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G I O R G I O R I C C I

Ai fasciti e connazionali di
CAPITAN PASTENE
ne 1 2 9 . ° anniversario ¿ e l l a
fondazione della Colonia
" N U O V A ITALIA"

10 M A R Z O 1 933 A XI E. F.
Capitan Pastene, 10 Marzo 1933 A. XI. E. F.

Fascisti e connazionali,
Forse per essere stato 3 anni lontano,
sento oggi il bisogno d'intrattenermi un
poco con voi a parlare di cose passate che
conviene ricordare e sopratutto dell'Italia
bella, indimenticabile, che lasciai sei mesi
fa e che vorrei rivedere presto, se fosse pos-
sibile, insieme a voi tutti.
Desidero incominciare con qualche cenno
sopra la genesi della nostra Colonia, special-
mente per i giovani che non videro il suo
nascere ed il suo sviluppo, affinché essi non
vogliano credere a certe false insinuazioni
che persone ignoranti e maligne sogliono
di quando in quando divulgare.
Sono trascorsi 30 anni da che, dopo avere
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esplorato questa terra sacra alla memoria
dei discendenti di Caupolican, Lautaro e
Colo-Colo, mi recai al mio paese natio per
invitare voi o i padri vostri a prendere
parte alla formazione e svolgimento d'una
impresa, che doveva risultare utile per tut-
ti i suoi partecipanti, oltre che umanitaria
patriottica e civile.
Dissi alla buona gente che desiderava
seguirmi che, alle condizioni stabilite nel
contratto (basato sull'offerta di 75 ettari
per famiglia), mediante lavoro assiduo e
costante della terra, sarebbe stato più fa-
cile che in Italia, per ragioni di territorio
e di popolazione, formarsi una posizione
finanziaria indipendente.
Siccome non chiedevo nulla ed offrivo
oltre al terreno gratis, anticipi in denaro per
il viaggio e tutte le facilitazioni ed assi-
stenze, non solo 100, ma migliaia di famiglie
avrebbero accettato il mio invito. Non
valsero a smorzare l'entusiasmo le cattive
affermazioni fatte circolare dagli invidiosi
o da chi non aveva interesse di perdere il
mezzadro, l'affittuario o l'operaio, e più
insistente fra tutte, quella della mia certa
scomparsa appena giunto in America e
ricevuto un buon compenso dal Governo
del Cile interessato nell' aumentare la popola-
zione. Questa scomparsa non ebbe luogo
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nemmeno quando, circa a meta viaggio,
giunti a Montevideo, lasciai il Piroscafo
proseguire con la spedizione verso Tal-
cahuano, per venirmene, con maggior spesa
ma con risparmio di 15 giorni, per via cor-
digliere, al Cile, onde accertarmi che foste
ricevuti nel miglior modo possibile in questa
terra a voi sconosciuta.
Allora anche fra di voi vi fu qualche sug-
gestionato che dubitò di me, dubbio che
fu subito dissipato e che il tempo, sommo
giudice, ha cancellato completamente, per-
ché non solo in quei giorni mi trovaste,
ma sempre aveste accanto mio fratello ed
altre persone della mia famiglia che di voi
si occuparono. Io stesso non vi ho mai
abbandonati ed anche oggi, dopo tanti an-
ni, sono qui fra voi con immutato affetto,
con lo stesso proposito di difendervi e di
proteggervi come fratelli.
Se al principio la vostra vita qua fu
un po' disagevole, dovevate comprendere
che s'incominciava dal nulla ma che tutto
il possibile sarebbe stato provveduto per-
ché noi, in coscienza, ci siam sempre cos-
tantemente interessati di voi.
Cosi fu esaudito il voto delle vostre
anime con la creazione di una Parrocchia
(Vice, in principio) dove poteste riunirvi
per elevare la mente e il cuore a Dio, quello
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stesso Dio che pregavate nelle vostre Chie-
se lontane e che vi fece sentire meno straniera
la nuova terra, perché da Lui benedetta,
perché da Lui raggiunta come buon Padre
che non abbandona i figli.
Se la Colonia si trovava lontana dai
centri civili, poco tempo dopo, con l'aiuto
dei buoni italiani di Valparaiso, i nostri
sforzi, il nostro ardente desiderio fu realiz-
zato con l'innaugurazione della ferrovia
che ci allacciò alla rete dello Stato.
Le promesse sono state onestamente man-
tenute ed anche l'indipendenza economi-
ca raggiunta da tutti coloro che mi segui-
rono col fermo proposito di stabilirsi nel
proprio terreno e di coltivarlo amorevol-
mente senza lasciarsi turbare da cattivi
consiglieri.
Non bisogna prendere in considerazione
quei pochi che non vollero la terra perché
s'erano arruolati col disonesto intento di
ottenere il viaggio gratuito per l'America,
né quelli che si lasciarono trascinare fuori
della Colonia da falsi redentori e nemmeno
quei pochi ai quali mancò la capacità, la
costanza, la fede nella terra e fecero come
quei cane che passando il ruscello lasciò
cadere il pane che aveva, per abboccarne
un altro più grande, che gli parve veder
sotto l'acqua cristallina, ma che non era
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altro che l'immagine riflessa di quel che
teneva fra i denti.
Il contratto stipulato in conformità alle
leggi italiane e cilene fu, sotto ogni rap-
porto, rispettato e voi o meglio i miei
arruolati, ebbero tutti la quantità di terreno
che loro spettava, terreno della cui bontà
sarebbe inutile parlare ora. Un solo caso
però, voglio ricordarvi a prova di quanto
sia risultata generosa questa terra per chi
ha saputo accarezzarla con la zappa e
l'aratro. Il Sig. Zanetti Bartolomeo Lodo-
vico, (il quale avrà la bontà di perdonare la
libertà che mi prendo), come tutti sapete,
per umano errore, vendette il lotto che
ebbe gratuitamente e portò il ricavato in
Italia dove si accorse presto di aver preso
male le misure.. .
Ritornò, sempre accompagnato dalla sua
numerosa famiglia, sostò al Brasile, all'Uru-
guay, all'Argentina cercando inutilmente
fortuna, finché ricomparve qua, dopo vari
anni di peregrinazioni, senza un quattrino,
per mettersi a lavorare quale mezzadro
del Signor Riickert di Lumaco.
Raggranellato un po' di denaro, comprò
nella nostra Colonia un pezzetto di terreno
e, non ostante la tremenda malattia che lo
privò quasi completamente della vista, riu-
scì, con l'assiduo lavoro, a farlo fruttar tan-
to da poter, mediante nuovi acquisti, au-
mentare la sua piccola proprietà alla bella
estensione di circa mille ettari, popolati da
molto bestiame, ecc, ed oggi può chiamarsi
ricco più di quanto avesse mai sognato
diventare. Si diede conto in tempo di aver
scambiato il pane con l'immagine gonfia
del medesimo per ritornare sulla buona
via, riacquistare il terreno perduto e rag-
giungere, anzi oltrepassare molti suoi com-
pagni.
Questo prova che se non tutti gli agri-
coltori fecero uguale fortuna, non fu per
colpa della terra ma perché, come in na-
tura non esistono due foglie perfettamente
identiche cosi il Creatore non ha fatto due
uomini uguali ed ogn'uno di noi rende per
quel tanto che natura, educazione e buona
volontà gli permettono dare.
Se noi 30 anni fa, invece di ripartire
7,500 ettari fra 100 famiglie, avessimo po-
tuto distribuire in parti uguali la terra del
mondo fra tutti i proletari dell'Universo,
ora la differenza di condizioni sarebbe pre-
cisa o più grande di quella che esiste. La
constatazione che voi potete fare sull'espe-
rimento pratico di ugual distribuzione di
capitale che é stato fatto in questo piccolo
lembo di terra, serva a dimostrarvi chiara-
mente come é impossibile raggiungere l'u-
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Suagìianza economico sociale che van pre-
dicando quei vagabondi criminali i quali
vorrebbero far credere al popolo ignorante
che egli ha diritto di esigerla e che potrebbe
ottenerla.
Questi utopisti male intenzionati, che per
loschi istinti di oziosità non seppero o non
vollero con l'onesto lavoro guadagnarsi un
posto onorato nella vita, cercano con parole
assurde e con promesse di felicità irrealiz-
zabile sorprendere la buona fede degl'in-
genui e l'alleanza dei vagabondi loro simili
per derubare alla gente economica e labo-
riosa il frutto delle sue fatiche. Le misere
condizioni della Russia comunista dove i
lavoratori, privati dei santi affetti della
famiglia e della religione, schiacciati dalla
più mostruosa fatica, sono costretti a divi-
dere il loro pane con un esercito di vaga-
bondi, senza speranza di veder mutate le
loro condizioni, danno ben triste spettacolo
dei dolorosi risultati a cui portano queste
false teorie. Auguriamoci che col tempo,
anche la Russia ribelle possa ritrovare il
giusto cammino dove ogni uomo sia libero
di mettersi al posto che saprà guada-
gnare col suo proprio valore. Non lasciamoci
dunque abbagliare da diaboliche promesse
sul «sol dell'avvenire», accontentiamoci del
tiepido sole presente che con tanta genero-
li
sitá illumina e feconda questa bella terra
araucana dalla quale noi tutti ricavammo
e ricaviamo benessere anche in questi tempi
di tremenda crisi mondiale. Se il nostro
avere non potrà aumentare durante la pre-
sente anormalità, la nostra terra non ci
lascierá mai senza pane.
Da questo risulta che non possiano di-
sconoscere il benefìcio riportato nell'aver
preso parte all'impresa colonizzatrice e in
segno di gratitudine vada il nostro benau-
gurate saluto a tutti quei buoni italiani
di Valparaiso che ci diedero generosamente
la mano quando certe difficoltà ostacola-
rono la marcia dell'impresa.
Il Governo del Cile ha raggiunto comple-
tamente lo scopo che ebbe in vista al con-
cedere i terreni e cioè, di aumentare la popo-
lazione, perché, non ostante coloro che
come ho detto abbandonarono, al principio,
la Colonia, pur rimanendo in Cile, i pochi
rimpatriati ed i morti, il numero di abitanti
portato dall'Italia, non solo si é mantenu-
to, ma dall'ultimo censimento risulta au-
mentato ossia le 100 famiglie fondatrici
della «Nuova Italia», che si componevano
di 600 persone circa ora sono 115 con un
totale di 700 persone.
E se a voi tutti, miei connazionali, io
desidero destare un fremito di amore per
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la nostra bella Patria lontana che ci diede
l'esistenza, debbo con voi convenire che i
nostri nepoti, nati in Cile, ameranno
questa terra come Patria loro, pur ricor-
dando con simpatia ed orgoglio quella dei
loro avi.
Ritornando a noi, cosa abbiamo fatto per-
ché la nostra impresa potesse chiamarsi
patriottica?
In primo luogo battezzammo la Colonia
col nome di «Nuova Italia» a perenne ri-
cordo della dolce terra che diede i natali ai
suoi fondatori e chiamammo «Capitan
Pastene» la piccola capitale, in memoria
dell'Illustre patriotta fondatore di Valpa-
raiso che con l'opera sua onorò l'italia nos-
tra, in queste lontane contrade. Denomi-
nammo le piazze e le vie di questa cittadina
alternando nomi italianissimi con quelli di
cileni insigni. Cosi, ad esempio, Piazza
«Luis Antonio Vergara» trovasi fra le vie
«ROMA», «Arturo Prat», «Dante» e «Pedro
Montt». S'incrociano le vie «Cucchi Boas-
so», «Giuseppe Verdi», «Giuseppe Maz-
zini» con «José M. Balmaceda», «Barros
Arana» e «Caupolican». Intendemmo sim-
boleggiare in tal guisa una Bandiera signi-
ficante affetto per la Patria amata e rico-
noscenza per Cile che generosamente ci
ospitava.
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In ricordo dell'Italia, voi o i vostri padri,
dettero alle nuove residenze i nomi dei
casolari nativi e noi ancora, sempre animati
dallo stesso amore, volemmo chiamare «Sa-
voia» la prima stazione ferroviaria che
costruimmo per la Colonia: questo nome
ricorderà ai passanti il motto tradizionale
dell'Augusta Casa, il «Sempre avanti Sa-
voia» che sarà interpretato quale monito ai
nostri a sempre meglio operare per il bene
del Cile, in onore all'Italia. E persino vo-
lemmo che il Patrono della Parrocchia fosse
di origine italiana e come risulta dal De-
creto Supremo N.° 1288 del 27 ottobre
1916, che approvò «el Auto» N.° 757 del
29 settembre 1916, dell'Illustrissimo Ves-
covo di Concepcion, il designato fu S.
Filippo Neri, fiorentino.
Non solo nei nomi fu onorata l'Italia ma
anche con le opere e principale, fra tutte,
degna di sincero encomio, é stata quella
svolta da Paolo Rosati il quale con vera
abnegazione ha impartito, quasi gratuita-
mente, per circa un quarto di secolo, istru-
zione italiana nella scuola cilena di qui,
ai figli dei connazionali ed agli altri che la
desiderarono. Tutto ciò ha contribuito a
mantenere vivo quel nobile sentimento d'a-
mor patrio che non si cancella nel cuore
degli italiani di sangue gentile e che si ma-
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nifestó più forte che mai quando la Grande
Madre chiamò i suoi figli a difenderla. Ris-
pondemmo tutti all'appello e i chiamati
alle armi si portarono a Concepción a dispo-
sizione dell'autorità Consolare. Disgrazia-
tamente un contrordine da Roma (?) sospese
la partenza e solo chi poté proseguire a sue
spese, passò le cordigliere e andò ad im-
barcarsi a Buenos Ayres per l'Italia.
Alberto Iubini, Domenico Paci, Paolo
Ricci, Gino Ricci, Giuseppe Balbo, Enri-
co Barbieri, Stefano Vivalda e Giovanni
Balocchi, rappresentarono la «Nuova Ita-
lia» nelle trincee fronte al nemico, nella
Grande Guerra mondiale, ritornando vit-
toriosi e amareggiati dal nero nem-
bo di diffamazione e di distruzione che in-
cominciava ad avvolgere l'Italia, già dis-
sanguata dall'immane lotta.
A questo proposito ricordiamo come vi
furono nel nostro bel Paese antipatriotti
i quali, prima della guerra, cercarono di
mascherare la loro vigliaccheria sostenen-
do la tesi del non intervento e s'imbosca-
rono o disertarono; e dopo la guerra pre-
tesero coprire, con subdole macchinazioni,
la bella e grande Vittoria riportata dalle nos-
tre Armi. Approfittarono quei traditori
dei momenti di confusione occasionati dal
licenziamento delle truppe e spostamento
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inerente delle masse operaie, per incitarle
alla ribellione e all'anarchia.
L'unica soluzione per quelle canaglie sa-
rebbe stata di riuscire a far credere al po-
polo italiano che la Vittoria non era stata
nostra, nonostante i 600 mila combattenti
morti ed il numero pili grande ancora di
mutilati, poiché essa appunto costituiva la
loro morte politica e morale. Siccome per
disgrazia é sempre più facile inclinare le
masse popolari verso il male che verso il
bene (com'è più facile demolire che cos-
truire), i famosi internazionalisti, stante
l'esistenza d'un Governo pusillanime, erano
riusciti a spingere in un caos oscurissimo
la nostra Italia.
Le notizie che il telegrafo portava qua,
nell'ultimo canton del mondo, erano gior-
no per giorno più confuse; l'allegria che la
cessazione della guerra aveva colmato il
cuore di ogni italiano, ovunque si trovasse,
sembrava si fosse trasformata, in poche
settimane, in mortificazione e avvilimento.
Noi sentivamo sempre più forte l'impres-
sione dolorosa ed il timore che all'Italia
potesse sopravvenire qualcosa di catastro-
fico e d'irreparabile, Tempi di ansiosa preoc-
cupazione e di tristezza profonda furono
quelli.
Il nostro indimenticabile amico Marco
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Martinelli, che dopo il suo rimpatrio e fino
alla morte ricordò con affetto questa Colo-
nia, ci teneva informati minutamente ri-
guardo all'Italia, e dopo varie lettere dipin-
genti il pericolo nero del 1918-19, scrisse
finalmente, fra le altre, queste fatidiche
parole: «L'Itali? nostra non sarà travolta
dal Russo maledetto bolscevismo; l'Iride
di pace e di giustizia é comparsa sul nostro
bel cielo; Benito Mussolini, Grande inter-
ventore e forte intervenuto, cervello equi-
libratissimo, cuore d'oro e volontà d'ac-
ciaio ha preso la patriottica iniziativa di
fare appello alla giovinezza italiana, alla
parte sana e consciente della nazione per
far fronte ai fanatizzatori e ai fanatizzati
con le utopie bolsceviche, massimaliste o
anarchiche. L'appello ha svegliato l'entu-
siasmo precursore dell'esito sicuro: l'Italia
verrà, in poco tempo, disinfettata e sanata
dalla cancrena che i vigliacchi suoi nemici
hanno diabolicamente saputo infiltrare nel
suo organismo sociale. Dio aiuterà Mussoli-
ni nell'opera santa di redenzione».
Quando ricevetti questa lettera, alla po-
sta, ero accompagnato da Guglielmo Fulgeri
che fu sempre fra i più entusiasti della no-
stra Colonia e buon patriotta, e gli lessi subi-
to le accennate parole. Egli che, come sa-
pete, si emozionava facilmente, al sentir
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parlare in tale guisa delle speranze di ri-
vedere la Patria purificata, cogli occhi pieni
di lagrime esclamò: Viva Mussolini, Viva
L'Italia!!
Quell'adesione spontanea all'opera del
Duce e gli unanimi entusiastici commenti
che se ne fecero il giorno stesso, rappresen-
tarono la base fondamentale del nostro
Fascio, il quale, di fatto, rimase in quei gior-
ni costituito e in seguito sistemato dai ca-
merati Cap. Giuseppe Balbo, Alberto Ricci
e Paolo Rosati.
Io poi, come sapete, fui colpito in pieno
da una di quelle disgrazie famigliari che ab-
battono moralmente anche gli esseri più
forti: questo fatto ed altre cose, m'indus-
sero a rimpatriare lasciandovi completa-
mente indipendenti, padroni assoluti delle
vostre terre, con ferrovia ed il servizio re-
ligioso sistemati: avevo copiuto tutte le
promesse che vi avevo fatte, e mentre mio
fratello rimaneva con voi, me ne andai in
Italia a lavorare ancora pro-Patria.
Troppo lungo risulterebbe il mio dire
se volessi farvi una esposizione dettagliata
delle condizioni in cui tro vavasi l'Italia al
mio arrivo. Meglio dimenticare queste tri-
stissime pagine della storia italiana che voi,
del resto conoscete più o meno, per le
descrizioni che se ne facevano in quei tempi
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nei giornali di tutto il mondo a maggior
dolore e vergogna nostra.
Eleviamo invece il nostro spirito nella
gioiosa e superba considerazione della gran-
de opera realizzata dal Fascismo, tanto nella
ricomposizione dell'armonia sociale quanto
in tutti i rami dell'umana attività, che dal
disordine e confusione più grande che dir
si possa, ha dato all'Italia la pace e la con-
cordia migliori.
Scuole, ospedali, acquedotti, strade ecc,
sono state costrutte in ogni località o paesel-
lo dove facevano mancanza. Molte Città,
in beneficio dell'igiene e dell'estetica sono
state trasformate in tale maniera da non
essere riconosciute da chi le rivede dopo
breve assenza.
Come prova di questo asserto, e come un
esempio, mi permetto tradurvi dallo spa-
gnuolo il bell'articolo, sulla Città di Roma,
che l'Illustre scrittore cileno don Carlo
Silva Yildósola ha pubblicato, giorni sono,
nei giornali principali di questa Repubblica,
con apprezzamenti importanti sulla perso-
nalità universale del Capo del nostro Go-
verno e Duce del Fascismo. Scrive il Signor
Silva Yildósola:
«La marcia su ROMA rivelò al mondo,
10 anni or sono, che esisteva un uomo chia-
mato Benito Mussolini, capace di porre fre-
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no alla più disperata anarchia e di dare al
paese un'organizzazione di ordine e di pa-
ce sociale. Il mondo sorrise malignamente.
Un uomo, fino allora sconosciuto, che non
era annoverato fra gli statisti italiani, che
non aveva preso parte alle Conferenze in-
ternazionali del dopo guerra, un semplice
cittadino in camicia nera che aveva inse-
gnato ai suoi seguaci a fare certo saluto roma-
no, non poteva essere se non una figura di
secondaria importanza il cui effimero po-
tere sarebbe tramontato in breve.
In seguito venne di moda in Europa
e in tutte le parti del mondo di burlarsi di
Mussolini. La caricatura sapeva ben ap-
profittare dei suoi gesti drammatici, delle
sue frasi declamatorie, delle sue invoca-
zioni al passato latino, delle sue audacie,
della sua sicurezza in se stesso e nel partito
che lo seguiva.
Sono bastati 10 anni perché il mondo
modifichi sostanzialmente il suo giudizio
sopra Mussolini. La stampa inglese fu la
prima che considerando onestamente i suc-
cessi da Lui ottenuti, riconobbe che Egli
aveva dato all'Italia l'unica organizzazione
politica, economica e sociale realmente ori-
ginale inventata dopo la guerra per rimpiaz-
zare il parlamentarismo.
Poco a poco, pensatori eminenti incomin-
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ciarono a giungere in Italia: venivano dalla
Francia, dagli Stati Uniti, dall'Inghilterra
e dalla Germania e descrivevano la rina-
scita della nazione, il contrasto tra l'ordine,
il lavoro, il rapido aumento di ricchezza
nel paese e il disordine, la miseria, la rovina,
la caotica lotta degli anni che seguirono
il trattato di Yersalles.
Ed oggi, con l'Italia in pace e in pieno
godimento di una delle situazioni economi-
che più solide d'Europa, in fervente progres-
so intellettuale e materiale, Mussolini ha
finito per ricevere la rispettosa ammira-
zione di tutto il mondo.
Basta leggere i giornali e più che i giornali
le riviste persino dei paesi tanto pieni di
pregiudizi anti-italiani come la Francia, per
comprendere che il'Fascismo può essere ed
é molto discusso come teoria politica, però,
non gli si può fare nessun commento sfavo-
revole nei risultati che ha dato in Italia.
Negli ultimi tempi gli scrittori europei
si sono particolarmente interessati nel consi-
derare l'azione svolta dal Fascismo e quella
svolta personalmente da Mussolini nella
trasformazione di ROMA.
Un redattore della Revue Des Deux Mon-
des, M. Louis Guillet, consacra in uno degli
ultimi numeri di questa pubblicazione, la
più rappresentativa di Francia, uno studio
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esteso e brillantissimo su questa materia
e dà notizie tali che tutti gli amatori di
ROMA e che si sentono cittadini di essa come
Capitale del genio latino, riceveranno con
gioia e quasi si potrebbe dire con orgo-
glio.
Non ci avevano umiliati abbastanza con
la teoria tanto in voga alla fine del secolo
XIX sopra la superiorità della razza anglo-
sassone?
Ed ora? Le tre nazioni latine possono sfi-
dare, senza timore, il confronto con le altre
nazioni d'Europa per la prosperità econo-
mica di cui godono, per la consistenza del-
l'organizzazione sociale e per il progresso
ininterrotto non ostante i tempi tormentosi
in cui viviamo. E fra esse l'Italia, abbattuta
fino a veder pericolare la sua integrità na-
zionale, minacciata di cadere nell'anarchia
e veder affogata la sua coltura, si alza di
nuovo con quel potere di resurrezione che
tante volte ha messo nella sua storia la pa-
rola «Risorgimento» e trasforma la sua
Capitale gloriosa affinché possa contenere i
suoi nuovi destini.
Dal tempo in cui il Barone Hausmann
faceva abbattere le vecchie case di Parigi
per lasciare entrare l'aria nel cuore della
Città scoprendo al mondo la belle za dei
suoi monumenti antichi e innalzandone
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altri non meno belli, nulla é stato fatto pa-
ragonabile all'opera realizzata in ROMA.
La Città che prima della guerra contava
500 mila abitanti, ne raccoglie oggi più
d'un milione. Ritorna alla popolazione della
ROMA dei Cesari e non é più contenuta negli
stretti confini della ROMA decadente duran-
te tutta l'età di mezzo: che nel periodo del
rinascimento riesci ad interessare appena
dal punto di vista artistico, che convertita
in Capitale del Regno d'Italia unificato,
non dispose mai di una forte volontà che
la scuotesse dal suo sonno millennario.
ROMA di oggi si muove, vive si agita nel-
l'attività intensa di una Città moderna, però
non rinnega il suo passato che é il più po-
tente stimolo per il suo avvenire. Vuole
conservare i suoi monumenti, disseppelire
quelli che la negligenza, nei secoli passati,
aveva lasciato sommergere sotto strati di
edifici volgari e di pavimenti profanatori.
Era necessario intraprendere un'opera mul-
tiple: creare nuovi rioni accanto alla ROMA
antica per dare alloggio al crescente numero
di abitanti ed a coloro che dovevano disoc-
cupare le case che era necessario demolire.
Liberai'e i monumenti delle grandi epoche;
Repubblica, Impero, dominazione Papale,
rinascimento, dalle escrescenze che vi si
erano aderite come molluschi nella lunga
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navigazione attraverso i secoli: creare pro-
spettive superbe degne della grandezza che
evoca il solo nome di ROMA. Scavare da
tutte le parti, demolendo, sopprimendo, apren-
do le viscere di ROMA fino a molti metri di
profondità per scoprire i resti dell'epoca
imperiale ed altri ancor più antichi che gia-
cevano sepolti.
E questo é ciò che ha fatto una legione di
scienziati, d'ingegneri, d'architetti, di ar-
tisti, di archeologhi di storiografi sotto
l'impulso personale e diretto di Benito Mus-
solini. Lo ha detto Lui stesso a Louis Guil-
let in una conversazione che lo mostra ben
diverso da come voleva presentarlo la cari-
catura: sereno, riflessivo tutto senso pra-
tico, con una potenza immaginativa ge-
niale e un senso intuitivo meraviglioso della
storia di ROMA e della psicologia del popolo
romano.
Mussolini lavorando alla nuova ROMA
ha proceduto col triplice criterio dell'este-
tica, dell'igiene e del transito che egli ha
saputo perfettamente armonizzare: «amo la
vita moderna, amo il movimento, mi piace
che i taxis corrano nel mezzo della Città
antica».
Risuscitano i Fori successivi di ROMA; in
questi anni fascisti si sono scoperte, spesso,
rovine della vita romana, più grandiose e
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più suggestive di quelle che tanti milioni
di viaggiatori hanno ammirato.
Cadono le taverne, le scuderie, le misere
casacce che nascondevano il Campidoglio.
Questa sacra collina dalla quale deriva tutta
la vita politica del mondo occidentale, que-
sto Campidoglio (il cui nome risuona negli
Stati Uniti dove si erige un palazzo cosi
chiamato in ogn'una delle Capitali, come
centro di vita civica) appare di nuovo
maestoso templio, libero da parassiti.
La Rupe Tarpea che non suscitava nes-
suna impressione e pareva persino ridicola,
per le aderenze che la coprivano, ha di
nuovo acquistato il carattere d'un precipi-
zio come nei tempi del suo tragico uso.
Rettificata Piazza Venezia, rimane nel
fondo il monumento colossale a Vittorio
Emanuele e dalla Piazza stessa partono,
giungendo fino ai monti Sabini e fino al
mare, due immensi viali, due arterie stradali
grandiose che offrono prospettive uniche
nel mondo, passando accanto ai monumenti
più straordinari, le rovine più eloquenti, i
ricordi più illustri della storia d'Europa di
due mila anni. «Questo panorama, dice
Guillet, parlando della nuova «Via Imperia-
le» non ha l'uguale e rimane classificato come
il primo dell'Universo. Nessuna Capitale
d'Europa può offrirne uno somigliante
25
La specie d'«Y» che formano i due gran-
di rami stradali abbraccia tutta la valle del
Foro, il Palatino e il Monte Celio fino pas-
sata la Villa Mattei e le Terme di Cara-
calla.
Il Colosseo rimane ora dentro ROMA,
staccato dalle barriere che lo allontanavano
dal centro della Città moderna. E tutto
questo é dominio sacro; nessuno potrà più
toccarlo. Nessuno potrà, in avvenire, per-
turbare la prodigiosa veduta del Giani-
colo, l'isola del Tevere, la parte dell'Av-
ventino che guarda sul Fiume e tante altre
bellezze che si trovavano semi nascoste.
Tutta questa zona di meraviglie si prolun-
ga fino alla Via Appia, entra nell'agro ro-
mano, affidato finalmente alla coltivazione
e va morendo poco a poco in mezzo ai cam-
pi fertilizzati riacquistando il suo carattere
di sogno e di divina solitudine.
Di questa Valle dei Fori parla Ovidio nei
suoi Fasti: «Erano umidi pantani dove il
fiume versava l'eccesso delle sue acque; il
Velabro per dove oggi andiamo ai giuochi
del Circo, non era altro che un campo di sa-
lici e di sterili canneti».
I Fori! Tutta la vita romana passava per
essi ed ora sarà facile al viaggiatore imma-
ginarla, sentirla, viverla, Bisognerebbe pas-
seggiare per la nuova Via Imperiale por-
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tando un testo di Plauto; in una delle sue
commedie intitolata «Curculio» il corifeo
spiega agli spettatori l'ambiente in cui l'ope-
ra va svolgendosi: «vi andiamo a presentare
un luogo nel quale si riuniscono tutti i tipi
umani viventi sulla terra, gli uomini vi-
ziosi e gli uomini senza vizi, i furfanti e gli
onesti. Cercate uno spergiuro? Andate al
Comitium.
Un bugiardo e un presuntuoso? Al santua-
rio di Cloacina.. .
Tutti questi luoghi di riunione degli an-
tichi romani che si trovavano nascosti,
sotterrati, ora formano un insieme porten-
toso per l'ammirazione dell'umanità civi-
lizzata.
Però han fatto anche un Foro Mussolini?
Si, han fatto il più grande Stadio del mondo
per il suo aspetto monumentale, le magni-
fiche proporzioni, l'armonia e la solidità della
costruzione.
Renato Ricci, di Carrara uno degli abili
aiutanti del Duce, in questo titanico lavoro
della trasformazione di ROMA, vi ha prodi-
gato il marmo smagliante della sua terra
natale.
Ha fatto, dice Guillet, una scuola di col-
tura completa, una palestra, una specie di
accademia modello, stadio, pista per le
corse, campo per tutti gli sport. I monu-
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menti sono di stile classico, rinascimento
moderato, limpido, ringiovanito. E a fian-
co del Tevere, ai piedi del monte Mario,
in una posizione incantevole, la immensa
piscina di marmo, circondata dalle statue
degli atleti, ossequio di tutte le Città d'Ita-
lia, formanti una corona umana animata,
una famiglia di fratelli del Davide di Mi-
chelangelo. Li va la gioventù romana di
oggi e andrà quella dei secoli futuri per i
suoi esercizi e per la sua coltura fisica, per
la sua preparazione civica e la sua educa-
zione integrale.
Questo é il Foro Mussolini.
Sparisce la ROMA che amò Goethe,
quella che Stendhal senti attraverso l'anima
delle donne incantatrici, quella che Hubert
Robert fissò nei suoi quadri, ROMA dai resti
architettonici attaccati a vecchie pietre
memorabili, piena di contrasti simpatici, di
miseria presente aderita a grandezze pas-
sate.
Sparisce la Città sonnolenta di Pio IX,
la cui pace meridiana era appena interrotta
dalle processioni. Però, la ROMA secolare, la
ROMA Millennaria e la ROMA nervosa di
oggi con le sue molteplici necessità, acqui-
stano ora vita nuova, l'una a fianco dell'al-
tra.
E quando, per dar principio all'anno
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Santo, il Papa Pio XI, andrà a S. Giovan-
ni Laterano acclamato per la prima volta,
dopo 60 anni, per le strade della Capitale,
dall'alto della Sedia Gestatoria i suoi occhi
amanti della coltura, il suo spirito di uma-
nista, di latino puro e di studioso della sto-
ria, vedran con meraviglia questa resurrezio-
ne di tanto prodigio e giudicherà molto
opportuni i colpi di piccone che abbat-
tevano le orride escrescenze.
E Mussolini avrà ragione di sentirsi orgo-
glioso d'aver dato agli eruditi ed agli aman-
ti della bellezza, tanto godimento degli
occhi e della intelligenza, agl'inquieti spiri-
ti moderni ampiezza di vita per l'esistenza
agitata dell'epoca nostra e nuovi rioni
igienici, alle coscienze la pace che rappresen-
ta questo primo passaggio del Pontefice
p e r le v i e d i ROMA».
Connazionali carissimi, dopo di questa
relazione scritta da uno straniero, sciopera-
no i commenti.
Il Fascismo, voi lo sapete, mentre difen-
deva la Patria difendeva anche la nostra
religione; mentre fece sparire dal cielo
d'Italia la tempesta, che solo può credere
quanto fosse grande e tremenda chi la vide,
liberò dalla persecuzione l'esercizio del Culto
divino che era, può dirsi, proibito dagli
emuli di Lenin. I Crocifìssi, grazie al Fa-
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scio, rientrarono nelle scuole e in tutti gli
uffici pubblici.
L'enorme bene che il Fascismo ha fatto
all'Italia ed alla cristianità in questi 14
anni circa, di esistenza, é oggi da tutte le
persone coscienti onestamente riconosciuto
e ammirato. Il Duce di questa milizia civile
che ha saputo salvare la Patria, ha anche
indicato alle nazioni del mondo quel'é la
via d'uscita dal caos in cui tutte, più o
meno, si trovano smarrite; Dio voglia che
l'orgoglio umano permetta ad esse di ascol-
tare il saggio consiglio per il bene dell'intera
umanità.
Ed ora, Fascisti e cittadini di Capitan
Pastene, esaminiamo il nostro caso di esuli
volontari dalla Patria.
A qualcuno di voi potrebbero essere rivol-
te domande simili a queste: Se il Fascismo é
una milizia civile agli ordini del Duce, al
servizio dello Stato fascista, essendo il Du-
ce ed il suo Stato a 20 mila chilometri dis-
tante dal Cile, perché deve esistere qua il
Fascio? Come potrebbero questi fascisti
mantenere il giuramento che dice: «Nel
nome di Dio e dell'Italia giuro di eseguire
gli ordini del Duce e di servire con tutte le
mie forze e se é necessario col mio sangue, la
causa della Rivoluzione Fascista», di qua,
in capo al mondo?
30
Mussolini é stato e sarà un brav'uomo;
l'Italia sarà bella fin che vorrete, ma ormai
che siete qua stabiliti perché non volete con-
vincervi che la vostra Patria é questa che
vi dà il pane?
A chi ragionasse in tal modo si potrebbe
rispondere che non di solo pane si vive e che
anche le bestie, condotte lontano dal luogo
di nascita, al potersi liberare dalle catene
siamo certi che volgerebbero i loro passi
verso la terra natia che per tutti gli esseri
del mondo sarà sempre la più desiderata e la
più cara.
Ricordo che trovandomi a Parigi ebbi la
sorpresa di essere riconosciuto da due araucani
delle vicinanze di Puren. Le loro facce
quadrate, olivastre, assunsero una vera es-
pressione di gioia al trovarsi innanzi a una
persona che avevano veduta al loro paese e
pieni di emozione le prime parole che mi dis-
sero in pessimo spagnuolo, furono: «Ayuda,
mi mercé, volver, otros, Chile». Dall'interro-
gatorio che feci loro, mentre numeroso pub-
blico si agglomerava intorno a noi, risultò
che essi erano stati imbarcati in Talcahuano
su d'un bastimento mercantile e condotti
in Europa da un impresario di saltimbanchi
che riuniva esemplari di razze esotiche, tut-
ti vestiti dei loro costumi tradizionali, per
presentarli nelle diverse Città, a scopo di
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ottima propaganda per il suo Circo. Consi-
gliai i due araucani a rivolgersi alla Lega-
zione cilena, e due gendarmi di servizio si
offersero di accompagnarli, mentre io, pochi
momenti dopo, partivo per l'Italia. Quei due
«mapuches che affermavano anche di essere
ben trattati dal loro impresario, che evi-
dentemente erano ben nutriti, preferivano
mangiare male, patire forse la fame nella loro
«mapu» (terra) che rimanere in mezzo
all'allegria d'una Parigi.
E istinto di natura.
L'amor del patrio nido; Amano anch'esse.
Le spelonche natie, le fiere stesse. (Meta-
stasio).
L'amore della Patria é radicato non sol-
tanto negli esseri umani, ma anche negli
irragionevoli; chi non sente la sublime nos-
talgia di essa é, senza dubbio, un aborto di
natura e non ama nemmeno Dio.
Amiamo dunque tutti noi la nostra terra
d'origine e come miglior espressione di
questo amore facciamo che il Fascio
palpiti sempre di vita attiva per cooperare
modestamente alla grande opera dell'uomo
che la Provvidenza ha dato e mantiene all'I-
talia.
I Fasci all'estero, non sono organi ufficio-
si del Governo Fascista, ma gruppi di cit-
tadini che nutrono fiducia e devozione per
32
lui, e s'impegnano con tutte le forze a far
conoscere quanto sia bella, grande e ben
governata l'Italia, che vorranno sempre
favorirne lo sviluppo economico, commer-
ciale, industriale e intellettuale nei paesi di
loro residenza, ris pettando le leggi e le con-
suetudini di essi, tenendosi lontani dalla poli-
tica locale.
E noi Fascisti e cittadini della «Nuova
Italia» vorremmo fosse possibile, almeno
spiritualmente, formare un solo Fascio di
armonia e di concordia con tutti i conna-
zionali in questa Repubblica ospitale, onde
sentirci sempre stretti alle nostre Rappre-
sentanze Diplomatiche e Consolari, vicini
all'Italia, e costitiuire qua la collettività
più apprezzata per laboriosità, serietà e
patriottismo fra tutte le straniere residenti
nel Cile.
Ed ora, per finire, aggiungerò, se oltre che
un dovere é un bisogno patriotticp quello
di essere uniti a tutti i connazionali ed alle
Rappresentanze nostre, é una vera necessità
quella di esserlo fra di noi residenti in questo
appartato lembo di terra cilena perché,
fra tutti i componenti il nostro ibrido vi-
cinato, quelli che in realtà ci vogliono bene,
sono troppo pochi!!
Voi sapete che quando giungemmo qua,
dentro i limiti assegnati alla Colonia, solo
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s
esisteva ini paio di dozzine di persone che
s'occupavano nella ricerca dell'oro e po-
chissime famiglie che lavoravano qualche
pezzetto di terreno a mezzadria con signori
di Lumaco: per questi pochi, e che posse-
dessero determinati requisiti, il Governo del
Cile aveva contemplato i diritti che eventual-
mente potessero avere, in una clausola che
diceva: «Si dichiara che le persone stabilite
dentro della zona designata alla Colonia
«Nuova Italia», solo avranno diritto ad
esigere il valore delle bonifiche che aves-
sero introdotte nel terreno, in conformità
all'inciso 3.° dell'art. 6.° della legge 4 agosto
1874» e sapete pure, come ogni piccolo bo-
nificamento fu da noi religiosamente pa-
gato.
In seguito però, ad approfittare delle
cambiate condizioni di viabilità e di sicu-
rezza personale, piombarono sopra queste
terre i famosi «ocupantes», come nuvole di
affamata langosta.
Ottimo elemento di lavoro avrebbero cos-
tituito costoro, se si fossero schierati al
nostro fianco come onesti alleati, ma fin da
principio, individui politicanti male inten-
zionati, fecero credere ad essi che noi stranieri
eravamo degli usurpatori, incitandoli alla
ribellione ed alla riconquista del terreno che
già a noi apparteneva.
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Questa convinzione, radicata nella loro
mente ottusa, ignorante e quindi pronta a
credere alla favola e sempre mantenuta viva
dai «tinterillos» che vivono alle loro spalle
come succhianti parassiti, li ha distanziati
tanto da noi da renderli nemici nostri. E
come tali approfittando della negligenza o
complicità governativa, sono riusciti a con-
vincere l'opinione pubblica cilena che noi
siamo entrati in casa loro e non loro in casa
nostra.
Osservate attentamente, connazionali
miei, come giorno per giorno si va stringen-
do sempre di più intorno a noi il cerchio di
tale occupazione che é risultata come una
vera zizzania nel seminato della nostra Co-
lonia.
Intanto questi poveri esseri più suggestio-
nati che cattivi, chissà per quanto tempo an-
cora disdegneranno riconoscere i nostri dis-
cendenti come loro connazionali e durerà, se
non l'odio attuale, l'antipatia verso la no-
stra evoluta stirpe. Pensate dunque.. . cosa
potrebb'essere di noi domani se ci trovas-
simo disuniti e perciò anche senza chi ci
proteggesse!
Molto vi sarebbe da dire sopra questo
scabroso argomento ma spero avervi detto
abbastanza per condurre la vostra mente
alla riflessione dalla quale sorgerà evidente
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la convenienza, la necessità della stretta
unione che incute rispetto e ci rende meri-
tevoli della protezione di chi.. . può esercitar-
la in nostro favore.
Qualcuno potrà dire che la nostra situa-
zione cambierebbe se ci facessimo cittadi-
ni cileni: grande errore, poiché, mentre
commetteremmo il sacrilegio di rinnegare
la Patria, la nostra situazione rimarrebbe
tal qual'é. Per il fatto di essere giunti qui
dall' estero e di aver saputo formarci una
posizione indipendente, ciò che non han
saputo fare altri, gl'invidiosi insisterebbero
sempre nel dire che siam venuti a mangiare
il loro pane, a usurpare le loro terre, anche
se prendessimo cento volto la «Carta de
ciudadanía».
Conosco quali argomenti hanno usato co-
loro che in certe occasioni, abusando della
buona fede di qualcuno di voi, hanno tenta-
to trascinarlo fuori dal retto cammino,
come ad esempio quando é stato fatto ap-
parire un nostro buon connazionale quale
presidente, e altri, membri, d'una sezione
elettorale d'un Partito politico cileno.
Questi, per fortuna pochissimi, devono
aver compreso di essere stati invitati a
tradire la loro Madre Patria, mediante false
promesse, ma siccome essi sono stati sor-
presi e non hanno avuto tale intenzione,
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colpa avrebbero solo se ricadessero in trap-
pola.
Nei brevi giorni che ultimamente sono
stato fra voi, ho avuto occasione di vedere
che la maggior parte dei componenti
l'organizzazione Cattolica di Capitan Pas-
tene é italiana ed io dico BENONE finché si
tratta di onorare Cristo Redentore, ma
quando il capo di tale organizzazione si
vale dell'ascendente suo spirituale per rag-
giungere fini molto terreni, che non sono
propri della sua Missione, io dico: MALIS-
SIMO.
Vorrei che i fatti potessero convincermi
che é esagerata la cattiva impressione ri-
portata da molti fedeli di Pastene, per l'a-
zione extra religiosa svolta da chi altro non
dovrebbe rappresentare che la dolcezza,
l'umiltà, la moralità Cristiana.
Connazionali carissimi, manteniamo tut-
ti i sani propositi che formulammo e pra-
ticammo al principio della nostra residenza
in questa Colonia: rispettiamo gl'ideali di
tutto il mondo, però non permettiamo che
nessuno cancelli le orme d'italianità che
abbiamo impresse su queste terre. Se non
facciamo attenzione, cosi come é stato cam-
biato arbitrariamente Patrono alla Parroc-
chia, da chi crede un dovere cancellare
quelle orme, vedremo presto sparire ogni
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nome che ricorda la nostra Patria d'origine
e col tempo, convertiti anche noi in arau-
cani.
Per rendere fermo e duraturo il buon
proponimento di ujiione e di concordia, che
spero formulerete oggi stesso, con me,
invochiamo la benedizione dei nostri Padri
e delle persone care che in adempimento di
una imprescindibile Volontà Suprema, ripo-
sano in pace qua vicino, sotto la terra della
Patria di adozione, lontani, molto lontani,
da quella amata, alla quale, certamente
avran mandato uno dei Loro ultimi sospiri,
un mesto e profondo Addio, prima di chiu-
dere gli occhi per sempre.
Innalziamo ad Essi il nostro riverente ed
affettuoso pensiero e, per sentirci un atti-
mo ancora tutti uniti, come quando giun-
gemmo in questa terra ospitale, chiamia-
moli spiritualmente alla nostra presenza:
Emilio Balocchi, Gaetano Ghisellini, Gio-
vanni Balocchi ed Artemisia Donini in
Balocchi, Avito Leonelli, Domenico Gia-
comozzi, Federico Tonioni e Domenica La-
mandini in Tonioni, Giuseppe Covili, Mat-
teo Lagazzi, Vincenzo Arrighi, Teodoro
Bertuzzi, Raimondo Stefanini, Cleto Ca-
nobbi, Domenico Venturelli e Margherita
Venturelli, Domenico Tomaso V. e Oliva
Zanotti in Venturelli, Michele Beneventi e
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Mansueta Iacconi in Beneventi, Paolo Ric-
ci Guidi, Mercedes Ricci, Ubaldo Salve-
strini, Giona Rosati, Erminio Ballotta, Pro-
bo Ghinelli, Carlo Ballotta, Quirino Ven-
turelli, Domenico Cantergiani, Erminio Can-
tergiani, Guglielmo Fulgeri e Giacinta Do-
nini in Fulgeri, Enrico Cortesi, Giulio
Vitali, Pietro Verdiani, Alessandro Moretti,
Amedeo Meledandri, Antonio Leonelli, Giu-
seppe Giusti, Carlo Cantergiani, Francesco
Venturelli, Giuseppe Balocchi (e chissà
quanti altri).
E, con Essi accanto, lanciamo un sol grido
di amore e di Evviva al Re, all'Italia, la
nostra bella Patria, ed un Grazie dal più
profondo del cuore, al Duce, Benito Mus-
solini, che l'ha resa grande, forte, rispettata
come noi non la vedemmo, ma come la
desiderammo quale realizzazione del nostro
più bel sogno d'italiani.

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