Sei sulla pagina 1di 81

DISPENSE

DI

FILOSOFIA

CLASSE III

(tutti i corsi che hanno la materia in programma)

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


MODULO 1: LE ORIGINI DEL PENSIERO FILOSOFICO
A. Origine, struttura, metodo e oggetto dell’indagine filosofica
B. La ricerca del principio:Talete, Anassimandro, Anassimene
C. Pitagora e i Pitagorici
D. Eraclito
E. La scuola di Elea:Parmenide e Zenone
F. I fisici pluralisti: Empedocle, Anassagora e l’atomismo di Democrito
G. Socrate: l’indagine sull’uomo. Concetti affrontati: l’ironia, la maieutica,la scoperta del
concetto, il processo e la condanna a morte

MODULO 2: PLATONE: LE IDEE E LA POLIS (I rapporti con Socrate e i sofisti)

A. La dottrina delle Idee.


B. Il mito della caverna.
C. La teoria della città.
D. L’immortalità dell’anima.
E. L’Eros

MODULO 3: Aristotele, logica e metafisica

A. I rapporti con Platone.


B. Filosofia e scienza: la suddivisione del sapere.
C. L’essere: sostanza e accidenti.
D. Le quattro cause.
E. La teoria del divenire: potenza e atto.
F. La teologia: il motore immobile.
G. La logica: il principio di non contraddizione e il sillogismo.

MODULO 4: LA FILOSOFIA ELLENISTICA (Politica, società e cultura nell’età ellenistica)

A. Lo stoicismo
B. L’epicureismo
C. Lo scetticismo
2

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


D. Il neoplatonismo

MODULO 1: LE ORIGINI DEL PENSIERO FILOSOFICO


H. Origine, struttura, metodo e oggetto dell’indagine filosofica
I. La ricerca del principio:Talete, Anassimandro, Anassimene
J. Pitagora e i Pitagorici
K. Eraclito
L. La scuola di Elea:Parmenide e Zenone
M. I fisici pluralisti: Empedocle, Anassagora e l’atomismo di Democrito
N. Socrate: l’indagine sull’uomo. Concetti affrontati: l’ironia, la maieutica,la
scoperta del concetto, il processo e la condanna a morte

(A)
Origine, struttura, metodo e oggetto
dell’indagine filosofica

La filosofia (termine derivato dal greco antico, letteralmente “amare la sapienza”), è un settore del
nostro sapere che si propone di riflettere sul significato dell’esistenza del mondo e dell'uomo,
indagando sul senso della natura umana, sui limiti della sua conoscenza e sui rapporti tra uomo ed
universo, quindi sul significato della religione come approccio con il mistero del creato.
Prima ancora di questo aspetto speculativo più profondo, la filosofia si identificò con lo studio della
conduzione del “modo di vivere”, attraverso l’applicazione concreta dei principi elaborati grazie
alla riflessione ed al pensiero. Più tardi la filosofia avrebbe indirizzato i suoi studi sull'uso del
sapere a vantaggio dell'uomo.
Proprio sotto questo aspetto, la filosofia si diffuse nell'antica Grecia, dove la cultura già avanzata
permise all’uomo di guardarsi intorno con un senso di meraviglia, e insieme di inquietudine,
cominciando ad interrogarsi sul perché della sua esistenza e sul suo rapporto con il mondo.
Queste domande di carattere universale, definibili come il problema del rapporto tra l'individuo e il
mondo, tra il soggetto e l'oggetto, vengono trattate dalla filosofia secondo due aspetti:
1. il primo è quello della filosofia teoretica, che studia l'ambito della conoscenza

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


2. il secondo è quello della filosofia pratica o morale o etica, che si occupa del
comportamento dell'uomo nei confronti degli oggetti e, in particolare, di quegli oggetti che
sono gli altri uomini, che egli presume siano individui come lui, perché appaiono a lui
simili, pur non potendoli veramente conoscere al di là delle apparenze esteriori.
Nel complesso il problema di cosa sia la filosofia si può tuttavia porre secondo due percorsi diversi:
 a seconda che la definizione venga elaborata sul piano storico, ovvero la filosofia consiste
essenzialmente nella sua storia e nella sua tradizione come evoluzione del pensiero in
rapporto ai cambiamenti socio-culturali delle società umane nelle varie epoche.

 oppure sul piano strettamente gnoseologico (cioè della specifica individuazione


dell'oggetto della conoscenza filosofica e della formalizzazione di un metodo di indagine).

Dunque i percorsi della filosofia sono due: come “storia della filosofia” o come
“indagine della conoscenza”.
 Il primo percorso è stato seguito dalla filosofia sviluppatasi in Europa nei secoli successivi
alla diffusione del Cristianesimo, quando si pose la necessità di individuare una storia del
pensiero dell’uomo, seguendo gli sviluppi di un filo conduttore attraverso l’analisi e
l’interpretazione del pensiero dei vari filosofi.
 Il secondo percorso, invece, è certamente più antico e trova il suo fondamento nella
indagine “scientifica” della filosofia greca ovvero la ricerca su uno specifico argomento
(oggetto) e su tutte le sue possibili implicazioni.
Una indagine doveva essere sviluppata seguendo un metodo (termine anch’esso di derivazione
greca che indica letteralmente: “in direzione di una via”) ovvero il filosofo doveva seguire un
comportamento mirato a dare ordine razionale alla ricerca e, in termini specifici, le regole e i
principi nella procedura da adottare per l'acquisizione di una conoscenza indirizzata al
conseguimento di un'azione efficace.

Le presenti dispense propongono un percorso di Storia della filosofia attraverso lo


sviluppo del pensiero delle più importanti scuole filosofiche delle culture
mediterranee precristiane.

(B)
La ricerca del principio:
Talete, Anassimandro, Anassimene
4

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


Come già accennato, si fa risalire l’origine dell’intera filosofia occidentale al pensiero greco
arcaico, e in particolare a una serie di modificazioni di tipo storico, economico politico e sociale,
che portarono intorno al VII secolo a.C., ad un progressivo distacco dal mito religioso che era alla
base dell'antica cosmogonia e teogonia, così come era stata conosciuta ed esposta per esempio nei
poemi Omerici. Tuttavia questa perdita di sacralità non riuscì a nascondere che dietro al nuovo
pensiero sapienziale era rimasto un tipo di religiosità più nascosta pronta ad esprimersi nelle
celebrazioni rituali dei misteri (orfici, eleusini, dionisiaci).

In questo periodo arcaico nasce l’esigenza di una riflessione più autonoma e scientifica, sui
principi che sono alla base dei fenomeni naturali. (Sulla base del metodo di indagine e
dell’indirizzo di pensiero, nacquero gruppi di intellettuali seguaci del promotore di tale indirizzo di
pensiero. Questi gruppi vengono definiti “Scuole”).

LA SCUOLA DI MILETO

Quest’esigenza spinse i primi pensatori, a domandarsi: qual’ è l'elemento primordiale da cui ogni
altro discende? E quali sono le leggi che regolano i rapporti fra gli elementi primordiali?
La filosofia nasce tradizionalmente a Mileto tra la seconda metà del VII sec. e la prima del VI a.C.
Era una ricca e cosmopolita città situata sulla costa della Ionia (l'attuale Turchia). Occorre precisare
che le notizie storiche sulla scuola di Mileto sono in realtà pochissime e confuse; molto
probabilmente non si trattò di una vera e propria scuola, anche se alcuni tratti di pensiero comuni
possono in ogni caso essere identificati, fra i suoi esponenti.

Il fondatore di questa scuola fu Talete (vissuto probabilmente tra il 624 e il 547 a.C.); seguirono e
condivisero le sue intuizioni Anassimandro (610–546 a.C.), Anassimene (circa 586–528 a.C.).
Questi filosofi vengono definiti “i naturalisti ionici”, perché concentrarono la ricerca del Primo
Principio (cioè l’inizio di tutto) nel mondo della Natura. Quel Principio che più tardi il filosofo
greco Aristotele chiamerà “arché ”, ovvero il principio di tutte le cose (l’archetipo appunto).

Essi cercarono di spiegare i fenomeni del “delon”, (tutto ciò che si


vede), proponendo ed utilizzando leggi interne ai fenomeni stessi,
ricercando la causa prima della “physis” (la Natura nelle sue
forme) all’interno della physis stessa.

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


Il termine Physis deriva dal verbo “phuo”, che vuol dire sia “generare” che “venire alla luce”. E
infatti la physis filosofica non è mai statica o sterile, ma è perennemente in evoluzione, è vitale:
continuamente “viene alla luce” qualcosa dal suo interno. Ma soprattutto è un’evoluzione
spontanea, che non avviene per influenza esterna (la natura viene “a se”); perciò, deve contenere
dentro di sé il Primo Principio (cioè l’inizio di tutto), la causa prima per la quale si è sviluppato e
si svilupperà tutto il resto: l’ “arché ”. Proprio perché appartiene ad essa l’arché non può essere
divino, ma deve essere un ente fisico (non è detto che sia materiale, come infatti non lo è
l’apeiron). Secondo la tradizione greca, la natura risulta composta da quattro elementi: acqua, aria,
fuoco e terra ed ogni corpo è formato da una diversa quantità di essi. La physis dunque è ciò da cui
tutto deriva e in cui tutto dovrà ritornare e che quindi comprende e regola ogni fenomeno fisico; è
una fonte inesauribile ed un ciclo sempiterno ed ha in sé anche qualcosa di divino.

Talete (nell’illustrazione un suo ritratto) riconobbe l'arché nell’acqua. Notò infatti che il
nutrimento di tutte le cose è umido e che i semi sono umidi e quindi, dato che l’acqua è il principio
naturale delle cose umide, l’acqua doveva essere l’arché. L’acqua era anche la base del mondo,
sulla quale galleggiava la terra.

Anassimandro fu forse il più profondo tra i pensatori della scuola di Mileto. Secondo lui, nessuno
dei quattro elementi fondamentali poteva essere l’arché, perché altrimenti sarebbe prevalso sugli
altri, si sarebbe rotto l’equilibrio e non avremmo ora un mondo ordinato. La causa prima deve
essere invece al di sopra delle parti, deve contrapporsi agli enti finiti, deve essere infinito e
indefinito. (Questo ente infinito in greco è l’apeiron). Le cose vengono al mondo da esso e in esso
sono destinate a ritornare. E chi cerca di ribellarsi a questa regola suprema, (divina) come la
chiama Anassimandro, viene punito: infatti è vinto dal tempo ed è costretto a ritornare nell’apeiron.
Così, quando i contrari si separano da esso, rompono l’armonia e sono costretti ad espiare questa
colpa con la morte, in seguito alla quale verranno riassorbiti nel principio per essere di nuovo
generati, secondo una legge infinita, ciclica e necessaria. Il mondo si sarebbe creato con la
separazione dal movimento vorticoso caratteristico dell’infinito originario del caldo e del freddo, i
quali si danno origine a fuoco ed a terra, acqua e aria. Prima o poi, l’intero mondo è destinato a
morire e ad essere riassorbito nel principio.

Anassimene riconobbe il Primo Principio nell’aria. In essa è sospesa la terra. Nell’individuarla


come principio, tiene presente che è fondamentale per la vita, e nell’unico suo frammento descrive
l’universo come un enorme organismo vivente che respira. Questo soffio vitale, questo
“pneuma” (concetto equivalente al significato originario del latino “anima”) è il principio
vivificatore che anima il mondo. Il differenziarsi dell’aria negli altri elementi avviene secondo i
fenomeni fondamentali della rarefazione e della condensazione. Il primo riscalderebbe l’aria fino a
farla diventare fuoco, il secondo la raffredderebbe facendola diventare prima vento, poi nuvole,
acqua, terra e pietra. Anche Anassimene pensa che l’aria abbia un movimento vorticoso. Quasi

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


come se fosse l’equivalente concreto dell’apeiron, l’aria da origine a tutte le cose che poi
ritorneranno ad essere aria, per infiniti cicli cosmici.

Con i pensatori della Scuola di Mileto, siamo di fronte ad una fisica della Natura, dalla quale il
pensatore cerca di trarre conclusioni cosmologiche. La ricerca sull’origine intrapresa dai naturalisti
ionici getta le basi del pensiero occidentale: da qui in poi, come dirà Aristotele, si comincia a
porre la domanda sul perché accade ciò che accade.

Va sottolineato, in questi primi filosofi, non tanto le loro conclusioni, quanto il tentativo di
affrontare le questioni sull'origine e sul senso della realtà senza ricorrere a spiegazioni basate
sul mito o sulla tradizione; per la prima volta l'osservazione diretta della natura e la
capacità razionale dell'uomo sono considerate nella loro autonomia e superiorità.

Essi hanno compiuto la prima grande rivoluzione culturale della storia del pensiero umano,
formulando il concetto di natura in senso filosofico, di physis. Filosofi moderni lo hanno definito “il
più grande concetto dell’umanità”.

(C)
Pitagora e i Pitagorici
VI secolo a.C.

Con il gruppo dei Pitagorici ci troviamo per la prima volta di fronte ad un’autentica scuola
filosofica. Cronologicamente siamo in pieno VI secolo a.C. Oltre a segnare il passaggio di secolo,
Pitagora e la sua scuola segnarono anche la diffusione della filosofia dalla Grecia e dalle zone
della Ionia alla Magna Grecia. Questa scuola filosofica assunse il carattere di una scuola mistica
perché i contenuti del suo pensiero si ricollegarono in parte alla setta degli Orfici e al mistero di
Orfeo (vedi più avanti) e alla sua ritualità: ad esempio per entrare a far parte della scuola bisognava
essere sottoposti ad un rito iniziatico. Piuttosto che di una scuola, si trattò quindi di una comunità
filosofica, religiosa e politica i cui membri conducevano vita comune.
Tutti i pensatori che lavorarono in questa scuola vengono generalmente chiamati Pitagorici,
dal nome del loro maestro Pitagora, conosciuto come pensatore, matematico, musico e
scienziato.

Pitagora nacque nell’isola di Samo e vi restò finchè non salì al potere il tiranno Policrate
oppositore dell’aristocrazia, alla quale apparteneva Pitagora. Egli fu quindi costretto a fuggire in
7

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


esilio nella colonia greca di Crotone, nell’attuale Calabria dove fondò la scuola, incontrando ben
presto un grande successo presso i ceti aristocratici ed i Pitagorici acquisirono un peso determinante
nella vita politica di Crotone e delle località confinanti. Nella scuola l’insegnamento in origine, non
fu affidato allo scritto, ma fu impartito oralmente, solo più tardi il pensiero di Pitagora e dei suoi
seguaci fu trascritto (perciò non sappiamo bene quanto sia vero e quanto frutto delle interpretazioni
dei posteri). Secondo quanto riferisce nei suoi scritti Aristotele, filosofo dei tempi successivi, la
Scuola Pitagorica fu caratterizzata da una vita gestita collettivamente anche dal punto di vista
economico, perché i beni di ciascuno venivano messi a disposizione della comunità. La vita, le
riflessioni, le scoperte, tutto insomma ruotava intorno a Pitagora come una serie di approfondimenti
sviluppati comunque sulle idee del maestro. Nell’anno 510 a.C. circa, vi fu una rivolta popolare di
indirizzo democratico anche a Crotone che portò alla distruzione della scuola, perché era di
schieramento aristocratico. La tradizione narra che l' opposizione, guidata da un certo Cilone, assalì
i Pitagorici nella loro sede e ne fece morire un gran numero nelle fiamme; sembra tuttavia che
Pitagora fosse scampato. Alla luce della storia, possiamo affermare che il Pitagorismo anche
dopo la sua scomparsa, riuscì ad influenzare culture più recenti nel tempo e geograficamente
lontane come il primo periodo della monarchia romana.

IL PENSIERO DELLA SCUOLA PITAGORICA

Secondo la tradizione nella scuola avvenne una divisione tra i discepoli, in due gruppi:

 I matematici , che formavano il gruppo più stretto dei seguaci, i quali vivevano all'interno
della scuola, nel rispetto delle regole: condivisione di ogni bene materiale, evitare di cibarsi di
carne ed obbligo di celibato. I matematici erano gli unici ammessi direttamente alle lezioni di
Pitagora con cui potevano interloquire, ma avevano l’obbligo del segreto, in modo che gli
insegnamenti impartiti all'interno della scuola non diventassero di pubblico dominio;
 Gli acusmatici , costituivano la cerchia più esterna dei seguaci, ai quali non era richiesto di
vivere in comune, o di privarsi delle proprietà e di essere vegetariani, avevano l'obbligo di
seguire in silenzio le lezioni del maestro senza possibilità di interloquire

La parola del maestro non poteva essere messa in discussione: a chi obiettava si rispondeva: “autòs
èphē” (ipse dixit in latino), “l'ha detto proprio lui” e quindi era una verità indiscutibile.

La vita di Pitagora è avvolta nel mistero, di lui sappiamo


pochissimo e la maggior parte delle testimonianze che lo
riguardano sono di epoca più tarda. Del suo pensiero quasi

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


mitizzato, non riusciamo a distinguere del tutto l’originalità dalle successive rielaborazioni dei
Pitagorici.

Pitagora prende le mosse da Anassimandro, di cui fu discepolo, accettando l’idea che l’arché , cioè
il Primo principio, non può essere materiale, come per Talete (l’acqua) e Anassimene (l’aria), ma
astratto sebbene definito. Da Anassimandro infatti si differenzia proprio in questo, perché fa
coincidere l’arché col numero, interpretato come una sostanza di tipo matematico, che permette
d'interpretare qualunque cosa in maniera quantitativa.

Due risultano essere le più importanti dottrine da lui formulate:


1. La prima è di tipo mistico – religioso: quella della “Metempsicosi”, cioè la
trasmigrazione delle anime che, per una colpa originaria, erano costrette, come espiazione,
ad incarnarsi in corpi umani o animali sino alla finale purificazione, la “catarsi”. Si tratta di
un concetto derivato dall’Orfismo , un movimento religioso relativo al mito di Orfeo, alla
sua morte e alla sua rinascita, sorto in Grecia presumibilmente verso il VI secolo a.C. che si
era sviluppato molto nelle colonie greche dell’Italia Meridionale e che aveva sostenuto la
dottrina della trasmigrazione dell’anima molto tempo prima dei Pitagorici. Due elementi
fondanti delle dottrine orfiche confluiranno nel pensiero di Pitagora: a) la credenza nella
divinità dell'anima e quindi nella sua immortalità; b) la necessità di condurre un'intera vita di
purezza al fine di evitare la perdita di tale immortalità.
Sembra quindi che Pitagorismo e Orfismo siano la stessa cosa, ma non è così: l’Orfismo è di
carattere solamente religioso, il Pitagorismo è più filosofico.
2. La seconda grande dottrina pitagorica è quella dei numeri, che è profondamente legata,
alla precedente: infatti mentre per gli Orfici occorreva compiere riti e vivere in modo giusto
per raggiungere il fine (la purificazione), per i Pitagorici bisognava ugualmente vivere in
modo giusto e compiere riti, ma anche (e soprattutto) conoscere e approfondire in modo
sistematico i numeri e i concetti matematici. Essi ritenevano infatti che i principi della
matematica fossero anche i principi dell'intera realtà.
Il fatto che la matematica contenesse tutti i principi tanto da essere considerata come il Primo
principio dell'intera realtà, derivava dall’affermazione che gli oggetti di studio della matematica
sono permanenti ed immutabili. I Pitagorici presero come esempio la musica, affermando che gli
accordi musicali si basano su rapporti matematici. Sulla base di questo evidente esempio, estesero le
loro dottrine all’intera realtà, notando che tutte le cose si possono misurare. In altre parole, il
numero viene elevato a principio universale di interpretazione, esteso dall’ ordine aritmetico a
quello geometrico e, infine, all’ ordine fisico. Tra i numeri esistono i “logòi”, ossia i rapporti e tra
i rapporti è possibile rintracciare una proporzione (in grecoanaloghìa), ossia uguaglianze di
rapporti. I rapporti e le proporzioni si manifestano non solo nella musica che è misurabile, in quanto
la frequenza del suono è inversamente proporzionale alla lunghezza della sua corda ma anche
9

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


all’universo dove i corpi celesti compiono i loro movimenti regolari, un’armonia che è esprimibile
numericamente: l’ universo non è “kaos” ma “kosmos”, cioè “ordine e armonia”. E infine rapporti
e proporzioni si esprimono nelle forme della geometria.

La matematica viene dunque usata dai Pitagorici per limitare l’illimitato teorizzato da
Anassimandro. Il concetto di illimitato viene considerato irrazionale, incomprensibile e quindi
viene rifiutato, in quanto tutto l'universo è basato (come già Anassimandro aveva detto)
sull'opposizione dei contrari. Ma tra questi contrari l'opposizione è male e va evitata o quanto meno
circoscritta, neutralizzata. In altre parole, se per Anassimandro il negativo nasce quando uno dei due
elementi dell'opposizione vuole prevalere sull'altro, in Pitagora invece nasce quando prevale
l’elemento ritenuto peggiore (quello non razionalizzabile).

Nella schiera del Limitato i Pitagorici ponevano l’ordine, la ragione, l’intelletto, il maschio, la
curva, il quadrato, l’unità, la quiete. Invece nella schiera dell’Illimitato consideravano le passioni,
gli istinti, la femmina, la retta, il rettangolo, la molteplicità, il movimento. Tra i numeri, i Pitagorici
preferivano quelli dispari, perché non divisibili in parti uguali. Ovviamente questa dicotomia di
categorie si rifletteva sulla morale: luce/tenebre, bene/male. Chiaramente questo concetto segnò un
grandissimo passo avanti verso l'astrazione.

Dunque la novità assoluta del pensiero di Pitagora e della sua scuola rispetto all’orfismo, è
rappresentato dalla considerazione della conoscenza come strumento di purificazione nel
senso che l'ignoranza è ritenuta una colpa da cui ci si libera con il sa

(D)
Eraclito di Efeso
VI – V sec . a.C.

Il filosofo visse ad Efeso (costa dell’Asia minore) proveniente da una famiglia di alta aristocrazia.
Queste radici nobili influenzarono il suo pensiero intellettuale predisponendolo a disprezzare la
massa del popolo che arrivò a definire nel suo trattato “ Sulla natura” : “…un branco di cani pronti
ad urlargli contro”.

Depositario dunque dei fondamenti dell’aristocrazia, fu


strettamente legato al mondo religioso ed alla classe sacerdotale,
tanto da affidare il proprio libro al tempio di Atena ad Efeso.

10

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


L’OPERA

Del testo rimangono circa 100 frammenti ma, ancora oggi, non si comprende pienamente la sua
opera per i contenuti molto lontani dalla vita reale ed esposti con un linguaggio difficile, soprattutto
mediante aforismi che comunque, anche se apparentemente distaccati, sono collegabili
all’argomento di volta in volta trattato.

IL PENSIERO

Eraclito afferma che “la natura ama nascondersi” cioè non è facile comprendere la realtà. L’uso di
un linguaggio di difficile comprensione da parte del filosofo, diventa la concretizzazione linguistica
del labirinto di accadimenti attraverso il quale emerge la realtà.

L’intera realtà dunque è governata secondo Eraclito, da un unico principio al quale tutto si
ricollega: il Logos (in greco il termine indica “legare” ma anche “parlare, discorrere”, dunque
ragionare mettendo assieme parole e creando concetti).

Il mondo va avanti per una precisa ragione ed è legato a questa ragione dunque da un discorso. Il
termine “Logos” rappresenta perciò 3 fatti fondamentali:

1. la ragione universale come principio del Logos cosmico


2. il pensiero che comprende questa ragione universale
3. il discorso che esprime questa conoscenza come legame tra mondo e ragione.

Ne consegue che se l’uomo non è in grado di comprendere il discorso (l’individuo viene in questo
caso definito “dormiente”), rimane prigioniero nel proprio orizzonte privato e non comprende il
Logos cosmico e quindi la realtà, mentre colui che lo comprende è “sveglio”e rientra tra i pochi
eletti cui è concessa la comprensione del Logos.

Il Logos come ragione sia del cosmo sia di qualunque uomo in grado di capirla ed utilizzarla
dunque, permette il funzionamento del mondo, della natura e della realtà.

Da un punto di vista religioso Eraclito nega l’esistenza di un dio ma ammette solo questa ragione
universale che si collega alla ragione della nostra mente governandola.

Questo significa che tutti gli uomini partono con la stessa possibilità ma non tutti riescono a
raggiungere la vera comprensione perché non hanno neppure la volontà di provarci. Solo i migliori
cooperano ed interagiscono nell’interesse comune raggiungendo la ragione universale. Questo
meccanismo secondo Eraclito, si ritrova anche nella realtà quotidiana, afferma infatti: “…le leggi
devono governare le città, come il Logos cosmico governa il mondo”.

11

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


Soffermandosi infatti ad analizzare la realtà, Eraclito osserva che la realtà è fatta di opposti in
contrapposizione fra loro (ne è un esempio la guerra). Perciò l’obiettivo primario al di là di questa
apparente e dispersiva molteplicità, deve essere la ricerca ed il raggiungimento dell’unità. E’
altrettanto vero comunque che non si può conoscere una realtà se non si conosce il suo opposto.

“Divenire” significa quindi passare da un opposto ad un altro secondo un criterio di lotta definito
“Pòlemos” che è il padre di questo divenire e può rendere liberi o schiavi, valorosi o inferiori, ecc.
Infatti non possiamo definire il concetto di libertà se non conosciamo quello di schiavitù, il coraggio
se non proviamo la paura, appunto perché “la natura ama nascondersi”.

Armonizzare tutti gli opposti, significa raggiungere l’armonia dell’universo

(E)

La scuola di Elea:Parmenide e Zenone


VI-V sec. a.C.

La scuola prese il suo nome dalla colonia greca di Elea, (più tardi Velia per i Romani), sulle coste
del Cilento (Salerno), patria dei suoi più importanti esponenti: Parmenide e Zenone. La sua
fondazione è spesso attribuita a Senofane di Colofone, ma, sebbene nella sua dottrina ci siano molti
elementi che faranno parte integrante della speculazione della Scuola eleatica, è probabilmente più
corretto ritenere Parmenide il vero fondatore.
Le principali dottrine degli Eleatici si svilupparono in aperto contrasto sia con i filosofi naturalisti
della Scuola di Mileto, che spiegavano ogni forma di esistenza riconducendola agli elementi
primari del cosmo, sia con la teoria di Eraclito, che vedeva in tutte le realtà un perpetuo divenire tra
opposti in lotta.

Gli Eleatici asserivano che la vera spiegazione delle cose si trova nella concezione
dell'universale unità dell’essere.
A differenza della scuola di Mileto, affermavano che i sensi non possono aver cognizione di questa
unità, perché le loro impressioni sono inconsistenti: solo tramite il pensiero è possibile superare
le false apparenze dei sensi (la doxa) e giungere alla conoscenza dell'essere e alla fondamentale
verità che Tutto è Uno.

Quest’Uno è l’Essere immobile, increato ed eterno, perché non può scaturire dal non-essere, né
potrà mai terminare in esso, altrimenti ad un certo momento non sarebbe nel senso di non esistere.
12

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


Essi argomentarono infatti che i dubbi su questo punto derivavano dall'uso ambiguo del termine
“essere”, inteso come “esistere”, ma anche come semplice connessione tra soggetto e predicato.
Gli Eleati rifiutarono dunque la validità dell’esperienza dei sensi ed assunsero invece
parametri razionali di chiarezza e necessità come criteri della verità.
Parmenide partì dallo sviluppo di argomentazioni dedotte in maniera perfettamente logica e
coerente, Zenone, al contrario, usò principalmente il metodo dialettico della “reductio ad
absurdum” (il ragionamento per assurdo), cercando cioè di distruggere gli argomenti degli
avversari mostrando che le loro premesse li portavano a contraddirsi.

Le argomentazioni dei filosofi eleatici vennero in parte contestate dai filosofi contemporanei e
successivi ma ebbero il merito indiscusso di aver notevolmente migliorato i parametri
dell’argomentazione filosofica nella loro epoca, iniziando a formalizzare i concetti base
della logica occidentale.

PARMENIDE (Elea 510/435 a.C. circa)

Considerato il fondatore della scuola eleatica, ebbe l’incarico di redigere le leggi della città di Elea.
Sempre attivo nella vita pubblica della città, partecipò ad una missione diplomatica ad Atene nel
450 a.C. per realizzare un possibile patto di alleanza con Pericle.

Tra i discepoli più vicini a lui nella scuola ebbe Zenone. Mentre fu un deciso oppositore al suo
pensiero il filosofo coevo e contemporaneo, Socrate.

IL PENSIERO

Secondo Parmenide che era un convinto sostenitore della razionalità, i sensi umani sono fallibili
(cioè possono sbagliare). Nonostante la sua posizione razionalistica, era tuttavia convinto
dell’esistenza di un “Essere” immutabile, infinito nel suo esistere, eterno, unico ed immortale.

Per queste caratteristiche l’Essere non è mai stato generato in quanto il filosofo afferma che
l’Essere non può venir generato dal Non essere.

L’Essere è perfetto e omogeneo e Parmenide ricorre al paragone della sfera, l’unico solido che è
uguale in ogni sua parte. Questa sua visione sarà giudicata dai filosofi recenti molto moderna e
quasi profetica.

Nel mondo della quotidianità esiste l’uomo, profondamente diverso dall’Essere perché mortale e
fragile. Perché dunque si domanda Parmenide l’uomo può esistere vista questa sua imperfezione?

13

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


La risposta è :” l’uomo esiste perché pensa e le cose che pensa esistono in quanto pensate
dall’uomo”.

Per logica dunque ciò che non può essere pensato dalle capacità razionali, non è pertanto

 il NON ESSERE è l’insieme delle cose che vengono percepite solo dai sensi
 l’ESSERE è la cosa come viene pensata e costituisce la vera natura dell’esistenza, il suo
vero contenuto

ZENONE (Elea, 490 a.C. circa)

Fu il più importante discepolo di Parmenide e tutto il suo lavoro mirò a rafforzare il pensiero del
maestro.

La sua importanza nello sviluppo della filosofia, non fu tanto il contenuto del suo pensiero quanto
l’elaborazione di un metodo di indagine e di studio divenuto fondamentale: il
RAGIONAMENTO PER ASSURDO cioè la supposizione per vera dell’ipotesi contraria a quella
che si vuole sostenere, dimostrando che tale ipotesi contraria porta a conclusioni impossibili (questo
sulla base del “principio di contraddizione”: se tra due ipotesi possibili si dimostra che una è falsa,
l’altra è necessariamente vera.

Questo metodo di ragionamento divenne fondamentale per la dimostrazione dei teoremi matematici
e contribuì a rafforzare il concetto di DIALETTICA, affermando che un ragionamento deve
rispettare il principio di non contrasto in ogni sua parte: cioè se scomponendolo, dimostra
anche una sola parte fallace, il ragionamento non è corretto.

Zenone, nella dimostrazione di un ragionamento usò il PARADOSSO. Famoso quello di Achille,


l’eroe dai piedi veloci, e la tartaruga. Il filosofo propone un ragionamento per assurdo per
dimostrare quanto voleva affermare: (Achille (la velocità) parte da A, la tartaruga (la lentezza) parte
da B. Nel tempo in cui Achille passa da A a B, intanto la tartaruga ha raggiunto C, quando Achille
avrà raggiunto C la tartaruga sarà arrivata a D e così via. Dunque Achille non potrà mai raggiungere
la tartaruga)

(F)
I fisici pluralisti:
Empedocle, Anassagora e l’atomismo di Democrito

14

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


La tradizione definisce pluralisti un gruppo di filosofi che tentarono di conciliare le posizioni
diametralmente opposte di Eraclito e di Parmenide e della sua scuola Eleatica, ovvero il
concetto del “continuo divenire” del primo con “l‘Essere immutabile” del secondo.

I pluralisti vennero così definiti in quanto cercarono di spiegare il mutamento indiscutibile della
pluralità delle cose percepite dai sensi (e quindi l'affermazione del molteplice) come compreso e
riconducibile ad una originaria unità (l'unità dell’Essere). E “pluralismo” dunque l’uso di attribuire
la diversità delle cose sensibili a una pluralità di elementi diversi, considerati però parte
dell’unità originaria. In breve si può così sintetizzare la conciliazione tra il pensiero di Eraclito e
la Scuola Eleatica di Parmenide:

 I pluralisti affermavano che “nulla si crea e tutto si trasforma”, perché la materia che
forma tutte le cose è da sempre presente nell'universo, è indistruttibile, non può essere
generata e nemmeno distrutta. Questa affermazione rimanda certamente al concetto
dell’Essere di Parmenide.
 Tuttavia affermavano anche che l’universo è un sistema chiuso, tutto ciò che l'universo
contiene rimane costante, non cresce e non decresce in quantità. Tale materia però cambia
aspetto, e quindi muta, perché i suoi elementi semplici e originari si uniscono e si
disgregano ogni volta in combinazioni diverse (pensiero che rimanda al divenire di
Eraclito).

Dunque tutto si trasforma, ma l’oggetto (o gli oggetti) protagonisti di tale trasformazione sono i
medesimi. Per la prima volta con i filosofi pluralisti, viene teorizzato un modo di concepire la
meccanica della materia divenuto la base della fisica moderna, ovvero l’idea che esiste una serie di
elementi base le cui combinazioni formano tutte le altre sostanze (mentre la permanenza dell’essere
è testimoniata dalla legge di conservazione dell’energia). Per questa impostazione i pluralisti
possono essere definiti anche “fisici pluralisti”. I protagonisti del Pluralismo furono
Empedocle, Anassagora e Democrito.

EMPEDOCLE

( filosofo e politico vissuto nel V secolo a.C. tra il 492 ed il 432circa, nella colonia greca di
Agrigento)

Poco si conosce sulla sua vita: i contemporanei riferivano che fosse morto cadendo nell'Etna mentre
effettuava degli studi. Sicuramente era di origine aristocratica in quanto figlio di Metone, un nobile
a capo del partito democratico, cui aderì anche Empedocle nella sua vita pubblica.

IL PENSIERO:

15

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


Ad Empedocle sono attribuite numerose opere, fra cui anche alcuni trattati sulla medicina, sulla
politica e sulle guerre persiane e delle tragedie. A noi sono giunti però solo frammenti scritti in
dialetto ionico di due opere: “Sulla natura” (Perì phýseōs) e “ Purificazioni” (Katharmoí). La
prima ha un contenuto di carattere cosmologico e naturalistico, mentre la seconda ha un
carattere teologico e mistico.

Secondo Empedocle, l’uomo possiede una conoscenza limitata solo a ciò che può percepire con
i sensi. Per capire più approfonditamente, deve usare l’intelletto. Si avvicina al concetto di
Parmenide di un “essere” unico, affermando che questo non può né essere creato né essere distrutto.
Per Empedocle quindi il momento della nascita e quello della morte si spiegano come l’unione o la
separazione delle “radici” (che i filosofi successivi definiranno “elementi”); esse risultano non nate
ed eternamente uguali e compongonole cose che esistono. Le radici sono il fuoco (identificato in
Zeus), l'aria (identificata in Era), l'acqua (Nesti) e la terra (Edoneo). Accanto alle quattro
“radici”, e motore del loro divenire nei molteplici oggetti della realtà, vi sono due princìpi:
“Filòtes”(l’Amore) e “Νèikos”(la Separazione e l’Odio) .

La forza che unisce queste radici è dunque l’Amore; mentre quella che le divide, è l’Odio .
Odio e Amore costituiscono dunque le due forze cosmiche in grado di dividere e di unire in eterno
le radici delle cose e quindi la materia (che è in divenire, muta).

Con questa teoria Empedocle concilia così le due verità opposte proposte da
Eraclito e Parmenide.

Al principio secondo il filosofo, l’Amore univa tutto nel suo stato di completezza che egli definisce
“lo Sfero”, immobile, uguale a sé stesso ed infinito. Esso è Dio e le quattro “radici” costituiscono
le sue “membra”: prima non esisteva il mondo perché tutto era identico e indistinto (per usare le
parole di Empedocle: “…lo sfero è una divinità che gode della propria completa solitudine”). In
seguito l’Odio divise lo Sfero e creò il mondo (e le radici) come lo conosciamo. Il mondo è quindi
un insieme di Amore e Odio, né uno né l'altro, ma entrambi “mescolati” e compenetrati
(senza l'intervento dell'Odio nulla si sarebbe mosso...). Dunque l'Amore e l’Odio muovono e
rimescolano incessantemente ogni cosa, ma non ci è dato sapere quale è la ragione di tale
rimescolamento.

ANASSAGORA
(500-427 a.C.)

Nacque a Clazomene, nella Ionia, attorno al 500 a.C. Nel 460 introdusse per primo una scuola di
filosofia ad Atene, dove divenne maestro di Pericle. Nel 432, avendo affermato che il Sole e la Luna

16

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


non sono divinità, ma elemento e materia, cioè fuoco e pietra, fu accusato di empietà, ed esiliato
dopo un processo.

Anche Anassagora ritenne che ciò che esiste nel cosmo vi rimanga in quantità costante, ma,
diversamente da Empedocle, non riteneva che l'origine di tutti gli elementi fosse da ricercare in soli
quattro elementi originari bensì in una molteplicità infinita di particelle di ogni elemento presente
nel cosmo: i “ semi “ .

In sostanza, Anassagora ritenne che tutti gli elementi del cosmo fossero presenti in questi
semi (spèrmanta) di numero infinito. Esistono i semi della carne, della roccia, della terra, del
fuoco e di tutte le sostanze : “una sostanza è ciò che è, solamente per la presenza maggioritaria del
seme di quella sostanza rispetto agli altri (la roccia è roccia perché in essa vi sono presenti in modo
maggioritario i semi della roccia). Questo significa che in ogni cosa del cosmo sono presenti tutti i
semi di tutte le cose, ma la specificità che la rende una cosa precisa è dovuta alla maggioranza del
numero di semi di quella cosa precisa (nella roccia sono presenti anche i semi dell'acqua, ad
esempio, ma la roccia è ciò che è perché in essa sono maggiori i semi della roccia).

I semi saranno chiamati più tardi da Aristotele “omeomerie” (parti simili). I semi non hanno un
numero definito, sono presenti nel cosmo in numero infinito, in quanto non sono entità indivisibili,
ma divisibili all'infinito.

Anassagora dunque in qualche modo supera le posizioni sia di Empedocle che della scuola
Eleatica: egli infatti non parla di elementi ma di semi e identifica lo sfondo eterno di questa
aggregazione non con l’Essere parmenideo ma con una forza che permette ai semi di aggregarsi
nelle cose in proporzioni diverse dando così origine alla diversità. Questa forza non è come per
Empedocle l’Amore e l’Odio, ma il Nous”, ovvero la Mente, l’ Intelletto. Il Nous è l'anima che
muove ogni cosa e permette l’aggregazione secondo un ordine voluto e non casuale.

DEMOCRITO e l’atomismo
Democrito nacque ad Abdera, in Tracia e visse tra il 460e il 360 a.C. circa. Sviluppò la sua teoria
dal maestro Leucippo.

Democrito analizzando la posizione degli Eleati, in particolare di


Zenone sul concetto di infinita divisibilità dello spazio, sviluppò la
teoria degli atomi ovvero affermò che la materia non è divisibile
all'infinito, ma si può dividere in particelle piccolissime e invisibili

17

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


fino alle dimensioni di un atomo (in greco, àtomoi, senza divisione) e non oltre. L'atomo è dunque
quell'entità minima della materia le cui diverse combinazioni danno origine a tutte le sostanze del
cosmo. Si tratta di un concetto rivoluzionario alla base della scienza moderna.

L'atomo implica l'esistenza del vuoto entro il quale le particelle si muovono. Gli atomi si
muovono in alto e in basso, si urtano e rimbalzano nel vuoto, intrecciandosi a formare nuove
sostanze. Democrito intese quindi l’atomo come “l’essere” (l’Ente ) come pienezza dello spazio
esteso, come riempimento dello spazio, e “ il non-essere” (il Niente ) come il vuoto, come
estensione non occupata dello spazio.

Democrito va oltre ed afferma che l’atomo costituisce la verità, il vuoto, è


l’opinione. Ente e niente (atomo e vuoto) sono la sola cosa che esiste, le percezioni, le sensazioni di
caldo e freddo, dolce e amaro, luce e buio, non sono la verità ma solo l'apparenza sostenuta da una
realtà di atomi e di vuoto. Il vuoto esiste in quanto se lo spazio fosse pieno in tutta la sua estensione
i corpi non si potrebbero muovere, rimanendo come imprigionati nella densità del pieno, così come
le cose non potrebbero essere divisibili in parti, perché per dividere occorre avere lo spazio vuoto
necessario ad occupare il posto occorrente per il taglio (per far comprendere questo concetto portò
come esempio il taglio di un albero: “tagliando un albero occorre avere attorno abbastanza vuoto
per permettere all'ascia di entrare nel legno”).

Affrontando il discorso sugli elementi, Democrito afferma che gli atomi sono infiniti e che un
vortice cosmico li seleziona secondo la loro grandezza e genera i quattro elementi: fuoco, acqua,
aria e terra. Le sostanze sono combinazioni di atomi, i quali sono indivisibili e inalterabili per
la loro solidità. I mondi sono dunque infiniti perché infinite sono le combinazioni, sono generati e
corruttibili. Il Sole e la Luna, l'universo stesso e tutte le cose sono composti di atomi e rispondono a
questa regola.

Il materialismo democriteo.

Da questa posizione consegue ovviamente che se tutto è composto di atomi e di vuoto, anche
l’anima è composta da atomi, quindi è materiale. Mentre le qualità materiali sono però
facilmente quantificabili in numero, le cose spirituali, seppur materiali, possono solamente essere
giudicate secondo la loro qualità. Quindi l’essere, secondo Democrito, può essere concepito solo in
senso materialista, ovvero solo come occupazione e riempimento continuo dello spazio.

Il vortice atomico: Prima della divisione degli elementi l’universo si presentava come un unico
agglomerato rimescolato che aveva un solo aspetto. In seguito, gli atomi più leggeri andarono verso
l’alto (gli atomi dell'aria e del fuoco), gli atomi più pesanti (della terra e dell’acqua) rimasero in
basso. Da questo movimento si generò un vortice che è la causa permanente dell'aggregazione
di certi atomi a scapito di altri.
18

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


La genesi della vita è la conseguenza dell’azione primitiva del vortice atomico: il caldo del fuoco
solare scaldò l'aria e cominciò a fare fermentare le paludi umide. Le paludi (analogamente alla
teoria moderna del brodo primordiale) cominciarono così a dar vita a tutte le forme animali.
Gli animali che ebbero in dote la maggioranza di atomi dell’aria divennero volatili, quelli con
maggioranza di atomi di terra divennero terricoli, quelli con maggioranza di atomi d'acqua, pesci ed
anfibi. Il calore e il vento, col tempo, scaldarono la terra a tal punto che diventò dura, così da non
poter più generare alcun animale, animali che popolarono la terra per successiva unione tra le
specie.

Quindi Democrito supera con questa sua tesi il concetto di forze cosmiche l’Amore e l’Odio di
Empedocle o il Nous di Anassagora: il vortice atomico che mette in moto il mutare delle cose si
è generato in modo indipendente e autonomo, senza che vi sia stato un atto intenzionale di una
qualche forza o di una qualche entità.

(G)

Socrate: l’indagine sull’uomo.


L’ironia, la maieutica, la scoperta del concetto,
(il processo e la condanna a morte)

Socrate nacque ad Atene nel 470 a.C. circa da una famiglia benestante (il padre era uno scultore e la
madre una levatrice) e nella sua vita conobbe il periodo più glorioso di Atene ma anche la sua
successiva decadenza fino alla sconfitta inflitta da Sparta e la partecipazione alla guerra del
Peloponneso nel 404. Dopo la sconfitta finale si instaurò ad Atene un regime oligarchico detto dei
Trenta tiranni filo - spartano guidato da Crizia, un nobile sofista negatore della religione. Dopo
appena un anno, questo governo cadde e si formò un nuovo governo conservatore (con personaggi
politici tornati dall’esilio) che giudicò Socrate un nemico politico anche se non aveva partecipato
attivamente alla vita politica della città. Causa delle accuse nei suoi confronti furono i suoi rapporti
con il comandante Alcibiade, suo ex discepolo, accusato di avere tradito Atene in favore di Sparta.

Socrate dedicò alla filosofia tutta la sua vita e


morì per essa, rivelandosi uomo
profondamente coerente. Non ha lasciato opere
scritte affermando che il filosofare inteso
come un continuo esame di sé stessi e degli
altri, non può essere limitato in un’opera
19

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


scritta perché lo scritto non è in grado di comunicare una dottrina e non stimola la ricerca.
Ricaviamo quindi il pensiero di Socrate dalle opere dei suoi discepoli, tra cui spicca soprattutto
Platone che condivise, negli scritti giovanili, il pensiero del maestro, a tal punto che risulta difficile
distinguere il pensiero socratico da quello platonico. Altra fonte sul pensiero socratico sono alcuni
scritti dello storico Senofonte, anch’egli discepolo di Socrate.

IL PENSIERO

Socrate conobbe le dottrine dei filosofi naturalisti Ionici di cui apprezzò in


particolare Anassimandro, che aveva conosciuto personalmente. Nel 454 a.C. essendo presenti ad
Atene Parmenide e Zenone di Elea, Socrate ebbe modo di conoscere anche la dottrina
degli Eleati come pure fu in rapporti con la scuola Sofista di Protagora, Gorgia e Prodico. Socrate
fu legato alla Sofistica su diversi temi: 1) l’attenzione per l’uomo e il disinteresse per le indagini
sul cosmo; 2) la tendenza a cercare nell’uomo e non fuori i criteri del pensiero; 3) la mentalità
razionalistica, anticonformista che mette tutto in discussione e non accetta nulla se non attraverso il
vaglio critico e la discussione; 4) l’inclinazione verso la dialettica e il paradosso.
Tuttavia Socrate nonostante l’interesse per tutte queste scuole di pensiero, ne rimase deluso,
convinto che alla mente umana sfuggono certi interrogativi sull’esistenza e sull’universo perché
all’intelletto umano non è dato di conoscere con certezza l’Essere e i principi del mondo. Perciò,
abbandonati gli studi cosmologici, Socrate cominciò a intendere la filosofia come un’indagine in
cui l’uomo, facendosi problema, tenta con la ragione di chiarire sé a se stesso.

Il ragionamento socratico nell’indagine sull’uomo


 (il metodo)

Socrate fece suo il motto dell’oracolo di Delfi “ Conosci te stesso”, riconoscendovi la motivazione
più vera e la missione del filosofo. Secondo Socrate l’indagine sull’uomo deve essere basata su un
particolare modo di ragionare e proprio il metodo del ragionamento socratico ha consentito
l'origine e lo sviluppo della riflessione astratta e razionale, che sarà il fulcro portante di tutta
la filosofia greca successiva. E’ possibile attribuire a Socrate la scoperta del metodo della
definizione e induzione, che egli considerava uno, ma non l'unico, degli assi portanti del metodo
scientifico. Per Socrate la prima condizione della ricerca e del dialogo filosofico è la coscienza della
propria ignoranza: sapiente è soltanto chi sa di non sapere. Tale tesi socratica da un lato funge da
richiamo ai limiti della ricerca, per gli individui che credono di possedere salde certezze sulla vita,
dall’altro funziona come un invito a indagare, incoraggiando la possibilità di una ricerca sull’uomo.
Il suo metodo d'indagine si basò sul dialogo che utilizzava lo strumento critico dell’
“elenchos” (confutazione)

20

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


 (il concetto di virtù)
Applicando questo metodo prevalentemente all'esame dell’insieme dei concetti morali
fondamentali, Socrate divenne il padre fondatore dell'etica o filosofia morale.

Infatti mentre i Greci riconoscevano per virtù il buon comportamento nel corso della vita,
Socrate intese la virtù come il dedicarsi alla scienza ed alla ricerca, sostenendo che la virtù non
è un dono naturale, ma una faticosa conquista, in quanto l’essere uomini è il frutto di una ricerca
difficile e consapevole e di una indispensabile riflessione critica sull’esistenza.

Secondo Socrate il Bene e la Giustizia non possono essere considerati come entità metafisiche e
metri con cui commisurare le nostre azioni: il Bene, deve essere considerato come un bene
concreto, che oggi si realizza attraverso alcuni comportamenti, ma che domani, in un contesto
diverso, può diventare al contrario, un non bene. Perciò, Socrate affermò che esiste una sola
singolare virtù , “la scienza del bene” su cui si modellano i vari comportamenti che gli uomini
definiscono virtuosi. La virtù secondo Socrate non è una negazione ascetica dell’esistenza, ma un
suo potenziamento attraverso la ragione ed una ricerca intelligente per rendere migliore e più felice
la nostra vita.

 (l’ironia)

Per Socrate la prima condizione della ricerca e del dialogo filosofico è la coscienza della propria
ignoranza: sapiente è soltanto chi sa di non sapere. Tale tesi socratica da un lato fa da richiamo ai
limiti della ricerca, per gli individui che credono di possedere salde certezze sulla vita, dall’altro
funziona come un invito a indagare, incoraggiando la possibilità di una ricerca sull’uomo.

Per rendere consapevoli gli individui della loro ignoranza, Socrate si avvale dell’ironia (eironéia =
dissimulazione). L’ironia socratica è un gioco di parole attraverso il quale il filosofo giunge a
mostrare il sostanziale non-sapere in cui si trovano gli uomini con cui sta dialogando.

Facendo finta di non sapere, Socrate chiede al suo interlocutore di fargli conoscere capire il settore
in cui è competente. Utilizzando l’arma del dubbio e confutando, Socrate mostra allora al suo
interlocutore l’inconsistenza delle conoscenze di cui è persuaso. Ciò non significa però che Socrate,
dopo aver vuotato la mente del discepolo, si proponga di riempirla con una sua verità. Socrate non
vuole comunicare dall’esterno una propria dottrina, ma stimolare l’ascoltatore a ricercarne
dall’interno una propria.

 (la maieutica)
21

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


Proprio da questo metodo che si proponeva di far sviluppare negli interlocutori nuove
consapevolezze, nasce la definizione di “maieutica” ( arte di far partorire: come faceva la madre di
Socrate, levatrice, che aiutava le donne a partorire, Socrate, aiutava gli intelletti a partorire un loro
originale punto di vista sulle cose). Per sollecitare questo parto mentale, Socrate proponeva ai propri
interlocutori dei dubbi su cui era necessario rispondere. L’interrogativo che poneva era semplice e
diretto : “tì ésti” (che cos’è?), ossia la richiesta di una definizione precisa di ciò di cui si stava
parlando. Ai discorsi lunghi e sottili dei Sofisti (le macrologie), Socrate contrappose i discorsi brevi
(le brachilogie). La domanda conduceva così verso una definizione soddisfacente dell’argomento.

 (la visione religiosa: il “dàimon”)


Mentre gli Orfici e i Pitagorici consideravano l’anima ancora come un ente divino, Socrate
identifica l’anima con l’io, cioè con la coscienza pensante di ogni uomo, di cui egli si propone
come maestro e curatore. L'identità di un essere umano, non si esaurisce nei sensi perché l'uomo
non è solo corpo ma anche ragione, conoscenza intellettiva, che occorre rivolgere a indagare la
propria essenza. Famosa la sua affermazione: “penso, dunque esisto”. Nelle loro opere posteriori,
sia Platone in diversi passi dei suoi “dialoghi”, sia nella tradizione “indiretta”,viene testimoniato
come Socrate, riconducesse la cura dell’anima alla conoscenza dell’intima natura umana nel senso
su indicato. Affermava infatti: “conosci te stesso”.

Socrate affermava di credere, oltre agli dèi riconosciuti dalla polis, anche in una particolare divinità
minore, appartenente alla mitologia tradizionale, che egli indicava con il nome di “dáimōn”.
Il demone per Socrate non aveva un significato negativo, era bensì un essere divino inferiore agli
dèi ma superiore agli uomini che possiamo identificare come il “genio” di ciascuno. Socrate si
diceva tormentato da questa voce interiore che si faceva sentire non tanto per indicargli come
pensare e agire, ma piuttosto per dissuaderlo dal compiere una certa azione. Socrate stesso diceva di
sentirsi spinto da questa entità a discutere, confrontarsi, e ricercare la verità morale.

Il processo e la condanna a morte


L’influenza di Socrate fu concreta ed era riuscita ad influenzare il pensiero di una intera
generazione di giovani ateniesi, quando tre esponenti della democrazia restaurata: Meleto, Anito e
Licone, lo denunciarono al tribunale della città, accusandolo di empietà (poiché non riconosceva
gli dei tradizionali) e di corruzione dei giovani.

Nel 399 a.C. ebbe luogo il processo del filosofo. Le motivazioni si debbono ricercare
nell’atteggiamento del governo di Atene che, dopo la sconfitta inflittagli da Sparta, guardava al suo
passato glorioso come un patrimonio da conservare e tendeva a chiudersi alle novità rivoluzionarie.
Di conseguenza, un uomo come Socrate, indipendente in fatto di religione e spregiudicato in
filosofia, appariva pericoloso. Come Socrate stesso ebbe modo di affermare nel processo brevissimo
22

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


(durò una sola giornata), non si era mai sottratto alla legge. In così poco tempo sostenne da solo la
sua difesa, sottolineando che la sua vita era stata improntata al senso di giustizia e di verità.

Riconosciuto colpevole, Socrate avrebbe potuto scegliere di andare in esilio o proporre una pena
adeguata al verdetto. Egli mantenne coerente il suo lealismo verso Atene e le sue leggi e fu
condannato a morte. Si congedò dai giudici salutandoli così : “ …ma ora è tempo di andare, voi a
vivere, io a morire; chi di noi vada incontro ad una sorte migliore non lo sa nessuno se non
dio”.Tornato nella cella a lui riservata, circondato dai discepoli più cari, accettò la coppa contenente
un veleno a base di cicuta e morì di lì a poco.

MODULO 2: Platone: le idee e la polis

F. I rapporti con Socrate e i sofisti.


G. La dottrina delle Idee.
H. Il mito della caverna.
I. La teoria della città.
J. L’immortalità dell’anima.
K. L’Eros

La vita
23

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


Platone nacque ad Atene nel 428 circa a.C. in una famiglia aristocratica (il padre discendeva dal re
Codro, la madre da Solone, lo zio era uno dei trenta Tiranni). Il suo nome vero era Aristocle
soprannominato “platùs” (ampio, non sappiamo se per la corporatura atletica o per l’ampiezza delle
idee e dello stile). Le sue nobili origini lo avrebbero dovuto spingere alla carriera politica, ma egli,
inizialmente favorevole al partito aristocratico, non approvò tuttavia i trenta tiranni, ma fu
comunque deluso anche dal partito dei democratici che sostituì il governo aristocratico per la loro
condanna del suo maestro Socrate nel 399 a.C.

Ricco di interessi intellettuali, frequentò dapprima la Scuola


filosofica fondata da Eraclito seguendo il filosofo Cratilo, poi
studiò presso Socrate, considerato un sofista, e particolarmente
adatto a preparare i giovani.

Dopo la morte di Socrate, viaggiò molto: si recò a Megara, a


Cirene, forse anche in Egitto, poi a Taranto, (governata da filosofi
di Scuola Pitagorica) infine a Siracusa, governata in quegli anni
dal tiranno Dionisio I il Vecchio; Platone cercò di influenzarne le
idee per trasformarlo in un “re filosofo” (vedi più avanti:
capitolo D), ma ottenne invece di essere allontanato
dall’ambiente di corte e di essere venduto addirittura come
schiavo. Tornato ad Atene dopo il pagamento di un riscatto, vi
fondò la sua Accademia nel 387 dedicandola al dio Apollo ed alle Muse. Fece poi due altri
tentativi, a Siracusa, per instaurare un sistema politico ispirato alle sue idee, sempre con scarso
successo. Dal nel 360 si stabilì definitivamente ad Atene, dove morì nel 347 a.C.

Si può affermare che con Platone e la sua Accademia, l’eredità del suo maestro Socrate e il pensiero
del discepolo Aristotele, si costituirono le basi della Filosofia occidentale.

(A)
I rapporti con Socrate e i sofisti.
Le opere

Il primo periodo dell’attività filosofica di Platone fu dedicato alla difesa dell’insegnamento del
suo maestro Socrate e alla polemica contro i Sofisti.

Come Socrate, anche Platone fu contrario al pensiero scritto preferendo il vantaggio della parola
viva e immediata; tuttavia accettò di dedicarsi ad opere scritte, scegliendo una forma più vicina
24

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


possibile al dialogo diretto con un interlocutore: scrisse perciò durante tutta la sua vita, delle
opere in forma di dialogo, i “Dialogòi ” a noi pervenuti.

I Dialoghi socratici (nei quali affronta il problema culturale rappresentato dalla figura di Socrate e
la funzione dei sofisti)

A partire dal 395 a.C. Platone dovrebbe aver cominciato a scrivere questi primi dialoghi, nei quali
la figura di Socrate è presente come simbolo della filosofia stessa; solo in alcuni dei primi
dialoghi Platone rappresentò Socrate secondo un aspetto storico; nei dialoghi per lo più Platone gli
attribuisce il proprio pensiero. Nascono così, in un possibile ordine cronologico:

“Apologia di Socrate”, “Critone”, “Ione”, “Eutifrone”, “Carmide”, “Lachete”, “Liside”,


“Alcibiade primo”, “Alcibiade secondo” (queste due attribuzioni a Platone sono tuttavia discusse);
“Ippia maggiore”, “Ippia minore”, “Menesseno”, “Protagora”, “Gorgia”.

Platone in questi dialoghi si ricollega alla “maieutica” socratica , cercando il “tì ésti” (che
cos’è?), ossia la richiesta di una definizione precisa di ciò di cui si sta parlando, l’essenza
universale di determinati fenomeni, respingendo le definizione degli interlocutori, che riducono le
essenze e le virtù a degli esempi particolari. Certamente il senso complessivo di questi dialoghi è
quello di evidenziare l’impossibilità di definire singole virtù isolandole dal contesto totale: unica è
la virtù, come unico è il sapere.

Di seguito vediamo in forma sintetica ma esauriente alcuni dei dialoghi socratici più
significativi ed il loro contenuto:

Nell’“Apologia di Socrate” che non è un vero dialogo ma vi è affrontato il processo di Socrate.


Attraverso il comportamento del personaggio, Platone analizza il vero compito del filosofo ovvero
la ricerca della verità e della giustizia. L’Apologia è dunque un’esaltazione del compito svolto da
Socrate e della sua vita consacrata alla ricerca filosofica. L’intero significato dello scritto è nella
frase: “Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta dall’uomo”. La vita vi è concepita
come ricerca appassionata del sapere vero e della virtù identificata con la giustizia. Le leggi,
per ingiuste che possano essere, vanno sempre e comunque rispettate, mai infrante.

Nel “Critone” il dialogo si svolge tra Socrate chiuso in carcere e Critone che vuole farlo evadere,
ma Socrate rifiuta questa via di fuga, per il suo ideale di obbedienza alle leggi.

Nello “Ione ” è trattato il concetto di arte, mentre nel “Lachete” si argomenta sul coraggio intuito
dall’interlocutore di Socrate come una virtù completa nata dalla scienza (consapevolezza) del bene
e del male.

25

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


Nel “Liside” si dialoga sull’amicizia come sentimento che nasce solo tra persone integre e corrette.
Nel “Carmide” si discute sulla saggezza.

Nell’“Eutifrone” si riflette sulla santità in merito alla quale attraverso la bocca di Socrate, l’Autore
afferma che le cose sono sante non perché piacciono agli dèi, ma piacciono agli dèi proprio
perché sono già sante.

La polemica contro i Sofisti si attuò in un altro gruppo di dialoghi:

I Dialoghi sofistici (nei quali Platone cercò di creare le fondamenta di un sapere assoluto e
universale e della possibilità di insegnare la virtù come vero sapere determinando le condizioni
che permettono la fondazione della Scienza).

Questi dialoghi furono scritti in venti anni, dalla creazione dell’Accademia nel 387 a.C. fino al 367.

Il filosofo vi affrontò il pensiero dei Sofisti, che negavano un criterio trascendente l’immediato:
l’antirelativismo segnò pertanto questi dialoghi. Vi aggiunse un altro tema correlato: quello
della possibilità di insegnare la virtù come sapere (raggiungibilità del vero). Secondo Platone
quella insegnata dai Sofisti non era virtù, ma pura abilità retorica. La vera virtù, che è il Sapere,si
può insegnare: non può venire dall'esperienza, mutevole e relativa, ma la possiamo ricavare dal
nostro interno, ricordando grazie alla Teoria della reminescenza: nasciamo con in mente delle
conoscenze, la nostra mente non é una “ tabula rasa”. Socrate, grazie alla tecnica della maieutica,
era riuscito a condurre uno schiavo alla dimostrazione di un teorema complesso: secondo Platone
questo era stato possibile solo perché quel sapere era innato in lui, Socrate si era limitato a farglielo
ricordare. Platone inoltre criticò apertamente il verbalismo sofista, col suo uso delle parole slegato
dal loro significato oggettivo. Per lui le parole non devono essere né arbitrarie né suggerite dalla
cosa stessa cui dare il nome: occorre una via di mezzo, un lavoro di ragionamento.

I Dialoghi di questo ventennio sono: “Clitofonte” (tuttavia di incerta attribuzione); “Protagora”;


“Menone”; “Fedone”; “Eutidemo”; “Simposio”; “Repubblica”; “Cratilo”; “Fedro”.

Tra i dialoghi più significativi, il “Protagora” dove sempre attraverso la voce di Socrate, Platone
nega all’insegnamento sofistico ogni valore educativo e formativo. Nel dialogo “Eutidemo”
confuta il metodo eristico dei Sofisti (L’eristica è l’arte di battagliare a parole e di confutare tutto
quel che si dice). Il dialogo si trasforma poi da critica del procedimento sofistico in esortazione alla
filosofia l’unica scienza che non solo produce conoscenze ma insegna a utilizzare per la felicità
dell’uomo le conoscenze stesse. Questo attacco al verbalismo sofista si concretizza soprattutto nel
“Gorgia” dove Platone attacca la retorica, che consente di parlare di tutto ma non riesce a
persuadere se non quelli che hanno una conoscenza inadeguata e sommaria delle cose e cioè gli
26

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


ignoranti. Fondamentale il dialogo “Cratilo”, che contiene l’enunciazione delle tre alternative
ipotizzate sull’origine del linguaggio: 1) il linguaggio come pura convenzione (Eleati e Sofisti); 2) il
linguaggio come naturale prodotto dall’azione causale delle cose (Cratilo); 3) il linguaggio come
scelta e strumento che serve ad avvicinare l’uomo alla conoscenza delle cose (tesi di Platone).

(B)

La dottrina delle Idee.


Proseguendo nella trattazione dei Dialoghi più maturi di questo ventennio, quindi verso il 367 a.C.,
Platone si concentrò sulla elaborazione della dottrina delle idee, sempre in opposizione ai
Sofisti.

In questi dialoghi dell’ultima parte del ventennio, Platone elaborò la teoria centrale del suo
pensiero, la Teoria delle Idee, quale teoria unica e adeguata a fondare l'assolutezza della verità e
della virtù, un modello da cui trarrà ispirazione nel definire successivamente il concetto di politica,
di polis e di giustizia e per saziare il desidero individuale di assoluto bene e assoluta bellezza.

In questi dialoghi Platone manifestò l’idea che la Scienza avesse i caratteri della stabilità e
dell’immutabilità e si chiese quale fosse il suo oggetto proprio, ritenendo che tale oggetto non
fossero le cose del mondo apprese per mezzo dei sensi, e quindi mutevoli e imperfette, bensì le
Idee.

L’Idea è dunque un’entità immutabile e perfetta, che esiste per suo conto e che costituisce, con
altre idee, una zona di esistenza diversa dalla nostra definita da Platone “iperuranio”.

Il fatto che le idee presentino caratteristiche strutturali diverse dalle cose, non esclude secondo
Platone un loro stretto rapporto con gli oggetti: le cose sono copie o imitazioni imperfette delle idee.
L’idea platonica è dunque il modello unico e perfetto delle cose molteplici e imperfette del
mondo.

In Platone esistono due gradi fondamentali di conoscenza:

 l’opinione
 e la scienza (alla base del dualismo gnoseologico)

a questi due gradi fanno riscontro due tipi di “modo di essere” distinti:

27

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


 le cose e

 le idee (alla base del dualismo ontologico).

Da Eraclito Platone accetta la teoria secondo cui il nostro mondo è il regno della mutevolezza,
mentre da Parmenide eredita il concetto secondo cui l’Essere autentico è immutabile.
Dopo aver spiegato cosa sono le Idee, vediamo quali sono. Distinguiamo

 le idee valori, corrispondenti ai supremi principi etici, estetici e politici (il Bene, la
Bellezza, la Giustizia),

 le idee matematiche, corrispondenti alle entità dell’aritmetica e della geometria.

Solo negli ultimi dialoghi, Platone lascia cadere il concetto matematico-etico di idea, finendo
per configurarsi come la forma unica e perfetta di qualsiasi classe di cose.
Le cose partecipano alle idee, e le idee partecipano a loro volta del Bene, che è l’idea delle
idee. Tale idea è stata talora assimilata a Dio: nei testi, risulta tuttavia assente l’idea di un Dio
creatore.
Pur affermando la distinzione idee-cose, egli ne sostiene comunque il legame. Le idee sono infatti
criteri di giudizio delle cose. Il rapporto idee-cose fu definito da Platone attraverso 3 processi: la
mimesi (le cose imitano le idee), la metessi (le cose partecipano alle idee), la parusìa (presenza
delle idee alle cose).

A questo punto ci domandiamo: come e dove esistono le idee ?

Platone ci parla allora dell’ iperuranio, un modello platonico che deve essere interpretato come
un ordine eterno di forme e valori ideali. Un esempio ci è offerto dagli enti matematici; infatti le
idee di Triangolo o Numero, pur esistendo al di fuori dello spazio e del tempo e indipendentemente
dagli intelletti umani, non si trovano in un ipotetico mondo dell’aldilà.

28

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


(C)

Il mito della caverna


Nel gruppo dei Dialoghi maturi, “Repubblica” , costituisce un dialogo fondamentale del pensiero
platonico. Il titolo in greco antico era “ Politéia”, una parola che corrisponde ad un concetto ampio
di “costituzione o senso di cittadinanza”. Repubblica, è la traduzione derivata dal latino “Res
publica” (la cosa pubblica), come l’aveva interpretata in particolare Cicerone. Oggi il significato del
termine è per noi completamente diverso. L’opera è strutturata in dieci libri e ha per
protagonista un Socrate decisamente diverso da quello degli altri dialoghi, oggetto di una
progressiva trasformazione, in un processo di “katábasis” (purificazione) che lo porta ad
abbracciare a poco a poco tesi non sue, bensì di Platone, legate al momento storico successivo alla
guerra del Peloponneso, all’instaurazione ad Atene del governo dei Trenta Tiranni e alla successiva
condanna a morte proprio di Socrate.

Tutto ruota intorno al tema della giustizia, attraverso l’esposizione di numerose teorie platoniche
nuove, come il mito della caverna, una versione della teoria dell’anima differente rispetto a quella
già trattata nel “Fedone” e al progetto di una polis ideale, governata in base a princìpi filosofici e
al perfezionamento di teorie già esposte come la dottrina delle idee e la concezione della filosofia
come dialettica. Soprattutto le teorie politiche, con il passare dei secoli prenderanno il nome
di “utopie”

29

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


Nel primo libro del Dialogo tratta della Giustizia, nel secondo e terzo la fondazione dello stato
ideale e della polis; dal quarto al settimo la teoria della linea ed il mito della caverna.

Cominciamo da questo mito. Il “mito della caverna” di Platone è uno dei più conosciuti tra i
suoi miti, o sarebbe meglio definirli allegorie o metafore. Il mito è raccontato all’inizio del libro
settimo.

Parlando in tono semplice, Platone si riferisce alla scoperta della realtà delle cose che
circondano l’uomo: per fare questo, il filosofo discute sulla natura stessa della realtà.

Il filosofo immagina degli uomini che vivono in una abitazione sotterranea, una caverna che ha
l’ingresso aperto verso la luce per tutta la sua larghezza, con un lungo corridoio d’accesso; gli
abitanti di questa caverna hanno le gambe e il collo legati in modo da non potersi girare e quindi
possono guardare solamente verso il fondo della caverna. Appena fuori dalla caverna, si trova un
muretto alto quanto un uomo, dietro al quale (nascosti alla vista) si muovono degli uomini che
portano sulle spalle statue lavorate in pietra e in legno, raffiguranti tutte le cose che esistono.
Dietro questi uomini arde un grande fuoco mentre in cielo splende il sole. All’interno le pareti della
caverna creano l’effetto dell’eco così le voci degli uomini che passano oltre il muro rimbalzano
all’interno della caverna stessa. In questa situazione i prigionieri legati al suo interno, vedrebbero
solo le ombre delle statue che si proiettano sulla parete di fondo della caverna e udrebbero l’eco
delle voci dei portatori di statue; ma nella condizione in cui sono legati e girati verso il fondo,
essi crederebbero che tali voci appartengano alle ombre che sono proiettate sul fondo stesso
della caverna. Ora, supponendo che uno di questi prigionieri riesca a liberarsi dai legami, con
fatica riuscirebbe ad abituarsi alla nuova visione che gli apparirebbe e, abituandosi alla luce e alla
nuova realtà, vedrebbe le statuette muoversi al di sopra del muro e capirebbe che quelle sono ben
più vere di quelle cose che prima vedeva come ombre. Supponendo che qualcuno faccia uscire il
prigioniero dalla caverna e lo conduca al di là del muro, quello resterebbe prima abbagliato dalla
grande luce e poi, abituandosi, vedrebbe le cose stesse e, da ultimo, prima riflessa e poi in se,
vedrebbe la luce stessa del sole e capirebbe che queste e solo queste sono le realtà vere e che il
sole è causa di tutte le altre cose visibili.

30

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


Analizziamo ora i simboli proposti da Platone nel mito.
Diversi possono essere i significati del sole che brilla all’esterno della caverna:
 rappresenta l’idea del bene e questo passaggio darebbe facilmente l’impressione che
Platone concepisse il Bene come una divinità creativa ed indipendente. Normalmente gli
uomini sono tenuti prigionieri, costretti ad osservare delle semplici ombre di forme che non
sono neanche dei veri oggetti; essi possono essere trovati soltanto “fuori dalla caverna”,
cioè nel mondo comprensibile delle forme conosciute dalla ragione e non dalla percezione.
Chiaramente Platone si riferisce, al processo che Socrate dovette subire:

tutto il mito, infatti, diviene una metafora della vita del filosofo ateniese, che riuscì
a risalire la strada verso la verità, ma venne ucciso per aver tentato di portarla agli
uomini, incatenati al mondo dell'opinione.
 la fonte della vera conoscenza (i prigionieri incatenati nella caverna rappresentano la
maggior parte dell’umanità: il filosofo è l'uomo liberato, che tenta a sua volta di portare i
suoi compagni verso la conoscenza). Cioè come prima cosa, l’uomo deve svegliarsi da quel
sonno che viene chiamato “vita” (la liberazione del prigioniero); poi si rende conto delle
finzioni che aveva creduto entità reali (le ombre sulla parte della caverna); infine, egli
giunge a vedere la verità per quella che è realmente (il sole ed il mondo all'esterno della
caverna). L'istinto dell’uomo è quello di liberare gli altri prigionieri per condividere le sue
scoperte, ma questo tentativo è inutile, in quanto molto spesso i prigionieri (gli uomini) non
possono e non vogliono vedere oltre le rassicuranti ombre ed attaccano e confutano l’uomo
portatore della verità.

 le ombre della caverna sono le parvenze sensibili delle cose


 le statue le cose sensibili
 il muro è lo spartiacque che divide le cose sensibili e le soprasensibili
 al di là del muro le cose simboleggiano il vero essere e le Idee

Il significato del mito può essere letto sia in chiave ontologica che gnoseologica: la visione delle
ombre simboleggia l’immaginazione, e la visione delle statue simboleggia la credenza; il passaggio
dalla visione delle statue alla visione degli oggetti veri e la visione del sole, prima mediata e poi
immediata, rappresenta la dialettica nei vari gradi e la pura intellezione. La parte iniziale del mito
riprende, infatti, la teoria della linea, già esposta da Platone nei libri precedenti al settimo:

31

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


il mito della caverna diventa quindi la descrizione della
faticosa salita dell’uomo verso la vera conoscenza.
Infine il mito comunica simbolicamente l’aspetto mistico e teologico del platonismo: la vita nella
dimensione dei sensi e del sensibile è vita nella caverna, così come la vita nella dimensione dello
spirito è vita nella pura luce; il volgersi dal sensibile all’intellegibile è espressamente rappresentato
come conversione; e la visione suprema del sole e della luce in se è visione del Bene e
contemplazione del Divino.

(D)
La teoria della città.
Nella visione filosofica platonica si esprime anche una importante concezione politica. Quando
infatti Platone parla di un possibile ritorno nella caverna per colui che, liberatosi dalle catene, vi
ritorna con lo scopo di liberare i suoi antichi compagni di schiavitù, questo ritorno rappresenta
indubbiamente il ritorno dell’uomo che ha conquistato il Bene e la Sapienza, quest’uomo è il
“filosofo politico”, il quale se seguisse il suo solo desiderio, resterebbe a contemplare il vero, e
invece superando il suo desiderio, torna per cercare di salvare anche gli altri ( il vero politico,
secondo Platone, non ama il comando ed il potere, ma usa comando e potere come servizio per
attuare il bene). Ma l’uomo che ha “visto” il vero Bene, dovrà e saprà correre il rischio di non
essere creduto e di non potersi più riadattare e riabituare al buio, quando ritornerà nella caverna.
Dunque la tesi di Platone è che la vera filosofia coincide con la vera politica.

Quando il politico diventa anche vero “filosofo” può costruire la vera “POLIS(Città)”, ossia lo
Stato veramente fondato sul supremo valore della Giustizia e del Bene.
Per Platone costruire la “Città” vuol dire conoscere l’uomo ed il suo posto nell’universo.
Infatti, dice Platone, lo “Stato non è se non l’ingrandimento della nostra anima, una sorta di
gigantografia che riproduce in vaste dimensioni, quello che c’è nella nostra mente”.
Egli afferma che la Città perfetta ha bisogno di tre classi sociali:
a) Quella dei contadini, artigiani e mercanti in cui prevale la virtù della “temperanza”,
che è una specie di ordine, di dominio e di disciplina dei piaceri, dei desideri ed anche la
capacità di sottomettersi alle classi superiori.
b) La classe dei custodi e guerrieri difensori della Città, costituita da uomini in cui
prevale la forza irascibile dell’anima, dotati di mansuetudine e fierezza, forza d’animo e
coraggio. I custodi dovranno vigilare, non solo sui pericoli che possono venire
dall’esterno, ma anche su quelli che vengono dall’interno. Dovranno evitare che nella
prima classe si produca troppa ricchezza o troppa povertà.

32

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


c) La classe dei reggitori o Governanti, che dovranno essere coloro che avranno saputo
amare la Città più degli altri e avranno saputo compiere il loro compito con zelo e che
soprattutto avranno saputo conoscere e contemplare il “bene”. Nei governanti predomina
quindi, l’anima razionale e la loro virtù specifica è la “sapienza”.

Secondo Platone infatti, uno Stato non deve assegnare ai suoi cittadini funzioni incompatibili con il
livello di sapienza da essi raggiunto, perché diventerebbe disarmonico e rischierebbe facilmente di
degenerare. Platone interpreta la società paragonandola ad un organismo vivente. Il compito di far
rispettare l’armonia tra le parti spetta dunque a coloro che hanno saputo recuperare la
memoria dell’Idea del Bene: ovvero i filosofi. Costoro hanno dunque il compito di governare. La
loro funzione è identica a quella dell’aspetto razionale dell’anima umana, che ha il compito di
coordinare e governare la parte intellettiva e quella concupisciente, cioè legata ai sensi materiali.
La concezione politica di Platone si fonda quindi su un forte senso della giustizia, e nasce da
una sostanziale sfiducia verso i metodi politici della sua epoca, responsabili, secondo lui, di curare
solo gli aspetti esteriori e transitori dell’individuo, trascurando l’interiorità dell’anima.

Perfezionando questo quadro di città – stato ideale, Platone suggerisce che la classe dei governanti e
dei guerrieri non si faccia distrarre da interessi terreni e personali, perciò devono mettere in comune
ogni proprietà; anche i loro figli dovranno essere considerati come figli della comunità: non
dovranno appartenere alle rispettive famiglie, ma sarà la collettività a prendersi cura di loro. Inoltre
vengono disapprovate da Platone le usanze educative del suo tempo basate sulle
espressioni artistiche come la poesia o la musica, perché invece di proporre esempi di moralità si
limitavano ad una sterile imitazione del mondo sensibile, già a sua volta imitante l’idea. Nel suo
Stato filosofico non c’è neppure bisogno di leggi positive: ogni individuo infatti non deve
rispondere a comandi impartiti dall’esterno, ma obbedire alla sua personale attitudine interiore. In
virtù di quest’ultima, le tre classi-funzione della città platonica sono dinamiche, e non vengono
assegnate alla nascita: è solo durante un processo di educazione selettiva che si arriva a stabilire a
quale ruolo ogni individuo sia più adatto, Platone infatti spiega nel “mito delle stirpi”, che ognuno
possiede un’indole che lo indirizza ad uno solo dei tre percorsi.

Il modello educativo di Platone : la “paidèia” si basa sulla selezione per tappe: il giovane è
sottoposto a una prima istruzione da parte dello Stato comprendente, oltre alla ginnastica e all’
esercizio del corpo, anche la musica (ossia l’esercizio dello spirito) purché esprima davvero l’amore
per il Bello ideale e non per le bellezze sensibili. L'istruzione tuttavia non va imposta con la forza
perché un uomo libero deve essere libero anche nella conquista del sapere. Quando il giovane si
dimostra all’altezza, viene educato alla matematica, al fine di diventare stratega, e all’astronomia,
disciplina solo teorica il cui fine è elevare l'animo. Tra i migliori infine vengono scelti coloro che,
per diventare buoni governanti, intraprenderanno lo studio della filosofia e della dialettica, la
massima scienza. Non essendoci differenze esteriori di nascita, anche le donne sono chiamate,

33

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


ognuna secondo la propria inclinazione ad assolvere le stesse funzioni degli uomini, comprese la
guerra e il governo, avendo i loro stessi diritti-doveri. L'educazione dei giovani cittadini consente
così di costruire una civiltà armonica in grado di prevenire le forme degenerative della timocrazia,
della plutocrazia e della democrazia, che sfociano tutte inevitabilmente nel peggiore dei governi: la
tirannide.

(E)
L’immortalità dell’anima

Come si accede al mondo delle Idee?


Platone si domanda infine come l’uomo possa accedere alle idee e ricorre alla dottrina della
reminiscenza affermando che la nostra anima, prima di calarsi nel corpo, è vissuta nel mondo delle
idee, di cui conserva un sopito ricordo. Grazie all’esperienza delle cose, che fanno da stimolo per la
memoria, l’anima ricorda ciò che ha visto nell’Iperuranio. Platone dirà: “Conoscere è ricordare”.

Il processo gnoseologico per Platone rappresenta quindi un processo innato, in quanto egli
ritiene che la conoscenza non derivi dall’esperienza sensibile (che funge come abbiamo sopra detto,
solo da meccanismo di sollecitazione del ricordo) bensì da metri di giudizi preesistenti e connaturati
con il nostro intelletto. Noi non partiamo dunque né dalla verità dispiegata ne dall’ignoranza,
bensì da una sorta di pre-conoscenza da cui dobbiamo socraticamente tirar fuori la
conoscenza vera e propria.

La Teoria della reminiscenza postula di per sé l’immortalità dell’anima.

Nel dialogo “Fedone”, Platone elenca appunto delle prove dell’immortalità dell’anima. A)La
prova detta dei contrari: la morte si genera dalla vita, e la vita si genera dalla morte, nel senso che
l’anima rivive dopo la morte del corpo. B) La prova detta della somiglianza, che sostiene che
l’anima, essendo simile alle idee, eterne, sarà anch’essa tale. C) La prova della vitalità, che
afferma che l’anima, in quanto soffio vitale, è vita e partecipa dell’idea di vita.
Nel Fedone troviamo inoltre la dottrina platonica della filosofia come preparazione della morte. Se
filosofare significa morire ai sensi e al corpo, la vita del filosofo risulta tutta una preparazione alla
morte, cioè al momento in cui l’anima libera, possa unirsi alle idee e contemplarle. Platone ritiene
inoltre che la nostre sorte attuale dipenda da una scelta compiuta nel mondo delle idee, tesi
illustrata nel “mito di Er” (dove un soldato morto torna dall’aldilà e narra della sopravvivenza e

34

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


reincarnazione delle anime) secondo il quale l’anima é immortale, i giusti verranno premiati, gli
ingiusti puniti; la nostra vita in fondo ce la scegliamo.

In questo mito Platone dice dunque che ogni anima sceglie il modello di vita che poi incarnerà.

(G)

L’Eros
Alla teoria dell’amore sono dedicati due dialoghi, il “Simposio” e il “Fedro”. Da questi emerge la
posizione di Platone: mentre secondo il relativismo sofistico, l’uomo è misura delle cose, secondo
l’antirelativismo platonico, la conoscenza torna ad avere un valore assoluto e cessa di essere relativa
all’uomo e al soggetto giudicante: l’idea è misura delle cose, la verità misura dell’uomo. Anche
la morale torna ad avere validità assoluta in quanto Platone ritiene che esistano idee-valori,
quali il Bene, la Giustizia, ecc.

Il sapere stabilisce tra l’uomo e le Idee un sapere che non è puramente intellettuale, perché
impegna la totalità dell’uomo e quindi anche la volontà. Questo rapporto da Platone è definito
“Eros” (Amore).

Nel dialogo il “Simposio”, gli interlocutori durante un banchetto offerto da Agatone, attore di
tragedie, esprimono i caratteri dell’amore. Tra gli ospiti del banchetto anche Alcibiade e come
sempre Socrate, che si distinguerà dagli altri convitati per la sua sobrietà. In realtà il dialogo si
differenzia dagli altri per la sua struttura, che si articola non tanto come un dialogo, quanto come
un agone (gara) oratorio diviso in varie parti, in cui ciascuno degli interlocutori, scelti tra i maggiori
intellettuali ateniesi, espone con un ampio discorso la propria teoria appunto sull’ Eros.

 Il personaggio di Pausania lo distingue nettamente dall’eros volgare, che si rivolge ai sensi


ed ai corpi; per lui l’Eros vero e profondo è divino e si rivolge all’anima.

 Il personaggio di Aristofane spiega il suo concetto di Eros ricorrendo al mito che descrive
un’età primitiva in cui gli esseri umani erano composti da due parti integrate assieme, di
uomo e di donna (per questi esseri umani viene usato il termine “androgini” ovvero
uomodonna). Questi individui furono divisi dagli dei per punizione in due metà separate e
distinte e da quel momento ognuna delle due, va in cerca dell’altra. Questo mito esprime
35

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


ciò che l’amore rivela nell’uomo una condizione di insufficienza, di privazione da
compensare.

 Socrate infine osserva che l’amore desidera qualcosa che non ha, ma di cui ha bisogno ed è
quindi mancanza.

Infatti Socrate confutando quanto detto dagli altri interlocutori, spiega che l'amore non è mai a sé
stante, ma necessita di un oggetto: ha perciò sempre bisogno di ciò che ama, e che al momento non
possiede. Ciò di cui necessita non può tuttavia essere brutto, e pertanto non può che essere buono e
bello. L’amore per sua natura tende alla ricerca di ciò che bello ma anche, necessariamente buono,
l'amore si traduce in una mancanza del buono.
Socrate quindi continua ad esporre la sua teoria sull’amore, affermando che tutto ciò che sa
sull’argomento, lo ha imparato da una donna sapiente, Diotima di Mantinea, con la quale aveva
discusso al riguardo. Sulla base di questa discussione con Diotima riportata ai presenti da Socrate, il
filosofo dichiara che secondo lui ciò che non è bello è necessariamente brutto, ma che la donna,
lo aveva costretto ad ammettere anche l’esistenza della via di mezzo (per esempio, non esistono
solo i sapienti e gli ignoranti, ma anche coloro che hanno una “retta opinione” pur non sapendola
giustificare, per cui non è possibile definirli sapienti , ma non si può neppure chiamarli ignoranti.
Allo stesso modo, anche Amore è una via di mezzo: non può essere un mortale ma neppure un dio,
perché è sprovvisto di quelle qualità (il bene e il bello) di cui va eternamente alla ricerca.
E qui Platone ricorda il mito di Eros: Eros è un demone, nato dall'unione
tra Poros (Espediente o Ingegno) e Penia (Povertà), cioè un’entità intermedia tra il mondo dei
mortali e quello degli dei con funzione di mantenere in contatto entrambe le sfere, altrimenti
inconciliabili. Infatti Eros è seguace di Afrodite, per via del fatto che fu concepito nello stesso
giorno della nascita della dea. E poiché Afrodite è bella, Amore è per sua natura amante del bello.
Per Platone dunque l’amore è desiderio di bellezza pura, e la bellezza si desidera perché rende
felice. La bellezza ha gradazioni diverse che l’uomo può raggiungere attraverso un cammino:

 In primo luogo, è la bellezza di un bel corpo che attrae un uomo,

 poi egli si accorge che la bellezza è uguale in tutti i corpi e così

 passa a desiderare tutta la bellezza corporea.

 Ma al di sopra di essa ci sono la bellezza dell’anima, la bellezza delle istituzioni e delle


leggi, poi la bellezza delle scienze.

 Infine, la bellezza in sé, che è eterna.

36

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


Nel dialogo “Fedro”, Platone ritorna al tema dell’anima e della reincarnazione, conciliandolo con
la ricerca di Amore. Egli si domanda infatti come l’anima possa percorrere i diversi gradi della
gerarchia sopra descritta e paragona l’anima ad una coppia di cavalli alati, guidati da un auriga: un
cavallo è bianco e raffigura la parte dell’anima dotata di sentimenti di carattere spirituale
(thymeidès) e si dirige verso l’Iperuranio; l’altro cavallo è nero e raffigura la parte dell'anima che
dipende dai sensi (epithymetikòn) e si dirige verso il mondo sensibile. I due cavalli sono tenuti per
le briglie dall’auriga, personificazione della parte razionale o intellettiva dell'anima (logistikòn),
la ragione: questa non si muove in modo autonomo ma ha solo il compito di guidare. La biga
deve essere diretta verso l’Iperuranio, luogo metafisico dove risiedono le “Idee”.
Lo scopo dell’anima, infatti, è contemplare il più possibile l’Iperuranio e assorbirne la sapienza
delle idee. L’auriga quindi deve riuscire a guidare i cavalli nella stessa direzione, verso l’alto,
tenendo a bada quello nero e spronando quello bianco, in modo da evitare o ritardare il più possibile
il “precipitare” nella reincarnazione. Chi è precipitato subito rinascerà come una persona ignorante
o comunque lontana dalla saggezza filosofica, mentre coloro che sono riusciti a contemplare
l’Iperuranio per un tempo più lungo, rinasceranno come saggi e come filosofi. Questo mito spiega
la reminiscenza ed è riconducibile all’immortalità dell’anima.
I Dialoghi della vecchiaia

Nei dialoghi della vecchiaia, Platone renderà meno rigida la sua posizione di rigoroso dualismo tra
il mondo dell’intelletto e della sapienza con il mondo dei sensi, cioè la posizione che aveva
sostenuto nella maturità, recuperando il valore del concreto (in senso metafisico nel dialogo
“Parmenide” e nel “Sofista”, in senso cosmologico nel “Timeo”, morale nel “Filebo”).

37

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


(L’Accademia di Atene dipinta da Raffaello nelle stanze vaticane)

Platone ha il volto di Leonardo da Vinci

MODULO 3: Aristotele, logica e metafisica

H. I rapporti con Platone.


I. Filosofia e scienza: la suddivisione del sapere.
J. L’essere: sostanza e accidenti.
K. Le quattro cause.
L. La teoria del divenire: potenza e atto.
M. La teologia: il motore immobile.
N. La logica: il principio di non contraddizione e il sillogismo

La vita

Aristotele nacque nel 384 a.C. a Stagira, una colonia greca situata a
nord est nella penisola calcidica della Tracia. Il padre, Nicomaco, fu
medico ed amico di Aminta III, re dei Macedoni, e Aristotele, come
figlio del medico reale, visse pertanto nella capitale Pella.

Il nome Aristotele fu probabilmente un soprannome derivato dalle


parole “aristos” (migliore) e “telos” (fine), un significato che indicava
forse “colui che avrebbe raggiunto al meglio un fine). Una tradizione
riferisce come vero nome del filosofo quello di Aristocle di Messene,
che sarebbe stato il vero maestro di Alessandro Magno.

Rimasto orfano appena adolescente, Aristotele andò dal tutore Prosseno in Asia Minore, di fronte
all'isola di Lesbo. Il tutore verso il 367 a.C. lo mandò ad Atene per studiare nell’Accademia fondata
38

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


da Platone , dove Aristotele rimase fino alla morte del suo maestro. Secondo le regole didattiche
dell’Accademia, Aristotele iniziò con lo studio della matematica, poi della dialettica. Nel 347
a.C. alla morte di Platone, la direzione dell’Accademia, fu presa da Speusippo, nipote di Platone,
più per motivi economici che per veri meriti. Aristotele, che doveva ritenersi più degno di costui,
lasciò la scuola insieme con Senocrate, altro pretendente alla guida dell'Accademia, per ritornare
nei luoghi dell’ adolescenza in Asia Minore, invitato dal tiranno della città, Ermia. Nella sua corte
Aristotele ritrovò altri due allievi di Platone, Erasto e Corisco. Insieme, nello stesso si
trasferiscono ad Asso, divenuta la nuova sede della corte, dove fondarono una scuola che Aristotele
proclamò come unica vera scuola platonica. Vi aderirono altri studiosi tra cui Teofrasto, suo
brillante allievo.

Nel 344 a.C., Aristotele fondò a Mitilene, sull’isola di Lesbo, un’altra scuola aderente ai canoni
platonici. Vi insegnò fino al 342, anno in cui fu chiamato a Pella, in Macedonia dal re Filippo
II perché facesse da precettore al figlio Alessandro Magno. Quando nel 340 a.C. Alessandro
divenne reggente, Aristotele, decise nell’ultimo periodo della sua vita di tornare a Stagira dove era
nato, poi intorno al 335 a.C., si trasferì ad Atene, dove in un pubblico ginnasio, detto Liceo perché
sacro ad Apollo Licio protettore della cultura, fondò una famosissima scuola, chiamata “Perìpatos”
(la Passeggiata) perché al suo interno vi era un giardino con portico dove il maestro e i suoi
discepoli passeggiavano discutendo: di cui la loro definizione di “filosofi Peripatetici” . Nel 323
a.C. alla morte di Alessandro Magno, gli Ateniesi in un rinnovato spirito di indipendenza,
guardarono Aristotele con ostilità per il suo antico legame con la corte macedone, e lo accusarono
di empietà: egli allora lasciò Atene e con la famiglia si rifugiò in Eubea, nella città materna, dove
morì l’anno dopo nel 322.

Le opere
L’attività di ricerca di Aristotele fu enorme: affrontò studi di metafisica, fisica, biologia, psicologia,
etica, politica, poetica, retorica e logica, discipline cui diede una impostazione sistematica, creando
una vera e propria “enciclopedia del sapere” che dominerà la cultura del mondo occidentale sino al
1600, ovvero alle soglie dell’età moderna.

Il complesso delle opere aristoteliche a noi pervenute, si divide in due gruppi:

 gli scritti definiti “esoterici” (cioè interni, perché destinati alla sua scuola),

 gli scritti definiti “essoterici” (perché destinati al pubblico) ma di questi rimangono


pochi frammenti.

Le opere pervenute sono:

39

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


1)Opere di logica, come “Organon”, “Categorie”, “Sull'espressione”, “Analitici primi”, “Analitici
posteriori” , “Topici” , “Elenchi sofistici”;

2)Opere di fisica: “Fisica” , “Il cielo”, “Generazione e corruzione”, “Meteorologia”, “Storia degli
animali”, “Parti degli animali”, “Generazione degli animali”, altre minori, nonché “L’anima” e
una serie di opuscoli, i “Parva naturalia”(secondo la traduzione tarda in latino);

3)Scritti di filosofia prima: “Metafisica”(così chiamata, sembra, perché successiva ai libri di


fisica;

4)Opere morali e politiche: “Etica Eudemea”, “Grande Etica” (d’incerta autenticità), “Etica
Nicomachea”, “Politica”, “Costituzione degli Ateniesi”;

5)Opere di poetica: “Retorica”, “Poetica”.

(A)
I rapporti con Platone

Lo sviluppo del pensiero filosofico di Aristotele, si può distinguere tre periodi:

 quello accademico,
 quello del soggiorno ad Asso, a Mitilene e in Macedonia,
 quello dell'insegnamento al Liceo Perìpatetico.

1)Nel primo periodo, Aristotele riprende la dottrina platonica dell’immortalità dell’anima,


considerata come “forma determinata”, cioè come sostanza (e non ancora, quindi come “forma di
qualcosa”, cioè del corpo, come farà più tardi); esalta la vita contemplativa e l’esercizio della
“frònesis” (in senso platonico è la forma più alta di riflessione e quindi il più nobile atteggiamento
che un filosofo possa assumere), considera il bene come il “fine supremo”.

2)Nel secondo periodo, Aristotele comincia a distaccarsi dal platonismo. Già Platone stesso, nei
suoi ultimi dialoghi, aveva rielaborato la “dottrina delle Idee”, consapevole delle numerose
difficoltà che essa aveva suscitato nell’ambito dei filosofi. Speusippo, il nipote di Platone che gli
era succeduto nella direzione dell’Accademia, aveva inoltre accentuato l’approfondimento del
concetto delle Idee secondo un aspetto matematico e proprio su questa interpretazione si
appuntarono dapprima le critiche di Aristotele. Di qui la sua critica si estese poi gradatamente alla
dottrina platonica in generale e soprattutto alla “separazione” delle Idee dal mondo delle cose.
40

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


3)Nel terzo periodo, infine, Aristotele raggiunge la piena maturità del suo pensiero ed il
completo distacco da Platone.

Esaminiamo in sintesi le posizioni di Platone ed Aristotele

 Per Aristotele esiste sì, come per il suo maestro Platone, un mondo intelligibile, spirituale e
invisibile (i cosiddetti “Motori immobili”), ma è altrettanto e pienamente reale anche il
mondo sensibile, fatto di sostanze materiali.
 Se infatti per Platone centrale è l’Idea, come realtà perfetta ed immutabile, per Aristotele
centrale è la sostanza, che è anzitutto sostanza materiale, corporea.
 Mentre Platone era quindi tutto il vivere deve essere proteso verso il mondo delle Idee,
presenti prima e dopo l’unione al corpo della nostra anima, per Aristotele il vivere presente è
la vera vita. Tuttavia pur non parlando di una vita ultraterrena nemmeno la esclude.

Dunque la posizione di Aristotele opposta a Platone parte in sintesi da questa domanda:

Se le Idee hanno un’esistenza assolutamente separata dalle cose ( cioè gli oggetti
dell’esperienza sensibile), come possono essere il fondamento della realtà delle cose stesse?

Per costituire l’essenza delle cose dunque le Idee devono essere intrinseche ad esse (farne parte): e
se si ammette questo, parlando di una “presenza” dell’Idea in ciascuno degli individui che la
condivide e partecipa ad essa, è logico concludere che una sua esistenza separata e indipendente non
solo non è essenziale alla formazione del quadro della realtà, ma addirittura dà luogo a un suo
duplicato del tutto inutile (il cosiddetto argomento del terzo uomo).

Per Aristotele l’Idea, come essenza eterna, universale, dominante l’esistenza degli individui, si
determina nella materia, costituendo la singola e concreta realtà. In questo modo l’Idea di
Platone si trasforma nella “morfè” (la Forma) di Aristotele. Nella sua nuova visione filosofica
l’elemento negativo che nella natura, secondo Platone, si componeva con il puro essere dell’Idea
facendola divergere dalla sua perfezione, diviene la “materia” che l’Idea intesa come Forma,
plasma nell’individuo, definito “synolon” (cioè l’insieme dei due elementi). Dunque è reale solo
questo individuo, dove né la forma, né la materia hanno un’esistenza autonoma ma sono invece
unite assieme.

Tuttavia anche Aristotele ammette che la Forma possa essere concepita dal pensiero nella sua pura
autonomia, cioè nella sua universalità libera da ogni determinazione particolare: da questo punto di
vista, la Forma diviene allora un concetto di “universale astratto”, perché viene conquistato
dal pensiero mediante un processo di separazione e di “astrazione” dalle particolarità
individuali.

41

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


Osservando la materia, Aristotele afferma che essa non costituisce soltanto un sostrato inerte su
cui s’imprime la Forma, ma contiene già in sé la possibilità di questa forma la quale quindi non
la determina come una estrazione dalla materia ma come la concretizzazione della sua implicita
possibilità. Questo passaggio dalla potenza all’atto deve essere compreso ogni volta come una
singola realizzazione.

Al limite di questo processo, Aristotele pone un ente perfetto che, avendo pienamente attuato la
sua natura, costituisce l’ “Atto puro”, il “motore immobile”.

A questo punto potremo osservare che all’estremo vertice di questa visione cosmica
aristotelica, la Forma come Atto torna al concetto dell’ indipendente purezza dell’Idea
platonica, e solo in tale purezza essa dà senso e valore alla realtà.

(B)
Filosofia e scienza: la suddivisione del sapere

Secondo Aristotele la filosofia, inizia con lo stupore


ma rifluisce poi nella pretesa di aver capito.
L’esito esistenziale è un’ultima tristezza.

Per Aristotele tutto il sapere si suddivide ordinatamente, in scienze teoretiche, pratiche e


poietiche.

a. Le scienze teoretiche (in greco “theorein” significa vedere, contemplare)


costituiscono l’ambito più importante del sapere perché hanno il compito di dirci che
cosa esiste e mirano al sapere per amore del sapere, allo scopo del tutto disinteressato
della conoscenza. Queste scienze sono originate e motivate dalla meraviglia di fronte
alle cose che ci circondano e non hanno una utilità operativa. Esse sono la metafisica,
la matematica e la fisica
b. Le scienze pratiche (in greco “prassein” significa agire) e sono l’etica che riguarda il modo
di agire del singolo individuo e la politica che riguarda l’agire dell’individuo nell’ambito
della società. Queste scienze hanno una utilità operativa perché servono a delineare un retto
percorso comportamentale nell’uomo.
42

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


c. Le scienze poietiche (in greco “poiein” significa fare). Queste scienze riguardano la capacità
materiale dell’uomo che non ha solo la possibilità di agire, ma può anche fare, cioè
modificare il mondo materiale in cui si trova immerso: è il campo dell’arte (techne), in
senso ampio.

(C)

L’essere: sostanza e accidenti.


Approfondimento sulle scienze teoretiche

Cominciamo esaminando le scienze teoretiche motivate, come abbiamo accennato, dalla


meraviglia (il “thaumàzein”) e dalla scoperta della realtà circostante. Infatti nell’uomo c’è il
desiderio di conoscere la verità, e questo desiderio è più forte di qualsiasi interesse pratico.
L’uomo desidera comprendere il senso della sua esistenza, come è davvero, non
finalizzando la ricerca ad un progetto predeterminato.

Tra queste scienze teoretiche, la metafisica è fondamentale. Il suo fine è la contemplazione nel
senso della conoscenza (disinteressata appunto) della verità. Infatti, secondo Aristotele “tutti egli
uomini, per natura, tendono al conoscere”.

La metafisica ha quattro significati fondamentali: ontologico, aitiologico, usiologico e teologico.

Il significato ontologico

L’ontologia è una scienza che, secondo Aristotele, studia l’essere in quanto tale e e le
proprietà che gli competono. La metafisica è infatti sotto questo aspetto la “scienza dell’essere
in quanto essere”.
L’essere, ovvero ciò che è in ogni cosa, è contemporaneamente uno (cioè è identico nelle diverse
cose) e molteplice (poiché le cose sono comunque molte), perciò è analogo. Aristotele afferma
quindi l’ analogia dell’essere come la sua uni/molteplicità.

In altre parole l’essere non è né “univoco” (termine che indica nello stesso identico senso due
cose diverse {ad esempio “soldati a cavallo” dove cavallo vale per più cavalli});
contemporaneamente l’essere non é nemmeno “equivoco” (termine detto di due cose diverse
43

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


con senso totalmente diverso, come “polo” detto di una maglia, di un polo terrestre e del gioco
del polo).
Il concetto di analogia si comprende dunque quando un termine si applica a cose diverse
con un senso parzialmente identico e parzialmente diverso ( per citare l’esempio di
Aristotele: “sano” viene detto di una persona, o del suo colorito, o del cibo (o del clima) più
adatto a garantire la salute).
Tra i vari enti esiste, in questo senso, una analogia: si dice dunque che “è” una cosa e, ad
esempio, un suo colore, un suo effetto operativo, un ricordo di essa, un sentimento da lei
suscitato.

Così Aristotele supera definitivamente Parmenide, che concepiva l’essere come univoco, e
completa il pensiero di Platone, che aveva cercato di staccarsi da questo concetto senza
riuscirvi pienamente. In effetti Platone, secondo Aristotele, concepiva ancora l’essere come un
genere, sia pure un genere trascendente.
Compreso il concetto di Unità e Molteplicità, esaminiamo per primi gli aspetti
dell’essere come Unità

In quanto uno, l’ essere è regolato da leggi,ovvero princìpi a cui obbedire che sono:
 il principio di identità,
 il principio di non-contraddizione
 il principio del “terzo escluso”, per cui è impossibile che la stessa cosa sia e non sia
Come si dimostrano tali principi supremi? Non possono essere dimostrati positivamente. È da
pazzi dice infatti Aristotele, chiedere la dimostrazione di tutto: alcune cose si dimostrano da
sole cioè sono evidenti. Se si pretendesse di dimostrare tutto si cadrebbe in un circolo vizioso:
si dimostrerebbe A con B, B con C e così via, fino a Z, che sarebbe dimostrata con A. Il che
sospenderebbe il tutto ad una ultima non dimostrazione. Da un lato quindi i principi supremi
sono immediatamente evidenti, tuttavia una qualche forma di dimostrazione esiste ed è il
ragionamento per assurdo: mostrando che chi volesse negarli non potrebbe essere coerente.

Esaminiamo ora gli aspetti dell’essere come Molteplicità

Aristotele propone quattro significati fondamentali dell’essere:

a) Essere secondo il vero e il falso


b) Essere accidentale
c) Essere secondo potenza e atto
d) Essere secondo le categorie

44

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


a)E’ l’essere in quanto pensato: solo questo essere può essere falso; infatti la falsità è solo nel
giudizio del soggetto che non si “adegua” all’oggettività del reale. Non esistono cose false, ma
pensieri falsi. Il che significa che l’essere in senso vero e proprio coincide col vero. Il che è molto
prossimo al dire che la realtà non inganna, ma è il soggetto umano a porre diaframmi alla verità, a
cercare di alterare ciò che di per sé sarebbe retto e limpido.

b)E’ l’essere che di fatto si trova ad accadere, ma potrebbe anche non accadere. Di fatto è
accidentale ogni realtà particolare e ogni evento concreto. Necessarie sono solo le struttura
intelligibili, le nature specifiche e le leggi universali. Questo significa che per Aristotele ad
esempio, io che scrivo e tu che leggi, esistiamo per un caso, e per caso ci è accaduto nella vita
quello che ci è accaduto: il particolare in quanto tale non ha senso, è assurdo. Sensato è unicamente
l’universale. Ma in questo modo, per Aristotele, la vita concreta non è salvata.

c)Con questi concetti Aristotele imposta la sua soluzione al problema della contraddittorietà
del divenire, quale la aveva prospettata Parmenide.
Per Aristotele il passaggio del divenire non parte dal non - essere (assoluto) ma dall’essere
potenziale (espressione di capacità) per raggiungere l’essere attuale (capace di attivarsi).
Questo passaggio non implica contraddizione. Essere potenziale è per esempio, come il seme
rispetto alla pianta che si svilupperà da esso: il seme è contemporaneamente in atto come seme,
e in potenza come pianta.
 L’essere “attuale” è determinato, è sempre qualcosa di preciso,
 L’essere “potenziale” è indeterminato, non però totalmente indeterminato: per
esempio riprendendo l’esempio del seme, esso ha due possibilità: a) può diventare una
pianta più alta o più bassa, con tanti rami o con pochi rami, b) ma non può un seme di
pesco per esempio, svilupparsi in una pianta di ulivo. Il che, in altri termini, significa
che l'essere potenziale non è il nulla, ma è qualcosa, seppure qualcosa non ancora
determinato.
In quanto indeterminato l’essere potenziale è più imperfetto di quello attuale. E infatti si passa
dalla potenza all’atto solo grazie all'essere attuale: per esempio il legno è potenzialmente brace
incandescente, ma lo diventa in atto solo grazie a qualcosa che bruci già in atto. In altri termini,
il divenire è subordinato all’essere, è reso possibile dall’essere, è più imperfetto dell’essere.
In qualche modo la potenza sta all’atto, nella sostanza corporea, come la materia sta alla
forma: la materia è il fattore potenziale, la forma il fattore attualizzante e attuale.

L’essere si dice in molti modi, per cui di un soggetto si possono fornire diversi
“predicati”: quanto è alto, che cosa è, dove è, ecc. Questi predicati sono definiti da
Aristotele le“categorie” e ne riconosce 10: sostanza (es. Socrate o uomo), quantità (es. un
metro e mezzo), qualità (es. bianco o filosofo), relazione (es.figlio di Tizio), luogo (es. a

45

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


casa), tempo (es. anno di nascita), situazione (es. stare seduto), avere (es. indossare una
tunica), agire (es. scrivere, tagliare), subire (es. essere tagliato).
Una distinzione essenziale va fatta tra la categoria di sostanza, che è la principale, e
quelle degli “accidenti”.
Infatti solo la sostanza “sussiste”, mentre gli accidenti sono ad essa riferibili come sue
determinazioni. A titolo esemplificativo, non esiste il verde in sé, ma il verde di una data
sostanza (ad esempio di una pianta), mentre la pianta esiste in sé stessa, non ha bisogno di
appoggiarsi ad altro.
Inoltre la sostanza resta anche se i suoi accidenti cambiano: una persona è la stessa
sostanza quando è lattante, quando è adolescente e quando è adulto, anche se cambiano gli
accidenti come quantità (altezza, peso), qualità (acquisisce nuove conoscenze, cambia stati
d'animo), relazione (diventa ad esempio marito, padre, e datore di lavoro, amico di Tizio e di
Caio) e altri. Da non confondere il concetto di accidente ed accidentale: è accidentale il fatto
che una sostanza abbia questi accidenti, ma è necessario che abbia degli accidenti.

(D)
Le quattro cause.

Esaminiamo ora il secondo significato della Metafisica: quello aitiologico

La Metafisica è scienza delle cause prime, ossia dei supremi perché. Si possono in effetti
riconoscere dei perché prossimi, che si costituiscono in realtà come “modalità”in relazione ai
perché supremi, cioè alle cause prime, che la Metafisica prende in considerazione.

Secondo Aristotele le cause prime sono quattro:


a. materiale,
b. formale,
c. efficiente (o agente)
d. finale.

a)La causa materiale o materia è un sostrato indeterminato, privo quindi di caratteri


specifici. Di questa causa si sono occupati essenzialmente i primi filosofi (dalla scuola ionica
a Eraclito).
b)La causa formale o forma è il fattore determinante, ciò che permette alla materia
indeterminata di assumere certi caratteri distintivi. Di questa causa si è occupato in
particolare Platone, con la sua teoria delle Idee.

46

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


c)La causa efficiente (o efficace, o agente) è ciò che produce l’effetto: è la causa nel senso
stretto del termine. È Empedocle ad aver per primo individuato questa causa, da lui collocata
nelle forze contrastanti di Amore e Odio.
d)La causa finale o fine è l’obbiettivo cui tende la cosa causata. Di questa causa ha parlato
soprattutto Anassagora, con la sua teoria del Nous, che organizza tutta la realtà dei Semi in
modo ordinato e finalizzato.

 Materia e forma costituiscono dei princìpi intrinseci alla cosa, a tal punto da non
poterne essere separati.
 Causa efficiente e finale sono invece princìpi estrinseci alla cosa causata,in
particolare la causa efficiente precede la cosa, mentre quella finale la segue.

(E)

La teoria del divenire: potenza e atto.

Come abbiamo già approfondito nel paragrafo (C), Aristotele propone una sua soluzione al
problema della contraddittorietà del divenire, prospettata da Parmenide.

Aristotele giunge infatti ad affermare che il passaggio del divenire non parte dal non - essere (ente
assoluto, concepito come eternamente immobile e sottratto a ogni mutazione) ma dall’essere
potenziale (espressione di capacità) per raggiungere infine (cioè divenire) l’essere attuale (capace
di attivarsi).

In questo modo il rapporto statico tra materia e forma si risolve in un rapporto dinamico di
potenza e atto.

 La “dynamis” è la potenza, la concreta capacità di svilupparsi nel senso di una certa forma.
 L’“energhèia” è l’energia, l’atto, capace di realizzare ed attivare una data capacità o
potenza.
 L’“entelèchia”, (realtà che ha il suo fine in sé stessa, avendolo raggiunto col compimento
del suo processo di sviluppo) è la materia formata, attuata come realtà individuale.

Atto e potenza dunque secondo il filosofo, sono i due termini che permettono di illustrare la
meccanica del divenire. Il mutamento si esprime infatti nel passaggio da un certo ente ad un
47

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


altro, è quindi il passaggio da uno stato potenziale (la potenza) per cui un ente è predisposto
strutturalmente ad accogliere un’altra forma e a volte anche un’altra materia, a uno stato
realizzato (l’atto) per cui l'ente ha ricevuto di fatto quella forma e quella materia che erano
già presenti potenzialmente nelle sue possibilità (ad esempio, l'acqua è potenzialmente
predisposta a divenire ghiaccio, allo stesso modo in cui un blocco di marmo è predisposto a
divenire una statua o una colonna). Poiché il divenire e il mutamento degli enti sensibili è
dimostrato dall’evidenza, anche Aristotele si pone il problema di trovare una spiegazione al
passaggio di un ente determinato dallo stato di essere una certa cosa a non essere più quella cosa,
ma un’altra.

Il ragionamento di Aristotele attorno alla meccanica del divenire suppone dunque che esista
qualcosa in grado di governare il mutamento, dove “mutare” significa cambiare non solo la forma
ma anche la sostanza, cioè qualcosa che permetta agli enti che mutano di essere accompagnati da
uno stato all’altro evitando che, ad un certo punto del passaggio, cadano nel nulla.
A scopo di esempio, osserviamo il mutamento della legna in cenere. Chiameremo la legna A, e la
cenere B. A è il non-essere di B, ovvero A è la privazione di B. Al termine del mutamento, A ha
preso la forma di B, o meglio, la sostanza A è diventata la sostanza B, due sostanze diverse tra loro
(ciò che prima era la sostanza “legna”, è diventata la sostanza “cenere”).

In questo processo manca però la conoscenza di cosa renda possibile questo processo di divenire, di
mutazione. Infatti A come privazione di B è u assoluto, un puro non-essere, un nulla. Ciò che
manca ad A e B è un “sostrato”, ovvero qualcosa che rappresenti il veicolo della mutazione, la base
permanente del divenire, un diveniente che permane. Il sostrato del divenire degli enti sensibili
è la “sostanza”, la materia prima, materia eterna e informe priva di ulteriore sostrato, in
quanto sostrato essa stessa.

Dunque, in questo meccanismo, la privazione rappresenta la potenza della forma (potenza come
non-essere della forma alla quale si tende) mentre l’atto è la forma finale realizzata. Il divenire è
quindi il passaggio dalla potenza all'atto. Nel nostro esempio, dove la legna diventa cenere, il
sostrato è il fuoco.

Questo passaggio dalla potenza all’atto deve essere compreso ogni volta come una singola
realizzazione; ogni momento del divenire è l’attuazione di una precedente potenza e, a sua volta,la
costituzione di una potenza che renderà possibile una nuova attuazione.
Tutto il “mondo” è perciò un processo di crescente determinazione, in cui la perfetta idealità
della forma si attua sempre più dall’imperfetta materialità della potenza.

Al limite di questo processo, Aristotele pone un ente perfetto che, avendo pienamente attuato la
sua natura, costituisce l’ “Atto puro”, del tutto libero , cioè Dio, che influisce sul mondo come

48

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


scopo supremo di tutto il suo processo di attuazione: Dio muove come “oggetto dell'amore”, muove
senza muoversi: Aristotele lo definisce il “motore immobile”(kinoun akìneton).

(F)

La teologia: il motore immobile.

La superiorità di questo Ente ad ogni esigenza di attività e di movimento non deve essere intesa
come assoluta mancanza di vita (ciò sarebbe infatti inconciliabile con la sua suprema perfezione):
quindi la sua vita senza attività non può essere che la contemplazione, non di una verità diversa
da sé medesimo (ciò che implicherebbe, non attuale possesso della verità, ma potenza conoscitiva
tendente al possesso della verità), bensì della verità che egli stesso costituisce: Dio pensa sé
stesso, è “pensiero del pensiero”.
Tra le varie sostanze, il Motore Immobile è la sostanza prima, centrale; esso, pur invisibile e
spirituale, può essere affermato a partire dal divenire che constatiamo nel mondo fisico.
Infatti il movimento del mondo è eterno, essendo eterno il tempo (è infatti impensabile che non ci
sia un “prima” di ogni ipotetico inizio, e un “dopo” di ogni ipotetica fine); ora il movimento,
eterno, deve avere una causa eterna, perché affinché qualcosa “divenga”, occorre qualcosa che la
faccia divenire, le permetta di passare dalla potenza all’atto; questa causa deve essere qualcosa che
già sia in atto, che sia “un atto puro per sé stesso”.
Secondo Aristotele infatti, non si può risalire all’infinito nella catena di cause del divenire,
altrimenti non si spiegherebbe niente: occorre fermarsi ad una “Prima Causa Incausata”, il
“Προτον Κινουν ακινετον” (proton kinoun akineton), un Primo Motore (nel senso di colui che
Muove) Immobile.
Secondo Aristotele dunque il divino non è causa dell’essere, ma solo del divenire; l’essere del
mondo per lui è autosufficiente, a non esserlo è solo il divenire.

Il Motore Immobile, per muovere tutto deve essere atto puro, ma in quanto atto equivale a
forma. Egli è forma pura, e poiché la forma è perfezione, anch’Egli è puro, suprema
perfezione, quindi è (anche e soprattutto) Intelligenza; il suo stato di essere è eternamente
felice, perché ha come oggetto della sua conoscenza quanto di più perfetto esista, cioè Sé
stesso. Dunque il Motore Immobile contempla eternamente sé stesso, e non può conoscere
altro fuori di sé, per non contaminarsi con qualcosa di imperfetto, che infrangerebbe la sua
felicità. Perciò il Motore Immobile non è creatore del mondo, né provvidenza: è il mondo
che “va” verso di lui, come verso il suo Fine.

49

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


Dunque riassumendo, nella visione teologica di Aristotele, Dio è:
 Atto puro
 Motore immobile
 Pensiero del pensiero

Aristotele, giunto all’estremo vertice di questa visione cosmica della Forma come Atto,
torna al concetto dell’ indipendente purezza dell’Idea platonica,
e solo in tale purezza essa dà senso e valore alla realtà.

Applicando questi concetti al mondo fisico, in sintesi Aristotele conclude che:

 il mondo sensibile è fatto di sostanze, composte di materia e di forma, e in fase di


divenire;il loro divenire può essere di diversi tipi (locale, qualitativo, quantitativo,
sostanziale), ed ha necessariamente delle cause.

 le sostanze corporee sono collocate in uno spazio, che è finito, mentre divengono nel
tempo che è infinito (quindi il mondo è eterno).

Applicando questi concetti al mondo etico:


 L’uomo organizza tutto il suo agire in vista di un fine, e i fini particolari sono
subordinati a un fine ultimo;

 di fatto gli individui sono diversi ed hanno diversi fini ultimi (il denaro, il piacere, il
successo, etc.), ma ciò non toglie che il vero fine ultimo, quello commisurato alla natura
umana, sia uno solo.

 esso non può essere il piacere (comune agli animali), né la ricchezza (che è puro
strumento), né il successo e la gloria, che sono esteriori all’uomo; esso è la realizzazione
del nostro modo di essere (identità) come uomini, e al contempo la più perfetta
partecipazione possibile alla vita del Motore Immobile: la contemplazione della verità
intelligibile.

 di fatto solo pochi uomini possono raggiungere tale fine ultimo

 tutti invece possono coltivare le virtù, ognuna delle quali è un giusto mezzo tra due
estremi (esempio il coraggio lo è tra viltà e temerarietà)

Applicando questi concetti al mondo politico:


 L’uomo è per natura socievole

50

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


 la forma migliore di società è quella basata sul “giusto mezzo”: una “polis” non troppo
grande né troppo piccola, governata né da una troppo ristretta oligarchia né dalla massa
del popolo, incline a farsi condizionare dalle emozioni;

 esistono differenze qualitative tra gli esseri umani: i liberi sono superiori agli schiavi, i
greci ai barbari, gli uomini alle donne e ai figli.

(G)

La logica: il principio di non contraddizione e il sillogismo.

Dopo aver trattato ciò che esiste in due fasi


 prima dell’azione umana(vedi scienze teoretiche)
 ed in seguito all’azione umana (scienze pratiche e poietiche)
Aristotele passa a trattare il mezzo attraverso il quale noi conosciamo ciò che esiste.
Il filosofo individua questo strumento di conoscenza (in greco “òrganon”), con il pensiero,
il “logos” (di qui il titolo “Organon”, all’insieme delle opere aristoteliche sulla logica).
La logica (che Aristotele chiamava analitica) è la scienza del logos, del discorso, del
pensiero.
Secondo Aristotele, il pensiero ha diversi livelli:
1) il livello più semplice, più elementare, è quello del concetto (ad esempio il concetto di
mela, quello di rosso); viene poi
2) il livello, più complesso, quello del giudizio, che unisce più concetti (ad esempio
questa mela è rossa); e infine viene
3) il livello di massima complessità, che è il ragionamento, che unisce più giudizi (le
mele rosse sono mature, questa mela è rossa, quindi è matura).

I “concetti”
Nel trattato intitolato “Le Categorie”, Aristotele definisce i “concetti” come le basi più
elementari del pensiero, elementi talmente elementari da non poter essere scomposti in
ulteriori concetti.
Essi possono avere un diverso grado di comprensione (cioè di densità contenutistica, di
specificità) e di estensione (cioè di universalità, di generalità). Ad esempio il concetto di
insetto è più esteso di quello di formica, quello di invertebrato più di quello di insetto, quello
di animale più di quello di invertebrato.
51

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


Tra estensione e comprensione esiste un rapporto, per così dire, di proporzionalità inversa:
quanto più un concetto è esteso, tanto meno sarà comprensivo, tanto meno avrà contenuti
specifici.
I concetti più estesi di tutti, sono le 10 categorie, già viste in Metafisica: sostanza, qualità,
quantità, relazione ecc.; al di sopra delle categoria c’è un altro concetto, più esteso di esse,
perché tutte le ricomprende, perdendo però il carattere di univocità: si tratta del concetto,
analogico, dell’essere.

I concetti possono essere “definiti”. Una buona definizione comprende due parametri:

 il genere prossimo, cioè il concetto immediatamente superiore, immediatamente più


esteso, in altri termini la classe a cui appartiene il concetto da definire,
 la differenza specifica, cioè quella caratteristica che differenzia il concetto da definire
da tutti gli altri che appartengono alla medesima classe, al medesimo genere prossimo.

Uno degli esempi più celebri fatti da Aristotele è la definizione: “l’uomo è un animale (genere
prossimo) razionale (differenza specifica)”. Si potrebbe osservare che in base alle nostre attuali
conoscenze scientifiche avremmo potuto formulare un altro genere prossimo come, ad esempio
mammifero o primate, ma Aristotele non aveva le nostre conoscenze.

I “ giudizi”

Aristotele ne parla soprattutto nel trattato tradotto in età romana in Latino con il titolo “De
interpretazione”. Egli distingue i giudizi in

 semantici, non valutabili come veri o falsi (come le esortazioni, i comandi, le preghiere
o le esortazioni)
 apofantici o assertori, valutabili come veri o falsi (esempio: questa carne è salata).

La logica aristotelica studia soprattutto i secondi, che si distinguono per:

 qualità (affermativi o negativi)


 quantità (individuali: Socrate è ateniese, particolari: alcuni ateniesi sono ricchi,
universali: tutti gli ateniesi sono greci)
 modo (possibili, contingenti, necessari, impossibili).

L’importanza del ragionamento

52

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


I ragionamenti rappresentano la massima complessità del pensiero, in quanto mettono in
collegamento tra loro più giudizi. Possono essere fondamentalmente di due tipi:
 induttivo
 deduttivo

L’induzione parte da giudizi particolari (questo cigno è bianco, quell'altro è bianco, 1200
cigni sono bianchi) e arriva a giudizi universali (tutti i cigni sono bianchi). Per citare un
esempio aristotelico: “l’uomo, il cavallo, il mulo e l’asino sono longevi, tali animali sono
senza bile, quindi l'assenza della bile è la causa della longevità (gli animali senza bile sono
longevi).
E' un tipo di ragionamento soggetto a possibili errori.

La deduzione è il ragionamento perfetto, passa da giudizi più universali a giudizi più


particolari:
è il sillogismo (facciamo un esempio che dimostra i passaggi dal generale al particolare:

 tutti gli uomini sono mortali (premessa maggiore)


 Socrate è un uomo (premessa minore)
 quindi Socrate è mortale (conclusione)

Se le premesse sono vere (da un punto di vista contenutistico) e il sillogismo è


formalmente corretto (in particolare comprendendo non più di tre termini), la
conclusione è infallibilmente vera.

53

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


MODULO 4: LA FILOSOFIA ELLENISTICA

Politica, società e cultura nell’età ellenistica:

A. Lo stoicismo
B. L’epicureismo
C. Lo scetticismo
D. Il neoplatonismo

PREMESSA

Prima di inoltrarci nella conoscenza del pensiero filosofico tra fine IV sec. e I sec. a.C., è
indispensabile comprendere il contesto storico di questo lungo periodo che viene indicato con il
termine di Ellenismo, termine ideato nel XIX secolo per indicare appunto questo periodo storico-
culturale che si sviluppò a partire dal 334 a.C. in seguito alle imprese di Alessandro Magno e si
concluse con la nascita dell’Impero Romano e l’annessione al dominio di Roma nel 31 a.C.,
dell’Egitto, ultimo regno ellenistico sotto la dinastia Tolemaica.
L’Ellenismo è noto anche come età ellenistica o età alessandrina (per l’importanza di Alessandro
magno e della città di Alessandria d’Egitto che era divenuta il centro mediterraneo della cultura
ellenistica).
Durante l’Ellenismo, la civiltà
greca si diffuse nel mondo
mediterraneo ed euroasiatico, e la
sua fusione con le culture dell’Asia
Minore e centrale,
dalla Siria alla Fenicia, dall’Africa
settentrionale alla Mesopotamia,
fino all’Iran e all’India, favorendo
la nascita di una civiltà, detta
appunto “ellenistica”, che divenne
un modello per altre culture in tutti i campi: filosofia, economia, religione, scienza ed arte.
Nei territori interessati dalla diffusione di questa cultura, si comunicava utilizzando una versione
della lingua greca antica, la koinè, che divenne la lingua internazionale della politica e della
cultura. La cultura ellenistica alla fine si fuse con la cultura romana e continuò ad esistere anche
dopo la nascita dell’impero.

54

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


Politica, società e cultura nell’età ellenistica

Politica :
L’evento politico fondamentale della nuova cultura ellenistica fu la crisi della polis, una crisi
certamente non improvvisa né inaspettata in quanto le interminabili guerre tra le città greche
avevano portato alla convinzione che la pace e l’unità si potessero raggiungere solo attraverso
l’intervento di un governante straniero. Questa convinzione dei Greci ormai esasperati, permise al
re che riuscì ad approfittare delle discordie tra i Greci e ad imporre il suo potere. Soprattutto sotto il
regno di suo figlio Alessandro, le polis greche persero ogni potere politico ma ritrovarono una unità
morale nella grande vittoria della Grecia unita sotto il re macedone contro il popolo persiano. La
portata di quella che è stata chiamata la rivoluzione alessandrina fu talmente rilevante per le
implicazioni politiche e per i mutamenti culturali che ingenerò da determinare la fine dell'era
classica e l'inizio dell'era cosiddetta ellenistica.
Tuttavia la morte di Alessandro, accese una nuova lotta fra i suoi successori, i “Diadochi”:
Antipatro ottenne il controllo della Macedonia e della Grecia, Antigono controlla la Frigia e
la Lidia, Tolomeo l’Egitto e Lisimaco la Tracia.
Intorno al 319 a.C. con l’assassinio dei familiari di Alessandro, cominciarono le dispute per
accentrare il potere , arrivando così alla Guerra dei Diadochi (315 a.C.-301 a.C.) che si concluse
con la Battaglia di Ipso e lo smembramento del grande impero nel 281 a.C., in tre grandi regni:

 la dinastia tolemaica in Egitto;


 la dinastia seleucide in Siria, Mesopotamia e Persia;
 la dinastia antigonide in Macedonia e Grecia.
Dopo altre dispute nacquero i Regni di Macedonia, di Asia Anteriore e d’Egitto. Infine nel 263
a.C. sorse il regno indipendente di Pergamo sotto la dinastia degli Attalidi.
Questi nuovi regni diffusero la cultura e la lingua greca all’interno dei loro confini, per mezzo di
flussi coloniali greco - macedoni. Tuttavia risentirono fortemente l’influenza delle culture dei
popoli assoggettati di cui i nuovi dominatori adottarono le usanze culturali, artistiche e religiose. La
cultura ellenistica rappresenta così una fusione tra l’antichità greca e le culture asiatiche e medio –
orientali.
Politicamente la conseguenza più importante della rivoluzione alessandrina fu il cambiamento
da un dominio politico della città-stato a quello delle grandi monarchie, fortemente accentrate
intorno alla figura divinizzata del sovrano. Al declino della “polis” non corrispose la nascita di
organismi politici capaci di creare nuovi ideali: il cittadino diventa un “suddito” che coesiste

55

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


nello stesso territorio con genti diverse, che non ha la possibilità di partecipare attivamente alla vita
politica e finisce per perdere la sua identità individuale. Chi governa assume l’aspetto di un
sovrano assoluto e divino. L’organizzazione dello stato si trasformò, la burocrazia assunse
notevole importanza, curando in modo organico e sistematico l’amministrazione, accompagnata da
una evoluzione economica e sociale. Il commercio tra i vari stati e le regioni orientali si sviluppò
fortemente, ci fu un notevole incremento dell’artigianato e complessivamente si verificò un
incremento demografico dovuto al nuovo stato di pace e benessere economico che favorì la crescita
di nuovi agglomerati urbani.
Vi fu anche una forte ripresa della colonizzazione ma secondo un diverso modello rispetto ai tempi
dell’antica colonizzazione greca e furono fondate nuove città in Asia ed Africa. Queste nuove poleis
furono composte da coloni greci provenienti da diverse regioni della grecità, e non come prima da
una singola madrepatria.
L’urbanesimo fu quindi un fenomeno tipico dell’età ellenistica, cui fece riscontro una progressiva
accentuazione dei privilegi della città rispetto alla campagna, dove si andavano affermando i
latifondisti.
Certamente dunque questo lungo periodo di transizione tra il mondo della Grecia classica e l’ascesa
della potenza romana, fu caratterizzato da una straordinaria fusione di culture, di costumi e di
esperienze, modificando profondamente la vita politica e sociale creando un sistema che favorirà
nel nascente mondo romano, degli stimoli culturali nuovi, improntati al realismo latino, che
contribuirono in modo rilevante a creare e a diffondere il fenomeno dell’eclettismo.

Società e cultura:
Tutti questi aspetti dell’età ellenistica, caratterizzarono e trasformarono, talora in modo sostanziale,
la società e la cultura. Riflettendo infatti sull’importanza che l’organizzazione della polis aveva
assunto all’interno della società e della storia greca, possiamo comprendere il profondo
sconvolgimento che la crisi delle poleis portò nella società e nella cultura dove questa
“globalizzazione ante litteram” influenzò ogni aspetto: l’economia, la struttura sociale, la libertà,
la cultura, la religione, i valori morali, persino il rapporto fra gli individui con il mondo stesso. La
società della polis vissuta per secoli come un universo piccolo ma con valori compiuti e autonomi,
lasciò il posto ad un mondo cosmopolita e babelico ricco di suggestioni e di possibilità ma anche
insidioso per i gruppi sociali minori e più fragili, per il suo impatto massificante.
La cultura greca, entrando in contatto con nuove culture e tradizioni, visse un momento di grande
diffusione concretizzata nella fioritura di diversi centri culturali come Rodi, Pergamo e Alessandria,
dove fu creata dalla dinastia dei Tolomei, una enorme Biblioteca ed un Museo. Tuttavia ancora per
lungo tempo Atene mantenne una importante centralità culturale soprattutto nel campo della
filosofia con il Liceo retto da Teofrasto e l’Accademia Platonica e sempre ad Atene nel IV secolo,
vi fissarono le proprie sedi le due più importanti scuole ellenistiche, quella epicurea e quella
stoica.
56

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


(A)

Lo stoicismo
Lo Stoicismo fu una corrente filosofica e spirituale sviluppatasi nella omonima scuola filosofica
ellenistica fondata ad Atene da Zenone di Cizio (333-263 a.C.), sviluppata da Cleante (330-233
a.C.), portata a piena maturazione e sistematizzata da Crisippo (281-208 a.C.). Rappresentò una
delle maggiori scuole filosofiche dell'età ellenistica.
Tale corrente filosofica prese il suo nome dalla “Stoà Poikíle” (portico dipinto) di Atene
dove Zenone impartiva le sue lezioni.
Gli Stoici sostennero le virtù dell’autocontrollo e del distacco dalle cose terrene, portate all’estremo
nell'ideale dell’atarassia, come mezzi per raggiungere l'integrità morale e intellettuale. Nell'ideale
stoico è il dominio sulle passioni o “apatìa” (vedi più avanti) che permette allo spirito il
raggiungimento della saggezza. Riuscire è un compito individuale, e scaturisce dalla capacità del
saggio di disfarsi delle idee e dei condizionamenti che la società in cui vive gli ha impresso. Lo
stoico tuttavia non disprezza la compagnia degli altri uomini e l'aiuto ai più bisognosi è una pratica
raccomandata. Per il fatalismo, che prevede la realizzazione di un piano universale razionale insito
nell'ordine della natura, tipico di molti stoici, il termine “stoico” ancora oggi, nel linguaggio
quotidiano, indica una persona che sopporta coraggiosamente le sofferenze e i disagi
Nei secc. II e I a.C. si parla di stoicismo medio, perché lo stoicismo rinasce grazie a Panezio (185-
110 a.C.) e Posidonio (135-51 a.C.), che attenuano certe asperità dell'etica e assumono su molti
punti posizioni più eclettiche.
La filosofia stoica si occupò di logica, di fisica e soprattutto di etica e si fondò
complessivamente sul concetto di lógos (la ragione insita nelle cose), inteso come principio
veritativo in logica, cosmologico in fisica e normativo in etica.

La logica stoica
La logica stoica comprende:
 sia una riflessione molto dettagliata sulla forma dei ragionamenti,
 sia una teoria generale della conoscenza, legata strettamente alla concezione dell’anima.

57

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


La prima innovazione degli Stoici consiste soprattutto nel considerare la logica una vera e propria
parte integrante della filosofia, anziché semplicemente un suo “strumento” (órganon), come
voleva Aristotele.
Il termine di “logica” (logiké), venne utilizzato proprio dagli Stoici e significa evidentemente
“scienza del logo”.

La logica per gli Stoici si divide in :


 dialettica e
 retorica
La dialettica si occupa sia dei modi in cui si forma la conoscenza, sia delle regole formali secondo
cui si sviluppa il ragionamento.
La retorica si occupa di conferire forma al ragionamento e di stimolare la convinzione di chi lo
ascolta. La retorica costituisce uno strumento necessario dunque alla divulgazione, offrendo agli
uditori le motivazioni di un ragionamento sia in una forma ornata che in una forma stringata e
rigorosa a secondo dell’impostazione e del contesto in cui si sviluppa il dialogo con l’uditore.
Elementi retorici fondamentali sono: l’invenzione (nel senso del reperimento di contenuti ed
informazioni), l’espressione verbale, la disposizione e la rappresentazione degli argomenti stessi.
La struttura retorica si basa su un proemio o introduzione, la rassegna delle informazioni, la
confutazione delle tesi avversarie, l’epilogo o conclusione di tipo riassuntivo e non emozionale.

Per gli Stoici l’anima , inizialmente priva di conoscenze, le acquisisce grazie all’impulso originario
della sensazione, la quale si imprime prima sugli organi dei sensi per passare quindi all’anima sotto
forma di alterazione, o impronta materiale, dando luogo a una “rappresentazione”. L’anima
giudica con la sua parte razionale (il logos veritativo) ogni singola rappresentazione e
riconosce ed accetta per vere solo quelle che sono particolarmente chiare ed evidenti: si hanno
così quelle che gli Stoici chiamano rappresentazioni catalettiche (letteralmente: comprensive), le
quali sono la base del processo intellettivo, che ha carattere universale. Gli Stoici ammisero anche
l’esistenza di anticipazioni della conoscenza definite “prolessi”, concepite come naturali
concezioni degli universali, innate nell'uomo.

Gli Stoici riconoscono nel procedimento logico, tre elementi connessi fra di loro:
 il significato (semainómenon),
 il significante (semáinon)

58

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


 l’evento(tynchánon).
Il significante è il suono stesso, il significato è l’entità manifestata che apprendiamo in quanto
coesiste con il nostro pensiero e che gli stranieri non capiscono, sebbene odano il suono, l’evento è
ciò che esiste all’esterno
Di questi elementi, due sono corporei: il suono e l’evento, uno è incorporeo, e cioè l'entità
significata, l’esprimibile (lektón), che solo è vero o falso.
L’oggetto caratteristico della logica è costituito dunque per gli Stoici, solo dagli esprimibili (lektá).
La distinzione stabilita tra “eventi” ed “esprimibili” corrisponde sostanzialmente a quella moderna
tra “estensione” e “intensione”. Per comprenderne la differenza, prendiamo come esempio la
proposizione “Gli uomini sono mortali”. Da un punto di vista estensionale, essa viene interpretata
così: “L'insieme degli uomini è incluso nell’insieme dei mortali”. Da un punto di vista intensionale
viene invece spiegata così: “Il concetto di uomo comprende il concetto di mortale”. Gli Stoici,
ritenendo che la proposizione in sé non abbia alcun corrispondente reale (al contrario dei suoi
termini), ma sia solo un lektón cioè un esprimibile, scelsero per la loro logica un’interpretazione
intensionale.
La logica stoica superò nettamente l’analitica aristotelica, creando praticamente un campo nuovo
con lo studio della proposizione (chiamata axíoma). La sua caratteristica fondamentale è quella di
poter essere vera o falsa, ovvero di poter “essere valutata”.
Secondo una prima distinzione fondamentale, le proposizioni sono:
 semplici e
 complesse.
Semplice è la proposizione che contiene solo un predicato (per esempio “è giorno”), complessa è
quella costituita dal collegamento di più proposizioni tramite connettivi logici (per esempio “è
giorno e piove”). Ovviamente, i connettivi possono unire proposizioni a loro volta complesse.
Ora, la loro intuizione fondamentale fu che i connettivi logici (per es. non, e, o, se ... allora, ecc.)
dovessero essere considerati operatori come, per esempio, i comuni operatori aritmetici (+, -, x, /).
Mentre però questi ultimi operano su valori numerici, i connettivi logici operano sui valori di
verità che le proposizioni possiedono in quanto lektá.

La fisica stoica
La fisica stoica prese le mosse dall’individuazione di due princìpi nell’universo:
 una materia senza qualità e
 una causa che la pervade dandole forma e vita; questa causa viene identificata con la ragione
universale (il logos cosmologico) e con il dio supremo.
59

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


Anche il secondo principio è però “corporeo” (solo i corpi possono avere effetti su altri corpi), ed è
interpretato come una mescolanza armonica di aria e fuoco, della quale le singole anime dei
viventi sono una parte. Il concetto di “incorporei” venne riservato solo ad alcune realtà che, pur
non agendo, erano secondo la scuola stoica, la condizione per l’esistenza e l’agire dei corpi: si
tratta del tempo, dello spazio, del vuoto (concepito, diversamente dall’atomismo, come un
infinito spazio vuoto situato solo all’infuori del mondo).
Infine per gli Stoici la catena delle cause che lega ogni evento era atta a sostenere l’idea del fato (o
con altro termine provvidenza), che guida l’universo attraverso infiniti cicli di nascita e
dissoluzione. tipica dello stoicismo. Ciò che accade è indissolubilmente determinato dalla catena
delle cause, nulla avviene a caso e senza una causa determinante. Tale idea del fato ha tuttavia
anche una stretta connessione con la “.

Schematizzando dunque la fisica stoica è di fatto materialista e si basa sull’ammissione di due


princìpi:
 uno attivo, il lógos, e
 uno passivo, la materia.
Il lógos è inteso dagli Stoici con una doppia valenza:
 come fuoco o “pneuma” (soffio caldo), ossia come principio naturale vivificatore del
mondo (essendo la vita legata al calore)
 come forma delle cose, cioè come il principio che rende conoscibili, e dunque in sé
razionali, le cose.
Questa doppia valenza del lógos determina alcune conseguenze importanti:
1. il mondo, poiché è costituito e retto dal fuoco - lógos, subirà ciclicamente una distruzione per
conflagrazione, e poi si riformerà sempre identico infinite volte;
2. il cosmo è paragonabile a un grande vivente in cui tutte le parti sono solidali;
3. il lógos (inteso come ragione insita nelle cose), domina ogni avvenimento, sicché da un lato tutto
è razionale, dall’altro tutto è rigidamente determinato;
4. il lógos stesso si configura come principio divino e quindi determina una chiara concezione
panteistica. (E’ dunque un logos cosmologico). Lo spirito divino assume in progressione quattro
forme : Coesione (héxis), natura (phýsis), anima (psyché), anima razionale (psyché logiké). Tra le
quattro forme di spirito, l’attenzione maggiore viene evidentemente dedicata dagli Stoici all’anima
razionale. L’affermazione della sua corporeità entrava in polemica con la concezione platonica e
aristotelica, e rivela l’influenza esercitata dalla tradizione medica, in cui la salute veniva
individuata nell’armonia della mescolanza dei diversi princìpi. Questa concezione di tipo
60

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


naturalistico, dedicava scarsa attenzione al problema dell’immortalità dell'anima. Al massimo
secondo la teoria della conflagrazione ciclica, prevedeva un ciclico riassorbimento nell’anima
divina del mondo, che rendeva secondario il problema di una sopravvivenza personale (la quale
comunque veniva sostenuta da Crisippo per le sole anime dei sapienti).

L’etica stoica
Il principio su cui si basa la morale stoica è detto “primo istinto” e corrisponde all’istinto di
autoconservazione, per cui ogni vivente ricerca ciò che giova alla sua natura e fugge ciò che le
nuoce. Siccome l'uomo è essenzialmente lógos, cioè ragione, egli dovrà ricercare quello che
incrementa la propria ragione, e cioè la scienza, e fuggire quello che la danneggia, cioè l'ignoranza.
Il bene e il male, la virtù e il vizio vengono pertanto definiti in termini di scienza e ignoranza
(intellettualismo etico), riproponendo così quella che era l’essenza del pensiero di Socrate. Inoltre
gli Stoici ridussero il piacere a una pura eventuale manifestazione della virtù, condannando senza
appelli la passione e proponendo come soluzione “l’apatia” (assenza di passioni); negarono valore
etico a ogni realtà che non fosse la virtù-scienza, dichiarando che la vita, la salute e la bellezza
erano indifferenti dal punto di vista morale (cioè né beni, né mali) e “preferibili” solo da un
punto di vista fisico e biologico. Per questo gli Stoici propugnano insieme all’apatia, anche la
condizione dell’ “Atarassia” (impertubabilità) cioè una condizione di imperturbabilità dello
spirito che permette di rimanere tanto distante dal dolore quanto dal desiderio Tutte le virtù
sono ridotte a una: la scienza dei beni e dei mali, e la virtù viene ritenuta sempre identica in tutti
gli esseri razionali, uomini e dei.
In questa visione stoica, rientra anche la concezione del suicidio. Infatti il rifiuto della vita
rappresenta per un vero stoico, la conclusione ultima di quel processo di affrancamento da ogni
attrattiva delle cose in cui lo stoicismo vede la libertà. Questa convinzione entrerà più tardi
prepotentemente nella visione etica della cultura romana. L’influenza dello stoicismo infatti
indusse gli antichi romani a considerare il suicidio un’azione legittima, talvolta ritenuta degna
d’onore. Cicerone ad esempio, rifiutò l'aiuto dei suoi schiavi che volevano proteggerlo, preferendo
offrirsi ai suoi sicari. Seneca si suicidò rifiutando gli orrori della politica di Nerone che lui stesso
aveva contribuito ad educare. L'indifferenza per la vita dunque trovò un’espressione completa nel
suicidio stoico, non a caso furono molti quelli che condannati a morte, preferirono suicidarsi,
mantenendo fino all'ultimo la dignità e il controllo di sé.

Notizie biografiche sui principali artefici dello stoicismo

Zenone: Cizio (Cipro) 332 , Atene 261 a.C.

61

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


Giovane mercante fenicio, giunse casualmente ad Atene nel 310. Qui conobbe il filosofo cinico
Cratete, che gli trasmise costumi austeri e la concezione della razionalità come fondamento
dell'etica. Forse già durante i suoi anni di discepolato compose laRepubblica, in cui veniva
presentato il quadro ideale di una città di saggi. Dopo aver ascoltato anche filosofi megarici e
accademici, intorno al 300 Zenone iniziò ad insegnare presso il «portico dipinto» (stoá poikíle). Da
esso prese il nome la nuova scuola «stoica», che venne frequentata da molti giovani e godette di
grande stima ad Atene. I titoli delle sue opere (una quindicina), delle quali sono conservate solo
poche citazioni, accanto a temi etici testimoniano anche interessi di carattere fisico e letterario.

Cleante: Asso (Troade) 311, Atene 231 a.C.

Soprattutto grazie alla fedeltà all'insegnamento del maestro Zenone ne fu il successore nella
direzione della scuola stoica. Dei suoi numerosi scritti (ci è rimasto un catalogo di una cinquantina
di opere) è conservato interamente solo un celebre Inno a Zeus, che testimonia tra l'altro la sua
simpatia per la poesia come veicolo della filosofia.

Crisippo Cilicia 277, Atene 304 a.C.

Buona parte della sua opera fu dedicata ad approfondire e difendere le dottrine


stoiche dalle contestazioni dei filosofi accademici (di orientamento scettico) e ad
integrarle con una raffinata logica, ispirata soprattutto dallo studio dei filosofi
megarici. Tutto ciò giustifica la fama di secondo fondatore della scuola stoica che egli godette fin
dall'antichità. Metodico e laborioso, fu autore di numerosissimi scritti (più di 700, di cui oltre 300
sulla logica), ammirati per la completezza ma criticati dagli avversari per la ripetitività e la scarsa
eleganza letteraria. Di essi rimangono solo frammenti e testimonianze.

(B)

L’Epicureismo

L'Epicureismo è una corrente filosofica diffusa dalla scuola di Epicuro tra il IV ed il III sec. a.C.

62

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


Cenni biografici
Epicuro nacque nel 342 a.C., nell’isola di Samo, figlio di
un maestro di scuola e di una maga; il nome Epicuro significa “colui che
soccorre”, uno degli epiteti del dio Apollo . Frequentò una
scuola platonica, poi quella democritea sulle coste dell’Asia Minore.
All’età di 32 anni, dopo avere già elaborato una sua dottrina, fondò la sua
scuola, prima a Mitilene, successivamente ad Atene nel 306. Acquistata
in seguito una casa ad Atene, vi stabilì la sua scuola. La casa era dotata di
un giardino, da cui derivò il nome di “filosofia del giardino” dato
all’Epicureismo. La scuola fu frequentata dai discepoli, anche donne e
persino da schiavi, tutti seguivano le lezioni del maestro e vivevano,
come lui, con uno stile sobrio e frugale, in un clima di uguaglianza
democratica, qualunque fosse la condizione sociale di appartenenza.
Infatti Epicuro fu uno dei primi filosofi a teorizzare la sostanziale uguaglianza fra gli esseri
umani. Epicuro morì ad Atene del 270 a.C.

Opere
Dei numerosi testi scritti da Epicuro ci è giunto ben poco. Sappiamo da autori latini che si
interessarono alla sua dottrina, che aveva scritto trattati di alto livello scientifico, per affrontare in
modo sistematico lo studio della natura come “Degli Atomi e del vuoto” e in particolare il “Della
Natura” andato perduto, come anche il “Del Criterio” sulla logica. Ci restano tre lettere e varie
raccolte di frammenti, materiale a carattere divulgativo, come dice lo stesso Epicuro, il che rende
difficile una ricostruzione completa della sua dottrina.

La filosofia epicurea
La filosofia della scuola del “giardino”, entrò in polemica con le dottrine Socratico-Platoniche e
con quelle dell’Aristotelismo, ma anche con lo Stoicismo, l’altra grande scuola ellenistica
contemporanea, che stava iniziando a diffondersi.
La dottrina epicurea, inserita nel clima culturale ed etico dell’Ellenismo, rispose al forte senso di
delusione politica seguita alla caduta della democrazia ateniese che subordinò tutta la ricerca
filosofica all’esigenza di garantire all’uomo la tranquillità dello spirito.
Epicuro seguì un metodo di indagine filosofica tripartito in: A) logica o “canonica”, B) fisica ,
C) etica, nella convinzione che una ricerca scientifica adatta ad investigare le cause del mondo
naturale, avesse lo stesso fine della filosofia cioè:

63

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


 Liberare gli uomini dal timore degli dèi, dimostrando che per la loro natura perfetta, essi
non si possono e devono preoccupare delle faccende degli uomini (visti come esseri
imperfetti).
 Liberare gli uomini dal timore della morte dimostrando che essa non è nulla per l’uomo,
affermando che “quando ci siamo noi, non c’è la morte, quando c’è la morte non ci siamo
noi”.
 Dimostrare l’accessibilità del limite del piacere, ossia la facile raggiungibilità del piacere
stesso (inteso come uno stato di tranquillità ed appagamento dell’animo).
 Dimostrare la lontananza del limite del male, cioè la provvisorietà e la brevità del dolore.
(Epicuro infatti divise il dolore in due tipi: quello sordo, con cui si convive, e quello acuto,
che passa in fretta).

A)LA LOGICA O “CANONICA”

Attraverso l’indagine logica Epicuro elaborò un criterio di verità, una regola o canone che doveva
servire all’uomo per orientarsi nella ricerca del piacere, inteso come il raggiungimento della
tranquillità dello spirito. Essa è dunque la teoria della conoscenza.

In una delle tre lettere pervenuteci, la “Lettera ad Erodoto”, Epicuro ebbe modo di sottolineare uno
dei concetti fondamentali della sua dottrina: come fosse importante avere un modello di
riferimento ed una metodologia con la quale inquadrare i fenomeni studiati. Secondo lui
questo era possibile solo se si fosse ridotto il complesso della dottrina in elementi e definizioni
semplici.
Egli affermò questa fase di riduzione semplificatrice, come una fase preliminare alla ricerca
stessa, e la definì: “canonica”, cioè “scienza del canone” adatta ad indicare i princìpi fondamentali
del pensare e dell’agire.
La definizione deriva infatti dalla parola “canone” (dal greco “kanon” : canna, termine che indicò in
origine la canna usata come regolo dagli artigiani per misurare). La “canonica” epicurea quindi
si prefiggeva di stabilire le regole del pensare.
Riflettendo sulle regole della logica aristotelica, Epicuro le considerò come semplici parole, del
tutto inutili nell’elaborazione di una teoria fisica , secondo lui invece sarebbe stato molto più logico
ricorrere all’esperienza sensibile, tradotta appunto in canoni, ovvero riportata ad un “modello” che
sarebbe divenuto la base di una scienza della natura.
Questo concetto di modello si può considerare oggi, addirittura la base della scienza moderna,
prima ancora del modello sperimentale di Galilei; si usa per spiegare la realtà, ma non è la realtà:
cioè un fenomeno può essere spiegato da un modello, ma non è il modello; addirittura un fenomeno
potrebbe essere spiegato con diversi modelli, l’importante è che i diversi modelli siano in accordo
con i dati sperimentali.
64

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


Secondo Epicuro il criterio che conduce alla verità, è costituito da tre vie:

La via delle sensazioni,

La via delle anticipazioni

La via delle emozioni.

 Le sensazioni costituiscono il primo criterio di verità perché derivano dalla verità stessa. Le
sensazioni, infatti, si formano dalle immagini (in greco “eìdola”) delle cose e queste si
creano da un flusso costituito di atomi che si staccano dalle cose stesse (questi atomi sono
detti “simulacra”: si tratta di pellicole atomiche che si distaccano continuamente dai corpi
conservandone la configurazione, che toccano gli organi di senso del soggetto percipiente, in
particolare la vista.). Le sensazioni, dunque, derivano direttamente dalle cose e ne sono parte
integrante. Dunque sono vere. Questo concetto è definito “Sensismo” ed è il principio per il
quale la sensazione è criterio di verità e, quindi, di bene (che poi si identifica con il piacere).
 Le anticipazioni sono concetti formati da una moltitudine di sensazioni ripetute, e
costituiscono gli schemi della nostra mente, funzionando sia come un riassunto della
memoria in merito alle esperienze mentali, sia come anticipazioni di quelle future. Nel
processo conoscitivo dunque, questa anticipazione delle future conoscenze originata dalle
particolari esperienze sensibili fatte in passato e di cui conserviamo il ricordo che
applichiamo ai dati empirici in atto, costituisce la prolessi. Epicuro ritenne che la sensazione
ricavata con la prolessi di per sé fosse sempre vera (ad esempio un ramo che immerso
nell’acqua appare spezzato), l’errore dipende dal giudizio successivo che le si potrebbe
attribuire. I concetti, derivati dalle sensazioni (primo criterio di verità), insieme alle
sensazioni stesse, sono la base del criterio fondamentale della verità (ad esempio: un
bambino deve imparare che cosa sia il fuoco la prima volta che lo sente. Impara dunque la
sensazione del caldo, di pericolo e di paura. Dopo che avrà visto più fuochi, e li avrà
“sentiti” tutte le volte, imparandoli a memoria, non solo non avrà più bisogno di sentirlo
tutte le volte direttamente, perché ne avrà introiettato il concetto, ma potrà anche
anticiparlo).
 L’emozione consiste nel dolore e nel piacere e costituisce la norma per la condotta pratica
della vita. Questa, pur non rientrando nel campo della logica, costituisce il terzo criterio
della verità.

Secondo l’Epicureismo, le sensazioni ed i concetti non possono essere fonti di errori perché non
possono essere né confermati né confutati, servono invece a far maturare nell’uomo
un’opinione (la “doxa”) che può essere confermata come vera se è confermata dalle testimonianze
dei sensi. In questo meccanismo dunque, il ragionamento si trova ad essere in stretta connessione
65

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


con i fenomeni percepiti e ha lo scopo di estendere la conoscenza anche a ciò che risulta in un
primo ordine di considerazioni oscuro alla sensazione stessa.

B)L’ATOMISMO E LA FISICA
Epicuro nell’indagine sulla fisica, riprende la teoria atomistica di Democrito, secondo la quale
l’entità fondamentale della materia, cioè l’atomo, esiste da sempre. Epicuro introduce però una
novità: egli non prende più in considerazione la forma degli atomi ma il loro peso. Per lui, gli atomi
indeterminati nel numero ma comunque finiti, si muovono eternamente per il loro stesso peso
seguendo un percorso rettilineo per linee parallele in un vuoto a sua volta infinito.
Poiché questa concezione avrebbe comportato l’impossibilità per gli atomi di incontrarsi e di
aggregarsi nei corpi, Epicuro introduce allora nella sua teoria, il fenomeno della deviazione (la
parenklisis: inclinazione; in latino clinamen). Una deviazione casuale che intervenendo nella
caduta in verticale degli atomi, li farebbe deviare dal loro percorso verticale, determinando
così collisioni in base alle quali questi atomi possono aggregarsi originando i corpi estesi.
Dunque la concezione della fisica epicurea è meccanicistica, perché si avvale esclusivamente del
principio del movimento dei corpi per spiegare tutto ciò che è fisico, movimento determinato
unicamente dalla necessità intrinseca alla materia di muoversi. Viene escluso, quindi, ogni possibile
principio di finalismo. Ne deriva che tutto ciò che esiste, per gli Epicurei, non può che essere
corpo, dal momento che solo il corpo può agire o subire un’azione. Il vuoto (unico “non corpo”)
è considerato necessario al movimento dei corpi, ma proprio per la sua natura incorporea è passivo,
non agisce, non subisce.
Da ciò consegue che Unione di corpi significa vita, Disgregazione di corpi significa morte.
Partendo da questa teoria degli atomi, Epicuro ritenne che anche il linguaggio avesse aspetti naturali
ed insieme convenzionali.
Infatti egli pensò che, come accade per i corpi che sono diversi a seconda degli atomi che li hanno
formati, così dall’incontro di “atomi linguistici”, che esistono per natura e che sono gli stessi per
tutti gli uomini, potessero nascere i diversi linguaggi che si formano per convenzione.
In particolare egli riteneva che ogni sensazione si potesse esprimere in un suono, in “soffio che
batte”. In base alle varie situazioni in cui gli uomini “soffiano” gli atomi linguistici, si
verificherebbero i diversi suoni che, convenzionalmente, formano nomi che sono diversi pur
provenendo dalle stesse sensazioni. Secondo Epicuro quindi, non esistono linguaggi inferiori come
espressione di mancata civilizzazione, non ci sono lingue “barbare” ma queste sono tutte
rappresentazioni della stessa razionalità che è alla base dei differenti modi convenzionali di
esprimersi degli uomini.

66

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


C) L’ETICA ED IL SEMIATEISMO
Altro principio fondamentale della filosofia di Epicuro, è la convinzione del semiateismo in base
alla quale gli dèi esistono, ma sono completamente indifferenti al corso delle vicende terrene, e non
hanno alcun interesse a governare il mondo materiale. Essi si trovano negli “intermundia” (gli
spazi che si trovano tra i molti mondi esistenti), ma dobbiamo ammetterne l’esistenza dal momento
che l’uomo ne ha l’immagine mentale (Come abbiamo visto nella “Logica”, riferendoci al criterio
di verità della prolessi, affinché ci sia una rappresentazione nella mente umana, è necessario che
essa esista. Dunque se la nostra mente può rappresentare gli dei, essi esistono); inoltre, essi
sono antropomorfi, perché la forma dell’uomo, secondo gli Epicurei, è la più perfetta e razionale. In
questa situazione, basandosi sul concetto dell’atomismo, Epicuro afferma che l’anima è un
composto materiale di atomi che si diffonde nel corpo. Gli atomi dell’anima avrebbero tuttavia
una forma differente dagli altri, più sottile e rotonda per corrispondere meglio allo stato di
incorporeità dell’anima.
Per gli Epicurei la felicità è piacere: tuttavia se il piacere è generato da movimento si identifica
con uno stato di gioia; se è stabile genera assenza di dolore. Epicuro definisce due possibili
condizioni:
 l’aponia
 l’atarassia
L’aponia consiste nella totale assenza di dolore, mentre l’atarassia è la totale mancanza di
turbamento. Entrambe le condizioni sono eticamente accettabili e costituiscono la vera felicità.
Queste si raggiungono solo se si seguono quelli che gli Epicurei definiscono “bisogni naturali” (per
esempio, il nutrirsi). La limitazione qualitativa e quantitativa dei piaceri è il problema stesso della
virtù etica, in quanto segno evidente della condizione umana. Proprio per questo i piaceri si
dividono in:
 naturali necessari (come, per esempio, il mangiare),
 naturali non necessari (come il mangiare troppo)
 vani, cioè né naturali né necessari (ad esempio, l’arricchirsi)
I primi devono essere assecondati, i secondi possono essere concessi ogni tanto, mentre i terzi
devono essere assolutamente evitati.

(C)

Lo Scetticismo
67

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


Lo Scetticismo antico è stato un indirizzo di pensiero, piuttosto che una scuola vera e propria. Le
basi del pensiero scettico si riconoscono già nella scuola dei Sofisti, in Socrate e, in parte, nello
stesso Platone. Il termine “scetticismo” deriva dall’aggettivo greco “skeptikos”, detto di colui che
osserva, che riflette. Nella sua ispirazione originaria, quindi, il termine suggerisce l’idea di un
ricercatore che attentamente studia un oggetto per coglierne tutti gli aspetti.

In senso più specifico, tuttavia, il termine “scetticismo” è passato a indicare nella filosofia greca
quelle correnti di pensiero che non ritengono possibile per l’uomo giungere alla conoscenza della
verità (di alcuna verità). Esaminata la capacità umana di conoscere le cose nella loro vera realtà, lo
scettico arriva alla conclusione che così ampia è la possibilità dell’errore da lasciar dubitare che
qualsiasi conoscenza possa mai essere sicura. Così in età ellenistica, lo Scetticismo, partito dalla
stessa esigenza di ricerca e di riflessione sulla realtà delle altre scuole filosofiche, si differenzia da
esse perché finisce col rifiutare ogni costruzione teorica. Tutte le filosofie sono ai suoi occhi
incerte, tutte le tesi dubbie e poco solidamente fondate. Gli scettici finirono così per azzerare la
filosofia come discorso filosofico, e mantenere soltanto una rigorosa pratica filosofica di vita.

Le opere
Le opere dei grandi filosofi dello Scetticismo antico sono andate in gran parte perdute. La nostra più
importante fonte di conoscenza sono gli scritti di Sesto Empirico (180-220 d.C.), medico e filosofo
greco che ha sistemato con lucidità e coerenza gli argomenti della tradizione scettica, ormai
secolare al tempo in cui egli scrive (vedi § successivo).

Le premesse per un atteggiamento scettico erano già presenti nella filosofia presocratica, e negli
stessi Socrate e Platone. Il tema dell’impossibilità della conoscenza piena della verità ricorre, ad
esempio, anche in Eraclito. Parmenide poi indicò nei sensi, una fonte di conoscenza contraddittoria,
incapace di cogliere la realtà nella sua vera essenza: fonte di opinione, piuttosto che di verità.

Una tradizione accademica ormai consolidata, suddivide lo Scetticismo in tre periodi:

Pirronismo,

1. Scetticismo della Media Accademia,


2. Neoscetticismo, o Scetticismo fenomenista.

Il Pirronismo

68

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


Possiamo affermare che il fondatore di questo indirizzo di pensiero, sia stato Pirrone di Elide
(vissuto circa tra il 365 e il 275 a.C.). Come Socrate non lasciò opere scritte pertanto la sua dottrina
è solo parzialmente nota grazie a testimonianze posteriori, che lo descrivono come un filosofo non
tanto per i suoi insegnamenti, quanto per il modo molto singolare in cui visse. E’ possibile che parte
del suo pensiero abbia subìto l’influenza della saggezza Orientale con cui venne in contatto avendo
partecipato alla spedizione di Alessandro in Persia, giungendo fino in India, dove forse Pirrone
vide i saggi indù portare a manifestazioni estreme quegli ideali di vita che, nello stesso periodo, la
filosofia greca stava elaborando nel passaggio tra l’età classica e l’Ellenismo: in primo luogo la
ricerca della imperturbabilità di fronte all’accadere degli eventi.

Per lui fu dominante l’idea che tanto i sensi quanto la ragione non fossero in grado di farci
conoscere alcuna verità: egli affermò l’impossibilità di conoscere una realtà sempre contingente e
mutevole; secondo Pirrone, al saggio, perciò non restava che l’ “aphasía”: restare come muto e
rinunciare ad ogni affermazione qualificante.
Secondo Pirrone, conosciamo il mondo esterno attraverso sensazioni che ci danno informazioni di
diversa natura. Per esempio, se assaggiamo un cibo dolce, tendiamo ad affermare che esso è dolce,
ma tutto quello che possiamo dire è soltanto che noi lo sentiamo dolce. Tendiamo quindi ad
applicare al mondo oggettivo a noi esterno, delle informazioni che hanno una natura soggettiva, e
questo implica un passaggio che ha incerto fondamento. Pirrone non contesta che il cibo abbia un
sapore dolce. Contesta invece, che su questo fondamento sia possibile affermare senz’altro qualcosa
sulla sua natura. Infatti i nostri sensi possono ingannarsi, le informazioni possono non essere
sufficienti, il nostro giudizio (“è dolce”) può essere affrettato. Ulteriori esperienze potrebbero
mostrarci che ci ingannavamo: non vi sono situazioni in cui possiamo essere certi oltre ogni
ragionevole dubbio che alla nostra sensazione soggettiva corrisponde un’eguale realtà oggettiva.
A questa idea il saggio doveva rimanere fedele senza mai concedere a nulla il proprio assenso.
Poiché in queste condizioni non può esistere conoscenza, ne consegue che anche il comportamento
pratico del saggio, che discende dal sapere, dovrà basarsi sull’assenza di ogni specifica azione
considerata buona “in sé”; infatti da un punto di vista etico e politico, secondo Pirrone il saggio
quindi non doveva costruire la propria vita sulla certezza del proprio sapere. Questo non significava
rinunciare a darsi regole di comportamento o rinunciare alla saggezza. Significava solo rinunciare
alla pretesa di farlo sul fondamento di una conoscenza certa delle cose. Lo si sarebbe dovuto fare
tenendo a mente che tutte le conoscenze umane sono incerte.
Ne deriva la sospensione di ogni giudizio (in greco “epoché”), il non aderire cioè, ad alcuna
scuola filosofica e il non professare alcuna verità. Ogni verità è incerta e quindi il saggio si astiene
dal dare giudizi.
L’esercizio razionale della filosofia consisterà allora nell’abituarsi a vedere l’aspetto nascosto delle
cose, l’altro volto delle apparenze, finché tutto ci appaia equivalente, perché appunto tutto è solo
apparenza.

69

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


Il filosofo dunque si eserciterà nella tecnica, messa a punto dai sofisti, degli opposti discorsi:
discorsi cioè in cui le opinioni su un unico argomento sono elencate facendo emergere la loro
contraddizione, e ne deriva dunque la sostanziale equivalenza di ogni opinione. Questo metodo
serve a indurre l’interlocutore, e sé stessi, a essere senza opinione.
Il saggio deve scegliere la via del silenzio di fronte alle opinioni vane degli uomini, e anche di
fronte all’inconoscibile, e quindi incomprensibile, realtà. In questo modo il saggio sarà in grado di
conseguire l’ “atarassia” ovvero l’imperturbabilità, la capacità di non farsi coinvolgere in passioni
e sentimenti, e attraverso questa imperturbabilità raggiungerà la felicità, che è il fine di ogni
percorso filosofico.
Secondo Pirrone, l'essere umano non è in grado di cogliere la “physis” (la fisica delle cose), così lo
scetticismo propone uno stile di vita per dare comunque un significato all’esistenza umana.
affermando che chi vuole essere felice deve considerare:
 quale sia la natura delle cose,
 come noi dobbiamo disporci di fronte ad esse,
 quali siano le conseguenze di questa disposizione.
Rispetto al primo problema, Pirrone affermava che le cose sono ugualmente indifferenti,
immisurabili e indiscriminabili. Ma ad essere indifferenti sono le cose in sé stesse, oppure è così che
si presentano a noi a causa dei nostri strumenti conoscitivi inadeguati? Molto probabilmente Pirrone
deve essere interpretato nel primo senso: come uno che sa che le cose sono in sé indifferenti,
immisurabili e indiscriminabili, come uno che sia riuscito a conoscere in qualche modo la natura del
divino e del bene e di fronte a questa esperienza, che non si può verbalizzare o concettualizzare, gli
enti perdono di significato e di spessore.
Si tratta, quindi, di uno scetticismo “relativo”, non assoluto: una verità assoluta viene colta, ma è
incomunicabile.
Gli uomini, in disaccordo tra loro, dibattono sul futuro, sugli dèi, sulla vita ultraterrena, sui doveri,
sui compiti della vita; tutte cose sulle quali non possiamo sapere niente. Aderire all’una o all’altra
tesi significa vivere nella confusione e non saperlo neppure. Il saggio vive “immune da confusione”.
La disposizione corretta di fronte alle cose è dunque quella di un distacco teoretico e pratico.
Conseguenze sono appunto l’aphasia (a livello teoretico, è l’atteggiamento scettico più coerente) e
l’atarassia (a livello pratico: pace interiore come conseguenza dell’indifferenza)
Lo Scetticismo è perciò un indirizzo di pensiero pragmatico, che guarda alla realtà e ne trae i
pochi elementi certi ed utili per impostare un orizzonte anti-dottrinario e condurre la propria
esistenza in modo imperturbabile e indifferente alle emozioni della contingenza.
Ciò non comporta affatto la negazione dell’esistenza stessa del mondo reale, ma piuttosto che
le teorie su di esso non possono pretendere di spiegarne la natura profonda.

70

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


Pirrone fu una figura così importante per lo scetticismo che gli scettici sono stati spesso chiamati
“pirroniani”.
Tuttavia dopo di lui non vi fu continuità di pensiero. Solo Timone di Fliunte proseguì nel percorso
portando avanti tuttavia quanto Pirrone aveva afferrmato. Infatti giunse ad affermare che noi
conosciamo solo l’apparenza delle cose, quello che i nostri organi di senso ci permettono di
percepire, ma non delle cose stesse, ed è un’interpretazione soggettiva e non fondata in modo certo
dire che le cose sono come appaiono. È vero che questa convinzione può a volte essere verificata
con l’esperienza, ma tutte le esperienze possibili riguarderanno sempre ciò che appare, mai ciò che
è: potremo quindi soltanto verificare sensazioni precedenti con sensazioni successive, mai la
sensazione con la cosa stessa. Dunque: gli oggetto percepiti sono realmente come appaiono?
Timone ci ha inoltre lasciato molte importanti testimonianze su Pirrone e sulle sue teorie, ma dopo
di lui non si ha notizia di una scuola pirroniana.

Lo Scetticismo della Media Accademia


Arcesilao e Carneade.

In questa sua seconda fase, lo scetticismo assunse posizioni più radicali: i filosofi che difesero
questa posizione sostennero l’inesistenza di ogni principio di conoscenza o verità. Tra il III e il
II sec. a.C., all’interno dell’Accademia platonica, si sviluppò un indirizzo scettico basato sul
pensiero di due suoi esponenti: Arcesilao e Carneade. L’Accademia non derivò i motivi scettici da
Pirrone, piuttosto li riprese dalla tradizione socratico -platonica. Al contrario dell’indirizzo
pirroniano che si sviluppò in modo autonomo, lo scetticismo dell’Accademia si sviluppò dunque
all’interno di un’importante istituzione, parallela a quella delle altre scuole ellenistiche. I suoi
interlocutori furono quindi gli altri filosofi e gli allievi: la ricerca fu sempre condotta in forma di
dialogo e in opposizione con le altre scuole filosofiche del tempo.
Arcesilao intorno al 265 a.C. divenne scolarca dell’Accademia e fu uno dei principali esponenti
dello scetticismo della Media Accademia. Egli negò la possibilità di qualsiasi conoscenza vera
come sostenevano gli stoici, secondo i quali noi riceviamo dagli oggetti una sensazione che
produce una rappresentazione alla quale l’uomo dà razionalmente il suo assenso. Il suo scetticismo
derivava dal metodo dialettico di ricerca della verità proprio della scuola platonica, un metodo che
portava a progressive acquisizioni, ad un sapere che non giungeva però mai ad essere conclusivo.
Era stato lo stesso Platone, infatti, a parlare del filosofo come amico della sapienza piuttosto che
come sapiente e a sottolineare l’incertezza di ogni forma di conoscenza della realtà fisica. Arcesilao
contestò dunque la concezione di una vera e completa conoscenza, poiché la rappresentazione a suo
giudizio, traeva origine da un evento sensibile, per sua natura contingente, a cui l’assenso razionale
dell’uomo va applicato in modo automatico e acritico.

71

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


Egli riprese la visione socratica della filosofia come ricerca della saggezza ed ammettendo in
modo netto i limiti della conoscenza umana. Nel suo pensiero era il metodo ad essere importante,
non la dottrina: Arcesilao lasciava infatti che il suo interlocutore parlasse per primo su una data
questione e quindi argomentava in difesa della tesi opposta, consentendo che in seguito l’altro
difendesse la sua opinione come meglio poteva. Lo scopo era quello di far emergere in uguale
misura, entrambe le ragioni in favore delle due tesi e di indurre perciò a liberarsi dalle opinioni,
senza aderire all’una o all’altra. La sospensione non era per lui quindi un momento della ricerca che
preludeva alla costruzione del vero sapere, ma era il risultato stesso della ricerca filosofica.
Per Arcesilao, quindi,
la saggezza non consisteva nel possedere la verità e nell’adeguamento della condotta di vita ad
essa, quanto nella libertà dall’errore. Il filosofo era innanzi tutto un dialettico,
Carneade, (219-129 a.C.), anch’egli scolarca dell’Accademia oltre un secolo dopo, allargò la
critica di Arcesilao a tutti i sistemi filosofici, non solo a quello stoico: per lui non esisteva alcun
criterio assoluto di verità, né la via empirica, né la via razionale, né l’unione delle due.
Secondo Carneade, affinché un giudizio possa essere vero, deve soddisfare certe condizioni, e
Carneade mostrò che tali condizioni non possono mai essere pienamente soddisfatte. Esistono però
diversi gradi di certezza di un giudizio, e il filosofo può costruire una teoria per definire il
maggiore o minore grado di “probabilità” (letteralmente “ciò che è attendibile”, “ciò che è
persuasivo”). Il grado crescente di persuasività di una rappresentazione
avviene grazie a tre momenti:
1) l’evidenza, per cui in condizioni di scarsa visibilità, per esempio, non é opportuno fidarsi della
sola vista.
2) La rappresentazione non deve essere contraddetta da altre rappresentazioni.
3) l’esame o il controllo di ciascuna rappresentazione in ogni sua parte, come farebbe un giudice.
Questi gradi vanno rispettati in successione ed é sulla loro base che il filosofo scettico avrebbe
dovuto orientare la propria condotta
In effetti l’uomo si comporta così nella vita pratica. Carneade partì proprio dall’esperienza di ogni
giorno e affermò che: “è un fatto di esperienza quotidiana che noi distinguiamo tra cose che ci
appaiono con nitidezza e altre che ci appaiono meno nitide” . Affinché un giudizio possa essere
vero deve soddisfare certe condizioni, e Carneade dimostrò che non possono mai essere pienamente
soddisfatte. In altre parole, noi operiamo nella pratica seguendo un criterio di gradi di
attendibilità.

In seguito, a partire dal I sec. a.C. e fino al II sec. d.C., diversi filosofi indipendenti come
Enesidemo e Sesto Empirico, si richiamarono direttamente alla tradizione pirroniana, per
sottolineare l’esigenza di uno scetticismo radicale (è il cosiddetto “neopirronismo”).

72

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


In questa fase la filosofia dell’Accademia (che ormai non esisteva più come scuola organizzata) era
considerata piuttosto come una forma moderata di scetticismo: più come uno strumento per
esaminare le tesi filosofiche e porre in crisi la convinzione di essere nel vero (alla maniera di
Socrate), piuttosto che uno sguardo sulla realtà, con la consapevolezza della nullità del nostro
sapere. Sesto Empirico infatti, giudicherà gli Accademici sono solo in parte scettici, perché
distinguevano, ad esempio, il probabile dal non probabile.

La tradizione filosofica antica connette poi il neopirronismo di Enesidemo, Sesto Empirico ed


altri ad una corrente della medicina del tempo, la medicina empirica. Questi medici, infatti,
rifiutavano le teorie razionaliste della medicina greca e si richiamavano soltanto all’esperienza
diretta, negando valore ad ogni ipotesi clinica che non fosse fondata sulla più rigorosa fedeltà ai dati
empirici raccolti con cura. In effetti diversi scettici in questa età furono medici, ma è probabile che
non si vada oltre alcune caratteristiche comuni di pensiero.

Anche nella filosofia moderna lo scetticismo tornerà, soprattutto come atteggiamento di fondo,
sicché è possibile dire che lo scetticismo non è stato soltanto un indirizzo della filosofia greca, ma
un indirizzo della filosofia in ogni tempo.

Vediamo ora il terzo momento storico dello Scetticismo:

Il neoscetticismo, o scetticismo fenomeni sta


Enesidemo di Cnosso (circa 80 a.C. – circa 10 a.C.) e Sesto Empirico (II secolo d. C.) furono gli
esponenti di un ulteriore sviluppo dello Scetticismo antico.
Come appena accennato, essi radicalizzarono il loro scetticismo, affermando che nulla può essere
conosciuto in modo certo, né mediante la sensazione, né mediante il pensiero.
Enesidemo, già nel I secolo a.C. , aveva fatto rivivere una forma di scetticismo richiamandosi
all’antico insegnamento di Pirrone, in un’opera dal titolo emblematico:”Discorsi pirroniani”. Nella
quale aveva sostenuto che è impossibile conoscere le cause delle cose e farne delle possibili
derivazioni attraverso segni indicativi, ossia derivare da ciò che è evidente ciò che di per sé non è
tale, per esempio dal sudore che affiora sulla pelle l’esistenza di pori non percepibili. Enesidemo
aveva inoltre ravvisato dieci “trópoi” (modi), cioè dieci modi di argomentazione che conducevano a
sospendere il giudizio sulla verità o falsità delle tesi avanzate dai dogmatici come quellain base alla
quale ad esempio, la diversa costituzione degli individui, può causare percezioni differenti degli
stessi oggetti, così come le differenze di educazione o delle leggi danno luogo a diverse valutazioni
di ciò che è buono o cattivo, giusto o ingiusto.

73

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


Secondo Enesidemo, le condizioni per una conoscenza vera sarebbero tre:
 che esista una certa stabilità dell’essere, in grado di fondare i primi principi
 che esista il legame causa-effetto,
 che sia possibile una inferenza meta fenomenica (che cioè sia possibile andare oltre ciò che
appare, per cogliere qualcosa d’altro, di cui ciò che appare sarebbe un “simbolo”.

 Sesto Empirico (160 circa d.C. – 210 ) è stato un filosofo e medico ed uno dei maggiori
esponenti del tardo Scetticismo.
Dalle fonti antiche gli si attribuisce l’appellativo Empirico per
segnalare la sua appartenenza alla scuola medica empirica.
Soggiornò ad Alessandria, Atene e Roma. Le sue opere mediche
(comprendenti anche le Memorie mediche, le Memorie empiriche)
sono andate perdute, insieme a un trattato “Sull'anima”. Le opere
scettiche invece ci sono pervenute e comprendono:
le “Ipotiposi (o Schizzi) pirroniane”in tre libri (un compendio della
filosofia scettica); “Contro i matematici”in sei libri (contro coloro
che in generale detengono le diverse forme di sapere e pretendono di
possedere dottrine definitive e certe). Egli infine, fu protagonista di
una forte polemica verso la filosofia dogmatica dei secoli precedenti
in un’opera intitolata “ Contro i dogmatici” in cinque libri.
Sesto, chiarendo la posizione del proprio scetticismo all’interno del panorama filosofico, suddivise
tutte le correnti di pensiero precedenti al suo tempo e quelle contemporanee in:
 dogmatismo positivo (Stoicismo e Aristotele), che affermava la propria verità sulla natura
delle cose;
 dogmatismo negativo (Accademia media platonica, in particolare Carneade e altri seguaci),
che affermava dogmaticamente la non conoscibilità delle cose;
 autentico scetticismo (Sesto, Enesidemo, Timone, Pirrone)

Sesto cercò di mostrare le divergenze insanabili e le contraddizioni logiche alle quali tali dottrine
avevano dato luogo, anche nei casi in cui esse erano sembrate convergenti. Questo si era verificato
perché tutte le dottrine risultavano costruite su “dogmi”, ovvero su presupposti assunti come certi
ma che, appena analizzati dall’occhio critico dello scettico (che non faceva riferimento ai dogmi),
crollavano miseramente. A Sesto Empirico l’intera storia della filosofia appariva incapace di offrire
un criterio di verità che consentisse di scegliere una filosofia piuttosto che un’altra, generando in tal
modo un labirinto di filosofie, a cui ciascuno dava il proprio assenso in modo esclusivamente
74

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


dogmatico. In questa situazione si verificava secondo Sesto, l’impossibilità di privilegiarne una
dottrina piuttosto che un’altra, a causa dell’ “isoskenèia”(letteralmente: uguaglianza di forza), cioè
l’uguale peso delle tesi contrapposte. Solo con la sospensione del giudizio e in una condizione di
completa “ataraxia” cioè assenza di turbamento che ne deriva, il filosofo scettico può distruggere
tutte le argomentazioni, radicandosi nella vita ordinaria, uomo tra gli uomini: a differenza delle
dottrine filosofiche, la mentalità dello scettico non richiede giustificazioni. E in tal modo lo scettico
può realmente addivenire all’assenza di turbamenti, che è l’obiettivo ultimo della filosofia stessa.
Mentre il filosofo dogmatico è sempre teso a sostenere o perseguire qualcosa, ma da ciò gli deriva
un continuo turbamento, il filosofo scettico risulta come un guaritore non delle passioni che
attanagliano i più, bensì della malattia del dogmatismo che affligge i filosofi.

Fenomenismo: Il nuovo percorso su cui Sesto cominciò a lavorare per raggiungere questo
radicalismo scettico, fu quello del “Fenomenismo”. Il termine deriva dal greco “phainómenon”,
(ciò che si manifesta o appare) ed è la concezione per cui gli oggetti fisici non esistono in quanto
cose in sé, ma solamente come fenomeni percettivi o stimoli sensoriali (ad esempio il colore rosso,
la durezza o la sofficità, la dolcezza, ecc.) collocati nel tempo e nello spazio. Il fenomenismo come
concezione, risale ai Fisici pluralisti e a Democrito in particolare (vedi cap. precedenti): la teoria
atomistica degli effluvi fu la prima dottrina di tipo fenomenistico. Anche il Platonismo aveva
trattato una certa forma di fenomenismo della percezione sensibile che rimandava come una copia
all’originale, una copia con la quale in
realtà l’originale non coincideva affatto.
Tutte le dottrine ispirate al Platonismo
riproposero in qualche misura questo
aspetto del fenomenismo.

Secondo il pensiero scettico invece, la


continua ricerca e l’indagine dei
fenomeni conduceva il filosofo a non
poter scegliere quale fosse la verità
oggettiva e a non poter dare il proprio
assenso ad una particolare visione del
mondo, in quanto pensieri e fenomeni
tra loro contrapposti con uguale forza
persuasiva, quindi il filosofo scettico doveva per forza considerare i fenomeni così come gli
appaiono, evitando così le accuse di apraxia cioè di inattività, ma rimanendo consapevole che
questi fenomeni non sono altro che frutto della propria visione soggettiva, influenzata da
elementi contingenti, quali, ad esempio, la tradizione di leggi e le consuetudini.

75

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


Per Sesto Empirico, il fenomeno diventa dunque l’impressione sensibile del soggetto e, come
tale viene contrapposto all’oggetto cioè alla cosa diversa dal soggetto e ritenuta la causa
dell’attenzione sensibile del soggetto stesso.

Il Fenomenismo di Sesto, risulta fortemente legato al mondo empirico ed antimetafisico , per cui
non risolve in sé tutta la realtà ma lascia fuori di sé l’oggetto esterno, definito come “di fatto non
conosciuto”. Sesto procede su questa convinzione affermando che l’oggetto rappresentato è la
causa, l’oggetto quale è realmente costituisce l’effetto. L’oggetto dunque sussiste al di fuori del
soggetto, al di là del fenomeno.

(D)

IL NEOPLATONISMO

Con questa definizione si indica un indirizzo filosofico nato nella prima metà del III sec. d. C. nella
scuola di Alessandria fondata nel 232 dallo studioso Ammonio Sacca e conclusosi con la chiusura
della scuola filosofica di Atene nel 529. Questo indirizzo rappresentò l’estremo sviluppo
della tradizione platonica nel periodo ellenistico e i seguaci si definirono “platonici”.
“Neoplatonici” furono definiti più tardi dagli storiografi, per distinguere la loro dottrina dal
Platonismo più antico.

Il Neoplatonismo riassume in sé diversi altri elementi della filosofia greca, diventando la


principale scuola filosofica antica a partire dal III secolo. Sviluppatosi in pieno romano, il
neoplatonismo influenzò fortemente la filosofia del mondo imperiale occidentale, anche in ambito
cristiano, distinguendosi dal platonismo greco, rimasto legato alla dottrina tradizionale di Platone.

Nel Neoplatonismo confluirono molti influssi religiosi provenienti dalle regioni orientali
dell’impero, in una forma sincretistica tra aspetto mistico, astrologico e magico. Precedentemente il
Platonismo, aveva maturato già una visione del cosmo inteso come esplicazione dell’Uno cioè
dell’anima cosmica e si era concentrato sul carattere religioso dell’illuminazione intellettuale.
Questi concetti divennero lo spunto maggiore del Neoplatonismo ellenistico, che trovò in Plotino il
suo massimo rappresentante.

76

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


Per comprendere meglio le motivazioni di questo indirizzo filosofico, dobbiamo sottolineare il
contesto storico/sociale/culturale in cui il Neoplatonismo si sviluppò, ovvero quel particolare
momento durante il quale uomini di origine romana e straniera, condivisero una profonda crisi
interiore strettamente legata alla decadenza e alla corruttela politica dell’impero morente(almeno
nella sua porzione occidentale), e cominciarono a provare un senso di caducità della realtà sensibile.
Nel tardo ellenismo infatti, grandi difficoltà e sconvolgimenti etnici, territoriali e politici, divennero
il preludio della caduta dell’Impero romano d’Occidente che, tuttavia, pur ai limiti della sua
esistenza, conservava ancora una grande vivacità e tradizione culturale grazie alla varietà di correnti
filosofiche e religiose da cui era caratterizzato, e soprattutto, grazie alla nascente diffusione del
Cristianesimo mescolato, come abbiamo accennato, con altri culti (specie orientali).

Le correnti del Neoplatonismo

Il Neoplatonismo fu caratterizzato dalla tendenza a rinnovare le concezioni del Platonismo e a


integrarle con tutto il tesoro di verità, ricavabile da ogni altra dottrina filosofica greca e dalle
molteplici esperienze religiose presenti nella cultura ellenica, riprendendo e sviluppando motivi
già apparsi nel platonismo medio e nel neopitagorismo: ecco perché questo indirizzo filosofico può
essere considerato come l’ultimo messaggio della filosofia greca.

Si può distinguere in tre correnti:

A. la prima orientata verso la speculazione metafisica,


B. la seconda orientata verso aspetti squisitamente teologici
C. la terza verso l’erudizione.

 Alla prima appartiene la scuola del filosofo greco Ammonio Sacca, la più antica e
importante scuola neoplatonica, tra i cui più importanti seguaci vi fu Plotino, principale
elaboratore delle dottrine del sistema neoplatonico. La scuola di Plotino trovò una ideale
continuazione nella scuola di Siria, con il fondatore Giamblico, suo discepolo. Tra i
principali discepoli della scuola siriana vi fu Plutarco. A questa corrente attinsero
largamente i primi filosofi cristiani, soprattutto greci.
 Alla seconda corrente improntata a spirito religioso, appartiene la scuola di Pergamo, che si
riconnette alla scuola di Siria attraverso la figura del suo fondatore, Edesio, scolaro di
Giamblico. L’interesse per la sfera religiosa diventò in questa scuola fondamentale, e fu
caratterizzata dalla volontà di giustificare le credenze religiose tradizionali ricorrendo ad
una decisa difesa del politeismo antico (pensiamo ad un importante seguace di questa
scuola: lo stesso imperatore romano del IV sec., Giuliano l’Apostata, ultimo difensore della
religione antica contro l’ormai avvenuta vittoria del cristianesimo).
 Alla terza corrente appartiene la scuola di Alessandria, fiorita fra la prima metà del V sec. e
la prima metà del VII sec. d.C., che riprende la tendenza erudita, della scuola d’Atene,
77

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


come obiettivo predominante soprattutto in campo scientifico, provocando una nuova
fioritura delle indagini matematiche e naturalistiche. Tra i rappresentanti della scuola di
Alessandria ricordiamo specialmente una donna, Ipazia e Sinesio di Cirene, suo scolaro e
poi vescovo di Tolemaide. Alla stessa corrente si ricollegarono idealmente anche i
neoplatonici dell’Occidente latino, i quali, pur senza appartenere propriamente a una
scuola, parteciparono ai suoi metodi e obiettivi, anteponendo l’attività erudita a quella
speculativa e conciliando tale atteggiamento filosofico con la loro prevalente fede cristiana.
Tra questi neoplatonici, attivi fra la metà del III e il principio del VI sec., alcuni che con le
loro opere scritte in Latino, contribuirono alla diffusione del pensiero classico nella cultura
occidentale: ricordiamo tra tutti Macrobio e soprattutto Boezio.

L’influenza della corrente Neoplatonica fu largamente facilitata dall’accettazione da parte del


pensiero cristiano di molti suoi caratteristici motivi. Le opere dei Neoplatonici, tradotte in Latino,
nell’800 d.C., influenzarono molti aspetti della mistica e della teologia dell’età scolastica
medioevale. Ma la vera rinascita del Neoplatonismo si verificherà nel periodo dell’Umanesimo e
del Rinascimento italiano ed europeo (1400/1500). Ormai in età moderna nel 1800, motivi
neoplatonici si ritroveranno nella filosofia del Romanticismo.

Plotino di Licopoli (Licopoli, 203/205 d.C.– Minturno, 270)


Convenzionalmente l’inizio del Neoplatonismo viene fatto coincidere con l’attività di
Plotino di Licopoli, che visse nella prima metà del III secolo d.C. e
studiò ad Alessandria d’Egitto, dove fu allievo di Ammonio Sacca. Qui
assimilò i fermenti culturali sia della filosofia greca che
della mistica orientale, egiziana ed asiatica, sulla scorta dell’Accademia
antica, dove il Medioplatonismo e le correnti pitagoriche avevano
elaborato un patrimonio di temi: dalla dottrina del Principio alla
gradazione dell’essere, dal concetto del demiurgo all’intelletto ed
all’anima del mondo. Di fronte alle incertezze del suo tempo, Plotinofu
tra i primi intellettuali a rendersi conto di essere testimone dell’aprirsi di
una nuova epoca e sentì la necessità di raccogliere questo patrimonio di
pensiero in modo sistematico e di ricorrere alla saggezza e alla
sapienza degli antichi viste come unici strumenti per purificare
l’anima dalle passioni materiali, elevandola grazie all’intelletto.

Con questo obiettivo, egli recuperò il concetto tipicamente platonico dell’ascesa dell’anima
umana attraverso la via intellettuale e dialettica, superando il sincretismo e maturando una
spiegazione originale:

78

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


 la realtà come esplicazione intelligibile dell’Uno, insieme “noûs” e anima, e
 la concezione del sensibile come vivificazione dell’anima

Questi concetti costituirono il cuore della filosofia di Plotino e caratterizzarono tutto il


neoplatonismo: l’uomo visto come una realtà riducibile all’anima che, penetrando
nell’intelletto e in tutto ciò che è intelligibile, è capace di raggiungere l’Uno in un vero
contatto mistico.

Le ipostasi a fondamento dell’universo


Nell’ opera intitolata “ Enneadi”, Plotino afferma che tre sono le sostanze principali del mondo
intelligibile, e le definisce “ipostasi”, (dal greco hypostasis, termine composto che significa “sotto
stare”, quindi “essere sussistente, sostanza”). L’ipostasi è dunque quello che sta sotto rispetto a ciò
che in un primo momento appare, è il fondamento occulto di una realtà evidente. Ognuna
rappresenta le diverse dimensioni della realtà, gerarchicamente generate, appartenenti alla
stessa sostanza divina, che le produce per una sorta di emanazione, altrimenti detta processione.
Secondo Plotino le tre ipostasi stanno infatti a fondamento di tutto l’universo e le propone in un
ordine gerarchico:

 l’ipostasi dell’Uno,
 l’ipostasi dell’Intelletto, che procede dall’Uno,
 l’ipostasi dell’Anima, che procede a sua volta dall’Intelletto, e sta a fondamento
della vita (come ultimo grado della realtà effettiva, oltre la quale si trova la materia che è un
semplice non-essere, un’apparenza priva di vera consistenza).

Per Plotino dunque il Principio è l’Uno, ed è al di là dell’essere e dell’intelletto: la sua trascendenza


è assoluta.
Prima ipostasi: l’Uno non può coincidere con l’essere perché è la fonte dell’essere. L’Uno si
definisce solo per negazione, per opposizione a tutto ciò che è, compreso non solo il sensibile ma
anche l’intellegibile. L’Uno è il Bene, ma non si può dire che l’Uno sia buono, bensì che l’Uno e il
Bene coincidono. L’Uno genera la realtà mediante “emanazione”, un movimento espansivo frutto
della sua sovrabbondanza e superiore anche al pensiero, ha di sé una intuizione semplice, unitaria e
immediata.

Seconda ipostasi: Il “Nous” cioè l’Intelletto, generato dall’Uno, è la sua diretta emanazione e il
primo essere: è il luogo delle idee, con la cui unità articolata esso si identifica. Rispetto all’Uno,
nell’intelletto è già contenuta la duplicità tra ciò che pensa e ciò che è pensato, ed è contenuta la

79

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


molteplicità delle idee. E, tuttavia, questa intelligenza va intesa come atto comprensivo e unitario
del molteplice.

Terza ipostasi: L’anima, è concepita come un pensiero che si genera e si distacca dall’intelletto.
L’anima è ciò che mantiene il rapporto tra il cosmo e il regno dell’intellegibile, e dunque
all’Uno. In un versante superiore l’anima è prossima all’Intelletto; nella sua parte inferiore è anima
del mondo: contiene il mondo e lo trattiene dal dissolversi seguendo la tendenza della materia alla
dispersione.
L’etica di Plotino
il Bene, il Male e l’anima individuale
Nel sistema di Plotino mentre l’Uno coincide con il Bene, il Male è invece vincolato alla materia,
considerata “non-essere”, e principio della molteplicità. In questo senso, essi non si oppongono
attivamente, infatti la materia costituisce piuttosto l’aspetto che assume l’emanazione dell’Uno
quando ormai è estenuata.

Pertanto il Male viene sempre superato nel complesso, in quanto l’anima del mondo domina la
materia, trattiene il reale dalla dispersione. Dunque si può realmente parlare di male per quanto
riguarda l’anima individuale, ovvero l’anima umana.

Per Plotino il corpo è il riflesso dell’anima umana, la sua immagine incorporata nella materia; le
anime individuali possono avere due aspetti:

 sono “trascendenti”, quando dimorano ancora nell’ipostasi e sono le vere anime umane,
 sono “incorporate” quando sono il riflesso che si genera nel momento in cui le anime,
disconoscono Dio e la propria natura e vogliono essere indipendenti.

L’etica secondo Plotino consiste dunque nel percorrere la strada della caduta in direzione
opposta. Dato che la struttura dell’interiorità umana ripete la struttura delle ipostasi, l’uomo
dovrà volgersi interiormente distaccandosi quanto più possibile dal corporeo.

In questo percorso di distacco, l’uomo dovrà raggiungere in un primo momento le virtù classiche
di moderazione delle passioni; il secondo passo saranno le virtù purificatrici, che trasformano
l’uomo.

L’eredità neoplatonica nel Cristianesimo e nella filosofia del Medio Evo

Nel Cristianesimo il concetto neoplatonico di “ipostasi” svolse un ruolo fondamentale nella


formulazione della dottrina trinitaria: i caratteri specifici di Padre, Figlio e Spirito Santo furono
definiti come ipostasi (sostanza personale), ma posti a un livello paritario e non più gerarchico.
80

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II


Il termine “ipostasi” fu così consacrato dal concilio di Calcedonia dell’anno 451 che affermò
l’esistenza in Cristo di un’unica ipostasi (la persona) in due nature: umana e divina. Nella religione
cristiana si può intendere con ipostasi anche il processo attraverso il quale dal concetto assoluto di
Dio si fa derivare necessariamente la sua esistenza sostanziale.
Il concetto greco di ipostasi si tramandò nella filosofia scolastica, dove indicò ogni genere di
sostanza individuale, in opposizione alla sostanza in generale.

81

ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II