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Il punto. Per non continuare a subire l'agenda politica decisa dalla destra.

C'è un aspetto nel quale Berlusconi e la destra vincono ininterrottamente dal 1994 ed è il dominio
incontrastato dell'agenda politica.
Oltre ad essere perennemente al centro della scena per i suoi guai giudiziari ed i comportamenti e
gli atteggiamenti incompatibili con il ruolo di capo del governo (e sarebbe autolesionista se
l'opposizione non utilizzasse questi argomenti per colpirlo, delegittimarlo, comprometterne il
consenso elettorale anche se poi gli effetti sono tutti da decifrare), oltre a saturare di sua iniziativa
gli schermi televisivi, Berlusconi con i suoi servi e i suoi alleati riesce inesorabilmente a fissare i
temi della discussione politica.
Ha questo potere per capacità proprie (da pubblicitario e piazzista di mestiere), soprattutto perché
detiene gran parte delle emittenti televisive (e qui non sono tanto importanti e determinanti i tg e le
trasmissioni giornalistiche quanto piuttosto quelle di intrattenimento e i talk show che definiscono
gli argomenti 'popolari' e raggiungono le persone meno in grado di esaminare criticamente il
messaggio che gli viene proposto, plasmando desideri e valori), perché la destra è in qualche modo
in maggiore sintonia, come scrive Raffaele Simone, con lo spirito del tempo, egoistico e
individualista.
E così da diciassette anni, stia all'opposizione o al governo, è la destra che impone gli argomenti su
cui si confronta la politica: le tasse (viste come furto ai danni dei cittadini e non come giusto
contributo dovuto da tutti per far fronte alle spese comuni della collettività), l'immigrazione
(omettendo di spiegare le cause profonde che la determinano), la criminalità di strada (ponendo in
secondo piano le vere emergenze italiane delle mafie e della criminalità dei colletti bianchi), i
problemi della giustizia (non come incapacità di definire le responsabilità degli imputati e dare
soddisfazione alle vittime in tempi ragionevoli ma come pretesa aggressione, complotto e intralcio
alle prerogative dei politici e dei potenti), la riforma del lavoro (in cui i diritti alla stabilità
dell'occupazione, al salario, alla pensione sono additati quali intralci allo sviluppo e alla crescita), il
federalismo e la questione settentrionale (in un'Italia in cui la massima priorità dovrebbe essere
costituita dal portare il Mezzogiorno ai livelli di reddito e di occupazione delle altre zone del
Paese), la riforma istituzionale e costituzionale (necessaria a garantire l'esercizio del potere senza
impacci e per sfuggire al dovere di perseguire correttamente il difficile equilibrio tra la
responsabilità della decisione e la necessità di tenere insieme il consenso e le sensibilità di tutti i
cittadini).
E contemporaneamente un autentico fuoco di fila di false proposte, di affermazioni provocatorie (da
ultimo la proposta di riforma dell'articolo 1 della Costituzione) per distogliere l'attenzione dai veri
problemi.
Trovo al riguardo francamente ridicolo il risalto (con titoli in prima pagina e servizi di apertura del
tg3) che è stato attribuito alla proposta (che la destra non avrebbe mai il tempo e la forza di
realizzare) Ceroni.
La sinistra (l'opposizione) e i media che la sostengono non solo cadono regolarmente nei tranelli
tesi dalla destra (a meno che ormai non si siano assegnati altro compito se non quello di
ricompattare i ranghi di chi è già dalla propria parte (o magari di chi si astiene) senza alcuna
ambizione di invadere il campo avverso), ma si dimostrano anche incapaci di proporre in positivo le
cose da realizzare, quei quattro o cinque temi in grado di attrarre l'attenzione di tutti gli elettori e
ribaltare l'ordine del giorno dell'agenda politica.
Esemplare credo siano state le elezioni del 2008 dove il cavallo di battaglia del centro sinistra era la
riduzione del cuneo fiscale (!) per poi inciampare miseramente sul ripristino della tassa di
successione, senza saper sostenere coerentemente e lucidamente, per paura di spaventare la 'gente',
le ragioni di una scelta sacrosanta.
Nessuna battaglia, né ieri né oggi, su cose che possano incontrare i bisogni reali delle persone e dare
loro speranza: ad esempio il reddito di cittadinanza, la qualità dei servizi pubblici, l'idea di una città
a misura d'uomo da liberare dalla prigionia delle automobili, la riduzione dei costi della politica e
l'affrancamento della pubblica amministrazione e della RAI dalla manomorta dei partiti, il diritto
alla casa da rendere finalmente alla portata dei redditi reali, la messa in sicurezza del territorio e
degli edifici pubblici e privati per prevenire le catastrofi naturali (e i relativi costi), la promozione di
reddito e lavoro con l'efficienza e l'autonomia energetica delle abitazioni, il riequilibrio dei conti
pubblici ed il finanziamento delle spese sociali attraverso la tassazione dei grandi patrimoni e delle
transazioni finanziarie speculative.
Basterebbero solo alcune proposte in positivo per dare vigore al brand Sinistra di cui parla
Amenduni su Il Fatto Quotidiano (o brand Alternativa o Opposizione se si preferisce).
Coalizione, programma, leadership, capacità di determinare l'agenda politica (lo sanno anche i muri
e ce lo confermano pure gli 'esperti' consultati dall'Espresso) sono gli ingredienti per sconfiggere
Berlusconi.
La realtà è che i partiti di opposizione non ce la possono fare da soli perché da un lato le loro classi
dirigenti sono intente anzitutto a difendere i propri privilegi e le proprie nicchie di potere a discapito
dell'interesse generale del proprio schieramento e del Paese, dall'altro perché, al di là del collante
antiberlusconiano, non è possibile tenere insieme tutto e il contrario di tutto: tutela dell'ambiente e
crescita del PIL, la difesa del lavoro e le ricette liberiste di Montezemolo e Marchionne, diritti civili
e clericalismo, beni pubblici e privatizzazioni.
Bisogna galleggiare nell'ambiguità (il PD) per tentare di riuscire contemporaneamente a non
deludere i propri elettori e a non inimicarsi i poteri forti che si vogliono dalla propria parte.
Sta ai movimenti, come scrive Pellizzetti, e agli intellettuali allora scendere in campo: Micromega,
Uniti Contro la Crisi della Fiom e dei precari e studenti, Libertà e Giustizia, la Costituente
ecologista, il Forum dell'acqua, il Popolo Viola (inteso come idea di una mobilitazione dei cittadini
trasversale ed indipendente dai partiti e non come fantomatica organizzazione), Stefano Rodotà,
Guido Viale e Paolo (non Massimo!) Cacciari, Jacopo Fo.
Perché liberi da interessi particolari contribuiscano a definire le priorità e le modalità organizzative
dell'alternativa alle quali, se sostenute da un reale seguito popolare, i partiti di opposizione
dovranno adeguarsi o di cui quantomeno dovranno tenere conto.
Oppure dobbiamo ritenere che anche i movimenti siano schiavi del proprio 'particulare' e della
convinzione di essere gli unici depositari della verità e della giusta strategia, incapaci di muoversi
con uno spirito generoso di unità? Che cioè la cosiddetta società civile non sia affatto migliore della
classe politica che la rappresenta?