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N.

13

Collana diretta da Claudio Bonvecchio e Pierre Dalla


Vigna

COMITATO SCIENTIFICO
Paolo Bellini (Università “Insubria”, Varese)
Claudio Bonvecchio (Università “Insubria”, Varese)
Pierre Dalla Vigna (Università “Insubria”, Varese)
Giuliana Parotto (Università degli Studi di Trieste)
Jean-Jacques Wunenburger (Université Jean-Moulin
Lyon 3)
CARMELO MUSCATO

L̓ENIGMA DELLA SCELTA


Un approccio cognitivo e
filosofico-politico
Prefazione di
Armando Plebe

MIMESIS
Il caffè dei filosofi
© 2011 – MIMESIS EDIZIONI (Milano – Udine)
Collana: Il caffè dei filosofi, n. 13
www. mimesisedizioni. it / www. mimesisbookshop. com
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INDICE

PREFAZIONE
di Armando Plebe p. 11

INTRODUZIONE p. 13

I. SUCCESSI E LIMITI DELLA TEORIA


DELLA SCELTA RAZIONALE p. 21
1.1. La teoria della scelta razionale p. 21
1.2. Il primato dell’economia p. 32
1.3. La critica alla colonizzazione
delle scienze sociali p. 38

II. COGNIZIONE E DECISIONE p. 49


2.1. L’economia cognitiva p. 49
2.2. La teoria del prospetto
e le sue implicazioni etiche e politiche p. 60
2.3. Dai limiti cognitivi al paternalismo libertario p. 64

III. INSUFFICIENZA DELLA RAZIONALITÀ STRUMENTALE p. 71


3.1. L’impasse del paternalismo p. 71
3.1.1. Non esiste un paternalismo “morbido” p. 72
3.1.2. Wanting, liking e learning p. 74
3.1.3. Un approccio idiografico p. 79
3.2. I limiti della teoria del prospetto p. 84

IV. DECISIONE E NEUROBIOLOGIA p. 93


4.1. L’interpretazione biologica
della computazione p. 93
4.2. Il ruolo dell’apprendimento
e la dinamicità degli scopi p. 97
4.3. Scopi: fini e obiettivi p. 112

V. DECISIONE E FILOSOFIA POLITICA p. 119


5.1. La connessione tra gli aspetti cognitivi
e gli aspetti politici della razionalità p. 119
5.2. La soluzione dell’impasse del paternalismo p. 127
5.3. Il primato dell’economia e la tirannia
della ragione p. 137

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI p. 147


Questo libro deve molto al Dottorato di Scienze Cognitive coordinato dal
Prof. Antonino Pennisi: le discussioni con il Collegio dei Docenti, i seminari
del Dottorato, il convegno annuale del CODISCO hanno costituito per me
un’insostituibile occasione di confronto con i cognitivisti più esperti a livel-
lo internazionale. In particolare sono grato a Ninni Pennisi, per l’entusia-
smo con cui ha stimolato il mio interesse per le scienze cognitive e con cui
ha incoraggiato la mia ricerca. Ringrazio inoltre Simona Morini che, pur
nelle poche chiacchierate che abbiamo avuto occasione di fare, ha saputo
fornirmi suggerimenti importanti per l’impostazione del mio lavoro.
Un grazie particolarmente affettuoso va al mio maestro Armando Plebe
per aver letto il manoscritto e per aver scritto la prefazione, ma soprattutto
per i preziosi insegnamenti che mi ha dato nel corso di molti anni.
Infine sono consapevole di non poter ringraziare abbastanza Leonarda
Vaiana, senza il cui costante e liberale sostegno queste pagine non avreb-
bero visto la luce. Le sue attente critiche, le sue osservazioni puntuali, la
sua paziente revisione del testo hanno certamente reso migliore la forma
e il contenuto di questo libro. È superfluo aggiungere che di ogni errore
presente nel testo sono l’unico responsabile.

Palermo, dicembre 2010


a Vita e Marsilio
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PREFAZIONE

Ecco un libro non inutile. Non perché siano mancati studi più o
meno poderosi sull’argomento, ma perché gli studi sinora esistenti
non escono dal limbo accademico e sono incapaci di farsi leggere e
di avvincere il lettore. Il libro di Muscato riesce invece a conciliare
l’esigenza di un approccio aggiornato e specialistico sul complesso
tema della decisione e al tempo stesso accessibile per chi non pos-
segga già una preparazione specifica in questo settore di studi, adot-
tando una prospettiva interdisciplinare che mira a far convergere i
risultati più recenti delle scienze cognitive con una riflessione teori-
ca sui presupposti filosofici del tema della decisione e della scelta.
Poiché l’attenzione per lo sviluppo delle scienze è un atteggia-
mento che ho sempre ritenuto importante per la filosofia, ho guar-
dato con simpatia allo sviluppo delle scienze cognitive. Tuttavia è
stata una simpatia mista a scetticismo: può veramente la scienza
cognitiva sostituirsi alla filosofia? È veramente possibile una spie-
gazione dell’uomo che possa fare a meno di quanto hanno detto
Platone e Aristotele e secoli di riflessione filosofica? E soprattutto,
è possibile che l’indagine empirica esaurisca l’indagine sulla realtà,
facendo a meno di un pensiero tipicamente filosofico?
Ecco perché sono lieto di premettere poche righe al libro di Mu-
scato, in quanto esso, a prescindere dalle tesi sostenute da cui si
può anche dissentire, presenta un’impostazione che condivido: ac-
cogliere la spinta innovativa delle scienze cognitive senza esauto-
rare la filosofia. Questa impostazione si rivela feconda sia per le
scienze cognitive sia per la filosofia, in particolare per la filosofia
politica. Da un lato le scienze cognitive costituiscono il paradigma
dominante nell’ambito delle scienze umane e sociali. Ma esse tra-
scurano, ritenendoli problemi irrilevanti e irrisolvibili, quegli aspet-
12 L̓enigma della scelta

ti del tema della decisione che hanno a che fare con domande del
tipo: che cosa vuol dire operare delle scelte o possedere preferenze?
vi è differenza tra preferenze individuali, scelte economiche, scelte
politiche? c’è una relazione tra scelte e fini, e qual è? Dall’altro è
la filosofia politica che si è sempre occupata di queste domande,
ma nell’ambito del pensiero politico tradizionale tali domande sono
state affrontate attraverso un approccio teorico non suffragato da
evidenze empiriche.
La convergenza fra le due prospettive è invece particolarmente
indicata per analizzare i due nodi cruciali del tema della scelta af-
frontati in questo libro: la crisi della teoria della scelta razionale e
l’insufficienza della razionalità strumentale. Ritengo pertanto che
il futuro degli studi sull’argomento dovrà tenere conto di questa
impostazione critica del tema della scelta razionale.

Armando Plebe
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INTRODUZIONE

Quando circa dieci anni fa la Scuola di Scienze sociali del presti-


gioso Institute for Advanced Study di Princeton, in occasione del 25°
anniversario, invitava con un bando a presentare progetti di ricerca
su quale fosse il futuro delle scienze sociali per i prossimi 25 anni,
M. Turner aderì all’invito con un progetto incentrato sull’ipotesi che
le scienze sociali si stessero dirigendo verso una convergenza con
le scienze cognitive1. In effetti nell’ultimo decennio questa conver-
genza è diventata sempre più vigorosa e operante, per cui si sono
gradualmente affermati nuovi settori di ricerca come la political co-
gnition, la sociologia cognitiva, l’antropologia cognitiva, l’econo-
mia cognitiva, la neuroeconomia, la neuroetica. In questo panorama
in notevole fermento, può essere utile chiedersi se l’apporto delle
ricerche condotte nelle scienze cognitive, che è stato così fecondo
per le discipline precedentemente indicate, possa riguardare anche
la filosofia politica. Infatti, se da un punto di vista pratico l’ambito
di ricerca delle scienze sociali da una parte e quello della filosofia
politica dall’altra risultano strettamente intrecciati, dal punto di vista
teorico non solo è possibile ma è anche necessario mantenere distin-
te queste discipline.
Come è noto la distinzione fondamentale riguarda il fatto che
mentre le scienze sociali sono rivolte alla comprensione dei feno-
meni socio-politici così come essi risultano dall’indagine empirica,
la filosofia politica non si limita a una spiegazione della realtà come

1 I risultati di quella ricerca confluirono nel 2001 nella pubblicazione di un


libro, Cognitive Dimensions of Social Science che, individuando nell’inte-
grazione concettuale (conceptual blending) una base cognitiva comune nello
studio dell’antropologia, del diritto, della politica e dell’economia, costitui-
sce una tappa importante nello sviluppo delle scienze sociali.
14 L̓enigma della scelta

essa è ma si interroga su come dovrebbe essere. Così, il filone deno-


minato political cognition, nato dall’approccio cognitivo nell’am-
bito della scienza politica, ha apportato un contributo decisivo
alla comprensione dei meccanismi cognitivi che regolano alcuni
comportamenti politici. Per esempio qualche anno fa D. Baldassar-
ri (2005) ha messo a fuoco il ruolo delle euristiche o “scorciatoie
cognitive” nelle scelte di voto degli italiani. O ancora D. Westen
(2007) ha fornito una spiegazione del successo della strategia co-
municativa dei repubblicani, più emozionale rispetto a quella dei
democratici, sulle basi dell’architettura del nostro cervello, soste-
nendo che quando si verifica un conflitto fra processi razionali ed
emozionali, sono questi ultimi ad avere la meglio. Ma se numerosi
studi mirano a mettere in relazione i risultati in ambito cognitivo
con le scienze sociali, non altrettanto accade per quel che riguarda
l’altro versante, ossia quello della filosofia politica.
Ciò è comprensibile poiché, se le scienze sociali sono rivolte alla
spiegazione dei comportamenti umani, di questa spiegazione una
parte importante è costituita proprio dalla comprensione dei mecca-
nismi cognitivi che presiedono a tali comportamenti. D’altra parte
anche una disciplina essenzialmente filosofica e normativa come
l’etica ha aperto le porte alla scienza cognitiva. Perciò, se da un lato
è vero che la filosofia politica, più che una spiegazione dei compor-
tamenti e della realtà come essi sono, comprende le teorie su come
essi dovrebbero essere, dall’altro è pure plausibile che la teoria po-
litica non possa prescindere da un confronto con le indagini empiri-
che e quindi anche con i risultati conseguiti dalle scienze cognitive.
Naturalmente non si vuole, in questo studio meramente esplorati-
vo, inaugurare un eventuale nuovo ambito di ricerca, che al pari di
quanto è avvenuto negli altri settori di cui si è parlato, assomigli a
qualcosa come la “filosofia politica cognitiva” o la “neurofilosofia
politica”. Si tratta più semplicemente della possibilità di accogliere
all’interno del dibattito filosofico politico anche i più recenti risul-
tati delle indagini condotte in ambito neurocognitivo.
Il tema privilegiato per un tale confronto, che è stato ampiamente
affrontato dalle scienze cognitive e che nello stesso tempo è cen-
trale nella riflessione politica, è certamente quello della decisione.
Consideriamo per esempio il dibattito sulla teoria democratica. Sin
dall’antichità è stata generalmente avanzata la critica secondo cui
Introduzione 15

la democrazia comporta il rischio della degenerazione demagogica.


Se le ricerche empiriche condotte all’interno dell’approccio cogni-
tivo in questi ultimi decenni sui processi decisionali si trovano a
fare luce sulle possibilità di manipolazione delle opinioni, allora
è legittimo ritenere che queste ricerche forniscano un contributo
importante al dibattito sulla teoria democratica.
Proprio perché l’idea di una cooperazione tra scienze cognitive
e filosofia politica è nuova, non c’è una vasta letteratura sul tema,
anche se in alcuni lavori il problema è stato almeno sfiorato. Ad
esempio S. Rosenberg (2003, 2007) mette in luce l’inadeguatezza
della teoria della democrazia deliberativa, che secondo lui sottova-
luta i limiti cognitivi degli individui, tende a equiparare le abilità
cognitive di tutti gli individui e trascura la relazione tra cognizione
e comunicazione.
Si tratta dunque di un punto di vista che riporta sul piano della
teoria politica il dibattito sul decision making innescato dalla cosid-
detta ‘rivoluzione cognitiva’ negli anni Cinquanta del secolo scor-
so con la pionieristica opera di H. Simon (1957). Quest’ultimo, a
partire dagli esperimenti condotti dalla nascente scienza cognitiva,
ha sviluppato una teoria della “razionalità limitata” (bounded ra-
tionality) secondo cui i processi decisionali non si conformano al
principio della massimizzazione – come sosteneva la teoria della
scelta razionale, che costituiva il consolidato modello di decisione
della scienza economica del tempo – ma a criteri di plausibilità o li-
velli accettabili di soddisfazione (satisfacing). Ciò è dovuto al fatto
che, secondo Simon, lungi dal disporre di una razionalità perfetta
come quella postulata dalla teoria della scelta razionale, le decisioni
concrete degli individui sono vincolate a una serie di limiti cogniti-
vi, quali la difficoltà di analizzare problemi complessi, la mancata
disponibilità di informazioni complete, la limitata capacità di ela-
borare informazioni, i limiti di tempo in cui decidere e il fatto che
le preferenze del decisore possono riguardare obiettivi contrastanti.
In Italia questa problematica è stata affrontata alcuni anni fa da
C. Castelfranchi, R. Conte e M. Diani (1994). Gli autori, prenden-
do spunto dall’osservazione che nella teoria democratica i cittadini
sono concepiti come attori capaci di riconoscere i propri interessi
e di perseguirli come “attori cognitivi”, giungevano alla conclu-
sione che i limiti cognitivi, come quelli evidenziati da H. Simon
16 L̓enigma della scelta

con la sua teoria della “razionalità limitata”, implicherebbero una


limitata capacità di riconoscere i propri interessi sul piano politico.
Quindi, secondo gli autori, in condizioni di “razionalità limitata”,
un ordinamento politico come quello democratico produrrebbe di-
suguaglianza e agirebbe paradossalmente in modo antidemocratico.
Ad esempio sarebbe avvantaggiato chi avesse più razionalità (in-
tendendo quest’ultima come maggiore conoscenza dei propri inte-
ressi e delle proprie preferenze) rispetto a chi ne avesse meno. Ne
conseguirebbe che la libera contrattazione che caratterizza l’ordina-
mento democratico sarebbe destinata ad accrescere e a legittimare
l’ineguaglianza.
Tuttavia, anche se i lavori di S. Rosenberg e di Castelfranchi et
al. sollevano per la prima volta problemi importanti, essi contengo-
no soltanto un accenno al tema dei rapporti tra filosofia politica e
scienze cognitive, poiché non comprendono uno studio sistematico
del problema della decisione come è stato ed è tuttora affrontato
nelle scienze cognitive. Per esempio essi non tengono conto del
fatto che l’iniziale portata rivoluzionaria dell’opera di Simon è sta-
ta successivamente ridimensionata perché la sua concezione della
razionalità limitata in definitiva è sempre una forma di razionalità
strumentale che non si discosta dal principio di massimizzazione,
che è il cuore della teoria della scelta razionale. Pertanto, anche
se gli agenti si accontentano di risultati soddisfacenti anziché ot-
timali, ciò non cambia il fatto che essi sono sempre motivati dal
desiderio di soddisfare al massimo le loro istanze. In questo senso
i problemi evidenziati sul piano della teoria politica a partire dalla
razionalità limitata risulterebbero veri ma marginali, diversamente
da quanto invece accadrebbe se risultassero infondate le basi stesse
della teoria della scelta razionale che della teoria democratica è il
presupposto.
In effetti il successivo sviluppo della scienza cognitiva ha mosso
delle critiche alla teoria della scelta razionale più ampie, che hanno
avuto anche delle ripercussioni sul dibattito politico. In particolare,
a partire dagli anni Ottanta, gli psicologi Daniel Kahneman e Amos
Tversky, attraverso una lunga serie di esperimenti, hanno mostrato
la presenza di errori sistematici nel modo in cui i soggetti valutano
le probabilità in condizioni di incertezza e, quindi, l’influenza sulle
scelte individuali di alcuni fattori psicologici legati alla percezione,
Introduzione 17

alla formazione delle credenze e alla costruzione di modelli menta-


li. L’ingente quantità di dati empirici raccolti da Kahneman e Tver-
sky mira a dimostrare che le violazioni della razionalità postulata
dalla teoria della scelta razionale non sono solo abbondanti, diffuse
e importanti, ma soprattutto che sono sistematiche. In altri termi-
ni tali violazioni, più che da errori fortuiti, sarebbero determinate
da strategie cognitive o euristiche decisionali che si discostano dal
principio della massimizzazione dell’utilità attesa.
Questi errori sistematici o anomalie del giudizio hanno anche
delle implicazioni dirette riguardo alla scelta politica. Consideria-
mo il cosiddetto framing effect o “effetto cornice”, secondo cui le
persone scelgono differentemente a seconda di come le scelte ven-
gono presentate o “incorniciate”. Per esempio la stessa opzione di
scelta tra due candidati può essere presentata in due modi diversi, o
chiedendo “per quale candidato voteresti?” oppure “per quale can-
didato non voteresti?”. Mentre per l’assioma dell’invarianza delle
preferenze, posto dalla teoria della scelta razionale, dovrebbe essere
indifferente formulare la domanda nella prima o nella seconda ver-
sione, è stato largamente dimostrato che il modo in cui l’alternativa
viene “incorniciata” influenza significativamente la scelta2.
In particolare le ripercussioni in sede di teoria politica delle inda-
gini di Kahneman e Tversky sono state evidenziate all’interno del
dibattito intorno al cosiddetto “paternalismo libertario”, sostenuto
in questi ultimi anni da Richard H. Thaler e Cass R. Sunstein3. I due
studiosi americani, partendo da ricerche sul decision making come
quelle di Kahneman e Tversky, e in particolare da quelle riguardanti
il framing effect, hanno sostenuto l’opportunità che il governo in-
tervenga con consigli e suggerimenti (nudges) riguardo ad alcune
questioni di interesse pubblico su cui i cittadini sono chiamati a sce-
gliere. Con il termine inglese “nudge”, letteralmente “spinta genti-
le” o “spintarella”, Thaler e Sunstein si riferiscono alla possibilità
di un intervento che “aiuti” a scegliere, senza tuttavia costituire una
costrizione o un condizionamento tale da vanificare la libertà del-
la scelta. Quindi formulare l’opzione di scelta nel senso ritenuto
“politicamente” più vantaggioso, “spingerebbe gentilmente” a sce-

2 A. Tversky e D. Kahneman (1981, 1986).


3 C.R. Sunstein e R.H. Thaler (2003); R.H. Thaler e C.R. Sunstein (2008).
18 L̓enigma della scelta

gliere in una determinata direzione, senza tuttavia togliere la libertà


di scegliere in modo diverso. Thaler e Sunstein, definendo questa
posizione soft paternalism in contrapposizione a hard paternalism,
concernente il tipo di interventi governativi nelle scelte dei cittadini
sotto forma di divieti o tasse, sostengono che la loro versione sia
compatibile con una concezione liberale della politica.
R. Casati (2008), in occasione della pubblicazione del volume
Nudge di Thaler e Sunstein, ha scritto che il paternalismo libertario
costituisce una proposta «che fa uscire le scienze cognitive dal pia-
no puramente descrittivo, formulando misure concrete che tengono
conto dei limiti specifici della mente umana. In questo senso la pro-
posta va oltre molti testi contemporanei che si limitano a descrivere
questi limiti, auspicando miglioramenti individuali del tipo ‘i limiti:
se li conosci, li eviti’». Tuttavia anche in questo caso si può affer-
mare che si tratta di un approccio “immediato” al problema delle
ripercussioni delle scienze cognitive sulla filosofia politica. Anche
in questo caso nel dibattito sulla teoria politica vengono introdotti
interessanti dati raccolti dalle indagini cognitive, senza però che
risultino decisivi come mostrano le critiche al paternalismo liber-
tario. E. Glaeser (2006) ha confutato le tesi di Thaler e Sunstein,
mostrandone alcune incongruenze (per esempio, se i cittadini sono
vittime dei limiti cognitivi perché non dovrebbero esserlo i gover-
nanti?) e sostenendo che in definitiva il rimedio che essi propongo-
no sia peggiore del male che intendono curare, poiché il paternali-
smo “morbido” o libertario, anche se meno odioso, è più subdolo e
più difficile da controllare rispetto al paternalismo “duro”.
D’altra parte proprio perché le tesi di Thaler e Sunstein non risul-
tano convincenti, mi sembra che ancora di più si ponga la necessità
di indagare il sentiero delle possibili conseguenze che gli studi sulla
cognizione possono avere sul piano della teoria politica. Infatti la
critica di Glaeser mostra che la soluzione del paternalismo liberta-
rio è insoddisfacente ma non nega che le questioni da esso sollevate
siano importanti.
Pertanto sia le discussioni che ho prima citato sulla relazione tra
i limiti cognitivi e la teoria democratica, sia quelle sul paternalismo
libertario sollevano un problema effettivo senza tuttavia offrirne
una soluzione soddisfacente. Più in generale sembra che il modo
sin qui adottato per introdurre nel dibattito della teoria politica i
Introduzione 19

risultati delle indagini cognitive presentano il difetto di basarsi su


ragionamento del tipo: “siccome si registrano dei limiti cognitivi
cerchiamo di trovare un rimedio”, mentre a mio avviso può esserci
un modo diverso e più proficuo di affrontare il problema.
L’abituale distinzione tra teoria normativa e teoria descrittiva per
segnare il confine tra la teoria della scelta razionale e l’approccio
cognitivo lascia intendere che quest’ultimo, nonostante la ricchez-
za di dati empirici su cui si fonda, soffre di una debolezza teorica.
D’altra parte anche la teoria della scelta razionale, in quanto aspira
a essere una teoria predittiva, non può permettersi di essere solo
normativa. Pertanto, anziché limitarsi a registrare i limiti della teo-
ria della scelta razionale, occorrerebbe avanzare una teoria alter-
nativa. Del resto, come è noto sin dai tempi di Galilei, ogni esperi-
mento esige sempre una teoria selettiva, per cui gli esperimenti, per
quanto abbondanti, possono bensì mettere in crisi una teoria, ma da
soli non bastano a superarla. Per quanto il rapporto tenda a essere
circolare, per cui le teorie guidano gli esperimenti e gli esperimenti
confermano le teorie, c’è sempre una priorità logica della prima sui
secondi. Le ricerche di Simon e Kahneman continuano però a muo-
versi all’interno dell’orizzonte della teoria che intendono criticare:
il loro punto di riferimento è sempre la teoria della scelta razionale
e gli errori e le violazioni della razionalità che essi registrano sono
considerati tali a partire dalla specifica concezione della razionalità
di questa teoria. Essi in definitiva sembrano interessati a una corre-
zione degli errori riscontrati piuttosto che allo sviluppo di una teoria
della decisione realmente alternativa.
A mio avviso una teoria alternativa non può prescindere da
un’analisi del percorso storico della specifica concezione della ra-
zionalità che si è andata affermando a partire dall’inizio dell’età
moderna e che ha prodotto come esito finale la teoria della scelta
razionale. Solo in tal modo è possibile mettere a nudo i confini e
i limiti di tale teoria, al di là dell’immagine di compiutezza che
essa ostenta nella sua piena formulazione. Ma lo sviluppo di questa
specifica concezione della razionalità è strettamente intrecciato con
una determinata visione politica. Non a caso uno dei primi autori
a cui comunemente si fa risalire la concezione strumentale della
razionalità che sta alla base della teoria della scelta razionale è pro-
prio Th. Hobbes, il quale è anche l’iniziatore di un nuovo pensiero
20 L̓enigma della scelta

politico. Pertanto il dibattito sulle conseguenze politiche delle ri-


cerche cognitive volte a criticare la teoria della scelta razionale do-
vrebbe tenere conto sin dall’inizio della impostazione generale del
problema della razionalità, a partire dai suoi presupposti filosofico-
politici, piuttosto che limitarsi a riformare alcuni aspetti particolari
della teoria politica.
D’altra parte un approccio interdisciplinare che tenga conto degli
aspetti cognitivi e di quelli filosofico-politici della decisione po-
trebbe rivelarsi utile non solo per il dibattito sulla teoria politica ma
anche per lo sviluppo della stessa scienza cognitiva. Di fatto l’epi-
stemologia classica o individualista sta ormai cedendo il passo ad
una nuova forma di epistemologia “sociale”, in quanto l’approccio
iniziale in cui la cognizione era considerata un fenomeno essenzial-
mente individuale e interno alla mente, è stato progressivamente
abbandonato a favore dei concetti di situated cognition e distribu-
ted cognition. In questa nuova prospettiva, in cui sempre più vanno
acquisendo importanza i temi della fiducia e della cooperazione,
anziché considerare il rapporto tra scienze cognitive e filosofia po-
litica in senso unidirezionale, cioè prendendo i dati dall’una e ap-
plicandoli sull’altra, sembra auspicabile prendere in considerazione
anche la via inversa, che consiste nel tentare un’interpretazione dei
dati emersi dalle ricerche condotte in ambito cognitivo attraverso
un’analisi dei presupposti filosofici e politici della razionalità.
84 L̓enigma della scelta

3.2. I limiti della teoria del prospetto

Il modo in cui sono state affrontate le conseguenze delle ricerche


cognitive sul piano della teoria politica sembra risentire di un’in-
congruenza di fondo: da un lato la necessità di interventi paterna-
listici è fondata sulle critiche mosse dall’economia cognitiva alla
TSR; dall’altro l’esigenza di libertà è riconducibile alla teoria de-
mocratica – intesa in senso lato come teoria fondata sulla libertà
della scelta – di cui però la TSR è un presupposto fondamentale. Si
può ipotizzare, perciò, che le difficoltà emerse nel paragrafo pre-
cedente circa il tentativo di conciliare paternalismo e libertà siano
tutt’altro che casuali, anzi che esse siano l’esito inevitabile di questa
contraddizione di fondo. La soluzione paternalistica sembra essere
debole perché propone un rimedio ad hoc, con interventi che di vol-
ta in volta tengono conto dei limiti cognitivi emersi, senza preoc-
cuparsi di affrontare il problema generale della concezione politica
fondata su quella nozione di scelta libera e autodeterminata, di cui
le ricerche cognitive hanno messo in evidenza la problematicità.
Inoltre la strada sin qui battuta finisce col dare ragione ai critici del
paternalismo, poiché la nozione di libertà che sta alla base della
teoria democratica non ammette limitazioni. Ogni limitazione, per
quanto ragionevole è sempre suscettibile di diventare eccessiva per
cui, partendo da queste premesse, anche qualora si escogitino forme
soft o limitate di interventi condizionanti, il paternalismo risulterà
sempre inaccettabile.
A mio avviso una via per superare tale situazione di stallo esi-
ge una soluzione più radicale di quelle sin qui considerate. Si
tratta di riconsiderare il problema sul piano teorico tenendo con-
to della stretta connessione tra aspetti cognitivi e aspetti politici.
In quest’ottica l’incongruenza di fondo del paternalismo libertario
potrebbe essere considerata come la spia del suo limite intrinse-
co: la critica della TSR mossa a partire dalle ricerche sul decision
making non è sufficientemente radicale da metterne in discussione
i presupposti filosofico-politici. Partendo da tale ipotesi, cercherò
anzitutto di mostrare come le ricerche cognitive sulla decisione, che
sono il presupposto del paternalismo, si muovano all’interno della
stessa concezione della razionalità della teoria dell’utilità attesa che
si propongono di criticare e, dopo di ciò, nel capitolo conclusivo,
Insufficienza della razionalità strumentale 85

proverò a proporre non certo una teoria alternativa compiutamente


delineata, ma una serie di spunti teorici che possono sia essere ri-
pensati alla luce delle ricerche empiriche nell’ambito cognitivo, sia
essere fra loro integrati in vista di una nuova impostazione del pro-
blema della scelta che non può non comportare delle conseguenze
anche sul piano delle ricerche empiriche.
Comincerò col notare che la discrepanza tra l’analisi comporta-
mentale e le previsioni della teoria può essere interpretata in due
modi. Nel caso in cui le scelte concrete in disaccordo con le pre-
visioni della TSR siano considerate come errori e violazioni della
razionalità dovuti ai limiti cognitivi, ciò che viene messo in discus-
sione è il valore descrittivo della TSR ma non quello normativo. Se
invece esse sono considerate come dimostrazione dell’infondatezza
degli assiomi della teoria, allora in questo caso la teoria risulta in-
fondata anche dal punto di vista normativo. Secondo la prima in-
terpretazione le decisioni idealmente razionali presuppongono una
perfetta informazione che sarebbe troppo “costosa” per il nostro
sistema cognitivo, per cui da un punto di vista pratico risulta più
conveniente un compromesso tra precisione e costi cognitivi. In
questo caso, almeno in linea di principio, nell’ipotesi di perfetta
informazione, le previsioni della TSR rimarrebbero valide, anche se
da un punto di vista pratico risultano poco attendibili: le anomalie
e gli errori di giudizio determinati dalle euristiche possono essere
considerati semplicemente alla stregua di errori che è desiderabile
correggere, mentre il fatto che le concrete decisioni si discostano
dal modello ribadisce la validità del modello stesso come criterio
per correggere l’errore o comunque per discriminare tra una scelta
razionale e una scelta condizionata da fattori psicologici.
Tuttavia se questa interpretazione è plausibile riguardo alle stime
degli eventi determinate dalle euristiche28, è più problematico con-

28 Occorre comunque tenere presente – come più volte ribadiscono Kahneman


e Tversky (1974) – che le euristiche e i conseguenti errori di giudizio, come
l’insensibilità alla probabilità a priori, non riguardano solo profani ma anche
esperti ricercatori e individui con una formazione statistica. Inoltre tali errori
si verificano anche nel caso in cui i dati sulla probabilità vengono esplicita-
mente comunicati e i soggetti vengono invitati a rispondere in maniera accu-
rata, anche attraverso la promessa di ricompense per le risposte corrette. Que-
sto tipo di considerazioni lascia, quindi, aperto il problema di comprendere
86 L̓enigma della scelta

siderare errori anche le cosiddette ‘anomalie’ della scelta. Già Allais


aveva sostenuto che non c’è niente di irrazionale in un comporta-
mento di scelta del tipo che Kahneman e Tversky qualche decennio
dopo chiameranno effetto certezza. Anzi egli aveva presentato il suo
dilemma come un paradosso, proprio partendo dalla convinzione
che la scelta congiunta delle due opzioni, pur violando l’assioma
richiesto dalla TSR, potesse essere considerata un esempio di scel-
ta razionale29. Queste considerazioni pongono dunque un problema
più complesso per la TSR, che R. Sudgen illustra così:

Supponete di essere sottoposti ai due problemi di Allais e di sce-


gliere, in prima istanza, le opzioni B e C […]. Successivamente vi
vengono spiegate le ragioni per le quali tale scelta contravviene all’as-
sioma di indipendenza, nonché i motivi che giustificano tale assioma
come principio di razionalità. Se tali argomentazioni vi convincono,
l’impostazione normativa della teoria è salva in quanto vi rendente
conto del vostro errore. Supponiamo invece che questo non succeda
e la vostra scelta non venga modificata, sentendovi in grado di forni-
re un’adeguata giustificazione alla vostra decisione. In questo caso è
forse l’assioma di indipendenza, e non le vostre scelte, ad essere in er-
rore; forse l’argomento che è irrazionale contravvenire all’assioma ha
sottovalutato alcuni fattori, presenti nel paradosso di Allais, che sono
realmente rilevanti per le deliberazioni di un agente razionale. In questi
casi, osservazioni sperimentali possono essere portate ad esempio per

il senso di questi errori sistematici e limitarsi a proporre una loro correzione


potrebbe risultare insufficiente.
29 Si racconta – cfr. A. Renda (2005) e M. Motterlini e F. Guala (2005) – che in
una dimostrazione pubblica, Allais riuscì a far compiere scelte in disaccordo
con le previsioni della TSR ad alcuni illustri matematici ed economisti fra
i quali lo stesso Savage, che era uno dei maggiori autori di tale teoria. Di
fronte a una dimostrazione di questo tipo la risposta di Savage, il quale ov-
viamente rimase fedele alla teoria, fu che il disaccordo tra gli assiomi logici
della TSR e le concrete scelte non implica che tali assiomi dovrebbero essere
modificati ma che le scelte dovrebbero essere corrette, come sembra abbia
fatto lui stesso riconoscendo di avere commesso un errore. L’interpretazione
di Allais invece era opposta. Egli infatti partiva dal presupposto che scegliere
B e C fosse del tutto razionale, per cui ci si poteva aspettare che un soggetto
che avesse compiuto tale scelta e a cui fosse stato spiegato che essa viola
l’assioma di indipendenza avrebbe tranquillamente continuato a ritenere che
quella fosse la scelta migliore.
Insufficienza della razionalità strumentale 87

mettere in dubbio la validità della teoria dell’utilità attesa, quand’an-


che si interpreti tale teoria come puramente normativa30.

Anche se le dimostrazioni di Allais si basavano solo su esperi-


menti mentali, successive dimostrazioni empiriche hanno confer-
mato le sue intuizioni. Per esempio nel caso dell’esperimento con i
tassisti di New York sull’avversione delle perdite, precedentemente
esaminato, si potrebbe pensare che la scelta dei tassisti sia irrazio-
nale e che essi commettano un errore a lavorare di più nelle gior-
nate in cui la retribuzione oraria è inferiore. Tuttavia, se si consi-
dera che si tratta di un comportamento consapevole e ripetuto, ciò
implicherebbe una nozione di razionalità molto problematica, dal
momento che tale comportamento si scontra con ciò che, in con-
dizioni ‘normali’, è giudicato razionale dal soggetto. Ma possiamo
anche prendere in considerazione l’effetto dotazione, da cui emerge
la violazione della TSR secondo cui ad un dato prezzo non si può
allo stesso tempo non volere né vendere né acquistare un bene. Esa-
miniamo il seguente caso presentato da R. Thaler: «Mr. R verso
la fine degli anni Cinquanta ha comprato una cassa di buon vino
per circa 5 dollari a bottiglia. Alcuni anni dopo il mercante che gli
ha venduto il vino gli propone di riacquistare il vino a 100 dollari
a bottiglia. Mr. R si rifiuta sebbene egli non abbia mai pagato più
di 35 dollari per una bottiglia di vino»31. L’esempio dimostra che
Mr. R, verosimilmente un amante del vino, non ha alcuna voglia di
vendere le sue bottiglie, ma non è nemmeno disposto ad acquistarne
altre al prezzo che nel frattempo è lievitato. Anche in questo caso si
potrebbe interpretare questo tipo di scelta come un errore, in quanto
Mr. R così facendo perde un’occasione di guadagno. Ma tale scelta
si potrebbe anche interpretare diversamente, immaginando che il
ragionamento dell’amante del vino sia di questo tipo: “lo so che ci
guadagnerei a vendere a 100 dollari le bottiglie che ho acquistato
a 5 ma preferisco ugualmente tenerle”, ossia nel senso che la sua
motivazione non è quella di trarre guadagni dal vino acquistato, ma
quella di apprezzarne il possesso. In questo caso il suo approccio al
vino non sarebbe determinato dalla massimizzazione del profitto e

30 R. Sudgen (1992), p. 72.


31 R.H. Thaler (1980), p. 43.
88 L̓enigma della scelta

ciò dimostrerebbe l’infondatezza della TSR. Infatti la scelta di Mr.


R di non comprare e non vendere il vino sarebbe irrazionale solo
se si assume che la sua preferenza, più o meno consapevolmente,
sia quella di massimizzare il profitto economico. Ma tale assunzio-
ne uscirebbe dai confini imposti dalla concezione strumentale della
razionalità propria della TSR, in quanto pretende di dirci qualcosa
non solo riguardo alla relazione mezzi-fine ma anche su quale sia
il fine stesso della scelta. Ma un’interpretazione di questo tipo, che
metterebbe in discussione anche l’aspetto normativo della TSR,
non è quella adottata da Kahneman, Tversky e i loro collaboratori.
Infatti l’obiettivo della teoria del prospetto è principalmente quello
di integrare gli aspetti normativi della TSR con quelli descrittivi
emersi dalle indagini empiriche sul decision making. Per questo
Thaler apre l’articolo in cui presenta il caso di Mr. R (apparso appe-
na un anno dopo la prima formulazione della teoria del prospetto),
lamentando il fatto che «gli economisti raramente distinguono ade-
guatamente tra modelli normativi della scelta e modelli descrittivi
o positivi»; ragione per cui essi ritengono che la TSR non si limiti a
dire cosa un consumatore dovrebbe fare ma serva anche altrettanto
bene a prevedere cosa effettivamente fa32. Secondo Thaler, tuttavia,
nelle decisioni più complesse la TSR non è in grado di fare previ-
sioni adeguate: il caso di Mr. R rappresenta a suo avviso un esem-
pio di comportamento che la TSR non è capace di spiegare, mentre
può farlo la teoria del prospetto, sulla base del fatto che il denaro
pagato per una bottiglia acquistata è visto come una perdita mentre
il denaro ricavato dalla vendita sarebbe visto come un guadagno.
E poiché – come abbiamo visto dagli esperimenti sull’avversione
alle perdite precedentemente esaminati – dal punto di vista psico-
logico il “peso” decisionale di una perdita è maggiore di quello del
corrispondente guadagno, ciò mostrerebbe che comprare e vendere
non sono equivalenti. In definitiva, quindi, nell’interpretazione di
questo caso non viene messo in discussione l’assetto di fondo della
TSR, basato sulla massimizzazione dell’utilità, ma più semplice-
mente viene sostituita un’utilità con un’altra. In questo modo però
la teoria del prospetto risulta essere nient’altro che una variante del-
la teoria dell’utilità attesa, in cui il procedimento massimizzante è

32 Ivi, p. 39.
Insufficienza della razionalità strumentale 89

determinato sulla base di pesi decisionali di tipo psicologico, anzi-


ché esclusivamente su una valutazione di tipo logico.
Ciò emerge con chiarezza dall’articolo di Kahneman et al.
(1997), dal significativo titolo Back to Bentham? Explorations of
Experienced Utility, in cui gli autori, distinguendo fra ‘utilità espe-
rita’ e ‘utilità decisionale’, propongono un ritorno alla concezio-
ne edonistica dell’utilità. Secondo Kahneman il concetto di utilità
esperita è quello che aveva in mente Bentham, quando parlava dei
due “supremi padroni”, cioè il piacere e il dolore, come fattori moti-
vazionali determinanti. Ma in seguito agli sviluppi successivi della
TSR e in particolare della svolta ordinalista33, questa concezione
dell’utilità era stata espulsa dall’economia e sostituita dal concetto
di utilità di decisione che, prescindendo da ogni riferimento psico-
logico, ha preteso di dedurre l’utilità semplicemente dalla scelta.
Il rifiuto della concezione edonistica dell’utilità – scrivono Kahne-
man et al. – è stato determinato sostanzialmente sulla base di due
argomenti: 1) la concezione edonistica e soggettiva dell’utilità non
può essere misurata; 2) le scelte forniscono tutte le informazioni
necessarie intorno all’utilità dei risultati, poiché gli agenti razio-
nali scelgono in modo da massimizzare la loro esperienza edonica.
Invece, secondo Kahneman, le indagini cognitive sulla decisione
avrebbero mostrato che entrambi questi argomenti sono infondati, e
quindi che l’utilità esperita è empiricamente misurabile e che l’uti-
lità di decisione, ossia le scelte concrete, differiscono dall’utilità
effettivamente esperita34.
Kahneman et al. spiegano la distinzione tra utilità decisionale e
utilità esperita con il seguente esempio: un paziente affetto da una
grave forma di amnesia ha due tostapane in cucina: quello di destra
funziona normalmente, quello di sinistra rilascia una scarica elet-
trica al momento di estrarre il toast. Quando il paziente utilizza il
tostapane di sinistra emette un gemito e ritira velocemente la mano,
manifestando chiari segni che l’esperienza della scarica elettrica è
dolorosa. Poiché il soggetto non ricorda questa esperienza, egli il
giorno successivo non anticipa la scarica elettrica e conseguente-
mente è indifferente rispetto all’utilizzo dei due tostapane. Quindi

33 Vedi paragrafo 1.1.


34 Kahneman et al. (1997), pp. 375-376.
90 L̓enigma della scelta

per questo paziente l’utilità di decisione tra i due tostapane è uguale


ma la sua utilità esperita è alquanto differente e scegliendo quel-
lo di sinistra egli non massimizzerà l’utilità nel senso di Bentham.
Secondo gli autori, questa discrepanza tra utilità di decisione e uti-
lità esperita non è limitata solo ai casi patologici poiché è possibile
osservare errate valutazioni dell’utilità di eventi passati e decisioni
che non massimizzano la futura utilità esperita anche in molti casi
di funzionamento cognitivo ritenuto normale35. Poiché piacere e
dolore sono proprietà che è possibile attribuire a singoli momen-
ti o istanti, l’utilità esperita è costituita dalla somma dell’utilità di
singoli istanti (instant utility), la cui durata – diranno Kahneman
e Riis (2005) – può ragionevolmente essere considerata di circa 3
secondi. Tuttavia le valutazioni dell’utilità esperita sono estese nel
tempo, per cui normalmente abbiamo accesso all’utilità esperita
sotto forma di utilità ricordata (remembered utility). Ciò fa sì che,
anche soggetti con una normale memoria, siano influenzati dalla
condizione psicologica del momento in cui “ricordano” la propria
esperienza. Pertanto gli autori pongono il problema di un’indagine
volta a definire l’utilità oggettiva, poiché «le decisioni non mas-
simizzano l’utilità esperita, sebbene essi [gli agenti] possano aver
massimizzato l’utilità ricordata»36.
La distinzione tra utilità esperita e utilità ricordata viene ripresa
da Kahneman e Riis, attraverso la distinzione tra due sé: il sé che
compie l’esperienza e il sé che ricorda. Il primo è il sé che vive nei
singoli istanti e dunque il sé che realmente ha accesso all’utilità
sperimentata. Tuttavia questo sé sparisce non appena passa l’istante
per cui, quando un soggetto valuta la propria utilità, non è il sé che
ne ha fatto esperienza a rispondere ma il sé che valuta e ricorda.
Quest’ultimo tuttavia non sempre è attendibile, poiché il ricordo
e la valutazione avvengono sulla base di momenti rappresentati-
vi, che spesso coincidono con i sentimenti provati al termine degli
episodi ricordati o alla media tra il momento finale e i momenti più
rappresentativi: tutto il processo è stato denominato regola del pic-
co/fine37. In uno studio condotto da Kahneman et al. (1993), alcuni

35 Ivi, p. 376.
36 Ivi, p. 377.
37 D. Kahneman e J. Riis (2005), pp. 60-62.
Insufficienza della razionalità strumentale 91

soggetti sono stati sottoposti a un esperimento termico, in cui dove-


vano compiere un’esperienza lievemente dolorosa, immergendo la
mano nell’acqua fredda. I soggetti avvertivano in due differenti fasi
un cambio di temperatura e in seguito potevano decidere quale dei
due episodi ripetere in un terzo test. Nell’episodio ‘breve’ si chie-
deva ai soggetti di immergere la mano per 60 secondi in un catino
di acqua a 14°C; essi avvertivano un sensibile dolore. L’episodio
‘lungo’ invece ha la durata di 90 secondi di cui i primi 60 secondi
si svolgono nelle medesime condizioni del primo episodio; nei re-
stanti 30 secondi invece la temperatura viene gradualmente portata
a 15°C, provocando una sensazione di sollievo, per cui la maggior
parte dei soggetti sceglieva di ripetere questa seconda prova. Dal
punto di vista del sé che sperimenta, la prova più lunga è la peg-
giore. Ma per il sé che ricorda vale il contrario, in quanto la regola
del picco-fine fa sì che il periodo addizionale di 30 secondi, in cui il
dolore gradualmente diminuisce, rende l’esperimento più lungo in
qualche modo meno negativo. Secondo gli autori, quindi, la scelta
di ripetere il secondo esperimento riflette il disorientamento nelle
preferenze del sé che ricorda38.
Da queste considerazioni si può concludere che l’intento di Kah-
neman e collaboratori non è quello di criticare in maniera radicale
la TSR ma quello di metterne in discussione gli sviluppi postbent-
hamiani (in particolare la svolta ordinalista), volti a sbarazzarsi del
problema della misurabilità dell’utilità attraverso un’impostazione
di tipo esclusivamente logico. In questo modo la teoria del prospet-
to lascia intatto l’approccio massimizzante della TSR, ossia l’idea
di poter spiegare la scelta sulla base di una nozione strumentale di
razionalità, come calcolo mezzi-fini. La portata delle critiche che
le ricerche cognitive svolte nell’ambito della teoria del prospetto
muovono alla TSR risulta dunque molto circoscritta, limitandosi
semplicemente a ridimensionare il concetto di razionalità logica,
con la correzione secondo cui la massimizzazione dell’utilità non è
determinata solo da valutazioni di tipo logico ma anche da una pon-
derazione di tipo psicologico. Come ha scritto R. Viale, il modello
di Kahneman e Tversky rimane comunque troppo legato ai canoni a

38 Ivi, p. 62.
92 L̓enigma della scelta

priori della razionalità illimitata per formulare una teoria adeguata


del giudizio e della scelta:

nello studio empirico del ragionamento umano, viene utilizzata la


comparazione con i canoni classici della razionalità, cioè le regole del
calcolo delle probabilità della logica e della decisione bayesiana. Così
facendo si finisce per trattare come irrazionale molta parte dell’attività
inferenziale umana, senza preoccuparsi, invece, del successo o meno
delle inferenze nella soluzione dei problemi e nel dare risposte adattive
al contesto ambientale in cui vengono generate39.

In effetti le ricerche sul decision making hanno tentato la via


empirica attraverso l’approccio della scienze cognitive, demolendo
la nozione di razionalità che dominava l’approccio alla decisione
tra Ottocento e Novecento. Tuttavia dopo la teoria del prospetto, i
cui limiti sono stati evidenziati, c’è un’ultima tappa da considerare
nell’ambito delle ricerche empiriche. Si tratta dello studio neurale
dei processi decisionali, un approccio che, a differenza della teoria
del prospetto, propone un concetto di cognizione che può avere pro-
ficue implicazioni anche nell’ambito della teoria politica, in quanto
fornisce evidenze a favore di una nozione non solo strumentale ma
anche finalistica della razionalità. E questa potrebbe essere la via
per risolvere l’impasse del paternalismo libertario.
Pertanto una teoria soddisfacente della scelta deve spiegare come
nascono gli scopi o le preferenze nella mente umana.

39 R. Viale (2005), p. 240. Sul fatto che la teoria del prospetto sia allineata alla
TSR vedi anche G. Bellantuono (2001).
147

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

I riferimenti nel testo sono indicati dall’anno di pubblicazione,


eccetto che per le opere di Platone e Aristotele che vengono indicate
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IL CAFFÉ DEI FILOSOFI
collana diretta da Claudio Bonvecchio e Pierre Dalla Vigna

– Claudio Bonvecchio (a cura di), La filosofia del Signore degli anelli


– Claudio Bonvecchio, I viaggi dei filosofi. Percorsi iniziatici del sapere tra
spazio e tempo
– Sandro Nannini, La nottola di Minerva. Storie e dialoghi fantastici sulla
filosofia della mente
– Eleonora De Conciliis, Pensami, stupido!
– Maurizio Elettrico, L’Infante Demiurgo. Manifesto estetico dell’artificiale
biologico
– Roberto Manzocco, Twin Peaks, David Lynch e la filosofia
– Giulio M. Facchetti, Erika Notti (a cura di), Atlantide. Luogo geografico,
luogo dello spirito
– Roberto Manzocco, Pensare Lost. L’enigma della vita e i segreti dell’isola
– Marcello Ghilardi, Filosofia nei manga. Estetica e immaginario nel
Giappone contemporaneo
– Claudio Bonvecchio, Lʼeclissi della sovranità
– Claudio Bonvecchio, La magia e il sacro
– Frances A. Yates, L’illuminismo dei Rosa-croce

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