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Storia della Filosofia

La civiltà umanistico - rinascimentale

SINTESI

UMANESIMO E RINASCIMENTO.
Il contesto storico-sociale e culturale.
L'età dell'Umanesimo (XV secolo) e del Rinascimento (XVI secolo) è caratterizzata da profonde
trasformazioni sociali, economiche, politiche nonché culturali e filosofiche.
Perdono potere le grandi istituzioni universalistiche (sovranazionali) costituite dal Papato e dall'Impero a
causa del sorgere delle prime monarchie nazionali (Inghilterra, Francia, Spagna) e, in Italia, delle Signorie e
dei Principati. L'Impero e il Papato avevano dato all'Europa unità di lingua (il latino), di governo politico, di
cultura e di religione, nonostante la suddivisione politico-territoriale in tanti feudi nobiliari. Si parla infatti di
"universalismo" del Medioevo. Col sorgere delle monarchie nazionali, delle Signorie e dei Principati, al
posto di una politica e di una visione politico-sociale, culturale e religiosa unitaria, universale, si
affermano le politiche e le culture nazionali, che spesso entreranno in contrasto ed in guerra fra di esse per
il desiderio di ciascuna di estendere il proprio potere.
Nasce e si consolida una nuova classe sociale, la borghesia cittadina, attiva e industriosa, assai diversa sia
dalla nobiltà militare sia dalla classe e mentalità contadina del Medioevo. Mentre nel Medioevo la società era
di tipo rurale, con l'Umanesimo e il Rinascimento diventano più importanti le città rispetto alla campagna,
sia come centri economici che culturali: civiltà urbana.
Queste trasformazioni storico-politiche ed economico-sociali favoriscono il formarsi di una nuova cultura e
di una nuova mentalità.
Per Umanesimo e Rinascimento si intende, appunto, la nuova cultura, la nuova società e la nuova civiltà che,
dopo il Medioevo, sorge dapprima in Italia, nel Quattrocento, e poi si diffonde nel Cinquecento in tutta
l'Europa, comportando un profondo rinnovamento della letteratura, dell'arte, della scienza e della filosofia.
I caratteri generali dell'Umanesimo e del Rinascimento.
L'affermazione della borghesia e l'avvento di nuove attività e di nuovi mestieri cambiano i modi di vita:
avviene il passaggio, già iniziato nell'età dei Comuni, ad un nuovo tipo di economia basata sul commercio e
sulla produzione artigianale, che sostituisce l'economia feudale basata sull'agricoltura. Contestualmente
sorgono nuove concezioni sull'uomo, sul rapporto uomo e Dio, sull'atteggiamento verso il tempo, sulla
rivalutazione del lavoro e della ricchezza nonché sulla natura fisica del mondo.
L'uomo è artefice del suo destino.
L'affermarsi di nuove professioni e mestieri dipendenti dalle capacità professionali determina un nuovo
interesse per la formazione culturale e professionale dell'individuo. L'uomo che ha una buona preparazione
culturale e professionale è destinato ad avere successo: l'uomo può essere l'artefice (il costruttore) del
proprio destino. Da qui l'interesse che l'Umanesimo ha per l'uomo, per il valore dell'uomo, che non è più
considerato, come nel Medioevo, un pellegrino nella vita terrena in attesa di quella ultraterrena. L'uomo vale
anche per se stesso: è concettualmente collocato al centro dell'universo. Il suo fine non è più soltanto la
salvezza ultraterrena ma anche il saper vivere la vita terrena con senso di responsabilità, con soddisfazione
ed impegno civile. Si passa dal teocentrismo (Dio sta al centro) medievale all'antropocentrismo (l'uomo
sta al centro). La vita attiva diventa più importante della vita contemplativa esaltata nel Medioevo,
secondo cui ogni interesse doveva essere anzitutto rivolto alla conoscenza filosofico-teologica. Viene invece
attribuito valore anche alla conoscenza e alla pratica delle cose umane e terrene.
L'uomo e Dio.
L'uomo dell'Umanesimo e del Rinascimento ha riconquistato fiducia nelle proprie individuali capacità e nel
proprio valore. Anche nei confronti di Dio aspira ad un rapporto più diretto: sente come un peso
eccessivo l’autoritarismo della Chiesa e la sua tendenza a regolare i comportamenti individuali fin nel
dettaglio. L'individuo vuole essere più autonomo nel praticare la propria fede e nell'interpretare le Sacre
scritture, ruolo questo che la Chiesa considerava esclusivamente suo. Saranno questi nuovi atteggiamenti e
questi nuovi modi di sentire che porteranno alla contestazione della struttura gerarchica della Chiesa e quindi
alla Riforma protestante cui seguirà la Controriforma cattolica.
L'atteggiamento verso il tempo.
Con la nuova mentalità cambia anche il modo di concepire il tempo:
1. il tempo della vita terrena non è più considerato solo come attesa e cammino verso l'aldilà, ma assume
importanza e valore in se stesso; la brevità della vita comporta che il tempo e la vita terrena siano vissuti
intensamente;
2. il tempo della società e dell'economia agricola medievale era regolato dalla natura, quello della nuova
società ed economia umanistica e rinascimentale è un tempo che l'uomo vuole controllare e misurare poiché
inteso ormai coincidere col denaro (il tempo è denaro); meno tempo si impiega nella produzione economica
maggiore è il guadagno; il tempo non va sprecato.
Rivalutazione del lavoro e della ricchezza.
Collegata alla superiorità della vita attiva su quella contemplativa è l'importanza attribuita al lavoro
umano: il fine dell'uomo non è più la fuga dal mondo per l'aldilà, secondo l'ideale dell'eremita e
dell'ascetismo medievali, ma anche la vita terrena ha un suo valore. Il lavoro non è più considerato una
maledizione che ha colpito l'uomo a causa del peccato originale, ma come una sorta di collaborazione
dell'uomo nell'opera creatrice di Dio. Ed anche il frutto del lavoro, ossia la ricchezza, viene guardato
positivamente. Essere ricchi non è una colpa se è il risultato di un onesto lavoro ed impegno personale.
Nuova concezione della natura.
L'economia agraria medievale dipendeva strettamente dagli eventi meteorologici naturali (col bel tempo
c'erano buoni raccolti e col cattivo tempo c'erano scarsi raccolti): la natura veniva perciò considerata come
qualcosa di non controllabile dall'uomo. La nuova economia mercantile ed artigianale è invece
largamente indipendente dagli eventi naturali, svolgendosi prevalentemente all'interno dei fabbricati
cittadini. Il successo economico non dipende più dalla forza incontrollabile della natura, ma dipende dalla
capacità e dalla formazione professionale dei singoli individui nonché dall'abilità nell'organizzare la vita
sociale e politica all'interno della città. Di conseguenza nasce una nuova mentalità nei confronti della
natura: non si dipende più interamente da essa, ma ci si rende conto della possibilità di conoscerla meglio
per regolarla, favorendo i commerci e la produzione artigianale. Da ciò lo sviluppo della filosofia
naturalistica che caratterizzerà soprattutto il Rinascimento e che per certi aspetti anticiperà la rivoluzione
scientifica del Seicento.
La natura non è più considerata una forza imprevedibile contro cui l'uomo non può fare nulla, ma invece si
comincia a comprendere che i fenomeni naturali avvengono con una certa regolarità e che sono quindi
prevedibili, per cui l'uomo è allora in grado di trasformare la natura con le nuove tecniche di sua
invenzione.
Cambia di conseguenza anche la concezione del sapere e della conoscenza: il sapere non è più soltanto
quello teologico, finalizzato alla comprensione della fede, ma diventa un sapere pratico, finalizzato al
miglioramento della vita terrena.
Distinzione o continuità tra Umanesimo e Rinascimento e tra Rinascimento ed Età moderna.
Per Umanesimo, che si sviluppa nel Quattrocento, si intende specificatamente il ritorno alle "humanae
litterae", cioè la riscoperta e valorizzazione delle opere culturali, letterarie, poetiche e filosofiche
dell'antichità classica greco-romana, considerate esemplari per bellezza ed eleganza dello stile nonché come
modelli di vita per l'esaltazione delle virtù civili.
Diversamente dalla Scolastica più matura che, principalmente con Tommaso d'Aquino, si era ispirata in gran
parte alla filosofia di Aristotele, anche se adattata alla concezione cristiana, per l'Umanesimo il più
importante maestro di pensiero è Platone, per lo stile poetico ed artistico e per il carattere idealistico della sua
filosofia. Più in generale, gli umanisti respingono la cultura medioevale e scelgono quella dell'antichità
classica perché più vicina alla loro nuova mentalità.
Per Rinascimento, sviluppatesi nel Cinquecento, si intende specificatamente la rinascita, dopo quello
medievale, dell'uomo nuovo, il quale considera se stesso, gli altri, il mondo e Dio in modo nuovo ed in
senso non più esclusivamente religioso. Un aspetto importante del Rinascimento è la rinascita dell'interesse
per la filosofia della natura: la natura è concepita come "animismo", cioè come forza che anima, che
produce, dà vita e movimento alle cose; non una natura morta, passiva ed inerte ma attiva e viva; una natura
come organismo vivente e non come meccanicismo (la natura e i fenomeni naturali non sono cioè il
risultato di soli rapporti meccanici di causa-effetto, ma la natura ha una sua anima, una sua vitalità ed un suo
proprio fine). Questo interesse per la natura induce successivamente a riconsiderare l'importanza, oltre che di
Platone, anche della filosofia di Aristotele perché più razionalista e di maggior orientamento naturalistico.
Peraltro la filosofia naturalistica rinascimentale ha un carattere ambiguo, oscillante: da un lato mira
ad essere scientifica, cercando di comprendere scientificamente i fenomeni naturali, ma dall'altro lato si è
portati a pensare che la natura sia qualcosa di magico, da studiare perciò anche con la magia, con metodi
e pratiche magiche ed esoteriche. In taluni altri casi la natura è identificata con Dio (Dio non è sopra la
natura ma dentro di essa: panteismo) e comunque si è portati a vedere nella natura la manifestazione di una
intelligenza divina.
A causa delle rispettive e specifiche caratteristiche alcuni studiosi ritengono che Umanesimo e
Rinascimento siano due periodi storico-culturali da tenere fra di essi distinti.
Taluni, in particolare il tedesco G. Voigt e lo svizzero Burchardt, distinguono nettamente i due periodi,
affermando che l'Umanesimo ha un carattere soprattutto letterario, basato sugli studi umanistici e
classici, mentre il Rinascimento ha un carattere più filosofico e scientifico. Ciò significa dire che gli
umanisti furono soprattutto filologi (filologia = studio dei testi e delle parole), con prevalenti interessi
letterari ed artistici, mentre le persone dotte del Rinascimento furono più filosofi, con prevalenti interessi per
la filosofia naturalistica e per un nuovo modo di considerare Dio e il rapporto uomo-natura-Dio.
Ma l'opinione della maggioranza degli studiosi, a partire dallo storico tedesco Burdach, sostiene che
Umanesimo e Rinascimento non devono essere visti come due età separate ma continuative, come due
facce di un identico fenomeno, perché già lo studio delle "humanae litterae" va avvertito come vera rinascita
(Rinascimento) della civiltà. Così, pur senza negare le differenziazioni interne, il termine storiografico di
Rinascimento viene ad estendere il proprio significato per denotare l'intera civiltà culturale del
Quattrocento e Cinquecento: Umanesimo e Rinascimento insieme.
In effetti, la storia procede gradualmente e non fa salti: già alcune caratteristiche dell'Umanesimo e del
Rinascimento si ritrovano e sono anticipate nell'età dei Comuni, rinvenendo in Francesco Petrarca e Colucci
Salutati due significativi precursori.
Si è altresì dibattuto circa i rapporti del Rinascimento con l'Età moderna. Per lungo tempo i sostenitori
della distinzione tra Rinascimento e Medioevo hanno considerato il Rinascimento come l'inizio stesso
dell'Età moderna in ragione del definitivo tramonto dell'età medievale. Invece i sostenitori della continuità
tra Umanesimo e Rinascimento hanno interpretato il Rinascimento, anziché come inizio dell'Età moderna,
ancora come prosecuzione, in buona parte, della civiltà cristiano-medievale.
Gli studiosi odierni, in genere, hanno assunto una posizione mediana fra le due opposte interpretazioni
anzidette, collocando l'inizio dell'Età moderna con la Rivoluzione scientifica (Galilei e Francesco Bacone) e
considerando piuttosto il Rinascimento come periodo di transizione tra Medioevo ed Età moderna, ossia
come epoca di sintesi tra il vecchio e il nuovo, avente in sé elementi di novità e di conservazione al tempo
stesso.
La nuova figura dell'intellettuale laico e le nuove sedi della cultura umanistica e rinascimentale.
L'Umanesimo e il Rinascimento, dopo aver spezzato l'unità politica del Medioevo (con la crisi dell'Impero),
ne rompono anche l'unità culturale, rifiutando la struttura gerarchica del sapere che poneva in cima la
teologia. Si ha infatti una tendenziale laicizzazione del sapere, in virtù della quale le varie discipline
cominciano a rivendicare ognuna la propria autonomia. Ciò avviene lungo un tormentato processo: la
letteratura difenderà il principio dell'autonomia dell'arte, non più subordinata ad obblighi pedagogico-
moralistici ma valida in se stessa e nei valori formali della bellezza; il protestantesimo di Lutero darà origine
a una teologia sempre più separata dalla filosofia; Machiavelli difenderà l'autonomia della politica
rispetto alla morale e alla religione; Ugo Grozio, nel Seicento, getterà le basi per un analogo riconoscimento
dell'autonomia del diritto; Galileo perverrà infine alla fondazione dell'autonomia della scienza, svincolata
da condizionamenti metafisici e teologici.
Questo processo di laicizzazione ed autonomizzazione del sapere viene a caratterizzare la mentalità dei
nuovi intellettuali, di estrazione borghese, i quali, non essendo ecclesiastici, sono maggiormente portati a
riconoscere l'autonomia delle varie discipline umane.
Con l'Umanesimo e il Rinascimento la Chiesa perde dunque il secolare predominio, conservato per tutto il
Medioevo, nell'organizzazione della cultura che passa i laici, ossia alla borghesia cittadina che apprezza
l'arte, il bel parlare e l'eloquenza nello scrivere come valori in sé, non più subordinati ad esclusive finalità
religiose ultraterrene: anche l’aldiquà ha un valore, da non disprezzare rispetto all’aldilà, perché è anch'esso
un dono di Dio. La cultura diventa laica e la borghesia costituisce nuove scuole e nuove sedi culturali.
Si diffondono le scuole professionali, che preparano alla vita pratica e lavorativa: la conoscenza della lingua
scritta (imparare a scrivere) e la conoscenza dell'aritmetica vengono considerate come condizioni necessarie
per lo svolgimento di un'attività professionale.
Le carriere professionali che comportano lunghi studi universitari continuano ad essere quelle tradizionali del
giurista, del medico e dell'ecclesiastico, ma già comincia ad apparire la professione del letterato.
Il ruolo più diffuso dei letterati è quello di scrittore al servizio del re o del principe, per scrivere
documenti ufficiali, in elegante latino, per tradurre dal greco in latino o per scrivere opere celebrative delle
virtù del re o del principe di cui è al servizio. Sorge proprio in questo periodo la figura del "mecenate", ossia
del nobile che chiama alla sua corte un letterato e lo stipendia. Tutto ciò non impedisce tuttavia ai letterati di
scrivere opere anche di loro interesse, non richieste dal mecenate da cui dipendono.
Ai livelli più alti della cultura, la borghesia istituisce, accanto alle Università, le Accademie, che diventano
luoghi di elaborazione di una cultura diversa da quella della filosofia scolastica.
Numerose sono anche le biblioteche aperte al pubblico.
Certamente, gli intellettuali dell'Umanesimo e del Rinascimento rimangono una minoranza privilegiata
rispetto al resto della popolazione, che non conosce il latino e che spesso è analfabeta.
Sorge allora il problema della lingua da usare, ossia se scrivere in latino oppure in lingua volgare per farsi
capire da un pubblico più ampio. Prevalentemente viene usato il latino (non però quello medioevale bensì
quello classico) come lingua internazionale comprensibile a tutte le persone istruite d'Europa, ormai divisa in
Stati nazionali, e ciò anche per favorire lo scambio intellettuale e culturale a livello europeo. Viceversa, si
usa prevalentemente il volgare quando ci si vuol far capire dalla popolazione locale. In ogni caso, anche
quando si scrive in volgare si considera condizione necessaria che lo scrittore conosca comunque il latino.
(tratto da: CORSO DI STORIA DELLA FILOSOFIA PER I LICEI E PER GLI ADULTI CHE DESIDERANO
CONOSCERLA: DALLA FILOSOFIA ANTICA A QUELLA CONTEMPORANEA.
A cura di Francesco Lorenzoni, PDF del 2012, VOL. 2°, DALL’UMANESIMO ALL’ILLUMINISMO, pp. 3 - 8).

Frammenti antologici

Pico della Mirandola (Mirandola 1463 - Firenze 1494)

si propose di raggiungere una sintesi tra le dottrine più diverse, non solo quelle di ispirazione
cristiana e pagana, ma anche quelle di derivazione ebraica e araba e senza escludere il lascito della
filosofia medievale.
Scrisse a tal fine un documento in 900 tesi che avrebbe dovuto essere discusso a Roma in una
riunione tra dotti provenienti da ogni parte del mondo. La discussione, tuttavia, non si poté tenere,
perché alcune di quelle tesi furono ritenute eretiche.
Pubblicò quindi l'orazione De hominis dignitate, che avrebbe dovuto inaugurare il congresso e che
può essere considerata il «manifesto» dello spirito umanistico-rinascimentale: in essa, infatti, si
individua nella libertà la caratteristica fondamentale dell'uomo, garantita dal non essere egli di una
natura determinata, ma capace di darsi la natura che vuole, dal non aver limite né chiusura, dal suo
essere aperto a tutto, capace di diventare tutto, fino ad ascendere con il suo intelletto al termine
ultimo, alla congiunzione con Dio.
Eccone un brano:
“Stabilì finalmente l'ottimo artefice che a colui, cui nulla poteva dare di proprio, fosse comune
tutto ciò che singolarmente aveva assegnato agli altri.
Accolse perciò l'uomo come opera di natura indefinita e postolo nel cuore del mondo così gli parlò:
“Non ti ho dato, Adamo, né un posto determinato né un aspetto tuo proprio né alcuna prerogativa
tua, perché quel posto, quell’aspetto, quelle prerogative che tu desidererai, tutto appunto, secondo
il tuo voto e il tuo consiglio, ottenga e conservi.
La natura determinata degli altri è contenuta entro leggi da me prescritte. Tu te la determinerai, da
nessuna barriera costretto, secondo il tuo arbitrio, alla cui potestà ti consegnai. Ti posi nel mezzo
del mondo, perché di là tu meglio scorgessi tutto ciò che è nel mondo.
Non ti ho fatto nè celeste nè terreno, nè mortale nè immortale, perché di te stesso quasi libero e
sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che tu avessi prescelto. Tu potrai degenerare
nelle cose inferiori, che sono i brutti; tu potrai rigenerarti, secondo il tuo volere, nelle cose
superiori che sono divine”
(Oratio de hominis dignitate)
Erasmo da Rotterdam (1466/1469 – 1536) fu il più famoso umanista europeo.

Nell'opera più celebre di Erasmo, la graffiante satira Elogio della follia, si ritrovano tutti i temi
presenti anche nella polemica protestante contro la Chiesa. In una immaginaria autodifesa la Follia
‒ figlia di Pluto, dio della ricchezza, allevata da Ebbrezza, figlia di Bacco, e dall'Ignoranza, figlia di
Pan ‒ mette a nudo le menzogne con cui gli uomini nascondono le bruttezze e i dolori del mondo.
Qui Erasmo esprime una condanna della corruzione del clero e del papato, e di una religiosità
ridotta a vuoti formalismi rituali, altrettanto decisa quanto quella che pronuncerà Lutero: folle è chi
crede che certi segni esteriori di devozione siano sufficienti a conquistare il Paradiso, o che basti
gettare una monetina in un piatto per purificarsi di tutti i peccati.
Ecco alcune citazioni tratte dall’Elogio della Follia, vero best seller dell’epoca:
• Non vedete, prima di tutto, con quanta preveggenza Madre Natura, artefice della specie umana,
ha evitato che il pepe della follia venisse in qualche misura a mancare? Se infatti la sapienza
consiste, secondo la definizione stoica, nell'essere guidati dalla ragione e la follia, invece,
nell'essere in balia delle passioni, quanto più passione che ragione ha posto Giove nell'uomo, ad
evitare che la sua vita fosse davvero cupa e tetra? più o meno come la mezza oncia sta all'asse. La
ragione, per giunta, ha voluto relegarla in uno stretto angolino della testa, lasciando alle passioni
tutto il resto del corpo. Per di più l'ha costretta a lottare da sola contro due violentissimi tiranni,
l'ira che occupa la rocca delle viscere e la stessa sorgente della vita, il cuore, e la brama, che
dispone di un vastissimo impero giù fino al pube. (RCS 1996, p. 69)
• Pochissimi dei matrimoni già stretti potrebbero durare se tutti i passi fuori strada delle mogli non
restassero celati per la cecità o la stupidità dei mariti.
• Qual essere è più felice e meraviglioso delle api? È vero che il loro corpo non possiede tutti i
sensi, ma l'architettura potrebbe trovare mezzi simili ai loro nel campo delle costruzioni? E qual
filosofo ha saputo mai realizzare uno stato somigliante? (XXXIV; 1995, p. 40)
• Quanti sono, infatti, coloro che accendono alla Vergine, madre di Dio, un candelotto, magari a
mezzogiorno, quando proprio non ce n'è bisogno! D'altra parte, quanto pochi cercano d'imitarne la
castità, la modestia, l'amore per il regno dei cieli!
• Quanto più un uomo invecchia, tanto più si riavvicina alla fanciullezza, finché lascia questo
mondo in tutto come un bambino al di là del tedio della vita e al di là del senso della morte.
• Questa vita terrena, del resto, vi sembra da chiamar vita, se le si toglie il piacere? (RCS 1996, p.
62)
• Se uno tentasse di togliere la maschera agli attori mentre stanno recitando un dramma, e
mostrare agli spettatori la loro vera faccia, quella con cui sono nati, costui non porterebbe
scompiglio in tutta la scena tanto di meritare di essere cacciato a sassate dal teatro come un
forsennato? Apparirebbe infatti improvvisamente un nuovo volto delle cose: chi prima era donna
sarebbe ora uomo, chi prima giovane ora vecchio, chi poco prima era un re ora apparirebbe come
un poveraccio, chi prima era un dio ora si rivelerebbe un omettino da niente. Smascherare
quell'illusione equivarrebbe a privare di senso tutto lo spettacolo. È proprio quella finzione e
quell'inganno che tiene avvinti gli occhi degli spettatori. Ebbene, che altro è la vita umana se non
tutta una commedia, nella quale tutti recitano la loro parte chi con una maschera chi con un'altra,
finché a un tratto il capocomico non li faccia uscire di scena? A volte però il capocomico fa
recitare allo stesso attore parti diverse, e così quello che poco prima faceva la parte di un re
ammantato di porpora, ora è un piccolo schiavo coperto di stracci. Sono tutte finzioni, ma questa
commedia non si può recitare altrimenti. (2002, p. 67)
Anche se Erasmo e Lutero condividevano alcune delle idee fondamentali da cui prese avvio la
Riforma protestante, una profonda distanza separava l'intellettuale lucido e pacato, avverso a ogni
fanatismo e dogmatismo, pacifista convinto e fautore della tolleranza, dal predicatore intransigente
nella sua violenza rivoluzionaria.

Sia Erasmo sia Lutero invocavano un ritorno al senso originario delle Scritture, ma mentre Lutero
tradusse la Bibbia in tedesco, Erasmo continuò a usare il latino, convinto che fosse la lingua
universale, rifiutando gli idiomi nazionali che ai suoi occhi separavano anziché unire. Ma qui il
predicatore a contatto con le folle si dimostrò più lungimirante dell'aristocratico intellettuale il quale
ignorava, o voleva ignorare, che all'epoca la massa della popolazione, quando sapeva leggere e
scrivere, non usava il latino bensì le varie lingue nazionali: il tedesco, l'italiano, il francese.

Il divario tra i due divenne insanabile con la disputa sul libero arbitrio, sulla libertà del volere
umano. Lutero lo negava con forza, sostenendo la totale dipendenza della volontà umana da
Dio. Per Erasmo negare il libero arbitrio significava negare la dignità e il valore dell'uomo,
quei principi fondamentali dell'Umanesimo che sono alla radice del suo pensiero.
(riduz. da Treccani on-line)

Michel de Montaigne (1533 –1592)

è stato un filosofo, scrittore e politico francese noto anche come aforista.


Riprende alcune tematiche dello scetticismo dei filosofi antichi, che sottolinea i limiti della natura umana.
Dalla sua opera più famosa, criticata e discussa (venne anche messa nell’indice dei libri proibiti dalla Chiesa
Cattolica), i Saggi, sono tratte le pagine seguenti.
“Noi non abbiamo comunicazione con l'essere perché l'intera natura umana è sempre in mezzo tra la
nascita e la morte e non attinge in sè che una apparenza oscura e umbratile, un’incerta e debole opinione.
E se per caso il vostro pensiero si ostina ad afferrare il suo essere, sarà come voler stringere l'acqua nel
pugno: più serrerà e stringerà ciò che di sua natura sfugge da tutte le parti, più perderà quel che voleva
stringere e tenere:”
(Da AA. VV. Agorà 2. L’età moderna ed. Bruno Mondadori pp. 28 – 29)

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