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Ad Inferos

1. Viva la Morte!
Il Salone dei Banchetti era pieno fino all’inverosimile. Come
ad ondate, attorno al Trono, la folla avanzava e si ritraeva,
come in una danza colossale. Le grida sguaiate si confonde-
vano con il battere dei calici, pieni di liquori inebrianti, neri
e fortissimi.
Il giorno era alfine giunto, ed il Nemico consegnato ai suoi
carnefici. L’attenzione di tutti era concentrata sugli ultimi
atti del processo: il Tribunale aveva già emesso la condan-
na a morte, ma perché fosse eseguita c’erano ancora diver-
si impacci burocratici, di poteri e contro-poteri, che anda-
vano superati. Comunque, tutti erano convinti che fosse
solo questione di ore, e la grande festa, che si andava pre-
parando da molti mesi, era già iniziata.
Si era temuto molto il Nemico, negli anni e nei secoli prece-
denti. Ma le cose avevano preso una buona piega, ed il
gran finale era arrivato inesorabile. O meglio, stava arrivan-
do: in effetti, qualche cassandra – e Cassandra stessa – di-
ceva di prestare attenzione al Privilegio Pasquale che tecni-
camente poteva essere invocato ed evitare l’esecuzione
della sentenza; ma altri assicuravano che la folla era tal-
mente ebbra di fanatismo che non avrebbe mai richiesto la
liberazione del Nemico: e costoro videro giusto.
Mentre il condannato saliva al monte per l’esecuzione, la
festa raggiungeva il suo culmine. Ma.
«Dov’è il sovraintendente alla Giudea?» iniziò ad invocare a gran voce il Principe «Portatelo qui al posto d’onore!»
Molti avevano storto il naso quando, due secoli prima, l’oscuro Iaphet era stato nominato sovraintendente di Giudea.
Pochi abitanti, senza dubbio, ma si poteva pur immaginare che la regione avrebbe rivestito una grossa importanza nel
futuro, stanti le profezie che il Principe non poteva ignorare. «Ma si sa come vanno queste cose: avanzamenti di carrie-
ra, scatti di anzianità, assenza di meritocrazia; sono i burocrati che comandano, ovunque, e nemmeno Lui può farci nul-
la», avevano malignato i colleghi. Il puntiglioso e grigio funzionario era comunque riuscito, se non a far uccidere il Ne-
mico in fasce, comunque a tirar su una strage niente male, e si diceva riuscisse ad indirizzare il già non poco violento
governatore romano. Che, pure, si era dimostrato piuttosto restio a concludere questa condanna.
Il sovraintendente di Giudea camminava nervosamente per il corridoio, sbraitando nell’auricolare con qualcuno dei
suoi sottoposti.
«Riunione con tutti i dirigenti all’ora sesta!» «E che m’importa se è festa?»
Quelli che erano venuti a cercarlo lo costrinsero a riattaccare e lo trascinarono sul palchetto, alla destra del Principe.
Gli misero in mano un calice che il paggio riempì fino all’orlo ed iniziarono a reclamare un suo discorso. Dietro le spesse
lenti Iaphet si guardava intorno, cercando di mettere a fuoco tutta la folla che lo acclamava. Non riusciva a farlo del
tutto, ma pensò che fosse un bene; già ne vedeva troppa, e non era dell’umore giusto per i festeggiamenti. Abbozzò un
sorriso imbarazzato, mentre il Principe, spazientito, ripeteva l’invito a dire due parole. Iaphet cercò di bisbigliare al suo
indirizzo, senza che altri lo sentissero, «Veramente io dovrei andare…», ma quello odiava essere contraddetto. Gli sibi-

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lò secco di non rovinare la festa e di brindare. Guardandosi intorno ed incrociando sguardi
sempre meno festosi e più ostili, Iaphet levò il calice,
«Viva la morte!»
E, mentre la sala tornava ad esplodere in urla di giubilo, si defilò da una porta di servizio.
«Mi si tiene sempre nascosto qualcosa», ruggiva nel telefono; «prima della riunione voglio ve-
dere il movimento anime degli ultimi tre anni!»
Perché sì, aveva appena brindato all’inesorabile destino di ogni uomo – ed il Nemico aveva fat-
to un bell’errore di valutazione, ad assumerne la condizione – ma non se ne fidava fino in fon-
do. Quello era stato certamente in grado di guarire i malati e gli indemoniati – aveva fatto scal-
pore la storia di Legione e dei maiali – ma nessuno aveva mai approfondito il suo potere sulla
vita e sulla morte. Forse, nessuno. Di sicuro, sulla sua scrivania non era mai arrivato nessun
memorandum.
Sulla sua scrivania, nell’ufficio ordinato e freddo – ad immagine del proprietario – era già stato
lasciato l’ingombrante faldone con i morti degli ultimi anni. Dovevano aver avuto problemi,
con l’archivio, perché era sfasciato e le carte che non erano cadute a terra erano sparse per il
tavolo. Contenendo uno sfogo d’ira, chiamò all’interfono la segretaria.
«Non ci siamo capiti. Voglio le anomalie degli ultimi tre anni. Che pretendete, che in mezz’ora
faccia passare migliaia di pratiche?»
In pochi attimi, due commessi avevano portato via il faldone e lasciato una cartelletta. Le ano-
malie si contavano sulle dita di una mano. Gente che avrebbe dovuto morire e non s’è presen-
tata all’appuntamento. Gente temporaneamente recuperata alla vita e che, dunque, faceva
fallire il bilancio di previsione. Di queste anomalie, solo un paio erano attribuibili all’intervento
del Nemico. In entrambi i casi, chi aveva compilato i rapporti non le aveva ritenute vere risur-
rezioni, ma piuttosto rianimazioni miracolose. In pratica, si era ritenuto non fossero morti il
giovane di Nain e la ragazza di Cafarnao, anche se avrebbero dovuto. Forse non onestissimo,
ma pulito.
Ma.
Iaphet riprese in mano tutte le pratiche anomale credendo di essersi sbagliato, o che fosse ri-
masto un foglio sul fondo della cartella. Niente. Tuonò all’interfono – mancava un quarto d’ora
alla riunione «Il movimento delle ultime due settimane! Ordinato per luogo di morte, grazie»
Tre minuti, e sfogliava il registro scorrendo febbrilmente la lettera B. Come Betania.
Non c’era il nome Lazzaro. E avrebbe dovuto. Il Nemico aveva richiamato in vita anche lui, co-
me la figlia di Giairo ed il figlio della vedova di Nain. Solo che non l’aveva fatto immediatamen-
te dopo morto, ma dopo qualche giorno. Qualche giorno. Il tempo sufficiente perché si presen-
tasse alle porte del Regno. Forse, il tempo sufficiente anche perché le varcasse. E dai registri
risulterebbe non morto. Qualcuno ha falsificato i registri per avere meno grane. Non c’erano
alternative.
Sarebbe stata una riunione faticosa.
Quando i dirigenti di tutti i settori del Dipartimento Giudea presero posto nella sala riunioni,
trovarono al proprio posto una cartellina con i rapporti sulle due “rianimazioni” incriminate e
uno stralcio del Movimento, relativo a Betania.
«Qualcuno di voi mi sa spiegare perché i figli di una vedova qualsiasi e di un notabile di paese
sono più importanti di un amico di vecchia data del Nemico?»
«Perché abbiamo un rapporto su una rianimazione compiuta dopo pochi minuti dalla morte, e
misteriosamente non v’è traccia di una risuscitazione compiuta a cadavere già in putrefazio-

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ne?»
Tutti finsero di cadere dalle nuvole, o forse lo caddero davvero. Le risposte raccolte furono “se
non v’è traccia non è successo”, “forse è cosa antica e si è perso il documento”, “forse è cosa
troppo recente e non è stato ancora archiviato il rapporto”, “forse il rapporto è stato secreta-
to”, e varianti.
A quest’ultima, in effetti, Iaphet non aveva pensato. Si perse un attimo nei propri pensieri,
mentre i dirigenti iniziavano a rumoreggiare perché la festa si avvicinava al culmine e loro si
trovavano costretti in riunione.
Un lontano boato aveva salutato l’oscuramento del sole su tutta la terra. Il Nemico è inchioda-
to in croce.
Uno dei dirigenti (sì, lo minacciava prima al telefono, l’avrebbe trasferito senz’altro l’indomani)
si fece suonare il cercapersone per lasciare la riunione e tornare al banchetto. Inutile prosegui-
re, ad ogni modo: nessuno sapeva niente, e c’era comunque bisogno di verificare se un eventu-
ale rapporto su Lazzaro fosse stato secretato.
Lasciò tornare gli altri, e si mise al telefono cercando di contattare qualche dirigente del movi-
mento anime, qualche capoturno ai cancelli del Regno, perfino un vicedirettore dell’Archivio
Segreto. Tutti alla festa, nessuno in ufficio. Gli unici su cui poteva contare erano i suoi commes-
si e la sua segretaria: perché non avevano la possibilità di disobbedirgli, altrimenti era abba-
stanza ovvio sarebbero corsi anche loro a raggiungere la festa.
«Mi servono le anomalie per gli anni di Elia ed Eliseo», ordinò nell’interfono. C’era sempre il
vizio di non guardare più in là del proprio ombelico, in quell’ambiente. Ma certamente, a saper
rileggere negli archivi, qualcosa sarebbe saltato fuori. E si ricordava vagamente di questi porta-
voce del Sommo Nemico, sui cui deliri aveva dovuto sudare al corso d’aggiornamento per chi si
occupava della Giudea.
La segretaria fece capolino dalla porta, con aria imbarazzata «Scusi, Signore…»
«Già fatto? Una piacevole sorpresa, ogni tanto»
«Ci sarebbe il problema che gli archivi di quegli anni sono ancora solo in cartaceo…e capisce,
siamo solo in tre oggi in ufficio, ci vorranno ore»
Iaphet si mise la testa fra le mani, per nascondere – almeno in parte – l’odio che gli era monta-
to per i propri sottoposti.
«Va bene, violiamo il regolamento. Ma non me ne assumo io la responsabilità. Chiami il mio
vice, immediatamente».
«Ma è alla festa!»
«Immaginavo, grazie. Immediatamente, ho detto».
Quell’immediatamente durò due ore. Al punto che Iaphet si era quasi risolto ad andare lui
stesso in cerca di quell’Eliseo, che doveva trovarsi da qualche parte nel reparto degenza, ed
interrogarlo; nonostante fosse completamente irrituale, sospetto e probabilmente anche vie-
tato dai regolamenti.
Si sistemò sulla poltroncina con la camicia sporca di salsa ed ancora il bicchiere semivuoto in
mano.
«Cosa c’è di così urgente, capo?»
«Di così urgente da richiedere la tua presenza dopo due ore, nulla. Di molto più urgente, devi
trovarmi Eliseo figlio di Safàt e portarlo qui».
«Chiunque sia, dove dovrei trovarlo?»

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«Tra i morti in quella che oggi è Samaria, tra i sette e i nove secoli fa… Ma alme-
no i degenti li abbiamo su supporto informatico, vero?». Iaphet urlò l’ultima fra-
se all’indirizzo della segretaria, che non trovò migliore risposta di «Forse»
Alla fine arrivò una cartellina: Eliseo doveva essere un nome diffuso, fortunata-
mente Safàt molto meno. In duecento anni, ce n’erano una dozzina tra cui cerca-
re quello che faceva il profeta.
«Ma sicuramente i responsabili di reparto te lo sapranno indicare», Iaphet rassi-
curò il suo vice.
Rimasto solo, tirò fuori da un mobiletto tenuto dietro la scrivania una bottiglia
dell’unico liquore che circolava da quelle parti, piena per metà, e se ne versò un
bicchiere abbondante.
Lo portò alla bocca mentre da lontano giungevano i boati della festa, ed un ter-
remoto – non che fossero rari, lì sotto – faceva tremare i lampadari. Epicentro in
Giudea, riportarono poi gli esperti.
Iaphet levò il calice, «Viva la morte».

2. In un prodigioso duello
Il terremoto, al livello degli uffici del
Direttorio Terra, e poi più in basso,
fino al trono del Principe, era arriva-
to molto attutito; ma al livello della
Degenza, in cui il vice di Iaphet era
appena arrivato, fu tanto violento
da causare diversi crolli, e frane tra
un settore e l’altro. Certo, non era
cosa rara – e, soprattutto, non era
affatto sgradita: solitamente, dopo
eventi del genere c’era sempre un
picco degli arrivi, che per mantenere
il livello di produttività richiesto dai
piani alti (piani bassi, in realtà) era
sempre il benvenuto.
La situazione, anche lì nel settore
Giudea del reparto degenza, era dominata dall’euforia per la morte del Nemico; e, difatti, il problema per
il vice non era tanto se quello che Iaphet gli aveva ordinato di fare fosse o meno permesso dai regolamen-
ti, ma trovare qualcuno cui potersi rivolgere per trovare quell’Eliseo (che non è che gli ospiti andavano in
giro con il cartellino di riconoscimento, e anche se l’avessero fatto erano comunque miriadi di miriadi).
Addirittura i sorveglianti di turno stavano, nel loro casotto, brindando e bevendo, già ubriachi.
Visto il funzionario, con le insegne del suo ruolo che ne rimarcavano la superiorità rispetto agli addetti a
quell’incarico di bassa levatura, solitamente lasciato agli apprendisti, insistettero anzi perché si unisse a
loro, ché tanto “i morti non vanno da nessuna parte, e oggi nemmeno il capo più arcigno può negare ai
suoi dipendenti il giusto svago”, ed il vice – che non aspettava altro, da quando era stato strappato dal
party di gala e dalle proprie accompagnatrici – acconsentì di buon grado.
Mentre Iaphet beveva da solo, ed aspettava il suo ritorno allineando sulla scrivania tutti i casi di rianima-
zione: era riuscito a convincere i suoi commessi a darsi da fare, ed il lavoro procedeva alacremente.
Nella casetta delle guardie, mentre tutti bevevano e festeggiavano, iniziò a ronzare un cicalino. Sulle pri-
me non se ne accorse nessuno, ma presto i cicalini divennero due, e tre, e dieci, mentre una spia si accen-
4 deva ad intermittenza e le sirene risuonavano tra le volte delle aule antiche. Il primo ad accorgersene, a
deporre il calice ed a cercare di riscuotere chi di dovere fu il vice di Iaphet.
«È l’allarme evasione! Datevi una mossa!»
Le guardie del reparto erano tutte rallentate ed appesantite dai bagordi; ci volle del tempo
perché fosse fatto il contrappello, e ci si rendesse conto che si era dileguata una trentina di
ospiti, alcuni dei quali – tra l’altro – già trattenuti per secoli.
«Forse il terremoto ha aperto un varco, e si sono infilati da là»
«Sia quello che sia, signori demoni di seconda classe, vanno ripresi prima possibile. Apparten-
gono a noi!»
Una squadra di recupero fu sguinzagliata sulle loro tracce, mentre una segnalazione – conco-
mitante – giungeva sulla scrivania di Iaphet. Eventi occorsi in seguito alla morte del Nemico, il
titolo del memorandum di un paio di pagine. Il compilatore, anonimo come da regolamento,
descrive il sole che si oscura su tutta la terra (che a rigore è avvenuto prima, e non in seguito,
ma evidentemente il titolo del rapporto gliel’ha dettato qualcun altro), il terremoto, poi una
cosa molto pittoresca come il velo del tempio di Gerusalemme squarciato nel mezzo, che per
come la vedeva Iaphet poteva essere una conseguenza pura e semplice del sisma abbattutosi
sulla città, e poi della resurrezione di molti corpi dei santi. Passato di sfuggita il punto, la nota si
metteva a disquisire la sorte di Giuda, come se ci potesse essere una disputa su quale fosse il
suo posto. Ma Iaphet non arrivò neanche a leggere il paragrafo, perché si era inchiodato sulla
riga della resurrezione.
«Passatemi immediatamente il reparto degenza, settore Giudea!», ordinò al centralino.
«Non è possibile, Eccellenza. Il settore è isolato, è scattato l’allarme»
«Passatemi subito chi comanda, non costringetemi a raggiungerlo di persona!»
«Non vogliamo costringerla a farlo, anche perché l’intero settore è stato chiuso e non potrebbe
entrare comunque»
«Ma avete capito con chi state parlando?»
«Certo, Eccellenza. Ma ora il comando è stato assunto dalle Forze Speciali, lei non può fare
niente»
Iaphet scagliò il telefono contro il muro, frustrato per la situazione. Intanto, dal rumore che
ancora si sentiva provenire dai piani inferiori, la festa proseguiva come se nulla fosse. Beh, per-
lomeno adesso non era l’unico a doversi preoccupare di qualcosa.
La suoneria del cellulare attirò la sua attenzione. La voce, lontana e disturbata, era quella del
suo vice.
«Scusa, ma non riesco a chiamare al numero dell’ufficio»
«Sì, forse c’è un guasto. Che succede lì sopra?»
«Ah, hai saputo? Abbiamo avuto un’evasione di massa, ma le Forze Speciali stanno riacciuffan-
do i fuggitivi uno ad uno. Non erano andati molto lontani – figurati, alcuni erano morti da seco-
li, probabilmente si trovano meglio da noi che all’aperto – e non oppongono resistenza. Però
non ho trovato il tuo Eliseo, non vorrei fosse tra loro – un paio di secoli in isolamento non glieli
toglie nessuno, come immagini, e non sarà facile interrogarlo, e men che meno portarlo giù in
ufficio»
«No, ascolta, ho cambiato idea. È inutile tornare a tirar fuori una storia vecchia di secoli, e per
di più dubbia, quando abbiamo in mano questa evasione di massa. Sono tornati vivi, ed erano
morti da secoli – alcuni, almeno, come mi hai detto. È su questo che bisogna lavorare»
«Capisco; o meglio, continuo a non capire, ma quello che dici ha un senso. Il problema è che
qui sopra nessuno sa come abbiano fatto a scappare, ci sono solo un paio di ipotesi strampala-

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te. Un’evasione di massa, poi…»
«Lo so, lo so. Lo immagino. Appunto per questo bisogna parlare con qualcuno di importante.
Lo chiederei alla segretaria, ma ho paura che le attacchi il telefono in faccia. Mi serve un ap-
puntamento con la Morte».
«Potrebbero volerci giorni, capo»
«Cerca di convincerla che è urgente. Cita l’evasione di oggi. Cita Elia, che non è riuscita a pren-
dere e magari le rode ancora. E poi di’ che c’entra il Nemico»
«Il Nemico? Non stai esagerando? In fondo, non lo sappiamo»
«Dille che forse c’entra il Nemico, ma “forse” dillo a bassa voce, se ti fa star meglio. Ma le vo-
glio parlare entro stasera. E torna in ufficio, che lì non servi a niente»
«Se mi fanno uscire. Hanno isolato il settore, te l’ho già detto? E, sappilo, mi hai rovinato la
festa»
«Aspetterei di vedere il Nemico tra noi, prima di cantar vittoria».
«Sempre il solito menagramo».
Non era passata un’ora – e non aveva avuto più notizie del suo vice – quando la segretaria gli
passò una chiamata, farfugliando qualcosa a proposito di chi era in linea; qualcosa che Iaphet
non riuscì a cogliere. Fu, dunque, una sorpresa, quando alla cornetta udì la voce che era più
facile aver sentito su qualche nastro che dal vivo; una voce inconfondibile, contralto e baritono
al tempo stesso.
«Sono io, la Morte».
«Dite, Signora».
«Venga subito; le devo spiegazioni».
«Veramente, Signora, io non oserei mai chiedervi conto di alcunché»
«Non metto in dubbio la sua devozione. Così come non metto in dubbio che lei sarà da me
quanto prima».
Era dunque la Primogenita dell’Inferno, dalle sue aule tenebrose. La Vittrice, colei nel nome
della quale tutti, quel giorno, libavano; nel nome della quale aveva brindato anch’egli, in pub-
blico e in privato; che ora lo convocava, quando Iaphet avrebbe voluto domandarle udienza.
E così Iaphet scese nelle aule della Morte, al suo cospetto. Tanto magra da sembrare traspa-
rente, ma all’apparenza giovane e bella; i lunghi capelli, bianchi e leggeri, che sembravano dif-
fondersi in tutta l’aula e si muovevano ad ogni alito o movimento –si diceva tenessero avvinti i
morti nell’Inferno; un velo ad adombrarne il volto, della stessa sostanza impalpabile e traspa-
rente.
«Immagino di dovermi scusare con lei, Iaphet».
«Non pensatelo nemmeno, Signora; non sono nulla al vostro cospetto».
«È il soprintendente di Giudea. Ed è particolarmente importante la Giudea, in questi giorni»,
rispose la Morte mentre un mulinello ne attorcigliava alcune ciocche di capelli, in lontananza.
«Avete rimesso le cose a posto, in Giudea. Anche il Nemico, Signora, è in vostro potere. Nulla
sfugge al Vostro potere».
«Il Nemico, come l’ha chiamato, mi ha impegnato molto. Troppo. È per questo che, mentre
combattevamo – perché non come gli altri, che chinano il capo e mi seguono, è questo nostro
Nemico – ed io usai tutte le mie forze per avvincerlo tra le mie spire, beh… non ebbi la forza di
trattenere tutti coloro che già riposano da noi, e molti mi scapparono – proprio mentre facevo

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il mio più importante Prigioniero»; la Morte parlava sempre con la sua voce enigmatica e puli-
ta, ma essa si affievoliva parola dopo parola. «Scusi, sono molto stanca».
«Dunque, Signora, sapete dell’evasione»
«E come potrei ignorarlo? Conto tutti quelli che avvolgo nelle mie spire, e non ce n’è uno che
mi sia ignoto»
«E dunque, se posso permettermi – avrei voluto incontrarvi per parlarvene, comunque – se
altri, in teoria, fossero mai stati strappati da Voi, voi lo sapreste»
«Ne porterei le ferite, come se avessi carne e mi fosse strappata; finché non tornino – e tutti
tornano»
«Dunque, Signora, è capitato talvolta»
«Raramente»
«Lazzaro di Betania?»
«Non è ancora tornato»
«Dunque è vero, era morto ed è tornato in vita»
«Era morto e mi è stato strappato. Ma ho vinto, come mi diceva poco fa; ed è morto il Nemico,
colui che riusciva a contrastarmi. Di propria iniziativa, nessuno mai è riuscito né riuscirà a fuggi-
re».
«Dunque, è finita?»
«Dunque, anche lei – come gli altri – dovrebbe festeggiare, e torni al banchetto»
«Quando il Nemico sarà tra noi?»
«È per strada, arriverà a ore».

3. Non considerò un tesoro geloso


Non era fato che Iaphet partecipasse al banchetto degli In-
feri, quel giorno. La Morte l’aveva rassicurato, era vero, e
non si può non avere fede nella primogenita dell’Inferno.
D’altra parte, l’ordinaria amministrazione era sempre lascia-
ta a manodopera mai troppo specializzata, ed affidabile con
alterne fortune.
Passando per l’ufficio a lasciare il soprabito, infatti, si trovò
sulla scrivania il rapporto dell’evasione di poche ore prima.
Una versione preliminare, era stato appuntato a mano dalla
segretaria, prima che eventuali errori diventassero una scu-
sa per convocarne l’autore, ed impedire a metà ufficio di
andare a godersi la festa.
Secondo l’estensore del rapporto, il poveraccio a cui era toccato essere reperibile forse nel più
grande giorno di festa della storia, le cause dell’evasione permanevano ignote; e, del resto, la
Morte tende a non rilasciare dichiarazioni. Della gran folla di evasi, i più erano stati ricondotti
al loro posto; altri erano rimasti vivi – almeno per un po’ lo sarebbero stati, tanto poi tutti tor-
nano; ma erano stati identificati, almeno, e dunque non c’erano problemi.
Iaphet chiuse la cartellina, pronto ad alzarsi per raggiungere la famosa festa. Tutto sotto con-
trollo.
Sennonché un paio di colpi timidi alla porta annunciarono una visita improvvisa. La segretaria
se ne doveva essere già andata, per non avergli annunciato lo scocciatore o – meglio – non a-
vergli impedito di arrivare al suo ufficio. Da come entrò nella stanza, Iaphet pensò che i colpi

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non erano stati timidi, ma sospettosi. Il tale che aveva di fronte aveva guardato fuori dalla por-
ta due volte, prima di chiudersela alle spalle senza far rumore; mentre Iaphet lo osservava, al
tempo stesso perplesso e scocciato.
«Eccellenza, permettete che mi presenti», esordì quello, inutilmente cerimonioso, dopo essersi
infilato come un ladro in un ufficio altrui.
«Ci mancherebbe altro», lo fulminò Iaphet. «E faccia presto»
«Sono un funzionario dell’Ispettorato Centrale, assegnato alla Giudea negli ultimi
quarant’anni».
«Immagino, dunque, che sia superfluo chiederle la tessera di riconoscimento», commentò Ia-
phet subodorando grane. L’Ispettorato Centrale era un organismo dai contorni quasi mitici –
nessuno dei quadri era mai messo a parte della sua esistenza, per dire, e nemmeno lui, il so-
vrintendente di Giudea, aveva accesso agli uomini che lavoravano nel suo settore – e
quell’omino in grisaglia, tanto sottile da sembrare evanescente, non poteva che essere appar-
so con cattive notizie.
«Immaginate bene».
«Grazie. Qual è il problema?»
«Vedete…nonostante i miei superiori tendano a voler far finta di niente, penso che dopo il Sa-
bato, quando tutti torneranno al proprio posto di lavoro, troveranno una sorpresa che non
sarà per niente gradita»
«Il Nemico è in mano nostra. Che potrà mai succedere?»
«A parte il fatto, Vostra Eccellenza, che non è ancora effettivamente in mano nostra – ci vorrà
qualche ora, è ben scortato ma si sa mai – vorrei portare alla vostra attenzione la vicenda del
nostro amico Iscariota».
«Bel lavoro, vero? Non è stato facile, ma abbiamo comunque qualche freccia al nostro arco»
«Vedete, è andato a impiccarsi»
«Ci sta. Morto?»
«Bella domanda. Presumo di sì, ma è Segreto di Stato. Tutto fatto sparire»
«Il Principe lo vorrà tutto per sé – è in lizza per il premio di Miglior Peccatore di Tutti i Tempi e,
diciamocelo, non c’è gara»
«Forse, Eccellenza. Difficile sapere cosa passa per la testa ad un suicida: caso non voglia si fos-
se pentito»
Iaphet fece un gesto nervoso con la mano come per scacciare la brutta idea che gli veniva pro-
spettata. «Importa poco, al limite non vince. L’importante è che si ritrovi qui – che noi lo si sap-
pia o meno – nel nostro eterno abbraccio. Come tutti.»
L’agente dell’Ispettorato Centrale si irrigidì sulla sedia, come trattenesse qualche parola che
stava per dire, ma non voleva. O, forse, era solo una posa, perché Iaphet, insospettito, replicas-
se:
«Come tutti».
«Vedete, Eccellenza…come vi dicevo – e credetemi, non l’ho ancora riferito a nessuno – c’è un
problema grave al Movimento Anime»
«La famosa cosa di cui tutti s’accorgeranno tornando in ufficio? Si sbrighi, che perdo la festa»
«Da qualche ora il ritmo degli arrivi è calato drasticamente»
«Sono cose che vanno e vengono, e bisogna guardare il saldo non più spesso di una volta al

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mese. Tanta apprensione per nulla, si fidi», tagliò corto Iaphet, ignorando le proteste
dell’agente che parlava di un crollo generalizzato degli arrivi, impossibile da ricondurre a fattori
statistici.
«Allora mi dica lei. Se non vengono qui, dove vanno?»
«Ammesso che qualcuno lo sappia, è secretato».
«Vede? Niente da dire», e lo congedò. Ma il colloquio gli aveva fatto passare la voglia di torna-
re alla festa, sebbene l’avesse usata come scusa per allontanare l’agente. Impossibile, a
quell’ora tarda, procurarsi dei rapporti sul movimento anime; ammesso e non concesso qual-
cuno non fosse alla festa, o anche la festa non ci fosse stata, nessuno avrebbe lavorato fino a
così tardi. Dunque, sulle prime, aveva concluso che fosse inutile avvelenarsi il sangue per una
cosa impossibile da verificare fino all’indomani mattina, quanto meno.
Poi, però, gli venne un’idea. Se si fosse spinto fino alle Porte dell’Inferno, là dove attraccano le
anime dei morti, un paio di domande agli scaricatori ed ai mozzi avrebbero potuto chiarirgli la
situazione – se era tanto grave, come gli aveva detto quello. Buttandosi addosso un vecchio
impermeabile sformato, per cercare di coprire l’abito confacente al proprio rango, salì allora
fino alle estreme propaggini del Tartaro, alla città murata ed al porto. Dal lago, coperto di neb-
bie, giungevano continuamente i barconi delle anime; come apparizioni dal muro di latte, ap-
parivano silenziosi e, mentre s’accostavano alla riva, s’iniziava ad udire il lamento rassegnato
dei morti. Venivano sbarcati, messi in fila, schedati, e fatti passare sotto le Porte Eterne. Molti
sgherri e qualche funzionario – mandato così in alto per punizione, o incompetenza – li indiriz-
zavano al loro settore, questi scendevano per sentieri e strade, e le banchine del porto erano
pronte per un nuovo carico.
Invece, Iaphet trovò la città invasa dalla folla. La festa si era trasferita, per dare il benvenuto al
Nemico – un benvenuto non particolarmente caloroso, come era da aspettarsi.
Lo sforzo maggiore per Iaphet fu, avvicinandosi al porto, tenersi alla larga dai volti dei cono-
scenti. Fortunatamente non erano tanti, in proporzione alla folla oceanica, ma bastavano per
rendere difficilissimo un percorso già reso arduo dalla folla che si spingeva, le persone che si
addossavano le une alle altre, calici che si levavano e grida e tumulti. Un imponente servizio
d’ordine teneva sgombra la strada principale della città, per evitare che la folla bloccasse il
traffico ordinario. Iaphet riuscì a raggiungere gli spalti delle mura, dove i più si erano radunati
per cercare di individuare, dalla nebbia, il barcone su cui sarebbe arrivato il Nemico. La banchi-
na del porto, al confronto, sebbene percorsa dagli operai e presidiata dai funzionari addetti,
sembrava deserta: anche perché nessuno, una volta passate le mura, poteva uscire, e dunque
la folla si premeva sulle mura ma non uno ardiva allungare anche solo un braccio verso
l’esterno.
Nel frattempo, altri barconi arrivavano. Erano anni che Iaphet non assisteva ad uno sbarco, ed
effettivamente qualche cosa che non tornava c’era. Aveva vaghi ricordi di anime ammassate su
tutti i ponti, di barconi che talvolta quasi affondavano, stipati com’erano, ed invece quanti arri-
vavano in quel momento erano comodi, ed anzi si potevano distinguere dei posti a sedere libe-
ri. Ma forse avevano soltanto ammodernato la flotta, o aumentato la frequenza dei viaggi.
E fu in quel momento, mentre cercava – invano – di attirare l’attenzione di un funzionario che
si muoveva a scatti tra le file dei nuovi arrivati, brandendo una cartellina come una mazza fer-
rata, che si sentirono i due rumori. Per prima la folla, che esplose in grida che rivaleggiavano
con quelle che, a svariati livelli di distanza, avevano accompagnato la morte del Nemico. E poi,
terribile e stridente, le Porte della città che sbatterono, e si chiusero.
Inutili gli sforzi, anche di cinquanta persone alla volta, di smuoverle e riaprirle; le file di morti si
allungavano al porto, i funzionari sbraitavano, gli ufficiali imprecavano all’indirizzo dei soldati

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chini sulle funi e sui cardini delle colossali porte di bronzo. Il Nemico, intanto, aveva toccato
terra.
Sugli spalti si aprì come un vuoto e, circondato dalla sua corte, il Principe si affacciò. Ordinò di
aprire le porte. Le porte non si aprirono. Ordinò di nuovo.
L’Inferno rispose.
Come nessuno si sarebbe aspettato.
«Lungi da me, Signore!»
Pochi saprebbero descrivere il volto, repentinamente paonazzo e livido, del Principe a quelle
parole.
«Fallo entrare, ché è in potere nostro»
L’Inferno rispondeva da ogni pietra e da ogni angolo «Con Lui entra la nostra rovina, e non la-
scerà pietra su pietra di questo luogo eterno»
«Abbiamo tutti sentito quanto temeva la Morte! E come il Sommo Nemico lo abbandonò sulla
croce. Fu duro domarlo, ma ora Tu lo ingoierai e non più vedrà la luce»
«Ma con la sola parola mi strappò di bocca le prede, e dalle catene della mia figlia. Siete ingan-
nato, Duce dei Mali!»
«Io stesso lo presi e lo consegnai perché fosse ucciso, né riuscì a scendere dalla croce. Accogli-
lo, come accogli tutti gli uomini mortali. E Figlio dell’Uomo chiamava sé stesso»
«Mi ha strappato Lazzaro pochi giorni or sono. Voi lo credete vinto, ma vien qui per vuotarmi!»
«Non voglio sentire altre Tue parole, pavida caverna! E Voi, schiere infernali, spalancate i can-
celli!»
Ma per quante centinaia di diavoli si sforzarono, e spaccarono le ossa, per smuovere le porte di
bronzo, non fu possibile spostarle di un solo dito. Il Principe, furibondo, lanciava ordini e male-
dizioni contro l’Inferno, che taceva ad ogni richiamo.
Finché una voce grande come un tuono, dall’alto, ordinò «Apritevi, o Porte Eterne! Avanzi il Re
della Gloria!». Al che il Principe, non sapendo donde venisse la voce, ma trovandosi d’accordo
(a parte per quella questione del Re della Gloria), ordinò a propria volta all’Inferno di aprirsi.
Ma l’Inferno resisteva. La voce ripeté il proprio ordine, e l’Inferno chiese, allora:
«Chi è il Re della Gloria, che non lo conosco?»
E la Voce rispose: «Un Signore forte e potente, un Signore potente in guerra!». E, a quelle pa-
role, le porte di bronzo, esistite fin dall’inizio del tempo, si fecero polvere, mentre l’arco della
porta crollava fragorosamente, travolgendo tutti quelli che si erano affannati a cercare di aprir-
le, fino a pochi istanti prima.
E il Nemico si fece avanti, ed entrò nel regno delle ombre. Guardò con mitezza verso l’altro,
incrociando lo sguardo di Iaphet e trovando gli occhi, divorati dalla febbre e dall’ira, del Princi-
pe.
«Non mi inviti a cena?»
La frase si perse tra le vie, diffondendosi insieme al mormorio di incredulità di tutti. Il Principe
stesso non sapeva che rispondere. Il Nemico, bisognava dirlo, era sportivo; né lui poteva essere
da meno.
«Sei mio gradito ospite. Per l’eternità».

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4. Il Signore della Vita era morto
Le squadre di operai si erano buttate sulle ma-
cerie delle Porte come formiche, sgombrando il
passaggio e predisponendo un ingresso di fortu-
na, per le anime che affollavano il porto. Molti
soldati presidiavano il porto e la città, per impe-
dire a chi già aveva varcato l’ingresso di uscire,
ora che la porta era crollata. Non andavano
troppo per il sottile, e non avevano voluto senti-
re ragioni da parte di Iaphet, che voleva parlare
con i funzionari del porto ma che – nonostante
il rango – teoricamente non poteva uscire dalle
mura. Anche praticamente, grazie alle misure di
sicurezza rafforzate.
Si avviò pensoso al proprio ufficio. Forse il Mo-
vimento Anime dell’ultima mezza giornata sa-
rebbe stato sufficiente a chiarire se c’era o me-
no un tracollo degli arrivi – anche fatta la tara
alla dispersione statistica. Forse, avrebbe potu-
to convocare d’urgenza –anche se non erano, a
rigore, a sua disposizione – qualcuno dei funzio-
nari del porto, non appena avesse finito il turno.
Forse, avrebbe potuto mandare un memo
all’Ispettorato Centrale – ché quasi sicuramente
era affar loro, e non di altri – che facesse venire
qualche dubbio a chi di dovere, in modo che
quell’agente con cui aveva parlato fosse preso
maggiormente sul serio.
Il cercapersone aveva preso a suonare, intanto.
All’altro capo della comunicazione, dalla segre-
teria particolare del Principe lo si invitava al
banchetto, ospite d’onore il Nemico, che stava
per essere servito nell’Aula delle Feste.
«La vostra assenza sarà vista come un’offesa
personale, pochi hanno più titolo di voi a sedere
al tavolo dei dignitari».
Iaphet non riusciva a vedere la sconfitta del Nemico come una propria vittoria. Diciamo, fin dall’inizio sarebbe dovuta
finire così, da quando il Sommo Nemico scelse di prediligere così tanto quel figlio (…se non è nepotismo questo…) e di
snobbare i più insigni tra i suoi ministri. Certo, a vederlo con l’abito da cerimonia ed ascoltando gli elogi pubblici che
tutti i commensali gli tributavano, anche un funzionario schivo e grigio come lui si inorgogliva: seduto alla sinistra del
Principe – alla destra sedeva il Nemico, era l’ospite d’onore ed il galateo prima di tutto – e di fronte alla graziosissima
Morte, per cui aveva una vera e propria venerazione. Non era tipo da feste, ma poteva abituarsi.
Sennonché, mentre il banchetto proseguiva – e s’era fatta notte, di fuori – la Morte sembrava far sempre più fatica a
stare a tavola. Era impallidita, si agitava sulla sedia.
«Signora, state bene?»
«Questi giorni mi hanno stancata molto. Credo tornerò nelle mie aule», ed a poco valsero le preghiere degli ospiti e del
Principe: la Morte è Padrona.

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Passavano le ore, le portate si susseguivano – nessuno è mai sazio, negli Inferi – e continuava-
no ad essere versati abbondanti calici di liquore nero, amaro e fortissimo, che è la sola bevan-
da alcolica che si distilla e si consuma sotto le volte di pietra.
Finché il Nemico si alzò, levò il calice, e fece per prendere la parola. Il Principe, ormai alticcio,
con un sorriso ed un cenno gliela concesse. Poteva animare la festa, un ultimo discorso del Ne-
mico sconfitto. Anche questi non s’era tirato indietro, durante il banchetto – e del resto,
l’abitudine ai festeggiamenti l’aveva anche da vivo, al punto da essere stata usata contro di lui,
per ispirazione di Iaphet – e reggeva il calice con mano malferma.
«L’ospitalità in queste stanze è straordinaria, non credo ci si riuscirà mai a fare l’abitudine…»
Mormorando, i commensali commentavano divertiti «Porta pazienza…»
«…ma mancherei di rispetto per il nostro ospite se non mettessi in luce un problema che non
ho potuto fare a meno di notare.»
I mormorii da divertiti si fecero infastiditi: nessuno avrebbe mai osato criticare il Principe, e
nessuno lo poteva fare in sua presenza, alla tavola che egli aveva predisposto. Il Principe stesso
si era riscosso e risollevato sul suo Trono, spegnendosi in volto il sorriso e fissando il Nemico
con irritazione.
«Non è una festa, se non c’è vino»
Il coppiere si avvicinò sollecito, facendo notare col massimo tatto al Nemico che il frutto della
vite non cresce negli Inferi, e che dunque non c’è vino.
«Capisco, e vi ringrazio. Ma non posso approfittare più a lungo della vostra ospitalità».
Non aveva finito la frase, che l’Aula risuonò di almeno trenta cercapersone impazziti. Il Principe
mandava sguardi a destra e a sinistra, mentre i suoi ospiti toglievano di tasca gli aggeggi, legge-
vano le poche righe e si alzavano in fretta, cercando un telefono o correndo ai propri uffici.
Anche il cercapersone di Iaphet prese a suonare impazzito, allarme generale. Impossibile chia-
mare in ufficio col telefono portatile – un privilegio degli alti funzionari – perché le linee erano
intasate.
Allora, con un mezzo inchino al Principe, raccolse la giacca e prese l’uscita più vicina, facendosi
strada tra i camerieri ed i suoi colleghi che correvano rispondendo all’allarme.
Nella confusione, il Nemico si alzò da tavola e si diresse all’uscita più vicina. Come varcò la por-
ta, l’allarme generale fu diramato a tutti i livelli, anche a quello del Trono in cui si trovava.
All’Ispettorato Centrale avevano iniziato a prendere le cose sul serio un po’ troppo tardi.
Mentre le sirene in tutti gli Inferi risuonavano a tutto volume, e le guardie – a quel livello, an-
cora frastornate dall’allarme improvviso – correvano senza meta in attesa di ordini superiori,
Iaphet raggiunse l’ufficio. Metà del suo staff già l’attendeva. Allentandosi il nodo della cravatta
cerimoniale, ringhiò al loro indirizzo il più significativo dei «Che succede?»
«Eccellenza, tutte le anime sono in movimento»
«Come, tutte? E in che senso, in movimento?»
Il vice, il cui compito era fare da parafulmine per l’ira di Iaphet, si fece avanti con la cartellina
sotto il braccio, e cercando di assumere il tono più professionale possibile – mentre, come tut-
ti, non poteva fare a meno di guardare, almeno di sottecchi, i monitori di guardia – rispose
«Probabilmente non tutte, ma la grande maggioranza; almeno, nei settori di nostra competen-
za. Hanno lasciato o si stanno preparando a lasciare i loro gironi, e si dirigono verso la Città ed
il suo porto».
«Fermateli: vi devo dire tutto io?»

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«Non è così semplice, Iaphet. Sono centinaia di migliaia, e le sole nostre guardie non sono suf-
ficienti…»
«Solo le nostre guardie, d’accordo. L’Ispettorato Centrale non manda rinforzi? Li avete chie-
sti?»
«Eccellenza, è suonato l’allarme generale, e non ci sembra di dover dare istruzioni
all’Ispettorato…», si intromise uno dei comandanti delle guardie, presente alla riunione.
«Signorina, chiami l’Ispettorato Centrale ed illustri la situazione! Nel frattempo, avete valutato
di chiedere rinforzi dai settori vicini?». Era forse un grigio funzionario, ma non avrebbe per-
messo che le cose gli sfuggissero di mano in questo modo.
«Sì, Eccellenza», rispose nuovamente l’ufficiale. «Anche da loro c’è del movimento di anime
non autorizzato, ma sono molte meno e sembra sia più controllabile. Ci hanno promesso rin-
forzi entro l’ora».
«Già qualcosa. E, entro l’ora, dove saranno le prime delle anime in fuga?»
«Alle porte della Città, si stima».
Tramite l’interfono, la segretaria comunicava «L’Ispettorato Centrale ha messo ai vostri ordini
una legione, Eccellenza. Pare abbiano parecchie grane anche loro, per quando li avranno risolti
hanno promesso il loro interessamento totale».
Sugli schermi, si stavano accumulando le segnalazioni dei vari settori dell’Inferno. Non c’era un
angolo del Reparto Degenza in cui, in maggiore o minor misura, non si verificassero gli stessi
eventi. Tra l’altro, non tutti i colleghi di Iaphet avevano avuto la prontezza di spirito di usare le
proprie guardie –o meglio, non tutti i loro sottoposti: da questo punto di vista, nemmeno Ia-
phet aveva fatto molto – e quindi, c’erano anche fughe minime, che avrebbero potuto essere
neutralizzate in pochi minuti, in pieno svolgimento. In tutto, l’Ispettorato Centrale garantiva
tre legioni, e per il resto era troppo impegnato in Altro per darsi da fare.
Poiché nessuno, a quel livello, sapeva della fuga del Nemico, l’unico a comprendere la serietà
dell’impegno dell’Ispettorato era Iaphet. Gli altri maledivano l’inefficienza di quei burocrati
privilegiati ed inamovibili.
«Tutte le guardie e la Milizia Infera ai nostri ordini occupino la Città ed impediscano l’ingresso
delle anime, ad ogni costo!», tuonò Iaphet ai propri collaboratori, e diede istruzione di diffon-
dere l’ordine agli altri settori: dove, in assenza di ordini superiori, furono ben lieti di obbedire a
qualcuno che – vagamente – sapesse da che parte girarsi.
Fu così che tutte le anime che si erano riscosse, non più trattenute, si riversarono verso i livelli
superiori dell’Inferno, mentre la milizia e le guardie si affrettavano per precederle, e sbarrare
le porte, ed innalzare barricate dove quelle erano crollate o non erano sufficientemente solide.
Barricate che sembravano svolgere il proprio compito. La gran folla di anime si stava infatti
radunando fuori dalle mura della Città, che si trovava tra i livelli più bassi dell’Inferno ed il por-
to. E, nonostante la pressione che esercitavano, non riuscivano a penetrare oltre le porte né a
violarne il perimetro.
L’ora era passata. Iaphet, e gli altri sovrintendenti, si erano portati sulla collina che sovrasta la
Città, ed osservavano i movimenti delle truppe e delle anime come fossero disposti su una
mappa. Le legioni dell’Ispettorato Centrale combattevano molto meglio della guardia del re-
parto degenza, andava riconosciuto; né le anime, senza una guida, avevano speranze di riusci-
re a rompere le linee dei difensori. Ormai si era in fase di stallo, o con pazienza o facendo affi-
damento all’Ispettorato Centrale, quando avesse sistemato l’Altro problema. E l’Ispettorato
Centrale si fece vivo, nella persona di un cursore che, a cavallo di una qualche creatura inferna-
le, di quelle appositamente allevate a tale scopo, apparve al limitare della piana ed in poche

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rapidissime falcate aveva raggiunto, con un plico sigillato, gli alti funzionari raccolti attorno a
Iaphet.
«Dall’Ispettorato Centrale», riuscì a dire prima che la sua cavalcatura stramazzasse al suolo,
stremata.
I funzionari erano invitati ad allontanarsi dalla Città, visto che il comando delle operazioni era
avocato all’Ispettorato stesso. Il rango dei dirigenti non avrebbe potuto competere con quello
degli Ispettori, ma il messaggero non lo era. Dunque, ritennero di mancare di obbedirgli: gli
ufficiali dell’Ispettorato, scendendo in città al comando delle truppe, d’altra parte non si cura-
vano dell’eventuale pubblico. Pubblico che si riteneva nel proprio pieno diritto ad assistere,
essendo quelle anime sotto la propria responsabilità. Iaphet e gli altri osservarono le legioni
dell’Ispettorato mettersi agli ordini dei propri comandanti ma, invece di passare all’attacco –
cosa che si sarebbero aspettati – le osservò rafforzare le posizioni difensive.
«Ma cosa stanno facendo?», si chiedevano l’un l’altro i sovrintendenti. «In questo modo non
torneranno mai ai reparti degenza!» «Chi altri può arrivare, che metà inferno è qui sotto?». «Io
mi metto alla testa delle mie guardie, se l’Ispettorato non si muove!», concluse Iaphet, lascian-
do la collina e scendendo al piano, aprendosi la strada tra le anime e portandosi sugli spalti
della città, nel settore che era presidiato dagli uomini al suo comando. L’Ispettorato aveva or-
dinato loro di ritirarsi, ma Iaphet annullò l’ordine - «Vanno respinte una volta per tutte, o
l’Eterno ordine delle cose verrà sovvertito», arringava i suoi uomini prima dell’assalto.
All’orizzonte si era accesa una luce. Una luce chiara e bianca, non le solite torce rosse che ri-
schiaravano senza illuminare, come era norma all’Inferno. Una luce che veniva avanti, ingran-
dendosi come un sole che sorge dall’alto. Era, ormai, in mezzo alle anime, che la sospingevano
e seguivano, contro le mura della città. Dalle retrovie si sentivano gli ordini secchi degli ufficiali
della Milizia «Serrate i ranghi!», «In alto gli scudi!». La luce era insopportabile, agli occhi degli
abitanti dell’inferno abituati ad un’eternità di buio e delle anime che da secoli risiedevano nel-
le medesime oscurità. La luce puntava contro il settore delle mura presidiato dagli uomini di
Iaphet, il quale si trovò a ripetere gli ordini di tutti gli altri ufficiali «Non fatela passare!»
Ma la luce era troppo forte, e troppo velocemente si scontrò – lei, e le anime al suo seguito –
con la fila sottile di lance e scudi. Nel lampo di luce, Iaphet intravide procedere una sagoma,
forse la sagoma tanto odiata.
Poi la luce e le anime si abbatterono sulla città, la invasero, passarono come un rombo di tuo-
no sulle milizie, divelsero le porte da poco restaurte, solcarono il lago e si persero nella nebbia.
Un terremoto, di nuovo, fece crollare le mura. Fuori, era l’alba.
E tutto tacque. Tacque la pianura svuotata, tacquero le milizie che avevano osservato inermi il
passaggio del popolo, tacquero i funzionari sulla collina. Le telescriventi, negli uffici, davano il
conto aggiornato delle presenze. Sulla scrivania di Iaphet era arrivato il rapporto del Movimen-
to Anime, che confermava che dal momento della morte del Nemico gli ingressi erano calati
del settanta percento rispetto alle previsioni. Taceva anche l’uffici
o, dal momento che dal momento della Grande Fuga – come fu chiamata da quel giorno in poi
– nessuno ne vide più il proprietario.
Il suo vice, che lo sostituì, dopo qualche settimana provò a cercarne il nome negli archivi.
Secretato.

di Matteo Casati

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