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20 APRILE 2016

Forma di stato e forma di governo nel


pensiero di Giuseppe De Vergottini

di Tommaso E. Frosini
Professore ordinario di Diritto pubblico comparato
Università di Napoli “Suor Orsola Benincasa”
Forma di stato e forma di governo nel
pensiero di Giuseppe De Vergottini*
di Tommaso E. Frosini
Professore ordinario di Diritto pubblico comparato
Università di Napoli “Suor Orsola Benincasa”

Sommario: 1. Forma di Stato è forma di governo. 2. Opposizione garantita, forma di Stato e di


governo. 3. L’opposizione parlamentare nella dinamica della forma di governo. 4. Opposizione,
sistema dei partiti e sistema elettorale. 5. Per concludere, una nota sull’attualità costituzionale

1. Forma di Stato è forma di governo


Si è soliti attribuire alla dottrina di Costantino Mortati la teoria dello stretto legame tra la forma di
Stato e la forma di governo. Infatti, nelle lezioni su Le forme di governo pubblicate nel 1973, Mortati
esordisce nella prima pagina del suo volume con l’affermazione: <<Occorre però sottolineare
anzitutto che il problema delle “forme di governo” non può essere considerato in maniera del
tutto staccata da quello delle “forme di Stato” [perché] rappresentano i due aspetti di un unico
fondamentale problema: quello che attiene al modo di essere del rapporto tra Stato-autorità e
Stato-società […]>> 1 . A ben vedere però, chi ha saputo caratterizzare meglio, ovvero con
maggiore incisività, l’inscindibilità tra forma di Stato e forma di governo è stato senz’altro
Giuseppe de Vergottini. E lo ha fatto, innanzitutto e soprattutto, come dirò meglio più avanti,
con la teoria della opposizione garantita, che rappresenta in maniera plastica la congiunzione tra la
forma di Stato e la forma di governo. Va preliminarmente detto, che de Vergottini utilizza il
concetto forma di Stato anche come “regime politico”2, e quindi rientrano in questa categoria
non solo i principi-valori e le finalità degli organi costituzionali ma anche i criteri relativi alla
disciplina dello stato-comunità, al ruolo dell’individuo e dei gruppi e quelli relativi allo stato-
apparato e alle sue modalità di intervento. E così anche i principi del sistema economico e

* In occasione della giornata di studio in onore di Giuseppe de Vergottini.


1 C. Mortati, Le forme di governo. Lezioni, Padova 1973, 3
2 G. de Vergottini, Régimes politiques, in M. Troper e D. Chagnollaud (cur.), Traité International de droit

constitutionnel. Distribution des puovoirs, t. 2, Paris 2012, 113-157

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politico, nonché i partiti politici e la legislazione elettorale3. Si tratta di un modo e un metodo più
inclusivo, che individua una serie di situazioni e soluzioni costituzionali che esprimono l’essenza
dello Stato, connotandolo come regime politico. Si tratta quindi di una <<concezione di fondo
che dà una propria “forma” allo stato e che quindi influisce in concreto sull’operare della forma
di governo>>4. Una posizione originale sorretta da una visione dinamica, che si differenzia da
quelle direi più statiche della dottrina prevalente, che tende a riassumere nel più generico
rapporto tra l’individuo e l’autorità il nucleo forte della forma di Stato.
Il concetto di forma di governo, de Vergottini lo esprime nel <<complesso degli strumenti che
vengono congegnati per conseguire le finalità statali e quindi quegli elementi che riguardano la
titolarità e l’esercizio delle funzioni attribuite agli organi costituzionali>>. Ecco perché <<ogni
forma di governo si inquadra in un più ampio regime politico da cui viene condizionata>> 5.
Ecco perché si deve riconoscere l’importanza che ha la forma di governo per qualificare il regime
realmente operante in un ordinamento; pertanto, <<si deve dunque insistere su come la scelta
sulla forma di governo incida sulla stessa forma di stato>> 6 : anche perché attraverso il criterio della
titolarità del potere e di quello delle modalità d’uso dello stesso si qualifica il regime realmente
operante in un ordinamento. Laddove vi è ripartizione del potere e reciproco controllo fra gli
organi, ovvero possibilità di verifica sull’uso del potere, siamo in un contesto di ipotesi della
forma di stato di derivazione liberale.
Su questa posizione teoretica si affissa chiaramente il costituzionalismo di de Vergottini, da
intendersi secondo la concezione liberale e quindi del costituzionalismo come liberalismo: una
posizione largamente condivisa con Nicola Matteucci7 e quindi anche con autore da entrambi
assai apprezzato: Charles McIlwain, che così chiude il suo volume Costituzionalismo antico e moderno:
<<I due elementi fondamentali correlativi del costituzionalismo, per i quali tutti coloro che
amano la libertà devono ancora battersi, sono i limiti giuridici al potere arbitrario e una completa
responsabilità politica del potere esecutivo innanzi a popolo>>8.

3 Cfr. G. de Vergottini, Diritto costituzionale comparato, IX ed., Padova 2013, 180


4 Così G. de Vergottini, Diritto costituzionale, XIII ed., Padova, 2012, 96
5 G. de Vergottini, Diritto costituzionale comparato, cit., 180
6 G. de Vergottini, op.ult.cit., 192
7 Tra le opere di Matteucci dedicate al costituzionalismo, specialmente di matrice angloamericana, mi piace

ricordare un formidabile libretto (del 1964): N. Matteucci, Breve storia del costituzionalismo, Brescia 2010. Del
costituzionalismo come liberalismo si fece altresì interprete Bruno Leoni, che merita qui essere ricordato e
su cui v. T.E. Frosini, Il costituzionalismo di Bruno Leoni, in Studi in onore di G. de Vergottini, t. III, Padova
2015, 2509 ss.
8 C.H. McIlwain, Costituzionalismo antico e moderno [1947], ed. it. a cura di N. Matteucci, Bologna 1990, 167

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Lo Stato di derivazione liberale è il regime politico che sta a cuore a de Vergottini, come è
ampiamente dimostrato anche nel suo studio comparato dedicato a Le transizioni costituzionali, a
principiare dal capitolo intitolato “il modello del costituzionalismo di derivazione liberale” 9. I cui
sviluppi ed effetti sulla forma di governo, devono essere determinati da una vera separazione dei
poteri e non solo: la democrazia liberale, infatti, insiste sugli istituti delle libertà individuali, dei
diritti delle minoranze politiche, della dialettica fra maggioranza e minoranza ma del governo
della maggioranza e poi sugli istituti garantisti, che autorizzano forme di contestazione legale del
potere costituito tramite il riconoscimento della opposizione parlamentare.

2. Opposizione garantita, forma di Stato e di governo


Con il tema della opposizione parlamentare si entra nel pieno della concezione della forma di
governo in uno stato di derivazione liberale, secondo la teoria di de Vergottini. La forma di
governo a opposizione garantita, come viene definita, consiste nell’individuazione e classificazione di
tutti quegli ordinamenti che riconoscono e garantiscono la funzione dell’opposizione, e che
pertanto sono parte integrante e permanente dello stato di derivazione liberale. Anche perché,
attraverso la funzione oppositoria, si viene a esprimere il principio garantista della separazione dei
poteri, nella sua versione pluralista e antitetico all’indirizzo di governo. Viceversa, tutti quegli
ordinamenti sebbene e nonostante si richiamino a modelli di forma di governo stabilizzata, come
il parlamentarismo o presidenzialismo, ma che sostanzialmente escludono la garanzia delle
minoranze e le possibilità di opposizione, sono da ritenersi ordinamenti pseudodemocratici,
ovvero cd. “democrazie di facciata”10.
Quella della opposizione, sostiene de Vergottini, è una vera e propria funzione costituzionale, la
cui presenza è indefettibile per il corretto funzionamento dell’ordinamento. Si evidenziano
almeno tre diverse interpretazioni dell’opposizione: come semplice dissenso, come limite e come
alternativa11. Non mi soffermo su tutte e tre le declinazioni e mi limito solo a evidenziare come de
Vergottini ragiona anche sulle forme di opposizione extraparlamentari, ovvero fuori dal
Parlamento, che vengono svolte, rispetto alle scelte di maggioranza, a opera dei partiti, dei

9 G. de Vergottini, Le transizioni costituzionali. Sviluppi e crisi del costituzionalismo alla fine del XX secolo, Bologna
1998, 63 ss.
10 Sul punto, v. G. de Vergottini, Opposizione parlamentare, in Enciclopedia del diritto, vol. XXX, Milano 1980,

535; cfr., altresì, M. Sadoun, Opposition et démocratie, in Pouvoirs, n. 108, 2004, 5 ss.
11 Vedi la ricostruzione in G. de Vergottini, Lo “Shadow Cabinet”. Saggio comparativo sul rilievo costituzionale

dell’opposizione nel regime parlamentare britannico, Milano 1973, 4 ss.

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sindacati, dei gruppi di pressione, degli organi di informazione e della stampa. E poi anche il
referendum e atti di natura giurisdizionale (annullamento di leggi, conflitti di attribuzione).
L’opposizione parlamentare, invece, si manifesta nella sua duplice versione di indirizzo negativo a
quello maggioritario che di indirizzo alternativo. Qui si declinano regole e regolarità del
parlamentarismo, che si esprimono per il tramite di specifici istituti in virtù dei quali si può
svolgere un’opera di controllo sull’attività di governo (interrogazioni, interpellanze, inchieste),
ovvero una concreta proposta politica alternativa a quella di maggioranza, che si esplicita,
soprattutto, attraverso la presentazione di progetti di legge ed emendamenti modificativi ovvero
soppressivi.
Vorrei pertanto azzardare una provvisoria sintesi, e cioè che l’opposizione garantita è un
elemento indefettibile della forma di stato a derivazione liberale, mentre l’opposizione
parlamentare è una declinazione, tra le più significative, di quella garantita e interagisce
nell’ambito della forma di governo. E’ chiaro che affinché ci sia la seconda deve esserci la prima,
perché l’opposizione che si può manifestare in parlamento, come negativa o alternativa, agisce in
nome e per conto del principio fondamentale della concezione liberale dello Stato, che è dato dal
riconoscimento e dalla effettività della opposizione garantita.

3. L’opposizione parlamentare nella dinamica della forma di governo


Mi avvalgo della definizione di opposizione parlamentare offerta da de Vergottini, quale quella
<<attività diretta a controllare l’operato del governo, condizionandone o influenzandone
l’indirizzo, sulla base di un diverso orientamento programmatico e in vista di una futura
sostituzione della compagine governativa (opposizione-funzione), svolta da gruppi di minoranza
esterni alla maggioranza governativa (opposizione-organizzazione)>>12. Si tratta, cioè di quella
minoranza politicamente qualificata, che si è opposta all’investitura di un determinato governo,
ovvero che disapprova, attraverso il voto contrario, le scelte parlamentari che vengono compiute
a sostegno della politica generale governativa. Certo, ovviamente devono essere riconosciuti
diritti e spazi di intervento nella dialettica democratica, per consentire che l’opposizione possa
esprimersi, possa cioè esercitare il suo diritto a controllare e puntellare l’azione del governo e
della sua maggioranza 13 , nonché a manifestare il suo diritto a proporsi quale forza politica
alternativa per la gestione del potere. Quindi, la stabilizzazione istituzionale dell’opposizione

12 G. de Vergottini, Opposizione parlamentare, cit., 532


13 Che la funzione di controllo opera quale <<cartina di tornasole e come indice della stessa funzione
oppositoria>> è la tesi principale del volume di P.L. Petrillo, Controllare è governare. Suggestioni costituzionali
britanniche sulle “forme di opposizione” in Italia, Torino 2013

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parlamentare, quale parte integrante delle istituzioni, è da ritenersi uno degli indici di
democraticità di un sistema politico. Sul punto, può citarsi Giorgio Federico Hegel, il quale
coglieva nell’opposizione l’essenza e la giustificazione di un’assemblea di stati, <<che può dirsi
propriamente costituita solo se mette in luce al proprio interno un’opposizione [altrimenti] la sua
figura è quella di un partito o addirittura di un ammasso informe>>14.
Controllo della e alternativa alla maggioranza sono le funzioni più significative, sia pure non le
uniche, della opposizione parlamentare. Queste funzioni però possono svolgersi in maniera
chiara e lineare, per così dire, ovvero in modo confuso e quindi sostanzialmente inefficace. Mi
spiego. Premesso che, come già detto, l’importanza consiste nel fatto che sia comunque
riconosciuta l’opposizione e l’esercizio dei suoi diritti costituzionali, altro è come l’opposizione
può dispiegare in concreto la sua attività di controllo e come può costruire una valida alternativa
di governo. Qui si deve tenere conto dei cd. fattori extraistituzionali, primo fra tutti il sistema dei
partiti. E’ chiaro che se l’assetto partitico si fonda su un modello di tipo bipartitico, allora, il
rapporto maggioranza di governo e opposizione sarà semplice e definito. E’ il caso del sistema
parlamentare britannico, sul quale proprio de Vergottini ha chiaramente illustrato la sua
funzionalità nella monografia del 1973 dedicata allo Shadow Cabinet, individuando cioè nel
governo ombra l’attività che dà rilievo costituzionale all’opposizione15. Nel sistema britannico,
sebbene e nonostante concorrano alle elezioni più partiti, la sfida per la conquista maggioritaria
dei seggi uninominali alla Camera dei comuni si risolve fra soli due partiti, laburisti e conservatori:
dove uno diventerà il party government, l’altro sarà l’opposizione di Sua Maestà. In modo tale che a
un governo forte ci sarà una forte opposizione.
Certo, ci possono essere eccezioni, come le elezioni svolte nel 2010, dove ci fu lo hung parliament,
risolto con il patto di coalizione fra i conservatori e i liberaldemocratici16. Si trattò, a ben vedere,
di un problema riguardante soprattutto la maggioranza di governo, che non era più espressione di
un unico partito, ma non l’opposizione che venne comunque a essere rappresentata dal partito
laburista, che risultò perdente alle elezioni e quindi minoritario sia pure numericamente
rappresentativo alla Camera.

14 G.F. Hegel, Scritti storici e politici [1815-1817], ed. it., Roma-Bari 1997, 155
15 G. de Vergottini, Lo “Shadow Cabinet”. Saggio comparativo sul rilievo costituzionale dell’opposizione nel regime
parlamentare britannico, cit.; più di recente ha studiato il tema, F. Rosa, Il controllo parlamentare nel Regno Unito.
Un contributo allo studio del parlamentarismo britannico, Milano 2012
16 La vicenda è narrata e commentata da M. Olivetti, Le elezioni del 6 maggio 2010 nel Regno Unito: Westminster

adieu?, in Rass. Parl., n. 3, 2010, 747 ss. Che le elezioni del 2010 siano state un’eccezione per poi tornare,
con le elezioni del 7 maggio 2015, al party government, v. T.E. Frosini, Il Westminster model è vivo (e lotta
insieme a noi), in DPCE online, n. 1, 2015

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A parte questo episodio recente di storia costituzionale britannica, sul quale ovviamente non
posso soffermarmi, ciò che conta è che nei sistemi a tendenza bipartitica, la funzione e vorrei dire
anche la struttura dell’opposizione parlamentare si viene a manifestare in tutta la sua nettezza e
chiarezza, con il concorso di regole convenzionali legate alla cultura politico-istituzionale della
Gran Bretagna, che sono di assai difficile esportabilità 17. Per certi versi, salvo complicanze in
corso di legislatura, anche nel sistema bipolare, cioè dove ci sono due coalizioni di liste
tendenzialmente omogenee, o meglio tenute insieme in maniera apparentemente omogenea,
dovrebbe valere il meccanismo britannico, per così dire. E quindi, la coalizione che vince governa
e quella sconfitta fa l’opposizione. Recenti vicende italiane, che non sto qui a rievocare18, ci hanno
mostrato come questo meccanismo può entrare in crisi e produrre, da un lato, il disfacimento
della maggioranza di governo, dall’altro lato, lo sfarinamento dell’opposizione rendendone vana
l’azione di controllo. Più complesso è l’agire della opposizione parlamentare nei sistemi
multipartitici, dove ci sarà una maggioranza – sia pure di coalizione fra varie forze politiche – ma
vi saranno più minoranze: a quella numericamente più consistente le potrà essere riconosciuto il
ruolo di opposizione ufficiale, mentre le altre potranno fare anch’esse opposizione ma senza
riconoscersi in quella ufficiale, ovvero nel modo e nel metodo da questa perseguito19.

4. Opposizione, sistema dei partiti e sistema elettorale


Corollario a questo ragionare e argomentare intorno al sistema partitico e alla sua capacità di
strutturarsi su soli due versanti politici, è sicuramente il sistema elettorale e i suoi effetti sulla
forma di governo parlamentare. I temi e problemi della questione sono noti. Voglio però dire che
assumono una diversa caratterizzazione laddove studiati con l’approccio del politologo ovvero
del giurista costituzionalista. Infatti, il primo, sulla scia delle cd. “leggi di Duverger”, vede nei
sistemi elettorali i trasformatori del sistema dei partiti e quindi l’espansione o la riduzione degli
stessi20. Il giurista invece, che è tendenzialmente meno sensibile al tema dei partiti, inquadra gli
effetti del sistema elettorale nella dinamica del rapporto governo/parlamento nonché delle

17 Sul punto, e con riferimento alla (improbabile) ipotesi di emulazione in Italia, vedi quanto avevo già
sostenuto: T.E. Frosini, Suggestioni anglosassoni sulla forma di governo della Repubblica italiana, in Diritto e società,
n. 1, 2001 (ora in Id., Forma di governo e partecipazione popolare, terza ed., Torino 2008, 119 ss.)
18 Tra i numerosi scritti sul tema, segnalo il recente vol. Vent’anni di Costituzione (1993-2013). Dibattiti e

riforme nell’Italia fra due secoli, a cura di S. Sicardi-M. Cavino- L. Imarisio, Bologna 2015, 63 ss. e 161 ss.
19 Sul punto, con ulteriori specificazioni, v. A. Manzella, Opposizione parlamentare, in Enciclopedia giuridica, vol.

XXI, Roma 1990, 1 ss. e L. Mezzetti, Opposizione politica, in Digesto delle discipline pubblicistiche, vol. X, Torino
1995, 347 ss.
20 Il riferimento è a M. Duverger, I partiti politici [1951], tr.it., Milano spec. 247 ss.e 274 ss., su cui v. la

costruttiva critica di D.W. Rae, The Political Consequences of Electoral Laws, seconda ed., New Have, 1971

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categorie delle garanzie giuridiche 21 . E comunque considera il sistema elettorale un elemento
caratterizzante la forma di governo per la sua essenzialità al fine della costituzione della
rappresentanza, quale espressione della sovranità popolare22.
Allora, è chiaro che un sistema elettorale a effetto maggioritario, per usare una classificazione
volutamente generica, potrà favorire il formarsi di un più definito rapporto maggioranza e
opposizione, non tanto e non solo perché in linea di massima determina lo svilupparsi di un
bipolarismo, ma anche perché la vera ragione della contesa elettorale diventa la conquista della
disponibilità dell’apparato di governo, per assumere la forma di governo del Primo ministro
ovvero del cd. “Premierato” 23 . Come ha scritto de Vergottini già fin dal 1973, cogliendo un
percorso costituzionale non solo riferibile all’esperienza britannica: <<il governo, non il
parlamento, è oggi il punto focale del sistema politico, e i partiti che lottano per conseguire tale
risultato portano in ultima istanza di fronte all’elettorato i programmi che dovranno provocare o
una riconferma o una sostituzione nel controllo dell’apparato [di governo]. In vista di tale
decisione il parlamento è da considerarsi il foro, ma non l’unico, in cui vengono dibattuti i temi di
una “campagna elettorale continuativa” che viene combattuta dall’opposizione in vista di
modificare l’orientamento del corpo elettorale>>24.
I sistemi elettorali che precludono l’effetto maggioritario, come il proporzionale puro,
determinano, come noto, il formarsi di governi di coalizione, frutto cioè dell’accordo fra più
partiti dopo l’esito elettorale, e la difficoltà del delinearsi di una opposizione ufficiale, davvero
competitiva per l’alternanza di governo.
Queste dinamiche si consumano nell’alveo del governo parlamentare, che oramai è rimasto tale
soltanto in virtù del rapporto fiduciario25, il quale può assumere diverse forme di realizzazione.
Nel suo capitolo sulle forme di governo del Manuale di Diritto costituzionale comparato, quasi una
monografia sul tema 26 , de Vergottini distingue quella a) del cd. parlamentarismo maggioritario o a

21 In tal senso, cfr. M. Luciani, Governo (forme di), in Enciclopedia del diritto. Annali III, Milano 2010, 538 ss.,
che si pone in critica dialettica con L. Elia, Governo (forme di), in Enciclopedia del diritto, vol. XIX, Milano
1970, 634 ss.
22 Sul punto, v. quanto sostenuto in T.E. Frosini, Sovranità popolare e costituzionalismo, Milano 1997, spec. 229

ss.
23 Cfr. Il premierato nei governi parlamentari, a cura di T.E. Frosini, Torino 2004
24 G. de Vergottini, Lo “Shadow Cabinet”. Saggio comparativo sul rilievo costituzionale dell’opposizione nel regime

parlamentare britannico, cit., 46


25 Pertanto è ancora valida l’affermazione con cui si apre il volume di M. Galizia, Studi sui rapporti fra

Parlamento e Governo, Milano 1972, 1: <<Il rapporto di fiducia fra Parlamento e Governo forma il fulcro
intorno a cui si muove il tipo di governo parlamentare, qualsiasi figura particolare esso storicamente
assuma>>.
26 G. de Vergottini, Diritto costituzionale comparato, cit., 545-772

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prevalenza del governo, caratterizzata dal bipolarismo e da una maggioranza compatta; quella b) a
prevalenza del parlamento, caratterizzata da un pluripartitismo con una maggioranza tendenzialmente
instabile, anche perché non precostituita direttamente dalle elezioni; quella c) qualificata come
neoparlamentare 27 , introdotta in Israele nel 1992, utilizzata nel 1996 e cessata nel 2001 (a tale
categoria si può però ancora inscrivere la forma di governo comunale e regionale in Italia); d) a
tendenza presidenziale, ovvero quelle che più comunemente vengono definite semipresidenziali, sia
pure vanno specificate in punto di effettività; e) a netta preminenza presidenziale, presenti in alcune
esperienze latinoamericane. Infine, anche la forma di governo direttoriale svizzera ha delle
significative contaminazioni parlamentari, specialmente nella sindacabilità dell’operato
governativo da parte parlamentare.
Ovviamente, molti altri sono le questioni sottoposte ad analisi da de Vergottini nel suo lungo e
ricco excursus sulle forme di governo, specialmente l’insistenza per la funzione di opposizione
quale <<elemento determinante per riconoscere la forma di governo […] e come elemento
unificante delle varie “forme” abitualmente studiate nel quadro dello stato liberale. Sfumerebbe
quindi l’importanza della ricerca di elementi di tipizzazione della forma di governo parlamentare
(nelle sue varie accezioni), presidenziale, semipresidenziale, direttoriale>> 28 . Con quest’ultima
affermazione, ritorna la teoria di de Vergottini sulla forma di governo intrinsicamente collegata
con la forma di Stato, che si declina come “opposizione garantita” e che valorizza il principio
garantista della separazione dei poteri.
Ancora una volta, quindi, l’affermazione e la rivendicazione del costituzionalismo liberale, che si
deve imporre quale metodo fondante le democrazie e la gestione del potere attraverso le stesse.
Certo, nel quadro del costituzionalismo liberale, si deve tenere conto della capacità decisionale e
la efficacia costruttiva dell’azione di governo. E qui de Vergottini, specie nel suo già ricordato
volume su Le transizioni costituzionali, evidenzia il profilo della governabilità, che si deve affiancare,
per completarlo, a quello della democraticità degli ordinamenti. Infatti, la razionalizzazione delle
procedure decisionali si riscontra nella fase più recente del costituzionalismo, che è <<perseguita
rafforzando il momento monocratico rispetto a quello collegiale, sia aumentando i poteri del capo
del governo o del capo dello Stato, sia prevedendo forme di legittimazione popolare del suo ruolo
governante [quale] premessa a una più certa efficacia dell’incisività dell’azione di governo>>;

27 Su cui formulazione, v. A. Barbera, Riforma elettorale ed elezione diretta del premier: un’alternativa
neoparlamentare al presidenzialismo, in Democrazia e diritto, n. 2, 1990 (ora in Id., Una riforma per la Repubblica,
Roma 1991, 181 ss.)
28 G. de Vergottini, op.ult. cit., 563

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sebbene, chiosa prudentemente de Vergottini, <<non implica automaticamente il suo
successo>>29.

5. Per concludere, una nota sull’attualità costituzionale


Il richiamo finale alla governabilità, mi consente di chiudere questa relazione facendo un rapido
cenno all’attualità costituzionale. Ovvero, la nuova legge elettorale italiana e la riforma
costituzionale sottoposta al referendum confermativo. Lo dico sinteticamente, consapevole dei
limiti della sinteticità: la nuova legge elettorale, fondata (sull’eventuale) premio di maggioranza alla
lista vincitrice le elezioni, è destinata, con buona probabilità, a produrre un bipolarismo, forzoso
oppure no è questione che adesso qui non importa, e a incidere sulla forma di governo 30. Il
bipolarismo elettorale determinerà una lista vincitrice, che diventerà la maggioranza di governo, e
una perdente, che sarà numericamente l’opposizione ufficiale alla Camera dei deputati. E qui
vengo alla riforma costituzionale, che all’art. 64, secondo comma, prevede che “il regolamento della
Camera dei deputati disciplina lo statuto delle opposizioni”: costituzionalizzando così la funzione
dell’opposizione parlamentare e rimandando al regolamento per l’attuazione della norma. Mi
sembra una novella costituzionale importante, che eleva il livello garantista del nostro regime
politico. Vedremo poi come funzionerà in via di prassi. Certo, oggi siamo qui a onorare un
Maestro, <<il maggiore costituzionalista comparatista oggi attivo in Italia>> per dirla con
Bognetti31, al quale va senz’altro riconosciuta l’intuizione teorica, attraverso percorsi costituzionali
intrapresi fin dagli anni Settanta, che oggi trovano piena affermazione nella codificazione
costituzionale.

29 G. de Vergottini, Le transizioni costituzionali, cit., 29


30 In termini di valutazione positiva, A. Barbera, La nuova legge elettorale e la “nuova” forma di governo
parlamentare, in Quad. cost., n. 3, 2015, 645 ss.; in termini di valutazione critica, M. Volpi, Le riforme e la forma
di governo, in Rivista AIC, n. 2, 2015
31 Cfr. G. Bognetti, Diritto costituzionale comparato: a proposito dell’ultima edizione del Manuale di Giuseppe de

Vergottini, in Rivista AIC, n. 4, 2011 (§ 1)

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