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Marcello Fois

Memoria del
vuoto

Einaudi
Dello stesso autore nel
catalogo Einaudi

Ferro Recente
Meglio morti
Piccole storie nere
Dura madre
Sheol
L’ultima volta che sono rinato
Sempre caro
Stirpe
Sangue dal cielo

© 2006 e 2007 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino

In copertina: foto di Geoff du Feu / Photonica /


Gettyimages. Elaborazione grafica di Fabrizio Farina.
Progetto grafico 46xy

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www.einaudi.it
Ebook ISBN 9788858402900
Memoria del vuoto

A babbo e mamma, che non è tardi


Prima parte

Principio del
principio

– Come sapete di
non essere lui?
– Perché so di
essere io!
Le mille e una notte.
Invocazione e protasi

E ora dammi le parole.

La notte dell’eccidio la luna piena,


grassa e sudata, se n’era stata
appollaiata per ore sulla schiena delle
montagne. Pochi fili di nubi facevano
l’effetto di capelli scomposti sulla sua
fronte. Se n’era stata cosí la luna, a bersi
l’orizzonte frastagliato come il bordo di
un guscio d’uovo spaccato in due, pigra
di una pigrizia quasi Morte, quasi fosse
al primo sonno.
Poi, a un certo punto, si era sollevata,
indolente, alitando contro la terra.
Una luna antica che, arcuata la
schiena per sgranchirsi nel silenzio e
cominciare con ritardo il suo turno, si
era spalancata allo sguardo degli
insonni. Cosí aveva iniziato a scialbare
la campagna solleticando il pelo
fosforescente delle bestie, e facendo
scintillare le foglie d’erba come rasoi.
Aveva attraversato le vigne incidendo
contro la lastra del cielo un nero golgota
di piante crocifisse. Poi era passata in
paese come giungendoci per caso,
viaggiatrice distratta, per rendere
febbrile di luce il rosso dei tetti. E
penetrò nella malta dei selciati per farla
preziosa d’argento, e scelse muri
immacolati perché la riflettessero.
Illuminò gli amplessi, oh se lo fece!
Quelli leciti e quelli illeciti, ferendo con
scudisciate di bianco la pelle degli
amanti, infilandosi nelle fessure delle
porte chiuse, insinuandosi fra le tende
che si sfioravano, schizzando dagli
sfiatatoi delle imposte accostate.
Piú in là, dove il terreno sempre è
grasso di vermi, fece brillare le tombe di
marmo come specchi ustori e abbatté al
suolo nerissime ombre di cipressi
sull’attenti ai bordi dei viali, per farle
colare sui marciapiedi. Ah, una luna
maledetta! Che sussurrava sventure, la
notte dell’eccidio.
I.
(Dove si racconta che un
paio di scarpe
possono cambiare il destino
di un uomo,
e che le premonizioni spesso
hanno una spiegazione,
ma non per questo sono
meno importanti.
Dove si racconta anche della
prima separazione
di Samuele e di agnelli che
cadono dal cielo)

Ma prima, anni prima di quella


notte, in Ogliastra c’erano state altre
notti. E anche altre lune. A raccontarle
tutte ci vorrebbero molte vite. Cosí
bisogna concentrarsi su quella in cui, a
sette anni, camminavo per strada con
mio padre. Lui aveva bevuto, barcollava
un poco e si prendeva in giro per il suo
passo incerto.
Era domenica. Santu Sebaste.
Eravamo stati a un battesimo: il
settimo figlio di Redento Marras, tra il
quale medesimo Redento e mio padre
c’era l’Olio Santo, in quanto il fabbro di
Elíni era il padrino di mio fratello
maggiore Gonario. Io di mio fratello
portavo le scarpe.

Era andata cosí: mio padre, Stocchino


Felice, e mia madre, Leporeddu
Antioca, avevano discusso sull’obbligo
di partecipare a quel battesimo, che
Elíni da casa nostra non era a due passi,
che ci volevano quattro ore buone di
strada a piedi, eccetera eccetera. E se
non bastava la questione della strada
c’era il fatto che non si aveva niente da
regalare al neonato per la buona sorte
su questa terra. E per la buona sorte su
questa terra non ci si può presentare a
mani vuote a chi ha appena aperto gli
occhi sul mondo. Eh no, neanche i
pastori piú poveri sono arrivati alla
mangiatoia da Cristo e la Madonna a
mani vuote.
Comunque mia madre dice che non
si può evitare: l’obbligo è obbligo, l’Olio
Santo è un legame troppo profondo.
Non presentarsi alla nascita del settimo
figlio di un compare è cosa che non si
può proprio. Come dire che il mondo si
rovescia. E mio padre fa segno di sí che
certo non si può dire il contrario, ma
quando non ce n’è non ce n’è. E se
anche ci fosse qualcosa da portare al
neonato, con la questione che mio
fratello Gonario, il figlioccio di Redento,
ha codiato le scarpe, che gli sono
cresciuti i piedi dalla sera alla mattina,
come la si mette?
Eh, dice mio padre, a Gonario devo
portarlo, ma senza scarpe lo porto? Mia
madre e mio padre si guardano: portati
a Samuele, dice mia madre, che tanto
Gonario o Samuele, per quanto l’ha
visto a Gonario, fatto a figlioccio,
Redento Marras, fa lo stesso… A
Samuele quelle scarpe gli stanno, portati
Samuele.

Giorni come quello in cui i miei


genitori stabilirono che avrei
accompagnato mio padre a Elíni per la
festa del battesimo del figlio di Redento
Marras, hanno lo stampo del destino
marchiato a fuoco. Uno pensa sempre
che siano giorni esattamente come tutti
gli altri. E invece si sbaglia perché
capitano cose, e qualche volta si vedono
cose, che non dovrebbero capitare, o
che non si dovrebbero vedere. Per
questo uno si dice che non c’è niente di
strano, che tutto è uguale a sempre, ma
non è cosí. Per esempio quello stesso
giorno, mentre mio babbo e mia
mamma cercavano di risolvere la
questione del battesimo, nel cortile
davanti a casa mia cadde un agnello.

Cosí, piovuto dal cielo. Proprio come


una nuvola, diventata pesantissima, che
precipita e si spappola sul terreno. Noi
bambini eravamo a giocare quando
sentiamo un tonfo poco dietro le nostre
spalle, e tzia Mena che grida. Poi arriva
altra gente e tutti si radunano a vedere
la bestiola schiantata al suolo.
Tzia Mena racconta tutto: lei sta
spazzando il cortile, si ferma per
prendere fiato che la salute non è piú
quella di una volta, poi sente un fischio
prima lontano, poi vicino, sempre piú
vicino… Alza la testa e vede che, dal
cielo, e lo giura sui figli e sui nipoti
amen, sta cadendo un anzone. Che gli
anzoni non volino è cosa certa, ma è
certo anche che quella bestia sperrata a
terra è caduta dall’alto.
Come sarebbe dall’alto? cominciano a
dire. Ma tzia Mena non cede: eja, vi
dico, dal cielo è caduto, dae susu!
Gesúsu…
Però c’era da dire che quella donna
non è che fosse proprio una persona
affidabile… Lasciamo stare. Comunque
vengono da noi bambini, da me e da
Luigi Crisponi e da Giuseppe Murru, e
ci chiedono che cosa abbiamo visto: noi
visto niente, ma sentito veramente sí,
uno spostamento d’aria e poi un
rumore davvero terribile, un suono
sordo, come un masso scagliato da
lontano o un sacco di patate sbattuto
con forza al suolo. Come quando si
scivola col culo a terra, che prima del
dolore si sente un rumore materiale e
compatto. Ecco, cosí: magari quel
rumore poteva corrispondere a
quell’immagine impossibile di un
animale terrestre che pioveva dall’alto.
Insomma in chiesa era pieno di santi e
di agnelli che stavano in piedi sulle
nuvole; magari, nel caso specifico,
quell’agnello particolare aveva messo la
zampa in fallo. Si sa no come sono fatte
le nuvole, che, per quanto sembrino
solide, ingannano. Anche in Paradiso
c’è da stare attenti, cosí sospesi sopra le
teste dei mortali. In piú c’era da dire
che per l’Apocalisse, da quello che
raccontavano, un bel po’ di rospi erano
pronti a calare sui peccatori proprio dal
cielo. Eh, allora magari si stava facendo
una prova…
Quando arriva Totore Cambosu la
confusione è massima. Ma lui, che è
cacciatore e conosce le cose segrete
della Natura, dice di stare calmi.
– Qua non è questione di santi o di
nuvole, e nemmeno questione di prove
per il Giorno del Giudizio. Qua è
questione di rapaci.
Quando parla Totore il silenzio si fa
greve. Lui si china sulla bestia a terra.
– Mí, – dice indicando la schiena
candida dell’agnello dove si vedono
striature rossastre come di graffi. – L’ha
afferrato da qui, poi dev’essere che gli è
caduto.
Tutti lo guardiamo a Totore
Cambosu, lui è uno che quando
racconta le cose incanta…
La faccenda era semplice: un’aquila
reale aveva afferrato un agnello dal
gregge, sollevandolo in alto con un
colpo d’ali. La bestiola aveva preso ad
agitarsi col cuore che le esplodeva
dentro al costato, che il terrore le aveva
chiuso il collo a tal punto che non
respirava quasi. E poi c’era l’aria sottile
là in alto. Comunque l’agnello era
riuscito a vedere dal cielo cose
grandissime diventare piccolissime: il
pastore che, sconcertato, radunava gli
altri agnelli e agitava il bastone in aria; il
montone che, conc’a susu, annusava il
maestrale; il cane pastore che abbaiava
impazzito cercando di volare a balzi.
Alla fine l’anzone ha visto sua madre
berbeche che continuava a brucare in
mezzo al gregge senza addolorarsi di
niente, che tanto da che mondo è
mondo è sempre la pecora che ne
piange… Cosí per un attimo l’anzone
ha vissuto l’esperienza dell’abile, ma poi
deve avere pensato che per fare l’aquila
ci vogliono le ali. E ha tentato di
volare… Poi dev’essere successo che
l’aquila era giovane, di quelle con
l’occhio piú grande della pancia. E cosí
magari non si è nemmeno resa conto
che l’agnello che aveva scelto era piú
pesante di quanto pensasse, tanto piú
che la bestiola afferrata per il vello si
agitava e non aiutava proprio, cosí,
sentendo che non ce l’avrebbe fatta a
portare la preda sul costone, ha
abbandonato la presa…
Il resto si sa.

Poi nella confusione è arrivata anche


Missenta Crisponi che aveva paura che
Luigi avesse combinato qualcosa e le
hanno raccontato dell’agnello e cosí lei
si è girata verso il figlio e poi è
sbiancata, che noi non ce n’eravamo
nemmeno accorti ma Luigi aveva una
macchia di sangue dell’agnello proprio
in mezzo alla fronte. Cosí Missenta lo
prende, poi sputa in un angolo della
franda e, sfregando forte con la stoffa
umida, gli toglie il sangue dalla fronte.
Tzia Mena e le altre donne si fanno il
segno della croce: sant’Antoni meu…
Che cosa deve succedere adesso?

E quanto sarà, due giorni dopo? A


Luigi Crisponi, che era il mio amico, gli
muore il padre. Lui quel padre l’ha visto
poco, forse due volte in sette anni, forse
tre, chi lo sa… Ma la cosa certa è che,
quando gli dicono che è morto, non
riesce nemmeno a ricordarsi com’è
fatto. Sí certo, Bartolomeo Crisponi era
alto, e poi? E poi basta, lui, quando gli
chiedevano come fosse suo padre,
diceva che era alto e lavorava in
miniera, fine. Comunque, Luigi lo capí
immediatamente, la cosa strana è che,
anche senza una faccia da ricordare, il
dolore è lo stesso. Eppure, gli dice una
volta Serafino Musu, se c’hai nove
fratelli qualche volta di piú a casa deve
essere tornato tuo padre… Ma Luigi lo
guarda come a dire che non capisce, e
io faccio cenno a Serafino che si tappi
quella bocca. Lui, Serafino, è piú grande
e sa le cose. Cosí si decide che è inutile
continuare, però Luigi insiste.
– Ma tua mamma i figli, i tuoi fratelli
e sorelle, dove li ha trovati secondo te?
– sbotta Serafino.
Luigi Crisponi si guarda intorno, poi
si mette una mano sulla bocca e sbarra
gli occhi.
Intanto dal Pozzo Nove a
Montevecchio stanno estraendo il corpo
di suo padre morto da quattro giorni. E
anche quel morto ha gli occhi sbarrati.
Come dicono sempre gli anziani che
quando si muore al buio si cerca la luce.
Al padre di Luigi Crisponi il destino l’ha
sepolto prima che morisse. E allora,
forse per superare quel buio tremendo,
e magari anche per sopportare il sapore
della terra smottata che gli era finita in
bocca, aveva aperto gli occhi oltre ogni
dire, quasi a bucare il telo compatto
della tenebra.
Restituito in una cassa di legno
scadente, quel monumento di
Bartolomeo Crisponi arriva a casa una
mattina di gennaio. La cassa è
inchiodata. Ma Missenta non ne vuol
sentire di stare a guardare una bara
chiusa e chiede di aprire, che lei il
marito lo vuol vedere un’ultima volta. E
gli altri a dire che lasci stare, che è
meglio ricordare i vivi. Missenta fa
cenno di sí, ma pensa di no. Lo sa lei e
decide lei…
Cosí schiodano il coperchio della
bara per far vedere il morto alla moglie
Missenta. Ora che il sangue se n’è
andato Bartolomeo ha una carnagione
lunare, quasi brillante, come quando
era ragazzo, la pelle liscia di una
signorina.
Bartolomeo appare snervato dalla
morte, con gli occhi chiusi a forza dal
medico della miniera, ma resta bello.
Non si è nemmeno gonfiato. A vedersi
non sembra nemmeno morto. Severo,
secco e massiccio, come un tronco
fosforescente di betulla, come un calco
di gesso abbandonato. Si direbbe fatto
di una materia inerte e organica allo
stesso tempo: una grossa larva candida,
luminosa di luce propria, avvolta da un
telo sporco.
Missenta fissa suo marito, poi cerca
con lo sguardo l’approvazione delle
vicine: lo capite anche voi, lo capirebbe
chiunque che, cosí com’è, con le unghie
incrostate di terra, col volto pulito male
ancora imbrattato di fuliggine, quel
cristiano non si può seppellire. Cosí le
donne lo spogliano dopo averlo disteso
sul tavolo della cucina.
Bartolomeo, nudo come il primo
uomo, è pronto a ricevere cure
amorevoli. Ed è lungo: le gambe gli
spuntano fuori dal piano del tavolo per
quasi tutto il polpaccio. Ha i piedi
nodosi.
La mamma di Luigi Crisponi non
vuole nessuno in cucina. Vuole stare
con il corpo morto di suo marito. Cosí
le vicine si portano a casa loro i
bambini: li nutrono a pan’e casu e latte.
Restata sola, Missenta comincia a
esaminare quel corpo che, nonostante
suo, suo non è stato mai.
Non ricorda che siano mai stati in
un’intimità piú profonda di
quell’istante, lei e suo marito, eppure
hanno messo al mondo nove figli.
Comincia a pulirlo con una pezza
tiepida. È inquieta di un’inquietudine
tenace, si attarda nei particolari: le
unghie nere, il carbone nelle rughe
sulla fronte.
Quando ha finito, esausta, si siede
con le mani sulle ginocchia.
Quel corpo inerte, pulito,
all’improvviso le dà la misura del suo
dolore. Che è terribile. E sottile. Ma è
anche un dolore franco e profondo.
Quasi calmo… Come prima della
vertigine. Quell’attimo che è stabilità
assoluta, piú che pace, prima della
caduta. Lei, Missenta Corrias, ora
vedova Crisponi, quel dolore lo vede
cosí: serio come un bambino che fa il
broncio.
E allora si alza. È lí in piedi che le
viene un pensiero in testa. Missenta si
china verso la bocca del marito per
baciarlo. Le labbra di lei sfiorano la
bocca di lui che è fredda come il
ghiaccio, ma morbida. Ancora,
impercettibilmente, sporca di terra agli
angoli. Bartolomeo lascia fare e sembra
languido e rilassato, sembra persino
che, per una volta, apprezzi l’iniziativa
della moglie.
È stato facile baciarlo, tra il pensare
di farlo e farlo è trascorso l’istante
perfetto.
Poi è successo.
Improvvisamente le palpebre di
Bartolomeo si spalancano. Ha i bulbi
vuoti, uno sguardo senza sguardo, come
se avesse un altrove sconosciuto da
scrutare.
Missenta vorrebbe urlare. Ma
succede qualcosa che è peggio: si sente
mancare, perde i sensi, capisce che sta
cadendo a terra, cade e, nel cadere, si
aggrappa al corpo del marito
tirandoselo addosso.
Rumore d’inferno! Che cos’è mai
quest’orrore? Che cosa accade per Deus
e pe’ ssantos? Qualcuno bussa in
cucina: Missé… per l’amor di Dio
apri… Missé, che cosa è successo? Ma la
donna è pietrificata, non si tratta
nemmeno di terrore, è qualcosa di piú
profondo, come un senso di perdizione.
Come quando si scivola a terra,
appunto, e non ci si rende conto di
scivolare, ma quasi volontariamente ci si
lascia andare giusto per non darla vinta
al caso. Il corpo nudo del suo uomo la
copre con un’impudicizia che non ha
mai avuto. Continuano a bussare, ma la
testa di Missenta se ne sta andando
altrove…Valle a spiegare che
Bartolomeo è morto. Lei non ci crederà
mai, mai, mai, mai…
L’istante perfetto. E la vertigine.
Quella particolare vertigine di Missenta
ha avuto una serie infinita
d’interpretazioni, ma tre nomi soltanto:
vertigine, appunto, nell’unico istante in
cui Missenta stessa ha potuto pensarla e
quindi darle un nome; poi colpo
apoplettico, dal dottor Milone, dopo
l’analisi visiva del cadavere; e
«secacoro» da tutti gli altri.
Insomma, quando buttano giú la
porta della cucina l’unica cosa che c’è
da fare è ordinare un’altra cassa da
morto. Di quelle economiche.

Poi succede che una mattina un


ufficiale giudiziario porta le carte ai
Crisponi perché devono lasciare la casa,
che non è roba loro, ma non si sa
nemmeno a chi appartiene veramente.

Luigi quella notte stessa ha fatto un


sogno.
Ha sognato che c’era un rumore
terribile, un frastuono davvero
insopportabile, cosí si era portato le
mani alle orecchie, ma il rumore,
anziché cessare, aumentava,
aumentava. Poi, nel sogno, era suo
padre inghiottito dalla terra. Era suo
padre e cercava di urlare, ma non
riusciva a fare altro che sbarrare gli
occhi. Oh, vedete come succede nelle
visioni, che uno proprio crede a quello
che sogna come se fosse vero. E
veramente Luigi, afferrato da quel
sogno, credeva di non poter respirare e
credeva che non ci fosse modo di
lacerare il buio. Credeva che suo padre,
come dono dovuto per tutti i doni che
non gli aveva mai fatto, gli fosse venuto
in bisione per raccontargli l’orrore
fragoroso della morte lenta. A Luigi
sembrò di poter vedere se stesso nello
spazio bianco degli occhi spalancati di
suo padre, che erano l’unica fonte di
luce dentro a quella tenebra grassa. E
gli sembrò anche che tutto quel sogno,
che continuava a essere realtà e il suo
opposto, fosse come una specie di
consegna che suo padre moribondo,
con gli occhi sbarrati, con la bocca piena
di terra, nero di carbone, unto di
fuliggine, gli stava lasciando. Anche se
non sapeva dire, Luigi, in che cosa
consistesse esattamente quel lascito.
Poi accadde che appena sveglio cessò
di farsi domande. Accadde che gli fu
chiara l’assoluta inutilità di rivendicare
qualcosa. E comprese che il lascito di
suo padre era quello di farsi docile nelle
avversità… E capí che sua madre era
morta per aver resistito, per non essersi
fatta molle.
Luigi pensò, ma non subito, ne
passarono di anni, pensò che sua madre
era morta per aver creduto di poter
stravolgere il disegno preciso della sua
inutile esistenza. E che un’esistenza
sensata costa migliaia di esistenze senza
senso. Gliel’aveva sussurrato suo padre
parlandogli dal bianco degli occhi,
guardandolo dallo sprofondo,
dall’intestino merdoso di madre terra.

E poi certo le cose non vengono mai


sole, mai sole. Perché non è passata
nemmeno una settimana e dicono che a
Luigi lo portano a Cuglieri, alla Casa del
Fanciullo. E lui dice: io scappo e se mi
riprendono scappo, e ogni volta che mi
riprendono scappo. E a me quasi mi
viene da piangere.
Comunque il giorno che deve partire
Luigi c’ha la febbre alta, la vicina che ce
l’ha in custodia sta aspettando i
carabinieri fuori dall’uscio per dire che
la creatura sta male, che a lei mica le fa
problemi occuparsene, che tanto vuol
vedere lei se in un orfanotrofio lo
trattano meglio. Ma i carabinieri le
dicono di coprire bene il Crisponi Luigi
di fu Bartolomeo perché la legge è la
legge e non ci sono discussioni.
E allora, senza discussioni, a Luigi
l’ho visto partire dalla finestra di casa
mia che, se non fosse stato perché mia
madre era alla finestra anche lei, avrei
proprio pianto. Domo rutta. Una
famiglia intera dissolta nel nulla. Ma
poi la macina gira, diceva mia madre, e
anche la malasorte si distrae prima o
poi.
Però non è vero che a un bambino gli
sembra cosí chiaro il concetto, della
malasorte che si distrae intendo. Quella
mattina in piedi, davanti alla finestra
che dava sul cortile dei Crisponi,
mentre portavano via a Luigi, io
pensavo che ci sono separazioni
assassine come mani che ti strozzano. E
poi pensavo al tesoro di carta stagnola e
fondi di bottiglia che avevamo
seppellito a tre passi dall’ingresso della
tanca di Puddichinu, e alle fionde per
colpire i verdoni, e alla volta che il
maestro Serusi ci aveva messo il cartello
ASINI CALZATI E VESTITI e ci aveva fatto
andare in giro per la scuola anche dalle
bambine… Insomma pensavo a quelle
cose a cui si pensa quando uno muore.
Ed è come se ogni separazione sia come
piangere un morto.

Dev’essere che a me non è mai


piaciuto di cambiare le cose. Io sono
sempre stato di quelli che si angosciano
di fronte ai cambiamenti. A mio padre
questa cosa sembrava dovuta all’età. Eh,
diceva che ero ancora un bambino,
anche se compiuti sette anni già un’idea
del mondo bisognerebbe averla.
Comunque la mia, diceva lui, non era
esattamente un’idea del mondo, che
appena si riesce a capirlo, il mondo, la
prima cosa che si capisce è che è tutto
un seppellimento di morti. Quindi,
diceva lui, dovevo stare tranquillo,
perché quelli che sembrano
cambiamenti da bambino, una volta
diventati grandi sono sempre la stessa
cosa: nascere e morire e cosí via.
II.
(Dove si racconta di un
lungo viaggio a piedi e del
ritorno)

E arrivò il giorno del battesimo.


Per il regalo i miei genitori presero a
credito una misura di sale grosso scuro,
una misura di zucchero grezzo e una
misura di chicchi di caffè da tostare.
Come, a suo tempo, aveva fatto
Filomena Marras, moglie di Redento.
Perché quando si riceve un presente
l’obbligo poi è di restituirlo. Che, detta
cosí, sembra quasi che si faccia un
regalo per riaverlo indietro, ma invece è
solo che non si può spinzare un
neonato arrivando a mani vuote. Qui il
punto è che le occasioni vanno onorate.
Onorate, come Onore. E anche se uno
non ha niente, qualcosa per l’Onore del
battezzato, del comunicato, del
cresimato, degli sposi, del morto, lo tira
fuori, magari facendo debiti com’era
successo ai miei genitori. E questo vale
per sempre, perché è una di quelle cose
che nemmeno si devono insegnare.
Chi sa le cose dice che il sale è la
prova del mare che respira, per quelli a
cui non bastasse di sentirlo ansimare
nelle notti autunnali. Ha un sapore che
da solo non si può sopportare. È
cristallo, gioiello fugace, solubile.
Lo zucchero è la prova dell’Eden. Il
tesoro fatale. Quello che perdette
Adamo. Per chi non credesse che può
esserci felicità in terra. Dal dolce tutto
l’amaro. Dal bene ogni male. Lo
zucchero è fiocco di neve dissolto.
Il caffè è la prova che siamo centro e
confine e dentro al confine c’è un
centro ancora e dentro a quel centro un
confine ancora. Il caffè è chicco che
viaggia trasportato dagli oceani, dove
ancora ci sono centri e ancora, ancora,
inesorabilmente, confini. Il caffè è dono
del sudore di donne chine. È terra
bruciata polverosa.
Eccoli, tremendi frutti del sangue,
per il viatico del neonato.

Le vecchie scarpe di mio fratello mi


portarono dunque lontano, poco fuori
Elíni, nella tanca di Redento Marras
dove si teneva la festa. E la festa era un
odore che ti veniva incontro, piú che il
vocio, piú che le risate… Era un odore
di carne, quasi amaro, quasi dolce, che
proveniva dal centro dello spiazzo dove
sonnecchiava un fuoco di braci. Custodi
cucinieri facevano arrostire anzoni e
porcetti all’impiedi e si versavano da
bere binu a rasu per affrontare il calore
della fornace. Poi c’erano ragazzine da
marito che offrivano pistocos dalle ceste
e donne mature, mamme di famiglia,
che versavano il caffè fumante.
Ecco, tutto aveva un odore. Tutto
s’espandeva all’intorno. Era un odore
gustoso, che pareva potesse saziare solo
ad annusarlo…
Arrivammo alla casa. Filomena, la
moglie di Redento Marras, ci fece
sedere all’interno. Ci disse proprio di
sederci, che eravamo stanchi: tutta
quella strada a piedi per onorarli era un
onore doppio, disse. Ma noi restammo
in piedi, Filomena ripeté di sederci. Io
guardai mio padre. Mio padre mi fece
cenno di sí e io mi sedetti. Filomena mi
fissò, corrugò le sopracciglia:
– Compà, – disse rivolta a mio padre,
– ma questo non è Gonario!
Mio padre confermò col capo:
– Con tutto il rispetto, comà, senza
offesa, ma a Gonario ce l’abbiamo
pastoricando e non lo potevamo togliere
dal lavoro, c’ha nove anni ormai e deve
contribuire per la famiglia… Non
potendo portare Gonario ho portato
Samuele…
Filomena mi squadrò come se
dovesse farmi il ritratto. – Si è fatto
bello anche lui… – commentò rivolta a
mio padre. Poi mi guardò ancora: –
Mangiato hai? – mi chiese. Io feci segno
che no.

E cosí la festa.

Avevamo assistito alla moltiplicazione


dei pani e alla trasformazione dell’acqua
in vino. Il pomeriggio se ne stava
andando irroccato dalle urla dei
giocatori di morra. E allora il padrone di
casa versò a mio padre un altro
bicchiere e gli disse che visto che ormai
faceva buio, e che, per la creatura, si
faceva tardi, con tutta la strada che
dovevamo fare per tornare a casa, era
meglio se restavamo lí a dormire.
– No est pro cosa, ma est tardu pro
su pitzinnu…
Mio padre, cercandomi con gli occhi,
trangugiò il vino e disse che davvero era
un disturbo troppo grosso, e che
comunque creatura non ero, e che lui a
sette anni già custodiva il bestiàmene di
don Benedetto Mulas.
– Itte pitzinnu e pitzinnu… Deo a
s’edade sua…
– E allora, – lui disse, – compà,
trattenetevi che è meglio, cosí stiamo
piú tranquilli tutti, date retta una volta,
il posto c’è.
– Compà, – concluse mio padre, – già
lo sapete che non ci facciamo nemici
per queste cose: non ci sono
ringraziamenti abbastanza, ma se non ci
vede tornare Antioca si preoccupa…
Davvero adesso ci mettiamo in
cammino e lunga vita al battezzato.
Adiosu.

Cosí mio padre, senza proseguire la


discussione, mi fece il gesto di lasciare i
giochi perché ce ne stavamo tornando.
Ci mettemmo in cammino verso casa, io
con l’abito delle feste e con le scarpe
che erano state di mio fratello, e mio
padre con la sbronza allegra.
Lungo la via del paese erano esposti i
pregoni per i ricercati. Dai manifesti,
quei volti febbricitanti, come quelli che
hanno i martiri, o i banditi per
l’appunto, ci guardavano avanzare verso
la campagna. Vivi o morti che fossero.
Mio padre cominciò a dire di Giovanni
Tolu, bandito Epaminonda, che col
battito del suo cuore aveva resistito
all’assalto dei nuovi codici, come l’eroe
spartano contro i persiani. Si faceva
scivoloso come la colobra quando la
Forza pubblica cercava di afferrarlo a
mani nude. E aveva perdonato piú che
condannare, altroché feroce e
sanguinario. Lui. Tolu Giovanni, da
Florinas, si era fatto d’aria quando gli
avevano gettato le reti addosso, e
d’acqua quando avevano cercato di
stanarlo col fuoco. Lui, Tolu, il non
morto, aveva messo radici, come un
albero secolare, nella nostra carne. Cosí
disse mio padre che l’aveva conosciuto
già vecchio.
Intanto la notte ci camminava
incontro galoppando tra le querce di
Santa Barbara e la luna esplosa dal
mare di fronte a Tortolí. E strada ce
n’era da fare! Tua madre non ci fa
entrare in casa, disse mio padre
timbrando la terra asciutta col suo
scarpone. Poi rise.

Era fredda la notte di san Sebastiano,


martire della Fede, legato alla colonna e
trafitto dagli arcieri dell’imperatore.
Che, disse mio padre, la giustizia abita
le case dei ricchi. E la fede del pane
nero, quella dei semplici, è solo un
racconto dimenticato.
Camminando nel chiarore secco della
luna arrivammo alla casa di
Emerenziano Boi, il bottaio. Una luce
fievole dalle finestre dell’officina ci disse
che stava ancora lavorando. Mio padre
bussò tre volte come fanno i pellegrini.
Chiese dell’acqua.
– A quest’ora non apro a nessuno, –
gridò il bottaio dall’interno, – foste gli
apostoli in persona, non apro, – ripeté.
Allora mio padre diede nome e
patronimico, che lo riconoscesse: –
Stocchino Felice di Bernardo de sos de
Crabile, – disse, – l’acqua è per il
bambino che ha sete, stiamo tornando
dal battesimo dell’ultimo nato di
Redento Marras, un bel bambino
proprio, Dio lo benedica…
– Andate al rivo, – disse il bottaio.
– C’è un’altra ora di cammino prima
del rivo, – insistette mio padre.
– Per un’ora non è mai morto
nessuno, – rispose quell’altro, e soffocò
il lume.
Mio padre sputò a terra. Ce la faccio,
dissi io, ce la faccio, e già
m’incamminavo in direzione di casa.
Mio padre non si mosse, pareva
aspettare qualcosa che sapeva non
sarebbe mai accaduto. Poi sputò ancora
a terra e, con la punta dello scarpone,
fece un segno sul terreno davanti
all’uscio della casa del bottaio.
A raccontarla quella notte sembra
poca cosa, che le notti non si possono
raccontare. Non si possono raccontarne
gli odori acuti delle piante che si
scrollano di dosso la luce del giorno
appena passato; l’odore delle bestie che
vagano in cerca di cibo. Né si può
raccontare il fragore delle bacche che
precipitano al suolo spinte giú dalla
scossa dispettosa della tramontana.
Persino il suono secco dei passi nel
tratturo martoriato dalle ruote dei carri
è irraccontabile. Che ogni passo origina
una nube di polvere rossa come l’alito
di Luziferru quando capí che stava
precipitando. Ogni notte è immazine
del risucchio, una discesa soffocante,
una memoria dell’abisso.
Camminavamo in silenzio, tendendo
le orecchie per tentare di percepire
l’acqua corrente della fonte prima di
arrivarci. Ero veramente assetato, ma
non dicevo niente, temevo di far
infuriare mio padre…
Quella notte risuonava come una
tettoia di latta, oltre le montagne, sul
mare, al largo, il Tumbarino eseguiva
un temporale. Noi lo sentivamo in
lontananza, ovattato, come fossimo due
reietti tenuti fuori dal cerchio della festa
che sentono le risa e i balli. Quella
tristezza cambia il mondo, rovescia la
terra come la mano di Dio che,
scavando di taglio, raccoglie dal suolo
un’immensa merda di vacca. Come la
lama di un vomere che forma onde di
terra.
Ed ecco che vedemmo il cervo.
Mio padre camminava a testa bassa
ruminando scontentezza. Avevo infilato
la mano nella sua tasca, lui me l’avvolse
dall’esterno, manca ancora poco,
sussurrò. Il vino gli era spaporato dal
cervello e aveva lasciato spazio a un
rancore sordo. Dalla sua mano sentivo
il battito furente del suo cuore.
Nemmeno l’acqua, biascicava tra sé,
nemmeno l’acqua… Cosí vedemmo il
cervo. Lucente come una pietra dura.
Sentii che mio padre mi trattenne, alzai
lo sguardo e lo vidi. Anche la bestia si
voltò e ci guardò come se sapesse di
avere addosso la nobiltà dei secoli,
come se fosse un’anima messaggera. Vi
stavo aspettando, disse quello sguardo:
tu Felice e tu Samuele, vi stavo
aspettando. Dolore e sangue raccontò
quello sguardo. In tutto simile a quello
dell’arcangelo annunciante che
preconizzò le sette spade a Maria
Vergine.
Fu allora che mio padre mi coprí gli
occhi con la mano. Dentro a quel buio
caldo conobbi il mio destino: la
solitudine, la morte degli affetti, il
ringhio della vendetta.

Questo accadeva la notte del 20


gennaio del 1902. La mattina appresso,
Gesuina Líndiri vedova Boi, la madre
del bottaio, uscí dalla casa; teneva nella
franda granaglie per le galline e bucce
di patate per i maiali. Un vento
malefico non dava tregua, le fronde
degli alberi fischiavano come scudisci.
La donna tentò di bloccare il mucadore
che le sfuggiva dalla testa per un colpo
di vento, abbandonò la franda e il suo
contenuto si sparse nel cortile, i semi
baluginarono seguendo una spirale
invisibile, le bucce planarono per
qualche istante prima di rotolare a
terra. La vecchia Gesuina, che era poco
piú che un sacchetto d’ossa, fu quasi
sbattuta al suolo, fece appena in tempo
ad appigliarsi a un anello infitto nella
parete della casa, di quelli che servono
per legare le bestie. Il mucadore volò
via, ormai abbandonato al suo destino.
A capo scoperto come una penitente,
con le gonne che le si appiccicavano al
busto, la donna si guardò intorno: era
una mattina viola. Si fece il segno della
croce. Poi vide il solco. Una S sul
terreno.
III.
(Di quando Antioca scopre
di essere incinta
per la quarta volta
e implora la Vergine di non
avere altri figli)

15 agosto 1894, Antioca Leporeddu,


moglie di Felice Stocchino, si alza di
buon’ora. Lo sa bene quello che ha
fatto, e che ha lasciato fare, qualche
notte avanti. E ha deciso di provvedere.
C’è un’aria quasi fredda nonostante il
mezz’agosto, ma per gli anziani proprio
dall’Assunta si capisce come andrà la
stagione fredda. Perciò c’è da aspettarsi
un inverno con gli artigli. Quel cielo è
di stagno, come la superficie di un
vecchio mestolo affumicato. Nemmeno
gli uccelli cantano ancora. E la luna
pare disfarsi. Velata proprio come la
Vergine. È un silenzio talmente pieno
che verrebbe voglia di gridare. Dalla
stanza dove dormono i suoi figli non
arriva un respiro. Tutti trattengono il
fiato, la terra stessa trattiene il fiato. E
persino le foglie. Antioca può sentire
solo il battito del suo cuore. Sospira per
calmarsi, ma non serve… Ha aperto il
baule dove tiene l’unico abito buono
che possiede. Lo distende sul tavolo
della cucina come a mimare le spoglie
di una cara estinta. Si lava con lo
straccio inumidito nell’acqua del catino.
Si spoglia a pezzi perché si vergogna
anche di se stessa. Lavata la parte
superiore, si sfila la camicia da notte
facendola scivolare giú dalle cosce.
Quando si toglie le mutande vede
qualcosa che non le piace: la pezza che
ha tra le gambe è troppo pulita. Con le
dita Antioca Leporeddu, madre e
moglie devota, si aiuta nel suo
primordiale far di conto. Ma fuori da
qualunque matematica lei conosce le
operazioni perfette della Natura. E
allora deve fare quello che ha deciso.
Quando sveglia Genesia, che è la
figlia grandetta, è già vestita di tutto
punto, con la treccia fatta a curcuddu e
il mucadore ben messo. Sembra quasi
bella, Antioca, col vestito buono.
– Sveglia che c’hai da fare, – sussurra
quasi gridando a Genesia.
– Eh? – Genesia la guarda come se
non capisse nemmeno chi è, per un
istante si è fatta l’immagine di una bella
signora che le toccava la spalla.
– Eh, eh, – le fa il verso Antioca. – Io
sto andando. Ti ho lasciato tutto in
cucina.
Genesia ha le palpebre incollate come
un micio. – Ma dove state andando? –
sussurra.
– Devo fare una cosa, a tuo padre
lascialo dormire, che non è sempre che
se lo può permettere.
Genesia fa segno di sí, ma poi ha
come un ripensamento. – Se mi chiede
che cosa gli dico? – domanda
mettendosi a sedere sul letto.
– Digli che sono andata all’Assunta, a
Orgosolo, con la gita del parroco.
– Mi avevate detto che mi portavate
anche a me, – si rabbuia Genesia,
capendo solo in quel momento l’ora e il
giorno.
– Sí, sí, ma poi qui come si fa… Ti ho
lasciato tutto pronto. Io stasera torno. E
bada a tuo fratellino che quello ti
mangia in testa se lo lasci fare. E a
babbo il formaggio nel brodo non glielo
mettere che lo sai che non gli piace.
Genesia fa cenno di sí. Ha capito che
in tutte quelle indicazioni della madre
c’è un’ansia silenziosa.
– Lavatevi bene, – continua lei, – non
come fate sempre che sembrate gatti.
Genesia ora è in piedi, dal pavimento
le arriva il ritmo sonnolento della casa.
Un’alba pallidissima si sta preparando.
Antioca varca la porta come se stesse
fuggendo da se stessa. Fuori da quei
muri c’è un’altra, una che sa cosa fare.
Dentro quasi nulla sembrava possibile.
Ora, mentre si affretta per raggiungere
il sagrato della chiesa, tutto sembra
vero. E giusto.
Il primo postale carico di pellegrine
per l’Assunta è già partito. Ma è rimasto
il carro a buoi che in cinque-sei ore
massimo porta a Orgosolo per la
processione. In nove salgono su quel
carro. Antioca è la decima.

La notte si dissolve che il carro ha da


poco superato il lavatoio e forse è stata
proprio ingoiata da quello specchio
d’acqua ronzante. Ora i suoni si
sentono tutti: gli zoccoli ferrati dei buoi,
ma anche il cigolio delle ganasce
metalliche aggiunte per modernizzare il
carro e tentare di renderlo piú abile ad
ammortizzare le buche. Ma non
abbastanza: quella condizione precaria,
quel disagio, quel viaggio scomodo,
sembrano ad Antioca un assaggio
dell’onnipotenza della Vergine che ha
capito quale spada la trafigge.
Comunque il viaggio è lungo. È un
travaglio irraccontabile di scosse e
ciottoli. È uno stridore costante di
fasciami metallici che corazzano il
legno. Un sobbalzare infernale lungo la
direttiva nord-ovest.
– Prendiamo la tratta di Corr ’e Boe,
– annuncia il padrone del carro e dei
buoi. Il parroco nell’emergenza l’ha
svegliato in piena notte per chiedergli il
favore di trasportare alla processione le
pellegrine lasciate a terra dal postale
stracarico. – Da coprirvi ve ne siete
portate? Mí che lí attacca un freddo del
demonio. Che anche se è agosto lí non
cresce nemmeno una pianta.
Niente estate e primavera a Corr ’e
Boe, dice la leggenda. Solo autunni e
inverni.
Le donne dicono che sí, che si
prenda per quella strada se è la piú
corta… Ma non è che ci sono molte
possibilità: o si tira verso il mare o si tira
verso il monte. Nel primo caso si fanno
una-due ore di viaggio buono, poi
cominciano dolori e sali e scendi e tratti
in pendenza. Perché anche se si dice «a
mare» non è esattamente di mare che si
sta parlando, ma di monti che si
buttano fra le onde. E infatti si viaggia
in cima alle montagne anche se basta
gettare l’occhio per vedere le spiagge.
Nel secondo caso i dolori sono
costantemente distribuiti per tutto il
tragitto. Come nella vita. È un salire
lento ma costante, poi una discesa dal
poggio al piano, poi ancora una
risalita…
Le donne dicono che sí, che hanno
da coprirsi.
Antioca sta guardando la terra che
partorisce la luce. Ha un cruccio
nell’anima che quasi la soffoca. È
sballottata nel gorgo degli arbusti
asciugati da un gelo precocissimo; con
l’odore secco di foglie già croccanti che
si polverizzano sotto la pressione delle
pesanti ruote e sotto gli zoccoli dei buoi.
– Peccato per il Rosario, – dice una.
– Eh, già lo possiamo dire anche
noi… no? – dice un’altra.
– Eja, ma con prete Marci era
un’altra cosa, – insiste la prima.
– Oj oj… – interviene un’altra. – Non
sta bene nemmeno per le anime di
pensare queste cose.
– Eh, sto capendo quello che vuoi
dire, – è costretta ad ammettere la
prima. – Ma io intendevo che è un
peccato che non si può fare come l’anno
scorso nel postale… È stato bello e il
viaggio è passato in fretta…
Le voci sono di api ronzanti. Ad
Antioca tutto sembra estraneo. Ci sono
due Antioche, questo l’abbiamo detto.
Ce n’è una senza paura, che può
guardare quella paurosa come se le
volasse a un palmo dalla testa. Antioca
alza lo sguardo sopra di sé: la
conversazione tra le altre donne, prima
animata, un po’ per volta si perde nel
silenzio.

E allora Antioca e Antioca


cominciano a parlarsi.
Maledetta, dice l’una all’altra, ti sei
fatta ingravidare come una pezzente.
Che cosa pretendevi, che fosse il
maschio a sottrarsi?
Cagna! dice l’una all’altra. Cagna
mille volte.
E brava, dice quella coraggiosa, cosí ti
sei fatta questo viaggio, ma tanto non ti
serve a nulla, che quando le cose sono
scritte sono scritte e basta. Mica ci vuoi
tu a cancellarle.
Se la Madonna vuole aiutarmi lo fa,
volge lo sguardo pietoso verso di me…
La Madonna ha altro da guardare
che non le cagne in calore…
No, no… La Madonna sente anche il
battito, sente anche il sospiro, sente il
fruscio… e si volge a guardarlo.
Vergogna, vergogna Antioca
Leporeddu, ti sei fatta fregare come un
sorcio… Eh eh eh.
Antioca fa un gesto come a scacciare
quella risata. Le donne sul carro la
guardano incuriosite.
– Lei, Nostra Signora, lo sa cosa
chiediamo in cuore, – dice
all’improvviso per rispondere a una
domanda non fatta.
– Amen, – annuiscono le donne.
– Copritevi bene che non voglio
problemi, – ordina l’uomo alla guida
del carro.
Antioca e le altre donne si coprono il
capo e si avvolgono i lembi dello scialle
intorno alla bocca.
Se Dio vuole stanno zitte, pensa
l’uomo alla guida.

Al tepore del proprio fiato i pensieri


si amalgamano senza soluzione. Una
sonnolenza testarda acchiappa le
palpebre. Il dondolio del carro mette a
dura prova la schiena, e la testa sembra
impossibile da sostenere. Col mento
abbandonato sul petto Antioca ha
lasciato se stessa…
Di altri figli non ne voglio, non ne
voglio. Voi lo sapete perché sono qui,
Madre Santa. Voi sola lo sapete. E se
potete vedermi, se volete vedere me
nell’immensità delle anime che
v’implorano, allora esauditemi, che un
altro figlio ancora no, proprio no…
E la Vergine Santa, proprio identica a
quella della Parrocchiale di Arzana, ma
senza i gioielli offerti dai fedeli, si siede
accanto a lei sul carro e le cinge le spalle
col braccio. Antioca sente un calore che
si diffonde fino ai lombi.
Io ci sono, dice la Vergine, e fra
l’immenso numero delle anime
imploranti ho scelto proprio te,
Leporeddu Antioca in Stocchino. E ti
ho scelto per dirti che ancora tre spade
ti trafiggeranno. E per dirti che questo
figlio che porti in grembo sarà il tuo
penare e il tuo gioire. E per dirti che per
questo mi sei cara, creaturina mia
sofferente prediletta. E per dirti che mi
è caro persino questo tuo dubitare, e
questa tua rabbia pure.
Creaturedda iscaminada
in su bentu ’e su destinu,
a ti torrare in caminu
deo pro custu so falada,
recita la Vergine che, perennemente
infiammata dalla Pentecoste, sa parlare
tutti i linguaggi parlabili.
Antioca piange piano nel sonno. Le
donne sul carro la guardano e scuotono
il capo.
E perché farmi mettere al mondo
altre creature sofferenti? chiede.
La Vergine sorride, diventando in
tutto identica all’immagine del vecchio
messale rilegato e illustrato. Sorride:
animella, povera di spirito, ti amo e mi
sei cara… Io sono qui perché tutto ha
un senso, sono qui per dirti che fai
parte di un disegno perfetto. Certo,
Leporeddu Antioca in Stocchino,
nell’immenso dipinto tu sei la punta,
della punta della punta, dell’ultimo
lembo del piú minuscolo filo d’erba di
un prato immenso, che è comunque a
sua volta piccolissimo. Intesi, creatura
mia sofferente?
Nel sonno Antioca sembra fare di sí
con la testa.
E allora, dice la Vergine
accarezzandole la nuca, vai e non volere
quello che vorresti, ma cerca di volere
quello che ti è stato assegnato. Vai e
accetta il calice che ti viene offerto, che
il mondo senza quest’accettare
incondizionato sarebbe solo un posto di
morti che camminano… Ecco, ora ti
soffio l’orecchio come l’Arcangelo
guerriero fece con me. E questo soffio è
un’anima che si posa dentro alla tua
carne. Ora tu sei la figura della vita,
creatura sofferente, sei figura della
nostra parabola su questa valle di
lacrime: quella che noi chiamiamo vita
non è nient’altro che una breve
ospitalità nell’utero della terra. Nascere
è tutto il resto…

Quando Antioca apre gli occhi il


carro sta svoltando verso Orgosolo da
Pratobello. Pellegrini a cavallo si
affrettano verso il santuario
dell’Assunta. È una giornata pallida, il
sole è coperto da un cielo compatto.
Nell’altopiano pascolano greggi
silenziose. Si scende verso il costone,
quasi una rocca di granito dov’è
appollaiato il paese grigio. Ora che la
folla si sta radunando bisogna lasciare il
carro e proseguire a piedi.

Si procede dunque per assistere al


passaggio della Vergine Dormiente,
assunta al cielo dopo un sonno
profondo che è morte, ma solo in
superficie, perché la morte non esiste. Si
assiste all’esposizione e al trasporto
perché ognuno possa vedere e piangere.
E stabilire di quale porzione del grande
disegno faccia parte. Che lamentino e
ricordino pure! Come tutti i giorni si
cibano di carne e sangue, cosí, durante
il rito, seppur consumato in fretta,
l’istante del passaggio appena, debbono
rammentare da quale nodo mistico
quella carne e quel sangue sono
scaturiti. E forse chi deve rammentare
non rammenta, e forse è solo gesto e
sguardo: il lembo del velo che copre la
statua dormiente; il celeste del
mantello; il candore della tunica… E
forse sotto i veli dell’anima il corpo
occupa uno spazio esuberante e pesa
sulla terra. Ma questo è nel teatro
dell’uomo. Alla morte, che non esiste,
non ci si avvezza, è un dolore costante
millenario che ha scavato linee
profonde nella roccia che siamo. Forse
perché al pubblico trasporto, al pubblico
pianto, sempre muto, si accompagna il
proprio dolore e il proprio pianto. Per
questo si vuole ricordare, per non dar
ragione all’irragionevole. E lí in
processione, lí nel teatro della
compassione del corpo martoriato,
nell’abbraccio ai figli dolenti, lí posiamo
il fardello. Muori per noi, gridiamo in
silenzio. E potremmo sostenere,
camminando come se danzassimo, il
fianco della folla lamentosa che, a tutte
le latitudini, piange allo stesso modo.

Quando il simulacro della Vergine


Dormiente le passa accanto, una brezza
leggerissima le scosta il velo dal viso.
Antioca si sistema una ciocca di capelli
dentro al bordo teso del mucadore, poi
si accarezza il ventre…
IV.
(Qualche premonizione sul
nascituro e qualche diceria)

Che lo chiameranno Samuele l’ha


deciso prete Marci:
– Samuele fit unu balente ’e Deus.
Ca sa chistione fit chi cada borta chi su
Pópulu de Israele non manteniat su
Pattu chi ajat fattu chin Deus, de Lu
tennere in contu supra ’e tottus, Deus
lu fachiat iscrabu de àttera zente finas a
cando non si nde penetiat. Tando,
colau carchi annu, Deus, chi est bonu
meda, si cummoviat pro sos fizos suos
iscrabos e lis ammentabat chi unu Pattu
est unu Pattu e li mandabat unu
balente prenu de s’Ispiritu Santu, pro
los liberare. Su menzus de tottus sos
balentes fit propriu su profeta Samuele.
Deus l’aiat nau de andare a muttire su
re chi Issu aiat isseperau pro su Pópulu
suo. E gai Samuele at postu s’ozu santu
in conca a unu zovaneddu chi si muttiat
Saul. Ma custu Saul no fit pessone ’e
gabbale: si crediat cosa e si ch’est
irmenticau chi Deus l’aiat fattu re…
Tando Deus at zirau torra sa cara a
un’àttera ala e su Pópulu suo est finiu
un’àttera borta in iscrabitudine. Tando
cussu cant’ ’e pane de Samuele precat a
Deus chi torret a pompiare sa zente sua,
ca est troppu su male colare de cussos
poverittos chi ana irmenticau su Pattu
chin Issu. E Deus, chi est meda bonu, si
cummovet pro tottus cussos ómines e
féminas e pitzinnos e pitzinnas. E narat
a Samuele de si ch’iscampiare a
Betlemme pro chirchare unu
pitzoccheddu meda bravu chi est unu
pastoreddu e li naran Davide… Eja…
cussu de Golia, ma custu est un àtteru
contu… T’appo contau cust’istoria pro ti
narrere chie fit Samuele: un ómine
bonu e meda, meda caru a Deus… Bie
tue si ti paret cosa de nudda…
Felice abbassa la testa, e martoria il
bonette:
– Con rispetto, – sussurra. – Ma noi
avevamo pensato di chiamarlo Basilio.
Prete Marci allarga le braccia:
– Lo capisco, – conviene. – Vuol dire
che se è femmina la chiamate Basilia
come la nonna buonanima… Ma se è
maschio il nome è Samuele.
– E chi lo sa se è maschio o
femmina… Ci dispiaceva non onorare a
socra…
– Guarda che tua suocera da lassú
capisce tutto, sarà per il prossimo figlio,
– ribatte ispirato prete Marci. Poi, dopo
qualche secondo di silenzio, vedendo il
viso neutro di Felice, cambia tono: – E
cos’è questo, l’ultimo figlio che pensate
di fare? Non cherjat Deus! – tuona. –
Mí che la procreazione non è certo roba
tua, Felice Stocchino!
– E scrivetemelo su un foglio, questo
nome, che non me la voglio faddire con
l’impiegato del Comune, – si arrende
Felice.

Il 20 maggio 1895 prete Marci può


scrivere bello chiaro, per l’impiegato
dell’anagrafe: SAMUELE STOCCHINO.

Quando Samuele nasce sua nonna


Basilia, madre di sua madre, è morta da
cinque mesi. Proprio la notte della
vigilia di Natale. Antioca ha fatto il
lutto silenzioso fino al trigesimo, vestita
di nero dalla testa ai piedi, e cosí anche
le due figlie grandette Genesia e
Ignazia. Ha preparato fascia e bottone
nero per Felice e anche per Gonario. La
consegna del silenzio è quasi una
benedizione: per il poco tempo che la
malattia ingorda c’ha messo a portarsi
via Basilia, lei Antioca non ha fatto altro
che parlare. Fuori casa a sentire di
strane inappetenze simili a quella che
improvvisamente ha colpito Basilia. In
casa con le comari a spiegare che una
mattina per la prima volta la donna
anziana ha detto «non sto bene». In
chiesa a pregare di farla guarire o
perlomeno di concederle il tempo di
vedere questo nuovo nipote che cresce
e prospera; poi capisce che è piú
realistico chiedere che almeno le venga
concesso il tempo di passare le feste. Ha
parlato come non ha parlato mai,
Antioca, per fare in modo di
sopravvivere al terrore amarissimo che
l’avvolge. Ha parlato e parlato persino
tra sé e sé, a ricordare delle tre spade
preconizzate in sogno dalla Vergine.
Quando si parla cosí si parla per dare
un senso allo smarrimento. Si parla
anche per colmare il vuoto che
l’angoscia ti scava dentro.

Cinque mesi prima, dunque… È la


vigilia di Natale.
Il dottor Milone sa di una fragranza
mai sentita, come una specie di santità
lieve, mentre avvicina il volto angelico e
maschio di un san Michele che abbia
fatto il sacrificio di visitare la moribonda
anche nel giorno di festa. Organizza un
sorriso per farsi largo fra le ciglia
foltissime di Antioca che non implora,
quasi non chiede. Solo pare pensare.
Solo pare una pellegrina penitente
davanti alla statua marmorea del santo.
Ma poi non è detto che sia marmo tutto
quel lucore emanato dal medico,
potrebbe trattarsi di un riverbero
naturale che si beve la luce e poi la
diffonde cotonosa. Quella figlia non
chiede il miracolo. Antioca chiede una
proroga, lo sa da sempre che è inutile
chiedere una grazia quando la
condanna è stata stilata. Ma è la Vigilia,
oggi non potrebbe essere giorno di
miracoli? No no, oggi mi sa che sarebbe
proprio un giorno adatto per la buona
morte. Cosí quanto resta da dire al
dottor Milone è consigliare che
mangino sostanzioso. Ma non sa dire di
che sostanza esattamente debbano
nutrirsi a casa Stocchino. Allora, con
l’impazienza modesta di chi sa le cose, il
dottore si china ancora una volta verso
la malata che ha quasi cessato di
respirare, le sfiora la mano: ma Basilia è
persa in un altrove da cui non si può
tornare indietro. Il dottor Milone si
dirige di nuovo verso Antioca. Nella
stanza c’è un silenzio innaturale, perché
si capisce che quello è uno spazio
abitualmente pieno di voci. Ma ora i
figli sono stati allontanati: Gonario e
Ignazia al pascolo, Genesia a servizio
dal notaio Porcedda. Ora Felice se ne
sta da parte muto, tutto pronto a
scappare quando arrivano le donne
perché bisogna cambiare la moribonda.
Ora che la casa è diventata
un’anticamera per il congedo, un
purgatorio in terra: ora c’è silenzio. Ah,
un silenzio che è già morte.
Il dottore non si arrende: che provino
a santificare l’attesa, che si facciano il
regalo di una tregua… Tanto per
stanotte non si muore, azzarda il
medico con un sorriso. Antioca
risponde con un cenno del labbro.
Restano secondi lunghissimi uno di
fronte all’altra, finché il santo guaritore
non raddrizza il collo per congedarsi.
Mentre va via sente lo sguardo della
donna appiccicato alle spalle, ma non si
volta.

Felice se n’è rimasto lí in piedi per un


po’, voleva vedere se il dottor Milone si
sarebbe voltato a guardarlo prima di
sparire oltre l’uscio. Ma niente. Forse
piangere e implorarlo avrebbe dato un
senso alla sua giornata, magari a urlare
e buttare tutto all’aria poi uno si sente
piú leggero. Ma Felice leggero… mai. A
dispetto del nome, lui addosso c’ha il
peso di secoli. Per lui dice tutto il
silenzio. Che parla anche quello, ma
bisogna saperlo ascoltare. Per lui il
silenzio è come una persona che ti
guarda sempre, che non ti toglie mai gli
occhi di dosso. Se rubi, per esempio, il
silenzio ti guarda. E non fa niente se
non parla. Il punto non è che possa
riferire a qualcuno quello che fai. Il
punto è che ti guarda e gli occhi del
silenzio sono tremendi! Non sono
amabili come quelli del dottore che
invece ha parole per dire le cose. Ma
una donna che ti è cara, consumata da
un cancro, come si dice? Eh? E poi tutto
il resto, tutto il resto… Anche lí l’ha
seguito il silenzio, nelle ore di
disperazione con Antioca che diventa
triste de repente, e poi questa creatura
che sta per venire al mondo. Tutto
troppo difficile. Anche se proprio
attraverso il silenzio Felice capisce che
c’è un disegno preciso in questo
tribolare: magari a raccontarla per bene,
a scandirne ogni sillaba, a chiamarla per
nome, ogni cosa diventa
improvvisamente piú facile… Ma valle a
trovare le parole giuste.

Ad Antioca sembra che ora, seduti


l’una di fronte all’altro, nel tavolo della
loro cucina silenziosa, siano piú soli che
mai lei e Felice. Peggio che nel
corridoio vuoto di un ospedale a Nuoro
lontani da casa o, peggio, a Sassari, che
è all’altro capo del mondo. Molto piú
soli ad abitare questa parvenza di
normalità. Nella sofferenza delle stanze
dei moribondi ci si sente talmente
immersi nel fango della pre-morte che
quasi pare di essere felici. Ma fuori da
quelle stanze tutto è già stato, oppure
non è. E allora vuol dire che il problema
non esiste. Quel purgatorio è quanto di
peggio possa accadere, quasi peggio
delle settimane di attesa del referto
medico che decreta la fine. La Fine che
ha un volto bellissimo, e uno si direbbe
che non dovrebbe mai, mai, mai finire.
La Fine che ha una voce flebile, appena
il fiato per pronunciare «positivo»
oppure «negativo». Quella fine lí ha il
volto di una risposta, come dire che il
lunghissimo ponte sospeso che stai
attraversando è finito. L’orrido incerto
superato. Superato il flessibile percorso
oscillante. La Fine è che non si fa in
tempo a gioire per la risposta che già
devi affrontare la realtà. Forse è per
questo che ad Antioca viene in mente
che ogni cosa ha un fine che è maschile
e solido. Mentre la Fine è femmina.
Tutto ha un fine, dice a se stessa… La
Fine ha un fine. E piú in là non si può
andare.

Comunque Samuele nasce a maggio


che è il mese di Maria. Mese di rose e
di matrimoni. Di fioriture. Di primavera
piena, per chi può permettersela. Pesato
con una stadera per le patate, il neonato
risulta essere di due chili e nove, che,
trattandosi di maschio, non è un gran
peso. Ma è sano, Dio sia ringraziato, e
vorace che titta fino a far male,
demonietto. Ha gli occhi furbi di un
particolare tono ambrato che sembra
miele di corbezzolo. Antioca lo guarda
come si guarda uno che si teme. Lo sa
lei perché. Lo sa lei…

E magari è per questo che Samuele


cresce un po’ viziato. Per quanto si
possa crescere viziati in una famiglia
poverissima.
Samuele e sua madre sono impegnati
in un discorso ininterrotto. Sembra
quasi che lei ogni volta che lo guarda
ricordi con quanta tenacia ha tentato di
rifiutarlo, e sembra che lui voglia
ricordarle quanto, altrettanto
tenacemente, ha voluto sopravvivere.

Quella volta che Samuele aveva due


anni ed erano andati al lavatoio, per
esempio. Ignazia se l’era portata via la
gastroenterite da pochi mesi. Samuele
aveva una testa di ricci come un
principino, pulitissimo e curato. Antioca
se lo tirava dietro tra le gonne, il cesto
della biancheria in equilibrio sulla testa
e il portamento che ne consegue. Una
cariatide e un piccolo Cupido. Samuele
era grandetto ben fatto, delicato, ma
non gracile. Insomma, il bambino si
mette a giocare molto vicino a un punto
scivoloso, la mamma lo riprende, lui si
volta a guardarla. Quello sguardo gela
tutte le donne. È uno sguardo di pena e
di rimprovero. È lo sguardo di un
vecchio che ha una lunga storia da
raccontare. Anníca Tola, che sa vedere
dentro al petto delle persone, lo
squadra e poi si segna.
Durante il ritorno a casa Antioca non
dice una parola, Samuele sembra
tornato il bambino che è, anzi, forse,
che ancora non è. Quell’istante in cui
dal suo sguardo si è espresso il rancore
dei secoli sembra definitivamente
dimenticato. Ma Antioca non dimentica
e, mentre torna a casa con Samuele
ultimo nato, mastica un’inquietudine
indigesta.
Passano due o tre giorni, chi si
ricorda piú, prima che, proprio davanti
al cancello del cimitero, Anníca Tola,
vedendo che Antioca è sola senza il
bambino, la fermi per parlarle.
Per le anime del Purgatorio e per
tutti i santi intercessori, le dice, io ho
visto. Antioca lo sa che cosa può vedere
Anníca, lo sa perché altre volte, quando
è capitato, ha potuto constatare che
davvero c’ha il dono. Però questa volta
non vuol sentire. Ma Anníca insiste:
– Sorre cara, – dice. – Ascurta, non ti
serres sas uricras e sa conca.
Infatti Antioca si sta chiudendo le
orecchie con le mani, come una
bambina che ha paura di una
rivelazione troppo grande. Però Anníca
ha detto bene: le orecchie può tapparle,
ma la testa no.
Quel bambino c’ha il cuore a forma
di testa di lupo, dice all’improvviso
Anníca, c’ha il cuore spigoloso come
quello degli assassini. Antioca le punta
il dito contro, ma lo sa che sta
combattendo una battaglia già persa.
Anníca ha visto un cuore a forma di
testa di scimmia dentro al petto di
Filippo Tanchis e infatti non c’è voluto
tanto a capire che era matto. Ha visto
un cuore a forma di pesce dentro al
costato di Elène Cancellu e infatti era
minorata. Una volta, quando era
ragazzina, ha visto anche il suo cuore,
mettendosi di fronte allo specchio, e ha
notato che aveva la forma di brocca,
cosí ha capito che c’aveva quella
maledizione lí.
– Sorre cara, mancu Deo so cuntenta.
Maleitta s’ora ch’appo cumpresu chi
bidio in sos coros de sos pitzinnos.
Ma Antioca non si arrende, continua
a negare e piú nega piú le sembra
evidente che Anníca ha ragione. Del
resto come potrebbe essere
diversamente? Lei ha pregato perché
quel bambino non nascesse:
– Pro naschire in tottu custu
disaccattu bi cheret abberu unu coro ’e
fera!
Anníca fa segno che no, che queste
cose non succedono per disegno degli
uomini. Non si faccia grande, Antioca.
Le cose dei figli non dipendono dalle
madri, è solo una questione di numeri.
Dio sparge i cuori a forma di testa di
lupo, di scimmia, di pesce dentro ai
petti di certi umani, perché sono cuori
senza scelta, col destino scritto.
Delinquente, pazzo, minorato. Cosí a
tutti gli altri, quelli che hanno il cuore a
forma di pugno, risulta chiaro quanto
fortunati siano a poter scegliere. Poi a
qualcuno Nostrusegnore gli dà la
maledizione del cuore a forma di brocca
che è quello peggiore di tutti, quello che
raccoglie e versa, quello che contiene
ma non può star chiuso.
Ora il cielo è tagliato a metà: piombo
da una parte, azzurro dall’altra. Il sole è
defilato a costruire una penombra senza
sfumature.
Anníca estrae un sasso liscio di fiume
dalla tasca della franda: il cuore di tuo
figlio non è piú grande di cosí, dice,
mostrandolo ad Antioca. È un cucciolo,
ancora balza senza controllo, non sa la
forza che ha…
Che cosa devo fare? chiede Antioca.
E che cosa devi fare, sorre cara?
replica Anníca scuotendo il capo.
Nascondi questa pietra in un posto che
sai tu e finché rimane nascosta il cuore
non cresce, le zanne restano denti da
latte, gli occhi sono buoni…
Con quale pena Antioca s’incammina
verso casa non si può spiegare. Le è
bastato sollevare lo sguardo per vedere
che il cielo è diventato tutto livido, viola
come una contusione.
Quindi se ne torna verso casa,
Samuele sta giocando nel cortile, è
piegato a guardare un bruco. Antioca
entra facendogli appena un cenno. Si
dirige verso la camera dove c’è il baule
che era stato di Basilia, buonanima, lo
apre, scava fra la biancheria semplice
per infilarvi il sasso di fiume che Anníca
le ha lasciato. Sotto la biancheria,
conservata tra fogli di carta velina, ci
sono la franda e lo zippone delle feste:
Antioca dispone il sasso sotto lo zippone
che è quasi in fondo al baule, ma prima
degli asciugamani di lino… Poi deve
richiudere in fretta perché dal cortile
Samuele piange e Genesia grida…

Nel cortile si è consumata una


tragedia: Samuele ha schiacciato il
bruco e l’ha lanciato, morto, tra i capelli
di Genesia che, come un’indiavolata,
cerca di scrollarselo di dosso. Samuele
ride la risata del mondo. La risata
bellissima di un bambino di due anni…

Ma quella notte Samuele fa un sogno


terribile. Anche se è troppo piccolo per
fare sogni del genere.
Si tratta di una bestia, un grande
uccello col collo lungo e peloso. Brutto
come il demonio. Ha due zampe rugose
e un corpo rotondo e piumoso. Brutto
per dir brutto. Ed è un uccello che non
vola, perché nel sogno, Samuele non
piú bambino, ma adulto, lo insegue, ma
quello corre e non vola. Samuele è solo
in mezzo a un campo, è un uomo, ma è
anche il bambino che sogna. A un certo
punto la bestia gli parla: sarai serpente e
colobra, gli dice. Sarai glorificato e
martirizzato. Sarai demonio, Satana
maledetto. Sporco di sangue e puro
come un giglio. Questo gli dice.
– Chi sei tu? – chiede Samuele
adulto.
Ma quella bestia lo guarda, ha un
becco largo e gli occhi sporgenti… È
come un mostro marino, ma di terra…
Cosí è. Insomma lo guarda e, senza
muovere il becco, gli dice che lui di
domande non ne può fare, che tutte le
domande sono finite. È finito tutto
quello che può chiedere.
– Ma io non dico niente e niente
chiedo, – sussurra Samuele.
– La tua stessa vita è una domanda, –
dice la bestia facendo roteare gli occhi
che sono come due biglie di vetro
troppo grandi per la sua testa. Ha una
linguetta guizzante come un verme
violaceo… Poi gli si avvicina come se
volesse beccargli la faccia… Ah…

Arrivato a casa dalla festa del


battesimo Samuele non riesce a
dormire. Accompagnati dalle ire
tremanti di Antioca, i due pellegrini
sono stati restituiti dal buio alla tiepida
fiammella del focolare. Gli altri in casa
dormono tutti. Felice non ce la fa
proprio ad affrontare la disperazione
querula di Antioca, senza ascoltarla si
dirige verso il letto. Poi, per il
pochissimo tempo che gli resta, crolla in
un sonno inquieto; non ha parlato con
la moglie della faccenda del bottaio e
dell’acqua rifiutata. Samuele guarda ma
non parla. Per Antioca il suo sguardo è
rimasto quello tagliente del lavatoio.
Per Antioca Samuele è come una
voragine profondissima, lei vorrebbe
abbracciarlo ma aspetta
un’autorizzazione dai suoi occhi. Lo
abbraccerà se lui vorrà.
– Vai a dormire… – gli dice.
Samuele si sfila la maglia e si toglie le
scarpe.
Ora è solo nel suo letto in cucina.
Intorno a lui, finalmente, la casa respira
il riposo intangibile dei corpi sfiniti. E il
buio di una luna nera lancia strali di
cani arrajolati e uccelli insonni e furetti
tra le tuppe e mariani a caccia… È un
buio che brulica come un barattolo di
lombrichi. Quel silenzio, che è regno di
attese, di fruscii e di vibrazioni, di scatti
e di soffi, gli riempie la testa di pensieri.
Non ha nemmeno abbastanza parole
per dire quanto andrebbe detto, ma per
quanto può saperne lui, tutto, tutto è
stato già detto. Samuele di quella
certezza ha solo la coscienza muta,
cieca, sorda. E allora, per cercare una
chiave che possa aprire lo scrigno
misterioso che contiene tutto quanto è
già stato, Samuele si mette a sedere sul
davanzale della finestra in faccia al lutto
della luna. Ha sette anni. E ha
tantissime domande, ma la bestia del
sogno, tanto tempo prima, gli ha detto
che lui domande non ne può fare…
Il davanzale è basso, basta un piccolo
salto, sei o sette passi e la campagna
t’inghiottisce.

Questo accadeva la notte fra il 20 e il


21 gennaio del 1902.
La mattina appresso, Gesuina Líndiri
vedova Boi, la madre del bottaio, uscí
dalla casa; teneva nella franda granaglie
per le galline e bucce di patate per i
maiali. Un vento malefico non dava
tregua, le fronde degli alberi fischiavano
come scudisci. La donna tentò di
bloccare il mucadore che le sfuggiva
dalla testa per un colpo di vento,
abbandonò la franda e il suo contenuto
si sparse nel cortile, i semi baluginarono
seguendo una spirale invisibile, le bucce
planarono per qualche istante prima di
rotolare a terra. La vecchia Gesuina, che
era poco piú che un sacchetto d’ossa, fu
quasi sbattuta al suolo, fece appena in
tempo ad appigliarsi a un anello infitto
nella parete della casa, di quelli che
servono per legare le bestie. Il
mucadore volò via, ormai abbandonato
al suo destino. A capo scoperto come
una penitente, con le gonne che le si
appiccicavano al busto, la donna si
guardò intorno: era una mattina viola.
Si fece il segno della croce. Poi vide il
solco. Una S sul terreno.

La mattina seguente sul letto in


cucina non c’è traccia di Samuele. Per
quanto lo chiamino non risponde. Il
nome Samuele echeggia abbracciato dai
quercioli e dagli olivastri. Felice e gli
uomini si stanno appilicando sulle rocce
allisciate dal gelo. Si sono spinti fin
quasi ai piedi del monte Idolo… In
paese Antioca e le donne stanno
bussando alle porte. Furenti e impazzite
si portano addosso la pena delle madri
e il disappunto delle nonne.
– Come avete potuto lasciare
incustodito un bambino, vergini
distratte, madri sciocche! Ah,
maledette!
– Che bambino e bambino! –
s’infuria Felice nella furia della ricerca.
– Che io all’età sua… Ma quando mi
entra in mano…
E mentre Antioca mastica
l’umiliazione della madre
irresponsabile, Felice sogna lo scudiscio,
che gliela fa vedere lui a quel
disgraziato… Intanto si cerca dentro ai
crepacci e nelle radure…
Si cerca nelle grotte impestate da
un’aria amara come cicoria. Si cerca
casa per casa, con un crescendo di
disperazione molto simile alla
rassegnazione.
Samuele. Quel nome spezza il
silenzio, e spezza il petto in due. Come
se il cuore fosse una pagnotta da
condividere.
– Maria sempre vergine, Madonna
del cielo… – sussurra Antioca, ma
senza implorazione.
E bussa da Caterina Frangipane, e da
Nicchedda Sale, e da Gerolama
Filigheddu, e da Luisedda Pische… E
tutte, come una sola persona, si
segnano strette strette tra il naso e il
mento. Ma no che non hanno visto a
Samuele. Possono chiedere
comunque… Che dolore, che croce!
Poveritta, con quel figlio.
Antioca arriva assagadada alla casa di
Anníca Tola che la sta aspettando sulla
soglia.
– Sorre cara, sorre cara, – ripete. Sta
assistendo a un teatro che conosce
bene, ne ha visti talmente tanti lottare
contro il proprio destino che non sa
nemmeno contarli. – Conservata bene
l’hai, la pietra che ti avevo dato? –
chiede ad Antioca.
La donna fa cenno di sí, poi ci
ripensa e corre a casa. Raggiunge il
baule e sposta gli indumenti buoni
salvati dalla nàstala con ciuffi di
lavanda ed erba cipollina. In fondo,
sotto lo zippone, il sasso di fiume c’è,
ma si è spezzato in due.

Intanto Gesuina Líndiri, impazzita,


cerca di cancellare dal terreno il solco
fatto col piede da Felice Stocchino. Ma
non c’è modo, sembra che quel segno si
sia incancrenito nello strato roccioso
sotto il terriccio.
Il bottaio, vedendola carponi a
grattare il suolo con le unghie, la
raggiunge, l’afferra per farla alzare, ma
la vecchia madre non ne vuol sapere. –
L’as intesu su bentu? – chiede.
Emerenziano Boi, bottaio da quattro
generazioni, dice che sí, che si è trattato
di una tempesta passeggera, temporada,
che è tutto passato. Ma Gesuina si
scuote per sfuggire alla presa del figlio e
dice che no, che non è tutto passato,
che tutto sta per cominciare.
V.
(Samuele nell’abisso)

Le pareti di roccia definiscono un


nastro di cielo. Samuele lo guarda,
cangiante, sopra di sé. Non lo sa perché
ha fatto quel salto, perché si è lasciato
chiamare dalla notte. Senza le scarpe ai
piedi ha attraversato roveti e rocce
puntute. Poi un nulla scurissimo se l’è
mangiato vivo. Come quell’agnello che
ha messo un passo in fallo, nel suo
andare cieco, ha improvvisamente
sentito il vuoto sotto di sé. Precipitare è
stato l’esatto contrario di quello che
avrebbe pensato: piuttosto che scendere
è stato salire. Ha sentito la superficie dei
graniti sfiorargli il viso, allungando le
braccia ha tentato di mimare un volo. È
stato terribile e magnifico.

Si è aperto il terreno e devo esser


caduto, poi di altro non è che mi
ricordo. Voci non ne sentivo, che mi
hanno detto che tutto il paese mi
cercava, ma mi devo essere
addormentato, forse. Chi lo sa? Avevo
sette-otto anni, forse, e non era stata
una buona notte quella. Babbo e
mamma avevano avuto parole perché
avevamo fatto tardi e poi c’era stata la
faccenda di Boi che non c’ha voluto
dare l’acqua. Brutta notte davvero,
scura scura. E poi ho saltato dalla
finestra e ho fatto un passo. C’avevo il
buio di fronte, ma non avevo paura
manco per niente. Sono andato avanti,
ma non per andare in qualche posto,
facevo come il cane da punta e seguivo
il naso: l’odore di notte. Che è freddo e
ha il sapore dell’acciaio.

Una volta aveva appoggiato alla


lingua la lama della leppa e aveva capito
che quello che sentiva non era un
sapore, ma un odore. L’odore della
notte, appunto. E forse per quel motivo
si era lasciato ingannare, irretito da
qualcosa di familiare. E si era spinto
nella campagna. Certo, quella notte
aveva un odore che era il sapore del suo
coltello. Dentro a quel buio la
vegetazione si alzava, gli sterpi
risuonavano rinsecchiti e congelati. E il
terreno sotto ai piedi scalzi si
frantumava come pane carasau.
Samuele non saprebbe dire quanto
ha camminato, sa solo che l’alba si è
affacciata dietro al costone proprio
quando con lo sguardo rivolto al cielo
seguiva le urla e le imprecazioni di un
nibbio.

Come sono caduto non lo so. E non


so proprio quando mi sono fermato. Io
so solo che in quel gorgo si calava
lentamente come annegare nell’aria. E
poi mi sono fermato. Un ginepro
cresciuto in una crepa mi ha trattenuto.
Avevo male al polso ma potevo
muovere le gambe e la testa. Sotto di
me lo sprofondo era senza limite. Sopra
di me il cielo era un filo sottile. Per
quanto tempo sono rimasto a guardare
in alto, per quanto tempo?
Quando si affacciò il cervo lo
scuricore stava per tornare, ma forse
dormivo sfinito dallo spavento,
comunque si capiva dalle corna che
doveva essere un cervo. Mi guardò
sporgendo la testa dentro la voragine,
poi un tuono lo fece scappare. Si
affacciò anche una volpe. In cielo
suonavano tamburi e trichetrac… Uno
squadrone di nuvole avanzava
marciando, e tuoni davano ordini
d’attacco… Là sopra, si stava
combattendo una battaglia. Questo
accadeva quando si affacciò il cervo. Poi
fu la volta della volpe e del cinghiale
che volevano sapere il come e il perché,
e poi ancora la volta della pecora e della
capra che volevano dare consigli.
Lí sopra, si attaccava all’arma
bianca… Gli zoccoli di un asino
selvatico e le unghie di un gatto agreste
smossero, e mi buttarono addosso, sassi
come grani di sale.

Lí sopra per un giorno e una notte


avevano cercato Samuele interrogando
gli alberi e le rocce. Totore Cambosu
con la doppietta in spalla cammina e
racconta che non è molto che si è persa
pure la figlia piccola di tziu Antoni
Palimodde… Mariangela si chiama la
bambina. Ne avevano sentito? E gli altri
uomini a dire che sí, che l’avevano
sentito anche se non avevano
partecipato alle ricerche. Ma qualcosa di
brutto c’è, commentano gli uomini
mentre la campagna se li ingoia.
Arrivando ai piedi del monte la
roccia comincia a creparsi, le mattas di
corbezzolo crescono dentro la pietra e si
allargano, prendono posto con la calma
dei secoli. Quelle che crescono dentro i
crepacci, dice chi sa le cose, sono le
stesse bacche che qualche legionario
romano aveva masticato per sedare i
morsi della fame quando si era perso in
quel niente disperato.
Insomma, Mariangela Palimodde se
la sono persa da quelle parti che sarà
meno di un mese, ma ormai non la
cercano neanche piú.

Alla seconda notte i cinghiali, i gatti


selvatici, tutte le visioni hanno smesso
di visitarlo. Samuele nell’abisso sospeso
nel crepaccio può vedere solo i lembi di
roccia che venti, trenta metri piú su,
lasciano passare luce e buio, poi un
occhio di sole che penetra, poi un
murmure ventoso che muove la
polvere, poi un nero che è niente di
niente, dove transitano migliaia di
stelle. Samuele sospeso al centro del
crepaccio abbracciato da un ginepro
impazzito di solitudine, che ora lo tiene
stretto e non vuol lasciarlo andare.
La terza notte quello che gli sembra
di vedere è una luna gonfia che prova a
raggiungerlo al centro del crepaccio.
Una luna sfacciata troppo grande per
quella gola…

Forse Samuele pensò che piangere


significasse essere ancora
definitivamente vivo… La fame se lo
mangiava dall’interno, piú che la sete.
Cosí il suo pianto assomigliò a quella
luna: enorme, gonfio. E quasi gli
sembrò di star meglio finché non sentí
una voce. Ma non era una voce, era un
altro pianto. Contro la luce della luna
vide un’ombra esilissima, quasi
trasparente.
– Eh! – gridò quell’ombra…
Samuele non rispose, chiuse gli occhi,
aveva male al polso. – Eh! – riprese la
voce. – Eh!
Quando aprí la bocca, Samuele si
rese conto di avere le labbra arse,
incollate, e si rese conto di non poter
rispondere se non tentando un gesto
della mano.
L’ombra dall’alto sembrava vederlo
perfettamente con quella luna alle
spalle che colava, lattescente, dentro il
crepaccio. Cosí parlò con voce di
bambina… E disse che non era il
momento di morire, che anche lei
l’aveva pensato quando al suo pianto
nessuno, nell’intrico della foresta, aveva
risposto, ma ora eccola lí a rispondere al
suo di lamento. A raccontare della luna
che l’aveva portata in cima al crepaccio
e che l’aveva illuminato abbracciato dal
ginepro… Cosí pensava che parlasse
quell’ombra, Samuele in preda al
delirio.

Infatti l’ombra voce bambina disse:


svegliati.

Il brigadiere Palmas allargò le


braccia, poi si diede qualche colpetto al
torace: – Che mi venga un colpo, –
sussurrò perché non si sa mai che chi di
dovere ti accontenti. – Stocchino… Per
l’amor di Dio –. Lo chiamava cosí, come
a rimproverarlo, e invece voleva solo
rallegrarsi di averlo trovato vivo. Forse
era sollevato, il brigadiere: perché
dentro l’intrico vegetale si era sentito
inerme ed esposto, e quel ritrovamento
se non altro significava che la ricerca era
finita. E suo figlio Francesco aveva la
stessa età dello Stocchino Samuele ora
reperito miracolosamente, tenuto in vita
da una pianta che ne aveva fermato la
caduta...
Dietro di lui Totore Cambosu
raccontava della volta in cui Gigetto
Aranzolu era stato per sette giorni
dentro alla grotta Gurturja, che si era
succhiato l’acqua direttamente dalla
roccia per campare. Comunque la
conclusione era che nonostante quanto
dicessero in paese, evidentemente per
Samuele Stocchino non era arrivata la
sua ora, e nemmeno per Mariangela
Palimodde, che l’aveva sentito piangere,
poi aveva sentito le voci. E quella
bambina davvero era stata un miracolo
vivente, un mese a vagare nel bosco.
Cosí il bambino deve la vita alla
bambina, ma anche lei a lui, perché le
voci che ha sentito erano degli uomini
che cercavano Samuele.
Si organizzano con le corde per
tirarlo fuori dall’abisso. Come si sente
legare, a Samuele gli sembra quasi di
non capire perfettamente chi lo strappa
al dormiveglia. È un maschio minuto,
un appuntato del nord Italia con
esperienza di montagna…

L’ombra voce bambina ripeté:


svegliati.
In paese è un viavai senza freno: ne
cercavano uno, ne hanno trovati due.
Uno miracolato da un ginepro, l’altra
dalla genetica, che le femmine sono
fatte per campare assolutamente. Cosa
sia successo non si sa. Come sia
successo è un’altra storia: Mariangela
già morta di freddo e stenti graziata da
sant’Anna toccata dalle lacrime di
Samuele. Samuele che chiama e
Mariangela che sente, entrambi troppo
bambini per essere morti.
Antioca si accomoda un chiodo nel
cuore, e si tappa la bocca, perché lei lo
sa che non è miracolo, lo sa che
Samuele deve vivere per farle baciare
l’immagine, per farle toccare il fondo
della sofferenza. Si appoggia lo scialle
agli omeri e corre verso il luogo del
ritrovamento. Che non è distante, pochi
passi. Ma quel crepaccio nessuno lo
conosceva, nessuno l’aveva mai visto. E
allora magari si era aperto di notte
proprio sotto ai passi di Samuele. E
quella bambina che nessuno aveva
cercato? Forse si era persa solo per
ritrovare lui. Antioca raggiunge gli
uomini: il brigadiere, l’appuntato
trentino strigile, Totore Cambosu,
Felice… e gli altri.
Samuele appeso alla corda pare
partorito dalla roccia. È sporco di rosso,
ha le labbra incollate e lo sguardo
vacuo. Fuori dal crepaccio viene
depositato a terra. Comincia a tremare,
segno che è vivo. Antioca nemmeno si
muove, guarda Mariangela che nessuno
è venuto a reclamare e l’abbraccia.
Poi quella notte stessa, a casa,
Samuele viene messo a letto. Sta
incredibilmente bene, dice il dottor
Milone, bella tempra, dice…
Incredibile, sussurra… E sorride.
Ma Antioca no che non sorride.
– Che cos’hai? – le chiede Felice.
– Non lo capisci? – risponde lei.
Felice fa segno di no. E non mente.
Ma Antioca che cosa può dire a
quell’essere elementare che ha sposato?
Come si fa a spiegare quanto è talmente
chiaro, abbagliante?
E allora Antioca si alza dal letto che
divide col marito e con due figli gemelli
nuovi nati e raggiunge Samuele, che è
rimasto solo nel letto in cucina al caldo.
– Non dormi? – gli chiede.
Samuele non si muove, ma è chiaro
che non dorme. Antioca avvicina una
sedia al letto e si siede come quando
passava le notti al capezzale della
madre. Samuele ha gli occhi chiusi ma
non dorme. Antioca si china per sentire
se respira, come ha sempre fatto con
tutti i suoi figli e anche con suo marito
qualche volta.
– Per quanto tempo ho sognato? –
domanda all’improvviso Samuele come
se ancora dormisse.
– Chi sei? – chiede Antioca
sussurrando a pochi millimetri dalle sue
labbra.
Seconda parte

Simile a un dolore

Fu la Sua
mano che mi
portò al sicuro al
di sopra del
diluvio…
W. FAULKNER, Mentre morivo.
Primo corifeo

Spettatori o lettori che siate… Nel


teatro dell’uomo ci sono parti assegnate.
Protagonisti e comprimari partecipano
al rituale della morte, che è il solo a
raccontare la vita. Il combattente, di
guerre o d’esistenza che sia, è composto
nel letto del compianto, le donne gli
«leggono la vita». Nel gioco delle parti
partorire, allevare, amare si qualificano
nella capacità di rifiutare la morte e
nell’umiltà di accettarla. La madre di
tutte le prefiche assomma dolore e
soddisfazione, dolore per una vita che si
è spenta, e soddisfazione per un
percorso che si è compiuto fino in
fondo. Il figlio, il fratello, il marito
immobile nel letto di morte è vivo nella
parola: chi era, che cosa ha fatto,
quanto era bello, quanto era coraggioso.
Una vita è un fuoco perpetuo di ricordi
e l’anima un tizzone ardente sotto le
braci. Di questo sapere la madre di tutte
le prefiche si fa vanto, quasi come di un
traguardo raggiunto.
«A mie toccat su piantu, | a mie su
sentimentu».
A lei spetta di piangere perché il
morto è suo, perché in questo nuovo
travaglio sussiste l’unica speranza di
beffare la morte. La madre di tutte le
prefiche deve confrontarsi con il nodo
che la stringe: figlia di suo padre, madre
di suo figlio, moglie di suo marito, ma
madre di suo padre, moglie di suo
figlio, figlia di suo figlio. «A chie mi
lassas fizzu | a chie, babbu amorosu, | a
chie divinu isposu…»
Nel teatro dell’uomo ci sono metri
assegnati. L’ostinata stabilità del
settenario in grappoli di sestine. Il
lamento che incanta la tragedia:
l’inganno che avvicina allontanando. La
solitudine di Una che è Tutte. Altre
madri, altre sorelle, altre mogli
verranno spinte al centro della scena da
angeli annuncianti, tremanti, portatori
di dolore.
Qui la scena è in atto, la prendiamo
dal centro, dal cuore dell’azione, che
azione non è, è racconto dell’azione. C’è
l’estinto, c’è la madre, figlia, moglie,
sorella, e c’è la Morte che silenziosa
assiste, e si rifiuta di dare spiegazioni,
ma partecipa anch’essa.
Stanno sedute insieme, la Morte e la
madre di tutte le prefiche, e si
abbracciano piangenti.
I.
(Bengasi e ritorno)

«Stocchino Samuele, di anni 18,


pastore, celibe, pur avendo frequentato
sino alla seconda elementare sa tuttavia
leggere e scrivere sufficientemente.
È di costituzione piuttosto gracile, ma
assai forte; alto m. 1,63 con una grande
apertura delle braccia di m. 1,67. La
massima circonferenza cranica misura
mm. 542; la semicurva anteriore mm.
280, la posteriore mm. 260; le laterali
destra e sinistra rispettivamente mm.
270; la curva longitudinale 330, la
biauricolare 340; il diametro
anteroposteriore 190; media capacità
cranica probabile 1537. Indice cefalico
71,1; tipo del cranio: dolicocefalo.
Seni frontali e arcate sopraccigliari
del tutto regolari, la fronte è media,
piana, non ricoperta dai capelli; la faccia
è tonda, femminea; l’occhio è allungato
vivissimo; il naso piccolo e diritto; i
canini superiori sono sviluppatissimi;
non si notano spazi rilevanti fra gli
incisivi superiori; le labbra sono tumide;
la mandibola voluminosa; i capelli sono
folti, fulvi, lisci; la cute è rosea.
I riflessi pupillari sono fulminei. La
forza di strizione non è indifferente,
misurando il dinamometro 38 alla
pressione con la mano destra e 31 con
la sinistra. Il polso batte 65 volte al
minuto, nel qual periodo di tempo si
contano 23 respirazioni. La temperatura
ascellare è di 36,9.
Svestito si presenta di costituzione
armonica, busto nervoso, fianchi e
glutei stretti; testicoli pienamente
sviluppati, pene medio; peluria rada.
Mani e piedi affusolati.
Il soggetto si manifesta discretamente
intelligente e dà risposte pronte e
sicure; alla domanda sul perché voglia
entrare come volontario nel Regio
Esercito risponde di volere servire la sua
patria. Alla domanda su quale sia la
patria che vuol servire, dopo
un’incertezza vistosa scandisce: l’Italia.
Si dichiara abile all’arruolamento».

Poteva vedere la sua morte, qualche


volta. Era come un pensiero che si
concretizzava. La paura piú profonda
che diventava tanto familiare da non
essere nemmeno paura. Poteva sentire
il beccheggio del piroscafo stravolto
dalle onde. Ed era insieme rivedere
l’estremo della vita e il suo inizio. Il suo
giovane cuore battagliero era stato
inghiottito con altri mille, e piú, dentro
al ventre metallico di una nave, e ora
sperimentava il potere del mare agitato.
Ed era un oscillare ostinato, infinito, un
abominevole contatto di carni e di corpi
e di respiri. Questo era il mare, questo
era quanto di orribile circondava la sua
terra. Ora era distante come non mai,
ma distante non significava essere da
qualche parte. Il mare era niente.
Questo ricordava.
Solo quarantotto ore prima, una vita
intera, il porto di Brindisi era una
foresta oscillante di cento e piú navi
invincibili, con la croce di Cristo e lo
stemma sabaudo stampati sulle carene e
la forza di migliaia di bocche di fuoco.
Una potenza al servizio della Fede e del
Progresso, contro il nemico turco.
Nei suoi sedici anni, Stocchino
Samuele da Arzana, diciottenne per
menzogna, abile e arruolato, era caduto
in ginocchio, baciando le lastre grigie
della banchina, pregando la sorte
perché la sua prima spedizione lo
conducesse verso la gloria splendente
delle armi. Aveva consegnato con mano
tremante, d’emozione non di paura, i
documenti che lo autorizzavano a
salpare insieme ai suoi compagni
sconosciuti del 4° Fanteria. Ma salendo
sul piroscafo aveva avuto una vertigine,
perché il suo destino si decideva allora.
Il suo corpo era diventato lo strumento
di un furore che gli faceva brillare lo
sguardo. E lo stesso identico sguardo
poteva vederlo nei visi di migliaia di
uomini ammassati sulla banchina e
pronti a farsi ingoiare dalle bocche
spalancate delle navi. Un convoglio di
nove piroscafi carico di truppe, e
scortato dalle corazzate Regina Elena,
Roma e Napoli, dall’incrociatore
corazzato Amalfi, dagli incrociatori
protetti Piemonte, Liguria, Etruria e
Lombardia, e da una squadriglia di
cacciatorpediniere e torpediniere,
custodito dalla nave delle navi,
l’ammiraglia, la Vittorio Emanuele. Una
flotta pronta a raggiungere Bengasi.
Bengasi appunto. Che, pensava
Samuele, non era nient’altro che
un’isola, proprio come quella da cui era
partito. Poi qualcuno gli aveva detto che
era un cane ignorante, che nel mare
infinito non galleggiano solo isole, ma
anche penisole e continenti. Ma a lui
come si faceva a contraddirlo? A
Stocchino Samuele cane ignorante non
si poteva dire, non nel ventre
freddissimo di un piroscafo per le
truppe da sbarco:
– Tu a me cane ignorante non me lo
dici! – aveva sibilato.
E forse quella era stata la prima, e piú
lunga, frase in italiano che avesse mai
pronunciato… Fizzu ’e bagassa!
Dicevano che la nave ammiraglia
quella sí. Pareva un palazzo che la vita
non sarebbe bastata a visitare, dicevano.
Gli alloggiamenti erano una reggia
sontuosa di legni pregiati.
Dopo sette ore di navigazione col
vento favorevole la corazzata
ammiraglia raggiunse la sponda ionica
della Grecia e i piroscafi, le corazzate, le
torpediniere e cacciatorpediniere, la
seguirono come una fila di anatroccoli.
– Dove siamo? Dove siamo? –
continuava a chiedere un giovane con
le labbra asciutte.
– A Cipro, – rispose qualcuno.
– A Cipro? Che Cipro… Siamo
all’altezza di Creta, ignoranti… Al
centro, tra le isole di Malta e Creta,
esattamente, – intervenne un marinaio
che portava da bere.
Che differenza fa? Altre isole ancora.
Ho ragione io: fuori di casa, pensò
Samuele rinchiuso in una specie di
mutismo concentratissimo, fuori dalla
mia terra, ci sono solo isole. Sardegne
dappertutto, pensò Samuele, Sardegne
sparse per gli oceani, gettate nei mari
alla rinfusa. A Cipro, a Rodi, a Creta, a
Malta. E chissà dove…
La tempesta si scatenò al largo del
porto di Bengasi. Una tempesta
durissima. Con pioggia battente. Sale,
ferro e notte. Il piroscafo si piegava su
se stesso con sibili di balena. Pareva
distendersi sui fianchi, poi ritornava nel
suo assetto. E cosí infinitamente.
L’ingresso di Samuele Stocchino in
guerra fu battezzato dal grecale che
cannoneggiava a prua. E dalla pioggia
torrenziale che faceva cantare i ponti
della nave.
Nel fragore schiumoso del mare e del
vento, i richiami urlati dei fanti
parevano sussurri di moribondi.
All’assolo delle onde faceva bordone la
pena atroce della certezza che non c’era
un posto sicuro, dentro o fuori la nave.
Poi una bonaccia, improvvisa, fermò
l’intero convoglio. Prigionieri del nulla,
questa volta. Cosí come erano stati
sballottati in un braccio infimo di mare,
ora pareva che dovessero vedere la
propria salvezza. Nella superficie
immobile, potevano scorgere schegge di
terra, anch’esse isole.
– Dove siamo?
– A Bengasi, a Bengasi, ignorante.
Sulla nave ammiraglia fu issata la
bandiera di combattimento.
Ma fu una calma temporanea:
nell’ora seguente, proprio mentre
avvenivano le operazioni di sbarco, il
mare riprese a ribollire peggio di
prima…

Era stato morire. Solo che poteva


ricordarlo. Quando il letto riprendeva a
fluttuare tanto da costringerlo ad
aggrapparsi alle sponde per non esserne
sbalzato fuori. E la nausea circondava il
capo di una membrana viscida.
Cosí Samuele Stocchino apriva gli
occhi e ancora per un attimo avvertiva
l’instabilità. Fino a quando la certezza
dell’alba bloccava il dondolio.
Sfilando le gambe dalle coperte si
portò a sedere sul letto, provò a mettere
a fuoco lo spazio circostante illuminato
dalla luce flebile delle braci nel camino.
Fece aderire i piedi nudi al pavimento
gelido per constatare la solidità del
suolo.

… Issata la bandiera di
combattimento, immediatamente fu
aperto il fuoco contro la spiaggia della
Giuliana, dove dovevano sbarcare i
fanti. Le corazzate mirarono contro la
caserma della Berka e contro il castello,
su cui sventolava la bandiera turca, che
ai primi colpi fu abbattuta.
Alle 8,50, protette dal tiro delle navi e
guidate dal capitano Frank, sotto una
pioggia insistente e con il mare agitato,
presero terra le compagnie da sbarco con
alcuni pezzi da 76 e si schierarono sul
ciglio delle dune, appostando alla
sinistra le artiglierie e permettendo agli
zappatori del Genio di costruire alcuni
pontili su cui cominciarono a passare le
truppe...

E poi? Che cos’altro racconta


Samuele di quello che c’è fuori? E della
Tripolitania che cosa racconta? E dello
sbarco in Cirenaica? Di quella terra
sterile e arroventata che tante vite è
costata, non sa proprio che cosa
raccontare. Felice lo incalza, a lui le
storie di soldati gli sono sempre
piaciute. Ma Samuele di soldati non sa
che dire, lui si ricorda solo le marce
forzate sotto il sole cocente e le forche
di gruppo per i beduini. Cosí racconta
della prima volta che ha affondato una
baionetta dentro a un corpo umano…

Alle 15,30 il 4° Fanteria diede inizio


alla manovra, muovendo in due schiere
distanziate convenientemente con
formazioni poco vulnerabili e in perfetto
ordine. Quell’avanzata su terreno
scoperto in dolce salita e sotto il fuoco
nemico apparve dalla spiaggia e dalle
navi un esempio veramente mirabile di
applicazione dei piú sani criteri tattici, e
poté essere eseguita con crescente
interessamento in tutto il suo sviluppo.
Alle truppe già affaticate dai disagi del
mattino, il comandante della brigata
aveva comandato di deporre gli zaini. In
perfetta corrispondenza di tempo, il
generale Ameglio guidò di persona
l’attacco frontale dei marinai e di un
battaglione misto del 4° e 63° Fanteria.

Tra il Sibbah e il Lago Salato ci


mandano a noi, due plotoni del 4° e
una compagnia e mezza del 63°, per
coprire i marinai che stanno
proteggendo lo sbarco. Volano
pallottole dappertutto… Quella terra è
secca e rugosa, i beduini sono come
uova di pidocchio tra i capelli… Non c’è
da ragionare, c’è da stanarli e impedirgli
di colpire i genieri che posizionano i
pontili. Io manco lo so come sono sceso
dalla nave, manco raccontare lo posso.
Nel mare agitato ci ha aiutato san
Cristoforo facendoci salire sulle spalle.
Vabbe’, bagnato, iffustu che unu
puzoneddu, mi sono trovato sulla
spiaggia. Alle spalle il mare mosso,
davanti la terra mossa. Sempre su
matessi… Tutto uguale. Dentro a quelle
onde di terra rossa nuotano i beduini,
rossi anche loro. E sparano. In trenta
eravamo dentro una buca e appena
tiravamo fuori la testa erano guai. Quei
maledetti gridano come animali
arrajolati, come cani idrofobi, perché
vedono che le truppe italiane, uscendo
dai piroscafi, cominciano ad
annigheddare la sabbia come granchi
neri. Per questo jubilano i beduini, per
dirsi che o si spara o si muore, e quando
finiscono le pallottole o si ammazza o si
muore. Questo io lo capisco come se
l’abbia saputo da sempre. Dentro al
fossato sembra che siamo finiti da vivi
in una tomba, si comincia a dire che
dobbiamo uscire di lí… Chi è il piú alto
in grado? Chi cazzo è? Ma non ci sono
piú alti in grado dentro a quella fossa…
Solo avvoltoi che ci stanno aspettando.
A uno che cerca di uscire gli arriva una
pallottola fra gli occhi; a un altro lo
prendono alla spalla. Non possiamo
affacciarci per sparare, quei maledetti
sparano e sparano e sparano…

Arduo fu invece far sloggiare gli arabi


dalle trincee; i due ufficiali superiori
presenti, capitano di fregata Frank e
tenente colonnello Gangitano, caddero
entrambi feriti piuttosto gravemente; cosí
pure due comandanti di compagnia e
altri ufficiali. Il generale Ameglio si portò
allora in prima linea e condusse le
truppe a ripetuti attacchi alla baionetta
che assicurarono in breve tempo il
possesso delle trincee. Il sole calava
intanto rapidamente e il seguito delle
operazioni si svolse in una semioscurità.

…E allora? chiede Felice che fino a


quel momento quasi non ha respirato.

…E allora è meglio affidarsi a


qualche santo, ca in cue no fit cosa de
b’essire bibu… Il modo, dico io, è fare
quello che non si aspettano. Uscire,
dico io, uscire che qui si fa la fine del
topo. E deo su soriche propriu non bi lu
potto biere. Ma a me chi mi uccide? Eh?
Arriva il buio, dico io: se noi non
possiamo vederli, neanche loro ci
possono vedere… Cosí esco allo
scoperto con le pallottole che mi
fischiano intorno all’altezza delle
orecchie. Buio nero nero de repente,
solo luci giú alla spiaggia e le bocche
delle cannoniere dalle corazzate. Ma il
mare si è calmato. È una notte di stelle,
ma senza luna. Mentre sto correndo
verso la spiaggia sento un respiro
affannato che mi segue appresso. Chissà
quanti di quelli che eravamo nel fosso
sono riusciti a salvarsi… Mica le capisci
queste cose mentre combatti, eh… Io
corro, un beduino nero anzi rosso come
il demonio mi apparisce proprio
davanti, siamo talmente vicini che
sembra quasi che ci stiamo addobiando.
Faccio come per stringergli la mano, ma
quella mano è una baionetta inastata.
Lui sbarra il bianco degli occhi e quasi
mi abbraccia.
L’acciaio taglia il costato del beduino
come uno spiedo taglia il costato
dell’agnellone. Con un rumore di cosa
morbida ma resistente che è la pelle
sotto la pelle vera e propria. Quella che
copre i muscoli… È quella che all’inizio
fa resistenza, ed è quella che quando si
strappa fa rumore. Perché fa la ferita
come una bocca che succhia l’acciaio,
l’assapora ben bene, si ciuccia tutto il
gusto della lama. Quel sapore che, lo so
io, è notte...

Ma del sapore di notte, Samuele non


sa rendersi conto: è un sentimento
senza spiegazione. Cosí, per lo sguardo
infantile di Felice che beve storie di
guerra, quel racconto finisce
nell’abbraccio notturno tra il beduino e
il fante Stocchino Samuele.
Perciò tutto quel pensiero resta come
custodito tra la testa e il petto, reso
paralitico dalla carenza del linguaggio.
Ma ugualmente pulsa. E genera
l’imbarazzo di chi non conosce il nome
di una cosa. Imbarazzo, un’altra parola
che si manifestava prima di nascere
veramente. Imbarazzo era un’aritmia
del respiro, era come… Come al ritorno
dalla festa di battesimo, piú o meno
dieci anni prima, come quando si era
lasciato inghiottire dalla notte ed era
finito nell’abisso. Come quando aveva
deciso di arruolarsi per la Libia…
La cosa certo aveva il suo lato
divertente.
– Sono stanco, adesso, – dice piano
con un sorriso appena accennato.
Felice lo guarda, poi, capendo con
ritardo, accenna a se stesso e lascia la
stanza.

Il 24 febbraio 1912, durante la


traversata che da Bengasi lo porta a
Tripoli, il fante Stocchino Samuele
comincia a sputare sangue.
È un piccolo eroe locale: a sparare
non è granché, ma nel corpo a corpo
non ha rivali. Lui si butta sul nemico
come se volesse abbracciarlo, fa la
guerra maschia spacciandosi per
femmina in calore. Adora e ammalia
l’avversario, gli promette baci e carezze,
e poi lo trafigge con la baionetta. E
quell’altro quasi contento si abbandona
alla buona morte dell’acciaio. Come lo
schiavo fedele regge la daga contro il
petto del patrizio suicida, cosí lui,
semplicemente, con amore, dispensa la
fine.
Oh, se tutte le sue vittime avessero
potuto parlare, se a ognuno di noi fosse
consentito d’interrogare i corpi esanimi
e se a loro fosse concesso di rispondere,
quei corpi beduini, con i pugni stretti al
petto per abbracciare il pugnale,
racconterebbero con quale
morbidissimo languore si sono gettati in
pasto alla bestia, con quale ovattata
leggerezza sono caduti prima di
assaporare la sabbia bollente. E con
quale sguardo amorevole, quale
dolcissima dolcezza, squisita squisitezza,
si sono lasciati trafiggere.
Lui è un piccolo eroe locale, l’unico
della truppa che assolva senza
protestare il compito di constatare, col
tenente medico, la morte avvenuta dei
condannati all’impiccagione. A volte
persino il tenente medico ne ha
abbastanza dei beduini lasciati a
rinsecchire sotto la canicola, ma lui no.
Lui fa il suo dovere con pignoleria:
controllo del polso, specchietto davanti
al naso.
Lui è un fantaccino, una nullità che
ha trovato un senso. Si confonde nella
massa, è un garzone intraprendente
nella Premiata Macelleria Italia. È un
agente in terra della Ditta Morte. Ecco
qualcosa che sapeva, ma che non aveva
un nome. Il lupo che gli pulsa in petto
ha fatto le zanne.
II.
(Cerchi una cosa e ne trovi
un’altra:
della volta che Samuele
perdette la verginità)

Se a Felice piacciono le storie di


guerra, a Gonario piacciono le storie di
donne. Si è fatto irsuto e scabro, il
fratello maggiore, quasi un’icona del
pastore. Ma è restato servo. Ora ha
qualche pecora di sua proprietà che può
far pascolare insieme a quelle del
padrone. Al compimento dei
diciannove anni ha perso la verginità
con una bagassa di giro. E ora è lí che
vuol sentire di negrette che fin da
quando sono bambine ce l’hanno
umida e calda.
Samuele alza le spalle, ne ha viste,
consenzienti e no. Ne ha viste di quelle
che cercavano il corpo bianco come se si
trattasse di un gioiello preziosissimo, o
che lo schifavano come se fosse
qualcosa di orribile. Ha visto interi
plotoni abusare di vecchie con le titte
vizze e persino di bambini. Gonario
incalza:
– Ma tu? Eh? Chissà che cose… – e
sorride come fa lui, abbassando il volto
con il pudore dei denti. Anche ora che
è uomo fatto Gonario ha mantenuto
addosso una fanciullaggine di timidezze
e imbarazzi.
– Lí le donne sono come qui… –
taglia Samuele.
E questa è una risposta di quelle che
fanno arrossire Gonario fino alla punta
delle orecchie.
A lui, a Samuele, uccidere è piaciuto
piú che scopare. Ma queste cose non si
possono dire: cosí si limita a raccontare,
senza spingersi nei particolari, di quella
volta che si è divertito con la figlia di un
capotribú. Quello che non dice è che
con lui c’era anche il caporale Políto.

Políto ha vent’anni, è figlio di un


pezzo grosso dell’esercito, un pezzo
grossissimo, generale di Corpo
d’Armata niente meno, dicono. Ma è
una testa calda. La leggenda racconta
che il padre papavero si sia rifiutato di
facilitargli le cose; e poi che suo fratello
maggiore stia per diventare
ambasciatore in Egitto; e che sua sorella
minore stia per sposare un conte
Pallavicini. Ma sulla faccia di Políto
Saverio tutta questa nobiltà di natali
non si legge. Dovrebbe essere sempre
punito, dovrebbe. Oh sí, è una vera
testa calda, e al tenente Marchioro
viene l’orticaria al solo vederlo nel
raggio di due metri… È lungo, asciutto
come un Cristo gotico. È inseguito dalle
dicerie da caserma come una volpe
dalla muta dei cani: che sia figlio
illegittimo del padre generalissimo e di
una domestica; che abbia cominciato a
rasarsi il viso a dieci anni; che abbia il
pisello piú lungo e grosso di tutto
l’esercito; che, appena adolescente, sia
stato l’amante della Duse.

Insomma il tenente Marchioro


manda a chiamare Samuele, lui si
presenta: saluto, tacchi, comandi, e
tutto il resto. L’altro, che si sta
tamponando un ascesso dentario, non
si gira nemmeno…
Sono le dieci di notte, c’è un caldo
afoso che si aggrappa alle spalle.
Marchioro l’ha ricevuto direttamente
nella sua stanza privata, che è una
cameretta nuda, quasi una cappella da
camposanto: appena lo spazio per il
giaciglio, per il comodino, per il catino.
No, non è granché, ma sempre meglio
che dormire in camerata con altri
quaranta o cinquanta, o meglio che
dormire in tenda con le bestie notturne
che non riconoscono sbarramenti di
tela… Marchioro, con lo sguardo di un
martire protocristiano, prepara una
giacca di lana pesante sulla sedia
affianco al letto.
– Tra poco cala il freddo… –
commenta piú che dire.
Samuele s’irrigidisce migliorando,
quasi cesellando, il suo goffo saluto
militare.
– Riposo, riposo Stocchino… Lo sai
perché ti ho mandato a chiamare, no?
Samuele non risponde, tanto sa che
comunque il tenente quello che ha da
dirgli glielo dirà lo stesso.
– Políto, – dice infatti, e basta.
Samuele accenna di sí, Políto.
Poi il tenente dice: – Al Drago Nero.
Samuele fa il saluto militare, è quello
teatrale, quando l’attor giovane esce di
scena. Ora dall’uscio socchiuso
comincia a sentirsi che il vento già
s’intiepidisce.

A Políto nessuno lo tocca, per quanto


si dica il contrario. Lui fa quello che
vuole e al Comando si tappano occhi e
orecchie. Adesso per esempio sono due
chilometri buoni dalla guarnigione a
Barce. E bisogna andare, con
discrezione, a prelevarlo dal bordello.
Il Drago Nero è un locale dove i
ragazzi si giocano la stecca e anche la
licenza, poi capita che si giocano anche
la salute… Le ragazze che si possono
permettere loro non sempre sono sane.
A vent’anni alcune sembrano già
vecchie: secche, sdentate, coi seni vizzi,
le facce scheletriche… Ma Políto sa
scegliere, per lui a quindici anni sono
già troppo anziane.
Quando Samuele entra nella stanza
che gli è stata indicata, Políto sta
dandosi da fare con una negretta che
strilla a ogni colpo… Lo spettacolo è un
insieme indescrivibile di corpi difformi:
il culo peloso e le cosce nervose di
Políto, le caviglie scure e le piante dei
piedi rosate della bambina. Oh, questa
sí che è una bambina. Samuele fa
rumore con la porta e con i tacchi
perché il caporale senta che è entrato.
Lui l’ha sentito, ma non si gira, né si
ferma, anzi sbatte piú forte e la
bambina grida piú forte. Quando
finalmente si ferma e si sfila dalla
negretta, Samuele ha tutto il tempo di
constatare la veridicità delle leggende
sull’attrezzo di Políto. Certo dovrebbe
imbarazzarsi, ma Samuele ha visto di
tutto constatando decessi per il tenente
medico. Ha visto cose sfuggite da un
vivente che è morto prima che potesse
accorgersi di averle fatte: impiccati che
si sono cagati addosso, che sono esplosi
di vomito appena allentato il cappio;
corpi appesi che scorreggiano e pisciano.
E anche erezioni sotto le tuniche…
Cosí davanti al caporale nudo, sudato
e arrettu, gli sembra quasi di vedere la
forma vitale di quella morte che ha
imparato a frequentare.
Políto queste cose le capisce molto
bene, lui è di quelli che sembrano
sempre sul punto di suicidarsi, ma che,
per una ragione oscura, sempre
cambiano opinione, e allora si
convincono o di essere immortali o che
spetti ad altri ucciderli. Magari alla
gonorrea, o alla malaria, o alla febbre
gialla; oppure a un marito cornificato, o
a una donna abbandonata. A un figlio
non riconosciuto, ma per questo c’è
tempo. Dappertutto il caporale di
vent’anni non ha fatto nient’altro che
seminare la sua fine, come briciole di
pane nel bosco. Comunque, che abbia
finito o meno, Políto afferra i calzoni e
se li infila mettendo al coperto
l’erezione… La negretta sul letto ora fa
le fusa.
– Basta eh? – finge di rimproverarla
Políto, ma la bambina si sporge verso di
lui, lo afferra per la vita, fa per
sbottonarlo… – Basta, adesso devo
andare… – dice lui guardando
Stocchino.
Ma la bambina non si arrende.
Samuele senza aprir bocca fa per uscire:
– Stocchino! – chiama Políto. Samuele
si ferma. – Ma tu di baionetta sai usare
anche questa? – chiede indicandosi il
cavallo dei calzoni.
Samuele non risponde. Políto nel
frattempo ha quasi finito di
abbottonarsi la camicia. – Vieni qui, –
sembra che ordini. Samuele aspetta
qualche secondo, poi avanza verso il
letto. Políto sorride alla bambina, e lei
sorride a lui. Il caporale fa cenno al
fante che si avvicini ancora un poco,
odora di notte, di ferro e di sangue; poi
afferra Samuele per la cintola dei
calzoni: – È pagata… – dice. – Io vado a
bere qualcosa, poi con calma torniamo
–. Senza aspettare risposta, esce
infilandosi la camicia nei calzoni…

– Una bagassa africana… –


commenta Gonario che non ha perso
una virgola del racconto e si è fatto
paonazzo.
A Samuele scappa da ridere e mentre
ride un accesso di tosse. – Fammi
alzare, adesso, – chiede.
Gonario lo tira su come se fosse un
bambino. Ha una stazza notevole e la
vita all’aperto l’ha fatto asciutto e
brunito. Lo mette a sedere sul letto,
piano piano la tosse si spegne. Samuele
riprende a respirare.
– E allora? – domanda Gonario
quando il respiro del fratello ritorna
regolare.
– E allora che cosa? – lo prende in
giro Samuele.
– E vabbe’, lo sai… – s’imbarazza
l’altro.
– Che cosa vuoi sapere? – chiede
ancora Samuele, fa come il gatto col
sorcio.
– Niente, cosí… – prende tempo
Gonario. – La bagassetta africana era
pagata, no?
– Políto mi lascia solo con la
ragazzina e si può immaginare il resto, –
chiude Samuele.

E invece no, non s’immagina il resto,


non se lo immagina proprio…
Da quando è tornato a casa in
convalescenza Samuele sembra quasi
saggio. L’Africa l’ha fatto uomo, ora per
esempio, nonostante la febbre
polmonare che l’ha molto indebolito,
cammina dritto e sicuro. Tutto quello
che in lui era appena schizzato, quasi
sfumato, ora appare perfettamente
disegnato: la linea del collo, il tendine
del polso. A Gonario alle volte non
sembra nemmeno suo fratello. Quando
il dottor Milone gli fa alzare la camicia
per visitarlo, Gonario tutte le volte
pensa che vestito sembra piú magro…
Quello che fa paura di Samuele è che
sempre arriva a un passo dalla morte,
poi nemmeno la morte lo vuole
veramente e lo rimanda indietro.

Dentro a quella stanza del bordello,


restato solo con la bambina, Samuele ha
pensato di scappare. Dal letto lei gli
recita un copione di moine, ma lui in
piedi vede solo se stesso.
– Come ti chiami? – le chiede con la
gola che raschia.
– Teresa, – dice lei. Scandendo le
lettere di quel nome incongruo con la
perfezione di chi ha studiato quella
risposta nei minimi particolari.
– Quanti anni c’hai? – sussurra
Samuele…
La negretta lo guarda: – Non ti
piaccio? – chiede. – È tutto pagato, –
incoraggia e leggermente allarga le
cosce.
C’è un odore nella stanza che a
Samuele pare di carne frolla.
La notte è calata con la violenza di
un sipario a ghigliottina e comincia a
fare freddo. Samuele ha un brivido,
guarda la bambina ancora una volta,
poi deglutisce.
– Sei vergognevole, – dice lei. – Tu
no qui altra volta.
Samuele conferma col capo: proprio
cosí, lí non c’è mai stato.
– Sí? – fraintende la bambina.
– No, no, – dice Samuele.
– Vieni qui, – lo incalza Teresa.
E Samuele vede se stesso quando nel
buio tesissimo dell’agguato, col coltello
stretto al pugno, fa l’identico invito al
beduino o al perfido nemico turco:
«Vieni qui…» E lui arriva.
Cosí fa un passo avanti…
– Vergognevole, – sussurra Teresa
mentre gli sbottona i calzoni. Poi, dopo
avergli liberato il pene, si stupisce come
una piccola attrice del cinematografo,
quasi a rimproverarlo di avere dubitato:
– Tu no vergogna. Mio zignore no
vergogna.
Samuele è in piedi, Teresa ha preso
in bocca il suo sesso…
Provare qualcosa che non si è provato
mai può significare non riconoscersi. A
Samuele adesso, mentre il suo corpo
ragiona e reagisce autonomamente da
lui, sembra di vedersi dall’alto del
crepaccio dopo il cervo e gli altri
animali. Adesso c’è proprio lui che fa
capolino dalla linea della roccia per
guardare se stesso abbracciato dal
ginepro, venti-trenta metri piú in basso.
E ancora non si riconosce, ma ricorda
alla perfezione il languore della caduta.
Ecco, quel languore è tutto nella
pulsazione violentissima che gli sta
squassando il petto.
Teresa lo afferra per i lombi e lo
invita a fare un movimento in avanti.
Lei se lo mangia, questo è, se lo sta
mangiando vivo, e lui, cibo pulsante,
scopre l’appassionata generosità del farsi
pietanza. Ancora un attimo e non c’è
piú bisogno di guidarlo. Di Samuele si
può dire tutto, ma non che non impari
presto…
III.
(Alla gran caccia come alla
bardana)

Da Tripoli le notizie non son buone


manco per niente. Gli alleati si fanno
nemici, le pecore si fanno lupi. Mentre
stanno constatando l’avvenuto decesso
di sei ribelli, il tenente medico dice a
Samuele che lí dove sono loro, nel
versante di Bengasi, è una vacanza. Una
vacanza di sortite quotidiane, piccoli
attacchi dal deserto, di oasi pericolose
come trappole per topi, di acqua infetta
e d’insetti micidiali, s’intende. Ma pur
sempre una vacanza, perché a Tripoli
c’è stata la rivolta. Prima hanno fatto
finta di accogliere gli italiani come
salvatori, poi «non sono stati di parola».
La mettono cosí, in camerata. Ma
Puddu di Oliena, che ha studiato a
Roma, dice che non è proprio
tradimento lottare per la propria terra.
– Eh, per Deus, non sono mica tutti
coglioni come i sardi, eh?
Che la cosa non fa molto piacere da
sentirsi dire, ma c’ha la sua verità:
– Ma a noi, – insiste lui, – che
eravamo diventati italiani chi cazzo ce
l’ha detto, eh?
– Bella cosa, – conferma Mariani di
Orune, – fare i cani da guardia in terra
anzena dopo che si è ceduta la propria
terra.
Ma a Samuele questi discorsi gli
sembrano cose dell’altro mondo. Non
perché non capisca i suoi commilitoni e,
sotto sotto, non sia d’accordo, ma
perché per lui le cose sono le cose: uno
pensa di poterci mettere le mani, pensa
di poterle determinare, e invece no.
Questa è una saggezza che non ha
un’età: fa parte di quello che uno sa
senza sapere perché lo sa. E quello che
era chiarissimo, anche a Bengasi, era
che dovunque si voltasse poteva vedere
o sentire un sardo. E che quel sardo, lui
compreso, in effetti, non aveva alcuna
ragione per trovarsi là.
– Senza contare, – incalza Puddu, –
che a noi c’hanno trattato proprio cosí
come ci chiedono di trattare i turchi,
anzi a noi ci hanno trattato peggio.
Samuele qui lo zittisce perché sa che
si trovano sull’orlo di un precipizio in
cui fra dire le cose che escono di bocca
e finire spalle al muro davanti al
plotone d’esecuzione c’è una distanza
minima.
– Statti zitto, – dice, – mudu!
Che, anche quando si ha ragione, le
ragioni bisogna trovare il tempo e il
luogo per esprimerle. No? Non è cosí?
Imparare che ci sono le regole è la
maniera migliore non per obbedire, ma
per disobbedire. Lui, Samuele, c’ha
fatto il callo a furia di sentire teorie su
quello che è giusto e quello che è
sbagliato. E loro sono tutti bravissimi
ragazzi, per carità, ma non hanno capito
che i padroni diventano padroni
proprio perché hanno le regole, se le
fanno addirittura, e loro, che stanno a
dire questo e quello, padroni non lo
diventeranno mai, ma sempre e solo
servi resteranno, perché a loro di regole
gli piacciono solo quelle che devono
seguire gli altri.
– Fuori dalla Sardegna siamo tutti
sardi, – sussurra Samuele, che proprio
non riesce a trattenersi, – ma dentro, a
casa, in bidda semus cadaunu pro contu
suo.
Puddu di Oliena è costretto ad
ammettere che è cosí, ma lo fa con
quell’aria concessiva di chi pensa di no.
E infatti giú a dire che è giusto,
sacrosanto, opporsi alle leggi e alle
regole dei tiranni. Giú a dire che
l’autodeterminazione dei popoli e
compagnia bella… Samuele manco lo
ascolta, Mariani di Orune fa sí con la
testa ma si vede che sta pensando ad
altro.
– E allora perché ci sei venuto in
guerra? – chiede a bruciapelo Samuele a
Puddu di Oliena.
Quello s’interrompe e d’improvviso lo
guarda: – Compà… – tenta.
– Non sono tuo compare, cos’è,
anche tutti compari siamo diventati
adesso? Avanti! – lo sfida. – A itte bi ses
benniu in gherra?
Puddu di Oliena si rabbuia: – Ca
m’ana custrintu, – dice secco.
– È proprio quello che volevo dire io:
se tu sei padrone a te non c’è nessuno
che ti può costringere…
– E tu allora? – interviene Mariani.
– Io sono venuto perché l’ho deciso
io. Pro contu meu, ca deo so su mere
meu, – taglia Samuele.

Comunque gli arabi che dovevano


essere riconoscenti ai salvatori italiani
attaccarono in armi, dalle oasi, le linee
tra Bu Meliana e Gargaresch, mentre i
turchi attaccavano dal mare. I
bersaglieri dell’11° erano come un
gheriglio nello schiaccianoci, si diceva.
Ma anche a Tripoli città, senza un
preavviso, si cominciò a sparare dalle
case e dai vicoli contro i soldati italiani.
Da lí si capisce tutto, e si capiscono le
differenze che corrono tra la filosofia e
la pratica della vita.
Il tenente Marchioro si strinse nelle
spalle: – E ora si vede, – disse.
Nessuno commentò, era chiaro che
Marchioro faceva il militare per
vocazione, come un medico o un prete
dovrebbero fare.
– Ora si vede, – ripeté.
Le corrispondenze da Tripoli
raccontavano cose terribili: ottanta
bersaglieri dell’11° erano rimasti
asserragliati nel cimitero del villaggio di
Henni, quaranta di questi erano stati
catturati dagli arabo-turchi.
– «I piccoli bersaglieri, caduti il 23
ottobre, non morirono solamente da
eroi, ma anche da martiri», – lesse
Marchioro, con la voce che si rompeva.
Era chiaro che lui aveva fatto il
soldato perché pensava ci dovesse
essere un territorio, un campo di
battaglia, nel quale l’uomo riponeva
anche tutta la sua civiltà. Ma a Tripoli si
era capito che ai popoli va concesso
persino il diritto di scegliere i propri
oppressori. Che ci faceva a Henni il
figlio del fornaio, quello che era morto
crocifisso, evirato, mutilato? Eh, che ci
faceva?
Il tenente medico lo invitò ad
abbassare la voce. – Sei esaurito e
questo clima t’indebolisce, – decretò.
Marchioro fece cenno di sí. – Ora si
vede, – ripeté, con un sussurro quasi
impercettibile. Poi basta.

E ora si vede: la macchina della


repressione marcia a ritmo
sostenutissimo. Questi italiani brava
gente finché vuoi, ma non bisogna
proprio farli incazzare, eh no. Che
Tripoli la stanno rivoltando come un
calzino. – Lí da fare ce ne avresti, – dice
un giorno Políto a Samuele. – Per
contare tutti quei morti, – chiarisce.
Negli spiazzi ottenuti dai quartieri
rasi al suolo con i cannoni e le mitraglie
hanno piantato foreste di forche, le
donne e i bambini sotto le macerie, i
maschi adulti e i ragazzi appesi al vento.
Chi c’è stato dice che l’odore di morte è
talmente forte che si vive bendati fino a
un raggio di venti chilometri fuori da
Tripoli. A Samuele pare di capire tutto
molto bene, pare di sentire persino
l’odore dolciastro che l’impiccato esala
dalla pelle, e gli pare di poter stabilire
che la morte, in fondo, è una cosa
semplicissima, come mangiare e bere.
Nel suo pensiero di fanciullo la morte
era una sottrazione crudele, poi ha
imparato che può essere persino
un’evenienza benevola… Lui se la
immagina, la morte del bersagliere
crocifisso, e se la immagina come colei
che assiste alla vita indesiderata di
qualcuno, finché, benaccetta, non le
permettono d’interrompere ogni
sofferenza. Ecco, lui se l’immagina il
sorriso di quel bersagliere che ha tanta
giovinezza addosso da non pensare
nemmeno di lasciarsi andare a morire,
cosí, per smettere di soffrire.
Puddu di Oliena racconta di un suo
parente che c’aveva questione di terreni
con un possidente di Mamoiada e un
giorno l’hanno trovato fatto a pezzi
legato a un albero. La testa da una parte
le mani dall’altra, un piede intero,
l’altro se lo dev’essere mangiato qualche
cinghiale. E poi c’era il busto che era
rimasto legato al tronco. Ora era chiaro
chi era stato a fare quello scempio, no?
Invece no, dice che mancavano prove
certe, finché un medico non trova
dentro alla bocca del cadavere il
moncone di un dito con anche un
anello. Due piú due fa quattro: vanno a
cercare il possidente di Mamoiada, che,
guarda caso, ha la mano fasciata per un
dito tagliato e guarda caso proprio lo
stesso dito trovato in bocca al morto. Gli
chiedono di far vedere la ferita, ma i
servi pastori e i famigli si affrettano a
testimoniare che il dito, su mere, se l’è
tagliato facendo legna; e allora gli
chiedono di far vedere il dito, ma lui
risponde che l’ha seppellito perché lo
preceda da Nostrusegnore. Cosí gli
fanno vedere l’anello e lui dice che sí,
che l’anello effettivamente è suo, ma
che qualcuno gliel’ha rubato tempo
prima. Cosí il maresciallo che è andato
a interrogarlo gli dice che nessuna delle
sue risposte ha senso, che quel dito
trovato in bocca al morto, piú
esattamente estratto dalla gola mozzata
del cadavere di Eusebio Pillittu, suo
nemico giurato, è proprio il suo, chiaro
come il sole. Cosí l’altro, il possidente di
Mamoiada, racconta che fra i due
contendenti c’era un terzo e che questo
terzo gli ha mozzato il dito e poi l’ha
fatto trovare in bocca al cadavere.
Quindi il maresciallo gli chiede di fare il
nome di questo terzo, ma lui si rifiuta,
dice che fa la galera, piuttosto, ma la
spia non la fa. Allora il maresciallo dice
che va bene: che lo segua in caserma,
poi si vede se il dito che manca è lo
stesso, se l’anello è stato rubato o meno,
se esiste un terzo contendente che se la
sta godendo. Allora il possidente di
Mamoiada dice: un attimo, il tempo di
salutare mia moglie che sta lavorando il
maiale in cucina. E cosí in un attimo
succede tutto: dopo qualche minuto,
bianco come un lenzuolo candeggiato, il
possidente di Mamoiada si consegna
alla Forza, è tutto come prima, tranne
che non ha piú la mano… Il maresciallo
ci mette un po’ a capire che cos’è
successo, ma quando capisce è troppo
tardi, facendosi largo raggiunge la
cucina dove le massaie e la padrona di
casa stanno insaccando le salsicce. Il
possidente di Mamoiada reggendosi il
moncherino cade a terra. Il maresciallo
ritorna dalla cucina appena in tempo
per vederlo cadere, la mano gli è stata
spiccata dal polso con un colpo netto di
mannaia, ma come provarlo? Carne e
ossa sono state macinate dalle
massaie… Impossibile ricostruire la
mano, impossibile provare qualunque
cosa si voglia provare… All’ospedale,
ordina il maresciallo, portatelo a Nuoro
all’ospedale che questo vi muore
dissanguato…
Poi Puddu di Oliena tace. Qualcuno
lo guarda.
– Ecco, – prova a spiegare lui. –
Chissà se noi in questa terra lontana
siamo come quel possidente di
Mamoiada che ha rischiato di morire
mutilandosi piuttosto che ammettere
l’errore…
Políto non sa se ridere o che.
Samuele lo guarda, ha una luce quasi
buona negli occhi: – Noi? – chiede a un
certo punto, ma è una domanda cosí
per dire. – Noi siamo come quel dito
nella bocca, – conclude.

E Políto questa la capisce.

Comunque arrivano gli ordini che ci


dobbiamo spostare a Tripoli: lí le cose
stavano andando male. E allora ci
dicono d’imbarcarci subito, che il 4°
parte tutto a sostenere il 56°. Il tenente
medico mi chiede se sto bene. E io dico
che insomma, mi sento un po’ stanco, e
poi questa tosse che non mi passa. Poi
vabbe’ mi chiamano dal Comando.
Marchioro mi consegna una busta: mi
fanno caporale. Poi bisogna preparare la
roba per il trasferimento.

Dunque ci siamo: il 24 febbraio 1912,


durante la traversata che da Bengasi lo
porta a Tripoli, il fante Stocchino
Samuele, ora caporale, si aggrava,
comincia a sputare sangue. Le
condizioni della navigazione sono
tremende.
Era stato morire. Solo che poteva
ricordarlo.
I piroscafi carichi di militari sono
tenuti sotto costa da una mareggiata
terribile. Samuele privo di forze
boccheggia come un pesce tirato a riva.
E lui sa cosa vuol dire e quasi gli sembra
un contrappasso, perché mille volte e
piú era restato a guardare la bocca
spalancata dei pesci mandati a morire
fra le rocce che delimitavano il rivo. Lui
guardava il pesce e il pesce guardava lui
come a chiedere una grazia, e
s’incurvava per rilanciarsi in acqua a
respirare…
– Non stategli attorno! – gridava
Políto per farsi sentire oltre lo stridore
dell’acqua che grattava lo scafo.
Poi colpi tremendi. Tremendi. A
raffiche, come spallate. Masse d’acqua
dai fianchi. Chi sa pregare comincia a
pregare e mancano sette ore almeno al
porto di Tripoli.
Sette ore diventano sedici. Il tenente
medico ha ordinato acqua e zucchero
per Samuele, ma appare chiaro che a
Tripoli non ci arriva.

Quella traversata diventa una prova


generale. Lui lo sa che si trova proprio
nell’anticamera della morte. Lo capisce
dal fatto che gli pare che il piroscafo
abbia improvvisamente smesso di
oscillare. È immerso in un sonno
corposissimo, succhia l’aria da una
canna, come succedeva quando, da
ragazzo, avrà avuto sí e no tredici anni,
s’immergeva nell’acqua ferma per
spaventare le donne al lavatoio tirando
le lenzuola dal fondo della vasca. Che è
arrivato proprio davanti alla Signora
Morte lo sa, perché può vedere se stesso
seduto al suo capezzale…

Mi vedo ferito col labbro che


sanguina e mi guardo, e quello che
vedo mi fa pena. Sarei forse quel
mucchio d’ossa disteso nella branda?
Sarei quel sacco vuoto sbattuto dalle
onde? E che fine ha fatto Stocchino
Samuele caporale?
Chi lo sa, dicono in paese: morto in
Libia, come i giovani migliori che
c’avevamo. Febbri polmonari, sa
làstima, che si era fatto valere… No no,
non si faceva ridere dietro, questo è
certo. Morto in mare, s’iscuru,
creaturedda, poverittu. E che morte poi,
oh una signora morte, di quelle lente
lente, nel disagio, nel sudore e anche
nel delirio. Che si vedeva in carne e
ossa anche dove non c’era, seduto sul
suo letto di morte, proprio come sta
facendo ora. E poi si sente trasportare,
ma non dal mare, nel mare ha lasciato
le sue spoglie mortali. No, dove si sente
trasportare ora è un posto vicino a
Osini, S’Argiola ’e sa Perda si chiama,
zona di lecci. Lí si vede adesso
trasportato da tre uomini col cappello,
uno lo regge per le ascelle e gli altri due
per le gambe: l’abbraccio del ginepro.
Gli uomini corrono nel bosco e gli
respirano addosso, perché quello
straccio d’uomo, col labbro
sanguinante, che, moribondo, sembrava
esile come una canna, ora a trasportarlo
è molto piú pesante del previsto.
Il cielo di S’Argiola ’e sa Perda è blu
come le barbe degli orchi o come le
giubbe degli ussari francesi, blu come
l’abisso quando diventa cremoso… Blu
del colore del sogno che sempre ci si
accorge dopo di sognare a colori e quel
che si ricorda è un colore terribile, piú
colore del vero. Quel cielo è molto piú
di un cielo, è il sogno di un cielo. È un
delirio senza nuvole, il soffitto di una
pieve di campagna…
Camminano trascinandosi il corpo di
Samuele, i tre uomini col cappello, e piú
avanzano piú il terreno se lo riprende
risucchiandolo verso il basso. I tre sono
affaticati, fanno quasi strisciare il corpo
contro le pietre, contro i cespugli bassi,
le ortiche, i cardi, i germogli. Quello
strascinare, quel respirare grosso,
quell’allentare la presa, quello snodarsi
lento dei gomiti e delle ginocchia, che
piano piano cedono alla trazione, ecco:
tutto questo vede di sé Samuele
Stocchino, caporale, mentre il piroscafo
lotta per tenersi a galla nelle acque della
Libia. E sí che s’è deciso di navigare
sotto costa…
In bocca ha una notte d’abisso:
sangue marcio, ferro. Sapore gelido di
sentimenti inspiegabili, come cadere e
risalire. Come resistere e lasciarsi
andare…

Quella notte Gonario Stocchino ha


una visione… Sta dormendo, quando si
spalanca la porticina dello stazzo: un
ragazzino. Piange, dice che si è perduto.
Gonario si mette a sedere ancora
intontito dal sonno. Come sarebbe
perduto: cuius es? domanda. Stocchino
Samuele di Felice de sos de Crabile,
risponde il ragazzino. Allora a Gonario
gli scappa da ridere, perché lui sa che
quando accadono le visioni, le visioni
non sono mai di cose che uno conosce,
ma di cose misteriose e sconosciute,
cose che non si possono nemmeno
raccontare. Tuttavia il suo cuore
semplice capisce che quell’immagine
che ha davanti non può essere in nulla
suo fratello, che ora si trova in Libia a
combattere gli infedeli. Tuttavia il suo
cuore semplice capisce che il mistero
domestico può essere un mistero
doppio, o una premonizione, o un
segnale. Tutto questo pensare e
almanaccare lo confonde un poco, ma
lo stesso dice al ragazzino di entrare. Il
ragazzino entra, la luce della brace aiuta
a inquadrarlo in viso. Certo, pensa
Gonario, potrebbe essere Samuele che,
da chissà dove, mi manda a dire
qualcosa. Che c’è di male, del resto? E
che c’è di strano? Il sangue chiama, il
sangue risponde. Siedi, dice Gonario al
ragazzino, passa la notte, dice, che
domani sistemiamo tutto, mangiato
hai? chiede. Ma il ragazzino non
sembra entità che abbia esigenze
carnali, pare perduto, si guarda intorno.
A Gonario quel silenzio troppo carico
un poco lo inquieta, a lui piace il
silenzio vuoto delle greggi. Cosí chiede
al ragazzino se ha sonno… Il ragazzino
accenna di no. Mio fratello si chiama
come te, dice a un certo punto Gonario,
è in guerra adesso. Il ragazzino accenna
di sí, che lo sa. Che sa anche tutto
quello che Gonario non sa di sapere. È
una visione o no? Io ti voglio dire che
tuo fratello è sul confine, adagiato sulla
linea che separa i vivi dai morti…
Gonario vorrebbe trovare le parole per
rispondere, ma il ragazzino gli fa un
segno con la mano perché taccia: odio,
tradimento, calunnia lo stanno
trascinando dalla terra alla terra, dai
viventi ai defunti… Quando Gonario
apre gli occhi il fuoco si è spento e le
braci sussurrano appena.

Quella notte il sonno di Genesia


Stocchino è disturbato dalla civetta.
Quella bestia occhiuta è andata a
posarsi sul ramo di un castagno che
sfiora i vetri della finestra della sua
camera. Dimessa, comincia a chiamare.
Genesia caccia la testa sotto il cuscino e
si mette a pregare che il sonno non può
proprio regalarlo, che a casa del notaio
dove fa la serva è tutta una febbre di
preparativi per il matrimonio della figlia
maggiore, e quindi c’è un muntone di
roba da sbrigare. Ma l’uccello non
s’arrende e, ad ascoltarlo bene, sta
dicendo sempre la stessa cosa: carne di
martire e preghiere, carne di martire e
preghiere, carne di martire e
preghiere… E piú ascolta, Genesia, piú
le pare che le parole siano
perfettamente scandite. Certo le notizie
dalla Libia non sono state buone, dal
notaio dicono che agli italiani gli sta
andando come a uno che ha comprato
una pecora per giovane e lattifera e
invece la scopre vecchia e rinsecchita.
Carne di martire e preghiere. Notizie di
Samuele non ce ne sono, qualcuno che
torna senza gambe o senza un occhio
dice che ha sentito dire che è vivo, ma il
4° ha subito perdite pesanti e poi
dicono che lo spostano da Bengasi a
Tripoli…

Políto avvicina il naso alla bocca di


Samuele: respira, respira, dice. Puddu
di Oliena prova di nuovo a bagnargli le
labbra come ha detto il tenente medico.
Tripoli appare poco distante. Il mare si
è come pietrificato. Ancora poco e
preparano la barella.
All’ospedale militare i medici come
levatrici tirano fuori Samuele dall’utero
della morte. Un miracolo, dicono, le
possibilità di sopravvivere a un collasso
del polmone erano assolutamente
esigue. Ora ha bisogno di riposo,
congedo e a casa.
No, prega Samuele, congedo no.
Convalescenza e a casa, ma non
congedo, perché io guarisco, a casa
guarisco. Il tenente medico lo guarda
stranito, va bene Stocchino, ma con
riserva. Va bene, risponde Samuele.
Cosí, appena si mette in piedi,
appena è in grado di fare pochi passi nel
corridoio dell’ospedale militare di
Tripoli, già chiede che si avviino le
pratiche per la licenza e la
convalescenza.
A Napoli ci arriva piú morto che vivo.
Per sette giorni è ricoverato
nell’infermeria della Capitaneria di
Porto a Mergellina, poi due mesi al
sanatorio di Pozzuoli. Una mattina
freddissima, senza aspettare alcuna
autorizzazione, s’imbarca sul primo
piroscafo per la Sardegna.

Ed eccolo entrare in paese… Gennaio


1913. Il resto è raccontare: a Felice le
storie di guerra, a Gonario le storie di
donne…
IV.
(Leggende e ancora
leggende)

Prima leggenda.
La prima leggenda racconta di
Samuele tornato a casa dalla Libia piú
morto che vivo. Nel primo settore del
telo del cantastorie lo disegnano
smunto, scheletrico, mentre brancola
nei vicoli deserti del paese. Poi
descrivono il suo ingresso in casa come
l’apparizione dello spettro di Tolu il non
morto. Antioca sta rigovernando,
Genesia è uscita da un pezzo. Gonario
sono quattro giorni che non torna.
Felice è al frantoio per la lavorazione
delle olive. I piccoli selvatici sono a
Oristano, grazie a Dio.
Ecco come sarebbe avvenuto:
Samuele non entra in casa, resta in
piedi sulla soglia, Antioca lo riconosce
prima che possa dire qualunque cosa,
sbarra gli occhi e si tappa la bocca con la
mano per non gridare. Che cosa le
hanno restituito di quel figlio?
Senza parlare gli prende le mani e lo
accompagna dentro a sedere. Samuele
si lascia guidare come se non avesse una
volontà propria, ma è solo che gli
mancano le forze. Ha gli occhi grandi,
quel Samuele che è un’immagine
isarbulía di quello che è partito due
anni prima. Ha una barbetta appena
accennata, rada, ha le mani che gli
tremano e respira a fatica.
Finalmente Antioca parla:
– Creatura… – sussurra.
Samuele s’inventa una specie di
sorriso, poi accenna col capo per dire
che non è come sembra, che sta bene,
che è solo stanco.
Nel secondo settore del telo del
cantastorie lo disegnano a letto, come
un ex voto. C’è tutto, anche la nuvola
che regge la Madonna e Antioca che la
prega per la salute del figliolo ritornato.
Seduto ai piedi di quel letto si trova
Felice che ascolta le storie di guerra
raccontate dal figlio.
Infatti nei riquadri seguenti Samuele
è un eroe, terrore degli infedeli, tigre
feroce, soldato decorato.
Poi la storia cambia perché il
miracolo avviene e Samuele si riprende:
nessuno ci credeva, tutti l’avevano dato
per morto, e invece… un gesto dalla
nuvoletta disegnata sopra il lettuccio del
degente, ed eccolo in piedi.
Nel riquadro centrale del telo, a
colori vivaci, si vede Samuele che alza le
braccia al cielo e grida. La giornata è
limpida, è tutto fiorito di una primavera
improbabile, ma assolutamente
paradisiaca. Non si crederebbe che un
addobbo simile possa esistere in natura,
e infatti non esiste. Anche il paese di
Arzana disegnato in quel riquadro è un
presepio di casette ingenue, ma dolci di
una dolcezza di marzapane.
Cosí si descrivono le storie edificanti
di anime belle che il Destino conduce
verso la latitanza.
La felicità dura un riquadro appena e
ha il volto di Mariangela. Lei l’ha
trovato quando era finito in fondo al
crepaccio, e ora lo ritrova. Lui non lo sa
ancora ma lei l’ha scelto da quando era
bambino. Quando si rivedono lui è
asciutto come un ramo di ginepro, lei è
tonda e minuta come una bacca di
ginepro. Stessa pianta…
Poi si entra nella solita vicenda della
felicità interrotta. Sí, perché Mariangela
è molto insidiata.
Quasi alla fine del telo, in un
riquadro in basso, la possiamo vedere
mentre, sdegnata, rifiuta le attenzioni di
un facoltoso possidente. Il suo sguardo
dice: non cedo. Come certe sante
martiri che portano gli organi propri sui
vassoi, ma mantengono una distanza,
quasi un’indifferenza verso il martirio
che le ha mutilate. Mariangela ha
quella rabbia, ma anche
quell’indifferenza.
Nel riquadro seguente Samuele
affonda un coltello al centro del petto
del possidente.
Al cantastorie scappa detto che il
fellone ha ottenuto quello che si
meritava: una dalia di sangue rosso
rubino. Samuele è una mano che
colpisce, un coltello che penetra
frantumando lo sterno. Il malcapitato
allarga le braccia quasi ad accogliere di
buona grazia quanto gli spetta…
La prima leggenda finisce proprio con
Samuele che salva l’onore di
Mariangela.

Seconda leggenda.
La seconda leggenda riguarda la
catena che unisce indissolubilmente
Samuele a Mariangela. Si capisce che
dal punto di vista di lei, piú pagana che
religiosa, il fatto di averlo sentito
chiamare dal fondo del crepaccio
quando avevano sette anni appena,
significa che sono destinati l’uno
all’altra, o, per dirla meglio, che lui è
destinato a lei. Infatti dal giorno del
salvataggio fino alla partenza di lui per
la Libia, nove anni dopo, lei,
tenacemente, l’ha dichiarato roba sua.
Senza mai dirlo a nessuno, ben inteso.
Ma l’ha tenuto d’occhio. Poi lui si è
arruolato, a soli 16 anni, mentendo
sull’età.
Qui la leggenda si fa storia di fede.
Quando tutti dicono che Stocchino non
ritorna, che è uno dei tanti «morti in
Libia», lei dice che no. Dice che in
guerra muore chi non ha affetti. E chi la
sente ride e le fa mille esempi del
contrario: il macellaio, il garzone del
fabbro, il muratore… Tutti morti e tutti
amati. Lei dice che non è abbastanza,
che «amati» in quel modo lí in guerra si
muore. Dice che per non morire
bisogna fare come fa lei, che si prende
in carico tutto da sola quello che
andrebbe diviso in due. Nei sette mesi
in cui di Samuele non si hanno notizie,
Mariangela non si stacca da Antioca:
l’aiuta a rigovernare, porta al lavatoio il
carico d’indumenti sporchi. Come se
fosse assolutamente chiaro che a unirle
è un amore in comune. Nessuno lo
dice, ma lei lo sa.
Cosí nel gennaio del 1913 lo spettro
di Samuele entra in paese. E lei,
Mariangela, aveva ragione. Ci si
aspetterebbe che si prendesse quello
che è suo da sempre, e invece no. Per
tutto il periodo in cui il soldato è
allettato, di Mariangela non c’è traccia.
Antioca, nella sua gioia di madre
miracolata, quasi non se ne accorge,
ma, senza capire perché, sente un vuoto
al suo fianco.
Il primo incarico di Samuele
resuscitato è di raccontare gli inferi che
ha visitato, la faccia caprina del
levantino astuto, il virile eroismo
dell’italico soldato, e anche, ma solo
sussurrando tra uomo e uomo, le
avventure d’alcova… Poi, rimessosi in
piedi, arriva il momento dei piccoli
lavoretti. È un soldato decorato, non ha
ancora compiuto diciannove anni,
quando è partito era Samuele de sos de
Crabile e adesso è su caporale
Stocchino, con i parenti che fanno barra
per strada perché c’hanno l’eroe in casa.
Mariangela se ne sta discosta. Una
qualche intuizione le sta dicendo che
quanto piú saprà aspettare tanto piú
sarà premiata.
Fa continuamente il sogno che
Samuele vedendola ritorna nell’abisso e
le chiede dov’era finita: perché mai, se
lei sapeva che erano l’una per l’altro,
non è andata a salutarlo quando, come
Lazzaro, è tornato dal Regno dei Morti
a raccontare tutto quello che aveva
visto?
Ma Samuele non sa ancora di avere
quel destino addosso. Ora che si risente
in forze, ora che il dottor Milone l’ha
battezzato come frutto di un miracolo,
ora che comincia a far passi senza
ansimare, gli pare solo di essere
ritornato a nascere.
È vero, ha le gambe ancora incerte
del puledro umido di giumenta, ma la
primavera incalza.
Dicono che abbia urlato contro il sole
in segno di vittoria.
Mariangela nell’attesa ha imparato a
interpretare le meraviglie. Ha anche
imparato il potere dello sguardo.
Dicono che un venerdí, mentre si
recava al podere di Larentu Sotgiu,
Samuele abbia sentito il bisogno di
dissetarsi.
La notte prima a Mariangela era
venuto in sogno un angelo ridanciano
che la incitava a prendere acqua… Lei
nel sogno nemmeno rispondeva, che
l’aspetto dell’angelo non era di persona
a cui si dovesse dar retta. Ma l’angelo,
pastorello sporco e sdentato, insisteva a
dire che quanto aspettava era giunto e
che doveva trovarsi alla fontana nella
piazza del paese senza indugi. A
Mariangela non sembra possibile che si
possa discutere di quello che lei da anni
desidera in cuore, e si sdegna per
l’arroganza di quel ragazzino, ma ora al
suo posto c’è solo luce e profumo, poi
una voce: s’andare e su bennere,
s’andare e su bennere…
Quando si sveglia è completamente
sudata, senza neanche dire dove sta
andando esce di casa per raggiungere
Anníca Tola, che è l’unica che può
spiegarle quanto ha sognato.
La leggenda dice che Samuele
proprio in quel mattino urla contro il
sole, e dice che Mariangela mentre si
reca da Anníca Tola coprendosi gli
occhi per la luce accecante gli passa
accanto, e, anche se non può vederlo,
ne riconosce la voce: voce e luce,
proprio come nel suo sogno. Cosí
com’era venuta se ne torna indietro che
tanto quello che si doveva capire si è
capito benissimo.
La prima cosa che ha capito è che il
momento è arrivato. Poi ha capito che il
suo destino d’amore con Samuele è un
cerchio, andare e venire… Capisce che
deve prepararsi a vivere l’agonia
dell’amante che sempre deve
ricominciare: determinata stringe le
braccia al petto e si fa forza, perché
quello che l’attende non sono rose e
fiori.
Samuele si sta recando da Larentu
Sotgiu e ha sete, cosí anziché tirar dritto
fa una deviazione verso la piazzetta
della chiesa dove c’è la fontana. Lí vede
una donna di spalle che sta colmando
una brocca…
Mariangela si è fatta bella, ha messo
le loriche come se stesse per andare alla
festa del patrono, ha la camicia di un
candore terribile e la franda buona.
Quando la brocca è colma a metà lo
sente arrivare, sente i passi chiodati
degli scarponi d’ordinanza. Ora
Samuele le cammina alle spalle, ma lei
non si volta: lo sente, dietro, come se lui
l’accarezzasse. Eppure lui non ha fatto
niente, si è limitato ad aspettare che la
brocca si riempisse.
– Ti avevano dato per morto,
Samuele Stocchino, – dice Mariangela
senza voltarsi.
– E invece sono vivo, – fa lui
allargando le braccia.
– Sete hai? – chiede lei.
Lui accenna di sí e lei lo vede anche
se non può vederlo perché non si è mai
voltata. Cosí si alza, si volta verso di lui.
È piccolo, solo un palmo piú alto di lei,
eppure non ha l’aspetto di uno basso,
che tutto dipende dalla proporzione…
Sono l’una di fronte all’altro. Lui la
guarda, poi inarca le sopracciglia…
– Se devi bere, bevi… – dice lei
facendosi da parte.
– No, no, finisci, – dice lui
riferendosi alla brocca mezza piena.
– Bevi, bevi, – taglia lei, come a dire
che anche per il futuro il loro accordo
d’innamorati prevede che quanto
occorre a lui viene sempre prima di ogni
cosa.
La leggenda dice che lui, come
Giacobbe quando vide Rachele al
pozzo, subito abbia sentito il desiderio
di baciarla. E racconta che questo
accadeva perché dentro di lui si era
palesata una certezza assoluta: che
quella donna l’aveva scelto da sempre, e
che non c’era proprio niente che potesse
fare per costringerla a cambiare idea. Se
aveste visto gli occhi di Mariangela,
negli occhi di Samuele, l’avreste capito
anche voi.
Il caporale si piega un poco, come se
dovesse reagire a una pugnalata in
pieno stomaco, mortu su groddo. Lei fa
un passo indietro perché sia chiaro che,
per quanto adorato, Samuele deve
mantenere le distanze. È una geografia
precisa, con precisi confini, di cui lui
non può e non deve mai avere alcuna
padronanza. Cosí fa per avvicinarsi e lei
si sposta, poi lui si piega per bere e lei
gli sfiora la spalla.
Dicono che dopo quell’incontro non
si siano mai piú lasciati.

Terza leggenda.
La terza leggenda narra di come
Stocchino per un certo periodo, ad
Arzana, abbia mantenuto nel profondo,
assopita nelle intragne, la belva. Lupo o
tigre che fosse. Ma soprattutto racconta
dello splendore di quel momento, alla
fontana, in cui il caporale capisce che
una baionetta l’ha trafitto. Siamo
nell’agosto del ’14. Un mese prima
Gavrilo Princip ha innestato la Grande
Guerra.
Ma per Samuele Stocchino l’estate
del ’14 è quella che gli agiografi
definiscono «stagione della pace». È
l’idillio amoroso con tutto ciò che ne
consegue. Innanzitutto un filtro che
smorza le brutture, che stravolge la
realtà. E la realtà è che le cose si stanno
mettendo troppo male… Felice è
semiparalizzato dall’artrite. Gonario gira
di tanca in tanca per pietire un
miglioramento, che da servo pastore
non può nemmeno permettersi il lusso
di fumare. Genesia ha dei problemi
anche lei col notaio: lavoro troppo e
paga bassa. Al reduce di Libia non resta
che arrangiarsi come può, porta la
divisa e gli scarponi d’ordinanza: fa la
sua figura.
È la parte del racconto in cui sta per
succedere qualcosa. Tutti tacciono,
perché non ha senso che questa storia
possa approdare a un nulla di fatto, a
un «vissero felici e contenti». Ma questo
è quanto crede di pensare Samuele. Ha
il petto gonfio di tutte le cose possibili.
Tutto, tutto gli sembra vero. Fa solo
piccole sortite dentro la realtà, per il
resto, da un anno, vive al caldo dello
sguardo di Mariangela. E, quasi quasi,
anche lui fa fatica a riconoscersi in quel
giovanotto bellimbusto che indossa la
divisa del 4° e se ne va in giro per il
paese a rappresentare audacia
temeraria. Un balente con la divisa,
quindi piú balente, ma anche un
balente innamorato, quindi piú fragile.
La storia prosegue che a Giacomo
Manai occorre uno che gli curi il
cavallo. Samuele in divisa gli sembra il
giusto riconoscimento del suo status di
uomo piú ricco del paese. Nessuno ad
Arzana dice Manai, tutti dicono «il piú
ricco del paese», che è lui. Cosí quando
Samuele si presenta a casa sua e gli dice
che non ha paura di lavorare, «il piú
ricco del paese» lo fa sedere, lo
cúmbida, come si deve fare tra cristiani,
e poi comincia col fatto che non gli
occorre nessuno, che sono tempi brutti,
che la guerra eccetera eccetera. Samuele
fa notare che la guerra la conosce bene
e la conosce molto da vicino. Cosí
Manai annuisce e dice che sí, proprio
per quello sta pensando a un modo
d’impiegarlo senza umiliarlo, perché, sia
inteso, lui di lavoranti non ne ha
bisogno proprio, ma magari per
Samuele, e per il fatto che ha
combattuto contro i selvaggi, insomma
qualcosa bisogna trovarlo…
Quello che si trova è custodire un
cavallo, fare lo stalliere insomma, o
l’attendente di un ufficiale che non c’è,
ma che c’ha un cavallo. E quel cavallo è
molto piú importante di un cristiano.
«Il piú ricco del paese» su questo non
transige: va bene tutto, ma il suo arabo-
sardo lo vuole perfetto, lucido,
strigliato, pasciuto. Samuele deve fare la
balia al cavallo, ma non può mai
cavalcarlo. Deve farlo andare, fargli
scorrere quel sangue di stallone nelle
fibre, deve nutrirlo come se si trattasse
di un ospite di riguardo. A Manai che
lo stalliere mangi o meno non interessa,
a lui interessa che mangi il cavallo. E ci
ride pure, vuole il saluto militare dal
fantoccio in divisa che ha assunto per la
sua bestia prediletta. Ma il fantoccio in
divisa, come abbiamo detto, è un
fantoccio innamorato.
La terza leggenda racconta Samuele
come il rovescio di Samuele. Manai che
lo deride, solo qualche mese prima
sarebbe stato il morto «piú ricco del
paese», ma ora no. L’autunno incalza.
Ma quando un uomo sta trangugiando
la prima felicità vera della sua vita non
ascolta chi gli gira intorno. O lo ascolta
con orecchio ben disposto…
A questo punto chi racconta la terza
leggenda fa una pausa e guarda gli
uditori. Vuole dare a intendere che da
quella cecità momentanea ci si deve
aspettare una furia incontrollata. Vuol
dire che la felicità è solamente un
incidente nella vita breve della tigre
d’Ogliastra.
E si riassume: ha conosciuto l’odore e
il sapore del sangue, ha avuto visioni,
ha allevato una bestia in corpo e poi ha
amato. Un composto instabile, una
miscela delicatissima.
Ma si va avanti e si taglia corto, a
quanto si dice Samuele se ne va in giro
col cavallo alla briglia e la divisa
d’ordinanza e tutto va bene, è un
bell’indifferente; dopo aver strigliato e
messo alla biada il cavallo può
raggiungere Mariangela ai bordi del
paese, dove la terra odora di sambuco e
foglie bruciate. Cosí ogni giorno la
stessa storia: alla stessa ora Samuele, col
cavallo appresso, se ne va in campagna
poco fuori dal paese «a farlo correre un
po’», come dice lui. E sempre, tutte le
volte che passa, gli anziani in piazza si
toccano la visiera del cappello o si
sfilano la berretta per prenderlo in giro,
e anche Manai tra questi. Manai
soprattutto, che pensa che mai sisinu è
stato speso meglio se il risultato è
vedere quel barroseddu di Stocchino
che fa la balia al suo animale. E
l’animale in questione non è mai stato
cosí bello: muscoli tonici e pelo
lucidissimo. Al seguito del suo stalliere
ha un’andatura imperiale. E qui si ride,
perché Giacomo Manai c’è una cosa che
non capisce proprio: non gli ritorna il
fatto che la biada alla stalla non si
consuma mai. E questo è un bel
mistero, dal momento che il cavallo non
sembra per niente denutrito, anzi…
L’arcano si spiega quando, una
settimana dopo, arriva il periodo della
raccolta delle patate. Insomma, mentre
tutti tornano con i carri pieni di tuberi,
a Manai non è rimasto niente da
raccogliere, e questo perché, mentre lui
se la rideva in piazza, Samuele se la
rideva nel suo campo di patate dove
portava il cavallo a mangiare. Cavallo
bello pasciuto, niente patate, biada
intatta, padrone gabbato, lavoro perso.
E tutti ridono.

Quarta leggenda.
La quarta leggenda è strettamente
collegata alla terza. O meglio ne è una
diretta conseguenza. In quanto racconta
di uno scherzo finito in gloria. Che
tanto si sa: esistono persone che gli
piace fare le brulle ma non gli piace di
subirle. Come a Giacomo Manai,
appunto, che ha fatto la figura del fesso
davanti a tutto il paese. Qui c’è
l’origine, dicono, di un’inimicizia
terribile.
Quattro giorni dopo il fatto del
cavallo Gonario Stocchino viene messo
a casa, su mere gli dice che vende e che
non ha piú bisogno, del resto ha saputo
che lui sta cercando da lavorare in giro,
quindi... Quindi? A Gonario gli sale il
sangue al cervello, ma cerca di
mantenere il controllo perché c’ha sette
pecore sue e se le cose finiscono male
non ha nemmeno un fazzoletto di terra
su cui farle pascolare. E allora chiede
appunto che almeno gli tengano le
pecore finché non trova un altro
padrone, del resto lui solo il servo
pastore sa fare. Ma le cose non si
mettono bene manco per niente, infatti
solo due settimane dopo su mere lo
manda a chiamare perché si deve
prendere le bestie, visto che il
compratore non è d’accordo di ospitare
il bestiàmene di un ex dipendente. E il
nuovo padrone, manco a dirlo, è
Giacomo Manai. Cosí Gonario va a
prendersi le sue bestie, che è in parola
con un pastore di Villagrande per
tenergliele in cambio di lavoretti
saltuari. Meglio che niente. Quando
arriva a quello che per anni è stato
l’ovile in cui ha lavorato, ci trova Manai
in persona. Gonario le sue pecore le
riconosce perfettamente, ma Manai
sostiene che si sta selezionando le bestie
migliori, cosí viene fuori che quali sono
le pecore di Gonario, in quanto mere e
domino, lo decide lui. E infatti ne fa
selezionare sette fra quelle piú vecchie,
due delle quali già sterili. Gonario dice
che no, che quelle bestie non sono le
sue, che lui le sue le riconosce.
– Di tuo qui non c’è nemmeno l’aria
che respiri, – scandisce Manai. – Se ti
vanno bene ti prendi queste, sennò ti
arrangi. Per qualche sisino, perché non
ti voglio male, te le compro pure.
A Gonario gli si spegne lo sguardo,
ma, ancora miracolosamente, riesce a
mantenere la calma. – Voi non è con
me che ce l’avete, non è con me –. Parla
pianissimo.
Manai lo guarda: – È solo l’inizio, –
dice.
Gonario fa cenno di sí con la testa.
Attorno al padrone ci sono gli sgherri
armati…
Non troppo distante, quello stesso
pomeriggio Samuele sta aspettando
Mariangela: per la prima volta lui arriva
e lei non si trova già nel punto
convenuto. E queste sono cose che
rovesciano il mondo. La felicità, che si
nutre d’infinito, di perennità, subisce
come stoccate questi cambiamenti.
Mariangela, del resto, non sta meglio:
deve restare in casa perché è l’oggetto di
una proposta di matrimonio. Lo scherzo
finito male sta producendo una serie
inarrestabile di atrocità. Le donne che
portano la proposta di matrimonio ai
parenti di Mariangela sono la zia suora
e la sorella zitella di Battista,
secondogenito di Giacomo Manai. Il
primogenito, Luigi, resta fuori dalla
porta.
Samuele aspetta per due ore. Chi
volesse descriverlo per bene dovrebbe
concentrarsi sugli occhi che sono
diventati due punte di spillo. Vedendo
che l’appuntamento è saltato lascia il
nido d’amore e si reca verso casa a passi
veloci. Sembra che abbia un’impellenza
assoluta, un obiettivo chiaro, ma non ce
l’ha. E questo gli fa rimpiangere e
maledire il momento in cui ha
abbandonato il soldato per abbracciare
l’uomo.
Nemmeno per un attimo gli viene in
mente che Mariangela non sia potuta
andare all’incontro, a lui basta il fatto
che lei non ci fosse. Cosí, senza averlo
previsto, scopre che un obiettivo ce
l’aveva in quel suo andare furibondo, lo
capisce quando si ferma di fronte alla
casa di Mariangela.
Lei dall’interno senza sapere come e
perché lo sente arrivare. Lo conosce
talmente bene e sa che cosa si sta
agitando dentro di lui. I familiari dal
canto loro sono tutti contenti
dell’avvenimento, imparentarsi con i
Manai ad Arzana vuol dire qualcosa. A
Mariangela nessuno ha chiesto niente.
Per quattro giorni Samuele non apre
bocca, non esce di casa, non guarda piú
in là delle sue mani. Antioca, che sa le
cose e fa collegamenti, capisce bene che
quel mutismo dipende da quanto si
dice in paese e cioè che a Mariangela
l’abbia chiesta in sposa Battista Manai.
Quello che tutti chiamano «su drollo».
Cosí si mette davanti al figlio e gli dice
che le cose vanno come vanno, che se
lui e Mariangela si erano promessi di
nascosto la promessa non vale, perché
vale quella fatta davanti a Dio con tutte
le regole. Lí Samuele, per la prima volta,
alza la testa. – Sí che vale, – dice in
modo impercettibile, perché ha la gola
secca dal troppo mutismo. E si alza. Lí
forse capisce quanto possa essere
sciocco illudersi di poter cambiare un
percorso che è stato chiaro fin da
subito. È allora che, secondo la quarta
leggenda, finisce, si chiude
definitivamente, la «stagione della
pace», il «periodo felice».
La trebbiatrice gira e scianca le
spighe. Non è ancora finita: Felice,
rallentato dall’età e dall’artrite, arriva a
casa, respira a fatica, posa sul tavolo un
pacco e un sacchetto. Nel pacco: un
quarto di formaggio stagionato, tre
casadine, una manciata di carrubbe.
Nel sacchetto la «parte» di olive
confettate. Niente da dire, niente da
aggiungere, Antioca i suoi conti li sa
fare: la lavorazione delle olive non è
ancora finita, Felice ha ritirato la sua
misera parte, quindi Felice è stato
mandato a casa. L’oliveto e il raccolto
sono di Giovanni Bardi, che è il cognato
di Giacomo Manai. Bisogna dire altro?
È lí che Samuele si mette allo scrittoio
per la prima volta. Ha la scrittura
aguzza come denti di sega:
Oramai tutti quanti siete al corrente che
m’anno perseguito a me a agli altri della casa
mia… E io ho cominciato e perseguirò a essere
carnefice contro questi figliacchi. Da ora tutti
che ci faranno il male, avranno di me in paga
lo stesso.
Mi firmo e sono sempre Stocchino Samuele.

Appesa al portale della chiesa di


Arzana questa letterina scritta su un
foglio di carta da pacchi fa ai paesani
l’effetto sconcertante del proclama
luterano.
Prete Marci manda a chiamare
Manai. Quello che si dicono la leggenda
non lo riporta, ma fatto sta che due
giorni dopo a Gonario lo manda a
chiamare Giovanni Bardi per dirgli che,
volendo, può sostituire Felice per la
raccolta delle olive. E Gonario accetta.
Poi prete Marci manda a chiamare
Samuele. E quello che gli dice è che le
minacce sono una brutta cosa davvero,
stanno male a chi le riceve, certo, ma
soprattutto a chi le fa.
Samuele scuote le spalle: – Chi le ha
ricevute lo sa e deve stare attento, –
sibila.
Prete Marci fa come per dargli uno
schiaffo: – Vuoi fare il grande e sei un
ragazzino, – dice. – Io ti finisco a tira,
mí che quella è gente che si mangia a te
e tutta la tua famiglia, stai attento a
quello che dici, che questa volta te la
passi, ma la prossima vengo io e la
lettera te la faccio ingoiare… Eh?
Dice che Samuele è rimasto a faccia
bassa come se davvero fosse ritornato
bambino.
– Guarda che Manai è stato
tranquillo perché mi rispetta, sennò
c’era da prenderti a schiaffi per quello
che hai fatto.
Ancora Samuele non risponde.

Quinta leggenda.
La quinta leggenda è scritta col
sangue. Quando tutto sembra risolto,
quando quello che c’era da dire era
stato detto, quando il punto di rottura
era stato definito, quando il territorio
era stato delimitato. Ad Arzana c’è un
silenzio terribile intorno all’inimicizia
tra Manai e Stocchino. E quando di un
fatto se ne parla vuol dire che c’è ancora
qualcosa da dire, ma quando si smette
di parlarne vuol dire che le cose si sono
messe male.
E infatti la quinta leggenda è tutta
uno spiffero di sussurri. Niente è
chiaro, ma tutto ha una ragion d’essere.
E la ragione questa volta si chiama
Mariangela. Promessa a quel drollo di
Battista Manai è costretta a nascondersi.
A Samuele questa cosa lo fa impazzire,
lei lo implora di lasciar passare che
tanto a quello lí non lo sposa manco
morta.
Samuele non risponde.
Comunque sia a Battista Manai lo
trovano morto qualche giorno dopo. La
quinta leggenda ritorna alla prima
leggenda, quando s’immagina che
Samuele abbia squarciato il petto
dell’uomo che insidiava la sua donna
per mangiargli il cuore.
Ma nessuno ha fatto in tempo a fare
accuse ufficiali. La Primavera
interventista ha richiamato alla caccia la
muta dei cani sardi e, fra loro, il
caporale Stocchino.
Sul Carso questa volta.
V.
(Dove si racconta la notte
prima della partenza
per la guerra)

Mariangela posò la sua mano


bianchissima sul copriletto. Silenziosa,
per non svegliarlo. Le dita affusolate
brillavano di pallore. Con una leggera
pressione del palmo percorse la schiena
di Samuele, fino a raggiungere le spalle.
La pelle di lui era caldissima oltre la tela
rustica della camicia. Con un lamento
di fanciullo assonnato Samuele scosse la
testa al contatto freddo di quel tocco
sull’epidermide. Ora lei gli stava
accarezzando la nuca rasata di fresco,
poi il collo nudo, e abbassava le labbra
per posarvi il respiro. Aveva il corpetto
slacciato, Mariangela. Con un
movimento del busto Samuele
guadagnò la posizione supina, senza
aprire gli occhi. Liberò le braccia dalle
coperte e raggiunse i seni della donna
con entrambe le mani. Brancolava con
il respiro che cominciava a rompersi.
Socchiudendo le labbra chiese quei
seni, percependo nell’aria il loro
profumo. Il volto della donna comparve
solo allora: aveva la pelle segnata di
piaghe, le orbite degli occhi non erano
che due pozze untuose. Le labbra
strappate dal viso a colpi di coltello.
Sulle spalle un’immensa acconciatura di
coralli. Scattò a sedere sul letto tenendo
le palpebre ben serrate. Mariangela
articolava parole senza suono dalla gola
squarciata. Col petto in tumulto e la
gola secca, Samuele allungò il braccio al
suo fianco. Sentí un respiro regolare di
donna. Affondò le mani nei suoi capelli
corvini, con sollievo. – Un brutto sogno,
angelo mio, – sussurrò lei senza voltarsi,
sentendosi toccare.
E di questo doveva essersi trattato.
Guardandosi attorno vide che la stanza
era vuota.
– Torna a dormire affianco a me, ho
freddo, – implorò.
Samuele sorrise di se stesso e della
sua paura. – Tutto vero, – le disse, –
sembrava tutto vero.
Si strinse al corpo di Mariangela. E
sentí da quale gelo fosse invasa.
Rabbrividí per quel contatto, eppure
non riuscí a liberarsene. Indietreggiò
verso il lato vuoto del letto sentendo
che le membra della donna erano
diventate le dure propaggini di una
pianta pietrificata. Spalancò la bocca per
gridare, ma non riuscí a farlo. Intanto
Mariangela si era voltata, era riuscita a
voltarsi senza abbandonare la presa su
di lui, e aveva un numero infinito di
braccia e di mani che gli percorrevano il
corpo.
Gridando saltò fuori dal letto. Era
bagnato di sudore e paura.
Dal groviglio delle coperte non
avvertí nessun movimento e fu certo
solo allora, constatando la sua
solitudine alla luce corposa della luna,
di essere sveglio.
Antioca lo trovò riverso al suolo in
preda ai brividi. Le grida l’avevano
svegliata.
– Per l’amor di Dio, che cosa è
successo! – esclamò illuminando la
stanza con la luce tremula di una
candela.
Samuele ebbe un sussulto vedendola
comparire. Con uno scatto si rinchiuse
cingendo le ginocchia con le braccia
serrate. La madre si accostò posando la
candela su una sedia. – È stato un
brutto sogno, – disse, – ora è tutto
passato –. Allungando la mano sulla
testa di Samuele lo accarezzò come non
aveva piú fatto da quando era piccolo. –
Un’amimutadura coro meu, – continuò
sussurrando.
Samuele si abbandonò alla presa di
lei. Si lasciò condurre sul letto, sentí le
sue mani esperte sistemargli le coperte
sul corpo che cominciava a rilassarsi.
C’era stato un tempo, e i ricordi si
facevano improvvisamente netti, in cui
poteva riconoscere i passi della madre
oltre la porta della sua stanza. E
immaginarla mentre posava l’orecchio
all’uscio per sincerarsi che tutto andasse
per il meglio. C’era stato un tempo in
cui aveva profumo di latte e la sua pelle
morbidezza di olii balsamici. E poi
quando le dicevano che sarebbe morto,
in mezzo al bosco, mangiato dalle bestie
notturne, poteva sentire il battito dei
suoi denti. Ma ricordava benissimo il
giorno in cui venne restituito ai vivi,
dopo essere stato strappato dalla carne
della roccia, con la pelle sullo scheletro
e solo quel minimo di forze occorrenti
per trangugiare acqua e miele. Una
resurrezione additata da tutti come il
favore della Vergine al figlio di Antioca
Leporeddu, che per lui l’aveva pregata.
Che si trattasse di una restituzione non
c’erano dubbi, una linea piú calcata nel
disegno divino a cancellare la parola
«fine».
Antioca restò qualche minuto a
guardare i tratti del viso del figlio che
tornavano a distendersi. Poi con calma
indietreggiò a recuperare la candela.
– Sembrava tutto vero, – disse
improvvisamente Samuele, rompendo il
silenzio.
Antioca lo raggiunse di nuovo. – I
brutti sogni sembrano sempre veri, –
confermò con un filo di voce. Poi
guardò la divisa del figlio pulita e stirata
sulla sedia. – Fai qualche ora di sonno
che domani è una giornata lunga.

Lunga sí da Terranova a Napoli, per


lo smistamento. E per raggiungere i
fratelli sconosciuti. Irredenti.
Terza parte

Atterriti, sporchi di
terra, pazzi di
terrore... terribile!

Gli ordini sono


ordini, i Comandi
non avevano
nessun bisogno di
persuaderci.
M. FRISCH, Libretto di servizio.
Voce fuori campo

C’è stato un tempo, nemmeno tanto


lontano, in cui quella stessa luna,
lanciata nella notte come al centro di
un palcoscenico, aveva esibito uno
sguardo verginale. E c’è stato un tempo
in cui si era avvicinata a tal punto alla
terra da sembrare un’unica luce che a
guardarla dava le vertigini e una
sensazione strana d’angoscia e languore,
di paura e godimento. Come un piacere
molto simile a un dolore.
Un dio prima di Dio aveva danzato
immerso in quel pallore, quando si
credeva che il battito dei suoi piedi
avrebbe risvegliato la materia inerte,
nella notte delle notti, quando tutto era
da fare. Quando ancora si pensava che
una danza bastasse a risvegliare il corpo
comatoso della terra. Quando si
pensava che danzare bastasse a donarle
una meraviglia di gemme per adornarla
e corpi semoventi per abitarla. Quando
si pregava la saetta e la scossa e l’alito
malefico. E ogni gesto doveva risultare
perfetto, come uno specchio del cosmo.
E ogni parola doveva avere un suono e
un tono per non offendere la bestia
diffidente. E ogni passo doveva essere
un’immagine di quello stesso dio che lo
danzava. Cosí che il belato dell’ariete e
il muggito del toro, e il crepitare della
fiamma e lo scorrere dell’acqua,
potessero cantare un’armonia che era sí
musica ma, in ugual modo, una mappa
degli astri: un racconto del firmamento,
un’imitazione del cielo sulla terra.
Per questo, in una notte simile a
questa, i primi di noi si disposero in
cerchio a drillare per mimare il
vorticoso scorrere del tempo e dei
pianeti. I primi di noi si abbracciarono
per concordare un ritmo e stabilire le
parti: tu l’ariete, tu il toro, tu il fuoco, tu
l’acqua.
C’era da sentirsi divini, c’era da
sentirsi talmente vicini al senso primo
delle cose da pensare di non essere
ancora nati. C’era da sentirsi immortali.

In una notte simile a quella


dell’eccidio tutte le preghiere avevano
avuto risposta. La materia si era
svegliata e, come un cane bagnato che si
scuotesse, aveva scagliato nel cielo un
numero strepitoso di tizzoni ardenti.
I primi di noi avevano nuotato per
raggiungere la superficie, avevano
arrancato verso l’asciutto, oltre le
paludi, e ottenuto udienza. Cosí si
erano alzati in piedi, ancora traballanti
come puledri. Avevano sollevato le
braccia per imitare i rami degli alberi e
urlato per saggiare i polmoni.
La coscienza era giunta come uno
schiaffo in pieno viso.
Perché è arduo dare un senso a tanta
millenaria sofferenza. E le parole spesso
mancano, ma resta dentro una
memoria che è vuoto.
Fu cosí che andò.
Cosí, perlomeno, lo raccontano. E
dicono che l’orgoglio spinse i primi di
noi a moltiplicarsi, innamorati della
propria immagine, e li spinse a morire
perché questo significava ritornare al
punto esatto da cui tutto era
cominciato, nella gloria della pietra
fittile, nel simulacro inviolabile della
Madre. Nel centro dei centri.
Abbagliati dalla luce silenziosa
lasciarono questa terra proprio come se
danzassero. Ma per ricominciare, che la
luna era ostinata, e il sole pure, e
ostinata era la speranza di perpetuare
quell’urlo e quella coscienza.
Dicono che avvenne di notte, una
notte come quella dell’eccidio, quando
l’orgoglio, nel bordone del tempo, si era
ridotto a una fiammella pallidissima,
agonizzante. Perché il pianeta dell’amor
proprio si era fatto satellite. Era
diventato una scheggia turbinante al
confine del mondo. Perché il filo della
memoria si era aggrovigliato rendendo
impercorribile il labirinto di se stessi.

Nudi, gli ultimi di noi stavano


vagando nella terra dormitorio
schermandosi il volto contro il bagliore,
perché, la notte dell’eccidio, c’era la
luna piena e una strana, angosciante
euforia…
Simile a un dolore.
I.
(Libretto di servizio)

Si mangia la terra, qui, e i topi si


mangiano noi. A meno che noi non
cominciamo a mangiarci loro. Mai visti
topi cosí grossi, attaccano i cani e
attaccano i cristiani. C’è da capirli: nella
guerra di posizione è stato occupato il
territorio delle chiaviche prima di
quello dei crucchi. E state certi che cotti
a puntino non sono neanche male né le
chiaviche né, tanto meno, i crucchi.
Sulla Podgora i topi sono una
prelibatezza, lí i rifornimenti non sono
arrivati per sedici giorni causa ripristino
della statale interrotta. Ma ci sono
anche i fortunati che sulla branda
hanno la rete di protezione. Eh, i topi
fanno piú paura degli obici: sono
silenziosi e ti mangiano il naso o le
orecchie mentre dormi. Il tenente
medico dice che hanno un siero che
non fa sentire l’aguzzo dei dentini che si
piantano nella carne. Uno capisce molte
cose mentre aspetta inerme sepolto
nella trincea. Ha come un assaggio di
morte e seppellimento. Sapore di terra.
Capisce per esempio quanto possa
essere importante avere una scrittura.
Eh sí, uno si dice che in guerra sono
necessari coraggio e armi adeguate, e
invece quelle cose non bastano. In
questa guerra la scrittura è necessaria
come un buon equipaggiamento. Noi lo
possiamo vedere tutti i giorni come
cambia l’umore di chi riceve notizie, ma
ricevere notizie significa anche saperle
scrivere. Questo è. Sí. A quelli che
nessuno gli scrive gli sembra di essere
già morti prima che vengano sbattuti
fuori dalla trincea. Morti nel ricordo,
che non ha mezzi pro lu narrere, e
morti di paura, e di freddo, e di schifo.
I primi giorni sembra che proprio sia
impossibile sopravvivere, poi, a furia di
grappa, si capisce la cosa fondamentale:
non ci vuole volontà. Neanche quella di
sopravvivere.

Samuele questa cosa l’ha imparata


bene sia come reduce di Libia sia come
civile in paese: non esiste la volontà,
sopravvivere è solo un problema di
resistenza. E lui ha resistito a forze che
avrebbero distrutto chiunque. Nella
nave durante la traversata verso Tripoli,
per esempio, era piú di là che di qua, e
prima ancora nell’abisso… Questa
resistenza accanita era l’arma che lo
faceva immortale, come una corazza
invisibile intorno a lui.
Anche qui il punto era mantenere le
posizioni, gli austriaci in vetta, gli
italiani a valle. Ma tutti senza
distinzione a occupare in armi il
territorio dei topi. Il capitano Trestini,
uno di Livorno, diceva che c’erano
perlomeno sette bestie per ogni soldato.
E anche che sarebbe stato meglio
risolvere tutto con una battaglia tra i
topi italiani e i topi austriaci. E
comunque la guerra è la guerra, c’è
poco da fare, non si va in vacanza.
A Samuele il disagio della vita
militare gli sembra quasi vita normale.
Anche in Africa era stato lo stesso,
l’unica differenza è il freddo anziché il
caldo. E anche il fatto che nei fronti
contrapposti comunque ci si faceva il
segno della croce prima di andare
all’assalto.

Qui nel nostro reparto siamo per la


maggior parte sardi, peggio che in Libia,
peggio che a Babele, che ci sono ozieresi
che «toscanizzano», come dice il
tenente colonnello Barzini, e orunesi
che «francesizzano»: gli uni hanno la c
morbida, gli altri la r moscia. In mezzo
alla terra si parla di tutto. Quelli del
nuorese, Oliena, Mamoiada, Orgosolo,
se ne stanno di piú per conto loro. Da
Arzana poca roba, ma tre da Jerzu e
dieci da Ulassai. Uno anche da Tortolí,
ma poi si viene a sapere che c’è solo
nato perché ha vissuto tutta la vita a
Sassari, bidda manna di gran signori.
Qui in trincea si scopre che in
Sardegna ci sono posti mai sentiti
nominare. Uno si crede di conoscere le
cose e invece in genere non le conosce
proprio. Un ragazzo strigileddu dice che
lui viene da Luna Matrona e tutti
ridono, che non è possibile che in
Sardegna esista un paese che si chiama
cosí, e lui insiste che quel posto non è
troppo distante da Barumini e tutti
fanno cenno di sí, che allora ci siamo
capiti, che Barumini, i padri nuragici e
tutto il resto, ma Luna… Luna itte? E
ridono.
Meno male che si ride di tanto in
tanto, meno male anche se qui da
ridere c’è poco. Appena entrati a
Monfalcone ci hanno detto è questione
di settimane, un mese al massimo e
siamo a Trieste, e sono passati due
anni…
Che Felice è morto Samuele viene a
saperlo da una lettera di prete Marci. La
prima delle due lettere che riceverà nel
corso di tutta la guerra. Felice e Cecco
Beppe muoiono insieme. A Samuele gli
pare sufficiente, come omaggio a un
padre silenzioso, il dono del silenzio.
La notizia se la tiene per sé, prete
Marci non ha spiegato né raccontato
niente, ha semplicemente mandato una
comunicazione, e questo concorda col
fatto che ha deciso di essere quello che
è. Lui comunica morte come se dicesse
buongiorno, perché ha firmato un
contratto in cui si dice che la morte non
è un fatto grave, ma una certezza.
Quindi che cosa si risponde a una
comunicazione del genere? Niente.
Samuele butta giú un sorso di grappa,
che su quella hanno ordini precisi di
non lesinare perché scalda.

Le trincee dei due fronti sono


vicinissime, un centinaio di metri verso
le montagne si vedono le teste degli
austriaci e se a qualcuno gli tira il culo si
mette anche a fare il tiro a segno. Sia da
una parte che dall’altra. C’è Poddighe
di Orani, per esempio, che si passa il
tempo in questo modo. Punta e via,
ogni volta che un elmetto austriaco salta
fa un balletto e una tacca sul fucile.
Fino a quando non arriva qualcuno che
gli fa passare la voglia a lui. – E
finicchéla! – lo rimprovera Puddu di
Oliena. Lui e Samuele si conoscono dai
tempi della Libia. E si sono ritrovati sul
Carso.
A dirla tutta, quando Puddu ha visto
Samuele quasi quasi gli è venuto un
colpo, che gli sembrava un fantasma. –
Stocchino! – gli esce di bocca. – Galu
bibu sese? – Samuele si strizza le palle e
poi gli fa le ficche. – Appas in s’ocru! –
gli risponde, poi si abbracciano.
– Non ne avevo piú saputo di te,
dopo che ti avevano ricoverato a
Tripoli, e guarda che se non sei morto
allora vuol dire che tu sei proprio pedde
mala.
Samuele sorride, stringendo in mano
la lettera di prete Marci. – Finché non
arriva la tua ora… – dice con una specie
di aria saggia che gli sta anche bene al
viso. Si è scavato ma non è sciupato.
Samuele è di quelli che nel disagio
mantengono un aspetto accettabile. La
barbetta gli sporca le mascelle e a essere
franchi non si può nemmeno definirla
barbetta: è come l’ombreggiatura fatta
da un ritrattista di strada.
Sempre, sempre mi sono chiesto
com’è che succedono le cose: questo
freddo, per esempio, com’è che sono
finito qui in questa tomba non ancora
morto, dicono che è stato un colpo di
obice. Per me so solo che ho sentito
come una mano che mi ha sollevato da
terra. Un attimo prima stavo parlando
con Puddu e un attimo dopo ero qui
sotto terra, esattamente come mio
padre. Mi rendo conto che sono vivo
perché posso sollevare il braccio e
perché sento qualcuno che striscia.

Tutta quella terra è diventata un


sepolcro. Una volta fuori dalla voragine
in cui è finito, Samuele può raccontare
una storia che conosce fin troppo bene:
quella del mortale rifiutato dalla morte.
Ad altri non è andata allo stesso modo.
Curreli di Gavoi, e Petrella di Guspini, e
Mereu di Aggius… Tutti loro non
hanno risposto al richiamo.
– Puddu, bi sese? – si mette a gridare
scrollandosi la terra di dosso. La luce
radente dei fari notturni, che sono un
aiuto ma anche un bersaglio, fa
sembrare il suolo fango che ribolle.
Samuele si mette in ginocchio, nel
volto gli si vede solo il bianco degli
occhi, e, se sorridesse, anche il candore
delle zanne. Ma non sorride, cammina
a quattro zampe verso quello che resta
della trincea italiana.
– Puddu, bi sese? – chiama.
E Puddu risponde, poi tossisce. Erano
di fronte a farsi scongiuri e sono stati
spazzati almeno a trenta metri di
distanza l’uno dall’altro.
– Eja, tottu bene… – risponde
Puddu.

Fanno cosí questi sardi, dopo ogni


esplosione, dopo ogni azione, quando
arriva il silenzio qualcuno si mette in
ginocchio, per non offrirsi ai cecchini, e
comincia a fare l’appello. Qualche volta
capita che nell’incerto della guerra che
mischia le carte, che scompiglia i giochi,
al richiamo di un pastore della Gallura
possa rispondere un pastore della
Carinzia. Perché quei richiami non
rispettano nessuna nazionalità e non
rispondono ad alcuno Stato Maggiore.
Comunque parlare in sardo per molti
soldati è l’unica possibilità di
comunicare. Comunicare non compresi
da tutti gli altri, ma non per volontà di
gruppo, non solo per quella: anche,
soprattutto, per mancanza di
un’alternativa. Agli ufficiali continentali
questo parlare incomprensibile sembra
silenzio, ma silenzio non è, è brusio
costante, è parlata a fior di labbra che
sta sotto, nei gangli delle postazioni
offensive, fa bordone al tartagliare della
mitraglia… Cosí, quando si degnano di
visitare la prima linea, i signori generali
fanno sempre la stessa domanda:
– Ma com’è che questi sardi non
parlano mai?
– Parlano, parlano, Signor
Generale… È che parlano fra di loro.
Il generale dà un’occhiata ai cani
sardi che sono della taglia giusta, piccoli
e solidi, perfetti per partire allo
sbaraglio contro il fuoco nemico, gli
basta avanzare curvi in avanti come se
affrontassero la bora e hanno grandi
probabilità che la linea del fuoco li sfiori
senza colpirli. E poi non si scoraggiano
mai, non parlano mai, o meglio parlano
tra loro, il che significa star zitti,
appunto.

Tra l’inizio di maggio e la fine di


giugno del ’16 la macina gira. È
inesorabile: noi tutti guardiamo verso
Gorizia, gli austriaci ci arrivano alle
spalle dal Trentino. Gorizia cede ad
agosto, ma nelle retrovie è un massacro
continuo, continuo. Chi arretra è
perduto, è perduto anche chi avanza. Al
desco della Nazione, Cadorna batte i
pugni sul tavolo. I soldati uccidono i
soldati e non solo i loro nemici.
Samuele tutto questo lo capisce, è per
le regole, lui. Lui è di quelli che al paese
ha dovuto farsi rispettare. Poi è giunta
la lettera:
«Felice morto, in pace con Dio
Onnipotente, che sia con i giusti,
amen».
Dalle trincee nemiche si sentono i
pianti per la morte di Francesco
Giuseppe e a Samuele, tra sé e sé, quei
pianti sembrano il giusto tributo alla
vita martoriata di Felice.
Quindi ecco Puddu di Oliena, poi
l’esplosione…
E si ricomincia da capo.
II.
(Dove si racconta di un
incontro inaspettato)

Gorizia è presa per modo di dire,


deserta e infestata di cecchini, si
cammina rasenti ai muri e a cavallo è
meglio lasciar perdere. Quindi la parola
d’ordine è bonificare. Cioè pattugliare il
posto palmo a palmo e sparare a vista
contro ciò che si muove. A furia di stare
al coperto nelle trincee, tutto quello
spazio aperto cittadino dà una certa
angoscia, troppa luce, tutto troppo
umano. Sono un esercito di talpe che si
aggira nello scheletro di una città.
Semisepolti, a fregare il cibo ai topi, si
sta meglio.
Nel fronte opposto, quello detto
«degli altipiani», i fantaccini devono
tenere a bada l’avanzata dei crucchi nel
Trentino per impedirgli di dilagare nel
Veneto. A Samuele tocca tenere a bada
un soldato che è stato condannato alla
fucilazione. È un ventenne di Ulassai,
l’hanno trovato svenuto in un granaio
durante una perlustrazione: il sergente,
uno di Ariccia, dice che si tratta di un
disertore. A Samuele sembra solo un
bambino che non sa dove andare, ma
gli ordini sono che bisogna piantonarlo
fino a che non riacquista «contezza di
sé». Da quando Cadorna ha battuto i
pugni sul tavolo ogni ventenne ubriaco
è diventato un disertore. Cosí il
sergente di Ariccia lascia Samuele con il
soldato e si reca al Comando per
attivare la richiesta di un plotone
d’esecuzione. Lui non ci vuole andare
di mezzo e nel dubbio avvia la pratica.
A Samuele gli sembra che quest’esercito
sia diventato un bambinetto spaventato
nelle mani di un genitore incapace di
educarlo.
Comunque il soldatino si sveglia
cinque minuti dopo che gli altri se ne
sono andati, scatta a sedere e chiede
che è successo. – Eh… – allarga le
braccia Samuele. – Non l’ischis itt’as
fattu?
Il soldatino si guarda intorno
sperduto davvero, non gli viene in
mente qualcosa che possa averlo messo
nei guai, certo ha alzato un po’ il
gomito, ma è Capodanno, no?
– Eh… – conviene Samuele. – Primo
gennaio 1917.
– Auguri, – fa l’altro.
– Auguri, – ripete Samuele, – ma
quale auguri? Ma capito l’hai che ti
vogliono fucilare?
Il volto del ragazzo ora si è fatto di
gesso. – E comente este? – chiede.
Si è appartato con una donna, una
donna gentile, hanno bevuto un po’,
festeggiato… Ha saltato l’appello e gli
ordini sono ordini.
Cosí la disperazione e il pianto
arrivano nel momento stesso in cui il
soldato di Ulassai capisce senza ombra
di dubbio che è un uomo morto, e che
lí dove l’hanno portato il tempo non c’è,
non c’è l’anno e tanto meno il
Capodanno, e auguri…
A quel pianto, che è un pianto vero
ragliante, isterico, un pianto infuriato,
Samuele non sa rispondere, forse
perché non è cosa che necessiti di
risposte, e allora si abbassa fino a che
non ha la punta del naso attaccata alla
punta del naso del soldato. – Dami unu
corfu, – gli sussurra, come se temesse
che ci fosse qualcuno ad ascoltarli.
L’altro lo guarda sorpreso: – De ube
sese? – gli chiede.
– Arzana, – risponde Samuele.
– Ulassai, – dice l’altro. – Rubanu, –
aggiunge.
– Stocchino, – risponde Samuele.
Poi non c’è altro tempo. Rubanu si
alza in piedi, Samuele resta in
ginocchio.

Quando Samuele si risveglia capisce


che l’hanno portato in infermeria. Il
sergente di Ariccia sta sbraitando che si
è lasciato fregare da una recluta. A
Samuele questa sembra una cosa buona
perché almeno non sospetta che ci sia
stato dolo. Comunque in merito ad
azioni disciplinari nei suoi confronti ci
deve pensare il capitano Lussu.
Il capitano Lussu è alto di un’altezza
mai vista, lungo e secco. Ha uno
sguardo che fa spavento. Samuele, in
piedi con la testa fasciata, fa il saluto e si
qualifica. Il capitano lo invita a sedersi.
Lo squadra a lungo.
– Stocchino Samuele… Arzanesu, –
dice. – Ogliastrino. Bel posto
l’Ogliastra… Posto di caccia. Posto di
gente furba, – aggiunge il capitano
Lussu. E guarda Samuele con i suoi
occhi tizzoni. Samuele non risponde
allo sguardo, ma se lo sente addosso
come se fosse liquido. – Allora spiegami
bene che cosa è successo…
Samuele tira su le spalle. Fa un
sospiro. – Che cosa vuole che le dica,
capitano… Mi ha preso a tradimento.
– A tradimento, – ripete il capitano
Lussu e sorride di un sorriso lieve. – A
tradimento come? – continua, sembra
che si stia divertendo.
– Eh… Da dietro.
– Sí, – lo incalza il capitano. – Da
dietro come? Fammi vedere… –
Samuele comincia a sentirsi a disagio. –
Avanti, – insiste il capitano invitandolo
ad alzarsi.
Samuele si alza. In piedi l’uno di
fronte all’altro, capitano e caporale,
fanno l’effetto di un cipresso che fa
ombra a un ginepro.
– Mi ha preso qui, – dice Stocchino
indicandosi la nuca, – io mi credevo che
era ancora svenuto…
– E invece Rubanu di Ulassai non era
svenuto…
– No.
– E io cosa devo fare, glielo devo dire
al Generale che Ulassai e Arzana sono
vicini vicini? Per quanto ne sa lui sono
distantissimi.
Stocchino fa ancora di spalle. – Forse
non è necessario dirglielo, che gli
importa a lui? Al Signor Generale… con
rispetto.
– Eh, che gli importa… Tu sei quello
che grida in trincea, quello che chiama i
morti?
– Io cerco i vivi, i morti ormai c’è
poco da cercarli…
– Dài, levati dai piedi. E la prossima
volta vedi di non distrarti. Vai, vai…
Il capitano Lussu lo manda via.
Samuele se ne va con il suo sguardo che
gli cola addosso.

– Ma com’è che questi sardi non


parlano mai?
– Parlano, parlano, Signor
Generale… È che parlano tra di loro.
– Ma non si capisce una parola…
– Niente, Generale, ma sono bravi
ragazzi, bravi ragazzi davvero. E
comunque non ci sono solo sardi, ci
sono anche i volontari…
– Ah, te li raccomando quelli, tutti
intellettuali… O sardi o intellettuali,
comunque la si metta parlano in modo
incomprensibile…
– Certo, e consideri, Signor Generale,
che ci sono persino i sardi intellettuali…

Passano tre giorni dal primo incontro


tra Samuele Stocchino e il capitano
Lussu, che quest’ultimo lo manda a
chiamare. Di nuovo il cipresso
campeggia in mezzo all’ufficio
d’emergenza. – Stocchino, vieni vieni.
Mi devi fare un favore…
Samuele aspetta che prosegua.
– Ti mando a Priaforà dove abbiamo
un problema con uno delle tue parti…
Samuele pensa che hanno
acchiappato a Rubanu di Ulassai e
pensa anche che lui è fregato. – C’è una
macchina che ti sta aspettando, quando
arrivi capisci…
Quel «capisci» è piú che un congedo,
vuol dire «muoviti e vedi di non farmi
fare brutta figura», cosí Samuele saluta
e raggiunge la macchina.
Saranno una ventina di chilometri
fino al monte Priaforà. Si viaggia in un
mondo d’acciaio. Si viaggia sotto un
cielo che pare un lenzuolo steso ad
asciugare. Ci sono ontani, da queste
parti, e distese d’erica. Ci sono boschi
misti di faggete e abeti bianchi…

Dice che mentre la macchina sta


avanzando in salita, verso gli ottocento
metri, Samuele si sporge dal finestrino
per guardare un gregge di pecore al
pascolo. Sono pecore ben pasciute e con
un vello riccio e candido, niente a che
vedere con le pecore di casa sua, secche
e giallastre, ma a Samuele si stringe il
cuore. E in quella stretta ha come una
specie di euforia simile a un dolore.
Tutto farebbe pensare che in quel
frammento di mondo la guerra non sia
mai passata.
Ma dura poco: appena superato un
tornante ecco l’esplosione, una pecora
ha fatto brillare una mina. L’autista
quasi perde il controllo dell’auto,
investita dallo spostamento d’aria. Ma
questo è il meno, perché in un attimo il
mezzo viene colpito da pezzi di carogna.
Un agnello cade dall’alto sul cofano.
Samuele sbarra gli occhi: Signore
Santo, il passato che ritorna. L’autista
ha fatto in tempo a sterzare e mettere la
macchina al riparo. I brandelli del
gregge sono appesi agli alberi e incistati
tra le rocce. Mi venga un colpo, sta
dicendo l’autista, mi venga un colpo.
Samuele ha un tale batticuore che ha
paura di non riuscire a respirare. Una
testa di pecora li guarda dalla cunetta.
Certo che esplosioni ne ha viste, e ha
visto anche corpi solidi dissolversi
durante il volo, ma non ha mai assistito
all’avverarsi di un segnale. Mai ha
pensato che nel corso furioso degli
avvenimenti potesse esserci tempo per
una replica, per un memento. È questo
a spaventarlo.
Comunque, constatato che danni seri
al mezzo non ce ne sono, si procede, si
riprende a salire. Ora il paesaggio
filtrato dai finestrini è rosso, che è un
colore adatto, pensa Samuele. Ha
ripreso a respirare regolarmente, ma gli
è rimasta un’inquietudine terribile, una
stretta tra lo stomaco e il costato.
Verso la cima si cominciano a vedere
postazioni di artiglieria pesante che
governano la vallata. Tutto si è fatto di
una nudità quasi indecente.
Si arriva dove si deve arrivare.

È un terrazzamento. Ci sono fanti in


camicia che portano fuori dalla bocca di
una galleria secchi di terra. Stavano
scavando, raccontano, ma ora avanti
non si va. Un sergente raggiunge
Stocchino.
– È dentro, – dice, pensando di aver
detto tutto. Samuele lo guarda
contraddicendo quella certezza. – Il
nuovo, il sardagnolo, – chiarisce
quell’altro. – Stavamo procedendo con
l’escavazione… Poi all’improvviso ha
cominciato a smaniare e si è portato
l’arma alla bocca.
A Samuele viene in mente la faccia
del capitano Lussu e quel «non farmi
fare brutta figura» non detto, ma
chiarissimo. Cosí senza ascoltare altro si
mette a gridare.
– Ohh…
Niente, nessuna risposta.
– Ohh, bi sese? Chie sese? – continua
senza preoccuparsi degli altri soldati che
lo guardano. Intanto ha guadagnato la
bocca della galleria. – Ohhh! – riprende
come se stesse richiamando un gregge.
E quasi gli pare chiara la premonizione
di poco prima: nella sua personale
Apocalisse le pecore e gli agnelli cadono
dall’alto. E nel suo personale libro del
destino quel cadere è sempre l’avvio di
qualcosa di terribile. Ma non ha tempo
di pensarci, adesso, tutto quel discorso è
qualcosa che gli si deposita in corpo e
basta.
– Ehhh, – si sente infatti dal fondo
della galleria, poi un fascio di luce.
Samuele lo segue come fosse un
invito… Fa pochi passi schermandosi il
viso con la mano. – Abbassia cussa
luche, – dice avanzando sino a sentire
chiaramente il respiro pesante del
soldato.
E il soldato, quasi fosse programmato
all’obbedienza naturale, abbassa la
lampada. Ora dentro al budello si
sparge una luce arancio che proviene
dal suolo.
Il soldato è accucciato sul fondo della
galleria, le spalle attaccate alla parete,
un fucile inclinato tra le ginocchia, la
canna in bocca, il dito sul grilletto. E
tutto questo pare quasi normale, la
conseguenza di un dissesto feroce quale
è quello della guerra, che strappa da un
posto per «liberarne» un altro che
nemmeno si conosce. Che non richiede
un atto di coscienza. E infatti il soldato
che si sta puntando il fucile alla bocca
non sa niente di niente. Non riesce a
darsi proprio nessun motivo valido per
la sua presenza dentro al budello della
montagna.
E tutto questo va bene… Quello che
non va bene, quello che rovescia le
cose, è quando si capisce con chiarezza
che la vita è una serie infinita di ritorni.
Ciò che colpisce non è tanto il silenzio
atroce in cui è piombata quella galleria,
quanto la precisa sensazione che stia per
succedere qualcosa di straordinario.
Samuele l’ha capito che quella giornata
annunciata dalla sua personale
Apocalisse non poteva essere una
giornata come tutte le altre. Infatti con
la vista che si è abituata alla penombra
Samuele può guardare in viso il soldato:
e quello che vede gli fa cedere le
gambe.
– Itte ti naras? – chiede terrorizzato
dalla risposta.
Il soldato lo guarda per un attimo, e
tenendo sempre sotto controllo la canna
del fucile si libera la bocca. – Crisponi, –
dice piano, come se quel cognome gli
fosse venuto in mente solo in quel
preciso istante.
– Luisi? – chiede Samuele, con la
gola che gli si chiude.
Luigi Crisponi risponde di sí.
Samuele cade in ginocchio e si porta la
mano alla bocca. Lui lo sa che senza
un’azione decisa il pianto si prende
quello che gli spetta. Luigi Crisponi lo
guarda: – Stocchino, – sussurra, come
se si trattasse di qualcosa di talmente
difficile da supporre che vada detto
pianissimo.
Samuele sta facendo cenno di sí,
dagli occhi gli colano lacrime silenziose:
quanto tempo è passato? Quindici anni?
Quindici anni.
Si abbracciano.

Forse quell’abbraccio tra Luigi e


Samuele è l’unico di cui sia lecito
parlare.
– Creatura, – dice Crisponi
staccandosi. – Creatura, – ripete, –
quante cose ho visto di te.
E lo dice come se davvero sapesse
cose che a nessun altro è lecito sapere.
Come se nemmeno fosse umano, ma
un’entità mandata in quel posto, nel
ventre della montagna, per
avvertimento.
Samuele ha la gola chiusa da un
sentimento enorme, molto piú grande
di quanto riesca a ingoiare. Luigi adesso
sembra calmissimo. E Samuele tra i
singulti può constatare che non è
cambiato: certo ha piú di vent’anni,
adesso, ma ha mantenuto la qualità di
fanciullo. – Dove sei stato? – riesce a
chiedere a un certo punto.
Luigi sorride appena, si mette
comodo poggiando la schiena alla
parete della roccia: – Dove sono stato io
non è posto che si possa raccontare, –
spiega. E basta.
Silenzio.
– Tutto bene? – grida il sergente
dall’imbocco della galleria. Samuele
guarda Luigi, poi risponde che va bene.
– Ti ho visto morire, Samuele, – gli
dice d’improvviso Luigi. – Sei alla tanca
di Tanino Moro, e dalla porcilaia, a
tradimento, ti sparano.
– Non sono io quello che hai visto, –
lo rincuora Samuele. – Io non c’ho
niente contro Tanino Moro…
– Creatura, – ripete Luigi. E lo ripete
come quando si vuol dare ragione a
qualcuno che non ce l’ha.
– Andiamo, adesso, – propone
Samuele. – Ajò che hai fatto
preoccupare tutti.
Luigi fa di spalle, poi accenna ad
alzarsi e invece si appoggia per bene alla
roccia ritornando nella posizione
iniziale. Sembra che si stia per alzare e
invece si sta solo risistemando in bocca
la canna del fucile.

A sentirlo da fuori lo sparo non è


niente di piú che un otre che scoppia. Il
proiettile, trattenuto a ballare nel
cervello di Luigi dall’elmetto e dalla
roccia, ha rilasciato sulla parete dietro
di lui il segno di un leggero travaso, uno
sbaffo di rosso cupo; per il resto, come
una ghirba bucata, il sangue gli cola
sulla nuca e dietro le spalle infilandosi
tra la pelle e la roccia.
Quando entrano nella galleria in tre
o quattro, Samuele non sente nemmeno
quello che dicono… Sta mangiando la
polvere, sta battendo la fronte sulla
roccia. Quelle che emette non sono
grida… Tutti lo capiscono bene che
cosa è successo, hanno paura ad
avvicinarsi.
III.
(Dove si capisce che quando
finisce una guerra
ne inizia un’altra)

Cosí per pietà viene spedito verso la


Bainsizza. E lí Samuele, senza riuscirci,
tenta di morire. Il ’17 terribile è un
anno di sangue, ma è la stagione
perfetta per chi abbia stabilito senza
ombra di dubbio che non c’è nulla per
cui valga la pena di continuare a
soffrire. Nemmeno il pensiero di
Mariangela riesce a rincuorarlo, e sí che
in tutti i momenti peggiori era l’unico
modo per star meglio: grappa e
Mariangela. Incoscienza del cervello e
del cuore. Che innamorarsi, per come la
vede ora, col cinismo che gli ha scavato
una ruga in mezzo agli occhi,
innamorarsi è un altro terribile modo di
perdere se stessi. Certo sul campo di
battaglia ha buon gioco chi può bluffare
contro Signora Morte, magari
presentandosi a petto scoperto, inerme,
indifeso, distrutto dall’esistenza. Certo lí
alla Signora basterebbe dire in faccia
che morire sarebbe un regalo. La bestia
di Libia sembra ora un’ombra pallida
del seduttore che è stato nel deserto. È
diventato un corpo per la morte,
assente a se stesso, pronto a uccidere e
morire. Indifferentemente. Agli ufficiali
piace, ai sottufficiali fa paura. È cosí che
succede, quel corpo per la guerra parla
pochissimo e sempre per offrirsi a
morire da qualche parte. Cosí il
«caporalino» diventa una specie di
figura mitica, ma in una mitologia di
gente che non sa, non immagina
nemmeno, quanto lontano sia
Stocchino dall’eroismo. Lui, solo lui, lo
sa bene, che non ci vuole troppo
coraggio. Ha una rabbia in corpo che è
convinto di essere diventato
improvvisamente insensibile a
qualunque dolore. Finché non arriva la
seconda lettera.

La consegna della posta in trincea è


uno di quei momenti in cui ci si sente
piú soli. Alcuni soldati leggono le
proprie lettere a voce alta perché possa
sentirle chi non ne ha ricevute, è
un’indicazione del Comando perché
pensano, a ragione questa volta, che
non avere notizie da casa abbassi il
morale della truppa. Attraverso gli uffici
di propaganda invitano anche i civili a
scrivere ai militari, cosí capita che
genitori analfabeti scrivano lettere a figli
analfabeti. Ci sono soldati scolarizzati
che leggono ad altri, analfabeti, lettere
scritte da un pubblico scrivano per
conto dei genitori. Per Samuele tutto
questo non vale. Lui non riceve e non
scrive, eppure potrebbe farlo. Lui è di
quelli che preferiscono non sapere
piuttosto che sapere. Tanto Mariangela
non sa scrivere e nemmeno Gonario, e
comunque se ti arrivano messaggi al
fronte vuol dire che ci sono guai, perché
le cattive notizie fanno sempre in fretta,
le buone sono lentissime. Quando ha
ricevuto la lettera di prete Marci, quasi
un anno prima, subito si è detto
dev’essere successo qualcosa, e infatti
qualcosa era successo. Cosí quando si
sente chiamare dalla recluta che fa il
servizio di posta pensa a un errore. E
invece non c’è errore. È una lettera
scritta bene, già dalla busta si vede una
calligrafia chiara. Stocchino Samuele
ecc. ecc. Non ci sono dubbi.
Insomma prende la sua lettera, ma
non la apre subito come fanno tutti, che
nemmeno sono seduti e già hanno
frantumato la busta. Trovano dentro
ritratti fotografici, alle volte di bambini
alle volte di signorine alle volte di
vecchi, ma sempre piangono di fronte a
quelle immagini. Samuele la sua lettera
se la mette in tasca. Di tanto in tanto la
sfiora con la mano, la sente sottile,
dev’essere una lettera in cui non c’è
scritto molto.
STOCCHINO ATTENTO CHE QUI I TUOI
NEMICI GIURATI TI STANNO SPINZANDO
TUTTI I TUOI AVERI E SI STANNO
PROFITTANDO DI QUEL PEZZO DI PANE DI
TUO FRATELLO E DI MAMMA TUA RESTATA
SOLA... E I TUOI NEMICI SAREBBERO MANAI
GIACOMO, BARDI GIOVANNI E ANCHE BOI
EMERENZIANO CHE FANNO IL COMODO
LORO...
La legge e la rilegge, la legge e la
rilegge. La legge e la rilegge. E scopre
che nascosto da qualche parte dentro di
lui era rimasto ammandronato un
rancore sottile. Scopre che quella rabbia
impotente, quell’esistenza che si porta
addosso è il frutto amaro di una pianta
cresciuta nell’invidia. Ranchia che
benenu. Sputa in terra saliva e sangue
con le gengive aggredite dalla piorrea
per il cibo e l’igiene scadente. Però
capisce anche che adesso è veramente
in pericolo: adesso vuole solo tornare a
casa.

Il capitano Lussu gli fa il verso, tanto


è assurda la richiesta che ha fatto.
Congedo per motivi di salute? Febbre
polmonare? Proprio adesso? Ma ha
capito che cosa cazzo è successo a
Caporetto? Quale licenza? Qui gli
ordini sono di sparare a vista contro i
disertori, altro che congedo. Qui o si
cambia o si smobilita, si è guardato
intorno? Ha visto la leva dei
diciassettenni? Che cazzo sta a chiedere
congedi. Levati dai coglioni, Stocchino,
levati dai coglioni.
Ah, Signora Morte, pensava di
poterle sfuggire per vie traverse, e
invece no, quella Signora si sfugge
attraversando la strada maestra. Con un
colpo di reni, come dice Diaz che ha
sostituito Cadorna dopo la disfatta.

E adesso corriamo alla primavera del


’18, perché tutto quello che si può
raccontare dall’ottobre del ’17 in poi è
solo ribadire quanto già si è raccontato.
Samuele è stato selezionato per far parte
di un corpo scelto di amanti della
morte. Chi altri se non lui? Il colpo di
reni c’è stato perché questo Diaz ha lo
schiaffo pronto in una mano, ma
nell’altra c’ha la caramella. E la linea del
Piave ha tenuto come se fosse
incatenata. Si chiamano arditi adesso,
quelli che hanno fatto colare a picco la
Santo Stefano il 10 di giugno. E anche
quelli del 10° reggimento che hanno
schiantato i crucchi sul Piave.

Genesia piange tutte le volte che lo


racconta: Samuele non vedeva pericoli,
dice, senza aspettare i compagni aveva
strisciato verso una postazione di
artiglieria austriaca, aveva sgozzato il
mitragliere e si era impossessato
dell’arma facendo una carneficina di
nemici. E poi come se non bastasse si
era caricato in spalla la mitragliatrice e
la bandiera del reggimento e le aveva
portate nelle linee italiane.
Quando gli appuntano sul petto la
medaglia d’oro al valore e gli dànno il
grado di sergente, Samuele pensa solo
al fatto che ha compiuto metà del
percorso che lo condurrà a casa. Infatti
la licenza premio non tarda ad arrivare.

Ad Arzana hanno preparato


un’accoglienza di festoni e banda
musicale. L’eroe del Piave riabbraccia la
sua gente. La famiglia è in prima fila.
Antioca ha fatto i fili candidi tra i
capelli, Gonario è gonfio di vino cattivo
e a poco prezzo. Genesia sembra una
suora laica, come una damina della
sacrestia: la moglie del notaio l’ha
vestita di grigio pallido e le ha concesso
la giornata libera. Ci sono persino i
gemelli, i fratelli che quasi non conosce,
allevati da parenti benestanti a
Oristano. Poi c’è l’ombra di nonna
Basilia e di tutti quelli che vuoi la
spagnola, vuoi le sofferenze, si sono
presi senza farli crescere. Felice manca.
È al cimitero. C’è prete Marci che ha
dovuto far spostare tutti i bottoni della
tonaca per quanto si è allargato… Poi ci
sono loro: Giacomo Manai, Giovanni
Bardi e anche Emerenziano Boi, il
bottaio che ora non fa piú il bottaio, ma
il vino. Tutti e tre si presentano in
pubblico con la faccia di chi fa il
comodo suo. Come scritto. Da tutti e
tre Samuele prende una stretta di mano
e un bacio.
– Dimentichiamo quello che è stato,
– sussurra Manai mentre lo bacia.
Samuele non risponde.
– Salute e prosperità, – sussurra
Giovanni Bardi mentre lo bacia.
– Su matessi a bois, – risponde
Samuele.
– Gai a chent’annos, – sussurra in
imbarazzo Emerenziano Boi mentre lo
bacia.
– In bida brostra, – risponde Samuele
quando può guardarlo negli occhi.

La Guerra è dichiarata.
IV.
(Qui pro quo)

Infatti sono passati solo due giorni


dal suo ritorno trionfale che la sbronza
collettiva per l’eroe arzanese passa.
A Gonario di pecore sue non glien’è
rimasta manco una. E questo perché le
ha date in pegno per un pezzo di terra
che poi ha dovuto lasciare per colpa di
un busillis contenuto nel contratto che
lui non aveva capito per niente. Con la
morte di Felice la casa si è spenta.
Antioca fa quello che può, ma piú che
di erbette e scarti di carne búbula non si
vive. Uova anche, di tanto in tanto, in
cambio di asparagi, e anche frissuredda
quando rimane alla chiusura del
pescivendolo. Della casa se ne abita un
pezzo, perché la maggior parte il
padrone se l’è ripresa e poi l’ha tenuta
chiusa.
– Come sarebbe? – continua a
chiedere Samuele.
– Eh… – continua a rispondere
Antioca allargando le braccia.
– Vabbe’, – assicura Samuele. – Ora
ci penso io.

«Ora ci penso io» è qualcosa che


Antioca proprio non vuole sentire. Per
molti motivi, uno dei quali, il piú
importante, è che c’è qualcosa che
ancora non ha detto a Samuele: non gli
ha detto che intorno al novembre del
’17 in paese era stato dato per morto.
Le circostanze di questo qui pro quo
non sono chiare, ma comunque un
reduce dal fronte senza gambe aveva
detto a un comune conoscente, mentre
si trovava a Tortolí, che Stocchino de
sos de Crabile di Arzana era morto
fucilato per un tentativo di diserzione.
Eh, dice che avevano sentito un
sergente che faceva richiesta di un
plotone d’esecuzione e tirava in ballo
proprio lui, Stocchino arzanese. Cosí
l’avevano dato per morto e morto
vigliacco. Però questo sarebbe niente,
perché la cosa piú grave è stata che
Manai ha offerto uno spuntino per
festeggiarla, la morte del vigliacco.
Un’altra cosa che nessuno vuole
raccontare a Samuele è quello che gli
avevano detto, a Felice Stocchino, poco
prima che morisse…
E poi Gonario aveva cominciato a
bere, che tanto gli uomini senza
governo diventano come bambinetti e
la mamma può fare quello che può, ma
a un certo punto un maschio si mette a
posto solo con una moglie come si deve.
Ora Gonario era anche un bel ragazzo e
lavorava come un mulo, e allora perché
tottu custu disaccattu? Solo come un
appestato. Cèrcatela fuori una moglie,
gli aveva detto un giorno Antioca, ma
lui: non sono a quel punto! aveva
risposto. Però ha cominciato a bere, che
significa essere a un punto molto
peggiore di quanto si creda.
Tutto questo succedeva quando si
pensava che Samuele fosse morto,
ragion per cui era meglio che il diretto
interessato non ne sapesse niente.
Ma questo segreto, che si poteva
tenere nascosto giusto come un figlio
bastardo, dura come una nevicata di
marzo.

Passano tre mesi, Samuele è


circondato dalle comodità rustiche di
una casa povera, ma sempre meglio
della trincea: a lui sembra strepitoso il
caminetto acceso, e anche la zuppa di
cicoria, anche l’irmulatta soffritta nel
lardo, e anche la branda col materasso
di paglia compatta.
Antioca trema quando Samuele esce
di casa. Come sempre ha l’abitudine
barrosedda di uscire in divisa con le
fasce mollettiere, la mantellina e anche
il berretto con la visiera.
Ma anche se dice che esce, Samuele
non è che se ne va in piazza. Se ne va
alla fine del paese dove c’è il posto in
cui s’incontrava con Mariangela. Per
tutto il tempo in cui è stato via non ha
avuto notizie di lei, e arrivato a casa
non ne ha chieste. Comunque, anche se
non sa cosa aspettarsi, ogni giorno alla
stessa ora si reca nel luogo dei loro
appuntamenti.
Genesia parla con Antioca a
proposito di Mariangela che è un’altra
di quelle cose che non hanno detto a
Samuele: a Mariangela il babbo l’ha
mandata a servizio a Nuoro, da un
avvocato. Ma forse di questa cosa se ne
può parlare, si dicono Genesia e
Antioca.
Quando Samuele, buio come un
mattino invernale, torna a casa,
Mariangela appare sulla soglia.

E quella sí che è un’apparizione, ve lo


assicuro io, un’apparizione con tanto di
spavento, ma anche di sollievo. Dei tre
segreti: la notizia falsa della sua morte,
quello che qualcuno ha detto a Felice
prima che morisse e la partenza di
Mariangela, almeno il terzo è svelato e
risolto. Ma mai, mai fare l’errore di
mettersi tranquilli. Infatti lo svelamento
del terzo segreto si porta in dote lo
svelamento del primo. Infatti
Mariangela che appare in casa, appare
come se fosse lei a vedere
un’apparizione. Samuele la guarda
inquieto e lei lo guarda come se vedesse
un fantasma e cosí lo dice.
– Dicevano che eri morto, – sussurra.
Questa volta come se ci avesse creduto.
Samuele si guarda intorno, Genesia e
Antioca abbassano la testa. E Samuele
capisce. Capisce che quello che conta
non è il valore del segreto, ma il motivo
del segreto.
– Eh, – commenta infatti. – Mi
hanno dato per morto, vuol dire che mi
allunga la vita –. Ma lo dice con
un’allegria fasulla.

Quella notte Antioca non riesce a


dormire. Genesia invece dorme il sonno
sfinito della bestia da soma e Gonario il
sonno mortale dell’alcolizzato. Quanto
a Samuele, crede di dormire ma non
dorme. Crede di aver capito una cosa,
ma sa che quello che ha capito non è
quello che è. Cosí decide che appena
albeggia si mette in cammino per Elíni,
per andare a trovare Redento Marras,
col quale c’è sempre un rapporto di
stima.
A Mariangela quasi non la lasciavano
entrare in casa, ma poi per non fare
scandali le hanno aperto la porta anche
se ha fatto l’alzata di testa di
abbandonare il lavoro, e un signor
lavoro a Nuoro.
Sí sí, un signor lavoro lo dite voi,
risponde spavalda. Si è fatta fatzuda ora
che ha ritrovato Samuele, non teme piú
nulla.
Tu finisci male, le pronostica il padre.
Tu finisci male!

Per tutto il ’19 le cose vanno come


vanno. Non bene, non male, ma
comunque Samuele si mette in società
con altri due reduci del Carso per una
storia di compravendita e mediazione di
bestiame e il tutto pare funzionare fino
a un certo punto… Fino a quando cioè
non si comincia a spargere la voce in
paese che non di compravendita si
tratta, ma di abigeato. Cosí appena
spariscono quattro bestie di Giovanni
Bardi, la conclusione è che Stocchino ha
perso il pelo ma non il vizio. E gli
mandano i carabinieri. È la
dimostrazione chiara che sotto alla
cenere dei baci e degli auguri, sotto alla
cenere delle fanfare e della retorica,
cova il tizzone del pregiudizio e del
rancore. E comunque dappertutto si
mormora che Manai, «il piú ricco del
paese», non vede l’ora di beccare a
Samuele, che ritiene colpevole della
morte del figlio Battista anche se prove
non ne ha. Cosí gli mandano i
carabinieri con tanto di denuncia
circostanziata perché la notte tra il 4 e il
5 gennaio 1920 è stato visto da
testimoni mentre transitava in zona
Conc’ ’e Mortu con quattro capi di
bestiame ovino del sunnominato Bardi
Giovanni di Nicola. Ma sbagliano tutto
perché quella notte e anche quella
prima Samuele è stato a letto con la
febbre polmonare che si porta addosso
fin dai tempi della Libia. C’è la
certificazione del medico e c’è la
prescrizione al farmacista. Manai, per
bocca di Bardi, col cappello in mano,
deve chiedere scusa.
Ma la tregua si è rotta. E siamo al 15
gennaio. Qualche cosa dalla guerra
Samuele l’ha imparata e cosí attacca. Si
mette la divisa perché si sappia e si veda
che la guerra, quella vera, è cominciata.
La voce del popolo, e quella di Dio,
cominciano a soffiare sulla fiammella
della vendetta e dicono che Stocchino
questo sgarbo non lo ingoia manco per
niente.
Eppure lui a vedersi per strada
sembra tranquillo, parla e beve con
tutti, a tutti dice che lavorare per Bardi,
Manai, e anche per Boi, è un rischio.
Per Boi? chiedono gli altri. Che c’entra
Boi? Ma Samuele scuote la testa. Lo sa
lui che c’entra Emerenziano Boi. Ci
sono debiti nuovi e debiti vecchi,
quando s’inizia a pagare si paga tutto,
spiega senza spiegare.
È per questo che tutti dicono che
ormai pro Stocchino este s’annu e coa,
perché se continua a minacciare Manai
e Bardi e Boi, al 1921 non ci arriva.
Nessuno si è dimenticato dell’editto
appeso al portone della chiesa sei anni
prima e nessuno s’illude che i morti
seppelliscano i morti. Riprende la ridda
degli intermediari: prete Marci parla
con Antioca, il notaio Porcedda parla
con Genesia… E anche Redento
Marras, che ha un piede offeso per un
infortunio in campagna, da Elíni manda
a chiamare Samuele che ha qualcosa da
dirgli. E siamo al 17 gennaio.
All’alba del 18, quando Samuele si
alza per andare da Redento Marras,
non trova la sua divisa.
L’ha presa Gonario, sempre mezzo
brillo, se l’è messa per fare lo stupido in
paese, è un ex pastore beone, fregato da
tutti perché troppo inerme; è acuto ma
non intelligente, Gonario, sa molto di
campagna e di bestiame ma niente di
uomini e poco di donne. Cosí ora che
non ha piú bestie da accudire è
diventato un reduce. Un reduce
patetico. Soprattutto questo fa soffrire
Antioca: che un cuore cosí grande sia
ridotto a pietire la benevolenza degli
altri.
Però vestito con la divisa di Samuele,
con la mantella e il berretto grigioverdi,
a Gonario gli sembra di essere ritornato
un uomo fra gli uomini, perché, come
dice sempre Antioca, neanche un
ubriaco vorrebbe essere ubriaco. Mancu
issu si lu cheret. In piazza qualcuno lo
guarda e a lui quell’essere guardato
piace davvero, per una volta non lo
guardano con pena, cosí crede lui,
almeno. Se ne va contento come un
bambino, Gonario quasi Samuele. Sino
a raggiungere il cortile della casa di
Tanino Moro. Tanino lo vede cosí
bardato: dài che andiamo al podere a
fare uno scherzo a Peppeddu.
Peppeddu è il suo servo pastore, lui
delle divise ha sempre avuto paura.
Cosí se ne vanno dalle parti di Tanca
Manna dove Tanino c’ha un pezzo di
terra a oliveto, qualche albero di frutta,
un piccolo ovile e una porcilaia.
A casa Samuele ha fatto un
quarantotto, pensa che siano state le
donne a prendere la divisa per lavarla,
ma basta guardarsi intorno, sulla sedia
vicina al giaciglio di Gonario si trova
tutta la sua roba… Cosí, in borghese,
con vecchi abiti che gli sono diventati
estranei, Samuele cerca il fratello: in
piazza gli dicono che c’aveva la divisa
addosso e che stava facendo il barroso,
ma non sanno dove sia andato e con
chi. In quel momento incontra Tanino
Moro che sta arrivando a cavallo, ha la
faccia bianca come la tela. Gonario,
dice, e non dice altro, Gonario,
Gonario…

Gonario lo seppelliscono all’alba del


20 gennaio 1920, gli hanno tolto la
divisa, anche se in fondo l’unico morto
in guerra in casa Stocchino è proprio
lui. Ha guerreggiato contro la sua
esistenza grama, contro il frutto di
un’inimicizia che non si può debellare,
che, anzi, cresce e prospera piú forte di
prima. L’ultima palata di terra sulla
cassa di Gonario è come la firma di un
atto solenne.
Tutti dicono di non riuscire a capire
che cosa sia successo, ma Samuele lo sa
bene. È uno che non ha bisogno di
troppi giri per capire le cose. E allora
davanti a se stesso, chiuso agli altri
come una cassaforte, si fa il discorso
della vita: i nemici sono potenti, si dice,
ma hanno fatto due errori: il primo è
stato quello di mettersi contro di me, il
secondo è stato quello di non accorgersi
che io non ero dentro a quella divisa.
La logica scorre limpida come un
ruscello: chi ha ammazzato Gonario ha
sbagliato persona. Come Luigi Crisponi
nella sua visione. Anche lui aveva
scambiato Gonario per Samuele. Anche
lui aveva sbagliato persona.

La mattina Gonario è sotto terra, il


primo pomeriggio Samuele è in
cammino verso Elíni.
Redento Marras, che non può alzarsi
dalla sedia, gli tende le braccia
piangendo. Poi lo implora di non fare
quello che tutti dicono che farà. Ma
Samuele, che ha imparato a farsi
morbido per la morte e rigido per la
vendetta, nemmeno risponde. Lo sa che
a far parlare Redento è l’obbligo di
onorare la comparía, e che, a causa
dell’Olio Santo, ha il dovere di buttare
acqua sul fuoco, ma, lo stesso, non
riesce ad assumere un’espressione
convincente. Tanto che Redento si
spaventa:
– Guarda che quella gente non
sbaglia due volte.
– Hanno sbagliato, invece, hanno
sbagliato tutto… E adesso vado che si fa
tardi.
Redento lo guarda andar via.
V.
(Dove si dimostra che tutto
ostinatamente si ripete)

È fredda la notte di san Sebastiano,


martire della Fede, legato alla colonna e
trafitto dagli arcieri dell’imperatore. Suo
padre Felice, una vita prima, aveva
detto che la giustizia abita le case dei
ricchi. E la fede del pane nero, quella
dei semplici, è solo un racconto
dimenticato.
Camminando nel chiarore secco della
luna il sergente Stocchino arriva alla
casa di Emerenziano Boi. Lí, proprio in
quel punto e in quella ripetizione,
capisce una cosa terribile: l’inizio di
tutto non è stata la beffa del campo di
patate. No, l’inizio di tutto è stato un
bicchiere d’acqua negato.
Semplicemente. E non è stato
nemmeno il fatto in sé, ma il modo.
Quella contravvenzione desolante alla
regola non scritta della solidarietà
elementare. Cosí era stato: in un modo
che aveva messo in chiaro in quale
solitudine, in quale disperata,
tremenda, irredimibile solitudine si
possa precipitare. Samuele lo sa che da
quella notte in poi ogni avvenimento
non è nient’altro che un gradino verso
l’abisso. Lo sa in se stesso, Samuele, che
quella notte ha definitivamente ucciso
qualunque ipotesi di redenzione.
La luna piena se ne sta a bersi
l’orizzonte frastagliato come il bordo di
un guscio d’uovo spaccato in due, pigra
di una pigrizia quasi Morte, quasi fosse
al primo sonno.
20 gennaio 1920. San Sebastiano,
martire trafitto. Quanto tempo Samuele
si aggiri intorno alla casa silenziosa di
Emerenziano Boi è impossibile a dirsi.
Egli per primo non saprebbe dirlo. Ore
o forse minuti. Ma non è impossibile
capire con quanta disperazione cerchi di
dare un nome a quello che crede di
dover fare… A quella che gli pare
l’unica soluzione di tutto: ricominciare
da capo. Riportare al suo assetto
naturale un mondo ribaltato…

...

Ora non può piú tornare a casa,


questo lo sa, ma è nell’ordine delle cose.

Mi sono ricordato all’improvviso


dello sguardo di mio padre e lí ho
capito che dovevo fare quello che ho
fatto… Non sono contento no, manco
per nulla, ma non è che queste cose si
possono spiegare. Ogni volta che ci ho
pensato mi sono detto che ero stato
proprio scemo, proprio scemo a
rovinarmi cosí la vita. Ma non è che
uno se lo fa da solo, uno crede che può
scegliere e invece non sceglie proprio un
bel niente. Vi credete che io non avrei
voluto una vita diversa?

Insomma ora Stocchino è un


pluriomicida latitante. «Eccidio in
Ogliastra» hanno scritto i giornali: e
«atto barbarico», e «carneficina», e
«massacro», e «strage»…
Ma, incredibile a dirsi, ora che è un
latitante con tanto di taglia sul capo ha
acquistato rispetto. Ora Manai prima di
ridere del sergente ci pensa due volte. E
con lui il suo compare Bardi. Però,
pensano loro, questa latitanza è anche
una sicurezza e una protezione.
– A noi ci fa comodo di dargli una
mano se capita, – dice Manai davanti a
un piatto di agnello stufato con
finocchietti selvatici. – Sí, sí, – ribadisce.
– Poi lo sistemiamo al momento giusto.
E infatti da Manai e Bardi a Samuele
Stocchino, bandito, solo segnali di calda
partecipazione. Aiuti alla famiglia e
rispetto sociale.
Samuele pare accettare di buon
grado. Tutto si è sistemato come se la
latitanza potesse riportarlo alla
normalità. Era un eroe pericoloso e ora
è diventato un assassino latitante. E un
assassino latitante, si capisce, ha un
senso, ha una storia e anche una
letteratura. Dentro a quella particolare
zolla di terra tutti i germogli devono
essere di piante note, piante di cui si
conosce il nome.
Manai, seniore, anziano e sapiente di
sapienze antiche, crede che Stocchino
latitante sia meno pericoloso per lui di
Stocchino eroe. E questo perché dal
tempo dei tempi è assodato che in quel
paese mondo esistono regole per i
latitanti, ma non per gli eroi.
Però Manai a Samuele non ha avuto
modo di vederlo combattere. Lui
seniore, anziano e sapiente, non sa
capire che conoscere le regole serve per
disobbedire meglio.
Allora, quando Stocchino si mette
per la seconda volta allo scrittoio,
Manai non può credere a quello che
legge e perde la testa…
Tutti i servi e mezzadri di Manai Giacomo e
suo figlio Luigi avrà di me una paga
tremenda.
Mi firmo e sono sempre Stocchino Samuele.

A Ponziano Patteri, che trova questo


messaggio nel cancello del podere di
Manai, quasi gli viene un colpo. Arriva
dal padrone senza fiato tirandolo giú
dal letto. «Il piú ricco del paese» prende
in mano il messaggio e se lo avvicina
agli occhi per guardare la scrittura, che
di piú non sa fare. Piú che il contenuto
è il tratto che fa paura: una scrittura
puntuta, con riccioli e arzigogoli.
Giacomo Manai entra nella camera
del figlio Luigi senza nemmeno bussare.
Il giovane si guarda intorno stupito: che
ore sono? Che succede? Manai risponde
buttando il foglio sul letto. Quest’ultimo
plana sulle gambe coperte di Luigi… E
finalmente quel tratto parla. «Una paga
tremenda…» sussurra Manai tra sé e sé.
Luigi si è svegliato completamente: che
facciamo? chiede. Manai cade a sedere:
lo so io che facciamo…
Quarta parte

Trionfo, danza
macabra e altre
liturgie della morte

C’è un torbido
vapore, che cuoce
il mio cuore
demente: ribolle
feroce, nel
profondo, dentro
le mie midolla, e
penetra attraverso
le mie vene…
L. A. SENECA, Fedra.
Coro

Sospensione. All’impiccato non


chiedete cosa ha fatto. Sospensione.
L’attimo che precede la risposta. Qui
non c’è una tragedia da raccontare.
Sospensione. L’aria è un sostegno
efficace, nella contrapposizione delle
correnti produce stabilità. Fissità del
corpo appeso. Tensione e respiro
trattenuto, come al limite verticale. Non
chiedete cosa ha fatto all’impiccato. Lui
dirà che si ritrova appeso per un sogno
finito male, per un’azione inconciliata,
per la donna amata. Lui dirà che al
momento legge Villon in compagnia dei
corvi. Lui dirà che il bulbo disseccato
dello sguardo raccoglie ancora qualche
sogno intrappolato nella polpa. Quel
corpo appeso attende di ballare, in
discreto dondolio, quando arriva l’alito
di Dio dalla finestra aperta. Siate pietosi
con quel corpo, e abbiate rispetto per la
sua agonia di luce. Sulla pelle croccante
ha il mistero di un sogno geroglifico.
Come il fondo di un lago prosciugato.
Non chiedete al danzatore di spiegarvi
il passo. Lui vi dirà che non sa spiegare
quel che fa. O meglio, vi dirà che non lo
sa tradurre in parole. Che quel ritorcersi
e distendersi viene dall’interno, viene
dal respiro quotidiano, viene da uno
spirito sovrano. Sospensione. Non
chiedete al corpo appeso di narrarvi il
suo destino. Narrerebbe di un pittore,
di un pazzo, di un segreto. Narrerebbe
della frenesia del vero troppo vero,
come una fotografia. Poi silenzio, tutti
in fila i pensieri a dare un senso, quasi
fibre di uno spago che contrasta la
vorace gravità. Quasi peli di una corda.
Non chiedetegli piú niente. Non
chiedete come ha fatto. Ha aspettato in
preghiera, mummia nei millenni.
Quando ancora si cantava alla sfera
della luna. E si sperimentava l’agonia
silenziosa dell’immortalità. Non
chiedete cosa ha fatto.
I.
(Primo Libro dei Morti:
Battista, Felice, Gonario)

Battista Manai.
A Battista Manai lo uccise la sua
stupidità ca fit bambu che ludru, unu
drollo. Sarà morto nel ’15, piú o meno.
Che poi dicevano che l’aveva
ammazzato il bandito Stocchino perché
gli aveva insidiato la fidanzata.
Comunque non è che si sia mai saputo
chi l’ha ucciso davvero… Battista se non
fosse stato figlio del «piú ricco del
paese» una brutta fine la faceva molto
prima. Perché era tonto e prepotente, e
il padre era piú le volte che doveva
toglierlo dai guai che non quelle che
poteva stare tranquillo. Infatti in paese
si sussurrava che non era impossibile,
conoscendo a Manai, il vecchio, che
fosse stato proprio lui a pagare un servo
perché lo liberasse di quel figlio drollo.
E poi c’era la questione della proposta
di matrimonio a Mariangela Palimodde
che, lo sapevano tutti, era l’innamorata
di Samuele Stocchino. Cosí che sia stato
Stocchino o no a uccidere Battista
Manai, non è che si può veramente dire
che avesse fatto uno sgarbo a suo padre
Giacomo, anzi, se le cose sono andate
cosí, gli ha anche fatto un favore.
Insomma, le cose sono andate che
Battista Manai, come sempre, stava
facendo finta di lavorare dando ordini a
destra e a manca a servi pastori che
avevano avuto l’ordine di non eseguire i
suoi ordini. Che tanto era piú quello
che disfaceva che quello che faceva. A
lui gli avevano detto solo che era
arrivato il momento di sistemarsi e di
trovare una ragazza onesta che si
prendesse cura di lui. Poi gli avevano
detto che l’avevano trovata. Poi ancora
gli avevano detto che la zia suora e la
sorella grande si stavano occupando di
parlare con i parenti per chiedere la
ragazza che avevano scelto. Le versioni
sulla morte di Battista sono discordanti:
c’è chi dice che sia stato picchiato per
derubarlo; c’è chi dice che aveva alzato
il gomito ed è caduto sbattendo la testa;
c’è chi dice che l’ha ucciso un servo del
padre, appunto; e poi c’è la leggenda
che dice che è stato Samuele Stocchino:
dice che l’ha aspettato poco fuori dal
suo podere e gli ha dato una pugnalata
in pieno petto, e poi dice che gli ha tolto
il cuore da dentro e l’ha portato a casa
per farselo cucinare con l’aceto e le
cipolle. I carabinieri hanno concluso
che non c’erano certezze di nulla.
Stocchino ne è uscito pulito e una
settimana dopo è partito per il fronte.
Quindi o nella situazione di guerra i
carabinieri hanno deciso che non valeva
la pena di togliere due braccia da fucile
al fronte, o, addirittura, lo stesso Manai
Giacomo ha messo tutto a tacere.

Felice Stocchino.
… E questo si collegherebbe alla
morte di Felice Stocchino. Infatti si dice
che a Felice l’ha ucciso uno spavento. In
pratica lui se ne stava andando a
cicoriette e asparagi, quando lo avvicina
un famiglio dei Manai e gli dice che il
figlio se l’è scampata dalla giustizia, ma
non se la scampa dal «piú ricco del
paese», che gli vuol far pagare la morte
di Battista. Felice dice che Samuele con
la morte di Battista non c’entra niente.
E l’altro risponde che non solo c’entra,
ma che si prepari il bottone di lutto,
perché Samuele vivo dalla guerra non ci
torna, perché se non lo uccidono gli
austriaci ci penserà qualcun altro a
fargli la festa, e non sa se si spiega. A
Felice questa cosa lo spaventa molto,
che siano arrivati fino a pagare
qualcuno nell’esercito per far fuori a
Samuele gli sembra peggio della guerra
stessa. Per lui è come se suo figlio
avesse nemici dentro e fuori, come se
non fosse mai al sicuro. Cosí se ne torna
a casa che si mastica questa cosa qui del
sicario in trincea e sente la piccolezza,
quasi l’assoluta impotenza, che lo
avvolge. Che cosa può fare lui nella
Storia grande? Che cosa? Se sapesse
scrivere potrebbe avvertire Samuele, ma
non lo sa fare e non si fida a delegare a
terzi. Come può fare? E se poi gli hanno
detto una cosa tanto per dire e lui
sbagliando mette in ambascia Samuele?
E se invece magari chi l’ha avvertito
vuole fare una cosa da amico e quindi
forse sarebbe proprio meglio avvertire
Samuele? Intanto se ne torna a casa.
Antioca lo vede entrare che sembra un
fantasma, gli chiede che cosa c’ha, lui
risponde che nulla, che non si sente
troppo bene, che magari però adesso si
siede e poi si stende un pochettino.
Antioca lo lascia lí che si sta quasi per
alzare dalla sedia per andare a
distendersi. Ha da fare fuori nella corte.
Intanto Genesia entra in cucina per
prendere un grembiule pulito e stirato e
vede il padre seduto semicurvo, come
se volesse alzarsi e non ci fosse riuscito e
avesse deciso di restarsene lí. Si
avvicina, l’uomo la inquadra prima di
riconoscerla: ojai, le sussurra, ojai fizza
mea… Genesia chiede che cos’ha, ma
lui anziché rispondere domanda a sua
volta che cosa pensa che si debba fare
con Samuele a proposito di quello che
gli hanno riferito poco prima. Genesia
chiede che cos’è la cosa che gli
avrebbero detto e chi gliel’avrebbe
detta. Ma Felice non risponde. Cosí
Genesia capisce che c’è qualcosa che
non va e si rabbuia, ma Felice organizza
un mezzo sorriso e le chiede di aiutarlo
ad alzarsi. Genesia obbedisce ma nel
secondo in cui esegue si rende conto
che sta sollevando un morto. Quando
chiamano il dottore, Felice non sta
respirando piú da almeno un quarto
d’ora. Genesia è corsa ad avvisare dal
notaio dove la stanno aspettando, che
c’hanno un pranzo con ospiti. Gonario
chissà dove se n’è andato a bere.
Antioca si consuma da sola le sue
lacrime. Poi arriva prete Marci che dice
che a Samuele bisogna che lo avvertano.
Antioca non lo sa se è un bene o no, la
creatura è all’inferno, meglio lasciarlo
tranquillo, l’importante è che Felice se
n’è andato bene e senza sofferenza. Ma
prete Marci insiste che per ogni buon
fine è meglio avvertire Samuele, che
magari per motivi di famiglia può
richiedere una licenza, anche se con i
chiari di luna che ci sono al fronte le
licenze sono sospese. Se ne occupa lui,
dice, gli scrive una lettera semplice
senza preoccuparlo… La notte stessa
mentre stanno vegliando il morto
Genesia riferisce ad Antioca quello che
le ha detto Felice poco prima di spirare.
E Antioca non capisce, a lei non ha
detto niente, solo che era stanco e che
voleva andare a riposare. Le due donne
si guardano, poi scuotono la testa come
se fosse inutile stare a indagare i misteri
insondabili dei moribondi. Chissà
cos’ha voluto dire, conclude Genesia, e
il discorso si spegne… Durante la veglia
al morto le donne si raccontano di
quella volta che Giacobbe Muntoni, con
le anime sia, prima di morire voleva che
gli spostassero la scala dal letto, quale
scala? gli chiesero, ma lui era piú là che
qua: una scala che vedeva lui, insomma.
E un’altra volta che Luisedda Piras
guardava fissa un angolo in alto nella
stanza e la figlia che l’accudiva le
chiedeva: che cosa state guardando? Ma
lei concentratissima, e anche un po’
offesa, non rispondeva niente, solo
biascicava cose incomprensibili con le
labbra ormai rinsecchite… Che vuol
dire che i morti, anche se noi non lo
sappiamo, sanno dove stanno
andando…

Gonario Stocchino.
Poi tocca a Gonario. E qui la
questione si complica e si fa seria perché
le voci si accavallano. È certo che il
giovane è stato ingannato. Gonario
Stocchino era un pezzo di pane. Quanto
era furbo Samuele tanto era
sempliciotto Gonario, ma non stupido,
questo proprio no, anzi una sua certa
acutezza ce l’aveva anche lui, sapeva
raccontare le barzellette ed era di
compagnia. Ma non c’era l’uomo, come
si dice. Per carità, per spuntini e rebotte
e tzilleri era perfetto. Era perfetto anche
per questioni di bestiame e per lavorare
come un mulo. Ma per altro non c’era
stoffa. Era affettuoso davvero, ma gli
mancava quel fuoco che aveva Samuele,
anche troppo. Tutte le volte che si
metteva in un affare erano piú i
quattrini che ci perdeva di quelli che ci
guadagnava. Antioca quel figlio ce
l’aveva sotto le gonne per forza di cose,
non stava mai tranquilla se non lo
vedeva in campagna, perché in
campagna Gonario era nel naturale suo.
Lí si trasformava e sapeva cose che alle
persone comuni non è dato di sapere.
Era ricercato da ogni proprietario per la
meraviglia e la delicatezza con cui
sapeva preparare i filari delle vigne, e
per come innestava gli olivi… Aveva
mani terribili, grossolane, dita rozze,
palme coriacee, ma sapeva accarezzare il
bestiame con una dolcezza che gli
faceva lo sguardo mansueto. Lui era
naturale come un vento che s’infila fra
la lana delle pecore o la setola dei
maiali o il crine del cavallo. Respiravano
insieme, Gonario e le bestie. Si
riparavano dal sole terribile sotto la
stessa quercia. Come nei tempi dei
tempi: uomini e animali che
contribuiscono alla grandezza del
creato, senza santi o altari, ma solo la
vita, che dura quel che dura. Gonario lo
sapeva che sapere le cose poteva
diventare una maledizione. Anche
quando beveva fino a stordirsi era
naturale. Come quando la pioggia
implorata diventa un castigo di scrosci,
come quando una giornata di sole si
trasforma nel forno di Vulcano, come
quando un germoglio promettente e
delicatissimo all’improvviso viene
calpestato da un cinghiale. Lui beveva
cosí, come quelle cose naturali che
all’improvviso perdono la misura.
Mentre indossava la divisa di
Samuele, la mattina in cui morí, aveva
la lucida determinazione dei
moribondi. Come si poteva dire che
sarebbe tornato da là dove voleva
andare? Non si poteva dire, non si
poteva piú dire, perché il suo castigo era
l’assenza di desiderio, cosí come sempre
aveva richiesto. E ora, reduce di se
stesso, se ne andava in giro con la divisa
di Samuele. E quindi non era piú
Gonario. Infatti dentro a quegli abiti fu
preso dalla determinazione febbrile che
il fratello si era sempre portato addosso.
Dentro a quegli abiti non suoi, una
pallottola al collo dal muro della
porcilaia di Tanino Moro gli ruppe il
respiro. Come un fulmine che taglia in
due un tronco.
II.
(Dove si racconta che
l’antico sapere
sa come mettere una pulce
nell’orecchio)

E ora la Morte comincia a


banchettare. Due servi pastori di
Manai, che stanno portando
centosettanta capi verso il territorio di
Orgosolo, vengono trovati morti, il
gregge disperso... A Bardi spariscono tre
ettari di olivi mangiati da un fuoco
notturno e vorace… La casa di Boi è
abitata da cinghiali e altro bestiame...
Domo rutta.
Arzana si è messa la benda scura.
Stocchino è sempre in giro, bello
come il sole, come il sole spavaldo.
Chiacchiera ai crocicchi, offre da bere.
Poi magari la sera stessa si viene a
sapere che un lavorante ha deciso che
non si può rischiare la vita per un tozzo
di pane e quindi va dal padrone per
dire che Stocchino ha parlato chiaro:
Tutti i servi e mezzadri di Manai
Giacomo e suo figlio Luigi avrà di me
una paga tremenda. Mi firmo e sono
sempre Stocchino Samuele. E quella
paga non sfama i suoi figli, anzi li fa
orfani. Cosí i campi non hanno chi
voglia lavorarli e quando si trovano
lavoranti da fuori non ci mettono molto
a capire l’antifona e a fare i bagagli.
Per il maresciallo Palmas si
configurerebbe il reato di minaccia, ma
sarebbe solo una cosa in piú nel
groppone di quella bestia di Stocchino
che già deve rispondere dell’eccidio in
casa Boi.
L’evidenza lega le mani a tutti. Ora
Manai non esce nemmeno di casa, ma
la soddisfazione di andarsene da
Arzana a quel cane de isterju di
Stocchino non gliela dà manco morto.
Ci vorrebbe la Giustizia che tutela,
tuona il seniore. Lui, lui tenuto in
scacco da un disgraziato!
L’unica cosa buona per Samuele è
incontrare Mariangela. Si vedono di
nascosto, ora anche piú di prima. Si
vedono e quasi non si toccano. Lui con
lei ritorna bambinetto, incerto, senza
polso. Gli sembra di non potere
nemmeno parlare perché gli basta
guardarla e subito si sente pieno di una
felicità sorda. Simile a un dolore.
Quello è l’unico sentimento che abbia
provato dai tempi del distacco,
dell’abisso, della perdita dell’infanzia.
Qualche volta è difficile incontrarsi,
sul capo di Samuele c’è una taglia di
diecimila lire. Ma lui ha trovato un
posto, una grotta ampia e arieggiata. E
lei ci entra come se fosse una reggia
costruita apposta per il loro amore
terribile.
Spesso Mariangela guarda Samuele
che dorme. Lui si sente sicuro solo con
lei e solo con lei si lascia andare.
Qualche volta le racconta che da solo
nel bosco può sentire le piante che
respirano a sospiri e fischi, e può sentire
le pietre che vibrano. Nella notte
popolata della grotta può ragionare
sullo sbocco che la sua vita deve
prendere. Ogni passo è un passo verso
la fine. Ma anche verso l’inizio. Tutto
quello che ha ottenuto gli è costato fin
troppo, ma ora non è questa contabilità
che conta, ora conta solo ripagare con la
stessa moneta. I campi inariditi di
Giacomo Manai e di Giovanni Bardi
sono l’espressione del suo domestico
inferno. Il silenzio tombale a cui ha
costretto il paese tutto grida la sua
vittoria, ma dentro alla caverna, senza
Mariangela, Samuele non riesce a
dormire.

Troppi respiri che mi sembra di


essere nella matta della balena prima
che sputava a Gionata. Troppo buio che
mi sembra di essere nel corno grande
della forca, perso nella notte. Troppo
solo come in punto di morte, quando ti
saluta anche chi ha giurato che non ti
lasciava mai, dicendo che l’accordo
dura fino a che uno resta vivo, perché
appena uno se ne va verso l’altra parte
allora è pacifico che in due non ci si può
andare, anche quando si muore in due
non è il numero che fa la morte: nessun
numero fa la morte. La Morte la fa la
morte. In guerra gli uomini morivano a
muntoni, ma nessuno moriva in
compagnia, tutti morivano per conto
loro. Troppa morte davvero, che mi
sembra di abitare il mondo di sotto.
Fuori dalla caverna s’arbéschida
canta e io la sento piú che vederla. Esco
alla notte con i gufi e i gatti selvatici e i
furetti. Posso capire che c’è un topo dal
graffio dei denti sul guscio della noce.
Poi posso sentire il passo di
Mariangela: senza vederla so che,
incerta, si guarda alle spalle mentre
cammina. Senza vederla posso contare i
passi che la portano all’imbocco della
grotta. E già sento la pace che mi
accarezza la nuca.

Chi sa le cose giura che Mariangela è


morta immacolata. Chi sa le cose dice
che Mariangela non si è concessa
nemmeno quando ha saputo che stava
per morire. Ma chi sa le cose aspetta
anche il momento giusto per dirle. Per
ora Mariangela è come la sposa di
Giove tonante. Toccare lei è come
implorare la saetta, come chiedere alla
tempesta di rovesciarsi sulla terra. Si
sente stanca qualche volta, vicina al
mese è sempre spossata e pallida. Ma è
bella di una bellezza basilare, il
territorio sul quale ogni bellezza può
crescere. Samuele non lo sa nemmeno
lui per quale verso quella donna l’abbia
afferrato, ma l’ha afferrato eccome. È lei
che stabilisce con dolcezza e governa col
silenzio. Lui è quello che è perché c’è
lei, e nel giorno fatale in cui ha deciso
di disobbedirle è diventato un altro, ma
comunque lei non ha smesso di
accettarlo. È lei. Mariangela.
Mariangela Palimodde, trent’anni. È lei
che l’ha tenuto in vita… Lei l’ha
strappato dalla roccia, e poi ha dato
senso al suo ritorno.
Il 4 marzo 1923 Antioca Leporeddu
viene arrestata per favoreggiamento.
Ora è cosí che si fa. Da Cagliari arrivano
le notizie della rivoluzione senz’armi
che ha attraversato la nazione. Quale
nazione, dall’Ogliastra, dalle Barbagie, è
ancora difficile a dirsi. Tuttavia è a
Roma che questa rivoluzione marciante
doveva arrivare. Ed è arrivata. Una
rivoluzione di maschi risoluti, scuri ed
energici, che prendono nelle proprie
mani l’avvenire.
Sono tre anni che Giacomo Manai
vive segregato in casa. Esce solo di
giorno e circondato di famigli. E sono
tre anni che Giovanni Bardi vive nel
terrore, è ingrassato smisuratamente,
pare il doppio di se stesso. Vivono
d’introiti segreti, accumuli dei periodi
buoni, aiuti sotterranei… Vivono di
prestiti a usura. Di finte vendite.
Samuele non deve far niente, gli
basta sgarrettare un gregge, incendiare
un campo, comparire a un abbeveratoio
con la mantellina da sergente ancora
macchiata del sangue di Gonario. Gli
basta sgozzare qualche servo talmente
temerario da restare ancora fedele ai
suoi nemici.
La morte del bottaio e dei suoi
familiari ha lasciato tutti incapaci di
reagire. Dopo il 20 gennaio 1920 le cose
sono cambiate: Manai, che pensava di
poter comprendere, comprende che
tempi terribili hanno spezzato tutti i
linguaggi, tutte le parole possibili. È
vecchio, dopo di lui non c’è niente,
Samuele ha già vinto.
Poi arrivano notizie da Cagliari, i
reduci del Carso sono chiamati a
indossare la camicia nera, invitati al
grande gioco degli «ismi». Cosí Manai,
che piú che reduce è combattente, si fa
confezionare una camicia nera, un’altra
verrà confezionata per Giovanni Bardi.
Viaggiano in piena notte, patetici,
nascosti fra un carico di pecore. Come
Ulissi tristi contro un Polifemo di un
metro e sessantatre. E arrivano a
Cagliari che sanno di bestiame come
nella migliore tradizione dei pelliti
trogloditi. Sua eccellenza Asclepia
Gandolfo, prefetto di Cagliari, li
accoglie come il re nano accolse il
monarca pastore del Montenegro: con
delicata sufficienza. È un tripudio
funerario di camicie nere. Un tripudio
di promesse e prospettive: non passerà
tanto che anche la Sardegna interna
avrà un prefetto. È un tripudio di futuri
possibili: un grande partito nazionale
che coniughi le giuste istanze dei
territori che tanto hanno contribuito
alla gloria bellica.
Tutte parole troppo grandi per la
storia che Manai ha da raccontare. E
troppo piccole per le sue aspettative.
I suoi nemici a Cagliari, e Stocchino
in piazza a farsi bello.
– Stocchino chi? – chiede il signor
prefetto, già distratto da un certo
languore allo stomaco.
– Un sergente decorato in guerra, –
chiarisce subito Manai seniore, la sua
sapienza antica gli sa consigliare il
momento giusto per mettere le pulci
nelle orecchie.
Infatti il prefetto si rabbuia un poco.
– Un eroe di guerra?
Manai accenna di sí: – E che eroe,
Eccellenza…
Il prefetto fa squillare la campanella
che ha sulla scrivania. Giovanni Bardi
apre gli occhi all’improvviso. La porta
dell’ufficio esplode facendo entrare un
uomo magrissimo con i baffetti. Il
prefetto lo previene quando sta per
parlare. – Che cosa ne sappiamo di
questo sergente… – Poi s’interrompe
guardando Manai.
– Stocchino, – scandisce quest’ultimo.
– Stocchino.

Cosí il 4 marzo 1923 due carabinieri


mettono i ferri ai polsi di Antioca
Leporeddu. Mariangela è quasi decisa a
non dirlo nemmeno a Samuele, quando
scopre che lui lo sa già. Lo capisce dagli
occhi. Loro adesso si guardano e si
parlano cosí. Ma lei uno sguardo come
quello nel volto di Samuele non l’ha
visto mai. Vai che oggi non è giorno,
dice lui con un battito di ciglia. Lei
vorrebbe stringerlo, ma capisce che
deve andare.
III.
(Secondo Libro dei Morti:
Nicolina Bardi, Ponziano
Patteri, Luigi Manai)

Quella notte muore Nicolina Bardi.


Antioca è in prigione, seduta davanti a
una tazza di latte caldo con l’appuntato
Butto che la guarda in silenzio.
– Tanto se vi aspettate che Samuele
venga qui avete sbagliato, – dice la
donna senza voltarsi.
L’appuntato fa di spalle. Lui non è
che ce l’abbia troppo chiara questa
faccenda di arrestare i parenti per
prendere i latitanti, ma è una storia
antica, già vista.
Passa un’ora, piú o meno, e arriva
prete Marci. Si siede davanti alla donna
e comincia a parlarle piano. Quello che
si bisbigliano è che Manai in persona si
sta adoperando per farla scarcerare.
Manai proprio lui. Antioca non ci crede
per niente, che Manai si preoccupi di
lei, si preoccupa d’ingraziarsi Samuele,
piuttosto, quello è uno furbo…
– Ma se Samuele sapesse quanto
male vi fa con la vita che si è scelto…
– Lo sa, lo sa, pride, ma sa anche
quanto male abbiamo subito. Che cosa
volete?
– Se voi poteste fare arrivare a
Samuele un messaggio.
Antioca lo guarda, poi afferra la tazza
ancora fumante e beve un sorso di latte.
– Con i tempi che corrono un eroe,
un militare decorato come lui può
rifarsi un’esistenza.
Ad Antioca brillano gli occhi come
quando aspetta un cenno dalla
Madonna del Rimedio.

Quella notte, proprio quando


Antioca parla con prete Marci, muore
Nicolina Bardi. La furia sorda di
Samuele è come la manata di una
massaia che spiana un copriletto, sua
madre è in catene incantada dalla
Giustizia e lui si sta bevendo la notte.
Gana de occhidere. Si beve la notte,
bello teso come un letto rifatto, ha tolto
la divisa e si è rasato. È bello come uno
sposino fresco, ma è bello della passione
per il sangue.
La donna cammina svelta svelta, con
una cesta di pane lentu in testa, la regge
senza toccarla, ha fatto tardi, a
impastare pane tutto il giorno per i
tempi bui. E ora s’incammina. Quando
Samuele le si para davanti lei non lo
riconosce, ma lui riconosce lei. Anima
semplice, Nicolina, cresciuta nella
modestia di terzogenita.
Poi la notte abbraccia tutto e tutti.
Samuele ha imboccato quel vicolo per
scrollarsi di dosso il furore che lo
devasta. Lo sa che ad Antioca non
faranno niente, eppure lo sgarbo è
grande: azione metzana prendere una
donna in età e farle assaggiare il sonno
freddo delle sbarre.
Nicolina dice a se stessa che tagliare
per il vicolo fa risparmiare strada, ed è
troppo stanca per pensare.
Cosí s’incontrano. Lei vede il
giovanotto in cima allo stradello e
accelera, lui, al contrario, rallenta. Il
buio quasi se li mangia. Hanno due
intenzioni opposte: lei non vuol sapere
chi ha davanti, lui non riesce a credere
di essersi imbattuto in quella che crede
di riconoscere. Lei si sta dicendo che è
stata imprudente a voler tornare a casa
a tutti i costi quando avrebbe potuto
fermarsi a dormire dalla comare.
Proprio mentre prete Marci, in
prigione, si siede davanti ad Antioca per
bisbigliarle un accordo, la luce di un
lume da una finestra taglia in due il
vicolo. Lí si guardano. Nicolina ci mette
un attimo a capire che il giovanotto
sorridente non è nient’altro che l’incubo
in carne e ossa. Lei è semplice ma lo
capisce subito che essere Bardi ed essere
Stocchino ed essere l’uno di fronte
all’altra, con Antioca presa per pubblico
esempio dalla Giustizia, può significare
solo una cosa. Cosí abbandona la cesta
di pani al suo destino nello scolo del
vicolo e spalanca la bocca per gridare,
che l’aiutino, che è morta, che il diavolo
se la vuole prendere, che il male la
vuole rapire.
Non possono sapere che è stato il
caso a farli incrociare, ma hanno
abbastanza millenni alle spalle per
sapere che il caso non esiste. Da
qualche parte una filatrice doveva
spezzare il filo.
Samuele sfodera la leppa e il sorriso,
perché quella donna è una risposta, è il
sorcio per il gatto, è dente per dente.
Chiunque si fosse preso in carico la sua
miserevole vita si era stancato…

La punta del pugnale penetrò giusto


il necessario per farle esplodere l’arteria
pulsante. Il fiotto di sangue la sorprese
con le labbra ancora impreparate ad
accoglierlo. Spalancò la bocca beandosi
del suo sapore fruttato e ferruginoso.
Sapore di notte anche per Nicolina.
Le mani di Nicolina cercarono di
appigliarsi all’ultima speranza di
sopravvivenza artigliando le spalle di
Samuele, poi si abbandonarono lungo i
fianchi, arrendendosi al respiro che
diveniva sempre piú flebile.
Lui le sorrise come se vedesse quel
respiro che lasciava il corpo ingiuriato.
Come se lo vedesse in forma di angelo
in fuga, che batteva le ali inconsistenti
ad abbandonare per sempre la dimora
delle carni.
Nicolina cade a faccia in terra, lo
scolo al centro del vicolo si porta via il
sangue e l’ultimo respiro. Samuele la
guarda morire ed è felice come si può
essere felici di una bestemmia. Ora
dormirebbe, la furia sembra essersene
andata insieme alla vita di Nicolina.
Ora dormirebbe, ma gli resta ancora
qualcosa da fare.
C’è un albero di castagno dentro alla
corte dei Bardi, proprio al centro del
cortile murato come una fortezza. Le
fronde del castagno lambiscono il muro
di cinta inespugnabile. E c’è un sedile di
granito fuori dal portale. Là sedevano i
famigli prima della disamistade, là
ridevano le donne d’estate a prendersi il
freschetto. Su quel sedile Samuele posa
la lettera che ha scritto. E la ferma con
un sasso perché il vento non se la
prenda.
Popolazione di Arzana e ancora da questi
Circonvicini purché impongono che io sia un
malvagio e invece noi sono una persona e
savio e non voglio far del male a chi non lo
merita. Dunque participo tutti Coloro che
sono ad aiutare i miei avversari Bardi
Giovanni e Manai Giacomo insieme al suo
figliacco figlio Luigi avrà di me in paga lo
stesso Confetto.
Mi firmo e sono sempre Stocchino Samuele.
Eh, la regola terribile della morte che
chiama la morte. È quasi l’alba quando,
sfinito, Samuele se ne torna alla grotta
di bestia braccata, al ventre della roccia,
alla tana di belva feroce.
Proprio in quel momento, Antioca
viene riaccompagnata a casa da due
reclute terrorizzate: Genesia è là ad
accoglierla terrea, distrutta
dall’angoscia.
Intanto l’urlo di Giovanni Bardi, a
cui presentano il corpo inerte della
terzogenita massacrata, rompe
definitivamente la notte.
Mariangela si sveglia in preda a
dolori fortissimi all’addome.

La mattina dopo Manai sfida il sole


per andare a casa del cognato in lutto.
Nicolina è sua nipote. Ma si arrischia
soprattutto perché la notizia della
nuova lettera è corsa di bocca in bocca,
e lui vuol vederla con i suoi occhi. È
stato sveglio ad almanaccare tutta la
notte e crede di aver trovato una
soluzione. La soluzione è smettere di
difendersi, e attaccare. Cosí Ponziano
Patteri, da parte e per conto del «piú
ricco del paese», si è già messo in
viaggio per Elíni. Una visita a Redento
Marras, che con la famiglia Stocchino
ha vincoli di Olio Santo.
Ma adesso, alla luce del sole, e in
compagnia solo del figlio Luigi, ecco
Giacomo Manai che bussa a casa di
Giovanni Bardi. Senza nemmeno
guardare supera la camera ardente dove
le donne stanno leggendo la vita a
Nicolina la mite.
Giovanni Bardi con gli occhi rossi lo
segue in cucina. Stringiti la testa, dice
Manai al cognato afferrando la lettera
di Stocchino con mani tremanti, smetti
di piangere, che adesso è arrivato il
momento di fargliela pagare. Bardi
guarda il vecchio come se non capisse
quello che dice, eppure dice qualcosa di
assolutamente semplice. Quello che gli
resta incomprensibile, tuttavia, è il fatto
che la figlia morta non sia stata una
ragione sufficiente per colmare la
misura, ma quella lettera sí.
Bisognerebbe spiegare al padre
sconsolato che nella personale
cosmogonia di Giacomo Manai sa bida
è satellite, sa robba è pianeta. A
Giovanni Bardi resta solo il frammento
del dubbio, per il resto ascolta.
Facciamo come dico io, sta dicendo
Manai…

Ponziano Patteri arriva a Elíni che si


sta facendo notte. Redento Marras lo
accoglie in casa e gli offre fave e lardo e
pane d’orzo. Patteri mangia in silenzio
vuotando il piatto e trangugiando vino
agreste, con una smorfia butta giú
boccone e vino, poi si asciuga le labbra.
– Redé, guarda che la situazione cosí
non può continuare… – attacca.
Redento Marras neanche si muove.
Nell’arco è la pietra di paragone, nella
tanca è il recinto che abbraccia le bestie,
nella terra è la radice che filtra le
piogge, nel fiume è l’estuario che sfoga
a mare.
Eppure non si muove.
A Ponziano Patteri mandato da
Manai non riesce a rispondere. È una
storia senza uscita, e verrebbe da
discuterne se non fosse che si sta
parlando di nulla, si sta parlando di un
precipizio.
– Io non posso fare niente. Niente, –
chiude Redento Marras.
– Fallo venire qui, – consiglia Patteri.
– Li facciamo incontrare qui da te e
vediamo di mettere a posto le cose. Di
te si fida, li mettiamo di fronte e li
facciamo ragionare da uomini, ognuno
col suo carico…
– Qui no, – corregge Marras. – A Sa
Muddizzi.
– A Sa Muddizzi, – conviene Patteri.

Siamo al 14 maggio 1923. Sono due


settimane che Patteri e Marras lavorano
per l’incontro chiarificatore. Tutto è
stato detto: che Manai è disposto ad
accordarsi e Bardi pure; che Samuele
vuole il nome di chi ha ucciso suo
fratello Gonario; che da Cagliari offrono
grandi opportunità ai reduci decorati;
che Manai e Bardi si impegnano a fare
una colletta per pagare il corrispettivo di
ventimila lire, che è la taglia che pende
sul capo di Samuele. E chiudere il
contenzioso.
Sa Muddizzi è un podere assoliato,
posato nel fianco del colle esposto a est,
un territorio brullo ma ricco di buon
pascolo.

Samuele si veste per tempo, fuori è


ancora buio. Dal corpo del bosco arriva
un passo umano. E quello Samuele lo
riconosce sopra tutti. Non è il passo
sospeso di Mariangela, non è il passo
deciso del cacciatore, né quello
guardingo del soldato. Ma di maschio si
tratta: questo lo capisce dal suono secco
della foglia che si frantuma. Cosí,
muovendosi in quel territorio che
conosce come se stesso, si trova alle
spalle di un uomo. Quando lo afferra
per il collo l’uomo sembra sollevato.
– Sono io, – dice soffocando un urlo.
Samuele lo guarda, sa di conoscerlo,
lo sa bene, ma non si ricorda dove l’ha
visto.
– Rubanu. Rubanu di Ulassai.
Eh, lui non se lo può dimenticare che
Samuele gli ha salvato la vita quando
era a un passo dal plotone di
esecuzione. Cosí ha deciso di fare
quello che sta facendo, e quello che sta
facendo è metterlo in guardia. Samuele
non lo sa, ma sono quattro giorni che i
carabinieri hanno arrestato Redento
Marras, e non sa che Ponziano Patteri,
bevuto come san Lazzaro, ha confidato
che all’incontro a Sa Muddizzi, Samuele
troverà solo piombo. Non sa che da
quando si sono messi la camicia nera
Manai e Bardi possono contare su un
appoggio molto in alto, a Cagliari
addirittura. Lui non lo sa come sono
cambiate le cose, perché le cose
cambiano un poco tutti i giorni.
Samuele ascolta. Rubanu lo guarda,
non riesce a capacitarsi che il destino
grande dell’uomo che ha davanti si sia
divertito fino al punto da renderlo una
belva braccata.
Comunque Samuele a Sa Muddizzi ci
va. Rubanu lo segue facendo fatica a
tenere il suo passo. Quando sono a una
certa distanza, Samuele dice a Rubanu
di non avanzare. Rubanu dice che ha
fatto trenta e può fare trentuno, dice
che ha un debito troppo grande con lui,
dice che con la doppietta è bravo. Ma è
proprio per questo che deve fermarsi,
spiega Samuele: se loro aspettano me,
non aspettano te, e se ci vedono
insieme si mettono in guardia. Rubanu
gli dice che gli copre le spalle. Cosí
Samuele avanza da solo. A pochi passi
dal muro a secco Ponziano Patteri gli si
fa incontro.
– Redento Marras? – chiede
Samuele.
Patteri cade dalle nuvole. – Lo stiamo
aspettando anche noi, – dice. – Ma
ancora non si è visto.
Samuele prende respiro come per
rispondergli, e invece dall’interno della
mantellina militare punta il fucile e gli
spara, a bruciapelo, in pieno petto.
Ponziano Patteri spalanca le braccia
quasi volesse prendere il volo e, in
effetti, vola all’indietro, come se la
scarica di piombo che l’ha investito
fosse una raffica di vento. Cade a terra
con un tonfo pieno, ha fisso in faccia lo
sguardo patetico di chi non ha fatto in
tempo a capire che cosa gli è successo.
Dal retro del muro a secco parte una
scarica di pallettoni, poi ancora, poi
ancora…
Luigi Manai imbraccia il fucile e
grida:
– Pudessiu… Fizzu ’e bagassa!!!
Samuele sente il piombo che gli
scarnifica un fianco, è come lo strappo
di un flagello. Si china per prendere
fiato, ma i famigli di Manai sparano
all’impazzata. È una pioggia, un
temporale. Samuele alza una mano
quasi a ordinare agli spari di cessare:
una pallottola gliela trapassa. Poi si
butta a terra correndo tra la macchia, al
secondo passo capisce che sta
trascinando una gamba. Gli uomini, e
su mere Luigi Manai, lo inseguono
incoraggiandosi a vicenda come se
pregustassero la fine di tutto.
Rubanu sente da lontano gli spari e
comincia a correre: è possibile che
Samuele la volpe stia portando verso di
lui la muta di cani arrajolati, e allora gli
va incontro. Ma non è cosí, col respiro
rotto e lo sguardo appannato Samuele
capisce che la sua decisione di
affrontare un pericolo che conosceva
nascondeva il desiderio che tutto
finisse.
L’idea d’essere arrivato alla fine lo fa
correre con piú entusiasmo. I famigli e
Manai invece corrono perché sanno che
se Stocchino s’infila nel fitto della
foresta poi non è piú possibile stanarlo.
Ma non sanno che l’idea di Samuele
adesso è solo rendere piú difficile
l’inevitabile. Cosí corre, non sa
nemmeno lui come. Corre.
Corre.

Quella mattina Mariangela si alza dal


letto con un senso terribile di nausea.
Ha fatto pochi passi nella stanza che
sente qualcosa colarle fra le cosce. È
qualcosa che ha una consistenza
gelatinosa e calda. D’impulso si asciuga
con i lembi della camicia da notte. La
stoffa si macchia di rosso cupo, ma non
è sangue mestruale, è come
sanguinaccio rappreso. Sono quattro
giorni che un’astenia tremenda la tiene
a letto. Sono quattro giorni che non ha
notizie di Samuele. Quando chiama
aiuto non si è nemmeno accorta che è
caduta a terra.

Corre… Luigi Manai ha lo sguardo di


chi sta decidendo la sua vita e il suo
avvenire. Piú che vederlo, sente l’odore
di Stocchino che fugge curvo fra i
lentischi, a tratti spara verso l’ombra di
lui, ma qualcuno da dietro gli grida che
la smetta di sprecare colpi.
Samuele pensa che sono quattro
giorni che non ha notizie di Mariangela.

Rubanu disorientato si guarda


intorno, ora che la boscaglia s’infittisce
la sua preoccupazione è che gli spari
vengano deviati dalle rocce affioranti.
Sente urlare davanti a sé: dicono di non
sprecare pallottole. Dicono che
Stocchino si sta mettendo in trappola.
Infatti lo sanno bene, la corsa di
Samuele finisce davanti al crepaccio.
Una fenditura stretta che lui riconosce
immediatamente, ci è stato per quattro
giorni quando aveva sette anni.
Ora sono fermi l’uno di fronte
all’altro, Luigi Manai e Samuele
Stocchino. Manai ha la bocca che gli
trema, non riesce a credere di aver
arregrato a Stocchino, non riesce a
credere di potergli parlare a quella
distanza. Samuele sente il baratro che
gli solletica le caviglie. Ora ti sto
sparando, sta biascicando Luigi Manai,
ha una paura in corpo che lo divora. Ha
lo sguardo folle di chi sta per morire di
colpo, ti uccido, continua, ma la voce è
ridotta a un fischio. Samuele lo guarda,
pensa al vuoto dietro di lui, con un
movimento impercettibile sposta un
piede all’indietro, se fa mezzo passo non
ci sarà terra a sorreggerlo.
I famigli di Manai gridano che spari,
per Deus! Ma la bocca di Luigi si è
piegata in una smorfia trattenuta, sente
il sangue che gli si gela addosso, sente
gli occhi di Stocchino che guardano
oltre di lui. Nei pochi secondi che dura
questo fronteggiarsi, Luigi si gioca la
vita.
– Sei morto! – grida ancora una volta.
Ma è una volta di troppo.
Il colpo parte, ma il fucile che spara,
da sotto la mantella, è quello di
Samuele.
Luigi non può capire, lui la guerra
non l’ha fatta. Prima che i famigli si
rendano conto che Luigi è stato
spazzato via dal colpo, e che devono
sparare a loro volta, Samuele si butta
nell’abisso.
Straniti, si sporgono verso il vuoto:
del corpo di Samuele non c’è traccia.

Lo sguardo del dottore dice tutto. Ma


rivolgendosi a Mariangela, con la bocca,
sorride. Cosí lei sa, senza ombra di
dubbio, che ha i giorni contati.

In paese i famigli hanno notizie di


guerra. Ponziano Patteri e Luigi Manai
sono esposti su un carro come due
cinghiali da rebotta. Samuele è morto.

Rubanu corre col fiato spezzato fino


all’orlo del precipizio e guarda sotto.
Madre Santa, qualcosa si muove sulle
fronde di un grande ginepro che ha
messo radici nella parete della roccia.
IV.
(Terzo seppellimento e
terza resurrezione di
Samuele)

– Dove sono?
– Al sicuro, – risponde Rubanu, – al
sicuro, che mi venga un colpo…
Samuele apre gli occhi. A Rubanu gli
pare di essere testimone di qualcosa che
non si può nemmeno raccontare, lo sa
lui quanto gli è costato tirare fuori
Samuele dal crepaccio. Il letto è
comodo, ma Rubanu vive in una specie
di catapecchia ai confini del territorio di
Ulassai.
– Dae cando so a in oche? – chiede
Samuele.

Dodici giorni senza notizie. Antioca


ha finito le speranze. Cosí si dice che
forse è arrivato il momento di chiudere
gli occhi. Bella come quando andò alla
processione dell’Immacolata, si siede
sulla sedia che era stata di Felice e che è
sempre rimasta davanti al caminetto.
Prima però, presa da un pensiero
improvviso, è andata al baule, l’ha
aperto, ha frugato tra gli asciugamani
buoni in cerca del cuore di Samuele, la
pietra di fiume spezzata che lei aveva
ricomposto con uno spago. L’ha presa e
tenuta stretta nel pugno. Poi,
dirigendosi verso la sedia dov’era morto
Felice, è andata, anche lei, a morire.

Mariangela sta bene adesso, le è


persino ritornato un po’ di colore sulle
guance. E allora si mette in cammino,
lei lo sa che quello che dicono di
Samuele morto non è vero. Non è mai
stato vero. Senza il corpo morto la
morte non esiste. Cosí si mette in
cammino perché lo sa che lui,
dovunque sia, torna, e quando torna
vuol trovarsela vicina. Alla caverna non
c’è segno di vita.

Samuele guarda lo struzzo che


guarda lui dalla pagina del libro
d’illustrazioni zoologiche di Rubanu. È
come un mostro marino, ma di terra.
Cosí è.
Prova ad alzarsi, riesce a stare seduto.
– Doichi dies, – spiega Rubanu.
Samuele si guarda la mano fasciata. Il
fianco indolenzito è fasciato lui pure.
– Proprio l’Inferno non ti vuole,
sergente, – gli dice Rubanu.
L’estate si sta sbolicando fuori dalla
stanza. Le genziane preparano i fiori di
luglio.

Silenzio.

Quando Samuele torna alla caverna


sente che non è solo. Le ferite gli fanno
male, ha portato con sé il libro sugli
animali che Rubanu gli ha regalato.
Sul letto Mariangela sembra che
dorma, ma Samuele la morte la
riconosce subito. Cosí le si distende
affianco e pensa che il giorno in cui
morirà vorrà morire esattamente dov’è
morta lei. La tranquilla lucidità con cui
capisce che ha perso tutto lo spaventa
un poco. Ma soprattutto lo spaventa
tutta la vita che ha davanti.
V.
(Voci e altre voci)

Io l’ho visto Stocchino, quando tutti


dicevano che era morto, e i Manai e i
Bardi e tutti gli amici avevano pagato
una messa e un abito da processione
nuovo per la Madonna ricamato dalle
suore di clausura, e anche gioielli, e
anche una corona d’argento massiccio.
Comunque erano tutti in chiesa a
ringraziare. Io stavo zappando l’orto e
l’ho visto alla luce del sole. Invecchiato,
triste, lo credo che era triste…
Insomma, se ne va con la sua divisa
strappata, sporco, attraversa la piazza e
si mette davanti al portale della chiesa.
Be’, voi dovevate sentire le urla quando
qualcuno dall’interno ha detto che fuori
c’era Stocchino. Subito hanno sbarrato
l’ingresso, e Stocchino senza scomporsi
è rimasto in piedi a guardare il portale
chiuso, poi col piede ha segnato una S
sul terreno e se n’è andato com’era
arrivato. Senza che nessuno facesse
niente.

Io avevo appena incominciato a


lavorare per Manai in quel tempo,
quando dicevano che Stocchino era
morto. Invece altro che morto…
Eravamo tutti in chiesa, e poi saremmo
andati tutti a mangiare, quando dalla
piazza arriva Mundinu che cerca di dire
qualcosa. Il vecchio Manai quasi lo
prende a schiaffi perché non riesce a
fargli dire quello che ha da dire, ma
quello continua a balbettare e nel
balbettamento qualcuno capisce
«Stocchino». Cosí tutti tacciono,
tacciono anche i chierichetti. Tace
anche prete Marci nel bel mezzo del
Gloria. Un silenzio terribile per un
secondo, poi, all’improvviso, le donne
cominciano a tunchiare e ad
abbracciare i bambini: alcune di loro
non uscivano di casa da quattro anni.

Fu come quando gli ebrei che


festeggiavano nel deserto adorando la
mucca d’oro videro arrivare Mosè nel
bel mezzo della festa. Le femmine delle
famiglie guardarono con rimprovero i
maschi. I Dui, i Marcialis, i Secchi, che
erano riusciti a tenersi fuori dalla
disamistade, capirono che, partecipando
a quel rito affianco ai Manai e ai Bardi,
si erano imprudentemente esposti e
compromessi, ma capirono, soprattutto,
che, da quel momento in poi, erano un
nome in piú nella lista della tigre…

Infatti, in piedi in mezzo alla piazza,


prima di andarsene Stocchino gridò
contro il portale sprangato della
Parrocchiale:
– Non uccido nel giorno del Signore.
Ma ce ne sono altri sei di giorni, state
attenti… Tutti vi ho guardato, e
conosco nome e cognome di tutti, e
questi tutti devono conoscere il
Confetto che gli regalo!
Quando arrivarono i carabinieri di lui
non c’era piú traccia.
Immaginatevi la scena: quell’uomo
ha perso tutto. Fa il bersaglio, ma
quanto piú si espone tanto piú sembra
imprendibile. Dentro all’aura
d’immortalità vive come dentro a una
corazza. Nel periodo in cui era sparito,
custodito e aiutato da Rubanu, in paese
c’era stata l’euforia di un incubo che
finisce. Le storie si erano accavallate alle
storie. I famigli della spedizione a Sa
Muddizzi hanno millantato un
cadavere che non hanno visto, ma che,
forse, hanno voluto vedere; comunque
hanno pensato che dal precipizio in cui
era caduto, Stocchino non poteva
tornare. Perciò Manai aveva ripreso a
farsi vedere in piazza e i paesani
avevano ricominciato a ossequiarlo,
tanto piú che adesso portava la camicia
nera, e anche lí, in quel buco estremo,
la camicia nera contava qualcosa. Nei
due mesi in cui si credette Samuele
definitivamente, incontrovertibilmente
morto, qualche mezzadro cominciò a
zappare i terreni lasciati a se stessi per
anni e a potare olivi ormai ridotti a
olivastri e a rimettere in piedi filari di
viti abbandonati al loro destino.
Ai bambini nati e cresciuti in cattività
si mostrava per la prima volta il paese
fuori dal cortile fortificato. L’entusiasmo
delle donne al mercato o al lavatoio era
quello di bambine che vedevano il
mondo per la prima volta. Arzana
metteva la benda bianca, quella da
sposina.

Ma la ricomparsa di Samuele in
piazza mette la parola fine a tutto
questo inizio. Anzi dà il via alla
«stagione terribile». Ora che si sono
spezzate le convenzioni, con Antioca
sepolta e non pianta, con Mariangela
morta e pianta fino alla fine delle
lacrime, Stocchino è carne viva.
La sapienza antica queste cose le
capisce bene, per questo ognuno di
quelli che erano in chiesa quella
domenica s’ingegna per far sapere che
lui con i Manai e con i Bardi non ha
nulla a che fare. Solo il giorno dopo
quattro persone vengono trovate morte
al podere Mortu S’Omine, mentre,
ignari di quanto era accaduto in piazza
il giorno prima, lavoravano alla vigna
grande. Sono due del paese ma anche
due del Continente, che Mussolini
aveva spedito in Sardegna per vedere se
si poteva correggere la propria fame con
la fame altrui. Il mercoledí successivo
nella provinciale trovano la morte un
cugino primo della nuora di Bardi e
Venerio Dui, che aveva avuto il torto di
trovarsi in chiesa tre banchi dietro
quello di Giacomo Manai. La taglia
cresce: sono sessantamila, adesso. Ma
quella taglia per il non morto non fa
gola a nessuno.

Ristabilita la regola del terrore, la sola


che conosca, Stocchino, pazzo di
solitudine, vuole pensare al futuro. Ha
due fratelli sconosciuti spostati fin da
bambini nell’oristanese da parenti
lontani, ha Genesia che, lasciato il
lavoro dal notaio, è andata a servizio da
un dottore a Sassari, che è l’altro
mondo.
La casa vuota è rimasta in balia delle
muffe e dei venti perché il legittimo
proprietario non ha cuore, né fegato, di
pretenderla.

Cosí cominciano a vederlo


dappertutto: nei conventi vestito da
suora, nei boschi nudo come il primo
uomo, alle fonti mentre si abbevera con
le bestie, agli incroci mentre aspetta il
nemico. Ai bambini che non dormono
si dice che arriva la tigre. Sette omicidi
nel ’25. Sempre a un passo dalla cattura,
sempre impossibile da catturare.
Samuele non è vivo, chi lo prendesse
scoprirebbe che quell’involucro di nervi
e muscoli è un corpo vuoto. Chi l’ha
guardato negli occhi ha visto lo sguardo
vacuo, distante, del carnefice.
Chi sa le cose dice che alla fine alcuni
facoltosi della zona approfittarono della
situazione per ingraziarsi Stocchino e
incamerare parte dei beni dei suoi
nemici. Chi sa le cose dice: ragionate…
Secondo voi, Stocchino, da solo, poteva
fare tutto quello che ha fatto?

Ma come ha scritto quel poeta:


Como nessi no tenzo s’orriolu
de dare attentu a sa tanto istimada:
de cussa razza de sos traitores
devo distruer manoos e minores.

A sua eccellenza il prefetto Gandolfo


pare di udire una lingua che non è una
lingua. Chi parla in questo modo è
sicuramente pericoloso. Al suo
assistente con i baffetti, invece, pare di
leggere i resoconti ciceroniani sui pelliti.
– Vuole dire… – spiega, – che libero
dagli affetti ora è libero di colpire senza
temere ritorsioni.
Il prefetto guarda l’assistente. Questo
sergente impazzito comincia a creargli
problemi con Roma. Ma la questione
dell’ordine pubblico pare sotto
controllo.
– Attiviamo le milizie, – ordina.

Il ’26 è una lista di cadaveri. L’anno


siccitoso si porta con sé la lotta per la
sopravvivenza, che vuol dire uccidere
prima di essere uccisi. Chi non è stato
previdente, chi non ha ammassato
viveri, nell’anno ’26 sente la fame che
bussa.
La taglia di Stocchino è salita a
centocinquantamila lire, piú alta di
quella altissima de su nanu Santino
Succu che è di centomila. La fame fa
temerari. I fratelli Dui, Cosma e
Damiano, gemelli manco a dirlo, con
l’intenzione di trattare con Stocchino lo
attirano in una trappola a cui sfugge
grazie a un carro che lo ripara. La tigre
immortale fa scempio dei gemelli solo
tre settimane dopo. Alla domanda del
perché ce l’avessero con lui, prima di
ucciderli, Stocchino si sente rispondere
che la sua taglia li avrebbe salvati dalla
bancarotta. E allora la morte dei gemelli
diventa come un teatro della morte. Le
membra strappate dal busto dei due
giovani vengono sparse per tutto il
paese. Nessuno osa raccoglierle. Sulla
mano di uno dei due un biglietto:
In paga di quello sangue che mi ho versato per
vostra mano io vi condanno a morte
tremenda.
Mi firmo e sono sempre Stocchino Samuele.

Poi ancora il calzolaio che s’impicca


per non morire assassinato e le milizie
fasciste gabbate. Poi ancora il delitto
Marcialis che Stocchino rivendica
nonostante sia stato scagionato.
Macelleria.
Ma quando, agli albori del ’27,
Nuoro diventa capoluogo di provincia,
quando Ottavio Dinale, il primo
prefetto della Sardegna interna,
s’insedia nel suo palazzotto appena
costruito, quando la Deledda diventa la
scrittrice universale, ma resta Cassandra
in patria, allora le cose devono
cambiare: Mussolini in persona ha
promesso che sarà il Fascismo a scrivere
la parola fine nella storia del
brigantaggio in Sardegna… Quindi a
teatro si risponde col teatro:
duecentocinquantamila lire a chi
consegnerà Stocchino Samuele da
Arzana vivo o morto.
Quinta parte

… alto
compiacimento e
vivissimo elogio

E d’un tratto
sono davanti a un
gran vuoto e vedo
due uomini
rotolarsi per terra.
J. GIONO, Due cavalieri nella tempesta.
Controfigura

«Voglio, come Prefetto e come


Fascista, per la responsabilità della mia
funzione e della mia missione, per
l’amore della Vostra terra, far uscire
dagli antri tenebrosi le malefiche forze
del delitto, per distruggerle; voglio che
attorno al delitto non si formi piú la
spudorata leggenda di un perverso
eroismo; voglio che sia soppressa ogni
forma di favoreggiamento attivo e
passivo, innestato alla triste solidarietà
che deformò o distrusse ogni
elementare senso morale. Un eroismo
ha da trionfare, il nostro, dal Prefetto al
Carabiniere, dal Milite al Cittadino;
andiamo verso l’epilogo…»
(Ottavio Dinale, Primo Prefetto di Nuoro capoluogo,
Manifesto appello alle popolazioni della Provincia, 10
luglio 1927).
I.
(Dove si racconta di una
partenza improvvisa)

Salvo per miracolo. Salvo per


miracolo. Madre Santa. Vergine di Dio.
Beatissime tutte le anime del
Purgatorio.
Si piegò in due, con entrambe le
mani artigliate alle ginocchia, per
respirare. Durante la corsa era riuscito
persino a pensare a una storia da
raccontare se fosse stato scoperto. Una
storia di quelle da cinematografo:
«Stiamo calmi, non lasciamoci accecare
dall’apparenza, – avrebbe detto, –
l’onore di donna Isabella, contessa e
sposa bambina, è intatto: avevo
promesso d’impartirle lezioni di
scherma, e, sul mio onore, ho giurato di
mantenere il segreto...» Lei avrebbe
confermato di fronte al vecchio marito
sul viso del quale sarebbe scomparsa la
rabbia e apparsa la figura del dubbio.
Una donna che voleva apprendere i
rudimenti della scherma... Brutto film,
senza considerare che mai si era vista
l’ombra del dubbio disegnarsi sul volto
ottuso da mastino del conte Olivieri.
Saverio Políto, nel fiore della sua
virilità, della sua intemperanza, si era
appartato da solo con una donna
sposata... E sposata bene, contessa
niente meno, e contessa Olivieri
Torrependente. Moglie bambina dello
scendiletto del Duce, come chiamavano
il conte nei corridoi.
Correndo nell’aranceto Saverio finí di
allacciarsi la camicia. Il tempo era volato
tra le braccia di donna Isabella, ma
l’orecchio era rimasto vigile. Un attimo,
solo un attimo di ritardo e il conte in
persona li avrebbe colti sul fatto.
Rise Saverio Políto, apprestandosi a
percorrere l’ultimo tratto di campo
dietro all’oratorio di Santa Brigida dove
il muro di cinta era combinato in modo
tale che è tutto una porta, come aveva
detto donna Isabella, con l’aria di
essersi lasciata sfuggire
involontariamente quell’informazione.
Poco piú in là, al coperto, garantito
dal silenzio di massai muti di quel
mutismo che solo il tintinnio delle
monete sa provocare, avrebbe raggiunto
la sua automobile.
Alla porta del casolare bussò tre
volte, poi altre due, poi un’ultima. La
donna corse ad aprirgli mantenendo il
capo chino.
– Del vino! – ordinò Saverio,
appoggiando il cappello a una
cassapanca. La donna corse alla brocca.
– Non vi aspettavamo cosí presto,
Eccellenza, – si scusò la donna. – Rino è
corso a preparare l’automobile.
Saverio distese il braccio offrendo la
tazza ad altro vino. Rino entrò in cucina
da un ingresso secondario, era sudato e
teneva il cappello in mano. – Tutto
pronto, Eccellenza, – sussurrò
deferente.
– Bene, – disse Saverio recuperando
il cappello. Apprestandosi a indossare i
guanti fece cadere sei monete sul
tavolo.
La donna si slanciò a recuperarle,
quasi che perdessero di valore se
lasciate per troppo tempo sul piano di
legno. – Sempre a disposizione,
Eccellenza, sempre a disposizione, –
reagí constatando che l’offerta era stata
piú alta del previsto, piú alta dell’ultima
volta.
Ma Saverio non stava a sentire
benedizioni e ringraziamenti: il guanto
sinistro non si trovava. Con occhi
inquieti fece un giro del rozzo
pavimento della stanza. Il guanto non
c’era. L’uomo e la donna stettero a
guardarlo non osando chiedere che
cosa stesse capitando.
– Il mio guanto, – disse lui
improvvisamente, con un tono di voce
che aveva perso tutta la sicurezza di
poco prima. – Devo tornare indietro... –
continuò parlando a se stesso.
Ripercorse il tratto di strada che
l’aveva portato al casolare con lo
sguardo incollato al suolo. Si trovò di
fronte alla breccia sul muro di cinta
della villa di campagna del conte
Olivieri. Attraversò l’aranceto fino alla
serra. Scavalcò la pergola soffocata
dall’edera fino a raggiungere il balcone
della camera della sua amante…

Il mattino dopo Ninetta entrò nella


stanza. Con una leggera pressione della
mano sulla spalla lo richiamò alla vita.
– Vostro padre, – sussurrò.
Saverio aprí gli occhi. – Che ore
sono? – chiese sorpreso.
– È tardi. Vostro padre ha chiesto di
voi, vuol vedervi subito, – specificò
aprendo le tende per far entrare la luce.
– Il tempo di prepararmi, – disse
Saverio mettendosi a sedere sul letto.
La vecchia baciò il crocefisso che
teneva appeso al collo. – Non è una
buona giornata oggi, – lamentò con un
singulto. – C’è una tale confusione, –
annunciò mentre scompariva nella
stanza attigua. Ritornò dopo qualche
minuto con un bacile d’acqua fumante
e l’avambraccio ingombro di pezze
candide.
Saverio si era messo in piedi,
completamente nudo.
Ninetta posò il catino sul pavimento
e s’inginocchiò per immergervi una
delle pezze. Con movimenti rapidi e
delicati percorse le gambe dell’uomo
con lo straccio bagnato sollevandosi per
arrivare alle ascelle, al collo, al viso;
girandogli attorno per detergere i
polpacci e i glutei e la schiena.
Saverio restò in piedi con gli occhi
ancora socchiusi a godersi il tepore di
quell’umidità sul corpo.
La donna proseguiva nella sua
operazione con un crescendo di
pignoleria. – Sei bello, angelo mio, sei
bello, – sussurrava di tanto in tanto. – È
bello il mio bambino...
Saverio inarcò la nuca stringendo le
palpebre e afferrandole una mano la
costrinse a soffermarsi sul basso ventre.
– Sei qui finalmente! – sbottò il
generale Augusto Políto.
– Il tempo di prepararmi, – si
giustificò Saverio. – Avete bisogno di
parlarmi?
Il generale fece un gesto
d’impazienza agitando la mano per
invitarlo a sedersi. – Perché ti avrei
convocato sennò? Ho qualcosa da dirti,
qualcosa che non ti piacerà: tra una
settimana partirai per la Sardegna!
– Tra una settimana? La Sardegna? –
fece eco Saverio.
– Hai capito bene! Ho ottenuto una
carica per te dal conte Olivieri. Sei stato
nominato commissario speciale del
Duce per la sicurezza in Barbagia. C’è
bisogno di giovani di rango da quelle
parti. Il Duce in persona ha già espresso
il suo parere positivo; prenderai ordini
direttamente da Roma…
– Ma cosí, senza preavviso...
– È un incarico delicatissimo... La
situazione è tale... Arriverai in Barbagia
in incognito.
Saverio si sforzò di restare calmo.
– A quale situazione vi riferite?
Il generale Políto trasse un lungo
sospiro. Alzandosi in piedi andò alla
finestra.
– Sei mio figlio, non userò parafrasi
con te. La pace stipulata a suo tempo
con la delinquenza locale in Barbagia è
stata rotta, gli accordi con i delinquenti,
ai quali mi sono sempre opposto, non
hanno dato i risultati sperati… – disse a
un certo punto senza guardarlo.
A quelle parole Saverio non ebbe
alcuna reazione apparente. – E allora?
– E allora il Duce si è esposto
personalmente affermando che la
Sardegna è in tutto e per tutto territorio
sanato. C’è un problema ed è un
problema grosso…
Saverio Políto strinse le labbra in un
moto d’orgoglio. – E io cosa c’entro? –
disse seccamente.
– Tu lo conosci.
Saverio fissò il padre.
– Il sergente Stocchino Samuele, –
scandí il generale Políto.
Saverio provò immediatamente a
dare un volto a quel nome. – Un
animale, – disse.
– Il tuo compito è stanare
quell’animale, – confermò il generale
senza perdere il sangue freddo. – Non
avrai alcun limite.
– Se le cose stanno in questi termini
partirò. Posso andare ora?
– Un’altra cosa, un’ultima
avvertenza: fa’ una vita ritirata per
questa settimana, meno ti si vedrà in
giro meglio sarà!
– Sono agli arresti in casa mia?
Il generale scosse il capo non
riuscendo a trattenere una risata. – È
un buon consiglio del conte Olivieri, al
quale mi associo calorosamente…
II.
(Dove si racconta di un
malinconico arrivo…
e di qualche trama locale)

A Saverio Políto la Sardegna fa


l’effetto di una balena nera immobile
invasa dalle alghe, è il carapace
melmoso di una tartaruga di mare, è
nera piú nera dell’acqua nera. Per sedici
ore la nave è scivolata su una distesa
gelatinosa e verdastra. E ora eccola lí,
l’isola.
Dopo la guerra soffre i posti chiusi, e
quella traversata lenta gli pareva non
potesse portare in nessun luogo. Cosí ha
trascorso buona parte di quelle sedici
ore sul ponte a guardare con quanta
fatica lo scafo fendeva quel mare
semisolido.
Lui un inverno cosí tragico non l’ha
mai visto, nemmeno al fronte, non ha
mai visto una luce tanto incongrua.
La luna bassa, piena di sé, gli
stampava, dallo zigomo alla mascella
malrasata, il cuneo nero dell’ombra del
naso. E lui lasciava fare. Quel naso, e la
mascella, erano il bello del suo viso,
perché gli occhi, per esempio, piccoli e
ravvicinati, se ne stavano rintanati
dentro le orbite profonde
perennemente oscurati dalle creste
rocciose delle arcate sopraccigliari. E la
bocca era un filo talmente sottile che le
labbra congiunte gli segnavano, a due
dita buone dalle narici, una crepa
orizzontale schizzata a matita.
Pareva di navigare un corso d’acqua
d’Amazzonia, cosí come l’avevano
descritto i temerari che avevano
affrontato quell’ignoto: aria verde di
fronde che si spingono talmente in alto
da schermare il cielo. È difficile
respirare, perché in quel mare d’acqua
dolce, come in questo d’acqua salata,
non c’è aria. Il cuore gli batteva in petto
che poteva sentirlo nelle orecchie.
Qualche volta, da bambino, si era
sentito in quel modo.

C’è un odore terribile al porto. Odore


di morte e di bestiame e di nafta e di
carbone. Se a Saverio Políto il mare non
è mai sembrato cosí ostile, la terra non
gli sembra meglio. Per tutto il corso del
viaggio verso l’interno il sole ha deciso
di restarsene coperto. Ma il cielo non è
grigio, verde piuttosto, come olio
appena spremuto, e giallo a tratti. Le
nuvole lí non passano. Nel colore totale,
asmatico di quel cielo non volano
nemmeno gli uccelli. Nell’isola del
vento non si leva un fiato, tutto chiuso
in un involucro membranoso.
Per il suo viaggio in Barbagia gli
hanno assegnato un piccolo camion con
un autista locale che ha imparato a
guidare sul Carso, Antonello Cappai da
Buddusò.

Antonello Cappai da Buddusò era la


dimostrazione incarnata di quanto fosse
opinabile il luogo comune sui sardi
taciturni. Quel metro e cinquantatre di
autista, la stessa medesima altezza di
sua maestà, per intenderci, cominciò a
parlare prima di salire sul camioncino.
A lui avevano detto solo che doveva
portare un rappresentante continentale
ad Arzana e la cosa gli pareva
eccentrica: che cosa ci va a fare un
rappresentante continentale ad Arzana?
E rappresentante di cosa, se era lecito?
E dal Continente dove, se era lecito?
Lui in Continente c’era stato quando
era stato richiamato con la ferma del
’97. E quasi quasi piuttosto che al fronte
finiva ad Avezzano, conosceva
Avezzano? Brutto terremoto lí, brutto
davvero… Insomma, stava per finire ad
Avezzano per aiutare i terremotati, poi
all’ultimo secondo un tenente chiede se
a qualcuno interessa entrare nei corpi
motorizzati: Antonello Cappai da
Buddusò non ha la minima idea di cosa
siano i corpi motorizzati, ma alza la
mano, lui è cosí, prima fa e poi pensa. E
infatti lo scelgono e gli dicono di
lasciare il gruppo di quelli che sono
destinati ad Avezzano per guadagnare il
gruppo di quelli destinati ai corpi
motorizzati, a Vicenza. Lui era stato a
Monte Berico, per la precisione a Villa
Clementi, conosceva? E lí aveva fatto la
Scuola superiore di guida per lo Stato
Maggiore, dove gli avevano detto che
sembrava fatto apposta per la guida,
tanto che nel giro di due mesi già
scarrozzava su e giú per il Veneto il
generale Pecori Giraldi. Il che ha il suo
lato comico, perché insomma chi poteva
trasportare un sardo se non Pecori... E
giú risate, l’aveva capito? Aveva fatto la
guerra?
Políto serrò gli occhi, ma siccome la
vibrazione del camioncino gli sembrava
aumentare, li riaprí. Chiese dove si
trovavano, ora il camioncino arrancava
su per una salita leggera. Mont’Albo,
rispose quell’altro. Poi, mostrando il
mare, pronunciò parole sconosciute: Sa
preda bianca, Contone malu, Isterria…
E ancora, salendo verso i monti:
Marreri, Sa e Sulis… e Mamoiada e
via… Davvero un bel posto quello dove
stava andando, l’Ogliastra, ma lo sapeva
lui che in Ogliastra faceva il comodo
suo un bandito terribile? Stocchino
Samuele! Già tremendo il nome, eh?
Conosce? Ma che domanda, scemo che
è… Che ne possono sapere in
Continente, eh, di questo buco?
Comunque non è vero quello che
dicono, che Stocchino ammazzi tanto
per ammazzare, che si lasci servire, lui
fa quella strada da anni e mai un
problema, Stocchino lo sa lui con chi ce
l’ha, lo sa lui…
Ora il cielo si è fatto di tela
grossolana quasi grigioverde. Políto
sente caldo davvero, ma caldo non ce
n’è. È solo che parole e fiato hanno
riempito l’abitacolo saturandolo.
Oppure è semplicemente quella
sequenza di tornantini in salita che il
fante autista Cappai sta affrontando con
disinvoltura, ma senza delicatezza. E
intanto parla… Ma lo sa che cosa ha
combinato quel matto di Stocchino, una
volta? Si è fatto assumere da un
proprietario come lavorante a cottimo,
ma vestito da donna, eh sí… Col
fazzoletto e la gonna e la faccia tutta
liscia proprio come una ragazzina…
Dice che a vederlo cosí vestito nessuno
avrebbe riconosciuto un maschio e
anche sottufficiale decorato, mica uno
di quei maschi che si credono femmine
eh, si spiegava? Ma comunque, quando
si è saputo che lui si presentava per i
lavori a zorronada… che vuol dire «a
giornata», per paura di ritorsioni tutti i
padroni assumevano senza discutere le
lavoranti mascoline, màscrine, come si
dice da noi… E di quella volta che era
stato fermato vestito da zingaro per le
strade di Nuoro e poi mandato via dalla
città con un calcio in culo da un
brigadiere? Be’: quel brigadiere lí la
notte a casa ha trovato un messaggio
scritto nel fascione della fondina,
semplicemente una firma: Stocchino
Samuele… Per non dire di quell’altra
volta che ha incontrato la sua fidanzata
in chiesa vestito da suora, oppure
quando ha confessato il suo nemico
giurato sostituendosi al prete… Eh.
Questo Stocchino è brulleri…

Saverio la parola «brulleri» la capisce,


ma la capisce a modo suo. Ce l’ha
davanti, il volto immalinconito del
caporale Stocchino quando sta per
colpire: quello sguardo quasi sereno,
quasi incoraggiante, ha la cifra di
un’allegria allucinata. Brulleri proprio,
Stocchino Samuele, due guerre alle
spalle. Eh sí.

Comunque se Dio vuole si arriva ad


Arzana. Che non sarà il centro del
mondo, ma almeno ha una parvenza di
civiltà. Sembra incredibile che in mezzo
a tutta quella vegetazione e
quell’asprezza ci sia stato, in tempi
remotissimi, un nucleo di umani che
abbia deciso di trattenervisi. Non c’è un
fiume, qui, e per trovare terra
coltivabile bisogna scendere a valle
oppure strappare spazio alla roccia viva.
Il mare è vicinissimo ma l’aria non è di
mare. L’aria, dunque, Saverio Políto se
la respira tutta mentre si sgranchisce le
gambe.
Il fante Cappai adesso sta chiedendo
se c’ha già pensato a un posto per
abitare, e poi sta dicendo che suoi
lontani cugini conoscono una signora
che affitta stanze, una vedova, una casa
grande pulita…
III.
(Dove si racconta di Nuoro
capoluogo, che barra questi
nuoresi… e anche un’altra
storia di scarpe)

Yo la quería con toda el alma.


– Senza mai staccare i piedi da terra.
Eh, maresciallo, lei li stacca.
Es tan grande el dolor, que no puedo
llorar!
– Piano e non si guardi i piedi.
– Ah, diavolerie.
Donde estás corazón, non oigo el tu
palpitar…
Il maresciallo Palmas si liberò
dall’abbraccio dell’appuntato Butto.
Hipólito Lázaro continuava a cantare
come se soffiasse in una cannuccia. A
Palmas, a dirla tutta, quel Lázaro non
era nemmeno mai piaciuto, lui stava
dalla parte di Caruso. Che era acqua di
fonte. Butto lo guardò.
– A me questo Lázaro non mi piace
nemmeno, – disse il maresciallo.
– Ci vuole pazienza, – disse Butto.
– Forse con una bella donna, – scosse
la testa il superiore.
Butto raggricciò le labbra. – Con
rispetto, – disse, – ma se ci fosse stata
una bella donna… non ci sarebbe stato
bisogno d’imparare il tango, no? E poi
lei non segue: uno, due, tre, quattro…
– prese a ballare tutto solo l’appuntato.
Nel corridoio dell’ex convento, ora
caserma dell’Arma dei Carabinieri di
Arzana, la voce di Lázaro sembrava
proprio quella di un resuscitato che
aspetti l’apertura del sacello.
La quería yo tanto y se fué para no
retornar.
Ma tutto: il fruscio dei passi, la voce
pigolante del vecchio tenore, il tono da
baritono del maresciallo, tutto, tutto
rimbombava appena si alzava verso il
soffitto e rotolava sulle volte
presuntuose a crociera. Presuntuose e
imprecise di calce grassa, perché
l’intenzione era buona, ma non c’era
stato tempo per le rifiniture nel vecchio
convento ora caserma.
Cosí, stretti pancia a pancia, il
maresciallo e l’appuntato si muovevano
a tempo.
– Notizie non ne abbiamo, non
ufficiali perlomeno, – disse l’appuntato,
riprendendo un discorso interrotto.
– Quel continentale che abita dalla
vedova Cocco?
– Granaglie e sementi, – sintetizzò
l’appuntato. – Cosí perde il tempo,
maresciallo, stava andando bene…
Il tango rimbalzava nel bianco
accecante delle volte. A Palmas questo
tango faceva l’effetto di una donna di
cui si deve diffidare, ma lo stesso
andava avanti, cercando di mantenere il
passo imposto da Butto.
– Se ci mandano un commissario
speciale da Roma lo devo sapere, –
sussurrò il maresciallo.
L’appuntato si prese il tempo che
occorreva per finire la piroetta. – A noi
magari non ci avvertono, ma a Nuoro lo
dicono di sicuro.
– Eh, – si scompose il maresciallo,
perdendo il ritmo. – Cosa si credono a
Nuoro, che ora che sono diventati
capoluogo per via di quella bagassa di
Grazia Deledda, li informano da Roma?
All’appuntato scappò da ridere. – Ha
sentito che premio che ha preso,
altroché bagassa, – commentò.
Il maresciallo non aveva intenzione
di farsi distrarre, stava continuando a
ballare nonostante il disco si fosse
interrotto da tempo.
– Bene cosí, – lo incoraggiò
l’appuntato. E quasi sembrava che
l’assenza di musica fosse determinante
per non far perdere la concentrazione al
maresciallo.
– No, non lo so che premio è, –
constatò all’improvviso. – Che premio
è? – chiese esplicitamente vedendo che
l’appuntato non reagiva.
– Roba grossa, – disse l’altro. – Dice
che ne parlano in tutto il mondo.
– Allora vorrà dire che noi non ci
siamo, nel mondo, – concluse il
maresciallo. – Perché io non ne ho mai
sentito parlare.
– Cosa vuole che ci dicano a noi,
marescià, e adesso chi li sente questi
barrosi di nuoresi che se non gli bastava
la barra che avevano prima… Se da
Roma mandano il commissario speciale
c’avranno anche le loro buone ragioni,
dopo quello che è successo a Seui
l’aprile scorso...

Dice che Stocchino aveva bisogno di


un paio di scarpe nuove. Ma in paese
non ci poteva mettere piede perché non
aveva voluto cercare un accordo con i
fascistoni locali. Altri latitanti l’avevano
fatto e potevano permettersi di tornare
a dormire con la moglie anche se
stavano bandiando.
Quello che non avevano capito della
tigre era che lui stava combattendo una
battaglia con se stesso. A Samuele non
si poteva dire che un patto col governo
era conveniente per tutti. Per lui la sola
cosa conveniente era pacificare la rabbia
che si sentiva addosso. Ma questo non
si può spiegare. Cosí, senza sapere
nemmeno come, era diventato il
nemico numero uno. O meglio: «come»
si sapeva benissimo, ed era per via che
le persone minacciate da lui si erano
nascoste dietro la camicia nera e dietro
la camicia nera si era nascosta ogni
bruttura possibile, come polvere sotto al
tappeto.
Per Roma Stocchino era esattamente
come il Nobel alla Deledda per il
maresciallo Palmas: meno di niente. Ma
diventava qualcosa se diventava
simbolo. Manai, Bardi e gli altri si
nascondevano in casa, ma avevano
amici potenti a Nuoro, che avevano
amici potenti a Cagliari, che avevano
amici potenti a Roma. E allora quando
un nome si fa, quando si pronuncia,
vuol dire che comincia a esistere. E se
quel nome si fa nell’ufficio di Benito
Mussolini e per giunta alla presenza di
Benito Mussolini, vuol dire che si è
passati da niente a tutto. E un sergente,
per giunta, un reduce della Grande
Guerra decorato, per giunta.
E allora a Seui Stocchino conosce un
calzolaio che è persona affidabile. Come
fa lui, lo sveglia in piena notte, e quello
si alza immediatamente per prendergli
forma e misura. Ha piedi delicati sottili
e bianchi, atrocemente puliti. E gelidi.
Prima di disturbare il calzolaio, Samuele
è andato alla fonte del paese per lavarsi
e cambiarsi le calze. Il calzolaio lo sente
tossire, mentre gli tocca i piedi minuti,
cerosi, da morticino. Visto alla
fiammella della candela ha un aspetto
da ragazzo, con quella barbetta rada che
proprio non cresce. Ha uno sguardo
concentrato e triste come di uno che si
sforza di trattenere il pianto. Ha gli
occhi cerchiati di rosso come uno che
sia roso da una febbre continua. Cosí
forma e misure sono prese, e nel giro di
una settimana i cusinzos saranno
pronti. Stocchino chiede quant’è, il
calzolaio risponde niente. Niente non
esiste, dice Stocchino, se ha un nome
vuol dire che è qualcosa, quindi dica
quanto gli deve per il lavoro. Il calzolaio
tiene lo sguardo abbassato e dice che ne
riparlano la settimana dopo… Intanto
gli dà un pezzo di cuoio da mettere
all’interno del suo scarpone bucato che
per una settimana tiene e almeno non
gli entra l’acqua.
Ma a Samuele quel discorso dei soldi
non gli è piaciuto per niente, e non gli è
piaciuto che il calzolaio ha tenuto
sempre lo sguardo basso, che non era di
paura, lui ha imparato a sentire l’odore
della paura addosso alle persone, no,
quello del calzolaio non era non
guardare di paura, ma di vergogna. Cosí
tra sapere e non sapere Samuele si
ferma a pochi metri dalla casa del
calzolaio, passano cinque minuti sí e no
e lo vede uscire. Nella notte
silenziosissima si reca al tzilleri. A
Stocchino basta niente per sembrare
qualunque cosa, cosí prende una
mastruca da un carro poco fuori dalla
bettola, s’incappuccia ed entra. Ora al
calzolaio gli respira addosso, ma lui è
preso a parlare con un giovanotto in
camicia nera. Samuele, che potrebbe
sentire quello che si dicono, fa conto di
non sentire niente perché a lui queste
cose fanno male. Cosí esce dal tzilleri
con una malinconia addosso terribile.
Ha con sé una camicina di Mariangela,
se la porta al naso per sentirsela nei
polmoni.
La settimana dopo a ritirare le scarpe
non ci va nessuno. Due carabinieri e
due miliziani in camicia nera sono
appostati ai quattro angoli del cortile
della casa. Si sente un rumore, tutti si
mettono all’erta, caricano i fucili, ma è
solo un bambino. Il bambino entra in
bottega e senza dire niente consegna al
calzolaio un biglietto. Si fa dare anche
due sisini per la commissione come gli
ha detto l’uomo che gli ha dato il
compito di portare quel messaggio.
Quando il bambino va via il calzolaio
rimane solo col foglietto, lo guarda
senza aprirlo, immagina bene che porti
segnata la sua condanna a morte e
comincia a tunchiare. I lamenti del
calzolaio si fanno via via piú terribili,
dall’esterno carabinieri e camicie nere
capiscono che qualcosa sta succedendo,
ma hanno un attimo di esitazione
perché è veramente impossibile che
chiunque, oltre al bambino, sia passato
non visto. Quando i quattro
s’incontrano al centro del cortile i
lamenti del calzolaio si spengono. Cosí
entrano nella bottega e lo trovano
impiccato che ancora i nervi delle
gambe lo fanno scattare come se fosse
una marionetta. Sul foglietto, finito ai
suoi piedi, con una calligrafia aguzza c’è
scritto: Lo fai tu o lo faccio io?

– E comunque il commissario
speciale te lo dico io a cosa serve, –
disse ancora sovrappensiero il
maresciallo Palmas. L’appuntato Butto
si staccò da lui quasi che quella
posizione da lezione di ballo rendesse
qualunque confidenza piú scandalosa.
– A cosa serve? – richiese a un certo
punto vedendo che il maresciallo non si
decideva a concludere.
– Serve a riportare a Roma la taglia,
prima fanno i barrosi e poi si pentono…
– Il fatto è, marescià, con rispetto,
che a Stocchino gli possono mettere
addosso tutte le taglie che vogliono, che
tanto nessuno c’ha il fegato di
denunciarlo.
Il maresciallo approvò, e come non
approvare un’evidenza che durava da
dieci anni…

Insomma, erano dieci anni che


Samuele Stocchino riusciva a sfuggire a
chiunque cercasse di catturarlo. E
nemmeno una taglia spaventosa, la piú
alta mai offerta per un bandito, aveva
aiutato. La leggenda d’immortalità si
era trasformata in certezza assoluta. Per
tre volte almeno era stato dato per
morto e sempre era ricomparso.
Sempre. I possidenti locali le avevano
provate tutte, ma il risultato era stato
che alcuni di loro avevano dovuto
vendere i propri beni, altri asserragliarsi
in casa.
Cosí l’arrivo improvviso del
rappresentante di sementi non passò
inosservato.

Il ragazzo lo precedeva di due, tre


passi. Con falcate sicure prese la strada
centrale attraversando il cortile Bainzu
Pais. S’infilò in una ragnatela di vicoli
fino alla Parrocchiale di San Giovanni
Battista. Saverio Políto lo seguiva senza
parlare. Sarebbe stato inutile chiedere
informazioni al servo dei Manai.
Voltandosi a piú riprese, il ragazzo
controllava che il continentale gli stesse
dietro.
Nel messaggio, il prefetto Dinale
aveva preteso che la strada fosse fatta a
piedi. L’incontro doveva rimanere
segreto e non si poteva rischiare che
qualcuno vedesse la cavalcatura di
Políto nei pressi dell’oratorio dei Nobili.
Cosí aveva obbedito.
Arrivati sul sagrato della
Parrocchiale, il ragazzo indicò uno
stradellino al lato destro della scalinata.
– Vi aspettano, – disse con una vocetta
timida avviandosi verso il lato opposto a
quello che aveva indicato.
Il portale d’ingresso all’oratorio era
socchiuso. All’interno la visibilità era
appena sufficiente per non cadere.
Saverio Políto fece qualche passo nella
navatina centrale. Avvertí l’odore
aggressivo delle candele e dell’incenso
e, alle sue spalle, lo schiocco secco del
portale. Si voltò con gesto automatico
per vedere chi fosse entrato dopo di lui.
Scorse la figura di un religioso
corpulento, piú che vederlo poteva
sentirne il respiro affannato. – Siete
arrivato, – ansimò l’anziano prete Marci
andandogli incontro. Posandogli una
mano molle sulla spalla lo indirizzò
verso un altarino laterale.
Il prefetto Ottavio Dinale era avvolto
da un mantello di panno pesante. Ora
che gli occhi di Políto si erano abituati
all’oscurità, poteva scorgere altre due
figure oltre quella del prefetto. La prima
era quella di un vecchio, la cui canizie
brillava illuminata dai ceri. La seconda
era quella di un uomo grasso, col viso
seminascosto da una berritta.
Il prefetto lo invitò a sedersi. –
Vogliate scusare la convocazione senza
preavviso e in un luogo cosí inusuale, –
incominciò. – Ma è assolutamente
necessario che questo nostro incontro
rimanga segreto.
Saverio Políto scosse la testa come a
dire che un preambolo del genere, per
quanto lo riguardava, era inutile. Il
prefetto incassò il messaggio con un
sorriso.
– Don Giacomo Manai, – disse
indicando il vecchio. Saverio Políto fece
un cenno impercettibile. Il vecchio
ricambiò con un agitare di mani che
aveva la brusca impazienza di chi è
abituato a comandare.
– Don Giovanni Bardi, – continuò il
prefetto. – Volevano conoscervi, –
aggiunse con lo stesso calore con cui si
parla a un ragazzo.
– E farvi una proposta, – tagliò corto
il vecchio. Sulla sua testa si elevava una
pala di bella fattura. Una Vergine del
Rosario immersa in una fanghiglia di un
colore intorbidato dal fumo dei ceri:
anche l’incarnato della Madonna
pareva diventato della stessa cerosità
giallastra.
La barba canuta di don Giacomo
Manai seguiva i movimenti del mento.
– Ci sono questioni delicatissime che
abbiamo deciso di sottoporvi, – disse
prendendo tempo per cercare le
formule adatte.
Don Giovanni Bardi assentiva con
deferenza. Era molto piú giovane
dell’altro; la sua mole, vicina al
quintale, lo faceva sudare copiosamente
sotto l’abito tradizionale.
– Si tratta della vostra missione, –
annunciò alla fine il prefetto Dinale,
non trovando di meglio.
Saverio Políto si voltò per
raggiungerlo con lo sguardo.
– Viviamo ai confini dell’impero, ma
anche noi abbiamo i nostri informatori
nella capitale, – continuò il prefetto
dando a quest’ultima parola un accento
che ne evidenziava l’importanza.
– Allora ne sapete piú di me, – disse
Políto senza scomporsi.
– Sí, sí, – commentò scetticamente il
prefetto. – Ma senza offesa, non
abbiamo l’anello al naso.
– Voi dovete capire che fiducia e che
onore... – intervenne don Giovanni
Bardi approfittando di una pausa di
riflessione del prefetto.
– Giovanotto, ha capito bene? – lo
interruppe brusco don Giacomo Manai.
– Stiamo parlando di quella bestia di
Samuele Stocchino.
– Signori… – fece per congedarsi
Saverio Políto.
Il prefetto Dinale sbarrò gli occhi. –
Con calma, con calma. Ascoltate, per
favore –. Saverio Políto si rimise a
sedere. – Noi sappiamo chi siete, da
dove venite e chi vi ha mandato, –
scandí. Don Giovanni Bardi assentí col
testone.
– Allora ne sapete piú di me, – ribadí
Políto. – E adesso, se permettete, se
permettete tutti… – E fece ancora per
congedarsi.
– Noi sappiamo dove si trova, –
annunciò Giacomo Manai.
– Andatelo a prendere, allora.
Il prefetto Dinale tirò su col naso: –
Era questa l’idea…
– Voi lo conoscete bene, – intervenne
Bardi.
– Io vendo sementi, – tagliò Políto.
– Si capisce, si capisce, – concordò il
prefetto. – Diciamo che questa nuova
attività nulla osta al fatto che possiamo
aiutarci a vicenda.
– Sono molti che vi ringrazierebbero
in paese se li liberaste, – prese la parola
prete Marci.
– In paese? – ironizzò Bardi.
– Vi fanno un monumento anche a
Nuoro, – rincarò don Giacomo Manai.
– Vedete che il destino mi ha dato una
di quelle vecchiaie tenaci? Lo sapete
quanti anni ho? – chiese.
Políto fece segno di no.
– Novanta, – riprese il vegliardo. –
Novanta, perché il patto è che questi
occhi non si chiudono finché a Samuele
Stocchino non lo vedono sotto terra.
– Che cosa volete da me? – domandò
a quel punto Políto.
Dinale aspettò qualche secondo
prima di rispondere. L’aria dentro
all’oratorio si era fatta satura del grasso
dei ceri, quell’immagine baluginante
pareva il contenuto di un sogno. Bardi
si sistemò la berritta calcandola ancora
di piú sulla fronte.
– Voi indubbiamente avete qualcosa
che a noi manca, – scandí il prefetto.
Políto aspettò che proseguisse. E infatti:
– Voi avete avuto modo di conoscere lo
Stocchino, e abbiamo ragione di credere
che di voi si fidi…
– Un’esca, – completò Manai. – Fate
un prezzo, sarete pagato.
– Un verme infilzato, – commentò
quasi tra sé e sé Políto. – Che
scodinzola al pesce.
Un silenzio terribile calò nello spazio
ristretto, tanto che la piccola volta a
botte lo restituí intatto. Silenzio.
Silenzio.
Políto osservò i suoi interlocutori:
Manai portava la camicia nera, cosí
Dinale. Bardi esponeva il distintivo del
fascio littorio.
– Avevate garantito, – disse a un
certo punto. – Avevate garantito. A
Roma non sono contenti di voi –. Tutti
capirono che la sua voce era cambiata.
Tutti capirono che era arrivato il
momento in cui al ballo in maschera ci
si scopre il viso.
Dinale si sporse in avanti. –
Eccellenza, – sussurrò. – Vedete anche
voi che è piú difficile di quanto si creda,
non è la volontà che manca, le
disposizioni da Roma non sono
esaurienti.
Bardi fece per parlare, Políto lo
fulminò con uno sguardo.
– Le disposizioni sono state savie, ma
non vorrei dover relazionare a Roma
che sono state inficiate dalle persone
preposte all’esecuzione.
Dinale sbarrò gli occhi come se un
buio totale fosse calato nella stanza.
– Non siete di fronte a un uomo
comune, – specificò Políto. – Il vostro
odio reciproco non fa sopravvivere solo
voi, – disse rivolto a Manai. – Ma anche
lui.
– Parlate bene, voi. Ma io non posso
uscire da casa mia e i miei parenti
neppure e il mio bestiame non ha
controllo e le mie terre se le sta
mangiando la gramigna e due figli
maschi mi sono stati uccisi –. Per la
prima volta la voce di Giacomo Manai
denunciò la sua età.
– È chiaro che stiamo perdendo
tempo, – fece Bardi alzandosi in piedi
non senza una certa fatica.
– Preferirei che parlassimo in privato,
– propose Políto a Dinale.
Dinale si guardò intorno. –
Problemi? – domandò Políto. Bardi
serrò gli occhi. Manai scosse la testa.
Dinale fece un cenno a prete Marci
perché si spostasse dal portale
d’ingresso dell’oratorio. Il religioso
eseguí.
– Non m’interessa a chi dovete
rendere conto voi, so a chi devo
rendere conto io, cavaliere, – scandí
Políto una volta appartati.
– Capisco la vostra posizione, ma da
Roma devono capire che senza
l’appoggio dei possidenti locali…
– Io vi consegno Stocchino, ma la
taglia resta a Roma.
Dinale si pietrificò in un’espressione
impenetrabile.
– Lo so che avreste cercato un
accordo se Stocchino ve l’avesse
permesso –. Dinale accusò il colpo e
tentò una replica. Políto lo bloccò con
gli occhi. – Il prestigio del Governo
innanzitutto, e l’interesse del Partito,
cavaliere.
– Ebbene: sia ristabilito per la Patria e
per l’interesse del Partito il prestigio del
Governo nella nostra provincia.
– Vedo che ci siamo capiti. Saprete
dove e come. E dite ai vostri amici che
da questa partita non ci guadagneranno
niente… Niente, intesi?
Políto fece per uscire, Dinale lo
richiamò: – Come avete intenzione di
muovervi?
– Muovermi, appunto, – fece Políto.
– Ascoltare, farmi vedere, e vendere
sementi, sono qui per questo. Io non
devo trovare nessuno, ma chi mi vuole
mi trova.
IV.
(Il cacciatore)

Ogni mattina in quella terra d’esilio,


nella stanzetta da seminarista della
pensione della vedova Cocco, attraverso
uno specchio maculato, retto a stento
dal braccio di ferro sottile del
portacatino, aveva visto la sua faccia,
che era quella dell’impero futuro. E
dandosi schiaffetti quasi affettuosi, per
preparare il tessuto scabroso della pelle
al rasoio, si era detto che quelle
mascelle, proprio loro, erano il suo
forte, che incutevano il rispetto dei
pelliti barbaricini, e dei trogloditi
paesani. Ma, soprattutto, suscitavano
cattivi pensieri nelle donne locali, col
culo di giumenta, che da sempre
diffidavano dell’uomo bello. Loro,
sorridendo dentro ai fazzoletti, dal
maschio volevano altre bellezze: quella
del carattere, quella dell’impronta virile
e, inconfessatamente, quella della
spocchia, che loro chiamavano barrosía.
Barra, appunto, cioè, nel loro idioma
incomprensibile, mascella. Come quella
del Duce, che pure il buon Dio aveva
fornito anche di bellezza incontestabile,
bellezza da divinità rocciosa, da
maschio caldo e perplesso, col broncio
di labbra carnose, padre generoso e
produttivo, stallone da combattimento e
da monta, signore operaio e contadino,
signore della guerra. Cosí pensando,
tutto questo constatando, sentiva il
prurito del risveglio tra le cosce…

Ogni mattina, dunque, davanti allo


specchio del lavabo della vedova Cocco,
Políto Saverio, il gran poliziotto, l’uomo
a cui Mussolini in persona aveva dato in
custodia la Barbagia, ossequiandosi la
santa erezione mattutina, falciava la
gramigna nera del suo viso e pensava al
nemico. Ma, per entrambe le
incombenze, era la lotta testarda di
Sisifo, che la barba abbrunava la
mascella poche ore dopo esser stata
debellata; e il nemico, Stocchino
Samuele, bestia arzanese e latitante,
quando già sembrava preso si faceva di
vento. E si faceva in tre, in quattro, in
cinque, che gli informatori prezzolati lo
segnalavano contemporaneamente a
Ingurtosu e a Strisaili, a Santa Barbara e
a Baunei; oppure lo dicevano intento ad
allevare struzzi con quel matto di
Meloni, a ripulire pinnetti a Monte
Spada, a pregare in chiesa, a fornicare al
bordello di Cagliari. Perché Stocchino
Samuele, efferato e imperturbabile,
pregonato con una taglia di lire
duecentocinquantamila, non era da
nessuna parte e dappertutto.

Per stanare la bestia era stato


necessario farsi bestia. Ma Políto
Saverio, il Mori di Sardegna, come
sussurravano al Viminale, un po’ bestia
era stato sempre. Fin dai tempi
dell’orgia di Fiume, quando il Poeta
l’aveva messo in testa al corteo pagano
con due corna da fauno e il flauto di
Pan.
Contro Samuele Stocchino, la tigre
d’Ogliastra, che toglieva il sonno al
Duce, era stato necessario, dunque,
ritornare allo stato primordiale, al
fascista primigenio. Nel crogiuolo
dell’umanità dov’era stato spedito per la
sua missione, era stato necessario fare
mostra di tutte le piú basse propensioni:
per questo se ne andava in giro, solu
che fera, con la camicia nera aperta sul
grumo nero del petto anche d’inverno.

Davanti alla fauce infuocata del


camino, la vedova Cocco arrostiva
castagne di Aritzo. Saverio Políto le
aveva osservato i glutei e i fianchi per
qualche secondo prima di farsi notare.
Poi aveva sussurrato un buonasera. La
donna si era voltata guardandolo come
se fosse un fantasma e si era segnata per
lo spavento. Disse che non l’aveva
sentito entrare. Poi aveva trascinato lo
sguardo dentro la sua camicia aperta e
gli aveva chiesto se lui di freddo non ne
sentisse. Saverio Políto aveva risposto
che no, che non ne sentiva. Poi era
successo che lei aveva fatto riferimento
alla maledizione della solitudine che le
era toccata nel fiore degli anni. E si era
informata della solitudine di lui. Poco
dopo, sul lettino della stanza
seminariale lui si era lasciato prendere,
ma con la sicurezza controllata di
maschio adulto resistente, mentre lei se
lo mangiava con l’esasperazione della
naufraga che sta per annegare. Vorace,
incapace di dare un ordine ai suoi gesti,
ma inseguendo solo il bisogno, gli aveva
guidato le mani ad afferrare i seni
generosi, e lui si era lasciato guidare
pregustando i tempi dolci del dopo,
quando la prima furia passa e lascia il
posto al ritmo lento, quando
all’affamato si sostituisce il buongustaio.
Cosí l’aveva accontentata aspettando
che, sfinita, gli cadesse addosso. E su
quello sfinimento cantò la sua canzone.
La vedova Cocco non poteva credere al
suo corpo, mentre assaporava un
seguito infinito e lo implorava di
continuare e smettere, smettere e
continuare. Col viso affondato nello
sterno irsuto annusava il suo odore di
tiglio e citronella. Perché ora lui le stava
sopra, lento e inesorabile, con lo
sguardo annegato nelle voragini del
volto, con la bocca socchiusa in un
fischio malandrino, col corpo nodoso di
Cristo barbaro, turgido dove lei era
molle… Lui sapeva riconoscere il
momento e sapeva che anche lei
l’avrebbe riconosciuto. Infatti, quando
fu il momento, lei gli artigliò i lombi,
affondandogli le unghie nella carne, e
fece kuik kuik kuik, come la femmina
del gheppio…

Dopo avevano mangiato le castagne.


Lei parlava per vergogna. Che quella
vergogna era un trofeo piuttosto che
una sconfitta, visto che lei su quella
vergogna ci aveva fatto affidamento fin
dal giorno che Políto si era presentato
alla sua casa. Eh, c’è poco da fare, la
carne ragiona per sé. Ragiona col naso,
e con gli occhi, poi con le mani. E il
resto…
E la storia del segno sulla terra
davanti alla casa, quello fatto col piede
da Felice Stocchino quando il bottaio gli
rifiutò l’acqua da bere. Una lettera S
che inutilmente cercarono di cancellare.
Inutilmente, perché sembrava
incancrenita nel terreno. Tanto che, dài
e dài, Gesuina Líndiri, la vecchia di
casa, la madre del bottaio, a furia di
martoriare il figlio bottaio perché
facesse qualcosa, lo costrinse a scavare
una buca dov’era stata segnata la lettera
per piantarci un cespuglio di alloro. Ma
niente da fare: la pianta morí e, dopo
quella, morirono tutte le altre che si
ostinavano a piantare. Sicché il segnale
apparve chiaro in tutta la sua terribile
potenza: quando anche l’ultima pianta
si fu seccata, quando il vento appianò il
terreno, ecco che la lettera S, segnata col
piede dal viandante offeso, ricomparve
esattamente come prima, piú nitida di
prima. E allora Gesuina Líndiri indicò il
cielo con un dito e corse a comprare
una novena per la Madonna della
Misericordia. Poi implorò il figlio che si
recasse da Felice Stocchino a fare
ammenda, con sale e caffè e zucchero
per la famiglia, che aveva bocche da
sfamare...

Lei, la vedova Cocco, raccontava cose


per spogliare Políto Saverio dal silenzio
di cui si era rivestito. Parlò dell’eccidio,
la vedova, e non sapeva nemmeno
perché. Lui, Políto, la osservava con la
bocca stretta come a voler guidare gli
argomenti di lei solo con lo sguardo.
Infatti lei finí proprio per parlare della
notte di san Sebastiano. Insomma,
quella storia del bottaio era stata
veramente una bruttissima faccenda:
tutta la famiglia sterminata.
Tutti morti…
V.
(Dove si racconta la ridicola
origine di tutto)

L’inverno montano era un tormento


di spilli, era una piastra gelida posata
sulla schiena, era un chiarore di marmo
da obitorio. Aveva scelto di spostarsi di
notte, al freddo secco, perché da quelle
parti l’uomo che se ne va da solo nella
notte è guardato con rispetto: è uomo
di rispetto. Lasciandosi alle spalle le
quattro case del paese, avanzava
immergendosi nella campagna
grufolante, crepitante. Aveva intrapreso
il tratturo nuragico, per evitare la strada
dei postali, la nuova strada pubblica che
accorciava le distanze. La luna bassa,
piena di sé, gli disegnava in viso
un’ombra scurissima. Ma lui, Saverio
Políto, lasciava fare, perché dalla casa
della vedova Cocco, dov’era
pensionante, alla casa dell’eccidio la
strada era poca.

Accompagnato dal respiro


nauseabondo dei terebinti, annunciato
dal clangore scintillante dei ferri del
cavallo sul selciato di granito, vide il
luogo. Era un casolare basso circondato
da un muretto a secco. Senza scendere
da cavallo superò il cancelletto divelto,
che una volta aveva sancito l’ingresso
alla proprietà. Poi, soffiandosi l’alito
caldo sui pugni chiusi, si guardò
intorno. Un cane magro, cane senza
padroni, gli venne incontro dal retro
della casa. Il gran commissario scese da
cavallo per accarezzargli il pelo
arruffato, dalla sacca della sella tirò
fuori un tocco di pane e una crosta di
formaggio. L’animale lo guardò per
qualche istante prima d’ingoiare il dono
imprevisto, ma già Saverio Políto stava
accendendo la lampada ad acetilene
che era stata parte del suo
equipaggiamento di ardito. Un
portoncino di legno fuori dai cardini era
posato alla parete, dove si apriva la
bocca nera, spalancata, dell’ingresso del
casolare. Il cuneo luminoso della
lampada penetrò nella stanza un passo
avanti a lui, illuminando lo squallore
della casa del bottaio. Abbandonata al
suo destino. Nella solitudine da
camposanto, come aveva detto la
vedova Cocco, segnandosi svelta svelta.
Che troppi morti c’erano stati in quella
casa, e tutti a girare per le stanze, a
chiedere un motivo per quella
macelleria, la notte di santu Sebaste.
Nemmeno i parenti del bottaio ne
avevano voluto sapere di prendersi quei
muri, e nemmeno il terreno avevano
voluto: che se lo tenessero i corvi, se lo
mangiasse il vento e buon prò. Cosí,
negli anni, ci avevano abitato i maiali,
qualche viandante se n’era servito come
rifugio, i bambini ci avevano giocato…
Saverio Políto cercò di concepire lo
spazio intorno a sé: vide la tromba delle
scale che s’innalzava a due metri
dall’ingresso, sentí sotto agli scarponi
pesanti il pavimento dissestato.
Illuminò una porzione della parete
delle scale segnata da un lungo sbaffo
rugginoso. Doveva trattarsi del sangue
della figlia grande del bottaio, uccisa
mentre scappava. Cosí dicono,
perlomeno… Che in questi casi, in
questo buco maledetto, è tutto un dire
senza dire niente.
Questa storia del sangue, per
esempio…
Fu allora che sentí un rumore, ma
non si poteva dire che fosse un segnale
di pericolo: una cosa che s’impara in
guerra è che esistono rumori pericolosi
e rumori innocui. Quello che sentiva
Políto in quel momento era un respiro
sottile. Volse la torcia in direzione di
quel respiro. In un angolo del camerone
che qualche pastore aveva usato come
bivacco riparato, ecco un ammasso di
cenci: due scarponi, due gambe avvolte
dalle fasce mollettiere grigioverdi.
– Caporale Políto… – sussurrò una
voce.
– Caporale Stocchino… – Políto
rispose puntando la torcia verso la voce.
Illuminato dalla lama di luce, il viso
di Samuele apparve come impresso in
un telo bianco. Gli occhi avevano una
qualità spettrale, la bocca era un filo,
come una ferita tra il naso e il mento.
Ora si capiva quale tenacia febbrile lo
tenesse in vita.
– Sergente, – disse appena. – Mi
hanno fatto sergente.
Políto accennò di sí. – Tenente. Mi
hanno fatto tenente.
– Vi hanno mandato a cercarmi,
tenente? – chiese Samuele dal fondo
della stanza.
Ancora Políto accennò di sí. – Ci
avete fatto penare, – disse.
– Sto morendo, – disse l’altro, con
semplicità. – Mi resta poco, tenente.
Políto vedendo che Stocchino
tremava si guardò intorno. Nella parete
c’era lo scheletro di un camino: cercò
qualche legno secco da fare un fuoco.
Alla luce della fiamma il volto di
Samuele prese un po’ di colorito.
– Non le sentite? – esclamò a un
certo punto.
Políto affinò l’udito, ma non sentiva
nulla, cosí scosse ancora il capo.
– È pieno di voci qua dentro… Pieno
di voci… Io ci vengo per quello…

La notte dell’eccidio. La luna piena se


n’era stata a bersi l’orizzonte frastagliato
come il bordo di un guscio d’uovo
spaccato in due, pigra di una pigrizia
quasi Morte, quasi fosse al primo
sonno.
La casa del bottaio diciott’anni dopo.
Aveva un senso, pensò tra sé e sé
Samuele, dentro all’origine delle cose
spesso si può trovarne la fine. È cosí che
andò: nella disperazione la pazzia fa il
nido. 20 gennaio 1920. San Sebastiano,
martire trafitto.
Quanto tempo si fosse aggirato
intorno alla casa silenziosa è impossibile
a dirsi. Ma non è impossibile capire con
quanta disperazione Samuele abbia
cercato di dare un nome a quello che
credeva di dover fare. Aveva battagliato
con se stesso come sapeva fare lui, senza
stare troppo a nascondersi,
provocandosi, dicendosi che era
vigliacco frantumare il sonno del
proprio nemico. Poi aveva visto la S sul
terreno. Possono succedere queste cose?
Può accadere che un segno fatto con la
punta dello scarpone rimanga infitto
per quasi vent’anni sul terriccio friabile?
Quel segno gli fece capire
definitivamente il motivo per cui si
aggirava intorno a quella casa. C’era un
silenzio innaturale, persino i cani,
annusando l’odore di bestia, si erano
rincantucciati nelle cucce. Con un salto
del muretto di cinta raggiunse il retro
della casa.
La porticina che dava sull’orto
cedette con poco sforzo e nessun
rumore. Nella casa fu accolto da un
gatto che, silenziosissimo, si strusciò fra
le sue gambe e da un odore amarissimo
di fuoco stutato che veniva dalla cucina.
Vi entrò, dalle finestre filtravano fasci
di luna che illuminavano il locale
semplice, pulito. Sul piano di marmo di
un tavolo c’era una brocca colma
d’acqua e un bicchiere. Samuele si versò
quell’acqua e la buttò giú tutta d’un
fiato.
Cosí dal nulla della tromba delle
scale apparve la ragazza. E lei dovette
pensare a una qualche apparizione,
perché nemmeno ebbe il tempo di
urlare o chiedere aiuto. La lama le
spense qualunque reazione si stesse
preparando dentro di lei… Quello che
vide fu solo un soldato, un fanciullo in
divisa, ma che senso ha descrivere
quello che tanto non si ha il tempo di
raccontare? Pasquina Boi, figlia minore
di Emerenziano bottaio, 14 anni, si
spegne cosí, senza rumore. Cade a terra
in un silenzio d’ovatta. Samuele deve
scavalcarla per raggiungere le scale e poi
il piano superiore. Nessuna leggenda
potrebbe descrivere con quale
straordinaria determinazione abbia
deciso di offrire se stesso all’orrore di se
stesso. Lui lo capisce, che la voce che gli
sta urlando dentro è quella del suo
nemico, e sa anche che non smetterà di
urlare dopo la morte del bottaio o chi
per lui, perché le vite non finiscono con
la morte. Sale le scale con tutti i suoi
morti in spalla. E ogni gradino è un
passo verso la fine. Felice morto sulla
sedia in cucina. Gonario morto per la
sciocchezza del Caso. E nonna Basilia
morta e basta. E Ignazia… Ojai, ojai…
A punta ’e torrare.
Cosí, silenziosissimo, spalancò la
prima porta del corridoio e balzò sul
letto: Giuseppe Boi, 30 anni, terzo figlio
del bottaio, e sua moglie Barbara
Patteri, 27 anni, passarono dal sonno
alla morte, benedetti. E sono tre.
La seconda porta cigolò appena, era
una camera dispensa che odorava di
salsicce e formaggi, odorava persino di
fave e fichi secchi. Nessuno dormiva
dentro alla cornucopia. Felice e Gonario
gli sussurrarono di fermarsi, gli
sussurrarono di guardare
quell’abbondanza come il segnale di
una possibilità di Paradiso, ma a lui
parve di non dover dar retta a
quell’implorazione, perché
quell’abbondanza lui la lesse proprio
come l’espressione di tutto quello che
gli era stato tolto. Persino l’ombra di
Basilia si lagnò con quel nipote che non
voleva ascoltare nemmeno le parole di
chi l’aveva amato senza conoscerlo. Ma
Samuele allora non ricordava di essere
mai stato amato. Entrò nella stanza che
era stata di Gesuina Líndiri vedova Boi,
la matriarca. E vide cose che non
avrebbe potuto vedere, vide cioè gli
ultimi istanti della vecchia sul suo letto,
quando ancora si raccomandava di
cancellare quella lettera che Felice
Stocchino de sos de Crabile aveva
segnato col piede davanti alla loro casa.
Ma ora su quel letto dormiva una
ragazza. La luna piena le illuminava il
profilo. Samuele la guardò e questo fu
un errore, sapeva che guardarla avrebbe
significato specchiarsi nell’orrore di
quanto stava compiendo. Infatti lo capí
quando Luigia Marianna Boi, figlia
grande del bottaio, aprí gli occhi. Lei
pensò che quello che aveva davanti era
solo l’incarnazione dell’incubo con cui
era cresciuta. Lo dicevano tutti che il
mostro Stocchino si aggirava vestito da
soldato, come un orrendo fantoccio con
la mantellina grigioverde. Poi narant
ch’issa, a unu certu puntu, s’in d’este
abbizzada chi cussu chi bidiat non era
un sogno. E dicono che lei abbia fatto
unu tunchiu e issu puru ha fatto un
sibilo leggero iuchende su poddiche
davanti alle labbra quasi a pregarla de
s’istare muda: shhhhh. Ma Luigia
Marianna apre la bocca per gridare e
allora Samuele la pugnala in bocca. La
donna fa come un sorriso larghissimo e
si mette in piedi e quasi gli sfugge,
Samuele è costretto a inseguirla e
afferrarla per la spalla per farla voltare e
riprendersi il coltello. Lei risponde con
un gorgoglio, sente che sta vomitando
sangue, cosí si mette una mano davanti
alla bocca e fa ancora due o tre passi
verso il corridoio. Ma è tutto inutile, nel
cadere lascia una coda di pavone rossa
sulla parete. A Samuele viene da
pensare che quanto sta consumando è
un modo per riportare la sua esistenza a
un’ipotesi di felicità. Quella che sente
dentro non basta chiamarla rabbia. Este
comente in gherra: s’omine rughet a
terra e mancu unu muttu… Cosí
succedeva che nel fragore delle
bombarde, quando la terra tremava per
rispondere al colpo e ogni possibile
percezione spariva per una frazione di
secondo, ebbene era lí che si cadeva: a
guardarsi intorno in quell’istante di
silenzio si poteva vedere, nell’autunno
dei corpi mortali, i soldati cadere a terra
come carte scaraventate tutt’intorno da
un giocatore perdente. La cifra
dell’abominio è il silenzio, ribaltare il
mondo significa morire in silenzio.
Nella casa di Emerenziano Boi l’orrore
era il silenzio con cui Pasquina,
Giuseppe, Barbara, Luigia Marianna,
avevano lasciato questo mondo.
Infine la camera padronale. La luna
piena disegnava sulle pareti le ombre
allungate delle spalliere gotiche del
letto. Samuele entrò, si sedette su una
sedia in un angolo per guardare il
padrone, e sa mere, dormire il sonno
dei giusti. Non lo sapevano nemmeno
che orrenda spirale avevano innestato.
E forse era questo il loro reato piú
grave, questo farsi strumenti inermi del
male. Eccoli dormire, loro potevano
dormire, eppure tanto tempo prima
avevano rifiutato l’acqua al viandante.
Ora il punto era: che fare? La giusta
vendetta sarebbe stata lasciarli dormire,
farli vivere perché scoprissero la
carneficina appena svegli. Ma quella
sarebbe stata crudeltà. Cosí sgranchí la
mano destra per afferrare la baionetta…

– Sarebbe stata crudeltà? – ripeté


incredulo Políto.
Samuele accennò di sí. – Era peggio
lasciarli vivi –. Poi si alzò in piedi. Era
fragile e scheletrico come un impiccato
che fosse rimasto esposto al vento.
Políto lo sovrastava di parecchi
centimetri, eppure riuscirono a
guardarsi negli occhi. – Non voglio
essere perdonato e non voglio
perdonare –. La luce della lampada gli
dava un aspetto dorato. Era trasparente
e biondastro, aveva gli occhi color
miele, aveva la bocca di un viola appena
accennato, aveva la febbre del
moribondo. Políto sorrise appena. – Ho
ancora dei parenti, – disse Samuele. –
Se fossero loro a denunciarmi…
– Se fossero loro a denunciarvi,
potrebbero pretendere la taglia. Ma non
tutta, quella taglia non esiste, sergente,
quella taglia serve per l’Onore… È
teatro…
– Va bene, – concordò Samuele. – È
giusto, quella taglia serve per l’Onore…
– I vostri parenti avranno quello che
serve per campare dignitosamente, –
assicurò Políto.
Ma parlò a nessuno, Samuele era
scomparso, tra lo spostamento e il
riassestamento del fascio luminoso della
lampada retta da Políto. Políto si
guardò intorno.
Urlò al vuoto.

Samuele aspettò di essere solo col


tasso ombroso, aspettò una folata che
scarmigliasse gli ontani. Aspettò di
poter affrontare tutta quella poesia
immensa di aquilegie. Poi arrivò
davanti alla sua caverna, con il cielo
ogliastrino che quasi si posava sulle sue
spalle. E si accorse che lo spazio davanti
a lui, sopra di lui, sotto di lui, era
diventato un’immensità concreta. Si
accorse che dentro a quell’intrico, a
quel pieno, a quel vuoto era possibile
dare un nome alle cose: all’odore delle
piante, al lucore della brina, al rumore
delle foglie morte. Oh, si accorse che
quel bosco non era un bosco, ma la
porta di un vuoto astratto, tuttavia noto
e intangibilmente corporeo, come la
memoria di qualcosa che si è stati e ora
non si è piú. Come una certezza
rimossa. Un luogo da cui noi corpi
mortali siamo stati espulsi, un paradiso
che non abbiamo meritato. Quanti figli
potevano dire di essere tornati alla
madre? Eh? Quanti potevano sentire il
proprio corpo come risultato dei succhi
di quella terra? Questa sarebbe stata
una memoria terribile. L’inspiegabile.
Lí, per un istante appena, fu tutto
chiaro, e fu chiara la distanza, e fu
chiara l’attesa, e furono chiari i tempi e i
luoghi. Lí, dentro a quella memoria del
vuoto, quando tutto sembra che sarà e
invece è già stato, Samuele Stocchino
riuscí a piangere.
E il cacciatore si sentí
improvvisamente predato da un senso
fatale d’inutilità. Quel sentimento che
in guerra aveva visto spesso negli occhi
dei fantaccini selvatici, nati e mandati a
morire, nella parabola dell’insetto
parassita. Ecco, adesso sentiva su di sé
esattamente quell’inutilità. Come se per
tutta la vita si fosse rifiutato di capire
che la coscienza è una maledizione. Che
quei fantaccini insetti nascevano e
morivano nella terra che li aveva
generati, frutti di una sapienza a cui lui
non aveva avuto accesso, mai prima di
quel preciso istante.
Poi capí che persino quella coscienza
era del tutto inutile, adesso che stava
per morire.

Il giorno dopo un giovane si presentò


al podere di Cosimo Siotto, dove Políto
stava trattando una partita di sementi
argentine. Il giovane, che vestiva
tradizionale, stette per un bel po’ ad
aspettare che la trattativa andasse a
buon fine. Poi, quando vide che Políto
si recava verso il suo cavallo, mosse le
sopracciglia per farsi notare. Políto
l’aveva notato da un pezzo, ma se c’era
una cosa che aveva imparato dai sardi
era che non bisognava mai, e poi mai,
dargli nessun tipo di vantaggio. Cosí,
controllandolo con la coda dell’occhio
mentre proseguiva la farsa del
rappresentante di semi e granaglie,
aveva deciso di farlo aspettare.
Infine rispose a quel cenno. Il
giovane si avvicinò. E si presentò: Carta
Vittorio di Daniele: – Chi sapete mi ha
dato questo da consegnarvi, – disse
allungando una busta chiusa sulla quale
si riconosceva la scrittura aguzza di
Samuele. Políto l’afferrò e la mise in
tasca senza leggerla.
Quando la aprí, trovò esattamente
quello che si aspettava: un giorno, un
luogo e lo schizzo di una mappa.
La vedova Cocco si soffiò le punte
delle dita uscrate dalle castagne roventi.
E sorrise di un sorriso sorpreso: come
sarebbe andarsene di notte in giro e
fino alla casa del bottaio, poi? Saverio
Políto la guardò assaporandosi una
risposta lenta. Disse che il racconto del
massacro l’aveva colpito a tal punto da
volerci andare di persona. E che cosa
aveva potuto vedere, lí?… rifletté a voce
alta la vedova Cocco: solo macerie…
solo macerie…
– Il mio lavoro è terminato, –
annunciò Políto all’improvviso. – Al
massimo tre giorni…
La donna lo guardò, ogni commento
le si spense al bordo delle labbra, un
istante prima di precipitare.
– Concludo un’ordinazione, – chiarí
Políto. – E poi… parto.
La vedova Cocco accennò di sí, come
se si trattasse di qualcosa che sapeva,
ma non era cosí: lei proprio non aveva
pensato all’evenienza che quell’uomo
potesse partire. E un po’ sorrise di se
stessa per quella svista. – Vi occorre che
vi lavi qualcosa prima di partire? –
chiese. Políto rispose che no. – Come ci
arrivo in località S’Argiola ’e sa Perda? –
chiese dopo qualche istante
pronunciando un sardo impacciato ma
preciso, come di chi ha studiato a
memoria. La vedova Cocco lo guardò: –
Non è difficile, – rispose.
Epilogo
(Con tristezza per l’addio,
ma sollievo per la fine)

Il maresciallo Palmas alle cinque del


mattino è intrattabile. Tanto piú che lo
caricano, sí proprio cosí, lo caricano su
una specie di auto residuo di guerra
insieme all’appuntato Butto, in quanto
autista, e al commissario Políto. Dietro,
nella macchina della prefettura, viaggia
il cavalier Dinale in persona. È una
mattina grigia, di quelle che da bambini
si ricordano per l’odore. È una mattina
che odora di freddo, qualunque sia la
stagione. Infatti il maresciallo
rabbrividisce ricordando quante
mattine del genere ha abitato per
andare a mungere.
La carretta raschia arrancando sui
tornanti che portano a Gairo. Il
maresciallo guarda l’appuntato Butto
che guida concentratissimo. Políto
guarda avanti, ha una determinazione
amarissima nello sguardo, in
quell’inferno di strada stretta e
aggrovigliata come la matassa di lana
con cui ha giocato il gatto.
– Con tutto il rispetto, Eccellenza, –
dice il maresciallo a un certo punto.
Políto si volta appena per lasciare che
prosegua. E Palmas prosegue: – Che
cosa si vuol debellare se ancora
abbiamo strade del genere?
Políto accenna di sí con un abbozzo
di sorriso.
Si sale verso i seicento metri, adesso,
poi, subito dopo punta Su Scrau, si
comincia a scendere fino ad arrivare a
un incrocio: Ulassai e Jerzu dritti,
Ussassai a destra, Cardedu a sinistra.
Políto sta per chiedere se c’è un errore
in quei due cartelli quasi identici,
Ulassai, Ussassai, ma Butto lo precede
con una risatina, poi dice che sono
arrivati.
Insomma quasi arrivati, per S’Argiola
’e sa Perda bisogna camminare una
mezz’oretta. Cosí lasciano le macchine
sul ciglio di una strada bianca e, con
grande sollievo del maresciallo Palmas,
comincia la camminata. Il cavalier
Dinale preferisce aspettare in macchina.
La mappa in possesso di Políto
sembra portare a una caverna, Palmas
ne ha sentito parlare, ma non l’ha mai
vista, Butto non ne sa molto di piú. Il
disegno tracciato nel foglio ha una sua
imprevista precisione: svoltando
all’altezza di un tasso secolare con
quattro enormi radici sporgenti dal
suolo, e facendo una ventina di passi
seguendo la radice piú grossa, si
raggiunge una zona rocciosa quasi del
tutto nascosta dalla vegetazione. Políto
mette mano alla pistola, Palmas e Butto
caricano i fucili, perché proprio dov’è
segnata c’è la bocca spalancata della
grotta.
L’interno della grotta è
sorprendentemente scintillante.
Luminoso di un numero imprecisato di
torce che dànno una luce ambrata e
instabile. Tutto là dentro è stato come
ripulito da una mano amorevole, ci
sono sedie, e cassapanche, e una tavola
apparecchiata, una credenza, e un
crocefisso, e una serie di camicie ben
stirate posate su un inginocchiatoio. Ci
sono pile di riviste e uno scrittoio, con
penna e calamaio e fogli. C’è la foto
incorniciata di una ragazza sorridente, e
una piuma di struzzo grigio perla
infilata nel gancio della cornice.
Si entra col cuore in gola nel ventre
di quella terra. Nessun rumore, niente
di niente. Solo il sapore di una vita
nascosta, sotterranea, appunto. La
grande stanza illuminata si strozza in un
budello dove si riesce a passare solo in
fila indiana. Il maresciallo Palmas non
osa aprire bocca, ha capito benissimo
dove sono finiti e l’ha capito anche
Butto, ma entrambi esitano a imboccare
la strettoia, e Políto li supera…
Cosí lo trova: c’è un letto, là dentro, e
un comodino, e il treppiedi per un
catino con la specchiera, e sul piano di
marmo del treppiedi tutto l’occorrente
per farsi la barba… Per terra, affianco al
letto, ci sono vari libri, e sopra il letto
Samuele. Políto gli preme la giugulare
con l’indice per accertarsi
definitivamente di quanto ha capito da
subito.
– Morto, – dice per rassicurare
Palmas e Butto che ancora non hanno
osato entrare in quello spazio.
Palmas e Butto si guardano
sconcertati.

Adesso i tre uomini lo stanno


trasportando nell’area scoperta davanti
alla grotta. Políto lo regge per le ascelle
e Palmas e Butto per le gambe, come
quando da bambino era stato trovato
vivo in un crepaccio. A Palmas quella
circostanza viene in mente come un
ricordo della sua giovinezza: l’avevano
appena fatto brigadiere, allora, e
credeva che per cambiare le cose
bastasse volerlo. A Butto sembra
straordinario poter toccare quel corpo
intangibile e gli sembra prosaico che
l’immortale sia invece definitivamente
morto. Corrono nel bosco, adesso, e
respirano addosso al cadavere, perché
quello straccio d’uomo, col labbro
sanguinante, che sul letto di morte
sembrava esile come una canna, ora a
trasportarlo è molto piú pesante del
previsto.
La terra di S’Argiola ’e sa Perda è
viola come un fegato di bue o come i
veli delle prefiche orientali, viola come
il sangue quando diventa cremoso…
Viola del colore della realtà che sempre
desideriamo sognare perché quel che si
vede è terribile, piú terribile di
qualunque sogno. Quella terra è molto
piú di una terra, è il sogno di una terra.
È un fondo scivoloso, il letto umido di
un rivo di campagna…
Camminano trascinandosi il corpo
inerte di Samuele, Palmas, Butto e
Políto, e piú avanzano piú il terreno se
lo riprende risucchiandolo verso il
basso. Ora, tralasciando qualunque
cautela, col fiato rotto, fanno quasi
strisciare il corpo contro le pietre,
contro i cespugli bassi, le ortiche, i
cardi, i germogli. Quello strascinare,
quel respirare grosso, quell’allentare la
presa, quello snodarsi lento dei gomiti e
delle ginocchia, che piano piano cedono
alla trazione, ecco: tutto questo vedono
dell’immortale, di Samuele Stocchino.

Arrivati al centro di una radura


Políto fa cenno che lo lascino andare.
Prima di portarlo fuori dalla caverna gli
hanno messo addosso la mantellina da
fante. Lo adagiano in un punto preciso
indicato da Políto in modo che sembri
seminascosto da un cespuglio.
Políto controlla la scena, poi
rivolgendosi all’appuntato Butto dice: –
Può sparare, adesso.

Butto lo guardò come se non avesse


capito quello che invece aveva capito fin
troppo bene. – Gli spari, appuntato, –
ripeté Políto. Butto fece
automaticamente di no con la testa. –
Spari a quell’uomo! – gridò Políto.
Questa volta Butto puntò il fucile e
sparò col braccio che gli tremava
vistosamente. Il colpo penetrò
nell’orecchio del cadavere, facendolo
sobbalzare, ma senza fuoriuscita di
sangue. Butto allora abbandonò il fucile
e scappò verso le rocce per vomitare. Il
maresciallo Palmas lo guardò basito, ma
capiva che c’era una comprensione
amara, e quasi benevolenza, in tutto
quel profanare. Ma quando Políto
guardò Palmas, il maresciallo fece un
passo indietro e scosse la testa. Allora
Políto gli strappò il fucile dalle mani,
poi raggiunse il cadavere e lo voltò con
la faccia a terra, quindi sparò due volte.
Il primo colpo penetrò nei lombi
facendo fare al cadavere uno strano
sobbalzo a gambe divaricate. Il secondo
perforò la coscia.
– Questi, a tal punto, evidentemente
impossibilitato a muoversi per ferite
riportate alla coscia e ai lombi, e avendo
ormai esplose le sei cartucce del
caricatore delle quali il proprio
moschetto era provvisto, tolse da una
borsa di cuoio, che portava a tracolla,
un altro caricatore. Noi appuntato
Butto, profittando allora
dell’impossibilità in cui il malvivente si
trovava di far uso del proprio moschetto
in quel momento, balzato fuori dal
nascondiglio, ci appressammo a circa
cinque metri da lui e, puntatogli contro
il nostro moschetto in direzione della
testa, lasciammo partire un colpo che
ferí all’orecchio sinistro il delinquente,
facendolo stramazzare a terra cadavere.
– Cadavere, – fece eco il cancelliere
per far capire che Políto poteva
ricominciare a dettare. Il prefetto
Dinale, inespressivo, fumava un sigaro
in piedi davanti alla finestra socchiusa
del suo ufficio.
– Accertata la morte del malvivente,
noi maresciallo Palmas provvedemmo
per il piantonamento dell’ucciso che
subito, a mezzo del confidente Carta
Vittorio, venne identificato per il
latitante Stocchino Samuele sopra
accennato…
– Carta Vittorio? – interruppe il
cancelliere guardando il prefetto
Dinale. – Faccio notare che Carta
Vittorio risulterebbe in questo modo
avente diritto alla taglia emessa sullo
Stocchino.
Políto fece un cenno d’impazienza,
Dinale invitò il suo sottoposto a
proseguire, ma questo, testardamente,
insistette: – Carta Vittorio è un cugino
primo dello Stocchino, in questo modo
la taglia… Eccellenza, – implorò rivolto
a Dinale. Políto batté un pugno sul
tavolo. Il cancelliere sobbalzò, Dinale gli
fece segno di proseguire.
– Dov’eravamo? – chiese Políto con
stanchezza.
– … Venne identificato per il
latitante Stocchino Samuele sopra
accennato… – scandí irritatissimo il
cancelliere.
– Inviammo quindi senz’altro alla
stazione dell’Arma di Gairo, la piú
prossima al luogo, il carabiniere Tore
Antonio…
– Che non risulta presente, – ritentò
il cancelliere. – Si tratterebbe di un falso
a tutti gli effetti! – esclamò rivelando
una perspicacia davvero notevole.
– … Per le prescritte segnalazioni ai
superiori gerarchici e all’autorità
giudiziaria! – urlò Políto. – Questa,
giunta in serata nel luogo per gli
accertamenti di sua competenza, ha
ordinato senz’altro la rimozione del
cadavere che identificò realmente per
quello del pericolosissimo latitante
Stocchino Samuele di Felice, di anni…
Di anni? – domandò Políto rivolgendosi
agli altri.
Dinale allargò le braccia.
– 39? – il cancelliere rispose con
un’altra domanda.
– Scriva 39. Di anni 39, da Arzana.
Cosí dissero che Samuele era morto.
Ma vallo a dire alla gente che era
morto. Lui no. Lui aveva fatto tutto
l’excursus del santo. Com’è scritto nelle
agiografie: peccatore da giovane,
braghittalligru, bumbone, balente e
bragheri; mistico da adulto, bellu, bonu,
balente e birtudosu.
Lui era stato sotto terra, morto e
sepolto, poi resuscitato.

Lui morto? No. Lui proprio no. E


mettetela come vi pare.
Avvertenza
Avvertenza

Samuele Stochino è un personaggio


storico e al tempo stesso leggendario.
Samuele Stocchino (con due c) è il
personaggio doppiamente leggendario
raccontato in queste pagine.
Quella che avete letto non è la verità.
Nomi reali e nomi falsi servono
all’inganno del raccontare fingendo che
sia vero quello che non lo è in parte, o
non lo è del tutto.
Ringrazio Franco Fresi e Lina Aresu,
senza la verità dei quali non avrei
potuto inventare questa storia.
M. F.
Indice

Prima parte Principio del principio


Invocazione e protasi
I. (Dove si racconta che un paio di
scarpe possono cambiare il destino di
un uomo, e che le premonizioni spesso
hanno una spiegazione, ma non per
questo sono meno importanti. Dove si
racconta anche della prima separazione
di Samuele e di agnelli che cadono dal
cielo)
II. (Dove si racconta di un lungo
viaggio a piedi e del ritorno)
III. (Di quando Antioca scopre di essere
incinta per la quarta volta e implora la
Vergine di non avere altri figli)
IV. (Qualche premonizione sul
nascituro e qualche diceria)
V. (Samuele nell’abisso)
Seconda parte Simile a un dolore
Primo corifeo
I. (Bengasi e ritorno)
II. (Cerchi una cosa e ne trovi un’altra:
della volta che Samuele perdette la
verginità)
III. (Alla gran caccia come alla bardana)
IV. (Leggende e ancora leggende)
V. (Dove si racconta la notte prima
della partenza per la guerra)
Terza parte Atterriti, sporchi di terra,
pazzi di terrore... terribile!
Voce fuori campo
I. (Libretto di servizio)
II. (Dove si racconta di un incontro
inaspettato)
III. (Dove si capisce che quando finisce
una guerra ne inizia un’altra)
IV. (Qui pro quo)
V. (Dove si dimostra che tutto
ostinatamente si ripete)
Quarta parte Trionfo, danza macabra e
altre liturgie della morte
Coro
I. (Primo Libro dei Morti: Battista,
Felice, Gonario)
II. (Dove si racconta che l’antico sapere
sa come mettere una pulce
nell’orecchio)
III. (Secondo Libro dei Morti: Nicolina
Bardi, Ponziano Patteri, Luigi Manai)
IV. (Terzo seppellimento e terza
resurrezione di Samuele)
V. (Voci e altre voci)
Quinta parte … alto compiacimento e
vivissimo elogio
Controfigura
I. (Dove si racconta di una partenza
improvvisa)
II. (Dove si racconta di un malinconico
arrivo… e di qualche trama locale)
III. (Dove si racconta di Nuoro
capoluogo, che barra questi nuoresi… e
anche un’altra storia di scarpe)
IV. (Il cacciatore)
V. (Dove si racconta la ridicola origine
di tutto)
Epilogo (Con tristezza per l’addio, ma
sollievo per la fine)