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LA SINTASSI

La sintassi può essere definita da due diversi punti di vista:


1) dal punto di vista etimologico( etimon = la radice)
2) dal punto di vista linguistico (essenziale)

La parola sintassi deriva da una parola greco-antica syntaxis e


significa un ordinamento perfetto di tutte le cose nel mondo. Questo
termine non era puramente un termine linguistico, ma era più vicino
al termine filosofico. Un filosofo stoico greco-antico, CRISIPO, in
alcuni suoi testi Stoicorum fragmenta parla della sintassi del tutto
cercando di definire il destino o il LOGOS che presiede
all’ordinamento del mondo. Il mondo governa una legge della
necessità, o il destino che viene nominato la provvidenza. Questo
ordinamento è eterno e agisce su tutti i livelli del vivere e del mondo.
La lingua greca era considerata perfettamente strutturata
Secondo i filosofi greco-antichi usando la lingua si poteva esprimere
ogni idea, ogni concetto senza cadere nelle ambiguità (più idee
venivano espresse dallo stesso espediente linguistico). Nella frase
greca ogni elemento era comprensibile, chiaro, definito e su questo
campo la parola sintassi assume un senso linguistico. Oggi la sintassi
è un termine che si è conservato solo sul campo linguistico.
Dopo la civiltà greco-antica anche i latini presero la sintassi
come un concetto che doveva indicare la struttura della lingua latina,
però trattavano questo termine in modo diverso. I latini oltre a
pensare a quello che si dice pensavano anche a quello come si dice
(alla retorica cioè alla scienza del bel parlare). I latini spesso
sacrificavano la sintassi alla retorica, la confondevano con la retorica.

La sintassi fu per lungo tempo (fino al ventesimo secolo) l’unica


disciplina linguistica, cioè cosi confusa con la retorica e stilistica.
Questo termine veniva usato nel risolvere i problemi linguistici
incontrati su diversi livelli: fonologico, morfologico, lessicale,
sintattico,metrico ecc. Appena con la fine dell’Ottocento e l’inizio del
Novecento pian piano dalla sintassi si staccavano le nuove discipline
grammaticali: fonologia, morfologia( la struttura e forma di una
parola), lessicologia, stilistica, semantica, metrica( i problemi della
struttura del verso), sociolinguistica.
Priva di queste discipline la sintassi rimase molto limitata nei
primi momenti. Era in parte confusa con l’analisi logica
( una disciplina formale che consiste nell’identificare le categorie
sintattiche). Per certi valori era confusa anche con la stilistica ( la
ricchezza espressiva di una lingua, cioè parole, lessemi, modi, tempi).
All’inizio del 20º secolo la concezione di sintassi subì un grande
cambiamento.
Noto linguista franco-polaco BAUDOUIN DE COURTENAY (1854-
1924) usò per la prima volta il termine SINTAGMA nel suo tentativo di

1
definire finalmente la sintassi e di liberarla dall’analisi logica e
stilistica.

LA SINTASSI – è la disciplina linguistica che si occupa dei


sintagmi che sono le unità semantico-strutturali con le
funzioni sintattiche.

IL SINTAGMA- è un nesso linguistico strutturato in maniera da


creare un determinato significato.

Per la prima volta nello studio dei rapporti grammaticali entra il


significato che nasce in un’unità linguistica (il significato è risultato di
due o più parole). La sintassi con Courtenay diventa una disciplina
che studia il significato come risultato della posizione, dei rapporti,
delle relazioni tra le parole in una frase. Queste relazioni presentano il
processo per cui nasce un determinato significato. Non più la parola,
ma il sintagma sta alla base del discorso (della comunicazione
linguistica) Una qualsiasi parola (mare) non significa niente, è un
recipiente che assume un significato nel rapporto (mare azzurro).

Courtenay non elaborò completamente il problema del


sintagma. Il termine fu preso ed elaborato da un altro linguista
francese-svizzero, FERDINAND DE SAUSSURE
(1857 – 1913), fondatore della scuola linguistica ginevrina- insegnava
la sintassi alla facoltà di Ginevra. La sua teoria, il modo di capire la
lingua possiamo trovare nel libro I corsi di linguistica generale che
hanno pubblicato i suoi studenti dopo la sua morte.
F. de Saussure è il padre dello strutturalismo e il creatore della
linguistica moderna. Lui usa il termine sintagma come un nesso di
due elementi eterogenei (diversi di natura), che sta alla base di ogni
significato e che rende possibile la comunicazione di questo
significato. La comunicazione di un significato non è possibile senza
elemento nominale e verbale ( la base di ogni comunicazione è la
frase semplice). Risulta che il sintagma è una struttura binaria ma
solo di natura formale (sostanzialmente il sintagma è monolitica,cioè
semanticamente questa struttura binaria dimostra grande
monolicità.)
DO DE
es. mare azzurro → la struttura binaria è infatti monolitica. Non
è possibile dividere DO (determinato) dal DE (determinatore). Si tratta
di due elementi contrastanti l’uno all’altro che non possono stare da
soli perché proprio dalla loro relazione reciproca nasce il significato.
La monolicità semantica e reale d’un sintagma che è formalmente
una struttura binaria, è il risultato di questi due elementi che non
rappresentano la somma, ma il prodotto, il risultato della loro
interferenza. Il sintagma compreso in questo senso sta alla base di
ogni significato e rappresenta la prima dicotomia1 +di F. de Saussure.

1
dicotomia (dividere in due) = dica (duplice) + temno (dividere)
La dicotomia rappresenta la metodologia per definire una lingua

2
La seconda dicotomia → diacronia – sincronia

Ogni fenomeno linguistico può essere considerato dal punto di


vista diacronico e sioncronico.
Sincronia (sin + chronos = con il tempo)
→ lo studio di una lingua in un determinato momento senza tenendo
conto della sua evoluzione(si serve del metodo della fotografia).
Diacronia (dia + chronos = attraverso il tempo)
→ lo studio di un fenomeno linguistico attraverso il tempo (nella sua
evoluzione).
Questa dicotomia ci mostra che ogni fenomeno linguistico può
essere preso in considerazione storica. La lingua è in continuo
sviluppo, sia nel passato o nel futuro.
es. imbecille
Cento anni fa questa parola indicava una persona debole di corpo o di
mente( il punto di vista diacronico), ma oggi è una offesa ( il punto di
vista sincronico)
F. de Saussure mostra la preferenza per lo studio sincronico. In
questo modo de S. getta le basi di una linguistica che elabora il
sintagma come la struttura lineare e non ammette l’importanza dello
studio diacronico. Secondo de Saussure la lingua si studia in un
determinato tempo senza prendendo in considerazione lo sviluppo
storico.

F. de Saussure basa la linguistica strutturale sulla terza


dicotomia → langue – parole (lingua – linguaggio)

Langue (lingua) rappresenta un sistema che funziona secondo


le leggi interne del sistema stesso, secondo certe regole (le troviamo
nelle grammatiche). L’uomo in un dato momento storico può
influenzare sullo sviluppo di questo sistema, ma soltanto fino a un
certo punto. Secondo sincronia, il nostro influsso è tanto discreto, ma
dall’altra parte usando il metodo diacronico si vede che l’uomo o un
gruppo sociale nell’ambito di mille anni ha influenzato un sistema
linguistico.
L’uomo non può muovere l’evoluzione del sistema in un
determinato momento storico. Il sistema funziona secondo le proprie
leggi che noi dobbiamo rispettare. Langue non esiste nelle
grammatiche , ma nella bocca dei parlanti che si servono di questa
lingua. La lingua è il risultato delle parole.

Parole (linguaggio) è il modo in cui ogni singolo interpreta la


lingua. Nessuno di noi pronuncia un suono in modo uguale (allofoni).
Langue (sistema) – parole (interpretazione individuale)

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Le lingue individuali rispettano un sistema (la lingua deve garantire la
comunicazione). F. de Saussure non aveva tanto interesse per
linguaggio, lui si occupava di lingua. Il suo discepolo CHARLES BALLY
si occupava proprio di linguaggio sul piano stilistico. In questo modo
lui ha dato la base di una nuova disciplina linguistica – stilistica. La
stilistica secondo lui si occupa di vari modi che una lingua offre a colui
che se ne serve per poter esprimere un’idea, un sentimento,
un’opinione. Tra la lingua e vari linguaggi c’è piccolo spazio di cui si
occupa la stilistica.

es. Apri la porta ! ( l’ordine)


Per favore, apri la morta. (la richiesta)
Chi vuole aprire la porta ? ( la domanda)

La quarta dicotomia – significante (il contenente) – significato (il


contenuto)
L’insieme di questi due elementi de Saussure chiama il segno
linguistico. Ogni segno linguistico (questo che viene comunicato) è
formato da due elementi, un significato che questo segno vuole
esprimere e il significante che lo esprime (senza il sistema una parola
non dice niente).
es. il significante mare è una somma di 4 fonemi e questa
somma significa il significato. Messi insieme questi 4 fonemi in un
determinato modo significano quello che significano.
Con questa dicotomia nasce l’importanza dello studio dei
fonemi che messi insieme in un determinato modo sono in grado di
esprimere un certo significato. I rapporti tra i suoni con il risultato
semantico risultano con la fonologia. Per la prima volta il FONEMA non
viene più preso in considerazione dal punto di vista fisico, ma viene
studiato dal punto di vista semantico. Il fonema da un’entità fisica
diventa un entità astratta.

FONOLOGIA – la disciplina linguistica che studia il fonema


e il significato e l’importanza dei suoni nella creazione del
significato, il significato in funzione dei suoni.

I fondatori di fonologia sono NIKOLAJ SERGEJEVIĆ TRUBETZKOY,


un linguista russo e ROMAN OSIPOVIĆ JAKOBSON, un’ebrea russo.
Loro due hanno fondato la nota SCUOLA DI PRAGA ( CIRCOLO DI
PRAGA ). A questi linguisti possiamo associare un grande linguista
americano LEONARD BLOOMFIELD che non ha seguito de Saussure.
Lui cercava di definire le lingue delle tribù americane partendo dal
fonema. Anche lui è arrivato alle stesse conclusioni come Trubetzkoy
e Jakobson. Loro hanno concepito l’importanza del fonema, non più

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come suono2, ma come elemento che fa parte nel processo della
creazione dei significati.
Già Platone ha dato certi impulsi in questa direzione nel 3º
secolo A. C. Un altro filosofo PANINI nel 5º secolo A. C. usò il termine
SPOTTA nel senso di un’unità invariabile sul piano linguistico,
fondamentale nel processo della creazione del significato.
Menzionando spotta parlava infatti del fonema.
La fonologia come la disciplina con la propria metodologia di
ricerche viene costruita con La scuola di Praga. Lo scopo della
fonologia non è di dare la genesi di un fonema ( questo è lo scopo
della fonetica) , ma lo scopo è di schiarire la funzione del fonema nel
sistema linguistico, di definire il rapporto tra il fonema (un elemento
astratto) e il suono (un elemento concreto). Il fonema nasce con il
suono.
FONEMA – è la più piccola parte di un enunciato3 che serve per
distinguere il valore semantico delle parole, ma anche il significato di
diverse forme morfologiche. Il fonema possiede la funzione
semantica nel senso di distinguere : mare – male (un fonema
distingue diversi significati), ma anche ha la funzione distintiva
morfologica : parlo – parli (distingue 2 strutture morfologiche).
Trubetzkoy ha capito che questa definizione non è sufficiente
perché la funzione di fonema distingue anche i sintagmi e le frasi
intere.
es. mare azzurro (senso proprio)
male azzurro (senso figurato)

Lui è innamorato del proprio mare.( questa frase denota una


persona legata al proprio mare
Lui è innamorato del proprio male.

La funzione di fonema non si vede dal piano sintagmatico


lineare (mare – male), soltanto in un paradigma tramite sezione
verticale è possibile identificare il valore essenziale del fonema. La
struttura lineare (superficiale) ci può mostrare la ridondanza
(nepotrebnost) del fonema.
La scuola di Praga esamina un fonema anche dal punto di vista
delle forme morfologiche. Le desinenze che distinguono parlo – parli
sono fonemi , però nello stesso tempo funzionano come morfemi
grammaticali, cioè grammemi. Trubetzkoy ha completato la prima
parte della definizione del fonema. Fonema non può essere
considerato la più piccola parte del discorso, non è la totalità del
fonema portatore del valore distintivo, ma soltanto alcuni elementi
nell’intero della totalità fonica del fonema. Lui parla dei suoni
Nasali rispetto ai suoni orali sia consonantici/vocalici, consonante
sorda/sonora, suono compatto/diffuso.

2
suono → realtà fisica, afferrabile all’osservazione diretta
3
enunciato = sequenza sintatticamente definita di parole

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Jakobson distingue 12 opposizioni binarie, ma non c’è lingua
che ha tutti questi valori.
Trubetzkoy definisce 3 regole mediante cui siamo in grado di
valutare il valore fonologico di un fonema, cioè il valore funzionale
d’un suono in un enunciato. Loro presentano la base su cui si sviluppa
la fonologia moderna.

1 REGOLA: quando due suoni sostituiti nello stesso contesto


provocano il cambiamento del significato si tratta della realizzazione
di due fonemi diversi (mare – male). Questo è principio di sostituzione
e viene usato molto nel definire le lingue senza scrittura.

2 REGOLA: quando due suoni possono essere sostituiti nello stesso


contesto senza il cambiamento del significato della parola, allora si
tratta dei fonemi facoltativi o allofoni. Ogni individuo possiede un
proprio sistema nel pronunciare le parole.

3 REGOLA: quando due suoni in nessun modo possono essere


sostituiti nello stesso contesto fonico, allora si tratta delle varianti
combinatorie d’un fonema o nominate da Bloomfield i fonemi della
distribuzione complementare.
Es. Ana – Anka (n nasale nel contesto Anka non può trovare suo
posto nel contesto d’Ana.

Trubetzkoy è riuscito a definire la rigida distinzione tra la


fonetica e la fonologia. La fonologia secondo Trubetzkoy si occupa dei
fonemi, delle unità astratte d’un sistema linguistico.

FONEMA – l’insieme delle caratteristiche fonologiche


pertinenti le quali contiene un quadro fonico (un suono).
La caratteristica pertinente d’un fonema è quell’elemento del quadro
fonico che è in grado di cambiare il significato. Vuol dire che nella
realizzazione d’un significato non partecipa il fonema, ma gli elementi
e le caratteristiche pertinenti del quadro fonico. Es. Ana – Anka
(n –elemento pertinente)
La fonetica esamina le loro concrete realizzazioni acustiche.

La quinta dicotomia – segno arbitrario – segno motivato


segno → l’insieme di contenente e contenuto

segno arbitrario – è il risultato d’un accordo sociale nato senza


alcun stimolo da parte del significato, cioè della realtà (non c’è un
rapporto diretto tra la natura fonica del segno e la realtà che questo
segno linguisticamente determina). La parola tavola, porta o sedia
non è un segno motivato, ma è un segno arbitrario ottenuto
attraverso lo sviluppo delle lingue.
(it. sedia, cr. stolica, eng. chair → la gente usa diverse parole per
nominare gli stessi oggetti in diverse lingue).

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Segno motivato – è la parola nata da un determinato stimolo
reale, cioè è chiaro che esiste un rapporto reale tra il significante e il
significato. I segni motivati sono presenti in tutte le lingue, e tutte le
lingue più o meno mostrano la stessa struttura fonica. Le parole
onomatopeiche sono in gran parte motivate es. il vau-vau (cane), il
gre-gre (ravelle).

F. de Saussure è il progenitore dello strutturalismo. Lui ha


elaborato la tesi di Courtenay ed ha posto le basi di una scienza, cioè
ha definito il corpus su cui bisogna lavorare, di cui bisogna trattare e
definire la metodologia che deve essere usata per definire le leggi, le
regole secondo cui un sistema linguistico funziona.
Nella sua definizione di sintagma come elemento fondamentale
d’un discorso, manca la determinazione precisa di questi 2 elementi
eterogenei di cui il sintagma è costituito. Le idee di de Saussure
riprende un grande linguista francese, il vero padre dello
strutturalismo ANDRÉ MARTINET. Nella sua opera Gli elementi della
linguistica generale lui ci da le basi della linguistica generale secondo
la concezione strutturalistica. Martinet definisce il sintagma come un
nesso di due elementi eterogenei (indispensabili nella creazione
di ogni significato) che può andare da 2 morfemi a 2
proposizioni intere.
Un sintagma può essere anche il nesso di 2 morfemi.

es. parl – o(un morf. grammaticale) serv – o,a,i,e


un lessema (lessema + morf. grammaticali)

Il nesso di 2 morfemi crea vari significati. In questo modo la


morfologia diventa parte della sintassi come sua disciplina
complementare, nasce un nuovo concetto, il termine di morfosintassi.
GIACOMO DEVOTO (1897 – 1974) accetta le idee di Martinet e
definisce la morfosintassi.

MORFOSINTASSI – è una scienza semantica perché deve essere


sempre condizionata dal significato che vogliamo esprimere,
deve rendere chiara l’idea che si vuole comunicare e ogni
procedimento di una proposizione deve essere condizionato
da questa idea.

Un altro linguista, RADIVOJ MIKUŠ, considera il sintagma la


cellula fondamentale di ogni comunicazione linguistica.
Partendo dall’idea di Martinet che non esistono i limiti tra la
morfologia e la sintassi, lui parla dell’unità strutturale di tutti gli
elementi della grammatica i quali vengono uniti nella cosiddetta
SINTAGMATICA. Il sintagma si dimostra come l’unica possibile e
indispensabile struttura del nostro parlare che si presenta come un
continuum sintagmatico. Il soggetto in rapporto con il verbo ci da
un’unità sintagmatica.
es. Il pittore Leonardo dipinse la Gioconda.

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I fonemi linguistici vanno esaminati nella loro funzionalità, cioè
nel sintagma. Il raggruppamento delle parole non si fa secondo le
parti del discorso (soggetto, predicato, oggetto) che non ci dicono
nulla. Ce ne sono delle lingue che non hanno le parti del discorso, ma
conoscono i rapporti, le relazioni. Le lingue orientali (giapponese,
cinese) hanno dei segni vuoti e pieni( in rapporto binario nasce il
significato). Tutte le lingue sono il risultato della funzionalità
sintagmatica che unisce “le parti del discorso”.
Secondo Mikuš gli elementi costituenti nel sintagma non sono
più DO e DE. Lui cambia in parte la dicotomia fondamentale di F. de
Saussure, cambia DO e DE in ID (identificatore) e DI (diferenziatore).

ID DI
es. mare azzurro

Mikuš capisce il sintagma come una struttura binaria


nell’apparenza. Essa come segno è unitaria perché non è la somma di
2 elementi eterogenei, ma il prodotto di questo aspetto arbitrario e
motivato. es. “più grande” è un nuovo segno, il prodotto di più e
grande. Il sintagma non fa parte della sintassi, ma della sintagmatica.
Anche la proposizione è un sintagma, una proposizione che entra in
rapporto con le altre proposizioni (in un periodo,un capitolo, un
romanzo intero). Secondo lui il sintagma è una triade dialettica
perché i suoi elementi costitutivi sono:
1)conservati (è sempre presente l’aspetto binario formale
es. mare azzurro, più grande)
2) negati (l’uno rispetto l’altro e rispetto l’insieme)
3) uniti (in una nuova sintesi, in un insieme che
rappresenta un nuovo segno linguistico pieno
di significato.
es. grande porta (non è più né grande né porta,
ma grande porta).

La sintagmatica non si identifica con la sintassi perché la


sintassi è sottomessa alla sintagmatica e non viceversa. La
sintagmatica è l’unica disciplina grammaticale (una scienza linguistica
superiore) di cui fanno la parte la fonologia, la morfologia, il lessico e
la sintassi.

Ce ne sono anche altre correnti alla base dello strutturalismo.


Un gruppo di linguisti:VIKTOR VLADIMIROVIĆ VINOGRADOV, LEV
VLADIMIROVIĆ ŠĆERBA e francese GRAMON, formano il centro d’una
scuola linguistica russa che vuole che il sintagma sia un’unità fonica.
L’unità fonica è costruita dall’unità ritmica (limitata dall’accento
ritmico), dall’unità respiratoria (limitata dalla pausa della
respirazione) e dall’unità d’intonazione (limitata dalla melodia della
frase).

JOSIP JERNEJ fa la distinzione tra il tassema e il sintagma.

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TASSEMA – è elemento costitutivo della frase, cioè il portatore
di funzioni sintattiche (sul piano d’analisi logica: soggetto, oggetto)

SINTAGMA – è nesso di 2 elementi complementari di cui uno è


elemento base o reggente e l’altro dipendente o subordinato.
es. sostantivo – attributo → pittore Leonardo
verbo – oggetto → apri la porta
indipend. Dipendente

L’intera frase può essere indipendente, mentre il giudicativo può


essere subordinato.
es. Tutto sommato, io mi sento bene.

2 tipi d’analisi:
1) tassonomica
es. Pittore(attr) Leonardo(sogg.) dipinse(verbo)
la Gioconda (ogg.)
2) sintagmatica
Pittore Leonardo( non un meccanico) dipinse
la Gioconda.

LA GRAMMATICA GENERATIVA TRASFORMAZIONALE


(GGT)
Tutte le correnti che partono dallo strutturalismo hanno un
elemento in comune: si occupano della struttura linguistica come
fatto compiuto, cioè studiano il significato che nasce da un
determinato significante, partono dal segno fonico e vanno verso il
segno semantico (significato) SE → SO4. Partono da un corpus
linguistico che è pienamente afferrabile all’osservazione diretta. Il loro
scopo è di sistemare i sintagmi, di scoprire le leggi, i principi che
regolano una lingua. La linguistica strutturale si occupa d’un
materiale ben preciso, d’un corpus linguistico che viene analizzato e
specificato mediante le regole grammaticali.

Un linguista ebreo-americano, NOAM CHOMSKY (1928), ha


pubblicato il libro rivoluzionario Le strutture sintattiche nel 1957. Con
questo libro lui pone le basi ad un’altro modo di capire la lingua, ad
un’altra concezione linguistica. Alla grammatica strutturale ha dato il
nome della grammatica tassonomica (gr. taxis = ordine, nomos =
legge) l’ha definita come l’insieme delle leggi che regolano
l’ordine di una lingua. Chomsky ritiene che questo tipo d’analisi
non basta quanto che sia esteso il corpus linguistico, cioè non è in
grado di definire, spiegare in modo soddisfacente la realtà linguistica,
ma adesso non più percepita da un parlante astratto, ma da un
parlante autentico.

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SE = segno fonico SO = segno semantico

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PARLANTE AUTENTICO – ognuno di noi che pensa, riflette con
proprio cervello e non comune (italiano, croato). Chomsky parla
dell’individua che crea gli enunciati linguistici con le proprie immagini
e poi li trasmette agli altri.

Tutte le grammatiche di F. de Saussure parlano sempre del


parlante astratto. Chomsky capisce che non ogni segno fonico
esprime esattamente un segno semantico. In questo rapporto tra
segno e parlante entra un altro elemento: parlante autentico. L’analisi
basata sulla teoria dello strutturalismo non è in grado di risolvere i
problemi che nascono con le ambiguità, varietà linguistiche. Esistono i
vari tipi delle ambiguità che non sono le ambiguità, ma risultano
come tali.
Secondo Chomsky queste ambiguità lo strutturalismo con le sue
regole non riesce a risolvere.

1) ambiguità fonologiche
es. la rena l’arena
la loro l’alloro
al largo allargo
Dal punto di vista fonologico questi 3 esempi sono uguali, la
distinzione fa il parlante autentico.

2) ambiguità morfologiche
es. 1,2,3, persona del congiuntivo presente
che io venga
che tu venga (le strutture uguali)
che egli venga

1,2,3, persona del congiuntivo imperfetto


che (io,tu,egli) parlasse

1 persona pl. del pres., cong., imperativo


(noi) parliamo
Le ambiguità morfologiche spariscono soltanto nella mente del
parlante autentico.

3) ambiguità semantiche nascono dagli enunciati, da frasi intere


es. complemento di specificazione
L’amore della madre.
a) amore che madre nutre verso i figli → speci. soggettiva
b) amore che figli nutrono verso la madre → speci.
oggettiva

La religione di Cristo
a) la religione creata da Cristo → speci. soggettiva
b) la religione che noi nutriamo verso Cristo → speci.ogg.

LE FRASI INTERE
es. Io amo il cane più di mia moglie.

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a) amo più cane che mia moglie
b) amo cane più che lo ama mia moglie

L’operazione di dottor Battista è riuscita.


a) l’operazione su dottor B.
b) l’operazione che lui ha fatto

Leggendo Moravia potresti imparare l’italiano.


a) periodo modale
b) periodo temporale
c) periodo condizionale
La tassonomia non ci da la risposta, soltanto noi come parlanti
autentici possiamo sapere il vero significato.

Le ambiguità si scoprono quando si cerca di analizzare in che


modo un SE significa un SO. Le varietà che mostra l’analisi strutturale
rappresentano i vari modi di dire la stessa cosa, la stessa idea o
meglio dire in che modo e perché diversi SE indicano un unico SO.

Le varietà:
a) modo passivo e attivo
es. Fu eletto presidente del parlamento.
Lo elessero presidente del parlamento.

b) le forme implicite e esplicite di una frase subordinativa


es. Rimasto solo, riprese il suo lavoro.
Quando fu rimasto solo, riprese il suo lavoro.

c) i costrutti verbali e i costrutti assoluti (viene omesso il verbo,


ma
senza nessun danno alla chiarezza del significato).
es. Pistola in mano, entrò in bar.
Avendo pistola in mano, entrò in bar.

L’analisi distributtiva (Chomsky) che scopre la presenza


delle ambiguità e le varietà si basa sul testo già dato e non è in grado
di spiegare il modo mediante cui noi parlanti siamo in grado di
risolvere questi problemi. Chomsky ritiene che la grammatica
dovrebbe spiegare come il parlante autentico risolve questi problemi
e come crea le frasi del proprio sistema linguistico, le frasi che
non ha sentito mai. Secondo Benedetto Croce la maggioranza delle
frasi almeno su un piano è individuale, irripetibile. Il compito di
GGT è di spiegare come il parlante autentico è in grado di capire le
frasi che non ha sentito mai, stabilire certe leggi che gli danno la
possibilità di capire le frasi che non ha sentito mai e di capirle
eliminando le ambiguità. Lo scopo principale di GGT è di capire come
il parlante autentico crea le frasi corrette e come riesce a distinguerle
dalle frasi incorrette.

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GRAMMATICA GENERATIVA TRASFORMAZIONALE – un insieme di
regole di trasformazione i quali generano ogni possibile frase
delle lingue partendo da un numero limitato di frasi.

Partendo dalla critica dello strutturalismo Chomsky ha fondato


la grammatica generativa trasformazionale su 4 ipotesi:

1) la lingua è innata
2) la lingua è creativa (non presenta un atto dato,fisso)
3) la lingua è astratta
4) la lingua è universale

1) La lingua è innata

Chomsky vuole che la possibilità di esprimersi linguisticamente


sia congeniale a tutti gli uomini e soltanto agli uomini. Nel cervello
umano esiste un meccanismo, un sistema mentale che sta sotto la
superficie di quello che noi chiamiamo la lingua. Esiste
un’inclinazione naturale per imparare la lingua e questa struttura
sublinguistica viene con la prima infanzia, questa capacità innata
viene attualizzata imparando una, due o più lingue concrete. Questa
capacità naturale di creare e parlare la lingua nella GGT si chiama
competenza linguistica, mentre la sua realizzazione si chiama attività
linguistica.

2) La lingua è creativa

Il compito della grammatica non si esaurisce soltanto nel


classificare, cioè determinare, definire quello che già esiste in un
corpus linguistico. Secondo Chomsky la grammatica deve dare e
definire le regole, i meccanismi che producono gli enunciati coretti, le
frasi già pronunciate, ma anche nello stesso modo le frasi nuove. La
grammatica dovrebbe essere un gruppo definito di regole che serve a
produrre una serie infinita di frasi corrette. Il meccanismo nel cervello
non è accessibile alla percezione diretta, non è possibile esaminare e
concretizzare questi universali. Però il criterio della correttezza
dell’enunciato, di una frase la GGT trova nell’intuizione del parlante
autentico. La forma corretta è quella forma che viene come tale
accettata da parte del parlante autentico. Le proposizioni accettate
dal parlante autentico come forme corrette si chiamano proposizioni
verificate. Le frasi verificate non coincidono sempre con la
ponderatezza ( smislenost) semantica.

es. Le idee verdi inespressive furiosamente dormono.


(semanticamente questa frase non ha senso, però è
assolutamente corretta, verificata dal punto di vista formale.)

Gli affaticati operai boscaioli profondamente dormono.


(la frase è verificata e ponderata)

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Le proposizioni possono essere: verificate e ponderate, o
soltanto verificate e soltanto ponderate.

es. Mia padre vengo casa molto tardi. (frase ponderata, ma


manca verificazione)

L’atto creativo ha varie possibilità che vengono sempre


controllate dalla nostra competenza, cioè l’intuizione del parlante
autentico.

3) La lingua è astratta
La struttura della lingua non è concreta

es. L’ operazione di dottor Battisti è riuscita.


Il dolce di nostra nonna è riuscito.

Queste due frasi hanno sulla superficie l’identica struttura


linguistica e su questo livello non sono per niente differenti. La nostra
competenza linguistica ci dice che queste due frasi hanno la struttura
diversa. La prima frase è semanticamente ambigua, mentre nella
seconda frase non esiste l’ambiguità. Vuol dire che sotto la struttura
superficiale delle frasi in generale dovrebbe esistere un altro livello,
molto più astratto, una struttura profonda secondo la quale nella
prima frase abbiamo la scelta tra due significati e nella seconda no.

5) La lingua è universale

La GGT vuole scoprire e definire i principi universali che stanno


alla base della capacità del parlare dell’uomo in generale. I principi
della competenza linguistica sono universali e in questo modo la
GGT diventa la teoria generale della lingua che è congeniale agli
uomini. Questo atteggiamento avvicina Chomsky alle idee del
razionalismo filosofico (Leibniz, Decartes). Leibniz cercava di creare
una grammatica razionale che potrebbe essere in grado di adattarsi a
tutte le lingue del mondo e un dizionario della lingua tedesca che
doveva avere i vocaboli per tutti i possibili concetti per evitare i
mutamenti semantici (polisemia, omonimia, sinonimia). Prima di lui
Francis Bacon, padre dell’empirismo filosofico, parla degli elementi
universali, i principi comuni a tutte le lingue del mondo.

GGT si basa su due elementi principali:

1) L’uomo entra in rapporto con i fenomeni naturali


direttamente scoprendo diverse relazioni (causalità, modo, tempo,
fine, compagnia ecc.). In questo rapporto nasce una conoscenza
sintetica ( i singoli rapporti entrano in rapporto tra di loro.)

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2)Grazie alla competenza linguistica l’uomo è in grado di
esprimere questa conoscenza sintetica linguisticamente. Sotto la
struttura fonica c’è una struttura mentale che nasce dalla possibilità
umana di conoscere un umano. Grazie a questa struttura siamo in
grado di giudicare se una struttura linguistica è corretta o no. La
struttura che rappresenta il meccanismo che controlla l’enunciato
linguistico si chiama la struttura profonda. Per poter essere
comunicata questa struttura deve trasformarsi in una struttura
superficiale.
LA STRUTTURA PROFONDA è una conoscenza sintetica, una
sintesi logica e corrente. Il passaggio dalla struttura profonda
verso la struttura superficiale si chiama trasformazione.

TRASFORMAZIONE – è la via della genesi delle strutture


superficiali che portano un determinato significato che
diventa comune,accessibile a tutti.

STRUTTURA PROFONDA – l’organizzazione sintattica che sta alla


base di un enunciato e ne determina il significato.

STRUTTURA SUPERFICIALE – la struttura sintattica di un


enunciato
così come appare.

Se la struttura profonda è assolutamente logica, coerente


dovrebbe essere assolutamente logica anche la struttura superficiale.
Le ambiguità nascono nel momento in cui la struttura profonda entra
in un sistema linguistico, cioè quando diventa superficiale ( nel
momento in cui la competenza linguistica diventa l’attività
linguistica). Chomsky intende questo passaggio dalla struttura
profonda alla superficiale come un salto dall’universale allo storico,
dalla natura alla cultura. Questa trasformazione è sempre un atto
creativo, l’uomo quando parla realizza l’atto di trasformazione, crea le
nuove strutture e i nuovi significati la cui correttezza viene controllata
dall’intuizione, dal meccanismo logico della struttura profonda e
perciò la grammatica si chiama generativa trasformazionale.
Le trasformazioni possono essere quelle più semplici (cioè la
generazione della frase semplice: Mario canta.), ma possono essere
superiori (attivo-passivo, semantico- stilistico ecc.).
Per la lingua generativa trasformazionale parlare significa
trasformare un ordine sintetico, sublinguistico, verticale in un
ordine lineare, linguistico.
Comprendere un discorso significa che un ordine
linguistico, lineare entra nell’intelletto dell’uomo per
diventare di nuovo una sintassi.
Il compito della GGT sarebbe di cogliere questo atto creativo
dell’uomo nel momento in cui la struttura profonda diventa
superficiale, semantica. La semantica nasce con la trasformazione di
un’intenzione personale. La lingua è astratta, creativa (nascono nuovi

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significati, costrutti che il parlante non ha sentito mai). Questo atto
creativo ha lo scopo di creare (stabilire, definire) un sistema di vari
procedimenti analitici che siano in grado di offrire agli uomini un
numero illimitato, indefinito di enunciati con i mezzi limitati, ben
definiti di un sistema linguistico, un numero infinito di combinazioni
linguistiche prive di ambiguità.
Anche questa teoria secondo i critici conosce punti deboli da
una parte e dall’altra parte punti positivi. Secondo linguista italiano
Giacomo Devoto (scrisse I saggi sui problemi dei dialetti in Italia) le
debolezze principali della GGT sono:

1) la sintassi generativa –trasformativa non si basa su un


ragionamento linguistico. Volendo definire un oggetto (una mela) non
è possibile dire che la mela è diversa dalla pera perché abbiamo
definito soltanto un aspetto e così dobbiamo tenersi sulla mela. Tanti
elementi della GGT sono di struttura sublinguistica e perciò questi
elementi rimangono non spiegati. La struttura profonda si può
spiegare soltanto filosoficamente, psicologicamente, ma non
linguisticamente. L’unico livello linguistico nell’atto di trasformazione
è la struttura superficiale. ( una mela viene definita come una cosa
che non è pera).

2) l’atto generativo, l’atto della creatività


x=y
Nell’atto della creatività la struttura profonda diventa struttura
superficiale. Secondo Devoto questa trasformazione è creazione da
nulla e in questo momento Chomsky cade nella trappola metafisica.
Chomsky ha messo sua teoria sul livello divino (qualcosa nasce da
nulla).

3) Devoto parlando dei punti deboli non condivide l’opinione di


Chomsky riguardo il suo bisogno di escludere tutte le ambiguità nella
lingua. Devoto dice che cercando di fare una lingua perfetta la lingua
si arricchisce matematicamente però dall’altra parte eliminando tutte
le ambiguità la lingua si impoverisce dal punto di vista espressivo,
creativo, poetico.

4) L’ultima obiezione esce dal precedente; fare un sistema di


regole si può considerare (un sistema di regole rigide), un
dogmatismo. Nasce un concetto che è l’istituto linguistico (ci dice
come non dobbiamo fare). Il sistema linguistico è statico, ben definito
e ci dice cosa dobbiamo fare. Dall’altra parte l’istituto linguistico è
l’insieme di scelte (che sono comprensibili) che noi possiamo
scegliere, muoversi liberamente.

es. Io penso che tu sei il mio migliore amico.(sono quasi sicuro)


→ scelta virtuale
l’istituto linguistico → condizione: comprensibilità
il sistema linguistico → pensare + cong.

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D’altra parte, secondo Devoto, il tratto più positivo della teoria
GGT sono gli universali sul campo delle lingue esistenti del mondo
che non hanno la scrittura e le lingue che hanno la scrittura diversa
rispetto la struttura delle lingue indoeuropee.

Partendo da queste due concezioni si può rispondere alla


domanda Che cos’è l’atto più semplice nel processo comunicativo ?

LA PROPOSIZIONE SEMPLICE

Ci sono due teorie (strutturalismo e GGT) che da due diversi


punti di partenza esaminano la lingua come un fenomeno
nell’esistenza dell’ essere umano.

1º ipotesi → la proposizione è un pensiero espresso con le


parole.
In questa ipotesi ce ne sono due concetti che devono essere spiegati.
Il pensiero potrebbe essere il processo del pensare o risultato
del pensare.
Il pensiero è un processo mentale del pensare,
linguisticamente compiuto. Si tratta di una specie del colloquio
interno che l’uomo fa con se stesso, cioè un pensiero che si compie
con le parole ( Si pensa parlando). La proposizione sarebbe una
specie di realizzazione fonica del pensiero, cioè la comunicazione di
un significato. Il pensiero non è ancora semanticamente definito. Il
pensiero non deve avere il significato che viene con la comunicazione.
La proposizione definita dallo strutturalismo è una specie di
attuazione fonica del pensiero.

2º ipotesi → secondo Chomsky il pensiero è un processo


mentale sublinguistico , un processo sintetico, ma
semanticamente indefinito. Tra il pensiero e la parola secondo
Chomsky esiste uno spazio, mentre per de Saussure tra il pensiero e
la parola non c’è niente. Per Chomsky la proposizione sarebbe una
specie di trasformazione semantica, una generazione del
significato mediante le parole.

La parola viene definita in due diversi modi.

1º concezione → la parola è un segno linguistico contenente


un determinato significato. Questa concezione fa parte della
teoria strutturalistica. Il pensiero si compie con le parole.

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2º concezione → trova l’appoggio nel filosofare di LUDWIG
WITTGENSTEIN (1889 – 1951). Lui dice che il mondo è un caso,
evento, l’insieme dei fatti. Alla base della filosofia di Wittgenstein non
sta il mondo come un sistema diretto, non ce ne sono regole, non c’è
un principio fondamentale che regola il mondo. Il pensiero umano, il
cui forma è l’enunciato linguistico semanticamente definito
rappresenta il quadro logico( lo abbiamo creato noi per facilitare la
nostra vita) dei detti fatti. Il pensiero rappresenta la lingua. Da
questa filosofia risulta che la parola non ha significato, ma si usa per
esprimere certi significati. La parola possiede un determinato uso e
non significato.

Possiamo definire la proposizione semplice da due diversi punti


di vista.

Secondo la GGT la proposizione semplice è la forma elementare


di un processo trasformativo per cui una struttura profonda diventa
struttura superficiale come prodotto di due elementi fondamentali:
1)elemento nominale (EN) 2)elemento verbale
(EV)

Secondo lo strutturalismo la proposizione semplice non è più


questo tipo di sezione verticale, ma è risultato di un processo lineare.
La frase nasce nell’ordine gerarchico di diversi elementi del
processo significativo.
1º FONEMA → distingue il significato
2º MORFEMA → il suo compito è di creare significato
es. punto-o, punt-i
3º SINTAGMA → il suo compito è di nominare il significato
es. punto bianco, mare azzurro
4º PROPOSIZIONE → il suo compito è di comunicare il
significato
es. Il medico è buono.

Da questo atteggiamento possiamo trovare la definizione


secondo lo strutturalismo. La proposizione semplice è la più piccola
parte del discorso che porta un messaggio, cioè trasmette un
determinato significato. Deve avere almeno 2 elementi che stanno in
rapporto predicativo il quale si esplica nelle categorie seguenti:
1)categoria della persona
2)categoria del tempo
3)categoria della qualità e quantità
4)categoria della modalità

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Comunicare un significato vuol dire scomporlo linguisticamente
in almeno due elementi costitutivi di cui uno funge da soggetto e
l’altro da predicato secondo lo strutturalismo. Dal punto di vista della
GGT uno funge da elemento nominale e l’altro da elemento verbale.
Nel momento dell’ analisi le due grammatiche si incontrano. Il
rapporto soggetto – predicato è il rapporto elementare della
comunicazione, ma anche rappresenta la trasformazione
fondamentale che genera la struttura superficiale.

Partiti da due concezioni differenti:


1)la lingua è un colloquio interno
2)la lingua è la trasformazione da un pensiero puro verso il segno
linguistico
si arriva ad una definizione quasi identica, però con le diverse
funzioni. La proposizione semplice
A) è una struttura binaria composta da un elemento
nominale e un elemento verbale che ha la funzione di
comunicare un significato che già esiste nel nostro
cervello (lo strutturalismo)
B) è la forma elementare di trasformazione mediante cui da
una struttura profonda si genera una struttura
superficiale, da una relazione si genera il significato ( la
GGT)

Questa binarietà esiste anche in certi costrutti impersonali ellittici.

1) es. Piove.
Nevica.
Tuona.
Lampeggia

2)costrutti impersonali con sembra,manca, risulta, bisogna


(manca un elemento di binarietà ma solo in apparenza,in realtà
questo elemento è nascosto.)
es. Sembra a me → comp. oggetto indiretto (soggetto logico)

3) es. Fa freddo. (soggetto si nasconde dentro la struttura)


Fa giorno.

4)proposizioni ellittiche
es. Chi bussa ? Piero (il verbo è sottointeso)

Secondo il rapporto tra elemento nominale e verbale le frasi


semplici possono essere:
1) enunciative (izjavne) contengono una semplice
dichiarazione, un’esposizione, una descrizione di qualcosa. Si
suddividono in:
a) affermative o positive es. Gianni studia.
b) negative es. L’ aereo non è partito.

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2) ottative o volitive esprimono un comando (imperative),
un desiderio (desiderative), un’esortazione (esortative), una
concessione (concessive)
es. Apri la finestra ! ( frase imperativa)
Tu sia felice e sereno (frase desiderativa)
Ci pensino bene. (frase esortativa)
Parla pure ( frase concessiva)

3) interrogative pongono una domanda; sono caratterizzate


dall’intonazione ascendente della pronuncia nel parlato, dal
punto interrogativo nella scrittura
es. Cosa fai ?
Perché non scrivi ?

4) esclamative sono caratterizzate dall’intonazione discendente


della pronuncia nel parlato, dal punto esclamativo nella
scrittura.
es. Povero me !
Beata te !

La nostra conoscenza del mondo reale è atto sintetico che per


essere comunicato bisogna essere disintegrato in almeno due
elementi. Il soggetto e il predicato sono parti elementari
dell’enunciato linguistico e come tali non sono le parti definite in
avanti.
es. Gianni legge ( Gianni non è predestinato ad essere
soggetto)
Chi legge è Gianni. (qui Gianni è parte del predicato
nominale)
Il soggetto e il predicato sono messi in rapporto predicativo. In
realtà non ci sono soggetti e predicati predestinati, ciò dipende dalla
scelta d’uomo, dalla tradizione linguistica e avviene nel atto
comunicativo. Ogni fenomeno naturale nello stesso tempo compie e
subisce l’azione.

IL SOGGETTO

Il soggetto è un tassema (elemento funzionale) che nell’atto


comunicativo è portatore d’un azione sia attiva sia passiva.

es. La porta sbatte. → att.


La porta è chiusa → pass.

Il soggetto può essere il portatore di una qualità, condizione,


quantità e uno stato.

es. La porta è di legno. → qualità


La porta non è eterna. → condizione
La porta è verminosa. → stato

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La porta è grande. → quantità

Il soggetto può essere espresso in tre modi:


1) il soggetto reale → portatore d’un azione, una qualità,
quantità, condizione e uno stato. es. Carlo canta.

2)il soggetto formale → una parola collocata da un predicato in


una categoria grammaticale es. Egli è mio amico.

3)il soggetto logico → non è messo nella categoria determinata


delle grammatiche, non coincide con il soggetto formale
es. Mi fa pena → sogg. formale
( il vero portatore d’azione è contenuto nel pronome atono
“mi”
→ Io sento pena.

Da soggetto reale possono fungere tutte le parole. Il soggetto


reale nella sintassi italiana funziona con e senza l’articolo.

→ categorie morfologiche che fungono da sogg. reale senza


l’art. sono:
1) pronomi personali → vengono divisi in due gruppi
a) pron.che sostituiscono un nome proprio. es. Lui è
cattivo.
b)pron. personali nati dalle forme latine da cui è nato
l’articolo
italiano → egli proviene da ille, illa, illud
loro illorum
esso, essa ipse, ipsa, ipsum

2 )pronomi indefiniti → vengono divisi in due gruppi


a) pron. indefiniti contenenti nella loro struttura
il numero uno es. taluno, nessuno, ciascuno
b) alcuni altri → nulla, niente, tutto, tutti e simili

* l’aggettivo indefinito viene seguito dall’articolo quando


è collegato al nome. es. tutta la sera

3)pronomi dimostrativi → si tratta dei pronomi che derivano


dalle
forme latine da qui è nato l’articolo italiano
questo proviene da ecum iste
quello ecum ille
codesto ecum tibi istum

4)pronome relativo che sta senza l’articolo soltanto quando


si riferisce a un tassema solo.
es. Cerco l’uomo che mi ha fatto del male

→ relativo che richiede l’ articolo quando si riferisce a tutta

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la proposizione
es. Mi ha detto una bugia, il che mi ha fatto tanto male.

5) verbi all’infinito es. Ridere fa bene.

→ categorie morfologiche che fungono da soggetto con


l’impiego dell’ articolo sono:
1) i sostantivi + nomi propri nella lingua burocratica
es. Nel tribunale entrò Giovanni Rossi.

2) gli aggettivi qualificativi sostantivati es. il povero


3) gli aggettivi possessivi sostantivati il mio
4) le preposizioni sostantivate il su, il per
5) i numerali in forma sostantivata l’uno
6) i pronomi personali sostantivati il voi
7) i pronomi indefiniti sostantivati gli altri
8) i pronomi possessivi sostantivati il nostro
9) il relativo che (quando si riferisce all’intera frase)
10) cui come aggettivo relativo es. l’uomo,il cui nome ti ho
detto
* quando cui funge da se stesso si usa senza l’articolo
es. l’uomo per cui sono venuto
11) tutte le forme verbali sostantivate

L’infinito come forma verbale spesso funge da soggetto


(specialmente nella poesia perché questa categoria morfologica
ottiene una forte carica effettiva). L’infinito è una forma nominale
del verbo che indica sempre l’azione e certo svolgimento nel
suo corso, ma senza la determinazione del tempo, modo o
della persona. È una forma verbale astratta, priva di qualsiasi
categoria che la determini, è la pura azione condizione, puro stato.
Viene nella filosofia usato come l’unica forma linguistica che è in
grado di esprimere l’essenza di questo nostro mondo → l’essere.
Ci sono degli infiniti che risultano come sostantivi ed esprimono
il risultato. es. leggere → lettura
correre → corsa
ridere → riso

Non ogni infinito ha un sostantivo che adeguatamente possa


esprimere il risultato dell’azione da lui espressa oppure non lo ha per
niente come i verbi avere, essere
Sapere, volere, piacere → sostantivi corrispondenti non significano il
risultato dell’azione, ma altre cose:
es. sapere → sapienza
potere → potenza
volere → voglia

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Il sostantivo si fece aggiungendo all’infinito l’articolo. Questi
infiniti con gli articoli sono più o meno sostantivi veri ed esprimono il
risultato d’azione es. l’essere, il sapere, il volere

Anche altri verbi che possiedono un sostantivo corrispondente


fecero nella lingua infinito sostantivato aggiungendo l’articolo
all’infinito.
es. cantare → canto → il cantare
leggere → lettura → il leggere
Queste forme semanticamente sono uguali però stilisticamente esiste
grande differenza.
Infinito sostantivato rappresenta un sostantivo, ma nello stesso
tempo conserva almeno in parte l’aspetto di uno svolgimento il che
da all’espressione un nuovo valore sul piano stilistico.
es. Il naufragar mi è dolce in questo mare (Leopardi)
Il lasciar quelle mura ( Manzoni)

Casi in cui l’infinito sostantivato funziona come soggetto:


1) inf. sostantivato può sostituire inf. semplice o il nome
es. Lo studiare nobilita l’uomo.
Il correre è sano.

2) inf. sostantivato viene usato anche con l’attributo nel ruolo


del soggetto
es. Un bel cantare fa piacere
un bel tacere non fu mai scritto.

3) inf. sostantivato può avere anche un attributo soggettivo


introdotto dalla preposizione DI
es. Il cantare degli uccelli è molto piacevole.
Il volare dell’aereo
Il parlare degli italiani

4) l’inf. sostantivato può avere anche un avverbio o oggetto


come il segno della sua origine verbale
es. Il leggere attentamente aiuta.
Il passeggiare con gli amici è molto piacevole
Il naufragare in questo mare

5) inf. sostantivato può avere un predicato libero → si tratta di


un aggettivo in funzione dell’avverbio
es. il fioccare lento della neve
il volare basso dell’aereo
6)inf. sostantivato può essere seguito dal complemento oggetto
diretto
es. Il leggere un bel libro fa piacere.
Il lasciare quelle mura era una cosa utile da fare.

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7) inf. sostantivato può avere un complemento diretto oggetto
partitivo il quale si comporta simile al complemento diretto da
specificazione oggettiva
es. Il comprare dei libri è il dovere degli studenti.

* generalmente il soggetto occupa il primo posto nella frase, ma


non sempre. es. Domani Piero ha gli esami.
*generalmente precede il verbo, ma può anche seguirlo se sin
vuol dare un particolare rilievo es. Non parla mai il nostro
amico.
*può essere sottointeso in varie circostanze:
a)quando risulta chiaro dal contesto precedente
b)nella risposta a una frase gia provvista di verbo
c)in una serie di proposizioni che hanno tutte lo stesso soggetto
(si trova soltanto davanti alla prima proposizione)

IL PREDICATO

Il rapporto tra il soggetto e il predicato esiste soltanto nel nostro


pensiero e noi lo trasportiamo nel linguaggio. Il fatto che una
parola è considerata come soggetto, e l’altra come predicato
dipende da noi stessi, cioè dipende dal rapporto tra i fenomeni
naturali che vogliamo mettere in evidenza.
Il rapporto soggetto-predicato nell’atto comunicativo
rappresenta il risultato della scelta dell’uomo che scompone il fatto
reale secondo la propria volontà e le tradizioni linguistiche d’un
sistema. È nostra scelta di dire:
es. Il lupo è ucciso. (pred. verbale) Gianni legge.
L’ucciso è lupo. (pred. nominale) Chi legge è
Gianni.

Una volta stabilita questa scelta ,dipende da noi e spesso dal


carattere della lingua se questo rapporto verrà espresso mediante
un costrutto verbale o nominale.

es. L’aereo vola.


L’aereo è in volo.

Il treno arriva.
Il treno è in arrivo.

Questo tessuto non si può lavare.


Questo tessuto non è lavabile.

Negli esempi di costrutti nominali l’elemento nominale del


predicato (in volo) assomiglia molto al complemento di luogo, ma
non lo è. Professore Jernej chiama questa parte del predicato
nominale accopula di situazione.
es. Mio libro è in stampa. (accopula di situazione)

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Non è sempre facile, spesso neanche possibile sostituire un
costrutto nominale con un costrutto verbale e viceversa perché il
sistema linguistico di una lingua ha creato dei cosiddetti sintagmi
prefabbricati seguendo l’uso quotidiano nel processo evolutivo e
certe convenzioni di natura linguistica.

es. Io leggo giornale (forma attiva del costrutto


verbale)
Noi studiamo l’italiano.

Il giornale è letto da me. (forma passiva del costrutto


verbale)
L’italiano viene studiato da noi.

Qui è possibile trasformare le frasi soltanto nel modo passivo,


però non si tratta di costrutti nominali. L’unica differenza è che
l’aspetto attivo diventa aspetto passivo, ma è ancora verbale.

Diverse lingue creano da sole delle espressioni per esprimere la


stessa cosa. Si creano calchi brutti traducendo ad literam.

es. Ho fame Imam gladi si deve tr. Gladan sam


Ho l’onore. Imam časti. Čast mi je.

Ogni sistema linguistico limita la libertà del parlante in un


certo senso.

Il predicato dal punto di vista funzionale è un tassema e dal


punto di vista semantico è un sintagma con la funzione sintattica
che nell’atto comunicativo esprime: l’azione, qualità,
quantità, stato, condizione, ma anche la pura esistenza (Io
sono.).
Il predicato può essere:
a)nominale
b)verbale

A) IL PREDICATO NOMINALE

Il predicato nominale risponde alla domanda chi, cosa, come, in


che stato, condizione, situazione è il soggetto.

chi? Questo è Maria.


cosa? Questo è pietra.
come? Questo libro è leggibile.
in che stato? Mario è triste.
in che situazione? Mario è disoccupato.

Il predicato nominale è composto di due elementi e perciò viene


detto predicato analitico. Le parti del predicato nominale sono :

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1) elemento funzionale detto copula
2) nucleo semantico o accopula

COPULA – è l’elemento che serve da collegamento tra il


soggetto e il complemento predicativo del soggetto.

ACCOPULA (nucleo semantico o complemento predicativo del


soggetto) – fa parte strutturale del predicato, ma si riferisce al
soggetto, cioè esprime una qualità, uno stato del soggetto.

es. Egli è studente.


copula accopula

Nucleo funzionale (copula) in un predicato nominale è sempre


un verbo. Nell’atto di collegamento del nucleo semantico e il soggetto
questa copula attribuisce alla frase intera il necessario valore verbale
(tempo, modo, persona, qualità, quantità, attributi necessari per il
processo di comunicazione).
Elemento verbale è nella maggioranza dei casi rappresentato
dal verbo essere.
es. La ragazza è timida.

* Quando essere non ha funzione copulativa allora ci si presenta


come verbo che significa esistere, stare, trovarsi. Non si tratta di un
predicato nominale, ma verbale che porta il significato “di stare in
una posizione”.
es. Egli è a casa.
Domani saremo a Napoli.

Al posto del verbo copulativo essere possono trovarsi anche


altri verbi che assumono valore copulativo. Il verbo stare può essere
copulativo quando si identifica con il verbo essere.
es. Io sto bene (Io sono molto bene)

* il costrutto stare + gerundio risulta sempre con il predicato


verbale.
es. Io sto parlando.

La funzione del verbo copulativo assumono anche i verbi


indicanti uno stato in generale restare, rimanere, nascere, morire
crescere ecc.
es. Rimane triste
Dante nacque intelligente.
Dante morì esule.

I VERBI SEMILESSICALI – sono i verbi che da se stessi, per


se stessi in determinati contesti non hanno il senso compiuto
e perciò richiedono un complemento semantico, cioè un
elemento nominale che ne completi il senso. Questo

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complemento prende il nome del complemento predicativo legato o
congiunto perché è legato al soggetto o all’oggetto.
es. Dante morì esule. → questo verbo diventa incompleto,
richiede un complemento (Come Dante morì?)

I verbi semilessicali che richiedono un complemento si dividono


in alcune categorie distinte.
a)I verbi semilessicali che richiedono un complemento
semantico riferito al soggetto si dividono in categorie seguenti:

1) i verbi effettivi – verbi che indicano la maniera di essere del


soggetto.
sembrare Tutti sembrano stanchi.
Mario sembra tutto suo padre.
diventare Giovanni diventò pallido dalla paura.
rimanere Giorgio e Paolo rimasero sorpresi.
restare Paolo restò trasecolato. (zapanjen)
riuscire I miei tentativi riuscirono inutili.
ritornare Ritornò serio.
fungere Fungeva da arbitro.
andare Maria andava matta per le ciliegie.
stare Maria stava timida.

* Dall’altra parte alcuni dei verbi elencati in altri contesti si


comportano come verbi con pieno valore semantico e rappresentano
predicato verbale.
ritornare – è semilessicale copulativo soltanto quando indica
“tornare ad essere qualcosa” es. Ritornò felice.
- risulta di significato pieno in altri contesti
es. Ritornò ieri.
riuscire – è semilessicale quando esprime il valore semantico di
risultare es. I tentativi riuscirono inutili.
- ha pieno significato quando esprime “l’idea di aver
successo” es. Lui è riuscito a risolvere tutti i casi complicati.

2) i verbi elettivi (al passivo)

essere eletto Mario fu eletto deputato.


essere nominato Sono stati nominati consiglieri.
essere assunto a È stato assunto al trono.
essere prescelto Sono stati prescelti a membri della
commissione.
essere ordinato Giorgio domani sarà ordinato
sacerdote
essere promosso È stato promosso capitano.
essere elevato È stato elevato a generale.
essere designato Sono stato designato per
segretario.

3) i verbi appellativi (al passivo)

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essere chiamato Lorenzo era chiamato il Magnifico.
essere soprannominato Luigi fu soprannominato il buono.
essere detto Essi sono detti uomini
intrepidi. essere intitolato Il romanzo si intitola/è
intitolato
“Il nome della rosa.”

4) i verbi estimativi o percettivi (al passivo)

essere creduto Egli è creduto colpevole.

essere ritenuto Sono ritenuti innocenti.


essere valutato L’orologio viene valutato a 300 $
essere reputato Il loro comportamento venne
reputato coretto.
essere giudicato La sua presentazione è stata
giudicata ottima.
essere riconosciuto Fu riconosciuto colpevole.
essere stimato È stimato molto capace.

b) I verbi semilessicali che richiedono un complemento


semantico riferito all’oggetto si dividono in categorie seguenti:

1) i verbi effettivi – richiedono un complemento predicativo


legato a un oggetto quando denotano una situazione in cui l’individuo
viene messo o si trova. Si tratta dei verbi come:

fare La notizia l’ha fatto triste.


rendere La notizia l’ha reso felice.
lasciare Il risultato della partita li lasciò
perplessi.
trovare Maria lo trovò molto felice.
farsi I ragazzi si sono fatti adulti.
rivelarsi Quel giovane si è rivelato un bravo
filologo.
Considerarsi Puoi considerarti fortunato.

2) i verbi elettivi (nell’impiego attivo)

eleggere Lo elessero deputato.


prescegliere Lo prescelsero per segretaria.
dire Li dicono responsabili della sciagura.
fare L’hanno fatto sindaco.
Elevare L’hanno elevato alla carica del
presidente.

3) i verbi appellativi (all’attivo)

chiamare Lo chiamano l’animatore del gruppo.

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soprannominare Li hanno soprannominati gli irresistibili.

4) i verbi estimativi o percettivi (all’attivo)

ritenere Lo ritengono incapace.


reputare Reputarono giusto il suo
comportamento.
supporre Non possiamo supporre vera questa
notizia.
confessarsi Mario si confessò colpevole.
sentirsi Si sentivano incapaci a proseguire la
marcia.
trovarsi Lo trovai disposto ad aiutarci.

Il comp. predicativo dell’oggetto può trovarsi nel costrutto


verbo avere + oggetto diretto + complemento nominale che
serve in questo costrutto alla descrizione di qualità fisiche e
psichiche.
es. Egli ha la barba lunga. ( è di barba lunga)
La ragazza ha i capelli neri.
Egli ha la tempre brutta.

Il predicato nominale si presenta:

→ in certe locuzioni in concorrenza con il predicato libero.


es. Spero di cavarmela liscia.
Io la vedo brutta.

→ in forma di certe espressioni avverbiali


es. Hanno mandato a termine il piano (è finito finalmente)
Ho molto a cuore la tua salute.
Tieni a posto la tua lingua. (stai zitto)

COMPOSIZIONE DEL PREDICATO NOMINALE


L’elemento nominale del predicato analitico può essere
rappresentato da un sostantivo, un aggettivo, un pronome, una forma
verbale o da un nesso sintattico più o meno complesso. Questo
elemento nominale può venire allargato in forma di una intera
proposizione detta predicativa.
es. La vita è quello che è.
Il mondo è di chi se lo sa pigliare.
La sorte è come uno se la fa.

Quanto al contenuto semantico si distinguono più tipi


dell’elemento nominale del predicato:
a) l’accopula di essenza la quale risponde alla domanda che,
cos’è, chi è/fu/sarà?
es. Egli è scrittore.
Ogni promessa è debito.
b) l’accopula di condizione, qualità, quantità, stato, situazione

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es. La vita è dura.
Il ragazzo è felice.
Io sono di parere contrario.
c) l’ accopula di luogo risponde alla domanda dove è/fu/sarà?
es. L’albergo è qui.
Luigi è a casa.
* nella grammatica di Regula/Jernej vengono segnati anche tipi
speciali che non entrano nelle determinazioni principali.
es. L’invenzione è sua. (la copula di provenienza)
Siamo in dieci (la copula di specificazione)

B) PREDICATO VERBALE

Il predicato verbale è il tassema (elemento funzionale) che


esprime un’azione attiva o passiva del soggetto oppure uno
stato, una condizione che si compie in un determinato tempo,
luogo, modo per una determinata causa, con un fine, con una
conseguenza e tutte le altri possibili relazioni in cui può
trovarsi un soggetto.
Il predicato verbale detto anche sintetico (indivisibile) è
costruito da un verbo che da solo può portare un significato (es. Io
parlo) oppure il cui significato si realizza su un altro elemento che può
essere un complemento diretto o indiretto.
es. Io apro la porta. → COD
Qualcuno bussa sulla porta. → COI

I verbi che fungono da predicato verbale sono:

1) i verbi transitivi diretti – l’azione espressa da questi verbi si


compie sull’oggetto e si compie direttamente (senza aiuto
sintattico).Molti verbi possono fungere da verbi transitivi diretti come:
scrivere, leggere, mangiare, dare ecc.

es. scrivere la lettera


leggere il libro
mangiare una mela
cantare la canzona

* Alcuni dei verbi transitivi diretti possono essere in dati


contesti anche intransitivi, ma anche transitivi indiretti.
es. Io canto la canzone. (trans. diretto)
Io canto. (intrans.)
Io canto di te. ( trans. indiretto)

2) i verbi transitivi indiretti – l’azione di questi verbi si compie


sull’oggetto indirettamente (con l’aiuto dei mezzi sintattici)

es. aderire a un’opinione (prihvatiti mišljenje)


aspirare a quell’incarica
appartenere a quel partito

29
mancare alla lezione
puntare su una carta
contare su un amico
scrivere di un’unione

* incominciare a lavorare → questi costrutti reggono


insegnare a scrivere un infinito che rappresenta
offrire da mangiare un periodo implicito
smettere di brontolare (una subordinata
oggettiva)

Alcuni verbi possono essere usati come diretti e indiretti con il


significato uguale.

es. ubbidire a/ubbidire


perdonare a/perdonare

D’altra parete ci sono dei verbi che come diretti e indiretti


cambiano il significato.

es.aspirare l’aria
aspirare a una posizione (voler essere promosso)

cedere il posto a qualcuno (napustiti)


cedere a una preghiera (popustiti)

toccare il vertice (dodirnuti vrh)


tocca a noi (na nama je)

3) i verbi intransitivi – esprimono da soli il significato compiuto


e non hanno bisogno di complementi. Da verbi intransitivi fungono:
nascere, vivere, morire, pranzare, tossire, invecchiare, tramontare.
impallidire,dormire, cenare ecc.

* Molti di questi verbi possono essere in diversi contesti anche


transitivi diretti o transitivi indiretti.
es. pranzare qualcosa di buono → trans. diretto
dormire in due → trans. indiretto
* Alcuni di questi verbi possono fungere da nucleo funzionale
del predicato nominale.
es. Dante morì esule.
(un verbo effettivo che funge da copula a “esule”)

4) i verbi riflessivi
→ si presentano in diversi costrutti:
a) i verbi riflessivi diretti – l’azione di questi verbi si
compie direttamente sul soggetto.
lavarsi, pettinarsi, vestirsi, pulirsi

→ verbi riflessivi diretti possono diventare in determinati

30
contesti:
1) i riflessivi transitivi diretti
es. lavarsi le mani
pulirsi le scarpe
prepararsi la cena
vestirsi la camicia

2) i riflessivi transitivi indiretti


es. adattarsi alla situazione
dedicarsi a qualcosa
fidarsi di qualcuno
burlarsi di qualcuno
accorgersi di qualcosa
incontrarsi con gli amici
vestirsi da prete

b) i verbi riflessivi intransitivi – l’azione di questi verbi


è
legata al soggetto
es. fermarsi avvicinarsi
offendersi svegliarsi
allontanarsi

* A questo gruppo appartengono i verbi riflessivi


assoluti
es. pentirsi
vergognarsi
meravigliarsi
infischiarsi

c) i verbi riflessivi reciproci – l’azione di questo


costrutto
si compie reciprocamente su più soggetti che nello
stesso tempo rappresentano complementi oggetti
diretti dell’azione
es. amarsi trovarsi
incontrarsi separarsi
scriversi

d) i verbi riflessivi passivanti – ogni verbo trans. diretto


può diventare passivo con l’impiego di “si”
passivante
che al verbo attribuisce il valore passivo della 3º
per.
es. I libri si vendono a buon prezzo.
Le luci si accendono di notte.
I regali si fanno ai bambini.

e) i costrutti riflessivi impersonali – questi costrutti


non

31
hanno valore passivo perché non c’è il soggetto,
almeno il soggetto non è espresso esplicitamente
e dobbiamo immaginarlo
es. Si teme per la salute del padre.
Si viaggia molto negli ultimi anni.
Si pretende molto da me.

ACCORDO TRA IL SOGGETTO E IL PREDICATO

Il predicato di regola concorda con soggetto nel numero,


genere e nella persona. Quando abbiamo più soggetti che sono
eterogenei la situazione diventa un po’ ’diversa.
Quando nell’insieme di più soggetti è presente la prima
persona essa in concordanza con il predicato li include tutti al plurale
(la desinenza del participio passato è sempre il genere maschile)

es. Tu ed io siamo andati a scuola.


Maria ed io siamo andati a casa.
Io e i miei amici siamo andati al cinema.

Quando non c’è la prima persona , nell’insieme dei soggetti la


seconda persona li include tutti al plurale.

es. Tu e i tuoi amici siete andati a scuola.


Essa e tu siete stati da me due anni fa.

Quando in più soggetti c’è soltanto la terza persona, tutti li


include la terza persona al plurale.

es. Gianni e Gianna sono andati a teatro.

La concordanza tra il soggetto e il predicato in numero,


persona e genere deve essere rispettata anche quando un
determinatore in una frase è staccato dal soggetto.

es. La sua è una storia molto triste.


La tua non è una buona scusa.
Il mio non è un raffreddore da preoccupare.

I COMPLEMENTI

Il soggetto e il predicato sono gli elementi indispensabili. Il


significato viene allargato con l’impiego di altri elementi :
complemento oggetto diretto e complementi oggetti indiretti.
Parlando del complemento oggetto diretto l’azione colpisce

32
direttamente il complemento senza nessun aiuto sintattico. Dall’altra
parte , parlando del complemento oggetto indiretto, l’azione colpisce
complemento indirettamente con l’aiuto di elementi sintattici.

1) IL COMPLEMENTO OGGETTO DIRETTO – è il tassema5 che


indica la persona, l’animale o la cosa su cui si esercita
l’azione del soggetto espressa dal verbo. È introdotto di regola
da un verbo transitivo diretto di cui completa il significato e non è
retto da nessuna preposizione.

es. Egli suona il pianoforte.

La mancanza della preposizione non basta a distinguere COD


da altri tassemi. Per esempio, anche soggetto viene introdotto senza
preposizione, ma la sua distinzione rispetto all’oggetto diretto risulta
generalmente ovvia ed è data in primo luogo dall’ordine delle parole
in una frase. Nei casi dell’inversione il tono della voce deve aiutarci o
la ripetizione del COD in forma di un pronome atono. Nella scrittura ci
aiuta la punteggiatura
COD può essere espresso da un sostantivo (es. Egli suona il
pianoforte.) o da una parola sostantivata, da un pronome (es.
Prendete i libri e apriteli), infinito (es. Posso leggere?) o da una frase
intera detta oggettiva (es. Egli sostiene che sono riusciti).

La sintassi italiana distingue 3 tipi di COD:


a)il complemento oggetto diretto esterno
b)il complemento oggetto diretto generato
c)Il complemento oggetto diretto interno

Il complemento oggetto diretto esterno – questo oggetto


a)
viene
Colpito dall’azione dall’esterno direttamente e nella sua totalità.

es. suonare il pianoforte


amare la patria
cogliere un fiore

Questa specie in italiano ci si presenta spesso in cosiddetta


forma bracheologica che sottintende la concisione nel discorso
ottenuta specialmente mediante l’elissi (l’omissione intenzionale di
uno o più elementi dell’enunciato, ma senza danno alla chiarezza del
significato.
es. Gradisca un bicchiere di vino. (manca il verbo prendere)
Mi chiese mille lire. (che gli prestassi)
Favorisca il biglietto. (mostrarmi il biglietto)

5
tassema – l’elemento funzionale della frase che entra in diversi rapporti con altri elementi

33
b) il complemento oggetto diretto generato– non viene colpito
dall’azione nella sua totalità, non è elemento già esistente,ma il
prodotto dell’azione stessa, il risultato dell’azione

es. girare un film


scavare un buco
comporre una poesia

c) il complemento oggetto diretto interno o di contenuto


L’oggetto esprime la maniera in cui si compie l’azione e si
comporta come un complemento di specificazione. Viene detto del
contenuto perché l’azione del predicato si svolge nell’interno del
complemento stesso. Il verbo è sempre un verbo intransitivo usato
transitivamente.

es. vivere una vita tranquilla


sudare sangue
gridare aiuto
dormire sogni agitati

Finita l’azione sparisce complemento sul piano sintattico.

Il COD ci si presenta anche in forma di una proposizione


oggettiva che può essere espressa in forma implicita e esplicita .

es. Egli vuole dire la verità.

d) il complemento oggetto diretto partitivo è un costrutto


morfosintattico che si usa per indicare una certa quantità
indeterminata o per dar rilievo a un concetto. È legato al verbo
mediante di articolata.

es. Non dimenticate di prendere delle frutta.

I complementi rendono più precisi i varissimi rapporti,


possono completare l’idea fondamentale, ma anche gli altri
complementi. I complementi sono altrettanti quanti sono i tipi di
rapporto e siccome questi tipi di rapporto vengono giudicati con
maggiore o minore grado di distinzione anche il loro numero varia da
una grammatica ad altra

34
I complementi sono altrettanti quanti sono i tipi di rapporto e
siccome questi tipi di rapporto vengono giudicati con maggiore o
minore grado di distinzione anche il loro numero varia da una
grammatica ad altra.

2) COMPLEMENTI OGGETTI INDIRETTI

I complementi oggetti indiretti nelle grammatiche vengono


spesso detti oggettoidi (complementi oggetti falsi) o oggetti
preposizionali. Con il nome del oggettoide chiamiamo l’oggetto retto
dalla preposizione. L’unica eccezione è complemento oggetto
partitivo che infatti rappresenta il tipo di oggetto diretto, ma è retto
dalla di articolata. La forma speciale dell’oggettoide è oggettoide
diretto6. Con il nome dell’oggettoide diretto chiamiamo i cosiddetti
oggettoidi corrispondenti in forma e significato agli oggetti diretti
esterni. Esistono due tipi di oggettoidi diretti:

a)l’oggettoide diretto colpito totalmente dall’azione

es. approfittare di qualcosa


Lui approfitta della sua bontà.
aver paura di qualcosa
es. Lei ha paura dell’esame della sintassi.

b)l’oggettoide diretto colpito parzialmente dall’azione

es. gustare di qualcosa


bere di qualcosa
assaggiare di qualcosa

I complementi oggetti indiretti sono tutti quelli elementi


di una frase che servono a determinare le varie circostanze
dell’azione fondamentale di tempo, mezzo, causa, scopo, fine
ecc.
Essi si chiamano indiretti perché sono di regola uniti agli altri elementi
della frase indirettamente, cioè con l’aiuto delle preposizioni semplici
e articolate.

Il complemento di specificazione è quell’elemento di una


proposizione (sempre sostantivo o elemento sostantivato) che
specifica o precisa la specie o una speciale condizione dell’idea,
espressa da un altro elemento nella frase di solito restringendola
perché è troppo generica o troppo estesa. È sempre retto dalla
preposizione di. Nella sintassi italiana esistono 4 tipi di complementi
di specificazione:

6
oggettoide diretto → sul piano semantico è corrispondente al comp. oggetto diretto esterno
sul piano sintattico è corrispondente al comp. oggetto indiretto

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a) la specificazione attributiva – il complemento
assume
il valore di un attributo

es. la legge di natura (la legge naturale)


l’orario della festa (l’orario festivo)

b) la specificazione soggettiva – il complemento indica


una determinazione attiva

es. l’amore della madre (l’amore che madre nutre


verso i figli)
la religione di Cristo (la religione creata da
Cristo

c) la specificazione oggettiva – il complemento indica


una determinazione passiva

es. l’amore dei genitori (l’amore che figli nutrono


verso i genitori)
la religione di Cristo (la religione che i fedeli
nutrono verso Cristo)

d) la specificazione possessiva – il complemento indica


l’appartenenza, il possesso sempre specificando un’idea
perché è troppo generica

es. il libro del professore


il cane del pastore

Il complemento di termine è quell’elemento di una


proposizione (sempre sostantivo o elemento sostantivato) che serve a
completare l’idea espressa dai verbi indicando la persona, cosa o
l’animale su cui va a terminare indirettamente l’idea stessa.

es. Il pane è necessario agli uomini.


Ho regalato il libro a mia sorella.
La mamma mi aveva dato una mela.

I complementi di termine sono introdotti dalla preposizione


a, ma in certi casi possono essere introdotti dalla preposizione per
che può essere sempre sostituita dalla preposizione a.
es. Occorrono vari cibi per la salute
alla

Il complemento di vocazione è quell’elemento della


proposizione che indica la persona, l’animale o la cosa personificata a
cui si rivolge direttamente il discorso o un’ invocazione.
es. O studenti, amate lo studio!
O animal benigno e grazioso! (Dante)

36
Dimmi la verità, Paolo.

Il complemento di vocazione non è unito ad altri elementi


della frase mediante la preposizione, ma è unito mediante una virgola
o viene preceduto da un’interiezione.

Il complemento di compagnia o unione è quell’elemento


della proposizione che indica la persona, l’animale o la cosa
personificata insieme con cui si trovano, agiscono o subiscono
un’azione altre persone, altri animali o altre cose personificate.

es. Giovanni giocava con i compagni.


Passeggiavo con il cane.

Se il complemento di compagnia indica una cosa non


animata, allora questo complemento porta il nome di complemento di
unione.

es. Il contadino uscì da casa con la zappa.


Non mi piace il vino con acqua.

Viene unito agli altri elementi mediante la preposizione con


semplice o articolata o le locuzioni prepositive: in compagnia di,
insieme a/con.

es. Ho passato la giornata insieme con gli amici.

Il complemento di mezzo o strumento è l’elemento della


proposizione che indica la persona, l’animale o la cosa per mezzo di
cui si compie l’azione espressa dal predicato. Generalmente è retto
dalla preposizione con più raramente da: per, di, a, in e mediante,
oppure dalle locuzioni prepositive: per mezzo di, ad opera di, per via
di ed altre.

es. Annibale vinceva spesso con l’astuzia.


Troia fu conquistata per inganno.
Lo avvertì per mezzo della posta.
I poveri vivono di elemosina.

Il complemento di modo o maniera indica il modo come


avviene un’azione o una circostanza. È generalmente costituito da un
sostantivo accompagnato da un aggettivo ed è retto dalla
preposizione con, più raramente da: in, a, per, di e da.

es. Gli studenti ascoltavano la lezione con


attenzione.
Ascoltavano le sue parole in silenzio.
Lei sa la lezione a memoria.

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Interessante è che il complemento di modo riveste quasi
sempre un valore avverbiale, tanto che il sostantivo che lo esprime è
possibile trasformare in avverbio.

es. Egli vive con umiltà. (umilmente)


Il professore parlava con rapidità.
(rapidamente)

Il complemento di qualità è quell’elemento della frase che


indica una qualità morale, fisica, psichica o di una persona, di un
animale (fisica/psichica) o di una cosa (fisica).

es. Maria è una ragazza di genio.


Ho comprato un abito a strisce.
un vecchio dalla barba bianca.

È introdotto dalla preposizione di, più raramente da: a, da,


con.

Il complemento di materia indica la materia, la sostanza o


l’elemento di cui è costituito un oggetto ed è retto dalla preposizione
di. Dipende direttamente dal nome dell’oggetto di cui si specifica la
materia. È strettamente legato al nome dell’oggetto.

es. una bambola di porcellana


una statua di legno

Dipende anche da un verbo del significato essere, fare,


costruire.

es. Questo orologio è d’oro.


La casa è fatta di mattoni.

Qualche volta il complemento di materia è introdotto dalla


preposizione in che all’intero senso, significato dell’enunciato da
l’idea di un lavoro in atto, e perciò questo costrutto si preferisce dopo
i verbi come: incidere(urezati), scolpire(isklesati) ecc. o con gli
sostantivi corrispondenti all’idea dei verbi sopradetti.

es. un incisione in legno


un basso rilievo in gesso

Il complemento di fine o scopo è quell’elemento della frase,


(sostantivo o un elemento sostantivato), che indica proprio il fine d’un
azione o la destinazione di un essere o una cosa e può dipendere da
un verbo o sostantivo. È introdotto da molte preposizioni: a, di, da, in,
per e mediante varie locuzioni prepositive: a fine di, a scopo di.
es. A guardia del palazzo stavano le sentinelle.
Era un bel cavallo da tiro.
Parlo per il vostro bene.

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Il complemento di causa indica il motivo per il quale si verifica
un’azione, una condizione o una circostanza e completa il senso di
alcuni verbi e aggettivi a cui si unisce mediante la preposizione per,
ma anche di e da. Qualche volta incontriamo anche la preposizione a.
Sono molto frequenti le locuzioni prepositive: a causa di, per motivo
di, per causa di.

es. Sono felice per la tua guarigione.


Tutti erano lieti del suo ritorno.
Tutti erano pallidi dal grande freddo.

Il complemento d’argomento indica la persona o l’oggetto di


cui si tratta in un discorso. È introdotto mediante le preposizioni: di e
su, oppure mediante le locuzioni prepositive: circa, intorno a,
riguardo a.

es. Ragioniamo degli ultimi avvenimenti.


Si discuteva sulla teoria della sintassi italiana.
Dante compose un trattato intorno alla lingua
italiana.

Il complemento di origine o provenienza è l’elemento della


proposizione che indica la discendenza di una persona, famiglia o un
popolo ovvero la derivazione di una cosa, di un fatto,fenomeno e
dipende dai verbi, sostantivi o aggettivi che esprimono l’idea di
origine o provenienza. È retto dalla preposizione: di e da.

es. Molti uomini illustri discendono da nobile


famiglia
Il vino si ricava dall’uva.
I maggiori vizi provengono dall’ozio.

Il complemento di peso o misura è una varietà del


complemento di quantità e specifica la quantità attraverso il peso o la
misura e perciò e retto dai verbi: pesare, misurare senza alcuna
preposizione.

es. Egli pesa 70 chili.


La strada misura 200 metri.
Quel taglio è lungo 6 metri.

Il complemento distributivo esprime una certa proporzione


numerica fra persone o cose oppure certe quantità numeriche. È retto
dalle preposizioni: a, per, e di che introducono un sostantivo, un
pronome indefinito: ognuno, ciascuno ecc. o un numero.

es. Marciare per tre.


Saltare uno per ogni dieci.
Disporsi in fila per tre.

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Il complemento di età è quell’elemento della frase che indica
l’età di una persona, un animale o una cosa. È unito indirettamente
agli altri elementi della frase mediante le preposizioni: a o di ed e
accompagnato o no dall’espressione : all’età di, di età.

es. A dieci anni si trasferì a Roma.


Quel bel pulcino morì di cinque giorni.
Morì a settantadue anni.

Il complemento di distanza è l’elemento della frase che indica


la distanza, lo spazio o l’intervallo che intracede tra due luoghi,
persone, animali o cose. È retto dalle preposizioni tra e a, spesso si
trova senza preposizione.

es. Il gatto era a pochi metri da me.


A 18 miglia da Genova si trova la Savoia.
La scuola distava 200 passi dalla piazza.

Il complemento di luogo colloca nello spazio un soggetto,


un’azione, una circostanza. Le determinazioni del luogo sono varie.
Riconosciamo 4 tipi fondamentali:
a) Dove? Il complemento di stato in
luogo
es. Noi abitiamo in città.

b)Dove? Il complemento di moto a luogo


es. Voi vi recate in città.

c)Da dove? Il complemento di moto da


luogo
es. Essi partono dalla città.

d)Per dove? Il complemento di moto per


luogo
es. Lui passeggiava per la città.

a) Il complemento di stato in luogo indica il luogo dove si trova


un soggetto, oggetto, dove accade o si determina un’azione o una
circostanza. Dipende dalle espressioni che denotano l’azione o la
condizione di:stare, essere, trovarsi, dimorare, abitare,
risiedere,vivere ecc. Viene con i sostantivi analoghi: residenza,
abitazione, dimora. Generalmente viene retto dalla preposizione in,
però a questa preposizione fa concorrenza la preposizione a che si
adopera in alcune espressioni che hanno quasi un valore avverbiale.

es. Rimaniamo a casa.


Fa l’infermiera all’ospedale.
Vivo in città.
In montagna fa freddo.

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La distinzione di uso di in e a con i nomi geografici

Abito in Europa.
Studio a Zara.
Sto in Francia.
Mi diverto a Milano
Abbiamo i parenti in Sicilia.
Facciamo i bagni a Ischia.

b) Il complemento di moto a luogo indica il luogo a cui tende un


soggetto o è destinata un’azione, una condizione o circostanza.
Esprime il movimento e in ciò si distingue dal complemento di stato in
luogo. Dipende da espressioni che indicano moto: andare, partire,
recarsi, correre, entrar ecc.. Viene con i sostantivi analoghi: partenza,
arrivo, ritorno. È retto dalla preposizione in e a.

es. Ritorno in patria.


Salgo in montagna.
Vengo in città.
Vado a casa.
Corro alla stazione.

c) Il complemento di moto da luogo indica il luogo da dove si


muove, si allontana un soggetto, da dove si diparte un’azione.
Dipende dalle espressioni:venire, partire, allontanarsi, separarsi,
fuggire ecc. Viene con i sostantivi analoghi: partenza, uscita,
distacco, fuga. Generalmente viene retto dalla preposizione da,
raramente dalla preposizione di.

es. Torniamo dalla città.


Vengo da Napoli.
Ritorna dal villaggio.
Esce di casa.

d) Il complemento di moto per luogo indica il luogo attraverso


cui si muove un soggetto o si effettua un’azione. Dipende dalle
espressioni: passare, viaggiare, camminare,correre ecc.. Viene con i
sostantivi analoghi: passaggio, transito, corsa, viaggio. È retto dalla
preposizione per oppure attraverso, da, in.

es. Il corteo passò per le vie della città.


Passeggiavano per la città.

Qualche volta viene introdotto da locuzioni prepositive: per


mezzo, in mezzo a.

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es. Corsero per mezzo la pianura.
Passarono in mezzo alla folla.
Il complemento di tempo è il tassema che colloca nel tempo
una condizione, un’azione o una circostanza. Le relazioni di tempo
possono essere varie e corrispondono ai diversi costrutti sintattici.

es. lavorare di mattina quando?


lavorare per 2 ore per quanto tempo?
lavorare in 2 ore entro quanto tempo?
lavorare da 2 giorni da quando?
lavorare ogni settimana ogni quanto tempo?
lavorare fino a sera fino a quando?
lavorare da sei mesi da quanto tempo?

Le relazioni fondamentali di complemento di tempo sono quelle


che indicano:

a)una circostanza temporale determinata →


Il complemento di tempo determinato risponde alla domanda
quando? e viene espresso da un sostantivo di valore temporale
(tempo, età, epoca, stagione, anno, mese, giorno, alba, sera ecc.). È
preceduto dalle preposizioni: di, a o in.

es. Leggo di sera.


Mi alzo all’alba.
Nel 1939 scoppiò la guerra mondiale.

Per questo tipo in certi costrutti si può fare a meno delle


preposizioni.
es. Quest’estate farò un viaggio.
L’anno prossimo mi trasferirò altrove.

b) durata del tempo →


Il complemento di tempo continuato indica la durata del
tempo durante cui si svolge un’azione, un fatto. Viene espresso dal
sostantivo temporale, ma specificato da un attributo quantitativo, o
da un numerale. È retto dalla preposizione: per o durante.

es. La candela durò per 3 ore.


La guerra continuò per 5 anni.

Il complemento di tempo continuato può esprimersi senza la


preposizione.
es. La guerra durò 6 anni.

Le altre varietà di tempo rispondono ad altrettante relazioni che


si possono stabilire fra l’azione e la circostanza temporale:
periodicità scrivere ogni giorno
rapporto di contemporaneità Durante la sua lezione mi
addormentai.

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rapporto di posteriorità Sono partito ora è un anno.
rapporto di anteriorità L’ho visto due anni fa.
* Il complemento d’agente o causa efficiente indica l’essere
animato (agente) o inanimato ( causa efficiente) da cui è compiuta
un’azione espressa da un verbo passivo. Il complemento di agente
risponde alla domanda da chi?; quello di causa efficiente risponde alla
domanda da che cosa? Il complemento d’agente è retto dalla
preposizione da, o dalla locuzione prepositiva da parte di;il
complemento della causa efficiente è retto dalla preposizione da.

es .I Cartaginesi furono sconfitti dai Romani.


Il rapinatore è stato catturato dalla polizia.
Alla fine fu vinto dal sonno.
I pesci furono uccisi dall’inquinamento.

I complementi di abbondanza e privazione indicano ciò che si ha


in abbondanza o di cui si è privi. Rispondono alla domanda di chi?
di che cosa? Sono retti dalla preposizione: di.

es. Il fiume abbonda di acqua.


Tu sei dotato di eccellente memoria.
Egli è privo di energia.
Il paese difetta d’ospitalità.

Il complementi di allontanamento o separazione indica da chi o


da che cosa si è determinata una relazione di allontanamento, di
distacco, di separazione. È introdotto dalla preposizione da
(raramente di) e dipende dai verbi e sostantivi che significano:
allontanare, dividere, separare, distaccare, liberare, alienare ecc.

es. Le nostre idee sono lontane dalle vostre.


La mia educazione è diversa dalla tua.

I complemento di colpa e pena indicano la colpa di cui


qualcuno è accusato e la pena a cui qualcuno è condannato. Il
complemento di colpa è retto dalle preposizioni: per e di e quello di
pena dalle preposizioni a, di e per.

es. Molti ricchi potrebbero essere imputati di furti.


I traditori della patria sono condannati a morte.
La guardia mi multò per mille lire.

Il complemento concessivo indica qualcuno o qualcosa


nonostante cui avviene un fatto. È retto da nonostante, malgrado, a
dispetto di.

es. Nonostante la sua promessa di restare, se en andò.

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Il complemento di denominazione (di chi?, di che cosa? In quale
nome?) è un tipo di specificazione, in quanto specifica il nome proprio
del nome generico che lo precede. È retto dalla preposizione di.
es. La città di Roma
Il cognome di Monti.
La regione di Piemonte.

Il complemento di esclusione indica ciò che rimane escluso. È


retto dalle preposizioni: senza, fuorché, eccetto, tranne, meno.

es. Io leggo sempre tranne la notte.


Gli altri ci possono abbandonare, eccetto i
genitori.
Siamo usciti senza ombrello.

Il complemento di limitazione indica il limite , l’ambito entro cui


vale ciò che si dice. È retto dalle preposizioni: di, in, da, a, per,
locuzioni prepositive : rispetto a, quanto a.

es. Per intelligenza non ha rivali.


Egli è bravo nella corsa.
Rispetto alla politica non ho nessuna passione.

Il complemento di paragone indica il secondo termine di un


confronto. È retto da: di, come, che e quanto.

es. Mario è più bravo di Antonio.


La mia casa è grande come la tua.

Il complemento partitivo indica un tutto di cui si considera solo


una parte. È retto dalle preposizione: tra (fra) e di.

es. una parte dell’universo


una massa di uomini

Il complemento di rapporto o relazione indica un rapporto, una


relazione. È retto dalle preposizioni: tra (fra) e con.

es. Tra l’uno e l’altro c’è poca differenza.


Sono in buoni rapporti con il direttore.

Il complemento di sostituzione o scambio indica qualcuno o


qualcosa che è al posto di altro. È retto da: per, al posto di, invece di,
in cambio di e in luogo di.

es. Prende lucciole per lanterne.


Invece del vino bevo dell’acqua minerale.

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I complementi di vantaggio e svantaggio indicano per chi o per
che cosa si fa o avviene qualcosa. Il complemento di vantaggio è retto
da: per, a, verso, a vantaggio di, in favore di; quello di svantaggio da:
per, contro, a danno di.

es. L’esercito ha combattuto per la patria.


Il fumo è pericoloso per la salute.

L’AVVERBIALE
(categoria sintattica)

L’avverbiale è il tassema che determina il verbo e


risponde alla domanda come? in che modo? avviene
un’azione.
Comprende diverse varietà:

a) l’avverbiale di modo puro o in forma di paragone


Viene espresso con un avverbio o con un costrutto
preposizionale.

es.Egli progredisce bene.


Correva all’impazzata.
È forte come leone.

b) l’avverbiale di mezzo o strumento


Questo tipo si esprime con un costrutto preposizionale.

es. Era armato di fucile.


Lo riconosco all’accento.
L’ha fatto da se.

c) l’avverbiale di materia

es. Il pane si preparava con la farina.


Costruirono la casa con i mattoni.

d) l’avverbiale di grado

es. Mi rallegro molto.


Correva a più non posso.

e) l’avverbiale di quantità

es. Il termometro è disceso per 2 gradi.

45
IL GIUDICATIVO

Il giudicativo è un nesso di secondo piano che indica una


presa di posizione del parlante o un giudizio non importante,
periferico per il messaggio che la frase intera trasmette.

es. Tutto sommato, ne uscimo sani e salvi.


In fin dei conti, ne uscimo sani e salvi.
Per fortuna, arrivai ancora in tempo.
Da un punto di vista, ciò fu un disastro.

IL PREDICATIVO LIBERO

Il predicativo libero è il tassema che indica lo stato, la


condizione, la disposizione d’animo, la qualità, il
comportamento in cui il soggetto compie l’azione o l’oggetto
viene colpito dall’azione. Si distingue dal predicato legato per il
fatto che non è richiesto dalla natura del verbo.

es. La partita li lasciò perplessi. (predicato legato)

La forma più semplice e più frequente viene espressa mediante


un aggettivo o participio giustapposto ed è più o meno ritmicamente
indipendente. Sul piano ritmico è in qualche modo staccato dall’intero
ritmo, prima della pronuncia richiede una breve pausa. Si accorda con
il soggetto nel genere e nel numero.

es. Le ore scorrevano * rapide. *


pausa
Egli tornò a guardarla *calmo, sorridente.
Vendono * care le proprie merci.

Può essere espresso anche da un nome.


es. Era partito tenente e tornò capitano.
Amava i fiori da poeta.

Il predicativo libero può essere rappresentato con gerundio e in


tal caso coincide con l’avverbiale.
es.Camminando ti dirò tutto.
Cammin facendo, ti racconterò tutto.

La formula DA o DI + predicativo libero indica sempre uno


stato passato.
es. Da ricco divenne povero.
Di giornalista si fece scrittore.

46
Appare anche in forma di nesso sintattico.
es. Si mise all’opera gonfio di ira e di dispetto.
Uno degli uomini, con fucile brandito, si portò in mezzo alla
strada.
L’ATTRIBUTO

L’attributo è un tassema subordinato, perché a differenza


degli altri complementi indiretti non dipende dall’intero pensiero
espresso dalla frase, ma è un tassema che direttamente precisa
o specifica un solo termine della frase. Indirettamente fa parte
dell’intero pensiero, ma direttamente dipende da un solo termine. È
legato a un sostantivo, un aggettivo, un pronome, un avverbio e in
certi casi a una frase intera. L’attributo può essere di forma
semplice, ma anche complessa. Il fatto che l’attributo è
ritmicamente legato al termine che specifica lo definisce
sostanzialmente e lo distingue da un altro tassema, l’apposizione.

es. Il pittore Leonardo dipinse la Gioconda.


att.
Leonardo, pittore, dipinse la Gioconda.
app.

Diverse categorie di parole possono compiere la funzione


dell’attributo: un aggettivo, sostantivo, pronome, infinito verbale,
avverbio, nesso sintattico e anche una frase intera detta attributiva.

Varie combinazioni di queste 2 categorie risultano con vari tipi


di attributi.
A) sostantivo + attributo

1)sostantivo o parola sostantivata + aggettivo( la forma più


comune dell’attributo che può essere posposto o preposto a un
sostantivo)

es. Un fiore bello.


Un caro amico.
Un saliscendi veloce

2)sostantivo + sostantivo (in funzione dell’attributo)


Questa combinazione viene espressa come:

a) sostantivo + sostantivo giustapposto

es. Nave ospedale.


Giornale radio.

In questo gruppo degli attributi entrano anche i cosiddetti


attributi di denominazione.

es. Via Garibaldi.

47
Piazza Navona

sostantivo + sostantivo introdotto dalla preposizione

Questo gruppo è semanticamente articolato in diversi


sottogruppi, comprende diverse determinazioni: di luogo,
tempo, materia, contenuto, argomento, specie, limitazione,
qualità ecc.

l’attributo con:
determinazione di luogo il formaggio di Pag
determinazione di tempo una lezione di 2 ore
determinazione di materia una botte di ferro
determinazione di contenuto una bottiglia di vino
determinazione di argomento una lezione di sintassi
determinazione di denominazione la città di Zara
determinazione di limitazione il dottore di linguistica
determinazione di qualità uno studente di
talento
determinazione di valore un verso di undici sillabe
determinazione di mezzo un lavoro a mano
determinazione di causa un atto di
disperazione
determinazione di scopo un anello da sposa

3) sostantivo + pronome

es. i nostri pensieri


la sua capacità
le osservazioni di lui

4 )sostantivo + infinito

es. la voglia di amare


non aver tempo da perdere
difficoltà di rispondere

5) sostantivo + avverbio

es. il giornale d’oggi


i denti d’avanti
il compito per domani

6) sostantivo + nesso sintattico

es. Questo è un riso a denti stretti.


Era un combattimento a corpo a corpo.

48
7) sostantivo + una frase intera
es. Questo è una situazione che si salvi chi può.

A questo gruppo appartengono anche le proposizioni relative


con il valore attributivo.
es. Gli studenti che lo ascoltano possono rimanere in
sala.
B) aggettivo + attributo

1) aggettivo + aggettivo

es.chiaro scuro
verde chiaro
blu marino

2) aggettivo + sostantivo (2 sottogruppi)

a) aggettivo + sostantivo giustapposto

es. grigio fumo


biondo oro

b) aggettivo + sostantivo introdotto da una preposizione

es. degno di stima


muto del dolore

3) aggettivo + pronome

es. simile a lui


pieno di se
molti di voi

4) aggettivo + infinito

es. difficile a capire


pronto ad ascoltare
caldo da morire

5) aggettivo + avverbio

es. molto buono


meno prezioso
estremamente interessante

6) aggettivo + nesso sintattico

es. forte come leone


rapido a guisa di vento

49
7) aggettivo + una frase intera

es. Felice come se avesse superato l’esame di


sintassi

C) PRONOME + ATTRIBUTO (questa relazione è meno frequente)

es. Noi docenti sempre pensiamo a voi studenti.

L’APPOSIZIONE

L’apposizione è un tassema nominale che si riferisce a un


termine solo, ma a differenza dell’attributo è ritmicamente
indipendente da esso. Semanticamente contiene un’osservazione,
un’informazione non essenziale cioè costituisce la spiegazione d’un
elemento di una frase precisando un particolare rimasto in ombra.
L’indipendenza ritmica viene indicata da una virgola.

es. Leonardo, pittore e architetto, dipinse la Gioconda.


La facoltà di Zara, edificio grandioso, fu costruita all’inizio del
secolo.

L’apposizione può essere introdotta da una preposizione,


congiunzione, anche da un avverbio o locuzione preposizionale.

es. Giovanni, da bambino, era buonissimo.

Se l’apposizione precede il termine a cui si riferisce deve


precederlo immediatamente

es. La capitale di Veneto, Venezia, è la più bella città della provincia.

L’apposizione in generale rifiuta l’articolo, ma quando esprime


un fatto conosciuto viene introdotta dall’articolo determinativo.

es. Firenze, il capoluogo della Toscana, è centro importante della


cultura italiana.

IL CIRCOSTANZIALE

Il circostanziale rappresenta un ampliamento (proširenje)


più o meno accessorio (secondario) del contenuto intero della
frase.
Si divide in varie specie:

1) il circostanziale di luogo

50
es. Tra tante carte, non trovo più il certificato.

A differenza di quanto avviene con i complimenti oggetti


indiretti, qui la preposizione non è richiesta dal verbo.

es. Dall’alto della vetta si gode una magnifica vista.

2) il circostanziale di occasione

es. Lo incontrai al congresso.


Gli presentai le mie felicitazioni nella ricorrenza
del suo natalizio.
Si sgomentò all’urlo della belva.

3) il circostanziale di concomitanza ( istodobnost)

es. Il corteo si svolse al suono delle campane.


Con questo tempo si viaggia bene.

4) il circostanziale di compagnia o unione


(detto anche il circostanziale del luogo indiretto)

es. Ho passato la festa tra gli amici.

5) il circostanziale di causa, ragione o motivo

es. Era pallido di paura.


Qui si more di noia.
Molti uomini illustri della Grecia furono
processati
per altro tradimento.

Quanti ci sono complementi oggetti indiretti tanti ci sono


circostanziali. Una delimitazione esatta fra questi due elementi
incontra difficoltà. La differenza fondamentale sta nel fatto che la
preposizione da una parte dipende dal verbo quando si parla
dell’oggettoide mentre fa parte integrata dell’espressione
circostanziale.

es. Egli ha paura della controversia, cioè


Egli teme la controversia.

Si moriva di fame e di sete. → la preposizione


non
dipende dal verbo, ma fa parte integrante del
circostanziale

L’ordine delle parole nella frase italiana

51
L’ordine delle parole nella frase italiana è molto più libero che
nel greco antico e latino. Anche in italiano c’è una certa tendenza a
rispettare un ordine grazie a un fenomeno ritmico della frase italiana
che è il ritmo ascendente. La lingua latina rispetta il ritmo
discendente e il croato rispetta ritmo ascendente e in certi casi
discendente.
Il ritmo ascendente significa che i tassemi che esprimono
le opposizioni semantiche tendono a spostarsi verso la fine
della frase, cioè verso la destra.

es. a) Gino legge. Che cosa fa Gino?


→ il verbo occupa estrema destra posizione

b) Gino legge un libro. Che cosa Gino


legge?
c) Gino legge un libro di poesia. Che libro legge
Gino?
d) Gino legge un libro di poesia nel salotto. Dove Gino legge?

Questi sono elementi esprimenti opposizione semantica che in


italiano occupano sempre estrema destra posizione e così abbiamo il
ritmo ascendente.

Le cause di questo ritmo ascendente non sono ancora


completamente spiegate nella sintassi italiana. Ce ne sono
supposizioni.

1) L’APOCOPE
Si può supporre che la caduta (l’apocope) delle sillabe atone
alla fine di un gran numero delle parole italiane ha causato in
parte questo ritmo. La caduta delle sillabe atone fece che
l’accento principale collocato sulla penultima rimase sull’ultima
sillaba (alla fine della parola). Nascono molte parole col ritmo
ascendente. In questo modo in parte viene distrutta la regola
latina, cioè la regola della penultima.

es. latino italiano


facoltade facoltà
virtude virtù
cittade città

L’accento cade sull’ultima sillaba. Ritmo in ascendenza.

2) LA SPARIZIONE DELLA FLESSIONE NOMINALE SINTETICA


La flessione nominale sintetica già nel latino volgare viene
sostituita dalla flessione nominale analitica. Diversi casi non
cambiano la struttura morfologica della parola. I casi si
ottengono mediante diversi mezzi sintattici:
a) posizione nella frase
b) preposizioni

52
c) punteggiatura

Di regola il complemento oggetto diretto vuole che sia collocato


dopo il verbo per non confonderlo con il soggetto.

sogg. pred. COD


es. Giulio ama Elena.
Elena ama Giulio.

La posizione del complemento oggetto diretto rende chiaro


il significato e il ritmo della frase diventa ascendente.

3) LA CREAZIONE DI NUMEROSI DITTONGHI7 ASCENDENTI


I dittonghi ascendenti sono più numerosi rispetto ai dittonghi
discendenti in italiano.
I dittonghi ascendenti sono i dittonghi in cui la semivocale
debole, atona occupa la prima posizione mentre la vocale
accentuata, tonica si sposta verso la destra.
La maggioranza dei dittonghi ascendenti nasce dalle vocali e,o
ambedue lunghe in latino classico, cioè aperte in latino volgare
(ē, ō). A queste vocali lunghe in sillaba libera o aperta 8
corrispondono oggi in italiano i dittonghi ascendenti ie (je) e
wo.

es. pēde → piede


vēnit → viene ē → je
mēle → miele
pētra → pietra

bōno → buono
nōvu → nuovo ō → wo
fōcu → fuoco

Di fronte a questi riflessi quando si tratta delle sillabe chiuse9


non
è presenta questo processo di dittongazione.

es. tĕrra → terra


sĕpte → sette
nŏcte → notte

Anche la palatalizzazione dei gruppi consonantici con la liquida l


come secondo membro davanti a una vocale mostra la
tendenza
verso il ritmo ascendente creando la semivocale debole, atona
+
7
IL DITTONGO – un’unita inseparabile di una vocale e semivocale
8
sillaba aperta – la sillaba che finisce con vocale
9
sillaba chiusa – la sillaba che finisce con consonante

53
la vocale tonica.

(cons. + L) + vocale → semivocale debole, atona + la vocale


tonica

es. plenum → pieno


planu → piano
blancu → bianco
flos, floris → fiore
nebula,nebla → nebbia

4) LA NASCITA DELLE FORME ANALITICHE DEL TEMPO


PASSATO
L’apparizione delle forme analitiche del tempo passato (si
creano
in parte in volgare) è molto importante nella lingua italiana.

Nella lingua latina i tempi passati sono sintetici, cioè fatti da una
parola sola.

es. lat. scribo, scribere, scripsi, scriptum est


lego,legere, legi, lectum est
vinco, vincere, vici, victum est

Il tempo passato è sintetico, finito e il latino non ha un tempo


ad
indicare un tempo che si protrae fino al momento in cui si parla.
Il latino ha il participio passato, però il part. passato con
l’aspetto
passivo. Il participio passato latino non indica l’azione, ma
indica
il risultato dell’azione, cioè la qualità di una persona o cosa.

es. scriptum est → napisan je

Il latino volgare sviluppa un nuovo costrutto, il tempo passato


analitico, cioè nasce la tendenza dell’attuallizzazione del
participio
passato latino mediante l’inversione del costrutto già esistente.

es. ventum sum sono venuto


exitum sum sono uscito
scriptum est è scritto
(il costrutto diventa un tempo
att.)
Il verbo essere cambia la posizione e viene desemantizzato.

Nel caso in cui i verbi transitivi diretti conservano l’aspetto


passivo dopo l’inversione il verbo habeo, habere,habui,
habitum

54
sum viene usato come l’ausiliare e definitivamente
desemantizzato
riesce a risolvere questo problema, però sempre occupando la
prima posizione nel nuovo sintagma verbale, la posizione
sinistra
e verbo corrispondente destra.

es. sono vinto →passivo


ho vinto → attivo

La posizione fissa del participio passato rispetto all’ausiliare


crea
un sintagma che avrà potuto influire il ritmo ascendente e in
seguito l’ordine delle parole.

Dove troviamo il ritmo ascendente in italiano?

1) Il ritmo ascendente troviamo nel piede giambico, il piede


ritmico che prevale nella poesia italiana. La maggioranza della
poesia italiana è scritta in piedi giambici (Tasso, Ariosto,
Petrarca), ma la più importante è La Divina Commedia di Dante
Alighieri. Il piede giambico è ascendente perché è composto di
due
sillabe, la sillaba tonica segue la sillaba atona.

2)Il ritmo ascendente è presente nei tempi analitici.


Il participio passato nei tempi analitici occupa sempre la
seconda posizione e questo risulta con la monolicità del
sintagma verbale.

es Io ho letto un libro. Ja sam čitao knjigu.


Ho letto. → senza oggetto esplicito Čitao sam.

L’italiano è monolitico. Il participio passato italiano che è


d’origine
latina (passiva) in mancanza d’un participio latino attivo
conserva certa sfumatura descrittiva passiva, ciò vuol dire che
staccato dall’ausiliare, distrutto questo sintagma il participio
passato italiano può perdere la funzione verbale, cioè perde la
funzione del part. passato e dell’ausiliare.
L’ausiliare si semantizza e participio diventa descritivo, diventa
aggettivo.
desemantizza
es. Gianni ha scritto un libro.
semantizza agg.
Gianni ha un libro scritto.
“scritto” da un elemento verbale diventa un elemento nominale

Nell’Istria, dove c’è forte influsso dell’italiano ci sono i costrutti

55
calcati.
es. sam ušal, sam čital

Nella Sicilia ci sono molte inversioni rispetto all’italiano per la


reminiscenza del latino.

3) Il ritmo ascendente è presente anche nella posizione fissa del


nucleo funzionale e nucleo semantico nel predicato nominale.

es. Gianni è forte.


La ragazza è bella.

4) L’inversione si incontra anche nella posizione dell’aggettivo


qualificativo (la disposizione del DE e DO → 1. DO 2. DE)
In gran numero dei casi l’aggettivo preposto crea:

i nuovi valori semantici.


es. neve bianca Biancaneve (Snjeguljica)
spino bianco biancospino (glog)

i nuovi valori stilistici, figurati


es. un uomo grande (alto)
un grande uomo (famoso)

un vecchio amico (durata amicizia)


un amico vecchio ( dell’età)

diversi valori enfatici: egregio signore, illustre poeta, caro amico

5) Il ritmo ascendente ci mostra la posizione dell’avverbio e le


forme avverbiali che seguono il verbo quando esprimono la
posizione semantica.

es. studiare facilmente


vivere male

Quando precedono il verbo, il verbo viene accentuato.

es. Sono profondamente deluso.


Un operaio altamente qualificato.

Questa inversione spesso crea i nuovi valori semantici.

es. stare bene sentirsi bene


benestante pieno di soldi

detto bene non sbagliato


benedetto

6) Il ritmo ascendente è presente anche nelle parole composte.

56
DO DE
es. capoclasse
caposcuola
pescecane

7) Il ritmo ascendente è importante nella composizione lessicale


e
poi viene messo in rilievo anche nella realizzazione dei calchi.
es. weekend fine settimana eng. – ritmo
discendente
basketball pallacanestro it. – ritmo ascendente
Il ritmo condiziona la disposizione dei membri.

8) Normalmente anche la disposizione delle proposizioni nel


periodo mostra il ritmo ascendente. La subordinata segue la
principale nella maggioranza dei casi.

es. Vado in Italia per comprare i libri.

LA SINTASSI DEL PERIODO

La frase è la struttura linguistica fondamentale con la


quale il nostro pensiero esprime i rapporti tra le cose e i
fenomeni. Una frase è il risultato d’un processo che parte dal
significato (struttura profonda) e arriva al significante (struttura
superficiale) attraverso sia l’attuallizzazione fonica o la
trasformazione. Questo è la struttura più semplice. Poi si generano
quelle più complesse.

Il periodo sottintende due o più predicati. Dal punto di vista


grammaticale il periodo o la frase composta è una forma
comunicativa che pone in un rapporto sintattico e semantico,
talvolta anche stilistico, due o più proposizioni sia semplici sia
complesse.

La sintassi e la logica non vanno sempre d’accordo.

1) es. Io, tu e Gianni andiamo a teatro.


Dal punto di vista formale la frase può essere semplicemente
disintegrata in 3 proposizioni semplici; 3 soggetti ci permettono
questa disintegrazione.
a) Io vado a teatro

57
b) Tu vai a teatro.
c) Gianni va a teatro.

2) es. Io, tu e Gianni formiamo un trio d’archi.


Questa frase non può essere disintegrata . Ci sono 3 soggetti
e
predicato, però la natura semantica del predicato fa che è adattabile
ai 3 soggetti. La struttura del soggetto vuole che siano presi
nell’insieme.

3) es. Io esco da casa, entro in un bar e prendo un caffè.


Questa frase può essere disintegrata in 3 proposizioni
semplici
però c’è la differenza tra la 1º e la 3º. Il primo esempio può essere
disintegrato senza nessun danno sia sintattico sia semantico mentre
nel terzo esempio esiste una certa dipendenza semantica tra le frasi.

4) es. Io temo, e spero, ed ardo e sono ghiaccio. (Petrarca)


Questo è un verso del Petrarca che rappresenta
sintatticamente un periodo. Il periodo dal punto di vista sintattico può
essere disintegrato però d’un altro punto di vista – stilistico. La
disintegrazione di questo periodo causerebbe la sparizione dello
stilema che infatti rappresenta il valore fondamentale del periodo.

Il numero delle proposizioni che compongono un periodo


dipende dal numero dei soggetti e predicati, ma anche dal valore
semantico e stilistico delle parole che hanno quelle funzioni.
Dal punto di vista della struttura semantico-sintattica il periodo
può essere composto per:
a) paratassi (coordinazione)
b) ipotassi (subordinazione)
PARATASSI/COORDINAZIONE (esenziale) indica un rapporto
tra le frasi senza l’interdipendenza sintattica e semantica tra
le proposizioni. Le frasi possono stare da sole.

IPOTASSI/SUBORDINAZIONE (esenziale) indica il rapporto


sintattico con notevole interdipendenza sintattica e
semantica tra le proposizioni.

es. Vado in città per incontrare gli amici.

Non c’è sempre la concordanza tra la struttura sintattica e


semantica. Dobbiamo distinguere la paratassi e l’ipotassi formale.
La paratassi formale indica il rapporto nel periodo che mostra
l’indipendenza formale tra le frasi con tutto ciò che ci sia un forte
legame semantico.

es. Non sapevo cosa fare e mi sono messo a dipingere.


In questa frase esiste un rapporto formalmente coordinato,
ma la seconda frase mostra la conseguenza.

58
È andato in Italia ed ora potrà imparare italiano (valore
finale)
Non avevo tempo e non sono venuto. (valore causale)

L’ipotassi formale indica il rapporto nel periodo che mostra


l’interdipendenza formale tra le frasi con tutto ciò che non c’è un forte
legame semantico.

es. È arrivato oggi per abbandonarci domani.


In questa frase esiste un rapporto formalmente subordinato,
ma infatti si tratta di una coordinazione perché non è
espresso lo scopo dell’arrivo.

Suo padre lavora mentre lui fa una bella vita.

LA COORDINAZIONE /PARATASSI

La coordinazione o paratassi indica un rapporto tra le frasi


senza l’interdipendenza sintattica e semantica tra le
proposizioni.

Dal punto di vista della struttura sintattica, il periodo coordinato


può essere costruito per:

1)asindeto (dal greco asyndeton “non legato”)


2)polisindeto(dal greco polysyndeton “legato molte
volte”)

Per asindeto le frasi sono legate con la virgola e il rapporto


semantico quasi non esiste, è debole.

es. La campagna non doveva essere lontana, poca gente


passava,
nessuno si voltava per guardarlo, nessuno l’osservava.

Per polisindeto le frasi sono legate con le congiunzioni che si


ripetono e perciò è più forte il rapporto stilistico.

es. E temo, e spero, ed ardo e sono ghiaccio.

Dal punto di vista del rapporto sintattico la coordinazione può


essere

1) La coordinazione di 1º grado

a) la coordinazione di 1º grado avviene tra due o più


proposizioni semplici

59
es. La campagna non doveva essere lontana, poca gente
passava,
nessuno si voltava per guardarlo, nessuno l’osservava.

b) la coordinazione di 1º grado si ha tra due o più proposizioni


principali in un periodo subordinato
es. Io vado in Italia e Gianni va in Italia per imparare l’italiano.

c) la coordinazione di 1º grado si ha tra due o più frasi


subordinate nel periodo subordinato.
es. Vado in Italia per imparare italiano e per comprare
il formaggio.

2) La coordinazione di 2º grado viene realizzata tra due o più


periodi subordinati.
es. Io non sono venuto perché pioveva, egli perché aveva altri
impegni.

3) La coordinazione multipla
Questo rapporto sintattico si ha nei casi in cui la frase con
due
o più soggetti e predicati può essere disintegrata in un periodo
composto per coordinazione.

Dal punto di vista del rapporto semantico le proposizioni


possono essere:

1) COPULATIVE – legate mediante le congiunzioni copulative:


e, ne, neanche, neppure

es. Mi fermo qui e non mi muovo fino a domani.

2) AGGIUNTIVE (tipo delle copulative) – anche, inoltre, ancora,


pure
3) DISGIUNTIVE - legate mediante le congiunzioni disgiuntive:
o,oppure, ovvero, ossia

es. È ancora qui o è già partito?

4) AVVERSATIVE - legate mediante le congiunzioni avversative:


ma, però, anzi, eppure, tuttavia, invece

es. Lo avevo messo in guardia, ma non mi diede ascolto,


anzi fece il contrario.

5) DICHIARATIVE (ESPLICATIVE) - legate mediante le


congiunzioni dichiarative:
infatti, cioè, vale a dire

es. Luisa è mia cognata, cioè ha sposato mio fratello.

60
6) CONCLUSIVE - legate mediante le congiunzioni conclusive:
dunque, quindi, perciò, pertanto

es. L’hanno visto in città, quindi è sicuramente tornato.

La coordinazione copulativa, avversativa e disgiuntiva può


essere
rafforzata da particelle correlative in modo che vengono stabiliti
seguenti rapporti:
a) e.. e, né...né es. Né parla né lascia parlare.
b) non solo...ma es. Non solo l’ho detto, ma l’ho ripetuto.
c) o...o es. O te ne vai tu o me ne vado io.

La coordinazione può anche venire per mezzo di pronomi e


avverbi posti in una certa correlazione.

es. Ora dice una cosa, ora né dice un’altra.


Alcuni ascoltano e scrivono, altri dormono.

LA SUBORDINAZIONE /L’IPOTASSI

La subordinazione o l’ipotassi indica il rapporto sintattico


con notevole interdipendenza sintattica e semantica tra
le proposizioni.
La frase subordinativa non può stare da sola, cioè ha bisogno
d’un altra frase a cui appoggiarsi. Diversi ordini sintattici, rapporti in
un periodo subordinato hanno stabilito diversi gradi di
subordinazione. Così la subordinazione può essere:

a)continua di 1º, 2º e 3º...grado


La subordinazione continua si ha nei casi in cui la
subordinata
di 1º grado, cioè la frase che direttamente dipende dalla principale,
funge da principale a una subordinata di 2º grado e così via.
principale Iº
es. Gianni uscì presto da casa /per prendere una boccata
d’ aria/perché non si sentiva bene.
IIº

principale Iº IIº
Andiamo in Italia/per imparare l’italiano/senza usare
libri/ che sono tanto cari.
IIIº
b)parallela
Questo rapporto si ha quando una principale regge due o più
frasi subordinate che tra loro sono coordinate. Perciò la
subordinazione parallela può essere:

61
1)EQUIVALENTE – le frasi parallele subordinate sono di stesso
tipo e valore sintattico.
es. Andiamo in Italia per imparare l’italiano e per
comprare
dei libri.

2)DISPARATA – le frasi parallele sono di tipo diverso


es. Sebbene fosse tardi, uscimmo da casa affinché essi
potessero discutere in pace.

La subordianata può essere espressa in due forme:

1) ESPLICITA (dal lat. explicitus “aperto”)


La proposizione è esplicita quando il suo verbo è al modo
finito (indicativo, congiuntivo, condizionale) e perciò costituisce una
vera proposizione.

es. Quando fu rimasto solo riprese il suo lavoro.

2) IMPLICITA (dal lat. implicitus “chiuso”)


La proposizione è implicita quando ha il verbo nel modo
infinito (infinito, gerundio, participio, costrutto assoluto)e sembra
piuttosto un complemento, anziché una vera proposizione.

es. Penso di partire domani.

Nel latino classico prevalgono le forme implicite. Nell’italiano


sparita la flessione nominale sintetica, alcune forme implicite
risultano ambigue e perciò hanno più spazio le forme esplicite. Di
regola le forme implicite si usano quando i soggetti nel periodo sono
uguali.

es. Vado in Italia per imparare italiano.

Esistono vari rapporti tra la frase principale e le subordinate.


Sono proprio le frasi subordinate che secondo il loro valore semantico
e sintattico danno nome al periodo.
I vari modi di subordinare la proposizione:
1) con congiunzioni ed avverbi in funzione di congiunzioni
es. Credo che ciò sia giusto.
2) con pronomi ed avverbi relativi
es. Il libro di cui parlo è interessante.
3) con pronomi, aggettivi e avverbi interrogativi
es. Dimmi chi sei, quale età hai.
4)con preposizioni
es. Lavoro per guadagnarmi il pane.

IL PERIODO SOGGETTIVO

62
Il periodo soggettivo è una forma comunicativa composta da
due frasi in cui la subordinata soggettiva funge da soggetto alla
principale alla quale è collegata mediante la congiunzione che.
La subordinata soggettiva si costruisce esplicitamente e
implicitamente.

Forma esplicita

I costrutti che introducono le forme esplicite sono diversi. La


struttura della subordinata dipende dalla struttura sintattica della
principale.

La subordinata soggettiva esplicita vogliono:


a) i verbi indicanti un avvenimento: accade, avviene, succede,
capita ecc. + che +cong.

es. Accade che tu sia più capace di me su certi piani.

* Nel linguaggio parlato si usa anche l’indicativo, ma questa


variante non è entrata ancora nella lingua standard.

b) i verbi che indicano un giudizio: pare, sembra, conviene,


bisogna, occorre ecc. + che +cong.

es. Pare che tu abbia più denari di me.

c) i verbi impersonali in tutti i tempi + forme toniche o atone


del pronome personale : ci duole, mi pare, mi fa piacere, non ti
importa ecc. + che +cong.

es. Non ti importa che io abbia parlato con Marco.


Mi fa piacere che tu sia finalmente felice.
Ci duole che tuo fratello sia malato.

d) i costrutti impersonali con SI : si dice, si crede, si spera,


si vuole ecc. + che +cong.

es. Si dice che questo sia il giorno più bello dopo


l’inverno.

d) i costrutti (verbo essere + sostantivo/aggettivo/avverbio)


è tempo, è dovere, è bello,è giusto, è utile, è bene ecc. + che
+cong. /ind. (Il verbo è all’indicativo quando esprime la certezza e al
congiuntivo quando esprime l’incertezza)

es. È tempo che tu cominci a studiare.


È bello che tu l’abbia fatto.

Forma implicita

63
La forma implicita della soggettiva si esprime sempre con
l’infinito presente o passato da solo o preceduto dalla preposizione di.

es. È ora di andare.


Conviene aspettare.
Si spera di ritrovarli.
È opportuno dirglielo.

La subordinata soggettiva può essere espressa con una


proposizione relativa.

es. Chi va piano, va sano e va lontano.


Chi tardi arriva, male alloggia.

IL PERIODO OGGETTIVO

Il periodo oggettivo è una forma comunicativa composta


da due frasi in cui la subordinata funge da complemento oggetto
diretto all’azione espressa dalla principale alla quale è collegata
mediante la congiunzione che.
La subordinata soggettiva si costruisce esplicitamente e
implicitamente.

Forma esplicita

Nella forma esplicita della subordinata oggettiva si usa


l’indicativo quando la principale contiene un verbo di affermazione
positiva,un giudizio positivo o una testimonianza dei sensi come:
affermare, dichiarare, dire, sostenere, vedere, sentire, udire, essere
convinto ecc.

es. Sento che il treno si avvicina.


Dico che egli è falso.
Sono convinto che hai ragione.
Dichiaro che egli è più capace di tutti in questa classe.
Quando la subordinata oggettiva introdotta da che contiene
l’idea della possibilità in dipendenza di una condizione che può essere
espressa o sottintesa, allora nella forma esplicita della subordinata
oggettiva si incontra condizionale.

es. Sostengo che sarebbe stato assolto.(se lo avessero


difeso bene.)

Si preferisce il congiuntivo nella subordinata oggettiva quando


si fa l’inversione del periodo oggettivo in cui la principale contiene il
verbo di giudizio positivo.

es. Io dico che tu sei mio amico.


Che tu sia mio amico, io lo dico.

64
Si usa il congiuntivo nella subordinata quando nella principale
c’è un verbo che indica un giudizio incerto come: credere, supporre,
pensare, dubitare ecc.

es. Credo che tu sia felice.


Penso che tu abbia ragione.

Il congiuntivo vuole anche la affermazione negativa.

es. Non dico che tu sia mio nemico.


Non dico che tu sia felice.

Quando nella principale c’è il verbo che indica la volontà o il


desiderio come: volere, desiderare, permettere, preferire, godere ecc.
la subordinata preferisce il congiuntivo.

es. Voglio che tu dica la verità.


Desidero che tu abbia più tempo per me.

Forma implicita

Anche la forma implicita della subordinata oggettiva viene


espressa in diversi modi:

1) con l’infinito in funzione di oggetto diretto dopo i verbi


modali: potere, sapere, volere, dovere

es. Posso entrare? (alcuni linguisti lo considerano


l’elemento del predicato nominale e gli altri l’oggetto della frase
oggettiva.)
Devi studiare.
Lascia stare.

2) con l’infinito semplice quando nella principale c’è un verbo


seguito dalla preposizione a come:
invitare a conoscere a
imparare a portare a
incominciare a indurre a
insegnare a condurre a

es. imparare a scrivere


incominciare a studiare
essere invitato a tener quel corso

3) con l’infinito passato introdotto dalla preposizione di


In questo caso nella principale appaiono i verbi: dire, credere,
sognare, ritenere, pensare, sperare, promettere, pregare, dubitare,
fingere, ordinare,proporre ecc. La forma implicita si mostra possibile
soltanto con lo stesso soggetto nella reggente e nella subordinata.

65
es. Credo di aver fatto bene.
Penso di aver reagito correttamente.

4) Dall’altra parte con i verbi: comandare, ordinare, proibire,


vietare si può avere la forma implicita anche se i soggetti sono
diversi.

es. Ordino ai soldati di cesare il fuoco.


Permetto ai bambini di guardare la televisione.
Il soggetto si identifica con i complementi di termine.

5) con alcuni verbi come: ascoltare, sentire, guardare,vedere.


Questi verbi introducono l’oggettiva senza nessuna preposizione.

es. Sentivo cantare i bambini.


Vedo la nave allontanarsi.

6) mediante un infinito preceduto dalla preposizione da nei casi


in cui nella principale incontriamo i verbi: offrire, preparare, trovare,
dare, portare, fare

es. offrire da mangiare


trovare un posto da dormire
portare da mangiare

La subordinata di forma implicita può essere espressa da


infinito che serve da principale ad un’altra subordinata. Si ha
l’oggettiva di secondo grado.
Iº II º
es. Voglio dirti che ti considero un buon amico.
Non posso dirti di volerti bene.
Iº II º
La subordinata oggettiva può essere espressa con una
proposizione relativa.

es. Ho visto chi da tanto tempo era assente.

IL PERIODO PREDICATIVO

Il periodo predicativo è una forma comunicativa composta da


due frasi in cui la subordinata funge da elemento nominale del
predicato nominale. In un periodo predicativo la copula rappresenta la
frase principale mentre la subordinata funge da complemento
predicativo del soggetto.
La subordinata predicativa si presenta soltanto nella forma
esplicita.

es. Io non sono come tu mi vuoi.

66
La sorte è come uno se la fa.
La mia opinione è che nessuno dovrebbe essere
passivo
in questa conversazione.

È importante non confondere la frase predicativa con la modale.


Nel periodo modale la subordinata non viene attribuita al soggetto,
ma si riferisce al verbo. Dall’altra parte la subordinata predicativa si
riferisce al soggetto e esprime una qualità dell’elemento nominale. È
introdotta dai verbi copulativi.

es. Io lavoro come tu vuoi (periodo modale)


Io non sono come tu mi vuoi. (periodo predicativo)

IL PERIODO CAUSALE

Le proposizioni causali indicano la causa dello stato delle cose


espresso dalla proposizione principale, cioè indica la causa per cui
avviene o no quanto è espresso nella principale.
Per non confondere la causa con lo scopo bisogna tener in
mente un criterio sicuro. La causa sempre precede l’azione o si svolge
contemporaneamente, mentre lo scopo la segue.
La subordinata causale viene espressa esplicitamente e
implicitamente.

FORMA ESPLICITA

Siccome l’azione della subordinata causale precede quella della


principale di regola nella causale abbiamo l’indicativo. Le
congiunzioni che introducono la causale sono diverse: perché, purché,
giacché, dacché, siccome, poiché. In luogo di queste congiunzioni si
possono usare le locuzioni congiuntive che esprimono il rapporto di
causalità come: per il fatto che, per il motivo che, essendo che, dato
che.

es. Non l’ho comprato perché non mi piaceva.


Non venne perché era malato.
Siccome ho sentito fame sono entrato in un ristorante.
Non venne dato che non fu avvertito a tempo.

Talvolta si ha la subordinata causale con la condizionale


introdotta da se.

es. Avrai avuto ragione se hai reagito così.

Anche la causale si incontra in forma di una relativa.

es. Vestiti che fa freddo!


Fidatevi di me che vi servirò da parente!

67
Nella causale talvolta si usa il condizionale per esprimere la
possibilità, l’ipotesi, il desiderio non sicuramente realizzabile.

es. Smettila perché potrei stancarmi.

Nei casi in cui si vuole caratterizzare una causa irreale (negata)


nella subordinata causale viene usato il congiuntivo.

es. Fa il tuo dovere non perché sia cosa piacevole,


ma perché lo impongono gli interessi della società.

FORMA IMPLICITA

Le forme implicite della subordinata causale vengono espresse


in diversi modi secondo diversi casi.
1) Nel caso in cui la subordinata precede l’azione della
principale si usa il costrutto per + infinito passato. Questo costrutto
si può usare anche quando i soggetti delle frasi sono diversi.

es. Lo studente è stato bocciato per non essersi preparato bene.


Il giudice l’ha condannato per aver egli violato la legge.

2) Quando l’azione della subordinata causale dura ancora


mentre avviene l’azione della principale, nella subordinata implicita si
usa l’infinito presente introdotto dalla preposizione per.

es. Non è venuto per non aver l’età adatta.


Non è venuto per non sentirsi bene.

3) La causale implicita viene espressa mediante il gerundio.


anche quando i soggetti sono diversi. Questo costrutto può essere
ambiguo perché esprime diversi rapporti semantici.

es. Parlando così non avrai mai un maggior successo.


→ gerundio esprime la condizione, la causa, la modalità e
temporalità

4) Il participio passato (il gerundio passato ellittico) spesso si


incontra nelle subordinate causali implicite.

es. Uscito in ritardo, non ho potuto vedere la partita.


Visto il risultato dell’esame, Laura si mise a ridere.

5)Il participio presente si incontra raramente nella subordinata


implicita.

es. Ridente di gioia, non poté sentire le mie parole.

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6)Un modo speciale per esprimere la subordinata implicita è il
costrutto assoluto (un stilema, un modo di esprimersi che appartiene
alla stilistica impressionistica della poesia, il verbo viene omesso)

es. Forte come toro gli era facile sollevarlo dalla terra.
Pallido in viso non poté uscire sulla scena.

IL PERIODO CONSECUTIVO

La proposizione consecutiva esprime la conseguenza dell’azione


espressa nella proposizione principale.
Le proposizioni consecutive e quelle causali stanno in
opposizione semantica. La proposizione che nel periodo causale è
subordinata nel periodo consecutivo diventa principale e viceversa.

es. Non ho avuto tempo e perciò no sono venuto. (consecutiva)


Non sono venuto perché non avevo tempo. (causale)

La subordinata consecutiva viene espressa esplicitamente e


implicitamente.

FORMA ESPLICITA

La consecutiva esplicita è introdotta da che a cui


corrispondono nella principale gli avverbi: così, tanto, talmente e gli
aggettivi: tale, simile. Le forme esplicite contengono il verbo
nell’indicativo e nel congiuntivo in dipendenza dei valori che
intercorrono tra la principale e la subordinata. L’indicativo si usa
dopo: sicché, cosicché, di modo che, talché, tanto che.
es. La sua eloquenza è così chiara che tutti riescono a seguirlo.
La bellezza di quella donna è tale che meraviglia tutti.

Il congiuntivo viene usato in 3 diversi costrutti:

1)quando la subordinata esprime una conseguenza desiderata

es. Verrò verso di sera di modo che tu possa fare il tuo


lavoro.
Gli parlerò in modo che non si faccia troppe illusioni.

2)quando nella principale c’è un imperativo vero o proprio

es. Scrivi in maniera che io possa leggere.


Parla ad alta voce sicché loro possano sentirti.

3)quando nelle principali c’è un imperativo eufemistico

es. Vorrei che tu parlassi chiaramente di modo che tutti ti


possano comprendere.

69
La subordinata consecutiva può essere espressa con una
proposizione relativa.

es. Desidero un libro che sia interessante.


Mandami una medicina che sia efficace.

FORMA IMPLICITA

Le forme implicite della subordinata consecutiva vengono


espresse dall’infinito presente o passato retto dalle preposizioni da o
per o le espressioni: degno di, indegno di, atto a

es. Era triste da far pietà.


Ero stanco da non poter camminare.
È abbastanza furbo per non capire l’inganno.
Questi sistemi non sono atti a risolvere il problema.

IL PERIODO FINALE

La proposizione finale indica il fine per cui si compie l’azione


della proposizione principale.
Viene confusa con la proposizione causale per i motivi sintattici
e semantici. Sul piano sintattico il perché causale regge l’indicativo e
quello finale congiuntivo. Ambedue proposizioni hanno in comune la
forma implicita per +inf, ma nelle causali si usa generalmente
l’infinito passato e nelle finali l’infinito presente. Sul piano semantico
abbiamo un’attinenza (veza) tra le causali e le finali.G. Devoto e
alcuni altri linguisti vogliono che un periodo finale nasca da un
processo di trasformazione della struttura composta di una causale
(causale + prop. oggettiva di 2º grado).
causale oggettiva di 2º grado.
es. Preghiamo il Signore/ perché vogliamo /che sia con noi.

Nel processo di trasformazione nasce il periodo finale

Preghiamo il Signore perché sia con noi.


Ci siamo trasferiti a Roma perché tu possa compiere i tuoi
studi.

I linguisti spiegano il congiuntivo nella finale che rimane dopo la


trasformazione. (volere + una oggettiva → congiuntivo)

La subordinata finale viene espressa esplicitamente e


implicitamente.

LA FORMA ESPLICITA

70
La finale esplicita è introdotta dalle congiunzioni: affinché,
acciocché,onde, purché, sicché dopo le quali si usa il congiuntivo.
La congiunzione affinché indica lo scopo, ma anche una
condizione temporale.

es. Furono emanate certe disposizioni affinché fosse migliorata


la
produzione del gas.
Lei studia affinché ottenga il buon voto.
Studiate affinché siate promossi.
*Tranne valore finale acciocché indica una relazione locutiva, ,
purché condizionale e sicché consecutiva.

FORMA IMPLICITA

La forma implicita sottintende i soggetti uguali e viene


introdotta dalle preposizioni: per, a, di, da seguite dal verbo all’infinito
presente.

es. Si deve mangiare per vivere.


Ho comprato un libro da buttare.

La finale implicita viene spesso introdotta dalle locuzioni


congiuntive: allo scopo di, al fine di, in modo di/da

es. L’ho fatto allo scopo di aiutarlo.

La subordinata finale può essere espressa con una


proposizione relativa introdotta da che con il valore consecutivo.

es. Mandami un libro che mi tenga compagnia.

IL PERIODO TEMPORALE

Il periodo temporale esprime una relazione di tempo tra la


subordinata e la reggente. I rapporti possono essere di:

1)contemporaneità – l’azione nella subordinata e quella nella


principale avvengono contemporaneamente. La subordinata
temporale con valore di contemporaneità viene introdotta dalle
congiunzioni: quando, appena, mentre, allorché, allorquando, come e
dalle locuzioni temporali: ogni volta che, tutte le volte che, ogni qual
volta, nel momento che, al tempo in cui.

FORMA ESPLICITA

Il verbo di regola vuole l’indicativo.

es. Quando c’è il sole, mi piace passeggiare.

71
Mentre lo ascoltavo, prendevo appunti.

Si può talvolta usare il congiuntivo per esprimere un’azione


supposta o prevista, cioè un’azione futura considerata possibile o
probabile. Si esprime un aspetto di condizionalità o di facoltà.

es. Me ne andrò quando tu me lo chieda.


quando tu me lo chiederai → temporale
se tu me lo chiederai condizionale
purché tu me lo chieda

quando (temporale) → “non appena”, “tutte le volte”

FORMA IMPLICITA

Le forme implicite della subordinata temporale che indicano la


contemporaneità vengono espresse in diversi modi:

a) gerundio
es. Passeggiando discutevano.

b)participio presente
es. Regnante Carlo Alberto, in Italia incominciarono le
guerre del Risorgimento.

c) in (articolata) + infinito
es. Nell’andar via, ci abbracciò tutti.

d)a,su + infinito
es. Al primo vederlo (appena l’ho visto) l’ho riconosciuto.
Partirò sul sorgere del sole.

2) posteriorità – l’azione della subordinata avviene prima di


quella della principale. La subordinata temporale viene introdotta da
dopo che, una volta che, da quando, dal momento che, quando.

es. Quando l’ebbi visto, corsi da lui.


Dopo che l’ebbi visto, mi ricordai di lui.

Come, (non) appena, subito che, indicano la rapidità nella


successione, si usano per esprimere la posteriorità immediata.

es. Non appena cominciò a parlare, tutti fecero silenzio.


Come lo vidi, corsi da lui.

Dacché, da quando esprimono il punto di partenza nel tempo.

es. Dacché è partito, non abbiamo le sue notizie.

FORMA ESPLICITA

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Nella subordinata temporale si usa l’indicativo.
Il congiuntivo si usa nella relazione futura della posteriorità o
quando c’è il condizionale nella principale.

es. Mi restituirai il libro dopo che tu l’abbia letto.


Rientreremmo dopo che essi se ne fossero andati.

Il congiuntivo si usa anche per esprimere l’incertezza e il desiderio.

es.Preferirei partire dopo che il problema sia stato risolto.


(non è certo che sarà risolto)
Verremo dopo che essi se ne fossero andati. (desiderio)

FORMA IMPLICITA

Le forme implicite della subordinata temporale sono introdotte


da:

1) infinito passato preceduto da dopo (di), in seguito a

es. Dopo aver finito i compiti, potrai uscire.

2) participio passato preceduto da una volta, appena

es. Una volta superato questo problema, tutto si aggiusterà.

* il participio è assoluto quando i soggetti sono diversi


es. Vinti dalla stanchezza, si misero a dormire.

3)participio passato + che + ausiliare (essere/avere)


es. Arrivato che fu a Londra, cercò un posto dove alloggiare.
Uscito che fu, si mise a correre.

3) anteriorità – l’azione della subordinata segue quella della


principale.

FORMA ESPLICITA

Le temporali esplicite vengono introdotte dalle congiunzioni:


prima che, avanti che, fin quando , finché, fino a che, fino a quando.
Queste congiunzioni indicano il punto d’arrivo nel tempo e di regola
introducono il congiuntivo.

es. Si mise a ridere prima che gli avessero detto la notizia.


Lo aspetterò finché non venga/verrà

L’indicativo si usa dopo la congiunzione prima che quando ha


valore di “appena”

73
es. Fammi sapere qualcosa prima che puoi.

FORMA IMPLICITA

Le implicite temporali vengono introdotte da: prima di, fino a +


infinito presente/passato

es. Prima di uscire da casa telefona a Pietro.


Rise fino a star male.
Mi sono addormentato prima di aver letto il libro.

La subordinata temporale può essere espressa con una


proposizione relativa.

es. Sono trascorsi 10 mesi che me lo hai promesso.


È una settimana che ti aspetto.

* Per esprimere periodicità (iteratività) si usano ogni volta che,


tutte le volte che, ogni qual volta

es. Ogni volta che passa da queste parti, viene a farmi visita.

IL PERIODO IPOTETICO

È difficile stabilire i rapporti semantici e sintattici. Anche tra i


periodi ci sono ambiguità.

es. Esco da casa perché tu possa studiare. → la frase


subordinata indica da una parte uno scopo, dall’altra parte è
condizionale

Spesso 2 tipi di periodi esprimono anche 2 rapporti contrastanti


l’uno all’altro.
periodo causale e consecutivo
periodo condizionale e concessivo

es. 1) Se avessi tempo, leggerei quel libro.


L’azione della principale risulta certa, logica, coerente rispetto
l’ipotesi espressa nella subordinata. La condizione espressa vuole la
subordinata condizionale. La subordinata e la reggente stanno nel
rapporto logico.

74
2) Anche se avessi tempo, tuttavia non leggerei quel libro.
Condizionalità esiste, ma il rapporto tra due frasi è paradossale
in un certo senso. È incoerente dal punto di vista logico.

Ambedue le frasi esprimono un’ipotesi. Il periodo ipotetico è


costituito dal periodo condizionale (logico, coerente) e periodo
concessivo (paradossale, incoerente).
Il periodo ipotetico si chiama ipotetico perché il rapporto tra la
principale e la subordinata è sempre un’ipotesi. È costruito da due
parti:
1)la subordinata condizionale che esprime la condizione e
perciò viene detta la protasi (dal greco antico protasis “premessa”
“pretpostavka”)

2)la principale che viene detta l’apodosi (dal greco apodosis


“conseguenza”) o la conseguenza di quello che viene espresso nella
subordinata.

Le grammatiche dividono il periodo condizionale in 3 gruppi:

1) il periodo condizionale reale


2) il periodo condizionale potenziale
3) il periodo condizionale irreale

1) Nelle grammatiche più recenti (ultimi 20,30 anni) anche il


periodo condizionale reale viene diviso in 2 sottogruppi:
a) il periodo veramente reale
b) il periodo virtuale

a) Nel periodo veramente reale l’azione della principale si


realizza certamente perché dal rapporto stesso delle proposizioni
scaturisce, si sente certo rapporto della causalità nel presente,
passato o nel futuro.
Esiste un rapporto di condizionalità basato sulla causalità.

es. Se siamo felici, lo è perché siamo giovani e sani. (presente)


Se ieri sei stato felice, lo devi alla sua presenza. (passato)
Se ieri sei arrivato prima di lui, sei vincitore.
Se domani non avrò grossi problemi, lo è per merito tuo.
(futuro)

Il periodo condizionale reale vuole l’indicativo.

b) Nel periodo condizionale reale virtuale scompare la causalità


e anche la realtà però c’è una grande possibilità che l’azione si
realizza nel presente, passato o nel futuro.

es. Se fa bel tempo, esco da casa tutti i giorni. (presente)


Se il treno è venuto in ritardo, Mario avrà preso un tassi.
(passato)

75
Se mi telefonerai, ti dirò la mia decisione. (futuro)

2) Il periodo condizionale potenziale è potenziale perché la


realtà è scomparsa. C’è solo la scarsa possibilità che l’azione della
principale si realizzi. In questo caso l’azione è proiettata nel futuro.
Nel futuro non esiste l’idea della realtà positiva e perciò nella
subordinata viene usato l’imperfetto congiuntivo.
Se l’azione si considerasse presente nella nostra mente, allora il
rapporto non è più il rapporto di condizionalità potenziale, ma il
rapporto di condizionalità irreale.

es. Se Gianni mi telefonasse fra mezz’ora, ditegli che sono uscito.

Se facesse bel tempo, verrei con te domani.


→ se è ora, è irreale
se è domani, è potenziale

3) Nel periodo condizionale irreale l’azione della principale non


può realizzarsi mai. Questa condizionalità irreale può essere:

a)irrealtà assoluta
b)irrealtà nel presente
c)irrealtà nel passato
d) irrealtà nel futuro

a) Irrealtà assoluta

es. Se tu fossi mia figli, non ti comporteresti così.


Se fossimo nel Medio Evo, io comprenderei tale tuo
atteggiamento.

b) Irrealtà nel presente

es. Se ora facesse bel tempo, non saremmo qui.

c) Irrealtà nel passato

es. Se fosse venuto in tempo, ora non sarebbe così triste.

d) Irrealtà nel futuro

es. Se domani fosse bel tempo, domenica andremmo in


montagna.

Il rapporto ipotetico si può esprimere con le congiunzioni: se,


quando, qualora,ancorché, purché e le locuzioni: a condizione che, a
patto che, a posto che, nel caso che, salvo che. Tranne se che può
avere anche l’indicativo quando esprime un rapporto reale, tutte

76
queste congiunzioni e locuzioni richiedono nella subordinata il
congiuntivo perché esprimono soltanto la potenzialità o irrealtà.

L’ipotesi può essere espressa:

a) senza le congiunzioni – questo è una specie di forma


bracheologica. La congiunzione sparisce per ragioni di stile.

es. Fossi al tuo posto, non lo farei.

b) senza la subordinata

es. Per piacere mi presteresti il denaro (se te lo chiedessi)

c) senza la principale

es. Se fossi vent’anni più giovane (ti sposerei)

d) con la frase relativa

es. L’uomo che avesse detto la verità non avrebbe fatto


quella fine.
Non vorrei vivere in una città che fosse lontano dal
mare.

FORMA IMPLICITA

La forma implicita può essere:


a) nominale
b)verbale.

a) La forma implicita nominale viene espressa:

1) da un sostantivo senza verbo


es. A tale condizione io non sarei venuto.

2) da un aggettivo
es. Così sincero, egli avrebbe attirato su di se l’ira di tutti.

3) da un avverbio
es. Lontano da te, egli non avrebbe tanto coraggio.
Bene o male, tu saresti sempre benvenuto.

4) da un pronome
es. Lui o lei per me andrebbe bene.

5) da un numero
es. Due o tre per me andrebbe bene.

77
b) a) La forma implicita verbale viene espressa:

1)da un infinito
es. Venire con te sarebbe piacere.

2) da un infinito preceduto dalla preposizione


es. A star zitti, non si sbaglia mai.
A dire il vero, io non mi sentivo troppo bene.
Col fare il tuo dovere, non dovresti temere.

3)da un gerundio
es. Cantando, potrai guadagnare la vita.
Ascoltando la radio, puoi imparare l’italiano.

4)da un participio passato


es. Ottenuta la laurea, egli potrebbe avere subito un
lavoro.

5) da un participio presente
es. Tremante dalla paura, egli non avrebbe dato quella
risposta.
Sorridente di gioia, non può seguire la lezione.

IL PERIODO CONCESSIVO

Il periodo concessivo è un tipo di periodo ipotetico in cui


l’azione della principale in qualche modo contrasta con quella della
subordinata.
La costruzione del periodo concessivo è inversa a quella del
periodo condizionale. (Battaglia)
Agostini determina questo periodo come il mancato verificarsi
dell’effetto che dovrebbe conseguire a una determinata causa reale o
supposta.
I diversi rapporti semantici offrono diversi costrutti del periodo
concessivo. Il periodo concessivo può essere:
1) reale e virtuale
2) irreale

1) Il periodo concessivo reale e virtuale


es. Anche se studia molto, tuttavia non ce la fa.
Anche se ha studiato molto, tuttavia non ce l’ha fatta.
Anche se studierà molto, tuttavia no ce la farà.

2) Il periodo concessivo irreale può esprimere:

a) irrealtà assoluta
es. Anche se egli fosse tuo figlio, tuttavia non si
comporterebbe meglio.

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b) irrealtà nel presente
es. Anche se ora facesse bel tempo, tuttavia non
potremmo
uscire.
c) irrealtà nel passato
es. Anche se si fosse laureato, tuttavia non avrebbe vinto
quel concorso.
d) irrealtà nel futuro
es. Anche se domani fosse domenica, tuttavia non
andremmo in montagna.

La possibilità di usare l’indicativo e il congiuntivo con il


condizionale offre soltanto la locuzione anche se. Tutte le altre
congiunzioni e locuzioni non permettono le quattro costruzioni
sopraccitate, esse introducono sempre una concessiva reale, reggono
il congiuntivo mentre la forma reale dipende dal tempo in cui
l’azione si svolge.

FORMA ESPLICITA

Una subordinata concessiva esplicita introducono


le congiunzioni: benché, sebbene, malgrado, nonostante,
quantunque e le locuzioni congiuntive: anche se, malgrado che,
nonostante che, per quanto, anche quando, con tutto che (questa
locuzione richiede l’indicativo)
es. Con tutto che avevo ragione, non ho voluto insistere.
Benché sia stanco, continuerò il lavoro.
Sebbene sia tardi, ti aspetterò ancora.
Per quanto non mi sembri possibile, tenterò
ugualmente.

La subordinata concessiva esplicita può essere introdotta anche


dai pronomi e dagli aggettivi indefiniti: chiunque, qualunque,
checche.

es. Chiunque mi cerchi, non farlo entrare.

FORMA IMPLICITA

Le forme implicite della subordinata concessiva vengono


espresse in diversi modi :

1) pur + gerundio
es. Pur non essendo d’accordo, mi attengo alla volontà della
maggioranza.

2) pur + in/con + infinito


es. Pur nel conoscere il suo carattere, io gli ho creduto.

3) per + infinito

79
es. Per aver studiato (sebbene abbia studiato) solo un anno,
parla molto bene l’inglese.

4) con nemmeno a, neppure a, neanche a,


es. Non si trova un posto in aereo nemmeno a pagarlo.

5) con a costo di + infinito


es. Andrò fino in fondo a costo di rimetterci.

*Per sottolineare il valore concessivo dell’intero periodo, la


principale ha: tuttavia, nondimeno, pure, ugualmente, lo stesso
es. Per quanto sembri strano, nondimeno è la pura verità.
Checché tu ne dica, lo farò ugualmente.

Due costruzioni particolari:

1) per + aggettivo + che + congiuntivo di essere


es. Per gentile che sia (sebbene sia gentile) non m’ispira
simpatia.

2) per + infinito + che + congiuntivo di fare


es. Per cercare che facesse, non riusciva a trovarlo.

IL PERIODO MODALE

Il periodo modale è una forma comunicativa composta da due


frasi in cui la frase subordinata modale esprime il modo o la maniera
in cui si compie l’azione della principale.
La subordinata modale viene espressa esplicitamente e
implicitamente.

FORMA ESPLICITA

Le forme esplicite vogliono l’indicativo nella subordinata


quando questa esprime un fatto certo, reale e viene introdotta da:
sic(come),
così come, secondo che, nel modo che, in maniera come.

es. Comportati nel modo che ritieni più opportuno.

80
Ho fatto come mi hai ordinato.

Il congiuntivo si usa quando la subordinata viene introdotta


dalle congiunzioni che introducono certa incertezza: comunque, come
se, quasi che, senza che.

es. Fai come se niente fosse.


Comunque egli faccia, ha sempre ragione.
L’ho invitato senza che tu me lo avessi ordinato.

FORMA IMPLICITA

Le forme implicite della subordinata modale vengono espresse


in diversi modi :

1) senza + infinito presente/passato

es. È partito senza salutarci.


È arrivato senza avermi avvertito.

2) gerundio (la modale con il gerundio non può essere


trasformata in forma esplicita)

es. È venuto correndo.

3) participio passato o presente

es. Piangente di gioia, Giovanni si avvicinava alla casa materna.


Imparato l’italiano, potrei comprendere meglio La Divina
Commedia.

4) infinito sostantivato + con


es. Con l’imparare le lingue straniere potrei riuscire meglio nella
vita. → ambiguità tra una modale e causale
5) costrutto assoluto

es. Le mani in tasca, osservava il cielo azzurro.


Pistola in mano, entrò bruscamente nella stanza.

IL PERIODO COMPARATIVO

La subordinata comparativa stabilisce un rapporto comparativo


con la reggente a cui si unisce mediante le locuzioni comparative.
La subordinata comparativa viene espressa esplicitamente e
implicitamente.

FORMA ESPLICITA

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La subordinata comparativa viene introdotta dalle congiunzioni
comparative che esprimono diverse varietà di comparazione.

a) comparazione di uguaglianza
La comparazione di uguaglianza si esprime mediante le
congiunzioni: cosi...come, tanto...quanto, tale...quale dopo le quali di
regola si usa l’indicativo o il condizionale.

es. Mi sono comportato con lui come avrei fatto con chiunque
altro.
Ho fatto tanto, quanto mi hai detto.
Il compito non è così difficile come mi hai detto.

Si usa il congiuntivo per esprimere una comparazione


ipotetica.

es. Si comporta così come se fosse solo su questa terra.

non meno di quello + congiuntivo

es. Ho atteso non meno di quello che credessi.

b) comparazione di maggioranza
La comparazione di maggioranza si esprime mediante le
congiunzioni: più ...che, più...di che, più...di quanto, più...di come,
più ...di quello che, meglio che, meglio di dopo le quali di regola si
usa l’indicativo.

es. Ho fatto più di quanto mi hai ordinato.

Per esprimere un valore rafforzativo,la non (pleonastica) si usa


il congiuntivo o il condizionale.
es.Il problema è più complesso di quanto pensavo.
Il problema è più complesso di quanto non pensassi.
(valore rafforzato)
Il problema è più complesso di quanto non avrei pensato.
(il condizionale si usa quando si vuole far sentire la presenza
dell’ipotesi nell’azione della subordinata)

c) comparazione di minoranza
La comparazione di minoranza si esprime mediante le
congiunzioni: meno...di quanto, meno...che, meno...di come,
meno...di quello che, peggio che, peggio di come/quanto dopo le quali
di regola si usa l’indicativo o il condizionale.

es. Ha portato meno di quanto aveva potuto/avrebbe potuto.

Per esprimere un valore rafforzativo si usa il congiuntivo.

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es. Hanno agito peggio di quanto tu non avessi potuto
immaginare.

LA FORMA IMPLICITA

Nella subordinata comparativa implicita che indica


l’uguaglianza si usa l’infinito introdotto dalla preposizione da.

es. Ho agito così da far pietà.


Ho studiato tanto da non perder l’anno.

Nella subordinata comparativa implicita che indica maggioranza


o minoranza si usa infinito presente o passato introdotto dalla
preposizione di.

es. Ho fatto più di essersi preparato.


Ho letto meno di aver dovuto farlo.

Nella subordinata implicita la correlazione è data da: piuttosto


che/di, più che

es. Più che parlare, gridava.


Morirebbe, piuttosto di riconoscere uno sbaglio.

IL PERIODO RELATIVO

Le proposizioni relative sono quelle che determinano il nome al


quale si riferiscono o che aggiungono un particolare che si può
togliere. Hanno la funzione di determinare o modificare,
completandolo, il significato dell’antecedente. Le proposizioni relative
sono rette da un pronome relativo (che, il quale, cui, dove, chi, ciò)
che richiama nella subordinata un sostantivo, o un pronome (detto
antecedente) nella principale.

es. Ho visto un film che mi è piaciuto.


antecedente

Il pronome relativo ha la funzione di determinare il significato


dell’antecedente.

es. Roma, che è la capitale di Italia, è antica.

Si distinguono due tipi di relative:

1) L’ATTRIBUTIVA (limitativa, determinativa, restrittiva) serve a


limitare o a precisare il senso dell’antecedente che risulterebbe
altrimenti incompiuto. C’è in questo tipo di proposizione relativa una
componente “dimostrativa”, “deittica”

es. Prendo l’autobus che sta arrivando.

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(prendo questo autobus, non l’altro)

2) L’APPOSITIVA (esplicativa) fornisce invece un’aggiunta di per


sé non indispensabile alla compiutezza dell’antecedente.

es. Prendo sempre l’autobus, che è il mezzo di trasporto più


economico.

La relativa appositiva introduce un elemento accessorio che


spesso si presenta come una parentesi nel discorso, e per questo
viene separata dall’antecedente per mezzo di una virgola.

es. Tutti i colleghi, che hanno fiducia in te, ti appoggeranno.


Tutti i colleghi,che hanno fiducia in te ti appoggeranno.
(solo loro, non gli altri) → attributiva

Quando due proposizioni relative sono coordinate tra loro, si


può omettere il pronome relativo della seconda.

es. Le persone che incontrammo e (che) io salutai sono miei


vecchi amici.

Dall’altra parte quando una proposizione relativa è un oggetto e


l’altra soggetto non si può omettere il pronome relativo.

es. Le persone che incontrammo e che mi salutarono sono miei


vecchi amici.

Anche con i complementi indiretti si ripete il pronome relativo.

es. L’amico di cui ti ho parlato e di cui ho piena fiducia...

Il mutamento di forma del pronome stesso richiede la


ripetizione.
es. Le persone che incontrammo e con cui mi fermai a parlare
sono miei vecchi amici.

LE RELATIVE IMPROPRIE/APPARENTI

La proposizione relativa può indicare varie circostanze


dell’azione espressa dalla principale, sotto l’aspetto delle relative con
il pronome relativo che (il quale) può assumere altri significati.

Relative improprie

1) relativa soggettiva
es. Chi va piano, va sano e va lontano.

2) relativa oggettiva
es. Ha fatto ciò che ha dovuto fare.

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3) relativa causale
es. Vestiti che fa freddo.

4) relativa consecutiva
es. Desidero un libro che sia interessante.

5) relativa finale
es. Mandami una medicina che mi faccia guarire.

6) relativa temporale
es. Era una notte che pioveva. (quando pioveva)

7) relativa modale
es. Che faccia bene, che faccia male, egli ha sempre ragione.

8) relativa condizionale
es. Non vorrei vivere in una città che fosse lontana dal mio
paese
natio.

9) relativa concessiva
es. L’uomo che ha lavorato tanto non è tuttavia riuscito.

FORMA ESPLICITA

Nella subordinata relativa esplicita si usa:

a)indicativo
es. Cerco un libro che tratta di urbanistica.
( è un libro ben definito)

b)congiuntivo
es. Cerco un libro che tratti di urbanistica.
(qualsiasi libro di urbanistica)

c) indicativo/condizionale
es. È un piacere che ti faccio volentieri (posso fartelo)
farei volentieri (forse non potrò)

FORMA IMPLICITA

Le forme implicite della subordinata relativa vengono


espresse in diversi modi:

1) preposizione + cui/quale + infinito


es. Non ho nessuno a cui rivolgermi.

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Non ho nessuno a cui possa rivolgermi (verbo servile
Introduce l’infinito)

2) da + infinito
es. Ho portato un libro da leggere.

3) a/da + infinito presente


es. Questo è un libro da leggere.

IL PERIODO AVVERSATIVO

Le preposizioni avversative indicano una situazione o una


condizione opposta a quella espressa dalla principale. Sono introdotte
dalle congiunzioni quando, mentre, quando invece, mentre invece
dopo le quali si usa l’indicativo o il condizionale.

es. Lo aspettavamo oggi, mentre invece arriverà domani.


Ha voluto restare in casa, mentre io avrei preferito uscire.

Nella forma implicita sono introdotte da: invece di, in luogo di,
anziché più l’infinito del verbo.

es. Invece di ringraziarmi, fa l’offeso.

IL PERIODO ESCLUSIVO

Le preposizioni esclusive esprimono un’esclusione rispetto a ciò


che è detto nella principale.
Nella forma esplicita sono introdotte da senza che e hanno il
verbo al congiuntivo.

es. Abbiamo fatto tardi, senza che ne rendessimo conto.


Sono caduto senza che mi sia fatto male.

La subordinata esclusiva implicita viene introdotta da


senza + infinito
es. Abbiamo fatto tardi, senza rendercene conto.

Le preposizione esclusiva è quasi una variante negativa della


modale: senza che ha infatti un valore simile a “come se non”

IL PERIODO ECCETTUATIVO

Le preposizioni eccettuative avanzano un “eccezione”,


esprimono cioè una circostanza che limita il significato delle principali.

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Nella forma esplicita sono introdotte da: tranne che, eccetto
che, salvo che, fuorché, sennonché, a meno che non. Il verbo può
avere l’indicativo (in particolare con sennonché) o il congiuntivo.

es. Ci conosciamo da molti anni, sennonché ci vediamo


raramente.
Verrò a trovarti, a meno che qualcosa non me lo impedisca.

Nella forma implicita hanno l’infinito preceduto da: tranne che,


eccetto che, salvo che, fuorché

es. Era disposto a tutto, fuorché chiedergli scusa.

Spesso le preposizioni eccettuative sono precedute da


un’affermazione generale e categorica, in cui possono comparire
aggettivi e pronomi come tutto, niente, ogni, qualunque, nessuno ecc.

es. Non dirò niente, tranne che non sia costretto.

IL PERIODO LIMITATIVO

Le preposizioni limitative esprimono una limitazione rispetto a


ciò che viene affermato nella principale.
Nella forma esplicita sono introdotte da: per quanto che, per
quello che e hanno il verbo all’indicativo.

es. Per quanto ne so, stanno tutti bene.

Nella forma implicita sono introdotte da in quanto a/quanto a


più l’infinito del verbo.

es. (In) quanto a venirti incontro, mi sembra di averlo già fatto


abbastanza.

IL PERIODO INCIDENTALE

La proposizione incidentale è inserita nel discorso fra due


virgole senza che abbia alcun legame sintattico con le altre
proposizioni. Nella lingua parlata, se ne fa un uso più frequente,
purché traduce la libera vivacità del pensiero.

es. La vita, è voi lo sapete , è fatta di sorrisi e di lagrime.


S’è fatto già tardi, te l’avevo detto.

IL PERIODO DICHIARATIVO

Le preposizioni dichiarative servono a spiegare un pronome


dimostrativo, completando il senso della principale.

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Il dimostrativo può essere accompagnato da un sostantivo
come: argomento, fatto, circostanza, punto.

es. Su questo punto ti sbagli, che io fossi presente alla cerimonia.


Su questo fatto tutti concordano, che la cosa va risolta a più
presto.

Talvolta il dimostrativo manca ,e il sostantivo regge da solo la


proposizione dichiarativa.

es. Il fatto che siamo tutti qui testimonia il nostro affetto per te.

Le preposizioni dichiarative sono introdotte dalla congiunzione


che con il verbo all’indicativo o al congiuntivo, oppure da di con il
verbo all’infinito.

es. Il fatto di essere tutti qui testimonia il nostro affetto per te.

IL PERIODO INTERROGATIVO INDIRETTO

Le preposizioni interrogative indirette esprimono una domanda


o un dubbio. Possono dipendere:

a) dai verbi: domandare, interrogare, chiedere, cercare,


tentare, indagare, indovianre, dubitare ecc.; oppure essere incerto,
non essere sicuro

b) dai sostantivi corrispondenti ai verbi sopraccitati: la


domanda, la ricerca, il tentativo, l’indagine, il dubbio, l’incertezza ecc.

c) da alcuni verbi dichiarativi usati però all’imperativo o nella


forma negativa, come: dire, narrare, raccontare, apprendere
ecc.
La interrogativa indiretta introducono gli stessi elementi che
introducono un’interrogativa diretta: chi, che, che cosa, come,
quando, dove, quanto, quale ecc. e la congiunzione interrogativa se.

es. Cerco di indovinare che cosa pensi.


Non capisco cosa vuoi.
Ti chiedo quando tornerei.

Il verbo può essere all’indicativo, al congiuntivo, ma anche


al condizionale.

es.
Mi domandavo che cosa aveva fatto
avesse fatto
avrebbe fatto

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Si preferisce il congiuntivo perché l’interrogativa è retta di
solito da un verbo che indica dubbio o incertezza.

es. Non so perché ti sia dispiaciuto.


Non si ricordava quando fosse partito Pietro.

Nella forma implicita queste proposizioni sono introdotte dagli


stessi pronomi, aggettivi, avverbi o dalla congiunzione se, col verbo
all’infinito.

es. Non so a chi rivolgermi.


Non so se credergli.
Non so dove andare.

Le proposizioni interrogative indirette possono essere:

1)totali (quando il dubbio riguarda l’insieme della frase)


Queste proposizioni sono introdotte da se.
es. Non so se partire.

2)parziali (quando il dubbio è focalizzato su soltanto uno degli


elementi della frase.)

es. Non so con chi partire.

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