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Di sicuro dev’esserci un inferno, poiché

in nessun posto minore potrebbe essere


possibile per voi ricevere la punizione
adeguata ai vostri crimini. Finché voi
esistete, c’è un bisogno vitale del fuoco
infernale nel Cosmo.

Jack London, “The Iron Heel”


Danilo
RADICI OCCIDENTALI Caruso

1. SUL BIBLICO “CANTICO DEI


CANTICI” E SU GN 1,1
l “Cantico dei cantici” è un libro biblico di particolare singolarità allo

I sguardo di chi non sia documentato sull’antropologia ebraica nel Vecchio


Testamento. Questo da parte di chi ha difficoltà di comprensione;
dall’altra la serie di interpretazioni allegoriche proposte da chi a sua volta non
ha capito o viceversa voluto velare il senso originale non ha contribuito a ren-
dere il testo accessibile ai più. È d’uopo per me evocare in sintesi alcuni miei
studi sui testi giudaici condotti in passato allo scopo di rendere manifesti al-
cuni contenuti di pensiero religioso degli antichi Ebrei1, al di fuori dei quali
non si può comprendere cosa vuol dire il “Cantico dei cantici”. Simile approc-
cio ermeneutico è scientifico e necessario, la lettura allegorica qui non rappre-
senta la procedura che possiede cittadinanza nella Scienza.
Procediamo con ordine nel dire che il Dio biblico, giudicato il più po-
tente tra una serie venuta fuori dal Caos (riprenderò qua anche questo discor-
so puntualizzandolo ancora meglio rispetto al passato), dà vita a un essere
androgino che poi divide, da cui l’uomo e la donna comuni. In Gn 2,24, quan-
do la divinità dice che l’uomo lascerà la propria famiglia nativa per legarsi a una
donna, in ebraico c’è scritto che i due saranno la “carne primigenia, primordia-
le (“numero uno”, letteralmente: numerale cardinale con valore ordinale).
Il senso del “Cantico” sta lì, ed è evidente che traduzioni non corrette
non portano sulla strada giusta nel momento analitico concettuale letterario:
partendo da premesse sbagliate tutte le spiegazioni, specialmente quelle alle-
goriche, saranno fuorvianti. Gn 2,25 parla della “nudità” della coppia origina-
ria, però la traduzione e il suo valore semantico nella lingua differente non
rendono il significato: i due esseri dopo la scissione androginica erano “dan-
neggiati”, tale il senso di quel termine nella lingua giudaica. La “carne primi-
genia” sarebbe la riunificazione dell’androgino, ossia il recupero di uno stato

1 Per approfondire rinvio ai seguenti miei lavori:


1) Antropogonia e androginia nel Simposio e nella Genesi, nel mio saggio recante il
titolo Considerazioni letterarie (2014);
2) Ermeneutica religiosa weiliana (2013);
3) Radici sumere di Ebraismo e capitalismo, dentro la mia pubblicazione Note di
critica (2017);
4) nella mia monografia intitolata Teologia analitica (2020) la sezione: L’acqua e il
Dio biblico.
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Danilo
RADICI OCCIDENTALI Caruso

ideale a monte: essa avviene attraverso il congresso carnale nella sola modalità
procreativa, cioè vaginale tra soggetti di sesso opposto. A monte sta altresì il
comando divino di moltiplicarsi: ergo tutto ciò che non rientra in una modali-
tà procreativa viene condannato. Qui comincia ad esempio l’omofobia, tra
l’altro. Per inciso: la prolificità in Israele era fondamentale sotto il profilo de-
mografico, con tutti i risvolti del caso. Il “Cantico dei cantici” raffigura una
celebrazione ideologica della ricomposizione androginica, non c’è niente di
romantico al fondo: rappresenta soltanto il testo dell’ortodossia sessuale.
Questo libro, come vedremo, si riaggancia ai temi di “Genesi”. Compa-
re un passaggio nevralgico nel primo che merita attenta analisi, il 7,11: «Le
dodi-y ve-ala-y teshuqat-o». Sta parlando lei: «Io [sono] verso l’amato/amante
[la radice del sostantivo giudaico richiama il concetto di “bollire” e in maniera
figurata si trasforma nell’idea di “amore/amante”; il termine può assumere
precise specificazioni contestuali in primis “zio” (fratello di uno dei genitori,
marito; in accadico “dadu” è “bambino amato”] di me e sopra di [la preposi-
zione ebraica indica un complemento di luogo, molto poco figurato per la ve-
rità] me [è] l’impulso di lui». Da Ct 7,11 emergono cose molto interessanti. 1)
L’uomo sta sopra e la donna sta sotto, in tutti i sensi: questo è l’ordine gerar-
chico universale che subordina gli spazi femminili. 2) Si parla di “impulso
(sessuale)”: il termine ebraico indica: bisogno imperioso, vivo/forte desiderio,
spinta, attrazione. Sembra che abbiano scoperto la libido, non è precisamente
così: in camera di redazione stanno solo sfruttando un aspetto esteriore al fine
di teorizzare una eterosessualità procreativa ortodossa. Il discorso omofobico
dell’androgino nel contesto giudaico si mostra restrittivo rispetto a quello di
Platone del “Simposio”2. Nel procedere del mio esame si rivela utilissimo ri-
trovare l’impulso sessuale menzionato in Gn 3,16: «… ve-el-iyshe-k teshuqate-
k ve-hu ymshal-ba-k»; «… e verso l’uomo di te [sarà] l’impulso di te e lui ? ?
te». Ho lasciato per il momento la mia traduzione parziale giacché voglio far
vedere come quelle comuni mi appaiano inadeguate in relazione alla lettera.
Osserviamo innanzitutto l’analisi grammaticale degli ultimi tre elemen-
ti del versetto legati fra di loro in singola parola: a) verbo qal imperfetto, 3 a
persona singolare; b) preposizione “be”: in, sopra (complemento di luogo),
con (complemento di unione-compagnia), per mezzo di (complemento di
mezzo-strumento); c) pronome suffisso, 2a persona femminile singolare. Dove
sta il problema? Il verbo usato non è unico, ha un gemello di significato altro. I
traduttori fra i due optano a vantaggio di quello avente significato: governare,
reggere; dominare; vincere. A mio avviso non esistono i presupposti per appe-

2Nel mio saggio Note di critica (2017) si veda la sezione dal titolo: Eros e la libi-
do junghiana nel “Simposio”.
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Danilo
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santire il versetto in direzione cristiano-patristica e tradurre con toni simili:


«egli ti dominerà». Non ne vedo la fondatezza grammaticale, né quella logica
nel discorso in cui si inserisce Gn 3,16. Valutiamo l’aspetto grammaticale: il
pronome femminile suffisso non è un complemento oggetto poiché retto dalla
preposizione “be”, quindi la donna non subisce l’azione espressa dal verbo. La
preposizione esprime l’idea di un “concorso nell’azione” cui non si addice il
verbo di 1). Il verbo clone significa 2) assomigliare, parlare in parabola.
Sulla base dei miei passati lavori, tenendo anche conto che in Gn 3,16 si
tratta della gestazione e del parto, ritengo che il verbo corretto da usare nella
traduzione sia “assomigliare”. L’idea di “somiglianza” in “Genesi” apparirà
più chiara leggendo il versetto 1,26: «Adam causava una nascita grazie alla
similarità di lui [ossia Eva], a somiglianza della sua immagine [la tselem an-
drogina]». Ho approfondito il discorso in un mio precedente studio, qua ri-
cordo semplicemente che «per mezzo della somiglianza» premette il procreare
esseri umani sessualmente specificati e non androgini. Pertanto allorché tra-
duco alla lettera «e lui assomiglierà grazie a te» il significato è: «lui avrà fi-
gli/progenie [“somiglianti”: maschi e/o femmine] grazie al tuo concorso [nel
congresso carnale]». Non mi sembra il caso di mettere misoginia laddove i
concetti non la tirano in ballo in modo esplicito. La Bibbia è un libro misogino,
tuttavia Gn 3,16 non è strutturato come Ct 7,11, anzi là l’impulso sessuale vie-
ne indicato quale uguale e speculare nell’attrazione a quello di qui.
Attraverso tutto il resto si evince quello spirito inducente probabilmen-
te alla scelta del verbo 1), il quale – ripeto – per me non calza proprio gramma-
ticalmente (richiederebbe un complemento oggetto). Il “Cantico dei cantici”
non è un libro erotico nonostante si evochi l’organo sessuale femminile (7,3).
L’opera esprime in forma letteraria l’ortodossia sessuale giudaica. Tant’è di-
stopica la Bibbia che in Ct 5,7 si può leggere di questa che esce in giro a cerca-
re il suo amato e viene malmenata e maltrattata dalle guardie: un atto intolle-
rabile, misogino, di cui il testo non accenna condanna. In nessun Paese civile
una cosa del genere dovrebbe passare inosservata3. Il Dio biblico però della
violenza subita da costei non dà censura. In effetti nella Sacre Scritture non c’è
spazio a beneficio del femminismo, e il punto di vista maschilista la fa da pa-
drone a partire dall’impostazione cosmogonica. Mi sono soffermato con atten-
zione su questa, e ho rilevato che compare una dicotomia “disordine – materia
da ordinare – femminile / ordine – produzione dell’Universo – maschile”.
Come già spiegato altrove l’acqua è l’archè biblico disordinato da cui fuoriesce
mediante il caos (apertura) quanto la principale divinità poi ordinerà a guisa

3 Rilevante al riguardo nell’ultimo mio saggio indicato nella nota 1: Aristotele e


il pericoloso regno di Dio.
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Danilo
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del demiurgo platonico. Questa immagine può essere simboleggiata ne


“L’origine du monde” di Gustave Courbet, la quale meno simbolica e più rea-
le è quella di Ct 7,3. Nel seguito di questo scritto voglio esporre ulteriori con-
siderazioni riguardo a Gn 1,1 in aggiunta alle mie trattazioni passate. Prose-
guendo quella scia in maniera coerente sono giunto a personali approfondi-
menti. La particella introducente in ebraico il complemento oggetto (comun-
que non obbligatoria) non sta qui davanti al termine Elohiym.
La spiegazione sta nel fatto che nei due casi immediatamente seguenti
la preposizione “et” introduce un complemento di unione: non è improbabile
scambiare, a causa di disattenzione, (particella posta davanti a oggetto logi-
co) con (preposizione per il complemento di compagnia-unione). Ma anche
a prescindere da sopra, lo “et” manca poiché l’oggetto è “indefinito”: il divino
= gli Dei in generale. «Elohiym» in Gn 1,1 è complemento oggetto: nella se-
quenza dei complementi, «cieli e terra» potrebbero essere intesi d’altro canto
parallelamente come sostanze definite in modo puntuale; mentre con “Elo-
hiym” qui al plurale si indicano in ogni caso le divinità in maniera generale
senza puntualizzare il chi e il quanto. Infatti in Gn 1,1 sembra che si voglia
mettere in risalto «bereshit», comunemente inteso come avverbio. ho corrobo-
rato un mio sospetto, che detto termine qui non sia avverbio bensì svolga il
ruolo grammaticale di sostantivo e quello logico di soggetto: in parole povere
indicherebbe l’archè, cioè l’acqua. Nel citato versetto al primo posto non sta
comunque il verbo in base alla tendenza della lingua ebraica, e ciò dovrebbe
indurre a riflettere verso il mio ragionamento. Pertanto la traduzione che pro-
pongo di «Bereshit bara Elohiym et ha-shamayim veet-ha arets» è: «Ciò-che-
sta-in-principio generò gli Dei assieme ai cieli e alla terra».
Vale a dire: «L’arché generò gli Dei assieme ai cieli e alla terra». I Set-
tanta intuirono che per “bereshit” ci voleva ἀ χ , ma non ne resero il senso:
«’Eν ἀ χ ἐ νὁ ν ὐ αν ν κα ν ν». Sostituendo la preposi-
zione con l’articolo e un nominativo con l’accusativo questo ritorna in pieno:
«ʽH ἀ χ ἐ ν ν ν [il divino, le divinità], ν ὐ αν ν κα ν ν».
Sulla polisemia quantitativa del termine “Elohiym” rinvio a un mio studio 4.
Altre considerazioni che qui voglio spendere ineriscono alla possibile critica
che il verbo «bara» sia nella forma maschile. “Bereshit” nel suo sottintendere
“ciò-che-sta-in-principio” è complesso. Possiede un rimando filosofico-
concettuale (l’archè) che è “l’acqua”. L’ebraico “mayim” appartiene a quel ge-
nere: è un termine in apparenza strano perché nella forma è un duale (deri-
vante da una parola originaria) e nell’uso invece si è invalso un significato

4In merito a ciò si veda nella mia monografia intitolata “Ermeneutica religiosa
weiliana (2013)” la parte recante il titolo “Il Dio del Tanak non è solo”.
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singolare; può assumere significati eufemistici (sperma, urina) o figurati (suc-


co). Questo discorso del duale apre due piste. Una ci conduce a Platone. E noi
sappiamo che il Giudaismo e il pensiero platonico hanno in comune
un’ascendenza egizia.
Il filosofo ateniese, nelle dottrine non scritte, nel momento in cui discu-
teva della sostanza universale indeterminata (contrapponendola a un princi-
pio determinante) richiamava una “diade di grande e di piccolo”. Notiamo
che quest’idea di una dimensione di dualità dell’indeterminato, del disordina-
to, è diffusa nella mentalità antica del Mediterraneo orientale. Da un punto di
vista strettamente semantico-etimologico la seconda pista ci porta più lontano,
all’immaginario cosmogonico indoeuropeo, dove da primordiali “acque uni-
versali (na)” sono emersi divinità (fra cui un ordinatore superiore), cieli e ter-
ra, come ribadito in Gn 1,1. La dualità alla base di “mayin” è da ricollegarsi
alla dicotomia giorno/notte nell’alternarsi di acque non luminose (scure) e ac-
que chiare al di sopra della sfera celeste (questa una sorta di ermetica copertu-
ra). La parola ebraica “mayin” nella forma pittografica originaria presenta
questa sequenza: braccio disteso a sinistra posto in mezzo a due corsi d’acqua
(di tali due suono in singulum: m). Ciascuno di suddetti due pittogrammi ri-
calca geroglifici egizi, ognuno dei quali richiama il più remoto termine indo-
europeo “na/nu (acqua)”: il corso d’acqua geroglifico egizio suona “n”, il
braccio “a”. A mediare fra semantica sanscrito-indoeuropea e semantica giu-
daica interviene inoltre quella accadica. Due parole giocano qui il compito: 1)
mau/mu (=acqua) e 2) narum (=fiume). Dalla radice di 1) proviene “mayin”,
che ingloba il concetto di 2) (sostantivo con la radice di “na/nu”), restituendo
il suo significato duale originario di Gn 1,7. Dalla radice di 2) proviene
l’ebraico “nahar” (fiume, più circoscritto). Il significato finale di “mayin” si
mostra di ampio raggio semantico: il termine compare in Gn 1,2 come acque-
ancora-da-determinare. Sebbene filosoficamente l’acqua sia l’archè biblico, e
sia in abstracto “mayin”, il riferimento sotto il profilo narrativo-semantico di
“bereshit” mi pare “tehom” di Gn 1,2, “l’oceano primordiale”, corrispondente
semanticamente in modo secco a “na” nell’accezione cosmologica del sanscri-
to (concetto sussunto in “mayin”, termine generico). “Tehom”, sostantivo di
genere sia maschile che femminile, soddisfa tutte le esigenze del nostro caso:
la prevalenza di genere nella concordanza allusiva a distanza con “bara”, la
presenza del femminile disordinato che si evolverà nell’ordinato maschile.
Simile dualità di genere ricorda altresì l’immagine dell’androgino, e
androgino sarà il primo essere umano, somigliante agli dei venuti fuori
dall’Oceano primordiale. Detta proiezione accanto a una materia ontologica
offre tale risvolto antropologico. “Tehom” si rifà all’accadico: tamtu, tiamtu;
Tiamat, di cui nella cosmogonia babilonese. Nell’“Enuma Elish”, poema co-
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Danilo
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smogonico risalente al 1200-1100 a.C. si narra l’epica impresa di Marduk (sim-


bolo della divinità solare, principio determinante) all’origine della produzione
dell’Universo. Tiamat, entità femminile acquatica simboleggiante il disordine
(rappresentata da un “drago / serpente marino”), si fuse con l’abisso (Apsu,
in sumero “acque profonde”): 1) ne venne fuori Mummu; in sumero “acque
(poiché si dà solo plurale)” è “mu” o “a” (il pittogramma esprime l’idea di un
corso d’acqua, con la tendenza però a essere orientato in verticale), quindi
Mummu raffigura un “mare impetuoso”; 2) ne vennero fuori due mostri a
forma di serpente (Lakhmu e Lakhamu). Tali due serpenti fecero comparire le
prime due divinità (l’uranico Anshar e la ctonia Kishar), da cui poi altre tra cui
Marduk. Oltre a capire già subito che l’architettura cosmogonica concettuale è
analoga a quella della biblica genesi (la redazione del testo veterotestamenta-
rio risale al VI-V sec. a.C.) comprendiamo pure da dove venga fuori il serpen-
te tentatore di Eva.
Mummu, nell’“Enuma Elish”, causa la perdita dell’equilibrio cosmico
esistente prima di lui, con un conseguente scontro, nato per vie traverse, fra
Tiamat e le divinità. A sconfiggerla è Marduk, il quale si avvale del soffio-
vento (strumento di determinazione dell’ordinatore solare Dio biblico). Ucci-
sala ne scompone il corpo in due dando origine ai confini del cielo e della ter-
ra: vale a dire quanto succede in maniera letterariamente più semplice nella
“Genesi”. Adesso afferriamo perché il Dio veterotestamentario YHWH è il più
importante di una pluralità (enoteismo): è la trasposizione di Marduk, colui
che prevale su “tehom” e completa la produzione dell’Universo (non da lui
partita). E capiamo anche l’ostilità del serpente nei suoi riguardi in relazione
all’episodio della cosiddetta “tentazione”: il serpente rammenta Tiamat ed e-
sprime l’immaginario misogino del femminile. Il Diavolo maschile cristiano è
un prodotto, nevrotico direi, posteriore sovrapposto: il tentatore serpente bi-
blico, sostantivo di rango maschile (nachash), ha una variante personificata
(nome proprio) di genere grammaticale maschile e femminile.
L’acqua laicizzata di Talete (si veda la “Metafisica” aristotelica) è
“hydor” ( ὕ ω ; dall’indoeuropeo “udra”, “acqua” nel senso di elemento-
dall’alto-provenuto): il campo semantico contiene la “hydra”, il serpente ac-
quatico (Tiamat). La ricerca scientifica e l’ermeneutica obiettiva mettono in lu-
ce come le ritenute Sacre Scritture contengano impoverita mitologia di secon-
da mano. Il Dio biblico protagonista non è responsabile di una creatio ex
nihilo, è un personaggio letterario in quel contesto narrativo entrato in scena
in un secondo momento. La risposta alla domanda di Agostino d’Ippona su
cosa facesse Dio prima della creazione non è che il tempo non esistesse prima,
ma che non c’era quel Dio. Traduzioni e interpretazioni fuorvianti hanno dato
margine all’edificazione della distopica teologia cristiana, la quale è stata un
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Danilo
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gigante dai piedi d’argilla con inclinazioni misogine, omofobiche, illiberali


come si evince dalla storia e dal pensiero dei suoi sostenitori 5.

2.UN INQUIETANTE BRANO


NEOTESTAMENTARIO:
EVANGELISMO ARMATO
E AMBIGUO NUDISMO.

V
angelo di Marco (ossia il più antico). Podere del Getsemani. Gesù è
assieme ai suoi proseliti, sta per essere arrestato per ordine dei vertici
religiosi ebraici. Giuda fa da guida al drappello che lo prende in con-
segna. Da questo momento del famoso tradimento le cose si fanno oscure. A
cominciare dal fatto che non è chiaro il modo in cui il discepolo traditore abbia
indicato la persona del Messia. Lui disse: «è quello che filéso [voce verbale usa-
ta nel testo greco]». Filéo vuol dire: rivolgere affetto/cortesia. Il Vangelo di
Matteo afferma che Giuda katefílesen Gesù. Katafiléo significa: carezzare (ma
anche “baciare teneramente”). Il Vangelo di Luca torna a usare il verbo filéo e
puntualizza col sostantivo esplicito fílema (bacio). Quello che sembra il sinotti-
co più lontano dagli eventi parla esplicitamente di un “bacio di Giuda”.
Nel non sinottico di Giovanni non c’è nessun gesto affettuoso, è Gesù
direttamente a farsi riconoscere. Cosa sia successo nei dettagli riferibili a un
preciso evento (reale o immaginario) di cattura non è affatto chiaro e lineare.
Una seconda cosa che lascia ancora disorientati, sul lato dottrinario, proviene
dalla presenza nel Getsemani di un uomo armato di spada, il quale in Gio-

5Allo scopo di approfondire indico mie pubblicazioni:


1) L’origine ideologica del Cristianesimo, studio contenuto nel mio saggio Consi-
derazioni critiche (2014), e la parte attinente in Note di studio (2016);
2) vedi in questa pagina la sezione seguente;
3) Teologia analitica (2020);
4) Parricidio dantesco (2021);
5) il mio studio all’interno della mia opera Letture critiche (2019) dal titolo Il
machiavellico disegno della “follia” erasmiana;
6) nel mio saggio Filosofie sadiche (2021) la parte dal titolo L’irrazionalismo ne-
vrotico di Kierkegaard;
7) L’apologia dell’irragionevole di Robert Hugh Benson (2017).
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vanni viene identificato con Pietro: nei vangeli più vecchi non si dice chi sia
costui. Comunque, il quesito rimane: che ci fa una persona armata appresso al
Figlio di Dio alla vigilia del compiersi della profezia del martirio? Come pote-
va qualcuno stare con “spirito evangelico” in prossimità del Messia ed essere
preoccupato per la difesa armata senza che nessuno lo avesse richiamato e di-
sarmato prima? I discepoli di Gesù potevano andare in giro armati? Il Vangelo
più antico fa intendere qualcosa che non appare poi così oscuro: il fatto che la
“mitica” dottrina dell’amore evangelico, dell’amare il prossimo, fosse stata
concepita contemplante un sentimento da rivolgere non in maniera universale
(come poi lo si è voluto “modernamente” intendere) bensì da indirizzare e-
sclusivamente a chi la pensasse in ambito religioso allo stesso modo. Amare il
prossimo non assume nel NT il valore di rispettare chi avesse convincimenti
religiosi differenti, vuol indicare la solidarietà affettiva da offrire a chi è vici-
no-nel-convincimento-di-fede-religiosa: tutti gli altri finiscono di essere “pros-
simi”, per loro c’è l’inferno. Perciò Gesù sostiene di essere venuto per Israele e
di aver portato la spada e non la pace (Mt 10,32-37). Quella spada di cui ha
parlato gli stava dietro a disposizione dei suoi seguaci, i quali rimanevano pur
sempre di credo ebraico: il Gesù letterario stesso non è cristiano, è giudeo, non
fonda una nuova religione, vuol elevare l’Ebraismo a un nuovo stadio, sempre
mantenendo l’aggancio coll’AT (al pari di Paolo di Tarso). La differenziazione
cristiana dal Giudaismo sorge dalla mancata conversione in massa degli Ebrei.
Ciò che era Israele nell’ideologia giudaica sarà la Chiesa nel Cristianesimo:
ama/rispetta chi la pensa come te, cioè chi presta adeguamento alla dottrina
socioreligiosa adottata quale Parola di Dio. Amare Dio e amare il prossimo,
così come pensati nelle religioni ebraica e cristiana, hanno dimensioni dai ri-
svolti integralisti: non accettare tutto quanto sia diverso. La storia ha testimo-
niato che la dottrina del Messaggio evangelico inerente all’amore avesse un
contenuto stricto sensu, non di rado patologico (accompagnato da fenomeno-
logie nevrotiche, sadiche, masochistiche, anoressiche, psicosomatiche), distin-
to dall’amore inteso in senso lato quale viene pensato e creduto “ingenuamen-
te” dalla comune mentalità popolare scarsamente edotta delle dinamiche della
storia e del pensiero. Misoginia, omofobia, misoneismo, antisemitismo (per
quanto concerne i Cristiani) ad esempio sono consustanziali alla tradizione
(più o meno) monoteistica biblica, e dimostrano ab ovo degli aspetti di un o-
dio caricato su coloro che non sono ideologicamente “prossimi” 6. La terza cosa
che colpisce, e non poco, nel Vangelo di Marco (ricordiamo: il più vecchio) è
un episodio taciuto dagli altri tre futuri: al Getsemani, quando Gesù fu arre-

6Per approfondimenti generali consiglio la mia monografia indicata nel punto


3) di nota 5.
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stato, nella compagnia di lui c’era un neanískos, un giovinetto, ricoperto solo


con un lenzuolo, il quale in seguito agli eventi e al tentativo di prenderlo, do-
po essere stato afferrato, lasciò andare il lenzuolo e scappò per ultimo via
gymnós, cioè nudo. Che cosa faceva là quel ragazzo restio ad andarsene vestito
soltanto di una sindón? Non è facile trovare un orizzonte interpretativo me-
diante poche parole. Gymnós oltre a denotare la condizione di un soggetto
“svestito” può designare altresì la situazione di una persona “disarmata”.
Tale chiave di lettura si potrebbe riallacciare a quanto detto prima nel
testo di Marco circa la presenza di individui armati al seguito di Gesù quali
sue guardie del corpo. Il possibile Messia storico necessitava in quanto leader
politico-religioso integralista ebraico di una scorta a tutela della sua incolumi-
tà? Parrebbe in ogni caso di sì. Un diverso versante di comprensione ci deriva
dalla questione dell’affettuosità intravista tra Cristo e il traditore Giuda: per-
ché questo avrebbe usato “tenerezza” nell’indicare il Messia a coloro che era-
no andati a prelevarlo con la forza? Perché poi tradire adottando “un bacio”
come contrassegno? Il giovinetto nudo e il bacio di Giuda alludono a qualcosa
di omoerotico? C’è un Vangelo apocrifo, quello di Filippo, che offre un ap-
poggio all’ipotesi. Nella setta di Gesù potrebbe essere esistita qualche pratica
celebrativa della mascolinità, rappresentante del sesso nobile nella tradizione
giudaicocristiana, a sfondo omosessuale? Il Vangelo di Marco presta il fianco
all’apocrifo citato nella possibilità di gettare luce.

3. GUIDO GUINIZELLI E LA NASCITA


DELLA SISTEMATICA CACCIA ALLE
STREGHE
a critica letteraria che ha visto nel fenomeno stilnovistico guinizelliano

L un esperimento di mediazione fra topoi erotici trasgressivi occitani e


morale rigoristica cattolica medievale non ha colto a mio modestissimo
sentire la sottigliezza dell’elaborazione di Guido Guinizelli, ghibellino bolo-
gnese vissuto nel XIII secolo. La letteratura provenzale cortese che riabilitava
la figura femminile in maniera positiva, ponendola come meta ideale in una
dialettica di sensualità, si era fermata al livello libidico freudiano. Ciò ovvia-
mente urtava la sensibilità religiosa misogina del Cattolicesimo, il quale ebbe
molto da temere dal Sud francese che cercò in vari ambiti di ottenere autono-
mia culturale dal controllo cristiano. Da un lato i femministi catari, dall’altro la
letteratura occitana ribaltante la concezione patristica della donna, costrinsero
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il Papato a fare un salto di qualità nella repressione del dissenso e del progres-
so. L’Inquisizione nata al termine del XII sec. allo scopo di contenere con effi-
cacia concreta il dilagare eretico raggiungerà in seguito il popolo femminile in
quanto tale. Il passaggio alla violenza materiale cattolica generalizzata quale
strumento pubblico giuridico possiede da un canto quale causa remota un si-
stema ideologico viziato da crepe patologiche 7, d’altro canto quale causa pros-
sima l’esigenza di impedire l’esistenza e il radicarsi di un’alternativa rispetto a
un totalitarismo socioreligioso. Ci si chiede talvolta perché la Chiesa abbia a
un certo punto della sua storia ingigantito lo spauracchio immaginario delle
streghe proseguendo la feroce misoginia patristica con un’opera sistematica di
disumane tortura e uccisione. La mia risposta è che il pretesto criminale este-
riore sia derivato dopo mutamenti socioculturali volti a conquistare indipen-
denza da un ethos politico e spirituale totalitario e illiberale.
Da ciò vengono fuori il catarismo e la letteratura cortese, ad esempio. Il
mondo europeo avrebbe già goduto di una pluralità espressiva se non fosse
stato a causa del Cristianesimo. L’Impero romano pagano aveva i propri limiti
naturalmente, ma non perseguitava né streghe né omosessuali, né tanto meno
imponeva una religione. La misoginia grecoromana rimaneva su piani non
così letali se paragonata all’evoluzione di quella cattolica, la quale è giunta a
prendere con metodo calcolato le donne con l’obiettivo di sottoporle a sadiche
torture ed esecuzioni. Ritengo che una simile prassi sviluppatasi dalla fine
dell’Alto Medioevo (accanto a tutte le parallele persecuzioni) non abbia una
collocazione genetica temporale accidentale: la società europea si avviava a
uscire dall’oscurantismo assolutistico mediante l’azione di ceti imprenditoriali
desiderosi di affermazione economica, di libertà, di edonismo, di minore ne-
vrosi misogina (la quale non alberga per Natura in menti sane 8).
Lo scontro fra (proto-)liberalcapitalismo (filofemminista) e Chiesa tota-
litaristica misogina produsse un’irrazionalistica e ampia reazione del Cattoli-
cesimo al cospetto di eresie e cultura non antifemminista. Da questa premessa
acquisiamo il metro di lettura della produzione di Guido Guinizelli. Egli (mor-
to sui quarant’anni; sposato, con un figlio) si forma e agisce, sino all’esilio dei
ghibellini, in un Comune difficile per la fazione guelfa. La Bologna di metà
’200 aveva infatti abolito schiavitù e servitù legata all’agricoltura (norma detta
del “Paradisum voluptatis”): in parole povere avevano anticipato di sei secoli

7 Suggerisco di intraprendere un primo approfondimento partendo dal seg-


mento intitolato Nevrosi e irrazionalismo in Agostino d’Ippona nella mia mono-
grafia indicata al punto 3) della precedente nota.
8 A chi volesse proseguire spaziando consiglio il mio studio segnalato nel pun-

to 6) della nota 5.
10
Danilo
RADICI OCCIDENTALI Caruso

gli Stati Uniti nelle motivazioni. La poetica guinizelliana non deve esprimere
allora contenuti guelfi di vicinanza papale. Infatti a leggere con cura adeguata
gli scritti del Bolognese possiamo concludere che agli occhi del clero romano
quelle cose sapevano di bestemmia, e non di accomodante mediazione pro
morale cristiana. Tale è il caso di Guinizelli, caso che ora chiarirò meglio.
Per iniziare basta dire che un cattolico integralista come il Dante della
maturità colloca il poeta ghibellino tra i lussuriosi del purgatorio: è evidente il
fatto che questo Guinizelli non guardava le donne come si guarda una statua
della Madonna.
Perciò i suoi testi devono esprimere qualcosa che sia non il prodotto di
una retorica conciliante. Ripeto che, secondo me, lo Stilnovismo guinizelliano
doveva suonare a guisa di bestemmia presso l’orecchio cattolico osservante e
conoscitore della teologia. Tant’è vero ciò che un principio cardine risuona
sulla bocca di Francesca da Rimini nell’“Inferno” dantesco: «Amor, ch’al cor
gentil ratto s’apprende», calco del guinizelliano «Al cor gentil rempaira sem-
pre amore». Se un’anima dannata pronunzia simile cosa vuol dire che essa è
sbagliata e deviante (Francesca sta spiegando il motivo per cui si trova
all’inferno). Dante e la Chiesa condannano la sessualità in sé, il padre dello Stil
Novo no. Le analogie non terminano qui poiché il citato verso dantesco prose-
gue così: «prese costui de la bella persona / che mi fu tolta». La controparte
guinizelliana è: «Foco d’amore in gentil cor s’aprende».
L’aspetto esteriore femminile costituisce il movente (il che non rappre-
senta una novità, la maggioranza degli approcci parte dall’aver visto). Una
dimensione che mi pare trascurata nell’esame critico dello Stilnovismo di
Guinizelli, al di là della rilevazione delle radici provenzali e siciliane, è quella
platonizzante del Bolognese. Non so se possa essere scaturita in lui da una
meditazione sul “Simposio” o essersi maturata da sé: fatto sta che lo scrittore
mi appare filoplatonico9.
Egli possiede senza dubbio un’idea grecizzante: la bellezza è virtù, la
“donna angelicata” stilnovistica esprime siffatto ideale. Chi vede aristotelismo
nel Bolognese non coglie che questo serve all’artificio poetico, alla forma; men-
tre la sostanza è platonica il corpo della donna non è più ianua Diaboli bensì
ianua Dei: questo configura un sovvertimento della Patristica, rappresenta e-
resia, costituisce bestemmia. Guido Guinizelli non può piacere ai cattolici tra-
dizionalisti di ogni tempo, la sua “donna angelicata” non è la bambola teolo-
gica dantesca della “Commedia”10. Lo scrittore bolognese sostiene che la don-

9 Per capire meglio il seguito delle mie parole, fondamentale la lettura di un


mio lavoro indicato nella nota 2.
10 Rinvio al mio saggio segnalato nel punto 4 della nota 5.

11
Danilo
RADICI OCCIDENTALI Caruso

na sia un polo di interrelazione physei positivo, la dottrina cristiano-patristica


sino a Tommaso d’Aquino11 (e oltre) ha insegnato il contrario. Non bisogna
comunque pensare che tutta la faccenda sia in Guinizelli generalizzata, giac-
ché tutto orbita all’interno del perimetro della “gentilezza”. Cos’è tale qualità
indispensabile? È un grado di libido junghiana conducente a raffinatezza in-
tellettuale, una nobiltà la quale si acquisisce grazie all’intelligenza. L’Amore
nella poetica guinizelliana è quello dell’Afrodite urania, non quello parecchio
ctonio dei cortesi occitani che col congresso carnale consuma la sua parabola
senza ulteriore prosecuzione ideale. Se, in entrambi gli ambiti letterari malva-
gi e non virtuosi vengono esclusi da un’esperienza libidica qualificata, soltan-
to la donna platonizzata del poeta bolognese offre l’innalzamento al «gran
mare del Bello».
Simile (rivoluzionaria per quel contesto medievale) impostazione con-
cettuale rispecchia il “processo di individuazione” fatto emergere da Jung nel-
la psicologia analitica. È possibile affermare che la “donna angelicata” sia
simbolo dell’“anima” junghiana (parte interiore psichica personale sessual-
mente opposta), ma non voglio togliere alla donna concreta e reale la propria
funzione. Quindi concludo che il simbolo abbia suddetti due estremi tra i qua-
li oscillare. La proposta individuante ante litteram del Guinizelli è stata poi
rigettata dal secondo Dante, e, con tutto il resto di posizioni filofemministe,
respinta, nel modo già chiarito, dalla Chiesa. Sant’Oddone di Cluny (vissuto
tra IX e X sec.) definì la donna “un sacco di merda”: cosa c’è da pensare allor-
ché il Bolognese paragona la prima a una causa finale motrice qual è Dio?
Lampante la portata contestatrice, di cui lui stesso era il primo a essere consa-
pevole se conclude il suo noto componimento programmatico così:

[…] Deo mi dirà: «Che presomisti?»,


sïando l’alma mia a lui davanti.
«Lo ciel passasti e ’nfin a Me venisti
e desti in vano amor Me per semblanti:
ch’a Me conven le laude
e a la reina del regname degno,
per cui cessa onne fraude».
Dir Li porò: «Tenne d’angel sembianza
che fosse del Tuo regno;
non me fu fallo, s’in lei posi amanza.»

11Al fine di approfondire si veda nel saggio menzionato nella nota 5 al punto
3) la sezione: L’irrazionale misoginia tomista.
12
Danilo
RADICI OCCIDENTALI Caruso

Guinizelli aveva chiara la reazione ideologica al suo pensiero, non si aspettava


forse la plurisecolare stagione della grande caccia alle streghe in risposta a tut-
ti i progressisti. In un sonetto egli arriva a dire della «donna» (termine oppo-
sto allo spregiativo “femmina”, usato ad esempio da Dante con la «femmina
balba») che intende «laudare»: «null’om pò mal pensar fin che la vede». Agli
occhi della Chiesa appare tutto il contrario, perciò il corpo femminile
dev’essere coperto e sfumato: costituisce suggestione e istigazione verso il
peccato. Guinizelli ci vede il tempio della libido junghiana. È molto moderno,
capisce che la compressione libidica crea disagio: «[la mia donna] Passa per
via adorna, e sì gentile / ch’abassa orgoglio a cui dona salute». Non mi pare
esagerato accostare il “lussurioso” – a detta di Dante – Guido Guinizelli attra-
verso alcuni dettagli al Marcuse di “Eros e civiltà” (1955). Uno spirito conte-
statore degno degli anni ’60 del ’900 muove il Bolognese, diverse le analogie.
In aggiunta alla generica evidenziazione di una ricerca di maggiore libertà da
vincoli nevrotici (dal rigetto della maschilistica misoginia da parte del Guini-
zelli il ’900 italiano culminerà con leggi pro aborto e divorzio) posso far notare
come a) altri versi di lui abbiano una tangenza sostanziale dentro b) una can-
zone cantata nel dopoguerra da Little Tony al Festival della canzone italiana
di Sanremo nel 1970 (“La spada nel cuore”, testo letterale di Mogol).

a1)
Lo vostro bel saluto e ’l gentil sguardo
che fate quando v’encontro, m’ancide:
Amor […] per mezzo lo cor me lanciò un dardo
ched oltre ’n parte lo taglia e divide […].

b1)
Era uno sguardo d'amore.
La spada è nel cuore e ci resterà.
Sei bella, in questo momento più bella.

a2)
Lo vostro bel saluto e ’l gentil sguardo
che fate quando v’encontro, m’ancide […].

b2)
Era uno sguardo d’amore la spada è nel cuore.
Mi sento morire morire per te.

13
Danilo
RADICI OCCIDENTALI Caruso

Chi sa ben analizzare la storia può indicare in entrambi i contesti cronologici


testé evocati nell’accostamento una forma che si ripete spesso nella storia, os-
sia la dicotomia “conservatori (reazionari) / progressisti (liberaldemocratici).
Un ultimo aspetto che voglio toccare nella trattazione inerisce alla misteriosa
setta dei cosiddetti Fedeli d’Amore, una non certificata associazione segreta di
intellettuali medievali i quali sarebbero stati malvisti dalla Chiesa per via delle
loro ampie vedute interculturali. Quanto ho sostenuto sopra dà l’opportunità
di allargare l’orbita della mia analisi. Se suddetti Fedeli d’Amore sono esistiti
nella realtà mi sembra con alta probabilità possibile il fatto che Guido Guini-
zelli ne facesse parte. Il mio rilevamento in lui di contenuti platonizzanti e
grecizzanti troverebbe una ratio più sostanziosa poiché sarebbe stato inserito
in un circuito di idee che si poteva alimentare di simili materie (ovviamente ci
sarebbe stato per simpatia ideologica). Questa affiliazione protomassonica
(degli stilnovisti anche posteriori) in relazione a lui e al suo rinvenuto taglio
junghiano mi permette di porlo in quel campo “alchemico” studiato da Jung.
L’alchimia poetica d’Amore rappresenterebbe dunque a maggior ragione nella
poetica guinizelliana l’orizzonte psicanalitico mediante una vocazione intellet-
tuale la quale si esprimeva – non si sa con quanta coscienza di ciò – in simboli
e in allegorie. Esiste un verso del Guinizelli che potrebbe alludere ai Fedeli
d’Amore nel quale riferendosi alla “donna angelicata” dice: «fa ’l de nostra fé
se non la crede». La “nostra fede”, a mio avviso, potrebbe essere l’adesione
ideologica alla setta; ho dubbi che qui il Bolognese stia parlando del Cattolice-
simo.

4. LA GENESI DELL’UMANESIMO
ITALIANO
l cosiddetto Umanesimo italiano, periodo della civiltà culturale post-

I medievale, ha avuto inizio con la coniazione del Fiorino, moneta creata in


Firenze nel 1252. Tutta la cultura umanistica mirò a fornire una giustifica-
zione all’attività umana legata al denaro e agli affari. Non c’entra nessun inte-
resse culturale genuino. Se si celebrò allora l’attivismo, assieme alle sue cause
e ai suoi effetti, ciò accadde principalmente nello spirito capitalistico introdot-
to dal Fiorino. Il quale seguito a breve dal Ducato veneziano, altra moneta
pregiata, costituì con questo la valuta più accreditata per molto tempo.
L’Umanesimo seguendo il copione della hegeliana nottola di Minerva,
intervenne a fornire la copertura ideologica nei confronti di una dinamica già
sorta. La nascita del sistema bancario alla fine del Medioevo non era compati-
14
Danilo
RADICI OCCIDENTALI Caruso

bile con l’illiberale totalitarismo cattolico. L’istituto rappresentato dalla banca


non può svilupparsi entro margini ristretti, dove gli incentivi ai consumi
mondani siano condannati. La condanna dell’edonismo, a tutti i livelli, soste-
nuta dal Cattolicesimo cozzava contro gli interessi di banchieri e imprenditori.
Il mettere al centro dell’attenzione l’essere umano nelle sue sfaccettatu-
re, in primis nella volontà attivistica (una ante litteram e sui generis teorizza-
zione del wille zur macht nietzschiano12), mirava a legittimare gli spazi gua-
dagnati dalla borghesia a scapito della Chiesa (tale dialettica culminerà nella
scissione luterana). Gli intellettuali umanisti italiani costituiscono effetti, epi-
goni, rispetto a una causa precedente in ogni senso. Per dirla in termini mar-
xiani: l’Umanesimo italiano è fenomeno “sovrastrutturale”. La città di Firenze
a partire dalla fine del Medioevo è centrale in tutta la faccenda: da un lato so-
stanziale a causa del Fiorino, dall’altro formale grazie alla nuova proposta so-
cioculturale messa su carta da autori legati in vario modo al Comune fiorenti-
no. A suo tempo Dante aveva visto il movimento emancipatore capitalistico e
lo aveva osteggiato13. Lo Stilnovismo in Italia, assieme alla Scuola siciliana,
rappresentò lo spartiacque fra ideologia cattolica restrittiva e smarcamento dal
controllo14. Guido Guinizelli si presenta come un umanista, nel senso nobile
del termine, nel momento in cui restituisce dignità alla figura femminile e alle
dinamiche libidiche. Questo non opera Dante, per cadere nell’integralismo
cattolico della “Commedia”15. Successore dantesco appare Francesco Petrarca.
Costui ama la lingua degli angeli più del volgare: il primato va dato alla Cri-
stianità quale sistema sociopolitico europeo, e non alle realtà inferiori con lin-
gua propria. La sua riscoperta dell’antichità possiede una mira reazionaria:
riportare alla mentalità patristica. Egli scimmiotta Agostino d’Ippona 16, re-
spinge una mentalità scientifica moderna, arriva a dire che la letteratura sia
superiore alla medicina (il che costituisce assurdità inaccettabile, assurdità che
era omogenea al sistema culturale della Chiesa medievale, dove le Sacre Scrit-
ture prevalevano sopra e impedivano il progresso scientifico). Simile dialettica
fra Rinascimento scientifico-filosofico e chiuso spirito di conservazione inte-
gralistica avrà i suoi due casi eclatanti esemplari nelle vicende di Giordano

12 Chi desiderasse ampliare può leggere nel mio saggio Filosofie sadiche (2021)
la parte recante il titolo Leopardi e Nietzsche: i profeti del male?.
13 Per approfondire indico il mio saggio indicato nel punto 4 della nota 5.
14 Chiarisco meglio qui a pag. 9.
15 Si veda nota 12.
16 Un approfondimento sul pensiero agostiniano nella parte recante il titolo

Nevrosi e irrazionalismo in Agostino d’Ippona nella mia opera segnalata al punto


3) della nota 5.
15
Danilo
RADICI OCCIDENTALI Caruso

Bruno e di Galileo Galilei. Il Petrarca rifiuta una moderna metodologia di in-


dagine razionalistica, in contrasto con la filosofia in genere, non solo con i ra-
zionalisti medievali. Non accetta l’interesse scientifico verso la Natura da par-
te di chi alla sua epoca si mostrava più avanti (si veda la scienza araba) legan-
dosi a un pensiero di matrice più religiosa che umanistica (qualunque sia il
significato che vogliamo dare all’aggettivo).
Francesco Petrarca raffigura un medievale integrale, la sua ricerca degli
antichi scrittori possiede sfondo reazionario (una cosa che si nota altresì in Le-
opardi17); il suo porre l’accento sull’individualità personale e la propria simpa-
tia nei confronti di sant’Agostino lo avvicinano al nevrotico Kierkegaard 18,
non allo status di “umanista” con cui viene celebrato. La Laura del primo rap-
presenta alla fin fine un’agostiniana bambola in funzione di esempio misogi-
no: la donna costituisce più causa di turbamento agli occhi di un uomo che di
benessere. Siamo agli antipodi di Guinizelli e su una posizione kierkegaardia-
na: il teologo di Copenaghen era pure filopatristico, e non rappresenta fanta-
scienza critica voler condurre un confronto fra gli effetti (disorientanti) pro-
dotti nei rispettivi casi da Regina Olsen e Laura. Quest’ultima viene definita in
apertura del canzoniere petrarchesco un errore di gioventù: «mio primo gio-
venile errore». Tutto ciò che si poteva nutrire a carico di tale Laura in termini
di trasporto erotico da parte del Petrarca viene seccamente condannato: «del
mio vaneggiar vergogna è ’l frutto, / e ’l pentersi, e ’l conoscer chiaramente
che quanto piace al mondo è breve sogno». Nei “Rerum vulgarium fragmen-
ta” l’autore parla di uno scampato pericolo analogo a quello dantesco al co-
spetto di Paolo e Francesca nell’inferno19. Il Petrarca, al pari di Dante, trasfor-
ma lo Stil Novo in distopia mediante una dialettica “Laura stilnovistica guini-
zelliana / Cattolicesimo patristico agostiniano”.
La morte di lei, sulla falsariga di quella di Beatrice, evoca auspici incon-
sci, soddisfazioni raggiunte nell’ottenimento di una liberazione dalla ianua
Diaboli, in relazione a un femminicidio: queste donne sono irraggiungibili, er-
go devono morire. Poi diventano bambole letterarie. In travagli nevrotici del
genere si scopre una legittimazione della caccia alle streghe. Sembra che la
Laura petrarchiana (conosciuta dal poeta sposata avente 16/17 anni) sia stata
un’antenata di Donatien Alphonse François de Sade20 in quanto moglie del
marchese Ugo de Sade, morta a 37/38 anni a causa della peste. Un filone della

17 Vedasi nota 11.


18 Leggendo il testo suggerito nel punto 6) della nota 5 si comprenderà meglio.
19 Si veda nota 12.
20 Chi avesse voglia di una analisi sadiana troverà nella mia pubblicazione Fi-

losofie sadiche (2021) un lavoro pertinente: La tanatolatria di de Sade.


16
Danilo
RADICI OCCIDENTALI Caruso

critica letteraria vorrebbe che ella sia nel canzoniere petrarchesco un simbolo
raffigurante la Poesia. Se Beatrice era diventata la Teologia, niente di strano
che questa divenga imago dell’ambizione artistica mondana del Petrarca con-
trapposta a un ideale più ristretto di religiosa impronta classico-ascetica. Co-
munque le letterature che egli condanna rimangono sempre quelle occitana e
stilnovistica, vale a dire quelle della “donna angelicata” e della libido positiva.
La Firenze del Fiorino mi rievoca per certi versi la Ionia presocratica con la sua
voglia di liberarsi dal mito e di approcciarsi alla physis in guisa non religiosa.
Ovviamente i due contesti storici sono molto diversi giacché distanti nello
spazio e nel tempo, ma nel loro fondo giace una volontà di superare i limiti
precedenti che non garantivano solidità all’espansione socioeconomica.
Il messaggio umanistico nel contrapporsi alla tradizione scolastico-
aristotelica si configurò all’inizio quale antirazionalistico, sulle posizioni pe-
trarchiane. Cosicché nell’intellettuale fiorentino Coluccio Salutati troviamo un
personaggio dai due volti: esaltatore dell’attivismo umano su un fronte, di-
sprezzatore del progresso scientifico dall’altro. La cosa tuttavia non appaia
strana poiché l’irrazionalismo è proprio del fenomeno capitalistico21, e il suo
comportamento non segue una logica di buon senso ma guarda soprattutto
alla logica del profitto. La scientificità avrà la sua rivincita funzionale nel tem-
po, notandone l’utilità ai fini del capitalismo: un mondo sconosciuto, mante-
nuto insicuro campo di attività non giova; è preferibile mantenersi dentro un
perimetro di gioco dove la scienza mantenga un arbitraggio sicuro a favore,
magari fornendo tecnologie a risvolto commerciale (pensiamo ad esempio
all’introduzione della stampa tipografica). La Chiesa non ebbe simpatia nei
riguardi del progresso scientifico perché questo metteva in crisi a beneficio
della libertà il dominio culturale e politico della prima: un modello negativo
nella sua configurazione formalmente analogo a quello non così tragico della
Ionia presocratica (là lo sviluppo filosofico in direzione da subito fisiologica
non comportò persecuzioni di matrice religiosa, fu un’attività molto più age-
vole). Il pericolo rappresentato dall’interesse scientifico coltivato nel Rinasci-
mento agli occhi dei cattolici integralisti provocherà l’estrema reazione eccle-
siastica: le ricordate vicende di Bruno e Galilei segnano un punto critico nella
storia in seguito al quale l’Europa ha avuto l’obiettivo di mettere all’angolo il
pesante avito condizionamento religioso. La marcia di liberazione capitalistica
era incominciata con l’Umanesimo fiorentino. Notiamo che il fine è quello di
ammorbidire e ribaltare l’antiedonismo cattolico, di dare dignità all’attività
speculativa economica. In tal senso una triade di umanisti legati allo spirito

21 Ho affrontato l’argomento nella mia monografia Critica dell’irrazionalismo


occidentale (2016).
17
Danilo
RADICI OCCIDENTALI Caruso

fiorentino si mostra molto rilevante nella comprensione della fenomenologia


esaminata: 1) Leonardo Bruni, 2) Poggio Bracciolini, 3) Leon Battista Alberti.
1) Il primo possiede idee benthamiane. Rivaluta la dimensione del pia-
cere nell’agire umano, rilegge in chiave attivistica l’etica aristotelica dove
l’obiettivo contemplativo della migliore vita umana diventa attività di pensie-
ro che si afferma nella realtà a produrre, e producendo fa conseguire virtù e
felicità. Tale argomento del conseguimento di una condizione felice mi ram-
menta la Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti nella quale si men-
ziona un “diritto alla felicità” quale lecita possibilità sottintesa della proprietà
privata. Intesa alla maniera di Max Weber nei contesti capitalistici, essa viene
presa in considerazione teorica, anche se non in quanto tale, nella cultura u-
manistica attraverso il tema della Fortuna (già presente in Dante con connota-
zione agostiniano-protestante). È l’antenata della “mano invisibile” di Adam
Smith, la quale Fortuna sviluppandosi sulle basi dell’antipelagianesimo di
Agostino d’Ippona giungerà in campo protestante strutturandosi come “pre-
destinazione” alla felicità terrena e celeste, nel primo caso col premio della ric-
chezza. Leon Battista Alberti affermò il primato dell’azione umana, nella mo-
dalità “virtuosa”, sulla Fortuna: il Caso può essere battuto grazie all’impegno
qualificato (la sostanza da conseguire è la medesima messa in luce nell’analisi
weberiana del Calvinismo: il successo dell’impresa, il contorno ideologico lai-
co o religioso alla fine si mostra un dettaglio di facciata).
2) Il secondo autore ricordato sopra, Poggio Bracciolini, ha sottolineato
il valore positivo (nell’ottica capitalistica) assunto dai soldi e dalla ricchezza
all’interno del sistema sociale, i quali danno luogo all’estetica artistica nelle
varie forme in cui si rende concreta.
3) Il terzo umanista della superiore triade, Leon Battista Alberti, prose-
gue la scia teorica capitalistica fiorentina. Nacque nel 1404 (forse a Genova).
La sua famiglia esiliata da Firenze nel 1337 era impegnata in attività imprendi-
toriali nel commercio. Egli continuò a celebrare l’attivismo umano conside-
randolo nella forma collettiva, perciò tematizzò l’importanza dell’architettura
urbana. Nell’assetto urbanistico, a suo avviso, deve riflettersi l’ordine natura-
le, il quale è anche ideale di virtù. La trattazione di questo umanista rivela due
segmenti di analisi che meritano di essere ben evidenziati. a) L’Alberti possie-
de un quid di massonico nel momento in cui fa dell’uomo un imitatore del
Grande Architetto dell’Universo che nella Natura pone il proprio edificio di
ordine. La “città albertina” è ante litteram massonica (pensiamo al progetto
della capitale americana Washington). b) L’edilizia, sul piano più materiale, è
sempre stata un’attività saliente nelle società a vocazione espansiva capitalisti-
ca. L’Alberti coglie alla perfezione il suo ruolo nella prospettiva di arricchi-
mento e di circolo della moneta (rammentiamo il New Deal rooseveltiano).
18
Danilo
RADICI OCCIDENTALI Caruso

Il letterato che può considerarsi sul serio primo umanista è il Giovanni


Boccaccio del “Decameron”, il Boccaccio bancario (quello dell’età più matura
si involvette sul sistema cattolico poiché perse la sua posizione lavorativa mo-
derna, e pertanto si adeguò giocoforza sulle posizioni reazionarie e misogine
del “Corbaccio”). Il capitalismo fiorentino trovò un’ottima spalla nel romano
Lorenzo Valla, che studiò da ragazzo forse pure a Firenze.
Il noto autore del “De falso credita et ementita Constantini donatione”
si riaggancia infatti alle posizioni filoedonistiche del Bruni, comunque su base
epicurea rimanendo nel confine cattolico, almeno in apparenza. Il salto da un
Valla paolino esaltatore di una forma attivistica nei canali delle virtù teologali
(fede, speranza, carità) a scapito del razionalismo verso lo huxleyano Brave
New World non è molto distante: il binario è quello accennato22. Del Valla, che
si guadagnò l’attenzione dell’Inquisizione, è da ricordare anche l’idea di una
Chiesa che abbandonasse l’agone politico: il che è stato l’ideale liberal-
massonico di sempre.
La tendenza a sbarazzarsi dell’invadenza ecclesiastica condusse gli
umanisti di natura capitalistica a contrapporre Platone all’Aristotele cattolico-
tomistico23. Una Accademia neoplatonica fiorentina venne fondata nel 1462
grazie a Cosimo de’ Medici dietro la suggestione del pensiero di Giorgio Ge-
misto (Pletone) fautore di un radicale ritorno a Platone e di una religione pla-
tonizzata depurata dal Cristianesimo. Dell’Accademia di Firenze tra gli altri
fecero parte Leon Battista Alberti, Marsilio Ficino e Lorenzo il Magnifico.
Quest’ultimo fu avversato dal Savonarola, estremista religioso che die-
de luogo a un fiorentino regno della follia, parente ideologico tutto sommato
dell’integralismo cattolico. Una cosa importante che mi preme ricordare a
proposito del Ficino è il fatto che James Hillman lo abbia indicato quale pre-
cursore dei contenuti della psicologia neojunghiana archetipica. Tengo a que-
sto dettaglio per via del collegamento che altrove ho fatto fra il Guinizelli e il
“processo di individuazione” di Jung.
In quella mia analisi legai lo stilnovista bolognese a Platone, e far nota-
re come Hillman veda spunti contenutistici di natura psicologica archetipica
in Ficino, altro autore più apertamente legato al platonismo, serve a rafforzare
l’impostazione che ho dato a quest’altro mio esame. In particolare Hillman dal
canto suo rileva in Ficino un precursore psicanalitico per via della centralità
assunta in questo dalla concretezza psichica dell’anima, la quale diventa
l’immediato punto di partenza nell’interagire e nel conoscere il Mondo: tutto il

22 Il senso del ragionamento apparirà più nitido mediante la lettura del mio
saggio Il capitalismo impazzito di Aldous Huxley (2015).
23 Riguardo a questo dettaglio indico il mio studio suggerito nella nota 3.

19
Danilo
RADICI OCCIDENTALI Caruso

resto (memoria, facoltà razionali) è in essa contenuto e posteriore; i livelli sim-


bolici della psiche sono di pertinenza dell’anima (dalla loro origine giungono
poi alla Ragione). A conclusione della presente analisi, in funzione di prosecu-
zione e approfondimento voglio segnalare un mio precedente studio dedicato
alla “Madonna del latte” di Jean Fouquet24.

5. GUERRA BIOLOGICA SINOFOBICA


IN JACK LONDON E PANDEMIA
SPAGNOLA NEL CORSO DELLA
GRANDE GUERRA
el 1910 fu pubblicato il racconto londoniano “The unparalleled inva-

N sion”25. Tale “incomparabile invasione” ha come bersaglio la Cina, si


svolge in un immaginario 1976 e viene condotta dalle potenze occi-
dentali con a capo gli USA mediante un attacco biologico. La narrazione di
London prende l’avvio dalla situazione mondiale a inizio del ’900 e via via si
sviluppa in modo immaginario in relazione alla crescita della Cina. L’autore
californiano prospetta un Impero cinese che, dopo essersi emancipato dalla
sudditanza politica nei confronti del Giappone e aver assimilato la tecnologia
industriale dell’Occidente, nell’arco del secolo, grazie alla sua filosofia di vita
e alla notevolissima espansione demografica, assurge in modo pacifico al gra-
do di prima forza produttrice e commerciale del pianeta. Il racconto trae sug-
gestione da aspetti di politica reale americana maturati a partire dalla seconda
metà dell’Ottocento quando iniziò l’emigrazione di massa cinese in direzione
della sponda occidentale degli USA. Tra le preoccupazioni che emersero in
breve tempo in seno all’opinione americana: la diffusione della prostituzione
femminile e la suggestione del concubinato al cospetto del regime matrimo-
niale monogamico; la manodopera offerta a costi bassi; nonché la paura che i
Cinesi portassero contagi dai quali fossero immuni. L’immigrazione cinese
alla volta degli Stati Uniti sebbene avesse offerto manovalanza conveniente
finì per allarmare i ceti dirigenti al punto di far emanare norme razziali con lo

24 La Madonna “pneumatica” e Lenina Crowne all’interno del mio saggio Note di


studio (2016).
25 A Jack London (1876-1916) ho dedicato metà di un mio saggio: Socialismo e

finzione letteraria in Aleksandr Bogdanov e Jack London (2017).


20
Danilo
RADICI OCCIDENTALI Caruso

scopo di frenare l’ingresso nel Paese. Nel 1852 lo Stato della California emanò
una legge che tassava mensilmente i lavoratori di provenienza estera. E il 26
aprile 1862 proseguì con un’altra legge che disincentivava l’afflusso migrato-
rio verso lo Stato californiano. Per rendere meno competitiva la prestazione
d’opera da parte dei Cinesi fu a loro imposta una tassa mensile attraverso una
legge federale (lo “Anti-coolie act” del 19 febbraio 1862). Il federale “Naturali-
zation act” del 1870 consentì ai provenienti dall’Africa di ricevere la cittadi-
nanza statunitense ed escluse gli immigrati giunti dall’Asia, nonostante il
Trattato di Burlingame di due anni prima avesse previsto liberi flussi emigra-
tori verso gli USA. Tra parentesi: il precedente “Naturalization act” del 1790
aveva impedito che i non bianchi potessero essere naturalizzati.
Nel 1873 la contea di San Francisco adottò un provvedimento che obbligava i
carcerati al taglio dei capelli corti (“Pigtail ordinance”), il che colpiva voluta-
mente in primis in funzione anti-immigratoria le treccine allora tradizionali
dei Cinesi lunghe dietro la schiena. Era possibile derogare all’ordinanza sani-
taria, comunque sospesa dal sindaco dell’epoca per via dei suoi contenuti xe-
nofobici, in tre modi: rimanendo in carcere più a lungo del dovuto; assogget-
tandosi a una multa; prestando un servizio supplementare alla pena
all’interno della prigione. Nei confronti di un Cinese di quei tempi il fatto di
tornare in Patria, dopo aver accumulato risparmi all’estero, senza treccina
rappresentava una cosa gravissima poiché quella coda di capelli costituiva il
simbolo del rispetto nei riguardi della monarchia imperiale. L’ordinanza sani-
taria di San Francisco fu presa a modello dallo Stato della California per ema-
nare il 3 aprile 1876 una legge analoga, la quale fu a sua volta dichiarata inco-
stituzionale dalla Corte suprema degli Stati Uniti perché discriminava in ma-
teria di omogenea tutela da offrirsi a tutte le persone presenti sul territorio
della federazione (XIV emendamento della Costituzione degli USA).
Del 3 marzo 1875 era tuttavia una legge federale (“Page act”) varata su
proposta di un deputato californiano a scapito dell’immigrazione di donne
asiatiche entrate nel territorio statunitense contro la volontà delle suddette e
grazie all’intervento di sfruttatori (questi sanzionabili con carcerazione e mul-
ta). Si guardava al circuito della prostituzione e si istituirono controlli sugli
ingressi delle donne cinesi, i quali furono incisivamente limitati (nel 1882 a
fronte di quasi 40.000 arrivi di Cinesi c’erano fra di loro poco più di un centi-
naio di donne). Intorno al 1880 c’erano circa 100.000 Cinesi negli Usa concen-
trati soprattutto in California. Questo Stato nel 1879 escluse dalla partecipa-
zione lavorativa i Cinesi presso le s.p.a. e il pubblico impiego.
Nel 1882 un primo progetto di legge federale avanzato da un senatore
californiano volto a fermare l’immigrazione cinese per un ventennio negli Sta-
ti Uniti fu respinto grazie al veto presidenziale poiché in contrasto con un ac-
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Danilo
RADICI OCCIDENTALI Caruso

cordo USA-Cina del 1880 il quale non chiudeva radicalmente le porte


all’emigrazione.
Nonostante ciò riproposto con durata decennale divenne legge. Emana-
to il 6 maggio 1882 il “Chinese exclusion act” stabiliva l’impossibilità di natu-
ralizzazione nei riguardi dei Cinesi residenti negli USA e la proibizione
dell’immigrazione al di fuori di particolari casi. Questa legge che in origine
comportava un’interdizione decennale fu rinnovata nel ’92 e venne fissata con
durata indefinita nel 1902. Fecero eccezione alla norma generale i soggetti di
nazionalità cinese appartenenti alle seguenti categorie: viaggiatori occasionali
temporanei, docenti/studenti, commercianti, appartenenti a corpo diplomati-
co. Nel 1889 la Corte suprema degli Stati Uniti decretò la regolarità del “Chi-
nese exclusion act”. La percezione negli ambienti sindacali all’epoca di Jack
London era che i capitalisti si servissero della manodopera cinese al fine di
mantenere bassi i livelli salariali. In seguito al “Chinese exclusion act” la pre-
senza cinese negli USA calò in un quarantennio da poco più di 100.000 a circa
60.000. La politica sinofobica americana spinse i Cinesi residenti negli Stati u-
niti ad aggregarsi in comunità solidali chiuse (China town) a scopo autopro-
tettivo. Queste aggregazioni furono in alcuni casi oggetto di violente aggres-
sioni razziste che provocarono vittime. Possiamo ricordare i casi di Rock
Springs nel 1885 e di Hells Canyon nel 1887. Il “Chinese exclusion act” fu sop-
presso il 17 dicembre 1943 a causa di una convenienza pratica, giacché i Cinesi
erano dalla parte americana nel corso del secondo conflitto mondiale contro i
Nipponici (le cui mire imperialistiche sono evocate da London in “The unpa-
ralleled invasion”). Nel 1948 il divieto californiano di matrimoni misti inter-
razziali fu sanzionato dalla Corte suprema degli Stati Uniti. Simili proibizioni
sulla falsariga californiana furono sanzionate in toto nell’ambito federale nel
1967. Il Congresso espresse il suo rincrescimento per il “Chinese exclusion
act” nel 2011-12 con due distinti pronunziamenti di Senato e Camera.
Lo Stato della California ha fatto qualcosa di analogo nel 2014. Chiusa
la rivisitazione storica e ritornando al filo della narrazione londoniana di “The
unparalleled invasion” è da dirsi che qui lo scrittore californiano dipinge i Ci-
nesi nel loro slancio espansivo globale quali pacifici, non inclini di propria ini-
ziativa all’opzione bellica, ma solo concentrati sui contenuti commerciali. È
dagli USA che viene fuori l’arma biologica di fronte all’inefficacia di un tenta-
tivo francese di invasione con gli strumenti militari di allora. La Cina al limite
badava soltanto a una guerra difensiva. Fu negli Stati Uniti che Jacobus La-
ningdale, «uno scienziato del tutto poco noto, un professore di servizio nei la-
boratori dello Health Office di New York» ideò in segreto di provocare uno
sterminio biologico nella enorme popolazione avversaria: «iI 19 settembre
1975 arrivò in Washington […], […] procedette diritto alla Casa Bianca, poiché
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Danilo
RADICI OCCIDENTALI Caruso

già aveva ottenuto un’udienza dal Presidente. Restò in privato con il Presiden-
te Moyer per tre ore. Quello che intercorse tra di loro non fu appreso dal resto
del mondo per lungo tempo».
L’epicentro di diffusione scelto per attuare l’indotta epidemia fu Pechi-
no e lo strumento un attacco biologico condotto dall’aviazione. Piccoli disposi-
tivi veicolanti contagio nel racconto sono presso i Cinesi causa oltre che di
morte e di decimazione irrimediabile anche di disordini autodistruttivi. Il
provocato genocidio cinese non ostacolò più una facile occupazione territoria-
le e la ricolonizzazione della Cina con genti occidentali. Jack London chiude la
sua fantastoria così fra i vincitori: «I rappresentanti delle nazioni del mondo
[…] s’impegnarono solennemente a mai usare inter se i metodi di guerra bio-
logica che avevano adottato nell’invadere la Cina».
Nella realtà concreta di non molti anni dopo dal racconto londoniano si
verificarono nello stesso spazio e nello stesso tempo: un’epidemia globale in-
fluenzale (denominata “spagnola”) e un conflitto bellico mondiale (il primo, la
Grande guerra). Data l’impostazione della presente analisi storico-letteraria
evocherò della storia reale nuovamente solo gli aspetti rilevanti per la temati-
ca esaminata, evitando dispersive integrazioni di fondo.
La prima cosa da dire è che al principio del 1918 la guerra mondiale
nell’Europa centrale nella linea di confronto che andava da La Manica
all’Adriatico era impantanata nello stallo cruento delle trincee. A marzo di
quell’anno i Tedeschi progettarono di sfondare a ovest verso la Francia. Il pia-
no che sembrava destinato al successo fallì per via della diffusione tra i soldati
di un’improvvisa patologia influenzale. I Tedeschi non sfondarono, ma anche
dalla parte opposta si accusò il colpo epidemico, compensato nel giugno del
1918 dall’arrivo del corpo militare americano intervenuto a sostegno
dell’Intesa. Una seconda cosa da ricordare è che, mentre le normali influenze
si manifestano nel periodo invernale, la “spagnola” ebbe un’incisiva comparsa
estiva nel suddetto contesto di guerra.
Gli Americani accusarono gli avversari tedeschi di aver usato un’arma
biologica. Le ipotesi degli studiosi sul luogo di provenienza del virus sono
formalmente divise e distinte. Prime avvisaglie di “spagnola” sono segnalate a
metà degli anni Dieci negli USA presso la zona di un campo militare destinato
all’addestramento, zona in cui poi venne certificata nel marzo del ’18. Nel con-
tinente europeo il centro di diffusione viene identificato a Ètaples, nel nord
della Francia, e nei relativi insediamenti di soldati: il veicolo di trasmissione si
circoscrive ai maiali.
La catena di trasmissione virale all’uomo ipotizzata dagli scienziati a ri-
troso dai maiali porterebbe alle anatre e prim’ancora a uccelli selvatici. Nel
mistero delle cause del virus in questione si pensa che esso abbia compiuto
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RADICI OCCIDENTALI Caruso

una mutazione pericolosa per gli umani nei maiali. Il genoma è stato sequen-
ziato negli anni ’90, però la genesi è restata avvolta dall’impossibilità di trova-
re certezze. Un’ulteriore ipotesi mirante a localizzare un punto di origine vira-
le parla della Cina del nord: nel novembre del ’17 fu accertata là dalla sanità
cinese la diffusione della “spagnola”.
Tale epidemia, assunta rapidamente a pandemia, incominciò la sua no-
torietà mediatica in Spagna (da ciò la denominazione), dove si manifestò nel
corso della seconda metà dell’inverno all’inizio del ’18. In Italia fu certificata
per la prima volta nel comune veneto di Sozzano a settembre. Nel frattempo,
per quanto concerne il conflitto bellico mondiale, giunsero sul continente eu-
ropeo a sostegno dell’Intesa i contingenti di soldati degli Stati Uniti a giugno.
In questo mese gli Austriaci provarono a sfondare il fronte italiano sul Piave,
però infruttuosamente.
La “spagnola” nel settembre del ’18 colpì l’Alta Italia durante la sua se-
conda ondata generale (partita a luglio), la quale fu connotata da un conside-
revole numero di morti e da una veloce diffusione nelle zone di guerra. Non si
è ben capito il passaggio all’aggressività superiore dalla prima alla seconda
ondata. Una variazione virale? Il concorso parallelo aggiuntivo di polmoniti
batteriche? Quel che si sa chiaramente è che l’epidemia provocò nel complesso
mezzo miliardo di contagi e cento milioni di decessi su una popolazione glo-
bale di circa due miliardi di esseri umani. I morti furono dunque intorno al 5%
e i contagiati al 25%.
L’aspettativa di vita media in seguito alla “spagnola” subì un calo di
più di un decennio. I soggetti più sensibili al fenomeno epidemico furono le
donne incinte, i ventenni e i trentenni. Si pensa che il sistema immunitario dei
giovani in questione producesse cascate citochiniche difensive sproporziona-
tamente grandi a differenza delle rimanenti fasce d’età.
Nel cuore dell’autunno del ’18 intanto l’alleanza occidentale Intesa-
USA rigettò indietro il tentativo di vittoriosa avanzata austro-tedesco vincen-
do la Prima guerra mondiale, fra i vincitori l’Italia. Da novembre di quell’anno
i contagiati furono sempre di meno, consentendo il transito alla terza più net-
tamente leggera ondata, scemata al principio del 1919. La storia politico-
militare dal canto suo a gennaio del ’19 contemplò la parigina conferenza di
pace dove gli USA del presidente Wilson giocarono un ruolo di primissimo
piano. Dell’epidemia spagnola degno di nota rammentare il fatto che il nonno
paterno di Donald Trump, Frederic, vi sia rimasto vittima. Nel corso della
pandemia gli scienziati di allora non riuscirono a inquadrare l’agente patoge-
no, si credeva trattarsi di un batterio; negli anni ’30 fu stabilito fosse un virus
influenzale. La pandemia “spagnola” colpì a tal punto la sensibilità comune
da rimanere nel tempo a venire un argomento storico quasi tabù.
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Indice

1. SUL BIBLICO “CANTICO DEI CANTICI” E SU GN 1,1 pag. 1

2. UN INQUIETANTE BRANO NEOTESTAMENTARIO:


EVANGELISMO ARMATO E AMBIGUO NUDISMO pag. 7

3. GUIDO GUINIZELLI E LA NASCITA


DELLA SISTEMATICA CACCIA ALLE STREGHE pag. 9

4. LA GENESI DELL’UMANESIMO ITALIANO pag. 14

5. GUERRA BIOLOGICA SINOFOBICA IN JACK LONDON


E PANDEMIA SPAGNOLA NEL CORSO DELLA GRANDE GUERRA pag. 20
Palermo
novembre 2021