Sei sulla pagina 1di 18

IL PLURALISMO GIURISDIZIONALE

D’ETÀ MODERNA

1. Lo Stato moderno d’Antico Regime: quale definizione?

Il dibattito storiografico sullo “Stato moderno”, particolarmente intenso negli


anni Novanta del secolo scorso, ha messo ampiamente in discussione – proba-
bilmente esasperandone i caratteri – il paradigma interpretativo tradizionale, che
connotava la “modernità” in termini di razionalizzazione, uniformità, centraliz-
zazione, segnata dalla progressiva affermazione del “pubblico” da una parte e del
principio di sovranità dall’altra. Conseguenza di tali processi erano – secondo il
modello di riferimento – la riduzione delle sacche di privilegio, di cui i partico-
larismi di ceto e di luogo erano espressione, e per converso una tendenza assai
spiccata di corpi e attori sociali alla resistenza, come le numerose rivolte ovunque
nell’Europa moderna documentano. La letteratura sull’argomento è assai vasta
e largamente nota, modulata su livelli differenti d’intensità sino alla posizione
più radicale di coloro che hanno addirittura negato che si possa parlare di “Stato
moderno” in alcuni contesti europei (1).
Pur ammettendo l’insufficienza della categoria di “Stato moderno” e la sua
irriducibilità entro coordinate strette e uniformi, le indicazioni storiografiche si
sono comunque generalmente disposte sull’asse del riconoscimento delle nozioni
di Stato e di sovranità, ma al tempo stesso sono emersi con forza i governi del
territorio, gli spazi di organizzazione del potere, le periferie e la moltitudine di

(1) Una sintesi delle differenti posizioni e dell’impatto storiografico del tema ancora a metà
degli anni Novanta può leggersi in L. Blanco, Note sulla più recente storiografia in tema di «Stato
moderno», in «Storia Amministrazione Costituzione», Annale Isap, 1994, 2, pp. 259-297. Più
recentemente si consideri il volume Lo Stato Moderno di Ancien Régime, a cura di L. Barletta -­ G.
Galasso, San Marino, Aiep editore, 2007, che offre una prospettiva ampia da diverse angolazioni;
e la voce dedicata in F. Benigno, Parole nel tempo. Un lessico per pensare la storia, Roma, Viella,
2013, pp. 163-184.
788 Interpretazioni e rassegne

corpi, ceti, agenti, attori sociali che le popolano (2). Un contributo al dibattito


è stato offerto da quegli storici del diritto e delle istituzioni, che hanno sottoli-
neato la necessità di una distinzione tra le forme di Stato, nella convinzione che
profondamente diversa risulti l’esperienza determinatasi tra Otto e Novecento
– assunta generalmente a riferimento nella costruzione del modello – da quella
comunemente intesa come “Antico Regime”. In particolare, alcuni di loro –­
sottolineando le continuità tra tardo Medioevo e prima Età Moderna – hanno
parlato dello Stato moderno d’Antico Regime come “Stato giurisdizionale”, carat-
terizzato da modalità giurisdizionali di funzionamento del potere rispetto invece
a quelle amministrative tipiche dello Stato di diritto ottocentesco (3). Se rimane
innegabile insomma un processo di concentrazione dei poteri di imperium sul
territorio, ogni attore però si posizionava – anche simultaneamente – secondo
direttrici diverse (il territorio, il luogo, il ceto, la famiglia, la corporazione, ecc.),
in una dimensione non necessariamente arbitraria o conflittuale (difesa dei pri-
vilegi e degli ordinamenti di ceto e di luogo), ma spesso collaborativa e inclusiva,
disciplinata comunque da regole condivise entro un orizzonte comune, che è il
territorio con il suo governo (4).
Senza voler entrare in questa sede nel merito di questioni più prettamente
giuridiche, la discussione in tutte le sue variabili ha avuto comunque il merito di
far venire a galla una realtà territoriale complessa, in cui i diversi soggetti che vi
insistono – città, comunità, istituti laici ed ecclesiastici, corporazioni – offrono
un contributo attivo, anzi necessario. Rispetto ai modelli tradizionali, nei quali
il polo dell’unità risultava più enfatizzato, in questo modo si è maggiormente
insistito sulla pluralità. Si è guardato pertanto con attenzione e da prospettive
diverse alle forme di consenso dal basso, alle negoziazioni tra potere e gruppi
privilegiati, ai molteplici processi di controllo sociale: elementi tutti che hanno
reso il processo di formazione dello Stato moderno mosso, articolato, plurimo.
Indubbiamente la produzione storiografica è stata stimolata su ambiti prima tra-

(2) Di questa attenzione nei confronti delle comunità è espressione il volume di G. Tocci,
Le comunità in età moderna. Problemi storiografici e prospettive di ricerca, Roma, La Nuova Italia
Scientifica, 1997.
(3) Sullo Stato giurisdizionale cfr. il saggio di M. Fioravanti, Stato e Costituzione, in Lo Stato
moderno in Europa. Istituzioni e diritto, a cura di M. Fioravanti, Roma-Bari, Laterza, 2002, pp.
3-36. In particolare, sui termini di “giurisdizione” e “amministrazione”, cfr. L. Mannori, Per una
‘preistoria’ della funzione amministrativa: Cultura giuridica e attività dei pubblici apparati nell’età
del tardo diritto comune, in «Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno»,
XIX, 1990, 1, pp. 323-504. Si vedano anche le considerazioni di L. Blanco, Note sulla più
recente storiografia, cit., p. 278.
(4) M. Fioravanti, È possibile un profilo giuridico dello Stato moderno?, in «Scienza e Politica»,
2004, 31, pp. 42-43.
Interpretazioni e rassegne 789

scurati, proponendo percorsi metodologici diversi, offrendo quadri interpretativi


alternativi, valorizzando fonti prima tralasciate. Ne è risultata anche un’attenzione
molto forte nell’ultimo ventennio proprio al tema della giurisdizione e delle sue
diverse articolazioni.
A questo punto del nostro percorso occorre introdurre una duplice riflessione:
da una parte sul concetto di giurisdizione, dall’altra sulla nozione di pluralismo
giurisdizionale.

2. Giurisdizioni e governo del territorio

Il termine giurisdizione ci riporta di certo all’ambito giudiziario: immedia-


tamente pensiamo, ad esempio, alla molteplicità dei fori e all’attività dei giudici
al loro interno (5). Ma – come gli storici del diritto e delle istituzioni hanno
evidenziato – occorre tener presente che compito del “magistrato” non era sola-
mente quello di amministrare la giustizia, ma anche di curare il buon governo,
secondo la formula dell’«amministrar giudicando» (6). Il suo campo d’intervento
era assai più ampio di quello del giudice. Nell’Antico Regime non c’era infatti la
funzione amministrativa, ma un governo per magistrature, o se preferiamo una
gestione giudiziaria del potere in una «strutturale commistione tra amministra-
zione e giustizia» (7). Ogni atto amministrativo passava attraverso il filtro della
giustizia, determinando la compenetrazione tra le due sfere in un’unica funzio-
ne. Le funzioni di imperium e di iurisdictio, seppure distinte, non erano nella
prassi disgiunte, come l’umanesimo giuridico cinquecentesco aveva del resto già
chiarito (8). La giurisdizione è allora considerata in quest’ottica come un canale
d’intervento del potere pubblico.
Giurisdizione significa, dunque, anche “governo”, e di conseguenza “potere”
– un potere delegato per lo più –, ma anche l’ambito o il territorio su cui l’auto-

(5) A Napoli, ad esempio, ancora nel XIX secolo esistevano 86 differenti giurisdizioni e 114
organi investiti di poteri giurisdizionali.
(6) Cfr. L. Mannori, Il sovrano tutore. Pluralismo istituzionale e accentramento amministrativo
nel Principato dei Medici (secc. XVI-XVIII), Milano, Giuffrè editore, 1994, p. 415. Si veda anche
L. Mannori -­ B. Sordi, Giustizia e amministrazione, in Lo Stato moderno in Europa, cit., pp.
62-67. Riferimento fondamentale rimane P. Costa, Iurisdictio. Semantica del potere politico nella
pubblicistica medievale. 1100-1433, Milano, Giuffrè, 1969.
(7) L. Mannori, Il sovrano tutore, cit., p. 417.
(8) Su questi temi rinvio alle riflessioni di L. Mannori -­ B. Sordi, Giustizia e amministra-
zione, cit., p. 66. Sull’argomento, cfr. anche: R. Romanelli, Introduzione. Magistratura e potere
nella storia moderna, in Magistrati e potere nella storia europea, a cura di R. Romanelli, Bologna, il
Mulino, 1997, pp. 11-19; A. De Benedictis, Politica, governo e istituzioni nell’Europa moderna,
Bologna, il Mulino, 2001, pp. 265-266, 271-272.
790 Interpretazioni e rassegne

rità o il potere si esercita (9). Non necessariamente in collisione con lo Stato, ma


anche in potenziale collusione con esso. Si prenda in considerazione, ad esempio,
il caso emblematico della giurisdizione feudale, alla quale negli ultimi anni si è
guardato con rinnovato interesse. Nell’ottica della giurisdizione, il potere feudale
si delinea chiaramente come potere delegato del sovrano, canale di attuazione
della giustizia regia e parte attiva nel governo del territorio. Una dimensione,
dunque, che stabilizzava il rapporto tra sovrano e poteri concorrenti sul territorio,
configurando la giurisdizione feudale come parte dell’amministrazione statale.
Il governo del territorio si esplicava nell’esercizio di funzioni amministrative,
fiscali, giudiziarie, che richiedevano il ricorso a personale amministrativo locale
designato dal feudatario. Il feudo non era solo una risorsa economica, ma era uno
“Stato” su cui il feudatario esercitava la propria giurisdizione. Diversi lavori di
ricerca sono stati così dedicati alla prassi del governo del feudo come istituto di
diritto pubblico. Se nel 1992 un bel saggio di Angelantonio Spagnoletti anticipava
già questi temi (10), alcuni anni più tardi nel 2007 Aurelio Musi nel tracciare una
mappa giurisdizionale dell’Europa feudale riservava alla tematica un intero capitolo
del suo volume sul feudalesimo nell’Europa moderna (11). Intanto, giungevano a
maturazione una serie di studi, che avevano come oggetto non più tanto il sistema
di produzione, quanto lo Stato feudale nel suo complesso, ed entravano così nel
cuore della giurisdizione (12). Ne emerge un feudalesimo ormai letto come un
vero e proprio regime delle terre e degli uomini, una particolare organizzazione

(9) Sul legame tra finis e iurisdictio, cfr. P. Marchetti, I limiti della giurisdizione penale.
Crimini, competenza e territorio nel pensiero giuridico tardomedievale, in Criminalità e giustizia in
Germania e in Italia. Pratiche giudiziarie e linguaggi giuridici tra tardo medioevo ed età moderna, a
cura di M. Bellabarba - G. Schwerhoff - A. Zorzi, Bologna, il Mulino, 2001, pp. 85-99.
(10) A. Spagnoletti, Il governo del feudo: aspetti della giurisdizione baronale nelle università
meridionali nel XVIII secolo, in «Società e storia», 1992, 55, pp. 61-79. Si veda anche il saggio
di A. Massafra, Giurisdizione feudale e rendita fondiaria nel Settecento napoletano: un contributo
alla ricerca, in «Quaderni Storici», 1972, 19, pp. 187-252, con una maggiore attenzione però
agli aspetti economici e finanziari della gestione feudale.
(11) A. Musi, Il feudalesimo nell’Europa moderna, Bologna, il Mulino, 2007.
(12) Si citano a titolo esemplificativo, e senza alcuna pretesa di esaustività, gli studi più re-
centi di: R. Cancila, Gli occhi del principe. Castelvetrano: uno Stato feudale nella Sicilia moderna,
Roma, Viella, 2007; G. Cirillo, Spazi contesi. «Università» e feudi, Milano, Guerini Associati,
2011; A. Di Falco, Il governo del feudo nel Mezzogiorno moderno (secc. XVI-XVIII), Avellino,
Terebinto edizioni, 2012, L. Covino, Governare il feudo. Quadri territoriali, amministrazione,
giustizia. Calabria Citra (1650-1800), Milano, FrancoAngeli, 2013. Si vedano anche i saggi sul
tema presenti nei recenti volumi: Feudalità laica e feudalità ecclesiastica nell’Italia meridionale, a
cura di A. Musi - M. A. Noto, Palermo, Quaderni-Mediterranea ricerche storiche - 19, 2007;
Il feudalesimo nel Mezzogiorno moderno. Gli Abruzzi e il Molise (secoli XV-XVIII), a cura di G.
Brancaccio, Pescara, Biblion edizioni, 2011; Feudalesimi nel Mediterraneo moderno, a cura di R.
Cancila - A. Musi, Palermo, Quaderni-Mediterranea ricerche storiche - 27, 2015.
Interpretazioni e rassegne 791

sociale del potere, e in quest’ottica esso appare così pienamente integrato nella
modernità, anzi ne costituisce una chiave di lettura fondamentale (13).
Ci si è interrogati inoltre sul rapporto tra la giurisdizione feudale e il potere
sovrano, di cui la giurisdizione regia era espressione, difficile e denso di con-
traddizioni, segnato ora da sostanziali aperture nei confronti di un’aristocrazia
forte, del cui consenso e della cui fedeltà la monarchia aveva bisogno, ora da
fasi di riequilibrio, quando non di ridimensionamento del potere della nobiltà,
nell’intento di restaurare con maggiore o minore convinzione il valore e il signi-
ficato dell’autorità sovrana (14). La giurisdizione feudale è un diritto originario
o, invece, discende dall’autorità? Tema questo molto dibattuto, ad esempio,
nella trattatistica siciliana del Settecento  (15). In alcuni casi la propaganda
baronale volle rappresentarsi non come potere delegato del sovrano, ma come
un diritto originario e fondamentale. D’altra parte lo Stato e la propaganda
regalista – in funzione dell’affermazione del primato della sovranità attraverso
il principio della superiorità dei Tribunali regi e dei suoi magistrati su qualsiasi
altra giurisdizione inferiore – rappresentavano la giurisdizione feudale come
abuso, frutto della consuetudine, piuttosto che della legge, anzi una usurpa-
zione. Per contrastare questa visione i baroni siciliani allora, nel clima politico
ormai mutato dall’azione politica di Caracciolo, che segna il momento più alto
della collisione nei rapporti tra baronaggio e Corona, tornarono a rappresentarsi
come «bracci» della sovranità, e dunque al suo servizio, canali di attuazione della
volontà regia. La versione, che si è imposta e che è transitata attraverso le fonti
in gran parte della storiografia, è però quella secondo la quale la giurisdizione
feudale – ma in generale le giurisdizioni – sia da considerare in termini di
resistenza, rivendicazione di privilegi, ma anche abuso, usurpazione: sinonimo
di disordine, derivato da un difetto di statualità, da stratificazioni normative

(13) Cfr. A. Musi, Feudalesimo mediterraneo e Europa moderna: un problema di storia sociale
del potere, in «Mediterranea-ricerche storiche», 2012, 24, pp. 9-22. Cfr. anche le raccolte Baroni
e vassalli. Storie moderne, a cura di E. Novi Chavarria - V. Fiorelli, Milano, FrancoAngeli, 2011 e
Feudalesimi nella Toscana moderna, a cura di S. Calonaci - A. Savelli, in «Ricerche Storiche», 2014.
Dedica particolare attenzione al tema delle forme e pratiche della giustizia feudale all’interno di
numerosi feudi dell’Italia centrale tra Cinque e Seicento il recente volume di S. Calonaci, Lo
spirito del dominio. Giustizia e giurisdizioni feudali nell’Italia moderna (secoli XVI-XVIII), Roma,
Carocci, 2017, al quale si rinvia per l’aggiornamento bibliografico.
(14) Si veda il volume di A. Cernigliaro, Sovranità e feudo nel Regno di Napoli (1505-1557),
Napoli, Jovene, 1984. Cfr. anche più recentemente per il caso siciliano in una prospettiva di lunga
durata R. Cancila, Autorità sovrana e potere feudale nella Sicilia moderna, Palermo, Quaderni-
Mediterranea ricerche storiche - 24, 2013.
(15) Cfr. R. Ajello - I. Del Bagno - F. Palladino, Stato e feudalità in Sicilia. Economia
e diritto in un dibattito di fine Settecento, Napoli, Jovene, 1992; R. Cancila, Autorità sovrana e
potere feudale, cit.
792 Interpretazioni e rassegne

non ancora ricondotte a codificazione, un disordine giurisdizionale, superato


poi dal monolitico Stato amministrativo.
Ma veramente il pluralismo giurisdizionale d’Antico Regime equivaleva es-
senzialmente ad abuso e disordine? O non è possibile restituire una visione che
dia meglio conto della complessità del reale?

3. Il pluralismo giuridico d’Antico Regime: una chiave di lettura della modernità

Sulla nozione di “pluralismo di Antico Regime” si sono confrontate in Italia


dalla metà degli anni Novanta sostanzialmente due diverse letture. Da una parte
l’interpretazione di Paolo Grossi, che ha parlato – seppure in riferimento precipuo
all’Età Medievale – di «ordine giuridico pluralista», nel senso di una «pluralità di
tradizioni e di fonti di produzione all’interno di uno stesso ordinamento politico»,
caratterizzato dalla coesistenza di ius commune e di iura propria (16). Dall’altra la
visione di Paolo Prodi, che invece ha preferito l’espressione «pluralismo di ordi-
namenti» per indicare la compresenza in concorrenza e in dialettica fra di loro di
sistemi diversi (17): «Quel pluralismo dei piani normativi e delle sedi di giudizio,
dei fori che costituisce il nostro codice genetico come uomini occidentali» (18).
Nella lettura di Prodi la modernità appare il frutto più importante di questa
dialettica tra ordinamenti e tra i fori (19). Ma non c’è solo il diritto. Come la
scuola iberica in particolare ha mostrato, il diritto rappresentava soltanto una parte
dell’universo giuridico e partecipava, condividendolo, a un complesso normativo
assai più ampio, in cui trovavano spazio anche la religione e la morale, quando
non l’amore e l’amicizia. Ma avremo modo di ritornare più avanti su questo tema.
Pluralismo giurisdizionale significa in sintesi coesistenza di una molteplicità di
sistemi o ordinamenti giuridici non ascrivibili unicamente alla dimensione statale
del potere, che interagiscono in un medesimo territorio, in competizione reci-

(16) P. Grossi, L’ordine giuridico medievale, Roma-Bari, Laterza, 1995, p. 55. Cfr. la di-
versa posizione di M. Ascheri, Un ordine giuridico medievale per la realtà odierna?, in «Rivista
trimestrale di diritto e procedura civile», L, 1996, 3, pp. 965-973, che considerandola intrisa di
ideologismi smaschera alcuni schematismi di quella ricostruzione di un Medioevo fondato sul
solidarismo comunitario in contrapposizione a una modernità i cui caratteri (negativi) sarebbero
invece «borghesia, Stato e legge».
(17) P. Prodi, Una storia della giustizia. Dal pluralismo dei fori al moderno dualismo tra coscienza
e diritto, Bologna, il Mulino, 2000, p. 109. Prodi contesta l’idea del diritto comune come sintesi
tra diritto romano e diritto canonico: ritiene che non si sia mai realizzata, che sia un mito, che
ha danneggiato e ancora danneggia la storiografia giuridica del nostro secolo. Preferisce parlarne
come l’insieme degli ordinamenti universali in relazione e in dialettica con diritti particolari
locali, statutari o consuetudinari.
(18) Ivi, p. 480.
(19) Ivi, pp. 109, 123.
Interpretazioni e rassegne 793

proca. Ma di riflesso significa anche possibilità per uno stesso soggetto di riferirsi
a più di un sistema o ordinamento giuridico (20). Il pluralismo giurisdizionale
complica i percorsi della giustizia, moltiplica i conflitti tra i vari organi giurisdi-
zionali coinvolti, per via della parziale sovrapposizione di competenze e della non
sempre chiara linea di demarcazione tra le sfere d’azione di ciascuno di essi. Ma
al tempo stesso metteva a disposizione di ognuno una molteplicità di strumenti,
offriva un ventaglio di scelte, che nella pratica consentivano a ciascuno di fare
riferimento al giudice preferito, quando non addirittura di giocare su più piani
al fine di raggiungere il proprio obiettivo. Prima la giurisdizione, poi la giustizia,
insomma. Frammentazione della giurisdizione significa certo diffusa pratica di
competizione per la giurisdizione, ma – come si vedrà – non necessariamente in
chiave contrappositiva tra livelli diversi.
Prendiamo, intanto, ad esempio il caso della giurisdizione ecclesiastica, par-
ticolarmente interessante per la sua pervasività, e oggetto di rinnovato interesse
proprio negli ultimi anni. Studi recenti hanno puntualizzato che anche nell’ambito
di essa si riscontra un forte pluralismo dentro e fuori lo Stato della Chiesa (21).
Diversi ne erano infatti i livelli di articolazione: c’è quello relativo agli assetti giu-
risdizionali tra Santa Sede e Stati territoriali; c’è quello tra il centralismo romano e
le giurisdizioni ecclesiastiche radicate sul territorio; c’è ancora quello tra la giustizia
ecclesiastica e la giustizia secolare pontificia all’interno dello Stato della Chiesa, per
fare qualche esempio. Persino il Sant’Uffizio romano doveva misurarsi all’interno
e all’esterno dello Stato Pontificio con il pluralismo giurisdizionale, confrontan-
dosi con diversi tribunali territoriali spesso rivali (22) – vescovi, nunzi, visitatori

(20) Cfr. Conflitti locali e idiomi politici, a cura di S. Lombardini - O. Raggio - A. Torre, in
«Quaderni Storici», 1986, 63; M. Guadagni, Legal Pluralism, in The New Palgrave Dictionary of
Economics and the Law, edited by P. Newman, London, Palgrave Macmillan UK, 2002, p. 542.
(21) P. Prodi, Il sovrano pontefice: un corpo e due anime. La monarchia papale nella prima età
moderna, Bologna, il Mulino, 1982. Più recentemente cfr. I. Fosi, La giustizia del papa. Sudditi
e tribunali nello Stato Pontificio in età moderna, Roma-Bari, Laterza, 2007, pp. 19-38. Sullo spec-
chio della fiscalità, cfr. M. C. Giannini, L’oro e la tiara. La costruzione dello spazio italiano fiscale
della Santa Sede, Bologna, il Mulino, 2004. Oppure, sull’ambiguità della distinzione tra feudi
ecclesiastici e feudi pontifici, cfr. «Cheiron», 2016, 2, dedicato a Feudi del Papa? Controversie sulla
sovranità nell’Italia moderna, a cura di G. Dell’Oro - B. A. Raviola - V. Tigrino.
(22) Sul rapporto tra struttura inquisitoriale e ruolo dei vescovi, cfr.: A. Prosperi, Tribunali
della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari, Torino, Einaudi, 1996; G. Romeo, L’Inquisizione
nell’Italia moderna, Roma-Bari, Laterza, 2002; A. Del Col, L’ Inquisizione in Italia. Dal XII
al XXI secolo, Milano, Mondadori, 2006; E. Brambilla, La giustizia intollerante: inquisizioni e
tribunali confessionali in Europa (secoli IV-XVIII), Roma, Carocci, 2006; M. Firpo, La presa di
potere dell’Inquisizione romana, 1550-1553, Roma-Bari, Laterza, 2014. Si veda anche V. Fiorelli,
I Sentieri dell’inquisitore. Sant’Uffizio, periferie ecclesiastiche e disciplinamento devozionale (1615-
1678), Napoli, Guida, 2009. Per una sintesi con utili riferimenti bibliografici, cfr. S. Seidel
Menchi, I giudici dell’Inquisizione romana: inquisitori e vescovi, commissari, nunzi, cardinali,
papi, in «Cromohs», 2006, 11, pp. 1-7, http://www.cromohs.unifi.it/11_2006/seidel_giudici.
794 Interpretazioni e rassegne

apostolici, ordini religiosi, dicasteri romani, Segnatura di giustizia, giudici civili


–, come studi recenti sulla giustizia ecclesiastica nelle periferie hanno mostrato,
consentendo di problematizzare i percorsi della centralizzazione e della omolo-
gazione dei comportamenti (23). Questa varietà giurisdizionale, che si distendeva
a livello locale, giocò infatti – come è ormai chiaro – un ruolo importante nello
svuotare di significato in molti casi l’applicazione delle riforme tridentine (24).
Si pensi anche al frastagliato universo giurisdizionale rappresentato dai nu-
merosi ordini religiosi presenti sul territorio o ancora con la presenza degli ordini
religioso-cavallereschi, le cui prerogative giurisdizionali erano assai ampie. I Tri-
bunali degli Ordini cavallereschi possono per certi versi rientrare nella fattispecie
ecclesiastica, ma sono particolarmente interessanti per la loro doppia natura reli-
giosa e militare (25). Anche su questo versante si è registrato negli ultimi anni un
certo interesse – che in verità ha riguardato per lo più però gli storici del diritto
– rispetto al campo tradizionale di studio relativo a patrimoni, modalità di acces-
so, composizione interna degli stessi Ordini (26). Se la dimensione del conflitto

html. Segnalo il particolare, ma emblematico caso degli ebrei al centro a Roma di un complesso
intreccio di giurisdizioni diverse e concorrenziali, come ha efficacemente dimostrato il volume
di M. Caffiero, Battesimi forzati. Storie di ebrei, cristiani e convertiti nella Roma dei papi, Roma,
Viella, 2004, pp. 17-34. Si considerino anche i rapporti con la Congregazione de Propaganda
Fide, organo giurisdizionale della Curia romana istituito nel 1622 per sovrintendere alle missioni
in tutto il mondo: G. Pizzorusso, La congregazione romana “de Propaganda fide” e la duplice
fedeltà dei missionari tra monarchie coloniali e universalismo pontificio (XVII secolo), in «Los Libros
de la Corte», 2014, 6.
(23) Si veda a titolo esemplificativo il caso toscano studiato da G. Greco, Tribunali e giustizia
della Chiesa nella Toscana moderna. Territori e confini, competenze e conflitti, in La documentazione
degli organi giudiziari nell’Italia tardo-medievale e moderna, a cura di A. Giorgi - S. Moscadelli - C.
Zarrilli, Roma, Ministero per i Beni e le Attività Culturali - Direzione Generale per gli Archivi,
2012, pp. 949-1073; o ancora quello della provincia ecclesiastica guidata dal patriarca di Aquileia,
la cui giurisdizione si dispiegava su più Stati e su numerose diocesi, esaminato da M. Cavarzere,
La giustizia ecclesiastica in periferia. Il pluralismo giurisdizionale della Chiesa attraverso il caso di
Aquileia, in «Giornale di storia», 2012, 9, www.giornaledistoria.net.
(24) M. Mancino - G. Romeo, Clero criminale. L’onore della Chiesa e i delitti degli ecclesiastici
nell’Italia della Controriforma, Roma-Bari, Laterza, 2013.
(25) Negli ultimi anni si è risvegliato anche l’interesse riservato alla giurisdizione militare,
campo per lungo tempo marginale probabilmente per la mancanza di limiti e confini ben definiti
tra la giustizia militare e quella ordinaria, che rendono in alcune occasioni assai complicato sta-
bilire chiaramente dove si esauriscono le competenze dell’una o dell’altra. La riscoperta del ruolo
del “militare” all’interno delle formazioni statuali della prima Età Moderna e della sua crescente
importanza nelle società del tempo, ha certamente contribuito al fiorire di studi e ricerche su
questo particolare tema. Cfr. Tra Marte e Astrea. Giustizia e giurisdizione militare nell’Europa della
prima età moderna (secc. XVI-XVIII), a cura di D. Maffi, Milano, FrancoAngeli, 2012.
(26) D. Edigati, Il privilegio del foro dei Cavalieri dell’Ordine di Santo Stefano nell’opera di
Francesco Ansaldi, in «Quaderni Stefaniani», XXXII, 2013, pp. 31-63; Id., Note sul privilegio di foro
dei cavalieri stefaniani fra Sette e Ottocento, in «Quaderni Stefaniani», XXXIII, 2014, pp. 211-242.
Interpretazioni e rassegne 795

giurisdizionale tra fori concorrenti nelle sue diverse sfaccettature così come quella
della normativa statutaria risultano abbastanza chiare, ancora un po’ in ombra
rimane invece l’aspetto connesso alla prassi giudiziaria degli Ordini: dove questo
è stato indagato ha lasciato comunque emergere una fenomenicità più complessa
rispetto allo stesso dettato statuario e un iter giudiziario dal basso, che proprio
dalla prassi traeva la sua origine e che contribuì alla revisione e alla integrazione
della normativa processuale (27). È questo uno snodo di grande interesse.

4. Le pratiche giudiziarie

Le pratiche giudiziarie piuttosto che le norme statutarie lasciano, infatti,


affiorare una vivacità quotidiana di vincoli, consuetudini, relazioni che compli-
cavano l’universo normativo o che sfuggivano alla codificazione statutaria (28).
È il caso del mondo delle corporazioni, un tema sul quale a partire dagli anni
Novanta il rinnovamento storiografico è apparso in tutta la sua evidenza. I lavori
di Carlo Poni su Bologna, Simona Cerutti su Torino, Luigi Mascilli Migliorini
su Napoli – per citarne alcuni diversi tra loro – hanno risvegliato l’interesse per
un oggetto di studio straordinariamente ricco di spunti di riflessione (29). In
particolare l’attenzione nei confronti della giurisdizione corporativa ha indotto a
considerare non solo gli statuti, le norme, ma la conflittualità in cui si snoda larga

(27) M. Chiantini, De’ giudizii, delle prohibitioni et pene. La giurisdizione criminale dell’Ordine
dei Cavalieri di Santo Stefano, in «Quaderni Stefaniani», XXXIII, 2014, pp. 179-209.
(28) Va segnalata in verità una produzione di grande tradizione scientifica che ha rimarcato
l’importanza di studiare gli statuti, fonte giuridica polimorfa e dalle molteplici potenzialità. Cfr. ad
esempio Rodolfo Savelli, che ha ribadito come queste fonti lascino trasparire quadri quanto mai
mossi e articolati nel contesto di ambiti territoriali connotati dalla complessità e dalla molteplicità
degli ordinamenti (R. Savelli, Scrivere lo statuto amministrare la giustizia organizzare il territorio,
in Repertorio degli statuti della Liguria (secc. XII-XVIII), a cura di R. Savelli, Genova, Regione
Liguria, Assessorato alla cultura; Società ligure di Storia Patria, 2003). Per l’ambito toscano, cfr.
le recenti considerazioni di M. Ascheri, Uno Stato «complesso in Toscana, in «Initium», 2020,
25, pp. 513-544.
(29) C. Poni, Norms and Disputes: The Shoemaker’s Guild in Eighteenth-Century Bologna, in
«Past and Present», 1989, 123, pp. 80-108; S. Cerutti, Mestieri e privilegi. Nascita delle corporazio-
ni a Torino in età moderna, secoli XVII e XVIII, Torino, Einaudi, 1992; L. Mascilli Migliorini,
Il sistema delle arti: corporazioni annonarie e di mestiere a Napoli nel Settecento, Napoli, Guida,
1992. La bibliografia italiana sulle corporazioni è comunque amplissima e in questa sede non è
possibile dar conto di tutti i lavori, che si inseriscono nella tematica. La letteratura storica sull’ar-
gomento è d’altra parte ampiamente riscontrabile nelle opere citate a carattere esemplificativo.
Si segnalano intanto due tra le più recenti raccolte di saggi: Corporazioni e gruppi professionali
nell’Italia moderna, a cura di A. Guenzi - P. Massa - A. Moioli, Milano, FrancoAngeli, 1998; Dalla
corporazione al mutuo soccorso. Organizzazione e tutela del lavoro in Italia tra XVI e XX secolo, a
cura di P. Massa - A. Moioli, Milano, FrancoAngeli, 2004.
796 Interpretazioni e rassegne

parte della vita delle corporazioni sia all’interno sia all’esterno di esse – tanto a
livello “intracorporativo” quanto a livello “intercorporativo” –, restituendoci un
quadro più mosso e vivace di quanto l’apparente armonia dell’edificio statuta-
rio non facesse intendere (30). Ancora una volta il campo delle intersezioni era
molto ampio e le norme statali si intrecciavano con quelle provenienti da altri
ordinamenti e centri di potere al fine di regolare grandi e piccoli problemi della
vita quotidiana (31).
Proprio sui conflitti quotidiani la storiografia più recente ha scelto di concen-
trare l’attenzione, grazie anche al ricorso a una documentazione variegata – non
più solo di tipo penale –, come processi civili, allegazioni giuridiche, denunce,
inchieste e sequestri di merci, che ha permesso di disvelare «un sistema corpora-
tivo, e conseguentemente un mondo del lavoro molto più mosso e disarticolato
di quello che trova espressione e sistemazione normativa nell’intrinseca coerenza e
organicità degli Statuti» (32). Il ricorso frequente alla procedura sommaria da parte
dei tribunali corporativi (si pensi in particolare alla prassi giudiziaria mercantile)
testimonia la diffusione di un metodo che non sempre si curava di norme e con-
suetudini, ma era incentrato sulla «verità del fatto», ossia sull’accordo originario
alla base di contratti, promesse, convenzioni stipulate, al di là dei formalismi del
diritto positivo (33).

(30) Si vedano, ad esempio, il lavoro di E. Merlo, Le corporazioni: conflitti e soppressioni.


Milano tra Sei e Settecento, Milano, FrancoAngeli, 1996 e quello più recente di A. Mastrodonato,
La norma inefficace: conflitti e negoziazioni nelle Arti napoletane, Palermo, Quaderni-Mediterranea
ricerche storiche - 28, 2016.
(31) P. Prodi, Una storia della giustizia, cit., pp. 177-178. Mario Ascheri in particolare ha
insistito sulla flessibilità del diritto comune, sul suo carattere «aperto alle eccezioni che rovescia-
vano le regole generali», invitando a considerare la continua dialettica di generale e locale (Cfr.
ad esempio M. Ascheri, Il processo civile tra diritto comune e diritto locale: da questioni preliminari
al caso della giustizia estense, in «Quaderni Storici», 1999, 101, pp. 355-387).
(32) A. Mastrodonato, La norma inefficace, cit., p. 214. Altro campo d’indagine partico-
larmente interessante, anche se poco praticato in Italia, è quello dell’illegalità commerciale, sia
come frode doganale sia come contrabbando, endemica nelle zone di confine, dove generava aspre
questioni giurisdizionali. Cfr. Contrabbando e legalità: polizia a difesa di privative, diritti sovrani e
pubblico erario, a cura di L. Antonielli - S. Levati, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2016. Sul tema
cfr. P. Calcagno, Fraudum. Contrabbandi e illeciti doganali nel Mediterraneo (sec. XVIII), Roma,
Carocci, 2019, cui si rinvia per la bibliografia aggiornata.
(33) S. Cerutti, Giustizia sommaria. Pratiche e ideali di giustizia in una società di Ancien
Régime (Torino XVIII secolo), Torino, Feltrinelli, 2003. Si veda anche la posizione di M. Ascheri,
Il processo civile tra diritto comune e diritto locale, cit., pp. 361-363, che parla di equilibrio varie-
gato e sempre instabile tra modelli diversi. Sul tema è recentemente ritornato con una ricerca
sul campo, A. Caracausi, Procedure di giustizia in età moderna: i tribunali corporativi, in «Studi
Storici», XLIX, 2008, 2, pp. 325-360. Sull’argomento, cfr. anche L. Tanzini, Tribunali di mercanti
nell’Italia tardomedievale tra economia e potere politico, in Il governo dell’economia. Italia e Penisola
Iberica nel basso Medioevo, a cura di L. Tanzini - S. Tognetti, Roma, Viella, 2014, pp. 229-255.
Interpretazioni e rassegne 797

La giurisdizione era un’occasione accortamente sfruttata attraverso cui indivi-


dui o gruppi attivavano percorsi di rivendicazione, di legittimazione, di negozia-
zione, certificazione, revisione o aggiornamento di un diritto (34). Ne scaturisce
così un modo nuovo di considerare il conflitto: esso «era un’opportunità ricer­cata
e talvolta abilmente provocata; era il prologo di una “transazione”, cioè di una
negoziazione che portava alla luce prassi, suscitava aspetta­tive reciproche, assegnava
ruoli sociali, fissava codici di comportamen­to» (35).
Il tribunale talvolta era insomma una tappa nel percorso di soluzione del
conflitto, che aiutava i contendenti a circoscriverne i confini nel tentativo di
trovare una soluzione, che poteva essere in diversi casi extragiudiziaria: «L’area
legale era molto più vasta dell’area giudiziaria» (36). Il materiale archivistico rivela
infatti che ci si avvaleva anche di percorsi informali, che consentivano di eludere
i tradizionali canali della giurisdizione, quali quelli della giustizia privata, della
pace, della composizione, della negoziazione, della grazia (37). In sintesi, modi
di composizione del conflitto che la storiografia sulla giustizia ha inquadrato

Si consideri anche la branca dello ius maritimum, che regolava i rapporti tra chi navigava o tra
chi aveva interessi nel commercio marittimo: cfr. L. Lo Basso, Gente di bordo. La vita quotidiana
dei marittimi genovesi nel XVIII secolo, Roma, Carocci, 2016.
(34) Esemplare il saggio di R. Ago, Una giustizia personalizzata. I tribunali civili di Roma
nel XVII secolo, in «Quaderni Storici», 1999, 101, pp. 389-412. Si vedano anche gli episodi di
negoziazione dello spazio e dei confini a partire da dispute giurisdizionali messi in luce da A.
Torre, Luoghi. La produzione di località in età moderna e contemporanea, Roma, Donzelli, 2011.
Sui luoghi contesi cfr. A. Zagli, Acque contese. Questioni di frontiera nelle aree umide interne della
Toscana (secc. XVI-XVIII), in Frontiere di terra e frontiere di mare. La Toscana moderna nello spazio
mediterraneo, a cura di E. Fasano Guarini - P. Volpini, Milano, FrancoAngeli, 2008, pp. 132-169.
Sui caratteri che concorrono a definire la legittimità del possesso secondo la letteratura giuridica
del tempo cfr. A. Stopani, La memoria dei confini. Giurisdizione e diritti comunitari in Toscana
(XVI-XVIII secolo), in «Quaderni Storici», 2005, 118, pp. 76-77.
(35) E. Merlo, La lavorazione delle pelli a Milano fra Sei e Settecento. Conflitti, strategie,
dinamiche, in «Quaderni Storici», 1992, 80, pp. 369-370.
(36) R. Ago - S. Cerutti, Premessa, in «Quaderni Storici», 1999, 101, p. 311. Sul rapporto
che nell’età moderna la popolazione aveva con i tribunali, cfr. M. Dingers, Usi della giustizia
come elemento di controllo sociale nella prima età moderna, in Criminalità e giustizia in Germania
e in Italia, cit., pp. 285-324, che sottolinea la propensione a risolvere i conflitti autonomamente
soprattutto a livello penale.
(37) Per una visione generale cfr. le considerazioni metodologiche e storiografiche di G.
Alessi, Giustizia pubblica, private vendette. Riflessioni intorno alla stagione dell’infragiustizia, in
«Storica», XIII, 2007, pp. 91-118. Più in particolare, cfr. gli studi su delitto e pace privata di
fine anni Settanta di Antonio Padoa Schioppa poi confluiti nel volume Italia ed Europa nella
storia del diritto, Bologna, il Mulino, 2003; O. Raggio, Faide e parentele. Lo stato genovese
visto dalla Fontanabuona, Torino, Einaudi, 1990; M. Bellabarba, La giustizia ai confini. Il
principato vescovile di Trento agli inizi dell’età moderna, Bologna, il Mulino, 1996; C. Povolo,
L’intrigo dell’onore. Poteri e istituzioni nella Repubblica di Venezia tra Cinque e Seicento, Verona,
Cierre, 1997.
798 Interpretazioni e rassegne

nella categoria dell’infragiustizia, a partire dalla raccolta di saggi curati da Benoît


Garnot del 1996 (38).
Itinerari diversi dunque, battuti tanto dalla più recente storiografia giuridica
quanto da quella storico-sociale, che mostrano come il diritto nell’età dell’Antico
Regime non rappresentasse l’unica funzione regolativa (39). La giustizia intesa
come giudizio sul comportamento e sulle azioni degli uomini era concretamente
esercitata sulla base di una pluralità di sistemi di norme – etiche e giuridiche – e
sulla coesistenza di più concezioni di ciò che corrispondeva al “giusto” e ai rela-
tivi modi di affermarlo (40). Gli studi di Clavero, Hespanha, Carlos Petit hanno
del resto ormai largamente chiarito che comportamenti e pratiche rispondessero
a sistemi disciplinanti molteplici, non necessariamente “alternativi”, ma spesso
inseriti nel quadro delle stesse procedure “ufficiali” (41).
La giurisdizione non era concentrata dunque in un unico potere e «non
procedeva linearmente verso la centralità, ma era dispersa nella società» in un
intreccio persistente di sfere normative (42), un intreccio strutturale, si potrebbe
forse dire, che solo gli studi su “piccola scala” possono provare a definire, nel
tentativo di ricostruire i diversi interessi in gioco e, al tempo stesso, le forme di

(38) L’Infrajudiciaire du Moyen Âge à l’époque contemporaine, a cura di B. Garnot, Dijon, EUD,
1996. Si veda la posizione di Mario Sbriccoli, che nel quadro di una stessa giustizia polimorfa
distingueva tra giustizia negoziata, a carattere comunitario, e giustizia egemonica, di apparato
(M. Sbriccoli, Giustizia negoziata, giustizia egemonica. Riflessioni su una nuova fase degli studi di
storia della giustizia criminale, in Criminalità e giustizia in Germania e in Italia, cit., pp. 345-364).
(39) Sulla pace privata, oltre agli studi pioneristici di Padoa Schioppa, cfr.: M. Bellabarba,
Pace pubblica e pace privata: linguaggi e istituzioni processuali nell’Italia moderna, in Criminalità e
giustizia in Germania e in Italia, cit., pp. 189-213; D. Edigati, La pace privata e i suoi effetti sul
processo criminale: il caso toscano in età moderna, in «Annali dell’Istituto storico italo-germanico in
Trento», 2008, 34, pp. 11-66. In una prospettiva più di carattere storico-sociale, cfr. O. Niccoli,
Rinuncia, pace, perdono. Rituali di pacificazione della prima età moderna, in «Studi Storici», XL,
1999, 1, pp. 219-261 e il più recente Ead., Perdonare. Idee, pratiche, rituali in Italia tra Cinque
e Seicento, Roma-Bari, Laterza, 2007. Sull’argomento si veda anche Stringere la pace. Teorie e
pratiche della conciliazione nell’Europa moderna (secoli XV-XVIII), a cura di P. Broggio - M. P.
Paoli, Roma, Viella, 2011.
(40) Cfr. S. Cerutti, Giustizia sommaria, cit., p. 29. E anche G. Levi, «Aequitas» vs «fairness».
Reciprocità ed equità fra età moderna ed età contemporanea, in «Rivista di storia economica», XIX,
2003, pp. 195-203.
(41) Numerosi i loro studi, tra i quali in sintesi cfr.: B. Clavero, Antidora. Antropologia
católica de la economia moderna, Milano, Giuffrè, 1991; M. Hespanha, Introduzione alla storia
del diritto europeo, Bologna, il Mulino, 2003; C. Petit, Historia del derecho mercantil, Madrid,
Marcial Pons, 2016, in cui l’autore riprende e aggiorna alcune delle sue più importanti pubbli-
cazioni (in particolare, si veda Id., Derecho mercantil: entre corporaciones y códigos, in Hispania.
Entre Derechos propios y Derechos nacionales, a cura di B. Clavero - P. Grossi - F. Tomas y Valiente,
Milano, Giuffrè, 1990, I, pp. 315-481).
(42) G. Alessi, Giustizia pubblica, private vendette, cit., p. 96.
Interpretazioni e rassegne 799

legittimazione cui essi di volta in volta si richiamavano. Insinuarsi tra le pieghe


di questa «tensione plurivocale» non è facile, anche se possibile (43).
Il pluralismo d’Antico Regime in quest’ottica assume una luce nuova, che
supera lo schema contrappositivo: non è più “disordine”, ma specchio del plu-
ralismo economico e sociale, «cifra esplicativa delle relazioni sociali», nell’ambito
delle quali «il diritto tracciava un filo robusto, ma non prevalente» (44).

5. Giurisdizione, extraterritorialità, cittadinanza

Un campo particolarmente fecondo di spunti e innovativo sul piano storio-


grafico è stato infine quello dell’extraterritorialità nel quadro degli studi sulla storia
della diplomazia e della cittadinanza (45). Si consideri, ad esempio, l’attenzione che
la letteratura sull’argomento ha prestato negli ultimi anni alla funzione del console,
alle sue attribuzioni, ma anche ai limiti giurisdizionali delle sue competenze in
considerazione della sua doppia collocazione tra paese di provenienza e contesto di
arrivo (46). Erano essi agenti di commercio, che tutelavano la comunità mercantile
di riferimento all’estero, seguendone gli interessi e le merci, e offrendo assistenza

(43) S. Cerutti - C. Poni, Premessa, «Quaderni Storici», 1992, 80, p. 363, dedicato a Conflitti
nel mondo del lavoro. Per i possibili approcci alle fonti di una lettura dal basso e le implicazioni
sul piano metodologico, cfr. ad esempio A. Torre, Luoghi. La produzione di località, cit., che
attraverso tre oggetti di studio mette in luce pratiche di genesi dello spazio, a partire proprio da
documentazione di tipo giurisdizionale. Si veda anche «Quaderni Storici», 2012, 139, dedicato
a Istituzioni, a cura di V. Tigrino - L. Giana.
(44) G. Alessi, Giustizia pubblica, private vendette, cit., p. 95.
(45) Sulla cittadinanza d’obbligo è il rimando a P. Costa, Civitas. Storia della cittadinanza
in Europa, 4 voll., Roma-Bari, Laterza, 1999-2001 e dello stesso per un approccio sintetico
Cittadinanza, Roma-Bari, Laterza, 2005. Per la storia della diplomazia in Italia rinvio al saggio
di D. Frigo, Politica e diplomazia. I sentieri della storiografia italiana, in Sulla diplomazia in età
moderna. Politica, economia, religione, a cura di R. Sabbatini e P. Volpini, Milano, FrancoAngeli,
2011, pp. 35-59.
(46) Assai vasta la produzione degli ultimi anni sia italiana sia straniera. Tra i volumi più recenti
con bibliografia aggiornata sull’argomento, cfr. La fonction consulaire à l’époque moderne. L’affir-
mation d’une institution économique et politique (1500-1800), a cura di J. Ulbert - G. Le Bouëdec,
Rennes, Presses Universitaires de Rennes, 2006 (on line). In una prospettiva comparativa ampia
sul piano tematico e cronologico, cfr. il volume Los cónsules de extranjeros en la Edad Moderna y
a principios de la Edad Contemporánea, a cura di M. Aglietti - M. Herrero Sánchez - F. Zamora
Rodríguez, Madrid, Ediciones Doce Calles, 2013. Considera in particolare l’aspetto dell’informa-
zione consolare il volume Les Consuls en Méditerranée, agents d’information (XVIe-XXe siècle), a cura
di S. Marzagalli - M. Ghazali - C. Windler, Paris, Classiques Garnier, 2015. Assume invece una
prospettiva che va oltre l’analisi della funzione dell’istituto consolare per valutarne invece l’utilità
commerciale, il volume De l’utilité commerciale des consuls. L’institution consulaire et les marchands
dans le monde méditerranéen (XVIIe-XXe siècle), a cura di A. Bartolomei - G. Calafat - M. Grenet
et alii, Rome-Madrid, Publications de l’École française de Rome, Casa de Velázquez, 2017.
800 Interpretazioni e rassegne

ai naviganti; oppure erano ministri pubblici dotati di rappresentanza diplomatica


– e in questo senso considerati di rango inferiore rispetto agli ambasciatori (47)?
Riguardo al profilo del console, al suo delinearsi fra diplomazia e mondo del
commercio, permane durante l’età moderna una certa ambiguità nelle funzioni
in un mondo contraddistinto ancora da rapporti particolari, circuiti clientelari
e di scambio, in cui il console – dotato di alcune prerogative giurisdizionali
– appare una sorta di mediatore di conflitti tra soggetti portatori di autorità
antagoniste (48). In età moderna l’istituto consolare assunse una grande varietà
di forme nei diversi contesti spazio-temporali in cui esso fu presente, secondo
logiche diplomatiche o più prettamente commerciali. Spicca nel panorama di
Antico Regime il caso del porto franco di Livorno, dove «Nazioni» eteroge-
nee per provenienza e religione coesistevano e convivevano nello stesso spazio
urbano sulla base di un pluralismo giuridico ampio, che si articolava su più
livelli (giurisdizione di Stato, ordinaria; e giurisdizione comunitaria, sommaria),
e lasciava aperti margini elevati d’interazione e mediazione sul piano socio-
giuridico tra le diverse comunità (49). Va segnalata poi la situazione di ebrei
sefarditi e marrani spagnoli e portoghesi presenti in questa città e regolamen-
tati dalle Livornine (1591-1593), che assicuravano loro una amministrazione

(47) Cfr. G. Poumarède, Consuls, réseaux consulaires et diplomatie à l’époque moderne, in Sulla
diplomazia in età moderna, cit., pp. 193-218, e nello stesso volume S. Andretta, Note sullo studio
della diplomazia in Età moderna, pp. 149-163.
(48) In questo senso l’istituto non va confuso con i tribunali presenti in diverse realtà del
Mediterraneo e della penisola in particolare, come il Consolato del mare, allo scopo di dirimere
controversie in materia commerciale e di navigazione sorte in loco: cfr., ad esempio, i casi studiati
da A. Addobbati, La giurisdizione marittima e commerciale dei consoli del Mare in età medicea,
in Pisa e il Mediterraneo. Uomini, merci e idee dagli Etruschi ai Medici, a cura di M. Tangheroni,
Milano, Skira, 2003, pp. 311-315, oppure da L. Sorrenti, Consulatus maris e consoli nazionali.
Spigolature di prassi processuale e negoziale nella documentazione superstite di Messina, in «Rivista
Internazionale di Diritto comune», 2005, 16, pp. 99-139. Si veda anche il caso del “Magistrato
dei Conservatori del Mare” della Repubblica di Genova trattato da L. Lo Basso, Lavoro marit-
timo, tutela istituzionale e conflittualità sociale a bordo dei bastimenti della Repubblica di Genova
nel XVIII secolo, in «Mediterranea-ricerche storiche», 2015, 33, pp. 147-168, che focalizza la sua
attenzione sul lavoro marittimo e su integrazioni e conflitti a bordo delle imbarcazioni. Per una
sintesi anche bibliografica sul tema, cfr. Id., Gente di bordo, cit., pp. 21-36. Sul piano dell’interesse
internazionale a questa problematica, cfr. Law Labour and Empire. Comparative Perspectives on
Seafarers, c. 1500 1800, edited by M. Fusaro - B. Allair - R. Blakemore - T. Vanneste, London-
NY, Palgrave Macmillan, 2015.
(49) Rinvio, anche per le citazioni bibliografiche, a G. Calafat, L’institution de la coexistence.
Les communautés et leurs droits à Livourne (1590-1630), in Des religions dans la ville. Ressorts et
stratégies de coexistence dans l’Europe des XVIe-XVIIIe siècles, a cura di D. Do Paço - M. Monge - L.
Tatarenko, Rennes, Presses Universitaires de Rennes, 2010, pp. 83-102.
Interpretazioni e rassegne 801

giuridica autonoma grazie all’istituzione del tribunale dei Massari, che agiva
conformemente al diritto talmudico (50).
Il Settecento si caratterizzò invece per un generale ampliamento delle com-
petenze e prerogative consolari sulla base di una progressiva centralizzazione delle
funzioni: il console diviene così un ufficiale di giustizia al servizio dello Stato (città,
corti, monarchie, repubbliche), della cui autorità in terra straniera era divenuto
ormai depositario. Indagini comparative hanno consentito non solo d’individuare
traiettorie comuni nella trasformazione dell’istituto e nella circolazione di modelli,
ma anche di verificare il progressivo assorbimento delle competenze giurisdizionali
svolte dai consoli da parte dei sovrani, che avocavano a sé l’autorità della loro
legittimazione (51). Si registra insomma lo stesso tentativo emerso in altri campi
di esercizio della giurisdizione di affermazione della giurisdizione sovrana rispetto
alla miriade di giurisdizioni e privilegi particolari, di cui pure i consoli erano
detentori. D’altra parte la questione del rapporto tra consoli di Nazioni estere
e le autorità locali implicava il problema dell’esercizio di giurisdizioni straniere
su un territorio diverso e di conseguenza la tutela della sovranità ed esclusività
giurisdizionale (52).
Controllo sugli stranieri presenti nel territorio e controllo sui propri sudditi
stabilitisi invece all’estero rappresentano due snodi importanti sul piano della
giurisdizione consolare inevitabilmente connessi al tema dei circuiti di accesso
alla cittadinanza con tutte le prerogative giurisdizionali che essa comportava (53).

(50) Ivi, pp. 83-85: l’autore fa anche un paragone tra consoli e Massari giudei (pp. 89-90).
Sull’argomento cfr. R. Toaff, La nazione ebrea a Livorno e a Pisa (1591-1700), Firenze, Olschki,
1990, p. 149-435. Si consideri anche il caso di Amsterdam analizzato con diversi riferimenti a
Livorno e a Venezia da E. Oliel-Grausz, Dispute Resolution and Kahal Kadosh Talmud Torah:
Community Forum and Legal Acculturation in Eighteenth-Century Amsterdam, in Religious Changes
and Cultural Transformations in the Early Modern Western Sephardic Communities, edited by Y.
Kaplan, Leiden Boston, Brill, 2019, pp. 228-257. Sulla facoltà degli ebrei di vivere secondo la
legge mosaica e di ricorrere alla giurisdizione dei rabbini per le controversie interne, cfr. R. Segre,
La potestà giurisdizionale sugli ebrei nell’Italia di antico regime: diritto e magistrature, in «Studi
Storici», XLV, 2004, 1, pp. 245-257.
(51) Rimando alle considerazioni di M. Aglietti, L’istituto consolare tra Sette e Ottocento.
Funzioni istituzionali, profilo giuridico e percorsi professionali nella Toscana granducale, Pisa, Edi-
zioni ETS, 2012.
(52) Segnalo in proposito il saggio di Ead., El debate sobre la jurisdicción consular en la mo-
narquía hispanica (1759-1769), in Los cónsules des extranjeros, cit., pp. 105-141. Si veda anche A.
Biagianti, Recrutement et pratiques en chancellerie consulaire. Le cas du consulat de France à Ancône
et des vice-consulats de l’Adriatique (1726-1814), in «Mélanges de l’École française de Rome - Italie
et Méditerranée modernes et contemporaines», CXXVIII, 2016, 2, on line.
(53) Cfr. a titolo esemplificativo il saggio di D. Pedemonte, Deserters, Mutineers and Crimi-
nals: British Sailors and Problems of Port Jurisdiction in Genoa and Livorno during the Eighteenth
Century, in Law Labour and Empire, cit., pp. 256-271.
802 Interpretazioni e rassegne

Particolarmente interessante appare in questa direzione l’indagine di Roberto


Zaugg sulla condizione dei mercanti stranieri nella Napoli del Settecento, che
si offre come laboratorio ideale per analizzare la complessità dei rapporti, che si
svilupparono tra operatori commerciali, rappresentanti consolari e diplomatici
e poteri locali (54). Emerge anche qui il tentativo di affermare la giurisdizione
del sovrano sugli stranieri, limitandone i privilegi di foro, attraverso la riduzione
della giurisdizione dei consoli e la progressiva affermazione come tribunale di
riferimento per gli stranieri del Supremo Magistrato del Commercio a partire
dal 1746. Come risulta dalla documentazione utilizzata ne derivarono una serie
di conflitti di attribuzione, in cui il momento negoziale ed extragiudiziale giocò
sempre un ruolo importante, così come la capacità dei mercanti di servirsi dei
molti strumenti che il pluralismo giuridico metteva loro a disposizione.

6. Quale pluralismo oggi?

La critica illuminista ci ha tramandato una visione negativa del pluralismo


giuridico d’Antico Regime: pluralismo evocava particolarismo (55). La giustizia
personalizzata enfatizzava l’ineguaglianza sociale e rafforzava il privilegio su cui
si fondava la società d’Antico Regime, gerarchizzata e organizzata in corpi. Era
orientato alla differenziazione e all’esclusione. L’altra faccia della medaglia era il
principio dell’eguaglianza di tutti i cittadini e dell’imparzialità (neutralità?) della
giustizia, con il conseguente netto rifiuto del precedente sistema sociale.
Eppure, come Paolo Prodi ha sottolineato, quel pluralismo – inteso come
dialettica tra ordinamenti diversi – ha dato respiro a tutta la civiltà giuridica
occidentale, costituendo la base del moderno dualismo tra coscienza e diritto, e
rendendo possibile quel sistema di garanzie e di libertà su cui ancora oggi fon-
diamo le nostre esistenze. Più che il particolarismo degli interessi, il pluralismo
giuridico evoca semmai la complessità dell’universo giuridico d’Antico Regime,
che come storici abbiamo provato a penetrare, evidenziandone i molteplici aspetti,
i vantaggi, le anomalie, gli arbitri che esso comportava. Ci riporta comunque,
pur con molte precisazioni, alla pluralità dei diritti e dei bisogni di società sempre
più articolate.
Il percorso storico e l’approccio interdisciplinare possono offrire elementi di

(54) R. Zaugg, Stranieri di antico regime. Mercanti, giudici e consoli nella Napoli del Settecento,
Roma, Viella, 2011. Si veda anche A. Zannini, Venezia città aperta. Gli stranieri e la Serenissima XIV-XVIII
sec., Venezia, Marcianum Press, 2009.
(55) Sul solco tra “particolarismo” e “pluralismo”, spesso occultato dall’uso storiografico cor-
rente, cfr. G. Alessi, Giustizia pubblica, private vendette, cit., pp. 117-118.
Interpretazioni e rassegne 803

riflessione a una realtà quale quella contemporanea, in cui l’interazione tra regimi
giuridici al di là dei confini nazionali è sempre più cogente, mentre d’altra parte
la struttura pluralistica del corpo sociale all’interno di un dato territorio recla-
ma anche sul piano giuridico la tutela e il rispetto non solo dell’individuo, ma
anche della sua formazione culturale e della sua libertà di coscienza. La grande
scommessa può, forse, essere la costruzione di un orizzonte comune disciplinato
da regole condivise, all’interno del quale parti distinte possano trovare il loro
significato più pieno.

Rossella Cancila
Università degli Studi di Palermo

The essay reflects on the concepts of “jurisdiction” and “pluralism” according to


the most recent developments in Italian historiography on the Early Modern Age,
identifying some thematic paths and pointing out their multiple interpretative pro-
files. It considers certain areas of jurisdiction’s activity, highlights its pervasiveness and
fragmentation, showing how it is an essential key to understanding modernity.

KEYWORDS
Jurisdiction
Pluralism
Early Modern Age
Copyright of Nuova Rivista Storica is the property of Societa Editrice Dante Alighieri s.r.l.
and its content may not be copied or emailed to multiple sites or posted to a listserv without
the copyright holder's express written permission. However, users may print, download, or
email articles for individual use.

Potrebbero piacerti anche