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Ladri

di Biblioteche

Questo ebook è stato condiviso per celebrare il

Centenario della Rivoluzione russa

1917-2017
“Qui si narra l’avventura/ dell’eroe d’ogni bambino/ che una vecchia dittatura/
trasformò in un burattino./ A quei tempi era ridicolo,/ ma purtroppo esiste
ancora/ per Pinocchio oggi il pericolo/ di tornare come allora./ Nella storia che
vedrete/ c’è la strada più sicura/ per salvarlo dalla rete/ d’una nuova dittatura”

Nell’età delle masse la politica deve parlare a tutti e adottare un linguaggio


semplice e persuasivo; il parlare figurato, per metafore e apologhi, è strumento
principe della propaganda. Così non stupisce che la politica ami, alla lettera,
raccontar favole. Non tanto (o non solo) nel senso di dire panzane, ma in quello
di ricorrere a strutture narrative proprie della tradizione favolistica, mescolando
al dato reale elementi di satira, leggende, miracolistica, zoologia, fisiognomica,
profezie. Ecco allora Pinocchio diventare campione fascista ma anche
comunista, il lupo di Cappuccetto rosso impersonare Togliatti, e Truman e Stalin
vestire i panni dell’Orco mangiafuoco… Il grottesco mondo della propaganda
politica riportato alla luce in un divertente e istruttivo campionario di favole che
la politica, soprattutto negli anni della Guerra fredda, ha propinato agli italiani.

Stefano Pivato insegna Storia contemporanea all’Università degli Studi Carlo


Bo di Urbino. Con il Mulino ha pubblicato: “Il nome e la storia. Onomastica e
religioni politiche nell’Italia contemporanea” (1999); “La storia leggera. L’uso
pubblico della storia nella canzone italiana” (2002); “Il Touring Club Italiano”
(2006); “Il secolo del rumore. Il paesaggio sonoro nel Novecento” (2011); “I
comunisti mangiano i bambini. Storia di una leggenda” (2013).
Stefano Pivato

Favole e politica
Pinocchio, Cappuccetto rosso e la Guerra fredda
Copyright © by Società editrice il Mulino, Bologna. Tutti i diritti sono riservati.
Per altre informazioni si veda http://www.mulino.it/ebook

Edizione a stampa 2015


ISBN 978-88-15-25988-2

Edizione e-book 2015, realizzata dal Mulino - Bologna


ISBN 978-88-15-32781-9
Indice
Capitolo primo
Morfologia della fiaba politica
Capitolo secondo
I cosacchi abbevereranno i cavalli nella fontana di San Pietro
Capitolo terzo
Baffone e il paese dei balocchi
Capitolo quarto
Stalin in Vaticano
Capitolo quinto
L’uso politico di Pinocchio
Capitolo sesto
L’arcangelo della montagna
Capitolo settimo
Una favola dell’orrore

Nota alle illustrazioni

Ringraziamenti

Indice dei nomi e dei personaggi

Le avventure di Pinocchio

Le disavventure di Pinocchio
a Renzo Rossi,
che appartiene al mondo delle fiabe
La storia […] non riguarda solo eventi, o strutture, o modelli di
comportamento, ma anche il modo in cui questi sono vissuti e ricordati
nell’immaginazione […] Le voci non sopravvivono a meno che non
abbiano un senso per la gente.
P. Thompson, The Voice of the Past: Oral History, 2000
Capitolo primo
Morfologia della fiaba politica
1. Fiabe per adulti o per bambini?
Il «raccontare favole» non ha mai smesso di esercitare fascino e suggestione
nel mondo della politica. Si tratta di un’espressione che, di recente, è tornata
all’attenzione grazie a Pier Luigi Bersani. Gli studiosi hanno interpretato infatti
le colorite espressioni dell’ex segretario del Partito democratico come il tentativo
di creare un sistema emozionale attingendo a una struttura linguistica di origine
contadina[1].
Le metafore di Bersani fanno riferimento a un mondo fiabesco aggiornato al
XXI secolo ma affondano la loro origine nella cultura delle campagne. Quella
stessa cultura, regno del fantastico, che gli studiosi ritengono particolarmente
fertile e produttivo di fiabe, miti e leggende.
Originale senza dubbio la comunicazione di Bersani. Tuttavia, ben più vasta è
la platea di quanti hanno fatto di recente ricorso al genere fantastico per
descrivere gli scenari della politica italiana. Comici come Roberto Benigni e
Paolo Rossi hanno raccontato C’era una volta il Cavaliere Berlusconi e la
Favola di Berlusconi.
Luigi Pintor sulle pagine del «manifesto» ha più volte definito Massimo
D’Alema come «La volpe Massima». Altri hanno identificato Giorgio
Napolitano in Mastro Ciliegia e Renzi in Pinocchio. Nelle diatribe del centro-
destra falchi, colombe, pitonesse e grilli parlanti hanno designato gli
schieramenti contrapposti[2].
Certo, non tutte le metafore e le storie hanno la compiutezza di Pierino e il
lupo, la fiaba musicale di Sergej Prokof’ev, rappresentata nel 1936, nella quale
alcune letture vi hanno intravisto la rappresentazione della vittoria delle classi
subalterne sull’aristocrazia. E non rientrano neppure negli schemi proposti da
Vladimir Propp nella sua classica opera[3].
La fiaba politica non risponde ad alcuna classificazione ed è piegata all’unico
scopo di renderla funzionale alla propaganda: o prendendo strumentalmente a
prestito luoghi, situazioni e figure del racconto fantastico; o inventando leggende
attorno a personaggi e situazioni reali facendo loro assumere contorni fiabeschi.
Subordinata all’affermazione di un’idea o di un principio la favola politica
stravolge l’impianto classico delle fiabe. Esemplare, in questo senso, è
Pinocchio. Nelle storie scritte durante gli anni del regime fascista il burattino
agisce quasi sempre da solo e sembra somigliare più al superuomo dannunziano
che alla marionetta di legno.
Nel racconto di Collodi, considerato uno dei romanzi di formazione
dell’identità nazionale, non compare mai il sostantivo «Italia»[4]. Nella sua
trasformazione in chiave politica l’Italia è la patria del burattino che ora recita
per conto dei fascisti, ora per i cattolici o per i comunisti. L’ammonimento delle
favole tradizionali è spesso implicito; in quelle di carattere politico è sempre
esplicitato con l’accompagnamento didascalico di nomi, cognomi, situazioni e
date. Quelle narrazioni escono dalla metafora, la semplificano e la volgarizzano
per non lasciar spazio all’interpretazione. Perdendo in questo modo la
fascinazione originaria, ma divenendo strumenti di comunicazione immediata.
Ellen Key, in un’opera destinata a segnare gli studi sul tema, ha definito il
Novecento come il secolo del fanciullo[5]. Il XX secolo proietta sulla scena
sociale il mondo dell’infanzia come mai in precedenza. E la politica utilizza
personaggi, situazioni e linguaggi fantastici per una precoce alfabetizzazione del
mondo infantile già a partire dalla fine dell’Ottocento. Ma, al tempo stesso, il
linguaggio delle favole viene traslato anche nei confronti del mondo adulto.
Quelle costruzioni fantastiche si affiancano, quando non si sostituiscono del
tutto, all’argomentazione e alla discussione grazie anche alla loro facilità a
trasformarsi in vulgata, invettiva e modo di dire. A essere tradotti in slogan che
alimentano la polemica. In definitiva, sollecitano la paura contro il nemico o
divengono talismani che promettono protezione.
Gli studiosi tendono a distinguere ambiti e linguaggi che sono propri delle
favole da quelli del fumetto o della satira. Le costruzioni di carattere politico non
rispondono ad alcuna regola che non sia quella dell’obiettivo propagandistico. In
questa trasformazione il prodotto finale è una storia nella quale elementari
metafore si mescolano alla satira e al fumetto. Oppure alla miracolistica, alle
leggende metropolitane e a ingenue filastrocche che sembrano uscire dalla bocca
del grillo parlante di turno: «Sei senza cervello? Vota falce e martello»[6]. Si
tratta dunque di racconti che stanno ai gradini più bassi della comunicazione,
una vera e propria «infantilizzazione» del racconto della politica rivolto al
mondo adulto.
Quanto l’immaginario sia suggestionabile da quel mondo fantastico lo
dimostra il fatto che proprio quella che è stata definita «la voce più inquietante
prodotta dall’Italia in guerra»[7], e trascinatasi nella memoria fino ai giorni
nostri, porti proprio il nome di un fumetto: «Pippo». A volte identificato con un
pilota talaltra con un modello di aereo, Pippo risulta una presenza incombente.
Nei ricordi dei testimoni è prevalentemente un ronzio notturno, forse un piccolo
aereo da ricognizione, che invita quanti lo sentono a spegnere le luci e attendere
nel silenzio e nella paura gli esiti del volo: solitamente bengala o pezzi
incendiari in grado di produrre pochi danni o magari di preannunciare
l’imminente arrivo dei bombardieri. Il misterioso pilota è protagonista delle più
fantasiose avventure. L’attribuzione del nome rimane un mistero.
Verosimilmente derivato dal fumetto della Walt Disney (Goofy), che appare per
la prima volta in Italia negli anni Trenta, è noto anche con altri nomi familiari
all’immaginario infantile («Pippetto», «Pierino», «Ciccio»). Da personaggio
bonario dei fumetti Pippo si trasforma in una vera e propria minaccia: una
presenza fiabesca che veste i panni del lupo cattivo il cui imminente arrivo viene
evocato dai genitori nei confronti dei figli disubbidienti[8]. E nel dopoguerra,
segnato da una psicologia collettiva ancora traumatizzata dagli eventi bellici, la
dimensione del fantastico ha una ricezione più vasta che in tempi normali[9].
Fino a diventare uno degli elementi costitutivi dell’immaginario.
Il rapporto fra il mondo fiabesco e la politica non riguarda solo l’Italia. Anche
se alla tradizione nostrana fa difetto un’opera strutturata e stilisticamente
raffinata come La bête est morte, scritta nel 1944 durante l’occupazione nazista
della Francia e più volte ristampata[10]. Storia antropomorfa la fiaba rappresenta
lupi feroci e affamati (i nazisti) che massacrano indifesi conigli e scoiattoli (i
francesi). Alleati con le iene (gli italiani) e con le perfide scimmie (i giapponesi),
i lupi tedeschi vengono alla fine sconfitti grazie all’intervento dei bisonti (gli
americani).
Secondo la classificazione proposta da Propp sette sono le figure centrali delle
favole tradizionali: il cattivo (l’antagonista); il donatore che prepara l’eroe al
conflitto o gli fornisce un oggetto magico per riuscire nella sua battaglia;
l’aiutante magico che aiuta l’eroe; la principessa e suo padre il re; il mandante,
cioè il personaggio che rende nota la mancanza e incita l’eroe a porre rimedio;
l’eroe, o la vittima che diventerà eroe; il falso eroe che si prende il merito della
missione e cerca di sposare la principessa con l’inganno.
Nelle fiabe di carattere politico gli elementi indicati da Propp non sono
sempre rispettati e spunti di storie reali, miracolistica e visioni millenaristiche si
fondono a creare quelle che sono state definite «leggende metropolitane»[11].
Come quella costruita sui cosacchi che avrebbero abbeverato i loro cavalli nella
fontana di San Pietro. Nella storia la minaccia rimane incombente e le presenze
salvifiche rimangono sullo sfondo.
Con Bartali la leggenda è costruita attorno all’eroe positivo e il mandante è la
chiesa cattolica. E grazie all’aiuto divino il «magnifico atleta cristiano» a colpi di
pedale salva l’Italia precipitata sull’orlo della rivoluzione in seguito all’attentato
a Togliatti[12]. Ma nella favola del «pio» Bartali non manca il «cattivo»: Fausto
Coppi, immaginaria raffigurazione del comunismo. E la punizione del
«Campionissimo» sarà determinata, alla fine della storia, dal definitivo
allontanamento dallo stato di grazia con la vicenda della «Dama bianca».
Più complessa la leggenda sui comunisti che mangiano i bambini che assolve
a un duplice ruolo: come racconto del terrore volto a rappresentare il mondo
comunista e come narrazione favolistica per l’universo infantile dove l’«orco
cattivo» agisce sotto le vesti del pericolo rosso.
A partire dalla Rivoluzione francese visioni, descrizioni di miracoli e
apocalittismi entrano nel discorso politico a supportare la lotta contro la
secolarizzazione. In questo tipo di racconto presenze divine e ultraterrene si
sostituiscono a orchi e fate. Le rivelazioni della Madonna di Fatima sulla
Rivoluzione bolscevica, le madonne pellegrine che piangono per l’imminente
pericolo rosso nel corso del 1948 o presenze ultraterrene che, a differenza di
Stalin, hanno la capacità di scrutare il voto dei cittadini nella cabina elettorale, si
trasformano in favole che supportano il racconto della politica.
Ma la miracolistica non appartiene solo al mondo cattolico. La visione del
paese dei balocchi e dei suoi prodigi appartiene anche allo schieramento laico
che contrappone i miracoli «reali» del comunismo a quelli di origine
soprannaturale. E, sugli altari, al posto dei santi protettori, ci finiscono Stalin o
Togliatti. Tant’è che il mito del dittatore sovietico è rivolto anche all’infanzia,
attraverso la creazione della figura del «Piccolo Padre». Una creazione, coltivata
nell’iconografia a partire dagli anni Trenta, che lo avvicina a «Nonno gelo»,
versione russa di Babbo Natale.
In definitiva si tratta di un genere politico-letterario del tutto eccentrico e
singolare dove se il finale delle fiabe è spesso simile a quello della tradizione
raccontata da Propp con la punizione del reo e il trionfo dell’eroe l’inizio è però
capovolto: al classico «C’era una volta» si sostituisce il «C’è qui ora e adesso»,
alimentando il racconto della politica con la narrazione del magico, del
fantastico e del pauroso. E se la declinazione temporale della fiaba tradizionale
al tempo passato conduce alla percezione dell’antieroe come un pericolo remoto,
l’attualizzazione della fiaba politica punta a rendere reale quella paura.
2. L’orco di Togliatti
La Guerra fredda è stata definita «la massima fiction dell’epoca»[13]:
contrapposizioni frontali, guerriglia psicologica e scenari apocalittici
contraddistinguono gli anni del secondo dopoguerra. Si tratta di una guerra di
propaganda il cui vocabolario, proprio per l’enfatizzazione e l’esasperazione del
linguaggio, attinge a piene mani dal mondo delle fiabe. La Guerra fredda è
affollata di orchi, mostri, lucignoli e, sul fronte opposto, da fate e principesse che
assolvono a una funzione salvifica. Pochi linguaggi come quello fiabesco si
prestano a dare la rappresentazione di quell’accesa contrapposizione fra «amico»
e «nemico» nella quale deformazioni, narrazioni fantastiche e personaggi
favolistici accompagnano la dialettica tra fronti opposti.
Fra il 1946 e il 1947 si svolge una vivace polemica fra Elio Vittorini e Palmiro
Togliatti. Lo scrittore siciliano, dalle colonne del «Politecnico», rivendica il
ruolo autonomo della cultura e dichiara perciò di non voler diventare il
«pifferaio» della rivoluzione. Togliatti, dal canto suo, nel ribadire l’azione
primaria della politica e la subalternità della cultura a questa, promette
ironicamente a Vittorini di salvarlo «dall’orco cattivo» e di trasformarsi in «un
orco meno cattivo»[14].
In quella che va considerata come una delle più controverse diatribe del
secondo dopoguerra i contendenti evocano due metafore favolistiche. Se
Vittorini richiama il Pifferaio magico dei fratelli Grimm, il leader del Partito
comunista replica attraverso una delle figure classiche di ogni tempo: l’orco[15].
L’allusione ironica di Togliatti fa con tutta evidenza riferimento a quella
diffusa immagine che identifica l’orco con il comunismo. La zoomorfizzazione
del nemico, presente fin dalle origini della politica, rientra in uno schema
funzionale non solo alla sua ridicolizzazione, ma anche all’eliminazione di
scrupoli morali di fronte a una figura disumanizzata che ha assunto sembianze
animali. Si tratta, in definitiva, di un espediente narrativo utilizzato nella fiaba
classica, da Esopo in poi, per esplicitare il tratto ripugnante dell’avversario allo
scopo di assimilarlo al mondo animale.
Da parte del fronte clericale la figura del militante comunista non assume solo
sembianze animali, ma anche l’aspetto di un essere primitivo e deviato.
Quell’immagine dell’«uomo nuovo», costruita dalla Rivoluzione bolscevica, è
contrastata da una serie di figure tendenti a presentare i seguaci di Togliatti come
esseri selvaggi e privi di istruzione. Zeretto è lo scolaro che contesta
l’insegnamento del sacerdote con argomentazioni paradossali e fuori luogo[16].
Bruniano mangiaprete è invece protagonista di storie che «A discorso terminato
presso il nostro comitato c’è una scheda da firmare per chi in Russia vuole
andare»[17].
Dipinto con tratti scimmieschi e delinquenziali il militante comunista diviene
la rappresentazione di un primitivismo il cui prototipo è Giuseppe Di Vittorio. Il
leader sindacale è spesso disegnato con l’anello al naso[18]. Umberto Terracini
compare come un erotomane. Pietro Ingrao, Giorgio Amendola, Pietro Secchia,
Luigi Longo e gli altri dirigenti comunisti formano una galleria di ritratti dalle
caratteristiche somatiche simili a quelle dell’uomo delinquente di Cesare
Lombroso, tradotte in una narrazione popolare elementare e manichea tesa a
mostrare la devianza morale dell’avversario.
E spesso quelle caricature sono colte nell’atto di mangiare: divorano cibo alle
spalle della povera gente, sbraitano di volere «dei preti da mangiare» e si
nutrono degli avversari.
L’atto del mangiare alle spalle del popolo, o quello di divorare nemici e
avversari, palesa un’ulteriore discendenza della favola politica che è propria di
una tradizione, poi confluita nel filone dei racconti popolari, le cui radici
affondano nel Pantagruel di François Rabelais. O, ancor prima, nelle leggende
dei giganti divoratori come Polifemo, Lucifero e Giano[19]. In senso figurato il
cannibalismo delle fiabe politiche indica la lotta spietata contro i propri simili,
ferocia e crudeltà disumana.
«Rabarbaro», 5 gennaio 1947.

Archetipo di questa immagine orchesca è Stalin. Già negli anni Trenta le


biografie rivolte a mettere in luce la crudeltà del dittatore sostengono che per
Stalin «il meglio della vita» consiste «nel scegliersi una vittima, abbattersi su di
essa senza misericordia e poi andare a letto a dormire»[20]. Una sorta di «rito
cannibalesco» sul quale insiste la satira cattolica del dopoguerra che raffigura
Stalin nell’atto di divorare gli avversari politici o gli stati satelliti dell’Unione
Sovietica.
Il rito cannibalesco del comunismo e dei suoi alleati è rappresentato anche
attraverso il mondo animale. Nelle sette teste dell’idra malefica, attinta dalla
mitologia greca, sono raffigurati Togliatti, Nenni e i loro alleati che minacciano
l’unità della famiglia. E, ancora, draghi, mostri e lupi raffigurano il comunismo
nell’atto di divorare l’Occidente.
«Rabarbaro», 16 novembre 1947.
«Rabarbaro», 11 maggio 1947.

Nella zoologia fiabesca il lupo è certamente l’animale che con più frequenza
incarna la voracità del comunismo. E Togliatti diviene la personificazione stessa
del lupo cattivo, come in una raffigurazione della favola di Cappuccetto rosso
nei panni della «popolazione cattolica».
Nella polemica con Vittorini, Togliatti, in maniera autoironica, cita dunque
quelle immagini che lo indicano come l’orco per antonomasia.
Sul fronte opposto la satira anticlericale si serve di immagini molto simili per
raffigurare il mondo cattolico[21]. De Gasperi e i ministri democristiani sono
disegnati nella veste di voraci topi roditori che affamano gli italiani.
Nella stampa comunista gli Stati Uniti sono rappresentati da un enorme e
minaccioso serpente nell’atto di sovrastare De Gasperi e i ministri del suo
governo ritratti con le orecchie d’asino.
Ma il lupo cattivo con le fauci spalancate è anche la rappresentazione
dell’America nell’atto di divorare l’Italietta sotto le vesti di Cappuccetto rosso:
«L’on. Palmilio», 12 aprile 1947.
«Rabarbaro», 18 aprile 1948.
«Rabarbaro», 23 novembre 1947.
La favola ricorda
Un lupo americano
Una bestiaccia ingorda
Che mangia a tutto spiano.
Quel lupo che si spaccia
Per generoso e mite
Di pecorelle ambite
Va tutto il giorno a caccia
Con subdoli sorrisi
Ora lusinga e alletta
In questo mondo in crisi, la povera Italietta
Che, per spolpare un osso
Con altre sorelline
Rischia di far la fine
Di Capuccetto rosso[22].

Ma l’Italia è anche Cenerentola, vittima dell’ingordigia dell’imperialismo


americano e della politica del conte Carlo Sforza, ministro degli Esteri in vari
governi De Gasperi e fautore dell’alleanza con gli Stati Uniti:
Oggidì l’Italia nostra
È la vera Cenerentola
I suoi lividi ci mostra
… e dall’Alpi alla Sicilia
È di tutti alla mercé
Grazie a un Conte che l’umilia
E di Truman è il lacchè[23].

I «mostri» per eccellenza sono tuttavia i rappresentanti del mondo clericale e


democristiano. L’idea di «antimodernità» e «conservazione» del mondo cattolico
è resa, ad esempio, attraverso la figura scimmiesca delle donne di Azione
cattolica, spesso disegnate come ricoperte di peluria. Donne che, nell’imminenza
dell’anno santo, fanno voto di far «Basta con le frivolezze, le vanità»
dichiarando che «da oggi non ci dobbiamo fare più la barba»[24].
L’accusa di primitivismo che viene utilizzata da entrambi i fronti contro i
rispettivi avversari interpreta l’emblema di quella lotta politica che il fronte
comunista e quello democristiano ingaggiano per erigersi a interpreti della
modernità. I due contrapposti modelli di sviluppo economico e sociale e il
continuo ricorso alla figura dell’uomo primitivo, della scimmia, del selvaggio,
rappresentano metafore per rivolgere all’avversario l’accusa di essere ottuso e
retrogrado. E, soprattutto, nemico della crescita civile e del progresso.
Sul fronte anticlericale cardinali, vescovi e sacerdoti sono ritratti come figure
spesso gigantesche e dal ghigno crudele e cainesco. Enormi bocche dai denti
affilati incorniciano il volto di De Gasperi e dei ministri democristiani. Ma è
soprattutto il lungo naso di Pinocchio a raffigurare le «bugie» democristiane. Se
un giornale come «Don Basilio. Settimanale satirico contro le parrocchie di ogni
colore» nel nome della testata si ispira a una delle più popolari figure del
melodramma di Gioachino Rossini e all’aria che ne fa un bugiardo per
antonomasia («La calunnia è un venticello…»), la fisiognomica del periodico
eredita non pochi tratti del burattino di Collodi.
«Rabarbaro», 2 luglio 1947.
«Don Basilio», 26 maggio 1947.
«Vie nuove», 7 novembre 1948.
«Don Basilio», 6 ottobre 1949.
«Don Basilio», 12 settembre 1946.

Nasi spropositati incorniciano i volti di De Gasperi, Sturzo, Pio XII. Oppure


di cardinali come Alfredo Ildefonso Schuster e anonimi curati. E le orecchie
d’asino spuntano a quei bambini che frequentano la «scuola dei preti».
Del resto Pinocchio, sia pure con una predilezione da parte del mondo laico, è
la figura maggiormente attraversata dall’elaborazione delle metafore fiabesche
del secondo dopoguerra. E i personaggi di Collodi interpretano spesso il ruolo
dei «cattivi»: il Gatto, la Volpe e Lucignolo si trasformano in ammonizioni nei
confronti dell’avversario. Geppetto è il padre saggio che indica la «retta via»
della politica e la fata si trasforma nella presenza salvifica e provvidenziale.
Nel secondo dopoguerra il mondo delle favole entra anche nei manifesti
elettorali. Orchi, draghi e mostri raffigurano il comunismo nei manifesti della
Democrazia cristiana dove Stalin è ritratto come il feroce «gatto baffone».
Sul fronte comunista sono le «favole» sul primato della scienza e della
tecnologia sovietica che alimentano il mito del «paradiso comunista» e nutrono
gli orizzonti di quanti sperano nel socialismo e nel suo imminente avvento[25].
Satire che trasformano i personaggi raffigurati in animali voraci e mostri
famelici, o lucignoli eternamente dediti al malaffare: su entrambi gli
schieramenti, lo scontro fra «nemici», che connota fin dall’origine la storia e le
vicende della politica, si esprime anche attraverso il mondo delle fiabe.
[1] Cfr. S. Novelli, «Oh ragassi…». La lingua contadina di Bersani, in Treccani.it.

[2] Cfr. Pierangelo Buttafuoco riscrive Collodi: Matteo Pinocchio e Geppetto B e gli 80 zecchini d’oro,
in «Il Fatto Quotidiano», 11 aprile 2015.
[3] Cfr. V.J. Propp, Morfologija skazki (1928), Moskva, Nauka, 1969; trad. it. Morfologia della fiaba,
Torino, Einaudi, 2000.
[4] Cfr. S. Jossa, Un paese senza eroi. L’Italia da Jacopo Ortis a Montalbano, Roma-Bari, Laterza, 2013,
p. 167.
[5] Cfr. E. Key, Il secolo dei fanciulli, Torino, Bocca, 1906.

[6] Si veda il fumetto in una cartolina dei comitati civici che risale alla vigilia del voto del 18 aprile 1948
in Archivio Conestabile della Staffa, Istituto Conestabile della Staffa e Luigi Piastrelli, Biblioteca Toniolo.
[7] G. De Luna, La televisione e la nazionalizzazione della memoria storica, in Id., L’occhio e l’orecchio
dello storico. Le fonti audiovisive nella ricerca e nella didattica della storia, Firenze, La Nuova Italia,
1993, p. 123. Sul mito di Pippo, cfr., anche, A.R. Perry, «Era il nostro terrore». Un’indagine sul mito di
Pippo, in «Italia contemporanea», dicembre 2001, pp. 589-604.
[8] Cfr. C. Bermani, L’immaginario collettivo di guerra: il mito di «Pippo», in P. Ferrari (a cura di),
L’aeronautica italiana. Una storia del Novecento, Milano, Angeli, 2004, pp. 229-260.
[9] Cfr. M. Bloch, Souvenirs de guerre, 1914-1915, Paris, Colin, 1969, e Réflexions d’un historien sur les
fausses nouvelles de la guerre, in «Revue de synthèse historique», t. 33, 1921, pp. 13-35; trad. it. La guerra
e le false notizie. Ricordi (1914-1915) e riflessioni (1921), introduzione di M. Aymard, Roma, Donzelli,
1994.
[10] Cfr. E.-F. Calvo e V. Dancette, La bête est morte. La guerre mondiale chez les animaux, Paris,
Gallimard, 1977.
[11] Cfr. C. Bermani, Il bambino è servito. Leggende metropolitane in Italia, Bari, Dedalo, 1991.

[12] Cfr. S. Pivato, Sia lodato Bartali. Ideologia cultura e miti dello sport cattolico, Roma, Edizioni
Lavoro, 1985.
[13] La definizione è di F. Inglis, The Cruel Peace: Everyday Life and the Cold War, New York, Basic,
1991, p. 424, cit. in F. Romero, Storia della guerra fredda. L’ultimo conflitto per l’Europa, Torino,
Einaudi, 2009, p. 12.
[14] Su quel dibattito, descritto da una vasta bibliografia, cfr. F. Fortini, Che cos’è stato «Politecnico», in
Id., Dieci inverni, 1947-1957. Contributi ad un discorso socialista, Milano, Feltrinelli, 1957; M. Zancan, Il
progetto «Politecnico». Cronaca e struttura di una rivista, Venezia, Marsilio, 1984; R. Bertoni, Il dibattito
recente sul «Politecnico», in «Il Ponte», novembre-dicembre 1977, pp. 1404-1426.
[15] Cfr. T. Braccini, Indagine sull’orco. Miti e storie del divoratore di bambini, Bologna, Il Mulino,
2013. Più complessivamente, sul rapporto fra le favole e la politica, cfr. J. Meda (a cura di), Falce e
fumetto. Storia della stampa periodica socialista e comunista per l’infanzia in Italia (1893-1965), Firenze,
Nerbini, 2013.
[16] Cfr. Controcorrente, in «Rabarbaro. Settimanale – effervescente – antitossico – depurativo –
colagogo» (d’ora in avanti «Rabarbaro»), 28 febbraio 1948.
[17] Le storielle qui vedete di Bruniano Mangiaprete, testi di Pum, disegni di Guerri, in «Rabarbaro», 8
febbraio 1948.
[18] Cfr. In casa Di Vittorio, in «il Merlo giallo», 1949, n. 1.

[19] In una vasta bibliografia sul tema, cfr. l’opera di P. Camporesi e, in particolare, Il paese della fame,
Bologna, Il Mulino, 1978.
[20] Cfr. B. Rizzi, Dove va l’U.R.S.S.? I processi di Mosca. Sviluppo economico e politico. La Nuova
Costituzione, Milano, «La Prora», 1937, p. 37.
[21] Cfr., in particolare, le annate di «Don Basilio. Settimanale satirico contro le parrocchie di ogni
colore» (d’ora in avanti «Don Basilio»), in parte riproposte nell’Antologia del Don Basilio. Settimanale
satirico contro le parrocchie di ogni colore, scelta e presentazione di A. Chiesa, Roma, Napoleone, 1974.
[22] Cappuccetto rosso, in «Vie nuove», 17 ottobre 1948.
[23] Cenerentola, in «Vie nuove», 24 ottobre 1948.

[24] Fra le tante vignette dedicate al tema, cfr. Cameratismo, in «Don Basilio», 8 febbraio 1948, e
Associazione cattolica femminile, in «Don Basilio», 6 aprile 1949.
[25] Cfr. M. Fincardi, C’era una volta il mondo nuovo. La metafora sovietica nello sviluppo emiliano,
Roma, Carocci, 2007.
Capitolo secondo
I cosacchi abbevereranno i cavalli nella
fontana di San Pietro
1. Come nasce la leggenda
L’immagine dei cosacchi che abbeverano i cavalli nella fontana di San Pietro
ricorre spesso nella propaganda del secondo dopoguerra. Quei guerrieri
avrebbero dovuto portare i loro destrieri a dissetarsi nella piazza della cristianità
per precedere le avanguardie dell’Armata rossa in Vaticano.
La minaccia ha una sua indubbia suggestione e riveste il significato di una
profanazione dei luoghi sacri da parte della rivoluzione atea e materialista: il
cosacco si affianca a figure come quelle dell’orco, di caricaturali dittatori con i
baffi e di spietati soldati pronti a portare morte e distruzione nell’Occidente[1].
Una volta elaborata la storia passa di bocca in bocca e si trasmette attraverso i
canali più disparati. E, secondo una consuetudine che caratterizza le leggende, si
trasforma, arricchendosi di aneddoti e nuovi particolari: come in una versione
più laica rispetto all’originale che vuole l’imminente arrivo dei cosacchi nella
Fontana di Trevi.
Le origini della leggenda sono state attribuite di volta in volta a Giovanni
Guareschi, alla Madonna di Fatima o a Nostradamus. Tuttavia la paternità più
certa sembra risalire a san Giovanni Bosco. Una delle eredità più cospicue del
santo torinese è costituita da un corpus di sogni e visioni sul quale gli esegeti si
sono esercitati adattando, nel corso degli anni, i significati di quelle
ammonizioni oniriche. Di una delle tante visioni san Giovanni Bosco aveva
informato Pio IX mettendolo in guardia sulle afflizioni che avrebbero colpito
Roma:
Roma! Io verrò a te quattro volte. Nella prima percuoterò le
tue terre e i suoi abitanti. Nella seconda porterò la strage e lo
sterminio fino alle tue mura. Non apri ancora l’occhio? Verrò
la terza volta, abbatterò le difese e i difensori ed al comando
del Santo Padre subentrerà il regno del terrore, dello
spavento, della desolazione. Ma i miei savi fuggono. La mia
legge è tuttora calpestata. Perciò farò la quarta visita. Guai a
te se la mia legge sarà ancora un nome vano per te.
Succederanno prevaricazioni nei dotti e negli ignoranti. Il tuo
sangue ed il sangue dei tuoi figli laveranno le macchie che tu
fai alla legge di Dio[2].

Al centro dei sogni di san Giovanni Bosco stanno dunque la religione e i suoi
simboli, minacciati da pericoli esterni di volta in volta rappresentati dal diavolo,
dai governi liberali e da altre forze malefiche. E quelle visioni sono spesso
affollate da animali che giocano un ruolo allegorico al quale sono stati attribuiti i
significati più vari. Nella zoologia donboschiana l’animale rappresenta il
pericolo, il mostro. La figura del demonio compare sotto forma di elefante che,
in complicità con un gruppo di giovani, combatte con la Madonna finché questa
non li fa sprofondare «in una voragine apertasi sotto i loro piedi». Oppure sotto
forma di un «serpentaccio lungo 7-8 metri» che il salesiano stringe in una corda
raffigurante il rosario. In altra occasione è un toro scatenato provvisto di sette
corna mobili, raffiguranti i vizi capitali, che semina terrore e morte finché non è
messo in fuga da Gesù sacramentato. E, ancora, un rospo gigantesco
contrassegnato da un emblematico segno rosso, verosimile rappresentazione del
socialismo nascente[3].
Del resto, a partire dal 1871, la Comune di Parigi diviene l’esempio della
realizzabilità di un sogno e fonte più prossima del comunismo. E, dunque, del
suo colore, che entra stabilmente come segno di terrore nelle rappresentazioni
del mondo cattolico.
Ma gli animali che affollano più di frequente le visioni oniriche di san
Giovanni Bosco sono i quadrupedi. Come il destriero che gli compare nel sonno
irrompendo impetuoso nel suo oratorio al punto da seminare panico fra i ragazzi:
Un cavallo rosso che correva velocemente verso di essi, con
criniera al vento, le orecchie dritte e gli occhi corruscati,
correva così veloce che sembrava avesse le ali[4].

Di fronte alla visione il sacerdote si interroga su quella identità chiedendosi se


non sia «un demonio sbucato dagli abissi infernali». Pronta la risposta che una
voce gli fornisce: «È un cavallo dell’Apocalisse»[5]. Per l’immediato la visione
di don Bosco viene dai suoi agiografi interpretata come una raffigurazione della
«democrazia settaria», che avanza nel tentativo di imporsi «sui governi, sulle
scuole, sui municipi e sui tribunali». La fuga dei ragazzi dell’oratorio è invece
letta come il segno della sua «opera devastatrice a danno dell’ordine sociale,
della società religiosa, dei pii istituti e del diritto di proprietà privata»[6].
I biografi del santo piemontese hanno al proposito avanzato varie ipotesi. A
cominciare da quella che immagina la visione come ammonimento contro
l’intiepidimento delle tradizioni della chiesa. Del resto quella versione bene si
presta a dare interpretazione a quella polemica che matura all’interno del mondo
cattolico incline a considerare la Roma papale come una realtà che si allontana
dall’originario messaggio evangelico[7].
Ma, nella seconda metà dell’Ottocento, la profezia dà voce anche alla
polemica temporale e al monopolio che lo stato liberale tende a stabilire sulla
scuola e sull’educazione. In definitiva la democrazia come filiazione della
Rivoluzione francese e del Risorgimento rivolti alla spoliazione del potere
temporale.
L’onnipresenza dei cavalli nei sogni di don Bosco rinvia certamente al
simbolismo dei quattro cavalieri dell’Apocalisse. In una lettura molto
semplificata nella cultura popolare le figure introdotte nell’Apocalisse di
Giovanni, preannunciando la fine del mondo, sono associate ai mali dell’umanità
come la morte, la pestilenza, la guerra e la carestia. Il loro ruolo, dunque, bene si
presta a interpretare l’apocalittismo di quei sogni. Nei quali, peraltro, non
compare alcun riferimento ai cosacchi. Non se ne trova cenno nei diciannove
volumi delle Memorie biografiche uscite fra il 1898 e il 1937[8]. Ciononostante
alcuni biografi di don Bosco non nutrono alcun dubbio sulla paternità della
profezia[9]. Nella quale, di interpretazione in interpretazione, i cavalieri
dell’apocalisse sarebbero stati sostituiti dai guerrieri cosacchi.
L’ipotesi più probabile è che gli studiosi del santo di Valdocco abbiano
costruito quella leggenda anche sulla scorta di profezie e sogni che egli riferiva
ai suoi confratelli. In uno di questi don Bosco confida alcune previsioni di suor
Rosa Colomba Asdente, monaca domenicana di Taggia, secondo la quale «i
russi ed i prussiani verranno a portare la guerra in Italia; […] ridurranno le
chiese in iscuderie; e saranno alloggiati i cavalli nella nuova chiesa del
monastero di Taggia»[10]. Nel corso delle varie narrazioni quei cavalli si
sarebbero moltiplicati e sul loro dorso sarebbero comparsi i guerrieri cosacchi. E
al monastero di Taggia si sarebbe sostituita l’immagine di Piazza San Pietro.
Nel Novecento quella profezia si sarebbe arricchita di nuovi significati e,
soprattutto all’indomani della Rivoluzione bolscevica, i cavalli avrebbero
assunto i colori e le sembianze del comunismo.
Nel riferimento ai cosacchi della miracolistica e della letteratura popolare
agisce verosimilmente anche il richiamo alle invasioni barbariche e, in
particolare ad Attila e agli unni, popolo di origine asiatica. Leggenda vuole che
nel 452, sulle sponde del fiume Mincio, Leone Magno incontra Attila e lo
distoglie dal proposito di invadere l’Italia. Un millennio più tardi Raffaello
avrebbe ambientato quell’incontro a Roma, sullo sfondo del Colosseo e della
Basilica di San Pietro. Con L’Incontro di Leone Magno con Attila Raffaello
avrebbe fatto assurgere quell’episodio a simbolo della protezione divina della
chiesa e di Roma contro i suoi nemici.
In anni più tardi la stessa profezia conosce varie evoluzioni. A cominciare dal
messaggio di Nostra Signora di La Salette che nel 1846, annuncia a due
pastorelli che
Roma sparirà e il fuoco cadrà dal cielo e distruggerà tre città.
Tutto si crederà perduto e non si vedranno che omicidi; non si
sentirà che rumori di armi e bestemmie. I giusti soffriranno
molto. […] Roma perderà la fede e diventerà il seggio
dell’Anticristo. I demoni dell’aria, con l’Anticristo, faranno
dei grandi prodigi sulla terra e nell’aria e gli uomini si
pervertiranno sempre di più[11].

Anche a suor Imelda, nel 1872, Roma appare in sogno come «distrutta e
coperta di macerie»[12].
Altri sensitivi raccontano di aver avuto una visione nella
quale «Al posto della fontana, nella piazza di Roma, dove si
scorge la Basilica di San Pietro, c’era un’enorme tinozza di
sangue e qui andava la gente per tingere i drappi, che poi
esponeva lungo le strade […] I drappi rossi gocciolavano
sangue»[13].

Si tramanda inoltre che Pio X, nel 1909, nel corso di un’udienza cade
improvvisamente in uno stato di trance. Ridestandosi si dice profondamente
turbato e riferisce ai presenti:
ciò che ho veduto è terribile! Sarò io o un mio successore?
Ho visto il Papa fuggire dal Vaticano camminando tra i
cadaveri dei suoi preti. Si rifugerà da qualche parte, in
incognito, e dopo una breve pausa morrà di morte violenta.
Tutto ciò dovrebbe accadere in una Roma in preda ad una
grande tribolazione[14].

A queste predizioni che mettono al centro del racconto Roma e il papato, di


volta in volta sovrastati da Satana, dall’Anticristo e da oscure forze malefiche,
avrebbero dato forza e suggestione l’apparizione della Madonna di Fatima ai tre
pastorelli Lucia dos Santos, Francisco e Giacinta Marto. La storia dei segreti di
Fatima inizia il 13 luglio 1917, allorché i tre bambini sostengono di aver
incontrato per la terza volta la Madonna. In una parte delle rivelazioni sarebbe
stato loro profetizzato l’inizio di «una guerra ancora peggiore di quella in
corso». Di qui la raccomandazione della consacrazione della Russia al Suo
Cuore Immacolato. Anche perché la Madonna aveva predetto «lo scoppio di una
guerra atea, contro la fede, contro Dio, contro il popolo di Dio»[15].
Tenuta nascosta per oltre vent’anni la rivelazione del segreto avviene nel
1941, nel pieno del conflitto mondiale. E la guerra ancora peggiore alla quale si
allude viene unanimemente interpretata come il possibile sopravvento
dell’Unione Sovietica sulle potenze occidentali.
La coincidenza di quelle rivelazioni con la Rivoluzione russa, prima, e con il
secondo conflitto mondiale, poi, innestano le profezie della Madonna in quegli
eventi che minacciano la cristianità. Il dichiarato ateismo della Rivoluzione di
ottobre e del successore di Lenin fanno acquistare concretezza a tutte quelle
profezie che, per i decenni passati, in forma piuttosto vaga e metaforica avevano
individuato in Satana o in non meglio precisate forze malefiche il pericolo per
Roma e il papato. La lotta senza quartiere dello stato sovietico contro la religione
e i suoi simboli avrebbe orientato definitivamente sul comunismo l’obiettivo di
quelle paure.
In una chiave prevalentemente religiosa, tuttavia, già nel XIX secolo gli
ambienti cattolici tendono a individuare nella Russia uno dei principali nemici
del papato in considerazione della secolare contrapposizione con gli ortodossi.
Inoltre, nell’Occidente la Russia è percepita come distante dalla cultura europea
finendo per stabilire quella diffidenza fra l’Occidente, ancorato ai valori liberali,
e l’Oriente dispotico. Di qui la denuncia di un pericolo panslavista per le nazioni
europee[16].
La Russia costituisce dunque una delle principali minacce per Roma, sede
della civiltà cristiana. Ma – su un piano più laico – anche un pericolo per il
compimento dell’Unità nazionale. Tant’è che nell’inno scritto da Mameli nel
1847 risuona una quartina che allude all’alleanza fra l’Austria e la Russia zarista
nella sanguinosa spartizione della Polonia:
Già l’Aquila d’Austria
Le penne ha perdute.
Il sangue d’Italia
E il sangue Polacco
Bevé col Cosacco,
Ma il cor le bruciò.

Nell’Ottocento, dunque, la cultura occidentale individua nel cosacco


l’oppressore delle libertà nazionali e lo trasforma nel simbolo del terrore
panslavista diretto a distruggere la chiesa cattolica e la cultura liberale.
A partire dalla Rivoluzione bolscevica visioni, profezie e apocalittismi, che
nei decenni precedenti erano rivolti a esorcizzare la Rivoluzione francese e la
democrazia liberale, si prestano a essere interpretati come ammonizioni contro il
comunismo. E nel corso della Seconda guerra mondiale quelle suggestioni si
caricano di ulteriori significati di fronte alla temuta supremazia dell’Unione
Sovietica di Stalin. In questa evoluzione la figura del cosacco, che
nell’Ottocento rappresenta il cavaliere dello zarismo e il difensore della chiesa
ortodossa, è individuato come nemico del papato e messaggero dell’ateismo. E
nella sua cavalcata verso Piazza San Pietro il leggendario guerriero avrebbe
costituito l’avanguardia dell’Armata rossa nel centro della cattolicità.
E pensare che un secolo e mezzo addietro, durante le vicende della
Repubblica romana, i cosacchi erano già stati a Roma. Nel settembre 1799 la
coalizione antifrancese, con l’appoggio della flotta britannica dell’ammiraglio
Nelson pone temporaneamente fine all’esperienza della Repubblica Romana
instaurata dai giacobini. In quell’occasione l’autorità papale è ripristinata anche
grazie all’intervento delle truppe dello zar. Più di un appello era stato lanciato
dai prelati romani alla coalizione antinapoleonica affinché «li Moscoviti
affrettino la loro venuta». In effetti il 1o ottobre del 1799 le truppe dello zar
fanno il loro ingresso nella città eterna fra «i plausi e gli evviva co’ quali il
popolo ricevette la truppa russa». E tali furono le manifestazioni di simpatia del
popolo romano «che il generale russo non trovava maniera di ringraziare, e quasi
viddesi piangere per tenerezza». L’unico limite imposto al comandante Antonio
Skipor, che guidava i soldati russi entrati nella città sacra, fu quello di restare
nella piazza e non entrare nella basilica di San Pietro in occasione del Te Deum
di ringraziamento per la cacciata dei francesi, perché «Come scismatico non si
sarebbe potuto accordare ad esso un posto nella funzione»[17].
2. Madonne pellegrine
I cavalieri cosacchi dunque come metafora dell’imminente arrivo dei
comunisti nella capitale della cristianità. Nel 1948, in un racconto in cui fiabe e
leggende sono suggestionate anche dalla dimensione miracolistica, un ruolo di
rilievo è ricoperto dal fenomeno delle madonne pellegrine. Nell’Italia del
dopoguerra la Peregrinatio Mariae riprende una tradizione iniziata in Francia
nella seconda metà dell’Ottocento, in seguito alle apparizioni della Madonna di
Lourdes. Passata alla storia della devozione popolare con il nome di Grand
retour, quell’iniziativa si svolge con l’intento di proporre il ritorno di Maria fra
la gente e, attraverso lei, di Gesù Cristo, in un periodo in cui la secolarizzazione
allontana i fedeli dalla chiesa[18]. È dunque la statua della Madonna che lascia il
tempio a lei dedicato per essere trasportata attraverso strade e piazze in
processioni che durano giorni e toccano più paesi.
In Italia l’iniziativa viene lanciata subito dopo la fine del conflitto. Nel 1946
«La Civiltà Cattolica», l’organo dei gesuiti, richiama il precedente miracolo
della Madonna di Lourdes nel corso del quale «La Vergine ha restaurato le sorti
del Portogallo, che all’inizio del secolo venne a trovarsi completamente rovinato
dalla tirannia del governo massonico; la Madonna farà così per l’Italia sulla
quale grava il pericolo comunista». Così, conclude l’analisi, «mentre Satana
crede sia giunta l’ora del suo trionfo, Dio prepara il suo mediante un particolare
intervento di Maria»[19].
Le madonne pellegrine vengono sin dall’inizio a suggellare quella battaglia di
chi, secondo le parole di Pio XII, sta «Con Cristo o contro Cristo». E, come
spiega un autorevole foglio cattolico, «Ciò che nessun intervento di natura
umana ha potuto ottenere, Maria l’ottiene: creare un clima di entusiasmo e
soprattutto di unità presso la popolazione divisa sul piano delle idee»[20].
Il fenomeno delle madonne pellegrine rientra certamente nella sfera del sacro
e della devozione. Tuttavia, proprio per quella commistione fra religiosità
popolare e politica, particolarmente accentuata tra la fine degli anni Quaranta e
l’inizio degli anni Cinquanta, anche quelle adunate di massa attorno alla statua
della Madonna finiscono per rivestire una valenza di carattere politico non
secondaria. Soprattutto fra gli strati popolari. E, in definitiva, a confermare che
sul piano della devozione mariana, accanto al culto della Madonna protettiva che
raccoglie sotto il suo manto le sofferenze, ne esiste un’altra che parteggia, che si
schiera, che protegge una parte politica contro un’altra[21].
In un contesto in cui la miracolistica orienta le scelte politiche le madonne
pellegrine si trasformano in talismani contro il pericolo comunista. Le statue si
recano nelle fabbriche e nelle piazze, vengono esibite negli stadi prima delle
partite di calcio, visitano ospedali e presenziano ai comizi della Democrazia
cristiana.
Il fenomeno si estende a macchia d’olio e le processioni sono spesso
caratterizzate da visioni miracolistiche. Di fronte a chi grida al prodigio le
gerarchie ecclesiastiche mantengono un atteggiamento di prudenza e di
riservatezza dettato anche dal timore che quegli avvenimenti possano essere
oggetto di strumentalizzazioni. E, ancor più, che le notizie «di visioni, di
rivelazioni, di miracoli» possano essere utilizzate dalla stampa avversaria come
«un’arma per screditare la fede»[22].
In realtà, soprattutto nelle fabbriche, non mancano proteste da parte dei
sindacati che si mobilitano per proibire quelle processioni poiché vi ravvisano un
carattere propagandistico[23].
Nei giorni che seguono e che precedono le elezioni del 18 aprile i giornali
riportano notizie di madonne che lacrimano, o che si muovono, o che respirano.
E alle quali vengono attribuite improvvise guarigioni e folgorazioni.
Fra i tanti casi segnalati, ciò accade anche ad Assisi, dove migliaia di
pellegrini accorrono davanti alla statua della Madonna degli Angeli posta sulla
sommità della basilica. Secondo le testimonianze raccolte dai giornalisti, la
statua, del peso di 10 quintali di bronzo dorato e di altezza pari a 7,5 metri, si
sposta ritmicamente «avanti e indietro, a destra e sinistra»[24]. Nella vicina
Arezzo, si registrano folle di fedeli in preghiera dinanzi alle statue delle
Madonne «che si muovono»[25].
Al miracolo si grida anche in varie località della Campania e del Lazio. Fra i
casi più singolari quello accaduto presso il Santuario della Madonna della Civita,
a Itri. In quel luogo una «folgorazione» della Vergine immobilizza un fedele
«con le palme delle mani protese in avanti nello stesso atteggiamento della
Madonna della Civita, secondo la figurazione del famoso quadro del
Santuario»[26].
Alcuni ambienti cattolici non esitano a definire quei fenomeni come credulità
«di un popolino ignorante, rozzo e superstizioso»[27]. Resta il fatto che quelle
notizie circolano e suggestionano gli orientamenti elettorali in un contesto
emotivo nel quale la miracolistica viene interpretata come espressione della
preoccupazione divina per il paese che rischia di cadere preda del comunismo.
In quell’acceso clima di disputa elettorale non aveva del resto la stampa
cattolica proclamato che la Madonna «non permetterà che abbiano a prevalere i
nemici di Dio»?[28] Di qui la reazione della stampa laica che non manca di
segnalare quegli episodi attribuendoli alla credulità popolare ma, soprattutto, alla
strumentalizzazione della Democrazia cristiana alla vigilia delle elezioni[29].
Occorre – sostiene il quotidiano del Partito comunista – fare «Ben altri
miracoli» che «assicurando lavoro e pane eliminerebbero la miseria, cioè la
causa maggiore di tanti peccati, di tante rovine nelle famiglie»[30]. E la stampa
anticlericale pubblica vignette dedicate ai miracoli elettorali nelle quali la
Madonna, il cui intervento è invocato dalla Democrazia cristiana, si ritrae
disgustata per essere stata strumentalizzata a fini propagandistici[31].
In una campagna elettorale infuocata da comizi come quelli di padre
Lombardi, il «microfono di Dio»[32], che sostiene la necessità di un intervento
divino per scongiurare il pericolo comunista, non è difficile interpretare quella
miracolistica come segno di una volontà rivolta contro i partiti «atei e
materialisti». A un anno dallo svolgimento delle elezioni è il segretario del
Partito comunista, Palmiro Togliatti a sottolineare polemicamente:
L’ipocrisia clericale, fatta di untuosità da una parte, e
dall’altra parte di minacce alla nostra coscienza di uomini
liberi e moderni, che prendono gli aspetti più diversi,
giungendo fino al vergognoso passeggiare di madonne e
organizzazioni di miracoli a scopo elettorale[33].

A fronte di quei fedeli che gridano al miracolo vengono istituite commissioni


di inchiesta per far luce su quegli eventi. Qualche mese dopo le elezioni, i
risultati di quelle indagini dichiareranno che nessun fenomeno soprannaturale si
è verificato. E alcuni vescovi, per evitare manifestazioni di isterismo collettivo
giungono persino a rimuovere le statue della Madonna.
«Don Basilio», 14 marzo 1948.

Ma, trascorso il 18 aprile, la convinzione che la miracolistica mariana sia


proprio da mettere in relazione al risultato elettorale che aveva visto la sconfitta
dei comunisti ha fatto breccia nel popolo dei fedeli. E non solo. Il vescovo della
diocesi di Casale Monferrato, Giuseppe Angrisani, non ha dubbi nell’attribuire
alla mobilitazione delle madonne pellegrine la vittoria del 18 aprile[34].
Dello stesso avviso alcuni sacerdoti che lo annotano nei libri parrocchiali.
Come il parroco di Codroipo, secondo il quale il risultato elettorale del 18 aprile
è da mettere in relazione con «Il grande raduno della Madonna Pellegrina […]
della domenica precedente». La pensa così anche il curato di Martignacco che si
sofferma sui benefici effetti della processione della Madonna Pellegrina: «Una
impronta così indelebile, che nell’aprile seguente sarebbero apparsi i primi
visibili risultati»[35].
Il pericolo comunista è dunque scongiurato anche grazie alle madonne
pellegrine. Le quali, poco dopo le elezioni, smettono di piangere e di compiere
miracoli. Lo sottolinea, in termini satirici, anche la stampa anticlericale in una
vignetta nella quale un sagrestano sull’uscio della chiesa scaccia infastidito
alcune fedeli che bussano per entrare:
Ma la volete finire di bussare? Vi ho già detto mille volte di
lasciarmi in pace. È dal 19 aprile che la Madonna non muove
gli occhi, non respira affannosamente e non oscilla più[36].

Il 1948 sarebbe passato alla storia come l’anno delle sconfitte delle sinistre
ma, anche come «l’anno dei prodigi»[37]. E, fra questi, anche quello di avere
fermato l’avanzata dei cosacchi.
3. Cavalieri della fede
A rendere ancor più suggestiva la profezia di don Bosco sul temuto arrivo dei
cosacchi contribuisce certamente quell’alone leggendario che circonda la figura
di quei guerrieri a cavallo i cui tratti feroci e spietati bene si prestano, a partire
dagli anni Venti del Novecento, a raffigurare il «pericolo rosso».
Selvaggio, rude e sanguinario, nella letteratura il cosacco viene elevato a
simbolo della fierezza del popolo russo. La sua figura esercita fascino anche
attraverso l’iconografia. Nella pittura è Casimir Malevič, in La cavalleria rossa
al galoppo a fornire immagini di grande suggestione con uno squadrone di
uomini al galoppo nelle sconfinate pianure siberiane.
Tuttavia è soprattutto la letteratura ottocentesca a fare del cosacco uno dei
simboli della cultura russa. Nel 1834 Gogol’ eleva quel cavaliere a eroe
eponimo, attraverso la figura di Taras Bul’ba. Nel 1836, Aleksander Puškin dà
alle stampe La figlia del capitano contribuendo ad alimentare l’epopea di quel
popolo. Nel 1863 Tolstoj con I cosacchi li innalza a rappresentanti di una
filosofia di vita che, aliena dai costumi corrotti della vita cittadina, considera la
cultura selvaggia come una sublimazione spirituale[38].
In Gogol’ la figura del cosacco viene descritta come «immune da ogni altro
stimolo che non fosse la guerra e la baldoria sfrenata», gente insomma abituata
al «fervore della battaglia» nel corso della quale «trovava una folle voluttà,
un’ebbrezza indicibile, scorgendo qualcosa di festoso nel momento in cui arde il
cervello […] quando le teste volano, i cavalli cadono a terra con tonfi pesanti». E
durante le pause fra una battaglia e l’altra gli indomabili guerrieri si dedicano a
giochi nel corso dei quali «si spezzavano reciprocamente le costole a colpi di
pugno, finché uno non prendeva il sopravvento e cominciava la baldoria»[39].
Nelle pagine di Puškin il rude popolo è descritto attraverso la figura spietata di
Emel’Jan Pugačëv, il ribelle che nel 1773 si mette alla testa di una sollevazione
antinobiliare contro lo zar.
Nel corso del Novecento quelle genti vengono identificate con le sorti della
Rivoluzione bolscevica, grazie a romanzi di grande popolarità. A cominciare
dall’Armata a cavallo. L’opera, scritta da Isaak Babel’, appare nel 1926 e narra
le vicende della guerra sovietico-polacca del 1919-1920. Il romanzo eroicizza la
figura del cosacco e attorno a questi crea una sorta di «canto epico». A partire da
quelle pagine il cosacco «non cessò di essere, per il mondo, una delle più
autentiche espressioni poetiche della rivoluzione che “aveva sconvolto il
mondo”»[40].
Grande fortuna ha, anche fuori dai confini dell’Unione Sovietica, Il placido
Don, che Michail Šolochov pubblica in quattro parti fra il 1928 e il 1940.
L’autore, di origine cosacche, descrive la guerra civile combattuta fra il 1918 e il
1921 nella regione del Don. Il protagonista del romanzo, Gregorio Malenkov,
incarna il dilemma di quel popolo combattuto fra spirito autonomistico e fedeltà
alla Rivoluzione bolscevica[41]. In realtà l’opera di Šolochov, pubblicata negli
anni più bui dello stalinismo ed esaltata dal regime, rientra in un dispositivo
propagandistico di diversione. Nel momento in cui i cosacchi vengono repressi e
inviati a migliaia nei campi di lavoro il regime stalinista li eleva a rappresentanti
della fierezza rivoluzionaria.
La letteratura consegna alla cultura popolare, al folklore e all’immaginario
caratteri e stereotipi destinati a durare nel tempo e a fare del cosacco la figura per
antonomasia del guerriero. Il mito viene coltivato anche dall’ufficialità del
regime comunista a dispetto dell’evoluzione politica di quel popolo che, a partire
dagli anni Venti, scinde le proprie sorti da quelle della Rivoluzione bolscevica e
ne prende le distanze in virtù di un autonomismo che l’evoluzione in senso
accentratore dello stato sovietico vuole eliminare con la soppressione delle
repubbliche autonome.
A dividere i cosacchi dagli esiti della Rivoluzione bolscevica sono anche le
convinzioni religiose di quelle genti che si ispirano al cristianesimo ortodosso.
Tant’è che nel corso dell’Ottocento finiscono per svolgere il ruolo di difensori
della chiesa russa contro i turchi musulmani. Di qui una convinta opposizione
all’ateismo di stato.
È pur vero che nel 1917 una loro minoranza si trova a combattere a fianco dei
rivoluzionari bolscevichi. Tuttavia la maggioranza si schiera con le forze
controrivoluzionarie; tant’è che nel 1920, a fronte della soppressione delle
autonomie, l’orientamento di quella popolazione volge decisamente contro il
bolscevismo. Perseguitati e repressi, in quanto considerati legati al regime
zarista, i cosacchi trovano il senso della loro fierezza autonomistica proprio in
opposizione agli ideali e alle realizzazioni della rivoluzione leninista.
4. I cosacchi abbeverano i cavalli nella fontana di
Trasaghis
In alcune fotografie, che si trovano negli archivi di Lubiana, sono ritratti
gruppi di cosacchi che abbeverano i loro cavalli nella fontana della piazza
principale di Alesso, frazione del comune di Trasaghis. Le immagini risalgono al
1944 e documentano la presenza di quei soldati nel Friuli[42]. Ma che ci facevano
i cosacchi sulle rive del Tagliamento? E per di più armati fino ai denti?
Dal punto di vista romanzesco è Carlo Sgorlon che con L’armata dei fiumi
perduti torna, quarant’anni dopo quelle vicende, sulle orme dei cosacchi.
L’autore racconta l’odissea di un popolo fiero, indomito, legato alla propria
autonomia ma costretto dai tedeschi a trasformarsi in invasore. La fine
dell’avventura è contrassegnata dalla ribellione di quegli uomini, che pur di non
consegnarsi al nemico sovietico preferiscono il suicidio nelle acque della
Drava[43].
L’epilogo di Sgorlon allude a quei gruppi di cosacchi che, con l’invasione
dell’Unione Sovietica da parte delle truppe dell’As se, non esitano a combattere
al fianco di fascisti e nazisti. Nel luglio del 1942 al comando del maggiore del
Savoia cavalleria, conte Ranieri di Campello, un gruppo di volontari va a
costituire un’unità di cavalleria leggera. Contemporaneamente, facendo leva
sull’antico sentimento autonomistico, in molti vengono arruolati sotto le insegne
del Reich. Di più, con un proclama datato 10 novembre 1943, viene promessa
loro una patria dove vivere in piena autonomia. E quel territorio è individuato
nel Friuli occupato dalle truppe tedesche.
Nell’estate del 1944, a seguito della ritirata tedesca, viene varata l’operazione
che autorizza l’insediamento di 18 mila profughi cosacchi nelle terre friulane
attraverso l’operazione Altman con l’allestimento di tradotte. Cavalli, masserizie
e cariaggi sbarcano, a partire dal luglio 1944, nelle stazioni di Venzone,
Pontebba e Gemona.
I diari dei parroci e le memorie degli abitanti restituiscono lo sgomento che
quella presenza provoca presso le popolazioni locali:
Arrivano i turchi! [...] peggiori sciacalli di cui dispongono i
tedeschi […] I soldati di tutte le età, sporchi, trasandati,
arcigni parlano una lingua sconosciuta[44].

Lo stanziamento preoccupa le autorità locali le quali denunciano che «Il paese


è invaso dai russi, i quali hanno con sé una miriade di cavalli e carriaggi»[45].
Oppure che
Il numero dei russi, militari e civili, con relative famiglie, è
grande, sproporzionato alle capacità e possibilità del paese
[…] le migliaia di cavalli dei russi, disseminati in questa
campagna, hanno consumato il fieno della seconda falciatura
annuale […] è impossibile che varie migliaia di persone
affluite con migliaia di cavalli, carri e numerose famiglie non
arrechino danni incalcolabili alle popolazioni[46].

Accompagnati da una fama sinistra che ne accresce il terrore, i cosacchi


compiono furti nelle case, violentano donne e razziano cibo. Viene inoltre
segnalato che «in parecchie occasioni i cosacchi ubriachi hanno abbandonato i
pubblici esercizi senza pagare e tenendo poscia per le strade contegno
ributtante»[47].
I partigiani della zona boicottano con varie azioni di contrasto quella singolare
presenza. E, in coincidenza con l’offensiva che le truppe tedesche lanciano
contro le forze partigiane, a partire dall’estate-autunno 1944, i cosacchi vengono
impiegati in quella campagna. Accanto alle truppe repubblichine e ai tedeschi la
loro cavalleria sferra violenti attacchi alla guerriglia partigiana compiendo
rappresaglie, ordinando sgomberi e sfollamenti lasciando nella popolazione
locale una impressione «peggio dei lanzichenecchi»[48].
Quei cavalieri che nell’immaginario dell’Occidente erano considerati i
messaggeri dell’idealità bolscevica rivolgevano le loro armi contro i partigiani
che sulle divise portavano le insegne del comunismo. Ad accrescere il fascino e
il terrore per i cosacchi contribuisce anche la loro origine, percepita come
misteriosa. Eredi di un’antica comunità militare essi sono originari dell’Ucraina
e, in parte, della Siberia e del Kazakistan. Nella percezione popolare il termine
che designa quel popolo non tiene conto dell’origine etnica, ma indica piuttosto
un nemico esterno e minaccioso che proviene dall’Oriente.
Vero è che allorché essi arrivano in Carnia le popolazioni locali li ribattezzano
come i mongùl (mongoli), identificazione che ne accentua l’alterità finendo per
dilatare i contorni terrificanti della loro presenza. Mentre la stampa tende a
presentare le varie etnie che vivono dentro i confini dell’Unione Sovietica senza
distinzioni troppo sottili, sottolineando che «Quando mongoli, circassi,
turcomanni, quel che sarà sarà, calcheranno la nostra antica e nobile terra,
faranno delle nostre donne, di noi tutti, quel che hanno fatto durante la loro
avanzata in Europa»[49]. Oppure si scaglia «contro i particolarismi mongolici e i
dispotismi siberiani»[50].
Nella propaganda del fronte conservatore il riferimento a quel popolo viene
adottato anche per quella caratterizzazione di audacia e fierezza guerriera che lo
contraddistingue all’interno delle varie etnie dell’impero zarista.
Nell’immaginario i cosacchi rappresentano dunque il «pericolo rosso» per
antonomasia.
Aiutate dai bombardamenti alleati le forze partigiane iniziano ad avere la
meglio sui loro squadroni a cavallo a partire dalla primavera del 1945. Tra la
fine di aprile e i primi di maggio di quell’anno inizia il ritiro dei contingenti
cosacchi e nazisti che si dirigono verso i confini austriaci. Concentrati in un
campo di raccolta nei pressi di Lienz sotto il controllo degli inglesi vengono
privati di armi e cavalli. Ai primi di giugno viene notificato l’imminente
rimpatrio forzato e la loro riconsegna all’Unione Sovietica. La notizia è accolta
da quegli uomini sconfitti con scene di panico e disperazione: molti tentano la
fuga; altri si suicidano nelle acque della Drava. I superstiti vengono deportati nei
campi di concentramento in Siberia. Quanti erano stati a capo del movimento, a
cominciare dal generale Domanov, sono processati e giustiziati nel 1947.
Quel manipolo di cosacchi rimasto a combattere nell’Armata rossa viene
congedato alla fine del 1945. Radiati dall’Armata rossa, suicidi nella Drava,
relegati nei campi di lavoro, o giustiziati, i cosacchi non avrebbero dunque
potuto montare i loro cavalli verso la capitale della cristianità.
Il regime sovietico procede a una loro eliminazione sistematica, ma sul piano
propagandistico continua a esaltarne il mito romantico. E il fronte conservatore,
a dispetto della loro scomparsa, li eleva a simbolo della ferocia staliniana. E, in
questa duplice ambiguità, quei guerrieri avrebbero continuato a cavalcare sui
loro destrieri nelle fantasie e negli incubi degli italiani.
5. Guerrieri che resistono
A dispetto della loro scomparsa, il cosacco e il suo mito resistono
nell’immaginario occidentale coltivati anche dalla propaganda sovietica. Anzi,
negli anni della Guerra fredda la propaganda trasforma quel guerriero
nell’avanguardia del comunismo. Come a dire che l’interpretazione della
profezia di don Bosco sull’invasione del Vaticano avrebbe marciato
nell’immaginario a dispetto della storia.
È vero che nel secondo dopoguerra il pericolo di un’imminente occupazione
della capitale della cristianità è rappresentato, nei manifesti e nella satira, da un
veicolo più moderno come il carro armato. L’immagine dei cavalieri cosacchi
continua tuttavia a esercitare una certa suggestione.
Piuttosto infastidito, Palmiro Togliatti, alla vigilia delle elezioni
amministrative di Roma del 1947, denuncia la campagna delle forze
conservatrici:

Tutta questa stampa è schierata per la Democrazia cristiana.
Uno di questi giornali ha persino pubblicato un manifesto
murale di schietto stampo fascista dove si vedono le orde dei
cosacchi dare l’assalto […] alla Democrazia cristiana. E
«bivacchi di cosacchi»[51].

In una di queste raffigurazioni, accompagnata dalla didascalia «L’Apocalisse


viene da Oriente», un manipolo di cavalieri cosacchi, dai tratti feroci, armati di
lance e spade, travolge con i cavalli tutto quello che ostacola il loro cammino.
In occasione delle elezioni del 18 aprile 1948 una delle più riuscite campagne
della Democrazia cristiana riguarda lo smascheramento di Garibaldi, che il
Fronte popolare adotta come suo simbolo. Slogan come «Ti conosco
mascherina», o raffigurazioni di militanti democristiani che tolgono la maschera
a Garibaldi dietro la quale compare il ritratto di Togliatti e di Stalin tappezzano il
paese con l’intento di dimostrare che l’appropriazione di Garibaldi altro non è
che una mascheratura.
Anche l’eroe dei due mondi diviene il ritratto delle fattezze mongoliche che
celano il cosacco e dalla sua barba scendono i «pidocchi rossi». E l’invito al
lettore è esplicito: «Grattate il Blocco e troverete il… cosacco»[52].
Nella campagna elettorale del 1949 per le amministrative della città di Trieste
il Partito liberale conia lo slogan «Né drusi, né reazionari, né cosacchi, né
sagrestani, ma liberi italiani»[53]. Ancora nel 1952 padre Lombardi, «il microfono
di Dio», tenta di convincere De Gasperi a varare l’«operazione Sturzo», cioè
l’alleanza della Democrazia cristiana con le destre per la conquista del comune
di Roma, proprio con l’argomentazione che «Il papa preferirebbe i cosacchi in
Piazza San Pietro (cioè il martirio) ai comunisti in Campidoglio»[54].
Sul fronte comunista la leggenda è oggetto di ironie per mettere alla berlina le
fobie e le ansie di quei conservatori che ritengono imminente l’invasione
dell’Italia da parte dei russi e, tappati in casa, scrutano dalle finestre «per poter
sbirciare le orde in arrivo»[55].
All’inizio degli anni Sessanta, la leggenda torna all’attenzione dell’opinione
pubblica. Nel clima che contrassegna il varo dei primi esperimenti del centro-
sinistra l’ingresso del Partito socialista nell’area di governo è ritenuto come
preparatorio di una riscossa comunista. Vescovi tradizionalisti come Giuseppe
Siri suonano l’allarme all’interno degli ambienti cattolici e rievocano il fantasma
dell’ateismo. In questo clima i cavalli dei cosacchi tornano ad abbeverarsi nella
fontana di San Pietro. Lucio Mastronardi, alla vigilia del voto elettorale del
1964, pubblica un racconto. E, sul filo dell’ironia, aggiorna e arricchisce
l’originaria leggenda di san Giovanni Bosco immaginando la predica domenicale
di un parroco:
Arrivano i cosacchi. «Bertoldo», 3 ottobre 1941.
Arrivano i cosacchi. «L’on. Palmilio», 29 marzo 1947.
Arrivano i cosacchi. «L’onorevole», 29 maggio 1949.
Arrivano i cosacchi. «Rabarbaro», 5 ottobre 1947.
Fratelli miei don Bosco disse: i cavalli dei cosacchi verranno
a abbeverarsi alle fontane di Pietro. Fratelli: il capo dei
cosacchi ha mandato a Pietro sua figlia e suo genero per
testare l’acqua. I cosacchi sono pronti. I cavalli scalpitano.
Fratelli fermiamo i cavalli dei cosacchi. Se non li arrestiamo,
le vostre donne diventeranno oggetto di trastullo dei cosacchi.
Le vostre fabbriche, che grondano lacrime e sangue, saranno
teatro di basse orge cosacche. Fratelli usate la scheda[56].

Il richiamo di Mastronardi alla figlia e al genero del segretario generale allude


all’udienza che il 7 marzo 1963 Giovanni XXIII concede a Rada Chruščëva,
figlia di Nikita Chruščëv, e a suo marito Alexei Adjubei suscitando
preoccupazione e indignazione presso gli ambienti conservatori che ritengono
quell’incontro come foriero di eccessive aperture nei confronti dell’Unione
Sovietica.
Un timore che, mai sopito, torna con maggiore insistenza nel 1966, allorché
Andrej Gromyko, ministro degli esteri dell’Unione Sovietica, compie un viaggio
in Italia. In quell’occasione, sia pure sul filo dell’ironia, è Giovanni Guareschi a
riproporre la leggenda. L’autore di Don Camillo e Peppone, attribuendone la
paternità a Nostradamus così scrive:
Un’altra delle profezie di Nostradamus si è avverata. I cavalli
cosacchi si sono abbeverati alle acquasantiere di S. Pietro.
Anche se si trattava dei Cavalli-vapore (HP) della limousine
di Gromyko. E senza escludere che mons. Loris Capovilla,
per rendere omaggio al Gradito Ospite, abbia fatto il pieno al
radiatore della macchina di Gromyko con Acqua Santa[57].
6. Dove sono finiti gli eredi di Taras Bul’ba?
E che avevano fatto i cosacchi superstiti dalla campagna friulana, dai suicidi
in massa nella Drava e dalle purghe staliniane? Dalla cortina di ferro dell’Unione
Sovietica non trapelano notizie. Non solo in Italia, ma neppure in Russia. Tant’è
che all’inizio degli anni Sessanta, il regista italiano Giuseppe De Santis, mentre
sta girando in Unione Sovietica Italiani brava gente, film sulla ritirata dei soldati
italiani durante la campagna di Russia, annota nel suo diario:
È stato un problema mettere assieme uno squadrone di
cavalleria cosacca […] L’antico e glorioso corpo
dell’«Armata a cavallo» di Isaac Babel ora non esiste più
oramai. Dopo la guerra si è sciolto e gli ultimi cosacchi sono
ora dei placidi contadini che abbeverano ancora i loro cavalli
lungo le rive del Don, o seminano il grano nelle grandi
pianure siberiane[58].

E ancora – prosegue il regista – per reclutare le comparse che nel film


avrebbero dovuto interpretare uno squadrone di cavalieri cosacchi si deve fare
ricorso a ragazze reclutate nei circoli ippici di Mosca che, camuffate «con i neri
mantelli […] i turbanti grigio perla, le sciabole alla vita»[59] recitano la parte dei
cavalieri cosacchi.
Anche la cinematografia ufficiale sovietica sembra voler far cadere nell’oblio
il passato guerriero di quel popolo. Nel 1953, trionfalmente annunciato dalla
stampa comunista nostrana, esce sugli schermi italiani I cosacchi del Kuban. La
pellicola, uscita in Unione Sovietica nel 1950, è una commedia musicale di Ivan
Pyr’ev nella quale i protagonisti sono rappresentati come gli «eroi dei grandi
raccolti»[60] delle distese siberiane. Nel film i cosacchi sono gli interpreti di una
«vita nuova» e i protagonisti della «libertà del lavoro, che si esprime nel rispetto
reciproco, nell’amore per la danza, per i canti, per i libri e la bella musica»[61].
Dismessi gli spiriti guerrieri di un tempo e tacitati i fermenti autonomistici che li
avevano da sempre caratterizzati, quegli eroi leggendari appaiono perfettamente
integrati nello stile di vita dello stalinismo.
Dalla seconda metà degli anni Quaranta il mito romantico del cavaliere
cosacco rimane solo nelle pagine della letteratura russa e nell’immaginario
terrorizzato di quanti considerano imminente l’invasione dell’Italia da parte
dell’Unione Sovietica.
Gli eredi di Taras Bul’ba avevano compiuto le loro ultime gesta militari sulle
rive del Tagliamento al servizio delle armate hitleriane. Periti durante la ritirata
dalle terre friulane, confinati nei gulag staliniani o mandati a morte, i cosacchi
sopravvissuti si trasformano in pacifici contadini che abbeverano quei pochi
cavalli rimasti sulle rive del Don. Oppure, scritturati da compagnie teatrali e
circensi, si offrono al pubblico in spettacoli equestri presentati come una delle
espressioni più genuine dello «spirito russo».
In ogni caso i cosacchi non avrebbero potuto rivolgere i loro cavalli verso la
capitale della cristianità. Anche se la leggenda, suggestionando l’immaginario,
avrebbe per anni profetizzato il loro arrivo in Piazza San Pietro.
Oggi lo slogan non riveste il significato degli anni del dopoguerra e si è
trasformato in un modo di dire non privo di ironia per designare i residui
dell’ideologia comunista. Così l’immagine è stata rievocata poco tempo fa di
fronte all’idea di estendere il progetto ferroviario dell’ex Unione Sovietica, come
prosecuzione della Transiberiana, fino alle porte di Vienna: «Non è certo come
abbeverare i cavalli dei cosacchi nelle fontane di San Pietro ma per qualcuno
poco ci manca»[62]. Oppure, per difendersi dalla denunciata occupazione della
Rai, Demetrio Volcic, direttore del Tg1 all’inizio degli anni Novanta, sostiene
ironicamente di non avere mai avuto «redattori cosacchi che invece di andare ad
abbeverare i cavalli in Piazza San Pietro, andavano con le loro macchine di
seconda mano a Saxa Rubra»[63].
Nel 2011, allorché la giunta guidata dal sindaco Pisapia si insedia a Milano
qualcuno si sente in dovere di rassicurare la borghesia «sul fatto che la neonata
giunta di sinistra non avrebbe portato i cosacchi ad abbeverare i loro cavalli nella
fontana di piazza Castello»[64].
[1] Sulla nascita della paura comunista in Europa, cfr. M. Flores, L’immagine dell’Urss. L’Occidente e la
Russia di Stalin (1927-1956), Milano, Il Saggiatore, 1990, e R. Gerwarth e J. Horne (a cura di), Guerra in
pace. Violenza paramilitare in Europa dopo la grande guerra, Milano, Bruno Mondadori, 2013.
[2] R. Baschera, Le Profezie di Don Bosco, Padova, Meb, 1988, p. 62.
[3] Per queste profezie, cfr., in un’ormai vasta bibliografia, R. Baschera, Le Profezie della monaca di
Dresda, Padova, Meb, 1986; R. Boscolo, Nostradamus. Centurie e presagi, Milano, Mondadori, 1981; G.
Cosco, Profeti e Profezie, Imola, Sarva, 1991; F. Cuomo, Le grandi profezie, Roma, Newton & Compton,
1997; A.T. Mann, Profezie del Millennio, Vicenza, Neri Pozza, 1996; F. Mariani, Il mondo non finirà,
Milano, Sonzogno, 1996; D. Réju, Il Terzo Segreto di Fatima, Padova, Meb, 1983.
[4] Cuomo, Le grandi profezie, cit., p. 111.
[5] Ibidem.

[6] Ibidem.
[7] Cfr., al proposito, F. Jankowiak, L’anticléricalisme croyant, a cura di C. Sorrell, Chambéry,
Université de Savoie, 2004.
[8] Cfr. G.B. Lemoyne, A. Amadei e E. Ceria, Memorie biografiche di don (del Beato, del Santo)
Giovanni Bosco, 19 voll., Torino-San Benigno Canavese, 1898-1937.
[9] Cfr. Cuomo, Le grandi profezie, cit.; P. Zerbino (a cura di), I sogni di don Bosco, Torino, Elledici,
1988. Più in generale, sul profetismo di don Bosco, cfr. P. Stella, Per una storia del profetismo apocalittico
cattolico ottocentesco. Messaggi profetici di don Bosco a Pio IX e all’Imperatore d’Austria (1870-1873), in
«Rivista di Storia e Letteratura Religiosa», 1968, n. 4, pp. 448-469.
[10] «Il Galantuomo e le sue profezie. Almanacco piemontese-lombardo pel 1861», anno VIII, Torino,
Tip. Paravia e Comp., 1860, p. 12. Sulla monaca, cfr. G. Ferrari, La monaca di Taggia, o Suor Rosa
Colomba Asdente dei conti di Luceramo domenicana claustrale nel convento di S. Caterina da Siena in
Taggia (1770-1847). Vita e predizioni, Torino, Libreria del Sacro Cuore, 1933.
[11] M. Calvat, L’apparition de la très Sainte Vierge sur la montagne de La Salette, Roma, Società
Sant’Agostino, 1922.
[12] Ibidem.

[13] Ibidem.

[14] Ibidem.
[15] Cuomo, Le grandi profezie, cit., p. 46.

[16] Cfr., al proposito, V.E. Giuntella, Due manifesti sull’ingresso di truppe russe a Roma nel 1799, in
L’uomo e la storia. Studi in onore di Massimo Petrocchi, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1983, vol.
II, pp. 173-181.
[17] Per la ricostruzione dell’episodio e le varie cronache citate, cfr. V.E. Giuntella, I cosacchi a San
Pietro e i turchi in Laterano, in «L’Urbe», maggio-giugno 1950, pp. 19-23.
[18] Cfr. G. Tuninetti, Madonna pellegrina 1946-1951. Frammenti di cronaca e storia, Cantalupa, Effatà
Editrice, 2006, e P. Pellegrino, Madonna Pellegrina. La campagna elettorale del 18 aprile 1948 in Italia e
in Calabria, Cosenza, Edizioni Periferia, 1998.
[19] D. Mondrone, Colei che salverà l’Italia, in «La Civiltà Cattolica», 27 dicembre 1947, pp. 22-25.
[20] Il brano è citato da J.-D. Durand, Pèlerinages et processions en Italie au lendemain de la Deuxième
Guerre mondiale. Une interprétation politique, in Id. e R. Ladous (a cura di), Histoire religieuse. Histoire
globale - Histoire ouverte. Mélanges offerts à Jacques Gadille, Paris, Beauchesne, 1992, p. 373.
[21] Cfr. E. Fattorini, In viaggio dalla Madonna, in Donne e fede, a cura di L. Scaraffia e G. Zarri,
Roma-Bari, Laterza, 2009, pp. 495-515.
[22] Cfr. le considerazioni di monsignor Bernareggi, vescovo di Bergamo, in Durand, Pèlerinages et
processions en Italie au lendemain de la Deuxième Guerre mondiale, cit.
[23] Cfr. O. Pastore, Girano le madonne…, in «l’Unità», 8 giugno 1948.

[24] La Madonna che si muove, in «La Stampa», 14 febbraio 1948.

[25] Le Madonne che si muovono tolte dalle chiese di Arezzo, in «l’Unità», 13 giugno 1948.

[26] M. Valenti, Nessuno crede al miracolo dove il «miracolo» ha avuto luogo, in «La Stampa», 25
maggio 1948.
[27] Christianus, Il senso di Dio, in «Vita e Pensiero», giugno 1948, p. 325.

[28] Il brano è citato in A. Bravo, La Madonna pellegrina, in M. Isnenghi (a cura di), I luoghi della
memoria. Simboli e miti dell’Italia unita, Roma-Bari, Laterza, 1996, pp. 527-536.
[29] Fra i numerosi articoli dell’«Unità» dedicati al tema, cfr. La madonna di Assisi non si è affatto
mossa, 4 marzo 1948; Hanno adoperato la Madonna per fare un comizio elettorale, 14 marzo 1948; Il
caffettiere miracolato ha incassato mezzo milione, 24 febbraio 1948.
[30] Pastore, Girano le madonne…, cit.

[31] Cfr. Miracoli elettorali, in «Don Basilio», 10 aprile 1948.

[32] Cfr. G.C. Zizola, Il microfono di Dio. Pio XII, padre Lombardi e i cattolici italiani, Milano,
Mondadori, 1990.
[33] Il grande discorso di Palmiro Togliatti al Teatro Alfieri di Torino, in «l’Unità», 26 aprile 1949.

[34] Cfr. Tuninetti, Madonna pellegrina 1946-1951, cit., p. 7.

[35] Durand, Pèlerinages et processions en Italie au lendemain de la Deuxième Guerre mondiale, cit., p.
373.
[36] Come volevasi dimostrare, in «Don Basilio», 16 settembre 1948.

[37] C. Ginzburg, Folklore, magia, religione, in Storia d’Italia, vol. I, I caratteri originali, Torino,
Einaudi, 1972, pp. 670-675.
[38] Cfr. L. Tolstoj, I cosacchi (Racconto del Caucaso), in Id., Racconti, Torino, Einaudi, 1962, vol. II,
pp. 3-174.
[39] Cfr. N. Gogol’, Taras Bul’ba, in Tutti i racconti. Frammenti e abbozzi, a cura di E. Bazzarelli,
Milano, Mursia, 1963, pp. 249-366.
[40] V. Strada, Introduzione a vol. I, Babel’, L’armata a cavallo, Torino, Einaudi, 1958, p. vii.

[41] Cfr. L. Lombardo Radice, Rileggendo Sciolokov, in «l’Unità», 9 agosto 1957.


[42] Cfr. Comune di Trasaghis, Memorie di un esodo. I giorni dello sfollamento dell’ottobre 1944 e
dell’occupazione cosacca nel comune di Trasaghis, a cura di P. Stefanutti, S. Di Giusto e D. Tomat,
Tavagnacco, Arti Grafiche Friulane, 2003, pp. 16 ss.
[43] Cfr. C. Sgorlon, L’armata dei fiumi perduti, Milano, Mondadori, 1985. Sullo stesso tema cfr. anche
C. Magris, Illazioni su una sciabola, Pordenone, Edizioni Studio Tesi, 1986.
[44] Comune di Trasaghis, Memorie di un esodo, cit., p. 103.

[45] Ibidem, pp. 16 ss. Sul tema, cfr., anche, E. Collotti e G. Fogar, Cronache della Carnia sotto
l’occupazione nazista, in «Il Movimento di Liberazione in Italia», 1968, n. 91, pp. 62-102.
[46] Ibidem.

[47] Ibidem, p. 18.

[48] Ibidem, p. 39. Fra i vari contributi che si sono soffermati sulla presenza cosacca in Friuli, cfr. P.
Stefanutti, I cosacchi sotto le Alpi, in «Millenovecento», febbraio, 2005, pp. 37-48; F. Fabbroni,
L’occupazione cosacca della Carnia e dell’Alto Friuli, in «Storia contemporanea in Friuli», 1984, n. 15, pp.
89-118; P. Deotto, Stanitsa Tèrskaja. L’illusione cosacca di una terra. Verzegnis, ottobre 1944-maggio
1945, prefazione di M. Flores, Udine, Gaspari, 2005.
[49] Il dito nell’occhio, in «l’Unità», 18 luglio 1950.

[50] Tra due blocchi. «La croce sul Vaticano il tricolore in Campidoglio», in «Rabarbaro», 8 febbraio
1948.
[51] P. Togliatti, Le elezioni di Roma, in «l’Unità», 12 ottobre 1947.

[52] Grattate il Blocco e troverete… il cosacco, in «Rabarbaro», 18 aprile 1948.

[53] Giornate di passione, in «La Stampa», 9 giugno 1949.

[54] M.R. De Gasperi, De Gasperi uomo solo, Milano, Mondadori, 1964, p. 210.

[55] I cosacchi in piazza Colonna, in «l’Unità», 19 novembre 1967.

[56] L. Mastronardi, Il voto, in «l’Unità», 22 novembre 1964.


[57] G. Guareschi, Il Papa si chiama Giuseppe. Lettera a Don Camillo, in «Il Borghese», 19
maggio1966.
[58] G. De Santis, Italiani brava gente, in «l’Unità», 20 settembre 1964.

[59] Ibidem.
[60] U. Casiraghi, Amori e melodie tra i cosacchi del Kuban, in «l’Unità», 4 luglio 1953.

[61] Ibidem.

[62] F. Dragosei, Rinasce il sogno russo: Transiberiana fino a Vienna, in «Corriere della Sera», 5 giugno
2012.
[63] E. Singer, «Caro Vespa, eri vecchio». Volcic: «Mai avuto giornalisti cosacchi», in «La Stampa», 4
febbraio 1995.
[64] C. Schirinzi, Il ruolo di Milano, in «Corriere della Sera», 31 maggio 2011.
Capitolo terzo
Baffone e il paese dei balocchi
1. La favola di Orco baffone
Nel corso della storia portare barba e baffi ha assunto diversi significati.
Generalmente ritenuti espressione della virilità maschile, dall’età moderna in poi
quei segni hanno palesato anche appartenenze politiche. Durante l’Ottocento,
presso le classi borghesi, stanno a testimoniare l’adesione agli ideali
risorgimentali. In anni più tardi quella moda continua come nostalgico legame
all’epopea di Garibaldi e di Mazzini e come segno distintivo di appartenenza alla
massoneria.
L’identificazione fra barba/baffi e ideali unitari è tale che in alcuni stati
preunitari è vietato espressamente esibirli e non è raro ritrovare nelle carte di
polizia la certificazione di punizioni che arrivano al loro taglio in pubblico
perché considerati manifestazione di rivoluzionarismo[1].
L’identificazione fra barba, baffi e ribellismo si trasferisce anche sul piano
sociale. All’inizio del Novecento infatti, in base all’etichetta, le classi
aristocratiche e borghesi ritengono disdicevole il viso non rasato delle classi
popolari. Trasgredire quella norma equivale a testimoniare disordine e
disobbedienza. Tant’è che un vero e proprio coro di proteste si leva da parte di
certe categorie di lavoratori che vivono l’obbligo di rasatura del viso non solo
come una castrazione simbolica della virilità ma anche come un’impronta di
inferiorità sociale[2].
Nel Novecento significato sociale e senso politico tendono a confondersi ed
esibire quei segni esprime spesso un generico ribellismo all’ordine costituito. E
il senso dell’opposizione si accentua allorché nelle varie rappresentazioni,
particolarmente attraverso la satira, barba e baffi vengono accentuati a dismisura
fino a identificarsi con il personaggio. È il caso di uno dei pro tagonisti della
storia del Novecento, Giuseppe Stalin, che viene riconosciuto con l’epiteto di
«Baffone».
Il nomignolo è certamente il più popolare fra quelli attribuiti al dittatore
georgiano. Una diffusione più limitata ha invece «Barbison», nel dialetto
milanese El barbisòn[3]. Nelle zone del Nord-Est italiano circola anche «Bepi dal
gias», o, nella versione italianizzata, «Bepi del giasso» (del ghiaccio), un
appellativo attraverso il quale Stalin «sembra crescere fino alla statura d’una
divinità nordica che s’affacci dal paese del ghiaccio sulle nostre montagne»[4]. E,
a ben guardare, un’involontaria variante dialettale del Nonno gelo che nella
tradizione russa raffigura Babbo Natale.
È stato scritto che per Stalin più che il personaggio reale prevale la leggenda.
In realtà dal punto di vista linguistico i nomignoli rientrano in quelle forme
carezzevoli ritenute sintomi di affettività[5]. Quei nomi sono forse il segno più
palese della devozione popolare nei confronti del dittatore georgiano che si
manifesta, nel dopoguerra, anche attraverso l’imposizione ai neonati di nomi
come «Stalino» o «Stalina»[6].
Il nomignolo attribuito a Stalin accompagna le speranze e le attese di un suo
imminente arrivo in Italia: «Addavenì Baffone»[7], diventa un modo di dire in
dialetto romanesco che ha una larga circolazione anche al di fuori della capitale.
Film come quelli di Vittorio Vessarotti, Ha da venì… don Calogero, uscito nelle
sale nel 1951 o invocazioni come quelle di Totò in più di una scena
cinematografica rendono ancora più popolare l’espressione.
L’espressione ha un’origine probabilmente popolare e, nel corso della
Seconda guerra mondiale, sta a significare l’auspicio, da parte del popolo
comunista, dell’imminente arrivo di Stalin (e delle sue armate) sul suolo italiano.
All’origine quella frase è dunque intesa in forma salvifica.
Durante il fascismo i baffi del dittatore sono sempre associati, soprattutto nelle
caricature, a raffigurazioni di terrore: come l’immagine nella quale enormi baffi
nascondono il ghigno crudele e soddisfatto di Stalin nell’atto di stritolare un
bambino in un manifesto della Repubblica sociale del 1944[8].
Nel secondo dopoguerra la propaganda di segno anticomunista si appropria di
quell’espressione fino a trasformarla in un’inquietante minaccia. Deprivata di
quelle attese messianiche che riveste all’origine, l’espressione si trasforma in un
terrificante ammonimento nel corso di un processo di appropriazione mediante il
quale «Baffone» diviene sinonimo di «paura» e «rovina». In questa
trasformazione l’espressione perde l’originale significato attribuitogli dal
sentimento popolare comunista per assumere connotati negativi. Quei baffi
divengono sinonimo di «inganno», «imbroglio» e «barbarie».
Nel contesto della Guerra fredda alla favola di Baffone si affianca, fino a
sovrastarla, quella di un orco minaccioso. Tant’è che quell’appellativo compare
spesso sulla stampa della Democrazia cristiana, ma non viene mai citato in
quella di orientamento comunista. Tanto più che quel nomignolo, per la sua
evidente assonanza con «Buffone»[9] si presta a essere facilmente storpiato dagli
avversari e suonare come irridente nei confronti di quello che la vulgata
comunista definiva affettuosamente «Piccolo Padre»[10]. Un appellativo che
convive, e nel popolo comunista sovrasta, l’immagine della «Grande Madre
Russia».
Sul piano letterario è George Orwell a identificare il terrore nei baffi del
dittatore. In 1984, lo scrittore inglese delinea una società – quella dell’Oceania –
governata dal Partito, unica entità politica ammissibile nel continente. Il volto
con cui il Partito si mostra al popolo è un omone con dei folti baffi chiamato
«Grande Fratello».
L’immagine di «Orco baffone»[11] si trasferisce nell’opinione comune grazie
soprattutto alla propaganda. Nelle caricature e nella satira di segno
anticomunista quei baffi smisurati bene si prestano all’assimilazione con una
tradizione favolistica nella quale un’abbondante peluria copre il viso del
«cattivo»: dal Barbablù di Perrault, all’orco di Pollicino al Mangiafuoco di
Collodi[12].
I baffi diventano sinonimo del dittatore georgiano al punto che vengono
talvolta raffigurati senza il volto di chi li porta. In occasione delle elezioni
amministrative romane del 1952 gli osservatori riferiscono che «la città è piena
di baffi»[13] disegnati ovunque: sui muri, sui manifesti camuffati o in facsimili di
carta.
«Baffone» si afferma dunque come la caricatura per eccellenza della
propaganda. E per sottolineare la ferocia del personaggio i tratti somatici di
Stalin sono assimilati a quelli asiatici, per rimarcarne la distanza dal mondo
occidentale e dai suoi valori. Del resto nella vulgata dell’anticomunismo il
nemico assume spesso fattezze orientali attraverso identificativi come «il turco»,
«il mongolo» o, più genericamente, «l’asiatico».
Nella fisiognomica politica quei baffi diventano l’emblema di una violenza
fagocitante e devastatrice. Nell’imminenza del le elezioni, sui manifesti della
Democrazia cristiana, Stalin si trasforma nel «gatto baffone che del comun farà
un boccone». Oppure suona come minaccioso ammonimento agli impiegati
pubblici in occasione di scioperi: «Statali altro che aumenti se viene Baffone».
Spesso poi l’immagine del dittatore comunista evoca scenari di guerra: «Ha
l’ulivo nella bocca la colomba di Baffone ma nascosto dentro l’uovo ha la bocca
di un cannone»[14].
L'antimito di Baffone. Baffi, verso e recto in Collezione Orioli, Biblioteca
Giuseppe Toniolo, Istituto Conestabile Piastrelli di Perugia.
L'antimito di Baffone. «Candido», 30 settembre 1947.
L'antimito di Baffone. «Il Travaso», 30 giugno 1946.
L'antimito di Baffone. Poesia sul baffo in Collezione Orioli, Biblioteca
Giuseppe Toniolo, Istituto Conestabile Piastrelli di Perugia.

Nel corso degli anni Cinquanta gli osservatori delle campagne elettorali
ritengono che l’immagine di «Scelba manganellatore» sia popolare nei manifesti
dei partiti della sinistra almeno quanto quella di «Orco baffone» in quelli dei
partiti conservatori[15].
Certamente, negli anni del dopoguerra, la raffigurazione più riuscita di quegli
enormi baffi caricaturali è opera di Giovanni Guareschi. Disegnati in maniera
abnorme, quei baffi indicano l’ombra sinistra del comunismo, ma, soprattutto,
stanno a significare l’ottusità che l’autore di Don Camillo e Peppone attribuisce
ai comunisti. Tant’è che i baffi del dittatore sono associati a un’altra invenzione
di Guareschi: quella del «trinariciuto». Ossia il militante comunista provvisto di
un naso a tre narici. La terza narice – come spiega Guareschi – «Ha una sua
funzione completamente indipendente dalle altre due: serve di scarico in modo
da tener sgombro il cervello dalla materia grigia e permette nello stesso tempo
l’accesso al cervello delle direttive di partito che, appunto, debbono sostituire il
cervello»[16].
La pedissequa imitazione del «capo» caratterizza il ritratto del militante
comunista. Al punto che Guareschi tende a disegnare i baffi di Stalin su vignette
che satireggiano figure di capi e di militanti, che nella realtà ne erano privi, per
rendere l’idea di una supina imitazione del capo.
Guareschi, poi, descrive lo stesso Peppone, il sindaco comunista antagonista
di don Camillo, come provvisto di un enorme paio di baffi. E quell’imitazione fa
denunciare a don Camillo, in occasione delle elezioni comunali, che «Lista
Peppone è lista Baffone».
Le immagini caricaturali di Guareschi non tardano a trasferirsi nella
pubblicistica dove i militanti comunisti vengono descritti come «i baffuti
compagni con il fazzoletto rosso al collo». Come Onder Bonini che «per avere i
baffi alla Stalin […] è stato scelto a reggere la federazione rossa di Reggio
Emilia»[17]. E in alcune regioni come la Sicilia i seguaci di Stalin vengono
definiti «baffonisti»[18].
Nel dopoguerra i baffi diventano anche termini di paragone per accentuare la
distanza fra la democrazia e la dittatura. E, nonostante la forma differente, la
propaganda assimila i baffi del dittatore comunista a quelli di Hitler. Già negli
anni della guerra la propaganda antifascista aveva coniato il termine di
«Baffino». Ai quali si sarebbero aggiunti negli anni termini dialettali come
quelli, diffusi nell’area bolognese, di «Bàfi», «Bafién», «Bafiuzzi», «Zdarinén»
(«Spazzolino»). Una certa diffusione ha anche «Monobaffo». Ma l’identificativo
più popolare è Charlot, in allusione della somiglianza con i baffi del celebre
attore che, oltretutto, nel 1940 aveva portato sugli schermi la figura del Grande
dittatore[19].
Nel dopoguerra sui muri compaiono scritte come «Non volevamo Baffino, ora
non vogliamo Baffone» e la satira popolare accomuna i due baffi più popolari
del Novecento in motteggi e canzoni come sinonimo di «dittatura»:
Due compari già alleati
Che il destino ha separati.
Si diceva anche Baffino
Della pace il paladino
Mentre già apprestava al mondo
Il macello furibondo
È la stessa ipocrisia
Di ogni infame tirannia
Il sogghigno ingannatore
D’ogni pazzo dittatore.
Ma Baffone si rammenti
Maneggiando gli armamenti
Che alla fine, disperato,
il suo amico s’è sparato[20].
2. Caro Papà Stalin
In una pagina di 1984 Orwell fa osservare a Winston Smith una moneta con
impressa l’effigie di Stalin. Il protagonista del romanzo, impiegato al ministero
della Verità, si chiede: «Ma che tipo di sorriso si celava sotto i baffi neri?»[21].
Orwell, nel seguito di 1984, avrebbe spiegato quale orrore mascheravano quei
baffi.
A quell’interrogativo del tutto diversa sarebbe stata la risposta del popolo
comunista: quei baffi nascondevano un sorriso amorevole, protettivo e paterno.
Come spiega l’agiografia di Henry Barbusse[22], scritta nel 1935 e i cui ritratti
sarebbero rimbalzati su tutta la stampa comunista, sotto quei baffi si celava il
sorriso di «un grande fratello che s’è chinato su tutti», «il benefattore» che
«guida […] la parte migliore del vostro destino».
A partire dalla Rivoluzione bolscevica l’Unione Sovietica diviene la
proiezione simbolica delle aspettative radicate nel popolo comunista. Attraverso
la sacralizzazione della figura di Stalin il socialismo perde gran parte della sua
dimensione utopica e si trasforma in realtà. Tutto ciò che all’indomani della
Rivoluzione bolscevica viene proclamato come possibile si è realizzato.
L’immagine positiva dell’Unione Sovietica circola in Occidente grazie alle
entusiastiche descrizioni di scrittori e intellettuali affascinati dal mito della
Rivoluzione di ottobre. Anche per persone e gruppi distanti dalla cultura
socialista, quanto è accaduto in Russia riveste immediatamente il fascino di un
evento vitale e vivificante per l’umanità[23].
Già all’indomani della Rivoluzione bolscevica il modello pedagogico
dell’Unione Sovietica diviene il punto di riferimento anche per la gioventù
comunista italiana. La stampa per ragazzi, a imitazione di quella per gli adulti,
invita a «fare come in Russia», e a montare «la guardia attorno la Russia dei
Soviet!»[24]. Nel secondo dopoguerra la stampa e la propaganda del Partito
comunista italiano contribuiscono a diffondere un’immagine ampiamente
positiva: nel paese che per primo ha realizzato il socialismo regnano giustizia e
uguaglianza. Scomparsi sono inoltre fenomeni come analfabetismo, delinquenza
e disoccupazione. I servizi sociali sono a un livello elevato e a portata di tutti i
cittadini.
A diffondere quell’immagine sono, in una realtà impermeabile a ogni
informazione, i viaggiatori. Nel 1934 Corrado Alvaro scrive una serie di
corrispondenze dall’Unione Sovietica per il quotidiano torinese «La Stampa»
cercando di spiegare la malìa che affascina i viaggiatori occidentali e
concludendo che «Non è strano che molti tornino da questo viaggio senza aver
visto altro che miraggi». Alvaro aggiunge poi che quei pellegrini compiono «una
operazione di partecipazione mistica a un rito comune». Insomma, come se i
viaggiatori si ritrovassero d’incanto in un mitico «regno delle fiabe»[25].
L’ufficialità dei giornali comunisti nei quali vengono pubblicati quei resoconti
di viaggio non fanno filtrare voci di dissenso. Tuttavia quelle convinzioni
vengono esplicitate anche nei diari e nelle lettere private dei militanti. Aggettivi
come «meraviglio so» o espressioni del tipo «Qui il domani è sicuro per tutti»
accompagnano le considerazioni di anonimi militanti. Si tratta di espressioni
destinate a non essere pubblicizzate ma a rimanere private e che denotano
dunque come quel sentimento di «amore» nei confronti dell’Unione Sovietica e
del suo capo non conoscesse limiti[26]. Perché, come spiega un dirigente
periferico del Partito comunista, quel sentimento era talmente radicato che «I
compagni di base non vogliono, o non intendono vedere nessun lato negativo
nella vita dei compagni sovietici»[27].
Rare le voci, in quel coro unanime di plauso, che si levano a dissentire e a
riferire in maniera tutt’altro che edificante la realtà sovietica. Fra queste quella di
Vittorio Rossi, il primo giornalista italiano della stampa «borghese» al quale, tra
la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta, è concesso il visto di
ingresso in Unione Sovietica, grazie all’intercessione del governo italiano.
L’analisi di Rossi si concentra sulla mancanza di libertà, sulle disuguaglianze,
sulle storture dell’economia sovietica e dei vari piani quinquennali ma non
trascura neppure le condizioni di vita e i costumi dei cittadini sovietici.
La stampa comunista italiana sostiene che in Unione Sovietica case ed edifici
moderni sono continuamente costruiti e progettati per il benessere della
popolazione. E dietro l’impulso dei vari piani quinquennali «si costruisce un
appartamento al minuto»[28]. Al contrario Rossi, nelle sue corrispondenze per il
«Corriere della Sera», scrive che al di fuori del centro storico di Mosca, dove
prevalgono edifici monumentali ispirati all’architettura del realismo socialista, le
condizioni abitative delle popolazioni locali somigliano a quelle di un
«miserabile villaggio». Appena fuori dalla Piazza Rossa:
Vecchie case andate in rovina […] scrostate, con scale
malamente praticabili, e cortili attivamente percorsi da
rigagnoli d’acque sudice […] Casupole e baracche decrepite,
avviate al disfacimento […] tutte dense di gente, gremite
come formicai[29].

La vulgata comunista si intrattiene spesso anche sulla raggiunta parità dei


sessi. Di più, descrive l’evoluzione della donna comunista verso forme di
femminilità un tempo sconosciute. Uno dei massimi dirigenti del Partito
comunista di allora, Ruggero Grieco, riferisce che
la donna sovietica, che ci hanno così sovente raffigurata
come mascolinizzata e inselvatichita […] tiene al rossetto, ai
profumi, ai tessuti di ottima qualità, agli abiti ben
confezionati, ad una moda seria[30].

Mentre nei fumetti satirici della stampa conservatrice le donne sovietiche sono
spesso raffigurate con fattezze mascoline e, non di rado, con i baffi. Si tratta di
un’immagine che, fuori da ogni caricatura, trova concorde anche il
corrispondente del «Corriere della Sera» secondo il quale:
Quanto poche sono le donne di Mosca che hanno i capelli
acconciati dalle mani di un parrucchiere, e rossetto alle
labbra, e ciprie sulla faccia, e unghie smaltate, e sappiano di
profumo e abbiano le scarpe pulite[31].

I giornali comunisti italiani riportano con enfasi le statistiche esibite da


Anastas Mikojan durante il XIX Congresso del Pcus secondo le quali in costante
aumento è la produzione degli elettrodomestici per uso familiare «non […]
inferiori ai migliori modelli stranieri»[32].
Puntualmente il giornalista del quotidiano milanese smentisce quelle
immagini edulcorate riferendo che:
Tutta la produzione sovietica di oggetti casalinghi, di mobili,
di utensili e lampade elettriche […] è scadente, rustica di
forme e colori, fatta con materiali di cattiva qualità, e come
da apprendisti, da tecnici e maestranze che hanno cominciato
adesso e ancora non sanno adoperare tecnicamente la testa e
le mani[33].

Si trattava di cronache che rischiavano di minare l’immagine dell’Unione


Sovietica e che le reprimende dell’ufficialità comunista attribuivano ai
«disfattisti amici del capitalismo», contrapponendo altri racconti edificanti del
paradiso socialista, all’interno del quale un posto del tutto particolare spetta
all’infanzia.
3. Bambini felici
Anche un racconto di viaggio per certi aspetti critico come quello di Alberto
Moravia, condotto nel 1958 e dunque dopo la scomparsa di Stalin, ritiene che
l’uguaglianza nell’Unione Sovietica non costituisce affatto un mito. Anzi, la
conferma lo scrittore la trae proprio dall’osservazione di una realtà infantile, un
asilo di Tashkent, dove bambini di varie razze convivono «confusi nella stessa
stanza, assopiti nell’innocente sonno dell’infanzia»[34].
Ma l’idea che nel paese di Stalin le future generazioni del comunismo godano
di una particolare cura emerge soprattutto dai resoconti delle delegazioni
ufficiali del Pci. Nel 1946 un gruppo giovanile, guidato da Enrico Berlinguer,
così delinea le condizioni dell’infanzia:
Nelle fabbriche vi sono asili e nidi per i figli degli operai,
nelle biblioteche sale speciali di lettura sono riservate ai
bambini, per i bambini sono aperti nelle città speciali parchi
per i divertimenti, i giochi, lo sport. Criterio dell’educazione
dell’infanzia è quello di educare i bambini a vivere nella
collettività ed amare il proprio paese e tutto quello che vi è di
progressivo nel mondo, sviluppando contemporaneamente le
attitudini particolari di ciascuno. Il popolo sovietico è fiero
dei suoi successi nelle cure dell’infanzia, del miglioramento
delle condizioni di istruzione e di salute dei bambini[35].

Sul tema, ancora più circostanziato è il resoconto di Paolo Robotti che, dopo
aver soggiornato a lungo in Unione Sovietica, nel 1950 racconta le condizioni di
vita nel paese del socialismo reale.
Costruita attraverso una serie di domande, l’inchiesta di Robotti così risponde
sull’esistenza o meno dell’infanzia abbandonata, uno degli argomenti che più
frequentemente vengono utilizzati dalla stampa conservatrice per dipingere
l’Unione Sovietica come una società primitiva: «Il fenomeno […] con tutte le
sue conseguenze, è stato un triste retaggio del vecchio regime zarista». E sulle
condizioni dell’istruzione il dirigente comunista argomenta che «il potere
sovietico ha dedicato alla pubblica istruzione il massimo interessamento e il
massimo sforzo»[36].
Robotti si sofferma poi sull’importanza che nella scuola sovietica viene
riservata all’insegnamento delle scienze e riferisce che:
trovandomi una sera presso una famiglia russa, fui sorpreso
dalla quantità di recipienti vari nei quali germogliavano
grano, segale, cipolle e altre colture. Si trattava di esperimenti
che faceva una bambina di 11 anni la quale mi disse che stava
realizzando alcuni insegnamenti di genetica dell’accademico
Lysenko[37].

Anche Italo Calvino, che nel 1952 compie un viaggio in Unione Sovietica,
descrive in termini entusiastici l’amore per la natura dei bambini di Mosca. E,
come riferisce, è lo stesso Trofim Denisovič Lysenko, portavoce ufficiale del
comunismo sovietico in materia di genetica, ad assegnare gli esperimenti ai
fanciulli[38].
Il primato della scienza e della tecnologia dell’Unione Sovietica costituisce
uno dei temi che, fra gli anni Cinquanta e Sessanta, alimenta il mito della
superiorità nei riguardi dell’Occidente. Un primato che – come viene
costantemente sottolineato – è soprattutto da attribuire all’ampio spazio riservato
nelle scuole all’insegnamento delle materie scientifiche.
Delegazioni di medici italiani, avendo visitato gli ospedali della patria del
comunismo assicurano che il sistema sanitario di quel paese funziona alla
perfezione. Particolare cura viene posta nei servizi per l’infanzia giacché «il
bambino gode di una assistenza continua, a cui provvede direttamente lo stato».
Perché per «i sovietici […] il problema dell’infanzia è il primo dei problemi»[39].
A quelle descrizioni si allinea anche una significativa voce della pedagogia
comunista come quella di Dina Bertoni Jovine. Pur alieno dai toni più grevi della
propaganda, il resoconto della pedagogista esprime entusiasmo per il sistema
scolastico sovietico, anzi, ne dichiara apertamente la superiorità su quello
occidentale. E, proprio per questo, esso permette di «avviare tutto il popolo ad
una intensa vita civile e culturale»[40] e «rappresenta la dimostrazione pratica di
tutto un sistema che attende a trasformare il lavoro in liberazione umana»[41].
L’enfasi attraverso la quale la propaganda del comunismo italiano dipinge le
condizioni in Unione Sovietica si trasferisce dunque dal mondo adulto a quello
dell’infanzia. Insomma, il ritratto di un vero e proprio paese dei balocchi. In una
realtà in cui – riferisce la stampa comunista – «il diritto alle ferie è garantito
dalla Costituzione e il periodo di riposo varia da un mese a un mese e mezzo»
anche «i bambini hanno come i grandi le loro stazioni estive dove sono
sorvegliati da medici e da maestre specializzati»[42].
Anche i negozi dei giocattoli si uniformano ai canoni della pedagogia
sovietica. Infatti, come nota un corrispondente da Mosca:
Ho visto […] bambole, trenini, soprattutto i teatrini per
marionette, i carrettini, i cavalli, gli altri animali […]. Ho
visto ogni specie di giocattolo, ma non ho visto un solo
fucile, una sciabola, una pistola, un elmo. Nemmeno i
soldatini di piombo[43].

L’assenza di quei giocattoli che evocano la guerra è spiegata con la


considerazione che i sovietici non impartiscono ai bambini «una educazione
militarista» perché rifiutano l’idea «che i ragazzi giochino a fare i soldati
d’assalto, o, peggio, i gangster»[44]. Il che suona come un diretto riferimento
polemico al fenomeno del gangsterismo negli Stati Uniti, uno dei bersagli più
frequenti della polemica contro il paese simbolo del capitalismo[45].
Del resto in quegli anni non è solo il Partito comunista a sostenere il valore
diseducativo delle armi giocattolo. Gruppi di madri, educatori e varie
associazioni ritengono che per una generazione infantile appena uscita dalla
guerra quelli che vengono definiti i «giocattoli della crudeltà» non aiutino a
superare i traumi del conflitto appena trascorso[46].
Nel 1952, un gruppo di madri, riunite in associazione lancia un appello
affinché nella ricorrenza delle feste natalizie «[si] intensifichi la campagna
contro le armi di guerra, persuadendo i genitori a non comperare rivoltelle,
fucili, carri armati, soldatini di piombo e persuadendo i bambini […] a non
chiedere simili giocattoli». L’appello inoltre pone «l’accento sui giocattoli-armi
e sui traviamenti che tali giochi possono esercitare nella psiche infantile»[47]. E
contro quella campagna, che rischia di mettere in crisi la produzione del
giocattolo, si mobilitano anche i costruttori delle «armi guerresche»[48].
In realtà anche nella stampa per ragazzi, costante è il riferimento, in negativo,
al modello degli Stati Uniti. E come scrive un piccolo lettore: «voglio bene
anche all’America, ma vorrei diventasse quasi uguale all’Urss, così staremo tutti
più tranquilli»[49]. Quell’ingenuo «quasi uguale» sta verosimilmente a significare
che, per quanti sforzi l’America avesse fatto mai avrebbe potuto raggiungere
l’Unione Sovietica.
La contrapposizione fra le due realtà finisce per condizionare, come nel
mondo adulto, anche l’immaginario infantile. Se l’Unione Sovietica è il modello
ideale nel quale ogni bambino desidera vivere, gli Stati Uniti rappresentano il
mondo delle contraddizioni che essi rifiutano: il razzismo, la disuguaglianza,
l’imperialismo e la sopraffazione dei forti sui più deboli[50].
Dalla fine degli anni Cinquanta, in coincidenza con l’inizio delle imprese
spaziali sovietiche, i negozi di giocattoli si sarebbero riempiti di imitazioni dello
Sputnik e di missili[51] che la retorica comunista, a dispetto di quelle imprese che
sottacevano la corsa agli armamenti, consideravano come strumenti per la pace
nel mondo. Tali li considerano i lettori dei giornalini per l’infanzia e la gioventù
del Partito comunista:
I sovietici sono stati bravissimi e oggi sono in testa a tutti in
queste scoperte dell’Universo […] per andare più in alto, più
lontano, […] per vivere bene e tutti in pace[52].

Le prime imprese spaziali sono, come nella vulgata comunista per gli adulti,
dirette al mantenimento della pace; e i lettori di «Pioniere», il periodico
comunista per bambini, insistono continuamente sul tema: «Per me, il lancio del
Lunik è un fatto molto importante perché l’hanno fatto per primi i russi che sono
quelli che vogliono più degli altri la pace»[53]. E allorché Jurij Gagarin viene
lanciato nello spazio un giovane lettore esulta: «La notizia del volo […]
annunciata una mattina del mese di aprile mi è apparsa immensa perché credevo
che questo fosse possibile solo nei libri di fantascienza»[54].
Anche nei paesi satelliti i negozi di giocattoli sono descritti come veri e propri
paradisi per l’infanzia. A Budapest, ad esempio, sono i giovani comunisti a
gestire il «Magazzino dei pionieri» e «La vetrina dei giocattoli […] è
bellissima»:
C’è un intero circo equestre montato in modo in cui tutti gli
acrobati sono grossi animali di pezza […] Nel magazzino c’è
di tutto, dalle caramelle alle carrozzine, un cinema, uno
studio fotografico, una libreria, un caffè[55].

Del tutto opposto il parere di quei pochi osservatori occidentali secondo i


quali in quei negozi fanno bella mostra «Orsetti e bambole eguali, egualmente
brutti, che sono nuovi, e sembrano già adoperati, e il più meccanico e ingegnoso
dei giocattoli è il carrettino di legno»[56].
Sulle pagine di «Pioniere» la storia dell’Unione Sovietica viene rievocata nei
suoi trascorsi gloriosi attraverso la Rivoluzione di ottobre, la figura di Lenin e
quella di Stalin. E, soprattutto, il ruolo dell’Armata rossa, che grazie alla sua
«travolgente avanzata» costringe la Germania nazista alla resa.
Renata Viganò, la scrittrice che nel 1949 pubblica uno dei più intensi romanzi
dedicati alla guerra partigiana, L’Agnese va a morire, verga alcuni versi nei quali
si evoca la funzione protettiva dell’esercito sovietico nei confronti dell’infanzia:
Armata rossa che appari dal piano
Se non t’affretti ci prende la terra
Noi siamo in tanti bambini di guerra:
dentro la guerra moriamo di fame[57].

Tuttavia, contrariamente alle accuse della stampa cattolica che


nell’educazione dell’infanzia e della gioventù comunista ravvisa una pedissequa
imitazione, il modello proposto all’infanzia comunista italiana conserva margini
di autonomia.
Certo l’immagine che la stampa per ragazzi propone dell’Unione Sovietica è
ampiamente positiva. Tuttavia momenti quali il Risorgimento e gli eroi nazionali
come Mazzini e Garibaldi, il richiamo alla Resistenza, alla Costituzione e alla
Repubblica sono frequenti. Insomma ciò che emerge dalla letteratura per ragazzi
di orientamento comunista è una riproposizione, in chiave infantile, di quella via
italiana al socialismo perseguita dal gruppo dirigente del partito[58].
Come a dire che se la costruzione del fanciullo «nuovo» ha come punto di
riferimento i modelli educativi dell’Unione Sovietica, conserva però margini di
elaborazione del tutto autonomi.
4. Infanzia omicida
Durante la campagna elettorale che precede le elezioni del 18 aprile 1948 la
stampa democristiana pubblica una barzelletta spiegando che essa circola a
Varsavia e che racconta di uno scolaro sottoposto a un esame propedeutico da
parte di un ispettore scolastico:
Il nome di tuo padre? Stalin risponde l’allievo. Come?
Chiede stupito l’ispettore: Stalin non è forse il padre dei
popoli e di tutti i veri democratici? Ribatte impavido il
ragazzo: Ah! Sì… benissimo benissimo. E il nome di tua
madre?, interroga l’ispettore: La Russia sovietica. Come
sarebbe a dire?, incalza l’ispettore: Ma sì. Non è l’Unione
sovietica la madre patria di tutti i lavoratori? E che cosa vuoi
diventare incalza l’ispettore: Orfano, risponde il ragazzo[59].

La risposta del ragazzo fa riferimento a uno dei temi più ricorrenti della
propaganda democristiana in tema di educazione giovanile: ossia il ripudio del
figlio, fedele agli ideali dell’Unione Sovietica, nei confronti di quei genitori
considerati ostili al co munismo. Un ripudio che, in certi casi, arriva addirittura a
far fucilare il padre.
Fra l’altro la propaganda democristiana durante il 1948 mette in circolazione
il verso di una canzone che avrebbe recitato «Per servire il comunismo ucciderò
mio padre e mia madre»[60]. Una canzone del genere, mai circolata nella
tradizione comunista italiana, fa riferimento alla vicenda di Pavel Morosov, il
modello del piccolo eroe proletario che non esita a denunciare il padre
incolpandolo di sottrarre i prodotti del suo lavoro di contadino destinati alla
collettivizzazione imposta da Stalin.
Nella propaganda italiana Morosov si trasforma in un esempio negativo
dell’educazione comunista che arriva perfino a far fucilare i padri[61] e, nel pieno
della Guerra fredda, diviene il «figlio snaturato»[62], l’interprete di un modello
filiale che stravolge l’educazione della famiglia per affidarla allo stato.
In definitiva, l’infanzia sta al centro della costruzione dello stato comunista
sovietico. Al punto che, abolite le classi e i privilegi sociali, sui mezzi pubblici
non esistono posti riservati: generali e soldati, dirigenti e impiegati, operai e
direttori, studenti e professori viaggiano «lato a lato»[63]; unica eccezione
riguarda l’infanzia. Infatti, «nella metropolitana esistono scompartimenti speciali
riservati ai bambini»[64]; a ciò va aggiunto che «qualsiasi stazione ferroviaria ha
nel suo edificio la stanza “per la mamma ed il bambino”»[65].
Nell’Unione Sovietica l’edificazione delle condizioni dell’infanzia si muove
su un doppio registro. Da una parte si descrivono le conquiste, i traguardi e le
opportunità di cui i fanciulli usufruiscono. Dall’altra si insiste sul modello
educativo comunista come ispiratore di una solidarietà assente nell’educazione
del mondo occidentale plasmata sull’individualismo. Per questo in Unione
Sovietica «Nessuno è pigro e svogliato, perché se fa male, il danno non è
soltanto suo, ma di tutto il gruppo»[66]. Nessun traguardo è negato al fanciullo
che si ispira ai modelli educativi del collettivismo «purché egli sia onesto,
volenteroso e partecipi con interesse e spirito di fratellanza alla vita del suo
collettivo scolastico»[67]. La palingenesi che caratterizza la costruzione del
fanciullo «nuovo» comporta dunque la creazione di una morale contrapposta a
quella borghese[68].
E l’incarnazione di quel modello è il pioniere, che fin dall’età infantile osserva
rigorosamente i principi della dottrina comunista:
Seguiamo ora uno scolaretto di Mosca che va a scuola – si
afferma in un articolo del 1952 –. Ha un fazzoletto rosso al
collo: è dunque un pioniere, perché i pionieri sovietici non
abbandonano mai il loro fazzoletto. Eccolo che scende
sottoterra, per prendere la ferrovia metropolitana. Mette un
piede sulla scala mobile e la scala lo porta giù, senza
muovere le gambe, fino alla galleria dei treni, che è una
specie di grande salone, ornato di marmi, di statue e
lampadari[69].

L’assimilazione fra tutto ciò che succede in Unione Sovietica e la figura di


Stalin fa considerare il dittatore georgiano come colui che tutela e protegge quel
sistema di realizzazioni e di valori. Nella psicologia popolare si consolida la
convinzione che il capo della nazione abbia una sollecitudine continua per la sua
gente e, in particolare, per i bambini. L’iconografia che, a partire dagli anni
Trenta, contribuisce a diffondere il mito di Stalin ritrae spesso il «Piccolo Padre»
circondato da fanciulli e nell’atto di proteggere e tutelare l’infanzia, attorniato da
pionieri festanti, o in mezzo a bambine che gli porgono mazzi di fiori. Il dittatore
che, nel mezzo di parate militari o durante un congresso, fa salire sul palco
fanciulli. O, secondo una raffigurazione già presente nell’iconografia leniniana,
che si fa ritrarre accanto all’albero di Natale circondato da bambini. Stalin
dunque come trasfigurazione di Nonno gelo (Ded Moroz) una figura che lo
assimila al Babbo Natale del mondo occidentale[70].
Numerose anche le fotografie che ritraggono Stalin in pose amorevoli con la
figlia Svetlana Alliluieva, a suggellare quell’immagine che lo vuole padre
amorevole nei confronti dei suoi figli e di tutti quelli del popolo comunista.
Qualche anno più tardi quelle rappresentazioni di genitore affettuoso sarebbero
state contraddette dalla stessa, che abbandona il paese natale ed emigra negli
Stati Uniti. La Alliluieva, in un libro pubblicato nel 1967, in occasione del
cinquantesimo anniversario della Rivoluzione di ottobre, descrive il padre come
un crudele paranoico. Si trattava, a destalinizzazione già avviata, di un duro
colpo alla figura del «Piccolo Padre»[71].
Raffigurato come il terribile «Baffone» dalla stampa conservatrice, Stalin è,
nella vulgata comunista rivolta all’infanzia, il «grande maestro educatore», colui
che «indica alle giovani generazioni la via del riscatto, della liberazione, della
felicità»[72]. Se il fronte conservatore tende a rappresentare Stalin come un orco e
l’Unione Sovietica come un inferno, nell’opinione comunista quel paese è la
rappresentazione del paradiso. E Stalin vigila paternamente sulla sua
conservazione.
E con «Caro Papà Stalin» iniziano generalmente le lettere che bambini e
bambine inviano al dittatore per il suo settantesimo compleanno, nel dicembre
del 1949. Per quell’avvenimento «molte madri […] hanno deciso di spedire le
fotografie dei figli con le firme»[73]. Un’altra mamma gli invia due minuscole e
logore pantofole da neonato e un padre «Per l’amore che Stalin ha per i bimbi gli
dona un birillo»[74].
Per l’occasione in ogni sede del Partito comunista si tengono feste. Nelle
sezioni adornate di bandiere rosse, i compagni portano regali di ogni genere:
camicie, pantaloni, macchine da scrivere, cravatte, scarpe, formaggi, vino e olio.
In una gigantesca mortadella, addobbata con bandierine rosse e tricolori fa bella
mostra la scritta «È suino garantito […] per la festa del partito». E, ancora,
penne, soprammobili, busti in legno, bronzo o terracotta di Lenin, Stalin e di
Togliatti. E, fra i regali, «Scatole piene di marionette con i personaggi del
Pioniere»[75].
E quando Stalin muore, il 5 marzo del 1953, nella generale commozione per la
sua perdita è coinvolta anche l’infanzia. Nell’annunciare la sua morte «l’Unità»
pubblica in prima pagina una fotografia che ritrae Stalin con una bambina in
braccio durante la sfilata del primo maggio. Il quotidiano riporta poi anche un
ampio articolo di Henri Barbusse, tratto dalla sua biografia su Stalin, nel quale
ricorda che «Chi ride come un bambino ama i bambini»[76]. Altri rievocano il suo
«grande amore per l’infanzia»[77] e «per i bambini»[78]. Tra le firme che
riempiono i registri di cordoglio ci sono anche quelle di fanciulli e fanciulle[79]. E
il giornale dell’Unione donne italiane (Udi) presenta il numero dedicato alla
morte del personaggio con il titolo: «Stalin ha reso felici milioni di bambini»[80].
Nelle lettere e nelle manifestazioni di cordoglio dell’infanzia nei confronti di
Stalin le modalità sembrano ricalcare quelle che caratterizzano il rapporto di
Mussolini con i bambini. Quasi che l’esibita paternità amorevole costituisca un
tratto comune dei due dittatori[81].
Di parere decisamente opposto è l’opinione di alcuni libelli che rovesciano il
culto dell’infanzia per Stalin. In alcune dichiarazioni rilasciate ai carabinieri nel
corso di indagini contro le associazioni comuniste vengono infatti raccolte
testimonianze di bambini che sostengono che nei circoli infantili «mi hanno
detto che Dio era Stalin». O che «Gesù non c’era e che ci ha creato Stalin». O,
ancora, che al posto del catechismo nei circoli dei pionieri si impara la «Dottrina
Stalin». E si canta una canzoncina che fa il verso a un noto inno cattolico:
«Vogliam Togliatti per nostro padre, vogliam Stalin per nostro re»[82].
Pubblicità della caramella «Bandiera rossa» prodotta dall’industria
dolciaria LEDA, Torino, «Vie nuove», vari numeri, gennaio 1952.

La stampa avversaria non tralascia di denunciare l’opera del Partito comunista


nei confronti dell’infanzia accusando che, per irretire l’infanzia, vengono
distribuite «caramelle ravvolte in una cartina che porta stampata la falce e il
martello in mezzo alla sigla Urss»[83]. Esagerazioni o meno, resta il fatto che
quelle sto rie circolano e alimentano nell’immaginario l’idea dei comunisti
«mangiapreti» e avversari della religione.
5. Favole alla rovescia
Alcuni dei protagonisti di quei resoconti di viaggi in Unione Sovietica hanno
spiegato, decenni dopo, che se quelle palesi oleografie difendevano, da una
parte, la cieca fede nel comunismo, dall’altra, le «visite guidate» erano
indirizzate verso luoghi e percorsi prestabiliti al di fuori delle quali non erano
consentite deroghe[84].
Né, a scalfire quelle certezze granitiche sulle ottimali condizioni del popolo
sovietico e la felicità dell’infanzia servono le corrispondenze dei primi
giornalisti della stampa «borghese» che, a partire dalla fine degli anni Quaranta,
descrivono una realtà del tutto differente dall’oleografia del fervore comunista.
Nelle sue corrispondenze da Mosca, Vittorio Rossi, dalle pagine del «Corriere
della Sera», riferisce che nelle campagne russe «si vive come nei villaggi indios
della Cordigliera delle Ande»[85]. Non di diverso tono gli articoli che qualche
anno più tardi Alberto Ronchey invia a «La Stampa» nei quali argomenta che
«c’è aria di carestia e ansia in ogni cosa»[86].
E a quelle immagini negative viene associato anche Stalin raffigurato come
«una belva che mangia uno ad uno, tutti i suoi figli»[87].
Nella costruzione del mito, soprattutto presso l’infanzia, la figura di Stalin
interpreta il ruolo che gli studiosi delle fiabe hanno assegnato all’eroe positivo
che lotta contro le forze del male. Per gli oppositori del comunismo è sempre
una metafora favolistica che si oppone alla costruzione di quel mito ed esercita il
ruolo del cattivo: il dittatore georgiano è raffigurato come il protagonista della
«vecchia favola saggia» nella quale si racconta «che il lupo per riuscire ad
entrare col gregge nell’ovile, si coprì con una pelle di agnello»[88]. Del resto «se
il lupo si fosse presentato all’agnello, non in veste di pecora ma col pelo che gli
è naturale, come avrebbe potuto attirarlo e divorarlo?»[89].
Nella tradizione cattolica la metafora del lupo travestito da agnello ha la sua
origine nelle parabole evangeliche che invitano a diffidare dei «falsi profeti che
vengono in voi in veste di agnello». Si tratta di una metafora fatta propria dalla
migliore tradizione che, da Esopo in poi, arriva a La Fontaine e a Perrault.
Cambia magari il travestimento, ma il falso profeta veste sempre i panni del
lupo.
6. Inferno o Paradiso?
Per i comunisti italiani matura dunque la convinzione di una superiorità del
sistema comunista rispetto a quello occidentale, particolarmente nel campo
dell’istruzione e della cura dell’infanzia. Della cosa dovevano esserne convinti
anche gli scolari sovietici se, come riferiscono i corrispondenti italiani, «In un
villaggio alcuni bambini mi si avvicinano e domandano se anche all’estero
esistono le scuole. Qualcuno deve aver insegnato che la scuola è un privilegio
dell’infanzia sovietica»[90].
La certezza del privilegio di cui avrebbe goduto l’infanzia sovietica è
certamente da ricondurre anche al metodo al quale la stampa comunista ricorre
nel paragonare le condizioni dei bambini in Unione Sovietica con quelli
dell’Italia. L’elevazione a modello del sistema di istruzione sovietico è condotta
assieme al biasimo per l’incuria e l’abbandono dell’infanzia italiana. E, dunque,
mentre si magnificano le conquiste del comunismo reale si lamenta che:
Noi non abbiamo per i bambini e per i ragazzi che sporadiche
istituzioni ricreative: rarissime recite, pochissimi spettacoli
cinematografici adatti, niente musica, niente mostre, niente
sale apposite[91].

Vari giornali del Pci ospitano spesso corrispondenze, in particolare dal Sud,
nelle quali si denuncia che:
Qui non ci sono scuole: i bambini per tutto l’anno scolastico
sono accolti in stamberghe maleodoranti ove si crepa dal
caldo o si è raggelati dalla tramontana[92].

Si tratta certamente di cronache veritiere che denotano lo stato di abbandono


della scuola italiana. Tuttavia ciò che stride è il confronto con la scuola nel paese
del socialismo per il quale venivano continuamente proposti racconti idilliaci.
Al centro dell’attenzione della stampa comunista non è solo la denuncia delle
condizioni materiali dell’infanzia italiana ma anche quella dei sistemi educativi.
Per questo si segnalano spesso episodi di maltrattamenti, soprattutto nelle
istituzioni educative cattoliche: preti che somministrano ceffoni ai bambini,
suore che li bastonano[93]. I fogli del Partito comunista pubblicano anche lettere
di fanciulli che implorano i genitori di sottrarli alle punizioni loro inflitte:
Cari genitori, io sto molto male, mi danno le bastonate col
bastone, mi lasciano senza mangiare tanti giorni in castigo, ci
rubano i soldi che mi mandate[94].

Ma l’accusa più grave è quella – circolata fin dall’inizio del Novecento sulla
stampa anticlericale – rivolta ai preti «violentatori di bimbi» e dediti a soddisfare
«innaturali sfoghi»[95].
Di parere diverso è la stampa cattolica che non solo denuncia continuamente
le tristi condizioni dei fanciulli in Unione Sovietica, ma sostiene che all’interno
delle famiglie comuniste italiane vige un regime di continua violenza. L’accusa
più ricorrente è quella di sottrarre il bambino alla famiglia una volta che questi
ha raggiunto l’età dei 7 anni e di affidarne l’educazione allo stato. Di qui ritratti
e resoconti volti a dimostrare come il ruolo dei genitori sia assolutamente
centrale nell’educazione dei figli.
Vescovi e parroci denunciano che se un fanciullo di un genitore comunista si
rifiuta di frequentare le associazioni infantili del partito «sono botte brutali»[96].
Oppure, fra i tanti episodi segnalati, quando una bambina viene picchiata perché
di fronte al padre comunista si permette di difendere la figura del papa[97]. O,
ancora, se i «senza Dio» scoprono che i loro figli si sono recati alla messa sono
bastonate per i poveri fanciulli[98].
Per contro la realtà dell’Unione Sovietica viene dai comunisti raccontata come
«Il paese in cui i bambini non le buscano dai grandi» perché «l’amore e il
rispetto per i bambini sono grandi»[99]. Anzi, non sono assolutamente tollerate
malversazioni sui piccoli al punto che è «assolutamente proibito ai genitori ed ai
maestri […] di picchiare i bambini»[100]. Insomma: «Il grande orgoglio dello
stato sovietico» è quello di «una infanzia veramente, completamente felice»[101].
E dal confronto fra la situazione italiana e quella sovietica l’immagine
dell’Italia ne esce perdente, soprattutto perché la comparazione avviene fra una
realtà ampiamente nota e descritta nelle sue miserevoli condizioni e la narrazione
di una realtà idea lizzata e proiettata in un mondo dai contorni palesemente
irreali e favolistici. In definitiva, nella psicologia popolare comunista agisce una
sorta di «strabismo», una deformazione che conduce a esaltare il modello
sovietico rispetto a quello italiano. E in un mondo dal quale non filtrano notizie,
le critiche dei «nemici del comunismo», anziché alimentare dubbi e interrogativi,
non fanno che rafforzare quel sentimento di «amore […] cieco, assoluto»[102] che
i comunisti italiani nutrono per il mito sovietico.
L’idealizzazione che il mondo adulto compie nei confronti dell’infanzia del
socialismo reale filtra anche nel mondo giovanile attraverso la stampa per
ragazzi. Sulle pagine di «Pioniere» l’Unione Sovietica appare come una realtà
idealizzata, la terra del sogno dove il comunismo ha reso possibili mete,
traguardi e aspirazioni per l’infanzia. Essa è descritta come piena di scuole,
laboratori e campi di vacanza; per contro l’Italia è rappresentata come il paese
che calpesta i desideri e le aspirazioni dei fanciulli[103].
Nel corso del 1954 Anna Maria Ortese si reca con una delegazione dell’Udi in
viaggio nell’Unione Sovietica. Guardata con diffidenza dalle altre delegate
perché non ritenuta ortodossa alla linea del Partito comunista, essa scrive nei
suoi appunti di viaggio di aver visitato una scuola della periferia di Mosca che
«non ispirava certo allegria» per le condizioni di trascuratezza. Ma, soprattutto,
la Ortese ribalta lo stereotipo del fanciullo sovietico «felice»:
Mille volte ho sentito ripetere che il bambino, in Urss, è
padrone, e questa frase, di gusto tutto occidentale,
corrisponde a quella immagine che noi amiamo del futuro
uomo, cioè della stessa umanità: immagine comoda, che ne
suppone altre in posizione scomoda. Non ho visto nulla, in
quella scuola, che era una scuola-tipo, come ce n’è migliaia
in tutta l’Unione Sovietica, che facesse pensare a una simile
affermazione[104].

Quelle osservazioni sarebbero costate alla scrittrice l’ostracismo da parte del


Pci[105].
7. Pedagogia e cultura popolare
Le diatribe tra il fronte comunista e quello cattolico si inseriscono nella più
generale contesa che si accende nel dopoguerra sul problema del controllo
dell’infanzia.
Gli ambienti cattolici lanciano appelli sulle conseguenze che l’affidamento
dell’educazione dei figli allo stato laico avrebbe comportato:
l’educazione del bimbo diventa, in ambiente comunista, un
pericolo per la sua formazione morale e civica. È facile capire
come l’istinto possa prevalere – specie se sollecitato – contro
la forza del bene che la fede dona alle anime in formazione.
Quando i giovani diventano irreligiosi sono facile preda della
disonestà. Formandoli in quel modo si spingono
necessariamente, con una tattica diabolica lungo una strada
che non avrà più i suoi limiti nella morale e nella virtù[106].

L’enfasi sulle condizioni felici dell’infanzia nell’Unione Sovietica sono


verosimilmente da ricondurre al tentativo di ribattere a uno dei luoghi comuni
più ricorrenti della propaganda conservatrice: che è quello che considera il
comunismo dissacratore dell’infanzia. A temi della propaganda democristiana
come quelli della scarsa considerazione per la famiglia, la presunta pratica del
libero amore o il precoce abbandono dei figli, la stampa comunista ribatte
sostenendo che nei paesi socialisti la cura per i figli è massima e che è
scomparsa la pratica del meretricio, retaggio dei tempi passati. Ma soprattutto si
contrastano quelle immagini opponendo loro una visione idilliaca dell’infanzia,
la cui cura realizza «una libertà concreta che si traduce in un potenziamento reale
dell’individuo, un aumento della sua felicità»[107].
Fra i pericoli dell’educazione laica denunciati dal mondo cattolico non solo è
ricorrente quello di una «precoce iniziazione sessuale» ma anche quello del
libero amore che il mondo cattolico proclama essere fra i comunisti pratica
legittima e incoraggiata. E proprio il libero amore è ritenuto alla base della
dissoluzione dell’infanzia giacché la dottrina socialcomunista «vuole il divorzio,
disprezza il sacramento del matrimonio e intende che i figli siano in certo senso
portati all’ammasso dello stato per educarli»[108]. A quel comportamento viene
imputata la principale responsabilità degli infanticidi prematuri nella denuncia di
quelle «pratiche che sopprimono il nascituro assimilandole all’omicidio»[109].
Su un versante più concreto il Partito promuove una serie di pratiche volte a
tutelare l’infanzia nelle condizioni di emergenza nelle quali essa versa negli anni
del dopoguerra. I «treni della felicità», che fra il 1945 e il 1947 sottraggono
migliaia di bambini del Sud alla fame per affidarli temporaneamente alle cure
delle famiglie del Nord o l’assistenza ai bambini vittime dell’alluvione del
Polesine vengono promossi dall’Udi a tutela dell’infanzia.
Anche all’interno delle feste de l’Unità vengono organizzati momenti di svago
e intrattenimento per i fanciulli. In quello che va considerato uno dei più
significativi momenti della socialità comunista si organizzano spettacoli di
burattini, gare di pittura e mostre di bambole. E accanto agli spettacoli con Betty
Curtis e Luciano Tajoli, l’Associazione dei pionieri italiani gestisce i «villaggi
della ricreazione» nei quali si propongono «parodie» di sfilate di modelli-
bambini per mettere alla berlina la moda americana delle miss. Del resto lo
scopo di queste iniziative è quello di «proporre alternative educative ai canali
tradizionali» con l’intento di garantire «la presenza e partecipazione dei bambini
in qualità di protagonisti»[110]. Anche le associazioni giovanili della sinistra
allestiscono feste di primavera, campeggi estivi e altri momenti di socialità che
si oppongono al monopolio degli oratori cattolici[111].
Tuttavia, se le immagini dei bambini italiani deportati dai comunisti,
dell’infanzia abbandonata per le vie di Mosca o di fanciulle ancora in tenera età
dedite alla prostituzione erano state ampiamente propagandate durante il
fascismo, nel dopoguerra quei temi sono ancora al centro della propaganda
democristiana. In una situazione in cui i fanciulli sono i protagonisti del dolore,
all’indomani del conflitto il tema della protezione dell’infanzia dalle spire del
comunismo diviene uno dei motivi più frequenti della propaganda
democristiana[112].
Occorre dunque correggere quell’immagine e contrastare la vulgata dei
comunisti che mangiano i bambini, trasformando quella favola dell’orrore in una
storia a lieto fine.
L’acritica lettura nei confronti dell’Unione Sovietica come paradiso dei
bambini e di Papà Stalin come loro massimo protettore si sarebbe incrinata
all’indomani del XX Congresso del Pcus. La denuncia di Chruščëv dei metodi
del terrore staliniano avrebbe avuto ripercussioni anche nei confronti della
gioventù comunista. Sulle pagine di «Pioniere» inizia dunque la demolizione
della figura di «Papà Stalin»:
I metodi imposti da Stalin costarono sacrifici immensi,
vittime umane, l’abbandono della democrazia operaia e la
fine di ogni dibattito e circolazione di idee […]. Personalità
di genio pur nelle sue contraddizioni, grande e spietato uomo
politico, realizzatore infaticabile, Stalin servì la causa del
socialismo con i metodi di un despota[113].

Anche per l’infanzia la favola del «Piccolo Padre» si stava trasformando in


quella del «Padre cattivo». E Nonno gelo si sarebbe spogliato dei baffi del
dittatore.
[1] Cfr. D. Priori, Misure di polizia contro l’uso di barbe e baffi, in «Archivio storico per le province
napoletane», 1961, III serie, vol. I, pp. 369-377; R. Zagaria, Il pallore e la barba durante il Risorgimento,
Catania, Guaitolini, 1928.
[2] Cfr. R. Sarti, La costruzione dell’identità di genere nei lavoratori domestici, in R. Catanzaro e A.
Colombo (a cura di), Badanti & Co. Il lavoro domestico straniero in Italia, Bologna, Il Mulino, 2009, pp.
57-83.
[3] Cfr. A. Menarini, Profili di vita italiana nelle parole nuove, Firenze, Le Monnier, 1951, p. 19.

[4] R. Battaglia, Storia della Resistenza italiana, Torino, Einaudi, 1964, p. 214.
[5] Cfr. E. De Felice, Nomi e cultura. Riflessi della cultura italiana dell’Ottocento e del Novecento nei
nomi personali, Venezia, Marsilio, 1987, p. 38.
[6] Cfr. ibidem.

[7] Secondo alcuni studiosi la frase è un adattamento al preesistente «Verrà Lenin», diffuso all’indomani
della Rivoluzione bolscevica. Cfr. A. Menarini, Ai margini della lingua, Firenze, Sansoni, 1947, p. 20.
[8] Lo si veda riprodotto in S. Pivato, I comunisti mangiano i bambini. Storia di una leggenda, Bologna,
Il Mulino, 2013.
[9] Cfr. Stalin a Togliatti ovvero Baffone a Buffone, in «La Stampa», 20 aprile 1949.

[10] Curiosa la cronaca di Ugo Zatterin che nel 1948, da Montecitorio, scriveva che «Baffone è un grosso
gatto che ha ricevuto il nomignolo dal capo commesso e gode la simpatia dei deputati comunisti» (U.
Zatterin, Bei tempi onorevoli bei tempi erano quelli, in «La Stampa», 29 dicembre 1948).
[11] Cfr. V. Gorresio, Azione su due fronti, in «La Stampa», 12 febbraio 1954.

[12] Cfr. T. Braccini, Indagine sull’orco. Miti e storie del divoratore di bambini, Bologna, Il Mulino,
2013.
[13] La colorata battaglia dei manifesti a Roma, in «La Stampa», 4 maggio 1952.

[14] L. Romano e P. Scabello (a cura di), C’era una volta la Dc. Breve storia del periodo degasperiano
attraverso i manifesti elettorali della Dc, saggio di N. Gallerano, nota di L. Lombardi Satriani, Roma,
Savelli, 1975.
[15] Cfr. Gorresio, Azione su due fronti, cit. Sul tema, cfr., anche, Aria di battaglia a Genova, in «La
Stampa», 10 marzo 1950 e La colorata battaglia dei manifesti a Roma, in «La Stampa», 4 maggio 1952.
[16] G. Guareschi, La terza narice, in «Candido», 5 aprile 1947.

[17] W. Pignagnoli e F. Mantovi, Il comune è nostro, Bologna, A.B.E.S., 1954, p. 34.

[18] Cfr. Menarini, Ai margini della lingua, cit., p. 20.


[19] Cfr. ibidem, p. 97.

[20] Tale e quale è la canzone di Baffin e di Baffone, foglio volante, in Collezione Orioli, Biblioteca
Giuseppe Toniolo, Istituto Conestabile Piastrelli, Perugia.
[21] M. Degl’Innocenti, Il mito di Stalin. Comunisti e socialisti nell’Italia del dopoguerra, Manduria-
Bari-Roma, Lacaita, 2005, p. 55.
[22] H. Barbusse, Staline. Un monde nouveau vu à travers un homme, Paris, Flammarion, 1935; trad. it.
Stalin, a cura di F. Francavilla, Milano, Universale Economica, 1949, pp. 78-79.
[23] Cfr. M. Flores, L’immagine dell’Urss. L’Occidente e la Russia di Stalin (1927-1956), Milano, Il
Saggiatore, 1990. Una significativa raccolta di scritti dell’intellettualità occidentale sul mito del comunismo
è in P. Hollander, Political Pilgrims: Travels of Western Intellectuals to the Soviet Union, China, and Cuba,
1928-1978, New York, Oxford University Press, 1981; trad. it. Intellettuali occidentali in Unione Sovietica,
Cina e Cuba, Bologna, Il Mulino, 1988.
[24] Montiamo la guardia attorno la Russia dei Soviet!, in «Avanguardia», 1934, n. 9.
[25] C. Alvaro, Parole magiche, in «La Stampa», 26 settembre 1934.

[26] P. Spriano, Le passioni di un decennio (1946-1956), Milano, Garzanti, 1986, p. 149.

[27] M. Anastasio (a cura di), I quaderni di Nicola Paoli. Una famiglia comunista attraverso il fascismo
e la Resistenza, Treviso, Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea della Marca
Trevigiana, 2001, p. 36.
[28] Nell’U.R.S.S. si costruisce un appartamento al minuto, in «l’Unità», 1o settembre 1952.

[29] V.G. Rossi, Soviet, Milano, Garzanti, 1951, p. 25.

[30] Il modo di vita sovietico, in «Vie nuove», 8 novembre 1953, p. 12.

[31] Rossi, Soviet, cit., p. 57.

[32] Il modo di vita sovietico, cit., p. 10.


[33] Rossi, Soviet, cit., p. 52. Nella sua analisi Rossi, ibidem, pp. 52-53, così proseguiva: «I grammofoni
sovietici […] quando il disco è finito, seguitano a girare fin che c’è carica; gli istrumenti musicali a corda,
violini, violoncelli contrabbassi, sembrano verniciati con acqua di mare; la vernice delle cucine economiche
un po’ lascia intravedere la lamiera di ferro, un po’ s’aggruma, fa crosta, e io non so chi in Occidente
prenderebbe neppure in regalo una di quelle cucine, che là fanno novità nelle mostre dei magazzini meglio
riforniti».
[34] A. Moravia, Un mese in Urss, in Id., Un mese in Urss. La rivoluzione culturale in Cina. Un’idea
dell’India, Milano, Bompiani, 1976, p. 48.
[35] Nell’Unione sovietica non esiste disoccupazione, in «l’Unità», 27 agosto 1946.

[36] P. Robotti, Nell’Unione Sovietica si vive così, IV ed., Roma, Edizioni di Cultura Sociale, 1950, vol.
I, pp. 126 e 154.
[37] Ibidem, p. 157.

[38] Cfr. I. Calvino, Domenica in campagna, in «l’Unità», 17 febbraio 1952.

[39] L’assistenza sovietica all’infanzia vivamente elogiata dal Professor Guassardo, in «l’Unità», 9
settembre 1952. Sul problema dell’assistenza all’infanzia Robotti, Nell’Unione Sovietica si vive così, cit.,
pp. 138-139, sosteneva che «l’allevamento dei bambini è affidato ai genitori i quali, insieme allo Stato, sono
responsabili della loro educazione […]. Un altro aiuto le donne di casa lo hanno attraverso la istituzione dei
negozi di generi alimentari presso le officine in modo che, sia andando al lavoro che uscendo, possono
ordinare e prendere ciò che loro occorre. […] Inoltre […] molte lavoratrici […] hanno la possibilità di
procurarsi la persona di servizio che accudisce alle faccende domestiche. […] Ciò è anche più conveniente
da un punto di vista sociale generale, perché una operaia qualificata o una donna specializzata possono
rendere molto di più alla società con il loro lavoro di quanto potrebbe rendere una persona di servizio. Il
lavoro di quest’ultima è però ugualmente utile alla società in quanto concorre al rendimento del lavoro della
donna specializzata».
[40] D. Bertoni Jovine, Primo giorno di scuola in un asilo infantile di Mosca, in «l’Unità», 4 ottobre
1952.
[41] Id., Il lavoro che piace, in «l’Unità», 5 novembre 1952.

[42] S. Korakin, Ferie nell’Unione sovietica, in «l’Unità», 15 agosto 1948.

[43] L. Bigiaretti, Nel gioioso parco di Mosca ho incontrato il nostro Pinocchio, in «l’Unità», 27 luglio
1949.
[44] Ibidem.
[45] Cfr. S. Gundle, I comunisti italiani tra Hollywood e Mosca. La sfida della cultura di massa, Firenze,
Giunti, 1995; P.P. D’Attorre (a cura di), Nemici per la pelle. Sogno americano e mito sovietico nell’Italia
contemporanea, Milano, Angeli, 1991.
[46] Cfr. A. Martellini, Fiori nei cannoni. Non violenza e antimilitarismo nell’Italia del Novecento,
Roma, Donzelli, 2006, pp. 77 ss.; V. Gorresio, Legheremo i figli per non mandarli alla guerra. Non
regalate giocattoli guerreschi, dicono le «Madri unite per la pace», in «L’Europeo», 28 dicembre 1947.
[47] Associazione internazionale «Madri unite» per la pace (Aimu), lettera circolare n. 10, 1o dicembre
1952, in Archivio storico del Comune di Jesi, Fondo Marcucci, b. 21, fasc. 1.1.
[48] Cfr. J. Meda, «Non giocate col fuoco!». L’infanzia italiana, la ridefinizione dell’identità di genere
maschile e la campagna per il disarmo del giocattolo (1946-1956), in «Genesis: rivista della Società
Italiana delle Storiche», 2014, n. 2, pp. 63-84.
[49] B. Salvatore, Un grande paese, lettera a «Pioniere», 29 novembre 1953, in S. Franchini, Diventare
grandi con il «Pioniere». Politica, progetti di vita e identità di genere nella piccola posta di un giornalino
di sinistra, Firenze, Firenze University Press, 2006, pp. 131-132. Sul tema, cfr., anche, D. Rinaldi (a cura
di), Vallone del purgatorio. Lettere di ragazzi italiani, Milano, Feltrinelli, 1957.
[50] Cfr. Gundle, I comunisti italiani tra Hollywood e Mosca, cit.; D’Attorre, Nemici per la pelle, cit. Più
nello specifico, cfr. J. Meda, Stelle e strips. La stampa a fumetti italiana tra americanismo e
antiamericanismo (1935-1955), Macerata, Eum, 2007.
[51] Cfr. Giocattoli spaziali per i bambini russi, in «La Stampa», 29 dicembre 1961.
[52] La lettera, di Cesare M., da Milano, viene pubblicata sul numero dell’11 ottobre. La si veda
riprodotta in Franchini, Diventare grandi con il «Pioniere», cit., p. 195.
[53] D.D. Giorgio, in «Pioniere», 18 ottobre 1959, in Franchini, Diventare grandi con il «Pioniere», cit.,
p. 195.
[54] Cfr. le lettere pubblicate nel corso del 1961 in ibidem, p. 215.

[55] Folla nei magazzini di Budapest per comperare a prezzi ribassati, in «l’Unità», 9 luglio 1953.

[56] Rossi, Soviet, cit., p. 52.

[57] Liriche di Renata Viganò, in «Noi donne», 11 dicembre 1949.

[58] Cfr. M. Marchioro, «Il Pioniere», settimanale di tutti i ragazzi d’Italia, in «L’Almanacco»,
dicembre 1997-febbraio 1998, pp. 71-96. Cfr., anche, J. Meda, Cose da grandi. Identità collettive e valori
civili nei fumetti italiani del dopoguerra (1945-1955), in «Annali di storia dell’educazione e delle istituzioni
scolastiche», 2002, n. 9, pp. 285-336.
[59] P. Pellegrino, Madonna Pellegrina. La campagna elettorale del 18 aprile 1948 in Italia e in
Calabria, Cosenza, Periferia, 1998, p. 24.
[60] Ibidem, p. xxi.

[61] La vicenda di Morozov è stata più volte al centro dell’attenzione degli storici. Fra le ricostruzioni
più recenti, cfr. M. Ferretti, Pavlik Morozov: il mito e la memoria, in «Annali Istituto Gramsci Emilia-
Romagna», IV-V, 2000-2001, pp. 293-320.
[62] L. Bedeschi, Dissacrano l’infanzia! I pionieri d’Italia, Bologna, A.B.E.S., 1950, p. 18.

[63] Scompartimenti per bambini nella metropolitana di Mosca, in «l’Unità», 23 novembre 1948.

[64] Ibidem.

[65] R. Montagnana, Il paese in cui i bambini non le buscano dai grandi, in «l’Unità», 14 luglio 1948.
[66] Ibidem.

[67] Cfr. Le attività dei pionieri sovietici nella scuola, in «La Repubblica dei Ragazzi», aprile-maggio
1951, pp. 22-25.
[68] Cfr. S. Bellassai, La morale comunista. Pubblico e privato nella rappresentazione del Pci (1947-
1956), Roma, Carocci, 2000. In particolare sul Pci e sul caso sovietico, cfr., rispettivamente, Id., Futura
umanità. Note sulla pedagogia comunista negli anni del dopoguerra, in «Annali di storia dell’educazione e
delle istituzioni scolastiche», 2002, n. 9, pp. 97-103; S. Sheshunova, L’idea dell’«uomo nuovo» nel
comunismo sovietico, in «Annali di storia dell’educazione e delle istituzioni scolastiche», 2002, n. 9, pp. 79-
96.
[69] Facciamo conoscenza con i pionieri sovietici, in «La Repubblica dei Ragazzi», novembre-dicembre
1952, p. 36. Cfr., anche, D. Caroli, Ideali, ideologie e modelli formativi. Il movimento dei Pionieri in Urss
(1922-1939), Milano, Unicopli, 2006.
[70] Per una prima rassegna sulle immagini del culto di Stalin, cfr.
http://visualhistory.livejournal.com/241386.html; http://images.library.pitt.edu/s/stalinka.
[71] Cfr. S. Alliluieva, Dvadcat’ pisem k drugu, London, Hutchinson, 1967; trad. it. Venti lettere a un
amico, Milano, Mondadori, 1967.
[72] Una leva di giovani comunisti per il compleanno di Stalin, in «l’Unità», 15 dicembre 1949.

[73] I doni di Milano al compagno Stalin, in «l’Unità», 18 dicembre 1949. Rossi, Soviet, cit., p. 157,
testimonia che, all’indomani del settantesimo compleanno di Stalin, fu allestita nel Museo Puškin una sala
con i regali inviati per l’occasione. Fra questi molti doni di fanciulli e, in particolare, «i vestitini ricamati
[…] e donati a Stalin da bambine russe: c’è scritto accanto “Al nostro padre Stalin”».
[74] G. Boffa, Lettere e doni a papà Stalin da bambini e lavoratori di Francia, in «l’Unità», 17 dicembre

1949. Cfr., anche, Migliaia di doni da ogni paese per il 70o compleanno di Stalin, in «l’Unità», 6 dicembre
1949.
[75] C. Galluzzi, Garibaldi fu ferito, Milano, Sperling & Kupfer, 1985, p. 56; cit. in Gundle, I comunisti
italiani tra Hollywood e Mosca, cit., pp. 99-100.
[76] Un grande fratello, in «l’Unità», 8 marzo 1953.

[77] Tributo di omaggi a Stalin di uomini della politica e della cultura, in «l’Unità», 8 marzo 1953.

[78] Un pranzo al Cremlino, in «l’Unità», 7 marzo 1953.

[79] Cfr. 100.000 romani sono andati ad esprimere il loro cordoglio all’Ambasciata sovietica, in
«l’Unità», 9 marzo 1953.
[80] «Noi donne», 22 marzo 1953.

[81] Cfr. A. Wingenter, «Vi saluto romanamente!». Self-narration and Performance in Children’s Letters
to Mussolini, in «History of Education & Children’s Literature», 2012, n. 1, pp. 241-259.
[82] Bedeschi, Dissacrano l’infanzia, cit., pp. 29 e 40.

[83] In realtà in quegli anni l’industria dolciaria LEDA, con sede a Torino, produce la caramella
«Bandiera rossa». Cfr. la pubblicità del prodotto in vari numeri del 1951 di «Vie nuove».
[84] Cfr. Spriano, Le passioni di un decennio, cit.

[85] Ibidem, pp. 164-165.

[86] A. Ronchey, Navigando sul Volga nel cuore della Russia si scoprono i paradossi della realtà
sovietica, in «La Stampa», 30 giugno 1961.
[87] A. Landuzzi e B. Benassi, Il mito di Stalin. Ovvero l’idolo infranto, Bologna, A.B.E.S., 1956, p. 20.

[88] Ibidem, p. 7.

[89] T. Toschi, La maschera e il volto. Verità su l’opera antireligiosa del P.C.I., Bologna, A.B.E.S,
1953, p. 13.
[90] Ronchey, Navigando sul Volga nel cuore della Russia si scoprono i paradossi della realtà sovietica,
cit., p. 3.
[91] Mamma Giulia, Bambini al cinema, in «l’Unità», 1o marzo 1951.
[92] Una lettera dalla Svizzera, in «l’Unità», 2 settembre 1960.

[93] Cfr. Prende a schiaffi un bambino e poi lo coccola con le caramelle, in «l’Unità», 18 febbraio 1950;
A colloquio con un altro bambino fuggito dalla colonia «Mater Dei», in «l’Unità», 20 agosto 1952.
[94] Le lettere ai genitori dei 4 bambini fuggiaschi. Impressionanti documenti sui metodi clericali, in
«l’Unità», 22 agosto 1952.
[95] Fra i vari articoli che «l’Unità» dedica al tema, cfr. Condannati i preti violentatori di bimbi, 26
agosto 1949; Sacerdote processato per atti di libidine, 21 agosto 1949; Dai frati di Boccaccio agli emuli di
padre Maura, 11 novembre 1950; Dedicato a Gedda e Schuster. Un terrificante elenco, 24 maggio 1950.
[96] M. Fincardi, Ragazzi tra il fuoco. Una crociata per la riconquista della gioventù e della famiglia in
Emilia e in Italia, in «L’Almanacco», dicembre 1997-febbraio 1998, pp. 97-152.
[97] Cfr. ibidem.

[98] Cfr. ibidem.

[99] Montagnana, Il paese in cui i bambini non le buscano dai grandi, cit., p. 3. Anzi, continuava
l’articolo, «i rapporti fra i piccoli e la mamma […] sono migliori che da noi».
[100] Ibidem.

[101] V. Lubimova, Una affascinante casa per i bambini di Mosca, in «l’Unità», 21 giugno 1951.

[102] Spriano, Le passioni di un decennio, cit., p. 149.

[103] Sulle associazioni giovanili della sinistra, cfr. «Pionieri e Falchi rossi»: l’associazionismo infantile
di Sinistra nell’Italia del dopoguerra. Dai gruppi reggiani alla rete nazionale, a cura di M. Fincardi, in
«L’Almanacco», dicembre1997-febbraio 1998.
[104] A.M. Ortese, La lente scura. Scritti di viaggio, a cura di L. Clerici, Milano, Marcos y Marcos,
1991, p. 360.
[105] Più volte nei suoi scritti la Ortese ha ricordato come quel reportage le costò l’isolamento negli
ambienti del Pci. Più di recente è stata Rossana Rossanda a ricordare che a causa di quel viaggio durante il
quale la Ortese descrisse «un paese povero e malandato» i rapporti si guastarono irrimediabilmente. Cfr. A.
Gnoli, intervista a Rossana Rossanda, in «la Repubblica», 1o febbraio 2015.
[106] Turbe di fanciulli ossessionati dall’ombra atea e funesta di Marx, in «L’Avvenire d’Italia», 9
gennaio 1955.
[107] D. Bertoni Jovine, Dove il maestro impara, in «l’Unità», 9 dicembre 1951. Sullo stesso tema, cfr.
Id., Lo slancio vitale della scuola in Urss, in «l’Unità», 9 dicembre 1951; L. Ingrao, Come sono assegnati i
voti agli scolari di Mosca, ibidem, 8 dicembre 1951. Gli articoli riferiscono dello svolgimento del
Convegno «Scuola e pedagogia in Urss», svoltosi a Siena l’8 e il 9 dicembre 1951.
[108] Ragioniamo!, Milano, Vita e Pensiero, 1946, cit. in A. Tonelli, Politica e amore. Storia
dell’educazione ai sentimenti nell’Italia contemporanea, Bologna, Il Mulino, 2003, p. 147.
[109] M. Parodi, Il bolscevismo si confessa, Milano, Luigi Alfieri, 1943, pp. 66-67.

[110] Feste de l’Unità. Esperienze e prospettive, in «Propaganda/Quaderni», Napoli, 1976, p. 25. Sul
ruolo delle feste de l’Unità, cfr., più esaurientemente, A. Tonelli, Falce e tortello. Storia politica e sociale
delle Feste dell’Unità (1945-2011), Roma-Bari, Laterza, 2012.
[111] Cfr. «Pionieri e Falchi rossi», cit.

[112] Cfr. M.C. Giuntella, Nuovi soggetti sociali tra guerra e resistenza, in Id. e I. Nardi (a cura di), Il
bambino nella storia, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1993.
[113] P. Zveteremich, Nel paese degli Sputnik. Viaggio nell’Unione Sovietica, in «Pioniere», 4 marzo
1962, p. 4.
Capitolo quarto
Stalin in Vaticano
1. Arriverà la Russia
Nel 1876 il filosofo francese Charles Renouvier pubblica un libro, Uchronie
(«In nessun tempo»), in cui propone di raccontare «lo sviluppo della civiltà
europea non come è stato, ma come avrebbe potuto essere»[1]. Si tratta – con
largo anticipo sui tempi – di un primo esempio di una «storia con i se», un filone
che avrebbe conosciuto una certa fortuna quasi un secolo dopo. In definitiva
Renouvier propone una ricostruzione degli avvenimenti storici in cui cerca di
ipotizzare il corso della storia se un evento fosse avvenuto diversamente da come
in realtà si svolse. Benedetto Croce considera quel metodo un:
Giocherello che usiamo fare dentro noi stessi, nei momenti di
ozio o di pigrizia, fantasticando intorno all’andamento che
avrebbe preso la nostra vita se non avessimo incontrato una
persona che abbiamo incontrata, o non avessimo commesso
uno sbaglio che abbiamo commesso […] Contro la fallace
credenza che sopr’esso sorge, fu foggiato il proverbio
popolare che del senno di poi sono piene le fosse[2].

Negli anni a seguire si sono avvicendate le prese di posizione di quanti, in


sintonia con Croce, considerano quel metodo un capriccio storiografico o un
futile gioco di società. Tuttavia, recentemente, più di uno storico, circoscrivendo
i contorni di quella che di volta in volta è stata definita «storia controfattuale» o
«storia possibile», si è avventurato su quel terreno. A cominciare da Robert
Cowley, che attorno a sé ha raccolto un gruppo di storici militari per descrivere
alcuni esiti alternativi a come si sono realmente svolti: quale piega avrebbe preso
la storia se Napoleone avesse vinto a Waterloo; quali esiti avrebbe avuto la
Seconda guerra mondiale se Hitler, invece di invadere la Russia nel 1941, fosse
andato in Medio Oriente a prendersi il petrolio di cui aveva bisogno? E, ancora,
che cosa sarebbe accaduto se i greci avessero perso la battaglia di Salamina
contro l’imperatore persiano?[3]
Recentemente anche la storiografia italiana si è chiesta quale sarebbe stato il
corso della nostra storia nazionale se Garibaldi avesse perso. O, se, nel 1922, il
re avesse firmato lo stato d’assedio impedendo a Mussolini di prendere il potere.
O, ancora, se Aldo Moro fosse stato rilasciato dalle Brigate rosse[4].
Fra questi interrogativi ancora senza risposta, rimane la domanda su che cosa
sarebbe accaduto se l’Unione Sovietica avesse invaso l’Italia. E, in correlazione,
quale direzione avrebbero preso le vicende del dopoguerra se nelle elezioni del
18 aprile avesse vinto il Fronte popolare e si fosse insediato un governo di segno
socialcomunista. Una risposta a questi interrogativi è stata fornita, sia pure
indirettamente, da uno dei massimi storici del Novecento italiano che ha preso in
esame l’eventualità che Togliatti fosse morto in seguito all’attentato subito da
Antonio Pallante il 14 luglio 1948[5]. L’opinione che emerge da questa
ricostruzione virtuale è che, pur in presenza di non poche tensioni ribellistiche
all’interno del Partito comunista italiano, la morte del leader comunista non
avrebbe comportato «catastrofi sistemiche» e che «la democrazia italiana
sarebbe sopravvissuta»[6]. E se alla morte del leader comunista la guida delle
sinistre fosse stata assegnata a Pietro Nenni il confronto politico sarebbe stato
improntato a regole di reciproca convivenza[7].
Fuori da ogni esercizio virtuale chi non pare nutrire dubbi sulla violenta presa
del potere da parte del Pci e una possibile invasione da parte dell’Unione
Sovietica è, negli anni immediatamente seguenti la fine del Secondo conflitto
mondiale, la propaganda di segno conservatore. Nel corso del conflitto la
Repubblica sociale italiana pubblica manifesti nei quali ammonisce che
Se la Russia vincesse la guerra tutto il patrimonio spirituale
del nostro popolo sarebbe preda immancabile del fanatismo
slavo bolscevico che mai potrà perdonare alla nostra Italia
essere la culla della civiltà latina e del cristianesimo. Le
conseguenze tragiche ed immancabili ognuno di noi può
valutarle[8].

L’Unione Sovietica vinse la guerra ma i patti imposti dal Trattato di Jalta non
gli avrebbero consentito di mettere piede in Italia e di realizzare quelle
catastrofiche profezie. Tuttavia nel secondo dopoguerra apocalittici scenari
alimentano la propaganda della Guerra fredda. L’Unione Sovietica e il Pci
continuano a rappresentare la minaccia incombente sulla nostra nazione; così è,
ad esempio, nei manifesti della Democrazia cristiana e dei comitati civici che
tappezzano la nostra penisola alla vigilia delle elezioni del 18 aprile. In uno di
questi è raffigurato l’orco bolscevico nell’atto di distruggere l’Altare della Patria.
In altri l’arrivo dell’Armata rossa è rappresentato da un comunista che con balzo
felino mette i piedi nella capitale della cristianità[9].
L’ipotesi di fondo è quella di uno scontro di civiltà nel quale rischia di
prevalere il «primitivismo» dell’uomo comunista, contrapposto agli ideali
dell’Occidente. Aderire al Fronte popolare significa – secondo l’opinione
conservatrice – favorire «un partito che esalta il modo di vivere russo», e
agevolare l’arrivo in Italia, come occupanti, «dei soldati russi»[10].
La pubblicistica cattolica, ripercorrendo le tappe elettorali fra la fine degli
anni Quaranta e Cinquanta, non nutre dubbi sul fatto che «Se nel 1946, o nel
1948, o nel 1953, il P.C.I. di Togliatti avesse vinto le elezioni avremmo avuto in
Italia il regalo di un metodo assassino, carrierista, falsificatore, imbroglione»[11].
La realtà del comunismo in Unione Sovietica è in quegli anni filtrata
attraverso i racconti dei soldati reduci dalla campagna di Russia o quelli dei
prigionieri caduti nelle mani dell’Armata rossa. Sono narrazioni di miserie,
torture, processi sommari, lavori forzati e di fame sui quali si intrattiene
abbondantemente l’informazione[12] durante la guerra e negli anni successivi[13].
Nel corso della Guerra fredda l’anticomunismo italiano tende ad accreditare
l’idea che l’avvento al potere del partito di Togliatti e la conseguente invasione
da parte dell’Unione Sovietica potrebbe importare quella tragica situazione
all’interno dei confini nazionali. La propaganda opera nel senso comune e
nell’immaginario una saldatura fra il comunismo sovietico e quello italiano che
sarebbe proseguita fino ai giorni nostri. Comunismo, anche se di marca italiana,
diviene sinonimo di «stalinismo», di «dittatura del proletariato» e di esperienze
tragiche come quelle dei gulag. L’equazione fra l’esperienza dei paesi dell’Est e
quella del partito di Togliatti è stato il motivo ricorrente della propaganda
conservatrice, grazie anche al «silenzio» dei comunisti italiani. Finendo in
definitiva per seppellire la storia e la memoria di quella che, secondo l’opinione
di studiosi non comunisti costituì «un’esperienza […] indubbiamente
originale»[14]. E facendo in definitiva dimenticare, secondo il giudizio di uno dei
massimi dirigenti democristiani del dopoguerra, che «I comunisti nostrani […]
erano ideologicamente e antropologicamente diversi dai sovietici»[15].
Il clima di accesa contrapposizione del dopoguerra finisce per accreditare
scenari apocalittici che contraddicono la realtà degli equilibri internazionali. Sul
piano storico l’idea di un’imminente invasione dell’Italia da parte dell’Unione
Sovietica appartiene a isolati aggregati che militano all’interno del Pci ma è
lontana da qualunque intenzione del gruppo dirigente guidato da Togliatti.
Oltretutto Stalin non avrebbe mai preso in considerazione l’ipotesi di invadere
militarmente l’Europa occidentale[16]. Il «fare come in Russia», slogan che si
diffonde in Occidente, è certamente presente e condiviso nei sentimenti e nelle
speranze di vasti gruppi di militanti comunisti.
Il mito della Rivoluzione di ottobre entra nell’immaginario dei comunisti
occidentali ed è destinato a convivere con quello dell’Unione Sovietica e
dell’Armata rossa. Come recita la rielaborazione nel dopoguerra di un canto
popolare d’inizio Novecento, Se otto ore vi sembran poche:
Se otto ore vi sembran poche,
provate voi a lavorare
e troverete la differenza
di lavorar e di comandar.
E noi faremo come la Russia
noi squilleremo il campanel,
falce e martel,
e squilleremo il campanello
falce e martello trionferà.
E noi faremo come la Russia
chi non lavora non mangerà;
e quei vigliacchi di quei signori
andranno loro a lavorar.

A cantare l’imminente arrivo di Stalin è Spartacus Picenus, al secolo Mario


Offidani, popolare cantastorie del mondo comunista che traduce in italiano inni
sovietici e calca i palcoscenici delle feste de l’Unità. Sono suoi i motivi che
accompagnano quelle conquiste che nella cultura popolare diffondono l’idea del
«primato» del comunismo su quello dell’America e del capitalismo. E in una
delle numerose canzoni dedicate a Stalin l’arrivo del dittatore è dato per certo:
Può anche darsi che Baffone tarderà
Ma verrà! Ma verrà!
E dei ladri la nefanda società
Crollerà! Crollerà!
Si! Trionferà
Anche a Roma una grande civiltà!
Può anche darsi che Baffone tarderà,
ma verrà! Ma verrà![17]

A tradurre quelle speranze sono anche le scritte sui muri o sui vagoni
ferroviari che invocano l’arrivo in Italia dell’Armata rossa. In realtà Stalin in
Italia non avrebbe mai messo piede se non nelle case dei comunisti sotto forma
di ritratto che, in segno di devozione, i militanti appendono in cucina o sulla
testata del letto[18]. Un’abitudine che la satira di segno conservatore mette alla
berlina facendo osservare che in Unione Sovietica il sovraffollamento delle
abitazioni non consente a una famiglia di possedere neppure le pareti su cui
esibire un ritratto:
Case sovietiche. Un maestro distribuisce agli scolari il ritratto
di Stalin. L’indomani chiede ad ognuno di riferire quale uso
ne abbia fatto.
– L’ho appeso al muro di fronte alla porta, dimodoché
chiunque entra può vederlo – dice Ivanotchka.
– L’ho appeso nell’angolo della stanza dov’era l’icona ed ho
acceso una candela sotto di esso – dice Vassilenka.
– E tu, Petruchka? – chiede il maestro – Dove hai appeso
l’immagine del nostro duce?
– In nessun posto – balbetta.
???
– Sì, prego; le altre quattro famiglie hanno i muri; noi
abbiamo il centro della stanza[19].

In ogni caso il dittatore georgiano avrebbe a lungo abitato nei sogni dei
comunisti o negli incubi dei conservatori. Soprattutto dopo la battaglia di
Stalingrado che lo eleva a campione della libertà nella lotta al nazifascismo.
Più realisti quei partigiani che, pur augurandosi l’arrivo di Stalin, capiscono di
essere «troppo lontani per essere liberati dai russi e pertanto sia pur
malinconicamente» si rassegnano a «collaborare e combattere nell’attesa
dell’arrivo degli alleati»[20].
All’indomani della Svolta di Salerno e al conseguente abbandono di ogni
tentazione insurrezionalista da parte del gruppo dirigente, in molti militanti la
perdita della speranza rivoluzionaria si trasforma nella costruzione delle «Piccole
Russie»[21]. Durante gli ultimi anni del regime fascista quelle realtà sono
aggregati minimi (casolari, stalle, botteghe artigiane) dove clandestinamente si
discute di comunismo, si ascolta Radio Mosca o si leggono autori russi.
Soprattutto in Emilia, dopo la Liberazione, allorché le sinistre conquistano le
amministrazioni comunali, quelle immaginarie repubbliche cercano di trasferire
nell’azione amministrativa principi e obiettivi di una società antagonista al
modello del governo democristiano. E i sindaci di quelle amministrazioni che si
schierano al fianco delle lotte bracciantili, o si mettono alla testa dei cortei di
protesta contro gli Stati Uniti, vengono dalla stampa «borghese» bollati come
«proni» agli «ordini che vengono emanati dal Cremlino»[22].
In realtà il pericolo dell’avvento di un governo modellato su quello di Mosca
appartiene soprattutto all’opinione conservatrice che su quella convinzione
mobilita gli apparati propagandistici. In una situazione nella quale, per entrambi
gli schieramenti, le pratiche contrastano con gli intendimenti dichiarati, la
psicologia della rivalità si riversa soprattutto nella creazione di tragici scenari,
spesso evocati attraverso la chiave dell’ironia.
Ispiratore di una campagna pubblicitaria del tutto originale è in quegli anni
Leo Longanesi. Espressione del pensiero di quella borghesia liberale
accesamente contraria al comunismo, Longanesi sperimenta alcuni strumenti
originali. In occasione della campagna elettorale del 1948 allestisce un’emittente
clandestina, Radio Garibaldi, che trasmette da un automezzo guidato dallo stesso
Longanesi e da Indro Montanelli per le strade di Milano e tramite un altoparlante
lancia anatemi contro il comunismo e proclama che «Togliatti è un fesso»[23].
In definitiva un’operazione attraverso la quale Garibaldi, che alla vigilia di
quelle elezioni era stato assunto come simbolo delle sinistre, diviene il principale
accusatore del comunismo e dei suoi alleati. Se sul piano della grafica la
Democrazia cristiana aveva impostato gran parte della sua campagna elettorale
del 1948 sulla «maschera» di Garibaldi indossata da Stalin e Togliatti, Longanesi
dà invece voce a uno dei simboli della sinistra per sbugiardare il comunismo.
Ma il mascheramento riguarda anche alcune tecniche di propaganda messe in
atto dal fronte conservatore. Esempio significativo è un periodico che Longanesi
pubblica fra il 1952 e il 1953: «il Garofano Rosso». Edito da una fantomatica
Lega internazionale per la difesa dei diritti dell’uomo con sede a Parigi al 90 di
rue de Vaugirard, il periodico ha sede a Milano e il realizzatore è lo stesso
Longanesi. Scopo del giornale è quello di penetrare nel pubblico dei lettori
comunisti, grazie al titolo che fa riferimento a uno dei simboli della tradizione
della sinistra; in realtà i contenuti degli articoli sono di intonazione
anticomunista. Si tratta in breve di una sorta di «propaganda subliminale» con
l’intento di mettere alla berlina l’idea del «paradiso» comunista con storie
ironiche su alcuni miti come quello dello stakanovismo nel paradossale dialogo
fra un operaio e il suo caporeparto in una fabbrica dell’Unione Sovietica: «La
sabbia e le ramazze possono sostituire i rottami di ferro?»[24].
Togliere dunque la maschera del comunismo dall’interno del sistema stesso è
l’intento di Longanesi, il cui registro ricalca quello che in quegli stessi anni
percorre un giornale come «Candido». Il periodico di Guareschi fa infatti della
«stupidità» del militante comunista uno dei temi più frequentemente proposti.
«Obbedienza pronta, cieca e assoluta» unitamente alla raffigurazione del
militante comunista come uomo «primitivo» sono i temi preferiti di «Candido».
La chiave paradossale del «Garofano Rosso» non riscuote fortuna e il
periodico ha vita breve. Più successo hanno invece alcuni romanzi, ispirati dallo
stesso Longanesi, che escono tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio del
decennio successivo.
2. L’Armata rossa in Via Condotti
Se la Guerra fredda è stata definita «la massima fiction dell’epoca»[25], proprio
sul piano della fiction si muovono alcuni racconti che escono in quegli anni
prefigurando gli scenari di un’eventuale vittoria dei partiti della sinistra e il
conseguente avvento di un governo modellato su quello di Mosca. Prototipo di
questo genere letterario è un breve romanzo che esce alla vigilia delle elezioni
del 1948: Non votò la famiglia De Paolis. Il racconto sarebbe stato distribuito in
250 mila copie dagli apparati propagandistici della Democrazia cristiana[26]. A
firmarlo sono Uguccione Ranieri e Donato Martucci, due impiegati del ministero
degli Esteri. Non è inverosimile credere che dietro la penna dei due autori ci sia
stata la supervisione dello stesso Longanesi, che fa uscire l’opuscolo per i tipi
della sua casa editrice[27].
Protagonista del romanzo, scritto in forma epistolare, è un professore romano,
Gualtiero De Paolis, rappresentante di una media borghesia del tutto
disinteressata alla politica. Il personaggio, anziché recarsi a votare il 18 aprile
preferisce una gita con tutta la famiglia ai castelli romani, approfittando di una
giornata di sole. Esplicito nell’opuscolo l’intento di sensibilizzare al voto quanti
non sentono l’importanza delle elezioni e a fare del protagonista il prototipo di
quanti con il loro disinteresse potrebbero consentire la vittoria del Fronte
popolare.
E così infatti avviene nelle pagine del racconto. In una lettera scritta a un
lontano congiunto Oltreoceano, in data 10 maggio 1948, De Paolis scrive che «I
cosiddetti rossi sono al governo». A presiederlo è Giuseppe Romita, con
Giuliano Pajetta al ministero dell’Interno e Concetto Marchesi all’Educazione.
Si è inoltre costituito il ministero dell’Orientamento popolare, che al posto dei
giornali, in gran parte scomparsi, ha istituito un servizio di quotidiani murali,
«dove, se hai la pazienza di startene in piedi nelle cantonate, ci trovi tutto senza
spendere un soldo»[28]. Togliatti e Nenni non fanno parte della compagine
governativa ma preferiscono rimanere alla guida del Partito unitario progressivo
(Pup), «così si chiama il Fronte dopo la fusione»[29].
Una delle lamentele più ricorrenti della corrispondenza riguarda la scarsità di
cibo e altri generi di prima necessità. Infatti – informa ancora De Paolis –
«L’America […] non ci vuole più mandare il grano». Di qui le conseguenze di
quei mancati aiuti: razionamento del pane, progressiva perdita del potere di
acquisto dei salari, scioperi di gente indigente sulla quale la polizia spara
provocando delle vittime. La situazione è aggravata dal fatto che ai mancati aiuti
americani («Sono dei bei porci», chiosa De Paolis) non si sono ancora sostituiti
quelli dell’Unione Sovietica. I ritardi di quegli approvvigionamenti dipendono
dalla pretesa della Russia e «degli altri paesi progressivi» di ricevere 350 mila
dollari di riparazione per i danni di guerra.
Per questo motivo in tutto il territorio nazionale si apre una sottoscrizione per
la raccolta di oro alla quale il povero De Paolis non sa come contribuire perché
le fedi nuziali «se le presero a suo tempo quell’altri»[30]. La pretesa di requisire
l’oro alle famiglie riveste anche un intento educativo in sintonia con le idee del
nuovo governo: i monili che un tempo cingevano «il collo delle amanti
borghesi» devono «fondersi nel crogiolo arroventato dal vindice sdegno del
popolo»[31].
Altra conseguenza provocata dalla nuova situazione politica è la censura sulla
corrispondenza e sui libri in arrivo dall’estero sospettati di avere contenuti
sovversivi, soprattutto se scritti in lingua inglese. Nel racconto compaiono poi
l’introduzione di onorificenze come quelle del Grancompagnato, conferito a Di
Vittorio, o figure come l’Accusatore del Popolo Berlinguer.
La situazione precipita nei primi mesi del 1949 allorché iniziano le
persecuzioni contro quei membri del governo accusati di aver tenuto contatti con
i paesi occidentali. «I processi sono appena cominciati»[32], scrive De Paolis, e il
loro esito conduce a una serie di accuse che vedono imputati anche Pietro Nenni
e tutti gli elementi moderati che sono immediatamente esclusi dal potere. A
guidare la nuova compagine, fedele ai dettami dell’Udp, è Luigi Longo, il cui
governo emana una serie di provvedimenti punitivi come il licenziamento di
poliziotti accusati di manifestare idee sovversive dell’ordine costituito, la
soppressione dei conventi e la cancellazione della libertà di stampa. È l’inizio
della dittatura comunista per sottrarsi alla quale molti cittadini espatriano
clandestinamente in Svizzera.
Dentro questa cornice si svolgono le vicende della famiglia De Paolis. Il
capofamiglia è inizialmente sospeso dalla sua professione di insegnante «per
accertamenti ideologici». Successivamente è processato con l’accusa di detenere
«simboli vaticaneschi» e di aver diffamato la Patria; quindi viene condannato a
morte assieme a un gruppo di cardinali. Non migliore sorte tocca ai suoi
familiari per effetto del «decreto Secchia-Poliakoff» sull’«estensibilità familiare
della responsabilità politica»: la moglie viene incarcerata e la figlia è affidata a
un «istituto per la rigenerazione politica». Al figlio tocca la stessa sorte del
padre.
In chiave nostrana questo passaggio da un governo che comprende comunisti
e socialisti moderati a uno di esclusiva marca comunista traduce in maniera
romanzata le vicende che si svolgono all’inizio del 1948 in Cecoslovacchia e che
non poca parte ebbero sull’esito delle elezioni. A Praga infatti al governo di
unità nazionale guidato da Klement Gottwald ne succede uno costituito da
comunisti e socialisti di sinistra che portano alla costituzione della Repubblica
democratica popolare, con un progressivo irrigidimento del regime.
L’intento del racconto, scritto in stile brillante ed efficace, è evidentemente
quello di prefigurare la situazione che si sarebbe verificata in seguito a
un’eventuale affermazione del blocco di sinistra. In forma letteraria e spesso
divertita il romanzo si fa portavoce di quell’apocalittismo che è alla base della
campagna anticomunista del 1948. La generosità e la ricchezza dell’America
contrapposte alle miserie del regime sovietico, la soppressione delle libertà di
stampa e di culto, la repressione degli operai che reclamano salari più elevati: la
chiave del racconto è tutta costruita sulle conseguenze di un’eventuale presa del
potere da parte dei comunisti italiani che avrebbero instaurato un governo e un
potere poliziesco del tutto simile a quello sovietico. Nel corso della narrazione
non si paventa dunque un’invasione delle truppe sovietiche dentro i nostri
confini nazionali. È sufficiente richiamare la vittoria delle sinistre allo scopo di
dar seguito a quella «vocazione dello smontaggio» che in quegli stessi mesi
Giovanni Ansaldo descrive parlando dei regimi comunisti: «Non soltanto dello
smontaggio delle biciclette o degli orologi, bensì della civiltà occidentale»[33].
È noto che nella realtà le cose andarono diversamente. Il Fronte popolare subì
una sonora sconfitta e l’affermazione della Democrazia cristiana risultò netta.
Quell’esito fu dovuto – secondo l’opinione di alcuni osservatori – proprio al
comportamento delle «molte famiglie De Paolis sparse per tutta l’Italia». Che
con quel voto avevano salvato «la pelle. […] Ed insieme alla pelle, altre cose
preziose»[34].
Dello stesso tenore è un opuscolo, questa volta scritto da uno solo degli autori,
Donato Martucci, uscito alla vigilia delle elezioni del 1953, quelle della «legge
truffa», Non ritornò Umberto di Savoia[35]. Protagonista delle vicende è
nuovamente il capostipite della famiglia De Paolis, che in questo caso si chiama
Federico. Contrariamente al 1948 la famiglia non diserta le urne, ma esprime il
suo voto a favore della Monarchia nella speranza di un imminente ritorno in
patria di re Umberto. Sempre concepito attraverso le lettere a un amico di
Oltreoceano, il romanzo descrive la mancata vittoria in quelle elezioni della
Democrazia cristiana e il conseguente avvento di un governo di intese piuttosto
larghe del quale fanno parte i comunisti, i socialisti di Nenni, i missini e i
monarchici. La partecipazione di questi ultimi, determinanti al fine di costituire
una pur simile risicata maggioranza di governo e di spingere la Democrazia
cristiana all’opposizione, è stata possibile grazie alla promessa di indire un
referendum per il ritorno della Monarchia. Una così eterogenea maggioranza fa
precipitare nel caos il paese e nel volgere di qualche mese si giunge alla
formazione di un governo di salute pubblica con un nuovo ministro dell’Interno
«che non scherza»: Pietro Secchia. L’insediamento di Secchia, conosciuto
all’interno e all’esterno del Pci, come uno dei più fedeli esecutori dell’ortodossia
sovietica, coincide con una serie di restrizioni che nel volgere di breve tempo
conducono a una vera e propria dittatura. Occorre – scrive De Paolis – «eseguire
gli ordini senza discutere»[36] e seguire misure prudenziali come quelle di
«tenerci lontani dalle chiese e dai preti che sono generalmente spie al servizio
dello straniero»[37]. La censura sulla posta e gli interrogatori di gente sospetta
sono episodi frequenti e comuni. In questa nuova situazione cade
definitivamente la speranza di un referendum per invocare il ritorno di Umberto
di Savoia in esilio a Cascais.
In una di queste lettere Federico parla al suo interlocutore della situazione
della stampa informandolo che:

Ieri è partito dall’Italia l’ultimo giornalista americano il quale


era riuscito a raggiungere i ribelli sulle montagne
dell’Appennino Tosco Emiliano […] Adesso i giornali
americani ed inglesi non arrivano più, e quelli che possono
capire il russo leggono la Pravda che sarebbe, a quanto mi
dicono, il più importante quotidiano sovietico. Qui a Roma
tutti i giornali sono fatti nello stesso modo ed escono a
quattro pagine, meno l’Unità che esce a venti e dodici pagine
la domenica. Perciò tutti comperano l’Unità; se non altro per
il peso della carta[38].

E, sottovoce, quanti patiscono i rigori della dittatura si confessano l’un l’altro


che la Democrazia cristiana era un’altra cosa e si dichiarano pentiti di non averla
votata[39].
Ma sui monti non è fuggito solo il corrispondente americano. Sono – secondo
Federico – numerosi i partigiani anticomunisti che hanno raggiunto le montagne:
«Sono in diecine di migliaia che combattono sui monti, in attesa che le forze
libere del mondo muovano in loro aiuto». Fra questi è Luigi, figlio di De Paolis,
che durante una missione clandestina a Roma non resiste alla tentazione di
andare a salutare il padre. Intercettato dalla polizia Luigi ingaggia una sparatoria
e ne resta ucciso: «Vedendo il figlio morto, il Signor De Paolis, che era già assai
malandato di salute, fu colpito da sincope e si abbatté fulminato»[40].
Gli inventori della famiglia De Paolis torneranno su un tema di fantapolitica in
Lo strano settembre 1950, nel quale si immagina Stalin che, in occasione
dell’anno santo, viene a visitare San Pietro sotto mentite spoglie in un intreccio
di equivoci e situazioni satiriche[41].
Non sono solo scrittori sconosciuti come Donato e Martucci a misurarsi con
temi che prefigurano gli esiti di una vittoria comunista in Italia. Anche uno
scrittore di fama come Curzio Malaparte, in Storia di domani, immagina
l’invasione dell’Europa da parte dell’Unione Sovietica. Pubblicato a puntate su
«Il Tempo» all’indomani delle elezioni del 18 aprile e poi raccolto in volume[42],
il racconto descrive come, a seguito di quell’invasione, la classe dirigente
politica italiana viene esautorata e incarcerata: De Gasperi condivide la cella di
Regina Coeli con Scelba; il papa è prigioniero dentro le mura vaticane; i
sacerdoti vengono privati dell’abito talare e costretti a indossare buffe divise al
fine di essere individuabili. Anzi, in nome dell’egualitarismo comunista, ogni
categoria sociale indossa una tenuta specifica. Tant’è che uno dei protagonisti
del romanzo si meraviglia che agli «invertiti» non ne sia stata imposta alcuna
dalle autorità sovietiche «nella loro mania, del resto giustissima, di far d’ogni
vizio e d’ogni virtù una categoria sociale, cioè di dare contenuto marxista ad
ogni qualità umana, perfino all’omosessualità»[43].
Diffidenti anche della classe dirigente comunista italiana i sovietici esiliano a
Mosca personaggi come Terracini e Moscatelli e incarcerano Di Vittorio.
Intellettuali vicini al Pci come Elio Vittorini e Renato Guttuso sono in prigione e
Luchino Visconti è costretto «a far film di propaganda spicciola»[44] che esaltano
il regime sovietico. In Francia vengono emarginati intellettuali come Gide,
Sartre e Aragon. Socialisti come Pietro Nenni, fautore di una politica di
avvicinamento ai comunisti, vivono nascondendosi per le vie di Roma. Il leader
repubblicano Randolfo Pacciardi per sbarcare il lunario fa il lattaio. E nel corso
dell’invasione del Portogallo i sovietici catturano Umberto di Savoia
trasferendolo in Italia.
A «l’Unità» viene cambiato il nome in «l’Umiltà» e l’inno Bandiera rossa
viene proibito. Al suo posto si ipotizza l’introduzione di La Bella Gigogìn.
Insomma – riferisce De Gasperi in un colloquio con Scelba – i comunisti italiani
«da quando son venuti i russi […] non contano più nulla»[45]. Unica eccezione è
quella di Palmiro Togliatti, che viene nominato presidente del Consiglio del
commissario del Popolo, però sotto la stretta tutela dei russi. Insomma, un capo
di governo «fantoccio».
Anche l’onomastica subisce non pochi adeguamenti al nuovo clima culturale e
politico. Il «Ponte Cavour» viene ribattezzato «Ponte Molotov», «Corso
Umberto» cambia il nome in «Prospettiva Giuseppe Stalin» e «Via Veneto» in
«Via Stalingrado». Un quartiere come quello dei «Parioli» viene rinominato
«Stakhanov», per ribadire la nuova etica del lavoro degli occupanti russi.
Stessa sorte per le squadre di calcio: la «Juventus» cambia il nome in quello di
«Stalin», il Torino in quello di «Lenin» e il «Milan» in quello di «Carlo Marx».
Ai comunisti italiani («Togliatti», «Secchia» e «Longo») sono intitolate invece
le squadre minori:
Ma poiché non è ammissibile, né concepibile, che la Stalin si
faccia battere dalla Togliatti, o la Lenin dalla Secchia, così
avviene che la Stalin, la Lenin e la Marx vincono sempre: e se
qualche imprudente giocatore della Longo e della Togliatti
riesce per errore o per distrazione a infilare un pallone nella
rete della Stalin, o della Lenin, il meno che gli capita è
d’esser fucilato sul campo[46].

Il calcio dunque come metafora della servile sottomissione del popolo italiano
(in particolare di quello comunista) alla dittatura stalinista.
Per le strade compaiono le prostitute di stato che portano appesi al collo i
prezzi delle prestazioni: «Tutte giovani di buona famiglia – scrive Malaparte –
[…] e molte, poverette, son figlie di contesse, di principesse […] I comunisti lo
fanno apposta, lo fanno per spregio»[47]. È la persecuzione dell’aristocrazia
italiana ricalcata sulle vicende che erano seguite alla Rivoluzione di ottobre.
Fortunatamente i sovietici cessano in breve tempo la loro occupazione. Grazie
all’intervento armato dell’America, l’Europa viene liberata e le truppe
dell’Armata rossa si ritirano. Nel corso della guerra che finisce con la sconfitta
sovietica Palmiro Togliatti viene sostituito da un commissario russo e per
campare fa l’affittacamere.
A liberazione avvenuta si insedia un nuovo governo alla cui guida si pone
Giuseppe Saragat, acceso sostenitore degli Stati Uniti, mentre al Quirinale sale
Giovanni Giolitti.
La scena finale del romanzo descrive un corteo di popolo che, avanzando da
Piazza Venezia, sventola le bandiere del tricolore italiano. A guidare quella folla
è Palmiro Togliatti. Al suo fianco Longo, Moscatelli, Secchia, Terracini e
Grieco. E dal corteo si leva un grido ripetuto: «Abbasso la Russia! Morte
all’Unione Sovietica! Viva l’Italia! Viva l’America! Viva la libertà!»[48].
La conclusione del romanzo rappresenta dunque la nemesi del comunismo
italiano, la sua avversione a quello di marca stalinista e la definitiva conversione
ai valori dell’America.
Il tono satirico e dileggiatore di Malaparte nei confronti del comunismo
italiano gli costa un severo giudizio da parte dello stesso Togliatti, che definisce
il romanzo espressione di un «anticomunismo pittoresco» e «bizzarro documento
di un’epoca e di un costume»[49]. Si tratta di una polemica che denota il
contraddittorio rapporto di Malaparte con il Pci, che non avrebbe perso
occasione per rinfacciargli che «dopo aver raccontato nei salotti di sentirsi
“comunista” ha […] preferito darsi all’anticomunismo spicciolo»[50].
Alla fantapolitica appartiene anche un curioso romanzo di Indro Montanelli,
Mio marito Carlo Marx, immaginaria biografia di Jenny Marx, che descrive il
marito intento a redigere il primo libro del Capitale. Il ritratto del suo aspetto
esteriore è impietoso: «la sua barba era ispida, le sue maniere aspre e aggressive,
la sua pelle mal lavata, le sue unghie nere d’inchiostro, gli abiti macchiati […] il
corpo ricoperto di piaghe purulente»[51]. Ma dal ritratto di Montanelli ne vien
fuori soprattutto un personaggio che «odia l’economia e non ci capisce nulla» e
che «impiegò due anni a leggere cinquanta pagine di Ricardo»[52]. Di altri
classici si era limitato a scorrere l’indice. Questa sua superficialità lo porta a
scrivere «tutto e il contrario di tutto»[53].
In realtà la molla che spinge il padre del comunismo a occuparsi
dell’ineluttabilità del socialismo non sono le leggi dell’economia, ma un
«complesso di inferiorità» nei confronti delle classi aristocratiche. Marx soffre
infatti per non essere ammesso a frequentare i salotti e i circoli aristocratici ed è
una persona alla quale sta a cuore «un unico partito […] un marito per le
figlie»[54]. Da convinto guerrafondaio il primo giocattolo che compera al figlio è
«un’uniforme completa da ussaro, con sciabola e colbacco»[55].
Mosso esclusivamente dall’odio e dall’invidia, accusa continuamente di
deviazionismo i suoi sodali. Ferdinand Lassalle è un «piccolo verme»; di
Hermann Kriege giunge a proporre la sconfessione e l’eliminazione. Stessa sorte
riserva a Moses Hess, Karl Grün e Pierre-Joseph Proudhon. Insomma, Il
Capitale «è concimato dai cadaveri di tutti gli amici»[56]. Del resto per Marx la
dottrina «non è mai stata altro che un pretesto per litigare contro chiunque avesse
l’aria d’insidiargli il potere dittatoriale ch’egli pretendeva su tutti i comunisti del
mondo»[57].
La finzione di Montanelli costituisce un’evidente metafora dello stalinismo.
L’intento è quello di dimostrare che la malvagità del comunismo è all’origine e
risale al suo padre fondatore.
Montanelli non si limita a un’analisi sul piano delle idee politiche di Marx
bensì estende il suo romanzo anche alla descrizione dei sentimenti del fondatore
della dottrina comunista. Marito tuttavia disattento e fedifrago, padre distratto e
poco incline a coltivare le amicizie, il filosofo tedesco è descritto come una
persona incapace di coltivare sentimenti. A dimostrazione che il comunismo, già
nella persona del suo fondatore, è un sistema privo di qualità morali e il suo
avvento comporterebbe l’instaurazione di un sistema che conduce non solo alla
povertà e alla miseria ma anche all’aridità dei sentimenti.
L’uomo «nuovo» del comunismo è persona incapace di nutrire affetti anche
nella figura dell’artefice della Rivoluzione di ottobre. Lenin è infatti il
protagonista di un breve racconto che descrive una sua avventura galante con
un’avvenente signora. Alla fine dell’incontro Lenin è descritto «rigido come un
assioma, servitore assoluto di un’idea […] signore assoluto di un continente»[58],
ma anch’egli incapace di coltivare affetti. Di qui il commento finale della
signora: «Peccato che sia soltanto il fondatore del regime comunista in
Russia»[59].
La fantapolitica di genere anticomunista va letta non solo o non tanto dal
punto di vista letterario – peraltro godibile e curioso – bensì come interprete di
quel senso comune che permea gli anni del dopoguerra sul tema del comunismo.
Quei romanzi raffigurano – anche nei paradossi – le paure e le fobie degli italiani
di fronte al possibile avvento di una dittatura stalinista. Nel panorama della
propaganda quei racconti si soffermano sull’architettura civile e istituzionale che
potrebbe assumere in Italia la dittatura comunista non trascurando però il tema
dell’aridità dei sentimenti di quell’ideologia.
Si tratta, in una chiave laica, di uno dei motivi più ricorrenti della propaganda
del dopoguerra che il mondo cattolico percorre in chiave religiosa individuando
nell’eventuale instaurazione del marxismo in Italia la distruzione della famiglia.
Se per il conservatorismo liberale l’egualitarismo si identifica soprattutto con
la soppressione delle libertà individuali e della proprietà, per il mondo cattolico
esso è invece la rappresentazione dell’inferno dove l’immoralità e l’ateismo
minano la famiglia e la religione.
3. Fame
Luoghi comuni, vulgate e situazioni paradossali: tutte forme che stanno ai
gradini più bassi della comunicazione politica e che sono espressione di
un’oralità che circola nelle chiacchiere della gente comune e nei crocchi che si
interrogano sui possibili esiti di una dittatura comunista e che prefigurano la
società italiana di fronte a una sua vittoria. Si tratta, sul versante della cultura
popolare, dell’ingenua scrittura di una storia con i se intrecciata da chi non
possiede gli strumenti del mestiere di storico ma è capace di penetrare i
meccanismi del senso comune. E di condizionarli.
Nella descrizione degli scenari apocalittici che verrebbero a instaurarsi in
Italia a seguito dell’avvento di un regime comunista esiste, pur nella comunanza
dell’obiettivo, una diversità di accenti fra la stampa di ispirazione liberale e
quella cattolica. Tuttavia fra gli argomenti più percorsi che accomunano i due
fronti vi è quello della fame. Un’eventuale affermazione del comunismo
comporterebbe la cessazione degli aiuti alimentari degli americani. Grave poi
sarebbe anche la perdita di una fonte di entrata valutaria come quella del
turismo. Infatti – ammoniscono i fogli cattolici – «i turisti non verranno in una
Italia comunista. Bisogna ricordare che ogni turista che viene in Italia ci porta
valuta pregiata per migliaia di lire al giorno e che questa valuta ci serve per
l’acquisto di beni essenziali»[60].
In caso di vittoria comunista l’Italia avrebbe assistito a scenari come quello
descritto in una barzelletta di Longanesi:
Molotov annuncia a Stalin una grande scoperta: «Adamo ed
Eva erano russi». «Ne sei ben sicuro? Fa attenzione agli
americani che criticano tutto». «Questa volta non c’è il
menomo dubbio. Erano nudi, non avevano casa, vivevano di
mele e si credevano in paradiso»[61].

Il tema della penuria alimentare, nell’Italia appena uscita dal conflitto, veniva
agitato nella propaganda sia dal fronte conservatore sia da quello opposto. Le
sinistre accusavano i democristiani di essere accaparratori alle spalle della
povera gente. Del resto è proprio la forchetta a diventare il simbolo di una
fortunata campagna promossa dal Pci nel 1953: quella contro i «forchettoni».
Nei manifesti le forchette diventano il simbolo della voracità e delle
«mangianze» del partito di De Gasperi[62]. E il tema diviene anche il motivo di
una diffusa contraffazione dell’inno della Dc:

O bianco fiore
Grazie di cuore
Con te ci scappa
Un po’ di pappa[63].

La Democrazia cristiana, dal canto suo, invocava gli aiuti alimentari degli
Stati Uniti sostenendo che «Coi discorsi di Togliatti non si condisce la
pastasciutta»[64].
E se i comunisti intonano Con de Gasperi non se magna i conservatori
ribattono che «in Italia il P.C.I. ha organizzato le grandi “magnasse” delle feste
dell’“Unità”, in cui si consumano milioni di uova, migliaia di quintali di farina,
di zucchero, di burro, di olio, con ecatombe di milioni di polli e di conigli. […]
Con lo sperpero delle feste dell’“Unità” ci sarebbe veramente da sfamare per un
anno intero tutti i bambini e tutti i vecchi delle famiglie più povere»[65].
[1] C.B.J. Renouvier, Uchronie. L’utopie dans l’histoire: esquisse historique apocryphe du
developpement de la civilisation européenne tel qu’il n’a pas été, tel qu’il aurait pu être, Paris, Bureau de la
Critique philosophique, 1876; trad. it. Ucronia. L’utopia nella storia: schizzo storico apocrifo dello
sviluppo della civiltà europea non come è stato, ma come avrebbe potuto essere, Faenza, Faenza Editrice,
1984.
[2] B. Croce, La storia come pensiero e come azione, Bari, Laterza, 1938, p. 112.
[3] Cfr. R. Cowley (a cura di), What if? The World’s Foremost Military Historians Imagine What Might
Have Been: Essays, New York, Putnam, 1999; trad. it. La storia fatta con i se, Milano, Rizzoli, 2001.
[4] Cfr. A. Benzoni e E. Benzoni, La storia con i se. Dieci casi che potevano cambiare il corso del
Novecento, Venezia, Marsilio, 2013; P. Chessa (a cura di), Se Garibaldi avesse perso. Storia controfattuale
dell’Unità d’Italia, Venezia, Marsilio, 2011.
[5] Cfr. L. Cafagna, Roma, luglio 1948. Se Togliatti fosse morto. Da un’intervista a Luciano Cafagna, in
Benzoni e Benzoni, La storia con i se, cit., pp. 101-112.
[6] Ibidem, pp. 106-107.
[7] Ibidem, p. 110.

[8] Se la Russia vincesse la guerra…, Manifesto, in Archivio Fondazione Micheletti, Rsi, Manifesti, 2-
47. Realizzazione del ministero della Cultura popolare, Nucleo Propaganda, marzo-giugno 1944.
[9] Cfr. L. Romano e P. Scabello (a cura di), C’era una volta la Dc. Breve storia del periodo
degasperiano attraverso i manifesti elettorali della Dc, saggio di N. Gallerano, nota di L.M. Lombardi
Satriani, Roma, Savelli, 1975.
[10] G. Bubani [G. Ansaldo], Occupazione russa, in «Il libraio», 15 aprile 1948.
[11] A. Landuzzi e B. Benassi, Il mito di Stalin. Ovvero l’idolo infranto, Bologna, A.B.E.S., 1956, p. 75.

[12] Si vedano le lettere riprodotte in W. Diewerge, Deutsche Soldaten sehen die Sowjet-Union.
Feldpostbriefe aus dem Osten, Berlin, Wilhelm Limpert, 1941; P. Ferrari, «Bolscevismo senza maschera».
Una mostra nazista del 1944, in «Italia contemporanea», luglio-dicembre 2012, pp. 551-572; L.E.
Gianturco, Ritorno dalla Russia, Roma, Marte, 1943; Quello che hai visto in Russia. Parole di un reduce ai
reduci, Roma, Marte, 1943.
[13] Cfr. L. Bedeschi, È tornato il prete condannato da Stalin, Bologna, A.B.E.S., 1954.

[14] V. Foa, Vittorio Foa a Miriam Mafai e Alfredo Reichlin, in Id., M. Mafai e A. Reichlin, Il silenzio
dei comunisti, Torino, Einaudi, 2002, p. 3.
[15] Il commento è di Francesco Cossiga, il quale, nel 1995, sosteneva che proprio per quella diversità i
comunisti italiani erano guardati con diffidenza da quelli sovietici: «E come noi eravamo guardati con
sospetto dagli alleati occidentali, così loro non piacevano affatto ai compagni orientali» (cit. in Perché
contiamo poco, colloquio di Lucio Caracciolo con Francesco Cossiga, in «Limes», n. 3, 1995, pp. 13-21).
[16] Cfr. F. Romero, Storia della guerra fredda, Torino, Einaudi, 2009, p. 12.

[17] Spartacus Picenus, Può anche darsi che Baffone tarderà…, in Canti comunisti, Milano, Edizioni del
Calendario del Popolo, 1967, p. 193.
[18] M. Fincardi, C’era una volta il mondo nuovo. La metafora sovietica nello sviluppo emiliano, Roma,
Carocci, 2007, p. 169.
[19] Storie russe, in «il Garofano Rosso», 15 settembre 1952. L’edificazione degli altarini a Stalin era
spesso segnalata dalla stampa cattolica come segno di una devozione che aveva sostituito quella per i santi.
Così, in occasione della morte del dittatore, si scrive che: «C’era proprio come un altare nell’arcata del
portico a Sassuolo (e in tanti altri paesi); e i ceri ardevano sul drappeggio rosso tutto attorno e il ritratto
dell’uomo Stalin pareva sorridesse. La gente, tanta gente, piangeva» (Landuzzi e Benassi, Il mito di Stalin,
cit., p. 15).
[20] L. Pagotto, «Romi», I miei ricordi. La Brigata «Ugo Bottacin» e la «Terza Zona», Treviso, Istituto
per la storia della Resistenza e della società contemporanea della Marca trevigiana (Istresco), 1996, pp. 38 e
42.
[21] Cfr. Fincardi, C’era una volta il mondo nuovo, cit.

[22] W. Pignagnoli e F. Mantovi, Il comune è nostro, Bologna, A.B.E.S., 1954, p. 34.

[23] Cfr. R. Liucci, L’Italia borghese di Longanesi, Venezia, Marsilio, 2002.

[24] La voce del padrone rosso, in «il Garofano Rosso», 15 settembre 1952.

[25] La definizione è di F. Inglis, The Cruel Peace: Everyday Life and the Cold War, New York, Basic,
1991, p. 424, cit. in Romero, Storia della guerra fredda, cit., p. 12.
[26] Cfr. G. Ansaldo, Anni freddi. Diari 1946-1950, Bologna, Il Mulino, 2003, p. 212.

[27] Cfr., al proposito, F. Perfetti, Prefazione a D. Martucci e U. Ranieri, Non votò la famiglia De Paolis,
Firenze, Le Lettere, 2007, p. 6.
[28] Martucci e Ranieri, Non votò la famiglia De Paolis, cit., p. 21.

[29] Ibidem, p. 25.

[30] Ibidem.

[31] Ibidem, p. 30.

[32] Ibidem, p. 32.


[33] Bubani [G. Ansaldo], Occupazione russa, cit.

[34] G. Ansaldo, La famiglia De Paolis ha votato, in «L’illustrazione italiana», 25 aprile 1948, p. 585.

[35] Cfr. D. Martucci, Non ritornò Umberto di Savoia, Torino, Gros Monti & C., 1953.
[36] Ibidem, p. 21.

[37] Ibidem, p. 22.

[38] Ibidem, p. 27.

[39] Ibidem, p. 20.


[40] Ibidem.

[41] Cfr. D. Martucci e U. Ranieri, Lo strano settembre 1950, Milano, Longanesi, 1950.

[42] Cfr. C. Malaparte, Storia di domani, Roma-Milano, Aria d’Italia, 1949. L’edizione utilizzata è in C.
Malaparte, Storia di domani, in Id., Don Camaleo e altri scritti satirici, Firenze, Vallecchi, 1963, pp. 360-
532.
[43] Ibidem, p. 407.

[44] Ibidem, p. 458.

[45] Ibidem, p. 375.


[46] Ibidem, p. 423.

[47] Ibidem, p. 405.


[48] Ibidem, p. 531.

[49] Il memoriale al Pci di Curzio Malaparte, in «l’Unità», 29 gennaio 1949.

[50] «l’Unità», 2 febbraio 1949. Cfr., anche, C. Muscetta, Malaparte l’arcitaliano, in «l’Unità», 22
settembre 1949.
[51] I. Montanelli, Mio marito Carlo Marx, Milano, Longanesi, 1954, pp. 26 e 90.
[52] Ibidem, p. 10.

[53] Ibidem, p. 69.

[54] Ibidem, p. 87.

[55] Ibidem, p. 50.

[56] Ibidem, p. 90.

[57] Ibidem, p. 79.


[58] G.B., Un idillio di Lenin, in «Il libraio», 15 agosto 1949.

[59] Ibidem.

[60] Cfr. l’articolo in un periodico democristiano di Cosenza riportato in P. Pellegrino, Madonna


Pellegrina. La campagna elettorale del 18 aprile 1948 in Italia e in Calabria, Cosenza, Periferia, 1998, p.
35.
[61] Edengrad, in «il Garofano Rosso», 15 settembre 1952.
[62] Cfr., al proposito, E. Novelli, C’era una volta il Pci. Autobiografia di un partito attraverso le
immagini della sua propaganda, prefazione di G. Crainz, Roma, Editori Riuniti, 2000, pp. 84 ss., e D.G.
Audino e G. Vittori (a cura di), Via il regime della forchetta. Autobiografia del Pci nei primi anni ’50
attraverso i manifesti elettorali, Roma, Savelli, 1976.
[63] Canzoni del secolo, in «l’Unità», 4 maggio 1953.
[64] Il manifesto, non reperito in originale negli archivi della Democrazia cristiana, è stato riprodotto in
Cose d’altri tempi, in «l’Unità», 15 gennaio 1978.
[65] W. Pignagnoli e F. Mantovi, Ai suoi ordini, Compagno Capo!, Bologna, A.B.E.S., 1954, p. 36.
Capitolo quinto
L’uso politico di Pinocchio
1. Gli esordi della favolistica politica
Per finire con la «storia»
al «Pinocchio» han dato gloria Russi, Turchi e Americani che
ci misero le mani.
Fu il pupazzo di Collodi
cucinato in tutti i modi
fino al punto che, ohibò, poco o nulla ne restò.

Potrebbe iniziare con questa strofa di Benito Jacovitti la storia dell’uso


politico di Pinocchio. In realtà non sono state solo le varie versioni straniere a
manipolare, nel corso dei decenni, la favola del burattino di legno. La storia di
Collodi è stata infatti terreno di conquista anche da parte della politica
nell’ambito di quella semplificazione ideologica che lo ha elevato «al ruolo di
eroe nazionale»[1]. A partire dalla Grande guerra, nell’ambito di quella
mobilitazione nei confronti dell’infanzia, la letteratura giovanile viene a svolgere
un ruolo di primo piano in direzione di quell’arruolamento nei ranghi della
nazione del pubblico giovanile. Piccoli eroi e superuomini, bambini pronti al
sacrificio e martiri votati al trionfo del tricolore si mescolano a orchi, fate e
mostri in una prima e spesso ingenua alfabetizzazione alla politica[2].
La storia di Pinocchio inizia nel 1881 allorché Carlo Collodi, pseudonimo di
Carlo Lorenzini, pubblica a puntate sulla prima annata del «Giornale per i
bambini», supplemento del quotidiano «Il Fanfulla», i primi otto episodi della
storia del burattino di legno. Due anni più tardi, presso la Libreria Editrice Felice
Paggi e con le illustrazioni di Enrico Mazzanti esce, con alcune modifiche
rispetto alla pubblicazione precedente, Le avventure di Pinocchio. Storia di un
burattino. Inizia dunque negli anni Ottanta dell’Ottocento la fortuna editoriale di
quella che sarebbe diventata l’opera letteraria italiana più conosciuta nel mondo.
Tradotta in oltre duecento lingue e stampata in milioni di copie, la fiaba suscita
anche imitazioni, le cosiddette «Pinocchiate», che hanno uno degli esempi più
noti in La piccola chiave d’oro o Le avventure di Burattino. Pubblicata negli
anni Trenta del Novecento da Aleksej Nikolaevič Tolstoj, parente alla lontana
del più famoso Lev, la storia racconta di Papà Carlo che realizza un burattino da
un pezzo di legno. La marionetta, dalle fattezze di un fanciullo dal naso a punta,
nella versione di Tolstoj si chiama «Burattino». Con lui la fanciulla dai capelli
turchini (Malvina), il gatto (Basilio) e la volpe (Alice). Le avventure dei
personaggi di Tolstoj si svolgono nella città degli sciocchi.
Il burattino incontra le marionette di Karabas Barabas, malvagio padrone di un
teatro, e le aiuta a ribellarsi. Alla fine le marionette potranno fare i loro spettacoli
senza bisogno di un padrone. Nell’Unione Sovietica staliniana la storia viene a
rappresentare una metafora della società comunista senza servi né padroni. Il
libro sarà tradotto in lingua italiana con il titolo Il compagno Pinocchio.
E ancora, film, commedie e fumetti contribuiscono a diffondere la popolarità
del burattino e di Geppetto. Celebre è rimasto l’aforisma di Benedetto Croce, che
considerò l’opera di Collodi non solo un testo per l’infanzia ma un capolavoro
letterario: «Il legno, in cui è tagliato Pinocchio, è l’umanità»[3].
L’opera ha influenzato anche la lingua italiana facendo entrare stabilmente
alcune espressioni e modi di dire nel linguaggio politico: «narrare favole» è da
sempre sinonimo di «raccontare bugie»; tant’è che Pinocchio è il personaggio
fiabesco più citato nelle metafore dalla politica. Il suo nome viene perlopiù usato
al posto di «bugiardo» e «il naso lungo passa i mari e gli oceani, esportato da
vignettisti che non perdono l’occasione di applicarlo ai contafandonie della
politica»[4]. Mentre «Lucignolo» è usato correntemente per rappresentare il
modello del politico ribelle. Ma è anche il mondo animale della favola di Collodi
a ispirare le metafore della politica. Il gatto e la volpe hanno via via recitato le
coppie più popolari della politica italiana, a partire da Nenni e Togliatti. Per
proseguire con Andreotti, la volpe per antono masia, abbinata di volta in volta ai
vari gatti che ha incontrato nella sua lunga carriera politica. Ricorrente, e spesso
abusata, anche l’espressione di «Grillo parlante» che indica generalmente un
avversario saccente e presuntuoso.
La trasposizione di quelle immagini è certamente dovuta alla potenza
suggestiva dei personaggi di Collodi. A partire dagli anni Venti del Novecento il
popolare burattino inizia a diventare protagonista di una serie di «Pinocchiate»
rivolte in particolare al mondo infantile. Pinocchio veste la camicia nera e la
divisa da balilla fra gli anni Venti e Trenta; nel dopoguerra diviene un
personaggio che piega i suoi ammonimenti ora a favore dei comunisti, ora dei
socialisti. E perfino dei democristiani.
L’uso del fumetto e dei personaggi fiabeschi funzionali alle varie ideologie
risale agli ultimi anni dell’Ottocento. Sono le prime strenne socialiste a
promuovere la «proletarizzazione» del pubblico infantile.
Il positivismo pedagogico porta a escludere quello che allora veniva
considerato «metafisicume» e a tradurre in termini realistici anche i più popolari
personaggi delle favole. In un’elementare trasposizione della concezione
materialistica nelle fiabe e nei fumetti l’immanentismo della pedagogia socialista
comporta l’esclusione sia di presenze divine sia di personaggi di fantasia che in
quegli anni compaiono sui primi periodici rivolti all’infanzia. Del resto i
comandamenti dei catechismi socialisti rivolti ai fanciulli raccomandavano di
non farsi «impaurire dai racconti straordinari»[5]. Il che lascia intendere una
polemica contro la predicazione del sacerdote sulle presenze trascendenti, ma
anche contro la favolistica «borghese» affollata di fate, orchi e gnomi.
E fiabe di ispirazione socialista intendono contrastare il «Corriere dei
Piccoli», supplemento per i fanciulli del «Corriere della Sera», che inizia le
pubblicazioni nel 1908. Classici come La piccola fiammiferaia di Andersen o La
cicala e la formica, ispirata alla favola di Esopo, sono adattati per esporre ai
fanciulli i principi del socialismo. Negli anni Venti gli eroi dei fumetti si
chiamano «Comunello» e «Proletino». E il loro avversario è «Fasciolino»:
Forte e ardito è Comunello ed affronta il manganello del
gradasso Fasciolino
per difender Proletino.

Oppure «Spartachino», eroe del Fanciullo proletario che non cede alle
lusinghe dei fascisti[6].
E, per evitare di subire i soprusi dei fascisti e finire in prigione, spesso gli eroi
dei fumetti proletari riparano, sull’esempio di molti militanti comunisti, in
Unione Sovietica.
La storia di Collodi compare anche nel personaggio di Pinocchietto. Dalle
sembianze umane, con il viso spaurito ed emaciato, Pinocchietto rappresenta il
figlio del proletario eternamente affamato. Così umanizzato, l’imitazione del
burattino conserva solo nell’allusione del nome il riferimento al protagonista di
Collodi.
2. Pinocchio in camicia nera
La politicizzazione dell’infanzia assume dimensioni ancora più ampie durante
il Ventennio. Sul «Corriere dei Piccoli» abbondano figure di balilla ora intenti a
riportare l’ordine e a far trionfare gli ideali del fascismo, ora in lotta contro i
«rossi». Spesso sono però anche personaggi noti del mondo del fumetto a vestire
la camicia nera. Come Paperino, che si reca in Etiopia per far opera di
civilizzazione:
Ai moretti paperino dice «fatemi attenzione»
Nel boschetto qui vicino farò un poco di lezione[7].

Pinocchio è arruolato nelle file delle camicie nere fin dalle origini del
fascismo[8]. In una di quelle storie, Avventure e spedizioni punitive di Pinocchio
fascista, a Mastro Geppetto vengono attribuiti i trascorsi risorgimentali e
patriottici di Collodi che in occasione della Prima guerra di indipendenza, nel
1848, si era arruolato volontario combattendo a Curtatone e Montanara.
Conseguentemente il padre putativo del burattino: «Da giovine fece il suo
dovere di patriotta, battendosi, nel 1866 a Custoza. Nel 1867 fu con Garibaldi a
Mentana»[9]. La biografia di Geppetto corrisponde dunque alla genealogia del
fascista esemplare anche perché, ritornato al suo mestiere di ciabattino, si tiene
lontano dalle lusinghe dei socialisti, «Gli armeggioni che alla povera gente fanno
veder le lucciole per lanterne». E Pinocchio segue da subito le orme del suo
genitore. Ancora in giovane età egli infatti partecipa alle spedizioni punitive
contro i «burattini comunisti», portando con sé due fiaschi pieni di olio di ricino
ai quali Geppetto eleva un inno che fa il verso all’Inno a Satana di Carducci:
Copertina di Avventure e spedizioni punitive di Pinocchio fascista. Testo
di G. Petrai, disegni di G. Toppi, Firenze, Nerbini, s.d. ma 1923.
Copertina di Pinocchio fra i balilla. Nuove monellerie del celebre
burattino e suo ravvedimento. Testo e disegni di C. Schizzo, Firenze,
Nerbini, s.d. ma 1927.
Salute o Ricino
Senza limone!
Tu che sai vincere l’indigestione!
Che quando s’agita
Del bolscevico
Il gas mefitico
Nell’ombelico
Tu, bello e orribile
Mostro, ti sferri
Dal biondo calice
Già ti disserri!
Copertina di Pinocchio istruttore del Negus, Firenze, Marzocco, 1939.

In una di queste scorribande Pinocchio penetra in una tipografia facendosi


consegnare «dal tipografo, comunista feroce» le bozze di un almanacco pronto
per la stampa: Nuovo Barbanera Bombacci. Lunario del vero comunista per
l’anno settimo (1923) dell’era bolscevica. In quella pubblicazione si celebrano,
fra gli altri, «San Lenin apostolo», «Santa Bandiera rossa», «Santi martiri
ferrovieri licenziati». E fra inni come Giovinezza cantati a squarciagola, assalti ai
comizi di Niccolaccio (rappresentazione di Nicola Bombacci che veste i panni di
Mangiafuoco)[10] e al Circolo degli Scarlatti, si snodano le vicende di Pinocchio
in camicia nera.
Le storie che fra gli anni Venti e Trenta vengono costruite attorno alla figura
del burattino non contemplano tutti i personaggi del racconto originale di
Collodi. Assente è, ad esempio, la Fata turchina. Nelle parodie favolistiche del
Ventennio il ruolo salvifico è assolto dal fascismo «che porta sulla retta via». Il
burattino dedito alle marachelle si ravvede infatti con l’iscrizione ai balilla dove,
per il suo impegno, «fu proposto per la promozione al grado di caporale»[11].
Il burattino di legno, trasformato in eroe eponimo del fascismo, diviene
l’interprete delle fiabe attorno alle quali ruotano i «nemici» del regime. Ora sono
i comunisti, ora gli inglesi, ora i «neracci» come il Negus che da Pinocchio «si
buscò una pedata nel naso che credette di vedere tutte le stelle del
firmamento»[12].
Nelle sue scorribande in giro per il mondo Pinocchio è adottato anche dai
missionari salesiani che operano in Cina dove il burattino porta «il profumo della
Patria». E nei panni del balilla che difende i diritti del cattolicesimo aiuta suore e
preti nella loro opera di apostolato. Per questo, alla fine della storia, uno dei
protagonisti così lo elogia:
Pinocchio vi ha dato larga prova di saper marciare coi nuovi
tempi. Coraggioso come i balilla dell’Italia fascista, egli ha
seguito gli eroi del cattolicesimo, che espongono se stessi a
tutti i disagi, a ogni pericolo, per diffondere – con la civiltà
della loro terra – la parola divina[13].

Pinocchio finisce per essere arruolato anche nelle file della Repubblica sociale
italiana. Nell’enfatizzazione del rapporto fra l’infanzia e la politica le metafore
del mondo animale, che sin dalla fine dell’Ottocento avevano costituito una delle
rappresentazioni più frequenti del rapporto fra la violenza e la politica, investono
anche i fanciulli. Nell’universo infantile fanno irruzione pieghevoli in cartoncino
da ritagliare raffiguranti Badoglio vestito per metà con la divisa inglese e per
metà con quella italiana con la didascalia «Il pupazzo qui presente ricomponi
immantinente».
Compaiono anche teatrini di carta con la presenza dei «cattivi» che hanno il
volto di Stalin, Churchill e Roosevelt.
Per il Natale del 1944 viene stampato un opuscolo che racconta la storia di un
angelo venuto a portare i «Regali offerti dai liberatori». All’arrivo dell’angelo
una famiglia, composta da padre, madre e figlio, esulta di sorpresa. L’apertura
dei pacchi rivela però il contenuto: le molle all’interno degli involucri fanno
schizzare una falce e martello sulla testa del padre, una bomba per la chiesa su
quella della madre e una per le scuole sul capo del fanciullo. Soddisfatto della
sua missione l’angelo sorridente si allontana sulle ali dipinte con i colori delle
bandiere inglese e americana; e la morale finale della fiaba così conclude:
Simili a Satana, con la parvenza di angelo, i «liberatori»
hanno offerto ai tanto fiduciosi «attendisti» italiani: la
distruzione delle chiese, il massacro dei bambini nelle scuole,
il mitragliamento della popolazione civile. Nell’Italia invasa
si è già abbattuta, sulla dura testa degli attendisti di laggiù,
l’amara sorpresa di quel bolscevismo che i cosiddetti eserciti
di liberazione offrono alle popolazioni liberate[14].

Nel 1944 Dante Coscia, uno dei più prolifici illustratori del periodo della
Repubblica sociale, pubblica un album: Storia del bene e del male. Fiaba per
grandi e piccini. Il personaggio, un bambino che incarna gli ideali del fascismo,
ne percorre la storia a partire dalle origini. Nell’album i nemici del fascismo,
liberali, socialisti e democratici sono rappresentati da asini; il leone, ferito e
sconfitto, è l’Inghilterra; la pantera raffigura gli Stati Uniti. Ma l’avversario più
temibile è Vittorio Emanuele, il re «traditore». Raffigurato all’inizio della storia
come soccombente di fronte ai tre asini, rappresentazione delle forze
democratiche, il re viene successivamente salvato dal bambino, metafora
dell’avvento del fascismo. Sul finale della storia il fanciullo viene preso nelle
spire del serpente e a salvarlo interviene un coetaneo biondo e con l’elmetto
nazista. La favola, metafora del fascismo e dell’alleanza finale con la Germania
che punisce il re «serpente», è un ulteriore indizio di quanto il mondo
dell’infanzia sia definitivamente entrato nello scontro ideologico e nella lotta
politica[15].
Ovviamente non manca neppure la rappresentazione del burattino per
antonomasia. Denso di riferimenti alle vicende che portano alla destituzione di
Mussolini e alla creazione della Repubblica sociale è Il viaggio di Pinocchio.
Nella storia il burattino capita nel bel mezzo di una turba di ragazzi che
celebrano il 25 luglio del 1943 come «la festa della libertà». Nei tafferugli che
scoppiano un fascista rimane ucciso. Pinocchio dissente dai manifestanti e
finisce in prigione: «Ecco – sentenzia Pinocchio – quel che succede a voler dar
retta ai cattivi compagni! E io che volevo vedere la festa della libertà! […] Se la
libertà è questa non so che cosa farmene»[16]. E a quelle parole segue la sentenza
del Grillo parlante: «Non credere agli uomini che metton da parte l’onore come
cosa inutile, che pensano soltanto alla propria pancia, che son pronti a sacrificare
l’amico per salvare la propria pelle»[17].
Uscito di prigione inizia il girovagare di Pinocchio nel corso del quale
incontra alcuni personaggi che negli stereotipi della propaganda della
Repubblica sociale rappresentano i nemici: il Gatto e la Volpe, dediti alla borsa
nera e in combutta con inglesi e americani, oppure soldati che scappano dopo
l’armistizio. Alla fine delle peripezie Pinocchio sale in groppa a un colombo che
lo conduce «verso il cielo della Patria». E, grazie alla sua adesione agli ideali
della Repubblica sociale, «Pinocchio sarebbe diventato uomo […] Non sarebbe
stato più un burattino»[18].
Nelle favole sul burattino di Collodi durante gli anni del regime fascista non
sono quasi mai presenti i «compari» che nella storia originaria accompagnano le
sue avventure. Nelle trasformazioni del regime Pinocchio agisce da eroe solitario
in una metamorfosi che lo fa somigliare a una versione infantile del superuomo
dannunziano. L’immagine di Pinocchio in camicia nera è funzionale alla
trasformazione della figura del «monello» operata dalla pedagogia fascista[19].
Nei primi anni del regime non mancano riserve e opposizioni nei confronti della
funzione educativa di Pinocchio; anzi, la lettura del romanzo di Collodi è
vivamente sconsigliata perché educa i bambini allo «spirito di indisciplina, lo
sprezzo per le autorità e l’indomabile irrequietezza»[20]. La sublimazione
dell’istinto monellesco di Pinocchio operata dal regime fascista distoglie le sue
marachelle nei confronti dell’autorità costituita, rappresentata da Geppetto,
indirizzandole contro gli avversari del fascismo. Convogliate così le sue energie
eversive contro i nemici della Patria, Pinocchio può vestire la camicia nera.

3. Favole nella Guerra fredda
Terminata la guerra è «Il Falco Rosso», la rivista delle organizzazioni
socialiste per l’infanzia, a riprendere quella tradizione che si era interrotta con
l’avvento del fascismo. Eroe e protagonista di quelle strisce è «Pifferino». Le sue
storie si svolgono nelle campagne emiliane accanto ai braccianti in lotta contro i
soprusi. I suoi antagonisti sono «Fattore» e «Celerino», i cui nomi evocano i
proprietari terrieri e le forze di polizia alleate contro i lavoratori[21]. Il fumettismo
socialista riprende, aggiornandoli, quei temi che erano propri del prefascismo.
Del tutto nuovo è invece l’indirizzo della pedagogia comunista. All’interno
del partito di Togliatti si accende un vivace dibattito sull’utilizzo dei fumetti ai
quali viene mossa l’accusa di veicolare disimpegno e disinteresse verso la
realtà[22]. Di essere, in definitiva, una forma di «americanismo».
La polemica finisce per coinvolgere anche il mondo delle favole dal momento
che la figura di Pinocchio, avvolta in una dimensione fantastica, male si accorda
con gli indirizzi del realismo comunista. Il burattino che assume sembianze
umane, personaggi come la fata turchina e situazioni fantastiche che affollano il
mondo di Collodi allontanano il giovane lettore dalla vita «reale» alla quale i
periodici per l’infanzia dell’universo comunista intendono familiarizzare i
piccoli lettori.
L’aderenza della pedagogia comunista al realismo e il fastidio per il mondo
del fantastico sono anche gli ammonimenti che vengono impartiti ai piccoli
lettori. Nel corso del 1955 una bambina di Genova si rivolge a «Pioniere» con
una lettera nella quale descrive i rimedi della madre nei confronti di una
sorellina capricciosa: «La mia mamma per farla stare buona le dice ogni volta
che un uomo nero e cattivo la porterà lontano se non sarà buona. Oppure le dice
che un orso rosso la porterà in una caverna». Nella risposta Dina Rinaldi,
direttrice del periodico, argomenta che «sono ancora tanti i genitori che
intimoriscono i loro bambini, che li spaventano inutilmente inventando
personaggi e storie tenebrose». Per questo invita la piccola lettrice a
raccomandare alla mamma di non raccontare più quelle storie[23].
La rigidità della pedagogia comunista arriva anche a biasimare i travestimenti
del carnevale ritenendoli un mascheramento della realtà. Per questo vengono
stigmatizzati quei fanciulli che si vestono con «l’abito di Colombina, di Pierrot»
o quelle «bambinette fin troppo leziose in veste di damine, di fate». Perché,
conclude l’analisi del quotidiano comunista, «Quelle figure danno a chi guarda
un senso stringente di tristezza»[24].
La battaglia per l’educazione dell’infanzia si esprime in quegli anni anche
nella contrapposizione con la pedagogia cattolica. A un periodico come «il
Vittorioso»[25], portavoce di un’educazione per i fanciulli ispirata ai principi
cristiani, si oppone «Pioniere», espressione del mondo comunista. E uno dei
personaggi certamente più popolari del fumettismo laico, «Chiodino», è ispirato
proprio a Pinocchio. Scritte da Marcello Argilli e Gabriella Parca e illustrate da
Vinicio Berti, le storie di Chiodino aggiornano la figura del popolare burattino di
Collodi e lo trasportano nel mondo del reale. Se il creatore di Pinocchio è un
falegname, Chiodino è costruito in laboratorio dallo scienziato Pilucca, versione
aggiornata di Geppetto[26]. Il mondo collodiano è popolato da fate, grilli parlanti
e personaggi fantastici. Quello di Chiodino è affollato di operai, disoccupati e
senzatetto; oppure di personaggi di colore che lottano contro la discriminazione
razziale negli Stati Uniti. Chiodino, come gran parte delle figure della favolistica
comunista, lotta contro le ingiustizie, le sofferenze e la tirannia, ma è spesso
avvolto in una dimensione fantastica aggiornata al XX secolo attraverso la
scienza e la tecnologia[27].
A spiegare la discendenza dal burattino di Collodi è Gianni Rodari stesso che,
nel 1954, risponde a un intervento del settimanale della Democrazia cristiana,
«la Discussione», che accusa Chiodino di essere un «pinocchio bolscevico» e
«una pedissequa imitazione del burattino di Collodi ma opportunamente
aggiornato secondo i dettami della teoria marxista»[28]. Secondo il periodico
della Democrazia cristiana, Chiodino deve essere considerato un esempio «del
marxismo in pillole che i comunisti offrono ai fanciulli per prepararli alla lotta di
classe»[29]. Nel controbattere a quei rilievi Rodari nega quelle accuse, pur
riconoscendo che il fumetto disegnato da Vinicio Berti «si ispira al capolavoro
collodiano apertamente, esplicitamente, ne prende addirittura le mosse»[30].
Chiodino insomma è «una specie di “Pinocchio”» e il burattino di Geppetto
era il «suo immortale antenato […] e la novità sta solo nel suo essere fatto di
ferri da stiro, di macinini, chiodi e bricco del caffè, anziché di un solido pezzo di
legno di ciliegio». Per questo gli educatori comunisti si dicono certi che ai
piccoli lettori non dispiaccia che Chiodino «si nutra d’olio da macchine, che
arrugginisca con gli acquazzoni, che sia sensibile alle scosse elettriche e alle
calamite»[31].
Secondo Rodari dietro la polemica innescata dal foglio democristiano si cela
non solo l’antipatia che Chiodino manifesta nei confronti dell’autorità costituita,
della polizia e della giustizia in generale. Ma anche il fatto che Pinocchio,
antenato di Chiodino, «non prega mai» e sia in definitiva espressione di «una
morale tutta umana e terrena»[32].
In realtà le polemiche che in quegli anni la Democrazia cristiana sostiene
contro il burattino di Collodi riportano in superficie un antico fastidio nei
confronti di Pinocchio da parte del mondo cattolico che gli imputava «l’assenza
di sentimento religioso»[33]. A sostenere questa tesi è, nel 1926, Giuseppe
Fanciulli, prolifico autore di fiabe per ragazzi il quale, pur riconoscendo le
caratteristiche di capolavoro alla fiaba di Collodi, sostiene che al burattino
manca «la bontà tutta illuminata dalla fede del Padre nostro che sta nei cieli»[34].
Del resto la morale cattolica vietava esplicitamente, particolarmente nella
narrativa per i fanciulli, di rappresentare o descrivere traviamenti, marachelle,
peripezie e inganni che sono propri dell’universo di Pinocchio. Per questo i
vescovi raccomandano di evitare «rappresentazioni le quali hanno per tesi il
traviamento, pur col finale ravvedimento»[35]. I modelli dei santi e dei beati o
comunque dei vari protagonisti proposti dalla letteratura infantile cattolica
devono rappresentare esempi di specchiata virtù[36]. Non potevano dunque
odorare di incenso le avventure di un burattino poco devoto, disubbidiente e non
sottomesso all’autorità paterna come nella favola di Collodi.
Negli anni Quaranta il mondo cattolico opera tuttavia una decisa inversione di
tendenza. Nel 1942 il critico letterario Piero Bargellini dà alle stampe uno studio
critico su Pinocchio[37] dove si legge che la prima parte della vita di Pinocchio
appartiene al «ciclo della perdizione»; la seconda a quello della «redenzione» il
cui inizio avviene nel ventre del pescecane che «come la biblica balena, è
l’immagine della espiazione e insieme simbolo della morte apparente che
precede la resurrezione»[38]. In definitiva il ritorno sulla retta via del burattino è
dovuto a una «fiammata di carità» veicolata dalla fata, dotata di una dimensione
soprannaturale ben distante da quella delle fiabe di Perrault, perché essa
rappresenta l’incarnazione della fede. Di conseguenza il libro di Pinocchio è
«una specie di genesi domestica» e Collodi altro non sarebbe che «un cattolico a
sua insaputa»[39].
Secondo Bargellini la conversione di Pinocchio non riveste dunque i valori
della laicità, ma il significato della sua ritrovata retta via che è da ricondurre alle
parabole evangeliche. Il burattino di legno, fondamentalmente buono ma incline
alle tentazioni e in particolare alla menzogna, è figura che bene si presta a
recitare la parabola del figliol prodigo. Una tesi – quella di Bargellini – che la
pedagogia comunista non esita a criticare intravvedendovi delle forzature in virtù
delle quali: «Geppetto diventa il Padre con relativi cicli di perdizione e di
redenzione. La Fatina diventa la Madonna. Il corvo, il colombo e le altre bestiole
che aiutano Pinocchio nelle sue disavventure i Santi intercessori»[40].
La laicità di Pinocchio viene rivendicata dalla pedagogia comunista anche nei
confronti delle versioni americane del burattino. Nel 1947, allorché esce sugli
schermi la versione di Walt Disney, le avventure di Pinocchio vengono bollate
come «miracoli della fantasia americana»[41]. Ma soprattutto viene rimproverato
a quel film di essere «l’interpretazione puritana e quacquera del carattere di
Pinocchio messa in risalto dalla continua presenza del grillo-coscienza»[42].
Le critiche dei comunisti si appuntano anche contro le storie ispirate a
Pinocchio. Gianburrasca, l’eroe creato da Vamba all’inizio del Novecento per «Il
giornalino della Domenica», viene considerato un «Pinocchio piccolo borghese e
senza ravvedimenti» che «reagisce al conformismo familiare prendendo in giro
mangiapreti e conservatori»[43].
L’universo comunista, nel rivendicare la laicità del burattino di Collodi, non
esita a individuare in Pinocchio un eroe che si contrappone ai valori del
fumettismo americano, così come all’«imperialismo capitalistico […] sui
farabutti, sui “gangster”, sugli assassini, sui ladri che avvelenano lentamente e
piacevolmente il cervello e il cuore dei nostri bambini». E contro le mode
americane «Come da una scatola a sorpresa, è un burattino di legno modesto,
che esce fuori a dar battaglia ai tenebrosi eroi anglosassoni degli album a
fumetti»[44].
Il mondo comunista dunque come difensore di un’ortodossia collodiana
ritenuta profondamente laica e che non esita a polemizzare contro l’erezione di
un monumento a Collodi per il timore che la sua edificazione stravolga il
significato della favola originaria. Oppure polemizza contro quanti sostengono
che la lettura della favola di Collodi è proibita nei paesi comunisti specificando
che Pinocchio «è stato tradotto in polacco, in russo, in ungherese, in ceko e in
romeno»[45].
Per ribadire la familiarità di Pinocchio con il mondo comunista è lo stesso
Gianni Rodari che scrive una favola sul burattino, concepita come omaggio a
Collodi e al Signor Bonaventura:
Qui comincia, aprite l’occhio,
l’avventura di Pinocchio,
burattino famosissimo
per il naso arcilunghissimo.
Lo intagliò Mastro Geppetto,
falegname di concetto
ma più taglia – strano caso! –
e più lungo cresce il naso[46].

Pinocchio dunque, sia pure in forma aggiornata, diviene uno dei protagonisti
delle storie rivolte all’infanzia della sinistra. La più popolare figura del
fumettismo comunista del dopoguerra, Chiodino, esplicitamente si ispira a
Pinocchio; anzi, aggiorna la figura del burattino trasportandone modelli e virtù
nel XX secolo e facendolo interprete di uno dei miti costitutivi della cultura
popolare della sinistra: la scienza. Se Pinocchio era stato forgiato nel legno dal
babbo falegname, Chiodino è di metallo ed è fabbricato in laboratorio dallo
scienziato Pilucca. E sotto quelle spoglie Chiodino-Pinocchio mette al servizio
del progresso dell’umanità le conquiste scientifiche e tecnologiche. Esemplare in
tal senso è la storia Chiodino interplanetario, pubblicata fra il 1955 e il 1956,
nella quale l’eroe visita tutti i pianeti della galassia rilevando ingiustizie e
sofferenze, oppure scoprendo pianeti dove le relazioni fra gli abitanti sono
dettate dai principi di uguaglianza e libertà. E quei pianeti, metafora del
socialismo, sono indicati come mete ideali dell’infanzia comunista.
Le vicende di Chiodino astronauta accompagnano il mondo dei piccoli
attraverso il dibattito che in quegli anni percorre la cultura comunista sulle
conquiste spaziali. E allorché, nel 1957, quarto decennale della Rivoluzione di
ottobre, l’Unione Sovietica invia nello spazio la cagnetta Laika, questa entra
nelle avventure di Chiodino.
La discussione che si sviluppa attorno all’opportunità di sacrificare animali
per scopi scientifici viene proiettata nelle avventure di Chiodino scienziato. E
quando il personaggio creato da Pilucca «si offre di andare con un razzo sulla
luna, gli scienziati rifiutano: uomini di ferro o no, non debbono sacrificarsi.
Allora Chiodino consiglia di mandare una cagnetta»[47].
4. Pinocchio fra scudo crociato, falce e martello e sol
dell’avvenire
Le controversie sulla figura ideale di Pinocchio si sarebbero trascinate fino ai
giorni nostri[48]. Tuttavia la riabilitazione in chiave cattolica che Bargellini
compie nel confronti del burattino conduce anche la Democrazia cristiana ad
arruolarlo in occasione delle campagne elettorali. In Le disavventure di
Pinocchio, pubblicato alla vigilia delle elezioni del 1961[49], la storia inizia con il
burattino intento a guardare uno spettacolo nel «teatrino delle nostalgie» i cui
attori in camicia nera invitano Pinocchio a seguirli «nell’abisso della dittatura
nera». Evitato il pericolo grazie all’intervento della fata turchina e agli
ammonimenti di Geppetto, Pinocchio incontra per strada il «Gatto Pietruccio»
(Pietro Nenni) e la «Volpe Palmira» (Palmiro Togliatti). Quest’ultima lusinga
Pinocchio invitandolo a votare per i partiti della sinistra. In cambio la Volpe
Palmira gli promette di portarlo nel campo «Kolkhoz dei miracoli quinquennali»
presidiato dal «Grande Baffone» (Stalin).
Liberato dal Kolkhoz pieno di insidie grazie all’intervento di Geppetto,
Pinocchio torna a scuola. Sui banchi incontra Lucignolo che lo convince a
seguirlo nel «Paese degli allocchi». Ignorando gli ammonimenti del Grillo
parlante, che dopo averlo avvisato delle possibili insidie cui sarebbe andato
incontro viene alla fine schiacciato da una falce e da un martello lanciati da
Lucignolo, Pinocchio sale sulla «Divittorina» trascinata da pecore belanti (il
popolo comunista). Sul mezzo, il cui nome allude al leader sindacale Di Vittorio,
Pinocchio giunge alla meta. Il burattino scopre così che le meraviglie del Paese
degli allocchi fatte di ricchezza, danari, automobili e benessere sono in realtà un
finto sipario dietro al quale stanno, reali, le miserie del comunismo: povertà,
indigenza, fame e, soprattutto, mancanza di libertà.
Pinocchio entra quindi nella prigione del Paese degli allocchi dove, nel
«carcere delle nazioni», si intrattiene a colloquio con Ungarina e le sue
«compagne di sventura»: Bulgarina, Albanella, Cecosloveta, Romenina e
Polonuccia. Queste implorano Pinocchio di avvertire «la fatina dai capelli
tricolori» (la Repubblica italiana) che è in pericolo. Alla fine della storia
Pinocchio scopre la retta via grazie all’ammonimento di Geppetto: «A sinistra
c’è il mare infido: vi si aggira lo squalo rosso pronto ad uccidere la tua libertà. A
destra c’è solo una palude con le sabbie mobili […] la strada della libertà, del
progresso e della giustizia sta nel centro».
Questa versione della favola era preceduta da alcune strofe che non solo ne
preannunciavano la trama, ma che sembravano voler far giustizia di quelle
manipolazioni operate dal regime fascista:
Qui si narra l’avventura
Dell’eroe di ogni bambino
Che una vecchia dittatura
Trasformò in un burattino

[…]

Nella storia che vedrete


C’è la strada più sicura
Per salvarlo dalla rete
D’una nuova dittatura[50].

La metamorfosi in chiave democristiana di Pinocchio era avvenuta.


La fatina tricolore, personificazione della Repubblica italiana, compare anche
in una versione delle Avventure di Pinocchio prodotta e diffusa alla vigilia delle
elezioni del 18 aprile 1948 dal Partito socialista dei lavoratori che, nel 1947 e
sotto la guida di Giuseppe Saragat, si era scisso dal Partito socialista di Nenni
ritenuto troppo vicino al Partito comunista e dunque all’Unione Sovietica. E la
storia di Pinocchio arruolato nelle file della socialdemocrazia interpreta gli
umori anticomunisti dei seguaci di Saragat. Il burattino è inizialmente vittima dei
«fratelli dalla testa di legno» (Basso e Longo) manovrati come marionette dal
«Signor Baffone», nelle vesti di Stalin-Mangiafuoco. Liberato dalla fatina
tricolore dalla prigione del comunismo dove era stato rinchiuso, Pinocchio
incontra per strada il Gatto (Nenni) e la Volpe (Togliatti) che irretiscono
Pinocchio facendosi promettere il voto e portandolo all’Osteria del Gambero
rosso dove finisce vittima di Stalin-Mangiafuoco.
L’ultima scena si svolge nel Paese della cuccagna dove Stalin, con la
maschera di Garibaldi, secondo l’iconografia assai diffusa nel corso del 1948,
cerca di irretire Pinocchio. Salvato ancora una volta dalla fatina tricolore il
burattino riesce a mettere il suo voto «nell’urna della libertà» obbligando così
alla fuga Stalin-Mangiafuoco che, su una slitta trainata dal Gatto-Nenni e dalla
Volpe-Togliatti, è costretto a riparare in Siberia[51].
Il tema dell’anticomunismo torna anche nella pubblicazione, sotto forma di
fumetti, di uno dei romanzi simbolo della dittatura staliniana: La fattoria degli
animali, che George Orwell concepì come una allegoria del totalitarismo
sovietico[52].
Nella versione fumettistica, prodotta dai socialdemocratici, la trama del
racconto orwelliano è rispettata nelle linee essenziali. Tuttavia i nomi dei
personaggi sono italianizzati. Il signor Jones, che nella versione orwelliana
rappresenta lo zar Nicola II, è il «sor Nicola»; questi come nel testo originale, si
ubriaca spesso, dimenticando di vigilare sugli animali della fattoria che nel
ribellarsi intonano:
Maledetto sia il padrone
Abolito sia il bastone
I bei giorni torneranno
Con la morte del tiranno
Tornerà l’età dell’oro
Con il libero lavoro.

Il Vecchio maggiore, Old Major, che nella metafora orwelliana rappresenta sia
Marx che Lenin, viene raffigurato come «l’illustre e venerando porco della
fattoria». Napoleone, al quale lo scrittore inglese fa recitare la parte di Stalin, è
«Mustacchione […] dall’aspetto duro e feroce». Palladineve (Snowball, cioè
Trockij), è «Pizzetto […] svelto, geniale e fermo di carattere». Il «Signor
Adolfo», sostituisce il Frederick-Hitler parabola-metafora orwelliana. Piffero, il
maiale che rappresenta la voce della propaganda è «Flauto». Berta (Claver), la
cavalla che interpreta la gente ordinaria e sfruttata dalla dittatura è «Bonafede».
La dedica sul frontespizio recita così: «Ai bimbi d’Italia perché ricordino a
tutti i loro cari che votando» il simbolo della socialdemocrazia «difenderanno la
pace e la libertà e coopereranno all’attuazione di una maggiore giustizia
sociale».
Fumetti per bambini o per adulti? Forse per entrambi. Resta il fatto che il
linguaggio favolistico si trasferisce anche nella propaganda rivolta agli adulti.
Nei manifesti elettorali del dopoguerra, ad esempio, alle immagini realistiche si
affianca il segno dei fumetti.
Orchi, mostri e draghi raffigurano il comunismo nei manifesti della
Democrazia cristiana e dei partiti conservatori. Grande fortuna e circolazione ha,
a partire dalla campagna elettorale del 1953 contrassegnata dalle
contrapposizioni sulla «legge truffa», la polemica contro il regime dei
«forchettoni», cioè la Democrazia cristiana e i suoi alleati accusati di eccessiva
voracità. Il risultato più felice di quella campagna è il manifesto che ritrae, con
segno caricaturale, De Gasperi, Gonella e Scelba che trasportano gli oggetti
simbolo del loro appetito, le posate[53].
«Corriere dei P.C.I.(ni)», maggio 1952.

Il partito di Togliatti, che aveva avversato l’utilizzo del fumetto nella seconda
metà degli anni Quaranta, non esitava dunque a declinarlo politicamente e a
utilizzarlo come veicolo di propaganda. Quasi a confermare che un linguaggio
non ritenuto idoneo per i fanciulli si prestasse invece per gli adulti.
Il fumetto, a partire dagli anni Cinquanta, entra nelle campagne di propaganda
dei partiti che si ispirano spesso a popolari strisce. È il caso del «Corriere dei
P.C.I.(ni)» che fa il verso al «Corriere dei Piccoli». Il foglio è pubblicato nel
1952, in occasione delle elezioni amministrative e reca come ironico sottotitolo
«Ultimo supplemento illustrato del Corriere del Servo (di Mosca)».
Nelle immagini la striscia ripercorre, secondo una polemica allora ricorrente,
la vicenda della separazione di Togliatti dalla moglie, Rita Montagnana, e
l’inizio della storia d’amore con Nilde Iotti, che diviene uno dei motivi più
ricorrenti della polemica da parte cattolica sullo scioglimento del matrimonio e
«l’amore libero» dei comunisti:
Onde avviene che il marito
mano man che il tempo passa
e la moglie si fa grassa,
racchia e vecchia, n’è pentito.
Dice: – A me, mi frega assai
che ci leghi il matrimonio.
Ora, porco d’un demonio
io ti pianto e te ne vai!
Detto e fatto lui la scaccia
e alla sposa proletaria
la sua bella segretaria
gli succede fra le braccia.
[1] S. Jossa, Un paese senza eroi. L’Italia da Jacopo Ortis a Montalbano, Roma-Bari, Laterza, 2013, p.
158.
[2] Cfr., al proposito, A. Gibelli, Il popolo bambino. Infanzia e nazione dalla Grande Guerra a Salò,
Torino, Einaudi, 2005. Più in particolare, cfr. R. Bianchi, L’alfabetizzazione patriottica: il fumetto tra
scuola e trincea, in «Annali della Fondazione Ugo La Malfa», 2013, pp. 369-384.
[3] B. Croce, Aggiunte alla «Letteratura della nuova Italia», in «La Critica», 1937, n. 35, p. 452.

[4] G. Calcagno, Il capolavoro di Collodi nei classici della stampa, in «La Stampa», 5 aprile 2004.
[5] Sui vari catechismi socialisti, cfr. S. Pivato, Clericalismo e laicismo nella cultura popolare italiana,
Milano, Angeli, 1990, p. 108.
[6] Su questi temi, cfr. J. Meda (a cura di), Falce e fumetto. Storia della stampa periodica socialista e
comunista per l’infanzia in Italia (1893-1965), Firenze, Nerbini, 2013, passim.
[7] Si veda la riproduzione del fumetto in C. Carabba, Il fascismo a fumetti, Firenze, Guaraldi, 1973, p.
103.
[8] Cfr. Pinocchio in camicia nera. Quattro pinocchiate fasciste, raccolta illustrata da Luciano Curreri,
Cuneo, Nerosubianco, 2011.
[9] Cfr. Avventure e spedizioni punitive di Pinocchio fascista, testo di G. Petrai, disegni di G. Toppi,
Firenze, Nerbini, s.d., ma 1923.
[10] La scelta di Nicola Bombacci non sembra casuale: egli infatti aveva diretto, nel 1922, «Il fanciullo
proletario». Cfr., al proposito, Meda, Falce e fumetto, cit.
[11] Pinocchio fra i balilla. Nuove monellerie del celebre burattino e suo ravvedimento, testo e disegni di
C. Schizzo, Firenze, Nerbini, s.d., ma 1927, p. 50.
[12] Pinocchio istruttore del Negus, Firenze, Marzocco, 1939.

[13] Pinocchio in un altro mondo!, testo di P. Milesi-Fanti, illustrazioni di C. Pierantoni, Torino, Sei,
1938.
[14] L’opuscolo, in quattro facciate delle dimensioni di 17 × 22 cm è stampato dall’Ufficio propaganda
della Repubblica sociale italiana e reca sul frontespizio la didascalia «Nel porgervi tanti auguri per il 1945».
[15] Cfr. D. Coscia, Storia del bene e del male. Fiaba per grandi e piccini, Venezia-Milano, Erre, 1944.

[16] In viaggio con Pinocchio, di Ciapo, Venezia-Milano, Erre, 1944.

[17] Ibidem.

[18] Ibidem.

[19] Cfr. J. Meda, È arrivata la bufera: l’infanzia italiana e l’esperienza della guerra totale (1940-1950),
Macerata, Eum, 2007.
[20] G.E. Nuccio, Biblioteche scolastiche e libri per ragazzi, in «La scuola fascista», 1929, n. 5, riportato
da Jossa, Un paese senza eroi, cit., p. 161.
[21] Cfr. I. Mattoni, Sulle ali del socialismo. Il Falco rosso, l’Afri e il Psi, in Meda, Falce e fumetto, cit.,
pp. 205-227.
[22] Ibidem, p. 254.
[23] S. Franchini, Diventare grandi con il «Pioniere». Politica, progetti di vita e identità di genere nella
piccola posta di un giornalino di sinistra, Firenze, Firenze University Press, 2006, p. 93.
[24] L. Bigiaretti, Bambini mascherati, in «l’Unità», 21 febbraio 1950.
[25] Cfr. E. Preziosi, Il Vittorioso. Storia di un settimanale illustrato per ragazzi. 1937-1966, Bologna, Il
Mulino, 2012.
[26] Cfr. L. Becciu, Il fumetto in Italia, Firenze, Sansoni, 1971, p. 252.
[27] Per questi aspetti, cfr. Meda, Falce e fumetto, cit.

[28] Cfr. le considerazioni del periodico riportate nell’articolo di G. Rodari, Le avventure di un pinocchio
«bolscevico», in «l’Unità», 11 agosto 1954.
[29] Ibidem.

[30] Ibidem.

[31] L.I., Vietato ai maggiori di 10 anni, in «l’Unità», 20 maggio 1954.

[32] Rodari, Le avventure di un pinocchio «bolscevico», cit.


[33] Ibidem.

[34] G. Fanciulli e E. Monaci Guidotti, La letteratura per l’infanzia, Torino, Sei, 1926, p. 244.
[35] Cfr. la lettera pastorale del vescovo di Lodi, mons. Calchi Novati, in data 15 marzo 1931, riprodotta
in Pivato, Clericalismo e laicismo nella cultura popolare italiana, cit., p. 152.
[36] Ibidem.

[37] Cfr. P. Bargellini, La verità di Pinocchio, Brescia, Morcelliana, 1942.

[38] Ibidem, p. 56.

[39] Ibidem.

[40] D. Bertoni Jovine, Pinocchio per grandi e Pinocchio per piccoli, in «l’Unità», 7 ottobre 1954.

[41] Pinocchio giocava a biliardo?, in «l’Unità», 24 dicembre 1947.

[42] L. Quaglietti, Negli «studios» di Disney Pinocchio si è meccanizzato, in «l’Unità», 20 settembre


1947.
[43] L. Ingrao, Letteratura infantile dell’Ottocento italiano, in «l’Unità», 7 maggio 1952.

[44] A. Scagnetti, Un burattino di legno modesto, in «Noi donne», 11 dicembre 1949.

[45] Hanno paura della verità, in «l’Unità», 23 maggio 1953.

[46] La storia di Pinocchio in filastrocca viene pubblicata a puntate da Gianni Rodari, insieme a Raul
Verdini, sulle pagine di «Pioniere» tra il 1954 e il 1955. In seguito il testo è stato pubblicato sotto forma di
libro dopo averne riadattato leggermente i testi. Cfr. G. Rodari e R. Verdini, La filastrocca di Pinocchio,
Roma, Editori Riuniti, 1974.
[47] Chiodino scienziato, in «Pioniere», 29 dicembre 1957.

[48] Cfr. G. Biffi, Contro Maestro Ciliegia. Commento teologico a «Le avventure di Pinocchio», Milano,
Jaka Book, 2012. Altri studiosi hanno intravisto nella storia di Pinocchio un’analogia con certi vangeli
apocrifi che narrano l’infanzia turbolenta di Gesù. Cfr. G.L. Pierotti, Ecce Puer (il libro senza frontespizio e
senza indice), in Aa.Vv., C’era una volta un pezzo di legno. La simbologia di Pinocchio, Atti del convegno
organizzato dalla Fondazione nazionale Carlo Collodi di Pescia, 1980, Milano, Emme, 1981, pp. 5-7.
[49] Le disavventure di Pinocchio, snt. L’opuscolo, di 31 pagine, in formato 25,5 × 17 cm non riporta il
nome dell’autore e dell’illustratore. L’invito, nell’ultima pagina, a votare per la Democrazia cristiana, e la
data, 27 maggio, fanno ritenere che la favola sia stata pubblicata in occasione delle elezioni amministrative
del 1961.
[50] Le disavventure di Pinocchio, cit., p. 3.
[51] Le avventure di Pinocchio, snt., s.d., ma 1948. La paternità e la datazione dell’opuscolo si evince
dalla pagina finale nella quale si legge, a caratteri cubitali: «Questo albo è dedicato a coloro che – essendo
creduloni come Pinocchio – prestano fede alle apparenze delle cose. Infatti solo le teste di legno ignorano
che dietro il volto di Garibaldi – che è il contrassegno del Fronte democratico popolare – si nasconde la
faccia di Stalin. Perciò chi vota per il Fronte democratico popolare vota per il comunismo. Apri gli occhi
dunque! Non lasciarti ingannare. Comportati da uomo libero e non da burattino».
[52] Cfr. La fattoria degli animali. Libera riduzione illustrata dal celebre romanzo di George Orwell
realizzata da Livio Apolloni, Roma, Mercurio, s.d.
[53] Cfr., al proposito, E. Novelli, C’era una volta il Pci. Autobiografia di un partito attraverso le
immagini della sua propaganda, prefazione di G. Crainz, Roma, Editori Riuniti, 2000, pp. 84 ss., e D.G.
Audino e G. Vittori (a cura di), Via il regime della forchetta. Autobiografia del Pci nei primi anni ’50
attraverso i manifesti elettorali, Roma, Savelli, 1976.
Capitolo sesto
L’arcangelo della montagna
1. L’atleta cristiano
Nel giugno del 1951 su «Candido», il periodico satirico diretto da Giovanni
Guareschi, appare una vignetta in cui sono ritratti un gruppo di notabili
democristiani che all’indomani della conclusione del Giro d’Italia così
commentano: «Impedendo di vincere a Bartali, anche Magni ha fatto il gioco dei
comunisti»[1].
I protagonisti della vignetta fanno riferimento alla classifica finale del Giro
d’Italia. In quell’anno Fiorenzo Magni si era aggiudicato la competizione
relegando al quarto posto Fausto Coppi e Bartali al decimo. L’allusione del
periodico chiama in causa le divisioni, anche politiche, della tifoseria ciclistica
italiana. Magni, infatti, per i suoi trascorsi di collaborazionista nel periodo della
Repubblica sociale, nel dopoguerra sarebbe stato etichettato come uno sportivo
di destra. Si tratta di una fama non solo affidata agli sfottò dei tifosi ma coltivata
anche dalla stampa. Sulle strade del Giro gli avversari del ciclista toscano
scrivono frasi che non lasciano dubbi: «Chi vota Magni vota Msi»[2].
Alfonso Gatto ne parla apertamente sulle cronache sportive dell’«Unità»
quando, alludendo alle spinte sulle salite del Pordoi, accenna ai
«collaborazionisti di Magni»[3].
Nel 1951 il Giro si era svolto in concomitanza con le elezioni amministrative
che avevano visto il ridimensionamento della Democrazia cristiana passata dal
48,5% del 1948 al 35,1%. Per contrapposizione quella contesa elettorale aveva
segnato una significativa risalita dei partiti della sinistra dopo la débâcle di tre
anni prima. Magni, vincendo, aveva dunque contribuito alla sconfitta della
Democrazia cristiana ostacolando Bartali, eroe delle folle cattoliche e, almeno
secondo l’opinione comune di allora, serbatoio di voti e di consensi per il partito
di De Gasperi.
È un cronista d’eccezione come Vasco Pratolini, nel 1947 inviato al Giro
d’Italia, a testimoniare che l’Italia ciclistica è divisa in fazioni contrapposte
anche dal punto di vista politico. In Campania – annota lo scrittore toscano –
cartelli della Gioventù cattolica salutano Bartali al suo passaggio. In Puglia
rappresentanti del Partito comunista aspettano Coppi al traguardo per
consegnargli un mazzo di garofani rossi[4].
Nel Veneto clericale il transito delle macchine degli inviati della stampa
cattolica è salutato da applausi scroscianti. In Emilia-Romagna ovazioni
accolgono invece il passaggio dell’automobile dell’«Unità»[5].
Qualche anno dopo anche don Lorenzo Bedeschi, che segue il Giro per le
pagine dell’«Avvenire d’Italia», giornale dei vescovi, non farà che confermare le
impressioni di Pratolini. Nella Romagna rossa la Topolino del sacerdote riceve
una serie di insulti che gridano «a morte i preti». In Veneto i giovani dell’Azione
cattolica chiedono invece di baciargli la mano accompagnando quel gesto con un
riverente «Sia lodato Gesù Cristo». Nella Campania di fede monarchica la
macchina dell’«Unità» tira prudentemente su la capotta perché, spiega ancora
Bedeschi, «Qui non siamo in Emilia! Da queste parti, la gente non lancia i
garofani rossi»[6].
Ad accentuare la rivalità sportiva in termini politici è anche l’ansia di una
nazione e di un’epoca desiderosa di riscattare, almeno nel sogno e
nell’immaginazione, le ferite dell’Italia distrutta e umiliata dalla guerra. Il
cinema neorealista fa gridare allo scandalo perché le immagini che offre al
mondo sono quelle di un’Italia povera e afflitta; Coppi e Bartali a colpi di pedale
riscattano lo spettro della sconfitta vincendo tutto. L’Italia di Ladri di biciclette
diviene una nazione titanica grazie ai due campioni.
Coppi e Bartali, cinque Giri il primo e quattro il secondo, con le loro imprese
fanno anche uscire, almeno per un periodo, la corsa rosa da quello stato di
inferiorità che aveva da sempre sofferto nei confronti del più nobile e antico
Tour de France. Tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio del decennio
successivo la gara a tappe italiana diventa il palcoscenico più ambito del
ciclismo internazionale. Anzi, si trasforma in una gara nella quale, almeno per
una volta, giganti del Tour come Koblet, Kubler, Maes soccombono davanti a
Coppi, Bartali e Magni.
Di più, sono gli eroi del Giro che vanno a vincere in terra francese. Coppi
(1949 e 1952) e Bartali (1938 e 1948) dominano una corsa che il tradizionale
sciovinismo francese ha eletto a mito popolare[7]. Allora è l’adozione dei due
campioni italiani in un ciclismo che non è solo agonismo ma rappresentazione
dell’orgoglio e del primato nazionale per cui, secondo un’efficace immagine in
versi di Paolo Conte, «i francesi ci rispettano / che le balle ancora gli girano».
La rivalità fra Coppi e Bartali è, soprattutto, l’epopea dell’immaginazione
popolare in cui il ciclismo esce dal puro fatto agonistico per diventare pathos
sociale e politico. Già negli anni Trenta la fantasia popolare aveva caricato il tifo
di significati politici: Alfredo Binda era l’eroe degli sportivi antifascisti, Learco
Guerra il campione che incarnava gli ideali dell’Italia mussoliniana.
Ma da dove trae origine la contrapposizione fra Coppi e Bartali che arriva a
tingersi, come mai era successo in precedenza, di una forte passione politica
coinvolgendo anche Magni, il «terzo incomodo» fra i due campioni del pedale?
A che cosa far risalire il fatto che ogniqualvolta trionfa Bartali esultano le folle
democristiane e allorché vince Coppi il tripudio percorre i tifosi della sinistra?
Su cosa poggia la convinzione di un testimone d’eccezione come Curzio
Malaparte secondo il quale Bartali è «protetto da una santa», mentre Coppi «non
ha nessuno, in cielo, che si occupi di lui»?[8]
Verosimilmente nell’Italia della Guerra fredda, in un’epoca di diffuso clima di
antagonismo contrassegnato dalle contrapposizioni manichee e irriducibili tra
americani e sovietici (e tra filoamericani e filosovietici), occidentali e orientali,
democristiani e comunisti, le folle scelgono con chi stare: o con Truman o con
Stalin, o con De Gasperi o con Togliatti, o con Peppone o con don Camillo, o
con Sofia Loren o con Gina Lollobrigida. E anche sul piano sportivo l’Italia si
divide: o con Coppi o con Bartali.
La storia di quella contrapposizione ha origine nella seconda metà degli anni
Trenta e il protagonista è il «cattolico Bartali», quando Coppi non ha ancora
cominciato a correre. Dopo l’affermazione al Giro d’Italia del 1936, che ne svela
per la prima volta le doti di campione, i giornali cattolici iniziano a parlare del
ciclista toscano come del magnifico atleta cristiano. Orio Vergani, dalle pagine
del «Corriere della Sera», così descrive il tifo cattolico per Bartali sulle strade
del Giro d’Italia del 1937:
Questo è un Giro di credenti. La voce si è sparsa rapida, ha
raggiunto le chiese e i conventi. Non si è mai visto un Giro
d’Italia con tanti vecchi preti sulla soglia della chiesa magari
con un bandierone in mano. Un Giro d’Italia con tanti
fraticelli che aspettano pazientemente sotto gli alberi. Un
Giro d’Italia con tanti seminaristi allineati sui viali fuori porta
e con tante monache che portano fuori dal cancello della loro
scuoletta le bambine che battono le mani anche loro[9].

Ma è soprattutto grazie alla vittoria al Tour del 1938 che la stampa cattolica lo
esalta come un campione «dotato di una fede semplice e ardente». Ancora più
nello specifico si sostiene che con quell’impresa Bartali è assurto al ruolo di
«crociato», per avere propagandato i valori della fede cristiana «in terre libertarie
e atee»[10]. Oltretutto quella vittoria era maturata in un clima politico alquanto
teso fra Italia e Francia.
Nello scontro fra la coalizione dei partiti di sinistra confluita nel Fronte
popolare di Léon Blum e il regime fascista, si confrontavano gli ideali della
democrazia (tenuti a battesimo dalla Rivoluzione francese) e quelli della
dittatura mussoliniana[11]. Una vittoria morale dunque dell’atletismo italiano
quella di Bartali; una conferma, oltretutto, del vigore fascista, espressione della
nazione guerriera grazie al trionfo che la nazionale calcistica italiana guidata da
Vittorio Pozzo aveva colto poche settimane prima, sempre a Parigi,
aggiudicandosi la Coppa Rimet.
Così almeno l’intendevano alcuni organi fascisti che avevano salutato il
trionfo di Bartali «come la vittoria dell’eccellenza atletica e spirituale della
gioventù fascista proprio nella capitale del Paese che ha idealità e metodi
antifascisti»[12] sottacendo peraltro le convinzioni religiose dell’atleta toscano. E
che dietro quell’omissione ci fosse l’imperio degli organi politici del regime, ce
lo dimostrano alcune veline che proprio all’indomani della vittoria francese, il
Minculpop inviava a tutti gli organi di informazione proibendo esplicitamente di
far cenno nei servizi giornalistici riguardanti Bartali alla sua «vita privata», ossia
alle sue simpatie di cattolico: «i giornali – ordinava quella velina in data 9 agosto
1938 – si occupino di Bartali esclusivamente come sportivo senza inutili
resoconti sulle sue giornate di libero cittadino»[13].
Precedentemente a quelle disposizioni l’anticlericalismo di matrice fascista
non aveva mancato di mettere alla berlina la fede cattolica di Bartali. Più di un
giornale ne aveva parlato come del «frate» o del «fraticello»[14]. Altri irridevano
l’immagine del ciclista scrivendo che, durante le gare,
Tutti gli offrono delle immagini. San Gennaro in prima fila,
poi in ordine sparso S. Teresa, S. Calisto e che so io.
Naturalmente queste immagini hanno delle virtù miracolose,
sono state fatte benedire apposta, e tutte le sere tutti questi
reverendi dedicano una mezz’ora di preghiere perché Bartali
vinca il Giro, perché sia risparmiato dalle disgrazie[15].

E a corredo di quei commenti erano comparse vignette talvolta irriverenti che


alludevano alle sue convinzioni religiose. Tant’è che alcuni fogli cattolici
avevano apertamente protestato ritenendole espressione di «una stupida mano di
fango» e giudicando «stolto il tentativo di rendere antipatico un atleta soltanto
perché ha sviluppatissimo, oltre che il sistema muscolare, il senso morale»[16].
Bartali diviene anche l’idolo dei più giovani tifosi cattolici. «il Vittorioso», il
popolare e già ricordato periodico dei giovani cattolici gli dedica articoli
soffermandosi sulle sue doti di atleta e di credente. Ingenue poesie ne esaltano le
virtù ciclistiche sempre associate alla sua fede:
Passava Gino Bartali
Veloce come il vento
Il giovane cattolico
Con fede ed ardimento[17]

Altri versi mettono alla berlina quei giornali fascisti che lo avevano definito
«fraticello»:
Sapessi! Al primo sorgere,
O Gino, un «fraticello»
Io ti credevo debole,
più ancora d’un agnello

[…]

Sicché perfin la Critica


Di vaglia e di cartello
Vi trova d’eccepibile
Soltanto «fraticello»

[…]

Indietro! Passa Bartali!


Alfiere innalza l’asta
Siam giovani cattolici,
signori, e… tanto basta[18]

Il fastidio che certa stampa fascista esprimeva nei confronti di Bartali derivava
anche dal fatto che l’atleta toscano veniva in un certo qual modo a rappresentare
una figura alternativa a quella dell’ideale atleta fascista. A fronte di sportivi che
la propaganda di regime presentava come espressione di una nazione guerriera, il
mondo cattolico criticava certe forme di «neopaganesimo»: «Il giovane cristiano
– si chiedevano i periodici cattolici – deve avere per ideale Ercole o Carnera?
Sarebbe vergognosa una tale decadenza»[19].
L’arcangelo della montagna. «Candido», 24 giugno 1951.
L’arcangelo della montagna. «Don Basilio», 28 settembre 1947.
L’arcangelo della montagna. «Schermo sportivo», 20 luglio 1938.
L’arcangelo della montagna. «Il brivido sportivo», 30 giugno 1937.
L’arcangelo della montagna. «Il brivido sportivo», 7 luglio 1937.
L’arcangelo della montagna. «Schermo sportivo», 16 giugno 1937.
L’arcangelo della montagna. «Don Basilio», 2 novembre 1947.

Il magnifico atleta cristiano si discostava alquanto dalle esagerazioni del


«materialismo sportivo» di cui erano espressione certi atleti, espressione di
quell’uomo nuovo del fascismo attraverso l’ostentazione di una virilità spesso
accompagnata nei sottintesi giornalistici da un largo contorno di allusioni
sessuali. Bartali viene presentato invece come «casto per convinzione morale e
igienica» che non «tiene a distinguersi per essere un porcellino scatenato»[20].
Il ciclista toscano rappresenta dunque un modello alternativo a quello
dell’esemplare atleta fascista: l’espressione di un orgoglio cattolico per nulla
aderente agli stereotipi dello sportismo di regime. Solo molti anni più tardi
sarebbe stata nota l’attività che il campione toscano, grazie alla mobilità che gli
consentiva la bicicletta durante i suoi allenamenti, ha esercitato in favore di
numerosi ebrei fiorentini[21].
2. Il diavolo e l’acqua santa
Nel 1946, anno della ripresa dell’attività agonistica dopo la forzata pausa
bellica, Gino Bartali vince il Giro d’Italia. Alle sue spalle, staccato di soli 47
secondi, un suo ex gregario, che avrebbe alimentato assieme al campione
toscano il mito della rivalità forse più popolare del secondo dopoguerra: Fausto
Coppi.
Bartali è alle soglie dei 32 anni, un’età atleticamente avanzata. Coppi ha
cinque anni di meno. Alla luce dei dati anagrafici quella del Giro è dunque la
vittoria del «vecchio» sul «giovane». Unico in grado di contrastare l’impeto e la
freschezza atletica del «Campionissimo», Bartali compie nel dopoguerra imprese
la cui eccezionalità è soprattutto legata alla sua età avanzata: dopo
l’affermazione al Giro del 1946, nel 1947 il ciclista toscano, a 33 anni, si
aggiudica la Milano-Sanremo ed è secondo, alle spalle di Coppi, nel Giro
d’Italia. Nel 1948, a 34 anni, coglie quella che Emilio De Martino definisce «la
più grande avventura sportiva forse di tutti i tempi»[22]: ossia la seconda vittoria
al Tour de France a dieci anni di distanza dalla sua prima affermazione.
Nel 1949 l’anno trionfale di Coppi, Bartali è secondo dietro al Campionissimo
sia al Giro d’Italia sia al Tour de France. L’anno successivo vince per la quarta
volta la Milano-Sanremo ed è ancora secondo al Giro d’Italia alle spalle di
Koblet. Nel 1952, infine, a 38 anni, si aggiudica la maglia tricolore di campione
d’Italia.
Nel secondo dopoguerra la riproposizione del Bartali campione della fede
cattolica può dunque basarsi su un retroterra già consolidato nella seconda metà
degli anni Trenta. E su quel retroterra l’apparato propagandistico cattolico
costruisce il mito dell’«eterna giovinezza cristiana»[23].
Di fronte a chi si meraviglia della continuità del campione toscano la stampa
cattolica argomenta che la freschezza atletica di Bartali è proprio da attribuire a
«questa norma di vita religiosa che ha messo sul ritmo di un orologio la sua vita
morale e fisica», giacché «una vita cristiana e cristianamente vissuta è un mezzo
idoneo per ottenere i successi anche terreni»[24]. Spiegano ancora i fogli cattolici
che il segreto della

continuità è anche, e soprattutto, nella purezza patriarcale


della sua vita: marito, padre esemplare, le tentazioni, i trionfi,
i denari della grande città non l’hanno né allettato né mutato:
egli è rimasto l’artigiano, il contadino, il lavoratore toscano,
attaccato alla sua gente, alla sua terra, alla sua casa[25].

Tuttavia, se nella seconda metà degli anni Trenta Bartali aveva recitato sulla
scena sportiva un modello alternativo a quello del regime fascista, nel mutato
contesto politico del dopoguerra egli diviene il simbolo del conformismo politico
di un’epoca, quella democristiana. Sul piano dell’immagine pubblica non solo
come atleta, ma come modello etico e politico il campione toscano riceve in
quegli anni autorevoli investiture dalle massime autorità politiche e religiose:
Einaudi, De Gasperi, Pio XII.
È anzi proprio papa Pacelli a farne in un certo qual modo il simbolo dell’Italia
cattolica indicando Bartali all’«esempio» degli uomini di Azione cattolica. Nel
settembre del 1947 dinanzi a una enorme folla accorsa in Piazza San Pietro, così
il pontefice lo indica:
[...] è l’ora dell’azione [...] è l’ora della prova. La dura gara di
cui parla San Paolo è in corso; è l’ora dello sforzo intenso.
Anche pochi istanti possono decidere la vittoria. Guardate il
vostro Gino Bartali, membro dell’Azione cattolica: egli ha
più volte guadagnato l’ambita «maglia». Correte anche voi in
questo campionato ideale, in modo da conquistare una ben
più nobile palma: Sic currite ut comprehendatis (I Cor. 9.24)
[26].

Per comprendere appieno l’importanza che in un discorso ufficiale


pronunciato dal papa riveste per quei tempi il riferimento a Bartali, conviene
sottolinearne l’eccezionalità. È noto infatti che nel linguaggio dei documenti e
dei discorsi papali erano generalmente assenti diretti richiami a persone viventi,
tanto più se operanti in campi profani.
Significativa anche l’occasione in cui quel riferimento è pronunciato. Papa
Pacelli tiene infatti quel discorso in Piazza San Pietro dinanzi a una storica
adunata di 7 mila «caschi blu», ossia gli uomini di Azione cattolica, proprio in
vista delle imminenti elezioni dell’aprile 1948 che avrebbero segnato
un’imponente mobilitazione in chiave anticomunista.
La stampa anticlericale ironizza sul riferimento di Pio XII domandandosi se,
dopo quell’appello, «i cattolici ingenui e rozzi, […] inforcheranno biciclette e
parteciperanno al Giro d’Italia e a quello della Svizzera?». E, denunciando come
inopportune le intrusioni papali fra sport e politica, quella stessa stampa
sottolinea che quell’augurio non era stato comunque di buon auspicio visto che,
dopo quel discorso, Bartali era stato battuto da Coppi in una gara disputatasi a
Pordenone[27].
In realtà con quel discorso papa Pacelli indica gli obiettivi ideali, i principi
educativi e le finalità morali dello sport. È stato scritto che Pio XII «ultimo papa
d’una chiesa ierocratica in una visione simbolica postconciliare, è invece tra i
primi, forse il primo, pienamente inserito in una società di massa» e che «ebbe il
senso vivissimo dei mezzi di comunicazione di massa, cogliendone il potere
reale e dedicando ad essi grande cura»[28]. E certamente lo sport rientra fra gli
strumenti di comunicazione di massa; non a caso, nei suoi vari discorsi il
riferimento allo sport è frequente e sicuramente, per assiduità, non ha precedenti
con i suoi predecessori.
A ulteriore conferma dell’interesse di Pio XII in materia di sport restano poi
tutta una serie di significativi episodi che, almeno sul piano dell’ufficialità,
inauguravano uno stile del tutto nuovo. Nel 1946 riceve (ed è la prima volta
nella sua trentennale storia) la carovana del Giro d’Italia, secondo una
consuetudine che si sarebbe negli anni ripetuta.
Tuttavia se per il campione toscano la propaganda elettorale a favore del
partito di De Gasperi rappresenta il naturale sbocco politico di un percorso ideale
iniziato alla metà degli anni Trenta, una presenza quanto mai significativa al suo
fianco nei manifesti elettorali, quella di Fausto Coppi, suscita non poche
perplessità. Tanto più se si considera che, del tutto fantasiosamente,
l’immaginazione popolare aveva creato la figura di un Coppi «comunista» o,
comunque, simpatizzante per partiti di sinistra.
C’è stato chi, cercando di spiegare le ragioni del tifo comunista per il
Campionissimo ha osservato che quella trasposizione è in gran parte posteriore
ai tempi della rivalità fra i due campioni. E ciò può essere in parte vero se si
pensa che la nota vicenda della «Dama bianca» databile agli inizi degli anni
Cinquanta e dunque successiva ai tempi degli eroici duelli fra i due campioni,
aliena le simpatie dell’opinione cattolica al Campionissimo. Certo, se si
esaminano le polemiche che seguono le vicende sentimentali di Coppi non è
difficile scorgervi, al di là della vicenda sportiva, un segno molto significativo
della storia del costume di quegli anni. In un’Italia in gran parte dominata da una
morale esemplata sui valori fondamentali del cattolicesimo, la vicenda
sentimentale di Coppi trasgredisce i collaudati schemi di un’etica tradizionalista.
Ma queste vicende, anche ammesso che la figura di un Coppi libertino lo
avvicinasse nella fantasia popolare a un’area di pensiero e di comportamento
laica, sono successive ai tempi della rivalità fra i due campioni. In realtà già nel
1946, sulle strade di passaggio del Giro d’Italia inizia a comparire
un’inequivocabile iconografia: «W Coppi comunista abbasso Bartali
democristiano»[29]. Oppure, sui muri delle chiese in segno di scherno contro il
Campionissimo: «Bartali accoppaci Coppi»[30].
Da dove nasce la caratterizzazione del Coppi comunista? Da dove trae origine,
contro tutte le evidenze e le pubbliche dichiarazioni, la collocazione a sinistra
del Campionissimo?[31]
La spiegazione più evidente della coloritura, anche politica, del tifo per i due
campioni è da ricercare nel particolare clima psicologico del dopoguerra e in
quelle trasposizioni che l’immaginazione popolare crea, influenzata da un
ambiente che eleva a simbolo il dualismo e la contrapposizione. La dichiarata
professione di fede cattolica e democristiana di Bartali, il «coraggio cristiano»
esibito a ogni intervista, suscita un contrapposto schieramento fra i tifosi di
Coppi che lo elevano a campione della sinistra.
In un periodo in cui il partito democristiano si avvia a divenire egemonico e a
emarginare le sinistre dalla vita politica e sociale del paese, la fantasia popolare
interpreta nelle sconfitte che Coppi infligge a Bartali, l’ideale umiliazione di uno
dei simboli più popolari dell’Italia cattolica e democristiana. E, sempre per un
meccanismo di contrapposizione, i trionfi del Campionissimo sono vissuti come
la vittoria del nuovo sulla tradizione, del giovane sul vecchio, della modernità e
del progresso contro il passatismo e l’Italia clericale.
Ed è proprio in quei valori ideali e politici di cui Bartali si fa messaggero, e
che secondo il disegno pacelliano avrebbero dovuto porsi come i cardini di un
nuovo ordine morale e politico, che sta la chiave per capire la contrapposizione
delle opposte tifoserie. Come a dire che la fantasia popolare crea la leggenda del
Coppi comunista per contrastare non solo il campione della bicicletta ma,
almeno idealmente, per sconfiggere il simbolo dell’Italia democristiana: Gino
Bartali, il «De Gasperi del ciclismo»[32].
E tutto ciò contrariamente al fatto che nessun atteggiamento di Coppi potesse
far pensare a sue simpatie politiche nei confronti della sinistra. Anzi, nel 1948,
l’immagine del Campionissimo compare, assieme a quella di Bartali, in un
manifesto che invita a votare per la Democrazia cristiana. Inoltre in più di
un’occasione Coppi aveva dedicato le sue vittorie a qualche santuario mariano o
donato la sua bicicletta a qualche istituto religioso. Tant’è che la stampa cattolica
ne aveva esaltato le sue virtù di credente sottolineando che «Fausto ha il dono
delle migliori qualità: fede in Dio, amore nella famiglia, nella Patria»[33]. Proprio
per questo gli stessi giornali si meravigliano che «molti comunisti si ostinano a
ritenere Fausto un loro compagno» sottolineando che «Coppi ha ben poche
simpatie per i bolscevichi esteri e nostrani»[34].
Al Giro d’Italia del 1952, vinto da Coppi, gli inviati della stampa cattolica ne
esaltano le sue doti di padre esemplare sottolineando come egli, subito dopo aver
tagliato il traguardo finale del Vigorelli, cerchi la sua bambina: «E lassù un
piccolo braccio di bimba si agitava»[35].
3. La rivoluzione sdrammatizzata a colpi di pedale
A consolidare l’immagine del Coppi comunista sicuramente contribuisce
quella che la stampa celebra come una vittoria tutta «cattolica»: ossia il Tour de
France del 1948. Quel trionfo rappresenta la prima affermazione dello sport
italiano sul piano internazionale dopo la fine della Seconda guerra mondiale.
L’orgoglio nazionalistico nostrano non celebrava un successo di quella portata
dai tempi della seconda consecutiva vittoria della nazionale di calcio alla Coppa
Rimet del 1938.
Quella vittoria non dà solo soddisfazione a un decennale digiuno di glorie
sportive italiane, ma restituisce orgoglio a uno spirito nazionalistico uscito
lacerato dalla guerra. Bartali coglie la prestigiosa affermazione in Francia e
celebra il suo trionfo finale in quella capitale dove pochi mesi prima, al tavolo
delle trattative per la pace, l’orgoglio patriottico italiano era stato in un certo
qual modo umiliato e offeso.
La fierezza patriottica giunge a considerare la vittoria di Bartali come una
rivincita di un ferito onore nazionale. In una psicologia popolare che ancora non
aveva decantato gli odi e le rivalità seguite alla guerra l’impresa sportiva
coesisteva, anzi, si intrecciava, con lo spirito nazionalistico.
Ma ad accrescere l’eccezionalità della vittoria bartaliana al Tour del 1948
contribuisce soprattutto la coincidenza dell’impresa sportiva con l’attentato a
Togliatti. Nello stesso giorno in cui Antonio Pallante ferisce gravemente il leader
comunista, il 14 luglio, il ciclista toscano si rende protagonista di una
memorabile vittoria di tappa, la Cannes-Briançon, guadagnando ben 20 minuti
su Louison Bobet e portandosi a soli 21 secondi dalla maglia gialla. Il giorno
dopo ripete l’impresa solitaria, vincendo sul traguardo di Aix-Les-Bains e
indossando il simbolo del primato. La vittoria finale è ipotecata.
La notizia di Bartali in maglia gialla rimbalza in Italia e si intreccia con i
bollettini medici sullo stato di salute del leader comunista e con i dispacci sui
disordini di piazza che l’attentato ha innescato. In varie zone del paese
rispuntano le armi nascoste dai partigiani dopo la liberazione: sparatorie
avvengono in varie zone fra i dimostranti e la polizia. Nelle città del Nord le
fabbriche vengono occupate: a Torino viene sequestrato da operai armati
l’amministratore delegato della Fiat, Vittorio Valletta; ad Abbadia San Salvatore,
sul Monte Amiata, i minatori cercano di tagliare i collegamenti telefonici tra il
Nord e il Sud. Insomma nel paese sembra maturare un clima rivoluzionario.
Il 16 luglio l’ordine è ripristinato. Cessa lo sciopero generale proclamato dalla
Cgil, gli operai tornano pacificamente nelle fabbriche, le barricate vengono
smantellate e i collegamenti nel paese ripristinati. L’Italia sembra fuori da ogni
pericolo rivoluzionario anche se sul terreno sono rimaste uccise 16 persone fra
manifestanti e forze dell’ordine[36].
I titoli e le cronache dei giornali fecero a gara nell’enfatizzare il ruolo di
Bartali come «salvatore della Patria» per avere, con la vittoria sportiva, allentato
la tensione rivoluzionaria nel paese. Carlo Bergoglio, sulle pagine di
«Tuttosport», ne aveva parlato come della vittoria dello «spirito che fa trionfare
la materia»[37]. Emilio De Martino sulla «Gazzetta dello Sport» la esaltava come
«un fatto straordinario che supera i limiti di un normale episodio sportivo» e
salutava quella vittoria come «una splendente fiaccola impugnata da un maestro
non soltanto di eccellenza sportiva, ma di tutti quei valori che costituiscono il
vero uomo»[38]. Orio Vergani sul «Corriere della Sera» tracciava un entusiastico
profilo del campione toscano, scrivendo che Bartali aveva «fatto vestire la
Francia [...] di tricolore, con il bianco della lealtà, il rosso del coraggio e il verde
del lavoro»[39]. L’inviato al Tour del «Messaggero» parlò di «grande orgasmo»
degli italiani per «l’impresa sportiva più sensazionale del nostro secolo»[40].
Non è ovviamente facile, anche a causa di un’enfatica mitizzazione
tramandatasi nella fantasia popolare, dare il giusto peso a un eventuale ruolo
taumaturgico della vittoria bartaliana come deterrente alla rabbia rivoluzionaria
di quei giorni. I rapporti dei prefetti inviati dalle singole province al ministro
degli Interni sugli incidenti seguiti all’attentato non fanno cenno alcuno a un
possibile ruolo sdrammatizzante dell’impresa bartaliana. Sottolineano invece la
«prontezza» e l’«efficacia» delle forze di polizia nel reprimere i disordini e nel
prevenire una situazione rivoluzionaria[41].
La memoria dei militanti del Partito comunista non dà molto credito a un
possibile ruolo pacificatore della vittoria bartaliana, preferendo addurre a motivo
della frenata rabbia popolare di quei giorni il senso di responsabilità dei leader e
dei militanti del movimento operaio e sindacale.
Chi invece non sembra in quei momenti nutrire il minimo dubbio sulla
capacità che quella vittoria ebbe come deterrente contro la rabbia popolare fu la
stampa cattolica. Carlo Trabucco, una delle più popolari firme del giornalismo
cattolico e inviato alla corsa a tappe francese per «Il Popolo», il quotidiano della
Democrazia cristiana, sentenziò che si era trattato di una «corsa protetta dalla
Madonna». E, ricordando il telegramma che De Gasperi aveva inviato a Bartali
in quell’occasione, scrisse che quell’impresa aveva contribuito a superare
«divisioni e avversioni» e che Bartali aveva aiutato a far dimenticare «lo
sciopero generale e le sue conseguenze»[42].
Ancora più esplicito l’organo della Gioventù cattolica maschile che intitolò
Bartali ha battuto Di Vittorio un lungo articolo dedicato all’impresa. La vittoria
al Tour e le conseguenti ripercussioni politiche e sociali – esordiva l’articolo –
erano merito principale di «un prodotto autentico della gioventù cattolica [...]
perché Gino [...] non è una gloriuzza che ci siamo appiccicati addosso all’ultimo
momento per fare della propaganda elettorale»[43]. Se – dunque – lo sciopero
generale era stato «vinto», se «l’insurrezione era stata sdrammatizzata a colpi di
pedale», il merito principale lo si doveva attribuire all’impresa di Bartali.
Raimondo Manzini dalle pagine dell’«Avvenire d’Italia», intessendo le lodi
dello «sportivo cristiano, dell’atleta perfetto [...] dal calmo viso velato d’ombre»
e attribuendogli capacità che solo poteva nutrire chi era cresciuto «alla scuola
morale di un’educazione [...] dalla quale sono partiti per utili traguardi […] i
Fanfani, i La Pira, i Malvestiti», così concludeva:
Una volta tanto, nelle città, intorno agli altoparlanti, i
capannelli non sono all’ascolto di irose concioni o di notizie
terrorizzanti: non si discute sull’ultimo agente della Celere
sbucciato dalla ferina bestialità del civilizzato cannibalismo
della democrazia; e non si maledice a Scelba o viceversa. Si
litiga cordialmente, tra gli sportivi o no, per l’impiego dei
«rapporti» da usarsi su strada o lungo le rampe [...] Le
sanguigne facce dei contendenti non sono disumane come
quelle riprodotte sui giornali dopo gli incidenti dello sciopero
[...] Ognuno va a casa sudato ma soddisfatto [...] cosa non
comune in questi tempi ipocondriaci. Si dimentica persino
che, tra poco, va in vigore il nuovo prezzo del pane. Siamo
grati a Bartali. Nella tetraggine di uno dei più disperati
periodi della Patria egli rappresenta una piccola luce [...] È
una nota di Fede quella che egli reca: una parentesi di
ottimismo[44].

L’Italia cattolica uscita vittoriosa e trionfante dalle elezioni del 18 aprile,


aveva dunque un ulteriore motivo di orgoglio e di vanto agli occhi della nazione:
quello di avere offerto non solo un «ambasciatore d’eccezione», ma anche un
sicuro «salvatore della Patria».
In breve, e per riprendere il sostantivo più ricorrente sulla stampa che esaltava
l’impresa, si trattò di una vera e propria apoteosi. Anzi, della definitiva
consacrazione del magnifico atleta cristiano. E democristiano.
A fronte di quell’esaltazione senza riserve della stampa cattolica i giornali
della sinistra a stento celano il fastidio per quella vittoria salutata come tutta
democristiana. «Avanti!», il quotidiano socialista, criticava «le frasi risonanti ed
eccessive» e la «troppa retorica» sull’impresa bartaliana. Per questo preferiva
commentare l’«oscura fatica» di quei gregari che avevano aiutato il campione
toscano nell’impresa francese. Insomma un omaggio al proletariato del
pedale[45]. Per parte comunista «l’Unità», pur associandosi alle lodi del campione
toscano, non mancava però di criticare gli elevati compensi che quella vittoria
gli avrebbe fruttato sottolineando che, grazie a quell’impresa, Bartali richiedeva
per la partecipazione ai circuiti dei compensi più elevati rispetto a quelli di
Coppi[46].
Il malcelato fastidio della stampa di sinistra nei confronti del magnifico atleta
cristiano sarebbe sfociato in aperta polemica di lì a qualche mese allorché
Bartali, sfruttando la popolarità seguita alla vittoria del Tour de France, decide di
allestire una squadra che porta il suo nome e di dedicarsi alla promozione
industriale di una nuova bicicletta: la «Santamaria». Il nome del marchio era
quello dell’officina costruttrice di quel modello, di proprietà dei fratelli
Giuseppe e Mario Santamaria di Novi Ligure. Tuttavia l’assonanza, del tutto
casuale, di quel nome con la figura della Madonna, dava motivo agli oppositori
del ciclismo toscano di ironizzare sulla sua devozione che si sposava con gli
affari.

Gino Bartali ha regalato al Papa una bicicletta della sua


nuova marca «Santamaria». Per l’occasione Gino, come lo
chiama affettuosamente un giovane esploratore del
Quotidiano ha dichiarato: Sarebbe una cosa bella se potessi
fare tutte le mattine la comunione. Purtroppo la nostra attività
ciclistica non ce lo permette. È perlomeno strano che tra i
milioni dell’attività ciclistica-industriale e la Comunione il
paladino dell’Azione cattolica preferisca i milioni. Comunque
è ancora in tempo per salvare capra e cavoli. Gli diamo un
consiglio: Gino, datti all’ippica![47]

Qualche mese più tardi il fastidio dei comunisti nei confronti di Bartali poteva
prendere una piega tutta sportiva grazie a una stagione trionfale del Coppi
«comunista». Nel corso del 1949 il Campionissimo si aggiudica sia il Giro
d’Italia sia il Tour de France. Primo ciclista della storia a compiere una simile
impresa; in entrambe le occasioni Bartali finisce al secondo posto.
E il quotidiano comunista annota con soddisfazione che ormai «Coppi ha dato
una sberla a Bartali e la folla non può più dire “Fausto o Gino?”, deve dire
Coppi»[48]. Qualche settimana dopo, commentando la vittoria del Campionissimo
al Tour de France, lo stesso quotidiano con soddisfazione sentenzia: «Giù il
cappello amici di Fausto! Bartali è stato battuto da Coppi»[49].
La favola dell’arcangelo della montagna non si arresta comunque di fronte
alla supremazia di Coppi che avrebbe ripetuto i successi trionfali del 1949 tre
anni più tardi, riaggiudicandosi l’accoppiata Giro-Tour.
All’inizio degli anni Cinquanta Bartali, ormai avviato alla fine della carriera
sportiva conosce un nuovo sussulto di popolarità tra le folle cattoliche grazie alla
vicenda della Dama bianca alla quale Fausto Coppi si lega, dal 1953. Il
moralismo dell’Italia di quegli anni, ancor più accentuato in un ambiente
sessuofobico come quello del ciclismo, finisce per far assumere a Coppi le
sembianze del «cattivo». La sua nuova compagna di vita, Giulia Occhini, gli
darà un figlio, Faustino. L’Italia perbenista che al Festival di Sanremo del 1954
celebra i versi di «Son tutte belle le mamme del mondo» mal sopporta la
presenza di quella donna che, per stare accanto al campione del pedale, ha
abbandonato il marito e due figli piccoli. Di qui l’accentuazione dell’immagine
adultera di Coppi, già padre di una figlia, Marina, avuta con la prima moglie.
Per questo la stampa cattolica non perde occasione per stigmatizzare quel
padre «snaturato»: «Sappiamo […] che fra un mese Marina Coppi farà la Prima
Comunione e il suo papà non sarà presente alla cerimonia»[50], commenta un
foglio cattolico.
Se Bartali aveva interpretato il ruolo dell’eroe positivo e del fervente credente,
il Campionissimo diviene il trasgressore di quelle norme, il pubblico peccatore.
Poco importa all’opinione cattolica che in quegli anni Coppi continuasse a
cogliere vittorie: l’avere nella sua vita privata violato uno dei valori
fondamentali dell’etica cattolica, quello dell’unità familiare, era sufficiente per
additarlo al pubblico disprezzo[51]. E a Bartali, interprete del valore positivo della
morigeratezza, della castità e delle virtù familiari, il mondo cattolico
contrappone – in negativo – un atleta protagonista di «deplorevoli vicende»[52].
In occasione del Giro d’Italia del 1955 i cronisti cattolici scrivono che «Coppi
non riceve che poche epigrafi. E spesso sono mordaci e allusive ad un certo
scandalo di cui egli è stato protagonista»[53].
A quel giro Coppi si sarebbe classificato alla piazza d’onore a soli 13 secondi
da Magni. Bartali, ormai smessa l’attività agonistica, segue la corsa in veste di
cronista. Eppure – osserva la stampa cattolica – «È più applaudito Bartali in
automobile che Coppi in bicicletta»[54].
Il campione del pedale era finito. Ma la vicenda del magnifico atleta cristiano
continuava a esercitare la sua fascinazione. Anzi, a essere raccontata come in
una fiaba in un volumetto dedicato allo «svago dei ragazzi» nel quale Bartali è
definito «il corridore Santo»:
Un giovane, non sappiamo se più cattivo o più pazzoide,
aveva tentato di uccidere un importante uomo politico e per
poco il nostro paese, dopo tutto il dolore e le rovine della
guerra, non conobbe anche gli orrori della rivoluzione. Le
città, le nostre belle città avevano assunto un volto strano.
Gruppi di persone si aggiravano per le strade con visi e
atteggiamenti poco rassicuranti. I negozi erano chiusi, i tram
non funzionavano, i giornali non venivano venduti. Ogni
tanto le sirene delle auto della polizia spandevano un suono
lugubre di sventura.

E a questo punto della favola si manifesta la presenza salvifica dell’eroe


positivo. La notizia della conquista della maglia gialla da parte di Bartali segue
di poche ore l’attentato a Togliatti. E dunque il lieto fine:
La notizia passò più rapida di un fulmine, legò i gruppi dei
cittadini in allarme con un nastro tricolore, ricordando a tutti
che eravamo italiani. La gente sorrise: dalle città, dalle
campagne si levò come un gran sospiro di liberazione. Di
nuovo, nella gioia di una bella vittoria sportiva italiana, ci
risentimmo uguali e ci riguardammo con amore[55].

Da leggenda per gli adulti la sua vicenda si era trasformata in una fiaba per
ragazzi.
[1] Cfr. la vignetta sul numero del periodico del 24 giugno 1951.

[2] D. Marchesini, Coppi e Bartali, Bologna, Il Mulino, 1998, p. 65.

[3] Ibidem.

[4] Cfr. V. Pratolini, Cronache dal Giro d’Italia (maggio-giugno 1947), Milano, Claudio Lombardi,
1992.
[5] Cfr. ibidem.

[6] Marchesini, Coppi e Bartali, cit., p. 64.

[7] Cfr. R. Barthes, Le Tour de France comme épopée, in Id., Mythologies, Paris, Seuil, 1957; trad. it. Il
Tour de France come epopea, in Miti d’oggi, III ed., Torino, Einaudi, 1974, pp. 108-117.
[8] C. Malaparte, Coppi e Bartali, Milano, Adelphi, 2009, p. 25. Il testo è la traduzione di un libro
pubblicato nel 1949 da Malaparte in Francia, Les deux visages de l’Italie: Coppi et Bartali, Paris, Pascuito.
[9] O. Vergani, Notarelle del Giro. Giornata da taccuino minore, in «Corriere della Sera», 19 maggio
1937.
[10] Cfr. gli articoli riportati in Tutto il mondo ne parla. Gino nostro visto dagli altri, in «Credere»,
giornale degli studenti della Gioventù italiana di Azione cattolica, 7 agosto 1938.
[11] Cfr. Manovre comuniste contro i legami sportivi franco-italiani, in «Schermo sportivo», 27 aprile
1937.
[12] Dopo undici anni di lotte e di delusioni la vittoria ha arriso ai colori dell’Italia nella più grande
corsa ciclistica del mondo. Il Duce ha concesso a Bartali la medaglia d’argento al valore atletico, in «Il
Regime fascista», 2 agosto 1938.
[13] F. Flora (a cura di), Stampa dell’era fascista. Le note di servizio, Roma, Mondadori, 1945, p. 79.

[14] Cfr., al proposito, V.P., L’impresa atletica di un mistico nella «tappa del Giro». La «Maglia rosa»
sbaraglia sessanta avversari in salita, in «Corriere padano», 20 maggio 1937, e La ventesima tappa del
Giro, in «Corriere padano», 28 maggio 1937.
[15] Quel che altri non vi dicono sul Giro, in «Schermo sportivo», 25 maggio 1937.

[16] A. Cojazzi, Bravo Bartali!, in «Rivista dei Giovani», luglio 1937.

[17] Marco da Faenza, Asso pigliatutto, in «Credere», 13 giugno 1937.

[18] L. Bedeschi, Venni-Vidi-Vinsi, in «Gioventù nova», quindicinale per la gioventù cattolica, 13 giugno
1937.
[19] E. Hello, Consigli per la direzione delle opere giovanili, Torino-Roma, Marietti, 1935, p. 158.

[20] Cojazzi, Bravo Bartali!, cit.


[21] Per questi aspetti, cfr. i contributi dedicati al tema specifico in S. Picchi e M. Viani (a cura di), Cento
volte Bartali 1914-2014, Firenze, Giunti, 2014.
[22] E. De Martino, Apoteosi, in «La Gazzetta dello Sport», 26 luglio 1948.
[23] Così «L’Avvenire d’Italia», Milano piovosa e festante accoglie i reduci del Giro d’Italia, 9 luglio
1946, commentava la vittoria di Bartali al Giro del 1946: «Gino Bartali ha vinto il suo terzo Giro d’Italia.
Ha vinto la sua più bella gara perché conquistata nell’anno della rinascita, perché guadagnata quando 32
primavere gravano sulle sue spalle, perché ottenuta contro avversari giovani». E l’anno successivo, in
occasione della vittoriosa Sanremo: «È come il vino questo Bartali: più invecchia più è buono». Cfr. S.
Profili, È Gino Bartali che sbalordisce tutti in una corsa durissima ed entusiasmante, in «L’Avvenire
d’Italia», 20 marzo 1947.
[24] C. Trabucco, Il segreto della vittoria, in «Il Popolo», 27 luglio 1948.
[25] L. Ferretti, Gino Bartali, in «Stadium», aprile 1949, p. 6.

[26] Discorso di S.S. Pio XII agli uomini di Azione cattolica, in «La Civiltà Cattolica», III, 1947, p. 553.
[27] Cfr. «Fate come Bartali» dice il papa e Bartali proprio in quel giorno viene battuto, in «Don
Basilio», 16 ottobre 1947.
[28] A. Riccardi, Governo e «profezia» nel pontificato di Pio XII, in Id. (a cura di), Pio XII, Roma-Bari,
Laterza, 1984, p. 33.
[29] Testimonianza di Gino Bartali rilasciata all’autore in data 15 novembre 1984.

[30] L’epigrafe era riportata dai giornali cattolici. Cfr. D. Bertolotti, Bartali ha battuto Di Vittorio, in

«Gioventù», 1o agosto 1948.


[31] Cfr. J. Foot, Pedalare! Pedalare! A History of Italian Cycling, London, Bloomsbury, 2011; trad. it.
Pedalare! La grande avventura del ciclismo italiano, Milano, Rizzoli, 2011.
[32] La definizione era stata raccolta da Carlo Bergoglio che la riferiva ai lettori del quotidiano sportivo
per cui scriveva. Cfr. C. Bergoglio, Uno scapigliato e due professori, in «Tuttosport», 12 giugno 1947.
[33] S. Favre, Coppi uomo e atleta, in «Stadium», novembre 1949.

[34] Bertolotti, Bartali ha battuto Di Vittorio, cit.


[35] L. Bedeschi, Addio alla tuta bianca che seguì il Giro, in «L’Avvenire d’Italia», 10 giugno 1952.

[36] Per un resoconto dettagliato, cfr. G. Gozzini, Bartali e l’attentato a Togliatti, in Picchi e Viani,
Cento volte Bartali 1914-2014, cit., pp. 102-105.
[37] Carlin [C. Bergoglio], L’asso della Resistenza, in «Tuttosport», 26 luglio 1948.

[38] De Martino, Apoteosi, cit.

[39] O. Vergani, Grazie Bartali per un berrettino sudicio, in «Corriere della Sera», 27 luglio 1948.

[40] G. Giardini, Gino Bartali ha vinto il 35o Giro di Francia, in «Il Messaggero», 26 luglio 1948.
[41] Presso l’Archivio centrale dello Stato è depositato un copioso materiale proveniente dalle varie
prefetture e riferentesi appunto agli incidenti verificatisi all’indomani del 14 luglio 1948. Archivio centrale
dello Stato, Mi. Div. Gen. PS Divv. Aa. Gg. 1930-1955, Ordine pubblico 1944-1948.
[42] Trabucco, Il segreto della vittoria, cit.
[43] Bertolotti, Bartali ha battuto Di Vittorio, cit.

[44] R. Manzini, Su Bartali tutti concordi, in «L’Avvenire d’Italia», 25 luglio 1948.


[45] Bartali ha saputo distribuire la gloria, in «Avanti!», 27 luglio 1948.

[46] A. Camoriano, Bartali + Binda = vittoria record. Lieto bilancio degli italiani al Tour, in «l’Unità»,
27 luglio 1948.
[47] Datti all’ippica!, in «l’Unità», 17 febbraio 1949. L’accusa rivolta a Bartali di accumulare denaro è
più volte ripetuta dal giornale comunista. Cfr., al proposito, anche A. Camoriano, Bartali inizia il Tour dei
milioni su pista, in «l’Unità», 27 luglio 1948.
[48] A. Camoriano, Il giro è arrivato a Torino, in «l’Unità», 12 giugno 1949.

[49] Id., Come gli italiani hanno vinto il Tour, in «l’Unità», 26 luglio 1949.

[50] M. Guidotti, Polvere di Giro, in «Il Quotidiano», 19 maggio 1955.

[51] Sulla vicenda, cfr., fra gli altri, Marchesini, Coppi e Bartali, cit., pp. 99 ss.

[52] Guidotti, Parte oggi da Milano il «Giro del riscatto», in «Il Quotidiano», 21 maggio 1955.

[53] Id., Polvere di Giro, in «Il Quotidiano», 21 maggio 1955.

[54] Id., Polvere di Giro, in «Il Quotidiano», 22 maggio 1955.


[55] G. Goggioli, I grandi campioni del ciclismo, Firenze, Vallecchi, 1951.
Capitolo settimo
Una favola dell’orrore
1. Incubi
Il 9 giugno 1948 Fausto Gullo, deputato del Partito comunista italiano,
interviene alla Camera dei deputati e polemicamente commenta i metodi
utilizzati dalla Democrazia cristiana in Calabria durante la campagna elettorale
per le elezioni del 18 aprile:
Un altro mezzo usato dai propagandisti democristiani era
questo: se vincerà il Fronte vi saranno rubati i bambini! Vado
in un paese della mia Calabria, in giro di propaganda
elettorale, e trovo che correva per le piazze un volantino del
genere che rileggo: «Donne e mamme calabresi volete bene
ai vostri bimbi? Ascoltate: in questi giorni i comunisti della
Grecia hanno rubato tante migliaia di bambini dai tredici ai
quattordici anni e li hanno spediti in Russia. Sapete perché?
Per farne dei comunisti accesi, per farne uomini e donne
senza amore, senza religione, senza famiglia»[1].

A che cosa si riferisce l’onorevole Gullo nella sua denuncia sui presunti
rapimenti di bambini? Il richiamo è alla vicenda della guerra civile in Grecia,
combattuta dal 1946 al 1949 fra i comunisti e il governo monarchico. In
quell’occasione migliaia di fanciulli erano stati trasferiti per essere sottratti alla
violenza della guerra: circa 30 mila vennero alloggiati dai comunisti nei paesi
dell’Est, mentre 25 mila furono trasferiti in villaggi chiamati «città dei bambini»
sotto la protezione della regina Federica di Hannover[2]. Quelle «deportazioni»
altro non erano che operazioni umanitarie, messe in atto da entrambi gli
schieramenti per evitare alla popolazione infantile gli orrori della guerra.
Tuttavia il riferimento dell’onorevole Gullo evoca una delle favole dell’orrore
più popolari nell’immaginario degli italiani: quella dei comunisti che mangiano i
bambini[3]. È una storia in cui il «c’era una volta» va individuato nell’Unione
Sovietica all’indomani della Rivoluzione bolscevica, e che circola ampiamente
nell’Italia appena uscita dal conflitto.
E quanto quella storia fosse penetrata negli incubi di bambini e genitori,
soprattutto nel Sud dell’Italia, ce lo rivela una vicenda che si svolge a partire
dall’immediato dopoguerra.
A cominciare dal 1945 associazioni laiche come l’Unione donne italiane
(Udi), attivano un’imponente macchina della solidarietà destinata a far ospitare
temporaneamente presso le famiglie del Nord bambini indigenti, provenienti in
particolare dal Sud[4], per alleviare la crisi alimentare che colpisce le zone
bombardate della penisola. La mobilitazione delle sinistre mette in atto
un’operazione che consente a 70 mila fanciulli di essere ospitati presso le
famiglie del Nord, particolarmente in Emilia-Romagna.
Per il senso solidaristico dei comunisti italiani quell’operazione rientra nella
realizzazione di una famiglia collettiva in grado di elaborare relazioni sociali
nuove. In definitiva la messa in pratica di un’esperienza comunitaria che anima
quelle che furono definite le «Piccole Russie»[5]. Al centro di quelle patrie
immaginarie del comunismo una cura del tutto particolare è rivolta all’infanzia e
alla sua tutela. Ma la definizione di «Piccole Russie» per il fronte conservatore
maschera l’importazione dentro i confini italiani della realtà dell’Unione
Sovietica con i suoi pericoli e le sue malefatte.
Per questo, contro la mobilitazione delle sinistre nei confronti della
salvaguardia dell’infanzia, il fronte cattolico non esita a suscitare una polemica
accusando i comunisti di manipolare i bambini e, soprattutto, di voler acquisire
benemerenze presso i loro genitori a scopo elettorale. Da parte dei parroci e
dell’associazionismo cattolico, l’iniziativa viene boicottata attraverso la voce che
i piccoli assegnati alle famiglie del Nord sono in realtà destinati a essere trasferiti
in Russia[6]. A Cassino, dove la distruzione quasi totale della cittadina rende
particolarmente grave la condizione infantile, è lo stesso priore dell’abbazia che
cerca di dissuadere le madri ad affidare i loro figli alle associazioni laiche.
Le raccomandazioni dei cattolici alle famiglie, per persuaderle a non affidare i
loro figli alle premure delle associazioni della sinistra, si basano proprio sulla
minaccia del trasferimento di quei bambini in Unione Sovietica:
Non mandate i vostri figli, li mandano a lavorare in Russia,
insegneranno loro ad odiarvi, ve li ridaranno malati! Madri
non mandate i vostri figli![7]

Di qui le reazioni dei comunisti italiani secondo i quali quelle minacce altro
effetto non avrebbero sortito che «lasciare tanti piccoli nella miseria, nella fame,
esposti a tutte le intemperie ed alle malattie»[8].
Il fronte clericale e conservatore cerca di dissuadere i genitori con
l’argomentazione che: «Tu non sai chi sono i comunisti. Gli tagliano le dita delle
mani e dei piedi. Conviene tenerli digiuni a casa»[9]. Oppure minacciano le
famiglie «perché là in Alta Italia i comunisti li mangiano»[10]. Molte famiglie si
rifiutano di trasferire i loro figli in Emilia-Romagna con la convinzione che la
gente di quella regione «mangiava i bambini»[11]. In Sicilia, a farsi portavoce
della minaccia è il deputato liberale Girolamo Bellavista. La Russia, egli
sostiene, «si sarebbe appropriata dei bambini siciliani che non avrebbero più
rivisto le loro famiglie»[12].
Quelle minacce avevano certamente traumatizzato l’immaginario infantile
appena uscito dagli orrori della guerra. Tant’è che tra le fantasie più ricorrenti
dei bambini in partenza per il Nord il terrore è evocato dalla minacciosa voce
che li vuole destinati «in Siberia»[13]. E dall’Unione Sovietica i piccoli «non
sarebbero tornati più come i prigionieri di guerra»; oppure avrebbero loro
tagliato le mani[14].
Quanti sono contrari alla partenza dei bambini diffondono un’ulteriore
variante sul modo di cibarsi dell’infanzia da parte dei comunisti e terrorizzano le
famiglie con la minaccia che «Li avrebbero fatti a pezzi e messi in scatola»[15].
Quelle voci terrificanti finiscono per creare un panico generalizzato. Tant’è che i
racconti del viaggio e i primi momenti dell’arrivo a destinazione sono affollati di
paure. La recente fine della guerra non ha cancellato le scene dell’orrore che
l’hanno accompagnata e nei bambini quelle voci finiscono per sconvolgere la
loro immaginazione.
Le minacce sulla destinazione finale e le intimidazioni che sono state fatte
circolare prima della partenza hanno raggiunto anche le loro orecchie. Durante il
viaggio di trasferimento in treno ai piccoli tornano in mente i racconti che
avevano sentito a casa loro sulla Russia e, soprattutto, sui «pezzi dei loro corpi
messi in scatola»[16].
Altri, in trasferta dalla Campania alla Romagna ricordano i compagni che si
ripetono fra loro: «Qui ci mangiano, i comunisti ci mangiano»[17]. Come nel
racconto di Rosanna, terrorizzata «perché avevo paura che una volta arrivata a
destinazione mi mangiassero»[18]. Oppure, come ricorda Antonietta Gargiulo,
partita da Napoli nel 1947 per essere ospitata da una famiglia di Forlì:
Ricordo che al treno, quando partimmo, qualcuno gridava «i
comunisti v’tagliano e’ mani e’ piére, v’metteno o’ veleno
dint’o’ llatte». Io rimasi impressionata e i primi giorni non
volevo prendere il latte, allora loro bevevano per primi, per
farmi capire che il latte era buono[19].

La sensazione di paura è accentuata dallo spaesamento che i bambini provano


una volta giunti a destinazione. In molti di loro è la certezza di essere capitati in
un paese comunista; da qui il terrore di essere divorati dagli abitanti di cui, in
un’Italia che è quella dei dialetti, non capiscono il linguaggio che «aveva un
accento strano e sconosciuto»[20].
La sensazione è confermata da altre testimonianze che ricordano come «a
sentire lo strano dialetto delle donne che li accolsero, all’inizio credettero di
essere arrivati […] in Russia […] Molti urlavano, piangevano, perché gli
avevano inculcato che andavano a finire coi comunisti»[21]. E una volta giunti
alle case delle famiglie che li ospitano qualcuno non riesce a prendere sonno
perché «Noi c’avevano detto che qua c’erano i comunisti che mangiavano i
bambini»[22].
Il panico dei bambini e delle loro famiglie doveva essere verosimilmente
suggestionato anche da una serie di infanticidi e omicidi che, proprio in
coincidenza con quell’operazione umanitaria, si erano verificati «su al Nord». Il
29 novembre 1946, Rina Fort, dai giornali immediatamente soprannominata «la
Belva», aveva ucciso la moglie e i tre piccoli figli del suo amante. In quello
stesso anno si svolge il processo contro Leonarda Cianciulli, la «saponificatrice
di Correggio»[23], rea confessa di avere – fra il 1940 e il 1941 – ucciso e ridotto
pezzi, a colpi d’ascia e di coltello tre donne e, dopo averle bollite, di averne
ricavato saponette e torte da offrire alle amiche.
Si tratta di episodi criminali che nulla avevano a che spartire con vicende
politiche, ma che erano destinati da un lato a impressionare un’opinione pubblica
uscita traumatizzata dalla guerra, dall’altro a rendere verosimile l’ipotesi che gli
adulti potessero sopprimere anche i bambini e che cadaveri umani fossero
trasformati in saponette. Certo, né la Fort né la Cianciulli erano comuniste,
tuttavia il Grand-Guignol dell’Italia postbellica mescolava criminalità e
ideologia finendo per accreditare quella favola. Anzi, ad arricchirla di nuovi
elementi. Anche perché la Cianciulli aveva compiuto i suoi delitti a Correggio,
uno dei centri emiliani più attivi nell’operazione di ospitalità ai bambini del Sud.
Se quei delitti efferati erano stati compiuti dentro i confini della nostra
nazione tanto più potevano essere messi in atto in una realtà come l’Unione
Sovietica, allora dipinta come una terra di selvaggi dediti a ogni sorta di
mostruosità. Non senza una ragione, vera e propria trasposizione del caso
Cianciulli, nella fantasia infantile i comunisti si trasformano da mangiatori di
bambini in saponificatori. Come nel ricordo di una bambina in partenza per il
Nord, secondo la quale una delle dicerie allora circolanti era appunto: «Andate là
[…] attenti che vi fanno sapone»[24].
Paura confermata da un altro bambino, secondo il quale, al momento di fare il
bagno nelle famiglie che lo ospitano «si ritornava con la mente al terrorismo di
paese, che ci avrebbero squagliati e fatti a sapone»[25]. La paura non è fugata
neppure dopo i primi giorni di permanenza nelle famiglie. Anzi qualche
bambino, di fronte al fuoco acceso nel camino per la preparazione della cena,
scappa spaventato. E – come racconta un testimone – «Han dovuto andarlo a
prendere […] con le buone e convincerlo che noi si mangiava il pane, non i
bambini»[26].
Nelle lettere che si scambiano i genitori ricorrono spesso le notizie sui figli
ospitati. In una di queste, da Cassino, la mamma di Giovanni Paniccia, accolto
dalla famiglia di Ivo Cappucci, ringrazia per «Queste fotografie, le quali sono
molto belle, mi serviranno a mostrarle alle canaglie che in questo paese esistono
ancora, le quali non fanno altro che dire a noi madri di Frosinone e provincia che
abbiamo mandati i nostri figli a soffrire e nello stesso tempo dicono che li
porteranno in Russia»[27].
Il terrore che durante il viaggio e nei primi periodi del soggiorno contagia la
colonia dei bambini trasferiti al Nord, non ha fatto dismettere l’angoscia di padri
e madri rimasti alle loro case. Le rassicurazioni in merito alla sorte dei loro figli
giunge dopo che una delegazione di genitori compie un viaggio presso le
famiglie che hanno dato ospitalità.
Vennero a vedere come stavano, dove abitavano – racconta
un testimone –. Dopo questa commissione ritornò a Roma
spiegando ai vari genitori che i loro figli stavano abbastanza
bene e che mangiavano. In seguito a quella visita certe dicerie
del tipo «i comunisti mangiano i bambini» finirono. Perché
questi ragazzini, quando smontavano dal treno avevano paura
proprio di questo fatto. Poi invece col passare dei giorni
riscontrarono che non era vero niente e che erano famiglie
come tutte le altre[28].

Di ritorno ai loro paesi di origine, dopo qualche mese di soggiorno, gli


organizzatori dell’operazione di solidarietà mostrano orgogliosi i fanciulli e,
restituendoli ai genitori, così li presentano: «Questi sono gli ospiti dei comunisti
[…] che dovevano venire senza le dita delle mani e dei piedi»[29].
Una lettera dalla grafia e dalla grammatica incerta, scritta da un genitore di
Frosinone, in data 10 luglio 1946, alla famiglia Muccinelli di Lugo, che aveva
ospitato il figlio, rivela il senso di gratitudine ma anche di sollievo per il bimbo
ritornato alla sua casa:
Carissimo compagnio Bruno,
con un po di ritardo vengo ha scriverti queste poche righe che
non puoi immaginare la gioia che avemo avuto tanto noi e
altrettanto i compagni di Frosinone nel vedere Benedetto nel
suo ritorno bellissimo che stava bene di salute e di vestiario
che tutto il popolo lo guardavano perché i cittadini di
Frosinone non credevano come li avete trattati benissimo
perché dicevano i comunisti del’Alta Italia li fanno morire di
fame e invece sono rimasti meravigliati come stavano bene
[…] Gianni[30].

Nonostante quelle rassicurazioni la favola dei comunisti che mangiano i


bambini avrebbe continuato a circolare e a tornare come una minaccia in
occasioni di particolare tensione tra il fronte cattolico e quello comunista. Come
nel 1951 allorché l’associazionismo di sinistra promuove una rete di solidarietà
nei confronti dell’infanzia alluvionata del Polesine. In quelle zone una tradizione
legata a miracolistici salvataggi di bambini e adulti nelle acque del Po, aveva da
tempo suscitato una religiosità popolare affidata alla protezione divina sul
grande fiume. Di qui i timori che l’intervento della sinistra nell’opera di
soccorso potesse incrinare il tradizionale rapporto fra il clero e i fedeli. Ma anche
le preoccupate ammonizioni di quei vescovi che giudicavano disgregativa
l’opera di soccorso messa in atto dal Partito comunista e le dichiarazioni «di
particolare trepidazione […] sapere che numerosi bambini sono ospitati presso
famiglie private» dove «potrebbero trovarsi in ambiente poco adatto, esposto a
pericoli per la educazione cristiana»[31].
In realtà la leggenda sui comunisti che mangiano i bambini costituiva,
secondo la narrazione del mondo cattolico, il tragico esito finale che iniziava con
la dissoluzione della famiglia e la mancata potestà sui figli. La pratica del libero
amore e quella della bestemmia, l’abbandono della religione e il dileggio dei
sacramenti avrebbero condotto alla punizione divina e alla dannazione alle pene
dell’inferno.
Nell’universo anticomunista luoghi fantastici e luoghi reali si affollano fino a
intrecciarsi in un immaginario del terrore. E le conseguenze dell’abbraccio al
comunismo sono la fame, la povertà, l’indigenza e la mancanza della libertà
individuale.
La stampa del Partito comunista denuncia le pressioni che, a voce, sacerdoti
ed esponenti cattolici mettono in giro per dissuadere le famiglie ad affidare i
bambini all’Udi. Maria Antonietta Macciocchi, che per il periodico dell’Udi,
«Noi donne», conduce un’ampia inchiesta sull’alluvione, lo denuncia
apertamente:
L’opera di provocazione vergognosa è cominciata: i preti, i
marescialli, andavano fra i profughi e dicevano loro: «Non
andate con i comunisti, vi abbandoneranno nella strada». «Se
andate con loro, finirete nelle case dei senza Dio. Dio vi ha
dato questa sciagura, altre se ne aggiungeranno se li
seguite»[32].

Il quotidiano del Partito comunista rivela inoltre che in quell’occasione i


sacerdoti, i dirigenti dell’Azione cattolica e gli esponenti della Democrazia
cristiana terrorizzano le madri riferendo ai genitori che i bambini, già ospiti delle
famiglie allertate dalle associazioni di sinistra, non solo «Sono affamati e
maltrattati» ma «Vogliono tornare a casa e i comunisti non glielo
permettono»[33].
Nel crescendo di accuse il mondo cattolico arriva a sostenere che la solidarietà
delle sinistre risponde allo scopo sia di manipolare le piccole vittime sia di
«volerle deportare in Russia»[34]: la finalità dell’assistenza offerta dai comunisti
altro non è che quella di nutrirli, ingrassarli e poi mangiarli. Come riferisce un
cronista del quotidiano comunista, secondo il quale «Sono arrivati a dire ad una
povera madre di Canalone Spolverin di Bottrighe (Adria) che i comunisti
prendono i bambini per ingrassarli e poi mangiarli»[35].
2. Cannibali
Ma come era nata quella favola dell’orrore? La sua popolarità era certamente
estesa nell’immaginario se lo stesso Palmiro Togliatti era intervenuto per
fugarla. Il segretario del Partito comunista, nel 1946, la stigmatizza infatti nel
corso di un comizio affermando che i sacerdoti, rivolgendosi alle madri, dicono
«loro le stesse cose che dicevano i gerarchi fascisti nel corso della guerra: e cioè
che noi vogliamo prendere i bambini per deportarli in Siberia e persino delle
cose ancora peggiori che mi vergogno di dire ad un’assemblea di popolo»[36].
Anche Pietro Ingrao aveva più volte sottolineato che, pur essendo crollato il
regime fascista, la storia dei comunisti che mangiano i bambini «rimane ancora
in piedi: la menzogna e il calcolo politico non s’arrestano nemmeno dinanzi alla
cosa più penosa, alle lacrime e alle sofferenze dei bambini»[37].
I dirigenti comunisti del dopoguerra non fanno mai riferimento esplicito alla
leggenda ma procedono attraverso allusioni. In realtà la rappresentazione del
macabro rito cannibalesco è talmente diffusa nella cultura orale che sono
sufficienti alcuni accenni indiretti per evocarla. Tanto più al cannibalismo dei
comunisti aveva fatto frequente riferimento la propaganda della Repubblica
sociale attraverso la pubblicazione di fotomontaggi che ritraevano bambini
ischeletriti dalla fame, o rinchiusi in riformatori-prigione accompagnati dalla
notizia che in Russia «vi sono cimiteri speciali per le migliaia e migliaia di
piccole vittime innocenti».
Con la caduta del fascismo la stampa cattolica attenua i registri comunicativi
del terrore, evidentemente in ossequio a quelle regole deontologiche che
sconsigliavano di parlare di vicende tristi e scabrose. Nelle testate cattoliche la
minaccia più frequente è l’evocazione della «Siberia» o della «Russia».
Suggestionata dalla propaganda, la narrazione orale vi avrebbe aggiunto
elementi più macabri come quelli che «i comunisti tagliano le dita delle mani e
dei piedi ai bambini»; oppure la predisposizione dei comunisti a trasformare i
bambini «in sapone»; o, ancora, a farli a pezzi in «scatolette di carne», o a
mettere loro «il veleno dentro il latte». Tutte varianti e declinazioni di una
narrazione secondo la quale i comunisti i bambini, al fondo della storia, li
divorano.
Giustamente, ricordavano Togliatti e Ingrao, il dopoguerra italiano aveva
ereditato quella leggenda dagli apparati del fasci smo. Benito Mussolini,
nell’estate del 1922, era stato fra i primi a importare in Italia quella leggenda
denunciando dalle pagine del «Popolo d’Italia», gli episodi di cannibalismo che
si stavano verificando in Unione Sovietica a seguito della carestia che aveva
colpito quel paese. Mussolini citava il caso di un venditore di carne umana
processato e giustiziato; l’arresto di una donna accusata di vendere «gelatina
sospetta» a seguito della scoperta nella sua casa di vari cadaveri; ad azioni di
banditi che dissotterrano cadaveri per ricavarne grasso. Mussolini si sofferma
anche sui disturbi mentali degli antropofagi rivelando che «la loro mente si
turba, il loro volto assume una particolare strana espressione di assenza», per
concludere con un ironico «Viva la Russia di Lenin»[38].
In realtà è proprio di fronte alla prima grande carestia del 1921-22 e ai milioni
di morti da questa provocati che nell’opinione dell’Occidente inizia a insinuarsi
un’immagine più dubbiosa se non addirittura catastrofica sulla realtà sovietica.
Nel giro di quattro anni si passa dall’entusiastico slogan iniziale, «Facciamo
come in Russia» a quello secondo il quale «I comunisti mangiano i bambini»[39].
Come a dire che è anche di fronte all’infanzia vittimizzata che l’Occidente
smorza gli entusiasmi iniziali manifestati all’indomani della Rivoluzione di
ottobre. Quella che era stata salutata come una rinascita del genere umano si
stava trasformando in un’immane carneficina. L’uomo «nuovo» vaticinato dalla
prima rivoluzione comunista era in realtà precipitato in uno stato di primitivismo
e mangiava i suoi simili.
Il fenomeno del cannibalismo torna a manifestarsi in maniera vistosa in
occasione della successiva carestia, fra il 1932 e il 1933. Quella calamità costa la
vita ad almeno 6 milioni di persone ed è aggravata dalla collettivizzazione
forzata delle terre voluta da Stalin e utilizzata come metodo per trasferire
ricchezza dall’agricoltura all’industria. In quell’occasione l’antropofagia dei
contadini è rivelata anche da uno dei più autorevoli testimoni della realtà
comunista: Arthur Koestler. Lo scrittore ungherese si trova a percorrere il
Caucaso nel 1932 e, citando vari episodi, arriva alla conclusione che «Il
cannibalismo non è poi così lontano dalla civiltà quanto comunemente si
crede»[40].
Notizie di diffusi episodi si registrano in occasione della Seconda guerra
mondiale e, in particolare, durante la battaglia di Leningrado. L’assedio della
città da parte delle truppe tedesche dura dall’8 settembre 1941 al 27 gennaio
1944: da 600 mila a oltre un milione di persone muoiono di freddo, stenti e
fame. Il cannibalismo, come rivelano i medici e le commissioni di inchiesta del
governo sovietico, diviene una pratica di sopravvivenza comune senza
distinzioni di classe sociale, sesso o età.
Mano a mano che ci si allontana dalla Rivoluzione di ottobre, alle attese
miracolistiche per quell’evento si sostituisce un senso di disillusione che – fatta
salva la parentesi del mito rigenerante di Stalingrado – torna negli anni della
Guerra fredda. All’interno di questo percorso le notizie (vere) sul cannibalismo
costituiscono l’aspetto angosciante di una narrazione che circola a partire dagli
anni Venti, a cui si sovrappongono quelle (inventate) che costruiscono la
leggenda come prodotto di un’ideologia che divora l’infanzia. E, soprattutto, la
rendono credibile nella realtà italiana in un contesto che è quello della guerra e
di quel dopoguerra nel quale l’elemento esotico, e dunque ancor più perturbante,
è accentuato da quei caratteri della dittatura staliniana che sempre più si
identifica nell’immagine del suo protagonista, raffigurato con l’espressione di un
satrapo asiatico e con i tratti somatici di Gengis Khan.
In un’Italia che si commuove dinanzi alle lacrime della Madonna Pellegrina
per i «peccati della Russia» o che si esalta per le vittorie di Gino Bartali che
sconfigge il comunismo a colpi di pedale, le paure conducono all’enfatizzazione.
La vulgata sui comunisti divoratori di bambini si forma dunque attraverso una
contaminazione fra cultura orale e propaganda e va verosimilmente collocata
nell’alveo di quella che la storiografia anglosassone ha definito urban legend o
contemporary legend e che gli storici italiani hanno classificato come leggende
metropolitane, senza necessariamente attribuirne la loro origine a un contesto
urbano[41]. Fino a trasformarsi, nell’elaborazione dell’immaginario infantile, in
una favola dell’orrore.
Le ricerche sul tema, volte a specificare ciò che è vero da quello che è invece
convinzione, hanno posto in evidenza la capacità – anche per l’uomo
contemporaneo – di elaborare proiezioni mitopoietiche che si credevano relegate
in un passato remoto e arcaico; con la differenza che in età contemporanea le
leggende hanno – grazie allo sviluppo dei mezzi di informazione – una capacità
di espansione molto più elevata che in passato.
Al centro di quelle storie, affollate di cadaveri, il rapporto con la morte
costituisce un elemento centrale. Anzi, secondo la psicologia freudiana, è
proprio la morte a trasformare nell’im maginario collettivo il fatto angoscioso in
perturbante: la perturbazione si dilata quando la rappresentazione avviene in un
mondo altro da quello nel quale solitamente si vive. E l’Unione Sovietica, così
distante nell’immaginario degli italiani, raffigura quell’elemento esotico che
enfatizza i contorni delle leggende; così anche le descrizioni dei russi come un
popolo di «mongoli» o «asiatici primitivi e selvaggi» giungono a dilatare i
contorni terrificanti del racconto.
Verosimilmente la favola dell’orrore altro non è che un trasferimento di senso
operato dalla propaganda. Le notizie degli esuli russi in Europa all’inizio degli
anni Venti, i rapporti delle associazioni umanitarie che vanno in soccorso della
popolazione affamata e i resoconti dei diplomatici europei riportano la notizia
che «in Russia si mangiano i bambini». La propaganda anticomunista opera
un’estensione di quella notizia identificando tutti coloro che abitano all’interno
dei confini dell’Unione Sovietica come fanatici dell’ideologia leninista. Alla
fame, causa primaria che conduce alle pratiche cannibalesche, si sostituisce
l’ideologia come movente dell’antropofagia nei confronti dell’infanzia.
E le tragedie provocate dalla fame vengono presentate come pratiche di
cannibalismo connaturate all’uomo «nuovo» creato dalla Rivoluzione di ottobre,
al pari della fedeltà al partito o della professione di ateismo. Così elaborata la
storia si deposita nel senso comune che trasforma tutti i russi in comunisti e tutti
i comunisti in divoratori dell’infanzia.
A contrastare, secondo quanto farebbe supporre la leggenda, una
legittimazione o quantomeno un’acquiescenza dello stato sovietico nella
cannibalizzazione dell’infanzia stanno poi i processi, le inchieste e le condanne
per fucilazione inflitte a quanti si macchiarono di quel reato previsto dai codici
penali dell’Unione Sovietica.
Ad alimentare la leggenda contribuisce anche la campagna antisemita, che in
Italia inizia alla fine degli anni Trenta. In quel periodo torna a circolare con
insistenza l’antico pregiudizio sugli ebrei «succhiatori» del sangue dei
bambini[42]. Si tratta di una voce la cui memoria si perde nei secoli ma che
ricorre sulla stampa alla fine dell’Ottocento e che spesso, in Europa, precede le
violente campagne che accompagnano i pogrom contro le comunità ebraiche. La
stampa cattolica denuncia che «Gli ebrei ammazzano i cristiani, specialmente i
bambini, per fare uso del loro sangue in orribili cerimonie»[43]. L’immagine
dell’ebreo «succhiatore di sangue» si trasferisce nella stampa popolare che
risveglia terrori medievali sui «giudei […] in lega con il diavolo»[44].
L’immagine veicolata dalla propaganda è dunque quella del «giudeo
divoratore»[45]. Non solo di denaro. Ma anche di bambini. L’antico pregiudizio
sui sacrifici rituali transita dal mondo ebraico a quello comunista. In una
psicologia popolare che assimila ebraismo e comunismo, il popolo di Israele
viene identificato con la figura del diavolo[46].
Durante la Seconda guerra mondiale la leggenda viene amplificata dalla
propaganda nazista e fascista, in particolare negli anni dell’invasione
dell’Unione Sovietica. Quando, in realtà, rapimenti di bambini, sperimentazioni
mediche sull’infanzia, morti per fame e malattie stavano nei campi di sterminio
nazisti. E quelli che venivano indicati come «i succhiatori di sangue» erano in
realtà le vittime di un olocausto nel quale perirono centinaia di migliaia di
bambini. La leggenda aveva trasformato le vittime in carnefici.
Verosimilmente la sua costruzione e gli occultamenti della realtà sono frutto
di un procedimento nel quale – secondo l’interpretazione della metafora di
Hannah Arendt – il trasferimento di senso cerca di rendere visibile l’invisibile ed
effabile l’ineffabile[47].

3. La favola sbarca in Italia
Alla vigilia del Natale 1944, a pochi mesi dallo sbarco alleato in Sicilia, gli
organi di informazione posti sotto il controllo della Repubblica sociale e degli
apparati informativi della propaganda tedesca, riportano la notizia che centinaia
di bambini siciliani sono deportati, con la complicità di inglesi e americani, in
Unione Sovietica. Suicidi di intere famiglie che preferiscono darsi la morte con i
loro figli piuttosto che consegnarli al «mostro bolscevico», scene di disperazione
di padri e madri e fughe sulle montagne per sottrarsi alla cattura e naufragi di
bastimenti carichi di bambini fanno da contorno a un racconto che si trascinerà
per mesi. La domanda che gli organi di informazione ripetono ossessivamente in
quei giorni riguarda la destinazione di quei fanciulli: «Un tremendo destino li
attende […] le mamme d’Italia meridionale e della Sicilia sono costrette a
mandare i propri bimbi a morte sicura»[48].
Alcuni giornali forniscono particolari più dettagliati in base ai quali «Per quei
fanciulli non c’è speranza di salvezza. Molti soggiaceranno stremati nelle loro
fisiche forze dall’incuria e dagli stenti, altri, i più grandi, che tenteranno pur
minime ribellioni, saranno puniti con la morte altri, di ancor tenera età, saranno
educati al disprezzo per l’Italia»[49].
Una volta giunti in Russia infatti i fanciulli sarebbero stati ospitati nei «collegi
bolscevizzatori»[50] e costretti «a popolare le fredde aule degli istituti […] per
diventare domani gli assertori dell’utopia leninista»[51]. Per questo invitano
anche i lettori «a fare un confronto con lo spettacolo che offriva la nostra
giovinezza ai begli anni del fascismo allorché i bimbi venivano inviati a godere i
benefici dei mari e dei monti»[52].
Per altri fanciulli è prevista invece l’ospitalità presso le famiglie e il loro
destino si prospetta ancora più tragico: «Non si può infatti immaginare che i
fanciulli, sottratti ai pericoli della guerra italiana, possano essere nutriti e curati
in famiglie nelle quali “molti uomini hanno venti donne”»[53]. Per questo
sarebbero stati abbandonati nelle strade dove testimoni assicurano di aver visto
schiere di fanciulli:
Che non avevano più aspetto umano […] gli occhi carichi di
odio, dallo sguardo di lupi inseguiti […] di una magrezza
spaventosa […] Il loro modo di vestire non si può descrivere
[…] sono quasi sempre scalzi, non ostante i rigori
dell’inverno sovietico. Accadde sovente di vedere un
maschio con una gonnella e una femmina con un paio di
pantaloni, frutto di un furto[54].

Così trascurati i bambini rischiano l’arresto per vagabondaggio. Ma un destino


ancora più triste attende le bambine perché «la polizia sovietica arresta spesso
ragazze di otto anni già dedite alla prostituzione»[55].
Le notizie più terrificanti circa il destino dei fanciulli riguarda la loro meta
verso laboratori scientifici «destinati a diventare le cavie degli sperimentatori
sovietici»[56]. Spiegando che i bambini sono destinati a un sicuro sacrificio,
perché «Negli esperimenti di laboratorio quel che conta è affermare il principio
[…] si sa che le cavie son fatte per finire a quel modo»[57].
A ideare e programmare l’operazione di rastrellamento e l’imbarco dei
bambini è, secondo le notizie della stampa, Andrej Vyšinskij, il procuratore
generale che, dal 1935, era diventato il massimo accusatore nei processi che si
svolgono durante la Grande purga. La sua fama di spietato epuratore accresce
quell’alone di terrore che circonda le notizie sui rapimenti.
Quelle notizie, divulgate anche attraverso la radio e volantini lanciati dagli
aerei, erano palesemente false. Anzi, esse rappresentano una delle più clamorose
«false notizie»[58] costruite dalla propaganda fascista durante il periodo bellico.
Inoltre quelle voci non riguardano solo la Sicilia. Infatti, mano a mano che
l’esercito alleato avanza verso il Nord, le notizie sui rapimenti di bambini
includono le regioni liberate. Nel settembre del 1944, a quasi tre mesi dalla
liberazione della capitale i giornali riferiscono che «il partito comunista
preleverà anche a Roma un forte nucleo di ragazzi da inviare in Russia […] per
ricevere una completa educazione bolscevica»[59].
Nessun fanciullo italiano sarebbe mai stato deportato in Unione Sovietica. E
quella falsa notizia era stata fatta circolare non solo per gettare discredito sugli
Alleati appena sbarcati in Italia, ma anche per suggestionare gli italiani e invitare
le famiglie a far arruolare mariti, fidanzati e figli sotto le insegne della
Repubblica sociale per combattere il «mostro» bolscevico. «Mobilitate tutte le
forze sane della nazione – si legge in uno degli appelli di quei mesi – fermate i
convogli di questi bimbi in qualsiasi modo […] Salvate, salvate questa Italia e i
loro figli»![60]
Nel clima di forte emotività generato dalla guerra anche le costruzioni
fantastiche finiscono per rivestire l’aspetto della verosimiglianza. Tanto più che
la mancanza di una informazione libera, e dunque priva di smentite, conferisce
contorni di veridicità alle falsificazioni della propaganda. La falsa notizia è
dunque diffusa e destinata a essere trasformata in quella favola dell’orrore che
affolla gli incubi di quei bambini in viaggio verso le regioni del Nord per essere
sottratti alla fame.

4. L’orco
La leggenda va verosimilmente inscritta nel novero di quelle false notizie di
cui parlava quasi un secolo fa March Bloch, che ne attribuisce la responsabilità a
un «incidente iniziale, assolutamente insignificante, che fa scattare il lavoro
dell’immaginazione». Ma, prosegue Bloch,
questo accidente originario non è tutto; in realtà, da solo non
spiega niente. L’errore si propaga, si amplia, vive infine a una
sola condizione: trovare nella società in cui si diffonde un
terreno di coltura favorevole. In esso gli uomini esprimono
inconsapevolmente i propri pregiudizi, gli odi, le paure, tutte
le proprie forti emozioni. [...] solo grandi stati d’animo
collettivi hanno il potere di trasformare in leggenda una
cattiva percezione[61].

Se dunque le notizie false nascono sempre da rappresentazioni collettive che


preesistono al loro apparire, è verosimile ipotizzare che esse siano proprio quei
racconti del comunismo, in certi casi fantastici ma che traggono la loro origine
dagli orrori reali: la repressione del dissenso, le fucilazioni di massa, i gulag, le
torture. In definitiva la raffigurazione dell’inferno comunista i cui contorni,
proprio per l’assenza o la vaghezza sui giornali di notizie, circolano oralmente e
rendono ancora più impenetrabile e misterioso ciò che sta realmente accadendo.
Nella diffusione di quei racconti gli avvenimenti in Unione Sovietica si caricano
di significati e di narrazioni spesso deformate. E la deformazione, orientata dalla
propaganda, crea il racconto che trasforma i contadini e la gente comune che, per
fame, compie atti di cannibalismo, in comunisti; come a dire la forzata
metamorfosi di un fenomeno prodotto dalla disperazione in un evento carico di
ideologia.
Nella seconda fase la storia riceve una spinta a una sua dilatazione grazie alle
false notizie diffuse dalla propaganda nazifascista tra la fine del 1943 e l’inizio
del 1944, in una delle fasi più cruente della guerra e in un periodo in cui gli
stenti, i disagi e le emozioni distruggono il senso critico e predispongono
l’immaginario a una sua più facile ricezione; o, meglio, a enfatizzarne il
racconto. Durante il conflitto la narrazione è stata arricchita in tutti i suoi
contorni e diffusa nell’opinione pubblica terrorizzata. Negli anni della Guerra
fredda la Democrazia cristiana e l’opinione conservatrice ereditano dal periodo
fascista non poche «continuità» e, fra queste, anche quella leggenda, la cui
circolazione avviene all’interno di un antagonismo ideologico esasperato che
ingigantisce timori e paure.
La propensione al cannibalismo dei comunisti ha costituito il luogo comune
forse più diffuso ma certamente, per la sua crudezza, di maggior effetto sulla
psicologia collettiva. Quella leggenda si trasforma, di fatto, in uno strumento di
comunicazione politica in grado di suscitare gli istinti più brutali dello scontro
politico e ideologico. Nella versione primigenia, che finirà per suggestionare
maggiormente il mondo dell’infanzia, la leggenda riporta l’atto cannibalesco
dell’adulto che divora i fanciulli o del padre che si nutre dei propri figli. Tuttavia
nei formati narrativi rivolti al mondo adulto essa assume anche altri contorni.
Come quello del comunismo che, in conseguenza dell’educazione affidata
esclusivamente allo stato, cannibalizza metaforicamente l’infanzia. O, in una
versione trascendente, che divora l’anima dei fanciulli in virtù di un’educazione
improntata all’ateismo e al laicismo. In ogni caso il comunismo «è una belva che
mangia, uno ad uno, tutti i suoi figli»[62].
La narrazione parte dagli anni Venti, attraversa gli anni Trenta e si dilata
durante la Seconda guerra mondiale. Dentro quel clima, pervaso dal desiderio di
distruggere il nemico e dalla crescente indifferenza verso la morte, «le storie di
atrocità diventano moneta corrente»[63]. E la disinvoltura con la quale durante la
guerra si uccide finisce per rendere credibile ogni sorta di crudeltà.
Di fronte a un clima dominato dal terrore il racconto fantastico e la
dimensione dell’incredibile diventano reali nella ricezione della psicologia
popolare[64]. Nel dopoguerra, in una situazione in cui il panico staziona ancora
nelle emozioni collettive, la leggenda viene ad affiancare storie ancora più
fantasiose che finiscono per assumere aspetti di verosimiglianza.
Il motivo sui comunisti cannibali non gioca un ruolo rivolto esclusivamente al
mondo degli adulti; nel modo in cui emergono nei ricordi dei bambini del
Meridione, trasferiti per essere ospitati dalle famiglie del Nord, i racconti
vengono a intrecciarsi con quelle fiabe popolate di orchi, lupi e streghe che
divorano l’infanzia. A cominciare dall’orco più celebre di tutta la letteratura
mondiale, quello di Pollicino, che Charles Perrault descrive nelle Fiabe del 1697
e che codifica una tradizione orale presente da tempo immemorabile in gran
parte dell’Occidente. Dalla Spagna alla Francia, dall’Inghilterra alla Germania
l’orco riveste tratti comuni che ne accentuano la sgradevolezza: peloso, a volte
con le corna che lo identificano con il diavolo e dal corpo gigantesco, spalanca
eternamente le sue fauci per soddisfare la perenne voracità nei confronti
dell’infanzia. La figura archetipica dell’orco che mangia i bambini è il
Mangiafuoco di Pinocchio, il lupo di Cappuccetto rosso; oppure l’orco che sente
odore di «carne fresca» in Pollicino[65]. Nella tradizione regionale italiana è
l’orcul friulano, l’orcu sardo, l’huerco siciliano, l’om salvadgh (selvatico)
dell’area romagnolo-emiliana; come anche i orchi del Veneto e lo strego della
Garfagnana. La sua predilezione per la carne infantile lo trasforma nel prototipo
degli spauracchi dei bambini. Ora li cosparge di sale, olio e aceto per mangiarli
in insalata, e magari ne ingurgita in un sol boccone fino a cinquanta, oppure li
tiene segregati in grotte o spelonche per mangiarne uno di tanto in tanto. Tutte le
fiabe presentano, al di là della loro provenienza culturale e del luogo di origine,
alcuni elementi e personaggi che rivestono lo stesso ruolo. E fra questi
l’elemento caratterizzante è proprio quello che vede l’uomo cattivo attentare alla
vita, uccidere e mangiare l’eroe della fiaba[66].
Quella dell’orco è una fiaba di ammonimenti e risponde alla volontà di
rendere ubbidienti i bambini. In tempi remoti, quell’arcano aveva offerto la base
alla struttura di molte fiabe, dove si rendevano in forma narrativa i riti iniziatici
con cui il fanciullo – giunto alla pubertà, per rigenerarsi come adulto pronto alla
vita sessuale – veniva condotto alla capanna degli uomini; questi, prima di
accoglierlo tra loro, lo sottoponevano a tormenti fisici e pratiche terrifiche, a
cominciare dalla sensazione (provocata ad arte) di essere straziato e inghiottito
da un raccapricciante mostro che non lo avrebbe più lasciato ritornare allo stato
precedente[67]. Una favola pedagogica, dunque, i cui contenuti, trasferiti nella
propaganda di una moderna cultura di massa, trasformano l’orco nella figura del
comunista distruttore la cui voracità è la punizione per quei bambini, e per le
loro famiglie, che trasgrediscono. La figura del comunista è rappresentata come
un tardo epigono dell’orco primitivo eternamente vocato alla soppressione degli
esseri umani: la sua figura e i suoi costumi lo accostano nell’immaginario a
quello dell’orco classico, salvo che il fanciullo è ora privo dei mezzi magici per
vincerlo in combattimento e venire così riconosciuto come eroe. Insomma, una
favola senza lieto fine. Le stesse espressioni che lo dipingono sembrano tratte
dal vocabolario orchesco: «il mostro brutale e selvaggio», «il rapinatore di
bambini», «con una naturale propensione al delitto», «colui che vuole tutto
distruggere», «il moloch selvaggio».
«L’on. Palmilio», 26 aprile 1947.
«L’on. Palmilio», 3 aprile 1949.

L’orco delle fiabe è inoltre fornito di un odorato sopraffino grazie alle


dimensioni sproporzionate del suo naso. Di qui la sua assimilazione all’orco-
comunista raffigurato con nasi enormi e adunchi nella rappresentazione
dell’ebreo-bolscevico.
Quel sottofondo arcano di paure che affolla il mondo dell’infanzia finisce per
intrecciarsi con la propaganda anticomunista: nel mezzo degli orrori della guerra
il comunismo subentra al tradizionale lupo cattivo di Cappuccetto rosso o a
Barbablù. L’orco bolscevico si sostituisce a quello delle fantasie infantili. E in
questa metamorfosi il comunista assume nelle vignette le sembianze del serpente
pronto a divorare un fanciullo. Oppure quelle del feroce soldato dell’Armata
rossa che fa strage di bambini per spiegare che «non tutti gli orchi stanno nelle
favole».
[1] Camera dei deputati, I discorsi parlamentari di Fausto Gullo, vol. I, Roma, 1979, pp. 109-133.

[2] Cfr. La speculazione sui bambini greci, in «l’Unità», 27 maggio 1948; 120 bambini greci massacrati
dai monarchici, in «l’Unità», 25 luglio 1948.
[3] Sull’argomento, cfr., più ampiamente, S. Pivato, I comunisti mangiano i bambini. Storia di una
leggenda, Bologna, Il Mulino, 2013.
[4] Cfr. G. Rinaldi, I treni della felicità. Storie di bambini in viaggio tra due Italie, prefazione di M.
Mafai, Roma, Ediesse, 2009. Su questa pagina di storia, a lungo trascurata, cfr., inoltre, A. Minella, N.
Spano e F. Terranova (a cura di), Cari bambini, vi aspettiamo con gioia… Il movimento di solidarietà
popolare per la salvezza dell’infanzia negli anni del dopoguerra, Roma, Teti, 1990; G. Buffardi, «Quel
treno lungo lungo…». Il «Comitato per la salvezza dei bambini di Napoli» 1946-1947, Istituto Campano
per la Storia della Resistenza, dell’Antifascismo e dell’Età Contemporanea «Vera Lombardi», Napoli,
Libreria Dante & Descartes, 2010; L. Fabi e A. Loffredi, L’infanzia salvata. Nord-Sud un cuore solo,
Comune di Ceccano, 2011; L. Belluzzi e T. Dotti (a cura di), I bambini romani del ’46, Scuola elementare
di Disvetro, Fondazione culturale «Gino Malavasi», Cavezzo, 1999.
[5] Cfr. M. Fincardi, C’era una volta il mondo nuovo. La metafora sovietica nello sviluppo emiliano,
Roma, Carocci, 2007.
[6] Cfr., al proposito, Rinaldi, I treni della felicità, cit., p. 104.

[7] R. Silvestri, «Rane che gracidano», in «Il Popolano», 16 febbraio 1946, cit. in J. Meda, È arrivata la
bufera. L’infanzia italiana e l’esperienza della guerra totale (1940-1950), Macerata, Eum, 2007, p. 277.
[8] Silvestri, «Rane che gracidano», cit.

[9] Testimonianza di Donato Martinelli, in Pasta nera, un film documentario di Alessandro Piva. Nel
2011 il film viene presentato alla Mostra internazionale del cinema di Venezia e raccoglie le testimonianze
di quanti, allora bambini, furono protagonisti di quell’operazione di solidarietà.
[10] Testimonianza di Rosanna De Luca, in Pasta nera, cit.

[11] Ibidem, p. 113.

[12] Rinaldi, I treni della felicità, cit., p. 96.

[13] Buffardi, «Quel treno lungo lungo…», cit., p 33.

[14] Minella, Spano e Terranova, Cari bambini vi aspettiamo con gioia…, cit., p. 73.

[15] Ibidem, p. 95.

[16] Ibidem, p. 96.

[17] Ibidem, p. 140.

[18] Ibidem.
[19] Buffardi, «Quel treno lungo lungo», cit., p. 112.

[20] D. Granatelli, Il sapore del pane, Reggio Emilia, ZOOlibri, 2010, p. 26.

[21] Ibidem, p. 153.

[22] Ibidem, p. 160.


[23] Cfr. F. Sanvitale e V.M. Mastronardi, Leonarda Cianciulli. La saponificatrice. Nuove indagini e
rivelazioni sul mostro di Correggio, Roma, Armando, 2010.
[24] Testimonianza di Luigina Di Sora, in Pasta nera, cit.

[25] Testimonianza di Antonio Mancino, in Pasta nera, cit.

[26] Testimonianza di C. Pellacani, in Belluzzi e Dotti, I bambini romani del ’46, cit., p. 31.
[27] La lettera è riportata in Fabi e Loffredi, L’infanzia salvata. Nord-Sud un cuore solo, cit., p. 86.

[28] Testimonianza di E. Montanari, in Belluzzi e Dotti, I bambini romani del ’46, cit., p. 26.

[29] L’inaugurazione della casa del bambino e del reduce, in «l’Unità», 9 luglio 1946.

[30] Il testo completo della lettera è in Rinaldi, I treni della felicità, cit., pp. 185-186.

[31] L’intervento del vescovo di Rovigo-Adria è riportato in P. Sorcinelli e M. Tchaprassian, L’alluvione.


Il Polesine e l’Italia nel 1951, Torino, Utet, 2012.
[32] M.A. Macciocchi, Sul Po l’argine della solidarietà, in «Noi donne», 9 dicembre 1951.

[33] Un gruppo di madri di Cavarzere gettate nell’angoscia da un prete. Continua la mostruosa


campagna di menzogne sui bambini alluvionati. «Li ingrassano e poi li mangiano!», in «l’Unità», 17
gennaio 1952.
[34] Tragiche peripezie dei profughi invano inseguiti dai soccorsi, in «l’Unità», 24 novembre 1951.

[35] Un gruppo di madri di Cavarzere gettate nell’angoscia da un prete, cit.

[36] Un discorso di Togliatti agli elettori di Terni. Contro i seminatori di discordie, in «l’Unità», 16
marzo 1946.
[37] P. Ingrao, Dormitorio a Primavalle, in «l’Unità», 13 gennaio 1946.

[38] B. Mussolini, Nel paradiso bolscevico. Il ritorno dell’antropofagia in Russia. Leggere, meditare,
propagare, in «Il Popolo d’Italia», 10 settembre 1922.
[39] P. Melograni, Russkaja revolucija i obščestvennoe mnenie Italii, 1917-1921 (Ot lozunga «Sdelaem,
kak v Rossii» do «Kommunisty edjat detej») [P. Melograni, La Rivoluzione russa e l’opinione pubblica
italiana, 1917-1921 (Dallo slogan «Facciamo come in Russia» a quello «I comunisti mangiano i
bambini»)], Rossija i Italija, 3, Moskva, Nauka, 1998, pp. 63-71.
[40] A. Koestler, The Invisible Writing, New York, Macmillan, 1970; trad. it. La scrittura invisibile.
Autobiografia 1932-1940, Bologna, Il Mulino, 1991, p. 82.
[41] Cfr. C. Bermani, Il bambino è servito. Leggende metropolitane in Italia, Bari, Dedalo, 1991

[42] Cfr. A. Toaff, Pasque di Sangue. Ebrei d’Europa e omicidi rituali, Bologna, Il Mulino, 2007.

[43] Gli assassini rituali ebraici, in «L’Osservatore cattolico», 22-23 maggio 1890; Il culto ebreo di
sangue, in «L’Osservatore cattolico», 27-28 febbraio 1889. Sulla posizione ufficiale della chiesa nei
confronti degli ebrei, cfr. G. Miccoli, Santa Sede, «questione ebraica» e antisemitismo alla fine
dell’Ottocento, in A. Burgio (a cura di), Nel nome della razza. Il razzismo nella storia d’Italia 1870-1945,
Bologna, Il Mulino, 1999, pp. 215-246, e E. Mazzini, Ostilità convergenti. Stampa diocesana, razzismo e
antisemitismo nell’Italia fascista (1937-1939), Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2013.
[44] F. Jesi, L’accusa del sangue, Torino, Bollati-Boringhieri, 2007, p. 56. Cfr., anche, L. Urettini,
Stereotipi antisemiti ne «Il Mulo» (1907-1925), in Burgio, Nel nome della razza, cit., pp. 293-308. Per
un’analisi della stampa diocesana, cfr. R. Perin, L’atteggiamento della Chiesa cattolica verso gli ebrei nella
stampa diocesana (1920-1945). Il caso triveneto, in «Ventunesimo Secolo», ottobre 2008, pp. 79-101.
[45] Ibidem.

[46] Cfr. P. Pellicano, Ecco il diavolo: Israele!, Milano, Baldini&Castoldi, 1938, p. 225.

[47] H. Arendt, The Life of the Mind, New York, Harcourt Brace Jovanovich, 1978; trad. it. La vita della
mente, Bologna, Il Mulino, 2009.
[48] Deportazione di bimbi italiani nell’U.R.S.S., Manifesto di propaganda, 1944. Il manifesto, in
originale presso l’Archivio dell’Istituto storico della Resistenza di Modena, di dimensioni 64 × 100 cm, è
siglato Paj I/59 che attesta la produzione da parte della Divisione Propaganda Abteilung J. della
Wehrmacht.
[49] Deportazioni in Russia, in «Valanga repubblicana», quindicinale del Partito fascista repubblicano,
gruppo universitario, Modena, 15 gennaio 1944.
[50] È cominciata la deportazione dei bambini siciliani in Russia, in «Il regime fascista», 22 dicembre
1944.
[51] Ibidem.

[52] Ibidem.
[53] La sorte che minaccia i bambini italiani deportati in Russia, in «Crociata italica», 16 gennaio 1944.

[54] Ibidem.

[55] La sorte che minaccia i bambini italiani deportati in Russia, in «La Gazzetta del Popolo», 12
gennaio 1944.
[56] Sono partiti da Siracusa i piroscafi che trasportano in Russia i bambini siciliani, in «Brescia
repubblicana», 23 dicembre 1943.
[57] I nostri ragazzi deportati in Russia, in «La Stampa», 22 dicembre 1943.

[58] Cfr. M. Bloch, Souvenirs de guerre, 1914-1915, Paris, Colin, 1969, e Réflexions d’un historien sur
les fausses nouvelles de la guerre, in «Revue de synthèse historique», t. 33, 1921, pp. 13-35; trad. it. La
guerra e le false notizie. Ricordi (1914-1915) e riflessioni (1921), introduzione di M. Aymard, Roma,
Donzelli, 1994.
[59] Novecento bambini romani deportati in Russia dai comunisti, in «La Stampa», 29 settembre 1944.
[60] Fermate i convogli, affondate piuttosto le navi (disperato appello di una madre italiana), in «La
Stampa», 2 gennaio 1944. Cfr., anche, La deportazione in Russia dei nostri bambini, in «La Stampa», 5
gennaio 1944, e Una conferenza di Wiscinschi sulla deportazione dei bimbi italiani, in «La Stampa», 16
gennaio 1944.
[61] Bloch, La guerra e le false notizie, cit., pp. 103 e 84.

[62] A. Landuzzi e B. Benassi, Il mito di Stalin. Ovvero l’idolo infranto, Bologna, A.B.E.S., 1956, p. 20.

[63] G.L. Mosse, Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti, Roma-Bari, Laterza, 1990, p.
187.
[64] Bloch, La guerra e le false notizie, cit.; P. Fussell, Tempo di guerra. Psicologia, emozioni e cultura
nella seconda guerra mondiale, Milano, Mondadori, 1991, pp. 48-49.
[65] Cfr. T. Braccini, Indagine sull’orco. Miti e storie del divoratore di bambini, Bologna, Il Mulino,
2013.
[66] Cfr. V.J. Propp, Morfologija skazki (1928), Moskva, Nauka, 1969; trad. it. Morfologia della fiaba,
Torino, Einaudi, 2000.
[67] Cfr. V.J. Propp, Istoričeskie korni volšebnoj skazki, Leningrad, 1946; trad. it. Le radici storiche dei
racconti di fate, II ed., Torino, Boringhieri, 1972, pp. 136-137 e 349-387.
Nota alle illustrazioni

Per le immagini tratte da «L’on. Palmilio» e da «L’onorevole» si ringrazia


l’Archivio Storico Capitolino di Roma.
Le avventure di Pinocchio: riproduzione integrale dell’opuscolo Le avventure
di Pinocchio, snt, s.d. ma 1948.
Le disavventure di Pinocchio: riproduzione parziale dell’opuscolo Le
disavventure di Pinocchio, snt. L’opuscolo, di 31 pagine, in formato 25,5 × 17
non riporta il nome dell’autore e dell’illustratore. L’invito, nell’ultima pagina, a
votare per la Democrazia cristiana, e la data, 27 maggio, fanno ritenere che sia
stato pubblicato in occasione delle elezioni amministrative del 1961.
Ringraziamenti

Questo libro era stato concepito, di concerto con l’editore, almeno tre anni fa.
In fase di stesura presentai un dattiloscritto provvisorio per un primo esame: Ugo
Berti mi consigliò di ampliare uno dei capitoli in esso contenuto. Su suo
suggerimento nacque così I comunisti mangiano i bambini. Storia di una
leggenda. Dopo la stesura di quel libro è stato ripreso il progetto originario, che
ora vede la luce e nel quale non poteva mancare, sia pure accennata, la favola sui
comunisti cannibali.
Nel corso della stesura si sono rivelati preziosi i suggerimenti e le intuizioni di
amici e studiosi. Fra questi Marco Fincardi e Marcello Flores, che hanno visto
nascere il lavoro fin dall’inizio orientandolo e correggendolo in varie parti. Ugo
Berti, come sempre, è stato il complice sollecitatore. Fra quanti hanno fornito
indicazioni e suggerimenti vorrei ringraziare Giuseppe Ambrogi, Paolo Bianchi,
Roberto Bianchi, Alessandro Boretti, Alessandro Casellato, Gabriele De Veris,
Francesca Di Ludovico, Massimo Eusebio, Amoreno Martellini, Juri Meda,
Dino Mengozzi, Marilisa Merolla, Franz Ramberti, Anna Tonelli.
Indice dei nomi e dei personaggi

I numeri di pagina senza link si riferiscono alle pagine con note della versione
a stampa. Tali note sono state collocate diversamente nella versione ebook.
Adamo, 88
Albanella, 106
Alice, 92
Alliluieva, S., 63, 161
Alvaro, C., 54, 159
Amadei, A., 155
Amendola, G., 12
Anastasio, M., 159
Andersen, H.C., 92
Andreotti, G., 92
Angrisani, G., 34
Ansaldo, G., 82, 164, 165
Anticristo, 28, 29
Apolloni, L., 169
Aragon, L., 84
Arendt, H., 142, 174
Argili M., 102
Asdente, R.C., 27
Attila, re degli unni, 28
Audino, D.G., 166, 169
Aymard, M., 153, 174
Babbo Natale, 11, 48, 63
Babel’, I., 36, 44
Badoglio, P., 98
Baffino, 53
Baffone (Grande), 48, 49, 52, 53, 63, 77, 106, 107, 158
Barbablù, 49, 149
Barbison, 48
Barbusse, H., 53, 54, 64, 158
Bargellini, P., 103, 104, 106, 168
Bartali, G., 10, 111-115, 120-130, 140, 153, 169-171
Barthes, R., 169
Baschera, R., 154
Basilio, 92
Basso, L., 107
Battaglia, R., 158
Becciu, L., 168
Bedeschi, L., 112, 161, 162, 164, 170, 171
Bellassai, S., 161
Bellavista, G., 133
Belluzzi, L., 172, 173
Benassi, B., 164, 165
Benigni, R., 7
Benzoni, A., 164
Benzoni, E., 164
Bepi dal gias (Bepi del giasso), 48
Bergoglio, C., 126, 171
Berlinguer, E., 57, 81
Bermani, C., 153, 173
Bernareggi, A., 156
Bersani, P.L., 7
Berta (Claver), 108
Berti, V., 102
Bertolottti, D., 170, 171
Bertoni, R., 154
Bertoni Jovine, D., 160, 163, 168
Bianchi, R., 167
Biffi, G., 168
Bigiaretti, L., 160, 168
Binda, A., 113, 171
Bloch, M., 144, 153, 174, 175
Blum, L., 114
Bobet, L., 125
Boccaccio, G., 162
Boffa, G., 161
Bombacci, N., 98, 167
Bonafede, 108
Bonini, O., 52
Bosco, G., 25-27, 35, 41, 44
Boscolo, R., 154
Braccini, T., 154, 158, 175
Bravo, A., 156
Bruniano mangiaprete, 12, 154
Bubani, G., 164, 165
Buffardi, G., 172
Bulgarina, 106
Burattino, 92
Burgio, A., 174
Buttafuoco, P., 153
Cafagna, L., 164
Calcagno, G., 167
Calchi Novati, P., 168
Calvat, M., 155
Calvino, I., 57, 159
Calvo, E.-F., 153
Camporesi, P., 154
Camporiano, A., 171
Capovilla, L., 44
Cappuccetto rosso, 15, 18, 146, 149, 154
Capucci, I., 135
Carabba, C., 167
Caracciolo, L., 164
Carducci, G., 95
Carnera, P., 120
Caroli, D., 161
Casiraghi, U., 157
Catanzaro, R., 158
Cecosloveta, 106
Celerino, 101
Cenerentola, 18, 154
Ceria, E., 155
Charlot, 53
Chessa, P., 164
Chiodino, 102, 103, 105, 106, 168
Christianus, 156
Chruščëv, N., 44, 71
Chruščëva, R., 44
Churchill, W.L.S., 99
Cianciulli, L., 134, 135, 173
Ciccio, 9
Clerici, L., 163
Cojazzi, A., 170
Collodi, C. (C. Lorenzini), 8, 23, 49, 91-94, 98, 100-105, 153, 167, 169
Collotti, E., 157
Colombina, 101
Colombo, A., 157
Comunello, 93
Conte, P., 113
Coppi, F., 10, 111-113, 120-124, 128-130, 169, 171
Coscia, D., 99, 167
Cosco, G., 154
Cossiga, F., 164
Cowley, R., 73, 164
Crainz, G., 166, 169
Croce, B., 73, 92, 164, 167
Cuomo, F., 155
Curtis, B., 71
D’Alema, M., 7
Dancette, V., 153
D’Attore, P.P., 160
De Felice, E., 158
De Gasperi, A., 15, 18, 23, 41, 84, 89, 110, 111, 113, 121, 122, 126, 157
De Gasperi, M.R., 157
Degl’Innocenti, M., 158
De Luca, R., 172
De Luna, G., 153
De Martino, E., 120, 126, 170, 171
Deotto, P., 157
De Paolis, F., 82, 83
De Paolis, G., 80-83
De Paolis, L., 83
De Santis, G., 44, 157
Diewerge, W., 164
Di Giusto, S., 156
Disney, W., 104
Di Sora, L., 173
Di Vittorio, G., 12, 81, 84, 106, 127, 154, 170
Domanov, P., 40
Don Camillo, 52, 157
Dos Santos, L., 29
Dotti, T., 172, 173
Dragosei, F., 157
Durand, J.-D., 155, 156
Einaudi, L., 121
Ercole, 120
Esopo, 12, 67, 93
Eva, 88
Fabbroni, F., 157
Fabi, L., 172, 173
Fanciulli, G., 103, 168
Fanfani, A., 127
Fasciolino, 93
Fata turchina, 98
Fatina, 104
Fattore, 101
Fattorini, E., 156
Favre, S., 171
Federica di Hannover, regina di Grecia, 131
Ferrari, G., 155
Ferrari, P., 164
Ferretti, M., 161, 170
Fincardi, M., 154, 162, 163, 165, 172
Flauto (Piffero), 108
Flora, F., 170
Flores, M., 154, 158
Foa, V., 164
Fogar, G., 157
Foot, J., 170
Fort, R., 134
Fortini, F., 154
Francavilla, F., 158
Franchini, S., 160, 167
Frederick-Hitler, 108
Fussel, P., 175
Gagarin, J., 60
Gallerano, N., 158, 164
Galluzzi, C., 162
Gargiulo, A., 133
Garibaldi, G., 41, 47, 61, 74, 78, 94, 107, 164, 169
Gatt (il), 23, 100, 107, 108
Gatto, A., 111
Gatto Pietruccio, 106
Gedda, L., 162
Gengis, Khan, sovrano mongolo, 140
Geppetto, 23, 92, 94, 95, 100, 102, 104-107, 153
Gerwarth, R., 154
Gianburrasca, 104
Giano, 13
Gianturco, L.E., 164
Giardini, G., 171
Gibelli, A., 166
Gide, A., 84
Ginzburg, C., 156
Giolitti, G., 85
Giorgio, D.D., 160
Giovanni XXIII (A.G. Roncalli), 44
Giuntella, V.E., 155, 163
Gnoli, A., 163
Goggioli, G., 171
Gogol’, N.V., 35, 36, 156
Gonella, G., 110
Gorresio, V., 158, 160
Gottwald, K., 81
Gozzini, G., 171
Granatelli, D., 172
Grande Fratello, 49
Grieco, R., 55, 86, 159
Grillo parlante, 100, 106
Grimm, J., 12
Grimm, W., 12
Gromyko, A., 44
Grün, K., 86
Guareschi, G., 25, 44, 52, 79, 110, 157, 158
Guerra, L., 113
Guidotti, M., 171
Gullo, F., 131, 172
Gundle, S., 160, 162
Guttuso, R., 84
Hello, E., 170
Hess, M., 86
Hitler, A., 52, 74
Hollander, P., 158
Horne, J., 154
huerco, 146
Imelda, suora, 28
Inglis, F., 153, 165
Ingrao, L., 163
Ingrao, P., 12, 138, 173
Iotti, N., 110
Isnenghi, M., 156
Ivanotchka, 77
Jacovitti, B., 91
Jankowiak, F., 155
Jesi, F., 174
Jones, 108
Jossa, S., 153, 166, 167
Jovine, D.B., 58
Karabas Barabas, 92
Key, E., 8, 153
Koblet, H., 112, 121
Koestler, A., 139, 173
Korakin, S., 160
Kriege, H., 86
Kubler, F., 112
La Fontaine, J., 67
Ladous, R., 155
Landuzzi, A., 164, 165
La Pira, G., 127
Lassalle, F., 86
Lemoyne, G.B., 155
Lenin (V.I. Uljanov), 29, 60, 64, 87, 108, 139, 158, 166
Leone I (Leone Magno), 28
Liucci, R., 165
Loffredi, A., 172, 173
Lollobrigida, G., 113
Lombardi, L., 158
Lombardi, R., 33, 41
Lombardi Satriani, L.M., 164
Lombardo Radice, L., 156
Lombroso, C., 12
Longanesi, L., 78-80, 88, 165
Longo, L., 12, 81, 86, 107
Loren, S. (S. Villani Scicolone), 113
Lubimova, V., 163
Lucifero, 13
Lucignolo, 23, 92, 106
Lysenko, T.D., 57, 58
Macciocchi, M.A., 137, 173
Madonna (Maria), 26, 29, 31-35, 104, 126, 155, 156
Madonna degli Angeli, 32
Madonna della Civita, 33
Madonna di Fatima, 10, 25, 29
Madonna di Lourdes, 31
Madonna Pellegrina, 35, 140, 155, 156, 166
Maes, S., 112
Mafai, M., 164, 172
Magni, F., 111-113, 129
Magris, C., 157
Malaparte, C., 84-86, 165, 166, 169
Malenkov, G., 36
Malevič, C., 35
Malvestiti, P., 127
Malvina, 92
Mamma Giulia, 162
Mancino, A., 173
Mangiafuoco, 49, 98, 107, 108, 146
Mann, A.T., 155
Mantovi, F., 158, 165, 166
Manzini, R., 127, 171
Marchesi, C., 80
Marchesini, D., 169, 171
Marchioro, M., 160
Marco da Faenza, 170
Mariani, F., 155
Martelli, A., 160
Martinelli, D., 172
Martucci, D., 79, 82, 84, 165
Marx, J., 86
Marx, K., 86, 87, 108, 163, 166
Mastro Ciliegia, 7, 168
Mastronardi, L., 41, 44, 157, 173
Mattoni, I., 167
Maura, G., padre, 162
Mazzanti, E., 92
Mazzini, E., 174
Mazzini, G., 47, 61
Meda, J., 154, 160, 161, 167, 168, 172
Melograni, P., 173
Menarini, A., 158
Miccoli, G., 174
Mikojan, A., 56
Milesi-Fanti, P., 167
Minella, A., 172
Molotov, V.M., 88
Monaci Guidotti, E., 168
Mondrone, D., 155
Montagnana, R., 110, 161, 163
Montalbano, S., 153, 166
Montanari, E., 173
Montanelli, I., 78, 86, 87, 166
Moravia, A., 56, 159
Moro, A., 74
Morosov, P., 62, 161
Moscatelli, C., 84, 86
Mosse, G.L., 175
Muccinelli, famiglia, 136
Mussolini, B., 64, 74, 99, 139, 162, 169, 173
Mustacchione, 108
Napoleone Bonaparte, imperatore dei francesi, 73, 108
Napolitano, G., 7
Negus (Hailé Selassié), imperatore d’Etiopia, 98, 167
Nelson, H., 30
Nenni, P., 13, 74, 80-82, 84, 92, 106-108
Nicola II, zar di Russia, 108
Nicolaccio, 98
Nonno gelo (Ded Moroz), 11, 48, 63, 72
Nostradamus, 25, 44
Nostra Signora di La Salette, 28
Novelli, S., 153, 166, 169
Nuccio, G.E., 167
Occhini, F., 129
Occhini, G., 129
Old Major, 108
om salvadgh, 146
Orchi (i), 146
orco, 10-12, 49, 63, 75, 144, 146, 147, 149, 158
Orco baffone, 47, 49, 52
orcu, 146
orcul, 146
Ortese, A.M., 69, 163
Ortis, J., 153, 166
Orwell, G., 49, 53, 108, 169
Pacciardi, R., 84
Pagotto, L., 165
Pajetta, G., 80
Palladineve (Snowball), 108
Pallante, A., 74
Paniccia, G., 135
Papà Carlo, 92
Paperino, 94
Parca, G., 102
Parodi, M., 163
Pastore, O., 156
Pellacani, C., 173
Pellegrino, P., 155, 161, 166
Pellicano, P., 174
Peppone, 52
Perfetti, F., 165
Perin, R., 174
Perrault, C., 49, 67, 103, 146
Perry, A.R., 153
Petrai, G., 167
Petrocchi, M., 155
Petruchka, 77
Picchi, S., 170, 171
Piccolo Padre, 11, 63
Pierantoni, C., 167
Pierino, 9
Pierotti, G.L., 168
Pierrot, 101
Pifferino, 101
Piffero, 108
Pignagnoli, W., 158, 165, 166
Pilucca, 102, 105, 106
Pinocchietto, 94
Pinocchio, 7, 8, 18, 23, 91-94, 97, 98, 100-107, 153, 167-169
Pintor, L., 7
Pio IX (G.M. Mastai Ferretti), 25
Pio X (G. Sarto), 28
Pio XII (E. Pacelli), 23, 31, 121, 122, 156, 170
Pippetto, 9
Pippo (Goofy), 9, 153
Pisapia, G., 46
Piva, A., 172
Pivato, S., 153, 158, 167, 168, 172
Pizzetto, 108
Poli, N., 159
Polifemo, 13
Pollicino, 49
Polonuccia, 106
Pozzo, V., 114
Pratolini, V., 112, 169
Preziosi, E., 168
Priori, D., 157
Profili, S., 170
Prokof’ev, S., 7
Proletino, 93
Propp, V., 7, 9-11, 153, 175
Proudhon, P.-J., 86
Pugačëv, E.J., 36
Puškin, A., 35, 36
Pyr’ev, I., 45
Quaglietti, L., 168
Rabelais, F., 13
Raffaello Sanzio, 28
Ranieri, U., 79, 165
Ranieri di Campello, conte, 38
Reichlin, A., 164
Renouvier, C., 73, 163
Renzi, M., 7
Ricardo, D., 86
Rinaldi, D., 101, 160, 172, 173
Rizzi, B., 154
Robotti, P., 57, 159
Rodari, G., 102, 103, 105, 168
Romano, L., 158, 164
Romenina, 106
Romero, F., 153, 164, 165
Romita, G., 80
Ronchey, A., 66, 162
Roosevelt, F.D., 99
Rossanda, R., 163
Rossi, P., 7
Rossi, V.G., 55, 66, 159-161
Rossini, G., 18
Salvatore, B., 160
Santamaria, G., 128
Santamaria, M., 128
Sanvitale, F., 173
Saragat, G., 85, 107
Sarti, R., 157
Sartre, J.-P., 84
Scabello, P., 158, 164
Scagnetti, A., 168
Scaraffia, L., 156
Scelba, M., 52, 84, 110, 127
Schirinzi, C., 157
Schizzo, C., 167
Schuster, A.I., 23, 162
Secchia, P., 12, 83, 86
Sforza, C., 18
Sgorlon, C., 37, 156
Sheshunova, S., 161
Signor Adolfo, 108
Signor Bonaventura, 105
Silvestri, R., 172
Singer, E., 157
Siri, G., 41
Skipor, A., 31
Smith, W., 53
Šolochov (Sciolokov), M.A., 36, 156
Sorcinelli, P., 173
Sor Nicola, 108
Sorrel, C., 155
Spano, N., 172
Spartachino, 94
Spartacus Picenus (Mario Offidani), 76, 164
Spriano, P., 159, 162, 163
Stalin (I.V. Džugašvili), 10-13, 23, 30, 41, 48, 49, 52-54, 56, 57, 60, 62-66, 71,
76-78, 88, 99, 107, 108, 113, 154, 158, 161, 162, 164, 165, 169, 175
Stefanutti, P., 156, 157
Stella, P., 155
Strada, V., 156
strego (lo), 146
Suor Rosa Colomba Asdente, 155
Tajoli, L., 71
Taras Bul’ba, 35, 44, 45, 156
Tchaprassian, M., 173
Terracini, U., 12, 84, 86
Terranova, F., 172
Toaff, A., 173
Togliatti, P., 10-13, 15, 33, 40, 41, 64, 65, 74-76, 78, 80, 84-86, 89, 92, 101,
106-108, 110, 113, 125, 130, 138, 156-158, 173
Tolstoj, A.N., 92
Tolstoj, L., 36, 92, 156
Tomat, D., 156
Tonelli, A., 163
Toppi, G., 167
Toschi, T., 162, 175
Totò (Antonio de Curtis), 48
Trabucco, C., 126, 170, 171
Trockij, L., 108
Truman, H., 18, 113
Tuninetti, G., 155, 156
Umberto di Savoia, re d’Italia, 83, 84
Ungarina, 106
Urettini, L., 174
Valenti, M., 156
Valletta, V., 125
Vamba (L. Bertelli), 104
Vassilenka, 77
Vecchio maggiore, 108
Verdini, R., 168
Vergani, O., 113, 126, 169, 171
Vespa, B., 157
Vessarotti, V., 48
Viani, M., 170, 171
Viganò, R., 60, 160
Visconti, L., 84
Vittori, G., 166, 169
Vittorini, E., 11, 15, 84
Vittorio Emanuele III, re d’Italia, 99
Volcic, D., 46
Volpe (la), 23, 100, 107, 108
Volpe Palmira, 106
Vyšinskij (Wiscinschi), A., 143
Wingenter, A., 162
Zagaria, R., 157
Zancan, M., 154
Zarri, G., 156
Zatterin, U., 158
Zerbino, P., 155
Zeretto, 12
Zizola, G.C., 156
Zveteremich, P., 163
Le avventure di Pinocchio
Le disavventure di Pinocchio