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PREFAZIONE

PSICOLOGI DELLO SPORT MAGAZINE nasce


dall’esperienza sul campo e dagli studi empirici di un
gruppo di professionisti che collaborano con
psicologidellosport.it e che operano su tutto il territorio
nazionale, in partnership con CISSPAT LAB ITALIA.

La forza del gruppo di psicologidellosport.it è la costante


attenzione alla performance e alla ricerca: basti solo
pensare che lo scorso anno sono stati raccolti più di 480.000 misurazioni
in diverse discipline sportive, che sono state analizzate e hanno fornito
importanti indicazioni per il raggiungimento di trofei, medaglie olimpiche
e scudetti. Un’altra caratteristica distintiva è la specializzazione in diverse
discipline sportive: molti dei collaboratori psicologi hanno avuto un
passato da atleti di elite e hanno fatto parte di diversi team nazionali
(tennis, nuoto, rugby, calcio, pallavolo, atletica, ecc).

La rivista raccoglie articoli riguardanti la Psicologia dello sport e


dell’esercizio, dal miglioramento della performance alla crescita
individuale e personale degli atleti. All’interno della rivista sono presenti
interviste agli atleti professionisti ed esperienze pratiche di mental
coaching. Il progetto si sviluppa nelle sedi storiche del CISSPAT che già
nel lontano 1972 aveva introdotto protocolli di mental training al servizio
dello sport e della performance. Da allora molto è cambiato e il Centro
è rimasto in costante aggiornamento diventando una solida realtà per
federazioni, nazionali, società sportive, top team e atleti.

I contenuti degli articoli hanno un taglio divulgativo-esperienziale oltre a


quello strettamente scientifico, per facilitare al massimo la
comunicazione tra una disciplina che è in rapida espansione, la
Psicologia dello sport, e un pubblico che include atleti professionisti,
sportivi alle prime armi, ma anche e soprattutto appassionati di sport che
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vogliono approfondire le proprie conoscenze sui fenomeni psichici che


sono alla base del gesto atletico.

La visione sempre aggiornata e al passo con i continui cambiamenti in


atto nel mondo dello sport e del panorama psicologico, comprende
anche la possibilità di informarsi sulle news, le curiosità e gli eventi
proposte dal centro, accessibili a tutte le fasce d’età.

Invitiamo fin da ora a scrivere in redazione a info@psicologidellosport.it


per domande, informazioni, condividere i vostri progetti e proporre i
vostri articoli.

Augurandovi buona lettura, i collaboratori del CISSPAT LAB sono a vostra


disposizione per consulenze e collaborazioni.
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PERFORMANCE E SONNO, PAROLA DI CR7!


Ogni atleta professionista (e non) che si rispetti, ha bisogno di controllare
il proprio stile di vita, le abitudini e le proprie attività quotidiane, poiché
esse condizionano di gran lunga la prestazione, sia durante le sessioni di
allenamento che durante una gara impegnativa. Alla base delle
abitudini che permettono di “essere al massimo” troviamo
l’alimentazione, fondamentale per ricavare le risorse energetiche
sufficienti ed essere sempre competitivi e la gestione delle ore
di sonno che permette al corpo di recuperare le energie fisiche e
mentali per poter avere le forze necessarie ad ogni seduta o evento
sportivo.
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Sonno e prestazioni sportive possono agire in una gara sotto


innumerevoli aspetti. Una cattiva gestione del sonno influisce sulla
forza, sull’attenzione, sui tempi di reazione, sull’incremento della
depressione, sulla tensione, sulla confusione, sulla fatica, sulla rabbia,
sull’ansia e sull’ alterazione dell’umore oltre che sulla capacità di
decision making durante la prestazione. È stato dimostrato da ricerche
condotte dalla “Stanford University”, che la mancanza di sonno può
addirittura aumentare le probabilità di infortunio negli atleti. Inoltre
alcuni studiosi americani hanno dimostrato che la carriera dei giocatori
di Basket NBA ‘’assonnati’’ dura meno a lungo dei colleghi che riescono
a riposare meglio e più a lungo. Coloro che soffrono di insonnia (a causa
di stress o ansia) producono una quantità eccessiva di cortisolo,
apportando all’organismo effetti negativi come la tendenza ad
ingrassare, l’abbassamento del sistema immunitario, la tendenza a
trattenere liquidi nell’organismo e una riduzione della massa muscolare.

Charles Czeisler, M.D., direttore della divisione di medicina del sonno


presso la Harvard Medical School (presidente del consiglio dei direttori
della “National Sleep Foundation”), fornisce consulenza a molti team
dell’NBA tra cui i Boston Celtics, Portland Trail Blazers, e Minnesota
Timberwolves. Czeisler
enfatizza l’uso strategico del
riposo e sottolinea che
grazie ad esso ne consegue
il recupero muscolare e
mentale del post-gara o di
una sessione di allenamento.
Il suo obbiettivo infatti è
quello di migliorare la qualità
del sonno degli atleti per
produrre miglioramenti nelle
performances sportive.
Migliorare tale qualità infatti
permette di raggiungere la propria “best” performance principalmente
in compiti che implicano un’alta componente cognitivo-percettiva.
Nel grafico precedente si può notare che se il recupero è insufficiente
in relazione al dispendio energetico si avrà un progressivo decadimento
della prestazione. Se il periodo di riposo è eccessivamente lungo non si
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potrà beneficiare degli effetti positivi della super-compensazione. Nel


caso in cui si avrà un ciclo di riposo ottimale si avrà un incremento ideale
della prestazione potendo raggiungere una forma fisica eccellente.

Alcune squadre professionistiche (soprattutto negli Stati Uniti) hanno


ingaggiato lo “Sleep Coach”, che ha il compito di regolare gli orari
sonno-veglia degli atleti per garantire il massimo della prestazione in
gara. Molti studiosi hanno aperto un dibattito sul come e quanto debba
dormire uno sportivo. Secondo una ricerca condotta dalla “School of
Medicine” dell’università di Standford, la chiave del successo per lo
sportivo professionista è dormire almeno 10 ore a notte. Il nostro corpo
ha la necessità di recuperare le energie spese, l’ossigenazione corporea
e per riparare muscoli e articolazioni dell’organismo. Secondo il “Journal
of sports medicine and psysical fitness” ad influire sulla performance
dell’atleta sono addirittura le due notti precedenti all’evento sportivo.

Alcuni “Sleep coach” però hanno adottato altri metodi. Il Dottor Nick
Littlehales ad esempio, è il responsabile della gestione del sonno del
campione assoluto del Real Madrid: Cristiano Ronaldo. Littlehales non
crede molto nel sonno continuo di 8/10 ore, poiché dormire una sola
sessione continua provoca ritmi innaturali che condizionano l’attività
dell’atleta e non massimizza il recupero delle energie spese durante la
giornata. Egli infatti ha consigliato a CR7 di suddividere il sonno in 5 fasi
da 90 minuti, spegnendo qualsiasi dispositivo elettronico un’ora e mezza
prima di dormire. E’ preferibile dormire in posizione fetale, possibilmente
sul lato destro affinché non si ponga pressione al cuore e resti attivo
regolarmente. E’ preferibile non dormire a pancia in giù poiché si dorme
con la testa inclinata e questo può creare pressione tra i muscoli del
collo e le arterie che vanno al cervello, ricevendo così meno sangue ed
ossigenazione. Secondo Littlehales, seguire questi punti fa si che il corpo
recuperi le energie in maniera più equilibrata, dando possibilità all’atleta
di essere più prestante sia durante gli allenamenti che in eventi sportivi,
nel quale il carico energetico sia fisico che mentale è più dispendioso.

Per questo motivo è importante per noi di CISPAT Lab poter


somministrare ai nostri atleti il “Pittsburgh sleep quality index”, che
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permette di valutare la consapevolezza dell’atleta del proprio sonno e


quindi misurare l’indice di qualità del recupero al fine di monitorare,
gestire e migliorare il benessere psico-fisico dell’atleta e della
performance in gara.

Per tutti sarebbe opportuno riuscire a dormire in maniera


quotidianamente equilibrata, poiché come afferma lo scrittore R.H.Sin è
importante dormire bene, per allenarsi bene e per vivere bene!

“Good Sleep, Good Train and Good Life!”

A cura del Dott. Enrico Nerboldi

C.I.S.S.P.A.T. LAB
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L’IMPORTANZA DEI RITUALI NELLO SPORT

Mi è capitato recentemente di imbattermi nella lettura degli esercizi


mentali per rafforzare lo Spirito che Bruce Lee annotava
quotidianamente in un diario. Sono esercizi molto semplici, comprensibili
e utilizzabili da chiunque e sono convinta che, se praticati
costantemente, possano essere molto efficaci. Questo mi ha mosso una
riflessione sull’importanza della routine nelle persone e soprattutto negli
atleti.
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Bruce Lee scrive di emozioni: ‘Rendermi conto delle mie emozioni


positive e negative, crearmi l’abitudine quotidiana di promuovere lo
sviluppo delle emozioni positive e aiutarmi a convertire quelle negative
in qualcosa di positivo’; e ancora, scrive di ragione: ‘Riconoscere che le
mie emozioni positive e negative sono pericolose se non vengono
controllate e guidate per un fine desiderato, depongo tutti i miei
desideri, i miei obiettivi ed i miei propositi sotto il potere della ragione e
sarò guidato da essa per esprimere tutto questo’. Questa semplice
abitudine del pensare può aiutare lo sportivo a spostare il focus della sua
attenzione verso le cose positive. Può altresì riconoscere quando le
emozioni sono poco funzionali e condurre al raggiungimento
dell’obiettivo prefissato.

Facciamo un esempio: per un atleta


che va ad affrontare una gara o una
partita le variabili distraenti prima e
durante la competizione possono esser
di vario genere, sia interne (rendersi
conto di esser particolarmente agitato,
ansioso o all’opposto troppo tranquillo,
o l’inferenza di pensieri negativi) e/o
esterne (gli altri atleti intorno a sé, la
gente, il meteo e così via). ( A destra James Ambrosini Apertura
Nazionale Italiana Seven prima dell’esecuzione della trasformazione)

Cosa può fare?

È proprio in questi momenti che avere un proprio rituale serve a


richiamare l’attenzione sul qui ed ora, ovvero sulla propria performance.

Se nella quotidianità l’atleta si è allenato a riconoscere e trasformare le


emozioni negative, nel momento della gara sarà più semplice per lui
mantenere il focus sul suo obiettivo.

A cosa mi porta il mettere in atto un’abitudine mentale?


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A migliorare alcune dinamiche mentali come il focalizzare


l’attenzione (soprattutto quando si ha un
dialogo interno negativo che porta l’atleta
a distrarsi), a ridurre l’ansia, a ritrovare se
stessi, creare e mantenere l’attenzione sul
“qui e ora” e a mantenere uno stato
positivo.

Ogni atleta può crearsi dei rituali ad hoc


per lo sport che pratica, un po’ come
crearsi un vestito su misura.

Per quanto riguarda il riportare esempi di routine mentale di alcuni


campioni dello sport mi viene difficile, non essendo in grado di leggere
nella mente altrui (a meno che non siano loro ad esplicitare i loro
pensieri), ma di sicuro è noto come molti di loro
prima delle competizioni mettano in atto delle
abitudini e gesti propri (vedi Nadal nel tennis e
Phelps nel nuoto) che hanno come scopo il
rendere al meglio nella performance. A volte
possono esser gesti fatti per scaramanzia o al
contrario azioni scelte come rituale. Qui è da
distinguere il gesto scaramantico dalla routine: la
scaramanzia è la speranza che qualcosa
dall’esterno aiuti a performare meglio, mentre un rituale ha come
funzione consapevole quella di focalizzare l’attenzione su determinati
gesti, azioni, pensieri che la persona potrà mettere in atto in qualsiasi
momento e situazione.

Cosa fare quindi nel pratico?

Creare e decidere con l’atleta una sequenza di gesti e pensieri, la quale


deve essere eseguita ogni volta che egli deve affrontare il gesto atletico.
Ma non è finita qui: come l’allenamento fisico, anche i rituali vanno
allenati, necessitano di tempo per funzionare; quindi se all’inizio non vi
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pare di trarne giovamento, portate pazienza e continuate, i risultati si


notano nel lungo periodo.

Integrazione: Routine di esercizi mentali Bruce Lee

La forza di volontà :“Riconoscere che la forza di


volontà è la corte suprema di tutti i dipartimenti della
mente. Mi eserciterò ogni giorno, quando avrò bisogno
dello stimolo per agire per qualsiasi scopo; e formerò
come un abito su misura per convertire il potere della
mia volontà in azioni e lo farò almeno una volta al
giorno.”

Le emozioni: “Rendermi conto delle mie emozioni


positive e negative, crearmi l’abitudine quotidiana di
promuovere lo sviluppo delle EMOZIONI POSITIVE e
aiutarmi a convertire quelle negative in qualcosa di positivo.”

La ragione: “Riconoscere che le mie emozioni positive e negative sono pericolose se non
vengono controllate e guidate per un fine desiderato, depongo tutti i miei desideri, i miei
obiettivi ed i miei propositi sotto il potere della ragione e sarò guidato da essa per esprimere
tutto questo.”

L’immaginazione: ”Riconoscere la necessità di piani e


idee sani per il raggiungimento dei miei desideri,
svilupperò la mia immaginazione appellandomi a lei
quotidianamente affinché mi aiuti nella formazione
dei miei progetti.”

La memoria: “Riconoscere il valore di una mente


vigile e di una memoria attenta, incoraggerò la mia
ad essere sempre in allerta preoccupandomi di
imprimere chiaramente tutti i pensieri ed i desideri da
ricordare, associando questi pensieri ai relativi
obiettivi, i quali verranno richiamati alla mente di
frequente.”

Il subconscio: “Riorganizzare l’influenza di mio subconscio sulla mia forza di volontà, mi


prenderò cura di sottoporgli un quadro chiaro e preciso del mio scopo principale nella vita
e tutti gli effetti secondari che portano al mio scopo principale, manterrò costantemente
impressa questa immagine nel mio subconscio e la ripeterò ogni giorno.”
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La coscienza: “Riconoscendo che le mi e emozioni


spesso sbagliano con il loro eccessivo entusiasmo e la
mia facoltà della ragione, spesso, è carente dei
sentimenti necessari per permettermi di combinare la
giustizia con la misericordia nei miei giudizi, chiedo
alla mia coscienza di guidarmi su ciò che è giusto e
sbagliato; non mi permetterò mai di mettere da parte
il suo verdetto, non importa quale sarà il prezzo per
farlo.”

Queste riflessioni profonde e complesse,


ma comunque semplici da capire,
riflettono lo sforzo che fece Bruce Lee per tradurre l’essenza millenaria
delle discipline orientali affinché potessero essere adattate alla vita
occidentale.

A cura della Dott.ssa Roberta


Ioppi

C.I.S.S.P.A.T. LAB
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IPNOSI E POTERE DELLA MENTE


Giuseppe Vercelli psicologo psicoterapeuta responsabile scientifico del
Centro Studi di Juventus University è la massima autorità nella psicologia
della prestazione applicata allo sport. Tra le sue rinomate esperienze
abbiamo quella della squadra olimpica di canoa kayak a quattro alle
olimpiadi di Pechino. Egli dimostra che nel momento in cui l’atleta
percepisce la sensazione di fatica dolorosa, che porta ad un
irrigidimento dei muscoli, si ha ancora circa un 70% di potenziale ed
energia in più da sviluppare. Questo nella stragrande maggioranza degli
atleti non si verifica. Vercelli con cinque sessioni di ipnosi alla squadra di
canoa è riuscito a sviluppare questo potenziale denominato
“extrapower”. Infatti nella finale olimpica il team di azzurri da penultimi,
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fino a 200 metri dall’arrivo, sono riusciti a classificarsi terzi. Nella


sensazione di fatica e bruciore, lo stimolo ipnotico indotto nelle sessioni
si è attivato, permettendo al surplus di energia latente di uscire.
Consapevoli di questo gli atleti partivano con una marcia in più rispetto
agli altri in quanto sapevano che quando il bruciore arrivava loro si
attivavano con una marcia in più rispetto agli altri. Ciò ha determinato
maggiore sicurezza fin da subito, aspetto altrettanto importante da
avere in gara.

L’ipnosi è un metodo assolutamente


importante nel mondo dello sport perché
permette di accedere direttamente nell’
inconscio modificando convinzioni
personali e limiti che non consentono di
sviluppare al massimo il proprio potenziale.
Tra i vari benefici si ha lo sviluppo della
concentrazione che permette così di
migliorare il gesto tecnico e di ridurre lo
stress e l’ansia da prestazione. Permette di mantenere l’atleta
nell’arousal, la soglia di attivazione ottimale per sviluppare il massimo
potenziale. Con l’ipnosi inoltre si può lavorare sulla visualizzazione e
controllo del gesto tecnico, sull’autostima, fiducia e controllo dell’ansia.

L’ipnosi è una tecnica di assoluto


rigore scientifico e metodologico,
che non si può improvvisare e che
necessita di una formazione
specifica.
Sicuramente nella psicologia
sportiva come abbiamo potuto
notare è importante darle credito e
valorizzarla per far si che i nostri
atleti esprimano il massimo potenziale presente in loro.

A cura della Dott. Leonardo Gottardo


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QUANDO LO SPORT DA ALLA TESTA!


BOXE – ”Tutti sanno che colpi ripetuti alla testa non sono una cosa
buona – spiega Charles Bernick del ‘Lou Ruvo Center for Brain Health’ di
Cleveland, che ha condotto lo studio – ma nessuno sapeva come si
passava dai colpi allo sviluppo di malattie degenerative a lungo termine.
Ora abbiamo una idea della sequenza”.

Finora le ricerche si sono concentrate su traumi violenti e su commozioni


cerebrali alla testa più che su colpi costanti ma di minore intensità. ”Non
dobbiamo concentrarci sui soli traumi violenti – continua – perché
sopportare migliaia di colpi che non ti mettono k.o. potrebbe essere più
dannoso per la salute del cervello”. Da uno studio condotto su 109
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boxers svolto mediante una risonanza magnetica emerge che il cervello


dei pugili inizia a cambiare ‘fisicamente’ ben prima che i segni di un calo
cognitivo, come la perdita di memoria o altri cambiamenti di queste
funzioni, prodotti da ripetuti colpi alla testa, diventino evidenti. Già dopo
6 anni sul ring si può riscontrare infatti una riduzione delle dimensioni
dell’ippocampo e del talamo, cioè le aree cerebrali deputate alle
funzioni mnemoniche e di prontezza. Anche se il cervello cambia già
dopo 6 anni, i segni del declino cognitivo diventano evidenti nei pugili
quando questi sono sul ring da più di 12 anni. Secondo i neurologi, l’idea
che con una risonanza magnetica si possano identificare patologie
degenerative cerebrali prima che i sintomi siano evidenti potrebbe
essere utile per moltissime persone. Senza contare che ciò potrebbe
portare ad una migliore comprensione del morbo di Alzheimer e di altre
malattie delle persone anziane. (Scienza e Tecnologia di Blitzquotidiano)

Già da diversi anni ormai sono note


le conseguenze neurologiche che
possono comparire dopo aver
praticato per alcuni anni uno sport
come la boxe, dove i colpi alla testa
sono molto frequenti. La
cosiddetta “demenza del pugile” è
una sindrome che si sviluppa
quando gli atleti che in giovane età
hanno praticato per un tempo prolungato questa attività, invecchiando
sviluppano un morbo simile a quello di Alzheimer, che presenta però
alcune caratteristiche diverse e peculiari. In generale, nel cervello dei
pazienti che soffrono di Alzheimer ci sono tracce di due proteine: la
betamiloide, per la quale è noto che una produzione anomala da parte
del corpo anticipa una malattia riguardante la degenerazione cellulare;
e la tau, che si presenta di solito nella seconda fase delle malattie
neurodegenerative ed è materialmente responsabile della graduale
distruzione delle cellule cerebrali. Nelle persone
che invece soffrono di “demenza pugilistica” non
è in alcun modo presente la proteina
betamiloide, ma per contro ci sono grandi
quantità di tau. Questa condizione patologica è
tipica della encefalopatia traumatica cronica,
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una malattia rara causata da ripetute commozioni cerebrali, ma si può


sviluppare anche quando si debbano assorbire diversi colpi ripetuti alla
testa, anche se di minore intensità.

A tal proposito risulta fondamentale la assistenza che viene fornita dal


Medico dello Sport, che è la sola figura in grado di valutare se la pratica
sportiva che si sta svolgendo sia salutare o se a lungo termine possa
avere anche alcune conseguenze negative.

FOOTBALL AMERICANO – Uno studio


condotto da Everett Lehman, del
‘National Institute for Occupational
Safety and Health’ di Cincinnati
(Ohio) prende atto, una volta di più,
di un dato obiettivo: alcune
categorie di sportivi, in questo
caso specifico i giocatori di football
americano, muoiono tre volte più del resto della popolazione per
malattie neurodegenerative. Un rischio che, parlando di morbo di
Alzheimer e sclerosi laterale amiotrofica, anche nota come S.L.A., risulta
aumentato fino a quattro volte. Per questa ricerca sono stati presi in
considerazione più di 3.400 ex giocatori professionisti della National
Football League con un’età media di 57 anni, scesi in campo per
almeno cinque stagioni tra il 1959 e il 1988. Al momento della analisi ne
erano già deceduti 334, circa il 10 per cento.

«La mortalità, considerando tutte le possibili cause, era inferiore a quella


della popolazione generale come ci si potrebbe aspettare in un gruppo
di sportivi sani» spiega Lehman “Ma andando a esaminare le cause di
morte, i sette casi attribuiti all’Alzheimer e i sette legati alla S.L.A. sono di
circa quattro volte superiori alla media”. Inoltre la National Football
League, la federazione che regola e gestisce il campionato di football
americano, ha fatto sapere di aspettarsi che il 28% degli ex giocatori
della propria lega – cioè circa seimila sui diciannovemila totali –
svilupperà problemi neurologici a lungo termine. Questo dato è emerso
recentemente, nel corso del processo che la NFL sta affrontando, dopo
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che più di 4000 ex giocatori le hanno fatto causa per non essere stati
informati dei rischi neurologici di una carriera nel football. Secondo il
“New York Times”, il recente comunicato è “la più onesta ammissione
fatta fino ad ora del fatto che gli atleti professionisti di football
americano subiscano gravi danni cerebrali, essendo così esposti a un
tasso di rischio molto più alto rispetto alla normale popolazione”.
Secondo un documento preparato dagli avvocati degli ex giocatori, si
può prevedere che al 14% degli ex giocatori verrà diagnosticato il
morbo di Alzheimer e a un altro 14% una qualche altra forma di
demenza.
(“Il Corriere Della Sera” – “Il Post”)

Riportando la situazione quasi ai giorni nostri, anche nel Football


Americano ci sono stati diversi casi di morti “sospette”, probabilmente
causate dai ripetuti traumi al cranio ricevuti dai giocatori e che hanno
manifestato ripercussioni negative soltanto ad una età più avanzata. La
stessa N.F.L. ossia la Lega Nazionale Americana di Football ha
riconosciuto nel 2013 che coloro che hanno praticato questo sport
hanno una probabilità più alta rispetto al resto della popolazione di
sviluppare malattie neurodegenerative come Alzheimer, S.L.A. o
encefalopatie traumatiche croniche.

La Federazione ha inoltre proposto un accordo di risarcimento che


prevedeva un indennizzo di circa 170.000 euro a ciascun giocatore con
cui era stata in causa fino a quel momento per questa ragione. Per
questo motivo, seppur con sviluppi abbastanza recenti, anche in questo
sport è stata riconosciuta la gravità delle conseguenze che può portare
alla salute di una persona ricevere continui e considerevoli traumi alla
testa. Quanto conta quindi il benessere degli atleti se alla prima
occasione utile non si esita a porlo in secondo piano, pur di rispettare le
esigenze di business e di fatturato che nella maggior parte dei casi
indicano la strada maestra da seguire?

CALCIO – Uno è un caso, due sono una coincidenza, tre iniziano a


diventare qualcosa di più: ecco perché la F.A. (Football Association), la
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Federcalcio Inglese, ha deciso di andare fino in fondo alla storia


documentata da una inchiesta del Daily Mirror che riguarda nello
specifico tre casi documentati di demenza.
Martin Peters, Nobby Stiles e Ray Wilson sono 3 ex giocatori di calcio degli
anni ’60-‘70 che tra i loro successi sportivi vantano anche il titolo di
Campioni del Mondo nel 1966, primo ed unico titolo mondiale ottenuto
dalla nazionale inglese a livello calcistico. Più in generale però, questa
indagine vorrebbe accertare la possibile connessione tra i ripetuti
microtraumi cerebrali dati dai continui colpi di testa che avvengono in
questo sport e i molteplici casi gravi di demenza riguardanti ex
calciatori.

La richiesta è arrivata in
particolare dal responsabile
medico della F.A., Ian Beasley,
convinto che un’ampia indagine
statistica su scala mondiale possa
aiutare a fare chiarezza: «La
speranza è che la F.I.F.A. ci possa
dare una risposta in un senso o in
un altro. È una questione di salute e di sicurezza, in modo che noi
possiamo dire ad un praticante che teoricamente può andare incontro
a danni irreversibili colpendo ripetutamente e con forza il pallone con la
testa”. È una delle tesi più citate, nonché la causa più accredita della
morte nel 2002 a soli 60 anni per encefalopatia traumatica cronica di
Jeff Astle, ex centravanti del West Bromwich, eccellente specialista del
colpo di testa. Secondo uno studio dell’Università di Toronto i colpi di
testa gli avrebbero provocato piccoli ma costanti traumi cranici al
cervello degenerati poi in demenza. «A quei tempi, se la palla era
bagnata, un tiro di Pelé o Bobby Charlton poteva essere violento come
un pugno» ha denunciato il genero di Peters, sostenuto anche dal
grande portiere Gordon Banks «Sì, quei palloni erano pesantissimi».
(“Il Corriere Della Sera”)

Visti i precedenti casi già considerati di boxe e football, è molto


probabile che anche in questo caso gli accertamenti scientifici possano
dare ragione a questi ex giocatori, soprattutto se valutate attentamente
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le condizioni di gioco, con palloni di cuoio non impermeabili, che in caso


di pioggia potevano diventare pesanti come dei macigni. In particolare
nel caso di Peters, Stiles, Wilson e Astle, che senso può avere compiere
grandi imprese sportive, in cui una persona per una intera vita investe i
propri sforzi e i propri sacrifici, se poi non può neanche averne un minimo
ricordo?

La considerazione finale e forse più importante però sta nel chiedersi se


anche oggi – con i progressi che la tecnologia ha permesso di applicare
anche alla costruzione dei palloni da calcio, che sono diventati così
molto più leggeri e totalmente impermeabili – i continui colpi di testa
ammessi dal regolamento e presenti in partite che comprendono
giocatori di qualsiasi categoria e di qualsiasi età, siano ancora così
dannosi per il cervello umano.

Per questo motivo rivolgiamo un appello alla F.I.G.C. affinchè ci contatti


per avviare uno studio con giocatori che abbiano intrapreso la carriera
calcistica intorno al 2006, anno di introduzione del primo pallone
totalmente impermeabile, per verificare
se ancora oggi questi microtraumi, dati
dal colpire il pallone con la testa,
possano avere effetti devastanti sulla
salute futura di queste persone. Questo
perché come già evidenziato durante la
analisi riguardante la boxe, secondo i
neurologi, l’idea che con una risonanza
magnetica dopo circa 6 anni di attività
sportiva si possano identificare patologie
degenerative cerebrali, i cui sintomi evidenti si presenterebbero soltanto
dopo 12 anni, potrebbe essere utile e a volte addirittura vitale per
moltissime persone. Senza contare che ciò potrebbe portare ad una
migliore comprensione del morbo di Alzheimer e di altre malattie
neurodegenerativi riguardanti le persone anziane.

Prima di essere coinvolti in processi con relative sentenze, prima che ci


pensino gli inglesi come spesso accade ad effettuare studi moderni e
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originali, prima che siano sempre gli altri ad essere considerati innovativi,
prima di arrivare tardi, pensiamo noi italiani a sviluppare questo tipo di
ricerca, perché riuscire a fare una attività di prevenzione che possa
portare a salvare anche una sola persona da una malattia
degenerativa sarebbe un grandissimo successo. Mai come in questo
caso infine poche e semplici parole risultano perfettamente indicate per
descrivere lo scopo di questo studio:

PER NON DIMENTICARE.

A cura del Dott. Davide Ghilardi

C.I.S.S.P.A.T. LAB”
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Intervista a Leonardo Gottardo

Qual è stata la tua disciplina e il tuo miglior


risultato?

Ho iniziato la mia carriera con il Lancio del


giavellotto. Ho vinto 8 titoli italiani, 1 europeo e
diverse presenze in nazionale raggiungendo il
mio primato personale di 78.10 metri.

Quando hai scoperto di avere talento?

Ho iniziato ad allenarmi a 8 anni. Poi


successivamente ho scoperto di aver talento a 12 anni vincendo le mie
prime gare.

Com’era il rapporto con il tuo allenatore?

Il rapporto con l'allenatore era bellissimo: è stato come un padre per me.

Quando hai iniziato la tua carriera avevi uno psicologo dello sport che ti
seguiva?

Inizialmente no. Ho iniziato ad avere lo psicologo dello sport quando in


gara non davo tanto quanto in allenamento. Il mio scopo era migliorare
la presentazione in gara e gestire l’ansia da prestazione.

A che età hai smesso di competere e perché?

A 26 anni purtroppo ho smesso per infortunio. Poi successivamente sono


diventato uno psicologo a 28 anni.
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Dopo l’infortunio hai continuato ad allenarti comunque?

Dopo l’infortunio era difficile


tornare ai massimi livelli e ho
scelto di chiudere con
l’agonismo dedicandomi al
lavoro di psicologo. Nel tempo
libero ora mi dedico alla
cultura fisica naturale per
mantenermi in forma e in
salute. Dopo una vita di attività sportiva fermarsi diventa impossibile. Ho
voluto fare anche un’esperienza di gara in questo campo
classificandomi 4° ai campionati italiani.

Cambiando disciplina cosa ti ha spinto a continuare ad allenarti con


costanza?

Cambiando disciplina mi sono reso conto che la motivazione è tutto.


Senza motivazione e obbiettivi chiari non si può migliorare in uno sport
soprattutto quando si parla di culturismo. Bisogna avere delle doti
mentali importanti come la tolleranza al dolore fisico e alla frustrazione
quando i risultati non arrivano. Bisogna avere una grande tenacia e
disciplina soprattutto nella dieta. Credo fortemente che lo sport mi
abbia aiutato ad essere quello che sono oggi come persona. Lo sport ci
plasma, fortifica il carattere donandoci qualità utili alla vita di ogni giorn.

Dott. Leonardo Gottardo

C.I.S.S.P.A.T. LAB”
NEWS CISSPAT LAB
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GIORNATA CON I PARALIMPICI

Il 27 Maggio 2017 si è svolto un appuntamento straordinario per lo sport


e per la psicologia dello sport. VI è stata una giornata multidisciplinare
al cui centro non poteva che esserci lo sport e gli atleti. L’allenatore che
dialoga con lo psicologo dello sport che a sua volta dialoga con l’atleta.
La giornata è stata altamente interattiva e si è avvalsa della presenza
dell’allenatore Paralimpico Willy Fuchsova, il Dott. Dario
Boschiero (Presidente e fondatore dell’ Open Academy of Medicine,
Londra UK. Fondatore e Coordinatore del progetto “MUS- Sintomi Vaghi
ed Aspecifici”. Direttore Ricerca e Sviluppo, Biotekna, IT.), degli psicologi
dello sport Dott. Gianni Bonas e Alessandro Bargnani. L’obiettivo della
giornata è stato far conoscere l’esperienza degli atleti pluri medagliati a
livello mondiale, dando voce allo staff e ai preparatori mentali. Nella
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seconda parte è stato possibile assistere direttamente ad una


competizione eseguita dai campioni.

La giornata è stata inoltre patrocinata dell’Ordine degli Psicologi del


Veneto, dall’ Associazione Italiana Psicologia dello Sport e dell’esercizio,
dalla FITARCO Veneto e dai Tiratori Arco Veneti.

REAL MADRID CAMP A CURTAROLO

Dal 19 al 23 giugno 2017 l’ A.S.D. Curtarolo


Calcio, in collaborazione con il Comune di
Curtarolo, ha ospitato il Real Madrid Camp,
un campus estivo di scuola calcio riservato
a ragazzi e ragazze dai 7 ai 14 anni e gestito
dalla Fundación Real Madrid. La scelta
della sede della tappa del Real Madrid
Camp è stata influenzata anche
dall’esperienza fortemente educativa dello
scorso anno dove il Curtarolo calcio in
collaborazione con il CISSPAT Lab
psicologidellosport.it hanno messo in
campo l’Educational Silent Trophy.

All’ interno dello staff del Curtarolo


che ha preso parte al camp c’era
il nostro collaboratore Nicola
Carraro che è riuscito a portare a
noi i Galacticos!.
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Complimenti Nicola!

Dott. Nicola Carraro

C.I.S.S.P.A.T. LAB

2°TROFEO EDUCATIVO DEL SILENZIO

A Settembre di quest’anno si è
svolto il 2° Educational Silent Trophy
CISSPAT LAB presso Curtarolo. Il
torneo ha avuto come obiettivo il
raggiungimento di una sana
educazione sportiva per i
partecipanti, per i genitori, per gli
allenatori e per i sostenitori. Lo sport
diventa teatro di una sana crescita per i nostri ragazzi, rappresentando
la terza agenzia educativa insieme a famiglia e scuola. Questo tipo di
iniziativa nasce dal calcio inglese.

Clicca qua per il video dell’evento


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Il regolamento del Torneo


prevedeva che tutte le squadre
partissero con un punteggio base di
400 punti, i quali venivano decurtati
nel caso atleti, genitori o allenatori
mettessero in atto comportamenti
poco utili ad uno sviluppo funzionale
del ragazzo nello sport. Vinceva chi
riusciva a perdere meno punti.

A prestare attenzione ai comportamenti diseducativi è stata una equipe


di psicologi presenti sul campo e sulle tribune. A questa età i ragazzi si
devono sentire “vincitori” già prima di iniziare la partita. Fare sport per
loro infatti deve significare divertimento unito allo svolgimento di attività
fisica e questa è già di per sé una scelta vincente, visto che formerà il
loro carattere per le sfide che in futuro durante il corso della loro vita
dovranno affrontare.

È stata una fantastica giornata


all’insegna dello sport e del fair
play e per questo vogliamo
ringraziare tutti i bambini, genitori,
allenatori, Il Curtarolo Calcio e lo
Staff del CISSPAT LAB per aver
mostrato come un calcio pulito
può essere presente insieme alle
performance e al divertimento.
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CLASSIFICA

LACLASSIFICA DEI DIECI SPORT PIU’SEGUITI AL MONDO

Lo sapevate che il Cricket è il secondo sport più popolare al mondo?! di


seguito la classifica.

1. CALCIO - 3,5 miliardi di fan, il calcio è lo sport più popolare.

2. CRICKET - La vera sorpresa di questa classifica è il cricket che


secondo alcune stime raggiunge un audience tra i 2 e i 3 miliardi
di appassionati.
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3. PALLACANESTRO - Pari merito e/o poco dopo il secondo posto:


2/3 miliardi di appassionati.

4. HOCKEY - Si calcola che sia il terzo sport più popolare al mondo.


Stima tifosi tra i 2 e 2,2 miliardi in Asia, Europa, Africa, Australia.

5. TENNIS - si stima di aver superato il miliardo di fan.

6. PALLAVOLO - 900 milioni di appassionati, compresi quelli della


versione da spiaggia o beach volley.

7. PING PONG - Gli specialisti attestano tra gli 850 milioni e i 900
milioni di fan.

8. BASEBALL - Si calcola che il baseball abbia circa 500 milioni di


fan.

9. RUGBY - Seguito molto in Europa.

10. FOOTBALL AMERICANO - Si calcola che abbia circa 400 milioni di


fan a livello mondiale.
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I NUMERI CISSPAT LAB

19 Tipi di CATEGORIE di test


59 Differenti ASSESSMENT
Più di 480.000 MISURAZIONI
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Speciale Formazione.
Si è concluso il Master in Psicologia e Coaching nello sport 2017 nella
sede Nazionale di Padova con 40 partecipanti. E’ iniziato il corso 2018
con il raggiungimento del numero massimi di iscritti. Sono state aperte
le iscrizioni agevolate per l’anno 2019. Per info e iscrizioni contattate la
segreteria didattica a info@psicologidellosport.it, o info@cisspat.edu, o
chiamate al 049 650861.

Stay Tuned
www.psicologidellosport.it
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