, all’avvicinarsi di due guardie l’assembramento si
sciolse. Ma maître Séguiran ormai ne sapeva abbastanza.

Come risultato di questa conversazione, Séguiran giunse alla conclusione che, colpevole
o no, Louis Gaufridy aveva tenuto, ripetute volte, un comportamento tale da permettere di
riunire facilmente un insieme di supposizioni che poteva determinare una condotta tutt’altro che
normale. Cosa tutto ciò volesse dire, a lui interessava poco. L’importante era che questa non-
conformità nei modi e negli atteggiamenti di Gaufridy, imputabile che fosse al suo libertinaggio
o alla sua imprudenza, venisse attestata da testimonianze convergenti che suffragassero quanto
si cercava di dimostrare a Aix. Ora, testimonianze simili potevano essere ottenute. Se un uomo
semplice, diretto e un po’ rozzo come François Perrin, onesto mercante, abituato da lunga data
a vivere nell’intima cerchia di Louis, giungeva a formulare accuse così precise, e anche sul suo
modo di vivere, significava che altri avrebbero potuto fare la stessa cosa. Séguiran intravedeva
insperate possibilità d’inchiesta.
Continuò la sua indagine con ostinazione e pazienza. Andò a vedere Jean e Jeanne Gay.
Interrogò Pintade. Fece visita alla famiglia Demandolx, incontrò tutti, padre, madre, fratello,
sorella. Si recò a Fontobscure per fare domande ai domestici. Vide uno per uno tutti i preti e
canonici delle Accoules, i padri Roulier, Fournier, Pistre, Ganteaume, il canonico Bruni e, per
la seconda volta, il decano Arnaud. Si rivolse sia alle orsoline di Marsiglia che a quelle di Aix,
ebbe incontri in privato sia con Catherine de Gaumer che con Catherine de Bus. Non dimenticò
Louise Capeau, la cui “possessione” cominciava a cadere nell’oblio. Proseguì la sua inchiesta
nei priorati, conventi, chiese, luoghi pubblici, quartieri, strade, vicoli, in qualunque luogo dove
gli pareva di poter carpire qualche voce, intercettare qualche mormorio. Incontrò delle
resistenze, in particolare da parte del clan dei Libertat, che non aveva deposto le armi e gli inviò
una veemente delegazione di donne in difesa del “suo” beneficiario. Ma il commissario aveva
abbastanza esperienza per non lasciarsi scoraggiare da questi ostacoli. Con perseveranza,
astuzia, versatilità, efficienza, costituì un solido dossier. È a partire da questo momento che
affluiscono, con una spontaneità che suscita lo sconcerto, le testimonianze che avrebbero preso
la forma, al momento del processo, di deposizioni circostanziate. Si resta confusi dinanzi alla
stupidità, alla bassezza, all’immaginazione sfrenata, e soprattutto alla viltà che le hanno
suggerite. Tutto si svolgeva come se, con l’aggravarsi dell’affaire, sempre più inquietante agli
occhi dell’opinione pubblica, apparisse preferibile trovarsi dalla parte di coloro che
smascheravano la stregoneria e il satanismo, producendo prove a conferma che il

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comportamento di Gaufridy era stato sospetto, per un qualsiasi motivo o dettaglio, ad un
momento o ad un altro della sua vita o della sua carriera. Poiché è facile motivare
retroattivamente la colpevolezza di colui che si vuole colpevole, ed essendo per di più la
condotta di Gaufridy eccezionalmente fertile di incidenti compromettenti, la paura e la
vigliaccheria generale, sotto le sembianze servili dell’opinione velata, della prudenza, della
sincerità simulata, della finta obbiettività, vennero esibite senza ritegno. Perfetta operazione di
polizia.

Nello stesso tempo, aumentavano le pressioni fisiche esercitate su Louis. Poiché gli esami
chirurghici avevano prodotto inquietanti supposizioni, appariva importante non indugiare. Si
decise dunque di ricondurlo al palazzo dei conti di Provenza. L’edificio aveva all’epoca un
aspetto imponente. Vi si accedeva tramite un’antica strada romana che si apriva tra due torri -
tra cui la prestigiosa torre dell’Orologio -, affiancata ad un mausoleo. Di epoca in epoca, di
regno in regno, costruzioni residenziali, edifici amministrativi, uffici, segreterie, cappelle,
conventi avevano riempito lo spazio oggi compreso tra il Palazzo di giustizia e la prigione di
Aix-en-Provence, il tutto dotato di logge, di porte finemente ornate, balconi, scale. Ma il
palazzo dei conti comportava anche zone d’ombra e celle di detenzione. Per Louis venne scelta
una segreta ben protetta. Veniva così designata una sorta di interrato, pieno di topi e di insetti,
dove già languiva, nell’attesa del giudizio, qualche sventurato promesso alle galere. Chi prese
la decisione? Quale organo di giustizia assunse la responsabilità di questa incarcerazione che,
per quanto preventiva fosse, significava chiaramente che ormai Louis era agli arresti e che si
intendeva ridurlo all’altrui mercé? È del tutto verosimile che Michaëlis avesse fatto pressione
su Du Vair affinché le cose prendessero questa piega, convinto com’era che, dopo le molteplici
difficoltà e i parziali fallimenti cui era andato incontro, fosse meglio creare ormai, e al più
presto, situazioni irreversibili. La fortuna era che Louis si fosse presentato di sua spontanea
volontà, che non fosse stato necessario ricorrere alla forza. Ora che lo avevano in pugno, non lo
avrebbero più mollato.

Nel prendere queste misure, Michaëlis non feceva che applicare le raccomandazioni di
Eymerich e di Peña sull’utilizzo della “prigione inquisitoriale”. La sezione E della terza parte
del Manuel des inquisiteurs che tratta l’argomento è a questo proposito quanto mai edificante.
L’idea centrale è che detta prigione debba essere “terribile”, poiché concepita molto più “per il
supplizio dei condannati che per la loro semplice detenzione”. Il che significa che il supplizio
non ha valore di castigo, poiché l’incarcerazione è generalmente anteriore al processo e al
verdetto: la sua funzione è di porre l’accusato in condizione di capire che ha interesse a
“confessare spontaneamente al fine di vedere il suo affare sbrigato in fretta” (formula
testualmente usata da Peña nel suo commentario). A questi effetti, si preferirà una “segreta
particolarmente buia, ben custodita e spaventevole”. Ma viene prevista tutta una gamma di
differenze, per gradi, “secondo il delitto e la qualità dell’accusato”. Il regime penitenziario sarà
più leggero o più duro, le celle più nude ed oscure o, al contrario, più gioiose e ridenti (laetiora
et amoeniora). L’inquisitore sceglierà guardiani “discreti, astuti e molto devoti” che baderanno
soprattutto a impedire le visite, a non permettere a nessuno l’accesso alla segreta. Solo
l’inquisitore in persona potrà venirvi di tanto in tanto o inviare qualcuno per “consolare” il
prigioniero o “aiutarlo” a confessare. Ma occorrerà sorvegliare che nessuno gli parli che “di
quello che concerne il processo e l’accusa e di nient’altro”. Come si vede, nulla qui obbedisce
al caso, ma ad un sistema preciso e irrevocabile. Bisogna al tempo stesso considerare che
l’Inquisizione, nel murare vivo un uomo, aveva concepito una sorta di pratica fine a se stessa,
nella misura in cui l’isolamento assoluto, la separazione dal mondo in condizioni fisiche di
un’estrema rudezza, lo costringevano ad un doloroso ripiegamento su se stesso, realizzando la
congiunzione di una radicale repressione e di una penitenza definitiva. Michelet ha
perfettamente compreso il senso di questo meccanismo distruttore: “L’orrore è l’in pace. È
questa parola che ritorna di continuo, come campana di abominio suonata e risuonata, per
affliggere i morti viventi, sempre la medesima parola: immurati. Spaventevole congegno di

81
annientamento, di cancellazione, crudele morsa che stritola l’anima. Un giro di vite dopo
l’altro, non respirando più, cedendo, essa schizza fuori dalla macchina e piomba nell’ignoto”.
La segreta in cui venne rinchiuso Gaufridy, pur essendo per certi aspetti una cella di
fortuna, aveva tutte le caratteristiche del luogo di reclusione inquisitoriale. Innanzi tutto, il
prigioniero era incatenato a pesantissimi ferri, che gli serravano le caviglie ed erano fissati a
due anelli murati nella parte bassa della parete, appena al di sopra del suolo; cosa che, con ogni
evidenza, pareva prevenisse ogni possibilità di evasione, ma costituiva anche l’occasione di un
terribile rituale, in cui interveniva il lavoro dei fabbri-guardiani, con il rumore dei martelli,
delle incudini, che colpiva improvvisamente il prigioniero non appena entrato, come un morso
crudele nelle carni. In seguito, l’oscurità era quasi totale. La cantina – un vera e propria cripta –
non era rischiarata che da una stretta feritoia dalla quale non entrava neppure la luce del giorno,
poiché s’apriva su un cortile interno, anch’esso infossato ed oscuro. L’aria che vi passava era
viziata, impregnata di nauseabondi odori di muffa. Il suolo, di terra nera, indurita, pietrosa, era
penetrato dall’umidità provocata dalle numerose infiltrazioni che attraversavano la base del
palazzo costituendo una rete di ruscelli e canaletti. Beninteso, i ratti andavano qua e là,
grattando la pietra. Quando, in questo genere di luogo, non erano abbastanza numerosi,
capitava ve ne fossero portati altri, come si ripopola un torrente. Con i ratti, altre bestie: ragni,
blatte, e soprattutto pulci, pidocchi, che pullulavano rapidamente. Tutto aveva un peso, ogni
dettaglio, sordido o crudele, svolgeva un ruolo ben preciso. Il recluso era presto sottomesso,
annientato. Il freddo e l’umidità avevano ragione delle sue membra. Il buio e il silenzio del suo
cervello. Ogni volta che veniva tirato fuori dalla cella per essere condotto ad un interrogatorio,
passava dalle tenebre ad una luce che lo feriva, lo accecava, lo gettava titubante davanti ai suoi
giudici. Le caviglie e i polsi segati. La pelle, la carne, rose, coperte di croste, crivellate di
punture. Come unico sostentamento un nutrimento derisorio, ridotto in genere a una brodaglia,
un po’ di pane e acqua: E capitava che il pane gli venisse gettato dalla feritoia, direttamente sul
suolo, da persone, forse caritatevoli forse crudeli, che attraversavano il cortile e non mostravano
che gli occhi. Alcuni vissero così per anni interi. Gaufridy non vi fu che di passaggio. Ma
abbastanza per diventare in poco tempo irriconoscibile. Quelli che venivano a fargli visita
approfittavano allora del suo stato di progressivo sfinimento per farlo parlare. Tentava di
resistere a questi “referenti”, il più delle volte dei religiosi, opponendo loro quello che credeva
ancora essere il vero, e la dignità ribelle che rimaneva in lui. Restava convinto che tutto si
sarebbe chiarito, che la verità sarebbe venuta alla luce. Ma il tempo, l’oscurità e Michaëlis
facevano la loro opera.

82
Cap. 3

Mentre a Marsiglia si svolgeva l’inchiesta, l’istruttoria proseguiva a Aix. Interamente tra


le mani del giudice Thoron, in cui Guillaume Du Vair aveva assoluta fiducia, assistito dal molto
zelante maître Garandeau. Thoron mancava d’immaginazione, e il solo modo di agire che
concepiva era d’interrogare senza tregua Madeleine e Gaufridy. Separatamente, per quanto
possibile. Era indispensabile, infatti, che le loro dichiarazioni concordassero, e soprattutto non
ci si aspettava niente di buono da un confronto che avrebbe potuto scatenare qualche violenta
crisi: era preferibile condurre le cose senza dar troppe occasioni ai demoni di manifestarsi in
modo pericoloso.

Per parecchi giorni, dunque, Madeleine venne regolarmente tirata fuori dalla sua cella e
Gaufridy dalla sua segreta, per essere condotti all’arcivescovato dove avevano luogo gli
interrogatori, talora alle Decime, talaltra nelle sale della segreteria, o nella cappella. Tutto ciò
cominciava a divenire una consuetudine, fino al momento in cui, in modo strano ed inatteso,
Madeleine, riacquistando una passeggera lucidità, cambiò atteggiamento. Pare, in effetti, che le
informazioni che le pervenivano sul modo in cui Gaufridy era trattato, su come era stato
richiamato da Marsiglia ed arrestato, sull’ostinazione con la quale si radunavano le
testimonianze a suo carico, avessero provocato in lei uno scatto di ribellione, accompagnato da
uno sprazzo di coscienza. Bruscamente, ritrattò. Per la prima volta, sembra, il 21 di febbraio,
allorché era stata appena esorcizzata, cosa che avveniva quasi ogni giorno, ed era stata
trascinata nella cappella dell’arcivescovato dove, sulla soglia, l’attendeva una folla avida di
vederla in preda alle convulsioni (o cantare, ridere, danzare, urlare, come le accadeva di
frequente). Ad un tratto dichiarò, in un miscuglio di francese e provenzale: “No, no, son tutte
immaginazioni, sono illusioni, no, nulla è vero!” Precisò che aveva parlato a sproposito e che se
avesse saputo della sollecitudine con cui Du Vair aveva aperto l’inchiesta a Marsiglia, avrebbe
taciuto in questi ultimi giorni. Aggiunse, rivolgendosi al giudice, che ormai non avrebbe più
detto una sola parola: “Non, non, as bel a faire, parlara pas...non, non, parlara pas... la
gardaray ben de parla.” (No, no, hai un bel fare, non parlerò... no, no, non parlerò... mi
guarderò bene dal parlare). Thoron era atterrito. Avvertì prontamente Michaëlis e Du Vair che
consigliarono di non agire con precipitazione, prender tempo, e rimandare provvisoriamente
Madeleine in convento.
Ma quando la fecero uscire per un nuovo interrogatorio, le sue ritrattazioni furono ancora
più esplicite. Disse che Louis era “un uomo dabbene”, che avrebbe meritato di “essere collocato
su un altare acciocché fosse adorato” (il che venne, fortunatamente, interpretato come una
confessione di culto demoniaco!). E nello sconcerto generale tirò fuori dalla cintura una piccola
lettera spiegazzata, gualcita, ingiallita, di cui volle dare lettura. Tentarono di impedire che lo
facesse, ma lei si ostinò. Era una lettera, diceva, che Louis le aveva inviato all’epoca in cui era
venuto a vederla, al convento, la risposta ad una lettera che lei stessa gli aveva scritto “con la
licenza della superiora”. Con voce fievole, tremante, commossa, lesse: “Carissima sorella ed
amica, vi prego di credere che l’amore e l’affetto che provo per voi è così grande che desidero
che il mio cuore sia interamente intrecciato e annullato nel vostro e il vostro nel mio...”. Qui
Madeleine s’interruppe e levò il capo per dire: “E dopo queste parole, due cuori intrecciati uno
nell’altro con due frecce una nell’altra, con questa frase: “Mia carissima e beneamata amica,
ecco come desidero che il vostro cuore sia con il mio, e il mio con il vostro”...”. Smise ancora
una volta di leggere, le lacrime agli occhi. Il tono quasi mistico della corrispondenza (e a qual
punto: sorprendente, quel cuore annullato!) fece una certa impressione sugli astanti, e si stimò

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opportuno non proseguire. Ma Madeleine si ostinava nel lirismo amoroso. Parlava dell’incontro
al convento, del giardino, del chiostro, del parlatorio, evocava Fontobscure, il fogliame degli
alberi, le vigne intorno alla bastide, la panchina nel parco. Sembrava liberarsi dei suoi fantasmi,
dei suoi incubi, sembrava che una strana euforia affettiva e mistica, per l’appunto, si fosse
impadronita di lei.
Due giorni dopo, il fatto era ancora più evidente. Per indurla a dire la verità e a non
ritrattare più, le venne detto che Louis era là, in una sala vicina alla cappella (e sembra ve lo
avessero effettivamente condotto, in vista di un interrogatorio parallelo), e che, dall’altra parte
del muro, stava parlando, stava confessando. Ella gridò con violenza: “Coraggio, mio grande
amico, coraggio, tutto quello che noialtri abbiamo detto è falso, sono delle immaginazioni!”,
aggiungendo che non avrebbe più parlato, non avrebbe detto più nulla contro di lui, e anche: “O
que si aqueste lengo li poudie pourta uno boueno paraulo a l’aureillo, que contentamen!” (oh!
se questa lingua potesse portargli una buona parola all’orecchio, che contentezza). Poiché
sembrava rivolgersi direttamente a lui, attraverso la parete, venne modificata la collocazione
“della sedia e dell’appoggiatoio” affinché non potesse più interpellarlo, prenderlo a testimonio
e, soprattutto, subire la sottile influenza che esercitava su di lei. Non servì a nulla. Era chiaro
che Madeleine aveva completamente cambiato registro. Certo, sembrava sempre folle, la mente
stralunata, ma la sua follia, ora, era tenera, dolce, amorosa. Lo sguardo levato verso il soffitto,
sollevava i biondi capelli, gonfiandoli sopra il capo e diceva che un giorno Louis le aveva
chiesto uno di quei capelli, poi, correggendosi: “No, la metà di un capello.” Nello stesso tempo,
raccontava dei sogni. Diceva, per esempio, che un mattino si era vista trasportata al sabba sotto
la forma di una statua tutta dorata: i maghi, intorno a lei, le offrivano del sangue, che avevano
estratto dal braccio con una lancetta. Uno di loro, un uomo giovane e bello, aveva dichiarato
che era pronto a morire per lei, ad essere immolato per lei... Certo, continuava a delirare, ma nel
senso del sogno, della poesia, dell’amore, delle nozze mistiche. E Louis, sempre più, era
salvato, celebrato, onorato, lavato da ogni colpa.

Come per sostenere questo capovolgimento, Catherine de Gaumer venne un giorno a


riferire una nuova informazione, secondo la quale, se Madeleine era stata posseduta da Louis,
era semplicemente “perché il padre di quella (questo padre di cui si parlava cosi’ poco!) gliela
aveva data un certo mese d’agosto nel giardino della bastide, e a mezzogiorno”. Come era
venuta a saperlo? Poco importava. Ma l’umano (per quanto inatteso) veniva a sostituire
l’intervento satanico. Allo stesso modo, la signora de Demandolx veniva tutt’ad un tratto a
raccontare che all’epoca degli incontri alla bastide Madeleine e lei erano use dormire nello
stesso letto, e che Louis un giorno si era stupito della cosa. Osservando che la ragazza era
abbastanza grande per dormire da sola, aveva chiesto: “Non sapreste farle un altro letto?”
Domanda che poteva sembrare assai libertina e piena di intenzioni inconfessate, ma che, in fin
dei conti, riconduceva ancora una volta le cose a proporzioni umane e naturali. Una serie di
particolari, di rettifiche, veniva dunque a rimettere l’affaire nelle sue giuste proporzioni, a
dissipare i fantasmi.
E appare chiaro che la vera ragione di tutto ciò stava nel progressivo ritorno di Madeleine
a una certa forma di sensatezza e lucidità. Ve ne era una controprova, d’altronde, assai terribile.
La giovane, cosciente di quanto lo sconvolgimento e il disordine della sua mente l’avevano
indotta a dire, si rivoltava contro se stessa nei momenti in cui emergeva dal delirio e dalla
menzogna, come provasse un orrore incontenibile davanti all’ampiezza del male che aveva
potuto causare. Vi furono da parte sua, in quel periodo, tentativi di suicidio quasi quotidiani.
Venne sorpresa nel momento in cui si accingeva a trafiggersi il petto con un coltello, che le fu
tolto di mano giusto a tempo. Subito dopo, tentò di strangolarsi con un fazzoletto. Un altro
giorno, usò una lancetta per cercare di aprirsi la gola e venne ancora salvata all’ultimo
momento. Si ficcò infine un lungo ago nell’orecchio – con l’intenzione, pareva, di trapassare la
testa da parte a parte – e non fu cosa facile estrarre “la detta spilla, che non si poté punto trarre
con le dita”: ci vollero “delle piccole pinzette”.
Queste crisi depressive reiterate, il violento desiderio di morte, si spiegano evidentemente
con le terribili distorsioni che viveva Madeleine nel ritrovare la coscienza, la ragione,

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comprendendo di essere la causa di tanto irreparabile danno per l’uomo che forse amava
ancora.
Ancora una volta, Michaëlis misurò la gravità della situazione che andava creandosi. Ne
vide i pericoli. Non trovando alcun mezzo decisivo con cui porvi rimedio, preferì, come sua
abitudine, guadagnare tempo diffondendo l’idea che, beninteso, era il Diavolo che aveva
mandato a Madeleine una nuova legione dei suoi luogotenenti, al fine di farle mutare
atteggiamento e di ispirarle una tattica di diversione. Bisognava dunque evitare che questi
diavoli, venuti da fuori, prendessero contatto con quelli di dentro. Ebbe la curiosa idea, per
intimidire Madeleine, di farla rinchiudere per parecchi giorni in una stanza, in compagnia di
due alabardieri e d’un uomo d’arme, un certo Gaubert, la cui missione era di colpire l’aria,
intorno a lei, per fendere i demoni a colpi di spada. Incredibile scena da commedia: Gaubert che
snuda la sciabola e la agita dappertutto, davanti alla cappa del camino, davanti alle finestre, e i
due alabardieri che montano la guardia. Magro risultato. Madeleine non demordeva, tentò anzi
di approfittare della complicità di una domestica dell’arcivescovato, una certa Cécile, per far
pervenire una lettera a Gaufridy. Voleva ad ogni costo entrare in comunicazione con lui,
rivederlo, dirgli il suo amore.

Michaëlis ritenne allora che bisognava provare qualcosa d’altro, di più decisivo.
Sentendosi nonostante tutto un po’ disarmato, si consultò con il giudice Thoron e maître
Garandeau. I tre considerarono diverse ipotesi, lambiccandosi il cervello, quando Garandeau
ebbe un’idea. Bisognava porre Madeleine in condizione di sfuggire a qualsivoglia nuova
perniciosa influenza del Maligno, o dello stesso Gaufridy, mettendola in contatto diretto con
quello che meglio l’avrebbe protetta e ricondotta al più presto sulla via della salvezza: le
reliquie dei santi. Ora, vi era nella Cattedrale Saint-Sauveur – Garandeau a questo proposito
poteva fornire ogni precisazione –, in fondo a una cappella, uno stanzino molto segreto, molto
celato, molto sotterraneo, dove si trovava una grande quantita di ossame, perfino degli scheletri
interi, appartenenti ai più illustri santi di Provenza. Bisognava rinchiuderla per un certo tempo
nell’ossario, e si sarebbe pur visto se non cambiava atteggiamento, se non ritornava a migliori
disposizioni, e, soprattutto, avrebbero potuto vedere “quale sarebbe la condotta dei Diavoli”.
Michaëlis trovò l’idea eccellente e decise di metterla in pratica seduta stante. Non presentava
forse il doppio vantaggio di essere conforme alla sacre dottrine e di una efficacia promettente?
Si resta stupefatti, oggi, davanti all’emulazione e alla solidarietà nel sadismo degli uomini di
Chiesa e di giustizia del tempo. Resta il fatto che, quella volta, superarono se stessi. L’idea di
rinchiudere una giovane così gravemente colpita nella sua salute mentale e psichica quale
Madeleine in una fossa comune non poteva nascere che in cervelli malati e perversi.
L’ossario era infatti una fossa comune vera e propria. Si trovava sia nella parte più interna
della cappella allestita nell’antico nartece del battistero della cattedrale, sia sotto la
pavimentazione stessa della navata. Rimangono ancor oggi, pare, in diversi punti della chiesa,
parecchi ossari, sotto larghi zoccoli di pietra che possono essere sollevati come botole. Ma è
poco probabile siano molto profondi. Numerose trasformazioni e alterazioni di livello del
terreno hanno modificato, nel corso dei secoli, la conformazione del luogo. All’epoca, lo
stanzino in questione doveva essere sufficientemente profondo e oscuro da suscitare orrore.
Quando vi condussero Madeleine, ella vide un ammasso di scheletri appesi sul muro di fondo e,
al suolo, tibie, femori, teschi che rotolavano da ogni parte. Una polvere acre la prendeva alla
gola. Tentò di indietreggiare, inorridita, segnandosi con gesti concitati e caotici, ansimante. Ma
Michaëlis le disse di restare calma e non muoversi. Spiegò a lungo davanti a Thoron, a
Garandeau, ai due vicari e alle guardie che li accompagnavano, che quelle reliquie erano tra le
più “eminenti” che si potessero considerare: appartenevano non soltanto a dei santi, ma a
dignitari, principi, notabili, uomini della più grande devozione. Al loro cospetto, ai diavoli
conveniva comportarsi bene. All’inferno, con le loro forche, non dovevano essere avvezzi a
rimuovere scheletri. Avrebbero visto. Si sarebbero tirati indietro, in preda al panico. Avrebbero
rinunciato ad allontanare Madeleine dal cammino del pentimento e della verità.
Al fine di una dimostrazione immediata delle sue intenzioni, si chinò, raccolse lui stesso
due teste di morto per terra, e le appose su diverse parti del corpo di Madeleine, sostenuta da

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una religiosa e da una guardia. In particolare sulle guance, sulle tempie, sul collo, sulle braccia.
L’effetto non si fece attendere. Madeleine urlò, si contorse, in preda a convulsioni, la bava alla
bocca. Non smetteva di scuotere la testa, da destra a sinistra, gridando: “Toglietemele di dosso!
Toglietemele di dosso!” (Oste-moi cela!) Michaëlis disse che era perfettamente chiaro che i
diavoli non potevano “restare in riposo al contatto delle sante reliquie”. Alzava in aria, nella
luce grigia che filtrava dalla porta rimasta socchiusa, i due teschi, paragonandoli, facendo
notare che uno era più piccolo dell’altro, esprimendo la certezza che erano appartenuti a due
illustri vescovi, qui seppelliti, l’uno altero, l’altro umile, entrambi devoti alla causa di Dio fino
all’ultimo respiro, e anche dopo. Si vedeva bene il terrore che ispiravano al Maligno. Ma non ci
si poteva limitare a questo. Michaëlis chiese che fossero rintracciati dei preti, e fece procedere
sul posto a due esorcismi su Madeleine, poi diede l’ordine che fosse intonato un Te Deum in
onore dei santi e dei vescovi. Dopodiché, insistette perché si ripetesse per un certo numero di
volte l’apposizione delle reliquie. La sventurata si dibatteva, gridava, sembrava essere divenuta
completamente folle. Aveva preso a proferire parole incoerenti, indicando una delle teste come
appartenente allo stesso Belzebù, supplicando che non la toccassero più, che non le si
avvicinassero. Michaëlis decise di interrompere la seduta, ma raccomandò che Madeleine
venisse lasciata per alcune ore sola nell’ossario, con gli scheletri, per permetterle di meditare.
Cosa che venne fatta. (È curioso che Freud, nel relazionare sul caso di Anna O..., racconti che
le sue allucinazioni erano “piene di teschi e di scheletri”).

L’indomani, si ricominciò. Un dettaglio particolarmente macabro: qualcuno ebbe l’idea di


andare a cercare, nel cimitero vicino alla chiesa, una testa di morto più “fresca”, e, questa volta,
fu un cranio meno scarnificato che si ebbe il sadismo di applicare sulla guancia e sulla spalla di
Madeleine. Ci si giustificò dicendo che era la testa di un uomo importante, un santo
contemporaneo particolarmente venerabile. La giovane urlò di terrore, dicendo che era quella di
un dannato. Le spiegarono che, al contrario, ella aveva avuto l’insigne privilegio di entrare in
contatto col teschio di “un vescovo di Arles” o “un vescovo di Aix”. Quanti vescovi in quella
fossa! Quante ombre grandiose per proteggere, esorcizzare, santificare Madeleine, mettere in
rotta i suoi demoni! Ella gridava, saltava, cercava di fuggire, si gettava contro i muri, andando
“da una parte all’altra, tremando, non potendo sostenersi più né in piedi né seduta”, dicendo
“che sentiva come una gran fiamma di fuoco dentro il corpo e che intendeva parlare i demoni”.
L’esperienza fu ritenuta probante. Venne richiusa la porta e la lasciarono nuovamente
nell’ossario per un certo tempo. Michelet scrive che, dopo tutto ciò, “non morì d’orrore, ma fu
da allora alla loro mercé”.

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Cap .4

Ma la morsa si stava stringendo anche attorno a Gaufridy. I suoi “referenti” lo visitavano con
regolarità in prigione, gli prodigavano sorrisi e consigli, invitandolo a confessare, incoraggiandolo in
ogni modo possibile, da quei “caritatevoli padri” che erano (erano stati designati padre Antonin, da
Aix, e un altro cappuccino, guardiano del convento, padre Celse). Però, una volta ripartiti, Louis
ritrovava la solitudine, l’oscurità, l’umidità, i ratti, i ferri. Un po’ di paglia era stata gettata in fondo
alla cella; impregnata d’acqua, imputridiva a poco a poco, si disfaceva in un fango viscoso, emanando
un odore insopportabile. Era il letto dove doveva dormire. Gli anelli che gli serravano le caviglie non
gli consentivano che di coricarsi su un solo lato, sempre lo stesso. Se per caso chiudeva gli occhi,
subito topi accorrevano attorno al suo viso, rosicchiando a piccoli morsi i fili di paglia. E così,
giocoforza, preferiva restare seduto, per lunghe ore, inchiodato al suolo, la testa tra le mani, immobile,
curvo. Di tanto in tanto, un rumore gli faceva alzare gli occhi: un catenaccio che scorreva, una porta
che ruotava sui cardini, forse il carceriere che si avvicinava. Veniva a posare sulla pietra piatta contro
il muro di fondo una ciotola di brodaglia, sempre dello stesso grigio colore; sempre estremamente
diluita, nonostante vi galleggiasse qualche fava ammuffita. Louis avrebbe almeno avuto la forza di
abbassarsi per prenderla, portarla alle labbra, con quelle mani anchilosate e quei polsi malridotti? Poi
sarebbe ripiombato nel silenzio, nella notte, nel ronzio oscuro che gli pulsava sotto la fronte.

I cappuccini avevano a volte l’impressione che stesse diventando pazzo. Un giorno, l’avevano
visto tenere tra le dita, a lungo, un filo di paglia, rigirarlo in tutti sensi, esaminarlo minuziosamente. Il
fatto era sembrato loro bizzarro e quasi sospetto. Un’altra volta, avevano notato che piangeva.
Lentamente, in silenzio. Le lacrime gli scorrevano ai lati del naso, nei solchi delle guance. Ma non si
udiva niente, nessun sospiro, nessun singhiozzo: un modo davvero strano di piangere. I cappuccini
avevano modo di osservarlo da vicino, poiché capitava che passassero lunghe ore con lui. A volte notti
intere, dividendo la cella, il giaciglio di paglia. Bisognava che fossero presenti nel momento in cui il
suo cuore e la sua bocca si sarebbero aperti alla confessione. La peggior cosa in Louis, era la sua
durezza, il suo mutismo. Il loro dovere era di indurlo, con ogni mezzo, a costo di una pazienza infinita,
a vincere le resistenze che gli impedivano di cedere. I padri Antonin e Celse sapevano come
procedere. Praticavano un metodo che consisteva nell’inframmezzare ai loro interventi di carità attiva
disperate considerazioni sui “tormenti” che attendevano Louis se non si fosse abbandonato alla
confessione e al pentimento: la tortura, i supplizi di ogni sorta, il rogo, l’orrore delle carni nella morsa
delle tenaglie, il crepitare delle fiamme. E il tormento di quella cella, che poteva durare giorni e notti
ancora. Dopo di che, tornavano alle esortazioni, alle consolazioni, appellandosi alla sua fiducia, gli
stavano attorno, lo sollecitavano, lo assediavano senza sosta. Poiché era allo stremo delle forze e della
coscienza, a poco a poco si avvicinava il momento della confessione. Celse et Antonin avrebbero
voluto che avvenisse il giorno di Pasqua, come era stato loro raccomandato, cosa che avrebbe dato
all’avvenimento un aspetto solenne e grandioso. Se poi si fosse potuto far morire Gaufridy sul rogo
per Pasqua, sarebbe stato ancora più bello: non si perdeva mai di vista quel ritmo delle feste religiose
che doveva scandire la vita e la morte, per conformarvisi bisognava a volte saper accelerare le cose.
Ma i due cappuccini erano convinti che l’unico modo per riuscire nel loro intento fosse di non far
precipitare gli eventi, dosando sforzi ed effetti. Anch’essi conoscevano perfettamente le prescrizioni
inquisitoriali sugli interrogatori degli eretici e, più particolarmente, su quella categoria ribelle e
perversa che erano i “maghi eretizzanti” evocati da Eymerich e Peña nella sezione 29 del capitolo E
della seconda parte del loro libro, quegli uomini che praticavano la “magia di stregoneria ( venefica)”,
o magia malefica particolarmente impura e pericolosa, a lungo descritta nel celebre Marteau des
sorcières (Malleus maleficarum) del demonologo Sprenger. Bisognava replicare alla loro scaltrezza
con eguale scaltrezza, prevedere la loro arte nel nascondere la verità, nel rispondere eludendo la
domanda senza mai confessare, nel far uso di astuzie ingannevoli (il Manuel enumerava lungamente le
“dieci astuzie degli eretici per non confessare”, alle quali faceva corrispondere le “dieci astuzie
dell’inquisitore per sventare quelle dell’eretico”), nel “tergiversare sulle parole della domanda”, nel
fingere abilmente la sorpresa. Bisognava inoltre non lasciarsi impietosire dai loro modi di simulare la
follia (“per troncare la questione, il pazzo, vero o falso, sarà torturato”) o di far credere che i supplizi li

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avrebbero uccisi (“si dicono malati, se li si tortura, e le donne dicono che hanno le mestruazioni”). Era
inoltre concesso di far uso di tutte le promesse possibili per indurli a cedere, compresa la promessa
della grazia, poiché “in quel che viene fatto per la conversione degli eretici, tutto in realtà è grazia”
(testualmente!). Spontaneamente, con gran zelo, grande arte e grande pazienza, i due padri passavano
da un registro all’altro.

Di tanto in tanto, si ritornava a Madeleine per vedere cosa pensasse delle reazioni di Louis, o
quali ammonizioni avesse da trasmettergli. Ormai completamente folle, acconsentiva a tutto quello che
le veniva richiesto. Quando le fu raccontato della meditazione allucinata sul filo di paglia disse “Nulla
v’è di ciò ch’abbia a stupire. Un mago lo si conosce per gli occhi, quando il guardo intento rivolge alla
terra, né fissamente puote guardare le persone che lo perscrutano. Li conosci quando che rivolti tutti
pronamente a terra e tolgono una paglia, perocché è allora che prendono consiglio del Dimonio e gli
recano lo omaggio di questa paglia.”. Se le dicevano che piangeva nella sua cella, replicava che era
Belzebù che era andato a lui per “avvisarlo di plorare”, e aggiungeva: “Quando stregoni e maghi
disiano plorare, oppongono li due diti più vicini al dito grande sulle tempora, et allhora incontanente
plorano, ma non sì caldamente come gli altri, sibbene si vedano in pericolo di morte, ma freddamente
e per forza, e le loro lagrime cadono appena oltre le loro guance.”. Celse e Antonin, lo si può
indovinare, ascoltavano con piena e totale soddisfazione.

A mano a mano che la giovane ritornava a più saggi propositi, avvenivano “maraviglie”: i
bolli demoniaci che stigmatizzavano il suo corpo scomparivano poco alla volta. La si faceva
nuovamente pungere, bucare, sondare. Stupore! Sentiva gli aghi, il sangue scorreva! Segno del tutto
evidente, diceva Michaëlis, che davanti alla sua buona volontà e all’approssimarsi della confessione di
Gaufridy, il Diavolo preso dal panico cominciava a battere in ritirata. I barbieri, i chirurghi stessi ne
rimasero confusi. Per di più, maître Garandeau morì un bel mattino di attacco cardiaco. Forse un
segno del cielo, una punizione sull’uomo che aveva avuto il torto di non accordare fiducia alla giovane
monaca. Non bisognava, tuttavia, che Madeleine si credesse d’ora innanzi in salvo e che un vano
orgoglio la inducesse a riprendere il controllo degli avvenimenti. Padre Romillon, per un po’
estromesso dai giochi ma ritornato al momento propizio per vegliare sulla salvezza della sua cara
orsolina, suggeriva che sarebbe stato opportuno tagliarle i capelli. Adduceva come argomento che
quella capigliatura bionda, a rifletterci bene, era stata una delle principali cause dei terribili mali subiti
nel corso di tutta questa storia: emblema della sua pericolosa femminilità, della sua temibile civetteria,
dell’insolenza irriverente di cui ella dava prova troppo spesso, degli “incantesimi” che Gaufridy aveva
esercitato su di lei. Sì, bisognava rasarle il cranio, per insegnarle l’umiltà: “A ragione, disse
esattamente Romillon, del compiacimento ch’ella aveva avuto a proposito dei suoi capelli biondi.”
Cosa che venne fatta. Madeleine si dibatteva, piangeva, gridava, muoveva la testa in ogni senso per
fuggire alle forbici “con un continuo movimento fino a terra, ora in avanti, ora indietro”, dandosi nello
stesso tempo “dei pugni sulla fronte”. Ma i capelli caddero. L’estrema umiliazione della peccatrice fu
consumata.

Anche a Marsiglia ci si adoperava affinché si sapesse come Louis si comportava in prigione,


come procedeva sul cammino della confessione. Dei monitori erano affissi un po’ dappertutto, esposti
nelle chiese, letti dai pulpiti (vi si invitavano i fedeli a rivelare ogni fatto riguardante il caso di cui
fossero a conoscenza, sotto pena di scomunica), firmati dalla mano stessa di Guillaume Du Vair.
Apparentemente, questo bastava per calmare gli ultimi ardori che potessero ancora manifestarsi in
favore di Gaufridy. Quasi nulla era rimasto del movimento di solidarietà che l’aveva sostenuto. Al
contrario, la paura faceva fiorire testimonianze ostili. In due settimane, si accumularono ventiquattro
nuove deposizioni, l’una più bassa e più folle dell’altra. Troviamo nei dossiers, alla rinfusa, le
imputazioni della Buchette, che Louis aveva frequentato nei primi tempi della sua sistemazione a
Marsiglia, e nuove divagazioni di Pintade, di Victoire Corbie, di François Perrin. Ma sono soprattutto
degli sconosciuti a saltar fuori, a dire la loro, a scovare nel fondo della memoria o dell’immaginazione
episodi insoliti. Una domestica spiega che un giorno il beneficiario ha voluto maritarla contro il suo

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volere ad un giovane biondo. Una devota racconta uno dei suoi sogni nel quale ha visto Louis
allungarsi smisuratamente e divenire “un gran diavolo davanti a Dio”. Una vecchia dichiara averlo
sorpreso a ridere, un mattino, al passaggio di una processione e sapere, da fonte sicura, che impartiva a
volte la comunione senza aver pronunciato le parole dell’assoluzione. Un avvocato racconta, con
dovizia di particolari, di averlo incontrato una notte, a ora molto tarda, in un quartiere tra i più
malfamati di Marsiglia. Alla sua domanda: “Cosa ci fate qui?”, l’altro avrebbe risposto, con la più
intollerabile insolenza: “E voi che cosa ci fate?”, e con questo sarebbe sparito, e l’avvocato avrebbe
visto attraverso una finestra una giovane donna, che più tardi sarebbe diventata “dissoluta e ragazza di
bordello”; e, in più, il figlio stesso del testimone, un bambino di trenta mesi, qualche giorno dopo,
doveva ammazzarsi cadendo dalla culla e, al colmo dell’orrore, spaventoso maleficio, diventare tutto
nero come il carbone! Una donna di servizio asserisce che, spesso, riassettando la sua camera, trovava
il letto in uno strano stato. Un mercante ricorda che Louis aveva un singolare modo di fare, quando
entrava nella sua bottega, e che gli faceva delle ordinazioni sospette. Lo stesso Jean de Demandolx,
figlio naturale di Antoine de la Palud (e dunque fratello naturale di Madeleine), che fino a quel
momento si era tenuto in disparte, si sente obbligato di venire a dire quello che nessuno gli ha chiesto,
in una sequela di propositi vaghi e confusi: Madeleine era dolce, buona, pura, immacolata, non
s’interessava agli uomini, non gli rivolgeva mai la parola, abbassava la fronte ed arrossiva dinanzi a
loro, Gaufridy era proprio l’unico che avesse mai osato “avvicinarla”.

Ma a rincarare la dose più di ogni altro furono i preti, vicari, canonici e priori delle Accoules.
A dire il vero non erano così malvagi, e per un certo tempo avevano fatto ogni sforzo per tenere a
freno le lingue e non dire su Gaufridy più di quanto sapessero realmente. Ma ora che la corrente era
diventata troppo forte, l’emulazione troppo viva – e, forse, i rischi troppo grandi –, ognuno si faceva
sotto con la sua brava storiella. Uno ritornava su quelle storie di piccioni e “bocconcini prelibati”,
insistendo su quanto Louis avesse gusto per “le spezie sulle carni”, sulla sua mania di insaporire con
salse fortissime i carciofi ed i cardi. Un altro diceva che si coricava “ignudo da per tutto nel letto, con
le femmine”, che l’aveva visto con i suoi propri occhi. Un terzo raccontava che un giorno, in sacrestia,
si era travestito in modo strano, ed aveva tenuto certi comportamenti che era difficile riferire. Un
quarto spiegava che una volta era venuto in refettorio accompagnato da un gatto grigio – senza dubbio
un masq – che graffiava tutti e non era stato possibile cacciare; avevano finito col gettarlo dalla
finestra, ma era rientrato da un’altra. Alcuni, infine, a voce bassa, evocavano scene dell’infanzia di
Louis, che erano state loro riportate e che lasciavano una strana impressione. Si mormorava che,
quando era pastore a Beauvezer, avesse con gli animali curiosi rapporti. Si diceva anche che, un
giorno, nella casa sul fianco della collina dove abitava la sua famiglia, un po’ al di fuori del villaggio,
gli era avvenuta una cosa singolare: mentre stava dormendo, verso la mezzanotte, i diavoli erano
venuti a portarlo via dal suo letto per condurlo sul solleiyaire che si apriva al piano superiore, e di là
l’avevano precipitato al suolo, avendo però cura che non si facesse alcun male. Si era rialzato
miracolosamente indenne. In breve, fin dagli anni più remoti, vi erano fatti strani, comportamenti
singolari che sarebbe stato facile interpretare, se soltanto si fosse stati perspicaci. Ma non si era visto
nulla. Era ora di aprire gli occhi. Tutto appariva chiaro, tanto nel presente che nel passato. Così
parlavano quei bravi preti. E così scrupolosamente testimoniavano. Si stava accumulando una
montagna di dichiarazioni, confessioni, relazioni, rivelazioni.

Louis era all’oscuro di tutto. Tuttavia, provato dal rigore del carcere, cominciava a vacillare. Il
10 aprile 1611, Venerdì santo, chiese di vedere i due cappuccini, che nei giorni precedenti la
Settimana santa l’avevano sollecitato e esortato alla confessione con zelo particolare, e, lo sguardo
smarrito, con voce inespressiva, disse loro: “Il Demonio mi ha accusato del crimine della arte magica e
di essere il Principe della sinagoga: or bene egli è veritiera, la sua accusazione, imperocché io lo
sono”. Silenzio. Momento di stupore e di giubilo per Antonin e Celse. La gloria di Dio, proclamata a
viva voce, un Venerdì santo, nelle segrete dell’illustre palazzo dei conti di Provenza! Ma bisognava
restare calmi, pazienti. Non correre nessun rischio. Innanzi tutto farsi ripetere la cosa. E Louis ripete.
Farla conoscere a Michaëlis, senza perder tempo. Ancora una volta sta predicando, a Saint-Sauveur.
Esalta la Passione di Cristo. Gli viene mandato un emissario, che l’informa non appena sceso dal

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pulpito. In brevissimo tempo la folla radunata nella chiesa sente che sta succedendo qualcosa, che un
avvenimento straordinario sta per accadere. Michaëlis invita i fedeli alla calma, a raccogliersi in
preghiera. Senza indugiare lascia la cattedrale e va incontro ai due cappuccini. Chiede loro di non
lasciar trapelare nulla della confessione di Gaufridy, di metterla per iscritto, di annotare ogni minimo
dettaglio.

Cosa che venne fatta. Il risultato fu un opuscoletto, stampato a tempo di record, per l’epoca, e
messo in circolazione fin dalla metà di aprile. Se ne può vedere un esemplare alla Biblioteca di
Marsiglia, negli Archivi della diocesi della città. Il documento porta come titolo:
Confessione resa da Messer Loys Gaufridy prete nella chiesa delle Accoules di Marsiglia,
Principe dei maghi da Costantinopoli fino a Parigi, a due Padri cappuccini del convento di Aix, la
vigilia di Pasqua, l’undecimo di aprile dell’anno milleseicentoundici.
A Aix, appo Jean Tholozan, stampatore del Re e della detta città, MVCXI.
Con licenza della corte del Parlamento.
Un particolare attira immediatamente l’attenzione: la vigilia di Pasqua era il 2 e non l’11 di
aprile. L’errore sembra stato essere volontariamente commesso al fine di lasciar pensare che la
rivelazione pubblica della straordinaria “confessione” coincidesse con la festa di Pasqua: sempre la
stessa ossessione delle grandi ricorrenze del calendario religioso; non potendo ardere vivo Gaufridy il
giorno della resurrezione del Signore, si producevano a questa data le prove che l’avrebbero mandato
al rogo.

La confessione, a dire il vero, aveva dovuto essere stata ottenuta e trascritta nel momento in
cui Louis, all’estremo della resistenza, annientato dalla prigionia, affamato, privato del sonno,
minacciato delle più terribili torture, era nelle condizioni di dire tutto quello che si voleva intendere da
lui. Da tempo, i cappuccini che si davano il cambio senza sosta per restargli accanto erano pronti a
raccoglierla. Uno di loro, gli ultimi tempi, non lo lasciava più, e dormiva al suo fianco, sulla paglia
della prigione. Parlò, quindi. Senza badare ai dettagli. Acconsentì a tutto. Il documento è stupefacente
per quello che contiene oltre l’immaginabile e il credibile. Va al di là delle speranze degli inquisitori.
È, nel campo delle confessioni estorte ed inventate, un modello del genere. La lingua dell’epoca ne
accresce ancora lo spaventoso sapore di colpevolezza volontaria, delirante ed ingenua.
Inizia con un preambolo, che evoca una visita di Lucifero “abbigliato alla maniera delli
gentiluomini” nella camera di Gaufridy un giorno in cui, come per caso, stava leggendo il famoso libro
“di magia” legatogli dallo zio. Louis vi racconta come il Diavolo, che da buon giurista non amava
lasciare al caso i propri interessi, gli avesse imposto di firmare una “promessa” redatta con lo stesso
rigore e la stessa precisione di un atto notarile. Ne cita esattamente i termini:

Io, Loys Gaufridy, rinunzio a tutti beni, temporali ovvero spirituali, che possano a me essere
conferiti per parte di Dio, di Maria Vergine, di tutti i santi e le sante del Paradiso, in ispecie
del Santo mio patrono san Giovanni Battista, da san Pietro, san Paolo e san Francesco, e mi
do in corpo et alma a voi Lucifero quivi presente, con tutti i beni che saranno in mio possesso
(eccetto per il valore dei sacramenti riguardo a quelli che li riceveranno). Così firmato e
convenuto.

(Il modo in cui, in un contratto stipulato col Diavolo, viene imitato un contratto di proprietà, di
vendita, di donazione ecc., in una società dall’impronta così “mercantile”, va esente da ogni
commento.)

Riconosce in seguito per mezzo di una lunga e monotona litania, scandita in cinquantadue
paragrafi, tutti inizianti con la parola “Confesso”, (come se quel martellamento, quella ripetizione
meccanica del verbo “confessare” fosse la garanzia stessa della confessione), l’insieme delle colpe di
cui è stato imputato nelle varie fasi dell’inchiesta. Per esempio la pratica quotidiana del libro di magia
di suo zio, che aveva favorito la visita del Diavolo:

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2. Confesso che tenevo detto libro di magia sotto la cappa del camino della mia camera a
sinistra, su un’assicella di legno appesa ad un chiodo.
3. Confesso che tolsi un estremo piacere nella lettura di detto libro, e fu mentre che lo leggevo
che il Demonio apparve a me nella medesima guisa di cui sopra.

Riconosce allo stesso modo il potere che gli ha conferito il Diavolo, tramite la firma della
famosa cedola, di soffiare le fanciulle e le donne:

4. Confesso che due o tre giorni dopo detta promessa, quello stesso Demonio ritornò (come
m’avea promesso) e mi disse allhora che in virtù del mio soffio infiammarei a mia volta tutte
le fanciulle o donne che avessi avuto voglia di godere, purché il mio soffio arrivasse loro alle
narici; e da quel dì cominciai a soffiare tutte quante erano di mio gradimento.
5. Confesso come il Diavolo mi ricò una cedola da lui segnata, contenente le virtu’ del soffio,
che è ancora a casa mia.
6. Confesso come ho soffiato mille fanciulle, o donne, togliendo un sommo godimento nel
vederle infiammate dal mio amore; dissi più fiate parlando di alcune in particolare ai loro
padri: Le vostre figlie ne hanno tanto quanto possono portare, senza spiegare oltre.

Espone in dettaglio l’incontro con Madeleine e le “manovre” intraprese su di lei:

9 Confesso come la prima volta che volsi coprire Magdelaine, le posi la mano sulla bocca, e
in fronte, e poi laddove era sita la sua natura, cosa ch’ella sopportò.
10. Confesso aver soffiato questa damigella parecchie volte, poiché tanto più la soffiavo,
tanto più ella era disperata dal mio godimento. Volevo che l’effetto della concupiscenza
venisse da parte sua; così l’infettai a tal punto con il mio soffio ch’ella moriva d’impazienza
quando non ero con lei: veniva a cercarmi nei campi, in chiesa, e voleva che fossi sempre in
casa di suo padre. Così conobbila come disiavo.

Poi espone come le avesse dato come scorta un diavolo di nome Asmodée e l’avesse data ad
un altro di nome Belzebù, sempre nelle forme di un impegno giuridico suggellato col sangue:

12. Confesso che in presenza del diavolo Belzebù, la punsi con un piccolo punteruolo assai
acuto (fatto a mo’ di ago) nella giuntura del dito mignolo della mano destra, per ottenere del
sangue per firmare la detta promessa.

Viene in seguito la narrazione degli atti di magia e stregoneria che conseguirono da questi
vincoli, e in particolare le partecipazioni al Sabba, al cui proposito la confessione è senza pecche:

17. Confesso come la prima volta che si va al Sabba, tutti, Masqs, Stregoni, Streghe e Maghi
siano marchiati col dito mignolo dal Diavolo che è di ciò incaricato.
18. Confesso essere stato marchiato al Sabba di mio proprio consentimento e avervi fatto
marchiare Magdelaine. Ella è marchiata alla testa, al cuore, al ventre, alle cosce, alle gambe,
ai piedi, e in molte altre parti del suo corpo: ha ancora un ago nella coscia che non sente
punto, il quale io le ho visto mettere, e allorché l’ago entra, si direbbe che si fori una pelle di
cartapecora.

Vengono fornite precise indicazioni sui luoghi:

21. Confesso essermi trovato al Sabba in diversi luoghi, ossia alla baume di Roland, alla
baume di Loubières e due o tre volte alla Saincte-Baume. Ivi recandomi una volta affinché il
Diavolo portasse seco Magdelaine e la traesse per tutti i boschi della Saincte-Baume.
22. Confesso che quando volevo recarmi al Sabba, mi mettevo la notte alla finestra,
spalancata: altre volte uscivo dalla mia camera, chiudendola a chiave e mettendo le chiavi
nel mio taschino, Lucifero mi prendeva e in un istante mi trovavo condotto nel luogo dove si

91
teneva il Sabba, rimanendovi qualche volta una, due, tre ore o il più delle volte quattro,
secondo le affezioni.

Il rituale e le cerimonie del Sabba vengono descritti con compiacimento:

23. Confesso come all’entrata e all’uscita del Sabba, tutti i Masqs, Stregoni e Maghi adorino
il Diavolo, gli rendano omaggio, ognuno secondo il suo grado, ossia: i Masqs l’adorano con
tutto il corpo coricato per terra, gli Stregoni stando in ginocchio, e curvando il corpo; e i
Maghi, come Principi del Sabba, si mettono soltanto in ginocchio.
24. Confesso che non appena si entra al Sabba, vi è un Diavolo che ha comandamento di far
rinnegare Dio ad ognuno, tutti i Santi e le Sante, e particolarmente san Francesco.
25. Confesso che mi trovai sovente al Sabba con Magdelaine, e le feci inghiottire delle
scritture in una scodella, le une scritte dal Diavolo, e le altre da me, per farla infuriare
ancora di più nel mio amore.
............................................................................

29. Confesso come al Sabba si faccia una forma di Battesimo, e che ogni stregone faccia
particolarmente voto, dandosi al Diavolo, e faccia battezzare tutti i suoi figli al Sabba, se è
possibile farlo, così come vengono imposti dei nomi a ciascuno di coloro che sono al Sabba,
differenti dal loro nome.
30. Confesso come in questa forma di Battesimo ci si serva dell’acqua, dello zolfo e del sale:
lo zolfo rende schiavo del Diavolo e il sale serve per confermare il battesimo al servizio del
Diavolo.
............................................................................

35. Confesso come le candele che vi si bruciano siano di polvere e di zolfo.


36. Confesso come il prete che dice questa forma di messa sia portato al Sabba dal suo
diavolo, con una pianeta viola.
37. Confesso come la campana con la quale la si suona sia di corno, col battaglio per
suonarla di legno.
............................................................................

40. Confesso come si consacrino molte croste e tozzi di pane per darne agli assistenti, e
quando non vi sono abbastanza croste del di sotto, si prendano quelle del di sopra.
41. Confesso come elevata la crosta offerta, ciascuno rinneghi Dio a voce alta e gridi:
Maestro, aiutaci, rivolgendosi a Lucifero e ad altri diavoli.
42. Confesso come si offra del sangue in un bacile o in un vaso abbastanza grande, e poi
dopo, quando l’offerta è fatta, il prete che dice questa forma di messa prenda un asperges, ve
lo bagni dentro, e dopo ne asperga gli assistenti.
43. Confesso come tutti ne prendano a piene mani, e se ne mettano sul capo, dicendo: Sanguis
ejus super nos et super filios nostros.
44. Confesso come tutte le croci che si fanno durante questa messa siano fatte alla rovescia
come sopra.
45. Confesso che quando si dice Agnus dei e Domine non sum dignus, ognuno arrabbi in
cuor suo, e tutti gridino come disperati, rivolgendo le loro parole al Diavolo, dicendo:
Maestro, aiutaci per sempre.
46. Confesso che ognuno è obbligato a prendere la comunione, e quando non lo fa, si è tenuti
a far mangiare la sua crosta di pane a un diavolo trasformato in cane; e mi sovvengo
benissimo quanto il diavolo che aveva questo incarico fosse stato ripreso assai aspramente
dagli altri per non aver assolto bene il suo compito.

E, per terminare e riassumere il tutto:

51. Confesso come il Diavolo non mi lasciasse mai, tranne quando entravo nella Chiesa dei
Cappuccini: là, mi attendeva sulla porta.

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52. Confesso come tredici o quattordici anni or sono mi sia dato al Diavolo, anima e corpo, e
abbia rinunciato a tutto quello che potevo sperare della misericordia di Dio.

Come si può vedere, confessione completa. E il penultimo articolo presenta il vantaggio di


citare con chiarezza il “firmatario” del documento. È Gaufridy a confessare, ma sono i cappuccini a
redigere, e hanno avuto cura, nelle loro ingenue e scrupolose formulazioni, di tenere la chiesa dei
Cappuccini fuori dalla portata del Diavolo: ed ecco fatto! Per quanto riguarda il resto, le pieghe, le
fioriture e gli eventuali preziosismi dello stile (le cui inflessioni, a tratti, si fanno curiosamente
letterarie) bastano: si sente che l’importante è che le cose siano non soltanto dette, ma scritte. E,
scritte, lo sono in effetti, con arte (quel colpo maestro dello zolfo e del sale!), sentimento (quelle
donne “infiammate” d’amore!), ardire (quella bella cifra tonda di mille, per il numero di fanciulle
“soffiate”!), raffinatezza (quelle lettere, quelle “scritture” che Madeleine ha inghiottito in una
scodella per essere ancor più legata a lui!). Ma anche con sufficiente sicurezza e precisione
poliziesca, soprattutto perché si ricavi dalla lettura di questi scritti l’impressione che tali fatti non si
possano inventare, che lo svolgimento del cerimoniale sabbatico, descritto con tale precisione, non
possa essere che reale, che pratiche di seduzione così minuziosamente ricostituite non possano
essere frutto di un sogno. Perché la confessione non svanisca nel nulla, bisogna che fugga il vago, il
dubbioso, il prolisso, bisogna che cada su uno scrittoio o sotto i tasti di una macchina da scrivere,
con forza tranquilla, ostinata e compatta, che non lasci posto all’incrinatura, all’esitazione, al
sottinteso: questi cinquantadue paragrafi hanno il rigore enumerativo della cosa scritta divenuta di
piombo.

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Cap. 5

Nei giorni che seguirono, tuttavia, Louis trovò in sé abbastanza forza da ritrattare tutto davanti
ai suoi giudici. Si riunivano nella sala delle Monete, al secondo piano del palazzo, e lo convocavano
regolarmente in udienza. Antoine Thoron presiedeva la seduta, maître Séguiran lo assisteva. Era
presente un nuovo magistrato, incaricato di seguire il caso, il consigliere Olivier. Partecipavano alla
seduta diversi ecclesiastici, il procuratore generale Louis-François de Rabasse ascoltava in silenzio.
A volte interveniva Guillaume Du Vair. Louis non era più che uno straccio inerte, passivo, dinanzi a
loro.

Ma quella mattina, allorché gli venne data lettura di alcuni stralci della sua confessione,
dichiarò a voce bassa, ma calma, di aver “fatto empire quella carta di menzogne e falsità, il tutto a
causa della sola apprensione della morte e dei dolori che immaginava di avere a patire e contro i
quali pensava mettersi al riparo per mezzo di queste confessioni da lui da ieri fatte [...] ed anche
precedentemente in presenza del Signor Primo Presidente e notaro”. Alludeva ad alcuni recenti
propositi che sembravano confermare le confessioni scritte. Con estrema chiarezza, spiegò che
soltanto la paura della tortura e dei supplizi (di cui non si era mancato di brandire la minaccia)
l’aveva indotto a dichiarare tutto ciò. Aggiunse che i padri cappuccini erano venuti a capo della sua
pazienza. L’avevano “assalito con ogni sorta di consolazione”, arrivando a dormire accanto a lui,
nella segreta, sulla paglia, “importunandolo e ingiungendogli di dire la verità per più di venti
giorni”. Aveva finito col cedere, e “questo più per accontentarli, vista la grande e continua pena che
prendevano per lui, che per i rimorsi della sua coscienza; e anche perché gli assicuravano che quello
era il solo mezzo per ottenere misericordia dalla giustizia”. Più volte insistette sull’idea che aveva
finito col dire quello che si voleva dicesse per dare “soddisfazione ai padri cappuccini”. I suoi
propositi altro non erano che “cose false da lui create ed inventate per dare più colore e credibilità al
suo dire”.

Si reggeva a mala pena in piedi. La camicia ridotta a brandelli scopriva il corpo magro. Ma
parlava, gli occhi pieni di febbre nel viso devastato. Lo considerarono con riprovazione. Come si
permetteva? Cosa voleva insinuare? Quali libertà si prendeva in questo gioco del quale si credeva
avesse capito le regole? Nell’imbarazzo generale, il giudice Thoron si schiarì una o due volte la gola
tossicchiando e consultò i suoi colleghi su quale comportamento adottare. Dopo una breve
deliberazione, sussurrata a mezza voce e piena di di sottintesi, si decise che la confessione doveva
essere confermata da pubblici interrogatori, nei quali Gaufridy non avrebbe avuto la possibilità di
eludere la verità. Interrogatori che arrivavano un po’ tardi, ma che avevano almeno il merito della
chiarezza: la parola processo era finalmente pronunciata esplicitamente. Louis vi era stato condotto
a tappe graduali, senza che mai si dicesse apertamente qual era la natura precisa dell’azione intentata
contro di lui. Ora il fatto diveniva diritto. Le cose furono dunque condotte secondo le apparenti
esigenze della Giustizia, ma ad un ritmo accelerato. Era chiaro che, nello spirito dei giudici, sotto
l’evidente ed insistente pressione dell’autorità ecclesiastica, le confessioni raccolte dai cappuccini
dovevano assolutamente servire da base su cui fondare il giudizio. Si trattava soltanto di
corroborarle annettendovi della prove.

A tal fine, nello spazio di quindici giorni, si fece ricorso ad ogni sorta di procedura, una più
sbrigativa dell’altra. Madeleine e Louis vennero ancora messi a confronto: avendo la sventurata
praticamente perso la ragione, non vi furono difficoltà a ottenere da lei un certo numero di propositi
supplementari, tanto deliranti quanto efficaci. Tutti gli incartamenti medici furono pubblicamente
esibiti, e Merindol, Fontaine, Grassi, Bontemps, che vennero sentiti, non fecero che avallare le
penose constatazioni dei barbieri e dei chirurghi. Tutti i registri di maître Séguiran furono aperti e
commentati, e non si poté che prendere atto della massa impressionante di testimonianze a carico

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che si erano accumulate a Aix e soprattutto a Marsiglia. Per buona regola si fecero comparire tutti i
testimoni, nella misura in cui fu possibile reperirli e convocarli. La sfilata dell’imbecillità e della
bassezza ebbe luogo, per parecchi giorni, nella sala d’udienza. Triste mascherata che voleva darsi
un’apparenza di serietà. Ma non veniva chiesto ai testimoni che di confermare con qualche gesto o
proposito frettoloso quanto avevano debitamente deposto per iscritto. E tutto questo non lo si faceva
certo in buona coscienza.

In ogni modo, la paura fisica del Diavolo dominava le sedute, elemento che si rischia oggi di
perdere di vista, ma che non poteva che essere estremamente presente, in ogni momento, per la gente
dell’epoca. Il fatto di discutere, discorrere, dibattere, testimoniare intorno al Demonio, in un caso di
stregoneria, era vissuto come un modo angoscioso di sfidarlo, di provocare la sua ira e la sua
vendetta, di rendere la sua presenza attiva tra gli uomini ancor più malefica di quanto già non fosse.
Può attestarlo un aneddoto che merita di essere riportato nella misura in cui, curiosamente, fa cadere
d’un sol colpo l’angoscia nella buffoneria e nella farsa. Ma è proprio questo che lo rende
significativo: rivela il clima di isteria collettiva regnante, anche tra gli stessi giudici, e al tempo
stesso, grazie alla derisione, lo demistifica. In ogni caso sembra aver colpito i contemporanei, poiché
viene riportato a più riprese nei documenti dell’epoca, e in seguito divulgato da una narrazione
all’altra.
Un giorno, il giudice Thoron dava udienza ad alcuni testimoni e ne ascoltava le deposizioni,
assistito dalla commissione d’inchiesta al gran completo, nella quale si trovavano non soltanto altri
magistrati, ma anche numerosi preti, vicari e segretari. Un gran frastuono si fece intendere ad un
tratto nell’immenso camino della sala. Tutti levarono lo sguardo. Un’inquietudine gravava su tutti
gli astanti. Non soltanto il rumore si faceva sempre più chiaro, ma andava amplificandosi. Una sorta
di sordo rimbombo, accompagnato da sfregamenti. Giudici, commissari, testimoni si guardavano
l’un l’altro, senza osare il minimo gesto. L’ansietà divenne generale. Un magistrato fu il primo ad
alzarsi, avvolgendosi nella toga prese la porta. Gli altri lo seguirono, con gli stessi gesti e la stessa
sollecitudine. Ci si spingeva brutalmente per lasciare il luogo al più presto. E si volgeva lo sguardo
lontano dalla cappa del camino. Improvvisamente ne uscì un grande uomo nero, coperto di lucente
fuliggine, che scuoteva il capo dimenandosi in tutti i sensi. Il panico più totale si impadronì dei
partecipanti. Nessuno dubitava che il Diavolo in persona fosse appena apparso, volando in aiuto del
suo “allievo”, del suo “discepolo”, che intendeva sottrarre alla Giustizia. Con grida d’orrore tutti si
accalcarono in direzione della porta, cadendo, urtandosi. Il giudice Thoron, che per un istante aveva
tentato di calmare gli spiriti, non intese essere l’ultimo a fuggire. Disgraziatamente la sua lunga toga
s’impigliò sotto la gamba della poltrona. Si lacerò in parte, ma non abbastanza per liberarlo. Si gettò
allora in ginocchio davanti al Diavolo, segnandosi ripetutamente per farlo indietreggiare e insieme
scongiurandolo solennemente di risparmiarlo. Si scoprì allora che il Maligno altri non era che un
povero spazzacamino, incaricato, senza che la commissione ne fosse stata messa al corrente, di
pulire le canne fumarie del palazzo. Aveva sbagliato sala, era caduto malamente nell’esecuzione del
suo lavoro e si era rialzato mezzo stordito, contuso, pesto. Davanti al terrore che sembrava ispirare,
non sapeva che fare ed ora era lui ad inginocchiarsi davanti al giudice, implorando clemenza e pietà.
Situazione d’un comico un po’ troppo bello per essere vero. Ma straordinariamente rivelatrice del
carico di angoscia e di autentica paura che vi era dietro ogni peripezia dell’affaire.

Episodi del genere non potevano che indurre i giudici ad accelerare le mosse. Gli ultimi
interrogatori di Gaufridy ebbero luogo fine aprile. Quello finale fu fissato per il 28. Venne deciso
che sarebbe stato tenuto nella Grande Camera della Corte, per dargli maggior solennità agli occhi
dell’opinione pubblica. Louis vi comparve incatenato, un crocifisso sul petto. Dovette prestare il
giuramento dei preti e fare più volte il segno della croce prima di sedersi sul banco degli accusati
posto nel mezzo della sala. Rituale terribile che lo metteva immediatamente in una posizione
assoggettata, oppressa, dalla quale non gli era praticamente più possibile difendersi. Si rimane
stupiti, tuttavia, leggendo le minute dell’interrogatorio, nel vedere a qual punto le risposte alle
precise domande che gli venivano rivolte divergano dalle confessioni scritte fatte ai cappuccini.
Tutto si svolge come se, ritrovata la facoltà di parlare solo e libero, nonostante il cerimoniale che

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l’opprimeva, non potesse far altro che dire le cose così com’erano, senza esagerazione, senza
condiscendenza per gli assilli e i fantasmi dei suoi persecutori, in modo quasi banale, piatto. Lo
scarto tra i termini di questo interrogatorio e il testo delle confessioni corrisponde all’abisso che si
era scavato a poco a poco tra la semplice realtà del caso e l’interpretazione che ne aveva dato, giorno
dopo giorno, la follia collettiva di un’epoca e che le autorità civili e religiose intendevano imporre.
Per esempio, fin dall’inizio, quando viene sollecitato a “confessare la verità ingenuamente” su
tutta la sua vita passata, Louis racconta la sua infanzia tra le montagne di Beauvezer e a Pourrières,
gli studi a Arles e a Marsiglia, con la più grande semplicità, evitando con grande naturalezza le
insidie dei giudici che vogliono vedere l’intervento del Demonio nei suoi minimi comportamenti.
Parla di suo padre, di sua madre, dello zio, della vita da pastore con semplicità, riconducendo la
storia della sua caduta dal solleiyaire a giuste proporzioni, malgrado lo scetticismo e i sogghigni di
chi lo ascolta e sostiene che quel giorno sia stato “sollevato nell’aria” dai demoni. Anche a proposito
del libro del vecchio canonico rimette le cose a posto:
- Vostro zio, prima di morire, vi ha dato un libro di magia?
- Sì, conteneva cinque o sei fogli.
- Quali figure vi erano nel detto libro?
- Vi erano quaranta caratteri.
- Vi siete subito dato a questa abiezione?
- No, soltanto da cinque anni e mezzo.
- Quale fantasia vi prese di leggere quel libro?
- Un bambino mi chiese un libro delle Epistole di Cicerone; cercandolo, trovai questo libro.
Interrogato in seguito sulla sua attività di prete a Marsiglia, sul suo insediamento alle
Accoules, sulle relazioni con la famiglia Demandolx de la Palud, tiene lo stesso linguaggio. Di
Madeleine, si limita a dire: “Credo sia vittima di illusioni e sopraffatta dal Diavolo”.
- Quando era a Marsiglia, non avete forse detto che i medici non capivano nulla del suo
male e che voi l’avreste guarita?
- No.
- In che modo fu guarita così presto?
- Così ha voluto Nostro Signore.
- Durante la sua convalescenza, ella non vi disdegnava? E sua madre non la rimproverava di
ciò?
- Sua madre diceva che era melanconica.
- Non le avete offerto una pesca che avete poi mangiato insieme?
- Non me ne sovvengo. Ne ho offerto a tante altre. In queste pesche, altro non vi era che le
dette pesche.
- E più tardi una noce?
- Possibile.
- Avete avuto familiarità con la giovane?
- Non l’ho mai “conosciuta”.
- Non l’avete mai baciata, toccata?
- Frequentavo assiduamente la sua casa, ma non l’ho mai toccata.
- Non l’avete violentata?
- Ritengo sia stato il Diavolo.
- Madeleine non ha forse detto che avevate “coabitato carnalmente” con lei, e non si doleva
del fatto che avevate preso la sua verginità? Non ve lo ha forse detto anche padre Billet?
- In effetti. Padre Billet è venuto a Marsiglia per farmene biasimo.
Sui bolli satanici:
- La ragazza non è forse marchiata? Chi è la causa di questi malefici?
- Penso si sia data al Diavolo e poi sia stato lui a marchiarla.
- Il Diavolo l’ha marchiata dopo che si fu data a lui?
- È una cosa che mi ha dato molto da pensare.
- E voi, siete marchiato?
- Così mi è stato detto.
- Non l’avete forse visto voi stesso?
- Sì, mi sono trovato qualche piccolo marchio.

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- Madeleine ha detto, quand’era padrona del suo senno, che l’avete corrotta e di essere
marchiata?
- Non posso dire che la verità: non ho mai saputo come quei marchi siano stati fatti.
- Non avete detto che, quando siete stato marchiato, avete sentito un certo dolore, come
un bruciore?
- Sì...
Si ritorna alle pratiche di magia:
- Avete fatto studi di teologia?
- No.
- Avete letto libri di magia?
- No.
- Poiché non ne avete letto, come avete letto e dichiarato cose che sono in questi libri?
- Se ciò è vero, sono il più grande stregone del mondo!
Sugli atti di seduzione:
- Perché avete soffiato la moglie di Perrin, poiché dite di non aver goduto di lei?
- Sono le astuzie del Diavolo... Non ho voluto godere di lei, perché l’avrebbe ostentato
dappertutto.
- Quante donne avete soffiato?
- Soltanto cinque a Marsiglia, ma col tempo ciò si riseppe.

Le domande più perfide, più assurde, più contraddittorie piovono da ogni parte, alla rinfusa.
Lo si fa parlare di tutto, sulle cedole, sul sabba, gli viene ricordato nei dettagli quanto ha dichiarato
nella sua confessione sul cerimoniale satanico, lo si assilla di interrogazioni sull’apparenza del
Diavolo alla grotta di Loubières, sull’abito che portava, sull’ordine gerarchico dei luogotenenti di
Satana, il loro rango, i diversi posti dove si tenevano seduti, sullo svolgimento del rituale di
adorazione, le dissolutezze che lo seguivano. Si confonde, dice cose senza senso, balbetta, esita, non
sa più che rispondere, si chiede se inventare per far piacere ai giudici o rifiutare di rispondere alle loro
domande demenziali. Uno di loro vuol sapere se veramente vengono portati alla sinagoga infanti
arrostiti. Un altro se non è stato tenuto un sabba in Palestina in presenza del re di Spagna, e se Louis
non vi abbia partecipato. Se rifiuta di ammettere certi fatti, o semplicemente oppone un cenno di
diniego, gli viene immediatamente obiettato quello che ha riconosciuto per iscritto. Finisce col
rispondere:
Sì, certo. Ho avuto torto di dirlo. Se l’ho detto, è stato soltanto per ottenere grazia e per
accontentare tutti.
E a questo punto si mette a piangere, piano piano, silenziosamente, mormorando parole come
“addio”, “nessun Diavolo”, “tormenti”, tentando di alzare fino al viso i polsi incatenati, implorando la
misericordia di Dio, senza cercare di dissimulare la paura delle torture che lo minacciano, della morte,
del rogo, elemosinando invano uno sguardo pietoso da parte dei potenti e dei folli che lo accerchiano.

Era patente non soltanto che quest’ultimo interrogatorio non sarebbe servito a nulla, ma che il
carattere vago, impreciso, scoraggiato, di numerose risposte, l’abbondanza di semplici “sì”, “no”,
“forse”, si trovavano a discordare completamente dal rigore scrupoloso e maniacale delle confessioni
fatte ai cappuccini. Tuttavia esse vennero considerate confermate, si reputò che i tentativi di
ritrattazione di Louis erano stati sventati, che tutto era ormai chiaro, accertato, definitivo. Nel
frattempo il procuratore generale de Rabasse aveva deposto le sue conclusioni. Dichiarava provati a
sufficienza i crimini di magia, stregoneria, idolatria, abominevole lubricità, imputati a Gaufridy,
“infamato pubblicamente quale mago”, prendeva atto della reale esistenza dei bolli demoniaci su di lui
e su Madeleine, così come delle manovre di seduzione e subordinazione esercitate sulla giovane.
Concludeva che “per queste cause” e, ancor più, “per l’ostinazione diabolica” della quale Louis non
aveva cessato di dar prova nel corso delle confessioni e ritrattazioni successive, non poteva che fare
istanza di onorevole ammenda, della questione e del rogo. Gli incartamenti relativi agli ultimi
interrogatori non facevano che confermarlo nella sua convinzione.

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La sentenza venne pronunciata il 30 aprile 1611. Al termine di una lunga serie di considerando
evocante i molteplici processi verbali redatti nel corso dell’istruttoria, l’inchiesta condotta da padre
Michaëlis alla Sainte-Baume, i rapporti di perizia medica dei dottori Mérindol, Fontaine, Grassi e
Bontemps, il registro delle deposizioni stilato da maïtre Séguiran, le minute degli interrogatori e
dibattimenti condotti dal giudice Thoron, le requisitorie del giudice Thoron, ogni prova e corpo del
reato allegati quali documenti giustificativi – il tutto sottoscritto da un certo Malyverni, segretario e
cancelliere della Corte -, veniva reso un verdetto molto dettagliato e circonstanziato. Eccone il testo
esatto:

Fia detto che la Corte ha dichiarato e dichiara il detto Loys Gaufridy colpito, confesso e
riconosciuto colpevole dei detti casi e crimini a lui imputati, per la cui riparazione lo ha
condannato ad essere consegnato nelle mani dell’esecutore dell’alta giustizia, portato e
condotto per tutti i siti e luoghi d’incontro consueti di questa città di Aix e dinanzi la grande
porta della chiesa metropolitana di Saint-Sauveur, della detta Aix, fare onorevole ammenda a
testa nuda e piedi nudi, il capestro al collo, tenendo una fiaccola ardente tra le mani e quivi in
ginocchio chiedere perdono a Dio, al Re e alla Giustizia, e, ciò fatto, essere condotto nella
piazza dei Prêcheurs della detta città ed esservi arso e bruciato vivo su un rogo che vi sarà
innalzato a questo fine, finché il suo corpo e le sue ossa non siano consumati e ridotti in cenere,
e queste dopo gettate al vento. E tutti e ciascuno dei suoi beni confiscato e acquisito dal Re; e
prima di essere giustiziato verrà sottoposto alla questione ordinaria e straordinaria per avere,
dalla sua stessa bocca, la verità sui suoi complici. E nondimeno prima che venga proceduto
alla detta esecuzione, egli sarà innanzi tutto rimesso nelle mani del vescovo della detta
Marsiglia, suo diocesano, o in sua assenza di altro prelato di condizione richiesta, per essere
privato delgi ordini nel modo abituale.

Era firmato: Guillaume Du Vair e Jean-Pierre Olivier.

98
Cap 6

La sentenza venne affissa il giorno seguente, 30 aprile. Era immediatamente esecutiva. Il


dispositivo della giustizia era tale che la sentenza e il verdetto fossero previsti diversi giorni in
anticipo, e che, al momento venuto, l’applicazione delle pene fosse in qualche sorta immediata. In
quella giornata del 30 Louis fu dunque spretato, suppliziato e giustiziato. Nello spazio di alcune
lugubri ore, tutto si svolse spietatamente, inesorabilmente.
Fin dal mattino, qualcosa di funebre fluttuava nell’aria leggermente brumosa della stagione.
Le campane avevano suonato di buon’ora. Una di esse, al culmine della torre dell’Orologio, era da
lunga data adibita ad accompagnare l’agonia dei suppliziati. Fin dall’alba, il suo suono preparava i
fedeli e soprattutto il condannato stesso: una sorta di rintocco funebre, fievole, lento, sordo. La gente
affluiva assai presto sulla piazza dei Prêcheurs, poiché, evidentemente, si trattava dello spettaco per
eccellenza, e bisognava assicurarsi un buon posto, ma anche perché il rituale della penitenza e del
supplizio non poteva essere compreso senza la presenza di quella folla numerosa che lo stesso aveva
funzione di tenere in rispetto. Inoltre, in quella precisa circostanza, tanto era il rumore che l’ affaire
aveva da mesi suscitato in città, tanto gli spiriti ne erano assillati, che l’afflusso di popolazione non
poteva che essere di proporzioni considerevoli.
E così avvenne. I dintorni della chiesa dei Domenicani – l’attuale chiesa della Madeleine –
nell’angolo nord-est della piazza dei Prêcheurs, erano gremiti di folla fin dalle 7. Diverse file di
alabardieri montavano la guardia. Gli sbirri erano stati piazzati nelle strade adiacenti per prevenire
movimenti di folla. Delle guardie, armate di picca, non esitavano ad ammaccare le costole e crivellare
i fianchi di quanti si avvicinavano troppo, respingendo i bambini a calci, sferrando pugni e ginocchiate
contro quelli che oltrepassavano un certo limite. Bisognava aprire il passaggio al vescovo di Marsiglia,
che stava per arrivare da un momento all’altro.
Cosa dire di Turricella? Le sue origini toscane non dovevano avergli forgiato un carattere
intrattabile. Aveva fatto il possibile per proteggere e salvare Gaufridy finché la cosa gli sembrava
ancora possibile. Ora non poteva far altro che cedere ed accondiscendere. Avrebbe gradito che gli si
lasciasse almeno il rifugio della neutralità. Niente affatto. L’ultimo paragrafo della sentenza, studiato e
predisposto con astuzia machiavellica, stipulava, come si è visto, che sarebbe toccato a lui spretare
Louis, con le sue proprie mani. Non poteva sottrarsi al protocollo, perfettamente conforme alle regole
ecclesiastiche, che l’obbligava ad abbandonare pubblicamente colui che aveva preteso proteggere, vale
a dire fino a rinnegare se stesso. Si piegò a questa umiliazione senza replicare. La vergogna nel cuore,
si spera. Quando arrivò, il capo chino sotto la mitra delle grandi occasioni, con la sua scorta di
canonici, preti e vicari rivestiti di broccato, seta e passamaneria, accolto sulla soglia dal giudice
Thoron che gli portava il saluto delle autorità civili, il rumoreggiare del popolo esprimeva derisione e
ironia. Ma che, qualche istante dopo, si mutarono in odio ed orrore all’arrivo di Louis, incatenato, le
vesti stracciate, a piedi nudi, scortato da guardie armate. Al suo passaggio la gente si faceva un segno
di croce, alcuni lanciavano grida di morte, ma i più, atterriti, restavano in silenzio o si limitavano a
mormorare. Sulle labbra le parole “stregone”, “mago”. Venne spinto immediatamente all’interno della
chiesa.
Là ebbe luogo una cerimonia per certi aspetti del tutto simile ad una degradazione militare.
Dreyfus davanti agli ufficiali superiori. Al loro posto, prelati riccamente abbigliati, dignitari, notabili
della Chiesa, tutti in grande pompa. Gaufridy è condotto davanti all’altare, vicino al quale è stato posto
un tavolino: su di esso un cero spento, un ciborio, un messale. Monsignor Turricella si fa avanti, gli dà
l’ordine di inginocchiarsi, poi, immediatamente, di rialzarsi. Con voce grave, cupa, un po’ marcata
dall’accento italiano, enuncia i suoi crimini: ha mancato a tutti i suoi doveri di prete, è venuto meno ai
suoi obblighi, ha stregato delle donne, ha dato al Diavolo la sua anima e quella di Madeleine, ha
servito deliberatamente lo Spirito del male, si è abbandonato alle peggiori nefandezze. E’ un
criminale, esecrabile per l’eternità. Solennemente, il vescovo prende il calice dal tavolo, glielo mette
tra le mani, poi lo ritira all’istante dicendo “Noi ti togliamo questo calice in cui eri uso consacrare il
sangue di nostro Signore.” Fa la stessa cosa col messale, che tende a Louis per poi strapparglielo: “Ti
togliamo questo libro in cui leggevi il Vangelo.” Resta soltanto il vuoto, la notte, il nulla. Louis è
spossessato del senso della sua vita, di se stesso. Affinché il significato di tutto ciò possa apparirgli
chiaro, gli vengono poste sulle spalle una cotta, una pianeta, una sottana, poi, le stesse, strappate via
d’un sol colpo. Gli gettano addosso, sugli stracci che lo coprono, un camiciotto di grossa tela bruna, la

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tenuta dei condannati. Poi gli ingiungono di tendere le mani al di sopra di un catino che qualcuno ha
appena portato. Gliele lavano a lungo, gliele asciugano con una pezza di tessuto grezzo, e gli raschiano
le palme con una specie di strumento da falegname. Ciò significa che il sudiciume di queste mani
viene definitivamente separato da quanto esse hanno ricevuto o toccato: la santa unzione, l’ostia, il
corpo di Dio. Per di più si dichiara pubblicamente che Louis è spogliato non soltanto dei suoi titoli e
prerogative, ma dei suoi beni e benefici, di qualsiasi natura essi siano. Exit il beneficiario, fuori il
curato delle Accoules. Altro non resta che consegnarlo al braccio secolare.

Fuori, la folla si era andata vieppiù infittendo. Le lame delle alabarde scintillavano al sole. Le
picche tintinnavano contro le schiniere. Le insegne sventolavano sugli elmi. Croci, stendardi, branditi
un po’ dappertutto, spuntavano al di sopra delle teste. L’uniforme gialla e rossa degli sbirri, i colletti
increspati delle guardie della prevostura, avevano come un sapore di carnevale. Le campane
suonavano, pacate, ora, quasi serene. Notizie ed informazioni correvano di bocca in bocca. La più
diffusa e certa era quella che lo “stregone” non sarebbe stato bruciato: i diavoli sarebbero intervenuti
all’ultimo momento per sottrarlo al supplizio, sollevandolo in aria. Non avrebbero abbandonato un
così buon servitore, lasciandolo sopprimere senza reagire. In attesa dell’avvenimento, che doveva aver
luogo da un momento all’altro, la folla fremeva in anticipo.

Nel frattempo Louis veniva condotto dalla chiesa dei Domenicani al palazzo dei conti, dove
l’attendeva un’ultima prova, non meno crudele delle altre. La sentenza della sua condanna prevedeva
infatti che, prima dell’esecuzione, egli dovesse essere sottoposto “alla questione ordinaria e
straordinaria”. Semplice formula, abituale in un certo senso, poiché, in tutti i casi del genere, tali
disposizioni venivano applicate automaticamente. Ma non meno sinistra, in quanto si riferiva ad un
ultimo rituale, tanto ipocrita quanto barbaro. La motivazione ufficiale della tortura era, in effetti,
l’indispensabile ottenimento di confessioni supplementari a riguardo di eventuali complici del
condannato. Ma, quando si sa che in numerosi casi non vi sono complici – ed è precisamente quel che
avveniva nell’affaire Gaufridy, in cui i complici non potevano essere che i demoni o i diversi attori e
comparse del dramma, tutti ben noti, perfettamente identificati, più d’una volta interrogati -, bisogna
ammettere che la “questione” era fine a se stessa, che veniva amministrata per la sola ragione di
aggiungere a tutte quelle che già si erano accumulate un’ultima crudeltà, più diretta, più raffinata. E
questo prima della liberazione della morte. I magistrati, i consiglieri, i preti dovevano essere
consapevoli della malafede di questa macchinazione, ma vi si prestavano. Di fatto, si trattava
esattamente di quello che Michel Foucault ha chiamato, in Surveiller et Punir, la “liturgia punitiva”:
non vi era motivo di interrogarsi sulla validità del supplizio accessorio, anche se giustificato con
pretesti ipocriti, poiché esso si iscriveva del tutto naturalmente in un processo al tempo stesso
simbolico e terribilmente concreto “destinato, sia per la cicatrice che lascia sul corpo, sia per lo
scalpore che lo accompagna, ad infamare colui che ne è vittima”, a “tracciare intorno al corpo, o
meglio sul corpo del condannato segni che non devono cancellarsi”, a mostrare che, “se il colpevole
geme e grida sotto le percosse, non si tratta di un vergognoso fatto accessorio, ma il cerimoniale stesso
della giustizia che si manifesta in tutto il suo potere”.

Louis viene quindi condotto in un locale della segreteria, vicino alla sala d’udienza. Dopo
averlo fatto mettere in ginocchio, gli viene letta di fila la sentenza che lo condanna al rogo e una
dichiarazione che “gli intima di sgravare la sua coscienza”, di denunciare i suoi complici e di “non
lasciarsi tormentare”. È in grado di sentire? Di intendere? Poco importa. Non viene neppure prestata la
minima attenzione ai suoi balbettii, alle parole mozze con le quali tenta di dire che ha confessato tutto,
che non ha complici, che domanda perdono a Dio, a Madeleine, ai giudici, agli uomini. Viene quasi
immediatamente trascinato nella sala detta dell’Estiro, dove si praticava il supplizio della strappata, in
vigore al Parlamento di Aix in quell’epoca. Bisogna spingerlo, le scale sono ripide, i corridoi bui. È
una sorta di spaventosa stanza nuda, alta, oscura, “che non riceve punto luce di sole, se non di una
finestra a griglia di ferro, la quale era al di sopra del tetto”. In questo luogo sinistro, una carrucola e
degli anelli sono fissati alla volta del soffitto. Vengono mostrati a Louis, scongiurandolo un’ultima

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volta di “dire la verità e non lasciarsi tormentare”. Per tutta risposta, egli s’inginocchia, le mani giunte,
piange, mormora delle anelanti preghiere a Dio. Sono presenti il commissario Séguiran, il consigliere
Olivier e il giudice Thoron, quattro guardie (Hodout, Millo, Yvan e Ferrac: i loro nomi possono essere
citati, a ricordo!) ed il boia, un uomo rude, vestito di brache di grossa tela e di una camicia largamente
scollata, le maniche rimboccate. Come per i sobbalzi di un corpo femminile, si tratta di uno spettacolo,
fatto per essere visto, per imprimersi in quel cerchio di sguardi di uomini di legge e d’autorità. Sono lì,
attenti, gravi, un po’ turbati, ma intrepidi. Hanno fatto portare un tavolino, una sedia e uno scrittoio,
perché almeno uno di loro possa sedersi, scrivere qualche annotazione, il nome dei complici, fossero
mai rivelati. Ultima intimazione. Si comincia.

Il primo episodio doveva essere quello della questione ordinaria, atto iniziale della questione
detta definitiva, la cui supposta funzione era di ottenere quel complemento di confessioni che si
pretendeva strappare prima della morte (la stessa si distingueva dalla questione preparatoria, applicata
nel solo quadro dell’istruttoria, quando ciò appariva necessario). Si trattava semplicemente di
realizzare una sorta di simulacro, doloroso ma rapido, del supplizio, una specie di prova generale
destinata a somministrare al condannato un assaggio preliminare di quel che l’aspettava. A tal fine, nel
caso della strappata, venivano usate delle semplici cordicelle, che potevano rompersi abbastanza
presto sotto il peso del condannato. Ricordiamo che il supplizio consisteva nel sollevare ad una certa
altezza, per mezzo di una corda e di una carrucola, il corpo dello sventurato al quale erano state legate
le mani dietro la schiena; lo si lasciava ricadere ripetute volte nel vuoto, slogandogli cosi’ le membra.
Le sottili cordicelle o strami univano la corda ai suoi polsi legati uno all’altro. Esse venivano
deliberatamente scelte poco resistenti, almeno in questa prima fase. Louis fu quindi “serré aux
grames” da una delle guardie mentre il boia, che era salito su un’alta scala, passava la corda nella
carrucola. Gli venne chiesto un’ultima volta di parlare. Tacque, pregò a voce bassa. A un segno del
consigliere Olivier, il boia, ridisceso, lo sollevò verso la volta tirando a sé la corda. Le braccia e le
spalle gli si girarono all’indietro. Lanciò un lungo gemito e gridò, secondo gli atti ufficiali che
relazionano la seduta di tortura, “Mio Dio, non conosco nessun complice... Ay, laisso, siou mouert”
(ahimè lasso, son morto!). Gli strami si ruppero quasi subito, e Louis fece una caduta assai
considerevole sul suolo in terra battuta dell’Estiro, coperto di fastelli di paglia (sufficiente, pare, a
ridurlo in gravissime condizioni). Ricominciarono per ben tre volte. Stessa tensione. Stesso strattone.
Stessa rottura delle funicelle. A poco a poco, sotto l’effetto del dolore, Louis perdeva la ragione,
pronunciava frasi senza senso: che non riusciva a ricordare chi fossero i suoi complici, e pregava Dio
di rendergli la memoria, che i Diavoli gli paralizzavano la lingua, che era vero che aveva conosciuto
Madeleine “alla sinagoga”, e la paura che aveva di rinnegare Dio, se continuavano a tormentarlo. Ogni
volta che il suo corpo ricadeva al suolo, i responsabili del suo supplizio gli si facevano intorno,
osservavano il suo volto contratto, coperto di sudore, sorvegliavano ogni movimento delle sue labbra.

Si decise di passare alla questione straordinaria. Al secondo episodio, nel quale non si trattava
più di preliminari. I polsi del suppliziato, ancora legati dietro la schiena, erano questa volta
direttamente uniti alla corda e, in più, due grosse pietre erano sospese ai suoi piedi. Particolare
curioso: il peso delle pietre varia secondo gli usi e costumi, le città in cui viene inflitta la questione. A
Macon, pesano fino a cinquecento libbre. A Aix, da quaranta a cento libbre, a seconda del giorno e
dell’umore. Sufficienti per disarticolare le membra del condannato, in particolare le spalle.
Appesantito dal terribile carico, Louis viene sollevato. Il dolore è violento, insopportabile, le membra
si schiantano, le ossa scricchiolano; perde conoscenza. Viene tirato giù. Gli gettano in faccia un
secchio d’acqua. Gli ingiungono per l’ultima volta di confessare, di dire “la verità sui suoi complici”.
Lo sollevano un’altra volta. Urla, lancia grida spaventose. Il francese lo abbandona definitivamente,
parla e geme soltanto nel provenzale della sua infanzia, delle sue montagne: “Jésus Maria, descendé
my, vous dirai leis complices”, o “voulès que iou my desespéry, noun saby que faire, m’y desespéras”
(volete che io mi disperi, non so che fare, mi portate alla disperazione). Al consigliere Olivier, che
sembra dirigere le operazioni: “Non, diray tout... Non saby de que me desespéras, non n’en sabys, ah!
Monsieur Olivier, sias un Diable!” (no, diro’ tutto… Non so perché vogliate la mia disperazione, non
lo so, ah! Messer Olivier, siete un Demonio!). Olivier, freddamente, ordina ancora una volta che venga

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“tirato su”. Poi, che non lo si faccia ridiscendere. Louis perde i sensi. Rimane appeso sotto la volta, il
corpo ciondolante come un peso inerte, le spalle spezzate che quasi toccano la carrucola. Riapre un
istante gli occhi per mormorare, tra due gemiti: “Ah! mes Pères, m’en vou renega Dieu”! (sto per
rinnegare Dio), poi chiede di parlare a Olivier, da solo a solo. Aggiunge, a voce bassa: “Ah! Monsieur
Olivier, sias christian, me fes damna!” (ah! messer Olivier, sono cristiano e mi fate dannare!). Lo
fanno ridiscendere fino al suolo. Non dice nulla. Lo risollevano. Lo lasciano nuovamente “appeso il
più in alto possibile”. Non grida neppure. Olivier fa un segno. Il boia molla bruscamente la corda, per
trattenerla prima che cada il suolo. Sotto lo strattone, il corpo tutt’intero si spezza. Una luce rossa
attraversa il cervello di Louis, esplode attraverso tutte le sue membra.
Lo slegano. Lo gettano ansante su un grande materasso preparato in un angolo, vicino al
camino. Una delle guardie vi ha appena acceso un fuoco. Si riscaldano davanti alle fiamme. Il giudice
Thoron, chino sul tavolo, finisce di redigere il verbale della seduta. Il boia arrotola la corda, ripone la
scala. Un bel quadro, in chiaroscuro.

Non restava altro che raggiungere il patibolo. Tuttavia una pausa era necessaria, perché
ognuno potesse ristorarsi. Fu dunque soltanto nel pomeriggio che Louis venne disteso su una sorta di
graticcio che doveva servire a trasportarlo sul luogo del supplizio. Aveva vagamente ripreso i sensi,
ma non poteva né camminare né tenersi in piedi. Lo aspettava nondimeno un lungo e triste itinerario,
poiché la sentenza prevedeva dovesse essere condotto “ per tutti i siti e luoghi d’incontro consueti “
della città, per fare ammenda onorevole. Era la penultima tappa del rituale dell’esecuzione ed era del
tutto escluso che potesse evitarla, in ragione dell’estremo valore di esemplarità che si attribuiva a
questa spettacolare dimostrazione. Il suo corpo, ridotto ad uno straccio, fu quindi legato al graticcio e
buttato su alcune assi, gli passarono la corda al collo, gli misero alla meglio un’enorme fiaccola tra le
mani, come previsto dal cerimoniale, gli aprirono un po’ di più il camiciotto, perché si potesse vedere
che era nudo, spoglio, rasato, e venne così trascinato per le strade strette e tortuose di Aix.
Aprivano il corteo il vicario e la sua scorta. Poi venivano i magistrati, i consiglieri, in toga e
con il tocco. Seguivano i preti, i dignitari della Chiesa. Infine il condannato, sul graticcio, attorniato da
un plotone di guardie, accanto a lui il cancelliere della giurisdizione penale della corte. Chiudeva la
marcia il comandante delle guardie con i suoi sbirri. Il rullo dei tamburi accompagnava il corteo.
Nell’aria, il suono lugubre delle campane. I colpi delle alabarde sul selciato. Le soste previste ebbero
luogo ai crocicchi, davanti le chiese, ai portici di alcune case. Ogni volta si faceva vista di mettere
Louis in ginocchio, si sollevava un po’ la fiaccola, lo si esortava a pronunciare le parole dell’onorevole
ammenda; in realtà venivano dette al suo posto, perché non poteva più parlare. La gente si affacciava
alle finestre, si sentivano sbattere con violenza le imposte contro il muro, alcuni lanciavano grida
ostili, altri agitavano degli stracci, come se scacciassero i demoni. I passanti camminavano rasente i
muri per lasciar passare il corteo, chinavano il capo, si segnavano. La lunga processione avanzava in
un brontolio sordo di preghiere salmodiate. L’ultima tappa ebbe luogo davanti alla cattedrale di Saint-
Sauveur. Si fermarono dinanzi all’alto portico scolpito. Louis venne invitato per un’ultima volta ad
inginocchiarsi, a presentare la fiaccola, a chiedere pubblicamente perdono a Dio, al Re, alla Chiesa,
alla Giustizia. La corda che aveva al collo un po’ sollevata, perché tutti potessero vederla. Di fatto, era
spinto, sostenuto, manipolato, qualcuno balbettava al suo posto.

Erano le cinque della sera quando il corteo ritornò in piazza dei Prêcheurs. La catasta di legna
era pronta. Preparata, come d’uso, sin dal giorno prima. Nella notte precedente l’esecuzione, delle
carrette portavano le ultime fascine. Scelte con cura: verdi, affinché bruciassero più lentamente, se il
condannato meritava un castigo eccezionalmente severo, secche, se gli era stato concesso di morire più
in fretta, molto secche in casi di particolare clemenza. Tutt’intorno, affaccendate, squadre di boscaioli,
affastellatori, carpentieri, con le carrette e le mule. Quando tutto era pronto, la folla arrivava. I curiosi
guardavano affascinati quella catasta di rami e di ceppi dalla quale sarebbe scaturito il fuoco
purificatore. Quella sera, ve n’erano dappertutto. Premevano, calcavano, pestavano. I bambini, per
vedere meglio, salivano sugli alberi: il doppio filare di otto platani che bordeggiava la piazza era come
vivo, brulicante di occhi avidi. Non meno tesi e attenti gli sguardi dietro le finestre delle case borghesi,
le tende leggermente aperte. Sui balconi delle abitazioni più belle, dei palazzi privati – quelli, per

102
esempio, di Honoré d’Agut e della famiglia La Cépède, che si trovavano sulla piazza stessa –,
prendevano posto gruppi di persone. Non è escluso che François Du Périer, il poeta e appassionato
d’arte, che aveva una casa all’angolo di via Rifle-Rafle, abbia avuto agio di assistere allo spettacolo.
Vi si assisteva nello stesso modo da tutti i piani del palazzo dei conti. Forse Madeleine era lì,
discretamente accompagnata da Catherine de Gaumer e da qualche orsolina: la si considerava ancora
abbastanza cosciente per quest’ultimo atto edificante? Quanto al popolo, esso approfittava
dell’occasione per riversarsi nelle strade con un’allegrezza inconsueta: era la festa dei mendicanti, di
ogni sorta di storpi, scrofolosi, rognosi, che venivano a santificarsi al sacrificio supremo, ed anche dei
borsaioli, dei ladri, degli esperti nel maneggiare daga e coltello, che provavano a farsi la mano tra la
folla.

All’arrivo di Louis, gli si fece sapere che, grazie ad un’indulgenza speciale, avrebbe avuto il
privilegio di essere strangolato dal boia prima di essere raggiunto dal morso delle fiamme. Così aveva
appena deciso una commissione riunita in extremis nella Grande Camera del palazzo, dove giudici e
consiglieri avevano consentito a questa grazia suprema, contemplata dalla normativa. Per un’ultima
volta, lo si fece mettere in ginocchio, gli venne letto l’atto finale della sentenza, gli presentarono la
croce, lo esortarono a chiedere perdono a Dio. La folla si era fatta improvvisamente silenziosa. Una
sorta di lungo, oscuro brivido reverenziale percorreva la piazza. Strana piazza dei Prêcheurs, nel
mezzo della quale si trovava un patibolo permanente, di solida pietra, alla cui manutenzione si
provvedeva con cura come ad un monumento pubblico, lavato da cima a fondo dopo ogni esecuzione,
sul quale, così spettacolarmente, si impiccava, si rompeva, si bruciava almeno una volta la settimana.
Deliziosa piazza dei Prêcheurs, dove, oggi, gli abitanti di Aix vengono a far la spesa al mercato, in
mezzo ai fiori, le verdure e la frutta, tra bancarelle colorate di venditori d’ogni sorta, esposizioni
improvvisate di hippies e antiquari di fortuna, tra il vociare di turisti snob. Da un lato gli spazi esterni
soleggiati dei caffé, dall’altro le grandi scalinate bianche del Palazzo di giustizia, dove si riscaldano
dei lavoratori arabi, sotto gli occhi di qualche poliziotto, l’edicola dove si vendono giornali inglesi,
tedeschi, italiani, americani. Nel mezzo: le grida degli impiccati, degli arrotati, di quanti, nel corso dei
secoli, sono stati squartati, attanagliati, sottoposti al ferro e al fuoco, hanno urlato sotto i colpi delle
sbarre che spezzavano le loro ossa, le corde che tendevano le loro membra, le fiamme che bruciavano
le loro carni. Interminabile urlo, che, certi giorni, su questa elegante piazza, è difficile non avere
ancora nell’orecchio.

Louis fu issato sul patibolo con una scala. Solidamente legato al palo ritto in mezzo alle
fascine. Non era inanimato; gli occhi, dai quali le lacrime non cessavano di scorrere, erano spalancati,
persi nel vuoto. Le labbra si muovevano, mormoravano preghiere smozzicate. Gli dettero ancora il
tempo di riflettere sulla sua morte, poiché l’uso voleva che, prima di avvicinare la torcia, si
esorcizzasse il legno sul quale il condannato doveva perire. Un cappuccino venne incaricato della
bisogna. Fece il giro della catasta aspergendola d’acqua benedetta e pronunciando le formule
dell’esorcismo. Ciò stava a significare che si scacciava il Diavolo dalle fascine dove si supponeva
accompagnasse lo “stregone” e, al tempo stesso, si scongiurava un possibile intervento da parte sua
per impedire al legno di prender fuoco. Poi, lo stesso cappuccino innalzò un crocifisso, fissato su
un’alta pertica, davanti al viso di Louis. La torcia apparve. Il boia che la reggeva era rivestito di una
cappa nera. Aveva precedentemente spalmato di pece e resina le fascine più in basso. Il fuoco prese
rapidamente, con violenza. Un fumo, in principio leggero, azzurrato, ma subito oscuro, salì. L’aiutante
del boia saltò sul rogo per strangolare Louis, con una corda che teneva pronta, ma le fiamme furono
più rapide di lui e consumarono la corda che teneva tra le mani. L’ultimo pensiero di Louis fu di essere
stato tradito, che la promessa di sottrarlo al fuoco da vivo non era stata mantenuta: il che,
probabilmente, corrispondeva a verità (l’Histoire admirable dice: “È stata cosa mirabile in questo
affare che il fuoco prendesse così rapidamente alla legna e alle fascine, e che la corda tutta nuova, con
cui il boia voleva strangolarlo, secondo la grazia che i giudici gli avevano concessa, si rompesse, cosa
che fu causa ch’egli fosse bruciato vivo, secondo quanto era stato predetto.”. Anche i legacci che lo
trattenevano, comunque, si ruppero molto in fretta e cadde in avanti sulle fiamme. Il fumo era già così
denso che gli occhi spalancati della folla non vedevano gran che. Tutti pregavano, borbottavano,

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facevano segni di croce. Alcuni levando gli occhi al cielo, delusi di non vedere i diavoli portar via il
loro protetto. I notabili, le fronti severe, meditavano sulla morte e la giustizia. Erano tutti presenti,
stretti l’uno contro l’altro. Uno solo mancava all’appello: Michaëlis. Aveva lasciato Aix già da diversi
giorni e si trovava ad Avignone, dove l’avevano chiamato i suoi doveri d’inquisitore della fede e più
pressanti affari. Non era sua abitudine indugiare in quelli che aveva già concluso.
Ora, un vento leggero attizzava il fuoco. Le fiamme, immense, salivano. Il legno si spaccava,
crepitava. Nonostante l’ora tarda, il cielo era ancora molto azzurro.

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Cap. 7

Le ceneri di Louis furono disperse al vento sulla campagna di Aix. Guillaume Du Vair dava
gli ultimi tocchi al suo Traité de la constance. La costanza altrui, naturalmente. Di fronte al fuoco, alla
sofferenza, alla morte. Era consapevole dell’importanza di questo caso e, alcuni giorni dopo
l’esecuzione, scriveva al cancelliere che gli aveva richiesto di esserne ragguagliato una lunga lettera,
nella quale ne proclamava il carattere eccezionale ed esemplare: “E quanto alla vostra richiesta di farvi
sapere la riuscita di questo affare, che è in verità uno dei più strani che, a nostra memoria, si sia
presentato alla giustizia...” Raccontava tutto, riassumeva tutto, nel modo più dettagliato. Senza mai
lasciar trapelare, nei suoi propositi, il minimo dubbio sulla fondatezza dell’accusa e della sentenza.
Secondo lui, tutto andava da sé: “Siete già a conoscenza di quanto è all’origine di questo processo, che
è che la giovane che è stata da lui traviata, fatta strega e condotta al sabba, essendosi voluta convertire,
si è trovata posseduta, avendo lo spirito dichiarato che non ne sarebbe uscito che se il mago che
l’aveva messo in quel corpo non fosse morto o convertito. Ella dichiara in giustizia la verità del fatto,
rivela i segreti del sabba, indica i marchi del prete. Egli è preso, visitato, trovato marchiato. Non
potendo negare ciò, dice che è senza il suo consenso, nega tutto il resto. Infine confessa dapprima a dei
cappuccini che aveva lui stesso domandati per assisterlo. E poi alla Giustizia dinanzi i commissari, più
volte, e ancora sotto lescabolète e durante le torture”... Lescabolète: garbata parola che, nel
vocabolario di Du Vair, designa il supplizio della strappata. Eccezion fatta per questa fioritura, il
linguaggio è quello dell’oggettività, quasi del pragmatismo, quello che parlano tra di loro gli alti
responsabili e i grandi funzionari quando discutono di affari di Stato. Tuttavia, non volendo il primo
presidente dare al suo interlocutore l’impressione di mancar d’erudizione in materia di storie
sataniche, aggiunge un certo numero di considerazioni sul sabba, sugli incubi ed i succubi, sui masqs e
gli stregoni, e sulla classificazione gerarchica degli spiriti maligni: insinua anche, in confidenza, che,
se Gaufridy non aveva riconosciuto tutte le sue colpe, era perché i demoni hanno costume di spalmare
d’un unguento diabolico alcuni dei loro servitori, il che li priva della memoria. E tutto questo con buon
senso, realismo, serietà.
Quanto a Malherbe, la serietà non era il suo forte. Malgrado il rigore dei suoi versi, la sua
tendenza naturale, non appena abbandonava la poesia, era incline al buon umore e alla battuta.
Sollecitato da Maria de’ Medici, durante un suo soggiorno a Parigi, affinché riferisca qualche
particolare sul caso, scrive all’amico Peiresc, rimasto ad Aix, e ne riceve qualche ragguaglio. Lo
ringrazia: “Mi avete fatto cosa gradita scrivendomi in particolare di quel prete stregone... Mostrai la
vostra lettera alla principessa de Conti, che mi disse essere d’avviso che dovevo farla vedere alla
regina la sera stessa, cosa che feci, e immantinente Sua Maestà fece portare una torcia e incaricò
Monsieur de Paris [il vescovo di Parigi] di darne lettura... Potete immaginare quanto si rise quando,
nel mezzo di quelle cose serie, si trattò del soffio; si legge in effetti nella deposizione di Gaufridy: Il
Diavolo mi disse che, in virtù del mio soffio, avrei infiammato a mia volta tutte le fanciulle o donne di
cui avessi avuto voglia di godere, purché il mio soffio arrivasse loro alle narici; e da allora cominciai a
soffiare tutte quelle che erano di mio gradimento. Questo caso è stato trovato strano da tutti e si è
preso un estremo piacere alla sollecitudine che avete apportato nel ricordare tante cose...” Abbiamo
letto bene: “Potete immaginare quanto si rise”, “si è preso un estremo piacere.” Si sapeva, in quel
momento, come si era concluso l’affare: la tortura, il rogo, il supplizio. Forse, sarebbe chiedere troppo
a Malherbe di avere, a proposito della conversazione da salotto che racconta, un moto d’emozione. O
semplicemente un accento umano, davanti a un così miserabile soggetto. È con queste parole che, in
effetti, termina la lettera a Peiresc: “Ma si è parlato abbastanza di questo miserabile soggetto.” I due
avevano temi più eruditi di cui dibattere.
Peiresc tuttavia non era del tutto insensibile a certi aspetti estetici del caso. Corrispondendo
nel 1635 con padre Mersenne su certo stregone borgognone, gli dice: “Ho ammirato l’amplitudine del
marchio del vostro stregone, come di un dozzeno, poiché quelli di Gaufridy e di Madeleine larghi non
erano più di una lenticchia, e schioccavano bucandoli come la carta di un telaio ben teso”. Si capisce
come l’immagine abbia potuto piacere ad un artista e quanto il suo sentimento poetico ne sia stato
toccato. Così proseguiva tra i bell’ingegni l’interesse per il caso. Si era alle soglie del classicismo e del
secolo dei lumi. Qualche anno dopo, Descartes avrebbe pubblicato il Discours de la méthode.
L’ordine, la saggezza, la misura, l’arte di ben condurre il pensiero cominciavano a regnare ovunque.
La poesia s’ingegnava a darsi delle regole. La filosofia, strumenti d’analisi. La scienza, di

105
sperimentazione. In breve, sì, la gloriosa Ragione stava nascendo. I decenni a venire si sarebbero
adornati del suo prestigio, per offrirsi alla reverenza degli studenti di liceo del futuro.

Nel frattempo, il popolino continuava a provare salutari terrori. A tremare davanti a Dio, alla
Chiesa, ai diavoli. Quanto agli effetti che doveva produrre, il caso Gaufridy era stato condotto in modo
che nulla sembrasse lasciato al caso. Il giorno stesso dell’esecuzione, i “prodigi” si erano moltiplicati,
attestando il carattere grandioso e sovrannaturale dell’avvenimento. Un bambino era caduto da un
albero sulla piazza dei Prêcheurs, uccidendosi. Una giovane era stata ferita dalla pugnalata di un
corteggiatore geloso. Un certo Lestang-Parades, personaggio di nobile stirpe, colpito alle spalle e
assassinato tra la folla. Tutto ciò fece parlare molto, fu motivo di grande agitazione negli animi. A tal
punto che, in capo a qualche settimana, non si parlava altro, in tutta la Provenza e ben presto in buona
parte della Francia, che di questa storia “abominevole”, “mirabile”, “conforme al vero”, “prodigiosa”,
“esecrabile”, “spaventevole”. Il nome del Servitore di Belzebù, Principe degli stregoni e dei maghi,
Maestro della sinagoga, così come quello della sua vittima, Principessa delle streghe e delle maghe,
erano su tutte le labbra. Non venivano pronunciati senza il dovuto terrore e senza ricorrere agli
indispensabili riti di scongiuro ed esorcismo. Si diceva anche: lo Stregone delle Accoules, lo stregone
di Marsiglia. E questo faceva fremere tutto il paese, da sud a nord. Vi furono reazioni a catena,
incontrollabili, fenomeni di contagio, vere e proprie epidemie di stregoneria. Nel Mezzogiorno, dove
tre “streghe” vennero bruciate a Cassis, davanti ad una folla scatenata. Ma anche nelle zone del
settentrione, nella regione di Lille, nelle Fiandre, dove Domptius era andato a spargerne i semi: una
certa suor Marie de Sains, religiosa divenuta “maga”, affermava di aver incontrato Gaufridy al sabba e
di aver avuto un figlio da lui, un bambino che sarebbe stato l’Anticristo. Accusava e faceva bruciare
una mezza dozzina di persone di sua conoscenza. I roghi ardevano dappertutto, e divenivano mete di
nuovi pellegrinaggi. Si vedevano sabba nei più remoti angoli di campagna; ogni landa, foresta, radura
era sospetta. Nell’intimità delle conversazioni non si parlava che di unguenti, filtri, malefici. E pare
che le pratiche amorose non fossero estranee a questi conciliaboli. Attorno alla Sainte-Baume, a Saint-
Maximin, a Aix, la follia erotica si propagava alla velocità del temporale. Nei conventi, nel segreto
delle celle, ci si contorceva sotto le convulsioni, sulle pubbliche piazze ci si abbandonava a moti
irrefrenabili, si sognava di sodomia, bestialità, accoppiamenti contro natura, sentendo in corpo il
brulichio dei diavoli. Tutto questo portava un nome: Louis Gaufridy. Assillava le memorie. Era
respinto con orrore. Si provava a dimenticarlo. Ma ritornava, ovunque e sempre.

La sventurata Madeleine, più di ogni altro, non poté liberarsi da quel ricordo. Sopravvisse. Vi
era mancato poco che il processo di Louis non fosse anche il suo e che non venisse condannata
insieme a lui. Ma istruzioni segrete della regina madre l’avevano forse protetta, e, poi, Du Vair e
Michaëlis non desideravano la sua perdita. Tuttavia, dietro la pressione ostile dell’opinione pubblica,
era stata costretta a fuggire dal convento delle Orsoline e a separarsi dalla maggior parte delle sue
compagne (tra le altre Louise Capeau, la quale, inasprita dal fatto che non si parlasse più di lei,
sarebbe mal invecchiata, al punto di accogliere, il giorno della sua morte, il prete che le portava
l’estrema unzione “con uno schiaffo e un fiume d’oscenità in bocca”). I suoi genitori, sopportando fino
in fondo la loro croce, non videro altra risorsa che riprenderla in casa. In un primo tempo la
condussero alla bastide. Poi l’allontanarono, a Carpentras, dove si rinchiuse in una devozione demente
e maniacale. Pregava, digiunava, portava dei cilici, delle catene. Invecchiò. Il volto le si coprì di
rughe. Incanutì. Andò errando stranamente di città in città, coperta di rosari, gli occhi da folle.
Quand’era riconosciuta, veniva additata e considerata responsabile di ogni male. A Manosque, dove
rimase per un certo tempo, l’accusarono di esser causa della pioggia e della grandine, d’aver fatto
marcire i raccolti, minacciarono di scomunica chiunque la frequentasse, i bambini la presero a sassate,
le incendiarono la casa. A Marsiglia, dove fece ritorno, la voce corse che stregava tutti, rendeva i
neonati sordi, ciechi e zoppi. Rischiò parecchie volte di essere linciata. Con il denaro della sua
famiglia che le spettava, fece costruire una cappella per tentare di smorzare l’odio popolare. Vi riuscì
in parte, acquistò dei terreni, vi si installò, ebbe delle serve, un cappellano. Ma un giorno una giovane
contadina dichiarò di essere stata vittima di un suo maleficio, e tutto ricominciò. Fu ricercata, una
denuncia sporta contro di lei, mancò poco che l’arrestassero, la trascinassero in tribunale. Ripartì, si

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stabilì vicino a Aix, ai piedi del colle dei Trois Moulins, con una delle serve ed il cappellano, tentò di
vivere in pace. Il convento della Santissima Trinità l’accolse, il che l’aiutò provvisoriamente. Ma delle
istruttorie contro di lei venivano aperte nelle diverse città in cui s’era fermata. Finì per ritirarsi a
Chateauvieux, un piccolo borgo della diocesi di Fréjus, dove una lontana cugina le offrì ospitalità.
Dovette affrontare problemi di denaro, ma visse in pace in una casetta che dominava il villaggio,
accanto alla chiesa, attendendo la fine. Morì nel 1670 all’età di settantasette anni, ponendo così fine ad
una vita di costante vagabondaggio. Qualcuno nel paese si dichiarò sicuro che il corpo di una strega,
duecento anni dopo la sua morte, dovesse essere ritrovato intatto nella bara. La tomba venne aperta nel
1870: furono trovati i resti di uno scheletro di donna.

In quel tempo, sicuramente, dell’“affaire” si era persa la memoria. Ma i luoghi in cui si era
svolto esistevano ancora. Come esistono oggi. Ognuno può percorrerli a proprio agio. Vecchi quartieri
di Marsiglia, dagli aspetti pittoreschi sempre più evidenziati ad uso dei turisti. Strade e piazze di Aix,
il cui fascino non è ancora stato del tutto sconciato dai pesi della vita moderna. Bisogna saper ascoltare
il brusio della città. È fatto di oscure voci, pervenuteci da altre epoche, attraversate dal delirio della
vita e dall’orrore della morte, dalla stupita meraviglia e dalla follia del sesso, schiacciato, calpestato,
suppliziato, odiato, dal tumulto dei conflitti troppo presto intrapresi, troppo in fretta perduti. Dal peso
della notte. Dal fulgore del sole.

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