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ARAB REPRESENTATION

INTRODUZIONE
Possiamo guardare allo studio di Rasheed El-Enany come ad un rovescio della medaglia dell’analisi
fatta da Edward Said in “Orientalismo”. Mentre Said ha raccontato la percezione occidentale
dell’Oriente, El Enany studia la rappresentazione dell’Occidente presente nei lavori degli
intellettuali arabi. Dall’invasione dell’Egitto di Napoleone nel 1798 fino ai giorni nostri gli
intellettuali arabi hanno visto l’altro europeo, occidentale, simultaneamente come un oggetto
d’odio e d’amore, un rifugio e una minaccia, un nemico da sconfiggere e un amico di cui si ha
bisogno. Una visione ambivalente che ha accompagnato tutto il periodo coloniale, così come anche
gli anni successivi. Nel vivace dibattito su come liberarsi del giogo coloniale, non era raro
imbattersi nel paradosso che la strada per la liberazione dal dominio occidentale fosse proprio
quella di adottare il modello di vita occidentale. Ovviamente nella lotta anticoloniale era molto
forte la posizione di ostilità all’Occidente, così come poi nel mito della costruzione nazionale in
Egitto dopo l’indipendenza il recupero delle tradizioni è stato al centro della narrazione. La
salvaguardia della propria identità e l’imitazione dei modelli dell’altro (in questo caso l’Occidente)
è stata una dicotomia imprescindibile dall’invasione napoleonica ad oggi. Se per Said l’orientalismo
ha costituito la struttura della giustificazione intellettuale per l’appropriazione dell’Oriente
attraverso il colonialismo, per El Enany la rappresentazione dell’Occidente degli intellettuali arabi
più che un’appropriazione rappresenta una emulazione. La loro rappresentazione dell’Occidente
mostra un senso di dicotomia, di ambivalenza che consiste nella simultanea attrazione e repulsione
verso il loro oggetto e verso la modernità in quanto vista come un prodotto occidentale. Sono
pressoché concordi nel pensare che la civiltà occidentale sia un sine qua non per il progresso, ma
essa è considerata anche un pericolo per l’identità, la tradizione, per quell’alta moralità, quella certa
spiritualità di cui l’Occidente è privo. Questa combinazione di desiderio e paura, il desiderio di
emulare e la paura delle conseguenze di ciò, ha portato ad un’attitudine schizofrenica nei confronti
della civiltà occidentale, che l’ha divisa falsamente in una serie di valori pratici che erano permessi,
e altri intellettuali che non lo erano. Salvo poche eccezioni, gli intellettuali arabi,
indipendentemente dall’epoca, non hanno mai demonizzato l’Altro europeo e non l’hanno mai visto
in termini sub-umani.
1 PERIODO PRECOLONIALE

Alla fine dell‘800 dopo il contatto dell’Europa con i Paesi Arabi (Nel 1789 c’è l’ arrivo in Egitto di
Napoleone), la politica fallimentare degli Ottomani e la superiorità tecnica, legale, sociale,
industriale dell’Europa provocano negli Arabi un senso di inferiorità e in alcuni casi, di repulsione.

AlJabarti (Egitto) scrive un’opera di storiografia contro l’Europa in quanto vede gli Europei come
di soldati di Satana, ma anche portatori di nuova cultura, scienza, ...

Niqula AlTurk (Libano) Scrittore Cristiano. Nella sua opera storiografica dice che l’Europa porta ad
una opposizione ai latifondisti, banditi, potere dell’esercito maggiore rispetto agli Ottomani.

AlTahtawi (Egitto) Scrittore inviato da Muhammad Ali in Europa per studiarla. Nell’ “Oro di
Parigi” parla di costumi, usi, arte, amministrazione e politica Francese. La Francia è un Paese
progredito a livello di giustizia e superiore ai Paesi Arabi, ma è povera come fede.

Shidiaq (Libano) Scrittore Maronita, traduce e viaggia a Malta, Turchia, Italia, Francia, Uk. Scrive
“Svelare le arti europee” e “Saq ‘ala alsaq” contro la turchizzazione e la modernizzazione forzata.
Lui osserva la vita reale della gente in bar, edifici, centri ecc Essendo molto aperto di mentalità, non
resta tanto sconvolto da prostituzione, omosex, la libertà delle donne, dalla possibilità di non
sposarsi. L’Europa è evoluta ma questo non vuol dire che sia priva di corruzione, infelicità, povertà,
vizi. Gli arabi sono secondo lui più chiusi, poveri di progresso ed evoluzione e più attenti alla
religione.

Francis Marras (Siria), viaggia per motivi medici da Aleppo fino in Europa (Ama Alessandria e
Parigi), dove secondo lui si svolge la “Vita Vera” di cui parla in “La foresta della Verità”, una sorta
di Rihlat Utopica. Descrive leggi, usi, costumi, modernità ecc.

Ali Mubarak (Egitto) è architetto, educatore, ufficiale e ministro presso i Khedivé e studia al Cairo
e Parigi. Scrive “ ‘alam Aldin” che è scritto sottoforma di Dialogo (Musammarat) su scienze,
religione, crezione, natura che fa con un English man che sta scrivendo un dizionario arabo. Infatti
lui e suo figlio lo accompagnano in questa ricerca in Francia ed Egitto. Si basa sul saj’, sulle
Maqamat e su Khalila wa Dimna, infatti a volte include citazioni, riferimenti, aneddoti, discussioni
ed è un’opera didatticain quanto a volte si parla di alcuni concetti tipo l’importanza della virtù (E’
una cosa personale, non comune e dipendente dall’esterno), della Storia Europea e Araba (L’Europa
ha subito un progresso di liberazione dall’Ignoranza, ma nel m.arabo la religione non è ignoranza, è
l’uomo che lo è) e di modernità (Bisogna prendere il meglio dall’Europa e dall’Altro).

Khayr AlTunisi, è uno scrittore liberista. In Aqwan Al Masalikfa delle ricerche sull’Europa su
politica, geografia, storia, economia, diritto e viaggia molto. L’Europa scioccherà il popolo arabo in
quanto non essi devono scegliere fra laicismo e religione, fra modernità e conservatorismo, infatti
c’è una lotta continua fra Jahid(Modernismo) e Jamid (Arretratezza) ma secondo lui il torrente
Europeo travolgerà tutti i Paesi circostanti senza possibilità di scelta, quindi avrebbe vinto chiunque
si sarebbe adattato.

AlTunisi è uno scrittore riformista che viaggiò in Europa. Fa delle descrizioni reali, secondo lui
l’Europa è migliore di Asia (Continente Felice e abbastanza sviluppato) e Arabi (Arretrati) e ne
traccia la storia del progresso con il raggiungimento della democrazia e del benessere, contro la
Monarchia e l’Ignoranza.
2 PERIODO COLONIALE
Dalla fine della prima guerra mondiale, molti paesi arabi erano sotto il potere Occidentale.
L’oppressione dell’Europa, ha ostacolato il raggiungimento di tali paesi della liberta e del
progresso. L’Europa dagli scrittori viene raccontata come l’Altro, sempre temuta e desiderata.
Impossibile da sconfiggere e ammirata per la supremazia nell’industria, nel governo e in ambito
sociale, nella produzione e nelle forze armate. Questa ammirazione paradossale la ritroviamo nello
scrittore egiziano Yusuf Idris, che nel 1950, cerco di spiegare questi sentimenti contradditori con
uno dei suoi personaggi, il quale amava ogni cosa dell’Europa, ma per quanto ammirasse tutto non
desiderava essere europeo. Già nel periodo post-coloniale si richiedeva cautela nell’emulazione
della civiltà occidentale, ad esempio Ali Mubarak già in quest’ epoca esprimeva il suo pensiero
attraverso un parlante falso chiamato Alam Al-Din, e l’antagonismo a tutte le cose occidentali
espresso, era una risposta naturale alla cultura dei colonizzatori.
Le prime manifestazioni di questa tendenza si vedono con lo scrittore e giornalista egiziano
Muhammad al-Muwaylihi, una delle sue opere è Hadith Isa Ibn Hisham, proposto come una serie
per la prima volta nel MIsbah al-Sharq, un giornale fondato col padre. Diviso in tre capitoli/articoli,
dove usa la figura di Isa Ibn Hisham per criticare la società egiziana di questo secolo, con un alto
senso di rappresentazione realistica. E attraverso le parole di Isa Ibn Hisham per rispondere alle
censure dei suoi colleghi, corrotti e che imitano ciecamente l’occidente. Nei suoi Hadith, al-
Muwaylihi cerca di persuadere gli Orientali che gli occidentali non sono cosi perfetti da dover
essere imitati in ogni cosa, anzi cerca di demistificare agli occhi degli orientali che l’occidente non
è il paradiso. Ma attraverso Isa Ibn Hisham, per quanto gli europei siano disprezzati sono allo stesso
tempo ammirati. L’ammirazione dell’autore per le giuste ragioni, come la conoscenza, la forza, la
scienza e l’inventiva. Anche se in un capitolo descrive gli Europei, quasi a malincuore, come dei
jinn del genere umano, e le scoperte scientifiche ottenute sono come delle conseguenze miracolose,
come se fosse dal punto di vista di un uomo primitivo. L’autore sottolinea l’intelligenza occidentale
per conquistare gli altri paesi, li definisce portatori di distruzione per le persone in pace , peggio
degli eserciti in tempi di guerra. Nella seconda parte dell’hadith parla dell’orientalismo francese,
che gli avrebbe dato l’occasione di seguire le orme di autori come al-Tahtawi ecc. cerca di
concludere il libro con una nota data dalla civiltà occidentale, e che ha creato gli egiziani moderni
da esso. Dove dei viaggiatori francesi, che fanno da guida diventano amici di alcuni orientali , e
quindi evidenzia la predisposizione verso gli orientali e la loro cultura, e non intolleranti alle loro
critiche, ma li informa che la civiltà occidentale nonostante i suoi difetti ha molte virtù.

Jurji Zaydan contemporaneo di Muwaylihi, scrittore di novelle libanese, che stabilitosi in Egitto,
fece un breve viaggio estivo in diverse città d’ Europa raccontandolo nel suo Rihla ila ‘Urubba (Un
viaggio in Europa). Il suo intento è capire cosa interessa ai lettori arabi, circa la civilizzazione che
hanno cominciato ad imitare diversi secoli fa, e che continua a preoccuparsi di ciò che è meglio. In
questa opera i paragoni tra Occidente ed Oriente sono poco presenti. Jurji Zaydan da conservatore
mostra all’estremo come è comune tra i suoi contemporanei modernisti e le generazioni successive
l’emancipazione delle donne europee e le abitudini sessuali. La civiltà europea che mostra e che
vorrebbe per il suo paese è molto ridotta e addomesticata.
Muhammad Hussayn Haykal politico, giornalista, biografo e romanziere. Inizia una nuova
generazione per la sua esperienza, nato e cresciuto sotto il potere Europeo. Questa generazione si
divide nel rifiuto del nazionalismo europeo come un’occupazione forzata e nell’abbracciare
l’intelletto europeo. Tale ambivalenza si riflette in molteplici modi e varie intensità. Gli è stato
attribuito il primo romanzo della letteratura araba Zaynab. Hussayn è uno dei padri fondatori del
ventesimo secolo della modernità in Egitto, scrisse un’opera intitolata Mudhakkirat. Mudhakkirat
di Hussayn è estremamente importante da un punto di vista intellettuale egiziano. Alcuni concetti
egiziani sull’occidente possono essere ritrovati in questi diari, e l’attitudine del giovane autore di
contemplare e osservare e il suo rapporto con esso, il più delle volte è privo di preconcetti. Lo scopo
dei diari europei di Hussayn è di omaggiare l’Europa ed elogiare l’Oriente, in cui è stata dimostrata
meno disillusione che in altri lavori di suoi contemporanei.
Tawfiq al-Hakim autore di un viaggio in Europa con scopi educativi, laureato in legge con poche
opportunità e volontà di praticare. E’ stato attratto dai più grandi incontri con la cultura occidentale,
soprattutto grazie al periodo trascorso a Parigi. I tre anni trascorsi nella capitale francese furono
cruciali per formare la sua coscienza come un giovane artista, e reindirizzarlo ad una carriera di
scrittore per il teatro. Usfur min al-Sharq (tradotto Bird of the East), è stata la sua prima
pubblicazione 1938, ha cercato di trattare il tema dell’incontro occidentale nella narrazione araba,
come hanno fatto diversi scrittori. Un altro dei suoi romanzi fu Awdat al-Ruh, il cui protagonista si
chiama Muhsin, è influenzato dall’esperienza personale dell’autore. Il parallelismo tra la vita
dell’autore e il romanzo sembrano prestino più attenzione alle idee diffuse in esso. L’idea
principale in Usfur è che l’occidente è materialmente forte e spiritualmente vuoto, mentre l’oriente
è debole e in balia dell’occidente, ed è la vera dimora dello spirito e della ricerca della luce per
l’umanità . il romanzo ci prepara per la sua spinta anti-occidentale già dal principio. In Awdah al-
Ruh è un lavoro multistrato, con uno strano nazionalismo sentimentale immerso in un idealismo
romantico. Nello stesso anno di Usfur pubblicò Tahta Shams al-Fikr (Under the Sun of Thought)
dove parla in modo rispettoso dell’Occidente, mentre l’Oriente ha raggiunto la ricchezza della
cultura europea. Questa visione pro-occidente (da un punto di vista culturale) è in linea con la
classifica generale di al-Hakim nell’arabo moderno, come un pioniere della modernizzazione
intellettiva. Una generazione liberale che esercita il proprio effetto modernista in Egitto con la
propria scrittura, o l’occupazione dell’educazione o governativa. Tawfiq al-Hakim è il fondatore del
dramma arabo, attraverso l’emulazione del modello occidentale.
Uno dei maggiori sostenitori di al-Hakim, per quanto riguarda alle nozioni sul materialismo
occidentale e lo spiritualismo orientale è Husayn Fawzi. in una delle sue opere Sindbad ila al-
Gharb (Sinbad in the west) senza riferimenti diretti a al-Hakim, rifiuta il materialismo occidentale,
nonostante sia presente, e sembra sia l’unico aspetto che l’Egitto voglia adottare dalla civilizzazione
occidentale. Inoltre nella sua opera presenta un personale punto di vista nazionale della storia
d’Egitto, il quale non sviluppa il suo intelletto parallelamente agli sconvolgimenti apportati dagli
europei.
Il siriano Shakib al-Jabiri allo stesso tempo di al-Hakim pubblica Qadar Yalhu a Damasco. Il suo
romanzo ha un valore storico, entro i canoni della narrazione siriana, è influenzata dal romanticismo
europeo e in gran parte autobiografico. Il protagonista/narratore ha studiato in Germania come
l’autore, penalizzato da un’incongruenza tematica, tormentata da una debole struttura della trama. E
a parte l’estrema sensibilità del protagonista tipica dell’eroe romantico, sono tutti sintomi di un
romanzo romantico. Il romanzo è una simpatica rappresentazione di se e dell’altro, il protagonista
Ala’ è orientato in una posizione di assoluto potere su Elsa, che rappresenta l’Altro Europeo. Lui
ricco lei povera, lui istruito lei analfabeta ecc. Ambientata in un periodo in cui la Siria era sotto la
Francia, così come altri paesi sotto il potere dell’Europa, l’inversione del potere relazionato nella
rappresentazione delle due culture è molto chiaro. Dopo averla abbandonata in attesa di un
bambino, l’autore li fa incontrare nuovamente a Beirut, lui non la riconosce e si innamora
gradualmente di lei, e lei prima di morire le rivelerà la sua identità. L’autore paragona Elsa
all’educatore di ‘Ala.
Taha Husayn è il più originale, il più radicale e influente autore dell’arabo moderno del ventesimo
secolo. Nato in un villaggio remoto dell’Egitto ed educato nella scuola Coranica del paese, ha avuto
la possibilità di studiare in Francia, è stato preparato per spostarsi in Occidente senza problemi.
Taha Husayn spiega ai suoi seguaci che non devono essere qualcosa di diverso da loro stessi come
diventare europei, ma devono riconoscere se stessi per cosa sono realmente, questo è il nocciolo del
suo libro Mustaqbal al-Thaqafa fi Misr (The Future of Culture in egypt). In questa opera Taha
Husayn cerca di separare l’Egitto dal così detto Occidente e posizionarlo senza un contesto
europeo. Paragona il modello Europeo alla vita e quello egiziano alla morte, in un articolo Bayna
al-Ilm wal-Din (between science and religious), rivede la storia della relazione tra i due concetti dai
tempi di Socrate fino al ventesimo sec . Per difendere il suo libro sostiene che per essere uguali agli
europei ed ottenere il loro rispetto, dovremmo vivere nel nostro paese in modo come essi vivono nel
loro paese, e approfittare della libertà del modi di fare. E l’unico modo è attraverso la scienza .
L’associazione tra Europa e vita, ed Egitto e morte si verifica di nuovo ad un livello più personale
quando studia in Francia, nel III vol. di Al-Ayyam, Descrive i suoi sentimenti a bordo della nave
verso l’Egitto, gli studenti furono richiamati dall’università per la crisi finanziaria, la sua principale
sensazione è come lo stiano riportando alla morte, sostenendo fermamente le sue idee espresse in
Mustaqbal fino alla fine. L’unico romanzo di Husayn che tratta il tema Occidente-Oriente in forma
di narrazione è Adib racconta di un giovane che va a studiare in Europa e affascinato dalla libertà e
da tutte le cose che l’Europa gli può offrire, nonostante continui a studiare non riesce a superare gli
esami ed impazzisce. Questa narrazione è presenta una giustapposizione delle due culture, una è
positiva (Europa) l’altra è negativa, l’autore spiega che essendo incompatibili tra di esse bisogna
trovare il giusto equilibrio tra le norme di una e quelle dell’altra cultura. Anche qui è difficile capire
quanto è finzione e quanto è realtà, è difficile distingue tra autore e narratore. Husayn sembra
raccontare la storia di un caro amico ben conosciuto in Egitto e un compagno di studi a Parigi che
non riconosce.
Ahmad Amin uscito dalla scuola egiziana, ha un maturo ed equilibrato approccio con la modernità
occidentale. Nel suo libro Al-Sharq wal-Gharb, porta l’attenzione sul ruolo della violenza coloniale
dell’Occidente generando antipatia in Oriente. Egli sostiene che se gli occidentali non avessero
utilizzato la violenza, sarebbe stata più facile la ricezione della civiltà moderna da parte
dell’Oriente. Però sottolinea anche che in contrasto con l’ingegnoso Occidente, lo sviluppo in
Oriente non è stato così naturale.
Ali al-Duaji scrittore tunisino di storie brevi, umorista e saggista. Si differenzia dallo stile familiare
dei libri di viaggio, vuole descrivere principalmente caffetterie, taverne ed altro. Umoristicamente è
destinato a divertire più che ad educare, tende a descrivere la bellezza e il fascino delle donne
europee, senza fare alcun paragone, parlando degli stereotipi visti da loro stesse e l’altro. Lo
stereotipo della donna occidentale come seduzione naturale può essere acquisito dalle donne
orientali solamente se hanno allontanato l’idea di castità.
Yahya Haqqi vicino di al-Hakim nel suo libro Qindil Umm Hashim (The Saint’s Lamp) offre una
visione simile ma allo stesso tempo diversa. Simile perché appare l’essenzialismo di al-Hakim dal
punto di vista orientale, in termini di spiritualità e in termini di materialità. E’ diverso perché non
diffama i valori occidentali né esalta quelli orientali. Le critiche più dure sono fatte per la propria
cultura dell’autore, perché sono fatte con affetto e comprensione più che con un’attitudine di rigetto.
La visione di Haqqi fin dall’inizio riconosce l’Oriente come un malato (Egitto) e l’Occidente come
il dottore che ha la cura, la diagnosi e la prescrizione sono questioni di principio e l’argomento
riguarda solo gli effetti e il metodo infallibile di applicare il trattamento. La struttura è semplice e
lineare, racconta l’incontro tra le civiltà. Il protagonista è Ismail, figlio di una famiglia egiziana,
viene mandato a studiare in Inghilterra , ritorna e oltre ad aver ottenuto la qualifica degli studi,
ritorna con nuove idee. Il suo obiettivo è unire e riconciliare le due parti, vive una crisi spirituale,
finché non è in grado di fare pace con se stesso e la società, ed imparare a riconciliare Est e Ovest, o
se stesso e gli altri. Ismail è il nome del profeta presente nel Corano, è il simbolo dell’Egitto
moderno che viene in contatto con l’Occidente, ed è scelto dall’autore per sottolineare la
dimensione religiosa nella costituzione dell’Egitto moderno. E’ contemporaneo di Tawfiq al-
Hakim, ma il punto di vista di al-Haqqi è diverso, un approccio più realistico alla questione che
versa sull’intelletto egiziano. Al-Haqqi è capace di distinguere tra Europa con un potere coloniale
che viene diffamata e deve resistere, e l’Europa come un sistema di valori che si sviluppano dalla
volontà umana nei vari secoli.
Louis (Luwis) Awad rappresenta la generazione di giovani che hanno studiato Taha Husayn,
Salama Musa ed altri, e mostra di essere l’estensione di tale generazione, sostenitore dei loro ideali
ispirati dall’occidente del secolarismo, liberalismo e democrazia. Si è fatto spazio per essere
considerato il rappresentante della rigenerazione, modernizzazione e secolarismo nella cultura
egiziana nella seconda metà del secolo, e trasmettere i valori della cultura occidentale ai propri
contemporanei e al mondo Orientale.

Dhu al-Nun Ayyub pioniere della scrittura in Iraq, simile a al-Jabiri in Siria ha contribuito al tema
dell’incontro tra le due civiltà.
Suhayl Idris oggi riconosciuto tra i classici della narrazione araba sul tema dell’incontro tra le due
culture. Come in Taha Husayn (Adib), al-Hakim (Bird of the East) and al-Haqqi (The Saint’s
Lamp), anche lui tocca il tema della sessualità tra i giovani studenti arabi e le donne europee. Il
narratore/protagonista arriva a Parigi da Beirut per studiare letteratura, dall’inizio la narrazione
paragona Parigi alla vita, alla vitalità e alla libertà, mentre Beirut è associato a nozioni opposte
negative. L’intera questione si riduce attraverso la relazione tra il senza nome libanese e ragazza
francese in primo piano, e le infinite fughe sessuali degli studenti arabi a Parigi in background. Vi è
un conflitto tra purezza sessuale e libertà o promiscuità sessuale. Il primo è associato all’Oriente e il
secondo all’Occidente. Anche se la purezza sessuale non è idealizzata ma è meno problematica
della promiscuità.

3 PERIODO POSTCOLONIALE
Il periodo postcoloniale è caratterizzato da: costituzione della Società delle Nazioni Unite nel 1945,
indipendenza delle colonie in Asia e in Africa dalle potenze europee tra il 1940 – 1960, l’emergere
di regimi con ideologie antimperialiste (Nasser in Egitto 1952-1970), nascita del Movimento dei
paesi non allineati nel 1955, in cui l’Egitto di Nasser ricopre un ruolo importante. Nasce un nuovo
spirito di fiducia nazionale che viene rappresentato nelle opere di Yusuf Idris (1927 1991).
Al-Bayda: autobiografia scritta nel 1955, ma pubblicata nel 1970. L’oggetto della fascinazione è la
potenza coloniale e quello dell’identità: come adottare un modus vivendi europeo restando arabi.
Idris presenta le problematiche culturali in termini di un incontro sessuale tra un uomo arabo
(egiziano) e una donna occidentale.
Madam Vienna: Darsh è un uomo sposato, padre e donnaiolo, stanco delle donne del suo paese.
Potrebbe essere stato inviato in Europa per una missione ufficiale, ma la sua vera missione è
conquistare una donna europea. Dopo tanti falliti tentativi, durante la sua ultima notte a Vienna,
Darsh si imbatte in una bellissima donna, sposata come lui. Darsh cercare in qualsiasi modo di
avvicinarla, ma non è sicuro di saper gestire la situazione: è un diavolo o un angelo? Ingenua o
sclatra? Quando lui tenta di baciarla, lei lo chiama africano conferendogli così una connotazione
razziale. Nessuno dei due conosce il nome dell’altro. Significativo è il nome di Darsh, nome
inconfutabilmente egiziano, la donna invece è descritta già a partire dal titolo, in cui è presente il
nome della città di cui lei ne incarna la cultura. Attraverso una serie di dettagli, Idris non fa altro
che descrivere l’immagine mitologica della donna occidentale che Darsh immagina nella sua testa.
L’ironia consiste nel ritrarre culture che si allontanano fra di loro piuttosto che avvicinarsi.
Al-lahza al-harijia ( The critical momento) pubblicato nel 1958. La trama è ambientata nella città
egiziana di Port Said durante l’occupazione anglofrancese e dopo la nazionalizzazione del Canale di
Suez da parte di Nasser nel 1956. Protagonista: giovane chiamato Said iscritto al movimento di
resistenza popolare che riceve l’addestramento militare in previsione dell’attacco previsto. Da una
parte, lui è un devoto nazionalista che vuole difendere il suo paese, dall’altra parte ha paura della
morte. Quando giunge il momento critico( titolo), il padre di Said , che nutre nei suoi confronti un
forte istinto paterno che annulla qualsiasi sentimento patriottico, chiude il figlio in una stanza per
evitare la sua partecipazione alla resistenza. Subito dopo, un soldato britannico,il cui nome è
George, irrompe nelle case per arruolare combattenti per la resistenza. Nella confusione che si crea,
il padre di Said viene ucciso. Said è pietrificato dalla paura, sebbene abbia una pistola e potrebbe
sparare attraverso la porta e affrontare il nemico, si cambia velocemente e nasconde la divisa sotto il
letto. Successivamente, il lettore verrà a sapere che la serratura della porta era rotta e lo sapevano
tutti anche Said. Said decide di dimenticare questo avvenimento poiché gli è stata data la possibilità
di combattere e di avere un confronto con l’altro. Considerando lo scenario nazionalista della trama
e particolarmente il fatto che è stato scritto dopo tutto ciò che era stato redatto nei libri di storia
araba, facendo riferimento allo scontro tra Egitto e Inghilterra, Francia e Israele, Idris è più che
giustificato se ha ritratto un soldato britannico antipatico. Nell’atto terzo George come Said ha
paura della morte, del confronto con l’altro. Nel secondo atto è significativa la scena in cui George
conversa con gli altri soldati, come fa Said con i suoi amici durante la resistenza. Questo
parallelismo tra le due scene è un atecnica che mira a mostrare l’essenziale identità umana di se
stessi e dell’altro, fino a quando una determinata circostanza storica conduce ad essere l’uno nemico
dell’altro. Idris spinge la situazione al di là di ciò che è realmente accettabile, nel momento in cui
George confonde il pianto di una giovane con quello della propria figlia Shirley. Sebbene il soldato
e la ragazza non conoscano bene l’uno la lingua dell’altra, il pathos della situazione mostra il
superamento della lingua e il soldato chiede perdono alla ragazza. George e Said si scontrano.
George viene ucciso mentre Said si riconcilia con se stesso. Non c’è nessun tipo di comunicazione
tra il soldato britannico e Said. L’io e l’altro sono irrimediabilmente inconsapevoli della loro
essenziale somiglianza e per questo continuano a distruggere l’altro.
Akana labudda an tudi i, al-nur ya Lili? (Did you have to turn on the light, Lili? Pubblicato nel
1971 nella collana Bayt min Lahm (A house of Flesh). Il personaggio principale è un giovane Imam
di una piccola moschea, che viene sedotto da una ballerina metà egiziana, metà inglese. L’Imam
rappresenta la cultura tradizionale, mentre la donna con la sua bellezza, nome straniero, sembra
perfettamente collocarsi all’interno della cultura occidentale. E’ ambientato in un quartiere
popolare, Batiniyya, nel cuore de il Cairo. Batiniyya è la tana dell’oppio, del seconda e dell’hashish.
I suoi abitanti sono trafficanti di droga. La storia si apre con la preghiera di una congregazione di
fedeli che si trovano nella fase finale della preghiera, nel momento in cui le loro schiene sono
inarcate, mentre l’Imam pronuncia le ultime parole. Il loro stato psico-fisico è alterato dalla droga
assunta durante la notte precedente, sono lontani dalla realtà, non riescono a sollevare le loro teste e
rimangono nella stessa posizione. La situazione è assurda, surreale: Idris descrive lo stravolgimento
del tempo, il voler rimanere legati al passato, isolati dalla realtà e dalla volontà di doverla
affrontare. Le difese dell’Imam crollano prima di vedere Lili seminuda, distesa sul suo letto. Lili si
avvicina all’Imam con il pretesto di avere lezioni private sulla modalità della preghiera. Lui rifiuta
conoscendo il reale motivo. Un giorno, mentre era sul balcone del minareto e chiamava i fedeli alla
preghiera, i suoi occhi incrociano quelli di Lili. Lascia la congregazione e dice a Lili che può darle
lezioni private. L’autore pone l’accento sulla diversità rappresentata da Lili, figlia di una povera
donna egiziana, nata da una relazione con un soldato inglese durante la II guerra mondiale. In
questo contesto si alternano luce e buio. Il buio è rappresentato dall’inconsapevolezza di essere
deboli, dall’isolamento dalla realtà, emblema di questo è l’imam, attratto dalla bellezza di Lili. Lili
seduce l’Imam solo per umiliarlo, ma nel momento in cui lui si concede, Lili spegne la luce (titolo).
La luce si spegne l’imam rimane al buio, nella sua disperazione, torna dalla sua congregazione
salvandola dal buio della disperazione eterna.
Al-Sigar ( The Cigar) è presente nella collana pubblicata nel 1982. La storia è raccontata in prima
persona e narra la storia di un incidente accaduto realmente all’autore. Sul volo Beirut Cairo, il
narratore egiziano ha la fortuna di sedersi vicino ad una donna europea, lui la chiama la regina della
Bavaria. Iniziano a parlare, lei gli dice che ha sempre sognato di visitare l’Oriente e che il Cairo è
sempre stato al centro dei suoi sogni. Cenano insieme, tutto sembra andare per il verso giusto fino a
quando lui non le offre una sigaretta, lei rifiuta educatamente, ma prende dalla borsa un enorme
sigaro ( una Churchill) che mette fra le sue labbra. L’atteggiamento del narratore/protagonista non è
molto diverso da quello di Darsh in’ Madam Vienna’, scritto 20 anni prima. Darsh era molto turbato
dall’audacia della donna austriaca a letto tanto da distoglierlo dalla sua femminilità.
Sirrihu al Bati è presente nella collana Hadithat Sharaf pubblicato nel 1958. La storia è ambientata
in un villaggio egiziano sulle rive del Delta del Nilo, il protagonista è un bambino, che è stato
sempre curioso di conoscere il mistero di Sultan Hamid, un villaggio santo, il cui santuario si trova
nei pressi di un cimitero fuori dal villaggio. Il santo è venerato dagli abitanti del villaggio sebbene
nessuno conosca la sua storia e le sue origini. In seguito all’esito positivo dell’esame, il padre del
bambino sollecita il figlio ad andare al santuario e accendere sei candele. Sebbene il bambino non
sia convinto dell’intercessione del santo sull’esito del suo esame, accende tre candele e con il resto
dei soldi compra dei dolci. Da quel giorno, il santo inizia a dominare i pensieri del ragazzo: i muri
fatiscenti del santuario crollano. Il bambino inizia chiedere informazioni riguardo il santuario agli
abitanti più anziani del villaggio, ma loro affermano che il santo non ha alcun legame con il
villaggio. Il ragazzo chiede aiuto allo shaykh dellla scuola coranica, il quale gli dice che il segreto
di Sultan Hamid può essere ricercato nel dhikr, o la ripetizione ritualistica del nome di Dio. Ben
presto capì la soluzione non l’avrebbe trovata nel dhikr ma nell’epiteto che di solito viene aggiunto
ai santi è shaykh e non sultan. Il mistero diventa una vera e propria ossessione tanto che il ragazzo
si ammala ed è costretto a dimenticare Sultan Hamid. Durante un’estate fa visita al villaggio e
ospita gli stranieri che passano per villaggio e ascolta le loro storie. Una volta, uno straniero che
aveva le sembianze di un derviscio disse: Non siamo un ordine. Siamo i figli del Sultan Hamid. Gli
racconta una storia intrisa di leggenda e di atti miracolosi compiuti da Sultan Hamid. Il ragazzo non
crede a ciò che dice il derviscio , si reca in biblioteca e non trova nessun libro che parli di un sultano
di nome Hamid che abbia mai governato l’Egitto. La svolta avviene quando il protagonista incontra
una donna europea alla quale racconta la sua ossessione per Sultan Hamid. Successivamente sarà
ossessionata anche lei da Sultan Hamid e insieme al protagonista conducono delle indagini. In una
lettera è scritto il momento in cui M. Clement arriva in Egitto per portare la civiltà nella terra
africana. Hamid era un contadino del villaggio fuggito all’armata francese. I contadini amputarono
le loro dita e si tatuarono dei segni per distinguersi dai francesi ed essere più simili ad Hamid, per
questo vengono chiamati i figli di hamid. Idris sottolinea il fascino culturale dei francesi volto
all’estinzione dell’identità. La perdita di identità è rappresentata da M. Clement, il quale ha visto la
luce in cambio di un piccolo sacrificio. Idris può essere definito romantico nell’idealizzazione degli
egiziani e intellettualmente naif nel utilizzo di un uomo francese come veicolo per esprimere le sue
opinioni.
Fathi Ghanim : al- sakhin wal al Barid( Il Caldo e il freddo) 1960, è una storia d’amore tra un
uomo egiziano e una donna svedese. Una storia d’amore che vede entrare in conflitto non solo le
due culture ma anche il concetto di amore stesso. Yusuf Mansur è un uomo d’affari egiziano che si
reca in Svezia per motivi di lavoro, è un playboy. Giunto in Svezia si innamora di Julia Johnrad,
moglie di un uomo molto più grande di lei e direttore di orchestra. Durante uno spettacolo teatrale,
julia e Yusuf si allontanano dal teatrp e fanno un giro all’interno della città di Stoccolma, ballano le
danze tipiche svedesi fino a giungere nella stanza in un hotel dove trascorrono insieme la notte.
Decidono di fuggire insieme in Danimarca. Il marito segue sua mogli in Danimarca e le chiede di
tornare insieme, Yusuf, che assiste alla scena si sente un intruso poiché Julia e suo marito parlano in
svedese, lingua che lui non capisce. Se da una parte Yusuf ritiene che l’amore sia la capacità di
andare oltre i confini religiosi, culturali, dall’altra parte Julia decide di tornare da suo marito. Il
romanzo mette a confronto l’affascinante e ardente Yusuf ( sakhin) con il gelido e algido marito(
Barid) di Julia. Viene presentato un amore genuino che viene sacrificato in cambio di
responsabilità e rispetto degli impegni presi.
Abd al Hamid Juda al Sahhar: Jisr al shaytan, 1962 ? e’ ambientato in Germania, racconta la
stotia d’amore tra un ingegnere egiziano Ali, sposato e con figli, e Annie una prostituta. Ali incontra
Annie durante un suo show in un nightclub. Si innamorano. I loro dialoghi sullo spirito e sulla
materia vengono valorizzati dai dialoghi interni con i loro diavoli, tutto incrementato da un crudo
simbolismo. L’eroina di al Sahhar viene trasportata da una vita di carnalità e prostituzione e verso
una di fiducia e devozione, Ali è la spiritualità dell’Oriente. Lo scrittore sembra rifarsi al tipo di
stereotipo in termini di spirito e materia caratteristico del periodo coloniale. Si evince una disputa
del materialismo dell’occidente da parte dei contemporanei di al Hakim.
Al- Tayyib Salih: La stagione della migrazione verso Nord, scritto nel 1960 nel periodo
postcoloniale, quando le memorie del colonialismo erano ancora vivide nelle coscienze nazionali
delle nazioni arabe diventate indipendenti. Salih presenta uno scontro e non un incontro di culture,
una visione sanguinosa lontana dalla riconciliazione. Narratore: protagonista della storia, altergo
dell’autore, rappresenta la generazione post coloniale, in bilico tra recupero delle tradizioni e
riforma dell’occidentalismo. Mustafa Said è il personaggio misterioso intorno al quale ruota la
storia, rappresenta la generazione vissuta in epoca coloniale formatasi intellettualmente grazie alla
cultura occidentale. Dopo sette anni di studi in Inghilterra, coronati da un dottorato in letteratura
inglese, il Narratore protagonista ritorna al suo paese natale, un piccolo villaggio sudanese alle rive
del Nilo. Dopo un primo momento di pace e dopo l'incontro con l'amatissimo Nonno, il Narratore
nota la presenza di uno straniero, un certo Mustafà Sa'ìd, molto diverso dai suoi semplici
compaesani: si tratta di un modesto proprietario terriero, molto rispettato nel consorzio agricolo del
paese. Progressivamente, questa figura diventa un vero e proprio assillo per il Narratore. Dopo vari
inutili tentativi di capire qualcosa del suo passato, sarà lo stesso Mustafà Sa'ìd a confessarsi,
raccontando al Narratore, in un lungo monologo, la turbolenta storia della sua vita. Mustafà Sa'ìd
non è infatti un contadino come tutti gli altri abitanti del villaggio: si tratta di un vero e proprio
intellettuale, un enfant prodige originario di Khartum che, grazie alle sue straordinarie doti, riesce
ad ottenere una borsa di studio per il Cairo. Qui incontrerà i suoi tutori inglesi, i Robinson e, grazie
alla loro intercessione, si recherà a Londra dove studierà economia, diventando così il primo
sudanese ad andare all'estero con una borsa di studio. Mustafà Sa'ìd diviene ben presto un
frequentatore e animatore dei salotti più alla moda, dove recita la parte dell'esotico seduttore
africano. Il suo fascino è tale da portare al suicidio ben tre sue amanti (Sheila Greenwood, Ann
Hammond e Isabella Seymour) spinte da una folle gelosia alla scoperta dei suoi numerosi
tradimenti. La situazione precipita dopo il matrimonio con Jean Morris, femme fatale, la prima
donna veramente amata da Sa'ìd, che spingerà Sa’id ad ucciderla durante un macabro rapporto
sessuale. Processato per l'omicidio di Jean Morris, dopo soli sette anni di prigione, Mustafà Sa'ìd
girerà il mondo per un periodo non precisato della sua vita; quindi si stabilirà nel piccolo villaggio
sudanese del Narratore, dove sposa Hosna Bint Mahmùd, che gli darà due figli. La romantica e
terribile confessione disturba profondamente il Narratore, che manterrà il segreto sul passato di
Sa'ìd come promesso. Il tema principale non è solo quello del disagio dell’intellettuale arabo diviso
tra speranza e tradizioni, valori della cultura e miserie materiali, ma è anche quello dell’unita
inevitabile tra il mondo arabo e quello cristiano, tra il nord e il sud del Mediterraneo. La storia del
protagonista è la presa di coscienza dell’io e dell’altro.
Abd al Majid bin Jallun: Fi al-Tufula, pubblicato nel 1957. Nato a Casablanca, si è spostato a
Manchester con la sua famiglia dove ha vissuto fino all’età di 9 anni, è ritornato a fez dopo il
fallimento dell’attività commerciale del padre. Bin Jalloun ha studiato a Qarawiyyin Mosque a Fez
e poi all’università de il Cairo. E’ morto nel 1981 prima di intraprendere la carriera da diplomatico.
I suoi scritti sono influenzati dalle opere di Taha Husayn , particolarmente I giorni. L’opera è
ispirata ad un evento accaduto nella vita dello scrittore: la morte di sua madre. Millie, una figlia dei
vicini, rappresenta l’atto di crudeltà poiché dice al bambino della morte di sua madre. In famiglia si
verificano altri lutti, i componenti della famiglia cercano di proteggere il ragazzo dal dolore della
morte. Il ragazzo, invece, fa di tutto per infrangere lo scudo del silenzio e scoprire la verità. Viene
aiutato da Millie, appartenente ad una famiglia greca, la quale fornisce al ragazzo un modello di
famiglia diverso volto a prendere coscienza della realtà. Lo scrittore descrive lo stupore infantile di
fronte alla grandezza del mistero della vita.

4 Il PERIODO POSTCOLONIALE (2)


La sconfitta araba nella guerra contro Israele nel 1967 rappresentò non soltanto una disfatta dal
punto di vista militare, ma fu anche un evidente sintomo del fallimento di un sogno nazionale
nell’epoca della post-indipendenza. Al posto del governo coloniale non emersero forme di
democrazia, liberalismo e ‘welfare state’, piuttosto cominciarono a delinearsi politiche restrittive da
parte dei governi autocratici. Questi ultimi reprimevano i cittadini molto più che durante il periodo
del colonialismo. Ad aggravare la situazione socio-politica intervennero una serie di politiche
disastrose, le quali condussero alla sconfitta dei militari e al declino economico. Tuttavia, il senso di
disillusione nazionale era affiancato da un desiderio di revisione generale in merito a ogni aspetto
della vita del cittadino. Gli intellettuali arabi fecero la propria parte trattando argomenti di confronto
e opposizione tra l’Occidente, materialista e corrotto, e l’Oriente, spirituale e morigerato. Come per
un tacito accordo tra gli scrittori arabi, il tema dell’incontro tra la cultura occidentale e quella
orientale nelle opere che risalgono agli anni post-1967 cominciò a richiamare sistematicamente altri
discorsi: la repressione politica innanzitutto, ovverosia il cliché dell’individuo schiacciato sotto il
peso del regime dittatoriale, in cui la libertà di espressione non esiste e i diritti umani sono un lusso
sconosciuto ai più. Di contro, l’altro, cioè l’occidentale, figura sul versante opposto, non più nei
panni di aggressore, con i suoi ideali di libertà e dignità individuale.

1. Sulayman Fayyad – “Aswat”


Lo scrittore egiziano Sulayman Fayyad (1929-) pubblicò nel 1972 il romanzo Aswat (Voci), punto
di svolta nella letteratura araba sul tema dell’incontro con l’Occidente, per la prima volta presentato
come una vittima dell’Oriente. All’inizio dell’azione, Hamid, uomo d’affari egiziano che ha vissuto
a Parigi, ritorna nel villaggio della sua infanzia sul delta del Nilo, dal quale era fuggito trent’anni
prima. Vi ritorna portando con sé sua moglie, Simone, per presentarle la sua famiglia e la sua
cultura d’origine. Il confronto vis-à-vis è tra Occidente, incarnato dalla donna francese, e l’Oriente,
rappresentato dalla comunità del villaggio. È un romanzo polifonico, poiché gli uomini del villaggio
raccontano la storia dal proprio punto di vista aggiungendo ognuno un tassello che condurrà alla
fine tragica di Simone. La scelta di un ambiente rurale per l’incontro tra le due compagini lo rende
ancora più radicale: da un lato, ci sono i valori civili dell’occidentale; dall’altro, la forza distruttiva
degli orientali. Già prima che l’incontro accada, il villaggio intero prova un senso di inferiorità nei
confronti dell’ospite francese. Pertanto, nuovi ponti e canali di irrigazione sono costruiti, le paludi
sono bonificate, le strade vengono illuminate e asfaltate. Per di più, agli abitanti del villaggio viene
imposto un nuovo codice di comportamento da osservare durante il soggiorno della donna. La
coppia è accolta con un ricevimento fastoso: tale scena è descritta dal punto di vista di un
personaggio, Mahmud al-Mansi, lo studente che più avanti nella storia diventerà amico di Simone e
fungerà da interprete tra lei e gli altri. Simone è una giornalista, che mostra dal principio la naturale
curiosità verso una cultura totalmente diversa dalla sua. La giovane cattura l’attenzione di tutti
diventando per gli uomini un oggetto del desiderio per la sua bellezza e semplicità; parimenti,
diventa per le donne un oggetto di invidia per la sua eleganza, educazione, vitalità e indipendenza.
Grazie a lei gli abitanti del villaggio acquisiscono consapevolezza di se stessi e si rendono conto del
grigiore che travolge le loro vite. L’incontro tra le culture si svolge attraverso una metafora
sessuale: in particolare, l’opposizione tra la sessualità libera di Simone e la sessualità repressa delle
donne del villaggio, tra la celebrazione del piacere da parte della prima e, di contro, la negazione del
piacere da parte delle donne che hanno subito l’infibulazione. Alla fine del romanzo, le donne arabe
sottoporranno anche lei con la forza alla mutilazione genitale. L’escissione del clitoride è
considerata da loro necessaria in quanto organo impuro, indice di lussuria e infedeltà coniugale.
Simone ne morirà, esangue. Così le forze dell’Oriente negano la vita agli innocenti occidentali che,
invece, la celebrano. La corruzione morale degli arabi è sottolineata dal comportamento del medico,
il quale consegna al capo della polizia un certificato di decesso falsificato in cui si parla di morte
naturale. In sintesi, questo romanzo inverte attraverso un gioco di ironia letteraria una tendenza di
testi che hanno sempre contrapposto la spiritualità orientale alla decadenza morale dell’occidentale
materialista. All’indomani della Guerra dei sei giorni, la prospettiva cambia: dal nazionalismo come
sfida al governo coloniale si passa al nazionalismo della disillusione nel periodo postcoloniale.
‘Voci’ equivale a un atto di condanna forte della propria cultura (soprattutto, alla luce della recente
sconfitta, cosiddetta an-Naksah) e, parallelamente, di elevazione della cultura dell’altro. In un
rimando di echi intertestuali, si consideri l’opera ‘Usfūr min al-sharq (Un passero dall’Oriente),
pubblicata nel 1938, dell’egiziano Tawfīq al-Hakīm. In questo romanzo, vediamo una donna
francese manipolare crudelmente il suo ammiratore egiziano al fine di riconquistare l’attenzione del
suo amante. Ciò che il testo suggerisce implicitamente è la sopravvivenza della mentalità europea
medioevale nel presente storico.

2. Sunallah Ibrahim – “Najmat Aghustus”


Tra gli scrittori egiziani, Sunallah Ibrahim (1937-) è stato l’unico ad aver trattato l’argomento
dell’incontro tra le culture in un romanzo dove l’altro è impersonato non è un personaggio
dell’Europa occidentale, bensì dell’Unione Sovietica. Il romanzo Najmat Aghustus (La stella di
agosto), pubblicato nel 1974, è ambientato nel sud dell’Egitto durante gli anni di costruzione della
diga di Assuan, considerata nella campagna di propaganda statale il ‘miracolo dell’uomo egiziano
moderno’, esattamente come le piramidi lo furono per i suoi antenati. In termini politici, la
costruzione della diga fu un atto di sfida nei confronti dell’Occidente dopo che gli Stati Uniti
decisero di non finanziare la suddetta opera strutturale e, dunque, punire l’Egitto a causa delle sue
relazioni strette con i paesi del blocco sovietico. Il romanzo è in parte documentario, ricco di
descrizioni, e nello stile di un reportage. La storia si basa sulla testimonianza oculare maturata
dall’autore durante una visita al sito nell’estate del 1965. Tuttavia, è tutt’altro che un romanzo
celebrativo, poiché il filo conduttore è la repressione politica. Nel corso della narrazione, le fasi di
costruzione della diga si alternano attraverso i flashback alle scene di prigionia politica nelle quali il
protagonista/narratore viene torturato. Il protagonista è un giornalista (la cui figura allude
chiaramente all’autore), imprigionato sotto Nasser durante un’epurazione marxista alla fine del
1950. La diga costituisce un atto di divinizzazione in onore del presidente egiziano, sebbene nel
corso dei lavori siano stati asserviti migliaia di operai. Accanto al tema della repressione politica
risalta il dolore generato da un desiderio sessuale inappagato: il protagonista e tutti i personaggi
maschili che ruotano intorno a lui durante le visite ad Assuan e ad Abu Simbel sono dei predatori in
cerca di prede femminili. Le poche turiste europee – in particolare, quelle russe – che attraversano
la città e lavorano al progetto sono l’oggetto dei loro desideri. L’incontro tra Oriente e Occidente
avviene in una sola occasione, quando l’anonimo giornalista deve raccogliere materiale per redigere
alcuni articoli e si rivolge a una segretaria russa di nome Tanya. L’approccio è di natura puramente
sessuale ma limita la libertà dei due individui poiché si svolge in segreto. La loro unione, infatti,
potrebbe mettere a repentaglio la carriera della segretaria e avere gravi ripercussioni anche sulla
sorte del protagonista. L’incontro furtivo e clandestino è messo in parallelo con le operazioni di
scavo, come se la coppia formata non fosse che un altro aspetto della collaborazione tecnica tra
l’Unione Sovietica e il regime di Nasser. Ciononostante, gli esponenti delle due culture non sono in
conflitto tra di loro né si fanno portatori di valori diversi. Ciascuno è vittima della repressione e ne
soffre. Pertanto, il romanzo anticipa altre storie sulla ‘riconciliazione culturale’, come vedremo in
seguito nelle opere dell’egiziano Baha Tahir.
3. ‘Abd al-Hakim Qasim – “Muhawala lil-Khuruj”
Contemporaneo di Sunallah Ibrahim fu l’egiziano ‘Abd al-Hakim Qasim (1935-1990), autore del
romanzo Muhawala lil-Khuruj (Un tentativo di fuga). Il romanzo è stato scritto durante gli anni del
governo di Nasser (1956-1970), ma pubblicato durante il governo di Sadat (1970-1981) all’inizio
degli anni Ottanta. Non solo il protagonista è un romanziere come l’autore, ma porta anche lo stesso
nome, spesso abbreviato in Hakim. Il romanzo è incentrato su una storia d’amore che evolve
rapidamente tra Hakim e una giovane donna svizzera di nome Elspeth, in visita al Cairo come
turista. Hakim le fa fare il tour del Cairo e la porta a visitare il suo villaggio natale, dove egli vive
con la sua famiglia. Il tour assume i connotati di un’esplorazione della miseria, dello squallore e
dell’oppressione in cui gli egiziani moderni vivono, sia al Cairo che nell’ambiente rurale. Il
racconto ricorre sistematicamente tramite l’analessi ai ricordi di infanzia del protagonista/narratore,
i quali si arricchiscono fino al punto di integrare avvenimenti storici dell’Egitto. In questo contesto,
crescono i sentimenti di empatia e di amore tra l’uomo egiziano e la donna svizzera. Al contrario di
Hakim, Elspeth è felice e spensierata; non porta il peso del passato e del presente, anche se come lui
proviene da una famiglia di contadini. La donna non riesce a capire perché il suo amante si ostini a
non volere una vita diversa per sé. Così quando lei gli offre la possibilità di andar via – evocata già
nel titolo – l’uomo rifiuta la felicità personale a costo di rimanere insieme ai suoi concittadini. La
cultura del protagonista/narratore lo porta a respingere i suoi sogni e le sue aspirazioni e lo getta in
un continuo stato di tensione. La paura attanaglia i cuori dei due amanti, circondati dalle occhiate di
un ambiente ostile e invivibile. Alla fine del romanzo, la donna ritorna in Svizzera e abbandona il
protagonista al suo destino. In virtù di tale epilogo, l’autore vorrebbe farci credere che la cultura è il
proprio destino e non vi è alcun modo di sfuggirvi. Neppure l’amore può vanificare il clima di
repressione che stronca sul nascere l’anima del cittadino e poi lo condiziona per tutta la vita. Infine,
Hakim si rassegna al fato decretando il fallimento del suo tentativo di fuga. Anche nel romanzo
Qadar al-Ghuraf al-Muqbida (Il destino della camera opprimente), pubblicato nel 1982, ‘Abd al-
Hakim Qasim è interessato a ritrarre l’incontro con l’altro. Il romanzo è in buona parte
autobiografico e racconta il calvario di un individuo in trappola. Per quanto l’uomo sia consapevole
della sua situazione, questi non può evitare di soccombere alla povertà. L’autore impiega la
metafora della prigione per rendere questa morsa infernale. Solo nelle ultime pagine del romanzo, il
protagonista, ‘Abd al-Aziz, riceve un invito da una fondazione religiosa tedesca per visitare Berlino
Ovest e trascorre qualche giorno lì, dove l’oppressione degli edifici egiziani cede il passo alla
descrizione dello splendore architettonico della metropoli. Tuttavia, il personaggio non riesce a
integrarsi, poiché gli europei hanno paura dello straniero venuto dall’Oriente. ‘Abd al-Aziz
comincia a svolgere lavoretti umili per mantenersi e in questo modo viene a scoprire che anche
nella grandissima città esistono camere opprimenti. È sconvolto dal divario tra l’agiatezza in cui
vivono i ricchi e lo squallore dello spazio in cui versano i sotto-privilegiati, sia al Cairo che a
Berlino. Il tema ha dunque una dimensione universale al di là di particolari culture e sistemi socio-
politici.

4. Muhammad Zifzaf – “Al-Marun wa l-warda”


La repressione politica messa in pratica dallo stato di polizia e raccontata nel romanzo di ‘Abd al-
Hakim Qasim va di pari passo con un romanzo dello scrittore marocchino Muhammad Zifzaf
(1946-2001) dal titolo Al-Marun wa l-warda (La Donna e la rosa), pubblicato nel 1971. Il Marocco
diviene un protettorato controllato dalla Francia a partire dal 1912 e ottiene l’indipendenza nel
1956. La storia è ambientata sulla costiera turistica di una città spagnola, Turi. Il
protagonista/narratore, Muhammad, è un uomo di circa 30 anni, di umili origini. È disoccupato,
frequenta criminali e trafficanti di droga, ed è ossessionato dal sesso. Il libro si sviluppa a partire
dall’incontro casuale tra Muhammad e un marocchino emigrato in Europa. Il secondo racconta al
primo le sue esperienze di vita parlando del Marocco come un luogo di repressione e dell’Europa
come la vera patria delle libertà. Così Muhammad decide di partire per la Spagna, dove incontra una
ragazza danese di nome Suz. Quello che inizialmente nasce come un rapporto sessuale si sviluppa
poi in qualcosa di più profondo. Muhammad è in crisi e si sente disorientato anche a causa del
disagio culturale. Un tema ricorrente nel romanzo è, come anticipato, la repressione permanente,
che annienta completamente l’identità dell’individuo. Muhammad ha sempre paura della polizia
spagnola, nonostante la legittimità del suo status. La sua vita in Spagna appare come un
prolungamento di quella in Marocco e non offre promesse di salvezza al protagonista, benché la
conoscenza della donna europea sia in effetti una speranza di fuga. Probabilmente, tale disfattismo è
dovuto al fatto che il romanzo è stato scritto quando la Spagna era sotto il comando del generale
Franco, al potere negli anni 1939-1975. Alla fine del romanzo, Muhammad sceglie di ritornare a
Casablanca, tuttavia invia una cartolina a Suz in cui le confessa il suo amore. L’uomo ha bisogno di
essere salvato e il suo potenziale salvatore è l’amore per una donna europea.

5. Walid Hajjar – “Trilogia della ricerca di sé”


La disillusione nazionale sentita dagli scrittori egiziani è condivisa dai loro contemporanei siriani
nell’arco degli anni 1970-1990. La Siria ha subito come l’Egitto la sconfitta nella guerra contro
Israele nel 1967 e l’occupazione dei suoi territori nelle alture del Golan. Lo scrittore Walid Hajjar
(1931-) scrive la “Trilogia della ricerca di sé”, composta da Al-Suqut ila A’la (Caduta verso l’alto,
1973), Musafir bila Haqlib (Un viaggiatore senza bagaglio, 1979), e Rihlat al-Naylufar (Il viaggio
della Ninfea, 1984). Gli eventi narrati nel primo e nel secondo libro della Trilogia sono situati più
avanti nella cronologia degli eventi rispetto a quelli narrati nel terzo. In realtà, i romanzi non
dovrebbero essere letti in ordine di pubblicazione: l’ordine giusto è secondo, terzo, primo. Hajjar ha
creato un’opera monumentale con un gran numero di personaggi (alcuni fittizi, alcuni storici), un
numero eccessivo di temi, trame e sotto-trame. L’unità d’insieme è garantita dalla continuità della
narrazione: la voce narrante è quella di un uomo francese, in alcuni casi alternata a quella del suo
amico, il protagonista siriano, Firas, o Maxime (il suo nome francese). L’azione si sviluppa nel
decennio 1950-1960 e si sposta liberamente tra Siria, Francia, Germania, Spagna, Algeria, Italia,
Svizzera e Arabia Saudita. Vi figurano i personaggi più disparati, dagli studenti squattrinati del
quartiere latino di Parigi ai combattenti della resistenza algerina durante la colonizzazione francese.
Firas arriva a Parigi nel 1950 e adotta l’identità di un aristocratico russo esiliato a causa del suo
disprezzo per la cultura araba. Lì si avvicina allo studio della musica classica e dell’arte, ricalcando
il percorso biografico dell’autore. A Parigi si mescola con altre nazionalità occidentali, ma è così
totalmente assorbito dalla sua nuova identità che decide di unirsi alla legione straniera francese e
lottare per la Francia contro la resistenza algerina. Mentre viaggia attraverso la Spagna verso
l’Algeria, si ferma a Alhambra di Granada. Tra le meraviglie artistiche e architettoniche, il luogo
prende vita e davanti ai suoi occhi si ricrea la grandezza della civiltà araba con la quale il
protagonista tenta una riconciliazione. Grazie a un evento fantastico, Firas aderisce alla cultura
nativa che aveva dapprima rigettato. In Algeria si unisce alla legione straniera al fine di lavorare
come spia per gli indigeni. Infine, rifiuta di tornare nuovamente in Europa e si stabilisce a Damasco,
che non rappresenta il traguardo finale di salvezza, in quanto egli resta coinvolto in una rete di
contatti legati a motivi di interesse verso il petrolio.

6. Yasin Rifaciyya – “Masra’ al-Mas”


Lo scrittore siriano Yasin Rifaciyya (1934-) nel suo romanzo Masra’ al-Mas (L’assassinio di
Almas), pubblicato nel 1981, ambienta la storia a Damasco durante il mandato francese (1923-
1943). Almas è un delinquente, tanto amato quanto temuto dagli abitanti del suo quartiere, dove
sembra dominare incontrastato sulla vita della gente e operare contro i francesi con apparente
impunità. La lotta contro gli occupanti francesi domina l’azione e detta il codice morale dell’uomo:
i collaboratori vengono uccisi senza pietà, mentre quelli incapaci nella lotta contro i francesi sono
osservati sotto l’occhio vigile di Almas. Su questo scenario di conflitto e spargimento di sangue, il
romanzo introduce una storia d’amore tra un ufficiale francese e una semplice ragazza siriana senza
istruzione, di nome Imtithal. L’ufficiale, molto più vecchio della ragazza, è infatuato della sua
giovinezza e bellezza. L’infatuazione si trasforma in un sentimento profondo e l’uomo, invece di
sedurla, si converte all’Islam per consumare il loro amore in un matrimonio segreto. Nel frattempo,
il fratello della ragazza sospetta i suoi andirivieni e la uccide perché ha macchiato l’onore della
famiglia. Tutto questo accade mentre la ragazza stava pressando il colonnello francese per ottenere
la scarcerazione di suo padre, precedentemente condannato all’ergastolo per aver ucciso uno dei
collaboratori dei francesi. L’amore per la ragazza porta il colonnello a negare la sua identità: non
solo si converte, ma adotta il punto di vista dei siriani al fine di convincere le autorità francesi a
liberare l’uomo imprigionato. Agli occhi dell’ufficiale, il padre di Imtithal non è più un assassino,
ma un combattente votato alla causa della nazione. Malgrado la morte dell’amata, l’uomo conserva
immutata la propria fede finché si ritira dall’esercito e ritorna in Francia per il resto dei suoi giorni.
Parallelamente, la moglie del colonnello, Josephine, si innamora di un siriano. Il romanzo gioca
sugli stereotipi dell’occidentale e dell’orientale sullo sfondo dello scontro tra colonizzatori e
colonizzati.

7. Hanna Minah – “Al-Rabi’ wal-Kharif”


Lo scrittore siriano Hanna Minah (1924-), esiliato politico in Cina e Ungheria, pubblica il romanzo
Al-Rabi’ wal-Kharif (Primavera e autunno) nel 1984. Insieme al leit-motiv dell’incontro culturale
con l’Europa, altri temi sono l’esilio, l’impegno politico, l’amore e la creatività artistica. Attraverso
le tecniche del realismo e il punto di vista di un narratore onnisciente, Minah offre una visione di
riconciliazione in cui il ‘sé’ e l’altro sono in armonia. La storia è ambientata a Budapest, capitale
del comunismo in Ungheria, per cui l’altro non è un europeo occidentale bensì un rappresentante
del blocco orientale. Quest’informazione è interessante, perché l’Ungheria non ha avuto un passato
di imperialismo in Medio Oriente. Un’operazione simile era stata già compiuta nel romanzo Najmat
Aghustus di Sunallah Ibrahim, ambientato in Egitto, laddove quello di Minah è collocato a
Budapest. Come l’autore, il protagonista, Karam al-Mujahidi, è un romanziere siriano in esilio per
motivi politici, che è fuggito durante l’epurazione comunista compiuta dal regime nel 1959 a
Damasco e ritorna in Siria solo dopo la sconfitta araba nella guerra contro Israele. Tuttavia, i motivi
precisi che si celano dietro l’esilio di Karam non sono chiari, ma si può supporre che la causa sia il
suo idealismo di sinistra in opposizione al potere. Il suo esilio lo porta prima in Cina, dove insegna
l’arabo per cinque anni, poi in Ungheria, di nuovo in qualità di docente universitario. Un forte
elemento autobiografico pervade l’opera. Sia la Cina che l’Ungheria sono governati da regimi
comunisti, ma i riferimenti a Pechino sono negativi in contrasto con un atteggiamento più benevolo
verso Budapest. Karam è, inoltre, un collezionista di antiquariato, che ha l’abitudine di accumulare
oggetti durante i suoi viaggi. Nel suo appartamento di Budapest ha, infatti, esposto un piccolo
museo di cimeli. La sua ricca collezione ha un impatto mozzafiato sui visitatori, in particolare sulle
donne. Karam ha una relazione simultanea con due donne ungheresi, Piroska ed Erika: la prima è
una studentessa universitaria, l’altra è una cantante. Entrambe si innamorano di lui, ma Karam non
nutre che affetto per loro. Alla fine del romanzo, Karam abbandona le donne che lo amano e la vita
confortevole di Budapest per tornare a Damasco, dove viene arrestato al momento dello sbarco in
aeroporto. Mentre viene trasportato in un veicolo di sicurezza, guarda dal finestrino la luna, sorride,
pensa a se stesso e chiude gli occhi. In sostanza, Minah vuole veicolare l’idea che per lo scrittore in
esilio la patria sia il più grande amore. Ma non vi è alcuna dicotomia tra Oriente e Occidente o
allegorizzazione dei personaggi.

8. Khayri al-Dhahabi – “Al-Tahawwulat”


Lo scrittore siriano Khayri al-Dhahabi (1946-) offre uno dei più recenti approcci al tema
dell’incontro con l’Occidente nella trilogia Al-Tahawwulat (Metamorfosi). Sulle orme della Trilogia
di Nagib Mahfuz, si tratta di un roman fleuve che racconta la storia di tre generazioni della famiglia
damascena al-Jawqadar. I tre volumi sono stati pubblicati nel corso di undici anni e ciascuno porta
il nome del personaggio principale: Hasiba (1987), Fayyad (1990), e Hisham aw al-Dawaran fil-
Makan (Hisham o il giro nello spazio, 1998). Il primo romanzo inizia nei primi giorni del mandato
francese in Siria nel 1920 e il terzo converge nell’attualità recente. Nello specifico, è nel secondo
romanzo che l’incontro con l’Occidente assume un particolare rilievo tematico. La presentazione
del conflitto Occidente-Oriente è resa attraverso il personaggio di Fayyad che cresce a Damasco
come figlio adottivo di due genitori francesi, Roger e Mathilde le Blain. La coppia infertile ha pietà
del pastorello orfano e lo adotta, dopo che un raid aveva massacrato gli abitanti del suo villaggio nel
nord della Siria. Il rapporto tra colonizzatore e colonizzato si arricchisce di complessità. I coniugi
gli danno la migliore istruzione e il bambino cresce a Damasco come un vero francese. In seguito,
Fayyad trascorre diversi anni a Parigi come studente e di ritorno in Siria è coinvolto nella lotta
nazionalista contro l’occupazione francese. La contrapposizione netta tra i francesi, liberali ed
egualitari nel proprio paese, ma oppressori arroganti e colonizzatori in Siria stupisce Fayyad. Il suo
stupore, misto a delusione, per una Francia colonialista è raccontato dall’autore onnisciente, che lo
ricollega attraverso un parallelismo alla responsabilità presunta dell’Occidente per la creazione di
Israele e, infine, per la sconfitta del 1967. La rinuncia di Fayyad alla propria identità francese
durante la lotta per l’indipendenza lascia irrisolto il conflitto tra le due culture. Infine, Fayyad va a
combattere in Palestina nel 1948 e torna da nazionalista deluso a condurre una vita solitaria.
Il secondo romanzo è ambientato nel XII secolo nel Castello di Shayzar, dove il famoso poeta
principe arabo Osama Ibn Munqidh (1095-1188) ha combattuto con Saladino contro i crociati e ha
raccontato la storia nell’autobiografia Kitab al-I’tibar (Il libro della riflessione). In questo caso,
Fayyad, che è cresciuto a Shayzar prima di essere adottato dai suoi genitori francesi, è destinato a
essere visto come la moderna reincarnazione del guerriero e poeta medievale. L’esperienza del
mandato francese è registrata nel diario di Fayyad, che suo figlio, Hisham, trova e pubblica,
fornendo in tal modo una storia fittizia parallela all’autobiografia storica di Osama Ibn Munqidh. Il
primo romanzo ha un seguito, perché al-Dhahabi vede il rapporto Oriente-Occidente come l’anello
di una catena incompiuto, dal momento che l’Occidente non è stato ancora assolto dal suo passato
coloniale sanguinario, o almeno così sembra fino alla terza parte della trilogia, che arriva più o
meno fino ai giorni nostri. Hisham è un bambino trascurato che cresce in una casa senza padre e con
una madre che ha perso l’equilibrio mentale dopo la scomparsa di Fayyad. Se Fayyad racconta la
storia di un uomo che nega l’altro per affermare la propria identità durante la lotta contro il
colonialismo, Hisham è la storia del figlio che compie il percorso inverso nel periodo della post-
indipendenza. Dopo il fallimento del progetto nazionalista e la nascita dei regimi totalitari, Hisham
va a studiare in Europa, dove sposa una donna tedesca di nome Olga e diventa uno scrittore
acclamato, più che convinto di voler troncare ogni rapporto con il suo passato. L’Occidente,
simboleggiato da Olga, non appare più come un temibile oppressore, piuttosto la donna soffre
cercando di aiutare l’Oriente, ovvero Hisham, a superare la sua identità culturale araba per
immergersi con tutto se stesso nell’identità europea. A un certo punto, Hisham è costretto a
confrontarsi con il vecchio se stesso quando sorprende in casa sua la figlia adolescente nuda a letto
con un ragazzo e la prende a schiaffi. La figlia cade giù per le scale e muore all’istante. Hisham va
in prigione e Olga si toglie la vita. Una volta uscito dal carcere tedesco, Hisham ritorna a Damasco
per affrontare una volta per tutte gli spettri del passato, ma l’esito di tale confronto è incerto. Nella
visione dell’autore, non si può sfuggire alla propria identità né cancellare il passato prendendo in
prestito una qualsiasi altra cultura.

9. Baha Tahir – “Bil Amsi Halumtu Biki”, “Ana’ al -Malik jitu”, “Al-Hubb fi al-Manfa”
Lo scrittore egiziano Baha Tahir (1935-) nel decennio 1980-1990 ha riversato nei propri racconti
l’esperienza personale di esiliato in Europa. Negli anni 1981-1995, Tahir ha lavorato presso
l’Ufficio delle Nazioni Unite a Ginevra in seguito alla marginalizzazione della classe intellettuale di
sinistra nell’era post-Nasser. Il tema dell’incontro culturale è permeato da una visione di tolleranza
e fraternità finora sconosciuta nelle opere degli scrittori arabi. Tale visione trascende gli scontri del
passato e le differenze politiche del presente al fine di concentrarsi sulla sofferenza insita nella
condizione umana. Nel 1984, Baha Tahir pubblica la sua raccolta di racconti, Bil Amsi Halumtu Biki
(Ieri vi ho sognato). Il protagonista è un intellettuale egiziano che narra in prima persona la propria
storia a partire da quando è emigrato in terra straniera dopo il crollo dei suoi ideali in patria. Gli
egiziani che vivono in Svizzera sono tutt’altro che felici, poiché si sentono alienati in una società
ostile, la cui inospitalità è sottolineata dal rigido clima invernale e dalle temperature sotto lo zero.
Tahir utilizza il narratore egiziano per incarnare l’Oriente e una ragazza bianca di nome Anne Marie
per l’Occidente. Ma i valori culturali attribuiti ai personaggi non sono facilmente identificabili,
perché il testo è ricco di simboli. I due personaggi sono individui, e non stereotipi culturali, e
condividono un senso di smarrimento di fronte al mondo nonché una certa attitudine idealista. Ciò
malgrado, l’uomo egiziano ha una propensione verso il laicismo, laddove la donna europea è
inaspettatamente una figura spirituale, ritratta come una persona mentalmente instabile, che si
avvicina al protagonista in cerca di aiuto ma poi finisce per suicidarsi a causa delle proprie
frustrazioni. In questa storia, Baha Tahir sembra aprire nuovi orizzonti presentando Oriente e
Occidente come alleati e vittime del dilemma di esistere.
In un altro racconto Ana’ al -Malik jitu (Io, il re, sono venuto), pubblicato nella raccolta omonima
nel 1989, Tahir racconta la storia di un amore tra due rappresentanti dell’Oriente e dell’Occidente.
Farid è un medico egiziano e Martine è una donna francese. I due si sono conosciuti da studenti
presso l’Università di Grenoble. La qualità ultraterrena e mistica del loro amore rende la prosa
suggestiva. Non solo si tratta di un amore fuori dal comune, ma Martine è descritta come una donna
troppo dolce e innocente per far parte di questo mondo, tanto è vero che la follia si impossessa di
lei, prima che la coppia riesca a sposarsi. Pochi mesi prima di impazzire, Martine aveva visitato
l’Egitto ed era rimasta rapita dalla bellezza di quella terra. Non potendovi subito ritornare, la donna
prova un profondo dolore e si immerge per diversi anni anima e corpo nel lavoro, finché
d’improvviso parte misteriosamente per un viaggio attraverso il deserto occidentale dell’Egitto,
come se avesse ricevuto una ‘chiamata’. Alla fine, Martine raggiunge la sua destinazione: il tempio
di Aton. Qui la narrazione si fa simbolica ed evocativa: un tempo, il faraone Akhenaton era venuto
in questo tempio dopo aver lasciato la moglie al fine di unirsi con il dio del sole. Martine è, dunque,
la regina abbandonata e Farid è il re colpevole, il quale ha abbandonato una donna amorevole per
un’illusione metafisica. Pertanto, il protagonista è pentito ed è pronto a morire volontariamente al
fine di riunirsi con la donna amata.
Nel romanzo Al-Hubb fi al-Manfa (Amore in esilio), pubblicato nel 1995, ritorna di nuovo il tema
dell’incontro tra le culture. Il protagonista è ancora una volta un egiziano, precisamente un
giornalista di mezza età divorziato con due figli adolescenti, in esilio volontario presso una città del
nord Europa senza nome. La storia è ambientata nei primi anni del 1980, dopo la scomparsa del
nasserismo in Egitto e dell’idealismo rivoluzionario di sinistra nel periodo postcoloniale. Emerge
una nuova immagine dell’altro europeo, impegnato in prima linea nella difesa dei diritti umani
presso gli ospedali e i campi profughi di una Beirut lacerata dalla guerra. L’infermiera norvegese,
Marian, ne è l’esempio più eloquente nel momento in cui si presta a raccontare le atrocità che ha
visto nei campi profughi palestinesi nel 1982 in seguito all’invasione israeliana del Libano. In
questo contesto, nasce una storia d’amore tra una giovane donna austriaca e un giornalista egiziano
di mezza età a dispetto delle barriere culturali. Brigitte, guida turistica austriaca, si fida dello
sconosciuto egiziano e gli racconta la storia della sua infanzia infelice, il fallimento degli ideali del
padre, l’adulterio della madre con il migliore amico del marito e, infine, il suo matrimonio con un
uomo africano destinato al fallimento a causa dei pregiudizi razziali. Allo stesso modo, il giornalista
le rivela tutte le delusioni passate e le frustrazioni attuali: un’infanzia povera, un regime politico
opprimente (Sadat), la rottura del suo matrimonio e l’allontanamento dai suoi figli. Anche qui si
può notare la presenza di un concetto ricorrente nel lavoro di Tahir, cioè l’unione nella sofferenza a
causa della fragilità della condizione umana. Tra i due nasce un forte sentimento, ancora una volta
si tratta di un incontro tra individui realistici, e non un’allegoria di valori culturali astratti. La
visione trascendentale di un amore come potenza rigenerativa, che non conosce i confini del tempo,
dello spazio o dell’età, oltrepassa anche culture diverse. Come in entrambe le storie precedenti, il
vero incontro si realizza attraverso un aggancio religioso o metafisico: la conversione di Khalid, il
figlio del narratore, all’Islam fondamentalista, come parte di una tendenza più ampia in Egitto nel
1980. Non vi è tuttavia alcun tentativo di idealizzare l’Europa come un bastione di amore e
tolleranza, perché derive di conservatorismo, razzismo e xenofobia sono riportate nel libro tramite
la storia di Brigitte. La donna ha perso il bambino che portava in grembo del suo ex marito africano
a seguito di un attacco razzista da parte di giovani ubriachi. ‘Amore in esilio’ non è una storia
trionfante bensì un racconto di disperazione, in cui il male trionfa più dell’amore e le forze negative
la fanno da padrone. Il romanzo si conclude con una convergenza tra la sfera pubblica e quella
privata. Dopo una descrizione vivida dei massacri di Sabra e Shatila, la storia d’amore è portata a
una tragica fine. Ma non perché gli amanti abbiano cessato di amarsi. È il mondo che sfinisce il loro
amore. Il protagonista/narratore comincia a lavorare per un principe arabo in Egitto e immagina di
ricominciare una vita diversa in un’altra città, ma Brigitte è stanca di fuggire e riflette (paragone
con Amleto) sulla morte come unico rimedio per sfuggire ai mali del mondo. Brigitte tenta, infatti,
di provocare un incidente con la macchina con cui l’uomo la sta portando all’aeroporto. Il
protagonista ostacola il suo tentativo, ma per un caso del destino muore poche ore dopo di attacco di
cuore nel parco della sua città. Una fine cupa per ricordare che gli amanti non sono separati dalle
differenze culturali, al contrario i loro sentimenti le ignorano completamente.

10. Ahmad Ibrahim Al-Faqih - Trilogia


Ahmad Ibrahim Al-Faqih (1942-), romanziere e drammaturgo libico, si avvicina al tema
dell’incontro culturale dal punto di vista di un intellettuale arabo che ha vissuto liberamente in
Occidente e poi è stato costretto a ritornare in terra araba sotto tradizioni austere e inibitorie. Lo
scrittore ha pubblicato una Trilogia nel 1991 composta da Sahabuki Madinatan Ukhra (Ti offrirò
un’altra città), Hadihi Tukhum Mamlakati (Queste sono le frontiere del mio regno), e Nafaq
Tudiuhu Imraun Wahida (Un tunnel illuminato da una donna). La prima parte è ambientata a
Edimburgo, la seconda e terza si svolgono in parte a Tripoli. Nel primo romanzo, il
protagonista/narratore libico, Khalil al-Imam, è un dottorando presso l’Università di Edimburgo.
Non è un caso che al-Faqih abbia studiato presso la stessa Università per il suo dottorato di ricerca
in letteratura araba moderna a partire dal 1970. È la storia di un ménage à trois: il protagonista si
innamora della sua padrona di casa, Linda, e dà inizio una relazione appassionata con lei con il
consenso del marito, Donald. Quest’ultimo è un uomo intriso di filosofia dell’Estremo Oriente (in
particolare, buddismo), il quale pensa che la moglie abbia abbastanza amore da donare a entrambi,
finché la tensione della situazione non prende il sopravvento su di lui. Egli si ammala, abbandona il
lavoro e la casa, e inizia a bere. Il loro matrimonio si sfascia e sia Linda che Khalid sono assaliti dai
sensi di colpa. Linda ritorna a vivere con i suoi genitori in un villaggio vicino, mentre il
protagonista intraprende una nuova relazione con una giovane studentessa di nome Sandra. In
questo romanzo, al-Faqih usa l’incontro sessuale come metafora per quello culturale, come abbiamo
visto nelle opere molti tra i suoi predecessori dal 1930 in poi. Sandra, però, è apertamente infedele e
conduce uno stile di vita promiscuo, nel quale rientra una relazione lesbica che la studentessa ha
cominciato solo per il gusto dell’esperienza. Violenza e sesso sono i temi che si intrecciano più
frequentemente, come nel mondo fantastico de Le Mille e una notte, che è anche il soggetto della
tesi di dottorato del protagonista. Significativamente, la violenza non è perpetrata per mano di
Khalil, ma da una banda di giovani occidentali, che rapiscono Sandra e per tre giorni la stuprano e
la torturano in un bosco. La giovane sopravvive, ma qualcosa nella sua anima si è danneggiato in
modo irreparabile e il suo rapporto con Khalil finisce. Nel frattempo, si scopre che Linda è incinta e
il bambino è di Khalil. Dopo la sua nascita, Khalil le chiede di sposarlo, ma la donna respinge la
proposta. Khalil termina la sua tesi e viene promosso di grado. Ciononostante, acquista un biglietto
aereo e ritorna al suo paese d’origine, ma è incapace di riadattarsi alla società araba. In altre parole,
il protagonista si innamora di questo mondo di passione sfrenata e piacere narcotico e si integra
pienamente nella vita della città scozzese e della comunità studentesca. Inizialmente, è sconvolto
per via della sua innocenza, ma presto impara ad accettare la diversità. Khalil ama Edimburgo e
quando prende l’aereo è come se stesse lasciando alle spalle una parte di sé. In realtà, il romanzo è
pervaso da una vena nostalgica, poiché l’autore ricorda con affetto la Scozia.
La seconda parte della Trilogia è un romanzo indipendente a tutti gli effetti. Qui Khalil soffre
l’aridità della vita nel suo paese arabo e un totale senso di alienazione. Si ammala di un disturbo
mentale, comincia ad avere delle visioni e tenta il suicidio. È evidente la giustapposizione tra i due
mondi, uno di miseria e di austerità e l’altro di gioia di vivere. In un volo di fantasia, o forse in
un’allucinazione febbrile della malattia, il protagonista è trasportato in una città medievale e la
maggior parte del secondo volume della Trilogia è dedicato alla descrizione delle sue avventure
immaginarie presso questo luogo magico. L’atmosfera evoca quella de Le Mille e una notte e
mostra chiaramente l’influenza di due opere di Nagib Mahfuz: Le notti delle mille e una notte
(1982) e Il viaggio di Ibn Fattuma (1983). Alla fine del romanzo, il protagonista viene catapultato
di nuovo nella dura realtà del presente. La terza parte della Trilogia è anch’essa collegata solo
debolmente con i due romanzi precedenti. La vita di Khalil con una moglie che non ama diventa
insopportabile, così respinge i suoi valori tradizionali, simbolo della cultura locale, e la ripudia. Il
suo disagio esistenziale di uomo in bilico tra due culture lo mette in crisi: Khalil non è né orientale
né occidentale, non appartiene al passato né al presente. Il primo romanzo racconta un momento di
felicità e soddisfazione dell’uomo in armonia con la cultura occidentale a Edimburgo. Al contrario,
il secondo e il terzo lo ritraggono infelice a Tripoli, dove è irrimediabilmente tagliato fuori dalla sua
gente. Dopo aver lasciato la moglie, Khalil si innamora di Sana, una sua collega, ma è lontano dalla
felicità, perché la società in cui vive è ostile all’amore. La relazione fallisce e Khalil, disperato,
decide di cedere a tutto ciò che ha sempre disprezzato.

11. Muhammad Abi Samra – “Al-Rajul Al-Sabiq”


Muhammad Abi Samra (1953-) è un giornalista e scrittore, che ha vissuto in Libano fino a quando
non fu costretto dalla guerra civile a trasferirsi a Lione nel 1985. Tra i suoi romanzi, Al-Rajul Al-
Sabiq (L’uomo precedente), pubblicato nel 1995, rappresenta un picco nella letteratura di auto-
flagellazione, caratteristica del periodo successivo al 1967 in seguito alla disillusione nazionale. Il
protagonista/narratore è un libanese di mezza età emigrato in Francia, dove vive e lavora da 17 anni.
Ha sposato una donna francese, Monique, e ha avuto tre figli da lei. L’azione del romanzo focalizza
il ritorno del protagonista dopo tanti anni alla sua città d’origine. La ripugnanza verso il villaggio
beirutino è simbolizzata dal carattere della madre del protagonista. Il rifiuto del protagonista di sua
madre, molto raro nella narrativa araba, è il rifiuto della cultura che lei incarna, soprattutto degli
aspetti di arretratezza, impoverimento e superstizione. Il viaggio diventa un’occasione di
raccoglimento per fare un bilancio della sua vita passata e presente, dall’infanzia a Beirut agli anni
in Francia. Il passato burrascoso, però, mette in crisi senza speranza di redenzione il suo avvenire.
La narrazione esprime il senso di smarrimento, subordinazione e inferiorità provato dall’emigrante
nella terra dell’altro e termina con il ritorno del protagonista a Lione. L’uomo respinge, dunque, la
patria senza aderire a un’altra identità. È la storia di una generazione perduta di migranti che
portano l’eredità della patria nella loro terra d’esilio e che, incapaci di integrarsi, sembrano essere
condannati a un malessere incurabile.
12. Fuad Yaziji – “Asnan al-Rajul al-Mayyit”
Lo scrittore siriano contemporaneo Fuad Yaziji pubblica il romanzo Asnan al-Rajul al-Mayyit
(Denti dell’uomo morto) nel 1995. La storia è ambientata principalmente ad Amsterdam. I
protagonisti sono giovani arabi emigrati dalla Siria, l’Egitto, l’Algeria, il Marocco, solo per citare
alcuni paesi. Molti di questi sono emigranti illegali, che svolgono i lavori più umili, o sono
addirittura coinvolti in reati minori pur di guadagnarsi da vivere. Essi sfruttano i sistemi liberali
della società europea, ma sono allo stesso tempo sfruttati da datori di lavoro senza scrupoli che
conoscono la loro debole condizione. Peraltro, sono tutti uomini colti, la maggior parte con un titolo
universitario, ma provengono da paesi molto poveri per cui cercano opportunità e libertà in Europa.
Il protagonista è un giovane siriano che si dirige ad Amsterdam alla ricerca di un impiego. Lì
incontra molti altri giovani arabi, che gli raccontano le proprie storie. Non vi è pertanto una trama
centrale in quanto tale, ma un certo numero di narrazioni parallele (ad esempio, quella di Stitu, un
algerino che sopravvive grazie ai furti) che il libro accorpa insieme grazie alla loro unità tematica.
All’inizio del romanzo, il protagonista racconta una storia preliminare, che risale ai tempi di
un’altra emigrazione, quella di suo nonno dalla Siria in Brasile, e poi il ritorno di quest’ultimo in
patria con poco successo. Per il protagonista, l’Europa è in principio un sogno, un paradiso da
ricercare ad ogni costo, ma l’altro è una figura ostile, indifferente e riluttante a integrare gli
immigrati.

13. Fuad Qindil – “Asal al-Shams”


Il racconto Layla Yahudiya (Una notte ebraica), incluso nella collezione Asal al-Shams (Il miele del
sole) e pubblicato nel 1990 dal romanziere egiziano Fuad Qindil (1944-), è un ulteriore tentativo di
approccio al tema dell’incontro culturale. Il testo aderisce in toto agli elementi onnipresenti del
filone, ma con una sola eccezione: l’altro europeo, in questo caso una donna, non è occidentale,
bensì israeliana. L’incontro tra il protagonista/narratore egiziano e la donna israeliana si svolge a
Roma. La storia tra i due si risolve in un fallimento a causa della paura e della diffidenza che alla
fine hanno la meglio sui personaggi. Dopo aver trascorso la notte insieme, il personaggio principale
si sente soffocato dalla donna, mentre lei si allarma quando scopre che l’uomo aveva cercato di
nasconderle la propria identità egiziana. A causa delle sue inquietudini, il protagonista fugge via da
Roma prima della fine prevista per il suo soggiorno, pur continuando a nutrire per la donna
sentimenti ambivalenti. Le opere di narrativa negli ultimi decenni del ventesimo secolo hanno
mostrato una donna occidentale ben disposta ad accettare e comprendere l’altro, ma quando questa
assume una veste israeliana, si fa viva prontamente una posizione di scontro tra Occidente e
Oriente. È interessante notare che sebbene il racconto sia stato pubblicato nel 1990, più di un
decennio dopo il riconoscimento egiziano di Israele e la firma degli Accordi di Camp David, si
preferisce ancora scegliere una città europea come scenario per l’incontro tra le due culture.

5 L'INCONTRO CON L'AMERICA


Generalmente tutte le rappresentazioni dell’Occidente nella letteratura araba erano legate
all’Europa, considerata l’incarnazione di quell’entità morale, quale essa si proponeva, e culla di
quel colonialismo che a lungo ha dominato il mondo arabo, tanto da cambiarlo rispetto alla sua
visione del mondo. Ma l’Occidente include anche gli Stati Uniti, la cui rappresentazione tra gli
intellettuali arabi sarà trattata in maniera specifica per una serie di motivi. Anzitutto, rispetto
all’Europa, gli Stati Uniti non hanno un passato coloniale nel mondo arabo; questo ha fatto sì che,
almeno inizialmente, gli USA venissero accolti come una potenza innocua (benigna) da cui le
nazioni colonizzate potevano, attraverso ambizioni nazionaliste, trarre supporto. Tuttavia, con la
fine della Seconda Guerra Mondiale, con l’emergere di interessi in Medio Oriente e la fondazione
dello Stato di Israele nel ’48, l’immagine degli Usa nel mondo arabo ha subito un cambiamento
radicale, tanto da essere ora considerati una potenza neo-coloniale. Tutto ciò avrà non poche
implicazioni nella letteratura.
AMIN AL-RIHANI (1876 – 1940).
Autore libano-americano di opere in prosa, giornalista, poeta e scrittore di diari di viaggio, nel
1888, al-Rihani emigrò all’età di 12 anni con la sua famiglia, a New York. Più tardi fece ritorno al
suo villaggio natio di Freike, in Libano. Scrivendo sia in arabo che in inglese, al-Rihani fu
certamente un importante rappresentante della letteratura del mahjar (d’emigrazione), un vero e
proprio visionario nella sua analisi della questione Oriente/Occidente.

Nel 1911 pubblica la sua opera, The Book of Khalid, in cui racconta la storia di due ragazzi libanesi
emigrati illegalmente in America. In un primo momento l’autore definisce l’America come il
“paradiso del Nuovo Mondo”, più tardi, una volta sperimentata la vita quotidiana del Paese, la sua
relazione con quest’ultimo si fa più complessa, paradossale. Rihani non ha mai condiviso la
semplicistica dicotomia Oriente/Occidente (sostanza/spirito). Piuttosto egli pone l’accento su
quanto sia importante - tanto la sostanza quanto lo spirito - per il progresso dell’umanità. La doppia
lealtà verso i valori della spiritualità e del materialismo – quindi Oriente/Occidente - che
contraddistingue l’autore, è rafforzata dal suo rifiuto di una qualunque nozione che veda le due
realtà come poli opposti. Rihani afferma che lo scopo principale del suo protagonista, Khalid, è
quello di trapiantare la tenacia tipica dell’Europa e dell’America sull’agiatezza (comodità)
dell’Oriente, il materialismo dell’Occidente sopra la spiritualità dell’Oriente. è un modo questo
attraverso cui le differenze culturali vengono in qualche modo tipizzate: l’Occidente, secondo
l’autore, rappresenta l’ambizione; l’Oriente la contentezza, l’appagamento. Ciò che è importante
sottolineare è che queste rappresentazioni si riferiscono a due aspetti, allo stesso modo importanti,
della natura umana. La vita consiste dunque nel completo soddisfacimento delle più alte e nobili
aspirazioni dell’anima, ma anche del corpo. Di conseguenza, l’essere che può definirsi sviluppato
non è né l’europeo né l’orientale, bensì colui che riesce a cogliere le più fini qualità del genio
europeo e del profeta asiatico. Attraverso il suo personaggio, (khalid, un orientale stabilitosi in
Occidente), Rihani afferma che così come il materialismo, con cui identifica l’Occidente, non può
essere considerato come una cosa totalmente negativa, anche la spiritualità, tipica dell’Oriente, non
può rappresentare qualcosa di assolutamente positivo. L’autore parte dalla concezione per cui in
entrambe le culture, quella orientale e quella occidentale, vi siano un eccesso e al tempo stesso una
carenza di particolari elementi: ciò rende necessaria una rilettura delle stesse.

MIKHAIL NAIMY
Altra rilevante figura della letteratura Mahjar è certamente Mikhail Naimy, poeta, critico, saggista,
scrittore di romanzi nonché drammaturgo. L’arrivo di Mikhail Naimy in America può essere
considerato una sorta di deviazione da quello che era il suo piano originale di continuare gli studi
alla Sorbonne di Parigi. Fu convinto a spostarsi negli USA dai suoi fratelli per questioni finanziarie,
ma in lui forte era il senso di rifiuto che lo muoveva. Come spiega nella sua autobiografia, Sabcun:
Hikayat cUmr (Seventy: the Story of a Life, 1959), tra lui e il Nuovo Mondo esisteva una sorta di
baratro; tutto ciò che spingeva le persone da ogni angolo della Terra, ossia i dollari, non era ciò che
lui cercava. Naimy giunse in America con una predisposizione naturale che lo vedeva contro la
civilizzazione moderna. Secondo l’autore la civilizzazione aveva portato l’uomo fuori rotta,
indirizzandolo verso l’avidità, l’assenza di compassione, giustizia, amore. In realtà, l’assenza di
comunicazione con la natura e il fatto che l’uomo si fosse rassegnato al potere esercitato dai dollari
e dalle macchine che egli tanto lamentava, non devono essere interpretati come un atteggiamento
anti-Americano o anti-Occidentale a prescindere: si tratta piuttosto di romantiche argomentazioni
contro l’urbanizzazione, l’industrializzazione in genere.
La decisione di Naimy di ritornare in Libano, nel 1932, dopo venti anni trascorsi negli USA, è
presentata in un linguaggio ampolloso impregnato di romanticismo e misticismo. L’idea del poeta
quale visionario, profeta, tipica del romanticismo in generale, è condivisa in particolar modo anche
da Mikhail Naimy (al-Ghirbal – The Sieve 1923). Secondo l’autore, “il poeta è un profeta in quanto
capace di vedere con gli occhi dello spirito ciò che gli umani non riescono a vedere”. Lo stesso
autore si proponeva come un visionario dotato di una voce profetica, col dovere di fare
proselitismo; tale concezione la si riscontra chiaramente nell’opera The Book of Mirdad. Ed è
proprio sotto questa luce che bisogna interpretare il suo ritorno in Libano, dettato da una serie di
segni e indizi che avrebbero rappresentato per lo scrittore un punto di svolta nella sua vita. Tutti
questi segnali che porteranno Naimy a lasciare New York, dimostrano quanto la sua vita in America
avesse raggiunto una condizione di stallo rispetto alla quale era necessario operare delle scelte. Il
suo ritorno in Libano segna inoltre la fine di una fase nella vita dell’autore: quella in cui la
conoscenza carnale della donna lascia il posto alla potenza dello spirito. Questo tipo di approccio
alla vita meglio caratterizza la sua opera ‘Sacat al-Kuku’ (The Cuckoo Clock, 1925), una storia
basata sull’opposizione tra
Oriente e Occidente, tra spiritualità e materialismo. Più specificamente, attraverso l’opera è
possibile scorgere qual è la concezione di felicità che muove lo scrittore: la felicità è nell’anima e in
nessun altro posto. Essa non deve essere vista attraverso spostamenti tra continenti e culture.
L’uomo felice è colui che gioisce nel suo posto, quello infelice è colui che cerca l’appagamento
altrove. Attraverso la voce del suo personaggio, Mikhail Naimy rappresenta Oriente e Occidente
attraverso una metafora dove essi sono dei viaggiatori nel pellegrinaggio della vita: l’Oriente
cavalca il cuore guidato dai cavalli dell’emozione, in cui regnano fede e tradizioni senza tempo;
l’Occidente cavalca l’acciaio guidato dal vapore o dall’elettricità, alimentato da presunzione e
arroganza. La velocità del dell’Occidente abbaglia l’Oriente che implora il primo affinché possa
aggrapparsi alle sue ruote.
Alltra opera in cui pure emerge la contrapposizione tra Oriente e Occidente riguarda ‘Ulbat Kabrit’
(A Matchbox), facente parte della collezione Akabir, pubblicata per la prima volta nel 1956. Nello
specifico l’opposizione delle immagini proposta dall’autore vede l’Oriente, generoso e coraggioso e
l’Occidente, avido e ingrato.

Le rappresentazioni letterarie relative all’Occidente/Oriente sono sostenute da una serie di critiche,


tipiche dei saggi risalenti ai primi tempi. Tra questi, ne ricordiamo uno in particolare che risale al
1922, The Rise of the Arab East and its Attitude towards Western Civilisation. Tale saggio
suggerisce una visione statica del mondo rispetto all’Oriente, opposta a quella dinamica tipica
dell’Occidente. Più nello specifico l’Oriente considera il mondo perfetto in quanto creato da un Dio
perfetto; l’Occidente trova diverse imperfezioni che intende migliorare. A questo proposito,
secondo l’autore, il tentativo da parte dell’Occidente di migliorare il mondo altro non è che un
modo di imporre la propria arroganza. Se l’Oriente è stato in grado di fornire al mondo verità
rivelate, il contributo dell’Occidente consiste in mere verità scientifiche volte a cambiare ogni
giorno. Dunque è l’Oriente, con la sua fede, a porsi più vicino alla Verità e non il contrario. Per tale
ragione l’Occidente necessiterebbe di essere istruito e guidato (moralmente) dall’Oriente per
salvarsi dal suo stesso materialismo.

MAHMUD TAYMUR
Diversamente da Rihani e Naymi, Mahmud Taymur (1894 – 1973), scrittore egiziano di romanzi e
tragedie, conobbe gli USA solo da visitatore. A tal proposito le sue impressioni in merito sono
raccolte nel suo diario di viaggio, Abu al-Hawl Yatir (The Sphinx Flies, 1946?). La dicotomia
Oriente-Occidente – secondo cui il primo rappresenta le tradizioni, il secondo la modernità –, nella
rappresentazione metaforica dello scrittore, è incarnata dal principio di un aereo - su cui egli compie
questo viaggio verso New York insieme a sua moglie – quale una sorta di Sfinge moderna. Come
altri visitatori prima e dopo di lui, Taymur è colpito dai grattacieli di New York i quali
sembrerebbero dimostrare molte ovvie (e non ovvie) verità sull’America: dinamismo, genio,
ambizione, civilizzazione. I grattacieli della città ricordano all’autore altre importanti, enormi
costruzioni: le Piramidi d’Egitto, che egli usa come occasione di riflessione circa lo spirito
dell’Egitto. Come i grattacieli, le piramidi catturano la vera essenza di una grande cultura e
civilizzazione. Una conclusione sembrerebbe giungere spontanea, quella per cui la cultura
Americana sarebbe orientata verso la vita, mentre quella egizia verso la morte.
Così comune era il dibattito relativo al materialismo dell’Occidente che Taymur non sentì il bisogno
di farne un caso. Tuttavia, l’autore riconosce all’America il fatto di aver definito i metodi del
progresso per il mondo intero. Questi ultimi trovano la loro forza nell’uomo che lavora con uno
spirito fermo, inarrestabile ed energico, nella capacità di aspirare a nuovi orizzonti e nuovi mondi
senza paura e reticenza. Questo spirito, dunque, è ciò che rende nobile la vita moderna americana.
Quanto all’Oriente, Taymur lo rimprovera per la lentezza, come quella di una tartaruga, con cui
procede verso il progresso.

SAYYID QUTB
Meglio conosciuto come un pensatore islamico fondamentalista, Sayyid Qutb è anche autore di una
piccola quantità di diari di viaggio (occidentali) per i quali merita di essere citato in questa sezione.
Sulla scia del dibattito relativo alla questione Oriente/Occidente, rispetto alla quale Qutb non tarda
ad assumere una propria posizione, è essenzialmente il suo tono duro e aspro che lo
contraddistingue dagli altri autori (Naymy, Rihani). Nel 1948 egli fu mandato dal Ministro
dell’Educazione egiziano negli USA per studiare i programmi pedagogici ed educativi del Paese,
dove vi restò per circa due anni per poi tornare in Egitto nel 1950. Le sue impressioni circa il suo
soggiorno in America furono raccolte in una serie di corrispondenze e articoli di alcune riviste
letterarie, pubblicate postume sotto il titolo: Amrika min al-Dakhil: bi-Minzar Sayyid Qutb
(America from Inside: from the perspective of Sayyid Qutb). La più importante tra queste fu una
serie di tre articoli intitolata ‘The America I saw: in the scale of moral values’ e pubblicata poi sulla
rivista letteraria egiziana al-Risala. Secondo Sayyid Qutb, l’America presentava una strana
dicotomia non tanto diversa da quella proposta da Rihani e Naymi: si tratta appunto della dicotomia
materia/spirito. Qutb riteneva l’America la cima del progresso e, al tempo stesso, il nadir (punto più
basso) della primitività. Il progresso consiste nel lavoro e nella produzione, dunque nel campo della
scienza applicata, la cui nascita coincide con la nascita della stessa America. Tuttavia si tratta di un
progresso che tende ad oscurare i valori umani trasformando l’uomo in una macchina. Secondo
l’autore, infatti, gli americani sono persone dal cuore duro, spettatori di violenza attraverso vari
sport, per esempio football, wrestling, boxing. La loro vita emotiva è secca e priva di compassione
verso gli altri. Piuttosto essa è basata su equazioni materialiste e relazioni fisiche.
Sayyed Qutb osserva che lo sforzo di “civilizzare la sessualità” degli americani è stato
abbandonato ed essi cercano nell’altro solo l’attrazione fisica. Le donne americane conoscono e
sanno come mettere in mostra quanto di bello il loro corpo possiede. Qutb scrive dalla prospettiva
di un uomo che vede, in un certo senso, sfidati i suoi principi morali sulla persona e sulla fisicità.
Qutb inoltre descrive la società americana come la società della Jahiliya per antonomasia nei tempi
moderni: una società senza Dio.
Probabilmente l’autore fu anche oggetto di attacchi razzisti durante il suo soggiorno a San Francisco
a causa della sua pelle scura (veniva dall’alto Egitto). Tuttavia la sua idea sull’America e
sull’occidente si erano già formate prima del suo viaggio: una società materialista senza cuore e
senza morale. Questa critica è da leggere nel suo contesto: l’America, di cui molti arabi si erano
fidati credendola migliore delle vecchie potenze coloniali (Francia e Gran Bretagna) aveva
permesso la nascita dello stato di Israele nel 1948.
La buona considerazione dell’America prima della nascita dello stato ebraico è perfettamente
rappresentata dagli articoli dell’accademico libanese Philip Hitti (scritti tra il 1922 e il 1923). Egli
descrive l’America come un eroe tra le nazioni vagabonde esaltandone la produttività, l’efficienza,
e l’attitudine al lavoro.
Le critiche verso gli Usa risalenti allo stesso periodo (prima del 48) sono per lo più di natura morale
e spirituale (come si evince in Ameen Rihani e in Mikhail Nu’ayma). Dopo la nascita di Israele
gli intellettuali arabi, laici e religiosi, muovono invece una critica di natura politica causata dal
tradimento degli ideali dei 14 punti della dichiarazione di Woodrow Wilson.
Gli scritti dell’accademico Siro-americano Halim Barakat non hanno nulla a che fare né con
l’ingenua esaltazione dell’America di Philip Hitti, né con la critica spirituale e morale di Qutb: la
critica è verso il neo-colonialismo perpetrato dagli Stati Uniti e dal suo stato vassallo ebraico ai
danni del popolo arabo. Nel suo romanzo “Il ritorno dell’uccello al mare” Barakat descrive
l’umiliazione e la presa di coscienza da parte dell’intellettuale Palestinese Ramzi Safadi della
cogente sconfitta araba nella guerra dei sei giorni (1967). Lo stile è un misto di realismo e
simbolismo infarcito di citazioni dotte dei classici della letteratura mondiale (Gilgamesh, Iliade,
Divina commedia…). La vicenda è fatta da tante microstorie di separazione, fuga, violenza e guerra
tenute insieme dalla storia d’amore centrale tra un palestinese e la pittrice hippie americana Pamela
Anderson. Quest’ultima critica l’attitudine del governo americano chiaramente filo-israeliana.
In un'altra opera, “La Gru”, Barakat scrive di un professore arabo-americano che cerca di ricostruire
i pezzi della propria vita, criticando fortemente l’accondiscendenza della gestione Reagan verso
l’invasione israeliana del Libano. Usa come interlocutore un fittizio vicino di casa di nome Mike
Anderson che rappresenta il patriottismo aggressivo e neo-coloniale dell’America degli anni ottanta.
Yusuf Idris nell’opera “New York 80” si esprime a proposito dell’incontro con la cultura
americana distintamente da quella europea di cui aveva parlato precedentemente nell’opera
“Madame Vienna”. Le due opere vanno lette in parallelo anche se “New York 80” ha uno stile più
saggistico e meno fictionalizzato. I luoghi sono solo accennati e l’America e l’Europa sono
rappresentate in maniera molto diversa dalle protagoniste: una donna dignitosa e rispettabile in
“Madame Vienna” e una sofisticata prostituta in “New York 80” di cui il protagonista maschile
rifiuta le avances (e viene pertanto giudicato come un immaturo sottosviluppato). Questo rifiuto,
nonostante l’attrazione fisica esercitata dalla donna, rappresenta il rifiuto dell’edonismo e del
materialismo occidentale di Idris. Il protagonista maschile sembrerebbe uscire vincitore, ma il finale
del romanzo risulta forzato e poco convincente: lo stile estetico molto basso si accompagna ad una
divisione totale tra bene e male, rappresentati rispettivamente dall’oriente integerrimo e
dall’occidente lascivo. Non è chiaro se la differenza di trattamento dell’occidente tra “Madame
Vienna” e “New York 80” sia dovuto ad una differente considerazione dell’America e dell’Europa
o piuttosto ad una complessiva e progressiva radicalizzazione anti-occidentale da parte dell’autore.
Tra le numerose opere di saggistica di Yusuf Idris, rilevante è Ikhtishaf Qarra (1972). Si tratta di
un’opera intrisa di retorica antiamericana giustificata dal contesto storico: la guerra fredda, la guerra
in Vietnam e la politica estera antiaraba e filoisraeliana degli USA. In “Irada”(1977) e in “America
1976” Idris critica l’utilizzo brutale “del potere dei dollari e delle armi” da parte degli Stati Uniti e
denuncia il fatto di essere entrato nella “blacklist” americana per i suoi scritti e la conseguente
difficoltà di ottenere un visto per recarsi proprio negli USA.
In una serie di altri articoli e saggi Idris accusa gli Stati Uniti di aver causato la guerra dei sei giorni
per distruggere la forte personalità di Nasser e anche di descrivere erroneamente l’Egitto come un
paese senza libertà di espressione. Afferma inoltre che il benessere e la ricchezza americana sono
basati sulla repressione dei popoli arabi e latinoamericani supportando le dittature. Idris sottolinea
che questa condizione economica privilegiata degli USA dovrebbe portarla ad opere benefiche nei
confronti del resto del mondo piuttosto che allo sfruttamento e al saccheggio.
Il differente trattamento dell’Europa e degli Usa quindi è riconducibile alla consapevolezza che il
vecchio continente e la sua politica sono ormai in secondo piano nella politica internazionale, la
quale vede invece negli Stati Uniti il suo attore principale.
Sun’allah Ibrahim nel suo romanzo “Amrikanli” mette in risalto la complessa ed intricata realtà
della società americana degli anni 90. La globalizzazione, dopo la caduta del blocco comunista,
sembrerebbe rappresentare il trionfo della libertà. Nei fatti però la nuova situazione non lascia
spazio all’individuo e si configura pertanto come una sorta di nuovo e sofisticato totalitarismo.
Per quanto concerne la prospettiva femminile, Radwa Ashur descrive la sua esperienza di studio al
MITH negli anni settanta nel suo romanzo autobiografico “Ayyam taliba missriya fi amrika”. Tale
titolo rimanda chiaramente al capolavoro autobiografico del secolo “I Giorni” di Taha Hussein ma
non mancano anche riferimenti all’opera di al-Tahtawi “L’oro di Parigi”. Tuttavia Radwa Ashur si
discosta dai suoi illustri predecessori per il fatto di essere arrivata in America con una precedente
idea di ciò che avrebbe trovato. Pertanto la sua esperienza e percezione degli USA è filtrata da
questa aspettativa e anche dagli eventi nefasti della guerra dello Yom Kippur che hanno luogo
proprio durante il suo soggiorno statunitense. L’autrice inoltre ridicolizza, aneddoticamente, alcuni
stereotipi americani come l’ignoranza di ciò che esiste al di fuori dell’America e l’inaccettabile
cultura dello spreco. Sottile è l’ironia verso la narrativa storica americana: la rivoluzione americana
viene vista come una scaramuccia per qualche bustina di the e il numero di persone (5) uccise nel
cosiddetto “Massacro di Boston” dagli inglesi viene considerato insulso a confronto delle vittime
del golpe di Pinochet, dei massacri israeliani o della guerra in Vietnam.
La Ashur infine si domanda senza risposta se sia capace e o meno di guardare all’America con uno
sguardo diverso (non terzomondista e post-colonialista).
Nell’opera Qit’a min Urubba (un pezzo di Europa), Radwa Ashur lamenta il fallimento del sogno
coltivato dai Khedivè egiziani di trasformare l’Egitto in un paese europeizzato soprattutto dal punto
di vista architettonico. Nondimeno viene riconosciuto il valore di questo tipo di iniziative
architettoniche, a simboleggiare la comprensione della differenza di valore tra civiltà europea e
colonialismo europeo.
L’opera “A bridge through time” (1985) di Layla Abou Saif contiene un resoconto di viaggio
riferito ad un periodo di studio negli States. In questa sezione l’autrice sembra poco coinvolta nei
fatti politici e nella lotta per i diritti sociali degli anni sessanta quanto nello studio. Ella vede nella
sua esperienza americana la possibilità di emancipazione dal matrimonio combinato (a differenza
delle sue coetanee in patria) e matura pertanto una visione positiva degli States. Le cose sembrano
incrinarsi dopo la guerra dei sei giorni del 1967, in cui gli Stati Uniti si schierano a favore di Israele.
Tuttavia la prospettiva idilliaca degli USA, visti sostanzialmente come luogo di libertà e possibilità,
non perde mai la sua forza tanto che l’autrice torna più volte a New York dove si stabilisce
nell’ultima fase della sua vita.
L’esperienza negli Stati uniti diventa occasione di autocritica piuttosto che di critica nell’opera di
Salma al-Haffar al-Kuzbari “Arance Amare” 1975. La vicenda ruota intorno alla storia d’amore
tra uno studente di medicina siriano ed una infermiera svedese. Il plot si sviluppa sotto forma di
diario e di corrispondenza con i parenti in Siria. Il romanzo non ha grandi pretese dal punto di vista
estetico e formale ma termina con il sacrificio dell’amore a favore del ritorno in patria da parte di
lui. Emerge in maniera nitida il tema del nazionalismo (sottolineato dal fatto che il giovane medico
si arruola nell’esercito siriano durante la guerra dello Yom Kippur). Tuttavia l’autrice sfida alcuni
stereotipi sugli occidentali come la freddezza e l’apatia. Gli occidentali sono in grado di mostrare
dignità e selfcontrol nei momenti di maggior carica emotiva.

6 IL TEMA DELL’INCONTRO TRATTATO DA AUTRICI ARABE


Il tema dell’incontro con l’Occidente è comparso nella narrativa araba già nel 1930. Tutte le
rappresentazioni dell’Occidente sono state creazioni di scrittori ad eccezione di tre rappresentazioni
femminili negli Stati uniti. Infatti, sebbene il genere narrativo sia nato intorno al 1870, i primi
contributi femminili risalgono alla seconda metà del ventesimo secolo.
Laddove, nelle rappresentazioni, si parli di incontri sessuali, l’Oriente è sempre stato uomo mentre
l’Occidente donna. Il lavoro di Hanan al-Shaykh, la cui rappresentazione dell’Occidente nella
narrativa araba è rivoluzionaria, si focalizza sulla figura femminile e non sull’uomo. Le scrittrici
affrontano sempre la questione dell’incontro culturale relazionato al genere: nella loro visione
dell’altro occidentale, le donne portano sempre qualcosa delle loro concezioni sull’emancipazione
femminile, lo status della donna nella società, e la relazione uomo-donna. Inoltre l’Occidente appare
come sinonimo di libertà per la donna araba.
In risposta alle guerre che si sono succedute come la guerra tra Iran e Iraq (1980-88), l’invasione del
Kuwait da parte dell’Iraq nella Guerra del Golfo (1990-91), l’invasione del Kuwait da parte degli
Stati Uniti nel 2003, le guerre civili in Libano, Algeria e Sudan, una grande quantità di arabi hanno
vissuto la diaspora europea. Alcuni per scelta o in cerca di una vita migliore, altri per fuggire dalla
guerra, altri ancora alla ricerca di diritti umani che la società di appartenenza negava loro per motivi
politici, religiosi o etnici. Questo introduce un nuovo elemento nella rappresentazione
dell’Occidente da parte dell’individuo arabo in quanto l’occidente stesso non è più inteso come un
oppressore ma come un posto in cui rifugiarsi dalla repressione, un posto in cui c’è libertà e una
promessa di prosperità. Dalle esperienze di vita di scrittori e scrittrici in occidente sono scaturite
visioni riconciliatrici dell’altro, idealizzate.
La scrittrice siriana KULIT KHURI’S è autrice di un romanzo intitolato Layla Wahida ,
precursore di un tema che prenderà piede nell’universo delle scrittrici femminili arabe, quello
dell’incontro culturale. Narra la storia della giovane Rasha, che si sposa all’età di 15 anni con
Salim, uomo d’affari che ha più del doppio della sua età. Il matrimonio è voluto dalla famiglia della
ragazza e mette fine alla sua educazione e ai suoi sogni. Il romanzo è ambientato a Parigi e come
preannuncia il titolo, narra una storia in sole 24 ore. Rasha si reca in Francia per curarsi da una
sospetta infertilità. Lascia il marito a Marsiglia e prende il treno per Parigi. Sul treno conosce
Camille, un uomo francese, di cui si innamora a prima vista. Camille risulta essere un uomo sposato
e infelice: è stato pilota nella Seconda Guerra Mondiale. Rimasto ferito, viene curato grazie alle
amorevoli attenzioni di una infermiera che poi sposa più per gratitudine che per amore. Camille è
attratto da Rasha che gli ricorda le donne de “Le Mille e una Notte”. Camille aveva 40 anni, era
nato da padre siriano e madre francese, sposatisi contro il volere della famiglia, ed era cresciuto
senza mai dimenticare le sue origini orientali che anzi si riaccendono quando vede Rasha sul treno.
Rasha, dal canto suo, aveva condotto fino ad allora una vita di frustrazione e di aridità sentimentale
a causa di suo marito che la considerava un semplice ornamento; Camille invece le fa riscoprire la
sua femminilità, l’amore e l’affetto che non aveva mai sperimentato. Finisce per trascorrere la notte
tra le sue braccia. La storia viene raccontata per mezzo di una lunga autoconfessione scritta dalla
donna qualche ora dopo l’incontro e indirizzata a suo marito. Il romanzo termina con un incidente
di cui la donna è vittima, colpita da una macchina mentre si trovava nella stazione dei treni.
Nell’ambulanza quasi in fin di vita, i paramedici le chiedono se conosceva qualcuno a Parigi e lei
morente risponde: “Qui, ho conosciuto la vita”.

Le parole finali della donna non sono eccessive né esagerate: Rasha trova appagamento solamente
tra le braccia dell’uomo francese. Ma perché dentro Camille scorreva sangue siriano? Serve forse ad
insinuare il beneficio dell’ibridazione culturale? E perché suo padre aveva sposato una donna
francese contro la volontà della famiglia? È un atto di ribellione che l’autore vede riflesso nel
comportamento altrettanto ribelle della donna che tradisce il marito ma è anche frutto di un incontro
culturale, prodotto da Camille che inebria Rasha con il suo amore. La principale preoccupazione di
Khuri’s riguarda l’emancipazione femminile, proprio come nel suo primo romanzo Ayyam Ma’ahu
(I giorni con lui). Il romanzo di Khuri’s è innovativo perché ribelle e audace rispetto ad una società
conservatrice dove la donna per la sua infedeltà coniugale è condannata e condotta verso una tragica
fine.
15 anni dopo, scrive un altro romanzo, ambientato a Londra e intitolato Wa marra sayf (L’estate
scorsa). Narra la storia di un triangolo amoroso tra un uomo italiano che si innamora di una donna
egiziana, a sua volta innamorata di un egiziano in cura presso un ospedale di Londra verso cui una
giovane infermiera inglese prova attrazione. L’attenzione è posta sugli intrecci tra queste diverse
relazioni che coinvolgono esseri umani prima di essere rappresentati di questa o di quella cultura.
GHADA AL-SAMMAN è una scrittrice siriana, saggista e giornalista nata nel 1942 in un villaggio
vicino Damasco. Studia letteratura inglese all’università di Damasco e poi all’università americana
di Beirut dove intraprende la carriera di giornalista. Viaggia in Europa tra il 1967 e il 1969.
Pubblica circa 30 libri di vario genere ma la collezione che segna l’inizio della sua carriera risale al
1962 e si intitola Aynaka Qadari (I tuoi occhi sono il mio destino). Prima della guerra del 1967 con
Israele si occupava di temi riguardanti la donna e l’emancipazione femminile. Dopo la guerra si
occupa di tematiche sociali e politiche. Durante lo scoppio della Guerra Civile Libanese negli anni
’70 del Novecento raggiunge l’Europa stabilendosi a Parigi.
Il tema dell’incontro culturale con l’Occidente in Ghada Al-Samman risale ai suoi primi scritti, in
particolare alle storie appartenenti alla collezione Layla Al-Ghuraba (La notte degli stranieri 1966).
La collezione venne scritta dopo una settimana dalla visita del fratello a Londra. In al-Miha la
protagonista femminile va a trovare suo fratello a Londra, dipinta come la città del sesso e da qui la
dicotomia tra la spiritualità orientale e il materialismo occidentale, il sesso selvaggio di Londra e il
romanticismo di Damasco con continui flashbacks della protagonista. In Buq’at Daw ‘ala Masrah,
ci imbattiamo in una completa disumanizzazione dell’altro: la protagonista si taglia la mano e
pulisce le macchie a terra mentre il vicino che è medico le dice che non può curare la ferita perché
era il suo giorno di riposo. La storia è dominata da un tono melodrammatico cosi come quando il
dottore è solo, ubriaco con il suo cane all’interno di un pub. In Ya Dimashq, il tema è sempre lo
stesso ma questa volta il protagonista è un uomo. La scena principale è quella che vede una povera
donna egiziana portare nel suo appartamento il protagonista siriano della storia. Nell’appartamento
ci sono però il marito e i figli piccoli della donna. D’altronde uno degli stereotipi del mondo arabo
nei confronti dell’Occidente è proprio quello di essere un mondo lussurioso, libidinoso senza alcun
freno o controllo sessuale. La storia Al-Hayat bada at lil-taww proviene da una collezione più tarda
pubblicata nel 1978 ma l’autrice anticipa l’anno della storia all’interno della raccolta al 1967, quindi
ritorna alle storie della sua prima collezione quella del 1966, trattando nuovamente il tema dell’
emancipazione femminile, la protagonista infatti è maltrattata e schiavizzata. In Laylat al-Milyar
(La notte del Miliardo) l’ambientazione è Genova; vi sono molti personaggi e storie all’interno,
dettagli e monologhi. In Ghurba tahta al-Sifr (Esilio sotto lo zero), una collezione di articoli di
giornale scritti tra il 1980 e il 1985, si ha un blocco di esperienze personali dell’autrice durante
l’esilio in Europa e riflessioni sull’occidente. Il tema principale è l’assenza di valori di libertà,
democrazia, liberalismo, secolarismo nella società araba in contrasto a quella europea. In Al-Qamar
al-Murabba 1994 riporta la sua esperienza della vita in esilio. Le 10 storie servono in varia misura a
esplorare la situazione della donna araba, il nocciolo del lavoro di Samman dall’inizio della sua
carriera. Altre due storie di Samman sono Qat Ras al Qitt dove convivono aspetti tradizionali e
moderni: Abdul e Nadine sono i due protagonisti della storia che si trasferiscono a Parigi in seguito
alla Guerra Civile Libanese. Abdul ha sulla trentina, Nadine sulla ventina, pertanto Abdul è già
abbastanza grande quando arriva a Parigi ed è anche molto legato alla cultura araba mentre Nadine
è abbastanza giovane da poter risentire degli aspetti di un’altra cultura, è emancipata nei pensieri e
nelle azioni, crede nella equità tra uomo e donna anche dal punto di vista sessuale. L’altro racconto
è Jinniyyat al-Baja. La scena è a Parigi dove una famiglia libanese si è rifugiata dalla guerra civile.
All’inizio, la ricchezza risolve tutti i problemi ma quando le banche europee si impoveriscono e non
è più possibile il trasferimento di denaro a causa della guerra è la moglie a salvare la famiglia
dall’umiliazione lavorando in una casa di moda parigina. Inizialmente è un bellissimo ornamento
per il suo ricco marito che cade in depressione quando si trovano a dover affrontare la crisi e lascia
che la moglie prenda le redini della famiglia. Gli anni passano e le guerre terminano, così come il
desiderio di vivere in esilio. È ora il momento di tornare a Beirut, la guerra e soprattutto l’esilio,
hanno liberato la donna perché quest’ultimo offre un modello culturale alternativo, quindi lei non
può rifiutare o rinunciare a tutto ciò che ha guadagnato in esilio in termini di libertà, indipendenza
economica e autostima. Il concetto importante in entrambe le storie è la giustapposizione di due
sistemi di valori differenti, due culture distinte.
L’autrice libanese HANAN AL-SHAIKH è particolarmente interessata all’ipocrisia politica e
sociale e all’esplorazione della sessualità femminile. Vive a Londra sin dal 1980 quindi l’occidente
è per lei un tema importante. Ricordiamo due storie: Aknus al-Shams an al-Sutuh e Innaha
London ya Azizi. In entrambe, presenta la percezione del personaggio femminile emigrato in
occidente: da una parte il sentimento di inferiorità verso l’altro e dall’altra cercare di vincere
l’approvazione dell’altro. Questo sentimento di inferiorità potrebbe derivare dalla colonizzazione.
La donna scappa da una duplice repressione: deve condividere con gli uomini la monotonia, la
povertà e la repressione degli uomini della sua famiglia che additano la sua femminilità.
Il primo romanzo inizia con il momento in cui la protagonista scopre il proprio ragazzo inglese al
letto con un altro uomo, urla di paura e getta acqua fredda sopra di loro. I due uomini ridono di lei.
Le tornano in mente immagini del suo villaggio arabo originario e si chiede il motivo del suo
ritorno; poi pensa che a Londra poteva stare lontana dagli occhi della gente e dalle domande degli
uomini della sua famiglia riguardo le sue uscite o del perché si trattenesse tanto al bagno.
Il secondo romanzo è ambientato a Londra e i personaggi sono arabi, inglesi, iracheni, marocchini,
libanesi. Il narratore è onniscente e porta avanti una serie di trame, i personaggi si conoscono ma
ognuno ha la propria storia indipendentemente dagli altri. Innanzitutto sono tutti passeggeri dello
stesso volo: Dubai-Londra, successivamente si separano. Ciò che li accomuna quindi è la città di
Londra non tanto come luogo geografico quanto invece come valore, un valore assente nelle loro
vite e nei posti da cui provengono, un valore chiamato libertà. Vogliono essere emancipati e liberi.
La storia principale all’interno del romanzo è quella di Lamis, una donna irachena. Quando
comincia il romanzo, Lamis ha già ottenuto il divorzio da suo marito che è più vecchio di lei e che
ha sposato sotto pressione della madre. Nonostante la presenza di un figlio, delle attenzioni del
marito, dell’opposizione della madre, Lamis insiste per liberarsi di questa relazione
sentimentalmente arida e all’inizio non sa cosa fare di questa sua nuova acquisita libertà. Lamis
sembra aver perso fede nella propria cultura ed è invece desiderosa di abbracciarne un’altra. Così,
decide di apprendere la lingua inglese, di diventare amica di persone inglesi. Si innamora di
Nicolas, arabista inglese e esperto di antichità che vive tra Londra e Oman. È proprio Nicolas che la
spinge a ritrovare fiducia nella propria cultura, la cultura che ha negato per sentirsi libera dalla
repressione.

L’autrice egiziana AHDAF SOUEIF è rappresentante in prima persona dell’incontro culturale tra
occidente e oriente oltre a farne argomento della sua opera. Nasce in una famiglia occidentale bene
educata e trascorre buona parte della sua infanzia a Londra. Di ritorno al Cairo, prosegue i suoi
studi in una scuola di lingua inglese e poi studia inglese all’università del Cairo. La sua immersione
nella cultura occidentale è coronata dal matrimonio con un poeta inglese, critico e biografico, Ian
Hamilton. Soueif scrive in inglese nonostante sia madrelingua araba e sia in grado di scrivere nella
sua lingua nativa. Il suo lavoro appartiene alla letteratura inglese ma la sensibilità è
inconfondibilmente egiziana. Il lavoro di Soueif appartiene a due culture, due sensibilità, due lingue
e due mondi. I suoi maggiori romanzi sono “In the eye of the sun” 1992 e “The Map of Love”.
La prima è un’opera autobiografica che racconta la crescita e lo sviluppo dell’eroina egiziana, Asia,
dall’adolescenza alla maggiore età in un miscuglio di personaggi e relazioni e in uno sfondo socio-
politico egiziano, quello tra il 1960 e il 1970. Affronta il tema dell’incontro culturale attraverso la
relazione sessuale tra Asia e un collega universitario inglese di nome Gerald Stone. La relazione
corre parallela con quella che già possiede con suo marito, insoddisfacente e non appagante. Gerald
Stone è descritto come un uomo volgare, sfruttatore che serve ad Asia per spingerla verso
l’emancipazione. Quando Sayf, il marito, scopre del losco rapporto, stupra la moglie e questo
rappresenta l’unico e solo rapporto che i due hanno dopo svariati anni.
La seconda vede invece due storie parallele: una contemporanea e l’altra che risale alla fine del 19
secolo e inizio del 20 esimo. L’azione si svolge tra Londra, Il Cairo e New York. Entrambe
raccontano una storia d’amore in uno sfondo storico/politico. I protagonisti provengono da
differenti culture e quelli della storia contemporanea sono discendenti dei protagonisti della storia
più antica, una storia d’amore tra un aristocratica inglese Lady Anna Winterbourne e un
nazionalista inglese Sharif Barudi Pasha. L’azione si svolge in un Egitto occupato dagli inglesi. I
protagonisti della storia contemporanea sono la giornalista americana Isabel, una discendente di
Lady Anna e Sharif Pasha e Omar Ghamrawi che vive in America ed è nipote di Layla, la sorella di
Barudi. Sono proprio questi ultimi che cercano di ricostruire la storia dei loro antenati attraverso
lettere e pezzi di giornale ritrovati in un baule. Il personaggio di Lady Anna è la risposta alla
crudeltà della storia, rappresenta l’altra voce alla grande narrativa dell’impero inglese, una voce
rara, la voce della tolleranza verso l’altro soggiogato, consapevole della sua umanità e della parità
con il conquistatore. In questo senso, il romanzo può rappresentare la personificazione del ritratto
fatto da Edward Said sugli atteggiamenti imperialistici in Orientalism e Culture and Imeprialism.
Soueif offre una risposta all’arroganza razzista e all’ipocrisia delle regole inglesi al Cairo. Come
dice il titolo del romanzo, la mappa dell’amore non ha confini culturali né politici, mentre invece le
mappe politiche o geografiche sono basate su divisioni e conflitti.
Non tutte le esperienze della diaspora producono visioni tolleranti e aperte, di accettazione dell’altro
o della differenza. Alcune volte, l’incontro con l’altro è in realtà incontro con se stessi come mostra
il romanzo intitolato “The Translator” di LEILA ABOULELA. Scrittrice sudanese, educata a
Khartoum e a Londra, ha vissuto e lavorato con suo marito e il suo bambino in Scozia dal 1990.
Inizia a scrivere storie brevi in inglese prima di pubblicare il suo primo romanzo, The Translator ,
nel 1990. La protagonista è Saman, una giovane donna sudanese vedova, ricercatrice in un viaggio
in Scozia. Manda suo figlio a Khartoum mentre lei continua a vivere in Scozia come traduttrice
araba. Qui incontra Rae un accademico scozzese specializzato in Studi Islamici e del Medio
Oriente. Sembra un amore motivato dalla comprensione di Rae verso gli Arabi e l’Islam; Lui la ama
incondizionatamente anche per via della sua cultura mentre lei lo ama solo per la vicinanza che
l’uomo mostra nei confronti della sua stessa cultura araba ma per convolare a nozze, lei vuole che si
converta e che abbandoni il suo cristianesimo. Rae inizialmente esita e Samar ritorna in Sudan; sarà
solo quando lui la seguirà a Khartoum, dichiarandosi musulmano, sottomettendosi alla sua volontà
che sarà accettato e amato. Quindi, contrariamente alle apparenze, non è una storia di amore o di
incontro, ma di conquista, appropriazione, trionfo dell’io e sconfitta dell’altro.

CONCLUSIONI
Il mondo arabo è colmo di scrittori, intellettuali e persone istruite che, nonostante le inclinazioni
politiche e la fede islamica, aderiscono consciamente o inconsciamente, all’Occidentalismo, quindi
al sistema di valori che caratterizza l’Occidente. Diciamo consciamente o inconsciamente perché
alcuni non si considerano completamente occidentali o orientali; è il modo in cui vivono, educano i
figli, si vestono che li avvicinano all’uno all’altro mondo; in alcuni casi, l’Occidentalismo è entrato
così profondamente nelle loro vite che hanno perso traccia delle loro origini.