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Stato, complotto e giostra finanziaria

di Ludovico Lamar

La faccia sua era faccia d’uom giusto,


tanto benigna avea di fuor la pelle,
e d’un serpente tutto l’altro fusto.
(Dante, Inferno, XVI, vv. 7/12)
1. I “poteri forti” e il comitato d’affari
Essere critico verso le politiche governative oggi significa essere complottista. La
parola complottista viene lanciata contro tutti coloro che pongono a critica le politiche
governative “sanitarie" dell’ultimo anno e mezzo, tanto che lo facciano in modo sconclusionato,
quanto che lo facciano con una critica seria e motivata sul piano della scienza, del diritto,
dell’economia, ecc.
La schiera dei critici alla narrazione pandemica si può identificare in generale con coloro che
ritengono che dietro le politiche dei singoli Stati vi siano dei “poteri forti”, in genere economici,
mentre la schiera di coloro che appoggiano (integralmente o parzialmente) le politiche dei
governi la potremmo identificare in coloro che ritengono che invece lo Stato sia un istituto al di
sopra delle classi e autonomo dai poteri economici.
Marx ed Engels, nel 1848, scrissero che “il potere politico dello Stato moderno non è che un
comitato, il quale amministra gli affari comuni di tutta quanta la classe borghese”.1 Ancor
peggio la sparava Lenin: “La potenza del capitale è tutto, la borsa è tutto, mentre il
parlamento, le elezioni, sono un giuoco di marionette, di pupazzi…”.2 Non c’è dubbio che tali
tesi oggi verrebbero tacciate di complottismo proprio perché in sostanza affermano che dietro
lo Stato contemporaneo vi sono proprio dei “poteri forti”.
Riconosciamo che nel campo dei critici alla narrazione pandemica ufficiale vi sono svariate
risposte su chi abbia spinto verso le attuali leggi emergenziali e che molte di queste risposte
sono decisamente discutibili. Il balbettar tesi su club internazionali o specifiche multinazionali o
sull’onnipotenza di Bill Gates rende il campo dei critici alla “narrazione pandemica” piuttosto
debole e facile a critiche. Ma che il grande capitale controlli gli Stati moderni è tesi corretta e
sarebbe dunque da capire quale sia la fazione del grande capitale che potrebbe avere spinto
singoli Stati a determinate decisioni e soprattutto perché.
In realtà il perché fu da noi indicato in un nostro precedente lavoro, risalente a quasi un anno
e mezzo fa.3 Il motivo più profondo, secondo la nostra analisi, sarebbe da individuare nel fatto
che la grande borghesia internazionale sapeva che stava per scoppiare una grande recessione
economica globale in quanto segni pesanti della crisi prossima ventura erano iniziati nel
settembre 2019 con il congelamento del mercato interbancario in Cina e negli USA e l’entrata
in recessione di Germania, Giappone ed Italia. La “narrazione pandemica” è di conseguenza
servita a far ritenere la crisi economica strutturale del capitalismo, naturale sviluppo della crisi
del 2008, come una crisi economica dovuta al coronavirus: in tal modo le classi povere non
potranno individuare, come un tempo, come causa delle proprie disgrazie le banche, le
multinazionali, i governi o addirittura il capitalismo nel suo complesso: la narrativa ufficiale,
infatti, sta dicendo in questi mesi, e continuerà a ribadirlo, che la crisi economica è dovuta alla
pandemia di Covid e non ad un’economia reale in caduta libera già prima che scoppiasse la
pandemia e a un sistema finanziario che marcisce fra i debiti da decenni. In questo modo i
governi di mezzo-mondo stanno cercando di addormentare il naturale odio di classe che una
crisi del genere potrebbe scatenare.
In secondo luogo, spiegammo in quel saggio, lo stato emergenziale avrebbe permesso ai
governi occidentali di attrezzarsi in anticipo di un apparato repressivo che nei prossimi mesi ed
anni potrà essere impiegato contro lotte sociali e rivolte che inevitabilmente scaturiranno da
tale crisi economica. E il tempo sembra che ci stia dando ragione. In un anno e mezzo lo Stato
italiano ha sperimentato il confinamento dell’intera popolazione (altrimenti detto lockdown), il
divieto di assembramento, l’obbligo di distanziamento sociale fra le persone, l’isolamento
anche di persone clinicamente sane, il coprifuoco, l’obbligo o la raccomandazione di far riunioni
attraverso piattaforme video anziché in presenza, l’imposizione (diretta o indiretta) di vaccini
autorizzati in via emergenziale e l’obbligo di un certificato rilasciato dallo Stato per poter
svolgere tutte le principali attività di una persona (green pass). Diversi paesi del mondo stanno
seguendo il “modello italiano” e molto probabilmente lo seguiranno anche quei paesi che negli
ultimi mesi hanno provato ad eliminare ogni restrizione, come alcuni paesi del Nord Europa.
Com’è possibile però che gli Stati eseguano degli ordini impartiti dai “poteri forti” dell’economia
e, soprattutto, come si fa pensare che tali “poteri forti” esistano? E dove sono, soprattutto?
L’economia mondiale presenta, in realtà, un’organizzazione del capitalismo internazionale
alquanto complessa: abbiamo multinazionali, grandi banche d’affari e imprese finanziarie di
vario tipo, lobbies, azionisti che controllano le imprese più importanti, persone che hanno un
potere enorme in virtù del proprio potere economico e persone che hanno un grande potere in
virtù dei diversi incarichi che ricoprono, banche centrali che di fatto sono finanziate dalle
banche private, grandi burocrazie di varie istituzioni politiche internazionali (ONU, NATO, ecc.)
e soprattutto di varie istituzioni economiche (FMI, BM, BRI, BCE, OCSE, WTO, ecc.), importanti
club e forum in cui si radunano i grandi rappresentanti del capitale (Bilderberg, Trilateral,
Davos, ecc.), grandi mafie influenti sugli affari finanziari e su alcuni singoli Stati. Nonostante,
però, negli ultimi decenni si siano rafforzate molto alcune delle strutture internazionali del
capitale dette sopra, vi sono tuttora anche grandi attriti fra capitali nazionali e fra le politiche
degli Stati che rendono l’analisi dell’imperialismo attuale piuttosto complessa. Qui in realtà
vorremmo però limitarci a individuare chi possa aver guidato le attuali danze e quindi dare una
prima risposta alla domanda delle domande: chi comanda il mondo?

Prima parte
I “poteri forti”, la politica estera e le classi

2. Le multinazionali e le lobbies
Che le multinazionali siano entità potenti è fuor di dubbio. Un breve studio pubblicato nel 2011
su quali multinazionali dominino il pianeta mostrava che su 43.060 multinazionali nel mondo
1.318 si trovavano al centro dell’economia mondiale: queste ultime infatti rappresentavano il
50% degli utili di tutte le altre multinazionali.4
La prima impresa del pianeta, in termini di fatturato, è l’americana WalMart che, secondo i dati
di Fortune, fatturava nel 2019 ben 523 miliardi di dollari, una cifra pari a un quarto del PIL
italiano di quell’anno! Certo, non basta il fatturato per contare nelle politiche internazionali ed
infatti Amazon, altra ditta commerciale, fattura circa la metà della WalMart, ma ha certamente
un ruolo di pressione su alcuni singoli Stati molto maggiore, tanto che il nostro ex premier
Matteo Renzi, nel luglio 2016, dovette portarsi a pranzo Jeff Bezos e portarlo in giro per
turistiche visite, rubando del tempo al suo pubblico ufficio. Se andassimo comunque a veder
fatturati potremmo rimaner impressionati dal fatto che due imprese automobilistiche (la Toyota
e la Volkswagen) sono fra le prime dieci multinazionali del pianeta e, nonostante le anime
candide dell’Occidente amino parlare di economia verde che si va imponendo, fra le prime dieci
troviamo anche 5 mega-imprese petrolifere (2 cinesi, 2 europee e una saudita). Sarebbe a
questo punto da spiegare come mai le multinazionali dell’auto e quelle petrolifere, pur
contando così tanto, si siano fatte fregare in questo modo nel 2020 tanto da veder crollare le
proprie entrate a causa della legislazione emergenziale imposta da vari governi.
Nel 2019 le multinazionali appartenenti a due settori che invece hanno guadagnato molto
dall’attuale situazione pandemica presentavano fatturati minori rispetto alle imprese dette
sopra: trattasi delle case farmaceutiche e dei giganti del web. Nella classifica di Fortune del
2019 troviamo però che l’azienda farmaceutica che fattura di più al mondo è la
Johnson&Johnson che nella classifica generale però si trova soltanto...al 104° posto. E la
Pfizer, che sta dilagando sul vaccino Covid, risulta essere la...215° più grande azienda del
pianeta. Grandi posti senza dubbio, l’importanza loro non è paragonabile a quella della piccola
impresa italica che produce piastrelle, ma la loro importanza in termini di fatturato rimane
minore del settore auto e del settore dell’oro nero.
Un discorso simile potremmo farlo per i giganti del web: la Alphabet, cioè l’azienda che fa capo
a Google, si trovava nel 2019 in realtà “solo” al 29° posto della classifica generale mentre la
Microsoft, del famigerato Bill Gates, addirittura al 47°: i fatturati delle due aziende sono
decisamente alti, rispettivamente 162 e 126 mld di dollari, ma diverse grandi imprese nel
mondo fatturano più di esse! Facebook nella classifica di Fortune la troviamo addirittura al
144° posto in classifica...
Tali aziende, inoltre, sono succhiatori di valore prodotto altrove, non certo un faro per
rimettere in moto il meccanismo del capitalismo: nel 2017, ad esempio, su 9,3 miliardi di
introiti di Facebook, 9,2 erano originari dalla pubblicità e, secondo The Guardian, Google e
Facebook occuperebbero circa un quinto di tutta la spesa mondiale in pubblicità.5 Sappiamo
però che tali mega-aziende stanno guadagnando enormemente da tale situazione pandemica:
il Financial Times, in un editoriale del 31 luglio di quest’anno, constatava che Apple, Amazon,
Alphabet, Microsoft e Facebook hanno visto i propri profitti salire del 90% nel secondo
trimestre del 2021 rispetto ad un anno prima.6
La classifica delle multinazionali per fatturato ci può già mostrare quanto queste possano
essere influenti in virtù del valore prodotto o del valore accaparrato, ma come abbiamo
accennato non risponde a determinate domande su quanto sta accadendo oggi. Inoltre la
classifica delle multinazionali è piuttosto liquida, basti pensare che nella classifica di Fortune da
noi citata troviamo un colosso cinese del real estate, China Evergrande Group, fissato al 152°
posto, che negli ultimi 14 mesi ha visto le sue azioni crollare del 90% e ritrovarsi in odor di
fallimento.7
Un modo oramai ben rodato da parte delle mega-imprese per far pressione sui singoli Stati o
sulle grandi istituzioni internazionali è quello delle lobbies, gruppi più o meno informali la cui
attività consiste nell’influenzare, a proprio vantaggio, direttamente il singolo governo o altri
organi politici. Nel 2014 Google aveva speso in attività di lobbying più di qualsiasi altra azienda
americana e aveva prestato le proprie capacità predittive, sia nel 2008 sia nel 2012, alla
campagna elettorale di Obama.8 Ma le lobbies non sono potenti soltanto negli USA, ma anche
in Europa. Secondo il Corporate Europe Observatory and LobbyControl il più grande settore
nell’UE a esercitare pressioni lobbystiche risulta essere proprio il settore tecnologico, seguito
dai settori della farmaceutica, dei combustibili fossili, della finanza e della chimica.9

3. Gli azionisti, le agenzie di rating e le banche centrali


Le singole multinazionali, come soggetti giuridici, spesso hanno in realtà un potere non troppo
grande, in quanto molte di esse sono in realtà controllate da altri soggetti economici che hanno
un potere, a volte decisivo, sulle scelte della singola multinazionale: questi soggetti sono
gli azionisti. Molti azionisti si limitano in realtà ad acquistare le azioni e incassare i dividendi,
ma altri invece non incassano soltanto i dividendi, ma hanno anche voce in capitolo sulle scelte
che fa l’azienda.
Un ristretto nucleo di 737 azionisti, secondo lo studio già citato del 2011, avrebbe il controllo di
tutte le più importanti multinazionali finanziarie planetarie e di molte multinazionali industriali
e commerciali attraverso la proprietà di azioni istituzionali (cioè di azioni che comportano un
potere decisionale da parte del detentore).10 Per quanto invece riguarda più specificatamente le
multinazionali, 50 di esse hanno un potere superiore alle altre per il semplice fatto che
attraverso azioni istituzionali ne controllano una gran parte, fra cui giganti del web come
Google, Facebook, Apple ed Amazon, i principali media anglosassoni o anche aziende come la
Coca-Cola.11 Di queste 50 multinazionali particolarmente potenti, tutte del settore finanziario,
le prime dieci sarebbero le seguenti: Barclays (UK), Capital Group Companies (USA), Fmr
Group (USA), Axa (FRA), State Street Corporation (USA), JP Morgan Chase (USA), Legal &
General Group (UK) Vanguard Group (USA), UBS (CH), Merrill Lynch (USA). L’italiana Unicredit
si trovava al 43° posto della classifica.12
In sintesi gli azionisti, i capitalisti finanziari, hanno un potere superiore alle multinazionali di
per sé. Il loro potere poi si esplica attraverso burocrazie internazionali di cui fra poco
tratteremo, ma prima vorremmo far notare come il capitale finanziario ha sotto il proprio
controllo due tipologie di istituti molto diversi fra loro che dovrebbero rappresentare proprio chi
controlla tale capitale finanziario: le agenzie di rating e le banche centrali.
Le tre più importanti agenzie di rating degli USA, la cui funzione sarebbe di dare una
valutazione oggettiva della salute finanziaria delle imprese e degli Stati che emettono titoli sui
mercati finanziari, sono controllate proprio da alcuni fra i più grandi speculatori del pianeta. Per
quanto riguarda due di queste, Standard & Poor’s e Moody’s, il controllo esterno su di loro è
dato da BlackRock, da Vanguard, dalla Morgan Stanley e dalla State Street Corporation. In
sintesi, le agenzie di rating che à la carte dovrebbero dare un giudizio obiettivo dei titoli
circolanti sui mercati finanziari, sono in realtà controllate dai padroni degli stessi mercati.13 I
legami fra alcuni colossi della finanza e le agenzie di rating hanno determinato in passato
addirittura alcuni mutamenti politici in singole nazioni. Il fondo BlackRock sembra sia stato, ad
esempio, alla regia della pressione che l’Italia subì sul proprio debito pubblico nel 2011 (la
cosiddetta crisi dello spread): la minaccia di fallimento dello Stato italiano in quell’anno,
secondo indagini condotte dalla Procura di Trani, sarebbe stato innescato dal declassamento
deciso all’improvviso dalle agenzie di rating americane (che abbiamo visto sono controllate da
BlackRock) e dalla conseguente vendita improvvisa di titoli di Stato italiani da parte della
Deutsche Bank (il cui socio di maggioranza è ancora BlackRock).14
Dagli anni ‘80, quando via via molti paesi del mondo hanno liberalizzato i movimenti di capitale
fra un paese e l’altro, le banche centrali hanno assunto un ruolo che in precedenza non
avevano. Esse si trovano da diversi anni a far da arbitri dei flussi finanziari in entrata o in
uscita da un Paese. Molte banche centrali del mondo, fra cui la Banca d’Italia, hanno raggiunto
l’autonomia dal proprio governo, ma ciò non significa che siano soggetti autonomi e
indipendenti: il passaggio che ha portato all’autonomia di molte banche centrali ha soltanto
segnato per esse il passaggio da una dipendenza dal mondo politico ad
una dipendenza da banche private, assicurazioni e fondi d’investimento. L’assetto proprietario
della Banca d’Italia, ad esempio, vede la banca IntesaSanPaolo e la Unicredit ai primi posti
(con quote rispettivamente del 20,09% e del 10,81%). Di fatto le banche centrali sono
diventate esecutrici degli interessi del capitale finanziario, nazionale o internazionale,
nonostante che quando i media parlano dell’autonomia delle banche centrali vogliano far
credere che esse siano enti che prendono decisioni di politica economica senza pressioni
esterne, secondo pretesi canoni obiettivi e neutrali.
La più importante banca centrale del mondo, la Federal Reserve americana (altrimenti detta
FED), è in grado di gestire, all’interno dei limiti imposti dalla salute del mercato e
dell’acquiescenza degli altri Paesi, i flussi finanziari planetari con le sue scelte di innalzamento
o abbassamento dei tassi d’interesse, con la politica monetaria denominata Quantitative Easing
e con le sue dichiarazioni pubbliche. Recentemente, ad esempio, il timore di un rialzo dei tassi
d’interesse da parte della FED è stato percepito come un invito al rientro negli USA dei capitali
investiti in varie parti del mondo. L’emissione infinita di liquidità che la FED ha iniziato nel
2008, e la BCE nel 2011, foraggia bolle finanziarie sempre più colossali proprio per aiutare il
capitale finanziario internazionale a continuare a produrre profitti fittizi ed evitare il crack
sistemico di esso. E quanto i burocrati delle banche centrali siano anche spesso dei comuni
speculatori lo si può evincere da uno scandalo avvenuto negli USA in queste settimane: il Wall
Street Journal e Bloomberg hanno denunciato, infatti, che il capo della FED di Boston, Robert
Kaplan, e il capo della FED di Dallas, Eric Rosengren, hanno ottenuto lauti guadagni negli ultimi
anni dall’acquisto di titoli, per cifre superiori al milione di dollari. Profittando, cioè, del proprio
ruolo di “guardiani della finanza” e di “guide dei mercati” hanno collegato le proprie azioni
pubbliche verso i mercati finanziari ai propri interessi privati, con il sospetto che i mercati
venissero gestiti anche alla luce dei loro possibili guadagni futuri.15

4. I grandi personaggi del capitale


Multinazionali, giganti della comunicazione, lobbies, azionisti, banche centrali e loro burocrazie:
il sistema di potere da noi descritto è già piuttosto folto, ma non si conclude qui. Molte tesi
circolanti hanno spesso trattato dello strapotere di alcuni singoli individui sul resto
dell’umanità: negli ultimi anni i nomi che sono andati per la maggiore sono stati quelli di
George Soros, Jeff Bezos o di Bill Gates.
Un esempio che potremmo dare sulla forza di certi personaggi economici sul mondo lo
possiamo trovare in George Soros: è ormai assodato che Soros abbia avuto un ruolo non
marginale nel crollo della sterlina e della lira nel 1992. Le vendite improvvise delle due valute
in un brevissimo arco di tempo costrinsero Gran Bretagna ed Italia ad uscire dal Sistema
Monetario Europeo, quel sistema organizzato da diversi Paesi europei che costringeva le
singole valute (lira, marco, franco, ecc.) ad oscillare entro ristretti parametri e che
fondamentalmente ha rappresentato una “prova di moneta unica”. Se è pur vero che gran
parte dell’operazione finanziaria altamente speculativa detta sopra fu diretta da George Soros
e dal suo fondo, è però errato pensare che, se non ci fosse stato Soros, Gran Bretagna ed
Italia non avrebbero subito il crollo delle proprie valute. Un qualsiasi attacco speculativo è
possibile soltanto dinanzi alla fragilità del destinatario.
Giustamente Soros spiegherà che il tasso di cambio di tali Paesi era artificialmente alto e non
corrispondeva alla situazione commerciale e finanziaria di quei Paesi. D’altra parte, pur senza
gli interventi di Soros o di qualche altro guru della finanza, altri paesi europei avevano visto in
quei mesi fluttuare i propri tassi di cambio oltre i parametri ristretti imposti dallo SME:
svalutazioni e pressioni sul prezzo della valuta li ebbero infatti in quell’anno anche l’Irlanda, la
Spagna, il Portogallo e in seguito li avrà la Francia.16 Lo SME imponeva oscillazioni ristrette che
non corrispondevano assolutamente alla situazione economica e commerciale dei singoli paesi
e pertanto rimanere all’interno dello SME significava di fatto violentare il tasso di cambio e
mantenerlo o troppo alto o troppo basso rispetto a quello che sarebbe stato in situazioni
normali. Quella di Soros fu senza dubbio decisione da grande speculatore, probabilmente
coordinata con Stati Uniti e Germania, ma la debolezza di Gran Bretagna ed Italia in ambito
valutario era reale, aldilà di quanto potesse desiderare un Soros qualunque.
Pertanto se è vero che un Soros ha pilotato una speculazione gigantesca che ha fatto crollare
in poche settimane due valute importanti come la sterlina e la lira, è altresì vero che non lo ha
fatto – come vorrebbe certa letteratura – in grazia della sua onnipotenza, ma perché il tasso di
cambio delle due valute non era corrispondente alla realtà economica dei due paesi. Allo stesso
modo, se è vero che BlackRock ha pilotato la crisi del debito pubblico italiano nel 2011, è pur
vero che la classe dirigente italiana è complice, avendo non solo creato un gigantesco debito
pubblico, ma avendo anche affidato una parte di tale debito a grandi speculatori esteri.
Più recentemente, come “regista occuto”, è emerso il nome di Bill Gates per quanto riguarda la
pandemia Covid. Effettivamente il magnate di Microsoft, attraverso la Gates Foundation, ha
investito (o, se volete, donato) diversi miliardi alla ricerca farmaceutica, dal 2016
concentrando principalmente il proprio interesse sulla diffusione della polio nei Paesi più
poveri.17 Ma il vaccino anti-Covid su cui ha investito Gates, quello prodotto dalla casa
farmaceutica Curevac, è stato bocciato dalle autorità sanitarie quest’estate e se Gates fosse
così onnipotente tale bocciatura non si spiegherebbe.18 Nonostante ciò è lecito sospettare che
comunque un certo ruolo Bill Gates lo dovrebbe avere avuto nelle decisioni emergenziali
dettate dall’OMS e fatte proprie in breve tempo da Cina ed Italia: infatti la sua fondazione, dal
2016, è il principale finanziatore mondiale, dopo gli Stati Uniti, dell’Organizzazione Mondiale
della Sanità (OMS), la ormai celebre agenzia dell’ONU, e con la pandemia Covid, scrive
Massardo su insideover.com, “la sinergia tra la Gates Foundation e l’OMS si è rafforzata
ulteriormente”.19 Il limite di certo complottismo più semplicione ed ingenuo non starebbe
dunque nel ritenere alquanto preoccupante il fatto che l’OMS dipenda anche dai soldi elargiti da
Gates, ma nel ritenere Bill Gates l’artefice principale se non unico di tutto ciò che sta
accadendo.
Ma trattando di Soros o Gates parliamo di star che un po’ tutti gli interessati alle cose di questo
mondo conoscono. Ci sono però uomini nel mondo che a livello economico hanno una
grandissima influenza, seppur il loro nome non sia granché conosciuto dai comuni mortali. Il
politologo Giorgio Galli e Mario Caligiuri hanno individuato un nucleo a livello mondiale di sole
65 persone che risulterebbero presenti contemporaneamente, con ruoli di responsabilità, in
diversi consigli di amministrazione di grandi aziende, nei vertici di alcune università, in
determinate fondazioni e in svariate istituzioni private. Tali uomini fisici, secondo Galli e
Caligiuri, concentrerebbero in sé un potere enorme e la loro influenza sul mondo politico
sarebbe anche rafforzata dal fatto che oltre ai vari incarichi privati sopra detti, sovente
ricevono, o hanno ricevuto, anche incarichi governativi. In tale elenco non troviamo Soros,
Bezos, Musk e Gates, al primo posto abbiamo un certo James Staley, e seguendo troviamo
John McFarlane, Timothy Armour, Brian B. Hogan, ecc. Non abbiamo dunque star che si
mostrano con vanità sui media, ma persone che detengono un basso profilo pubblico e hanno
una potenza di manovra decisamente elevata. Fra gli italici nomi troviamo Lorenzo Bini Smaghi
(al 29° posto) e Giuseppe Vita (al 56° posto): il primo dei due, ad esempio, è presidente della
Société Générale, è stato membro del Comitato Esecutivo della BCE, del CDA di JP Morgan
Chase, della direzione rapporti finanziari internazionali del Ministero dell’Economia e delle
Finanze del Governo Italiano, presenta un ruolo di rilievo presso l’Università Bocconi, ecc...20 In
Cina la situazione, tra l’altro, non sarebbe tanto diversa. Un certo Wang Yipu nel 2016 risultava
presidente del gruppo petrolifero Sinopec Group, ingegnere capo presso la Daqing Petroleum
Administration, vicepresidente dell’Accademia Cinese d’Ingegneria, vicegovernatore della
provincia di Heilongijang, primo segretario del Segretariato del Partito Comunista Cinese e
segretario dei principali gruppi del PCC di tutta la Federazione dei sindacati cinesi.21
E’ un mondo in cui una ristretta cerchia di persone passa da un incarico all’altro, detenendo
anche più incarichi contemporaneamente. Nella letteratura giornalistica tale pratica di passare
da un’azienda all’altra, o da un’azienda a un governo, è stata spesso denominata pratica delle
“porte girevoli”: Robert Rubin, ad esempio, divenne segretario del Tesoro negli USA dopo che
era stato co-presidente di Goldman Sachs, la grande banca d’affari, mentre Lawrence
Summers intercalò nella propria carriera incarichi negli alti poteri economici dello Stato
americano e nelle università.22 Gerald Corrigan fu partigiano delle regolamentazioni della
finanza nel suo ruolo di presidente della FED di New York e poi divenne allegramente
partigiano della non-regolamentazione della stessa finanza quando prestò servizio presso
Goldman Sachs.23 D’altra parte il nostro Mario Draghi è stato a capo del consiglio della stessa
Goldman Sachs, poi presidente della BCE ed ora Presidente del Consiglio.

5. Le internazionali del capitale: dal Fondo Monetario alla BCE


Anche, dunque, analizzando grandi nomi o personaggi particolarmente influenti risalta
l’importanza della finanza sull’economia mondiale. Una novità di grande peso dell’imperialismo
mondiale, inoltre, è l’importanza assunta negli ultimi decenni da tutta una serie di
organizzazioni sovranazionali sia economiche sia politiche. In particolar modo il capitale
finanziario internazionale si è dotato di alcune mega-strutture sovranazionali che, attraverso
efficienti burocrazie, gli hanno reso e gli rendono un grande servizio.
Il Fondo Monetario Internazionale (FMI), come la Banca Mondiale, è nato nel 1944 con gli
accordi di Bretton Woods, ma la sua funzione meramente tecnica che aveva all’origine è
mutata dalla fine degli anni ‘70 in poi, quando è diventato strumento delle politiche attive delle
principali potenze in svariate parti del mondo.
Un esempio su cosa sia il Fondo Monetario lo possiamo avere dalla dinamica della crisi asiatica
del 1997. Tale crisi era esplosa perché le banche d’affari americane ed europee avevano
prestato grandi quantitativi di soldi alle banche asiatiche e queste ultime a loro volta
prestavano tali soldi ai consumatori e alle aziende del proprio paese. Quando la situazione
economica in tali paesi si deteriorò e si mostrò chiaramente che non vi era alcun boom
economico, ma soltanto una bolla speculativa e creditizia, le banche estere ritrassero i propri
investimenti e chiesero (in dollari) alle banche asiatiche la restituzione del denaro prestato: fu
il collasso. A questo punto intervenne il Fondo Monetario Internazionale, ufficialmente per
aiutare tali Paesi a risollevarsi dalle difficoltà debitorie. Ma l’FMI non prestò soldi a bassi tassi
d’interesse alle banche asiatiche per favorirne il riassetto, non cercò di salvare il salvabile
mettendo a garanzia i debiti o non tentò di far pressioni sulle banche americane, europee e
giapponesi affinché chiedessero condizioni meno onerose per rientrare dai debiti: il Fondo
Monetario Internazionale, come già altre volte aveva fatto, prestò un’ulteriore gran quantità di
soldi, a condizioni addirittura peggiori di quelle precedenti imposte dalle banche occidentali:
oltre alla restituzione del debito, il Fondo pretendeva infatti che tali Paesi, già al collasso,
facessero una serie di manovre economiche interne quali tagli ai sussidi e alle pensioni,
privatizzazioni delle aziende pubbliche, taglio delle imposte, ecc. Oggi la
chiameremmo austerity. Da tale esempio risulterà chiaro che il Fondo Monetario (come la
Banca Mondiale che ha funzioni simili) ha un ruolo non da poco sulla vita di molti paesi e di
molti popoli.
Ma come lo Stato non è un Ente Supremo, così non lo è il Fondo Monetario Internazionale, il
quale è un istituto dipendente da fondi esterni e che quindi agisce in un certo modo perché i
suoi “azionisti” lo desiderano. In un suo saggio del 1998 George Soros spiegava che, non
avendo risorse proprie per fungere da prestatore di ultima istanza, il Fondo “deve poter
contare sull’aiuto dei mercati finanziari”.24 Inoltre, proseguiva Soros, “il Fondo è controllato dai
paesi che si trovano al centro del sistema capitalistico, e penalizzare i prestatori sarebbe
contrario agli interessi nazionali di questi ‘azionisti di controllo’”.25
Anche la Banca Centrale Europea (BCE) non è un ente che vive aldilà delle pressioni esterne.
Tale istituzione si regge sul capitale delle singole banche centrali nazionali europee e fra tali
banche centrali le più influenti, in ragione delle loro quote, sono la Bundesbank tedesca
(21,4% del capitale), la Banque de France (16,6%) e la Banca d’Italia (13,8%). Tali banche
centrali sono controllate o, come già sappiamo, direttamente da banche private o eseguono gli
interessi del proprio capitale finanziario nazionale pur rimanendo di Stato. Il capitalismo
finanziario tedesco è sicuramente quello che ha la maggiore influenza sulla politica monetaria
europea, ma tale capitalismo finanziario è costretto a mediare con gli interessi anche del
capitalismo finanziario di Francia, Italia ed altri Paesi. Inoltre la BCE sa rendere anche servigi
costanti alla Banca Mondiale e al Fondo Monetario (come nel caso dello strozzinaggio alla
Grecia) ed alla FED (grazie alla moneta unica i singoli Paesi europei non devono incrementare
la produzione di dollari per il commercio fra loro). La Germania presenta poi un vantaggio
originario nella costituzione della BCE: l’euro, infatti, è una sorta di “marco debole”, che fa sì
che la Germania possa esportare a minor prezzo e l’Italia (per il quale l’euro è una “lira forte”)
debba esportare a prezzi maggiorati.
Queste burocrazie internazionali rendono un ottimo servigio al capitale internazionale sia
perché le loro politiche favoriscono determinate dinamiche dei flussi finanziari, sia perché le
loro pubblicazioni e gli studi che sfornano sono essi stessi degli strumenti di condizionamento
dei mercati finanziari. Ecco un esempio, che è emerso grazie all’esplosione di uno scandalo:
“La World Bank ha reso noto che sospenderà la pubblicazione del suo report annuale Doing
Business, a seguito della chiusura dell’indagine interna compiuta su presunte irregolarità
emerse nelle edizioni del 2018 e 2020 (...). E quali evidenze sarebbero emerse dall’inchiesta
interna, tali da portare allo stop delle pubblicazioni? L’ex Ceo della World Bank, Kristalina
Georgieva, e il suo vice, Simeon Djankov, avrebbero fatto pesanti pressioni affinché in quei
report venissero artatamente migliorati i dati macro relativi alla Cina”.26
Un certo John Perkins, qualche anno fa, ha scritto un saggio che ha venduto diverse copie nel
mondo in cui raccontava la professione, che lui stesso ha esercitato per una decina d'anni, di
"sicario dell'economia". Questi "sicari", spiegava Perkins, sarebbero quegli economisti il cui
compito sarebbe di dimostrare con dati falsi che un determinato paese rappresenta una risorsa
importante per la crescita economica, che è incamminato sulla via dello sviluppo e che
promette di essere un faro del futuro capitalismo. Le analisi di questi economisti (collegati o
direttamente dipendenti delle grandi multinazionali agricole, industriali e finanziarie del mondo)
servono da base alle "autorevoli analisi" che poi vengono diffuse per il mondo. In tale libro
l'autore scrive: "L'astuzia con cui si costruisce questo impero moderno fa sfigurare i centurioni
romani, i conquistadores spagnoli e le potenze coloniali europee del XVIII e XIX secolo. Noi
sicari dell'economia siamo furbi; abbiamo imparato dalla storia. Oggi non portiamo spade. Non
indossiamo armature o abiti che ci distinguono. In questi paesi, come l'Ecuador, la Nigeria e
l'Indonesia, ci vestiamo come gli insegnanti e i negozianti locali. A Washington e a Parigi
sembriamo burocrati e banchieri. Abbiamo un aspetto semplice, normale. Facciamo
sopralluoghi nei siti dei progetti e gironzoliamo per i villaggi ridotti in miseria. Professiamo
l'altruismo, parliamo con la stampa locale delle meravigliose opere umanitarie che stiamo
compiendo. Ricopriamo i tavoli delle commissioni governative con i nostri computi e le nostre
proiezioni finanziarie e teniamo conferenze alla Harvard Business School sui miracoli della
macroeconomia. Siamo in regola, agiamo alla luce del sole. O almeno così ci descriviamo e così
veniamo accettati. E' così che funziona il sistema. Raramente ricorriamo ad azioni illegali,
perché il sistema stesso è fondato sul sotterfugio, e il sistema è lecito per definizione".27

6. Le internazionali del capitale: gli organi politici, i club e le mafie


Oltre agli organi fino ad ora descritti abbiamo grandi organi politici internazionali (come l’ONU
e la NATO), organi che si propongono di coordinare le politiche commerciali fra più paesi (WTO,
Asean, Mercosur, Unione Europea, ecc.), istituti che radunano dei paesi con alcune specifiche
caratteristiche (l’OCSE per i Paesi industrializzati).
Per quanto riguarda l’ONU e la NATO, questi hanno avuto un certo ruolo anche nell’attuale
politica pandemica. Si pensi ad una struttura specifica dell’ONU, l’Organizzazione Mondiale
della Sanità (OMS), di cui sono già emersi negli scorsi mesi alcuni intrallazzi nel
febbraio/marzo 2020 con il Governo italiano (ad esempio 10 milioni dati dal governo italico
all’OMS affinché quest’ultima non criticasse date scelte nella gestione della pandemia).28 D’altra
parte l’OMS non è più un’agenzia internazionale a carattere pubblico da molto tempo: “Mentre
nel 1970 l’80% del bilancio dell’OMS era costituito dai contributi degli Stati membri e il 20% da
quelli dei privati, oggi il rapporto è l’esatto contrario”.29 L’OMS è un’organizzazione pubblica
internazionale che dipende da fondi privati per svolgere la propria attività e il principale
finanziatore privato, o meglio azionista, come abbiamo già detto, è Bill Gates. Ed è noto
che chi dà i finanziamenti ha un potere di ricatto altissimo su chi li riceve. Diversi scandali
colpirono l’OMS in passato e In morte della capacità critica riportammo gli scandali che
coinvolsero diversi dirigenti dell’OMS per i loro legami con diverse case farmaceutiche.
Anche la NATO sembra poi partecipare all’attuale politica pandemica: basti pensare che la
NATO attualmente ha addirittura in Italia un proprio uomo, il Generale Francesco Figliuolo, a
cui è stata affidata la gestione della vaccinazione di massa.
Non abbiamo poi parlato, fin qui, dei vari club internazionali che molti ritengono la causa di
ogni malefatta e congiura planetaria. I club di un certo peso a livello mondiale sono d’altra
parte diversi e certamente non sono frequentati dal meccanico sotto casa o dall’operaio.
Secondo Serge Halimi, giornalista e direttore dal 2008 de Le Monde Diplomatique, istituzioni ed
organismi internazionali come quelli citati sopra, unitamente a club come la Trilateral, il
Bilderberg, il summit del G7 o i consigli d’amministrazione di certe multinazionali fanno da
pensatoi e da collante dei legami transnazionali fra capitalisti.30 Uno di questi è il Council on
Foreign Relations (nato nel 1921) che pubblica anche la celebre rivista Foreign Affairs. Galli e
Caligiuri mostrano che tra i membri direttivi abbiamo un amministratore delegato di Crédit
Suisse (Tidjane Thiam) e l’ex segretario generale dell’ONU Kofi Annan; il Council è frequentato
da personalità legate a filo doppio a diverse attività economiche e politiche, come nel caso di
Carla Anderson Hills, ex consigliere di Bill Clinton, appartenente anche al Comitato Esecutivo
della Trilateral e all’International Board di JP Morgan Chase.31
Altro club di rilevanza internazionale è il Gruppo Bilderberg, nato nel 1954, che si riunisce una
volta all’anno con un terzo dei partecipanti proveniente dall’ambito governativo e i restanti due
terzi dal mondo economico, universitario o mediatico: Goldman Sachs è fra i principali
animatori del Bilderberg e i suoi uomini, insieme a quelli di JP Morgan Chase e Merrill Lynch,
sono perlopiù membri fissi del Bilderberg. Fra gli italiani del Bilderberg ricordiamo: Romano
Prodi, Mario Monti, Enrico Letta, Mario Draghi, Lucio Caracciolo, Lilli Gruber, Giulio Tremonti,
Carlo De Benedetti e Gianni Agnelli.32
Nel 1973 nasceva poi la Trilateral Commission su iniziativa di David Rockfeller, Henry Kissinger
e Zbigniew Brzezinski “con lo scopo di favorire la cooperazione internazionale e
l’interdipendenza degli Stati”. I membri sono statunitensi, europei e giapponesi e sono circa
400 (recentemente sono stati cooptati al proprio interno anche persone dal Messico, dall’India
e dalla Cina). Mario Monti ha ricoperto il ruolo di presidente del gruppo europeo, Jean-Claude
Trichet è stato il successore di Monti, mentre Peter Sutherland, esponente importante di
Goldman Sachs, è il presidente onorario europeo.33 Se il gruppo Bilderberg, spiegava Halimi,
riunisce “il Gotha della finanza, dell’industria, della politica e dei media”, la Trilateral
Commission riunisce dirigenti di multinazionali, politici, banchieri e professori universitari. Il
tutto a porte chiuse, in quanto “per le telecamere si può disporre a rigore del Forum economico
mondiale di Davos”.34
In sintesi, esiste effettivamente un’internazionale dei capitalisti, sebbene divisa fra varie
istituzioni sovranazionali e club, a volte comunicanti fra loro altre volte no, certamente non
disciplinata come l’Internazionale di Lenin, ma che consente comunque ai grandi papaveri del
pianeta di discutere, argomentare, confrontare e, a volte, decidere o tentare iniziative politiche
su scala internazionale.
In fatto di “poteri forti” in grado di influire o dominare gli Stati, non bisogna poi dimenticare il
ruolo crescente delle mafie. Secondo il criminologo Federico Varese, le mafie sono in crescita in
tutto il mondo ed hanno raggiunto una certa influenza anche in nazioni importanti quali l’Italia,
gli Stati Uniti, la Russia, il Giappone, il Messico e la Cina. Ciò che è da rimarcare, però, è che il
sistema mafioso contemporaneo è strettamente legato al capitale finanziario, come già diverse
indagini in passato hanno constatato: la Wachovia Bank, secondo un’inchiesta giornalistica,
aveva riciclato ad esempio 380 miliardi di $ dal cartello messicano di Sinaloa fra il 2006 e il
2010, ricevendo dallo Stato americano, una ridicola multa ammontante a 160 milioni (pari al
2% del profitto annuale) con promessa solenne di non ricarderci mai più in futuro; la banca
britannica HSBC, per fare un altro esempio, ha ammesso negli ultimi anni di aver riciclato
miliardi dal narco-reddito e di essere stata coinvolta in dozzine di altri crimini (e, come scrive
un giornalista, un giovane con qualche grammo di droga finisce in galera, mentre i ricchi che
dirigono le banche “si godono yacht e jet privati”); la Deutsche Bank, dal suo canto, è sotto
inchiesta in tutto il mondo per... manipolazione del tasso Libor (in Inghilterra), riciclaggio di
denaro (in Messico e in Russia), finanziamento al terrorismo (nel Golfo), vendita fraudolenta di
titoli tossici negli USA, falsificazione del rischio speculativo in Francia, violazione dell’embargo
in Iran, ecc.35
Secondo Alexander Zvyagintsev la City, cioè la piazza finanziaria di Londra, rappresenta “una
gigantesca lavanderia per il riciclaggio di fondi di provenienza criminale”.36 Capitale finanziario
e mafie rappresentano dunque molto spesso dei vasi comunicanti. Ciò è emerso in passato, più
volte, anche nelle indagini italiche sulla mafia siciliana, la ‘ndragheta, la camorra, che spesso
appunto incrociavano traffici gestiti attraverso banche del Nord Italia.

7. Il potere economico degli Stati-nazione


Ma la politica degli Stati o i cambiamenti di governo hanno anch’essi un ruolo nelle grandi
dinamiche odierne oppure sono seppelliti dalla pressioni del grande capitale e delle sue
istituzioni sovranazionali sopra descritte? Per arrivare ad una conclusione bisogna ancora dire
qualcosa sul piano economico.
Innanzitutto, le società multinazionali, tanto industriali quanto finanziarie, sono tuttora
perlopiù basate in determinati Stati e sebbene possano avere una parte o una gran parte delle
loro attività effettuate in diversi Paesi, il Paese d’origine ha sempre la sua importanza. Una
multinazionale vuole una politica statale dietro alle sue spalle che protegga i suoi interessi, che
faccia pressioni sulla politica di altri Stati affinché la stessa possa ottenere vantaggi di vario
tipo (sul fisco, sul costo della forza-lavoro, sulla difesa della proprietà dei brevetti, ecc.), che
eventualmente usi strumenti di coercizione (finanziari, militari, spionistici, ecc.) per imporre
l’ordine che serve ai buoni affari. Per quanto la Volkswagen abbia una gran parte della
produzione all’estero rimane un’azienda tedesca, come la Toyota rimane un’azienda
giapponese. Per quanto le grandi banche d’affari spostino capitali velocemente da una parte
all’altra del pianeta, i flussi finanziari hanno dietro di loro gli apparati statali delle più
importanti potenze economiche e le grandi istituzioni internazionali finanziarie che di fatto sono
controllate dalle stesse potenze. Inoltre gran parte degli Investimenti Diretti Esteri (i cosiddetti
IDE), cioè quei investimenti caratteristici proprio delle produzioni internazionali, sono originari
dai Paesi maggiormente industrializzati.
Quali sono gli Stati-Nazione più forti economicamente? In termini di produzione industriale pro
capite la Germania è al primo posto al mondo con $ 13.044, il Giappone segue con $ 11.132,
gli Stati Uniti sarebbero al terzo posto con $ 10.846: la Cina risulta ancora molto indietro, con
una produzione procapite di $ 3.875, mentre l’Italia continua a posizionarsi fra le prime dieci,
con una produzione procapite pari a $ 7359.37 Utilizzando questa tipologia di calcolo la
Germania e il Giappone sono le prime due potenze economiche del mondo, posizione che non
raggiunsero neppure nel 1914 o nel 1939, pur volenterose di guerreggiare per il dominio
politico. Gli Stati Uniti, al terzo posto, reggono comunque per ora abbastanza bene, nonostante
da quarant’anni si parli del declino degli USA.
Che la cifra della produzione industriale procapite non basti per comprendere la forza
economica di un Paese siamo d’accordo, ma se andassimo ad analizzare la composizione
industriale di Germania, Giappone e Stati Uniti vedremo anche quanto questi tre Paesi siano
economicamente forti in quasi tutti i principali settori ad alto valore aggiunto e considerabili
strategici per un Paese, mentre se analizzassimo alcuni fondamentali economici di due Paesi
come la Cina o l’Italia vedremo in essi invece una grande debolezza strutturale.
La Cina, infatti, è presente con le proprie grandi imprese nella classifica di Fortune in molti
settori considerati strategici, ma gli utili molto bassi di tali imprese, la quota molto alta di
forza-lavoro rispetto a quelle occidentali (a parità di fatturato) e il grande debito di tali imprese
tramite obbligazioni, di cui una buona parte in mano alle banche occidentali, ci fanno ritenere
tali aziende molto più fragili di quelle dei tre paesi sopra citati. La Cina ha fatto grandi salti in
avanti dal punto di vista tecnologico su alcuni settori, ma in altri risulta ancora un’economia a
basso valore aggiunto.
Fra le potenze industriali spicca però la particolarità dell’Italia: è l’unico paese altamente
industrializzato ad avere recepito la parola globalizzazione come un invito allo smantellamento
graduale della propria grande industria: l’Italia è stato il paese che ha espresso la più roboante
retorica sulle meraviglie della globalizzazione e dell’Unione Europea grazie anche al fatto che
non avendo da tempo alcuna strategia industriale né tantomeno una politica estera, la sua
borghesia non può che sperare di diventare definitivamente dipendente da qualche potenza di
caratura politica superiore, che sia Germania o Francia o USA o Cina o che sia il sogno utopico
degli Stati Uniti d’Europa. La sua produzione industriale, che rimane in Europa seconda solo
alla Germania, è priva di competitività soprattutto nei momenti di crisi e difficoltà economica
generale, in quanto strutturata per piccole e medie imprese che non potranno competere alla
lunga con i grandi colossi multinazionali.
In termini di economia reale, la potenza economica di Germania e Giappone potrebbe essere
vista anche in termini di influenza della propria economia su una larga area di riferimento.
La nascita dello SME a fine anni ‘70, il crollo dell’Europa dell’Est nel 1991 e la conseguente
riunificazione tedesca, il Trattato di Maastricht nel 1992 e l’avvio della moneta unica nel 1999
hanno permesso alla Germania di diventare non solo il paese economicamente più forte in
Europa, ma anche il paese che costringe gli altri paesi europei ad adattarsi alle sue esigenze
economiche. Di fatto, l’Europa continentale è diventata, dal punto di vista economico,
una macroregione tedesca. Per carità, la Germania dal punto di vista politico è poco più di un
nano: la sua potenza si esplica nella sua politica industriale e finanziaria, ma dal punto di vista
militare e politico la Germania non esiste. La debolezza politica della Germania è stata inoltre
costantemente rafforzata attraverso le tensioni che gli USA e la NATO alimentano
periodicamente contro la Russia, tensioni che hanno più una
funzione antitedesca che antirussa. La Germania è pertanto uno Stato potente in Europa,
capace di influire sulle politiche di molti Stati e di spingere l’intera Europa a fare certe scelte,
ma rimane un paese che cammina con una sola gamba e che quando guarda oltre l’Europa o
vuole rompere alcuni equilibri si trova a volare non come un’aquila e neppure come una
rondine, ma come un goffo tacchino. Funzionale al fatto che la Germania non impari a volare
autonomamente è d’altra parte anche la propaganda costante a livello mondiale sul Male
Assoluto del nazismo che ha raggiunto elevati livelli fideistici e acritici da diversi decenni e che
serve a bloccare ogni iniziativa politica tedesca e a rendere ancorato il popolo tedesco al senso
di colpa storico. Se comunque dobbiamo analizzare chi influenza gli Stati del mondo, molti
Stati europei subiscono forti influenze dal gigante teutonico.
A seguito dei trattati del Plaza del settembre 1985, che imposero una diminuzione delle
esportazioni nipponiche negli USA, anche il Giappone cominciò a costruire la
propria macroregione giapponese.38 Il potere economico giapponese ha avuto un grande
ostacolo dagli anni ‘90 con l’ascesa della Cina. Quest’ultima crebbe per due decenni attraverso
le aziende giapponesi, americane ed europee producenti beni intermedi con manodopera a
basso costo. La Cina col tempo è riuscita, però, a guadagnarsi dei meriti in alcuni singoli
settori, anche tecnologici, proponendosi come concorrente al Giappone, sebbene non ancora su
merci ad alto valore aggiunto. Ma la potenza cinese, vera o fittizia che sia, è cresciuta
anche politicamente per tenere a freno il solito Giappone. Come già scriveva Susan Strange
alla fine degli anni ‘90 “maggiore è la minaccia rappresentata dalla Cina, più il Giappone sarà
incline a mantenere buoni rapporti con gli Stati Uniti”.39 Queste parole scritte più di vent’anni fa
valgono ancor di più oggi in cui il Giappone ha la produzione industriale più alta al mondo. Con
l’alibi cinese gli USA cercano di raffozare da anni la propria presenza nel Pacifico, rendendo da
una parte il Giappone alla mercé della struttura militare americana per quanto riguarda la
propria difesa, dall’altra rischiando di causare una vera e propria guerra contro la Cina, il cui
nazionalismo – da diversi anni rafforzato proprio dall’accerchiamento USA – potrà, in un
domani non troppo lontano, tramutarsi in azione bellica.
Germania e Giappone, in conclusione, sono giganti economici ma nani politici, la cui libertà di
manovra è limitata ad alcuni ambiti. Nel corso dei decenni questi due Paesi hanno visto
crescere il proprio peso economico nel mondo (la Germania in vent’anni è diventata dominante
in Europa come non mai) e sono riusciti a strappare diverse concessioni agli americani (l’ultimo
è il mega-gasdotto North Stream 2 che collegherà la Germania con la Russia): ciò è
sintomatico della crescente debolezza americana, ma fino ad ora l’ultima parola nei giochi
internazionali dell’economia, della politica e della guerra ce l’hanno sempre avuta gli USA.
Nel caso di collasso sistemico dell’economia contano poi diversi fattori che divideranno la
platea fra gli Stati nazionali senza speranza e quelli in grado di meglio reggere l’urto. Col
blocco dei commerci mondiali (che tra l’altro al momento in cui scriviamo comincia a palesarsi
e a minacciare inflazione in molti paesi) un paese autonomo in determinate materie prime e
nel settore alimentare può certamente reggere meglio la situazione di acuta crisi economica. Il
fatto che gli USA, fra le potenze, siano l’unico paese, ad esempio, a capitalismo avanzato
sostanzialmente autonomo dal punto di vista agricolo, grazie ad una politica sviluppata nei
decenni di concentrazione aziendale e stimolo ad investimenti tecnologici, li rendono in grado –
in situazione emergenziale - di sfamare il proprio popolo gratuitamente, tramite sussidi
alimentari. D’altra parte nel 2012 già 46 milioni di cittadini statunitensi ricevevano sussidi
alimentari, il che lo potremmo considerare... un allenamento per il futuro.40
Non si pensi che in un prossimo futuro, forse piuttosto vicino, non possano tornare gli Stati-
nazione come attori politici di primo piano sulla scena mondiale. Il crollo del commercio
internazionale iniziato nel 2019 e tuttora in corso è stato un sintomo di come alla
“globalizzazione” che abbiamo conosciuto stia per seguire una de-globalizzazione. Un altro
segnale ci è stato dato dal crollo degli IDE fra il 2017 e il 2019 che, secondo dati della Banca
Mondiale, erano scesi da 2,7 bilioni a 1,4 bilioni di dollari, senza che ancora il terribile
coronavirus si fosse fatto vedere.41

8. L’Impero Americano
Le tre massime potenze industriali del pianeta sono dunque le stesse tre che si scontrarono per
due volte in due guerre mondiali per l’egemonia mondiale. Ma il limitarsi al mero dato
economico ci può portare fuori strada se pensiamo che Germania e Giappone (unitamente
all’Italia) sono due nazioni di fatto occupate militarmente dagli USA dal 1945. Nel 2010, di
contro a 60.000 soldati americani in Afghanistan, ce n’erano 53.000 in Giappone, 46.000 in
Germania, 29.000 in Corea del Sud (a seguito della Guerra di Corea degli anni ‘50) e 11.000 in
Italia.42 Come nei casi dei paragrafi precedenti, non basta neppure il mero calcolo economico
della produzione di valore di una nazione, quindi, per comprendere chi veramente comandi il
mondo.
La supremazia militare degli USA, oltre che dei suoi media e dei suoi servizi segreti, è stata
determinata dalla vittoria nella Seconda Guerra Mondiale, ma gli USA non si limitarono nel
1945 a far ciò che in passato avevano fatto le potenze vittoriose in guerra. Con la vittoria su
Germania, Giappone ed Italia, gli USA imposero un nuovo ordine a tutti i paesi occidentali: essi
imposero un nuovo ordine finanziario globale che aveva al centro il dollaro americano anziché
l’oro; imposero istituzioni economiche sovranazionali che determinavano regole valide per tutti
sulla finanza (FMI e BM), sul commercio (GATT, poi il WTO), sull’industria (OCSE), sulla difesa
(NATO). Tutte queste organizzazioni internazionali avevano ed hanno tuttora negli USA il
principale Paese guida.
Tuttora la flotta americana garantisce che il commercio internazionale non subisca
perturbazioni troppo gravi, prevenendo attacchi da parte di piraterie oppure ostacoli creati da
una singola nazione. Tuttora l’aeronautica americana garantisce, con i bombardamenti, che le
regole vengano rispettate. Tuttora il cinema americano, la musica americana, i social
americani garantiscono che la classe media mondiale sia forgiata secondo un punto di vista
americano. La supremazia politica mondiale oggi ripone la propria forza geopolitica su cinque
campi: la novecentesca supremazia sul terreno (basi militari), nei cieli (aeronautica militare) e
sul mare (marina militare) oggi deve essere accompagnata alla supremazia nello spazio (dove
il controllo satellitare ha assunto un ruolo strategico della massima importanza) e nel
cyberspazio (il web).
Fino a questo momento gli Stati Uniti hanno dominato pressoché incontrastati, nonostante le
difficoltà americane ad avere – da diverso tempo - una strategia chiara e soprattutto vincente.
Le paure suscitate questo agosto in qualche cancelleria internazionale dalla sconfitta degli USA
in Afghanistan sono dovute al fatto che diverse potenze temono che gli USA non siano più in
grado di controllare e guidare il mondo: se gli USA da una parte governano il mondo a proprio
vantaggio, dall’altra hanno l’onere di garantire l’ordine nel pianeta, un onere che nessun’altra
potenza economica (Germania e Giappone) o anche solo politica (Cina) vuole prendersi.
L’indebolimento crescente dell’economia USA e il fallimento di una serie di guerre negli ultimi
decenni (non solo l’Afghanistan, ma anche l’Irak) hanno reso la situazione fra alleati sempre
più complicata. La potenza di fuoco americana rimane però di gran lunga la più importante del
pianeta e la mala gestione delle guerre locali negli ultimi anni non deve far pensare che al
momento gli USA siano militarmente deboli. Gli USA continuano, in generale, ad avere il
privilegio di poter giocare d’anticipo, attraverso il proprio apparato militare, attraverso i propri
servizi segreti, attraverso le proprie banche d’affari e la FED, attraverso le proprie
multinazionali, attraverso il controllo di una buona parte dei media mondiali.
Dal 1945 ad oggi gli USA non si sono accontentati delle pressioni diplomatiche o di altro tipo,
ma hanno sovente forzato determinate situazioni anche con colpi di stato, brevi operazioni
militari o guerre vere e proprie: dai colpi di stato contro Mossadeq in Iran e contro Allende in
Cile, fino a quello di due anni fa contro Morales in Bolivia; dalle operazioni lampo come
l’attacco a Panama del 1989 agli svariati attacchi in varie aree negli ultimi 15 anni attraverso
droni; da guerre ad alta intensità quali quella della Corea o del Vietnam a guerre con minor
dispendio di uomini come quelle recenti in Afghanistan e Irak. A parità di forza economica, la
forza politica fa dunque sentire il proprio peso.
Seppur Germania e Giappone hanno industrie più efficienti e tecnologicamente più avanzate
degli USA, seppur la Cina abbia un grande peso in quanto unico paese produttore di alcune
merci intermedie e di alcune materie prime, la libertà politica degli USA per il mondo è
superiore a qualunque altro Paese: le amministrazioni americane ascoltano e portano avanti le
istanze della propria finanza e delle proprie multinazionali, ma devono anche mediare fra esse
e devono trovare una quadra quando il mondo economico fa richieste divergenti e non
compatibili fra loro. Quanto il grande capitale americano non sempre si trovi compatto a
pensare strategie globali lo abbiamo visto, in queste settimane, dalla diversa posizione assunta
da George Soros e da BlackRock sulla possibilità della tenuta finanziaria della Cina: per il primo
bisognerebbe evitare di investire in Cina in quanto il collasso sarebbe vicino, BlackRock invece
dichiara che potenzierà gli investimenti nell’Impero di Mezzo.43
L’ordine americano non è stato d’altra parte in realtà privo di attriti: ricordiamo, come esempi,
l’uscita della Francia di De Gaulle dalla NATO nel 1966, ma anche il timore che in Italia si
formasse una coalizione governativa DC-PCI e che si assumesse una politica energetica ed
industriale troppo autonoma, fino ai recenti scontri diplomatici fra USA e Germania sul
gasdotto North Stream 2. Nessuna potenza economica ha però osato mettere frontalmente in
discussione l’ordine garantito dagli USA e gli atteggiamenti ribelli (a volte abbastanza radicali,
altre volte un po’ all’acqua di rose) sono stati confinati in paesi periferici come l’Iran, la Corea
del Nord, la Libia di Gheddafi, la Siria di Assad, il Venezuela, ecc. Oltre ovviamente ai pesi
massimi Russia e Cina che da due decadi si trovano sotto pressione da parte di NATO e USA.
Chi influenza gli Stati, dunque? Il grande capitale finanziario, alcune multinazionali, alcune
persone più influenti di altre, le lobbies, le grandi istituzioni sovranazionali, ma anche alcuni
Stati più forti di altri, in primis gli USA.
Alla base della potenza politico-militare c’è però pur sempre la potenza economica e gli USA
riusciranno a mantenere incontrastata tale supremazia globale fino a quando la crisi
economico-finanziaria non esploderà al suo interno e l’impero americano mostrerà al mondo
come non si possa essere imperi all’infinito. Il dominio finanziario americano scricchiola sempre
più in virtù di una remunerazione sempre più difficoltosa, le sue multinazionali – pur forti – non
sono sempre in grado di competere con le multinazionali di altri Paesi e alla debolezza
economica crescente non potrà che seguire anche una crescente debolezza politica e militare,
come l’Unione Sovietica ha insegnato.

9. Le anime candide dell’Occidente


Nella teoria marxista, anche le classi non borghesi possono avere una certa influenza sugli
Stati.L’importanza che hanno assunto da diversi decenni le classi medie, ad esempio, non può
essere liquidata con facilità. Le classi medie occidentali e in gran parte del mondo sono state
difese e protette dai vari Stati in virtù della loro capacità intrinseca di far da cuscinetto fra
classe operaia e classe borghese. Ben lo sapeva la Democrazia Cristiana che difendeva e
rafforzava i piccoli commercianti e la parte della classe media costituita dal pubblico impiego,
ben lo sapeva De Gaulle quando in Francia provvide a eliminare una parte importante della
piccola borghesia urbana, ma difese e protesse la piccola borghesia delle campagne, che in
passato aveva dato un buon servigio alla classe dominante nei momenti in cui il proletariato
insorgeva.
Sylos Labini, ispirandosi a Marx pur non essendo marxista, spiegava come se si lasciasse
sviluppare l’economia senza grandi interventi politici la classe media, come diceva Marx,
sarebbe diminuita di gran numero, ma tale tendenza alla riduzione drastica della classe media
“può essere deliberatamente frenata dalla classe dominante, per mezzo di leggi e altri
interventi”.44 Riferendosi alle politiche democristiane dell’epoca, Sylos Labini ricordava
“gl’interventi a favore dei piccoli commercianti” e come si sia deliberatamente ostacolato in
quegli anni di far sorgere grandi unità commerciali proprio per difendere tale ceto sociale.45 Lo
Stato italiano, dal fascismo in poi, ha sviluppato inoltre il ceto dei dipendenti pubblici, altra
parte della classe media utile allo Stato per avere strati della popolazione acquiescenti ai suoi
voleri, quindi ai voleri della grande borghesia: “in questi casi gli stipendi non sono altro che
larvati sussidi di disoccupazione; in ultima analisi, anche questi casi sono la conseguenza di
una particolare opera di stabilizzazione sociale e politica”.46
La classe dirigente italiana ha una tradizione di difesa della classe media che non è legata
soltanto alla tradizione economico-sociale della penisola, ma dunque anche a questioni
di ordine pubblico: se nel 1911 il 53,3% del lavoro nei campi in Italia era svolto da salariati,
nel 1936 – a seguito di mirate politiche fasciste – i salariati in agricoltura crollarono a 28,4% e
l’agricoltura italica, anziché seguire il corso dei grandi Paesi capitalistici verso la granze
azienda, si parcellizzò in tante piccole e medie proprietà; in questo modo il fascismo cercò di
distruggere la potente classe salariata agricola che nei decenni precedenti mostrò a più riprese
la propria radicalità sindacale e anche rivoluzionaria; il prezzo da pagare per il ripristino in
Italia di categorie sociali precapitalistiche sarà però l’incapacità da parte dello Stato di sfamare
il suo popolo durante la Seconda Guerra Mondiale, data la bassa produttività agricola raggiunta
su decisione statale.47
Quando uno Stato decide di difendere e proteggere la propria classe media, accetta di essere
anche legato agli interessi di essa, riconosce cioè che ha bisogno di tale classe per poter
governare. Da qui la conclusione che conoscere le influenze che subisce uno Stato oggi senza
considerare la classe media è fuorviante.
Oltre al ruolo di “cuscinetto sociale”, dagli anni ‘80 in poi la classe media internazionale ha
assunto però due altri importanti ruoli: da una parte comprando a credito, comprando case e
consumando merci, la classe media è servita a reggere le gigantesche bolle creditizie formatesi
negli ultimi decenni; dall’altra la classe media, soprattutto occidentale, è stata allevata dai
media e dai “valori” statunitensi e la sua attività politica in varie parti del mondo (dall’Ucraina
a Hong Kong, dall’Egitto al Venezuela) è sovente stata colonna portante della strategia
americana nel mondo.
La paura più grande che possa avere il grande capitale americano è la polverizzazione della
classe media mondiale sotto i colpi della crisi economica, in quanto toglierebbe alla potenza
d’oltreoceano un comodo alleato, piuttosto facile da gestire attraverso i social, le lotte per
qualche forma di diritto, il ripetere le formule trite-e-ritrite dell’ideologia dominante americana
o l’edonismo esasperato.
La cultura della classe media, fatta di manualistica universitaria, modelli ideologici dominanti,
conformismo operante e cinismo da quattro soldi, permette ad essa di farsi domande sui
problemi della società e del mondo e di rispondere a tali domande come più conviene alla
difesa della propria quiete piccolo borghese, cioè senza metterla in discussione. Una buona
parte della classe media esiste soltanto perché fino ad ora è stata tenuta in piedi
artificialmente, sulle spalle del proletariato e dei paesi più poveri del pianeta, ed è allevata da
decenni dallo spirito della clientela, del parassita, del rentier piccolo piccolo.
La classe media ha avuto fino ad oggi una certa influenza sulla politica dei governi, non per la
propria forza politica, ma proprio per la sua mancanza di energia storica che la fa essere
malleabile ai fini dei governi e in particolare ai fini dell’imperialismo dominante. Affinché la
classe media continui a credere nello Stato, bisogna però dargli qualcosa, tanto sul piano
economico (debiti!), quanto sul piano politico (riconoscimento di diritti per cani e gatti, per
minoranze e maggioranze), quanto sul piano ideologico (riconoscendogli la capacità che sia in
grado di salvare il pianeta dal collasso ambientale, che sia in grado di rendere il mondo molto
più inclusivo, che sia in grado di difendere qualche poveraccio dall’altra parte del mondo da
qualche cattivo barbuto o da qualche politico corrotto, che sia in grado di pensarsi innocente e
di giustificare il proprio edonismo e il proprio consumismo).
Il capitalismo finanziario degli ultimi quarant’anni, ultradominante, ha alterato enormemente le
naturali tendenze sociali della società capitalistica: tenere in piedi artificialmente ceti non
capitalistici come commercianti, piccoli contadini, impiegati pubblici, ecc., è l’arma sociale
migliore affinché si mantenga la giostra finanziaria in cui stiamo vivendo e la pace sociale
venga garantita.

10. La classe inginocchiata


Il proletariato in Occidente negli ultimi decenni si è ritrovato invece schiacciato da questa
numerosa classe media, ma anche dagli attacchi subiti negli ultimi anni e dall’alta ricattabilità
dovuta alla disoccupazione crescente. Il proletariato è del tutto assente da diverso tempo sul
piano politico e soltanto sporadicamente e in pochi Stati occidentali ha fatto sentire ancora la
sua voce sul piano sindacal-riformista. Miglior prova di sé la classe operaia ha invece dato nelle
aree periferiche del capitalismo (dai paesi asiatici al Sudamerica all’Europa dell’Est).
Durante il “trentennio dorato”, cioè dalla fine della Seconda Guerra alla metà degli anni ‘70, la
classe operaia ebbe in diversi paesi occidentali salari relativamente alti e buone condizioni di
lavoro (unica eccezione era stata l’Italia che vide la classe operaia migliorare le proprie
condizioni soltanto a seguito delle rivolte sindacali del ‘69/’70). Non fu il boom economico di
per sé a concedere tali miglioramenti al proletariato in Occidente: le prime politiche statali in
favore della classe operaia seguirono anzi la crisi economica del 1929. Fu la paura che la
rivoluzione proletaria in Russia (e poi in Europa) aveva fatto fra il 1917 e il 1923 a far correre
ai ripari le borghesie. La paura della rivoluzione sociale spinse diversi Stati a costruire quel
gigantesco welfare state che ha caratterizzato l’Occidente per molto tempo e che in modo
residuale ancora esiste.
Con la crisi economica internazionale di metà anni ‘70, cioè con la prima crisi mondiale del
secondo dopoguerra, la borghesia – oramai dimentica della paura della rivoluzione – cominciò
a premere sui singoli Stati affinché le condizioni del proletariato tornassero ad essere consone
ai bisogni di alti margini di profitto. E con le crisi economiche fra il 1997 e il 2001 e ancor più
con la grande crisi del 2008 l’offensiva contro il proletariato si è fatta più aggressiva ed
agguerrita.
In Italia, dove fra il 1969 e il 1980 vi fu forse il più imponente movimento sindacale in
Occidente del secondo dopoguerra, il grande capitale non solo decise di attaccare molti di quei
privilegi precedentemente acquisiti, ma strutturò una nuova strategia industriale che anziché
potenziare, come gli altri Paesi occidentali dopo la crisi del 1975, i grandi agglomerati
industriali e le grandi fabbriche strutturò una rete di piccole e medie imprese: questa strategia
venne denominata “Terza Italia” e negli anni ’80 fu accompagnata da una propaganda che
martellava la popolazione col motto “piccolo è bello” e che solleticava quella parte consistente
della classe media italica che per tradizione amava l’avventura commerciale ed era attaccata
alla piccola proprietà privata. Come però ha scritto un professore americano del pensiero
politico, Krishan Kumar, “la Terza Italia non è il risultato del diffondersi di piccole imprese
indipendenti, organicamente legate alla comunità locale, ma una creazione del grande
capitalismo in risposta alla più seria sfida del lavoro organizzato del dopoguerra” [cioè in
risposta al corposo movimento sindacale della classe operaia italiana, ndr.].48 La svendita
dell’apparato industriale italiano, poi, cominciata nella prima metà degli anni ‘90, ha accellerato
ulteriormente la disgregazione della classe operaia italiana che si è trovata gradualmente
sempre più depoliticizzata, desindacalizzata e soprattutto oramai incapace di rispondere a tutta
una serie di attacchi ricevuti.
La classe operaia oggi invece non esercita in Occidente pressoché alcuna pressione sul singolo
Stato e anche quel “vivere di rendita” sulle conquiste del passato nell’ultimo decennio è saltato
e l’attacco al suo status ora si fa sempre più frontale. Ma la classe proletaria, ancora molto
numerosa in Occidente nonostante i vaticinanti da 50 anni della deindustrializzazione, potrà
difendere le proprie condizioni di vita o addirittura migliorarle – anche nel corso di una grande
crisi economica – soltanto tornando autonomamente sul piano politico e sindacale.
La lotta di classe è finita soltanto per chi si è imbevuto la testa delle teorie circolanti e diffuse
dalle università. Ma in questi anni la lotta di classe ha visto attiva la sola borghesia contro il
proletariato e non viceversa. Con molta ragione diceva Warren Buffett, il grande magnate della
finanza, in un’intervista: “E’ in corso una lotta di classe, è vero, ma è la mia classe, la classe
ricca, che sta facendo la guerra, e la stiamo vincendo”.49

Parte seconda
Crisi economica sistemica e repressione preventiva

11. La giostra finanziaria dal 2008 ad oggi


Si tratta ora di capire il perché la borghesia internazionale, o meglio una parte di essa, abbia
strumentalizzato l’epidemia Covid per fini non sanitari, ma squisitamente politici e repressivi.
Non c’è nessun complotto lineare in quello che sta accadendo, ma ritenere d’altra parte che lo
Stato si stia muovendo come benefattore dei popoli è ancor più inconsistente. Dobbiamo
dunque spiegare quale possa essere lo scopo di quanto sta accadendo in Occidente e in diversi
paesi del mondo.
La crisi economica attuale è in realtà strettamente collegata a quella del 2007/08, nel senso
che, aldilà del Covid, la crisi economica era iniziata nel settembre 2019 e tale crisi non è altro
che la manifestazione delle contraddizioni economiche che si sono fatte sempre più violente a
seguito della crisi mai risolta del 2008.
Cominciamo con un parallelismo fra le due crisi. Entrambe le crisi hanno presentato
come primo episodio del proprio svolgersi il congelamento del mercato interbancario, ossia la
cessazione dei prestiti che le banche quotidianamente si fanno fra loro per poter gestire le
proprie attività. Infatti il 17 settembre 2019, circa 5 mesi prima che arrivasse l’emergenza
pandemica in Europa, le banche principali degli Stati Uniti smisero all’improvviso di prestarsi
soldi. I tassi d’interesse interbancari, quella particolare tipologia di tassi d’interesse che
regolano il credito fra banche, schizzarono alle stelle: le banche non si fidavano più l’una
dell’altra e temevano – a ragione - che il sistema bancario americano stesse collassando.50
Ma qualcosa del genere era già accaduto circa dieci anni prima: il 9 agosto 2007 le banche
private americane principali smisero di prestarsi soldi e i tassi d’interesse interbancari
schizzarono.51 La gente comune si accorse dell’esplosione di quella crisi soltanto nel settembre
2008, quando la Lehman Brothers fallì e il castello di carte finanziario crollò verticalmente. La
crisi del mercato interbancario, sia nel 2007 sia nel 2019, erano stati i segnali dell’arrivo della
crisi economica internazionale. Che poi l’attuale crisi economica sia cominciata alla fine del
2019, e non nel marzo del 2020 per la pandemia, è dimostrabile dall’ulteriore fatto che l’ultimo
trimestre del 2019 segnò anche l’entrata in recessione economica di Germania, Giappone ed
Italia e la crescita nulla del commercio internazionale. La crisi dunque stava per cominciare.52
Il congelamento del mercato interbancario americano nel 2007 era stato causato dall’aumento
delle insolvenze nel pagamento dei mutui immobiliari su cui si reggeva una parte importante
della speculazione finanziaria, dalla conseguente discesa dei prezzi delle case e dal crollo
degli hedge funds di Bear Stearns legati proprio ai mutui.53 Il congelamento del mercato
interbancario negli USA avvenuto nel settembre 2019 ha origine invece dai segnali di crisi
finanziaria provenienti dalla Cina (dichiarazione di rischio insolvenza della Baoshang Bank e
conseguente congelamento del mercato interbancario cinese).54 Aldilà però delle analogie, che
cosa è successo all’economia mondiale dal 2007 ad oggi?
Alla crisi del 2008 non si arrivò per la follia di alcuni banchieri o di alcuni speculatori cattivi, ma
perché l’economia reale era da decenni che funzionava a fatica. Per farla funzionare la si era
violentata con lo stimolo del credito. Nel 2008 il debito delle aziende nel mondo era pari già al
75% del PIL mondiale. Il debito privato mondiale (di famiglie e imprese) nel 2008 era giunto
all’incirca al 150% del PIL globale, soprattutto per grazia dei paesi occidentali, dato che nei
paesi emergenti il debito privato ammontava ancora soltanto al 64%.55 La montagna di debiti
privati creatisi nei decenni precedenti precipitò dunque nel 2008 (e quando si parla di debiti
privati non s’intende qui soltanto quelli legati ai mutui subprime come ritengono Mian e Sufi
nel descrivere le dinamiche di quella crisi).56
Nei decenni precedenti al 2008 la borghesia mondiale si era del tutto autoillusa che il gioco dei
profitti finanziari facili potesse durare all’infinito. D’altronde, a parte alcuni singoli episodi
rientrati presto in sicurezza, grandi panici finanziari in Occidente nei precedenti 30 anni se ne
erano visti di rado e i grandi crack finanziari erano stati sfogati in aree non occidentali (dal
Messico nel 1982 e 1994 a diversi paesi sudamericani negli anni ‘90, dai paesi dell’Europa
dell’Est, all’Asia nel 1997). L’esplodere della crisi a livello mediatico, quando cioè il 15
settembre 2008 fallì Lehman Brothers, colse le classi dirigenti impreparate e sorprese. In un
numero dell’ottobre di quell’anno, The Economist, l’organo del capitalismo britannico, titolò in
copertina The World On The Edge, cioè “il mondo sul baratro”, mostrando in copertina un
uomo sull’orlo di un burrone il cui terreno stava cedendo. Non sapendo quali pesci pigliare, gli
Stati dei principali paesi iniettarono liquidità sui mercati finanziari nella speranza di arginarne il
crollo e far ripartire l’economia.
Ma dal punto di vista del debito cosa è successo dopo il 2008? La bolla finanziaria e creditizia,
fermatasi nel 2008, riprese negli anni successivi in modo ancor più enorme. I debiti privati
mondiali nel 2019 erano già tornati a livello della crisi di undici anni prima e questa volta li si
era in parte caricati sui paesi emergenti che sono passati dal 64% già citato al 140% del 2018;
le imprese di importanza internazionale sono a loro volta passate dal 75% al 93% di debito sui
propri fatturati. Per non parlare dei debiti pubblici, oramai naviganti alla fine del 2019 sul
300% nei Paesi del G20 e al 200% nei paesi emergenti appartenenti al G20 (Cina, India,
Argentina, Brasile, Turchia). Il mondo è ormai diventato una giostra in mano agli speculatori
internazionali. Il segnale di fine della festa arrivò, come detto, con il congelamento del mercato
interbancario, con la recessione di tre Paesi altamente industrializzati e la crisi del commercio
mondiale.
Per quanto riguarda l’economia reale nel decennio successivo alla crisi del 2008 soltanto alcuni
paesi industrializzati, come Stati Uniti e Germania, hanno recuperato le perdite subite da quella
crisi, ma con grande fatica e senza che si creasse una vera ripresa che portasse il valore
prodotto a livelli superiori al 2007. Diversi altri paesi industrializzati, come l’Italia e il
Giappone, non hanno invece mai recuperato i valori bruciati nella precedente crisi e l’Italia, ad
esempio, ha dimostrato ancora una volta la propria debolezza strutturale rimanendo, dopo
dieci anni, con un 20% in meno di produzione industriale rispetto al 2007.
L’economia reale non ha dato dunque alcun segno di ringiovanimento dopo la crisi del 2008 ed
ha galleggiato in alto mare per più di una decina d’anni; gli Stati capitalistici, d’altro canto,
hanno reagito a ciò pompando ad infinitum moneta sui mercati finanziari, per sostenere la
speculazione finanziaria. In modo mai visto le principali banche centrali del mondo hanno
immesso liquidità in modo continuativo dal 2008 fino all’emergenza pandemica del marzo
2020, per poi – esplosa l’emergenza – aumentare ulteriormente la quantità di massa
monetaria immessa sui mercati. Così oggi siamo giunti ad un debito privato spropositato, ad
un debito pubblico di molti Stati ben superiore a quello contratto durante la Seconda Guerra
Mondiale, ad una Borsa mondiale valutata circa 3 volte il PIL mondiale! Se prima del 2008 gli
assets finanziari della FED non arrivavano a 1.000 mld di $, nel 2009 erano già schizzati sopra
i 2.000 mld, nel 2014 raggiungeranno i 4.000 mld di $ e fra il 2020 e il 2021 passeranno da
4.000 mld a 8.000 mld di $: tutti soldi (questi della FED a cui dovremmo aggiungere quelli
immessi dalle altre banche centrali del pianeta più importanti) privi di un corrispettivo con
l’economia reale e attraverso il quale le alte sfere sperano, con ingenuo idealismo monetarista,
di tenere in piedi la baracca del sistema bancario internazionale e della finanza internazionale.
Ci salverà la Cina? Così sperava The Economist quando tutto sembrava precipitare in via
definitiva tredici anni fa. Ma la Cina è più malata dei giganti occidentali ed è anzi una parte
importante del problema. Nel marzo 2021 il debito del settore privato cinese non finanziario
era pari al 287% del PIL e la Cina oggi rappresenta il 21% del debito non finanziario globale: si
legga con attenzione che stiamo parlando del settore non finanziario, dunque si sta parlando
perlopiù di economia reale, quella che si ritiene sia il fiore all’occhiello del colosso asiatico e la
base della sua potenza presente e futura.
La Cina, per alcuni faro di un capitalismo sano dato che sarebbe ancora legato alla
manifattura, dopo il 2008 ha seguito in realtà il percorso dell’Occidente: la crescita del suo PIL
nell’ultimo decennio è andato di pari passo alla crescita del suo debito e, quando qualcosa
sembrava che stesse non funzionando, la PBOC (la banca centrale cinese) tagliava i coefficienti
di riserva obbligatoria delle banche favorendo ulteriore indebitamento e rendendo più instabile
ancora il sistema bancario. Anche in Cina, dunque, la PBOC ha stimolato una finanza allegra.
Alla fine del 2020 le prime 5 società immobiliari cinesi presentavano passività pari a 1.000 mld
di $, dieci volte di più che nel 2011. La PBOC si è mostrata poi abbastanza incoerente nel
gestire la situazione negli ultimi mesi: prima è passata a politiche più restrittive per le società
immobiliari, promettendo di frenare gli istinti speculativi, ma davanti al crollo della Evergrande
ha cominciato a immettere liquidità cercando così di dispensare i giocatori della speculazione
da troppe preoccupazioni. Se la Cina oggi rappresenta il 21% del debito mondiale, gli USA
hanno il record del 28%, ma gli USA hanno multinazionali e mega-colossi finanziari meglio
strutturati e con una maggiore capacità di manovra rispetto alle unità economiche cinesi.57
In sintesi siamo in terreni sconosciuti della storia del capitalismo. Mai prima d’ora è stata
provata una drogatura dei mercati finanziari come quella ininterrotta che va avanti da 12 anni,
mai prima nella storia si è giunti ad un così colossale castello di carte finanziario, mai prima
nella storia si è cercata di risolvere una crisi (quella del 2008) ponendo le basi di una crisi ben
peggiore. Il potere che il capitalismo finanziario ha assunto nella società ha portato a questo!
Il capitale finanziario ha spinto i singoli Stati a sostenere i mercati finanziari, pur se tali
manovre nei fatti non hanno avuto una grande utilità per l’economia reale se non costringendo
questa ad una malattia ben peggiore successivamente. E se tale gioco delle grandi bolle
finanziarie cominciò alla fine degli anni ‘70, se ebbe un’accellerazione negli anni ‘90, se entrò
già in terreni sconosciuti nei primi anni del 2000, nei fatti il predominio del capitale finanziario
sulla restante economia (ben superiore rispetto a quello che già aveva bene individuato Lenin
un secolo fa) ha di fatto vietato alle normali crisi economiche industriali di potersi sfogare ed
ha alimentato una gigantesca giostra finanziaria che ha illuso la stessa borghesia industriale
che i soldi possano creare soldi e che facendo in questo modo non si pagherà dazio. I capitalisti
finanziari hanno di fatto guidato gli altri capitalisti e le classi medie occidentali come
quei pusher che guidano la gente di quartiere verso una vita migliore. Non a caso Marx
definiva i capitalisti finanziari come “i sottoproletari alla scala più alta della società”.
L’attuale crisi economica, pur narrata con criteri salutistici, è dunque il naturale proseguimento
di quella del 2008, la quale a sua volta era il naturale prodotto dei decenni precedenti di bolle
creditizie e finanziarie. E tali bolle sono state rese necessarie dalla troppo bassa redditività del
capitale investito nell’industria. Giustamente, durante la presentazione del libro di Carlo Pinzani
sulla crisi economica cominciata nel 2007, Giuliano Amato sottolineava che non bisognerebbe
pensare che il capitale finanziario si sia gonfiato esclusivamente per motivi legati a scelte
politiche, come invece ritiene Pinzani: “altro elemento scatenante è da ricercarsi nello
sbilanciamento tra rendite finanziarie e industriali, queste ultime ormai non più competitive
rispetto al passato”.58 Giustamente però Pinzani intitolò il suo libro pubblicato nel 2017 Storia
della crisi finanziaria 2007-…?, in quanto, ricostruendo la storia dei singoli fatti della crisi del
2008 anche negli anni successivi, mostrava che la crisi del 2008 non si era ancora conclusa e
nel 2017, anno di pubblicazione del libro, non era ancora chiaro quando e in che modo si
sarebbe conclusa.

12. Le cerchie ristrette


La crisi economica esplosa fra il 2007 e il 2008 dunque non è mai finita. I media, gli
intellettuali e il potere hanno preferito rimuovere ogni discorso economico-finanziario dal
dibattito pubblico, così che se circa una decina di anni fa diverse persone, anche non
specializzate, s’interessavano e discutevano di economia (del crollo della Lehman Brothers,
dello spread in Europa, di quanto accadeva in Grecia, ecc.), ora si parla soltanto di Covid,
distraendosi completamente dalle dinamiche economiche in essere, se non limitandosi a
parlare di sussidi di vario tipo o aperture e chiusure delle attività. Della gigantesca bolla
finanziaria che stiamo vivendo da anni, dell’aumento dei debiti delle famiglie e delle aziende,
dei debiti pubblici che salgono a livelli mai visti, dei segnali sistemici che arrivano dalla Cina o
dagli Stati Uniti, della povertà aumentata esponenzialmente nei paesi capitalisticamente più
fragili dell’Asia, dell’Africa e del Sudamerica non si parla o se ne parla in modo sporadico.
Ma cosa c’entra tutta questa tiritera sulla crisi economica che arriva da lontano con la
situazione emergenziale che stiamo vivendo? Il fatto che il mercato interbancario sia saltato
negli USA nel settembre 2019, che a seguito di ciò la FED abbia rafforzato a livelli abnormi
l’immissione di liquidità nel sistema finanziario, che tre paesi altamente industrializzati
(Germania, Giappone ed Italia) siano entrati in recessione, che il commercio internazionale
abbia subito una brusca frenata e che la Cina mostrava grandi crepe sul piano bancario e del
commercio estero, tutto ciò non poteva che mettere in allarme la borghesia internazionale, o
almeno quella più attenta alle dinamiche finanziarie globali. Il nuovo crack, alla fine del 2019,
sembrava imminente: sarebbe stato una riedizione del 2008 o qualcosa di molto peggiore o
addirittura l’Apocalisse?
Intanto i dati che loro stessi sfornavano sulla situazione economica, e che pubblicavano in
pregevoli riviste per pochi lettori, parlavano chiaro che la giostra stava per finire e che il Titanic
si stava per schiantare. Da dove dovesse partire la crisi non era molto chiaro, ma era chiaro
che prima o poi sarebbe esplosa e che fra i Paesi che rischiavano maggiormente vi erano
l’Italia e la Cina, guarda caso i Paesi che sul Covid hanno fatto scuola: l’Italia che non si può
permettere un nuova grande recessione, la Cina che rischia una grande implosione dalle
conseguenze sociali imprevedibili.
Una domanda aleggiava nell’aria in certi uffici dei piani alti: come giustificare questa nuova
crisi in Occidente? Dovremo sopportare disoccupati, prolet e piccola borghesia impoverita che
dà le colpe alle banche, al governo di turno, alle multinazionali o addirittura al capitalismo?
Dovremo rischiare di essere preda del caos? La narrazione pandemica risolse il problema… Del
milione di persone che in Italia ha perso già il lavoro non se ne parla, meglio trattare di
questioni sanitarie.59 La “narrazione pandemica” ha infatti permesso di scaricare la colpa della
nuova grande recessione sull’epidemia di Covid.
Le singole borghesie hanno quindi permesso che crollasse l’economia attraverso le restrizioni
pandemiche, ma le alte sfere del capitale internazionale sapevano che tali crolli vi sarebbero
comunque stati, in quanto i dati parlavano chiaro da molto tempo. Qualche Paese, come
l’Italia, si è fatto un po’ prendere la mano, chiudendo per qualche settimana tutte le attività
(facendo cioè un lockdown totale), ma ciò è da imputare soltanto al grado di stupidità della
singola classe dirigente nazionale.
D’altra parte ribadiamo che se scelta vi è stata nei “piani alti”, tale scelta è stata fatta, in
origine in ristrette cerchie del capitale finanziario e nello “stato profondo” di alcuni Stati (forse
Stati Uniti, Italia e Cina). Qualche indizio sul ruolo del capitale finanziario lo potremmo trovare
dalle operazioni svolte, ad esempio, dal mega-fondo speculativo Bridgewater che, secondo
il Wall Street Journal, puntò nel novembre 2019 1,5 miliardi di $ sulla probabilità di un crollo
finanziario nel marzo 2020 o dallo scandalo che ha investito quattro senatori americani di aver
venduto nelle prime settimane del febbraio 2020 i titoli finanziari in possesso perché avvertiti
del crollo finanziario imminente.60 Ai singoli politici di alcuni Stati, mere marionette ormai di tali
“poteri forti”, non restò che obbedire.
Nel corso del 2020, nel corso cioè del primo anno di pandemia, si è avuto una grande crollo
della Borsa, ma dopo alcuni mesi, nelle ultime settimane di quell’anno, la Borsa ha cominciato
a risalire. L’aiuto delle banche centrali a stimolare gli acquisti di titoli ha favorito la Borsa,
unitamente però alle perfomance di tre settori che in questo momento possono ritenersi
sovraquotati: la green economy, il settore tecnologico e web, il settore farmaceutico. Molti
analisti finanziari si aspettano che questa grande giostra finanziaria, questo dopare i valori
azionari, prima o poi finisca anche perché anche coloro che in genere sono ottimisti sui mercati
si stanno mostrando sempre più preoccupati di cosa possa accadere. Ed ora non resta che
aspettare da dove arrivi l’effetto domino. Le criticità del sistema finanziario sono innumerevoli:
la bolla dei prezzi dei titoli azionari nei settori della green economy, dell’high tech e del web,
dell’industria farmaceutica; la bolla dei titoli obbligazionari delle aziende cinesi; l’immobiliare in
Cina e negli USA; il sistema bancario di diversi Paesi; le materie prime, ecc. Il tutto
accompagnato dai fondamentali di alcuni settori dell’economia in via di tracollo come
l’automotive.
La politica dei singoli Stati poi ha il suo ruolo: in questa situazione di panico nelle alte sfere
diversi sono i Paesi che stanno introducendo dazi sulle merci in entrata o svolgono politiche di
protezione di certi settori al proprio interno, facendo in questo modo deprimere il commercio
internazionale. Ma se il commercio internazionale non riparte gran parte dei Paesi del mondo si
troverà a conoscere inflazione (o come preferiscono nelle università e sui
giornali, stagflazione): poche merci rispetto ad un mercato già abbastanza depresso creano
quell’effetto che già conobbe la Russia negli anni ‘90.

13. L’unione preventiva e i franco-prussiani


Dopo che abbiamo mostrato quali siano i “poteri forti” in grado di influenzare gli Stati e che il
primario scopo dell’operazione Covid è legato al decorso della crisi economica, dovremmo
spiegare come sia possibile però che il capitalismo internazionale, così diviso fra varie frange e
fra vari Stati nazione, possa trovare un’unione di intenti, possa allearsi su un unitario obiettivo.
Com’è possibile, infatti, pensare che varie frange della borghesia internazionale si siano messe
d’accordo o che almeno abbiano trovato un’intesa generale su come affrontare la situazione se
poco fa abbiamo dimostrato come la gestione del potere mondiale sia alquanto complessa e
che la borghesia al suo interno è divisa tuttora da nazioni ma anche dalla semplice concorrenza
anche all’interno dello stesso paese? Com’è possibile che una ristretta cerchia del capitale
internazionale abbia convinto le singole borghesie nazionali ad attuare certe politiche e ad
imporre una certa narrazione ai popoli? Se è vero che determinate forze economiche
gigantesche esistono e sono in grado di influenzare politiche in svariate parti del mondo, è pur
vero che il capitale è talmente variegato che una certa autonomia fra le singole borghesie
nazionali ancora esiste: cosa può far accettare a tutti la “narrazione pandemica” che
effettivamente è internazionale, nonostante i vari distinguo nazionali su singoli aspetti?
C’è soltanto un obiettivo che può rendere solidali completamente fra loro le più svariate
borghesie: è la paura della rivoluzione sociale, del disordine, della rivolta, delle lotte degli
ultimi contro i privilegiati del mondo. Fino ad ora le crisi sono state confinate in singoli paesi
periferici e la crisi del 2008 non ha provocato danni tali da far crollare le classi medie
occidentali. Ma la crisi economica attuale?
All’inizio del 1871 due Stati europei, Francia e Prussia, erano in guerra fra loro. Quando nel
marzo dello stesso anno il proletariato di Parigi insorse e prese il potere le borghesie dei due
paesi, fino a poco prima in guerra, si coalizzarono per reprimere l’incubo della rivoluzione
sociale. Dopo alcune settimane la gloriosa Comune di Parigi soccombette sotto il piombo della
repressione borghese, della classe dirigente francese e il beneplacito di quella tedesca. Quando
nel 1917 il proletariato in Russia, alleato dei contadini, prese il potere, nuovamente una
coalizione internazionale di borghesie si allearono contro l’incubo della rivoluzione sociale. Gli
eserciti di Gran Bretagna, Francia, Germania, Giappone, ecc. attaccarono la fortezza
rivoluzionaria e vennero respinti dopo circa due anni di eroica battaglia.
Quanto ha insegnato la storia è valido ancora oggi. Se gli Stati Uniti e la Cina di oggi sono in
competizione più o meno seria sul piano economico e sul piano geopolitico, le classi dirigenti di
entrambi i paesi non possono che temere le conseguenze di una prossima crisi economica. La
crisi sociale negli Stati Uniti è già piuttosto avanzata da diversi anni e l’economia statale cinese
rischia di schiantarsi. Se l’Italia e la Francia si dedicano da anni a scaramucce economiche, in
genere vinte dalla seconda, non possono però che temere entrambi le conseguenze di una
profonda crisi sociale. La Francia è già stata messa a dura prova nel 2005 con la rivolta
delle banlieues e nel 2018/29 con le lotte dei gilet jaunes, l’Italia rischia di scomparire dai
Paesi che economicamente contano e di dover fare a meno della sua amata classe media. Ed
anche Stati che i sinistri piccolo-borghesi d’Occidente amano definire “socialisti ed
antimperialisti”, come il Venezuela, oppure soltanto “antimperialisti”, come l’Iran, non possono
non temere una crisi economica mondiale che svela quanto in fondo siano in realtà capitalisti
anche loro, in quanto vivacchiano cioè sulla pelle dei disgraziati salariati e fanno di ogni
prodotto una merce.
Zbigniew Brzesinki, consigliere di Stato americano, denominava nel 2006 l’epoca che si stava
aprendo come “l’era del risveglio politico di massa”.61 E in generale già diversi paesi, anche fra
quelli considerati forti, già prima del 2008 temevano che un peggioramento della situazione
economica sociale avrebbe potuto provocare lotte sociali alquanto radicali. Già nel 2007, in
Russia, diverse voci “autorevoli” temevano futuri rivolgimenti sociali: l’ex dissidente
Solženicyn, in un’intervista rilasciata a La Stampa, affermò che la disparità enorme di ricchezza
fra classi ricche e classi povere in Russia potrebbe portare, se non risolta, ad una nuova
Rivoluzione di Febbraio62, mentre il ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, dinanzi ad una
minaccia americana di guerra contro l’iran, dichiarò che la Russia non sarebbe potuta
intervenire a difesa del suo alleato iraniano in quanto la Russia rischierebbe una catastrofe
paragonabile alla sua partecipazione alla prima guerra mondiale, dalla quale derivarono -
com’è noto - la rivoluzione bolscevica.63
Cosa potrebbe accadere in Occidente nel caso di grande crisi economica, d’altra parte, lo si è
visto parzialmente in Grecia fra il 2010 e il 2012 con tutta l’esplosione di lotte di classe di cui il
paese è stato teatro. Si è visto addirittura, nell’ottobre 2011, gli anarchici tentare l’assalto del
Parlamento e i comunistissi del KKE, dimentichi di Lenin, che invece lo difendevano…
******
Domina il pianeta il capitale finanziario attraverso azionisti e grandi istituti finanziari nazionali e
internazionali, ma il capitale finanziario in certi casi è in grado di muoversi all’unisono, in altri
contesti mostra la divisione interna indotta dalla concorrenza, ma soprattutto dall’anarchia
naturale del capitalismo. Al capitale finanziario si incrociano però gli interessi delle
multinazionali (spesso attraverso lobbies), di singole mega-imprese nazionali, di iniziative da
parte di uomini d’affari o grandi burocrati del capitale internazionale. Il potere economico
inoltre deve fare i conti con ciò che rimane dell’autonomia politica dei singoli Stati-nazione ed
in particolare con poche potenze che hanno un grande potere d’influenza su singole aree
geografiche o addirittura su quasi l’intero mondo.
Ma la libertà di questi soggetti è pur sempre assoggettata all’interno dei limiti imposti dalle
leggi del capitale: la libertà delle multinazionali industriali è soggetta alle leggi
dell’accumulazione, la libertà del capitale finanziario alla possibilità effettiva di remunerarsi, la
libertà della singola potenza politica ai fondamentali economici in cui si trova ad operare. Le
singole unità economiche, per quanto grandi e importanti possano essere, sono soggette alle
dinamiche economiche generali e quando le leggi economiche impongono crisi anche le grandi
unità economiche devono soggiacere a tali leggi.
I cosiddetti “poteri forti” esprimono la propria forza e la propria diretta influenza sugli Stati non
secondo l’esclusiva propria volontà e sete di profitto, ma all’interno di una situazione
determinata economica che è indipendente da loro e che soggiace a leggi obiettive che
possono essere alterate sì, ma entro ristretti limiti. Il capitale finanziario internazionale,
unitamente al ceto politico deli Stati occidentali odierni e a gran parte delle classi medie,
ritiene che il denaro crei denaro e che l’arbitrio della speculazione internazionale può andare
all’infinito: ma se fosse così, non si spiegherebbe come mai nel 2008 crollò la Borsa e come
mai oggi stia cominciando a crollare in Cina e Wall Street stia tremando. La risposta risiede
nella legge del valore che periodicamente fa sentire il proprio peso.

Parte terza
Conclusioni

14. Teoria della repressione preventiva e dell’iperfascismo


Di fatto le novità politiche e giuridiche dello Stato contemporaneo sono state diverse: gran
parte della popolazione è stata abituata, attraverso l’emergenza, ad una legislazione
emergenziale che non ha precedenti nella storia di alcuno Stato. Gli Stati delle varie nazioni
borghesi, in misura diversa e con diverse varianti politiche, hanno intrapreso una direzione
verso un ipercontrollo della società e della pronta repressione ad ogni protesta o rivolta.
Il divieto di cure domiciliari, l’inserimento di contagiati nelle RSA, il conteggio di morti con più
di 2 o 3 patologie perché positivi al tampone, l’uso della tachipirina a casa, il terrore
generalizzato fra la popolazione hanno permesso alle statistiche e alle pompe funebri di
ottenere un certo successo. Il bombardamento mediatico incessante e la confusione legislativa
hanno fatto smarrire ogni forma di razionalità in buona parte della popolazione. Il fatto che
possa sembrare strano che si possa a livello mondiale escogitare una cosa del genere, quando
è ormai da decenni che esistono consessi internazionali in cui le borghesie discutono fra loro,
lascia smarriti molti e fiduciosi altri. E in un’epoca come questa che sancisce la fine e lo
smantellamento del vecchio stato di diritto, molti a sinistra lamentano invece che lo Stato ha
sbagliato molte cose nella gestione del Covid e che lo Stato sarebbe da denunciare per non
aver affrontato al meglio la pandemia. In realtà lo Stato ha gestito a perfezione la situazione e
gli errori fatti potranno interessare gli specialisti delle pinzillacchere, non certamente chi
osserva con attenzione gli avvenimenti politici contemporanei. La stessa confusione creata
nella popolazione di leggi e leggine indecifrabili è stata alquanto funzionale al raggiungimento
dell’obiettivo.
La malattia denominata Covid esiste, ma i protocolli dell’OMS e dei singoli governi hanno fatto
il loro lavoro ad aumentare la letalità della malattia. Il tasso di letalità reale del Sars-Cov-2,
cioè del virus che provoca la malattia Covid, è piuttosto ridicolo rispetto a tante malattie del
passato: secondo il New England Journal of Medecine era ben al di sotto dell’1%, forse
addirittura pari allo 0,1%; secondo un’analisi riportata dal Sole 24 Ore sarebbe dello 0,8%; sui
dati della nave Diamond Princess risultò un tasso dello 0,65%; sulle stime di contagiati dati
dall’Imperial College calcolammo noi un tasso dello 0,19%; The Lancet calcolò sui casi cinesi
un tasso dello 0,675%; uno studio di un importante ospedale giapponese calcolò il tasso di
mortalità pari a quello dell’influenza stagionale.64 Erano dati, questi che si riferivano alla
famigerata prima ondata, da cui tutto iniziò, che vi è ragion di credere mostrava il feroce
coronavirus con un grado di pericolosità più elevato che nelle ondate successive. Se arrivasse
una pandemia di una malattia altamente letale ci chiuderemmo tutti in solitarie gabbie?
Ricordiamo che probabilmente la cifra dei morti aumentò di molto nella prima ondata in quanto
la metà dei morti li si ebbe nelle RSA dove dei protocolli della Regione Lombardia e della
Regione Emilia-Romagna mettevano contagiati in via di guarigione che, com’è noto,
sterminarono anziani ultraottantenni; che molti morti sembrerebbero dovuti al divieto di curare
la polmonite da Covid come si era sempre fatto con le polmoniti; che le cifre risultano alquanto
esagerate in quanto, come spiegammo in precedenza, la media dei morti presentava (e
presenta tuttora) più di tre melattie croniche oltre il Covid; che la media dei morti presenta
un’età superiore agli 80 anni.
In Italia sono morte circa 1500 persone sotto i 50 anni e con in media più di 3 malattie
croniche addosso: perché una persona sana sotto i 50 anni avrebbe dovuto chiudersi in casa?
E’ saltata del tutto la teoria medica risalente alla fine dell’800 per cui il nostro sistema
immunitario dovrebbe incontrare virus e batteri per preparare al meglio le proprie difese in
futuro? Si è tornati ai metodi della quarantena del XV secolo? E su quali basi scientifiche?
L’appello poi delle autorità pubbliche alla responsabilità quando gli stessi governi degli ultimi
20 anni hanno massacrato la sanità pubblica la dice lunga sul livello a cui si è giunti di
propaganda farlocca.
I popoli occidentali si sono ritrovati con una paura della morte e della malattia irrazionale,
rivendicano l’ipocondria contro la piena vita, rivendicano la paura dinanzi al coraggio. Ma chi ha
paura, scriveva Shakespeare, muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola. Il
preferire la sicurezza sanitaria imposta dall’alto alla vita sociale è sintomatico di morte sociale.
E con la paura spesso vengono governate le classi povere.
Tutto quanto sta accadendo politicamente in parte del mondo è a fini repressivi: la borghesia
internazionale sa bene che la crisi economica attuale si acuirà notevolmente, che non si potrà
vivere in eterno in una giostra finanziaria che mostra già crepe in diversi punti, dunque
prepara i popoli allo stato d’eccezione, alla repressione di ogni istanza di protesta. Dal
momento che siamo addirittura giunti al punto che lo Stato vuol fornire ogni abitante di un
certificato elettronico governativo, lo Stato si è dato come obiettivo il controllo a tappeto
sull’intera popolazione, non solo sui potenziali terroristi e rivoluzionari, ma su tutti. Alle classi
medie che sopravviveranno alla macelleria sociale poco importerà di dover mostrare un
certificato elettronico per godersi una cena al ristorante o uno spettacolo, in quanto volenterosi
di vivere la propria vita parassitaria per altre decadi, ma per la classe dei salariati poveri il
controllo sociale peserà alquanto, soprattutto quando comprenderanno che lo Stato si sentirà
libero di fare, su pressione dei capitalisti, qualunque legge o contratto di lavoro peggiorativo
sulla sua pelle. E sulle future generazioni già sembra aleggiare un mondo in cui è lo Stato ad
educare i bambini attraverso i propri programmi informatici.
Lo Stato snello non è più dato da molto tempo: lo Stato è diventato da circa un secolo un
grande apparato burocratico, una struttura che possiede un ampio apparato di polizia e
giudiziario, un grande ammasso di leggi e leggine a cui ogni cittadino deve strettamente
conformarsi, in particolare se povero e privo di buoni avvocati.
Dagli anni ‘30, il capitalismo ha costruito immani strutture statali che se da una parte nei
periodi di vacche grasse o di paura sociale hanno elargito regalìe varie alle classi povere,
dall’altra hanno imposto sulla vita delle persone i tentacoli di uno Stato onnipresente, tanto
negli Stati che furono dichiaratamente fascisti quanto negli Stati dichiarati democratici, quanto
ancora nei Paesi che si definivano “socialisti” ma che erano basati sul lavoro salariato come gli
Stati occidentali. Bordiga scriveva nel 1947: “L’iniziativa privata (…) cede il passo di fronte al
prevalere dei formidabili intrecci delle attività coordinate, nella produzione delle merci, nella
loro distribuzione, nella gestione dei servizi collettivi, nella ricerca scientifica in tutti i campi.
Non è pensabile un’autonomia di iniziative nella società che dispone della navigazione aerea,
delle radio-comunicazioni, del cinema, della televisione, tutti ritrovati di applicazione
esclusivamente sociale. Anche quindi la politica di governo della classe imperante, da vari
decenni a questa parte e con ritmo sempre più deciso, si evolve verso forme di stretto
controllo, di direzione unitaria, di impalcatura gerarchica fortemente centralizzata. (…) Questo
stadio e questa forma politica moderna, (…) questa fase che tende a sostituire generalmente
nel mondo moderno quella del liberalismo democratico classico, non è altro che il fascismo. (…)
La guerra in corso è stata perduta dai fascisti, ma vinta dal fascismo. Malgrado l’impiego su
vastissima scala dell’imbonitura democratica, il mondo capitalistico (…) attuerà un sistema
sempre più serrato di controllo dei processi economici e di immobilizzazione dell’autonomia di
qualunque movimento sociale e politico minacciante l’ordine costituito”.65
Oggi però lo Stato, quello dell’ultimo anno e mezzo, sta facendo un ulteriore salto, sta
gonfiando enormemente la propria presenza nella vita dei cittadini, addirittura intervenendo
sulla libertà di circolazione delle persone nei loro stessi luoghi di residenza o richiedendo un
certificato per poter accedere a svariate attività normali, ludiche o lavorative, che in
precedenza nessun regime aveva mai osato negare alla popolazione. Lo Stato ha dimostrato
nell’ultimo anno e mezzo di poter fare e disfare, vietare e consentire, punire e perdonare ogni
cittadino secondo il proprio arbitrio. Chiudere in casa l’intera popolazione, controllarne
potenzialmente ogni passo della vita privata, imporgli il coprifuoco per diverso tempo, vietargli
di assembrarsi o imponendo a due persone il distanziamento di un metro, lo Stato sta
cercando di dimostrare di poter imporre da un momento all’altro qualunque cosa alla propria
popolazione, compresi i peggiori sacrifici.
Lo Stato sta abituando la propria popolazione ad un nuovo stato di diritto, che potremmo
chiamare iperfascista in quanto ben superiore sul piano repressivo a tutto ciò che gli Stati
borghesi hanno mostrato fino ad ora. Se non c’è stato un “complotto lineare” è pur vero che le
decisioni covavano da tempo in diverse sfere internazionali e che una parte ristretta della
borghesia internazionale finanziaria ha preso l’iniziativa, poi imitata da gran parte della
restante. Nel 2003 il socialista francese Michel Rocard dirà: “L’unificazione del mondo è ormai
avvenuta, sul piano economico, finanziario, sociale, culturale, e ben presto anche sanitario
(pensiamo alle epidemie)”.66 Ora: che questa sia un’unificazione del mondo è altamente
esagerato, sebbene bisogna dire che sui vari piani citati da Rocard c’è stata effettivamente una
costruzione di istituzioni e coordinamenti internazionali che sembrano capaci di muovere le
cose a livello internazionale all’unisono. In questo periodo una sorta di “unificazione sanitaria”,
come auspicata da Rocard, c’è stata attraverso l’OMS, struttura dell’ONU che ha coordinato in
parte le politiche sanitarie nel mondo dal gennaio 2020.
Lo Stato iperfascista è quella forma di Stato che è espressione diretta delle grandi
multinazionali, delle grandi banche e istituzioni finanziarie, dei grandi azionisti, della burocrazia
delle grandi istituzioni nazionali e transnazionali, delle politiche di certe banche centrali, della
pressione di certi club dell’alta borghesia internazionale, delle scelte americane in politica
estera e delle bolle finanziarie stimolate dagli stessi Stati attraverso le banche centrali. La
borghesia decide direttamente, ai politici non resta che obbedire e metter da parte ogni
pretesa di un’autonomia del politico dall’economico.
Nei casi più avanzati, come quello italiano, lo Stato non è più come un tempo influenzato in
modo predominante dalla grande borghesia, ma è direttamente guidato da essa, addirittura
con uomini appartenenti alle burocrazie del sistema finanziario come Mario Draghi o persone
come Vittorio Colao, ex amministratore delegato di Vodafone e RCS. Se un tempo, spiegava
Marx nel 18 brumaio, lo Stato borghese poteva governare anche contro gli interessi immediati
della stessa classe borghese, ora non è più possibile: dello Stato politico non è rimasto che un
involucro burocratico che obbedisce ed esegue. C’è un salto di paradigma in ciò non di poco
conto. Non vedere il mutamento in atto è cecità, scusabile per chi si accontenta di una vita
piccolo-borghese e sogna di perpetuarla nonostante bolle finanziarie e balle mediatiche, non
scusabile per chi parla e scrive articoli cosiddetti anticapitalisti.
Ma tutta questa legislazione emergenziale finirà non appena la pandemia sarà finita, dirà
qualcuno! Ma che con una prossima fine dell’emergenza pandemica possa finire questo delirio
politico e giuridico abbiamo seri dubbi. Da una parte perché la storia insegna come le
legislazioni emergenziali rimangano nella struttura legislativa di un Paese anche dopo la fine
dell’emergenza, dall’altra perché il piatto servito dalla popolazione occidentale ed in particolare
dal proletariato, quello di non aver fino ad ora contrastato le misure emergenziali prese, è
troppo ghiotto per gli Stati moderni e mai più capiterà di eliminare tutta una serie di diritti
giuridici in così breve tempo e con un ampio consenso della popolazione.
Si son prese misure che neanche sotto il colera, il tifo o l’influenza spagnola, per un’epidemia –
che al netto dei protocolli governativi e dell’OMS gonfianti le ondate – secondo numerosissimi
studi accreditati e con peer review - ha un tasso di letalità molto basso. Bisogna però
evidenziare che se la nostra analisi è corretta e le verità verranno a galla, si creerà una
definitiva distanza verso le istituzioni borghesi che a tali istituzioni potrà essere fatale. In Italia
è, tra l’altro, quasi uno sport nazionale defenestrare una classe politica e sostituirla con
un’altra, condendo in genere il tutto con qualche gran processo nelle aule dei tribunali o nelle
piazze pubbliche.
Ma si creerà altresì un solco e una distanza fra classi lavoratrici e classe dominante non più
colmabile. Al meno che si creda all’esagerazione distopica per cui l’ipercontrollo totale
sull’intera popolazione sarà possibile al 100% e la storia sia finita. Ogni sistema di controllo ha
le sue crepe e chi ad esso si vorrà opporre troverà le strade e gli strumenti per farlo.
Sia chiaro, non si tratta qui di appellarsi tanto al concetto generico di libertà individuale come
leggiamo da molte parti. La libertà individuale, come spiegò Marx, è la libertà che caratterizza
proprio la società capitalistica, la quale individualizzando gli uomini e mettendoli l’uno in
concorrenza con l’altro, ha distrutto in due secoli il senso della comunità umana. La libertà
giuridica del cittadino si traduce per il proletario nella libertà di procacciarsi un lavoro, nella
libertà di poter essere messo sul lastrico da un momento all’altro, nella libertà di morire di
fame. Nessuna società precedente ha reso la vita degli uomini così precaria ed in balia degli
alti e bassi dell’economia, in balia dei capricci borghesi, in balia di boom e crisi, come questa
società. Per noi è proprio il feticcio che la borghesia ha fatto della libertà individuale che
sancisce tutto ciò. In nome della libertà individuale non c’è alcuna comunità che possa dire ad
un individuo singolo di non acquistare merci nocive e distruttive dell’ambiente, non c’è alcuna
comunità che possa imporsi sul libero consumismo delle classi medie che minaccia la vita delle
future generazioni, non c’è alcuna comunità in grado di arginare la folle corsa che il sistema
capitalistico sta facendo da diversi decenni. Ma per quanto invece riguarda la semplice libertà
di un individuo di avere una propria sfera privata fatta di affetti, amicizie, attività, feste, ecc.,
non ha alcun senso separare la libertà individuale dalla libertà dell’intera comunità per il
semplice fatto che ogni individuo può realizzarsi come uomo o come donna soltanto nella vita
di comunità e l’autismo di vivere soltanto in una propria sfera individuale è considerato in
genere patologia. D’altra parte qui non si tratta di rispondere al perché ci vorrebbe più libertà
individuale, qui si tratta del chiedersi come mai lo Stato ha assunto tale libertà sulla
popolazione da poter esercitare su di essa il proprio arbitrio.
Per quanto riguarda gli attuali movimenti che tentano un’opposizione (ad esempio, il
movimento no-green pass) è vero che l’interclassismo di tali movimenti li rende poco chiari e
male in arnese, ma riteniamo altresì che dare addosso a movimenti interclassisti rimanga nella
situazione attuale soltanto una spocchia intellettuale di chi ha fatto della rivoluzione una
passione del cervello anziché il cervello della passione. Anche perché, dato che l’interesse della
classe proletaria non può coincidere con quello di uno Stato che all’improvviso può confinare
l’intera popolazione nelle case, può dichiarare il coprifuoco, richiede un certificato per svolgere
ogni attività normale della vita, definirsi neutrali in tale situazione significa aiutare i nostri
governi a portare a compimento un apparato repressivo mai visto in precedenza. E una classe
lavoratrice che accetta il green pass e tutto ciò che gli sta piovendo addosso dall’alto dimostra
di saper preparare il terreno non tanto alla difesa dei suoi interessi, ma soltanto in difesa della
repressione che subirà quando proverà a rialzarsi.
Senza dubbio la classe lavoratrice dovrebbe porre come rivendicazioni immediate questioni
sociali di vario tipo (ad esempio, aumenti salariali, abolizione dei contratti precari, sicurezza sul
lavoro, abolizione degli straordinari; sanità pubblica garantita, funzionante e gratuita per le
fasce povere; salari ai disoccupati ecc.), ma la classe lavoratrice non può essere indifferente
alla politica repressiva dei propri governi. Non si tratta qui di rivendicare e sperare, piamente,
che si torni allo “stato di diritto” di qualche tempo fa, il che sarebbe utopico; si tratta di frenare
un processo potentissimo che andrà avanti se non troverà di fronte a sé degli ostacoli, se non
troverà la lotta sociale a fare da diga al fiume in piena della legislazione emergenziale.
Si tratta, innanzitutto, di riacquistare una dignità di classe, che è andata per altri lidi da troppo
tempo, e con essa imparare cosa significhi essere una classe. Si tratta di evitare una disfatta
completa, che comporterebbe la libertà dei governi e dei capitalisti di peggiorare a piacimento
le condizioni di lavoro dei salariati. Si tratta cioè di tornare ad acquisire quell’autostima che
permise in passato alla classe operaia di organizzarsi in autonomia dalle altre classi e dallo
Stato e di porre nuovamente come alternativa al capitalismo l’abolizione del lavoro salariato. Si
tratta eventualmente, per il proletariato, di porsi come guida dei movimenti del proletariato di
riserva e della piccola borghesia impoverita e di indicare una strada che non sia quella della
sottomissione completa.

7 ottobre 2021

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40. A. Zafesova, “Parla Solzhenitsyn: «I ricchi di Mosca affamano la Russia», La Stampa, 28/2/2007

41. F. Zantonelli, “Bill Gates, il benefattore ingombrante: dubbi sulla ‘sua’ direzione dell’Organizzazione della
Sanità”, larepubblica.it, 2 giugno 2017

42. S. Zuboff, “Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri”, Bologna, Luiss University
Press 2019

Note

1K. Marx / F. Engels, “Manifesto del partito comunista”, MEO, vol. VI, pag. 488.

2Lenin, “Sullo Stato”, LOC, vol. 29, pag. 447.


3L. Lamar, “In morte della capacità critica. Il coronavirus, lo stato d’eccezione e la recessione economica (che già bussava nel 2019)”, 7
aprile 2020, sinistrainrete.it.

4S. Vitali / S. Battiston / J. B. Glattfelder, “The Network of Global Corporate Control”, PlosOne, ottobre 2011.

5S. Zuboff, “Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri”, Bologna, Luiss University Press 2019, pag.
173.

6Citato in P. Rimbert, “La società degli asociali”, Le Monde Diplomatique / Il Manifesto, settembre 2021.

7R. Fatiguso, “Evergrande a rischio crack. I creditori assediano il gigante cinese del real estate”, ilsole24ore.com, 15 settembre 2021.

8S. Zuboff,“Il capitalismo della sorveglianza...”, op. cit., pag. 133 e 135.

9M. Bank / F. Duffy / V. Leyendecker / M. Salva, “The Lobby Network: Big Tech’s web of Influence In The EU”, CEO 2021.

10S. Vitali / S. Battiston / J. B. Glattfelder, art. cit.

11G. Galli / M. Caligiuri, “Come si comanda il mondo”, Soveria Mannelli, Rubbettino 2017, pag. 183/211.

12S. Vitali / S. Battiston / J. B. Glattfelder, art. cit.

13G. Galli / M. Caligiuri, “Come si comanda il mondo...”, op. cit., pag. 122/123.

14G. Dottori, “La valenza geopolitica del complotto”, Limes, n. 2/2017.

15M. Bottarelli, “Dati taroccati alla World Bank: chi controlla i controllori?”, money.it, 16 settembre 2021.

16S. Strange, “Denaro impazzito. I mercati finanziari: presente e futuro”, Torino, Edizioni di Comunità 1999, pag. 105/106.

17A. Massardo, “Quel filo rosso tra Bill Gates e l’OMS”, insideover.com, 18 giugno 2021.

18A. Dunn, “CureVac’s COVID-19 shot just failed in a large trial, a major setback for the Gates-backed biotech”, businessinsider.com, 16
giugno 2021.

19A. Massardo, “Quel filo rosso...”, art. cit.

20G. Galli / M. Caligiuri, “Come si comanda il mondo...”, op. cit., pag. 91, 190/196.

21G. Galli / M. Caligiuri, “Come si comanda il mondo...”, op. cit., pag. 93/34.

22C. Pinzani, “Storia della crisi finanziaria 2007-…?”, Roma, Castelvecchi 2017, pagg. 66/67.

23M. Onado, “I nodi al pettine. La crisi finanziaria e le regole non scritte”, Roma-Bari, Laterza 2009, pagg. 165/167.

24G. Soros, “La crisi del capitalismo globale. La società aperta in pericolo”, Milano, Ponte Alle Grazie 1999, pag. 161.

25G. Soros, “La crisi del capitalismo globale...”, op. cit., pag. 229.

26M. Bottarelli, “Dati taroccati alla World Bank...”, art. cit.

27J. Perkins, “Confessioni di un sicario dell’economia”, Roma, Minimum Fax 2005 [ed. 2012], pag. 20.

28G. Caretto, “L’Oms con Guerra silenzia le carenze anti Covid dell’Italia?”, startmag.it, 1 dicembre 2020.

29F. Zantonelli, “Bill Gates, il benefattore ingombrante: dubbi sulla ‘sua’ direzione dell’Organizzazione della Sanità”, larepubblica.it, 2
giugno 2017.

30S. Halimi, “Il Grande Balzo all’Indietro. Come si è imposto al mondo l’ordine neoliberista”, Roma, Fazi 2006, pag. 209.

31G. Galli / M. Caligiuri, “Come si comanda il mondo...”, op. cit., pag. 97/98.

32G. Galli / M. Caligiuri, “Come si comanda il mondo...”, op. cit., pag. 98/100.

33G. Galli / M. Caligiuri, “Come si comanda il mondo...”, op. cit., pag. 100/102.

34S. Halimi, “Il Grande Balzo all’Indietro...”, op. cit., pag. 210.

35G. Galli / M. Caligiuri, “Come si comanda il mondo...”, op. cit., pag. 141/143.
36Citato in N. Shaxson, “Le isole del tesoro. Viaggio nei paradisi fiscali dove è nascosto il tesoro della globalizzazione”, Milano,
Feltrinelli, pag. 278.

37I dati della produzione industriale sono riferiti al 2018 per Germania e Cina, al 2017 per USA e Giappone. Per quanto riguarda la
popolazione I dati sono tutti riferiti al 2018. La fonte è Il mondo in cifre 2021, edito da The Economist e dalla rivista Internazionale.

38R. Gilpin, “Le insidie del capitalismo globale”, Milano, Università Bocconi Editore 2001, pag. 142 e 256.

39S. Strange, “Denaro impazzito...”, op. cit., pag. 80.

40M. Caparròs, “La fame”, Torino, Einaudi 2015, pag. 365.

41Dati citati in F. Muñoz Jaramillo / C. Michelena Ordoñez, “Notas y reflexiones sobre la crisis capitalista 2020/21”, rebelion.org, 25
settembre 2020.

42L. Canali, “Lo schieramento militare”, Limes n. 1/2010.

43M. Bottarelli, “Soros o BlackRock: chi ha ragione sulla Cina?”, ilsussidiario.net, 29 settembre 2021.

44P. Sylos Labini, “Saggio sulle classi sociali”, Roma/Bari, Laterza 1976, pag. 12.

45P. Sylos Labini, “Saggio sulle classi sociali”, op. cit., pag. 13.

46P. Sylos Labini, “Saggio sulle classi sociali”, op. cit., pag. 48.

47Cfr. E. M. Capecelatro / A. Carlo, “Contro la ‘questione meridionale’. Studio sulle origini dello sviluppo capitalistico in Italia”, Roma,
Savelli 1972 (II ed.: 1973), pag. 251.

48K. Kumar, “Le nuove teorie del mondo contemporaneo. Dalla società post-industriale alla società post-moderna”, Torino, Einaudi
2000, pag. 57.

49“Class Warfare, Guess Which Class Is Winning”, nytimes.com, 26 novembre 2006.

50Cfr. M. Minenna, “La Fed e il puzzle del congelamento del mercato interbancario USA”, ilsole24ore.com, 11 novembre 2019.

51M. Onado, “I nodi al pettine...”, op. cit, pag. 73.

52Cfr. L. Lamar, “In morte della capacità critica...”, art. cit.

53C. Pinzani, “Storia della crisi finanziaria...”, op. cit., pag. 184/185.

54W. Tan, “China’s banks face cash crunch fears after authorities seize lender”, cbnc.com, 28 giugno 2019.

55Quando non indichiamo nuove fonti, significa che abbiamo ripreso i dati dal nostro articolo precedente In morte della capacità
critica (terza parte).

56Cfr. A. Mian / A. Sufi, “La casa del debito. Alle origini della Grande recessione”, Milano, Il Saggiatore 2015.

57I dati e le informazioni di questo capoverso sono tratti da M. Minenna, “La corsa del debito cinese”, Il Sole 24 Ore, 3 ottobre 2021.

58“Storia della crisi finanziaria 2007-? Presentazione del volume di Carlo Pinzani. Sala degli Atti Parlamentari, 20 dicembre 2017”,
senato.it, febbraio 2018.

59“Lavoro, in un anno perso quasi 1 milione di posti”, adnkronos.com, 6 aprile 2021.

60Di ciò ne trattammo nell’articolo In morte della capacità critica.

61 Z. Brzezinski, “Il dilemma dell’ultimo sovrano”, Aspenia n. 32/2006, pag. 136 [i corsivi sono nostri].

62 Cfr. A. Zafesova, “Parla Solzhenitsyn: «I ricchi di Mosca affamano la Russia», La Stampa, 28/2/2007.

63 Dmitri Trenin, “La carta russa”, Aspenia, n. 37/2007, pag. 234.

64Le fonti sono citate nei nostri due precedenti articoli.

65[A. Bordiga], “Il ciclo storico del dominio politico della borghesia”, Prometeo, serie I, n. 5 / gennaio-febbraio 1947.

66S. Halimi, pag. 204.