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Unravel Me

Tahereh Mafi

Traduzione a cura della pagina The Books We Want To Read

Revisione di Veru

Pagina: https://www.facebook.com/pages/The-books-we-want-
toread/258712084286861

Sito: http://thebookswewantoread.weebly.com/
Per mia madre. La persona migliore che abbia mai conosciuto.
CONTENUTI

UNO VENTISEI CINQUANTUNO


DUE VENTISETTE CINQUANTADUE
TRE VENTOTTO CINQUANTATRE
QUATTRO VENTINOVE CINQUANTAQUATTRO
CINQUE TRENTA CINQUANTACINQUE
SEI TRENTUNO CINQUANTASEI
SETTE TRENTADUE CINQUANTASETTE
OTTO TRENTATRE CINQUANTOTTO
NOVE TRENTAQUATTRO CINQUANTANOVE
DIECI TRENTACINQUE SESSANTA
UNDICI TRENTASEI SESSANTUNO
DODICI TRENTASETTE SESSANTADUE
TREDICI TRENTOTTO SESSANTATRE
QUATTORDICI TRENTANOVE SESSANTAQUATTRO
QUINDICI QUARANTA SESSANTACINQUE
SEDICI QUARANTUNO SESSANTASEI
DICIASSETTE QUARANTADUE SESSANTASETTE
DICIOTTO QUARANTATRE SESSANTOTTO
DICIANNOVE QUARANTAQUATTRO SESSANTANOVE
VENTI QUARANTACINQUE SETTANTA
VENTUNO QUARANTASEI SETTANTUNO
VENTIDUE QUARANTASETTE SETTANTADUE
VENTITRE QUARANTOTTO SETTANTATRE
VENTIQUATTRO QUARANTANOVE RINGRAZIAMENTI
VENTICINQUE CINQUANTA
UNO
Forse oggi nel mondo c’è il sole, come un uovo all'occhio di bue.
Forse la grande sfera gialla si riversa nelle nuvole, cola e sfuma nel cielo più
azzurro di tutti, luminosa di fredde speranze e false promesse riguardo ricordi, vere
famiglie, colazioni abbondanti fatte di montagne di frittelle condite con lo sciroppo
d'acero e messe su un piatto, in un mondo che ormai non esiste più.
O forse no.
Forse è buio e umido oggi, il vento fischia tagliente e pungente contro la pelle delle
nocche di uomini adulti. Forse nevica, forse piove, non saprei. Forse si gela,
grandina, forse un uragano sta diventando un tornado, la terra trema e si sta
spaccando per far spazio ai nostri errori.
Non ne ho la minima idea.
Non ho più una finestra. Non posso vedere ciò che c'è fuori. La temperatura del
mio sangue è un milione di gradi sotto lo zero e io sono sepolta quindici metri
sottoterra, in una sala d'addestramento che è diventata la mia seconda casa
ultimamente. Ogni giorno guardo queste 4 mura e ricordo a me stessa che non sono
una prigioniera non sono una prigioniera non sono una prigioniera, ma a volte le mie
vecchie paure mi sfrecciano sulla pelle e non riesco a liberarmi dalla claustrofobia
che mi attanaglia la gola.
Ho fatto tante promesse quando sono arrivata qui.
Ora non sono più così sicura. Ora sono preoccupata. Ora la mia mente mi tradisce,
perché ogni mattina i miei pensieri scivolano fuori dal letto con occhi agitati, i palmi
sudati e risatine nervose dentro al mio petto, che crescono minacciando di scoppiare
ed uscirne, e la pressione è soffocante, soffocante, soffocante.
La vita qui non è come pensavo che fosse.
Il mio nuovo mondo è inciso nel bronzo, sigillato d’argento ed affoga nel profumo
di pietra e acciaio. L'aria è gelida, i tappetini sono arancioni; le luci e gli interruttori
suonano e tremolano, sono elettronici ed elettrici, brillanti. È pieno qui, pieno di
corpi, di sale riempite di sospiri e urla, di piedi pesanti e passi attenti. Se ascolto
attentamente riesco a sentire il suono dei cervelli all’opera, delle fronti che si
corrugano e delle dita che tamburellano su menti, labbra e sopracciglia aggrottate. Le
idee vengono trasportate nelle tasche, i pensieri sulla punta di ogni lingua; gli occhi
sono chiusi per la concentrazione, per progettare cose che dovrei desiderare di
conoscere.
Ma non funziona niente e tutto è spezzato in me.
Dovrei sfruttare la mia Energia, ha detto Castle. I nostri doni sono diverse forme di
Energia. La materia non si crea né si distrugge, mi ha detto e, così come è cambiato il
nostro mondo, è cambiata anche la sua Energia. Le nostre abilità derivano
dall'universo, da un’altra materia, da altre Energie. Non siamo anomalie. Siamo
inevitabilità delle manipolazioni perverse che ha subito la nostra Terra. La nostra
Energia viene da qualche parte, ha detto. E “da qualche parte” vuol dire nel caos tutto
intorno a noi.
Ha senso. Ricordo com'era il mondo quando l'ho lasciato.
Ricordo i cieli burrascosi e la sequenza di tramonti che crollavano sotto la luna.
Ricordo la terra screpolata, i cespugli ruvidi e quello che un tempo era verde ma che
ora si avvicina troppo al marrone. Penso all'acqua che non si può bere e agli uccelli
che non volano, a come la civiltà umana sia stata ridotta a nient’altro che una serie di
residenze che si estendono su ciò che resta della nostra terra devastata.
Questo pianeta è un osso rotto che non si è rimesso a posto, è un centinaio di pezzi
di cristallo incollati insieme. Ci hanno distrutti e ricostruiti, ci hanno detto di sforzarci
ogni singolo giorno di far finta che tutto funzioni ancora come dovrebbe. Ma è una
bugia, è tutta una menzogna.
Io non funziono a dovere.
Io non sono altro che la conseguenza di una catastrofe.
2 settimane sono crollate al lato della strada, abbandonate e già dimenticate. Da 2
settimane sono qui e nel giro di 2 settimane mi sono sistemata su un letto fatto di
gusci d'uovo, chiedendomi quando si romperà qualcosa, quando sarò la prima a
rompere qualcosa, chiedendomi quando tutto andrà in pezzi. Nel giro di 2 settimane
avrei dovuto sentirmi più felice, più in salute, avrei dovuto dormire meglio e più
profondamente in questo spazio sicuro.
Invece mi preoccupo di cosa accadrà quando se non riuscirò a fare tutto per bene,
se non riuscirò a capire come addestrarmi a dovere, se ucciderò qualcuno di proposito
per caso.
Ci stiamo preparando per una guerra sanguinosa.
Ecco perché mi sto allenando. Ci stiamo tutti allenando per sconfiggere Warner e i
suoi uomini. Per vincere una battaglia alla volta. Per mostrare ai cittadini del nostro
mondo che c'è ancora speranza, che non devono acconsentire alla richieste della
Restaurazione e diventare schiavi di un regime che vuole solo sfruttarli per avere il
potere. E io ho accettato di combattere. Di essere una guerriera. Di utilizzare il mio
potere anche se credo che sia sbagliato. Ma l’idea di posare la mano su qualcuno
riporta a galla una marea di ricordi e sentimenti, una scarica di potere che provo solo
quando la pelle che tocco non è immune al mio dono. È una corrente di invincibilità,
una sorta di euforia tormentata, un'onda di intensità che sommerge ogni poro del mio
corpo. Non so cosa mi succederà usandolo. Non so se riuscirò a provare piacere
infliggendo dolore a qualcun altro.
Tutto ciò che so è che ho le ultime parole di Warner incastrate nel petto e non
posso tirar fuori il gelo, né la dura verità che sento in fondo alla gola.
Adam non sa che Warner mi può toccare.
Nessuno lo sa.
Warner in teoria doveva essere morto. Warner doveva essere morto perché io in
teoria gli ho sparato, ma nessuno ha pensato che in teoria avrei dovuto sapere come
usare una pistola, per cui ora credo che sia venuto a cercarmi.
È venuto a combattere.
Per me.
DUE
Un colpo netto e la porta si spalanca.
«Ah, signorina Ferrars. Non so cosa spera di concludere standosene seduta in un
angolo». Il gran sorriso di Castle entra nella stanza prima di lui.
Prendo un respiro a fatica e cerco di guardare Castle, ma non ci riesco. Preferisco
sussurrare delle scuse e ascoltare il suono dispiaciuto che le mie parole portano in
questa grande stanza. Sento le mie dita tremanti aggrapparsi ai tappetti spessi e
imbottiti sparsi per il pavimento e penso che non ho concluso nulla da quando sono
qui. È umiliante, davvero umiliante deludere una delle poche persone che sono state
sempre gentili con me.
Castle è in piedi di fronte a me e aspetta fin quando non alzo lo sguardo.
«Non c'è bisogno di scusarsi» dice. I suoi occhi castano chiaro e il suo sorriso
cordiale fanno sì che sia facile dimenticarsi che è il leader del Punto Omega. Il leader
di questo movimento sotterraneo che si dedica a combattere contro la Restaurazione.
La sua voce è troppo gentile, troppo cortese ed è quasi peggio. Certe volte vorrei solo
che mi urlasse contro. «Ma» continua «deve imparare a sfruttare la sua Energia,
signorina Ferrars».
Una pausa.
Un passo.
Le sue mani si posano sulla pila di mattoni che avrei dovuto distruggere. Finge di
non notare i miei occhi rossi e i tubi metallici che ho lanciato dall'altro lato della
stanza. Il suo sguardo evita accuratamente le macchie di sangue sulle tavole di legno
al lato; non mi chiede perché ho i pugni così stretti né se mi sono ferita di nuovo.
Piega la testa in mia direzione, ma fissa un punto oltre la mia spalla e, quando parla,
la sua voce è dolce. «So che è difficile per lei» dice. «Ma deve imparare. Deve. Ne va
della sua vita».
Annuisco e mi appoggio contro il muro, accogliendo il freddo e il dolore che i
mattoni mi provocavano scavandomi nella spina dorsale.
Stringo le ginocchia al petto e sento i piedi premere sui tappetini protettivi che
ricoprono il pavimento.
Sono così vicina alle lacrime che ho paura di urlare. «È che non so come fare» gli
dico alla fine. «Non ci capisco niente. Non so neanche cosa dovrei fare». Guardo il
soffitto e sbatto le palpebre le palpebre le palpebre. Mi sento gli occhi lucidi, bagnati.
«Non so come far succedere le cose».
«Allora ci deve pensare» dice Castle imperterrito. Raccoglie un tubo di metallo.
«Deve trovare i collegamenti tra le cose che sono successe. Quando ha rotto la parete
in calcestruzzo nella sala delle torture di Warner, quando ha rotto la porta d'acciaio
con un pugno per salvare il signor Kent... cosa è successo? Perché in quei casi è
riuscita a reagire in modo tanto straordinario?». Si siede ad alcuni metri da me.
Spinge un tubo in mia direzione. «Devo analizzare la sue abilità, signorina Ferrars.
Deve concentrarsi».
Concentrarsi.
È una parola sola, ma basta, non serve altro per farmi sentire male. Tutti, a quanto
pare, hanno bisogno che io mi concentri. Prima Warner, ora Castle.
Non sono mai riuscita a portare a termine qualcosa.
Il profondo e triste sospiro di Castle mi riporta al presente. Si alza in piedi. Si liscia
l'unica giacca blu scuro che sembra possedere e riesco a intravedere il simbolo
argentato dell’Omega ricamato su di essa. Con un gesto assente si tocca la coda di
cavallo; raccoglie sempre i rasta alla base del collo. «Lei sta resistendo a sé stessa»
dice, ma lo dice con gentilezza. «Forse dovrebbe allenarsi con qualcun altro affinché
succeda qualcosa. Forse un compagno la aiuterebbe a riordinare i pensieri… a
scoprire quali sono i collegamenti fra questi eventi»
Irrigidisco le spalle sorpresa. «Pensavo avesse detto che dovevo lavorare da sola».
Guarda dietro di me strizzando gli occhi, con una mano si gratta un orecchio
mentre mette l’altra in tasca. «In realtà non volevo che lavorasse da sola» disse. «Ma
nessuno si era offerto volontario».
Non so perché trattengo il respiro, perché mi sorprendo tanto. Non dovrei essere
sorpresa. Non tutti sono come Adam.
Non tutti sono al sicuro da me come lo è lui. Nessuno a parte Adam mi ha toccata
con piacere.
Nessuno tranne Warner. Ma nonostante le buone intenzioni di Adam, non può
allenarsi con me. Deve occuparsi di altre cose.
Cose di cui nessuno vuole parlarmi.
Ma Castle mi sta fissando con occhi pieni di speranza, occhi gentili, senza avere
idea che la novità che mi ha appena detto è addirittura peggiore. Peggiore perché,
anche se ormai so la verità, fa male sentirla. Fa male sapere che, anche se posso
vivere in una bolla con Adam, il resto del mondo continua a vedermi come una
minaccia. Un mostro. Un abominio.
Warner aveva ragione. Non importa dove vado, sembra che non riesca a sfuggire a
tutto questo.
«Cosa è cambiato?» gli chiedo. «Chi è disposto ad allenarsi con me?» mi fermo.
«Lei?»
Castle sorride. È un sorriso che mi provoca una vampata d'umiliazione che arriva
fino al collo e che sparge il mio orgoglio al vento. Devo resistere alla tentazione di
scappare dalla stanza.
Ti prego ti prego ti prego non avere pietà di me, è ciò che voglio dirgli. «Vorrei
averne il tempo» mi dice Castle. «Ma Kenji finalmente è libero. Siamo riusciti a
riorganizzare il suo programma e ha detto che sarebbe felice di allenarsi con lei». Un
momento di esitazione. «Se a lei sta bene»
Kenji.
Vorrei ridere. Kenji sarebbe l'unico disposto a correre il rischio di allenarsi con me.
L'ho ferito una volta. Per caso. Non ho trascorso molto tempo insieme a lui dopo che
ci ha portato al Punto Omega. Era come se stesse solo eseguendo un compito,
compiendo una missione; una volta giunta al termine è ritornato alla sua vita. A
quanto pare Kenji è una persona importante qui. Ha un milione di cose da fare. Cose
da controllare. Sembra che piaccia alle persone, che lo rispettino addirittura.
Mi chiedo se hanno mai conosciuto il Kenji odioso e volgare che ho conosciuto io.
«Certo» dico a Castle provando ad assumere un’espressione gradevole per la prima
volta da quando è arrivato. «Sembra fantastico».
Castle si alza. I suoi occhi sono luminosi, impazienti, soddisfatti. «Perfetto. Gli
dirò di incontrarla domani a colazione. Potete mangiare insieme e iniziare da lì».
«Oh, ma io di solito...».
«Lo so» Castle mi interrompe. Il suo sorriso è stretto in una linea sottile ora, la sua
fronte è aggrottata dalla preoccupazione. «Le piace consumare i pasti in compagnia
del signor Kent. Lo so. Ma ha trascorso pochissimo tempo con gli altri, signorina
Ferrars. E, se ha intenzione di rimanere qui, deve iniziare a fidarsi di noi. La gente del
Punto Omega è amica di Kenji. Lui può garantire per lei. Se vi vedono passare del
tempo insieme si sentiranno meno intimiditi dalla sua presenza. La aiuterà ad
adattarsi».
Il calore mi schizza in viso come olio caldo; trasalisco, sento le dita contrarsi,
cerco un punto da guardare, cerco di far finta di non sentire il dolore che ho in petto.
«Loro... loro hanno paura di me» gli dico, sussurro, mi interrompo. «Io non... non
volevo disturbare nessuno. Non volevo intralciarli…”
Castle sospira forte e a lungo. Guarda in alto e in basso, si gratta la pelle morbida
sotto il mento.
«Hanno paura» dice infine «solo perché non la conoscono. Se solo si sforzasse un
po’ di più… se provasse anche solo un pochino a conoscere qualcuno...» si ferma. Si
acciglia.
«Signorina Ferrars, è qui da due settimane e parla pochissimo con le sue compagne
di stanza».
«Ma non è.. penso che siano fantastiche…».
«Eppure le ignora. Non passa nemmeno un po’ di tempo con loro. Perché?».
Perché non ho mai avuto amiche prima. Perché ho paura di dire o fare qualcosa di
sbagliato e che finiranno per odiarmi come tutte le altre ragazze che ho conosciuto. E
mi stanno davvero simpatiche, cosa che renderà il loro inevitabile rifiuto molto più
difficile da sopportare.
Non dico nulla.
Castle scuote la testa. «È stata molto brava il primo giorno che è arrivata.
Sembrava quasi amichevole nei confronti Brendan. Non so cosa sia successo»
continua Castle. «Pensavo che se la sarebbe cavata qui».
Brendan. Il ragazzo magro coi capelli biondo platino e l’elettricità che gli scorre
nelle vene. Me lo ricordo. È stato carino con me. «Mi sta simpatico Brendan» dico a
Castle disorientata. «È arrabbiato con me?».
«Arrabbiato?» Castle scuote la testa e ride. Non risponde alla mia domanda. «Io
non la capisco, signorina Ferrars. Ho cercato di essere paziente con lei, ho cercato di
darle tempo, ma confesso che sono alquanto perplesso. Era molto diversa quando è
arrivata… era entusiasta! Ma le ci è voluta meno di una settimana per isolarsi
completamente. Addirittura non guarda in faccia nessuno quando cammina per i
corridoi. Che fine ha fatto il dialogo? L’amicizia?».
Sì.
Mi ci è voluto 1 giorno per stabilirmi. 1 giorno per guardarmi attorno. 1 giorno per
entusiasmarmi all’idea di avere una vita diversa e ci è voluto 1 giorno perché gli altri
capissero chi sono e cosa ho fatto.
Castle non dice nulla riguardo alle madri che, vedendomi camminare per il
corridoio, tirano a sé i propri figli. Non fa riferimento agli sguardi e alle parole ostili
che ho sopportato da quando sono arrivata. Non dice nulla a proposito dei bambini
che sono stati avvisati di starmi lontano, molto lontano, né della manciata di persone
anziane che mi guardano troppo da vicino. Posso solo immaginare quello che hanno
sentito, da dove arrivano le loro storie.
Juliette.
Una ragazza con un tocco letale che prosciuga la forza e l'energia degli essere
umani finché non sono altro che corpi flosci, paralizzati e ansanti sul pavimento. Una
ragazza che ha trascorso gran parte della sua vita in ospedali e carceri minorili, una
ragazza di cui i suoi stessi genitori si sono liberati, etichettata come pazza da
manicomio e condannata all'isolamento in un ospedale psichiatrico in cui anche i topi
avevano paura di vivere.
Una ragazza.
Che, assetata di potere, ha ucciso un bambino. Ha torturato un bambino piccolo.
Ha fatto cadere in ginocchio un uomo adulto e ansante. Non ha nemmeno la decenza
di uccidersi.
Nulla di tutto questo è una bugia.
Così guardo Castle con un po’ di colore sulle guance, con lettere taciute sulle
labbra e occhi che si rifiutano di rivelare i loro segreti.
Sospira.
Per poco non dice qualcosa. Cerca di parlare, ma i suoi occhi ispezionano il mio
viso e cambia idea. Fa solo un breve cenno col capo, un respiro profondo, tamburella
con le dita sull'orologio e dice: «Fra tre ore le luci si spengono» e fa per andarsene.
Si ferma sulla porta.
«Signorina Ferrars» dice all'improvviso, dolcemente, senza voltarsi. «Ha scelto di
stare con noi, di combattere con noi, di diventare un membro del Punto Omega». Una
pausa. «Avremo bisogno del suo aiuto. E ho paura che ci resti solo poco tempo».
Lo guardo andarsene.
Ascolto i suoi passi allontanarsi e appoggio la testa contro il muro. Chiudo gli
occhi rivolgendomi al soffitto. Sento la sua voce, ferma e solenne risuonarmi nelle
orecchie.
Ci resta solo poco tempo, ha detto.
Come se il tempo fosse qualcosa che può esaurirsi, come se fosse versato in ciotole
che ci vengono consegnate alla nascita e che se mangiassimo troppo, troppo
velocemente, o appena prima di buttarci in acqua, allora il nostro tempo sarebbe
perso, sprecato, già consumato.
Ma il tempo va oltre le nostra comprensione limitata. È infinito, esiste all’infuori di
noi; non possiamo restarne senza, perderne le tracce o trovare un modo per tenercelo
stretto. Il tempo va avanti anche quando noi non lo facciamo.
Abbiamo un sacco di tempo, è quello che avrebbe dovuto dire Castle. Abbiamo
tutto il tempo del mondo, è quello che avrebbe dovuto dirmi. Ma non l'ha fatto perché
voleva dire che tic tac il tempo tic tac si sta muovendo. Che sta sfrecciando in avanti,
sta prendendo una direzione del tutto nuova, preparandosi ad uno scontro frontale con
qualcos’altro e
tic
tic
tic
tic
tic
è quasi

tempo di guerra.
TRE
Potrei toccarlo da qui.
I suoi occhi blu scuro. I suoi capelli castano scuro. La sua camicia troppo stretta in
tutti i punti giusti e le sue labbra, le sue labbra si curvano all’insù premendo
l'interruttore che accende il fuoco del mio cuore e non ho neanche il tempo di sbattere
le palpebre e respirare prima che mi avvolga tra le sue braccia.
Adam.
«Ehi, tu» sussurra proprio sul mio collo.
Trattengo un brivido mentre il sangue mi scorre fino alle guance facendole
arrossire e per un istante, solo per questo istante, abbandono le mie ossa e lo lascio
sorreggermi. «Ehi» sorrido inalando il suo profumo.
Lussurioso, ecco com'è.
Raramente ci vediamo da soli. Adam sta nella stanza di Kenji con suo fratello
minore, James, e io dormo con le due gemelle guaritrici. Probabilmente abbiamo
meno di 20 minuti prima che le ragazze ritornino nella stanza e ho intenzione di
approfittare al meglio di questa opportunità.
I miei occhi si chiudono.
Le braccia di Adam mi avvolgono i fianchi avvicinandomi, e il piacere è talmente
forte che a stento riesco a trattenermi dal tremare. È come se la mia pelle e le mie
ossa abbiano desiderato un contatto, una calda manifestazione d'affetto,
un’interazione umana per talmente tanti anni che ora non so come calmarmi. Sono un
bambino affamato che cerca di riempirsi lo stomaco, abbuffandosi i sensi della
decadenza di questi momenti, come se la mattina dopo potesse svegliarsi e accorgersi
che sta ancora pulendo i camini per la sua matrigna.
Ma in quel momento Adam preme le labbra sulla mia fronte e le mie
preoccupazioni indossano un abito da festa, facendo finta di essere qualcos'altro per
un po'.
«Come stai?» chiedo. Ed è molto imbarazzante, perché mi tremano già le parole
anche se mi ha a malapena abbracciato, ma non riesco a farne a meno.
Il suo corpo è scosso da una risata leggera, ricca ed indulgente. Ma non risponde
alla mia domanda e so che non lo farà.
Abbiamo provato tante volte a sgattaiolare via insieme, ma ci hanno sempre
beccati e rimproverati per la nostra negligenza. Non abbiamo il permesso di uscire
dalle nostre stanze una volta spente le luci. Il nostro periodo di grazia, una cortesia
che ci è stata concessa considerando il nostro arrivo improvviso, era finito. Adam ed
io dovevamo seguire le regole proprio come tutti gli altri. E ci sono tante regole da
seguire.
Le misure di sicurezza - telecamere dappertutto, dietro ogni angolo e in ogni
corridoio - servono a prepararci in caso di attacco. Le guardie sono di pattuglia di
notte, in cerca di qualsiasi rumore sospetto, attività, o segno di effrazione. Castle e la
sua squadra proteggono con attenzione il Punto Omega e non sono disposti a correre
neanche il minimo rischio; se degli intrusi si avvicinano troppo a questo nascondiglio,
si deve fare tutto il necessario per tenerli alla larga.
Castle sostiene che è proprio grazie a questa loro attenta vigilanza se sono rimasti
nascosti per così tanto tempo e, ad essere del tutto sincera, riesco a capire la sua
logica nell’essere così rigido. Ma queste stesse misure rigide tengono me ed Adam
lontani. Io e lui non ci vediamo mai a parte durante i pasti, dove siamo sempre
circondati da altre persone, e il mio tempo libero lo passo chiusa in una stanza
d’addestramento dove dovrei “controllare la mia Energia”. Adam è infelice al
riguardo tanto quanto me.
Gli tocco la guancia.
Lui prende un breve respiro. Si volta verso di me. Mi dice troppo con i suoi occhi,
così tanto che devo distogliere lo sguardo perché percepisco tutto in modo troppo
intenso. La mia pelle è ipersensibile, finalmente finalmente finalmente sveglia,
traboccante di vita e ronzante di sentimenti così intensi da rendere tutto quasi
scandaloso.
Non riesco nemmeno a nasconderlo.
Vede quello che mi provoca, quello che mi succede quando le sue dita mi sfiorano
la pelle, quando le sue labbra si avvicinano troppo al mio viso, quando il calore del
suo corpo contro il mio spinge i miei occhi a chiudersi, le mie viscere a tremare e le
mie ginocchia a cedere a causa della pressione. Anche io vedo quello che gli provoca
sapere che ha questo effetto su di me. A volte mi tortura, sorridendo mentre ci mette
troppo per accorciare la distanza tra noi, gioendo del suono del mio cuore che mi
batte forte contro al petto, del respiro corto che cerco tanto duramente di controllare,
del modo in cui deglutisco centinaia di volte prima che si appresti a baciarmi. Non
riesco neanche a guardarlo senza rivivere ogni momento che abbiamo trascorso
insieme, ogni ricordo delle sue labbra, del suo tocco, del suo profumo, della sua pelle.
È troppo per me, troppo, tantissimo, nuovissimo: ci sono così tante, splendide
sensazioni che non ho mai conosciuto, mai provato, a cui non ho mai avuto accesso
prima d'ora.
A volte ho paura che tutto questo mi ucciderà.
Mi libero dalle sue braccia; sento caldo, freddo e mi sento instabile. Spero di
riuscire a controllarmi, spero che dimenticherà quanto mi influenzi facilmente e so
che ho bisogno di un attimo per ricompormi. Barcollo all’indietro; mi copro il volto
con le sue mani e cerco di pensare a qualcosa da dire, ma sta tremando tutto e lo
sorprendo a guardarmi, guardarmi come se potesse inalarmi in un singolo respiro.
No è la parola che mi sembra di sentirgli sussurrare.
Tutto quello che sento dopo sono le sue braccia, la punta di disperazione nella sua
voce quando pronuncia il mio nome e mi libero dal suo abbraccio. Sono logora, sto
andando in pezzi e non mi sto sforzando di controllare il tremore delle mie ossa; lui è
caldissimo, la sua pelle è caldissima e io non so neanche più dove sono.
La sua mano destra scorre lungo la mia spina dorsale e abbassa la cerniera che
chiude la mia tuta fino a metà schiena e non mi importa. Devo recuperare 17 anni e
voglio provare tutto. Non mi interessa aspettare e rischiare di andare incontro ai chi-
sa, gli e-se e ai grandi rimpianti. Voglio provare tutto perché… se mi svegliassi e
scoprissi che questo fenomeno è finito? Che la data di scadenza è arrivata? Che ho
avuto la mia occasione, l’ho persa e non tornerà mai più? Che queste mani non
proveranno mai più questo calore?
Non posso.
Non lo farò.
Non mi accorgo nemmeno di essere schiacciata contro di lui finché non percepisco
ogni curva del suo corpo sotto i suoi vestiti di cotone leggero. Faccio scivolare le
mani sotto la sua camicia e sento il suo respiro affannoso; alzo lo sguardo e vedo che
ha gli occhi chiusi, i suoi lineamenti formano un'espressione che sembra quasi
addolorata e improvvisamente ho le sue mani tra i capelli, disperate, e le sue labbra
vicinissime. Si piega in avanti, la gravità gli si toglie dai piedi e i miei si staccano dal
pavimento. Sto fluttuando, sto volando, e non sono ancorata a nulla se non
all’uragano che ho nei polmoni e a questo cuore che batte un tantino tantino tantino
troppo veloce.
Le nostre labbra si toccano e so che mi sgretolerò. Mi sta baciando come se mi
avesse persa e ritrovata, come se gli stessi scivolando via e lui non avesse alcuna
intenzione di lasciarmi andare. A volte voglio urlare, a volte voglio svenire, voglio
morire sapendo di aver provato come fosse vivere con questo bacio, questo cuore,
questa dolce dolce esplosione che mi fa sentire come se avessi assaggiato il sole,
come se avessi mangiato le nuvole 8,9 e 10.
Questo.
Provo dolore dappertutto.
Si allontana con il respiro affannoso, le sue mani scivolano sotto il materiale
morbido della mia tuta e lui è caldissimo, la sua pelle è caldissima e penso di averlo
già detto ma non me lo ricordo e sono così distratta che quando parla non capisco
bene.
Ma dice qualcosa.
Parole profonde e roche nell’orecchio, ma capisco poco più di qualcosa di
incomprensibile: consonanti, vocali e sillabe spezzate, tutte mischiate insieme. I
battiti gli escono fuori dal petto e si riversano nel mio. Le sue dita stanno tracciando
messaggi segreti sul mio corpo. Le sue mani scorrono lungo il materiale liscio e
soffice di questa tuta, le fa scivolare giù, all’interno delle mie cosce, dietro le mie
ginocchia e poi su, su, su e mi chiedo se è possibile svenire ed essere ancora coscienti
allo stesso tempo. E, quando ci trascina all’indietro, scommetto che è questo che si
prova ad essere eccitati e in iperventilazione. Sbatte la schiena contro il muro. Trova
una presa ferrea sui miei fianchi. Mi spinge forte contro il suo corpo.
Ansimo.
Le sue labbra sono sul mio collo. Le sue ciglia mi fanno il solletico sotto il mento e
lui dice qualcosa, qualcosa che sembra il mio nome e mi bacia su e giù per la
clavicola, mi bacia lungo l'arcata della spalla e le sue labbra, le sue labbra… le sue
mani e le sue labbra cercano le curve e le rientranze del mio corpo e il suo petto si sta
sollevando quando impreca, si ferma e dice: Mio Dio, si sta benissimo con te. E il
mio cuore è volato sulla luna senza di me.
Adoro quando me lo dice. Adoro quando mi dice che gli piace come si sente con
me perché tutto questo va contro tutto quello che ho sentito dirmi da tutta una vita e
vorrei poter mettere le sue parole in tasca, solo per toccarle ogni tanto e ricordarmi
che esistono.
«Juliette».
Faccio fatica a respirare.
Faccio fatica ad alzare lo sguardo, a guardare dritto davanti a me e non vedere altro
che la perfezione assoluta di questo momento. Ma niente di tutto questo ha
importanza, perché sta sorridendo, sta sorridendo come se qualcuno gli avesse
riempito le labbra di stelle; e mi sta guardando, mi sta guardando come se fossi tutto e
voglio piangere.
«Chiudi gli occhi» sussurra.
E io mi fido di lui.
Così lo faccio.
Chiudo gli occhi e lui ne bacia uno, poi l’altro. Poi mi bacia il mento, il naso e la
fronte. Le guance. Entrambe le tempie. Ogni centimetro del mio collo e si ritrae così
in fretta che sbatte la testa contro la parete ruvida. Gli esce di bocca qualche parola
poco carina prima che possa fermarsi. Sono bloccata, sorpresa e all’improvviso ho
paura. «Cos’è successo?» sussurro. E non so perché sto sussurrando. «Tutto bene?».
Adam cerca di trattenere una smorfia ma respira a fatica, si guarda intorno e
balbetta uno “S…scusa” mentre si tiene forte la testa. «È… cioè, pensavo…»
distoglie lo sguardo. Si schiarisce la gola. «Io… credo… credevo di aver sentito
qualcosa. Credevo che stesse per entrare qualcuno».
Ma certo.
Ad Adam non è permesso stare qui.
I ragazzi e le ragazze stanno in ali diverse del Punto Omega. Castle dice che è così
soprattutto per far sì che le ragazze si sentano al sicuro nei loro alloggi, soprattutto
perché abbiamo i bagni in comune, quindi in generale per me non ci sono problemi. È
bello non doversi far la doccia con uomini anziani. Ma questo ci rende difficile
trovare del tempo da passare insieme. E quando riusciamo ad appartarci siamo
sempre super all’erta per evitare che ci scoprano.
Adam si appoggio contro la parete e fa una smorfia. Faccio per toccargli la testa.
Lui sussulta.
Io mi blocco.
«Tutto bene…?».
«Sì» sospira. «È che… cioè…» scuote la testa. «Non lo so». Abbassa la voce. Lo
sguardo. «Non so cosa diavolo ho che non va».
«Ehi» gli sfioro lo stomaco con la punta delle dita. La camicia di cotone è ancora
calda grazie al calore del suo corpo e devo resistere all’istinto di immergerci la faccia.
«Va tutto bene» gli dico. «Hai fatto solo attenzione».
Fa un una specie di sorriso strano e triste. «Non parlo della mia testa».
Lo fisso.
Apre la bocca. La chiude. Si sforza di riaprirla. «È che… cioè, questo…» fa cenno
allo spazio che ci separa.
Non finisce. Non mi guarda.
«Non capisco…».
«Sto perdendo la testa» dice, ma lo sussurra come se non fosse nemmeno sicuro
che lo stia dicendo ad alta voce.
Lo guardo. Lo guardo, sbatto le palpebre e cerco parole che non riesco a vedere, a
trovare e a dire.
Sta scuotendo la testa.
Si tiene forte il cranio, sembra in imbarazzo e io mi sto sforzando per cercare di
capire perché. Adam non si imbarazza. Adam non si imbarazza mai.
La sua voce è forte quando finalmente parla. «Ho aspettato tantissimo di stare con
te» dice. «Volevo questo… ti voglio da tantissimo tempo e ora, dopo tutto…».
«Adam, cosa stai…».
«Non riesco a dormire. Non riesco a dormire e ti penso… sempre e non posso…»
si ferma. Si preme la punta delle dita contro la fronte. Chiude gli occhi con forza. Si
volta verso il muro così che non possa vederlo in faccia. «Dovresti sapere che… devi
sapere che» dice, le sue parole sono dure e sembra che gli tolgano le forze. «Che non
ho mai voluto niente come voglio te. Niente. Perché questo… questo… voglio dire,
mio Dio, ti voglio, Juliette, voglio… voglio…».
Le sue parole tremano quando si volta verso di me. Ha gli occhi troppo luminosi e
l’emozione lo fa arrossire in volto. Il suo sguardo indugia sulle linee del mio corpo,
abbastanza a lungo da accendere con un fiammifero il liquido più leggero che mi
scorre nelle vene.
Prendo fuoco.
Voglio dire qualcosa, qualcosa di giusto, posato e rassicurante. Voglio dirgli che lo
capisco, che voglio la stessa cosa, che anche io lo voglio, ma questo momento sembra
talmente carico e incalzante che sono quasi convinta di star sognando. È come se mi
restassero le ultime parole e a disposizione non avessi altro che Q e Z e mi sono
appena ricordata che qualcuno ha inventato un dizionario quando alla fine lui mi
strappa gli occhi di dosso.
Deglutisce forte, con gli occhi bassi. Distoglie di nuovo lo sguardo. Ha una mano
tra i capelli, l’altra è stretta in un pugno contro il muro. «Non hai idea» dice con voce
rabbiosa. «Di quello che mi fai. Di quello che mi fai sentire. Quando mi tocchi…» si
passa una mano tremante sul viso. Quasi ride, ma ha il respiro pesante e irregolare;
non incrocia il mio sguardo. Indietreggia, impreca a bassissima voce. Si sbatte il
pugno contro la fronte. «Gesù. Cosa diavolo sto dicendo. Merda. Merda. Scusa…
dimentica… dimentica tutto quello che ho detto… è meglio che vada…».
Cerco di fermarlo, cerco di trovare la voce, cerco di dirgli che va tutto bene, che è
tutto a posto, ma ora sono tesa, molto tesa, molto confusa, perché niente di tutto
questo ha senso. Non capisco cosa stia succedendo né perché sembri così insicuro su
di me e su di noi e su di me e su di lui e tutti i pronomi messi insieme. I miei
sentimenti per lui sono sempre stati chiarissimi, non ha motivo di sentirsi insicuro su
di me o quando è con me e non so perché mi guarda come se qualcosa non andasse…
«Mi dispiace tanto» dice. «Mi… non avrei dovuto dirti niente. Sono solo… sono…
merda. Non sarei dovuto venire. Meglio che vada… devo andare…».
«Che c’è? Adam, cos’è successo? Di cosa stai parlando?».
«È stata una pessima idea» dice. «Sono davvero uno stupido… non sarei nemmeno
dovuto venire qui…».
«Non sei stupido… è tutto a posto… va tutto bene…».
Lui ride. Una risata forte, vuota. L’eco di un sorriso imbarazzato indugia sul suo
volto quando smette, fissa un punto dietro la mia testa. Per molto tempo non dice
niente, finché finalmente parla. «Beh» dice. Cerca di sembrare positivo. «Non è
quello che pensa Castle».
«Cosa?» dico col fiato spezzato, colta alla sprovvista. So che non stiamo più
parlando del nostro rapporto.
«Già». Ha le mani in tasca.
«No».
Adam annuisce. Fa spallucce. Mi guarda e poi distoglie lo sguardo. «Non lo so.
Penso che sia così».
«Ma le verifiche sono… cioè…» non riesco a smettere di scuotere la testa. «Ha
scoperto qualcosa?».
Adam non mi guarda.
«Oh, mio Dio» dico e lo sussurro, lo sussurro come se farlo renderà tutto più
semplice. «Allora è vero? Castle ha ragione?» la mia voce si fa più alta e i miei
muscoli cominciano a contrarsi e non so perché sembri paura questa sensazione che
mi striscia su per la schiena. Non dovrei aver paura se Adam ha un dono come me;
avrei dovuto sapere che non poteva essere così semplice, che non avrebbe potuto
essere così facile. Questa è sempre stata la teoria di Castle: che Adam può toccarmi
perché anche lui ha una qualche Energia che glielo permette. Castle non ha mai
pensato che l’immunità di Adam dal mio tocco fosse una felice coincidenza. Pensava
che dovesse trattarsi di qualcosa di più grande, di più scientifico, di più specifico. Ho
sempre voluto credere di aver avuto fortuna.
Ed Adam voleva sapere. Era elettrizzato all’idea di scoprirlo, a dire il vero.
Ma una volta che aveva iniziato a fare le verifiche con Castle, Adam aveva smesso
di parlarne. Mi ha sempre dato piccoli aggiornamenti. La frenesia per
quell’esperienza era svanita troppo in fretta in lui.
Qualcosa non va.
Qualcosa non va.
Ma certo.
«Non sappiamo niente per certo» mi dice Adam, ma capisco che si sta trattenendo.
«Devo fare un altro paio di sedute… Castle dice che c’è ancora qualche cosa che
deve… esaminare».
Non mi faccio sfuggire il modo meccanico in cui Adam mi sta dando queste
informazioni. Qualcosa non va e non posso credere di non aver notato i segnali
finora. Mi rendo conto che non ho voluto notarli. Non ho voluto ammettere a me
stessa che Adam sembrava più spossato, più stremato e ferito più profondamente che
mai. L’ansia si era costruita un posto in cui vivere sulle sue spalle.
«Adam…».
«Non preoccuparti per me». Le sue parole non sono dure, ma nella sua voce c’è un
pizzico di urgenza che non riesco ad ignorare e mi attira tra le sue braccia prima che
abbia occasione di parlare. Le sue dita richiudono la cerniera della mia tuta. «Sto
bene» dice. «Davvero. Voglio solo sapere che tu stai bene. Se tu stai bene qui, allora
sto bene anche io». Gli manca il respiro. «Ok? Andrà tutto bene». Il sorriso tremante
sul suo viso fa dimenticare al mio cuore che ha un lavoro da fare.
«Ok» mi ci vuole un momento per recuperare la voce. «Ok, certo, ma…».
La porta si apre e Sonya e Sara sono a metà stanza quando si bloccano, con gli
occhi fissi sui nostri corpi avvinghiati.
«Oh!» dice Sara.
«Ehm» Sonya abbassa lo sguardo.
Adam impreca a bassa voce.
«Possiamo tornare più tardi…» dicono le gemelle contemporaneamente.
Stanno per uscire dalla porta quando le fermo. Non le voglio cacciare dalla loro
stanza.
Gli chiedo di non andarsene.
Mi chiedono se ne sono sicura.
Do un’occhiata ad Adam e so che mi pentirò di aver rinunciato anche ad un solo
minuto del nostro tempo insieme, ma so anche che non posso approfittarmi delle mie
compagne di stanza. È il loro spazio personale e tra poco si spengono le luci. Non
possono vagare per i corridoi.
Adam non mi sta più guardando, ma non mi lascia nemmeno andare. Mi chino in
avanti e gli lascio un bacio leggero sul cuore. Finalmente incontra il mio sguardo. Mi
rivolge un piccolo sorriso addolorato.
«Ti amo» gli dico a bassa voce, così che solo lui possa sentirmi.
Lui sospira brevemente. Sussurra. «Non hai idea» e si allontana. Si gira su un
piede solo. E si dirige fuori dalla porta.
Il cuore mi batte in gola.
Le ragazze mi stanno guardando. Preoccupate.
Sonya sta per dire qualcosa, ma a quel punto
un interruttore
un click
un tremolio
e le luci si spengono.
QUATTRO

I sogni sono tornati.


Mi avevano lasciata per un po’, poco dopo la breve prigionia nella base con
Warner. Pensavo di aver perso l’uccello, l’uccello bianco, l’uccello con striature
dorate come una corona in cima alla testa. Lo incontravo sempre nei miei sogni,
volava forte e tranquillo, navigando sul mondo come se lui ne sapesse di più, come se
avesse dei segreti che noi non avremmo mai sospettato, come se mi stesse portando
da qualche parte al sicuro. Era il mio unico frammento di speranza nel buio pungente
del manicomio, finché non ho incontrato il suo gemello tatuato sul petto di Adam.
Era come se fosse uscito volando dai miei sogni solo per riposare sul suo cuore.
Pensavo che fosse un segnale, un messaggio che mi diceva che ero finalmente al
sicuro. Che ero volata via e avevo finalmente trovato la pace, un rifugio.
Non mi aspettavo di rivedere l’uccello.
Ma adesso è tornato e ha lo stesso identico aspetto. È lo stesso uccello bianco nello
stesso cielo blu con la stessa corona gialla. Solo che questa volta è fermo. Sbatte le ali
sul posto come se fosse stato catturato in una gabbia invisibile, come se fosse
destinato a ripetere lo stesso movimento per sempre. L’uccello sembra che stia
volando: è in aria, le sue ali funzionano. Sembra che sia libero di volteggiare nei cieli.
Ma è bloccato.
Non può volare in alto.
Non può cadere.
Ho fatto lo stesso sogno ogni notte nell’ultima settimana, e tutte e 7 le mattine mi
sono svegliata tremando, rabbrividendo nell’aria terrosa e gelida, cercando di far
rallentare il battito del cuore.
Cercando di capire cosa significhi.
Mi trascino fuori dal letto e scivolo nella stessa tuta che indosso ogni giorno,
l’unico vestito che ormai possiedo. È della tonalità più ricca del viola, di un colore
talmente prugna da sembrare nero. È leggermente lucido, scintilla alla luce. È un
pezzo unico che va dal collo ai polsi alle caviglie. È attillato, ma non è affatto stretto.
Mi muovo come una ginnasta con questo completo.
Ho degli stivaletti elastici di pelle alla caviglia che si adattano alla forma dei miei
piedi e quando cammino sul pavimento non mi fanno fare rumore. Ho dei guanti di
pelle nera che mi impediscono di toccare ciò che non dovrei. Sonya e Sara mi hanno
prestato uno dei loro elastici per capelli e, per la prima volta dopo anni, non ho i
capelli davanti agli occhi. Li ho raccolti in una coda di cavallo alta e ho imparato a
chiudere la cerniera da sola senza l’aiuto di nessuno. Questa tuta mi fa sentire
eccezionale. Mi fa sentire invincibile.
È un regalo di Castle.
L’ha fatta fare su misura per me prima che arrivassi al Punto Omega. Pensava che
mi avrebbe fatto piacere avere finalmente un abito che avrebbe protetto me e gli altri
da me stessa, offrendomi contemporaneamente la possibilità di ferire gli altri.
Qualora lo avessi voluto. O se ne avessi avuto bisogno. La tuta è fatta di un qualche
materiale speciale che dovrebbe tenermi al fresco quando fa caldo e tenermi calda
quando fa freddo. Finora si è dimostrata perfetta.
Finora, finora, finora
Vado a fare colazione.
Sonya e Sara se ne vanno sempre via prima che mi svegli. Il loro lavoro nel campo
medico non finisce mai, non solo sono in grado di curare i feriti, ma passano anche il
giorno a cercare di creare antidoti e unguenti. L’unica volta in cui abbiamo avuto una
conversazione, Sonya mi ha spiegato che alcune Energie si possono esaurire se ci
esercitiamo troppo, che possiamo consumare il nostro corpo fino al punto di
collassare. Le ragazze dicono di voler riuscire a creare medicinali da usare nel caso di
ferite multiple, che non possono guarire tutte in una volta sola. Loro, dopo tutto, sono
solo 2 persone. E la guerra sembra imminente.
Le teste si voltano ancora in mia direzione quando entro in mensa.
Sono uno spettacolo, un’anomalia tra le anomalie. Dovrei esserci abituata dopo
tutti questi anni. Dovrei essere più forte, stanca e indifferente alle opinioni degli altri.
Dovrei essere un sacco di cose.
Mi pulisco gli occhi, tengo le mani lungo i fianchi e faccio finta di non riuscire a
mantenere il contatto visivo con niente a parte quel punto, quel piccolo segno sul
muro a 15 metri da dove mi trovo.
Faccio finta di essere solo un numero.
Nessuna emozione sul mio viso. Labbra perfettamente immobili. Schiena dritta,
mani aperte. Sono un robot, un fantasma che scivola attraverso la folla.
6 passi avanti. 15 tavoli da superare. 42 43 44 secondi e ancora.
Sono spaventata.
Sono spaventata.
Sono spaventata.
Sono forte.
Il cibo è servito solo 3 volte durante il giorno: colazione dalle 7:00 alle 8:00,
pranzo dalle 12:00 alle 13:00 e cena dalle 17:00 alle 19:00. La cena dura un’ora di
più perché è a fine giornata; è come se fosse un premio per il nostro duro lavoro. Ma i
pasti non sono eventi lussuosi: l’esperienza è molto diversa rispetto alle cene con
Warner. Qui facciamo una lunga fila, prendiamo le nostre scodelle già riempite e
andiamo nella zona in cui si mangia: nient’altro che una serie di tavoli rettangolari
posizionati in file parallele per tutta la stanza. Niente di superfluo, così non viene
sprecato niente.
Scorgo Adam nella fila e vado in sua direzione.
68 69 70 secondi e ancora.
«Ciao, splendore». Qualcosa di grumoso mi colpisce la schiena. Cade a terra. Mi
giro e fletto i 43 muscoli necessari ad aggrottare le sopracciglia prima di vederlo.
Kenji.
Sorriso grande e benevolo. Occhi del colore dell’onice. Capelli ancora più scuri,
ordinati e lisci che gli scivolano sugli occhi. Ha la mascella e le labbra contratte, le
linee imponenti degli zigomi tirate in un sorriso che cerca di restar represso. Lui mi
guarda come se stessi andando in giro con della carta igienica tra i capelli e non posso
fare a meno di chiedermi perché non ho passato nemmeno un po’ di tempo con lui da
quando siamo arrivati qui. Su un piano puramente tecnico, mi ha salvato la vita. E la
vita di Adam. E anche quella di James.
Kenji si china a raccogliere quella che sembra una palla fatta di calzini. Li valuta
sulla mano come se stesse pensando di buttarmeli di nuovo addosso. «Dove stai
andando?» dice. «Pensavo che avremmo dovuto trovarci qui. Castle ha detto…»
«Perché hai portato un paio di calzini qui dentro?» lo interrompo io. «La gente sta
cercando di mangiare».
Si blocca solo per una frazione di secondo prima di alzare gli occhi al cielo. Si
sposta accanto a me. Mi tira la coda di cavallo. «Ero in ritardo per il nostro incontro,
vostra altezza. Non ho avuto tempo di mettermi le calze». Fa segno ai calzini che ha
in mano e agli stivali che porta ai piedi.
«Che schifo».
«Sai, hai un modo davvero strano per dirmi che sei attratta da me».
Scuoto la testa, cercando di nascondere il divertimento. Kenji è un paradosso
vivente: una persona risoluta e seria e insieme un ragazzino di 12 anni che sta
attraversando la pubertà. Ma avevo dimenticato quanto fosse più facile respirare con
lui nei paraggi; mi sembra naturale ridere quando è vicino. Quindi continuo a
camminare e sto attenta a non dire niente, ma ho ancora le labbra tirate in un sorriso
quando prendo un vassoio e mi dirigo verso il cuore della cucina.
Kenji è mezzo passo dietro di me. «Allora. Lavoriamo insieme oggi».
«Già».
«E quindi… mi passi davanti così? Senza nemmeno salutare?» Si stringe i calzini
al petto. «Sono ferito. Ho prenotato un tavolo per noi e tutto il resto».
Gli lancio un’occhiata. Continuo a camminare.
Mi raggiunge. «Sono serio. Hai idea di quanto sia imbarazzante salutare qualcuno
che poi ti ignora? E dopo ti guardi intorno come uno stupido e cerchi di spiegare:
"No, davvero, giuro che conosco quella ragazza". E nessuno ti cred…»
«Ma scherzi?» mi fermo in mezzo alla cucina. Mi giro. Ho l’incredulità sul viso.
«Hai parlato con me forse una volta in queste due settimane che ho passato qui. A
malapena mi accorgo di te ormai».
«Ok, aspetta» dice voltandosi per bloccarmi la strada. «Sappiamo entrambi che è
impossibile che tu non ti sia accorta di tutto questo» si indica con un gesto «quindi, se
vuoi giocare con me, è meglio che tu sappia in anticipo che non funzionerà».
«Cosa?» Mi acciglio. «Di cosa stai parland…»
«Non puoi fare la difficile, ragazzina». Alza un sopracciglio. «Non posso neppure
toccarti. Così “difficile” assume un significato del tutto nuovo, se sai cosa intendo».
«Oh, mio Dio» mimo con la bocca, ho gli occhi chiusi e scuoto la testa. «Tu sei
pazzo».
Cade in ginocchio. «Pazzo del tuo dolce, dolce amore!»
«Kenji!» Non posso sollevare lo sguardo perché ho paura di guardarmi intorno, ma
volevo disperatamente che la smettesse di parlare. Che si mantenesse sempre ad una
stanza di distanza. Io so che sta scherzando, ma potrei essere l’unica a saperlo.
«Che c’è?» dice, la sua voce rimbomba nella stanza. «Il mio amore ti imbarazza?»
«Per favore… per favore, alzati e abbassa la voce…»
«No, col cavolo».
«Perché no?» Lo sto supplicando adesso.
«Perché se abbasso la voce, non potrò sentirmi parlare. E questa» dice «è la mia
parte preferita».
Non riesco nemmeno a guardarlo.
«Non rifiutarmi, Juliette. Sono un uomo solo».
«Che ti prende?»
«Mi spezzi il cuore». La sua voce è ancora più alta adesso, fa dei gesti ampi e tristi
con le braccia e per poco non mi colpisce quando indietreggio, in preda al panico. Ma
poi mi rendo conto che tutti lo stanno guardando.
Intrattenuti.
Riesco a fare un sorriso impacciato mentre mi guardo intorno e sono sorpresa di
vedere che nessuno mi sta guardando adesso. Sono tutti sorridenti, evidentemente
abituati alle buffonate di Kenji e lo fissano con un misto di adorazione e qualcos'altro.
Anche Adam sta guardando. È in piedi con il vassoio in mano, la testa inclinata e
lo sguardo confuso. Cerca di sorridere quando i nostri sguardi si incontrano.
Vado verso di lui.
«Ehi, ragazzina, aspetta…» Kenji salta su e mi afferra per il braccio. «Lo sai che
stavo...». Segue il mio sguardo fino al punto in cui si trova Adam. Si dà uno schiaffo
in fronte. «Ma certo! Come ho potuto dimenticarlo? Sei innamorata del mio
compagno di stanza».
Mi giro verso di lui. «Senti, ti sono grata per il fatto che mi aiuterai ad allenarmi.
Davvero. Ti ringrazio. Ma non puoi andare in giro a mostrare il tuo falso amore per
me, soprattutto non davanti ad Adam... e devi farmi attraversare questa stanza prima
che l'ora di colazione sia finita, ok? Lo vedo pochissimo».
Kenji annuisce molto lentamente, ha un aspetto leggermente solenne. «Hai ragione.
Mi dispiace. Lo capisco».
«Grazie»
«Adam è geloso del nostro amore».
«Vai a prenderti da mangiare!». Lo spingo con forza, ricacciando indietro una
risata esasperata.
Kenji è una delle poche persone qui, ad eccezione di Adam ovviamente, che non ha
paura di toccarmi. In verità nessuno ha davvero nulla da temere quando indosso
questa tuta, ma di solito mi tolgo i guanti quando mangio e la mia reputazione mi
precede sempre di un 1 metro. La gente tiene le distanze. E anche se per sbaglio ho
attaccato Kenji una volta, lui non ha paura. Penso che ci vorrebbe una quantità
astronomica di qualcosa di orribile per fargli cambiare idea.
Ammiro questo lato di lui.
Adam non dice molto quando ci incontriamo. Basta solo che dica un «Ciao»,
perché solleva un lato della bocca e già lo vedo che si fa un po’ più alto, un po’ più
teso, un po’ più agitato. E io non so molto delle cose di questo mondo, ma so leggere
il libro scritto nei suoi occhi.
Il modo in cui mi guarda.
I suoi occhi sono cupi ora, in modo preoccupante, ma il suo sguardo è ancora così
tenero, così concentrato e pieno di sentimento che riesco a malapena a stare lontana
dalle sue braccia quando gli sono intorno. Mi ritrovo a guardargli fare le cose più
semplici: spostare il peso del suo corpo, afferrare un vassoio, accennare buongiorno a
qualcuno. Solo per seguire i movimenti del suo corpo. I momenti che passo con lui
sono così pochi che il mio petto è sempre troppo stretto e il mio cuore troppo agitato.
Lui mi fa venire voglia di essere sempre irragionevole.
Non mi lascia mai andare la mano.
«Stai bene?» gli chiedo. Sono ancora un po' preoccupata per la sera prima.
Lui annuisce. Cerca di sorridere. «Sì. Ehm...». Si schiarisce la gola. Prende un
respiro profondo. Distoglie lo sguardo. «Sì, mi dispiace per ieri sera. Diciamo che...
ho un po’ dato di matto».
«Perché, però?»
Sta guardando oltre la mia spalla. Ha le sopracciglia aggrottate.
«Adam...?»
«Sì?»
«Perché hai dato di matto?»
I suoi occhi incontrano di nuovo i miei. Grandi. Rotondi. «Che cosa? Niente».
«Io non capis…»
«Perché diavolo ci state mettendo così tanto?»
Mi volto. Kenji è dietro di me ed ha così tanto cibo sul vassoio che mi sorprende
che nessuno gli abbia detto niente. Deve aver convinto i cuochi a dargliene di più.
«Allora?» Kenji ci sta fissando senza battere ciglio, aspettando una risposta. Alla
fine fa un cenno all’indietro con la testa, un movimento che dice seguitemi, prima di
allontanarsi.
Adam sospira e sembra talmente distratto che decido di lasciar perdere l'argomento
di ieri sera. Presto. Presto parleremo. Sono sicura che non è niente. Sono sicura che
non è niente di niente.
Presto parleremo e tutto andrà bene.
CINQUE
Kenji ci aspetta ad un tavolo vuoto.
Di solito James si univa a noi durante i pasti, ma ora è diventato amico dei pochi
ragazzini del Punto Omega e preferisce sedersi con loro. Tra tutti noi, sembra il più
felice di essere qui, e io sono contenta che lo sia, ma devo ammettere che mi manca la
sua compagnia. Però ho paura di dire qualcosa al riguardo; a volte non sono sicura di
voler sapere perché non sta mai con Adam quando io sono nei paraggi.
Non credo di voler sapere se gli altri ragazzini sono riusciti a convincerlo che sono
pericolosa. Voglio dire, sono pericolosa, però…
Adam si siede sulla panca e io scivolo accanto a lui. Kenji ci siede di fronte. Adam
e io nascondiamo le nostre mani intrecciate sotto il tavolo e io mi concedo di godermi
il lusso della sua vicinanza. Ho ancora indosso i guanti, ma il solo essere così vicina a
lui mi basta: nello stomaco mi stanno sbocciando dei fiori, i loro soffici petali mi
solleticano ogni centimetro del sistema nervoso. È come se mi fossero stati concessi 3
desideri: toccare, gustare, sentire. È il più strano dei fenomeni. Un’assurda e felice
possibilità avvolta nella carta velina, legata con un fiocco e nascosta nel mio cuore.
Spesso mi sembra un privilegio che non merito.
Adam si muove in modo che la sua gamba prema contro la mia.
Alzo lo sguardo e vedo che sorride. Una specie di sorrisetto segreto che dice tante
cose, quel genere di cose che non si dovrebbero dire mentre si fa colazione. Mi sforzo
di respirare mentre reprimo un sorriso. Mi volto per concentrarmi sul mio cibo. Spero
di non essere arrossita.
Adam si inclina verso il mio orecchio. Sento i sussurri delicati del suo respiro
appena prima che cominci a parlare.
«Fate schifo, lo sapete, vero?»
Alzo lo sguardo sorpresa e trovo Kenji bloccato nel bel mezzo di un gesto: ha il
cucchiaio a metà strada tra il piatto e la bocca e la testa piegata in nostra direzione.
«Che diavolo significa? Vi fate il piedino sotto il tavolo o qualche schifezza del
genere?»
Adam si allontana da me, solo di un centimetro o 2, e fa un respiro profondo e
irritato. «Se ti dà fastidio puoi andartene». Fa cenno ai tavoli intorno a noi. «Nessuno
ti ha chiesto di stare qui».
Questo è Adam che si sforza davvero di essere gentile con Kenji. I 2 erano amici
quando stavano alla base, ma in qualche modo Kenji sa perfettamente come
provocare Adam. Per un attimo quasi dimentico che sono compagni di stanza.
Mi chiedo come possa essere per loro vivere insieme.
«Sono stronzate e lo sai» dice Kenji. «Te l’ho detto stamattina che dovevo sedermi
con voi. Castle vuole che vi aiuti ad adattarvi». Sbuffa. Mi indica con un cenno del
capo. «Senti, non ho la minima idea di cosa ci trovi in questo tipo» dice «ma dovresti
provare a vivere con lui. Quest’uomo è davvero lunatico».
«Non sono lunatico…».
«Sì, amico». Kenji mette giù le posate. «Sei lunatico. Dici sempre “zitto, Kenji”,
“va’ a dormire, Kenji”, “nessuno vuole vederti nudo, Kenji”. Quando so per certo che
ci sono migliaia di persone a cui piacerebbe tantissimo vedermi nudo…».
«Per quanto devi stare seduto qui?» Adam distoglie lo sguardo, si strofina gli occhi
con la mano libera.
Kenji si mette a sedere più dritto. Prende il cucchiaio e lo usa solo per fendere
l’aria. «Dovresti ritenerti fortunato che sono seduto al tuo tavolo. Ti sto facendo
sembrare figo perché sei con me».
Sento Adam irrigidirsi accanto a me e decido di intervenire. «Ehi, possiamo parlare
di qualcos’altro?».
Kenji grugnisce. Alza gli occhi al cielo. Si ficca un altro cucchiaio pieno di cibo in
bocca.
Sono preoccupata.
Ora che ci faccio più attenzione vedo la stanchezza negli occhi Adam, la
pesantezza nelle sue sopracciglia, la posizione rigida delle sue spalle. Non posso fare
a meno di chiedermi cosa stia passando. Cosa non mi sta dicendo. Tiro leggermente
la mano di Adam e lui si gira verso di me.
«Sicuro di stare bene?» sussurro. Sento che gli continuo a fare la stessa domanda
ripetutamente.
I suoi occhi si ammorbidiscono all’istante, stanchi ma leggermente divertiti. Mi
lascia la mano sotto al tavolo per posarmela in grembo, per farla scivolare lungo la
mia coscia e perdo quasi il controllo del mio vocabolario prima che mi posi un bacio
leggero tra i capelli. Deglutisco con troppa forza, per poco non faccio cadere la
forchetta sul pavimento. Mi ci vuole un po’ per ricordare che non ha risposto alla mia
domanda. E non lo fa finché non distoglie lo sguardo fissandolo sul cibo e finalmente
dice: «Sto bene». Ma io non respiro e la sua mano continua a tracciare dei motivi
sulla mia gamba.
«Signorina Ferrars? Signor Kent?».
Mi siedo dritta così in fretta che sbatto le nocche della mano sotto il tavolo al
suono della voce di Castle. Qualcosa nella sua presenza mi fa pensare a lui come al
mio insegnante, mi fa pensare che mi abbiano beccata a comportarmi male a lezione.
Adam, d’altro canto, non sembra neanche lontanamente sorpreso.
Mi aggrappo alle dita di Adam mentre alzo la testa.
Castle è vicino al nostro tavolo e Kenji se ne va per posare la sua scodella in
cucina. Dà una pacca sulla schiena a Castle come se fossero vecchi amici e Castle fa
un sorriso caloroso mentre gli passa davanti.
«Torno subito» urla Kenji da oltre la spalla, piegandosi per mostrarci un pollice
all’insù troppo entusiasta. «Cercate di non spogliarvi davanti a tutti, ok? Ci sono
bambini qui».
Mi faccio piccola piccola e do un’occhiata ad Adam, ma lui sembra stranamente
concentrato sul suo cibo. Non ha detto niente dall’arrivo di Castle.
Decido di rispondere per entrambi. Mi stampo un gran sorriso in faccia.
«Buongiorno».
Castle annuisce, si tocca il bavero della giacca. La sua statura è forte e composta.
Mi sorride raggiante. «Sono solo passato a salutare e a controllare. Sono molto felice
di vedere che la sua cerchia di amici si sta allargando, signorina Ferrars».
«Oh, grazie. Ma non posso prenderne il merito» gli faccio notare. «È stato lei a
dirmi di sedermi con Kenji».
Il sorriso di Castle è un po’ troppo tirato. «Sì, beh…» dice. «Sono felice di vedere
che ha accettato il mio consiglio».
Annuisco guardando il cibo. Mi strofino distrattamente la fronte. Sembra che
Adam non stia nemmeno respirando. Sto per dire una cosa quando Castle mi
interrompe. «Allora, signor Kent» dice. «La signorina Ferrars le ha detto che si
allenerà con Kenji? Spero che le servirà a fare progressi».
Adam non risponde.
Castle non desiste. «In realtà ho pensato che potrebbe essere interessante anche se
si allenasse con lei. Se ci sono io a sorvegliarvi».
Gli occhi di Adam scattano sull’attenti. Allarmati. «Di cosa sta parlando?».
«Beh…» Castle fa una pausa. Vedo che sposta lo sguardo tra noi due. «Ho pensato
che sarebbe stato interessante fare delle verifiche su voi due. Insieme».
Adam si alza talmente in fretta che per poco non sbatte il ginocchio contro il
tavolo. «Assolutamente no».
«Signor Kent…» inizia Castle.
«Non se ne parla neanche…».
«Spetta a lei la scelta…».
«Non voglio parlarne qui…».
Scatto in piedi. Adam sembra pronto a dar fuoco a qualcosa. Ha i pugni stretti
contro i fianchi, gli occhi stretti in un’espressione tesa; ha la fronte tirata, tutto il suo
corpo trema d’ansia ed energia.
«Che succede?» chiedo.
Castle scuote la testa. Non si rivolge a me quando parla. «Voglio solo vedere cosa
succede quando la tocca. Tutto qui».
«È impazzito…».
«È per lei» continua Castle con voce cauta, estremamente calma. «Non c’entra
niente con i suoi progressi…».
«Quali progressi?» mi intrometto.
«Stiamo solo cercando di aiutarla a capire come colpire organismi inanimati» dice
Castle. «Abbiamo capito che per gli umani e gli animali… basta un singolo tocco.
Con le piante le sue abilità non servono a nulla. Ma tutto il resto? È… diverso. Non
sa ancora come gestire quella parte e io voglio aiutarla. Non stiamo facendo altro che
questo» dice. «Stiamo aiutando la signorina Ferrars».
Adam mi si avvicina di un passo. «Se la state aiutando a capire come distruggere
cose inanimate a cosa vi servo io?».
Per un secondo Castle sembra davvero sconfitto. «Non lo so con esattezza» dice.
«La natura unica del vostro rapporto… è alquanto affascinante. Soprattutto
considerando tutto quello che abbiamo appreso finora, è…».
«Cos’avete appreso?» mi intrometto di nuovo.
«…assolutamente possibile» Castle sta continuando a parlare «che sia tutto
collegato, in un modo che ancora non ci è chiaro».
Adam sembra scettico. Ha le labbra strette in una linea sottile. Sembra non voler
rispondere.
Castle si rivolge a me. Cerca di sembrare entusiasta. «Cosa ne pensa? Le
interessa?».
«Se mi interessa?» guardo Castle. «Non so nemmeno di cosa state parlando. E
voglio sapere perché nessuno risponde alle mie domande. Cos’avete scoperto su
Adam?» chiedo. «Cosa c’è che non va? Qualcosa non va?» il respiro di Adam è
estremamente affannoso e lui cerca di non darlo a vedere, non fa che stringere e
rilassare le mani. «Per favore, qualcuno mi dica cosa succede».
Castle si acciglia.
Mi studia confuso, con le sopracciglia aggrottate. «Signor Kent» dice continuando
a guardarmi. «Devo dedurre che non ha ancora informato la signorina Ferrars delle
nostre scoperte?».
«Quali scoperte?» il cuore mi batte all'impazzata ora, talmente all'impazzata che
comincia a fare male.
«Signor Kent...».
«Non sono affari suoi» sbotta Adam.
«Dovrebbe saperlo...»
«Non sappiamo ancora niente!».
«Sappiamo abbastanza».
«Stronzate. Non abbiamo ancora finito...».
«Non ci resta che fare delle verifiche su voi due, insieme...».
Adam si mette perfettamente davanti a Castle, afferrando il suo vassoio con un po'
troppa forza. «Forse» dice con molta, molta cautela. «Un'altra volta».
Fa per andarsene.
Gli tocco il braccio.
Lui si ferma. Lascia il vassoio, si gira verso di me. Ci separa meno di mezzo
centimetro e quasi dimentico che siamo in una stanza piena di gente. Il suo respiro è
caldo, ha il fiato corto e il calore che emana il suo corpo mi fa sciogliere il sangue,
che mi schizza sulle guance.
Il panico fa le capriole all'indietro nelle mie ossa.
«Va tutto bene» dice di nuovo, prendendomi la mano. «Te lo prometto. Sistemerò
tutto...».
«Sistemerai tutto?» credo di star sognando. Credo di star morendo. «Cosa
sistemerai?». Qualcosa sta andando in frantumi nel mio cervello, sta succedendo
qualcosa senza il mio permesso e mi sento persa. Mi sento davvero persa, sono
davvero confusa e sto annegando nella confusione. «Adam, non capis...».
«No, ma davvero?» Kenji sta tornando verso il nostro gruppetto. «Avete intenzione
di farlo qui? Davanti a tutti? Perché questi tavoli non sono comodi come
sembrano...».
Adam indietreggia e dà una spallata a Kenji mentre esce.
«Non farlo» è tutto quello che gli sento dire prima che sparisca.
SEI
Kenji fa un fischio.
Castle chiama Adam, gli chiede di rallentare, di parlargli, di discutere in maniera
razionale. Adam non si guarda mai indietro.
«Te l’ho detto che era lunatico» borbotta Kenji.
«Non è lunatico» mi sento dire, ma le parole mi sembrano distanti, disconnesse
dalle mie labbra. Mi sento intorpidita, come se mi avessero svuotato le braccia.
Dove ho lasciato la voce non riesco a trovare la voce non riesco a trovare la…
«Allora! Io e te, eh?» Kenji batte le mani. «Pronta ad essere presa a calci in culo?».
«Kenji».
«Si?».
«Voglio che mi porti dove sono andati».
Kenji mi sta guardando come se gli avessi appena chiesto di tirarsi un calcio in
faccia. «Ehm, sì… che ne dici di un bel "assolutamente no" come risposta a questa
richiesta? Ti va bene? Perché a me va bene».
«Devo sapere cosa sta succedendo». Mi giro verso di lui disperata, mi sento
stupida. «Tu lo sai, non è vero? Sai cosa c’è che non va…»
«Certo che lo so». Incrocia le braccia. Mi lancia un’occhiata fredda. «Ci vivo con
quel disgraziato e in pratica sono io a gestire questo posto. So tutto.»
«Allora perché non vuoi dirmelo? Kenji, per favore…»
«Sì, ehm, su questo passo, ma sai cosa posso fare? Ti aiuto ad uscire da questa
mensa, dove tutti stanno ascoltando tutto quello che diciamo». Quest'ultima parte la
dice a voce altissima, guardandosi intorno nella stanza e scuotendo la testa. «Tornate
alla vostra colazione, gente. Non c’è niente da vedere qui».
È solo allora che mi rendo conto dello spettacolo che abbiamo dato. Tutti gli occhi
della stanza sono puntati su di me. Tento di fare un debole sorriso e faccio un saluto
nervoso con la mano prima di lasciare che Kenji mi trascini fuori dalla stanza.
«Non c’è bisogno di salutare la gente con la mano, principessa. Non è una
cerimonia di incoronazione». Mi spinge in uno dei tanti, lunghi corridoi scarsamente
illuminati.
«Dimmi cosa sta succedendo». Devo sbattere le palpebre più volte prima che i miei
occhi si abituino alla luce. «Non è giusto… tutti sanno cosa sta succedendo tranne
me».
Lui fa spallucce e si appoggia con una spalla al muro. «Non sta a me dirtelo.
Voglio dire, mi piace farlo arrabbiare, ma non sono uno stronzo. Mi ha chiesto di non
dire niente. Quindi non dirò niente».
«Ma... voglio dire… sta bene? Puoi almeno dirmi se sta bene?».
Kenji si passa una mano sugli occhi, sospira infastidito. Mi lancia un’occhiata.
Dice: «Va bene, hai mai visto un disastro ferroviario?»
Non aspetta che risponda. «Io ne ho visto uno quando ero piccolo. Era uno di quei
treni grandi e assurdi con un miliardo di vagoni tutti attaccati. Era completamente
deragliato, esploso per metà. Quella roba era in fiamme, tutti urlavano. In quel
momento sai che le persone o sono morte o stanno morendo e non vuoi guardare
davvero, ma non riesci a distogliere lo sguardo, capisci?» annuisce. Si morde
l’interno della guancia. «È una cosa simile. Il tuo ragazzo è un disastro ferroviario,
diamine».
Non mi sento le gambe.
«Cioè, non so» Kenji continua. «Personalmente? Penso che stia esagerando. Sono
successe cose peggiori, no? Dannazione, non siamo nella merda fino al collo? Ma no,
sembra che Mister Adam Kent non lo sappia. Credo che non dorma nemmeno più. E
sai che ti dico?» aggiunge piegandosi in avanti. «Penso che stia cominciando a
spaventare un po’ James e, sinceramente, comincio ad incazzarmi perché quel
ragazzino è troppo gentile e troppo figo per avere a che fare con le tragedie di
Adam...».
Ma non sto più ascoltando.
Sto immaginando i peggiori scenari possibili, i peggiori esiti possibili. Cose orribili
e terrificanti e tutte che finiscono con la morte di Adam che avviene in qualche modo
orribile. Deve essere malato, deve provare una sofferenza terribile, o c’è qualcosa che
lo spinge a fare cose che non riesce controllare o oh, Dio, no.
«Devi dirmelo».
Non riconosco la mia voce. Kenji mi sta guardando scioccato, con gli occhi
sbarrati e una paura genuina nei lineamenti del volto e solo allora mi rendo conto di
averlo inchiodato al muro. Le mie 10 dita gli stringono la camicia, ho manciate di
tessuto strette in ciascuna mano e posso solo farmi un’idea dell’immagine che deve
avere di me in questo momento.
La parte più preoccupante è che nemmeno mi interessa.
«Mi dirai qualcosa, Kenji. Devi farlo. Devo sapere».
«Ehm…» si lecca le labbra, si guarda intorno, fa una risata nervosa. «Non è che
magari vuoi lasciarmi andare?».
«Mi aiuterai?».
Si gratta dietro l’orecchio. Fa una piccola smorfia. «No?»
Lo sbatto più forte contro il muro, riconosco una corrente feroce di adrenalina
bruciarmi nelle vene. È strano, ma mi sento come se potessi distruggere la terra a
mani nude.
Mi sembra che sarebbe facile. Facilissimo.
«Ok… va bene… porca miseria». Kenji ha le braccia alzate e il respiro un po’
accelerato. «Che… che ne dici di lasciarmi andare? Così, ehm, ti porto al laboratorio
di ricerca».
«Il laboratorio di ricerca».
«Sì, è lì che fanno le verifiche. È lì che sottopongono tutti alle verifiche».
«Prometti di portarmici se ti lascio andare?».
«Mi spaccherai la testa contro il muro se non lo faccio?».
«Probabile» mento.
«Allora sì. Ti ci porto. Maledizione»
Lo lascio andare e incespico all’indietro. Mi sforzo di ridarmi un contegno. Mi
sento un po’ in imbarazzo ora che l’ho lasciato andare. Una parte di me sente che
devo aver esagerato. «Mi dispiace» gli dico. «Ma grazie. Apprezzo il tuo aiuto».
Cerco di alzare il mento con fare dignitoso.
Kenji sbuffa. Mi guarda come se non avesse idea di chi sono, come se non sapesse
con certezza se ridere, applaudire o correre a gambe levate nella direzione opposta. Si
strofina la nuca con gli occhi fissi sul mio viso. Non la smette di fissarmi.
«Che c’è?» gli chiedo.
«Quanto pesi?»
«Caspita. È così che parli ad ogni ragazza che incontri? Si spiegano molte cose».
«Io circa ottanta chili» dice. «Di muscoli».
Lo fisso. «Vuoi un premio?».
«Bene, bene, bene» dice piegando la testa, l’accenno di un sorriso gli si allarga sul
viso.
«Guarda chi fa la strafottente adesso».
«Penso che tu mi stia contagiando» dico.
Ma lui non sorride più .
«Senti» dice. «Non voglio darmi delle arie precisandolo, ma potrei lanciarti
dall’altro lato della stanza con il mignolo. Tu pesi, diciamo, meno di niente. Sono
quasi il doppio di te» fa una pausa. «Quindi come diavolo hai fatto ad inchiodarmi al
muro?».
«Cosa?» aggrotto le sopracciglia. «Cosa stai dicendo?».
«Sto dicendo che tu» mi indica «mi hai inchiodato» si indica «al muro». Indica il
muro.
«Vuoi dire che non potevi davvero muoverti?» sbatto le palpebre. «Pensavo avessi
solo paura di toccarmi.»
«No» dice. «Non riuscivo davvero a muovermi. A malapena riuscivo a respirare».
«Stai scherzando».
«Lo hai mai fatto prima?».
«No» scuoto la testa. «Cioè, non penso...». Respiro a fatica quando il ricordo di
Warner e della sua camera delle torture mi tornano precipitosamente alla mente; devo
chiudere gli occhi per bloccare il flusso delle immagini. Il solo ricordo di
quell’evento basta a farmi venire una nausea insopportabile, riesco già a sentire il
sudore freddo ricoprirmi la pelle. Warner mi ha messo alla prova, ha cercato di
mettermi nella posizione di essere costretta ad usare i miei poteri su un bambino. Ero
talmente inorridita, talmente furibonda che ho fatto crollare la barriera di cemento
attraversandola, per raggiungere Warner che mi aspettava dall’altra parte. Avevo
inchiodato al muro anche lui. Solo che non mi ero resa conto che era impaurito per
via della mia forza. Pensavo avesse paura di muoversi perché per poco non lo
toccavo.
Credo di essermi sbagliata.
«Già» dice Kenji, confermando qualcosa che mi ha letto sul viso. «Bene. Come
pensavo. Dobbiamo ricordarci di questa notizia succulenta quando avremo occasione
di iniziare le nostre vere sessioni di allenamento». Mi lancia uno sguardo subdolo.
«Quando succederà davvero».
Annuisco senza prestare davvero attenzione. «Certo. Va bene. Ma prima portami al
laboratorio di ricerca».
Kenji sospira. Muove la mano per fare un inchino e dice un plateale: «Dopo di te,
principessa».
SETTE
Percorriamo una serie di corridoi che non ho mai visto.
Passiamo per tutti i soliti corridoi e le solite aree, superiamo la stanza di
allenamento che occupo di solito e, per la prima volta da quando sono qui, presto
veramente attenzione a quello che mi circonda. Tutto ad un tratto i miei sensi sono
più nitidi, più chiari, è come se il mio intero essere stesse canticchiando in silenzio
con rinnovata energia.
Sono elettrizzata.
Questo intero rifugio è stato scavato nella terra: consiste di tunnel cavernosi e
passaggi interconnessi, tutti alimentati da rifornimenti ed energia elettrica rubata da
magazzini segreti appartenenti alla Restaurazione. Questo spazio è preziosissimo.
Castle una volta ci ha detto che ci sono voluti dieci anni per progettarlo e altri dieci
anni per finire i lavori. A quel punto era anche riuscito a reclutare tutti gli altri
membri di questo mondo sotterraneo. Capisco perché la sicurezza quaggiù è tanto
inflessibile, perché Castle non è incline a lasciare che succeda qualcosa. Credo che
neanche io lo sarei.
Kenji si ferma.
Arriviamo a quello che sembra un vicolo cieco… quella che potrebbe essere la fine
del Punto Omega.
Kenji tira fuori una chiave elettronica che non sapevo tenesse nascosta e con la
mano cerca un pannello sepolto nella roccia. Apre il pannello facendolo scorrere. Fa
qualcosa che non riesco a vedere. Passa la chiave magnetica. Schiaccia un
interruttore.
L’intera parete rimbomba prendendo vita.
I pezzi si staccano, spostandosi dal loro posto fino a svelare un buco abbastanza
grande da entrarci con i nostri corpi. Kenji mi fa cenno di seguirlo e io supero
l’ingresso scavalcandolo. Guardandomi indietro vedo la parete che mi si chiude alle
spalle.
Con i piedi tocco il suolo dall’altro lato.
Assomiglia ad una caverna. Imponente, ampia e divisa in tre sezioni longitudinali.
La sezione centrale è la più stretta e serve da passaggio; le sezioni di destra e sinistra
sono composte da stanze di vetro quadrate con porte di vetro sottili. Tutte le pareti
trasparenti fanno da divisori tra le stanze su entrambi i lati: è tutto trasparente. C’è
un’atmosfera elettrica che divora il posto, ogni spazio è illuminato da luci chiare e
macchinari lampeggianti. Dei ronzii acuti e sordi di energia palpitano per tutta la
grandezza del luogo.
Ci sono almeno 20 stanze quaggiù.
10 su ogni lato, tutte in bella vista. Riconosco qualche volto della sala da pranzo,
alcuni di loro sono legati ai macchinari con aghi infilati nel corpo. I monitor emettono
segnali acustici che trasmettono qualche informazione che non riesco a capire. Le
porte si aprono e si chiudono si aprono e si chiudono si aprono e si chiudono. Parole,
sussurri, passi, gesti e pensieri informi si raccolgono nell’aria.
Questo.
Questo è il luogo dove succede tutto.
Castle, due settimane fa, il giorno dopo il mio arrivo, mi ha detto che aveva una
buona idea sul perché siamo così. Ha detto che stavano facendo ricerche da anni.
Ricerche.
Vedo delle sagome correre, boccheggiare su quelli che somigliano a tapis roulant
esageratamente veloci. Vedo una donna ricaricare una pistola in una stanza piena di
armi e vedo un uomo tenere in mano qualcosa che emette una fiamma di un blu
intenso. Vedo una persona in piedi in una stanza piena d’acqua, ci sono corde
accatastate, infilate nel soffitto, liquidi di ogni genere, sostanze chimiche, congegni di
cui non riesco a ricordare il nome. Il mio cervello non smette di urlare, i miei
polmoni continuano ad andare in fiamme ed è troppo troppo troppo troppo
Ci sono troppe macchine, troppe luci, troppe persone in troppe stanze che
prendono appunti, parlano tra di loro, guardano l’orologio ogni due secondi e
cammino in avanti incespicando, guardo troppo da vicino ma non abbastanza da
vicino e poi lo sento. Cerco disperatamente di non farlo, ma queste pareti di vetro
denso riescono a contenerlo a stento ed eccolo di nuovo.
Il suono basso e gutturale della sofferenza umana.
Mi colpisce dritto in faccia. Mi dà un pugno in pieno stomaco. Quando capisco, la
realizzazione va a scontrarsi contro la mia schiena, mi esplode nella pelle, mi pianta
le unghie nel collo e l’impossibilità della cosa mi strozza.
Adam.
Lo vedo. È già qui, in una delle stanze di vetro. A petto nudo. Legato ad una
barella, con le mani e i piedi bloccati in posizione e i fili provenienti da un
macchinario vicino attaccati alle tempie, alla fronte e appena sotto la clavicola. Ha gli
occhi chiusi, i pugni serrati, la mascella contratta e il viso troppo teso a causa dello
sforzo di non urlare.
Non riesco a capire cosa gli stiano facendo.
Non so cosa stia succedendo non capisco perché stia succedendo né a cosa gli
serva un macchinario, né perché quest continui a lampeggiare e ad emettere segnali
acustici. Non riesco a muovermi né a respirare e sto cercando di pensare alla mia
voce, alle mie mani, alla mia testa, ai miei piedi e poi lui sobbalza.
Si agita contro i sostegni, lotta contro il dolore fino a prendere a pugni
l’imbottitura della barella; lo sento gridare d’angoscia e per un momento il mondo si
ferma, tutto rallenta, i suoni sono strozzati, i colori sembrano macchie, il pavimento
sembra piegarsi di lato e penso: caspita, sto davvero morendo.
Morirò o ucciderò il responsabile di tutto questo.
O una cosa o l’altra.
È a quel punto che vedo Castle, in piedi in un angolo della camera di Adam, che
guarda in silenzio questo ragazzo di 18 anni dimenarsi in preda all’agonia senza fare
niente. Niente eccetto guardare, eccetto prendere appunti sul suo libricino e contrarre
le labbra mentre piega la testa di lato per dare un’occhiata al monitor del macchinario
che emette segnali acustici.
E l’idea è così semplice quando mi passa per la testa, così serena, così facile…
Così, così facile.
Lo ucciderò.
«Juliette… no…».
Kenji mi afferra per la vita, le sue braccia sembrano strisce d’acciaio intorno a me
e penso di urlare, penso di dire cose che non mi sono mai sentita dire prima e Kenji
mi dice di calmarmi, dice: «Questo è proprio il motivo per cui non volevo portarti
qui… tu non capisci… non è come sembra…»
E decido che probabilmente dovrei uccidere anche Kenji. Solo perché è un idiota.
«LASCIAMI ANDARE…».
«Smettila di tirarmi calci…».
«Io lo uccido…»
«Sì, dovresti davvero smetterla di dirlo ad alta voce, ok? Non ti stai facendo nessun
favore…»
«LASCIAMI ANDARE, KENJI, GIURO SU DIO…».
«Signorina Ferrars!».
Castle è in fondo al passaggio, a pochi metri dalla stanza di vetro di Adam. La
porta è aperta. Adam non si sta più dimenando, ma non sembra nemmeno essere
cosciente.
Una collera innocua e rovente.
È tutto quello che sento. Il mondo sembra bianco e nero da qui, così facile da
distruggere e conquistare… non ho mai provato una rabbia simile. È una rabbia
talmente pura, talmente potente da essere tranquillizzante, in realtà. È come una
sensazione che finalmente ha trovato il suo posto, come una sensazione che
finalmente trova conforto mentre mi si deposita nelle ossa.
Sono diventata lo stampo di un metallo liquido. Un calore denso e bruciante mi si
distribuisce per tutto il corpo e quello in eccesso mi ricopre le mani, forgiandomi i
pugni con una forza così mozzafiato, un’energia così intensa che penso possa
inghiottirmi. Il turbinio di tutto questo mi stordisce.
Posso fare qualsiasi cosa.
Qualsiasi cosa.
Kenji lascia andare le braccia. Non mi serve guardarlo per sapere che sta
barcollando all’indietro. Spaventato. Confuso. Probabilmente sconvolto.
Non mi interessa.
«Quindi è qui che siete stati» dico a Castle e sono sorpresa dal tono freddo e fluido
della mia voce. «È questo che stavate facendo».
Castle si avvicina e sembra pentirsene. Sembra sorpreso, sorpreso da qualcosa che
mi vede in volto. Cerca di parlare ma lo interrompo.
«Cosa gli ha fatto?» chiedo. «Cosa gli sta facendo…».
«Signorina Ferrars, per favore…».
«Lui non è il suo esperimento!» esplodo e non c’è più compostezza, non c’è più
fermezza nella mia voce e improvvisamente sono di nuovo così instabile che faccio
fatica ad impedire alle mie mani di tremare. «Pensa di poterlo usare per le sue
ricerche…».
«Signorina Ferrars, per favore, si deve calmare…».
«Non mi dica di calmarmi!» non riesco ad immaginare cosa devono avergli fatto
quaggiù, sottoponendolo a verifiche, trattandolo come una sorta di campione.
Lo stanno torturando.
«Non mi sarei mai aspettato che potesse avere una reazione tanto avversa a questa
stanza» dice Castle. Sta cercando di essere colloquiale. Ragionevole. Persino
carismatico. Mi chiedo che aspetto ho in questo momento. Mi chiedo se ha paura di
me. «Pensavo avesse capito l’importanza delle ricerche che facciamo al Punto
Omega» dice. «Senza ricerche, come potremmo sperare di comprendere le nostre
origini?».
«Gli sta facendo del male… lo sta uccidendo! Cosa gli ha fatto…»
«Niente che andasse contro la sua volontà» la voce di Castle è tesa, ha le labbra
strette e noto che la sua pazienza sta iniziando a venir meno. «Signorina Ferrars, se
sta insinuando che lo sto usando per un mio esperimento personale, le consiglierei di
esaminare meglio la situazione». Pronuncia le ultime sillabe con un po’ troppa enfasi,
un po’ troppo ardore e mi rendo conto che non l’ho mai visto arrabbiato prima d’ora.
«So che sta avendo difficoltà qui» continua Castle. «So che non è abituata a
vedersi fare parte di un gruppo e mi sono sforzato di capire perché è così… ho
cercato di aiutarla ad adattarsi. Ma deve guardarsi intorno!» indica le pareti di vetro e
le persone dietro di esse. «Siamo tutti uguali. Lavoriamo per la stessa squadra! Non
ho sottoposto Adam a niente a cui non mi sia sottoposto io stesso. Stiamo
semplicemente facendo delle verifiche per vedere quali sono le sue abilità
soprannaturali. Non possiamo sapere per certo cosa è in grado di fare se non facciamo
delle verifiche prima». Abbassa la voce di un’ottava o 2. «E non possiamo
permetterci il lusso di aspettare anni e anni prima che lui scopra per caso qualcosa
che potrebbe essere utile alla nostra causa in questo momento».
Ed è strano.
Perché questa rabbia mi sembra reale.
La sento che mi si avvolge intorno alle dita, come se potessi gettargliela in faccia.
La sento attorcigliarsi intorno alla mia spina dorsale, piantarmisi nello stomaco,
ramificarsi giù per le gambe, su per le braccia e intorno al collo. Mi soffoca. Mi
soffoca perché devo liberarla, devo darle sollievo. E glielo devo dare subito.
«Lei» gli dico e faccio fatica a sputar fuori le parole. «Lei pensa di essere migliore
della Restaurazione usandoci… facendo esperimenti su di noi per promuovere la sua
causa…».
«SIGNORINA FERRARS!» ruggisce Castle. I suoi occhi brillano di una luce
intensa, troppo intensa e mi rendo conto che tutti quelli che si trovano in questo
tunnel sotterraneo adesso ci stanno fissando. Ha le dita chiuse a pugno lungo i fianchi
e la mascella inconfondibilmente serrata. Sento la mano di Kenji sulla schiena prima
di rendermi conto che la terra sta vibrando sotto i miei piedi. Le pareti di vetro stanno
iniziando a tremare e Castle si trova nel bel mezzo di tutto: rigido, incendiato dalla
rabbia e dall’indignazione e mi ricordo che è ad un livello incredibilmente avanzato
di psicocinesi.
Mi ricordo che riesce a muovere le cose con la mente.
Alza la mano destra, col palmo rivolto verso l’esterno e il pannello di vetro a non
pochi metri di distanza inizia a vibrare e tremare e mi rendo conto che non sto
nemmeno respirando.
«Non le conviene farmi arrabbiare». La voce di Castle è troppo tranquilla rispetto
ai suoi occhi. «Se ha qualche problema con i miei metodi, la inviterei ad esprimere le
sue proteste in maniera razionale. Non tollererò sentirla parlami in questo modo. Le
mie preoccupazioni per il futuro del nostro mondo possono anche andare oltre la sua
comprensione, ma non dovrebbe criticarmi a causa della sua ignoranza!» abbassa la
mano destra e il vetro si ferma appena in tempo.
«La mia ignoranza?» ho il respiro di nuovo affannoso. «Lei pensa che dato che
non capisco il motivo per cui si dovrebbe sottoporre qualcuno a… a questo» con un
gesto della mano indico la stanza. «Lei pensa che significa che sono ignorante…?».
«Ehi, Juliette, va tutto bene…» inizia Kenji.
«Portala via» dice Castle. «Riportala nella sua zona di addestramento». Lancia uno
sguardo scontento a Kenji. «Io e te… ne parliamo più tardi. Cosa pensavi di fare
portandola qui? Non è pronta a vedere tutto questo… a malapena riesce a gestire se
stessa in questo momento…».
Ha ragione.
Non riesco a gestire tutto questo. Non sento altro che il suono dei macchinari che
emettono segnali acustici stridermi nella mente, non vedo altro che la figura inerte di
Adam sdraiata su un materassino. Non riesco a smettere di pensare a cosa deve aver
passato, a cosa ha dovuto sopportare solo per capire quello che potrebbe essere e mi
rendo conto che è tutta colpa mia.
È colpa mia se è qui, è colpa mia se è in pericolo, è colpa mia se Warner vuole
ucciderlo e Castle vuole sottoporlo a verifiche. E, se non fosse stato per me, a
quest’ora vivrebbe ancora con James in una casa non distrutta. Sarebbe al sicuro, a
suo agio e libero dal caos che ho portato nella sua vita.
L’ho portato io qui. Se non mi avesse mai toccata non sarebbe mai successo niente
di tutto questo. Sarebbe forte e in salute e non soffrirebbe, non si starebbe
nascondendo, non sarebbe intrappolato 20 metri sotto terra. Non passerebbe le
giornate legato ad una barella.
È colpa mia è colpa mia è colpa mia è colpa mia è colpa mia è tutta colpa mia
Scatto.
È come se mi avessero riempita di ramoscelli, basta solo che mi pieghi e tutto il
mio corpo si spezzerà. Tutti i sensi di colpa, tutta la rabbia, la frustrazione e
l’aggressività repressa dentro di me hanno trovato uno sfogo e ora non c’è modo di
controllarli. L’energia mi scorre dentro con un vigore che non ho mai provato prima e
non penso neanche, ma devo fare qualcosa devo toccare qualcosa e piego le dita,
piego le ginocchia, tiro indietro il braccio e
tiro
un
pugno
che
affonda
nel
terreno.
La terra si fende sotto le mie dita e il riverbero del colpo cresce bruscamente nel
mio essere, rimbalzandomi nelle ossa finché non mi gira la testa e il cuore non
diventa un pendolo che mi batte nella gabbia toracica. La mia vista diventa sfuocata e
torna a fuoco. Devo sbattere le palpebre un centinaio di volte per schiarirla e vedere
una crepa allargarsi sotto i miei piedi, una linea sottile che scheggia il terreno.
Improvvisamente tutto intorno a me è scombussolato. La pietra geme sotto il nostro
peso, le pareti di vetro tintinnano, i macchinari si muovono, l’acqua esce dal suo
contenitore e la gente…
La gente.
La gente è paralizzata dal terrore e dall’orrore. E la paura nelle loro espressioni mi
fa a pezzi.
Cado all’indietro, poggiando il pugno destro al petto, e cerco di ricordare a me
stessa che non sono un mostro, che non devo essere un mostro che non voglio fare del
male alle persone, che non voglio fare del male alle persone, che non voglio fare del
male alle persone
e non funziona.
Perché è tutta una bugia.
Perché in questo modo volevo essere d’aiuto.

Mi guardo intorno.
Guardo il terreno.
Quello che ho fatto.

E per la prima volta capisco che ho il potere di distruggere tutto.


OTTO
Castle è inerte.
Ha la bocca aperta, le braccia molli lungo i fianchi, gli occhi spalancati per la
preoccupazione, per lo stupore e un pizzico di intimidazione. E anche se muove le
labbra sembra che non riesca ad emettere alcun suono.
Sento che questo potrebbe essere il momento giusto per saltare giù da un dirupo.
Kenji mi tocca il braccio, mi giro per guardarlo e capisco che sono pietrificata.
Aspetto sempre che lui, Adam e Castle si rendano conto che essere gentili con me è
un errore, che finirà male, che non vale la pena farlo, che non sono altro che uno
strumento, un’arma, un’assassina segreta.
Ma lui mi prende il pugno destro nella mano con molta dolcezza. Fa attenzione a
non toccarmi la pelle mentre mi sfila il guanto di pelle ormai lacero e trattiene il fiato
alla vista delle mie nocche. Ho la pelle squarciata, c’è sangue dappertutto e non
riesco a muovere le dita.
Mi rendo conto di essere in agonia.
Sbatto le palpebre, le stelle esplodono e una nuova tortura mi imperversa nelle
membra, così in fretta che non riesco più a parlare.
Ansimo
e
il
mondo
s c o m p a r e.
NOVE
Ho il sapore della morte in bocca.
Riesco a sforzarmi di aprire gli occhi e immediatamente sento l'ira dell'inferno
diffondersi nel mio braccio destro. Mi hanno fasciato la mano con così tanti strati di
garza da immobilizzarmi le 5 dita e mi ritrovo ad essere grata per questo. Sono così
esausta che non ho l’energia per piangere.
Sbatto le palpebre.
Provo a guardarmi intorno, ma ho il collo troppo rigido.
Delle dita mi sfiorano la spalla e scopro di voler respirare. Sbatto le palpebre di
nuovo. Ancora una volta. Metto a fuoco il volto di una ragazza che poi diventa
sfuocato. Volto la testa per avere una visione migliore e sbatto le palpebre sbatto le
palpebre sbatto le palpebre ancora un po’.
«Come ti senti?» sussurra.
«Sto bene» dico all’immagine sfuocata, ma penso di mentire. «Chi sei?».
«Sono io» dice. Anche senza vederla chiaramente riesco a sentire la gentilezza
nella sua voce. «Sonya».
Certo.
Anche Sara probabilmente è qui. Devo essere nell'area medica.
«Cosa è successo?» chiedo. «Quanto tempo sono rimasta svenuta?».
Lei non risponde e mi chiedo se non mi ha sentito.
«Sonya?» cerco di incrociare il suo sguardo. «Quanto tempo ho dormito?».
«Sei stata molto male» dice. «Il tuo corpo ha avuto bisogno di tempo…».
«Quanto tempo?» la mia voce si riduce ad un sussurro.
«Tre giorni».

Mi metto a sedere dritta e so che sto per vomitare.


Fortunatamente Sonya ha avuto la perspicacia di prevedere ciò che mi sarebbe
servito. Un secchio mi compare davanti giusto in tempo per svuotarci dentro lo scarso
contenuto che ho nello stomaco, poi sono in preda ai conati di vomito. Indosso
qualcosa che non è la mia tuta, ma una specie di camice da ospedale, e qualcuno mi
sta passando un panno caldo e umido sul viso.
Sonya e Sara vegliano su di me, hanno panni caldi in mano e mi asciugano la pelle
nuda con voce rassicurante, mi dicono che mi riprenderò, che ho solo bisogno di
riposare. Finalmente sto sveglia abbastanza per mangiare qualcosa, non dovrei essere
preoccupata perché non c’è niente di cui preoccuparsi e loro si prenderanno cura di
me.
Ma poi guardo più attentamente.
Noto le loro mani, accuratamente rivestite da guanti in lattice, noto la flebo che ho
infilata nel braccio, noto la tempestività e la cautela con cui mi si avvicinano e poi
capisco il problema.

Le guaritrici non possono toccarmi.


DIECI
Non avevano mai avuto a che fare con un problema come il mio.
Delle ferite se ne occupano sempre le guaritrici. Possono aggiustare ossa rotte,
guarire ferite da arma da fuoco, rianimare polmoni collassati e guarire persino i tagli
peggiori… lo so perché hanno dovuto trasportare Adam nel Punto Omega su una
barella quando siamo arrivati. Era rimasto ferito per opera di Warner e dei suoi
uomini dopo che siamo scappati dalla base militare e pensavo che il suo corpo
sarebbe rimasto per sempre coperto di cicatrici. Ma è perfetto. Come nuovo. Ci è
voluta un’intera giornata per rimetterlo in sesto, è stata una specie di magia.
Ma non ci sono medicine magiche per me.
Non ci sono miracoli.
Sonya e Sara mi spiegano che devo aver subito uno shock profondo. Dicono che le
mie abilità mi hanno sovraccaricato il corpo ed è addirittura un miracolo che sia
riuscita a sopravvivere. Pensano anche che sia rimasta svenuta abbastanza a lungo da
riparare la maggior parte dei danni psicologici, anche se non sono davvero sicura che
sia vero. Credo che ci voglia moltissimo tempo per sistemare cose del genere. Ho
danni psicologici da moltissimo tempo. Ma se non altro il dolore fisico è quasi
scomparso. Non rimangono altro che fitte lancinanti che riesco ad ignorare per brevi
periodi di tempo.
Ricordo qualcosa.
«Le altre volte» gli dico. «Nella stanza delle torture di Warner, poi con Adam e la
porta d’acciaio… non avevo mai… non mi era mai successo… non mi ero mai ferita
da sola…».
«Castle ce l’ha detto» mi dice Sonya. «Ma sfondare una porta o una parete è molto
diverso dal cercare di spaccare la terra in due». Tenta di fare un sorriso. «Siamo
sicurissime che questo non abbia paragoni con quello che hai fatto prima d’ora. È
stato molto più forte… l’abbiamo sentito tutti quando è successo. A dire il vero
abbiamo pensato che fossero esplosi gli ordigni. I tunnel» dice. «Sono quasi crollati».
«No». Lo stomaco mi diventa di pietra.
«Va tutto bene» cerca di rassicurarmi Sara. «Ti sei fermata appena in tempo».
Non riesco a riprendere fiato.
«Non potevi saperlo…» comincia Sonya.
«Per poco non uccidevo… per poco non vi uccidevo tutti…».
Sonya scuote la testa. «Hai una quantità di potere incredibile. Non è colpa tua. Non
sapevi di cosa fossi capace».
«Avrei potuto uccidervi. Avrei potuto uccidere Adam… avrei potuto…» giro di
scatto la testa. «È qui? Adam è qui?».
Le ragazze mi fissano. Poi si fissano a vicenda.
Sento qualcuno schiarirsi la gola e mi volto di scatto verso quel suono.
Kenji si allontana dall’angolo. Mi fa un mezzo saluto con la mano e mi rivolge un
sorriso sbilenco che non gli illumina gli occhi. «Scusa» mi dice. «Ma abbiamo dovuto
tenerlo lontano da qui».
«Perché?» chiedo. ma ho paura di sapere la risposta.
Kenji si toglie i capelli davanti agli occhi. Valuta la mia domanda. «Beh. Da dove
dovrei cominciare?» conta con le dita. «Dopo che ha scoperto cos’è successo ha
cercato di uccidermi, ha perso le staffe con Castle, si è rifiutato di andarsene
dall’aerea medica e poi ha…».
«Per favore». Lo fermo. Chiudo gli occhi strizzandoli. «Non importa. Non dirmelo.
Non ce la faccio».
«Me l’hai chiesto tu».
«Dov’è?» apro gli occhi. «Sta bene?».
Kenji si strofina la nuca. Distoglie lo sguardo. «Si riprenderà».
«Posso vederlo?».
Kenji sospira. Si volta verso le ragazze. «Ehi, potete lasciarci un secondo da soli?»
e tutte e 2 all’improvviso hanno fretta di andarsene.
«Certo» dice Sara.
«Non c’è problema» dice Sonya.
«Vi lasciamo un po’ di privacy» dicono contemporaneamente.
E se ne vanno.
Kenji prende una delle sedie appoggiate contro la parete e la trascina fino al mio
letto. Si siede. Poggia la caviglia di 1 piede sul ginocchio dell’altra gamba e si
appoggia contro lo schienale. Unisce le mani dietro la testa. Mi guarda.
Mi muovo sul materasso e mi siedo in modo da guardarlo meglio. «Che succede?».
«Tu e Kent dovete parlare».
«Oh» deglutisco. «Sì, lo so».
«Davvero?».
«Certo».
«Bene». Annuisce. Distoglie lo sguardo. Batte il piede troppo velocemente contro
il pavimento.
«Che c’è?» gli chiedo dopo un attimo. «Cosa mi nascondi?».
Smette di battere il piede ma non incrocia il mio sguardo. Si copre la bocca con la
mano sinistra. La lascia cadere. «Hai fatto una roba assurda».
Tutto a un tratto mi sento umiliata. «Mi dispiace, Kenji. Mi dispiace molto… non
pensavo… non sapevo…».
Si volta a guardarmi e la sua espressione mi immobilizza sul posto. Sta cercando di
leggermi dentro. Sta cercando di capirmi. Mi rendo conto che sta cercando di
decidere se può fidarsi di me o meno. Se le voci riguardo al mostro che è in me sono
vere o no.
«Non l’avevo mai fatto prima» mi sento sussurrare. «Lo giuro… non volevo che
succedesse…».
«Ne sei sicura?».
«Come?».
«È una domanda, Juliette. È una domanda legittima». Non l’ho mai visto così
serio. «Ti ho portata qui perché Castle ti voleva qui. Perché pensava che avremmo
potuto aiutarti… pensava che avremmo potuto darti un posto sicuro in cui vivere.
Voleva portarti via da quegli stronzi che volevano usarti per trarne benefici personali.
Poi arrivi e sembra che tu non voglia partecipare a niente. Non parli con la gente.
Non fai progressi con l’addestramento. In pratica non fai niente».
«Scusa, davvero…».
«Poi credo a Castle quando mi dice che è preoccupato per te, quando mi dice che
non ti stai adattando, che hai difficoltà ad andare d’accordo con gli altri, che la gente
ha saputo cose negative sul tuo conto e non è accogliente come dovrebbe. E mi
dovrei prendere a calci per questo, ma mi dispiace per te, così gli dico che ti aiuterò.
Riorganizzo il mio cavolo di programma per aiutarti ad affrontare i tuoi problemi,
perché penso che tu sia una brava ragazza e che sei solo un po’ incompresa, perché
Castle è la persona più rispettabile che abbia mai conosciuto e voglio aiutarlo».
Il cuore mi batte talmente forte che mi sorprende che non stia sanguinando.
«Perciò mi chiedo» mi dice. Lascia cadere il piede che aveva appoggiato sul
ginocchio. Si china in avanti. Poggia i gomiti sulle gambe. «Mi chiedo se è possibile
che sia tutta una coincidenza. Cioè, è per una strada coincidenza che sono finito a
lavorare con te? Io? Una delle pochissime persone ad avere accesso a quella stanza?
O è stata una coincidenza che tu sia riuscita a minacciarmi affinché ti portassi nel
laboratorio di ricerca? Che poi tu, in qualche modo, per caso, per una coincidenza e
inconsapevolmente hai tirato un pugno al terreno che ha fatto tremare questo posto
talmente forte che tutti abbiamo pensato che le pareti avrebbero ceduto?» mi fissa
duramente. «È stata una coincidenza» dice «che se avessi continuato per qualche altro
secondo questo posto sarebbe crollato?».
Ho gli occhi spalancati, terrorizzati, sorpresi.
Si poggia contro lo schienale. Abbassa lo sguardo. Si preme due dita sulle labbra.
«Vuoi davvero stare qui?» mi chiede. «O stai cercando di distruggerci
dall’interno?».
«Cosa?» boccheggio. «No…».
«Perché o sai perfettamente cosa stai facendo, e sei molto più subdola di quanto
fingi di essere, o davvero non hai idea di quello che stai facendo ed hai solo una
pessima fortuna. Non ho ancora deciso».
«Kenji, lo giuro, non ho mai… non ho mai…» devo trattenere le parole per
ricacciare indietro le lacrime. Questa sensazione è paralizzante, il non sapere come
dimostrare la propria innocenza. Tutta la mia vita continua a ripetersi più e più volte.
Cerco di convincere la gente che non sono pericolosa, che non ho mai voluto far del
male a nessuno e che non avrei mai voluto che le cose andassero a finire così. Che
non sono una persona cattiva.
Ma non sembra mai funzionare.
«Mi dispiace tanto» mi blocco. Le lacrime scendono veloci ora. Sono davvero
disgustata da me stessa. Ce l’ho messa tutta per essere diversa, per essere migliore,
per essere buona e ho appena rovinato tutto, ho perso di nuovo tutto e non so
nemmeno come dirgli che si sbaglia.
Perché forse ha ragione.
Sapevo di essere arrabbiata. Sapevo che volevo far del male a Castle e che non mi
interessava. In quel momento volevo farlo sul serio. Nella rabbia del momento,
volevo farlo davvero, sul serio. Non so cosa avrei fatto se non ci fosse stato Kenji a
trattenermi. Non lo so. Non ne ho idea. Non capisco nemmeno di cosa sono capace.
Quante volte, sento una voce sussurrarmi nella testa, quante volte chiederai scusa
per quello che sei?
Sento Kenji sospirare. Muoversi sulla sedia. Non oso sollevare lo sguardo.
«Dovevo chiedertelo, Juliette» Kenji sembra a disagio. «Mi dispiace che tu stia
piangendo, ma non mi dispiace di avertelo chiesto. È il mio compito pensare
costantemente alla nostra sicurezza… il che vuol dire che devo guardare la situazione
da tutte le prospettive. Nessuno sa cosa sai fare ancora. Nemmeno tu. Ma continui a
comportarti come se quello di cui sei capace non fosse niente di che e così non aiuti
affatto. Devi smetterla di fingere che non sei pericolosa».
Alzo lo sguardo troppo in fretta. «Ma non… non voglio far del male a nessuno…».
«Non ha importanza» dice alzandosi in piedi. «È bello che tu abbia buone
intenzioni, ma questo non cambia i fatti. Tu sei pericolosa. Cazzo, sei pericolosa da
far paura. Più pericolosa di me e di tutti gli altri qui dentro. Perciò non comportarti
come se saperlo, di per sé, non sia una minaccia per noi. Se vuoi rimanere qui» mi
dice «devi imparare a controllare quello che fai… a contenerlo. Devi vedertela con
chi sei e devi trovare un modo per conviverci. Proprio come il resto di noi».
Bussano 3 volte alla porta.
Kenji mi sta ancora fissando. In attesa.
«Ok» mormoro.
«E tu e Kent dovete risolvere le vostre tragedie il prima possibile» aggiunge
proprio mentre Sonya e Sara rientrano nella stanza. «Io non ho il tempo e le energie e
nemmeno mi interessa occuparmi dei vostri problemi. Mi piace provocarvi di tanto in
tanto perché beh, diciamocelo» fa spallucce «nel mondo là fuori scoppierà l’inferno
e, se devo morire prima dei venticinque anni, vorrei almeno ricordare cosa si prova a
ridere prima che succeda. Ma questo non vuol dire che sia il vostro pagliaccio o la
vostra babysitter. In fin dei conti non mi importa un fico secco se tu e Kent farete
coppia fissa. Abbiamo un sacco di cose di cui occuparci quaggiù e neanche una di
queste riguarda anche lontanamente la vostra vita amorosa». Una pausa. «È chiaro?».
Annuisco dato che non sono sicura di riuscire a parlare.
«Allora ci stai?» chiede.
Annuisco di nuovo.
«Voglio sentirtelo dire. Se ci stai, ci stai e basta. Non devi più piangerti addosso.
Non devi più startene seduta nella stanza di addestramento tutto il giorno a piangere
perché non riesci a rompere un tubo metallico…».
«Come lo sa…»
«Ci stai?».
«Ci sto» gli dico. «Ci sto. Lo prometto».
Prende un respiro profondo. Si passa una mano tra i capelli. «Bene. Vediamoci furi
dalla sala da pranzo domani mattina alle sei».
«Ma la mia mano…».
Scaccia via le mie parole con un gesto della mano. «La tua mano niente. Ti
riprenderai. Non ti sei rotta niente. Hai le nocche che sono un disastro, il tuo cervello
ha dato leggermente di matto e in pratica hai dormito per tre giorni. Non direi che è
una ferita» dice. «Direi che è una vacanza, porca miseria». Si ferma per pensare a
qualcosa. «Hai idea di quanto tempo sia passato dall’ultima volta che io sono stato in
vacanza…».
«Ma non ci dobbiamo allenare?» lo interrompo. «Non posso fare niente con la
mano tutta fasciata, no?».
«Fidati di me». Piega la testa. «Te la caverai. Sarà… sarà leggermente diverso».
Lo fisso. Aspetto.
«Puoi considerarlo il tuo benvenuto ufficiale al Punto Omega» dice.
«Ma…».
«Domani. Sei del mattino».
Apro la bocca per fare un’altra domanda ma lui si porta un dito alle labbra, mi
saluta con due dita e cammina all’indietro verso l’uscita proprio mentre Sonya e Sara
raggiungono il mio letto.
Lo guardo salutarle con un cenno del capo, si gira su un 1 piede ed esce dalla porta
a grandi passi.
Le 6 del mattino.
UNDICI
Intravedo l’orologio sulla parete e mi rendo conto che sono solo le 2 di pomeriggio.
Il che vuol dire che mancano 16 ore alle 6 del mattino.
Il che vuol dire che ho un sacco di ore da occupare.
Il che vuol dire che devo vestirmi.
Perché devo uscire da qui.
E ho veramente bisogno di parlare con Adam.

«Juliette?».
Mi riscuoto dai miei pensieri e torno al presente trovando Sonya e Sara che mi
fissano. «Possiamo portarti qualcosa?» chiedono. «Ti senti abbastanza bene da alzarti
dal letto?».
Ma io passo lo sguardo dall’una all’altra e viceversa e, invece di rispondere alle
loro domande, un senso di vergogna paralizzante mi scava nell’anima e non posso
fare a meno di tornare ad essere un’altra versione di me stessa. Una ragazzina
spaventata che vuole continuare a piegarsi in due finché nessuno riuscirà più a
trovarla.
Continuo a dire: «Mi dispiace, mi dispiace tanto, mi dispiace per tutto, per tutto
quanto, per tutti i guai, per tutti i danni, davvero, mi dispiace tanto, tantissimo…».
Mi sento continuare ancora e ancora e non riesco a fermarmi.
È come se un pulsante nel mio cervello si fosse rotto, come se avessi contratto una
malattia che mi costringe a chiedere scusa per tutto, per la mia esistenza, per aver
voluto più di quello che mi è stato dato e non riesco a smettere.
È questo che faccio.
Sto sempre a scusarmi. Continuo sempre a scusarmi. Per chi sono e per chi non
avrei mai voluto essere, per questo corpo in cui sono nata, questo DNA che non ho
mai chiesto di avere, questa persona che non riesco a smettere di essere. Ho passato
17 anni a cercare di essere diversa. Ogni singolo giorno. A cercare di essere un’altra
per qualcun altro.
E non sembra mai avere importanza.
Ma poi mi rendo conto che stanno parlando con me.
«Non c’è niente di cui scusarsi…».
«Per favore, va tutto bene…».
Entrambe stanno cercando di parlarmi, ma Sara è la più vicina.
Mi permetto di incontrare i suoi occhi e mi stupisco di vedere quanto siano dolci.
Verdi, gentili e strizzati in un sorriso. Si siede sul lato destro del mio letto. Mi dà un
colpetto sul braccio nudo con i suoi guanti di lattice, senza paura. Inflessibile. Sonya
è accanto a lei e mi guarda come se fosse preoccupata, come se fosse triste per me, e
non ho tempo di rimuginarci su perché mi distraggo. Sento il profumo di gelsomino
che riempie la stanza, proprio come la prima volta che ho messo piede qui dentro.
Quando siamo arrivati al Punto Omega. Quando Adam era ferito. E stava morendo.
Stava morendo e loro gli hanno salvato la vita. Queste 2 ragazze davanti a me. Gli
hanno salvato la vita, ho vissuto con loro due settimane e mi rendo conto, proprio in
questo momento, di quanto sia stata egoista.
Quindi decido di provare ad usare altre parole.
«Grazie» sussurro.
Sento che sto iniziando ad arrossire e mi meraviglio della mia incapacità di
esprimere liberamente parole e sentimenti. Mi stupisco della mia incapacità di fare
semplici battute, conversazioni normali, di usare parole vuote per riempire momenti
difficili. Non ho un armadio pieno di ehm ed ellissi pronti da inserire a inizio e fine
frase. Non so essere un verbo, un avverbio né un qualificatore grammaticale. Sono un
sostantivo fino al midollo.
Talmente piena di persone, luoghi, cose e idee che non so come tirarli fuori dalla
testa. Come iniziare una conversazione.
Voglio fidarmi, ma questo mi spaventa a morte.
Ma poi mi ricordo della promessa che ho fatto a Castle, della promessa che ho fatto
a Kenji, delle mie preoccupazioni su Adam e penso che forse dovrei azzardare. Forse
dovrei cercare di farmi un nuovo amico o 2. E penso a quanto sarebbe meraviglioso
essere amica di una ragazza. Una ragazza, proprio come me.
Non ne ho mai avuta una prima.
Quindi, quando Sonya e Sara sorridono e mi dicono che sono “felici di aiutarmi”,
che sono “sempre” qui e che ci sono sempre per me se “ho bisogno di qualcuno con
cui parlare”, io gli dico che mi piacerebbe molto.
Gli dico che lo apprezzerei davvero.
Gli dico che mi piacerebbe tantissimo avere un amico con cui parlare.
Forse, prima o poi.
DODICI
«Rimettiamoti un po’ la tuta» mi dice Sara.
L’aria quaggiù è fresca, fredda e spesso umida, il vento invernale soffia senza sosta
mentre nel mondo sopra di noi obbligano la gente a sottomettersi. Anche nella mia
tuta ho i brividi, soprattutto la mattina presto, soprattutto in questo momento. Sonya e
Sara mi stanno aiutando a togliermi questo camice da ospedale e a rimettermi la solita
uniforme e mi trema la pelle. Solo quando finiscono di alzarmi la cerniera il materiale
comincia a reagire alla mia temperatura corporea, ma sono ancora così debole per
essere stata a letto così tanto tempo che faccio fatica a stare in piedi.
«Davvero, non mi serve la sedia a rotelle» dico a Sara per la terza volta. «Grazie,
davvero… lo apprezzo molto» balbetto «ma devo farmi circolare il sangue nelle
gambe. Devo rinforzarmi i piedi». Devo essere forte io, punto.
Castle ed Adam mi aspettano in camera mia.
Sonya mi ha detto che mentre parlavo con Kenji erano andate ad avvisare Castle
che mi ero svegliata. E ora sono lì. Ad aspettarmi. Nella stanza che divido con Sonya
e Sara. E ho talmente paura di quello che succederà che penso sarebbe conveniente se
dimenticassi come arrivare alla mia stanza. Perché sono abbastanza sicura che quello
sentirò non sarà bello.
«Non puoi tornare in camera da sola» sta dicendo Sara. «Riesci a malapena a
stare...».
«Va tutto bene» insisto. Cerco di sorridere. «Davvero, dovrei farcela se resto vicina
alla parete. Sono sicura che tornerò come prima non appena comincerò a muovermi».
Sonya e Sara si lanciano un’occhiata prima di scrutarmi in volto. «Come va la tua
mano?» chiedono contemporaneamente.
«Bene» gli dico, questa volta con più convinzione. «Molto meglio. Davvero.
Grazie mille».
In pratica i tagli sono guariti e ora riesco a muovere le dita. Ispeziono la nuova
benda, più sottile, che mi hanno avvolto intorno alle nocche della mano. Le ragazze
mi hanno spiegato che la maggior parte dei danni erano interni: sembra che abbia
traumatizzato tutte le ossa invisibili del mio corpo che sono la causa della mia
maledizione del mio “dono”.
«Ok. Andiamo» dice Sara scuotendo la testa. «Ti riaccompagniamo in camera».
«No, per favore… va tutto bene…» cerco di protestare, ma mi stanno già
afferrando per le braccia e sono troppo debole per reagire. «Non è necessario…».
«Ti stai comportando in modo ridicolo» dicono in coro.
«Non voglio che vi prendiate il disturbo…».
«Ti stai comportando in modo ridicolo» dicono ancora in coro.
«No… io, davvero…» ma mi stanno già portando fuori dalla stanza, poi lungo il
corridoio e io zoppico tra di loro. «Giuro che sto bene» gli dico. «Davvero».
Sonya e Sara si guardano con espressione prevenuta prima di sorridermi, non
scortesemente, ma c’è un silenzio imbarazzante tra noi mentre ci muoviamo per i
corridoi. Vedo persone che ci superano e abbasso subito il capo. Non voglio guardare
nessuno negli occhi in questo momento. Non riesco nemmeno a immaginare cosa
devono aver saputo riguardo ai danni che ho causato. So che sono riuscita a dare
conferma a tutte le paure che avevano nei miei confronti.
«Hanno paura di te solo perché non ti conoscono» dice Sara con voce sommessa.
«È vero» aggiunge Sonya. «Noi ti conosciamo solo un po’ e pensiamo che tu sia
fantastica».
Arrossisco violentemente, chiedendomi perché l’imbarazzo sembra sempre acqua
gelata che mi scorre nelle vene. È come se tutte le mie interiora si congelassero anche
se ho la pelle bollente troppo bollente.
La odio.
Odio questa sensazione.
Sonya e Sara si fermano bruscamente. «Eccoci arrivate» dicono insieme.
Siamo di fronte alla porta della nostra camera da letto. Cerco di liberarmi dalle loro
braccia, ma loro mi fermano. Insistono nel voler restare con me finché non si
assicureranno che sarò entrata senza problemi.
Perciò resto con loro.
E busso alla mia porta, perché non so bene cos’altro fare.
Una volta.
Due volte.
Aspetto solo qualche secondo, solo qualche attimo, che il destino mi risponda,
quando mi rendo conto dell’effetto che la presenza di Sonya e Sara sortisce su di me.
Mi regalano sorrisi che dovrebbero essere d’incoraggiamento, di sostegno, rinforzo.
Cercano di prestarmi la loro forza perché sanno che sto per affrontare qualcosa che
non mi renderà felice.
E questo pensiero mi rende felice.
Anche se solo per un attimo sfuggente.
Perché penso: caspita, immagino che sia questo che si prova ad avere amici.

«Signorina Ferrars».
Castle apre la porta quanto basta perché lo veda in faccia. Mi fa un cenno col capo.
Abbassa lo sguardo sulla mano ferita. E lo rialza sul mio viso. «Molto bene» dice,
soprattutto a se stesso. «Bene, bene. Sono felice di vedere che sta meglio».
«Sì» riesco a dire. «La… la ringrazio…».
«Ragazze» dice a Sonya e Sara. Gli rivolge un sorriso radioso e genuino. «Grazie
per tutto quello che avete fatto. Me ne occupo io ora».
Loro annuiscono. Mi stringono le braccia prima di lasciarmi andare e barcollo un
po’ prima di trovare un appoggio. «Sto bene» gli dico quando cercano di riafferrarmi.
«Ce la faccio».
Annuiscono di nuovo. Mi salutano brevemente con la mano mentre se ne vanno.
«Entra» mi dice Castle.
E io lo seguo dentro.
TREDICI
1 letto a castello su un lato della stanza.
1 letto singolo sull’altro lato.
Non c’è nient’altro in questa stanza.
Nient’altro a parte Adam, che è seduto sul mio letto, con i gomiti poggiati sulle
ginocchia e il volto tra le mani. Castle chiude la porta alle nostre spalle e Adam
trasalisce. Scatta in piedi.
«Juliette» dice. Ma non mi sta guardando. Mi sta esaminando tutta. I suoi occhi
perlustrano il mio corpo come per assicurarsi che sia ancora intatto: braccia, gambe e
tutto quello che c’è in mezzo. Solo quando arriva al viso incontra il mio sguardo.
Entro nel mare blu dei suoi occhi, mi ci butto dentro e affogo. Mi sento come se
qualcuno mi avesse tirato un pugno ai polmoni privandomi di tutto l’ossigeno.
«Per favore, si sieda, signorina Ferrars» Castle indica il letto in basso di Sonya, il
letto dall’altro lato della stanza rispetto a dove è seduto Adam. Mi faccio strada
lentamente, cercando di nascondere le vertigini e la nausea che sento. Il mio petto si
alza e si abbassa troppo velocemente.
Lascio cadere le mani in grembo.
Sento la presenza di Adam in questa stanza come un peso vero contro il petto ma
scelgo di studiare l’attenta fasciatura, la garza stretta per le nocche della mano destra,
perché sono troppo codarda per alzare lo sguardo. Voglio andare da lui più di altra
cosa, voglio che mi abbracci, che mi riporti indietro, ai pochi momenti di felicità che
ho vissuto in via mia, ma qualcosa mi consuma dentro, mi graffia le viscere, mi dice
che qualcosa non va e che è meglio se sto esattamente dove sono.
Castle è in piedi nello spazio che divide i due letti, tra me ed Adam. Fissa la parete
con le mani dietro la schiena. Ha sua voce è calma quando dice: «Sono molto, molto
deluso dal suo comportamento, signorina Ferrars».
Una vergogna cocente e terribile mi risale fino al collo e mi spinge a riabbassare la
testa.
«Mi dispiace» sussurro.
Castle prende un respiro profondo. Sospira molto lentamente. «Devo essere sincero
con lei» dice «e devo ammettere che non sono pronto a parlare subito di quello che è
successo. Sono ancora troppo turbato per poter parlare della questione con calma. Le
sue azioni» dice «sono state infantili. Da egoista. Sconsiderate! I danni che ha
causato… gli anni di lavoro trascorsi a costruire e progettare quella stanza, non so
nemmeno da dove cominciare…».
Si ferma, deglutisce rumorosamente.
«Sarà un discorso che affronteremo» dice con voce ferma «un’altra volta. Forse noi
due soli. Ma oggi sono qui perché il signor Kent mi ha chiesto di venire».
Alzo lo sguardo. Guardo Castle. Guardo Adam.
Adam sembra voler scappare.
Decido che non riesco ad aspettare oltre. «Ha scoperto qualcosa su di lui» dico ed è
più un dato di fatto che una domanda. È davvero ovvio. Non c’è altra ragione per cui
Adam avrebbe dovuto portare Castle qui per parlare con me.
È già successo qualcosa di terribile. Sta per succedere qualcosa di terribile.
Lo sento.
Adam mi sta fissando, senza sbattere le palpebre, con le mani strette a pugno
contro le cosce. Sembra nervoso, spaventato. Non so cosa fare se non ricambiare lo
sguardo. Non so come dargli conforto. Non so nemmeno come si fa a sorridere ora.
Mi sento intrappolata nella storia di qualcun altro.
Castle annuisce una volta, lentamente.
Dice: «Sì. Sì, abbiamo scoperto la natura molto interessante dell’abilità del signor
Kent». Cammina verso il muro e vi si poggia contro, permettendomi di vedere meglio
Adam. «Ora crediamo di aver capito perché può toccarla, signorina Ferrars».
Adam si gira, si porta un pugno alla bocca.
La sua mano sembra sul punto di tremare ma, almeno, lui pare cavarsela meglio di
me. Perché dentro sto urlando e ho la testa in fiamme e il panico mi sta salendo alla
gola, soffocandomi a morte. Non c’è modo di scappare dalle brutte notizie una volta
che si ricevono.
«E cioè?» punto gli occhi al pavimento, conto pietre, suoni, crepe e il nulla.
1
2, 3, 4
1
2, 3, 4
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2, 3, 4
«Lui… può disattivare le cose» mi dice Castle.
Sbatto le palpebre confusa 5, 6, 7, 8 milioni di volte. Tutti i miei numeri cadono sul
pavimento, addizionandosi, sottraendosi, moltiplicandosi e dividendosi. «Cosa?» gli
chiedo.
Questa notizia è sbagliata. Questa notizia non sembra affatto terribile.
«In verità, la scoperta è avvenuta per caso» spiega Castle. «Le nostre ricerche non
stavano avendo molta fortuna. Ma poi un giorno ero nel bel mezzo di un esercizio di
allenamento e il signor Kent cercava di attirare la mia attenzione. Mi ha toccato la
spalla».
Aspetto.
«E… all’improvviso» dice Castle prendendo un respiro. «Non riuscivo più a
esercitarmi. Era come se… come se mi avessero tagliato un filo di metallo dentro il
corpo. L’ho sentito subito. Voleva la mia attenzione e inavvertitamente mi ha
bloccato cercando di deviare la mia concentrazione. È stato diverso da tutto quello
che ho visto» scuote la testa. «Stiamo lavorando con lui per vedere se riesce a
controllare questa abilità secondo la sua volontà. E» aggiunge Castle entusiasta
«vogliamo vedere se riesce a usare la proiezione».
«Vede, il signor Kent non ha bisogno di entrare in contatto con la pelle altrui...
indossavo la giacca quando mi ha toccato il braccio. Quindi vuol dire che sta già
usando la proiezione, anche se solo lievemente. E credo che con un po’ di
allenamento riuscirà ad espandere il suo dono ad una superficie maggiore».
Non ho idea di cosa significhi.
Cerco di incrociare lo sguardo di Adam. Voglio che sia lui a dirmi queste cose ma
non vuole parlare e io non capisco. Non sembra una brutta notizia. Anzi, sembra
buonissima, e non può essere. Mi volto verso Castle. «Perciò Adam riesce a fermare
il potere degli altri, il loro dono? Lo riesce a disattivare?».
«Sembra così, sì».
«Avete provato con qualcun altro?».
Castle ha un’aria offesa. «Certo che sì. Abbiamo provato con tutti i membri che
possiedono doni al Punto Omega».
Ma c’è qualcosa che non ha senso.
«E quando è arrivato?» chiedo. «Ed era ferito? E le ragazze sono riuscite a
guarirlo? Perché non ha fermato le loro abilità?».
«Ah» Castle annuisce. Si schiarisce la gola. «Sì. Davvero perspicace, signorina
Ferrars» cammina per tutta la lunghezza della stanza. «A… a questo punto la
spiegazione diventa un po’ difficile. Dopo molti studi, siamo giunti alla conclusione
che la sua abilità è una specie di… meccanismo di difesa. Un meccanismo che ancora
non sa come controllare. Ha funzionato in automatico per tutta la sua vita, anche se
funziona solo per disattivare le altre abilità soprannaturali. Se mai dovesse correre un
rischio, se mai il signor Kent dovesse trovarsi in pericolo, in una situazione in cui il
suo corpo è in stato di forte allarme, in cui si sente minacciato o rischia di essere
ferito, la sua abilità si attiva automaticamente».
Si ferma. Mi guarda. Mi guarda davvero.
«Appena vi siete conosciuti, ad esempio, il signor Kent lavorava come soldato, era
in guardia, sempre consapevole dei rischi che lo circondavano. Era costantemente in
stato di electricum, un termine che usiamo per dire che la nostra Energia è “attiva”,
così per dire, perché era sempre in pericolo». Castle infila le mani nelle tasche della
giacca. «Una serie di verifiche hanno inoltre dimostrato che la sua temperatura
corporea si alza quando è in stato di electricum, giusto un paio di gradi più del
normale. La sua elevata temperatura corporea indica che sta esercitando più energia
del solito per sopportarlo. E, in breve» dice Castle «questa esercitazione costante lo
stanno spossando. Gli sta indebolendo le difese, il sistema immunitario, il suo
autocontrollo».
La sua elevata temperatura corporea.
Per questo la pelle di Adam era sempre caldissimo quando stavamo insieme. Per
questo era sempre così accesa quando era con me. La sua abilità lottava per
contrastare la mia. La sua energia si azionava per disinnescare la mia.
Lo estenuava. Gli indeboliva le difese.
Oh.
Mio Dio.
«Il suo rapporto fisico con il signor Kent» dice Caste «in verità non mi riguarda.
Ma data la natura unica dei vostri doni, è stato tutto molto interessante per me, su un
piano puramente scientifico. Ma deve sapere, signorina Ferrars, che anche se questi
sviluppi mi affascinano, ovviamente, non mi fanno assolutamente piacere. Ha reso
chiaro che non ha un'alta considerazione di me, ma deve credermi, non potrei mai
gioire dei suoi problemi».
I miei problemi.
I miei problemi sono arrivati con elegante ritardo a questa conversazione, bestie
sconsiderate che non sono altro.
«Per favore» sussurro. «Per favore, mi dica qual è il problema. C’è qualche
problema, non è vero? Qualcosa non va» guardo Adam, ma lui sta ancora guardando
altrove, la parete, tutto tranne la mia faccia e mi sento alzarmi in piedi, per cercare di
ottenere la sua attenzione. «Adam? Tu lo sai? Sai di cosa sta parlando? Per
favore…».
«Signorina Ferrars» dice Castle velocemente. «La prego di sedersi. So che deve
essere difficile per lei, ma deve farmi finire. Ho chiesto al signor Kent di non parlare
finché non avrò finito di spiegare tutto. Qualcuno deve riportarle queste informazioni
in modo chiaro e razionale e ho paura che lui non sia in grado di poterlo fare».
Ricado sul letto.
Castle sospira. «Ha tirato in ballo una questione eccellente, sul perché il signor
Kent è riuscito ad interagire con le nostre gemelle guaritrici quando è arrivato qui.
Ma è stato diverso con loro» dice Castle. «Era debole, sapeva di aver bisogno di
aiuto. Il suo corpo non avrebbe mai – e, cosa ancora più importante, non poteva –
rifiutato quelle attenzioni mediche. Era vulnerabile e quindi incapace di difendersi,
anche se lo avesse voluto. L’Energia che gli era rimasta si è esaurita quando è
arrivato. Si è sentito al sicuro e cercava aiuto, il suo corpo era fuori pericolo
immediato e quindi non aveva paura, non era preparato ad una strategia difensiva».
Castle alza lo sguardo. Mi guarda negli occhi.
«Il signor Kent ha cominciato ad avere un problema simile con lei».
«Cosa?» ansimo.
«Temo che ancora non sappia come controllare le sue abilità. Speriamo di poterci
lavorare su, ma ci vorrà molto tempo, molta energia e concentrazione…».
«Cosa vuol dire» mi sento chiedere, e le mie parole sono appesantite dal panico
«che ha già iniziato ad avere un problema simile con me?».
Castle prende un breve respiro. «Sembra che sia più debole che mai quando è con
lei. Più tempo passa in sua compagnia, meno si sente minacciato. E più… diventate
intimi» dice Castle chiaramente a disagio «meno riesce a controllare il suo corpo».
Una pausa. «È troppo aperto, troppo vulnerabile con lei. E le poche volte in cui ha
abbassato le difese finora, ha sentito il dolore netto che è connesso al suo tocco».
Eccola.
Ecco la mia testa giacere sul pavimento, aperta in due, il cervello che si riversa in
tutte le direzioni e – non ce la faccio non posso non ce la faccio proprio – sono seduta
qui, bloccata, intorpidita, leggermente frastornata.
Terrorizzata.
Adam non è immune al mio dono.
Adam deve impegnarsi per difendersi da me e lo sto consumando. Lo sto facendo
ammalare e sto indebolendo il suo corpo e se abbassa di nuovo le difese. Se mai
dovesse dimenticarsi. Se mai dovesse commettere un errore o perdere la
concentrazione o diventare troppo consapevole del fatto che sta usando il suo dono
per tenere sotto controllo quello che potrei fare…
Potrei ferirlo.

Potrei ucciderlo.
QUATTORDICI
Castle mi sta fissando.
Aspetta la mia reazione.
Non sono riuscita a togliermi il gesso di bocca abbastanza a lungo da mettere
insieme una frase.
«Signorina Ferrars» dice ora, affrettandosi a parlare «stiamo lavorando con il
signor Kent per aiutarlo a controllare le sue abilità. Si allenerà, proprio come lei, ad
imparare ad utilizzare questo particolare elemento che è in lui. Ci vorrà del tempo per
poter essere certi che sarà al sicuro con lei, ma andrà tutto bene, glielo assicuro…».
«No» sono in piedi. «No no no no no». Sto incespicando di lato. «NO».
Mi guardo i piedi, le mani, guardo queste mura e voglio urlare. Voglio scappare.
Voglio cadere in ginocchio. Voglio maledire il mondo per avermi maledetta, per
avermi torturata, per avermi tolto l’unica cosa buona che mi fosse mai capitata e
incespico verso la porta, in cerca di una via d' uscita, per scappare dall’incubo che è
la mia vita e
«Juliette… per favore…»
Il suono della voce di Adam mi fa fermare il cuore. Mi obbligo a voltarmi. Per
affrontarlo.
Ma nel momento in cui incrocia il mio sguardo chiude la bocca. Il suo braccio è
teso nella mia direzione, cercando di fermarmi da 3 metri di distanza e voglio
piangere e ridere allo stesso tempo, di fronte alla terribile ilarità di tutto questo.
Non mi toccherà.
Non gli permetterò di toccarmi.
Mai più.
«Signorina Ferrars» dice Castle gentilmente. «Sono sicuro che è difficile da
digerire ora, ma le ho già detto che non è una cosa permanente. Con abbastanza
allenamento…».
«Quando mi tocchi» chiedo ad Adam con voce spezzata. «È uno sforzo per te? Ti
strema? Ti prosciuga le forze il dover costantemente lottare contro di me e contro chi
sono?».
Adam cerca di rispondere. Cerca di dire qualcosa ma invece non dice niente e le
sue parole non dette sono di gran lunga peggiori.
Mi giro verso Castle. «È questo che ha detto, no?» la mia voce è ancora più
tremolante adesso, sono troppo vicina alle lacrime. «Che usa la sua Energia per
estinguere la mia e che se mai dovesse dimenticare… se mai si lasciasse andare
troppo o diventasse troppo vulnerabile… che potrei fargli del male… che gli ho già
fatto del male…».
«Signorina Ferrars, per favore…».
«Risponda solo alla domanda!».
«Beh, sì» dice «per ora, almeno, questo è tutto ciò che sappiamo…».
«Oddio, non… non…» sto barcollando di nuovo verso la porta, ma le mie gambe
sono ancora deboli, mi gira ancora la testa, i miei occhi si stanno appannando e il
mondo sta perdendo i suoi colori, quando sento delle braccia familiari circondarmi la
vita e tirarmi indietro.
«Juliette» dice con insistenza «per favore, dobbiamo parlarne…».
«Lasciami andare» la mia voce è ridotta a malapena ad un sussurro. «Adam, per
favore… non posso…».
«Castle» mi interrompe Adam. «Pensa di poterci lasciare un po’ da soli?».
«Oh». Sussulta. «Certamente» dice dopo un secondo di troppo. «Certo, sì, sì,
certamente». Va verso la porta. Esita. «Io… beh, ok. Sì. Sapete dove trovarmi quando
siete pronti». Fa cenno ad entrambi, offrendomi una specie di sorriso sforzato e lascia
la stanza. La porta si chiude dietro di lui con un click.
Il silenzio si riversa nello spazio tra di noi.
«Adam, per favore» dico alla fine e mi odio per quello che dico. «Lasciami
andare».
«No».
Sento il suo respiro sulla nuca e mi uccide lo stare così vicina a lui. Mi uccide
sapere che devo ricostruire il muro che avevo demolito tanto incautamente quando
era tornato nella mia vita.
«Parliamone» dice. «Non andare da nessuna parte. Per favore, parlami».
Sono immobile sul posto.
«Per favore» dice di nuovo, questa volta più dolcemente, e la mia decisione scappa
fuori dalla porta senza di me.
Lo seguo mentre torna ai letti. Lui si siede da un lato della stanza. Io mi siedo
dall’altro.
Mi fissa. Ha gli occhi troppo stanchi, troppo provati. Sembra che non mangi
abbastanza, che non dorma da settimane. Esita, si lecca le labbra prima di stringerle
forte, prima di parlare. «Mi dispiace» dice. «Mi dispiace tanto di non avertelo detto.
Non era mia intenzione farti arrabbiare».
E voglio ridere ridere e ridere finché le lacrime non mi faranno sparire.
«Capisco perché tu non me l’abbia detto» sussurro. «Ha perfettamente senso.
Volevi evitare tutto questo». Con la mano mi indico intorno.
«Non sei arrabbiata?» i suoi occhi sono così terribilmente speranzosi. Sembra che
voglia venire da me e devo allungare una mano per fermarlo.
Il sorriso che ho in faccia mi sta letteralmente uccidendo.
«Come potrei essere arrabbiata con te? Ti stavi torturando laggiù solo per capire
cosa ti stava succedendo. Ti stai torturando in questo momento cercando un modo per
sistemare le cose».
Sembra sollevato.
Sollevato, confuso ed ha paura di essere felice, tutto allo stesso tempo. «Ma
qualcosa non va» dice. «Stai piangendo. Perché piangi se non sei arrabbiata?».
Rido per davvero questa volta. Di gusto. Rido, singhiozzo e voglio morire,
disperatamente. «Perché sono stata un'’idiota a pensare che le cose avrebbero potuto
essere diverse» gli dico. «A pensare che tu fossi un colpo di fortuna. A pensare che la
mia vita potesse essere migliore di prima, che io potessi essere migliore di prima».
Cerco di parlare di nuovo ma invece stringo la mano contro la bocca come se non
potessi credere a quello che sto per dire. Mi sforzo di ingoiare la pietra che ho in gola.
Lascio cadere la mano. «Adam». La mia voce è schietta, sofferente. «Non
funzionerà».
«Cosa?» è immobile al suo posto, ha gli occhi troppo spalancati e il petto che si
alza e si abbassa troppo velocemente. «Di cosa stai parlando?».
«Non puoi toccarmi» gli dico. «Non puoi toccarmi e ti ho già fatto del male…».
«No… Juliette» Adam è in piedi, ha percorso tutta la stanza, è in ginocchio accanto
a me e fa per prendermi le mani ma devo tirarle indietro perché ho rovinato i guanti,
li ho rovinati nel laboratorio di ricerca e ora le mie dita sono nude.
Pericolose.
Adam fissa le mani che ho nascosto dietro la schiena come se gli avessi dato uno
schiaffo in faccia. «Che fai?» chiede, ma non mi guarda. Sta ancora fissando le mie
mani. Respira a fatica.
«Non posso farti questo». Scuoto la testa troppo forte. «Non voglio essere il
motivo per cui soffri o ti indebolisci e non voglio che ti preoccupi sempre che possa
ucciderti per sbaglio…».
«No, Juliette, ascoltami». È disperato ora, ha alzato gli occhi e mi scrutano in viso.
«Anche io ero preoccupato, ok? Anche io ero preoccupato. Davvero preoccupato.
Pensavo… pensavo che forse… non… pensavo che fosse un male o che non
potessimo superare la cosa ma ho parlato con Castle. Gli ho parlato e gli ho spiegato
tutto e ha detto che devo solo imparare a controllarla. Imparerò ad attivarla e
disattivarla…».
«Tranne quando sei con me? Tranne quando staremo insieme…».
«No… cosa? No, soprattutto quando staremo insieme!».
«Toccarmi… stare con me… ha un costo per te! Hai la febbre quando stiamo
insieme, Adam, hai capito? Stai male già solo cercando di lottare contro di me…».
«Non mi stai ascoltando… per favore, ti sto dicendo che imparerò a controllare
tutto questo…».
«Quando?» chiedo e riesco davvero a sentire le mie ossa spezzarsi, una per una.
«Cosa? Cosa intendi? Imparerò subito… sto imparando ora…».
«E come sta andando? È facile?».
Chiude la bocca ma mi guarda, lottando contro qualche emozione, lottando per
ritrovare la compostezza. «Cosa vuoi dire?» chiede. «Tu» respira a fatica «Voglio
dire… non vuoi che provi a risolvere le cose?».
«Adam…».
«Cosa stai dicendo, Juliette?» è in piedi ora, ha una mano tremante tra i capelli.
«Non… non vuoi stare con me?».
Mi alzo in piedi, cacciando indietro le lacrime che mi bruciano negli occhi, muoio
dalla voglia di correre da lui ma non riesco a muovermi. La mia voce si spezza
quando parlo. «Certo che voglio stare con te».
Si toglie la mano dai capelli. Mi guarda con occhi aperti e vulnerabili ma ha la
mascella tirata, i muscoli tesi, la parte superiore del corpo affaticata dallo sforzo di
inspirare ed espirare. «Allora cosa sta succedendo? Perché sta succedendo qualcosa
adesso e non mi sembra una cosa buona» dice con voce affannosa. «Non sembra una
buona cosa, Juliette, sembra tutto l’opposto di quel che diavolo è una buona cosa e
voglio solo stringerti tra le braccia, davvero…».
«Non voglio farti del male…».
«Non mi farai del male» dice e poi mi è subito davanti, mi guarda supplicante. «Te
lo giuro. Andrà tutto bene… noi staremo bene… e ora sto meglio. Ci sto lavorando e
sono più forte…».
«È troppo pericoloso, Adam, per favore». Lo supplico, arretrando, asciugandomi le
lacrime che mi sfuggono sul viso. «È meglio per te in questo modo. È meglio se mi
stai lontano…».
«Ma non è quello che voglio… non mi stai chiedendo cos’è che voglio…» dice
seguendomi mentre evito i suoi approcci. «Voglio stare con te e non mi importa un
cavolo se sarà difficile. Lo voglio comunque. Ti voglio comunque».
Sono in trappola.
Sono bloccata tra lui e la parete e non posso andare da nessuna parte e non ci
andrei nemmeno se potessi. Non voglio lottare, anche se qualcosa dentro di me urla
che è sbagliato essere così egoisti, permettergli di stare con me anche se finirò per
fargli del male. Ma mi sta guardando, mi sta guardando come se lo stessi uccidendo e
capisco che gli faccio più male se cerco di stargli lontana.
Sto tremando. Perché lo voglio disperatamente e ora so, più che mai, che quello
che voglio dovrà aspettare. E odio che debba essere così. Così tanto che potrei urlare.
Ma forse possiamo provarci.
«Juliette» la voce di Adam è roca, spezzata per via delle emozioni. Ha le mani
all’altezza della mia vita e tremano un po’, in attesa del mio permesso. «Per favore».
E io non protesto.
Il suo respiro è più affannoso ora, mentre si china verso di me, posando la fronte
contro la mia spalla. Porta le mani, a palmi aperti, al centro del mio stomaco, per poi
farle scivolare lungo il mio corpo, piano, pianissimo e io ansimo.
Ho un terremoto nelle ossa, le placche tettoniche scivolano dal panico al piacere
mentre muove le dita con calma intorno alle mie cosce, su per la schiena, sulle spalle
e poi giù per le braccia. Esita ai miei polsi.
È lì che finisce il tessuto, è lì che comincia la mia pelle.
Ma lui fa un respiro.
E mi prende le mani.
Per un attimo sono paralizzata, scruto il suo viso in cerca di segni di dolore o
pericolo ma poi sospiriamo entrambi e lo vedo cercare di fare un sorriso con ritrovata
speranza, con ritrovato ottimismo, forse tutto si sistemerà.
Ma poi sbatte le palpebre e i suoi occhi cambiano.
Sono più profondi ora. Disperati. Affamati. Mi scruta come se stesse cercando di
leggere le parole che ho incise dentro e sento già il calore del suo corpo, la forza nei
suoi arti, nel suo petto e non ho il tempo di fermarlo prima che mi baci.
Con la mano sinistra mi tiene la testa, stringe la destra intorno alla mia vita,
spingendomi più forte contro di lui e distruggendo ogni mio pensiero razionale. È
profondo. È un’introduzione ad una parte di lui che non ho mai conosciuto prima e
ansimo ansimo ansimo in cerca d’aria.
Ci sono pioggia calda, giornate umide e termostati rotti. Ci sono bollitori urlanti e
motori a vapore fumanti e la voglia di togliersi i vestiti di dosso solo per sentire una
brezza.
È il tipo di bacio che ti fa capire che l’ossigeno è sopravvalutato.
E so che non dovrei farlo. So che probabilmente è stupido ed irresponsabile dopo
tutto quello che abbiamo appena appreso, ma qualcuno dovrebbe spararmi per farmi
smettere.
Gli sto tirando la camicia, alla disperata ricerca di una zattera, di un salvagente o di
qualcosa del genere, qualcosa per ancorarmi alla realtà, ma lui si stacca per riprendere
fiato e si toglie la camicia, la getta a terra, mi tira tra le sue braccia ed entrambi
cadiamo sul mio letto.
In qualche modo gli finisco sopra.
Allunga le mani per tirarmi giù e mi bacia la gola, le guance, le mie mani
esplorano il suo corpo, perlustrandone le linee, i piani, i muscoli e lui si tira indietro.
Ha la fronte contro la mia e gli occhi serrati quando dice: «Com’è possibile» dice
«che siamo così vicini e mi uccide il fatto che siamo ancora così lontani?»
E mi ricordo di avergli promesso, 2 settimane fa, che una volta rimessosi, una volta
guarito, avrei memorizzato ogni centimetro del suo corpo con le mie labbra.
Immagino che probabilmente questo è un buon momento per mantenere quella
promessa.
Comincio dalla sua bocca, mi sposto verso la sua guancia, sotto la mascella, lungo
il collo fino alle spalle e alle braccia, che ha avvolto intorno a me. Le sue mani mi
sfiorano la tuta e lui è caldissimo, tesissimo per lo sforzo di restare immobile, ma
sento il suo cuore battere forte, troppo velocemente, nel petto.
Contro il mio.
Traccio con le dita la sagoma dell’uccello bianco che svetta sulla sua pelle, un
tatuaggio dell’unica cosa impossibile che spero di vedere nella mia vita. Un uccello.
Bianco con striature dorate come una corona in cima alla testa.
Volerà.
Gli uccelli non volano, secondo gli scienziati, ma la storia dice che una volta lo
facevano. E un giorno voglio vederlo. Voglio toccarlo. Voglio vederlo volare, come
non è stato in grado di fare nei miei sogni.
Mi tuffo verso il basso per baciare la corona dorata della sua testa, tatuata in
profondità nel petto di Adam. Sento il suo respiro arrivare al limite.
«Amo questo tatuaggio» gli dico, alzando lo sguardo per incontrare i suoi occhi.
«Non lo vedo da quando siamo arrivati qui. Non ti vedo senza maglietta da quando
siamo arrivati qui» sussurro. «Dormi ancora senza maglietta?».
Ma Adam risponde con uno strano sorriso, come se stesse ridendo per una battuta
tutta sua.
Mi toglie la mano dal suo petto e mi tira giù in modo da essere uno di fronte
all’altra, ed è strano, perché non sento alcuna brezza da quando siamo arrivati qui, ma
è come se il vento avesse fatto del mio corpo la sua casa e si stesse incanalando lungo
i miei polmoni, soffiandomi nel sangue, mescolandosi con il mio respiro e rendendo
difficile il respirare.
«Non riesco a dormire per niente» mi dice con voce così bassa che devo sforzarmi
per sentirla. «Non mi sembra giusto stare senza di te ogni notte». Ha la mano sinistra
infilata tra i miei capelli e la destra avvolta intorno a me. «Dio se mi sei mancata»
dice e le sue parole sono un sussurro nel mio orecchio. «Juliette».
Sto
Andando
A fuoco.
Baciarlo così è come nuotare nella melassa, baciarlo così è come immergersi
nell’oro, è come tuffarsi in un oceano di emozioni e sono troppo in balia della
corrente per capire che sto affogando. E niente ha più importanza: la mia mano che
sembra non ferire più, questa stanza che non è del tutto mia, questa guerra che
dovremmo combattere, le mie preoccupazioni su chi o cosa sono e cosa potrei
diventare.
L’unica cosa che importa è questo.
Questo.
Questo momento. Queste labbra. Questo corpo forte premuto contro il mio e queste
mani ferme che trovano un modo per portarmi più vicina e so che voglio molto di più
da lui, voglio tutto di lui, voglio sentire la bellezza di questo amore con la punta delle
dita e i palmi delle mani, con ogni fibra e ogni osso del mio essere.
Voglio tutto.
Gli metto le mani tra i capelli e lo tiro a me finché non mi sta praticamente sopra e
si ferma per riprendere aria ma io lo tiro indietro, gli bacio il collo, le spalle, il petto,
faccio scorrere le mani lungo la sua schiena e i suoi fianchi ed è incredibile: l’energia,
la forza incredibile che sento solo a stare con lui, a toccarlo, a stringerlo così. Sono
viva, sento una scarica di adrenalina così potente, così euforica che mi sento
ringiovanita, indistruttibile…
Mi tiro indietro di scatto.
Mi allontano così velocemente che barcollo e cado dal letto sbattendo la testa
contro il pavimento di pietra e vacillo mentre tento di alzarmi, cerco a fatica di sentire
il suono della sua voce, ma non sento altro che respiri ansanti, difficoltosi e non
riesco a pensare in modo lucido, non riesco a vedere niente e tutto è sfocato e non
posso, mi rifiuto di credere che stia davvero succedendo...
«J.. Jul…» prova a parlare. «Io p…po…»

E cado in ginocchio.
Urlando.
Urlando come non ho mai fatto in tutta la mia vita.
QUINDICI
Io conto tutto.
Numeri pari, numeri dispari, multipli di 10. Conto i ticchettii dell’orologio, conto
le linee tra le righe su un foglio di carta. Conto i battiti spezzati del mio cuore, conto
le mie pulsazioni, quante volte sbatto le palpebre e il numero di tentativi che mi
servono per incanalare abbastanza aria nei polmoni. Resto così resto così conto così
finché non perdo sensibilità. Finché le lacrime non smettono di cadere, finché i miei
pugni non smettono di tremare, finché il mio cuore non smette di far male.
Non ci sono mai abbastanza numeri.

Adam è nell’area medica.


È nell’area medica e mi è stato chiesto di non andare a trovarlo. Mi è stato chiesto
di dargli spazio, di dargli tempo per guarire, di lasciarlo in pace, porca miseria. Si
riprenderà, mi hanno detto Sonya e Sara. Mi hanno detto di non preoccuparmi, che
tutto sarebbe andato bene, ma i loro sorrisi erano un po’ meno esuberanti del solito e
sto iniziando a chiedermi se anche loro, finalmente, cominciano a vedermi per quello
che sono davvero.
Un orribile mostro patetico ed egoista.
Mi sono presa quello che volevo. Sapevo bene le conseguenze e me lo sono presa
lo stesso. Adam non poteva saperlo, non avrebbe mai potuto sapere come sarebbe
stato soffrire davvero per mano mia. Non sapeva quanto fosse intenso il mio potere,
quanto fosse crudele la sua realtà. Aveva sentito solo degli sprazzi del mio potere, a
detta di Castle. Aveva sentito solo delle fitte ed è stato capace e abbastanza accorto da
lasciar perdere senza sentire tutti gli effetti.
Ma io ne sapevo di più.
Sapevo di cosa ero capace. Sapevo quali erano i rischi e l’ho fatto comunque. Mi
sono permessa di dimenticare, di essere avventata, di essere avida e stupida perché
volevo ciò che non potevo avere. Ho voluto credere nelle fiabe, nelle storie a lieto
fine e nelle possibilità. Ho voluto fingere di essere una persona migliore di quella che
sono in realtà, ma invece sono riuscita a mostrarmi orribile come mi hanno sempre
accusata di essere.
I miei genitori avevano ragione a volersi sbarazzare di me.
Castle non mi parla nemmeno.
Kenji, tuttavia, aspetta ancora che mi presenti alle 6:00 per fare quello che
dobbiamo fare domani e mi rendo conto che sono un po’ grata della distrazione, in
realtà. Vorrei che arrivassero prima. La vita per me sarà solitaria da questo momento
in poi, come è sempre stata, ed è meglio se trovo un modo per occupare il tempo.
Per dimenticare.
Continua a colpirmi, più e più volte, questa solitudine completa e totale. La sua
assenza nella mia vita, il rendermi conto che non sentirò mai più il calore del suo
corpo e la tenerezza del suo tocco. Il ricordo di chi sono, di cosa ho fatto e qual è il
mio posto.
Ma ho accettato i termini e le condizioni della mia nuova vita.
Non posso stare con lui. Non starò con lui. Non voglio rischiare di fargli di nuovo
del male, non voglio rischiare di diventare una creatura di cui avrà sempre paura,
troppa paura per toccarla, baciarla e abbracciarla. Non voglio impedirgli di avere una
vita normale con qualcuno che non rischierà sempre di ucciderlo involontariamente.
Quindi devo tagliarmi fuori dal suo mondo. Devo tagliarlo fuori dal mio.
È molto più difficile ora. Molto più difficile rassegnarmi a un’esistenza vuota e
fatta di ghiaccio ora che ho provato il calore, la necessità, la tenerezza e la passione;
il lusso straordinario di poter toccare un’altra creatura.
È umiliante.
Il fatto che abbia pensato di poter entrare nel ruolo di una ragazza normale che ha
un normale fidanzato, che abbia pensato di poter vivere le storie che avevo letto in
moltissimi libri da bambina.
Io.
Juliette con un sogno.
Il solo pensarci mi riempie di mortificazione. Che vergogna, ho pensato di poter
cambiare ciò che mi era stato dato, mi guardavo allo specchio e mi piaceva il volto
pallido che ricambiava lo sguardo.
Che tristezza.
Mi sono sempre azzardata a rivedermi nella principessa, colei che scappa e trova
una fata madrina che la trasforma in una bellissima ragazza con un futuro luminoso.
Mi ero aggrappata a qualcosa di simile alla speranza, ad un filo di forse, può darsi e
chissà. Ma avrei dovuto ascoltare i miei genitori quando dicevano che cose come me
non sono autorizzate ad avere sogni. Le cose come me è meglio che siano distrutte,
mi ha detto mia madre.
E sto cominciando a pensare che avevano ragione. Sto per chiedermi se non fosse
il caso di seppellirmi ma mi ricordo che, tecnicamente, lo sono già. Non ho mai avuto
bisogno di una pala.
È strano.
Quanto mi senta vuota.
Come se ci potessero essere degli eco dentro di me. Come se fossi uno di quei
conigli di cioccolato che vendono a Pasqua, quelli che non sono altro che un dolce
guscio al cui interno c’è un mondo fatto di niente. Io sono così.
Dentro di me c’è un mondo fatto di niente.
Tutti qui mi odiano. I tenui legami di amicizia che avevo iniziato a costruire sono
andati distrutti. Kenji si è stancato di me. Castle è disgustato, deluso e persino
arrabbiato. Ho causato solo guai da quando sono arrivata e l’unica persona che abbia
mai provato a vedere del bene in me ora sta pagando per questo con la sua vita.
L’unica persona che abbia mai osato toccarmi.
Beh. 1 su 2.
Mi ritrovo a pensare troppo a Warner.
Ricordo i suoi occhi, la sua strana gentilezza e il suo contegno crudele e calcolato.
Ricordo come mi ha guardata quando sono saltata fuori dalla finestra per fuggire e
ricordo l’orrore sul suo volto quando gli ho puntato la sua pistola al cuore. E mi
stupisco dell’ossessione che ho per questa persona che non è per niente come me,
eppure così simile.
Mi chiedo se dovrò affrontarlo di nuovo, presto, e mi chiedo come mi accoglierà.
Non so se vuole ancora tenermi in vita, soprattutto dopo che ho cercato di ucciderlo e
non so cosa potrebbe spingere un ragazzo di 19 anni ad adottare uno stile di vita tanto
orribile e omicida e poi capisco che sto mentendo a me stessa. Perché lo so. Perché
forse io sono l’unica persona che potrebbe mai capirlo.
E questo è quello che ho capito:
So che ha un’anima tormentata e che, come me, non è mai cresciuto con il calore
dell’amicizia, dell’amore e di una coesistenza pacifica. So che suo padre è il leader
della Restaurazione e loda gli omicidi compiuti da suo figlio, invece di guardarli con
disapprovazione e so che Warner non ha idea di cosa voglia dire essere normale.
Nemmeno io.
Ha trascorso la sua vita a combattere per soddisfare le aspettative di dominazione
mondiale del padre senza chiedersi il motivo, senza considerare le ripercussioni,
senza fermarsi abbastanza a lungo da dare valore alla vita umana. Ha un potere, una
forza, una posizione nella società che gli permettono di causare troppi danni e lui lo
fa con orgoglio. Uccide senza rimorsi né rimpianti e vuole che io mi unisca a lui. Mi
vede per quello che sono e si aspetta che sia all’altezza di quel potenziale.
Una ragazza spaventosa e mostruosa dal tocco letale. Una ragazza triste e patetica
che non può contribuire a questo mondo in nessun altro mondo. Buona a nulla se non
ad essere un’arma, uno strumento per torturare e per prendere il controllo. È questo
che vuole da me.
E ultimamente non sono sicura che si sbagli. Ultimamente non sono sicura di
niente. Ultimamente non so niente di quello in cui avevo sempre creduto, non più, e
so pochissimo di chi sono. I sussurri di Warner si fanno largo nella mia testa, mi
dicono che potrei essere di più, che potrei essere più forte, che potrei essere tutto; che
potrei essere molto più di una bambina spaventata.
Dice che potrei essere fonte di potere.
Eppure esito ancora.
Eppure non mi alletta la vita che mi offre. Non ci vedo nessun futuro. Non ne
traggo alcun piacere. Eppure, mi dico, nonostante tutto, so che non voglio far del
male alla gente. Non desidero farlo. E anche se il mondo mi odia, anche se non
smetterà mai di odiarmi, non mi vendicherò mai prendendomela con una persona
innocente. Se muoio, se mi uccidono, se mi ammazzano nel sonno, almeno morirò
con un briciolo di dignità. Un pezzo di umanità che è ancora del tutto mio,
interamente sotto il mio controllo. E non permetterò a nessuno di togliermelo.
Quindi devo continuare a ricordarmi che io e Warner siamo 2 parole diverse.
Siamo sinonimi ma non uguali.
I sinonimi si conoscono come vecchi colleghi, come un gruppo di amici che hanno
visto il mondo insieme. Si raccontano storie, ricordano le loro origini e dimenticano
che, anche se sono simili, sono completamente diversi, che anche se condividono
molte caratteristiche non potranno mai essere uguali. Perché una notte tranquilla non
è uguale ad una notte silenziosa, un uomo fermo non è uguale ad un uomo stabile,
una luce luminosa non è uguale ad una luce brillante, perché il modo in cui sono
posizionati in una frase cambia tutto.
Non sono uguali.
Ho passato tutta la vita a cercare di essere migliore. A cercare di essere più forte.
Perché, a differenza di Warner, io non voglio terrorizzare questa Terra. Non voglio far
del male alla gente.
Non voglio usare il mio potere per mutilare qualcuno.
Ma poi guardo le mie 2 mani e ricordo esattamente cosa sono capace di fare.
Ricordo esattamente cosa ho fatto e sono troppo consapevole di quello che potrei
fare. Perché è difficilissimo combattere ciò che non si può controllare e in questo
momento non riesco nemmeno a controllare la mia immaginazione mentre mi afferra
per i capelli e mi trascina nel buio.
SEDICI
La solitudine è una cosa strana.
Si insinua dentro di te, tranquilla e immobile, ti si siede di fianco al buio, ti
accarezza i capelli nel sonno. Ti avvolge le ossa, stringendole così forte che quasi
non riesci a respirare. Lascia bugie nel tuo cuore, dorme accanto a te la notte, filtra
la luce in ogni angolo. È una compagna costante, che ti afferra la mano per tirarti
giù mentre tu cerchi di rialzarti.
Ti svegli la mattina e ti chiedi chi sei. Non riesci ad addormentarti la sera e tremi.
Dubiti dubiti dubiti
Io...?
Io non…?
Dovrei…?
Perché non…?
E anche quando sei pronto a lasciar perdere, quando sei pronto a liberarti, quando
sei pronto a diventare come nuovo, la solitudine è una vecchia amica che ti sta
accanto quando ti guardi allo specchio, ti guarda negli occhi e ti sfida a vivere senza
di lei. Non riesci a trovare le parole per lottare contro di te, per lottare contro le
parole che ti urlano che non sei mai abbastanza mai abbastanza mai abbastanza.
La solitudine è una compagna amara e miserabile.
A volte proprio non ci lascia andare.

«Prontoooooo?».
Sbatto le palpebre, sussulto e mi allontano dalle dita che schioccano davanti al mio
viso, mentre le familiari pareti di pietra del Punto Omega tornano a fuoco. Riesco a
girarmi.
Kenji mi sta fissando.
«Che c’è?». Gli lancio un’occhiata agitata e terrorizzata mentre stringo e rilasso le
mani senza guanti, desiderando di avere qualcosa di caldo in cui avvolgere le dita.
Questa tuta non ha tasche e non sono riuscita a recuperare i guanti che ho rovinato nel
laboratorio di ricerca. Non ne me ne hanno dato un paio di ricambio.
«Sei in anticipo» mi dice Kenji, piegando la testa e guardandomi con un misto di
sorpresa e curiosità.
Faccio spallucce e cerco di nascondere il viso, non volendo ammettere che ho
dormito pochissimo stanotte. Sono sveglia dalle 3:00, alle 4:00 ero completamente
vestita e pronta. Muoio dalla voglia di trovare un pretesto per riempirmi la mente con
qualcosa che non abbia niente a che fare con i miei stessi pensieri. «Sono entusiasta»
mento. «Cosa facciamo oggi?».
Lui scuote un po’ la testa. Strizza gli occhi e fissa qualcosa oltre la mia spalla
mentre mi parla. «Ehm» si schiarisce la gola «stai bene?»
«Sì, certo».
«Umm».
«Che c’è?».
«Niente» dice rapidamente. «È solo che…». M indica il viso con un gesto
scomposto. «Non sembri stare molto bene, principessa. Hai un po’ l’aspetto che
avevi il primo giorno in cui Warner ti ha portato alla base. Tutta spaventata, stanca
morta e, senza offesa, ma sembra che tu abbia bisogno di una doccia».
Sorrido e fingo di non sentire il viso che mi trema per lo sforzo. Cerco di rilassare
le spalle, cerco di sembrare normale, calma, quando dico: «Sto bene. Davvero».
Abbasso lo sguardo. «È solo che...fa un po' freddo quaggiù, tutto qui. Non sono
abituata a stare senza guanti».
Kenji annuisce, sempre senza guardarmi. «Giusto. Beh. Si riprenderà».
«Cosa?» Respirare. Sono davvero negata a respirare.
«Kent». Si rivolge a me. «Il tuo fidanzato. Adam. Si riprenderà».
Una parola, 1 semplice e stupido ricordo di lui fa agitare le farfalle che mi
dormono nello stomaco, poi ricordo che Adam non è più il mio ragazzo. Non è più
niente per me. Non può esserlo.
E le farfalle muoiono.
Questo.
Non posso farlo.
«Allora» dico con troppa allegria. «Non dovremmo avviarci? Dovremmo avviarci,
no?».
Kenji mi lancia un’occhiata strana, ma non commenta. «Sì» dice. «Sì, certo.
Seguimi».
DICIASSETTE
Kenji mi conduce davanti ad una porta che non ho mai visto prima. Una porta
annessa ad una stanza in cui non sono mai entrata.
Sento delle voci all'interno.
Kenji bussa due volte prima di girare la maniglia e il rumore mi travolge
all’improvviso. Entriamo in una stanza piena di gente, di volti che ho visto solo da
lontano, di persone che sorridono e ridono tra loro, per le quali io non sono mai stata
la benvenuta. Ci sono dei banchi singoli, ognuno con una sedia, sistemati nell'ampio
spazio, così che la stanza ricorda vagamente una classe. C'è una lavagna attaccata al
muro, vicino ad un monitor su cui lampeggiano delle informazioni. Scorgo Castle.
Sta in piedi in un angolo ed ha lo sguardo talmente fisso su un portablocco che non si
accorge nemmeno del nostro ingresso, fino a quando Kenji non urla in segno di
saluto.
Castle si illumina in volto.
Avevo già notato in precedenza il legame che c'è fra loro, ma ormai è sempre più
evidente che Castle nutre un affetto particolare per Kenji. Una sorta di affetto dolce e
orgoglioso che di solito è riservato ai genitori. Mi fa riflettere sulla natura del loro
rapporto: quando è iniziato, come è cominciato, che cosa li ha uniti così tanto. Mi
stupisco di quanto poco so della gente del Punto Omega.
Mi guardo intorno, verso i loro volti impazienti. Uomini e donne, giovani e gente
di mezza età, tutti di etnia, forma e stazza diversa. Interagiscono l'uno con l'altro
come se facessero parte di una grande famiglia e io sento uno strano dolore
lancinante al fianco che mi buca fino a farmi sgonfiare.
È come se avessi il viso premuto contro un vetro e stessi guardando una scena da
lontano, molto lontano e desiderassi, volessi far parte di una cosa di cui so che non
farò mai davvero parte. A volte dimentico che là fuori ci sono ancora persone che
riescono a sorridere ogni giorno, nonostante tutto.
Non hanno ancora perso la speranza.
D’un tratto mi sento in imbarazzo, provo persino vergogna. La luce del sole rende i
miei pensieri bui e tristi e io voglio fingere di essere ancora ottimista, voglio credere
che troverò un modo per andare avanti. Che forse, da qualche parte, ho ancora
qualche possibilità.
Qualcuno fischia.
«Bene, ragazzi» dice Kenji con le mani a coppa intorno alla bocca. «Prendete tutti
post, ok? Faremo un’altra introduzione per quelli che non l'hanno mai fatto prima e
ho bisogno che stiate tranquilli per un po’». Analizza la folla. «Ok. Perfetto. Prendete
posto. Va bene uno qualsiasi. Lily... non c'è bisogno di... ok, va bene, va bene. Basta
che vi sistemiate. Cinque minuti e iniziamo, ok?» Alza una mano con le dita distese.
«Cinque minuti».
Scivolo sulla sedia vuota più vicina senza guardarmi intorno. Tengo la testa bassa,
gli occhi concentrati sui granuli di legno del banco mentre tutti si precipitano sulle
sedie attorno a me. Poi oso dare un'occhiata alla mia destra. Con lo sguardo trovo dei
capelli di un bianco brillante, pelle bianca come la neve e degli occhi azzurri.
Brendan. Il ragazzo dell’elettricità.
Sorride. Mi fa un cenno di saluto con due dita.
Abbasso la testa.
«Oh, ciao» sento dire a qualcuno. «Cosa ci fai qui?».
Mi giro di scatto a sinistra e vedo dei capelli biondo sabbia e un paio di occhiali di
plastica neri adagiati su un naso storto. Un sorriso ironico su un viso pallido. Winston.
Me lo ricordo. Mi aveva interrogato appena arrivata al Punto Omega. Aveva detto di
essere una specie di psicologo. Ma è stato sempre lui a progettare la tuta che indosso.
I guanti che ho distrutto.
Penso che sia una specie di genio. Non ne sono sicura.
In questo momento sta mordendo la sua penna fissandomi. Usa il dito indice per
rimettersi a posto gli occhiali. Ricordo che mi ha fatto una domanda e mi sforzo di
rispondere.
«Non lo so di preciso» gli dico. «Kenji mi ha portato qui, ma non mi ha detto il
perché».
Winston non sembra sorpreso. Alza gli occhi al cielo. «Lui e la sua mania per quei
cavolo di misteri. Non so perché pensi che sia una buona idea tenere la gente col fiato
sospeso. Sembra che pensi che la sua vita sia un film o qualcosa del genere. È sempre
molto drammatico, su tutto. Dà dannatamente fastidio».
Non ho idea di cosa dovrei rispondere.
N̶o̶n̶ p̶ ̶os̶ ̶so̶ ̶ ̶i̶m̶p̶e̶di̶ ̶r̶m̶i̶ ̶d̶i̶ p̶ ̶e̶ns̶ ̶a̶re̶ ̶ ̶c̶he̶ ̶ ̶A̶d̶a̶m̶ ̶s̶a̶r̶eb̶ ̶be̶ ̶ ̶d̶'̶a̶cc̶ ̶o̶rd̶ o̶ ̶ ̶c̶on̶ ̶ ̶l ̶u̶i̶ ̶e̶ p̶ o̶ ̶i̶ n̶ ̶on̶ ̶ ̶po̶ s̶ ̶so̶ ̶
̶f̶a̶r̶e̶ ̶a̶ ̶m̶e̶n̶o̶ ̶d̶i̶ p̶ ̶en̶ ̶s̶ar̶ ̶e̶ ̶a̶d̶ ̶Ad̶ ̶a̶m̶ ̶e̶ poi
«Oh, non ascoltarlo». Un accento inglese si intromette nella conversazione. Mi
giro verso Brendan che continua a sorridermi. «Winston è sempre un po' irritabile la
mattina presto».
«Oh, Gesù. Quanto è presto?». Chiede Winston. «Prenderei a calci nelle palle un
soldato in cambio di una tazza di caffè, al momento».
«È colpa tua se non dormi mai, amico» replica Brendan. «Pensi di poter andare
avanti dormendo tre ore a notte? Tu sei pazzo».
Winston lascia cadere la penna mordicchiata sul banco. Si passa una mano stanca
fra i capelli. Si toglie gli occhiali e si strofina la faccia. «Colpa di quelle maledette
pattuglie. Ogni santa notte. Sta succedendo qualcosa là fuori, qualcosa di grosso.
Tanti soldati che se ne vanno in giro così? Che diavolo fanno? Devo stare sveglio
tutto il tempo per...».
«Di cosa stai parlando?». Chiedo, prima di riuscire a fermarmi. Ho le orecchie ben
aperte e mi è salito l’interesse. Non ho mai avuto occasione di sapere qualcosa sul
mondo esterno. Castle era così deciso a concentrare tutte le mie energie
sull’addestramento che non avevo mai sentito molto in proposito, a parte i suoi
solleciti costanti sul fatto che abbiamo poco tempo e che devo imparare prima che sia
troppo tardi. Comincio a chiedermi se le cose non vadano peggio di quanto pensassi.
«Le pattuglie?». Chiede Brendan. Agita una mano con fare saccente. «Oh, è che…
lavoriamo a turni, no? In coppie, a turno, montiamo la guardia di notte» spiega. «La
maggior parte del tempo non ci sono problemi. È solo normale ruotine, non succede
niente di troppo serio».
«Ma ultimamente è strano» dice Winston. «È come se ci stessero davvero cercando
adesso. Come se non fosse più solo una teoria assurda. Sanno che siamo una
minaccia reale ed è come se avessero un’idea sulla nostra posizione» scuote la testa.
«Ma è impossibile».
«A quanto pare no, amico».
«Beh, comunque sia, sto cominciando a spaventarmi» dice Winston. «Ci sono
soldati ovunque, sono troppo vicino a noi. Li vediamo dalla telecamera» mi dice,
notando la mia confusione. «La cosa più strana» aggiunge, sporgendosi e abbassando
la voce «è che Warner è sempre con loro. Ogni singola notte. Se ne va in giro a dare
ordini che non riesco a sentire. Il suo braccio è ancora ferito. Ce l’ha fasciato».
«Warner?». Spalanco gli occhi. «È con loro? È... è una cosa insolita?».
«È abbastanza strano» dice Brendan. «È il CCR – il capo comandante e reggente –
del settore 45. In circostanze normali avrebbe delegato il compito ad un colonello o
ad un tenente. Le sue priorità sono alla base, dove deve controllare i soldati».
Brendan scuote la testa. «Credo che sia un po' sciocco correre un rischio simile,
passare tanto tempo lontano dalla base. Mi sembra strano che l’abbia passata liscia
per così tante notti».
«Giusto» dice Winston, annuendo. «Esatto». Ci indica entrambi fendendo l'aria. «E
c'è da chiedersi a chi lascia il comando. Quel tipo non si fida di nessuno – tanto per
cominciare, non è rinomato per la sue capacità di delegare i compiti – quindi il fatto
che lasci la base ogni notte...». Fa una pausa. «Non ha senso. Sta succedendo
qualcosa».
«Pensi» chiedo, sentendomi coraggiosa ma allo stesso tempo impaurita «che forse
stia cercando qualcuno qualcosa?».
«Sì» Winston espira. Si gratta un lato del naso. «La penso proprio così. E mi
piacerebbe tanto sapere cosa diavolo sta cercando».
«Noi, ovviamente» dice Brendan. «Sta cercando noi».
Winston non sembra convinto. «Non lo so», dice. «È diversa la cosa. Ci hanno
cercato per molti anni, ma non hanno mai fatto nulla di simile. Non hanno mai
mandato tanto personale in questo tipo di missione. E non sono mai arrivati così
vicini».
«Caspita» sussurro. Non mi fido di esporre le mie teorie. Non voglio pensare
troppo a chi cosa sta cercando Warner, di preciso. E per tutto il tempo mi chiedo
come mai questi due mi parlino così liberamente, come se fossi affidabile, come se
fossi una di loro.
Non oso parlarne.
«Sì» dice Winston, riprendendo in mano la sua penna mangiucchiata. «Pazzesco.
Comunque, se oggi non riusciamo a prendere dell’altro caffè, penso che darò di
matto».
Mi guardo intorno nella stanza. Non vedo caffé da nessuna parte. Niente cibo. Mi
chiedo cosa voglia dire Winston. «Dobbiamo fare colazione prima di cominciare?».
«No» dice. «Oggi mangiamo ad un’altra ora. Inoltre, avremo l'imbarazzo della
scelta non appena torniamo. Possiamo scegliere per primi. È l'unico vantaggio».
«Torniamo da dove?».
«Da fuori» dice Brendan, appoggiandosi allo schienale della sedia. Indica il
soffitto. «Andiamo su, fuori».
«Cosa?» boccheggio, sentendomi veramente elettrizzata per la prima volta.
«Davvero?».
«Eh già». Winston si rimette gli occhiali. «E pare che oggi ti spiegheranno per la
prima volta cosa facciamo qui». Fa un cenno verso l'altro lato della stanza e vedo
Kenji trascinare un enorme baule sopra un tavolo.
«Cosa vuoi dire?» Chiedo. «Cosa faremo?».
«Oh, beh». Winston si stringe nelle spalle. Si mette le mani dietro la testa. «Grandi
furti. Rapine a mano armata. Questo genere di cose».
Comincio a ridere quando Brendan mi ferma. Mi mette una mano sulla spalla e,
per un momento, sono leggermente terrorizzata. Mi chiedo se ha perso la testa.
«Non sta scherzando» mi dice Brendan. «E spero che tu sappia come usare una
pistola».
DICIOTTO
Sembriamo dei senzatetto.
Il che significa che sembriamo civili.
Siamo usciti dalla classe per poi entrare nel corridoio e indossiamo tutti vestiti
simili: stracciati, grigiastri e logori. Mentre procediamo tutti si sistemano gli abiti;
Winston si toglie gli occhiali e li infila nella giacca per poi tirar su la cerneria del
cappotto. Il bavero gli arriva fino al mento e lui ci si nasconde dentro. Lily, una delle
altre ragazze tra noi, si avvolge una sciarpa pesante intorno alla bocca e si alza il
cappuccio del capotto sulla testa. Vedo Kenji infilarsi un paio di guanti e aggiustarsi i
pantaloni con i tasconi per nascondere meglio la pistola.
Brendan si muove accanto a me.
Tira fuori una calotta dalla tasca e se la mette in testa, poi tira su la cerniera del
cappotto fino al collo.
È impressionante come il nero del berretto contrasti con l'azzurro dei suoi occhi
rendendoli ancora più luminosi e nitidi di quanto non sembrassero prima. Mi fa un
sorriso quando mi scopre a guardarlo. Poi mi lancia un paio di vecchi guanti di due
taglie troppo grandi per me prima di chinarsi ad allacciarsi gli stivali.
Prendo un breve respiro.
Cerco di concentrare tutte le mie energie su dove sono, su quello che sto facendo e
su quello che sto per fare. Mi dico di non pensare ad Adam, di non pensare a cosa sta
facendo, a come procede la sua guarigione e a come deve sentirsi in questo momento.
Prego me stessa di non pensare troppo agli ultimi momenti che ho passato con lui, al
modo in cui mi ha toccata, in cui mi ha abbracciata, alle sue labbra, alle sue mani e ai
suoi respiri troppo veloci...
Non ci riesco.
Non posso fare a meno di pensare che ha sempre cercato di proteggermi, che ha
quasi perso la vita per farlo. Mi ha sempre difesa, mi ha sempre protetta, senza
rendersi conto che ero io, che ero sempre stata io la minaccia più grande. La più
pericolosa. Ha un’opinione troppo buona di me, mi mette su un piedistallo che non ho
mai meritato.
Di certo non ho bisogno di protezione.
Nessuno deve preoccuparsi per me, pensare a me e correre il rischio di innamorarsi
di me. Sono instabile. Devono evitarmi. È giusto che le persone abbiamo paura di me.
Dovrebbero averne.
«Ehi». Kenji si ferma accanto a me e mi afferra per un gomito. «Sei pronta?».
Annuisco, rivolgendogli un piccolo sorriso.
I vestiti che indosso li ho preso in prestito. La tessera che ho appesa al collo,
nascosta sotto la mia tuta, è nuova di zecca. Oggi mi hanno dato una tessera RR
fasulla, una tessera di Registrazione alla Restaurazione. Dimostra che lavoro e vivo
nei comprensori, che sono registrata come cittadina di un territorio regolamentato.
Ogni cittadino legittimo ne ha una. Io non l'ho mai avuta, perché mi avevano
rinchiusa in un manicomio; non era necessaria per quelli come me. Anzi, sono
abbastanza certa che si aspettavano che morissi lì. Non era necessario essere
identificati.
Ma questa tessera RR è speciale.
Non tutti al Punto Omega ricevono una tessera contraffatta. A quanto pare sono
estremamente difficili da riprodurre. Sono rettangoli sottili fatti di un raro tipo di
titanio su cui sono incisi col laser un codice a barre e i dati anagrafici del proprietario
e inoltre contengono un dispositivo di localizzazione che monitora la posizione del
cittadino.
«Le tessere RR tengono traccia di tutto» ha spiegato Castle. «Sono necessarie per
entrare e uscire dai diversi comprensori e per entrare e uscire dal proprio posto di
lavoro. I cittadini vengono pagati in dollari REST: i salari sono calcolati con un
algoritmo complesso che valuta la difficoltà della loro professione e quante ore
lavorano, al fine di determinare il valore del loro lavoro. Questo denaro elettronico
viene erogato settimanalmente e caricato automaticamente su un chip integrato nelle
loro tessere RR. I dollari REST possono essere scambiati nei Centri di
Approvvigionamento con cibo e beni di prima necessità. Perdere una tessera RR» ha
detto «significa perdere il proprio sostentamento, i propri guadagni e il proprio status
legale di cittadino registrato».
«Se si viene fermati da un soldato che ti chiede un documento di identificazione»
ha continuato Castle «bisogna presentare la propria tessera RR. La mancata
presentazione della tessera» ha detto «comporterà... conseguenze molto spiacevoli. I
cittadini che vanno in giro senza tessera sono considerati una minaccia per la
Restaurazione. Pensano che si oppongano alla legge di proposito, sono visti come
individui sospetti. Non collaborare, in qualunque modo – anche semplicemente non
volere che tutti i propri movimenti siano seguiti e monitorati – ti fa sembrare un
simpatizzante dei ribelli. E questo ti rende una minaccia. Una minaccia» ha detto
Castle «che la Restaurazione non si fa scrupoli ad eliminare».
«Per questo» ha detto, prendendo un respiro profondo «non potete e non dovete
perdere la vostra tessera RR. Le nostre tessere contraffatte non hanno né il dispositivo
di rintracciamento né il chip per il monitoraggio dei dollari REST, perché non ne
abbiamo bisogno. Ma! Ciò non significa che non siano preziose come diversivi» ha
detto. «E, mentre per i cittadini dei territori regolamentati le tessere RR sono parte di
una condanna a vita, al Punto Omega sono considerate un privilegio. E dovrete
trattarle come tali».
Un privilegio.
Tra le tante cose che ho appreso all'incontro di questa mattina, ho scoperto che
queste tessere sono concesse solo a coloro che vanno in missione fuori dal Punto
Omega. Tutte le persone presenti in quella stanza oggi erano state selezionate come le
migliori, le più forti, le più affidabili. Invitarmi lì è stata una mossa ardita da parte di
Kenji. Ora mi rendo conto che è il suo modo per dirmi che si fida di me. Nonostante
tutto mi dice, e dice a tutti gli altri, che sono la benvenuta qui. Il che spiega perché
Winston e Brendan si siano sentiti così liberi di parlare con me. Perché hanno fiducia
nel sistema del Punto Omega. E credono a Kenji se lui dice che si fida di me.
Così adesso sono una di loro.
E come primo atto ufficiale in qualità di membro devo essere una ladra.
DICIANNOVE
Stiamo salendo.
Castle dovrebbe raggiungerci da un momento all’altro per guidare il nostro gruppo
fuori da questa città sotterranea, nel mondo reale. Sarà la mia prima occasione per
vedere cos’è successo alla nostra società nel giro di quasi 3 anni.
Avevo 14 anni quando mi hanno portata via da casa per aver ucciso un bambino
innocente. Per 2 anni mi hanno sballottata da ospedali a studi legali, da centri di
detenzione a centri psichiatrici, finché alla fine non hanno deciso di liberarsi di me
una volta per tutte. Rinchiudermi in un manicomio è stato peggio che essere mandata
in prigione; più furbo, secondo i miei genitori se mi avessero mandata in prigione le
guardie avrebbero dovuto trattarmi da essere umano, invece ho passato l’ultimo anno
della mia vita ad essere trattata come un animale rabbioso, intrappolata in un buco, al
buio, senza alcun legame con il mondo esterno. La maggior parte delle cose che ho
visto del nostro pianeta finora, le ho viste da una finestra o mentre scappavo per
salvarmi la vita. E ora non sono sicura di cosa aspettarmi.
Ma voglio vederlo.
Devo vederlo.
Sono stanca di essere cieca, sono stanca di fare affidamento sui ricordi che ho del
passato e sui frammenti che sono riuscita a mettere insieme del nostro presente.
Tutto quello che so è che la Restaurazione è un nome conosciuto da 10 anni.
Lo so perché hanno iniziato la loro propaganda quando avevo 7 anni. Non
dimenticherò mai l’inizio del nostro crollo. Ricordo i giorni in cui le cose erano
ancora abbastanza normali, quando la gente moriva per sorte, quando c’era
abbastanza cibo per coloro che avevano abbastanza soldi per pagarlo. Questo prima
che il cancro diventasse una malattia diffusa e il clima una creatura rabbiosa e
turbolenta. Ricordo quanto tutti erano entusiasti della Restaurazione. Ricordo la
speranza nei volti dei miei insegnanti e gli annunci che ci obbligavano a guardare nel
bel mezzo della giornata scolastica. Mi ricordo queste cose.
E 4 mesi prima che io, quattordicenne, commettessi un crimine imperdonabile, la
Restaurazione fu eletta dal popolo del mondo per guidarci verso un futuro migliore.
Speranza. Nutrivano molta speranza. I miei genitori, i miei vicini, i miei insegnanti
e i miei compagni di classe. Tutti speravano nel meglio quando acclamavano la
Restaurazione e gli promettevano supporto costante.
La speranza può portare la gente a fare cose terribili.
Ricordo di aver visto le proteste prima che mi portassero via. Ricordo di aver visto
le strade piene di gente furiosa che chiedeva il rimborso dei loro acquisti. Ricordo
come la Restaurazione derise i protestanti e gli disse che avrebbero dovuto leggere le
clausole scritte in piccolo prima di lasciare le loro case quella mattina.
Niente rimborsi.
Castle e Kenji mi permettono di andare in spedizione perché vogliono darmi il
benvenuto nel cuore del Punto Omega. Vogliono che mi unisca a loro, che li accetti
davvero, che capisca perché la loro missione è tanto importante. Castle vuole che
combatta contro la Restaurazione e contro ciò che hanno in serbo per il mondo.
Contro la distruzione dei libri, dei reperti, della lingua e della storia. Contro la vita
vuota e monocromatica che vogliono imporre alle generazioni future. Vuole farmi
vedere che i danni sulla Terra non sono irreparabili, vuole dimostrare che possiamo
salvare il nostro futuro, che le cose possono migliorare se il potere viene affidato alle
persone giuste.
Vuole che mi fidi.
Io voglio fidarmi.
Ma ogni tanto ho paura. Durante la mia breve esperienza ho capito che non ci si
deve fidare della gente che vuole il potere. La gente con scopi nobili, che fa discorsi
appassionati e dal sorriso facile non ha fatto niente per calmarmi il cuore. Gli uomini
con le pistole non mi hanno mai messa a mio agio, indipendentemente da quante
volte mi avessero promesso che uccidevano per buone ragioni.
Non mi è mai sfuggito il fatto che la gente del Punto Omega è eccellentemente
armata.
Ma sono curiosa. Sono disperatamente curiosa.
Perciò mi sono camuffata indossando vestiti vecchi e laceri e un pesante maglione
di lana che quasi mi copre gli occhi. Porto una giacca pesante che deve appartenere
ad un uomo e i miei stivali di pelle sono quasi nascosti dai pantaloni troppo larghi che
mi arrivano alle caviglie. Sembro una civile. Una civile povera e torturata che lotta in
cerca di cibo per la sua famiglia.
Una porta si chiude con un click e ci giriamo tutti insieme. Castle sorride. Guarda
tutto il gruppo.
Me. Winston. Kenji. Brendan. La ragazza di nome Lily. Altre 10 persone che non
conosco bene. Siamo 16 in tutto, compreso Castle. Un numero perfettamente pari.
«Bene, ascoltate» dice Castle unendo le mani. Noto che anche lui porta i guanti.
Tutti li portano. Oggi sono solo una ragazza che fa parte di un gruppo che indossa
vestiti normali e guanti normali. Oggi sono solo un numero. Nessuno di importante.
Solo una persona comune. Solo per oggi.
È così assurdo che mi viene da sorridere.
E poi ricordo di aver quasi ucciso Adam ieri e all’improvviso non so più bene
come si fa a muovere le labbra.
«Siamo pronti?» Castle si guarda intorno. «Non dimenticate ciò di cui abbiamo
discusso» dice. Fa una pausa. Ci lancia uno sguardo attento. Trova un contatto visivo
con ognuno di noi. Tiene gli occhi su di me per un attimo di troppo. «Bene, allora.
Seguitemi».
Nessuno parla mentre seguiamo Castle lungo questi corridoi e non mi resta che
chiedermi quanto sarebbe facile sparire con questi abiti che non danno nell’occhio.
Potrei scappare, fondermi con l’ambiente e non farmi più trovare.
Come una codarda.
Cerco qualcosa da dire per interrompere il silenzio. «Allora, come ci arriviamo?»
chiedo a qualcuno a caso.
«A piedi» dice Winston.
I nostri piedi calpestano il pavimento in risposta.
«La maggior parte dei civili non ha una macchina» spiega Kenji. «E porca miseria,
di certo non possiamo farci beccare in un blindato. Se vogliamo confonderci tra la
folla, dobbiamo fare quello che fa la gente: camminare».
Non riesco più a seguire in quale direzione sboccano i tunnel mentre Castle ci
conduce verso l’uscita. Sono sempre più consapevole di quanto poco so di questo
posto, di quanto poco ho visto. Anche se, ad essere del tutto sincera, non ho fatto
molti tentativi per andare in esplorazione.
Devo fare qualcosa in proposito.
Solo quando la terra sotto i miei piedi cambia mi rendo conto di quanto siamo
vicini all’uscita. Saliamo una serie di scalini di pietra incastonati nel terreno. Da qui
vedo quella che sembra una porta di metallo quadrata. Ha un chiavistello.
Realizzo che sono un po’ agitata.
Ansiosa.
Impaziente e spaventata.
Oggi vedrò il mondo da civile, vedrò davvero le cose da vicino per la prima volta.
Vedrò quello che deve sopportare la gente di questa società adesso.
Vedrò quello che stanno passando i miei genitori, ovunque essi siano.
Castle si ferma davanti alla porta, che è abbastanza piccola da sembrare una
finestra. Si gira verso di noi. «Chi siete?» chiede.
Nessuno risponde.
Castle si erge in tutta la sua altezza. Incrocia le braccia. «Lily» dice. «Nome. ID.
Età. Settore e occupazione. Subito».
Lily si toglie la sciarpa dalla bocca. Ha la voce un po’ robotica quando dice: «Il
mio nome è Erica Fontaine, 1117-52QZ. Ho ventisei anni. Vivo nel settore 45».
«Occupazione» ripete Castle con un accenno di impazienza nella voce.
«Industria tessile. Fabbrica 19A-XC2».
«Winston» ordina Castle.
«Il mio nome è Keith Hunter, 4556-65DS» dice Winston. «Trentaquattro anni.
Settore 45. Lavoro nell’industria Metallurgica. Fabbrica 15B-XC2».
Senza indugio, Kenji dice: «Hiro Yamasaki, 8891-11DX. Età: vent’anni. Settore
45. Artiglieria. 13A-XC2».
Castle fa un cenno di assenso a tutti mentre a turno ripetono le informazioni incise
sulle loro tessere RR. Sorride soddisfatto. Poi porta lo sguardo su di me finché tutti
non mi fissano, guardandomi in attesa di vedere se faccio confusione.
«Delia Dupont» dico, le parole mi scivolano di bocca con più facilità del previsto.
Non vogliamo farci fermare, ma questa è una precauzione straordinaria nel caso in
cui ci chiedano di identificarci; dobbiamo sapere le informazioni sulle nostre tessere
RR come se fossero davvero nostre. Kenji ha detto che anche se i soldati che
sorvegliano i comprensori sono del Settore 45, non sono le stesse guardie che si
trovano alla base. Non pensa che ci imbatteremo in qualcuno che ci riconoscerà.
Ma.
Nel caso.
Mi schiarisco la gola. «Numero ID: 1223-99SX. Diciassette anni. Settore 45.
Lavoro nell’industria Metallurgica. Fabbrica 15A-XC2».
Castle mi fissa un secondo troppo a lungo.
Alla fine annuisce. Guarda tutti noi. «E quali» dice, con voce chiara, profonda e
tonante «sono le tre cose che vi chiederete prima di parlare?».
Ancora nessuna risposta. Anche se non è perché non sappiamo la risposta.
Castle conta con le dita. «Prima! C’è bisogno che lo dica? Seconda! C’è bisogno
che lo dica io? E terza! C’è bisogno che lo dica io, adesso?»
Di nuovo, nessuno dice niente.
«Non parliamo se non strettamente necessario» dice Castle. «Non ridiamo, non
sorridiamo. Non guardiamo nessuno negli occhi se possiamo evitarlo. Faremo finta di
non conoscerci. Non faremo niente di niente per esortarli a rivolgerci ulteriori
sguardi. Non attireremo l’attenzione su di noi». Una pausa. «Avete capito, sì? È
chiaro?».
Annuiamo.
«E se qualcosa dovesse andare storto?».
«Ci dividiamo». Kenji si schiarisce la gola. «Corriamo. Ci nascondiamo. Pensiamo
solo a noi stessi. E non riveleremo mai e poi mai la posizione del Punto Omega».
Tutti fanno un respiro profondo contemporaneamente.
Castle apre la porticina spingendola. Sbircia fuori prima di farci cenno di seguirlo,
e lo facciamo. Superiamo la porta, uno alla volta, silenziosi come le parole che non
diciamo.
Non salgo in superficie da quasi 3 settimane. Sembrano passati 3 mesi.
Nel momento in cui l’aria mi colpisce in viso, sento il vento avvolgermi la pelle in
modo familiare, ammonendomi. È come se il vento mi stesse rimproverando per
essere stata via così tanto tempo.
Ci troviamo nel mezzo di una terra desolata e ghiacciata. L’aria è gelida e pungente
e le foglie morte ci danzano tutto intorno. I pochi alberi rimasti ondeggiano al vento e
i loro rami spezzati e solitari sono in disperata ricerca di compagnia. Mi guardo a
sinistra. Mi guardo a destra. Mi guardo davanti.
Non c’è niente.
Castle ci ha detto che questa zona una volta era coperta di vegetazione densa e
rigogliosa. Ha detto che quando aveva cercato un posto in cui nascondere il Punto
Omega, quella particolare distesa d’erba gli era sembrata ideale. Ma era stato tanto
tempo fa – decenni fa – e ora tutto è cambiato. La natura stessa è cambiata. Ed è
troppo tardi per spostare questo nascondiglio.
Perciò facciamo il possibile.
Ha detto che questa parte è la più difficile. Qua fuori siamo vulnerabili. È facile
notarci anche se da civili perché non siamo al nostro posto. I civili non hanno alcun
interesse ad uscire dai loro comprensori; non lasciano i terreni regolamentati giudicati
sicuri dalla Restaurazione. Essere beccati in territori non regolamentati è considerato
un’infrazione della legge proclamata dal nostro nuovo pseudo-governo e le
conseguenze sono serie.
Quindi dobbiamo raggiungere i comprensori il più velocemente possibile.
Il piano prevede che Kenji – il cui dono gli consente di mimetizzarsi in qualunque
ambiente – prosegua per primo, rendendosi invisibile per accertarsi che la via sia
libera. Il resto di noi sta indietro, fa attenzione, e resta in assoluto silenzio.
Manteniamo qualche metro di distanza tra noi, siamo pronti a scappare, a salvarci se
necessario. È strano, considerata la natura affiatata della comunità del Punto Omega,
che Castle non ci induca a restare uniti. Ma ci ha spiegato che lo facciamo per il bene
della maggioranza. È un sacrificio. Uno di noi deve essere disposto a farsi catturare
per permettere agli altri di scappare.
Una vita sola in cambio di quelle degli altri.
La via è libera.
Stiamo camminando da almeno mezzora e nessuno sembra essere di guardia in
questo appezzamento di terreno deserto. Presto i comprensori entrano nella nostra
visuale. Blocchi su blocchi di scatole di metallo, cubetti ammucchiati per tutto il
terreno vecchio e ansante. Mi stringo più forte il cappotto quando il vento gira su se
stesso per disossare la nostra carne.
Fa troppo freddo per essere vivi oggi.
Indosso la tuta che regola la mia temperatura corporea sotto i vestiti, eppure sto
congelando lo stesso. Non riesco a immaginare cosa stiano passando gli altri. Do
un’occhiata a Brendan e vedo che mi guarda anche lui. I nostri sguardi si incrociano
per meno di un secondo ma giurerei che mi ha sorriso, con le guance rosa e rosse a
causa del vento geloso dei suoi occhi vaganti.
Blu. Così blu…
Di una sfumatura molto diversa e più chiara, quasi trasparente, di blu, eppure
sempre molto blu. Penso che gli occhi blu mi ricorderanno sempre Adam. E mi
colpisce di nuovo. Mi colpisce fortissimo, proprio al centro del mio essere.
Il dolore.
«Correte!» la voce di Kenji ci raggiunge trasportata dal vento, ma il suo corpo non
si vede. Siamo a meno di cinque metri dal primo insieme di comprensori, ma in
qualche modo sono immobilizzata sul posto. Il sangue, il ghiaccio e forconi spezzati
mi attraversano la schiena.
«MUOVETEVI!» Kenji tuona di nuovo. «Avvicinatevi ai comprensori e tenete i
volti coperti. Soldati a ore tre!».
Tutti scattiamo insieme, correndo mentre cerchiamo di non dare nell’occhio, e
presto ci nascondiamo dietro la fiancata di un’abitazione; ci abbassiamo, facciamo
tutti finta di far parte della gente che prende resti di acciaio e ferro dalla spazzatura
ammucchiata per tutto il terreno.
I comprensori sono sistemati in un grande campo di rifiuti. Spazzatura, plastica e
pezzi di metallo rovinati cosparsi come confetti sul pavimento di un bambino. C’è un
sottile strato di neve dappertutto, come se la Terra avesse tentato invano di
nascondere le sue parti più sgradevoli prima che arrivassimo noi.
Alzo lo sguardo.
Mi guardo alle spalle.
Mi guardo intorno come non dovrei fare, ma non riesco ad evitarlo. Dovrei tenere
gli occhi bassi, come se vivessi qui, come se non ci fosse nulla di nuovo da vedere,
come se non volessi sollevare il viso per evitare il freddo pungente. Dovrei stare
rannicchiata su me stessa come tutti gli altri estranei per cercare di restare al caldo.
Ma ci sono tante cose da vedere. Tante cose da osservare. Così tante cose che non ho
mai visto.
Perciò mi azzardo ad alzare la testa.
E il vento mi afferra per la gola.
VENTI
Warner è a meno di 6 metri da me.
Il suo vestito su misura, che si adatta perfettamente al suo corpo, è di una tonalità
di nero così forte da risultare quasi accecante. Ha un giaccone aperto posato sulle
spalle del colore dei tronchi coperti di muschio, di 5 tonalità più scuro rispetto ai suoi
occhi verdissimi; i brillanti bottoni dorati vanno a braccetto coi suoi capelli d'oro.
Indossa una cravatta nera. Guanti di pelle nera. Stivali neri e lucidi.
Ha un aspetto immacolato.
Impeccabile, soprattutto qui, tra la sporcizia e la distruzione, circondato dai colori
più tetri che questo paesaggio ha da offrire. È una visione di smeraldo e onice, che si
staglia alla luce del sole in modo ingannevole. Sembra raggiante. Potrebbe essere
un’aureola quella che ha intorno alla testa. Questo potrebbe essere il modo in cui il
mondo fa ironia. Perché la bellezza di Warner arriva a livelli che nemmeno Adam
raggiunge.
Perché Warner non è umano.
Niente in lui è normale.
Si guarda intorno, socchiudendo gli occhi contro la luce del mattino, e il vento gli
apre il cappotto sbottonato abbastanza a lungo da farmi intravedere il suo braccio.
Bendato. Legato da una fasciatura.
Ci sono andata vicino.
Ci sono andata vicinissimo.
I soldati intorno a lui sono in attesa di ordini, in attesa di qualcosa, e io non riesco a
distogliere lo sguardo. Non posso fare a meno di provare uno strano brivido
nell'essere così vicina a lui, eppure così lontana. Potrebbe essere un vantaggio:
studiarlo senza che lui lo sappia.
È un ragazzo stranissimo e contorto.
Non so se posso dimenticare ciò che mi ha fatto. Ciò che mi ha fatto fare. Quanto
per poco non sia arrivata ad uccidere di nuovo. Lo odierò per sempre per questo,
anche se sono sicura che dovrò affrontarlo di nuovo un giorno.
Un giorno.
Non ho mai pensato che avrei visto Warner nei comprensori. Non avevo nemmeno
idea che facesse visita ai civili. Anche se, in verità, non sapevo granché di come
passasse il tempo quando non era con me. Non ho idea di cosa stia facendo qui.
Finalmente dice qualcosa ai soldati e loro annuiscono una volta, velocemente. Poi
scompaiono.
Fingo di essere concentrata su qualcosa sulla sua destra, facendo attenzione a
tenere la testa bassa e inclinata leggermente di lato, in modo che non possa vedermi
in faccia neanche se dovesse guardare in mia direzione. Con la mano sinistra abbasso
il cappello per coprirmi le orecchie, mentre con la mano destra faccio finta di
smistare la spazzatura, di raccogliere degli avanzi da mettere da parte per la giornata.
È così che alcune persone si guadagnano da vivere. Un’altra misera occupazione.
Warner si passa la mano del braccio sano sul viso, coprendosi gli occhi per un
attimo prima di posarla sulla bocca, premendola contro le labbra, come se volesse
dire qualcosa che non riesce a sopportare di dire.
Ha l’espressione quasi... preoccupata. Anche se sono sicura di sbagliarmi.
Lo guardo mentre osserva la gente che lo circonda. Lo osservo così da vicino da
notare che il suo sguardo indugia sui bambini piccoli, sul modo in cui si rincorrono
con un'innocenza che indica che non hanno idea del mondo che hanno perso. Questo
posto squallido e oscuro è l'unico che abbiano mai visto.
Cerco di decifrare l'espressione di Warner mentre li studia, ma lui sta attento a
mantenere un’espressione del tutto neutra. Sbatte solamente le palpebre mentre resta
perfettamente immobile, come una statua nel vento.
Un cane randagio sta andando dritto verso di lui.
All’improvviso sono impietrita. Sono preoccupata per quella creatura vivace,
quell’animaletto congelato che probabilmente cerca pezzetti di cibo, qualcosa per non
morire di fame. Il cuore inizia a battermi velocemente nel petto, il cuore pompa il
sangue troppo velocemente e con troppa forza e non so perché sento che sta per
accadere qualcosa di terribile.
Il cane gira intorno alle gambe di Warner, come se fosse mezzo cieco e non
riuscisse a vedere dove sta andando. Respira a fatica, ha la lingua di fuori che gli
penzola di lato, come se non sapesse come ricacciarla dentro. Si lamenta e mugola un
po’, sbavando sui pantaloni perfetti di Warner, e io trattengo il respiro mentre il
ragazzo d’oro si gira. Un po’ mi aspetto che prenda la pistola e spari al cane dritto in
testa.
L'ho già visto farlo ad un essere umano.
Ma il volto di Warner s’increspa alla vista del cagnolino, i suoi lineamenti perfetti
si incrinano, solleva le sopracciglia e spalanca gli occhi per la sorpresa per un attimo.
Abbastanza a lungo perché io lo noti.
Si guarda intorno, sonda velocemente con gli occhi ciò che lo circonda, poi prende
l'animale fra le braccia e scompare dietro un una recinzione bassa: una delle
recinzioni basse e corte che vengono usate per suddividere il territorio di ogni
comprensorio in quadrati. D’un tratto muoio dalla voglia di vedere cosa ha intenzione
di fare, mi sento in ansia, molto in ansia e ancora non riesco a respirare.
Ho visto ciò che Warner è in grado di fare ad una persona. Ho visto il suo cuore
spietato, i suoi occhi insensibili e la sua totale indifferenza. Ho visto il suo
atteggiamento calmo e controllato non vacillare dopo aver ucciso un uomo a sangue
freddo.
Posso solo immaginare cos’ha in serbo per un cane innocente.
Devo vederlo con i miei occhi.
Devo togliermelo dalla testa e questo è esattamente ciò che mi serve. La prova che
è disgustoso, contorto, che si sbaglia e si sbaglierà sempre.
Se solo potessi alzarmi, lo vedrei. Potrei vedere ciò che sta facendo a quel povero
animale e forse potrei trovare un modo per fermarlo prima che sia troppo tardi, ma
sento la voce di Castle che sussurra chiamandoci. Ci dice che la via è libera e che
dobbiamo proseguire ora che Warner è fuori dal nostro campo visivo. «Ce ne
andiamo tutti e ce ne andiamo per conto nostro» dice. «Attenetevi al piano! Nessuno
segua la strada dell’altro. Incontriamoci tutti al punto di ritrovo. Se non ci sarete, vi
lasceremo indietro. Avete 30 minuti».
Kenji mi tira per un braccio, dicendomi di alzarmi, di concentrarmi e di guardare
nella direzione giusta. Alzo lo sguardo abbastanza a lungo da vedere che il resto del
gruppo si è già sparpagliato; Tuttavia, Kenji rifiuta di andarsene. Impreca sotto voce
finché finalmente non mi alzo. Annuisco. Gli dico che ho capito il piano e gli faccio
cenno di andare avanti senza di me. Gli ricordo che non possiamo farci vedere
insieme. Che non possiamo camminare in gruppi né a coppie. Non possiamo farci
notare.
Infine, finalmente, si volta e se ne va.
Guardo Kenji allontanarsi. Poi faccio qualche passo avanti e mi giro per sfrecciare
verso l'angolo del comprensorio, scivolando con la schiena contro il muro, nascosta
alla vista degli altri.
Scruto la zona con gli occhi finché non individuo il recinto dove ho visto Warner
per l'ultima volta, e mi alzo in punta di piedi per dare un’occhiata.
Devo coprirmi la bocca per impedirmi di emettere suoni.
Warner è accovacciato a terra e sta dando qualcosa da mangiare al cane con la
mano sana. L'animale freme con il corpicino pelle e ossa rannicchiato dentro il
cappotto aperto di Warner, trema mentre cerca di trovare un po' di calore per le sue
membra tarchiate, dopo essere stato congelato per così tanto tempo. Il cane
scodinzola, piegando indietro la testa per guardare Warner negli occhi, prima di
rifugiarsi di nuovo nel calore della sua giacca. Sento Warner ridere.
Lo vedo sorridere.
È un sorriso che lo trasforma completamente in qualcun altro, un sorriso che gli
riempe gli occhi di stelle e le labbra di una luce abbagliante e mi rendo conto di non
averlo mai visto così prima d'ora. Non ho mai visto nemmeno i suoi denti: drittissimi,
bianchissimi, pura perfezione. È un ragazzo impeccabile fuori con un cuore nero
dentro. È difficile credere che le mani della persona che sto fissando siano macchiate
di sangue. Ha un aspetto dolce e vulnerabile... umano. Strizza gli occhi mentre
sorride e ha le guance rosa dal freddo.
Ha le fossette.
Senza dubbio è la cosa più bella che abbia mai visto.
E vorrei non averlo mai visto.
Perché qualcosa dentro il mio cuore si sta lacerando e sembra paura, ha il sapore
del panico, dell'ansia e della disperazione e non so come decifrare l'immagine che mi
trovo davanti. Non voglio vedere Warner in questo modo. Non voglio pensare a lui
come a qualcosa di diverso da un mostro.
Non è giusto.
Mi sposto troppo velocemente e troppo lontano nella direzione sbagliata,
all’improvviso sono troppo stupida per ritrovare la giusta via e mi odio per aver
sprecato tempo che avrei potuto usare per scappare. So che Castle e Kenji sarebbero
pronti a uccidermi per aver corso un rischio così grande, ma non capiscono ciò che
mi frulla nella testa in questo momento, non possono capire cosa...
«Ehi!». Sbraita lui. «Tu...!»
Alzo lo sguardo senza volerlo, senza rendermi conto che ho risposto al richiamo di
Warner, finché non è troppo tardi. Si è alzato, è immobile sul posto e mi guarda dritto
negli occhi. La sua mano sana resta ferma a mezzaria finché non gli ricade inerte sul
fianco. Ha la bocca aperta, è stordito, momentaneamente stupito.
Guardo le parole morirgli in gola.
Sono paralizzata, catturata dal suo sguardo mentre lui se ne sta lì. Ha il petto
ansante e le labbra pronte e formulare parole che saranno sicuramente la mia
condanna a morte e tutto a causa della mia stupida, insensata, idio...
«Mi raccomando, non urlare».
Qualcuno mi mette una mano sulla bocca.
VENTUNO
Non mi muovo.
«Ora ti lascio andare, ok? Voglio che mi prendi la mano».
La cerco senza abbassare lo sguardo e sento le nostre mani guantate intrecciarsi.
Kenji lascia andare il mio viso.
«Sei proprio un’idiota» mi dice, ma io sto ancora fissando Warner. Warner che
adesso si sta guardando intorno come se avesse appena visto un fantasma, sbattendo
le palpebre e sfregandosi gli occhi come se fosse confuso, guardando il cane come se
quell'animaletto fosse riuscito ad ammaliarlo. Si tira con forza i capelli biondi,
scompigliandoli, e se ne va così in fretta che i miei occhi non sanno come fare a
seguirlo.
«Che cosa diavolo ti prende?» mi dice Kenji. «Ma almeno mi ascolti? Sei pazza?».
«Cos'hai fatto? Perché non mi ha…. Oh, mio Dio» ansimo dando un’occhiata al
mio corpo.
Sono completamente invisibile.
«Prego» sbotta Kenji trascinandomi via dal comprensorio. «E tieni la voce bassa.
Anche se sei invisibile non vuol dire che il mondo non possa sentirti».
«Riesci a farlo?». Cerco di capire dov'è il suo volto, ma potrei benissimo parlare al
vento.
«Sì… si chiama proiezione, ricordi? Non te l’aveva già spiegato Castle?» chiede,
ansioso di superare la parte delle spiegazioni in modo da poter tornare ad inveire
contro di me. «Non tutti possono farlo, le abilità non sono tutte uguali… ma forse, se
riesci a smettere di fare la cretina abbastanza a lungo da non morire, potrei riuscire ad
insegnartelo un giorno».
«Sei tornato per me» gli dico, cercando di tenere il passo con il suo ritmo serrato,
per niente offesa dalla sua rabbia. «Perché sei tornato indietro per me?».
«Perché sei una cretina» ripete.
«Lo so. Mi dispiace. Non ho potuto farne a meno».
«Beh, fanne a meno» dice con voce roca mentre mi tira per il braccio. «Dovremo
correre per recuperare il tempo che hai perso».
«Perché sei tornato indietro, Kenji?» gli chiedo di nuovo, imperterrita. «Come
facevi a sapere che ero ancora qui?».
«Ti stavo tenendo d'occhio» dice.
«Cosa? Cosa vuoi…».
«Ti tengo d'occhio» dice, le sue parole escono impazienti. «Fa parte del mio
compito. È quello che faccio dal primo giorno che ti ho incontrata. Mi sono arruolato
nell’esercito di Warner per te e solo per te. È questo che Castle mi ha mandato a fare.
Il mio compito eri tu». La sua voce esce spezzata, veloce, fredda. «Ma questo te l’ho
già detto».
«Aspetta, cosa vuol dire che mi tieni d'occhio?» esito, tirandolo per il braccio
invisibile per farlo rallentare un po’. «Mi segui dappertutto? Anche adesso? Anche al
Punto Omega?»
Non risponde subito. Quando lo fa, le sue parole escono riluttanti. «Più o meno».
«Ma perché? Sono qui. Il tuo lavoro è finito, no?».
«Abbiamo già affrontato questa discussione» dice. «Ricordi? Castle voleva che mi
accertassi che tu stessi bene. Mi ha detto di tenerti d’occhio, niente di che… solo di
assicurarmi che non avessi crisi psicotiche o altro». Lo sento sospirare. «Ne hai
passate tante. È un po’ preoccupato per te. Specialmente adesso… dopo quello che è
successo non sembri stare bene. Sembra che ti voglia buttare sotto ad un blindato».
«Non farei mai una cosa del genere» gli dico.
«Sì» dice. «Va bene. Come dici tu. Sto solo sottolineando l’ovvio. Tu ti imposti
solo in due modalità: o sei giù di morale o pomici con Adam… e devo dire che
preferisco quando sei giù di morale…»
«Kenji!». Per poco non gli lascio la mano con uno strattone. Lui stringe la presa
intorno alle mie dita.
«Non lasciarmi» sbotta di nuovo rivolto a me. «Non puoi lasciarmi, altrimenti si
rompe il legame». Kenji mi trascina attraverso una radura. Siamo abbastanza lontani
dal comprensorio adesso e nessuno può sentirci, ma siamo ancora troppo lontani dal
punto di ritrovo per considerarci al sicuro. Fortunatamente la neve non attacca
abbastanza da farci lasciare tracce.
«Non posso credere che ci hai spiato!».
«Non vi spiavo, ok? Dannazione. Calmati. Diamine, dovete calmarvi tutti e due.
Adam è già andato su tutte le furie per questo…».
«Cosa?» sento che finalmente i pezzi del puzzle stanno iniziando a incastrarsi. «È
per questo che si è comportato male con te a colazione la scorsa settimana?»
Kenji rallenta un po’ il passo. Prende un respiro lungo e profondo. «Pensava che
stessi, come dire, approfittando della situazione». Dice approfittando come se fosse
una strana parolaccia. «Pensa che io diventi invisibile solo per vederti nuda o
qualcosa del genere. Ascolta… non lo so, ok? Si stava comportando da idiota. Io
faccio solo il mio lavoro».
«Ma… tu non lo fai per quello, giusto? Non vuoi vedermi nuda o altro».
Kenji sbuffa e soffoca una risata. «Senti, Juliette» dice ancora ridendo. «Non sono
cieco, ok? A livello puramente fisico... sì, sei molto sexy e quella tuta che devi
indossare sempre non è male. Ma anche se non ci fosse questa storia del “se ti tocco ti
ammazzo” in mezzo, non sei assolutamente il mio tipo. E, cosa ancora più
importante, io non sono un coglione pervertito» dice. «Prendo il mio lavoro
seriamente. Porto a termine cose serie in questo mondo e mi piace pensare che le
persone mi rispettino per questo. Ma il tuo ragazzo, Adam, è un po’ troppo accecato
dagli ormoni per ragionare. Forse potresti fare qualcosa in proposito».
Abbasso lo sguardo. Non dico nulla per un po'. Poi: «Non credo che dovrai più
preoccuparti di questo».
«Ah, merda». Kenji sospira, come se non riuscisse a credere di essersi costretto ad
ascoltare i problemi della mia vita sentimentale. «Mi sono appena dato la zappa sui
piedi, vero?».
«Muoviamoci, Kenji. Non dobbiamo parlarne per forza».
Un sospiro irritato. «Non è che non mi importi cosa stai passando» dice. «Non è
che voglio vederti tutta depressa o quel che è. È solo che questa vita è già abbastanza
incasinata di suo» dice. «E sono stufo del fatto che ti chiudi sempre nel tuo piccolo
mondo. Ti comporti come se tutto questo, tutto quello che facciamo, sia uno scherzo.
Non prendi niente sul serio…».
«Cosa?» lo interrompo. «Questo non è vero... lo prendo sul serio…»
«Stronzate». Ride brevemente. È una risata tagliente e rabbiosa. «Non fai che
startene seduta a pensare ai tuoi sentimenti. Tu hai problemi. Uee, diamine» dice. «I
tuoi genitori ti odiano ed è davvero difficile, ma devi indossare guanti per il resto
della tua vita perché uccidi le persone quando le tocchi. Chi se ne fotte?» il suo
respiro è così affannoso che riesco a sentirlo. «Per quel che ne so, hai del cibo in
bocca, dei vestiti addosso e un posto in cui fare pipì in pace ogni volta che ne hai
voglia. Questi non sono problemi. Questo si chiama vivere come un re. E apprezzerei
veramente se crescessi, dannazione, e la smettessi di andartene in giro come se il
mondo avesse cagato sul tuo unico rotolo di carta igienica. Perché è da stupidi». Dice,
frenando a stento la sua rabbia. «È da stupidi e da ingrati. Non hai la più pallida idea
di quello che il resto del mondo sta affrontando in questo momento. Non ne hai la più
pallida idea, Juliette. E non sembra nemmeno fregartene».
Deglutisco, fortissimo.
«Adesso sto cercando» dice «di darti la possibilità di sistemare le cose. Continuo a
darti l'opportunità di fare le cose in maniera diversa. Di guardare oltre la bambina
triste che eri, la bambina triste a cui continui ad aggrapparti, e difenderti da sola.
Smettila di piangere. Smettila di stare seduta al buio pensando a quanto sei triste e
sola. Svegliati» dice. «Non sei l'unica persona al mondo che non vuole alzarsi dal
letto la mattina. Non sei l'unica ad avere problemi con tuo padre e un DNA incasinato
di brutto. Adesso puoi essere chi diavolo vuoi. Non stai più con i tuoi genitori
schifosi. Non stai più in quel manicomio schifoso e non sei più costretta ad essere il
piccolo esperimento schifoso di Warner. Quindi prendi una decisione» dice. «Prendi
una decisione e smettila di far perdere tempo a tutti. Smettila di perdere te tempo.
Ok?»
La vergogna si accumula in ogni centimetro del mio corpo.
Il calore si è fatto strada nella mia anima, bruciandomi dentro e fuori. Sono
davvero atterrita e terrorizzata di sentire la veridicità delle sue parole.
«Andiamo» dice, ma la sua voce è un pochino più dolce. «Dobbiamo correre».
E annuisco anche se lui non può vedermi.
Annuisco, annuisco, annuisco e sono felicissima che nessuno possa guardarmi in
faccia in questo momento.
VENTIDUE
«Smettila di lanciarmi scatole addosso, idiota. È il mio lavoro». Winston ride e afferra
un pacchetto avvolto nel cellophane per poi buttarlo in testa ad un altro ragazzo. Il
ragazzo in piedi accanto a me.
Mi scanso.
L'altro ragazzo brontola prendendo il pacchetto, poi fa un gran sorriso offrendo a
Winston una vista eccellente del suo dito medio.
«Che classe, Sanchez» dice Winston lanciandogli un'altra scatola.
Sanchez. Si chiama Ian Sanchez. L'ho saputo pochi minuti fa, quando hanno messo
me, lui e qualcun altro a formare una catena di montaggio.
Attualmente siamo in uno dei depositi di stoccaggio ufficiali della Restaurazione.
Kenji ed io siamo riusciti a raggiungere gli altri appena in tempo. Ci siamo riuniti
tutti nel punto di ritrovo (che si è rivelato essere un grande fossato), poi Kenji mi ha
lanciato uno sguardo tagliente, mi ha indicata, ha sorriso e mi ha lasciato con il resto
del gruppo, mentre lui e Castle discutevano della parte successiva della nostra
missione.
Che consisteva nell’entrare nel deposito di stoccaggio.
È ironico, comunque, che siamo saliti in superficie per i rifornimenti e poi siamo
dovuti tornare sottoterra per prenderli. I depositi di stoccaggio sono praticamente
invisibili.
Sono cantine sotterranee piene di tutto l'immaginabile: cibo, medicine, armi. Tutte
le cose necessarie per sopravvivere. Castle ci ha spiegato tutto durante l’orientamento
di questa mattina. Ha detto che tenere i rifornimenti sottoterra è sì un metodo
intelligente per tenerli nascosti ai civili, ma che in realtà gioca a suo favore. Castle ha
detto che può percepire e spostare oggetti da una grande distanza, anche se questa è
di circa 8 metri sottoterra. Ha detto che quando è vicino ad uno dei depositi sente
subito la differenza, perché riconosce l'energia di ciascun oggetto. Ha spiegato che è
questo a permettergli di spostare le cose con la mente: è in grado di toccare l'energia
insita in ogni cosa. Castle e Kenji sono riusciti a rintracciare 5 depositi nel raggio di
circa 20 km dal Punto Omega semplicemente camminando. Castle li rilevava, Kenji
usava la proiezione per far restare entrambi invisibili. Ne hanno trovati altri 5 nel
raggio di 50 chilometri.
Scelgono i depositi di stoccaggio a rotazione. Non prendono mai le stesse cose e
mai nella stessa quantità e le prendono da più depositi possibili. Più il deposito è
lontano e più la missione diventa intricata. Questo deposito è abbastanza vicino,
pertanto la missione, relativamente parlando, è più facile. Questo spiega il motivo per
cui mi è stato permesso di venire.
Il lavoro difficile è stato già fatto.
Brendan sa già come mandare in tilt il sistema elettrico per disattivare i sensori e le
telecamere di sicurezza, mentre Kenji ha scoperto il codice di sicurezza
semplicemente pedinando un soldato che ha digitato i numeri giusti. Tutto questo ci
dà un arco di 30 minuti di tempo per agire il più velocemente possibile e portare tutto
ciò che ci serve nel punto di ritrovo, dove passeremo gran parte della giornata in
attesa di caricare i rifornimenti rubati su dei veicoli che porteranno via tutto.
Il sistema che usano è affascinante.
Ci sono 6 furgoni in tutto, ognuno leggermente diverso dall’altro, ed è previsto che
arrivino tutti in momenti diversi. In questo modo ci sono meno possibilità che ci
scoprano e ci sono più probabilità che almeno uno dei furgoni torni al Punto Omega
senza problemi. Castle ci spiega almeno 100 piani d'emergenza in caso di pericolo.
Tuttavia qui sono l'unica che sembra anche solo vagamente in ansia per quello che
stiamo facendo. Di fatto, a parte me e altre 3 persone, tutti quelli qui sono stati in
questo deposito varie volte, quindi se ne vanno in giro come se fosse un territorio
familiare. Tutti sono cauti ed efficienti, ma abbastanza a loro agio da ridere e
scherzare. Sanno esattamente ciò che stanno facendo. Appena siamo entrati, si sono
divisi in 2 gruppi: 1 squadra a formare la catena di montaggio e l'altra a raccogliere le
cose di cui abbiamo bisogno.
Altri hanno compiti più importanti.
Lily ha una memoria fotografica che fa impallidire le fotografie. È entrata per
prima e ha immediatamente analizzato la stanza, raccogliendo e catalogando ogni
minimo dettaglio. Quando usciremo sarà lei ad accertarsi che non ci lasciamo nulla
dietro e che, a parte le cose che prenderemo, non manchi nulla e sia tutto in ordine.
Brendan è il nostro generatore di emergenza. È riuscito a indebolire il sistema di
sicurezza pur lasciando illuminata questa stanza buia. Winston sta supervisionando i
2 gruppi, cordinando quelli che danno e quelli che ricevono provviste, assicurandosi
che prendiamo gli oggetti giusti e nella giusta quantità. Le sue braccia e le sue gambe
possono allungarsi a piacimento, perciò è in grado di raggiungere entrambi i lati della
stanza in modo semplice e veloce.
Castle porta fuori i nostri rifornimenti. Si trova alla fine della catena di montaggio,
in costante contatto via radio con Kenji. E finché l'area è libera, a Castle serve una
sola mano per trascinare le centinaia di chili di provviste che abbiamo accumulato nel
punto di ritrovo.
Kenji, naturalmente, fa da vedetta.
Se non fosse per lui tutto il resto non sarebbe possibile. Ci fa da occhi e orecchie
invisibili. Senza di lui non potremmo mai essere così al riparo, così certi di essere al
sicuro in una missione tanto pericolosa.
E, non per la prima volta nel corso della giornata, mi rendo conto del perché sia
così importante.
«Ehi, Winston, puoi far controllare a qualcuno se c'è del cioccolato qui?» Emory,
un altro ragazzo della mia squadra di montaggio, sorride a Winston come se sperasse
di ricevere buone notizie. Emory sorride sempre. Lo conosco solo da poche ore ma
sorride dalle 06:00, quando ci siamo riuniti tutti nella stanza di orientamento
stamattina. È altissimo, corpulento e ha un’enorme capigliatura afro che in qualche
modo gli finisce davanti agli occhi. Passa le scatole come se fossero piene di cotone.
Winston scuote la testa, cercando di non ridere quando risponde alla domanda con
un'altra domanda. «Scherzi?». Lancia un'occhiata a Emory, sistemandosi
contemporaneamente gli occhiali sul naso. «Tra tutte le cose che ci sono qui, tu vuoi
del cioccolato?».
Il sorriso di Emory svanisce. «Taci, amico, sai che mia madre adora quella roba».
«Lo dici sempre».
«Perché è sempre vero».
Winston dice qualcosa a qualcuno che riguarda il prendere un'altra scatola di
sapone, prima di rigirarsi verso Emory. «Penso di non aver mai visto tua madre
mangiare un pezzo di cioccolato».
Emory dice a Winston di fare qualcosa di molto inopportuno dei suoi arti
straordinariamente flessibili e io guardo la scatola che Ian mi ha appena consegnato,
fermandomi a studiare attentamemte l'imballaggio prima di passarla avanti.
«Ehi, sai perché su tutte le scatole sono stampate le lettere N R M?».
Ian si gira. Scioccato. Mi guarda come se gli avessi appena chiesto di togliersi
vestiti. «Non ci posso credere» dice. «Sa parlare».
«Certo che so parlare» dico e non mi interessa più parlare.
Ian mi passa un'altra scatola. Si stringe nelle spalle. «Beh, adesso lo so».
«Sì, ora lo sai».
«Mistero risolto».
«Davvero pensavi che non sapessi parlare?». Chiedo dopo un po'. «Cioè, pensavi
che fossi muta?» Mi chiedo cos'altro dica di me la gente qui.
Ian mi guarda da sopra la spalla, sorride come se stesse cercando di non ridere.
Scuote la testa e non risponde alla mia domanda. «Il timbro» dice «è previsto dal
regolamento. Timbrano tutto con le lettere NRM in modo che possano tenerne
traccia. Niente di speciale».
«Ma cosa significa NRM? Chi mette il timbro?».
«NRM» dice, ripetendo le 3 lettere come se dovessi conoscerle. «Nazioni
Restaurate del Mondo. Hanno globalizzato tutto, sai? Si scambiano merci tra loro. E
questa cosa» dice «non la sa nessuno. Motivo in più per cui la Restaurazione è una
merda. Hanno monopolizzato le risorse di tutto il pianeta e le tengono tutte per sé».
Mi ricordo alcune di queste cose. Mi ricordo di averne parlato con Adam quando
eravamo rinchiusi insieme nel manicomio. Prima di sapere cosa si provasse a
toccarlo. A stare con lui. A fargli del male. La Restaurazione è sempre stata un
movimento globale. Solo che prima non sapevo avesse un nome.
«Giusto» dico a Ian, improvvisamente distratta. «Certo».
Ian si ferma mentre mi porge un'altra scatola. «Allora è vero?». Mi chiede,
studiandomi in viso. «Che non hai idea di cosa è successo?».
«Alcune cose le so». Dico irritata. «Ma non mi sono chiari tutti i dettagli».
«Beh» dice Ian. «Se quando torniamo al Punto Omega ti ricordi ancora come si fa
a parlare, magari potresti unirti a noi per pranzo. Possiamo aggiornarti».
«Davvero?». Mi giro a guardarlo.
«Sì, ragazzina». Ride e mi lancia un'altra scatola. «Davvero, non mordiamo».
VENTITRE
A volte rifletto sulla colla.
Nessuno si ferma mai a chiedere alla colla come procede il suo lavoro. Se è stanca
di tenere insieme le cose, se ha paura di cedere o se si chiede come farà ad arrivare a
fine mese.
Kenji è un po' così.
È come la colla. Lavora dietro le quinte per tenere tutto insieme e non mi sono mai
fermata a pensare a quale possa essere la sua storia. Perché mai si nasconda dietro
battutine, sarcasmo e commenti derisori.
Ma aveva ragione. Tutto quello che mi ha detto era vero.
L'avventura di ieri è stata una buona idea. Avevo bisogno di andarmene, di uscire,
di fare qualcosa di produttivo. E ora devo seguire il consiglio di Kenji e non pensare
più a me stessa. Devo mettere la testa a posto. Devo concentrarmi sulle mie priorità.
Devo capire cosa faccio qui e come posso essere utile. E se ci tengo almeno un po’ ad
Adam, cercherò di stare fuori dalla sua vita.
Una parte di me vorrebbe poterlo vedere. Voglio accettarmi che si riprenderà
davvero, che la guarigione procede bene, che mangia abbastanza e che dorme la
notte. Ma un’altra parte di me ha paura di vederlo ora. Perché vedere Adam significa
dirgli addio. Significa riconoscere il fatto che non posso più stare con lui e che devo
farmi una nuova vita. Da sola.
Ma perlomeno al Punto Omega avrò delle alternative. E se riuscirò a fare in modo
di non avere più paura, magari potrò capire come fare amicizia. Come essere forte.
Come smetterla di rimuginare sui miei problemi.
Le cose d’ora in poi devono cambiare.
Prendo il mio cibo e riesco a sollevare la testa. Faccio un cenno di saluto a quelli
che riconosco dal giorno prima. Non tutti sanno che ho partecipato alla missione, gli
inviti per andare in missione fuori dal Punto Omega sono esclusivi, ma in generale la
gente che mi circonda sembra un po' meno agitata. Credo.
Magari è solo la mia immaginazione.
Cerco di trovare un posto per sedermi, ma poi vedo Kenji farmi cenno con la
mano. È seduto al tavolo con Brendan, Winston e Emory. Sento le labbra tirarsi in un
sorriso mentre mi avvicino.
Brendan scivola sulla panchina per farmi spazio. Winston e Emory mi salutano con
un cenno mentre si riempiono la bocca di cibo. Kenji accenna un mezzo sorriso. I
suoi occhi sono divertiti dalla mia sorpresa per essere stata accolta al suo tavolo.
Mi sento bene. Come se le cose possano sistemarsi.
«Juliette?».
E all'improvviso ho voglia di morire.
Mi giro, molto lentamente, per metà convinta che la voce che sento appartiene ad
un fantasma, perché è impossibile che abbiano lasciato uscire Adam dall’ala medica
così presto. Non mi aspettavo di doverlo affrontare così presto. Non pensavo che
avremmo dovuto fare quel discorso così presto. Non qui. Non nel bel mezzo della
mensa.
Non sono pronta. Non sono pronta.
Adam ha un aspetto orribile. È pallido. Malfermo. Ha le mani infilate nelle tasche,
le labbra strette e i suoi occhi sono due pozzi senza fondo di stanchezza. Ha i capelli
in disordine, la maglietta stretta sul petto, gli avambracci tatuati più pronunciati che
mai.
Non c’è cosa che desideri più di gettarmi fra le sue braccia.
Invece me ne sto seduta qui a ricordarmi di respirare.
«Posso parlarti?» dice, come se avesse paura della mia risposta. «Da soli?».
Annuisco, ancora incapace di parlare. Abbandono il mio cibo senza guardare
Kenji, Winston, Brendan e Emory, quindi non ho idea di cosa stiano pensando in
questo momento. Non mi interessa neanche.
Adam.
Adam è qui davanti a me e vuole parlarmi. E io devo dirgli delle cose che di certo
firmeranno la mia condanna a morte.
Lo seguo comunque fuori dalla porta. Lungo un corridoio buio.
Poi ci fermiamo.
Adam mi guarda come se sapesse cosa voglio dirgli, quindi non mi preoccupo di
dirlo. Non voglio dire niente se non diventa strettamente necessario. Preferisco stare
qui a guardarlo, a bearmi spudoratamente della sua vista per l'ultima volta senza che
debba dire una parola. Senza che debba dire niente di niente.
Lui deglutisce con forza. Alza lo sguardo. Lo distoglie. Espira e si strofina la nuca,
intreccia le mani dietro la testa e si gira in modo che non possa vederlo in viso. Ma il
movimento gli fa alzare la camicia e devo stringere le dita per impedirmi di toccare
quella striscia di pelle esposta del suo addome, della sua bassa schiena.
Ancora non mi guarda quando dice: «Ho davvero… ho davvero bisogno che tu mi
dica qualcosa». E il suono della sua voce, così infelice, così tormentato, mi fa venire
voglia di cadere in ginocchio.
Eppure ancora non parlo.
E lui si gira.
Mi guarda.
«Ci dev'essere qualcosa» dice e ha le mani tra i capelli ora, si stringe la testa. «Un
qualche compromesso... qualcosa che posso dire per convincerti che ce la faremo a
far funzionare questa storia. Dimmi che c'è qualcosa».
E ho tantissima paura. Talmente tanta che tra poco inizio a singhiozzare davanti a
lui.
«Per favore» dice, e sembra sul punto di spezzarsi, come se fosse finita per lui,
come se fosse tutto e lui sia sul punto di andare in pezzi e dice «di’ qualcosa, ti
prego...».
Mi mordo il labbro tremante.
Lui si ferma sul posto, guardandomi in attesa.
«Adam» dico, cercando di mantenere la voce ferma. «Io ti... ti amerò sempre…».
«No» dice. «No, non dirlo... non dirlo…».
E io scuoto la testa, la scuoto così velocemente e forte, fortissimo, che inizia a
girarmi, ma non riesco a smettere. Non posso dire nulla senza correre il rischio di
iniziare a urlare e non riesco a guardarlo in faccia, non posso sopportare di vedere
quello che gli sto facendo...
«No, Juliette... Juliette…».
Indietreggio barcollando e inciampo sui miei stessi piedi, mentre raggiungo alla
cieca il muro dietro di me quando sento le sue braccia circondarmi. Cerco di
liberarmi, ma lui è troppo forte, mi stringe troppo forte e la sua voce è strozzata
quando dice: «È stata colpa mia, è tutta colpa mia, non avrei dovuto baciarti... tu hai
cercato di dirmelo ma io non ti ho ascoltato e mi dispiace… mi dispiace tanto» dice
ansimando mentre parla. «Avrei dovuto ascoltarti. Non ero abbastanza forte. Ma sarà
diverso questa volta, te lo giuro» dice, seppellendo il viso contro la mia spalla. «Non
mi perdonerò mai per questo. Eri disposta a fare un tentativo ma io ho rovinato tutto e
mi dispiace, mi dispiace tanto…».
Dentro di me tutto è ufficialmente crollato.
Mi odio per quello che è successo, mi odio per quello che devo fare, odio il fatto
che non posso far cessare il suo dolore, che non posso dirgli che ci possiamo provare,
che sarà dura ma che ce la faremo comunque. Perché questa non è una relazione
normale. Perché i nostri problemi non sono risolvibili.
Perché la mia pelle non cambierà mai.
Neanche tutto l'allenamento del mondo riuscirà ad eliminare la possibilità concreta
che potrei fargli del male. Ucciderlo, se ci mai ci lasciassimo trasportare troppo. Sarò
sempre una minaccia per lui. Soprattutto durante i momenti più dolci, i momenti più
importanti, in cui siamo vulnerabili. I momenti che desidero di più. Queste sono le
cose che non potrò mai avere da lui e lui merita molto più di me, di questa persona
tormentata che ha così poco da offrire.
Ma preferirei stare qui e sentire le sue braccia stringermi piuttosto che dire una
singola parola. Perché sono debole, sono davvero debole e lo voglio così tanto che il
desiderio mi sta uccidendo. Non riesco a smettere di tremare, non riesco a vedere
chiaramente, non riesco a vedere oltre il velo di lacrime che mi appanna la vista.
Non mi lascia andare.
Continua a sussurrare: «Per favore» e io voglio morire.
Ma penso che se resto qui ancora un secondo impazzirò davvero.
Così alzo una mano, tremante, gliela poso sul petto e lo sento irrigidirsi, ritrarsi e
non oso guardarlo negli occhi, non posso sopportare di vederlo speranzoso, anche se
solo per un secondo.
Approfitto della sua momentanea sorpresa e delle sue braccia che si allentano per
scivolare via, via dal rifugio del suo calore, lontano dal suo cuore che batte. E tendo
una mano per impedirgli di raggiungermi ancora.
«Adam» sussurro. «Per favore, no. Non posso... non p-posso…».
«Non c'è mai stata nessun'altra» dice, senza più preoccuparsi di tenere bassa la
voce, senza curarsi del fatto che le sue parole riecheggiano in questi tunnel. La sua
mano trema mentre si copre la bocca, mentre se la trascina sul viso, nei capelli. «Non
ci sarà mai nessun'altra... non vorrò mai nessun'altra…».
«Smettila, devi smetterla…» non riesco a respirare non riesco a respirare non
riesco a respirare. «Non è questo che vuoi... non vuoi stare con una come me, con
qualcuno che finirà solo per farti del m-male…».
«Dannazione, Juliette…» si gira per sbattere la mani contro il muro, ha il petto
ansante, la testa bassa e la voce rotta che cerca di pronunciare le altre sillabe. «Mi stai
facendo del male adesso» dice. «Mi stai uccidendo…».
«Adam...».
«Non andartene» dice con voce tesa e gli occhi serrati come se già sapesse che lo
farò. Come se non potesse sopportare di vedermelo fare. «Per favore» sussurra
tormentato. «Non scappare».
«Vorrei» dico, tremando violentemente adesso. «Vorrei non doverlo fare. Vorrei
poterti amare di meno».
E lo sento chiamarmi mentre percorro velocemente corridoio. Lo sento gridare il
mio nome, ma sto correndo, scappando, correndo oltre la folla radunata fuori dalla
mensa che guarda e sente tutto. Sto correndo a nascondermi anche se so che sarà
impossibile.
Dovrò vederlo ogni singolo giorno.
Lo desidererò da un milione di chilometri di distanza.
E ricordo le parole di Kenji, la sua richiesta di svegliarmi, di smetterla di piangere
e cambiare, e mi rendo conto che per soddisfare le mie nuove promesse potrebbe
volerci più di quanto mi aspettassi.
Perché in questo momento non vorrei far altro che trovare un angolo buio in cui
piangere.
VENTIQUATTRO
Il primo a trovarmi è Kenji.
È al centro della mia stanza d'addestramento. Si guarda intorno come se non avesse
mai visto questo posto prima d'ora, anche se sono sicura che non può essere così. Non
so ancora quale sia il suo lavoro, ma ormai mi è chiaro che Kenji è una delle persone
più importanti al Punto Omega. È sempre in movimento. Sempre occupato. Nessuno
– tranne me e solo ultimamente – lo vede per più di qualche minuto ogni volta.
Quasi come se per la maggior parte dei giorni restasse... invisibile.
«Allora» dice annuendo lentamente, prende tempo girando per la stanza con le
mani dietro la schiena. «È stato uno spettacolo incredibile. Il tipo di intrattenimento a
cui non assistiamo mai sottoterra».
Mortificazione.
Ne sono ricoperta. Ne sono dipinta. Ci sono sepolta.
«Insomma, dico solo… l’ultima frase, "Vorrei poterti amare di meno"? Geniale.
Davvero, davvero bella. Penso che Winston abbia versato una lacrima...».
«STAI ZITTO, KENJI».
«Dico sul serio!» mi dice, offeso. «È stato... non lo so. Bello, in un certo senso.
Non sapevo che foste così profondi».
Mi porto le ginocchia al petto, mi rannicchio ancora di più nell’angolo della stanza
e mi nascondo il viso fra le braccia. «Senza offesa, ma davvero, non voglio p…
parlare con te adesso, va bene?».
«No, non va bene» dice. «Io e te abbiamo del lavoro da fare».
«No».
«Avanti» dice. «Alzati». Mi afferra per un gomito, tirandomi in piedi mentre
cerco di tirargli un pugno.
Mi asciugo con rabbia le guance, cancello la scia delle mie lacrime. «Non sono
dell’umore per i tuoi scherzi, Kenji. Per favore, vattene. Lasciami sola».
«Nessuno» dice «sta scherzando». Kenji prende uno dei mattoni accatastati contro
il muro. «Il mondo non cesserà la guerra contro se stesso solo perché tu e il tuo
ragazzo vi siete lasciati».
Lo fisso stringendo i pugni, con la voglia di urlare.
Non sembra preoccupato. «Allora, cosa fai qui?» chiede. «Te ne stai seduta e
cerchi di fare... cosa?». Soppesa il mattone che ha in mano. «Di rompere questa
roba?»
Mi arrendo sconfitta. Mi accascio sul pavimento.
«Non lo so» dico. Mi asciugo le ultime lacrime. Cerco di pulirmi il naso. «Castle
continuava a dirmi di "concentrarmi" e di "sfruttare la mia Energia"». Uso le
virgolette per far capire quello che voglio dire. «Ma io so solo che posso rompere le
cose, non so come succede. Quindi non so perché si aspetti che possa rifare quello
che ho già fatto. Quelle volte non sapevo cosa stavo facendo e non lo so neppure
adesso. Non è cambiato niente».
«Aspetta» dice Kenji, lasciando ricadere il mattone sulla pila prima di sedersi sui
materassini di fronte a me. Si sdraia a terra, con il corpo disteso e le braccia dietro la
testa mentre guarda il soffitto. «A cosa ti riferisci? Quali cose dovresti rifare?».
Mi sdraio anch'io sui tappetini, imitando la posizione di Kenji. Le nostre teste sono
solo a pochi centimentri di distanza. «Non ricordi? Il cemento che ho distrutto nella
stanza delle torture di Warner. La porta di metallo contro cui mi sono scagliata
quando cercavo A… Adam». La mia voce si spezza e devo stringere gli occhi per
placare il dolore.
Non riesco nemmeno a dire il suo nome al momento.
Kenji borbotta. Sento che annuisce con la testa contro i materassini. «Va bene.
Castle mi ha detto che pensa che tu non abbia solo il dono del tocco letale. Che forse
hai anche un specie di forza sovrumana, o qualcosa del genere». Una pausa. «Ti
sembra possibile?».
«Credo».
«Allora, cosa è successo?» chiede piegando la testa all'indietro per guardarmi
meglio. «Quando hai dato di matto. Ti ricordi se c’è stata una causa scatenante?».
Scuoto la testa. «Non lo so. Quando succede è come... come se andassi
completamente fuori di testa» gli dico. «C’è qualcosa che cambia nella mia mente e
mi fa... mi fa impazzire. Diciamo che mi rende folle». Lo guardo, ma il suo viso non
tradisce alcuna emozione. Si limita a sbattere le palpebre, in attesa che io finisca.
Così prendo un respiro profondo e continuo. «È come se non riuscissi a pensare
lucidamente. L'adrenalina mi paralizza e non riesco a fermarmi, non riesco a
controllare la cosa. Una volta che questa sensazione assurda prende il sopravvento,
serve uno sfogo. Devo toccare qualcosa. Devo liberarla».
Kenji si puntella su un gomito. Mi guarda. «Ma cosa ti fa impazzire?» chiede.
«Che cosa hai sentito in quei momenti? Ti succede solo quando sei davvero
incazzata?».
Mi prendo un secondo per pensarci prima di dire: «No. Non sempre». Esito. «La
prima volta» gli dico con voce un po' incerta «volevo uccidere Warner per quello che
mi aveva fatto fare a quel bambino. Ero davvero distrutta. Ero arrabbiata, molto
arrabbiata, ma ero anche… molto triste». Mi viene meno la voce. «E poi, quando
cercavo Adam». Respiro profondamente. «Ero disperata. Davvero disperata. Dovevo
salvarlo.»
«E che mi dici di quando hai fatto Superman con me? Quando mi hai sbattuto al
muro in quel modo?»
«Avevo paura».
«E poi? Nel laboratorio di ricerca?»
«Arrabbiata» sussurro con la vista sfocata mentre guardo il soffitto, mentre ricordo
la rabbia di quel giorno. «Ero più arrabbiata di quanto non fossi mai stata in vita mia.
Non pensavo di potermi sentire in quel modo. Tanto furiosa. E mi sentivo in colpa»
aggiungo sommessamente. «In colpa perché ero io il motivo per cui Adam si trovava
lì».
Kenji prende un lungo respiro profondo. Si mette a sedere e si appoggia contro il
muro. Non dice niente.
«A cosa stai pensando…?» chiedo, sedendomi vicino a lui.
«Non lo so» dice infine Kenji. «Ma è chiaro che tutti questi incidenti siano risultati
da emozioni molto intense. Mi fa pensare che l'intero meccanismo sia abbastanza
semplice».
«Che vuoi dire?».
«Che ci deve essere un grilletto per azionarlo» dice. «Che, quando perdi il
controllo, il tuo corpo entra in modalità auto-protettiva, capisci?».
«No?».
Kenji si gira in modo da essermi di fronte. Incrocia le gambe sotto di sé. Si piega
all’indietro usando le mani come appoggio. «Tipo... Senti, quando ho scoperto che
potevo diventare invisibile è stato un incidente. Avevo nove anni. Ero terrorizzato.
Saltiamo tutti i dettagli di merda, il punto è che mi serviva un posto in cui
nascondermi e non riuscivo a trovarne nessuno. Ma avevo così tanta paura che il mio
corpo ha fatto il lavoro al posto mio. Sono scomparso nel muro. Mi sono
mimetizzato, o quel che è». Ride. «Ero spaventato a morte, perchè per dieci minuti
buoni non mi sono reso conto di quello che era successo. E poi non sapevo come fare
a tornare visibile. È stato assurdo. Per un paio di giorni ho pensato di essere morto».
«Non ci credo» dico a bocca aperta.
«Già».
«È assurdo».
«Proprio come ti ho detto».
«E… e quindi? Pensi che il mio corpo entri in modalità di auto-difesa quando vado
fuori di testa?».
«Più o meno».
«Va bene». Penso. «Come faccio ad entrare in modalità difensiva? Tu come hai
fatto a capirlo?».
Lui fa spallucce. «In realtà, una volta capito che non ero una specie di fantasma e
che non avevo allucinazioni, è diventato figo. Ero un ragazzino. Ero emozionato, era
come se potessi indossare un mantello e uccidere i cattivi, qualcosa del genere. Mi
piaceva. Ed è diventata una parte di me alla quale potevo accedere ogni volta che
volevo. Ma» aggiunge «solo dopo che ho cominciato l'addestramento ho imparato a
controllarla e a restare invisibile per lunghi periodi di tempo. Ci è voluto un sacco di
lavoro. Un sacco di concentrazione».
«Un sacco di lavoro».
«Sì… voglio dire, ci vuole un sacco di lavoro per capire come funziona. Ma una
volta accettata quella parte di me, è diventato più facile gestirla»
«Beh» dico piegandomi di nuovo all’indietro e sospirando esasperata. «Io l'ho già
accettata, ma direi che le cose non sono diventate più facili».
Kenji ride di gusto. «Col cazzo che l’hai accettato. Tu non hai accettato un bel
niente».
«Sono così da tutta la vita, Kenji. Sono abbastanza sicura di averlo accettato».
«No». Mi interrompe lui. «Assolutamente no. Tu odi avere quella pelle. Non lo
sopporti. Questo non è accettare. È… non so, l’esatto opposto di accettare. Tu» dice
puntandomi il dito contro «tu sei l'opposto di chi accetta qualcosa».
«Cosa cosa vuoi dire?» dico di rimando. «Che mi deve piacere essere così?» non
gli do la possibilità di rispondere e dico: «Tu non hai idea di cosa voglia dire essere
intrappolati in questa pelle, essere intrappolati in questo corpo, avere paura di
respirare troppo vicino a chiunque abbia un cuore che batte. In caso contrario, non mi
chiederesti mai di essere felice di vivere in questo modo».
«Dai, Juliette, dico solo...».
«No. Lascia che ti spieghi bene, Kenji. Io uccido la gente. Io la uccido. Questo è il
mio potere "speciale". Non mi mimetizzo nell’ambiente, non sposto le cose con la
mente e non ho braccia allungabili. Chi mi tocca troppo a lungo muore. Prova a
vivere diciassette anni così, poi dimmi quanto è facile accettare sé stessi».
Ho un sapore amaro sulla lingua.
È una sensazione nuova per me.
«Senti» dice con voce nettamente più gentile. «Non ti voglio giudicare, ok? Cerco
solo di farti notare che il fatto che tu non voglia questo dono potrebbe sabotare
incosciamente gli sforzi che fai per capire come usarlo». Alza le mani, in segno di
sconfitta. «È solo quello che penso. Cioè, è chiaro che hai dei poteri assurdi. Tocchi
le persone e bam, fatto. Ma puoi anche rompere i muri e altra roba passandoci
attraverso. Insomma, diamine, io vorrei imparare a farlo, scherzi? Sarebbe da pazzi».
«Sì» dico, accasciandomi contro il muro. «Penso che questa parte non sia tanto
male»
«Vero?» Kenji si accende. «Sarebbe fantastico. E poi, se tieni i guanti, puoi
distruggere le cose senza uccidere nessuno. In questo modo non ti sentiresti tanto
male, no?»
«Non credo».
«Ottimo, allora. Devi solo rilassarti.» Si alza in piedi e recupera il mattone con cui
stava giocando prima. «Su» dice «Alzati. Vieni qui».
Vado al suo fianco e fisso il mattone che ha in mano. Me lo passa come se mi
stesse consegnando un cimelio di famiglia. «Ora» dice «devi sentirti a tuo agio, ok?
Lascia che il tuo corpo stabilisca un contatto con il suo nucleo. Smetti di bloccare la
tua Energia. Probabilmente hai un milione di blocchi mentali in testa. Non puoi più
trattenerti».
«Non ho nessun blocco mentale...».
«Sì che ne hai». Sbuffa. «Assolutamente. Hai una grave stitichezza mentale».
«Una cosa?».
«Concentra la tua rabbia sul mattone. Sul mattone» mi dice. «Ricorda. Apri la
mente. Tu vuoi distruggere quel mattone. Ricordati che è quello che vuoi tu. È una
scelta tua. Non lo fai per Castle, non lo fai per me, non combatti contro nessuno. È
una cosa che hai voglia di fare. Per divertimento. Perché ne hai voglia. Lascia che la
tua mente e il tuo corpo prendano il sopravvento. Va bene?».
Prendo un respiro profondo. Annuisco un paio di volte. «Va bene. Penso che...».
«Por-ca puttana». Si lascia sfuggire un fischio.
«Che c’è?» mi giro. «Cos'è successo?».
«Come hai fatto a non sentirlo?».
«Sentire cosa...».
«Guardati la mano!».
Resto a bocca aperta. Barcollo all'indietro. La mia mano è piena di quella che
sembra sabbia rossa e argilla marrone, polverizzate in particelle minuscole. I pezzi
più grandi cadono a terra e io faccio scivolare il resto della polvere fra le dita, per poi
portarmi la mano responsabile sul volto.
Alzo lo sguardo.
Kenji scuote la testa, freme dalle risate. «In questo momento sono così geloso che
non ne hai idea».
«Oh, mio Dio».
«Lo so, LO SO. È fighissimo. Ora pensaci: se puoi fare questo ad un mattone,
pensa cosa potresti fare ad un corpo umano...».
Non era la cosa giusta da dire.
Non adesso. Non dopo quello che era successo con Adam. Non dopo che avevo
cercato di raccogliere i frammenti dei miei sogni e della mia speranza e di incollarli
di nuovo al loro posto. Perché ora non resta più niente. Perché ora mi rendo conto
che, da qualche parte, nel profondo, nutrivo ancora la piccola speranza che io e Adam
avremmo trovato un modo per risolvere le cose.
Da qualche parte, nel profondo, continuavo ad aggrapparmi ad una possibilità.
E ora è scomparsa.
Perché ora non è solo della mia pelle che Adam deve avere paura. Non solo del
mio tocco, ma anche della mia stretta, dei miei abbracci, delle mie mani, di un
bacio... qualsiasi cosa faccio potrebbe ferirlo. Dovrei prestare attenzione anche solo a
stringergli la mano. E questa nuova consapevolezza, queste nuove informazioni su
quanto sono letale…
Non mi lasciano alternative.
Resterò sempre, sempre e per sempre sola perché nessuno è al sicuro con me.
Cado a terra. Mi frulla la testa, il mio cervello non è più uno spazio sicuro in cui
stare, perché non riesco a fermare i pensieri, non riesco a smettere di farmi domande,
non riesco a fermare niente. È come se fossi intrappolata in uno scontro frontale e io
non fossi la passante innocente.
Io sono il treno.
Sono quella che sta deragliando senza controllo.
Perché a volte vedi, vedi come potresti essere, come potresti essere se le cose
fossero diverse. E, se ti guardi troppo da vicino, quello che vedi ti spaventa, ti fa
chiedere cosa potresti fare se ti fosse data una possibilità. Sai che in te c’è un lato
diverso di cui non vuoi prendere atto, un lato che non vuoi vedere alla luce del
giorno. Passi tutta la vita a fare di tutto per allontanarlo, per allontanarlo dagli occhi e
allontanarlo dal cuore. Fai finta che una parte di te non esista.
Vivi così per molto tempo.
Per molto tempo sei al sicuro.

E poi non lo sei più.


VENTICINQUE
Un'altra mattina.
Un altro pasto.
Sto andando a fare colazione per incontrare Kenji prima della nostra prossima
sessione d'allenamento.
Ieri è giunto ad una conclusione sulle mie capacità: pensa che la forza disumana
del mio tocco non sia altro che la forma evoluta della mia Energia, che il contatto
pelle contro pelle sia semplicemente la forma più naturale della mia abilità... che il
mio vero dono in realtà sia una specie di forza divorante che si manifesta in ogni
parte del mio corpo.
Nelle mie ossa, nel mio sangue, nella mia pelle.
Gli ho detto che era una teoria interessante. Gli ho detto che mi ero sempre vista
come la versione ripugnante di una venere acchiappamosche e lui mi ha risposto:
«OH, MIO DIO. Sì. SÌ. Sei proprio così. Porca puttana, sì».
Abbastanza bella da attirare una preda, ha detto.
Abbastanza forte da catturarla e distruggerla, ha detto.
Abbastanza velenosa da digerire le proprie vittime non appena le tocca.
«Tu digerisci le tue prede» mi ha detto ridendo, come se fosse una cosa comica,
come se fosse divertente, come se fosse del tutto naturale paragonare una ragazza ad
una pianta carnivora. Persino lusinghiero. «Giusto? Hai detto che quando tocchi la
gente è come se ne assorbissi l’energia, giusto? Ti fa sentire più forte?».
Non ho risposto.
«Quindi sei proprio come una venere acchiappamosche. Le attiri. Le blocchi. Le
mangi».
Non ho risposto.
«Mmmmmmmh» ha detto. «Sei una pianta sexy e super-spaventosa».
Ho chiuso gli occhi. Mi sono coperta la bocca per l’orrore.
«Cosa c’è di male?» ha chiesto. Si è piegato per incontrare il mio sguardo. Mi ha
tirato per una ciocca di capelli in modo che lo guardassi. «Perché deve essere una
cosa tanto orribile? Perchè non capisci quanto è grandioso?». Ha scosso la testa.
«Stai perdendo una grande occasione, lo sai? Sarebbe davvero una figata se solo lo
sfruttassi».
Sfruttarlo.
Sì.
Quanto sarebbe facile catturare chiunque nel mondo che mi circonda. Aspirare la
sua forza vitale e lasciarlo morto per strada solo perché qualcuno mi dice di farlo.
Perché qualcuno punta il dito e dice: «Quelli sono i cattivi. Quegli uomini là».
Uccidi, dicono. Uccidi, perché ti fidi di noi. Uccidi perché stai combattendo per la
squadra giusta. Uccidi perché loro sono cattivi e noi siamo buoni. Uccidi perché te lo
diciamo noi. Perché alcune persone sono tanto stupide da pensare che ci siano delle
linee nette a separare il bene dal male. Che è facile fare questo tipo di distinzione e
andare a dormire la notte con la coscienza pulita. Perché va bene così.
Va bene uccidere un uomo se qualcun altro ritiene che non sia idoneo a vivere.
Quello che voglio dire è: chi diavolo sei tu, chi sei tu per decidere chi deve morire,
chi sei tu per decidere chi dev’essere ucciso, chi sei tu per dirmi quale padre devo
annientare, quale bambino devo rendere orfano, quale madre devo privare di suo
figlio, quale fratello deve rimanere senza sorella, quale nonna deve passare il resto
della sua vita a piangere durante le prime ore del mattino perché il corpo del nipote è
stato sepolto prima del suo?
Quello che voglio dire è: chi diavolo credi di essere tu per dirmi che è grandioso
essere in grado di uccidere un essere vivente, che è interessante essere capaci di
adescare l’anima di qualcun altro, che è giusto che scelga una vittima semplicemente
perché sono in grado di uccidere senza usare una pistola? Voglio dire cose cattive,
cose piene di rabbia e cose offensive. Voglio lanciare imprecazioni e correre lontano,
molto lontano; voglio sparire all'orizzonte e gettarmi al lato della strada, se solo così
trovassi una parvenza di libertà, ma non so dove andare. Non ho nessun altro posto in
cui andare.
E mi sento responsabile.
Perché ci sono momenti in cui la rabbia scorre via finché non resta altro che un
puro dolore alla bocca del mio stomaco, vedo il mondo e penso alla gente che lo
popola, a cosa è diventato e penso alla speranza, ai forse, alle eventualità, alle
possibilità e alle potenzialità. Penso a bicchieri mezzi pieni e a bicchieri con cui
vedere il mondo con chiarezza. Penso ai sacrifici. E ai compromessi. Penso a cosa
accadrebbe se nessuno dovesse contrattaccare. Penso ad un mondo in cui nessuno si
batte contro l'ingiustizia.
E mi chiedo se forse tutti qui hanno ragione.
Se forse è il momento di combattere.
Mi chiedo se è davvero possibile pensare all'omicidio come mezzo per raggiungere
uno scopo e poi penso a Kenji. Penso a quello che mi ha detto. E mi chiedo se
definirebbe ancora tutto questo grandioso, se decidessi di fare di lui la mia preda.
Immagino di no.
VENTISEI
Kenji mi sta già aspettando.
Lui, Winston e Brendan sono seduti di nuovo allo stesso tavolo e io scivolo al mio
posto facendogli un cenno distratto, con gli occhi che si rifiutano di mettere a fuoco
quello che ho davanti.
«Lui non c’è» dice Kenji, mettendosi un cucchiaio di cereali in bocca.
«Cosa?». Oh, che bella questa forchetta, che bello questo cucchiaio, che bello
questo tavolo. «Cosa vuoi…»
«Non c’è» dice con la bocca ancora mezza piena di cibo.
Winston si schiarisce la gola, grattandosi la nuca. Brendan si muove a disagio sulla
sedia accanto a me.
«Oh, io…io, ehm…». Guardo i 3 ragazzi seduti al tavolo e sento il calore risalirmi
su per il collo. Vorrei chiedere a Kenji dov’è Adam, perché non c’è, come sta, se sta
bene, se mangia regolarmente. Vorrei fare un milione di domande che non dovrei
fare, ma è palese che nessuno di loro vuole parlare dei dettagli imbarazzanti della mia
vita personale. E io non voglio fare la ragazza triste e patetica. Non voglio pietà. Non
voglio vedere compassione nei loro occhi.
Così mi raddrizzo a sedere. Mi schiarisco la gola.
«Come vanno i pattugliamenti?» chiedo a Winston. «La situazione sta
peggiorando?».
Winston alza lo sguardo mentre mastica, sorpreso. Ingoia il cibo troppo
velocemente e tossisce una, due volte. Beve un sorso del suo caffè, nero come la
pece, e si sporge in avanti, guardandomi con impazienza. «Sta diventando più strana»
dice.
«Veramente?»
«Sì. Ricordate quando vi ho detto che Warner si faceva vedere ogni notte?».
Warner. Non riesco a togliermi dalla testa l’immagine del suo sorriso, del suo viso
sorridente.
Annuiamo.
«Bene». Si appoggia allo schienale della sedia. Alza le mani. «Ieri notte, niente».
«Niente?». Brendan ha le sopracciglia inarcate sulla fronte. «Cosa vuoi dire con
“niente”?».
«Voglio dire che non c’era nessuno». Si stringe nelle spalle. Prende la forchetta.
Infilza un pezzo di cibo. «Né Warner, né i suoi soldati. L’altro ieri notte…» sposta lo
sguardo tra di noi. «Cinquanta, forse settantacinque soldati. Ieri notte, zero».
«Lo hai detto a Castle?» Kenji non sta più mangiando. Sta fissando Winston con
uno sguardo fin troppo serio e concentrato sul volto. È preoccupante.
«Sì». Winston annuisce bevendo un altro sorso del suo caffè. «Ho fatto rapporto
circa un’ora fa».
«Vuoi dire che non sei ancora andato a dormire?» chiedo con gli occhi spalancati.
«Ho dormito ieri» dice facendomi un cenno casuale con la mano. «O l’altro ieri.
Non ricordo. Mio Dio, questo caffè fa schifo» dice ingoiandolo.
«Giusto. Forse dovresti smetterla con il caffè, no?» Brendan tenta di afferrare la
tazza di Winston.
Winston gli schiaffeggia la mano, lanciandogli uno sguardo cupo. «Non tutti
abbiamo l’elettricità che ci scorre nelle vene» dice. «Non sono un concentrato di
energia come te, cazzo».
«L’ho fatto solo una volta…»
«Due volte!»
«… ed era una situazione di emergenza» dice un po’ imbarazzato.
«Di cosa state parlando?» chiedo.
«Questo qui…» Kenji indica Brendan con il pollice «può, come dire, letteralmente
ricaricare il proprio corpo. Non ha bisogno di dormire. Roba da pazzi».
«Non è giusto» mormora Winston, spezzando un pezzo di pane a metà.
Mi rivolgo a Brendan con la bocca spalancata. «Non ci credo».
Annuisce. Si stringe nelle spalle. «L’ho fatto solo una volta».
«Due!» dice di nuovo Winston. «Ed è un marmocchio, diamine» mi dice. «Ha già
troppa energia di suo – cazzo, tutti voi ne avete – eppure è lui ad avere una batteria
ricaricabile».
«Non sono un marmocchio» dice Brendan, sputacchiando e lanciandomi
un’occhiata mentre arrossisce. «È… non è… tu sei pazzo» dice guardando male
Winston.
«Sì» dice Winston annuendo, con la bocca ancora piena di cibo. «Sono pazzo.
Sono incazzato». Ingoia. «E sono irritabile da morire perché sono stanco. E ho fame.
E mi serve un altro caffè». Si sposta dal tavolo. Si alza in piedi. «Vado a prendere un
altro caffè».
«Pensavo avessi detto che era disgustoso».
Mi lancia un’occhiata. «Sì, ma sono un uomo tristissimo e con standard molto
bassi».
«È vero» dice Brendan.
«Zitto, marmocchio».
«Puoi prenderne solo una tazza» sottolinea Kenji, alzando lo sguardo per
incontrare quello di Winston.
«Non ti preoccupare, posso sempre dirgli che è per te» dice e si allontana.
Kenji ride e gli tremano le spalle.
Brendan mormora “Non sono un marmocchio” sottovoce e infilza il suo cibo con
rinnovato vigore.
«Quanti anni hai?» chiedo curiosa. Ha i capelli così biondi e gli occhi così azzurri
che non sembra vero. Sembra il tipo di persona che non invecchia mai, che conserva
per sempre la sua forma eterea.
«Ventiquattro» dice, grato di avere la possibilità di riscattarsi. «Ventiquattro appena
compiuti, in realtà. Ho fatto il compleanno la settimana scorsa».
«Oh, caspita». Sono sorpresa. Non sembra avere più di diciotto anni. Mi chiedo
come deve essere festeggiare il compleanno al Punto Omega. «Beh, buon
compleanno» dico sorridendogli. «Ti… auguro di passare un bellissimo anno. E…»
cerco di pensare a qualcosa di carino da dire «e un sacco di giorni felici».
Ora mi fissa anche lui. Divertito. Mi guarda dritto negli occhi. Con un gran sorriso.
Dice: «Grazie». Sorride ancora di più. «Grazie mille». E non distoglie lo sguardo.
Il mio viso è bollente.
Cerco di capire perché mi sta ancora sorridendo, perché non smette di sorridere
neanche quando finalmente distoglie lo sguardo, perché Kenji continua a guardarmi
come se cercasse di non ridere e io sono confusa, mi sento stranamente in imbarazzo
e cerco qualcosa da dire.
«Allora, cosa facciamo oggi?» chiedo a Kenji, sperando che la mia voce suoni
neutrale, normale.
Kenji finisce di bere la sua acqua. Si pulisce la bocca. «Oggi» dice «ti insegnerò
come sparare».
«Con una pistola?»
«Sì». Prende il suo vassoio. Prende anche il mio. «Aspetta qui, metto via questi».
Fa per andare, poi si ferma, si gira, lancia un’occhiata a Brendan e dice: «Toglitelo
dalla testa, fratello».
Brendan alza lo sguardo, confuso. «Cosa?»
«Non se ne parla».
«Co…»
Kenji lo fissa con le sopracciglia alzate.
Brendan chiude la bocca. Ha le guance di nuovo rosa. «Lo so».
«Ah-ah». Kenji scuote la testa e se ne va.
Brendan ha improvvisamente fretta di tornare al suo lavoro.
VENTISETTE
«Juliette? Juliette!».
«Per favore, svegliati...».
Ansimo mentre mi siedo sul letto col cuore in gola e le palpebre che sbattono
troppo in fretta cercando di mettere a fuoco. «Cosa sta succedendo? Che succede?».
«C’è Kenji fuori» dice Sonya.
«Dice che ha bisogno di te» aggiunge Sara «che è successo qualcosa...».
Esco dal letto così velocemente che tiro le coperte con me. Brancolo nel buio,
cerco di trovare la mia tuta – dormo con un pigiama che mi ha prestato Sara – mentre
provo a non farmi prendere dal panico. «Sapete cosa succede?» chiedo. «Sapete… vi
ha detto qualcosa...»
Sonya mi mette in mano la mia tuta dicendo: «No, ha solo detto che era urgente,
che è successo qualcosa e che dovevamo svegliarti subito».
«Ok. Sono sicura che si sistemerà tutto» gli dico, anche se non so perché lo sto
dicendo, né come potrei fare io a rassicurarle. Vorrei poter accendere una luce, ma
sono tutte controllate dallo stesso interruttore. Utilizzare la luce solo durante ore
specifiche è uno dei metodi che usano per conservare l'energia, ed è un modo per
mantenere una parvenza di giorno e notte qui sotto.
Finalmente riesco a scivolare nella mia tuta e a tirare su la zip. Vado verso la porta
quando sento Sara chiamarmi. Ha in mano i miei stivali.
«Grazie... grazie ad entrambe» dico.
Annuiscono diverse volte.
Mi infilo gli stivali e corro fuori dalla porta.

Sbatto la faccia contro qualcosa di solido.


Qualcosa di umano. Maschile.
Lo sento inspirare forte, sento le sue mani ferme su di me, sento tutto il sangue che
ho in corpo abbandonarmi. «Adam» ansimo.
Non mi ha ancora lasciata andare. Sento il suo cuore battere forte e veloce nel
silenzio tra di noi. Lui è troppo immobile, troppo teso, come se stesse cercando di
tenere il suo corpo sotto controllo.
«Ciao» sussurra, ma sembra che non riesca davvero a respirare.
Il mio cuore sta cedendo.
«Adam, io...».
«Non riesco a lasciarti» dice e sento le sue mani tremare appena, come se lo sforzo
di tenerle ferme in unico posto fosse troppo per lui. «Non riesco a lasciarti andare. Ci
sto provando, ma...».
«Beh, allora è un bene che ci sia io, non è vero?». Kenji mi strappa dalle braccia di
Adam e prende un respiro profondo ed irregolare. «Oh, Gesù. Avete finito?
Dobbiamo andare».
«Che... che succede?» balbetto cercando di mascherare il mio imbarazzo.
Desidererei davvero che Kenji non mi beccasse sempre nel bel mezzo di momenti in
cui sono tanto vulnerabile. Vorrei che potesse vedermi forte e sicura di me. E poi mi
chiedo da quando mi importa dell'opinione di Kenji. «È tutto a posto?».
«Non ne ho idea» dice Kenji mentre procede lungo i corridoi bui. Deve conoscere
questi tunnel a memoria, credo, perché io non riesco a vedere niente. Devo
praticamente correre per riuscire a stargli dietro. «Ma» dice «penso ci siano guai seri.
Castle mi ha mandato un messaggio circa quindici minuti fa, chiedendomi di portare
te e Kent nel suo ufficio appena possibile. E…» continua «è quello che sto facendo».
«Ma... ora? Nel bel mezzo della notte?».
«I guai seri non si presentano in base ai tuoi programmi, principessa».
Decido di smetterla di parlare.

Seguiamo Kenji fino ad una porta isolata in fondo ad un tunnel stretto.


Bussa due volte, fa una pausa. Bussa 3 volte, fa una pausa. Bussa una sola volta.
Mi chiedo se devo memorizzare la sequenza.
La porta scricchiola sui cardini mentre si apre e Castle ci fa cenno di entrare.
«Chiudi la porta, per favore» dice da dietro la scrivania. Devo sbattere le palpebre
più volte per abituarmi alla luce che c'è qui dentro. C'è una tradizionale lampada da
lettura sulla scrivania di Castle ed ha una potenza elettrica sufficiente ad illuminare
questo piccolo spazio. Approfitto del momento per guardarmi intorno.
L'ufficio di Castle non è altro che una stanza con qualche libreria e un semplice
tavolo che funge da postazione di lavoro. È fatto tutto di metallo riciclato. La
scrivania ha l’aspetto di quello che un tempo era un camioncino.
Ci sono mucchi di libri e carte impilati sul pavimento; diagrammi, macchinari e
pezzi di computer accatastati contro le librerie, migliaia di cavi e apparecchi elettrici
fanno capolino dai loro corpi metallici: o sono danneggiati o sono rotti, o forse fanno
parte di un progetto a cui Castle sta lavorando.
In altre parole: il suo ufficio è un casino.
Non è quello che mi aspettavo da una persona così incredibilmente composta.
«Sedetevi» ci dice. Cerco una sedia ma trovo solo due bidoni della spazzatura
rovesciati e uno sgabello. «Sarò subito da voi. Datemi un momento».
Noi annuiamo. Ci sediamo. Aspettiamo. Ci guardiamo attorno.
Solo in quel momento mi rendo conto del perché Castle non si preoccupa del
disordine del suo ufficio.
Sembra essere intento a fare qualcosa, ma non capisco cosa e non ha molta
importanza. Sono troppo concentrata a guardarlo lavorare. Le sue mani si spostano su
e giù, scorrono da un lato all'altro e tutto ciò di cui ha bisogno o che vuole gravita
verso di lui. Un determinato pezzo di carta? Un bloc-notes? L'orologio sepolto sotto
la pila di libri più lontana dalla sua scrivania? Cerca una matita e alza la mano per
prenderla al volo. Cerca i suoi appunti e solleva le dita per trovarli.
Non gli serve essere organizzato. Ha un sistema tutto suo.
Incredibile.
Alla fine alza lo sguardo. Mette giù la matita. Annuisce. Annuisce ancora. «Bene.
Bene, siete tutti qui.»
«Sì, signore» dice Kenji. «Ha detto che aveva bisogno di parlarci».
«Proprio così». Castle incrocia le mani sulla scrivania. «Proprio così». Respira
esitante. «Il comandante supremo» dice «è arrivato al quartier generale del Settore
45».
Kenji impreca.
Adam è immobile.
Io sono confusa. «Chi è il comandate supremo?».
Castle posa lo sguardo su di me. «Il padre di Warner». Socchiude gli occhi
scrutandomi. «Non sapevi che il padre di Warner è il comandante supremo della
Restaurazione?».
«Oh» resto a bocca aperta, non riesco ad immaginare che razza di mostro deve
essere il padre di Warner. «Io... sì. Lo sapevo...» dico. «Solo che non sapevo quale
fosse il tuo titolo».
«Sì» dice Castle. «Ci sono sei comandanti supremi in tutto il mondo, uno per
ciascuna delle sei divisioni: Nord America, Sud America, Europa, Asia, Africa e
Oceania. Ogni regione è suddivisa in 555 settori per un totale di 3.330 settori in tutto
il mondo. Il padre di Warner non solo è a capo di questo continente, ma è anche uno
dei fondatori della Restaurazione e attualmente è la nostra più grande minaccia».
«Pensavo ci fossero 3.333 settori» dico a Castle «non 3.330. Ricordo male?».
«Gli altri tre sono le capitali» dice Kenji. «Siamo abbastanza sicuri che una sia da
qualche parte nel Nord America, ma nessuno sa con esattezza la loro posizione.
Quindi sì» aggiunge «ricordi bene. La Restaurazione ha una strana ossessione per i
numeri esatti. 3.333 settori in totale, 555 settori per regione. Tutti hanno le stesse
cose, indipendentemente dalle dimensioni. Pensano che così sembri che abbiano
diviso tutto equamente, ma sono solo un mucchio di stronzate».
«Caspita». Ogni giorno mi stupisco di quante cose ho ancora da imparare. Guardo
Castle. «Allora è questa l'emergenza? Che il padre di Warner è qui e non in una delle
capitali?».
Castle annuisce. «Sì, lui...» esita. Si schiarisce la gola. «Bene. Fatemi iniziare dal
principio. È indispensabile che sappiate tutti i dettagli».
«La ascoltiamo» dice Kenji con la schiena dritta, gli occhi attenti e i muscoli tesi e
pronti all’azione. «Vada avanti».
«A quanto pare» dice Castle «è in città da un po’ ormai. È arrivato in sordina, in
modo discreto, un paio di settimane fa. Sembra che sia venuto a sapere quello che ha
fatto suo figlio ultimamente e che non ne sia rimasto entusiasta. È...» Castle fa un
respiro profondo. «È… particolarmente arrabbiato per quello che è successo con lei,
signorina Ferrars».
«Con me?». Il cuore batte all'impazzata. Il cuore batte all'impazzata. Il cuore batte
all'impazzata.
«Sì» dice Castle. «Le nostri fonti dicono che è arrabbiato con Warner perché l’ha
lasciata fuggire. E, ovviamente, perché ha perso due soldati nel mentre». Indica Kenji
e Adam con un cenno. «Peggio ancora, ora fra i cittadini circolano voci a proposito di
una ragazza disertante, delle sue strane abilità e stanno iniziando a mettere insieme i
pezzi; stanno iniziando a capire che un altro movimento, il nostro movimento, si sta
preparando al contrattacco. Si stanno creando disordini e resistenza tra i civili, che
sono tutti impazienti di partecipare».
«Quindi…» Castle unisce le mani davanti a se. «Indubbiamente il padre di Warner
è venuto per capitanare una guerra volta a cancellare ogni dubbio sul potere della
Restaurazione». Si ferma a guardare ciascuno di noi. «In altre parole, è venuto per
punire noi e suo figlio allo stesso tempo».
«Ma questo non cambia i nostri piani, vero?» chiede Kenji.
«Non proprio. Abbiamo sempre saputo che sarebbe stato inevitabile combattere,
ma questo... cambia le cose. Ora che il padre di Warner è in città, la guerra inizierà
molto prima di quanto ci aspettassimo» dice Castle. «E sarà molto più grande di
quanto avessimo previsto». Indirizza il suo sguardo su di me, guardandomi cupo.
«Signorina Ferrars, temo che avremo bisogno del suo aiuto».
Lo fisso colpita. «Di me?».
«Sì».
«Ma non... non è ancora arrabbiato con me?».
«Non è una bambina, signorina Ferrars. Non la biasimerei mai per aver reagito in
modo eccessivo. Kenji crede che il suo recente comportamento sia dovuto
all’ignoranza e non ad intenti dannosi e mi fido del suo giudizio. Mi fido della sua
parola. Ma voglio che capisca che siamo una squadra» dice «e che abbiamo bisogno
della sua forza. Quello che può fare, col suo potere, è impareggiabile. Soprattutto ora
che sta lavorando con Kenji e ha almeno un po’ di cognizione delle sue capacità,
abbiamo bisogno di lei. Faremo di tutto per sostenerla. Rafforzeremo la sua tuta, le
forniremo delle armi e un'armatura. E Winston...» si ferma. Il suo respiro rallenta.
«Winston» dice con più calma «ha appena finito di crearle un nuovo paio di guanti».
Mi guarda in faccia. «La vogliamo nella nostra squadra» dice. «E se collabora con
me, le prometto che vedrà i risultati».
«Certo» sussurro. Imito il suo sguardo fermo e solenne. «Certo che vi aiuterò».
«Bene» dice Castle. «Molto bene». Sembra distratto mentre si appoggia allo
schienale della sedia e si passa stancamente una mano sul viso. «Grazie».
«Signore» dice Kenji. «Odio essere così schietto, ma potrebbe dirmi cosa diavolo
sta succedendo?»
Castle annuisce. «Sì» dice. «Sì, sì, certo. Perdonatemi. È stata una nottata
difficile».
La voce di Kenji è tesa. «Cos'è successo?»
«Ci… ci ha mandato un messaggio».
«Il padre di Warner?» chiedo. «Il padre di Warner ci ha mandato un messaggio? A
noi?». Mi giro a guardare Adam e Kenji.
Adam sbatte velocemente le palpebre, ha le labbra appena dischiuse per lo shock.
Kenji sembra sul punto di vomitare.
Comincio a farmi prendere dal panico.
«Sì» dice Castle. «Il padre di Warner. Vuole incontrarci. Vuole... parlare».
Kenji balza in piedi. Il suo viso ha perso colore. «No, signore, è una trappola…
non vuole parlare. Dovrebbe sapere che sta mentendo...».
«Ha preso quattro dei nostri uomini in ostaggio, Kenji. Temo che non abbiamo
altra scelta».
VENTOTTO
«Cosa?». Kenji è inerme. La sua voce un rantolo inorridito. «Chi? Come...».
«Winston e Brendan stavano perlustrando la parte superiore questa notte ». Castle
scuote la testa. «Non so cosa sia successo. Ci dev'essere stato un agguato. Erano
troppo lontani e le telecamere di sicurezza mostrano solo che Emory e Ian hanno
sentito il trambusto e hanno cercato di indagare. Dopodiché non si vede più nulla.
Neanche Emory e Ian» dice «sono ritornati».
Kenji si è rimesso a sedere ed ha il volto fra le mani. Alza lo sguardo con un
improvviso accesso di speranza. «Ma Winston e Brendan… forse riescono a trovare
un modo per scappare, no? I loro poteri, messi insieme, sono sufficienti per escogitare
qualcosa».
Castle rivolge a Kenji un sorriso comprensivo. «Non so dove li ha portati né che
trattamento gli stanno riservando. Se li ha picchiati, se li ha già...» esita. «Se li ha già
torturati, se gli ha sparato, se stanno morendo dissanguati… di certo non sarebbero in
grado di reagire. E anche se loro due potessero salvarsi» dice dopo una pausa «non
lascerebbero mai indietro gli altri».
Kenji preme i pugni sulle cosce.
«Allora vuole parlare». È la prima volta che Adam prende la parola.
Castle annuisce. «Lily ha trovato questo pacco nel punto in cui sono scomparsi».
Ci lancia un piccolo zainetto e a turno lo rovistiamo. Contiene solo gli occhiali rotti
di Winston e la radio di Brendan. Imbrattati di sangue.
Devo stringermi le mani per non farle tremare.
Avevo appena iniziato a conoscere quei ragazzi. Avevo appena incontrato Emory e
Ian. Stavo imparando a costruirmi nuove amicizie, a sentirmi a mio agio con la gente
del Punto Omega. Avevo fatto colazione con Brendan e Winston il giorno prima.
Guardo l'orologio sul muro di Castle: le 03:31 del mattino. L’ultima volta li ho visti
20 ore fa.
La scorsa settimana era stato il compleanno di Brendan.
«Winston lo sapeva» dico ad alta voce. «Sapeva che c'era qualcosa che non
andava. Sapeva che c'era qualcosa di strano, con quei soldati dappertutto…».
«Lo so» dice Castle, scuotendo la testa. «Ho letto e riletto tutti i suoi rapporti».
Si stringe il ponte del naso fra pollice e indice. Chiude gli occhi. «Avevo appena
iniziato a mettere insieme i pezzi. Ma era troppo tardi. Ci ho messo troppo tempo».
«Cosa pensi avessero in mente?» chiede Kenji. «Hai un teoria?».
Castle sospira. Abbassa le mani dal viso. «Beh, ora sappiamo perché Warner ogni
notte usciva con i suoi soldati… come ha fatto a lasciare la base per tanto tempo e per
così tanti giorni».
«Suo padre» dice Kenji.
Castle annuisce. «Sì. Secondo la mia ipotesi è stato il supremo stesso a mandare
Warner. Voleva che Warner iniziasse a darci la caccia in modo più aggressivo. Ha
sempre saputo di noi» mi dice Castle. «Non è mai stato uno stupido. Ha sempre
creduto alle voci su di noi, ha sempre saputo che eravamo qui. Ma non eravamo mai
stati una minaccia, prima d'ora» dice. «Perché ora il fatto che i civili parlino di noi sta
sconvolgendo l'equilibrio di potere. Le gente ha trovato nuova energia… cerca
speranza nella nostra resistenza. Ed è una cosa che la Restaurazione non può
permettersi ora come ora».
«Comunque» prosegue «penso sia chiaro che non sono riusciti a trovare l'ingresso
del Punto Omega e che si sono accontentati di prendere ostaggi, sperando così di
spingerci ad uscire allo scoperto da soli». Castle recupera un foglio di carta dalla pila.
Lo tiene alzato. È un biglietto. «Ma ci sono delle condizioni» dice. «Il supremo ci ha
dato delle indicazioni ben precise su come procedere».
«E?» Kenji è rigido per l’impazienza.
«Andrete voi tre. Da soli».
Cazzarola.
«Cosa?». Adam guarda Castle a bocca aperta, stupito. «Perché noi?».
«Non ha chiesto di vedere me» dice Castle. «Non sono io che gli interesso».
«E tu hai intenzione di dargliela vinta?» chiede Adam. «Ci vuoi gettare in pasto a
lui?».
Castle si sporge in avanti. «Certo che no».
«Hai un piano?» chiedo.
«Il supremo vuole incontrarvi alle 12:00 in punto di domani pomeriggio – beh,
oggi tecnicamente – in un luogo specifico di un’area non regolamentata. I dettagli
sono su questo biglietto». Prende un respiro profondo. «E, anche se so che è
esattamente ciò che vuole, penso che dovremmo andare tutti. Dobbiamo agire
insieme. Dopotutto è per questo che ci stiamo preparando. Non dubito che abbia
cattive intenzioni e dubito fortemente che vi abbia invitato per chiacchierare davanti
ad un tazza di tè. Perciò penso che dovremmo prepararci a difenderci da un attacco.
Immagino che i suoi uomini saranno armati e pronti a combattere, e io sono
prontissimo a guidare i miei in battaglia».
«Quindi noi siamo un'esca?» chiede Kenji, con le sopracciglia aggrottate. «Non
possiamo nemmeno combattere? Siamo solo una distrazione?»
«Kenji...».
«È una stronzata» dice Adam e sono sorpresa di vederlo reagire in questo modo.
«Ci deve essere un altro modo. Non dovremmo giocare secondo le sue regole.
Dovremmo utilizzare quest'opportunità per tendergli un’imboscata o, che ne so,
creare un diversivo in modo da poterli attaccare noi! Insomma, diamine, non c’è
nessuno che può dare fuoco o qualcosa del genere? Non abbiamo nessuno che possa
fare qualcosa di così pazzesco da spazzare via tutto? Da darci un vantaggio?».
Castle si gira a guardarmi.
Adam sembra sul punto di mollare a Castle un pugno in faccia. «Tu sei fuori di
testa…».
«Allora no» dice. «No, non abbiamo nessun altro che possa fare qualcosa di così...
distruttivo».
«Pensi di essere divertente?» scatta Adam.
«Mi dispiace, ma non è così, signor Kent. E la sua rabbia non è di aiuto alla
situazione. Può tirarsene fuori se vuole, ma richiederò – con rispetto – il supporto
della signorina Ferrars per questa faccenda. In realtà è la sola che il supremo vuole
vedere. L’idea di mandare voi due con lei è stata mia».
«Cosa?».
Tutti e 3 siamo scioccati.
«Perché io?».
«Vorrei tanto saperlo» mi dice Castle. «Vorrei saperne di più. Attualmente posso
solo impegnarmi al massimo per fare deduzioni in base alle informazioni che ho e,
finora, sono solo giunto alla conclusione che Warner ha fatto un errore madornale, a
cui suo padre deve rimediare. In qualche modo lei si è ritrovata immischiata». Una
pausa. «Il padre di Warner» dice «ha chiesto espressamente lei in cambio degli
ostaggi. Dice che se non arriva entro l’orario indicato, ucciderà i nostri uomini. E io
non ho motivo per mettere in dubbio la sua parola. Uccidere innocenti è una cosa che
gli viene davvero naturale».
«E tu l’avresti messa in questa situazione così!» Adam si alza in piedi, facendo
ribaltare il bidone della spazzatura su cui era seduto. «Senza neanche dircelo? Volevi
farci credere che lei non fosse un bersaglio? Sei impazzito?».
Castle si strofina la fronte. Fa qualche respiro per calmarsi. «No» dice con voce
accuratamente misurata. «Non volevo metterla in nessuna situazione. Quello che sto
dicendo è che combatteremo tutti insieme, ma voi due andrete con la signorina
Ferrars. Voi tre avete già collaborato e sia lei che Kenji avete un addestramento
militare. Avete più familiarità con le regole, le tecniche e le strategie che potrebbero
utilizzare. Voi contribuirete a tenerla al sicuro e creare l’effetto sorpresa, potrebbe
essere la vostra presenza a darci un vantaggio in questa situazione. Se la vuole
davvero, dovrà trovare il modo di destreggiarsi tra voi tre…».
«Oppure… non so» dice Kenji con finta noncuranza «magari sparerà ad entrambi
in faccia e porterà via Juliette, mentre noi saremo troppo impegnati a morire per
fermarlo».
«Va bene» dico. «Sì. Vado».
«Cosa?» Adam mi guarda con gli occhi spalancati dal panico. «Juliette, no...».
«Sì, magari ti conviene pensarci un attimo» interviene Kenji, in tono un po' agitato.
«Voi non dovete venire per forza se non volete» gli dico. «Ma io vado».
Castle sorride. Il suo viso è dipinto di sollievo.
«Siamo qui per questo, no?» mi guardo attorno. «Il nostro compito è combatterli.
Questa è la nostra occasione».
Castle è raggiante e gli occhi gli brillano di quello che potrebbe essere orgoglio.
«L’accompagneremo passo passo, signorina Ferrars. Può contarci».
Annuisco.
E mi rendo conto che forse è questo che devo fare. Forse è proprio questo il motivo
per cui sono qui.

Forse non devo far altro che morire.


VENTINOVE
La mattina arriva in un lampo.
C'è tantissimo da fare, tantissimo a cui prepararsi e ci sono tantissime persone che
si stanno organizzando. Ma io so che alla fine questa è la mia battaglia; ho delle
questioni in sospeso di cui occuparmi. So che questo incontro non ha niente a che
fare con il comandante supremo. Non ha motivo di essere tanto interessato a me. Non
ho mai incontrato quell'uomo; per lui non dovrei essere altro che qualcosa di
sacrificabile.
Questa è opera di Warner.
Dev'essere stato Warner a chiedere di me. Questa storia ha qualcosa – del tutto – a
che fare con lui; è un segnale di fumo che dice che mi vuole ancora e che non si è
ancora arreso. E io devo affrontarlo.
Mi chiedo solo come abbia fatto a convincere suo padre ad orchestrare tutto per lui.
Credo che lo scoprirò presto.

Qualcuno dice il mio nome.

Mi fermo dove sono.


Mi giro.
James.

Corre verso di me, uscendo dalla mensa. I suoi capelli sono biondissimi e i suoi
occhi sono azzurrissimi, proprio come quelli di suo fratello. Ma il motivo per cui mi è
mancato non c’entra niente con il fatto che mi ricorda tanto Adam.
James è un bambino speciale. Un bambino sveglio. Il tipo di bambino di 10 anni
che viene sempre sottovalutato. E mi chiede se possiamo parlare. Indica uno dei tanti
corridoi.
Annuisco e lo seguo in un tunnel vuoto.
Si ferma e distoglie un attimo lo sguardo. Sembra che si senta a disagio. Sono
sbalordita che voglia parlare con me, io non gli ho rivolto la parola per 3 settimane.
Ha iniziato a passare il tempo con gli altri ragazzini del Punto Omega poco dopo il
nostro arrivo e poi le cose si sono fatte imbarazzanti tra noi, in qualche modo. Ha
smesso di sorridere quando mi vedeva e ha smesso di salutarmi dall’altro lato della
mensa. Ho sempre creduto che gli altri bambini gli avessero raccontato delle voci su
di me e che avesse deciso che era meglio starmi lontano. Ed ora, dopo tutto quello
che è successo con Adam, dopo lo spettacolo che abbiamo dato nel tunnel, sono
scioccata che voglia dirmi qualcosa.
Ha ancora la testa abbassata quando sussurra: «Ero davvero, davvero arrabbiato
con te».
E i punti di sutura del mio cuore iniziano a saltare. Uno ad uno.
Alza lo sguardo. Mi guarda come se stesse cercando di valutare se la sua frase di
apertura mi ha turbata, se gli voglio urlare contro perché è stato sincero con me. Non
so cosa vede sul mio viso, ma sembra disarmarlo. Si infila le mani in tasca. Disegna
piccoli cerchi sul pavimento con le scarpe da ginnastica. Dice: «Non mi avevi detto
che avevi ucciso qualcuno».
Prendo un respiro irregolare e mi chiedo se possa esistere un modo adatto per
rispondere ad un’affermazione del genere. Mi chiedo se qualcuno che non sia James
potrebbe mai dirmi una cosa del genere. Penso di no. Così mi limito ad annuire e
dico: «Mi dispiace davvero. Avrei dovuto dirt...».
«Allora perché non lo hai fatto?» urla scioccandomi. «Perché non me l'hai detto?
Perché lo sapevano tutti tranne me?».
E per un attimo resto attonita, attonita per il dolore che sento nella sua voce, per la
rabbia che vedo nei suoi occhi. Non ho mai pensato che mi considerasse un'amica e
mi rendo conto che avrei dovuto farlo. James non ha conosciuto molte persone in vita
sua: Adam è il suo mondo. Kenji ed io eravamo 2 delle poche persone che aveva
conosciuto bene prima di arrivare al Punto Omega. E, per un bambino orfano nella
sua situazione, deve aver significato molto avere nuovi amici. Ma io ero talmente
presa dai miei problemi che non mi era mai venuto in mente che a James potesse
importare tanto. Non ho mai pensato che omettere quella cosa gli sarebbe sembrato
un tradimento, che le voci che aveva sentito dagli altri bambini avessero ferito lui
quanto me.
Così decido di sedermi, lì in mezzo al tunnel. Gli faccio spazio, in modo che possa
sedersi accanto a me. E gli dico la verità. «Non volevo che tu mi odiassi».
Lui fissa il pavimento e dice: «Io non ti odio».
«No?».
Si tira i lacci delle scarpe. Sospira. Scuote la testa. «E non mi piaceva quello che
dicevano di te» dice con più calma. «Gli altri bambini. Dicevano che eri brutta e
cattiva e io gli dicevo che non era vero. Gli dicevo che eri tranquilla e simpatica. E
che hai dei bei capelli. E loro mi dicevano che mentivo».
Degluitisco forte, come se avessi ricevuto un pugno al cuore. «Pensi che io abbia
dei bei capelli?».
«Perché lo hai ucciso?» mi chiede James, con gli occhi ben aperti, pronti ad essere
comprensivi. «Voleva farti del male? Avevi paura?».
Prendo qualche respiro prima di rispondere.
«Ti ricordi» gli dico sentendomi instabile «quello che Adam ti ha detto di me? Che
non posso toccare nessuno senza fargli del male?».
James annuisce.
«Beh, è quello che è successo» dico. «L'ho toccato ed è morto».
«Ma perché?» mi chiede. «Perché l'hai toccato? Volevi che morisse?».
Sento il viso fatto di porcellana rotta. «No» gli dico, scuotendo la testa. «Ero
giovane… avevo un paio d'anni più di te. Non sapevo cosa avrei fatto. Non sapevo
che potevo uccidere la gente toccandola. Era caduto al supermercato e volevo solo
aiutarlo a rimettersi in piedi». Faccio una lunga pausa. «È stato un incidente».
Si gira verso di me, si guarda le scarpe e le ginocchia tirate al petto a turno. Sta
ancora fissando il pavimento quando infine sussurra: «Mi dispiace di essere stato
arrabbiato con te».
«Mi dispiace di non averti detto la verità» sussurro di rimando.
Lui annuisce. Si gratta il naso, poi mi guarda. «Allora possiamo essere ancora
amici?».
«Vuoi essere mio amico?» Sbatto forte le palpebre, cercando di combattere il
bruciore agli occhi. «Non hai paura di me?».
«Sarai cattiva con me?».
«Mai».
«Allora perché dovrei aver paura di te?».
Rido, soprattutto perché non voglio piangere. Annuisco troppe volte. «Sì» gli dico.
«Torniamo ad essere amici.»
«Bene» dice e si alza in piedi. «Perché io non voglio pranzare più insieme agli altri
bambini».
Mi alzo pulendo il retro della tuta. «Mangia con noi» gli dico. «Puoi sempre sederti
al nostro tavolo».
«Va bene» annuisce. Distoglie di nuovo lo sguardo. Si tira leggermente un
orecchio. «Sai che Adam è sempre molto triste?» si volta a guardarmi con i suoi
occhi azzurri.
Non riesco a parlare. Non riesco proprio a dir nulla.
«Adam dice che è triste a causa tua». James mi guarda come se si aspettasse una
smentita da parte mia. «Hai ferito involontariamente anche lui? È stato nell'ala
medica, vero? È stato male».
E penso che cadrò a pezzi, proprio qui, ma in qualche modo non succede. Non
posso mentirgli. «Sì» dico a James. «L’ho ferito involontariamente, ma adesso…
adesso gli sto lontano. Così non posso più fargli del male».
«Allora perché lui è ancora così triste, se non gli stai più facendo del male?».
Scuoto la testa, stringendo le labbra perché non volgio piangere e non so cosa dire.
E James sembra capire.
E mi stringe con le braccia.
Proprio all’altezza della vita. Mi abbraccia e mi dice di non piangere perché mi
crede. Crede che abbia ferito Adam senza volerlo. E anche quel bambino. Poi dice:
«Ma fai attenzione oggi, ok? E spacca qualche culo».
Sono così stordita che mi ci vuole un momento per capire che, oltre ad aver detto
una parolaccia, è anche la prima volta che mi tocca. Cerco di tenerlo vicino a me il
più a lungo possibile, senza far diventare la cosa imbarazzante, anche se il mio cuore
è ancora in una pozzanghera sul pavimento, da qualche parte.
E allora mi rendo conto di una cosa: lo sanno tutti.
James e io entriamo in mensa insieme e vedo già che gli sguardi che mi rivolgono
sono diversi. I loro volti sono pieni d'orgoglio, di forza e consapevolezza mentre mi
guardano. Nessuna paura, nessun sospetto. Sono diventata ufficialmente una di loro.
Combatterò con loro, per loro, contro lo stesso nemico.
Riesco a leggere cosa c’è nei loro occhi, perché sto cominciando a ricordare cosa si
prova ad averla.
Speranza.
È come una goccia di miele, un campo di tulipani che fioriscono in primavera. È
pioggia fresca, una promessa sussurrata, un cielo senza nuvole, un segno di
punteggiatura perfetto alla fine di una frase.
Ed è l'unica cosa al mondo che mi tiene a galla.
TRENTA
«Non volevamo che andasse così» mi dice Castle «ma queste cose di solito non
vanno mai secondo i piani». Stanno equipaggiando me, Adam e Kenji per la battaglia.
Siamo accampati in una delle più grandi stanze di addestramento con altre 5 persone
che non ho mai visto prima. Sono i responsabili delle armi e delle armature. È
incredibile come ogni persona al Punto Omega abbia un incarico. Ognuno
contribuisce. Ognuno ha un compito.
Lavorano tutti insieme.
«Ancora non sappiamo esattamente perché o come riesce a fare quello che fa,
signorina Ferrars, ma spero che quando sarà il momento la sua Energia si manifesterà
da sola. Questo tipo di situazioni ad alto stress sono perfette per innescare le nostre
abilità… di fatto, il settantotto percento dei membri del Punto riportano la scoperta
iniziale delle loro abilità in circostanze critiche e altamente rischiose».
Già, penso, ma non glielo dico. Mi sembra giusto.
Castle prende qualcosa da una delle donne nella stanza… penso che si chiami Alia.
«E non deve preoccuparsi di nulla» dice. «Saremo lì nel caso succedesse qualcosa».
Non sottolineo che non ho detto nemmeno una volta di essere preoccupata. Non ad
alta voce, almeno.
«Questi sono i suoi nuovi guanti» dice Castle, consegnandomeli. «Li provi».
Questi nuovi guanti sono più corti, più morbidi: si fermano proprio al polso e si
chiudono con un bottoncino. Sono più spessi, un po’ più pesanti, ma si adattano
perfettamente alle mie dita. Chiudo la mano a pugno. Sorrido appena. «Sono
incredibili» gli dico. «Non avevi detto che li aveva progettati Winston?».
Castle si rabbuia. «Sì» dice sommessamente «li ha finiti proprio ieri».
Winston.
La sua faccia è stata la prima che ho visto quando mi sono svegliata al Punto
Omega. Con il naso storto, gli occhiali di plastica, i capelli biondo sabbia e la sua
formazione in psicologia. Il suo bisogno di caffè disgustoso.
Ricordo gli occhiali rotti che abbiamo trovato nello zaino.
Non ho idea di quel che gli sia successo.
Alia torna con un aggeggio di cuoio tra le mani. Sembra un’imbracatura. Mi chiede
di alzare le braccia e mi aiuta ad infilarmela. Capisco che è una fondina. Ha delle
spesse cinghie di cuoio sulle spalle che si incrociano al centro della schiena e 50
diverse cinghie di pelle nera molto sottili che si sovrappongono sulla parte più alta
della vita, proprio sotto il petto, come una sorta di bustino incompleto. Sembra un
reggiseno senza coppe. Alia allaccia tutto e io ancora non capisco bene cosa sto
indossando. Sto aspettando una qualche spiegazione.
Poi vedo le pistole.
«Sul biglietto non c’era scritto di arrivare disarmati» dice Castle mentre Alia gli
passa due pistole automatiche di una forma e di dimensioni che ho imparato a
riconoscere. Mi sono allenata a sparare con queste proprio ieri.
Ero pessima.
«E non vedo motivo per cui debba andare senza armi» sta dicendo Castle. Mi
mostra la posizione delle fondine su entrambi i lati della mia gabbia toracica. Mi
insegna dove mettere le pistole, come chiudere le fondine e dove vanno le cartucce
supplementari.
Non mi preoccupo di dire che non ho idea di come ricaricare un’arma. Io e Kenji
non siamo mai arrivati a quella parte nelle nostre lezioni. Era troppo occupato a
cercare di ricordarmi di non usare una pistola per gesticolare mentre facevo domande.
«Spero che le armi da fuoco saranno l’ultima spiaggia» mi dice Castle. «Ha
abbastanza armi nel suo arsenale personale… non dovrebbe essere necessario sparare.
E, nel caso in cui si ritrovasse ad usare il suo dono per distruggere qualcosa, le
suggerisco di indossare questi». Castle tiene in mano un paio di quelle che sembrano
varianti elaborate di tirapugni. «Alia li ha progettati per te».
Passo lo sguardo da lei a Castle agli oggetti sconosciuti che ha in mano. È
raggiante. Ringrazio Alia per aver dedicato tempo a creare qualcosa per me e lei
balbetta una risposta sconnessa, arrossendo come se non riuscisse a credere che sto
parlando con lei.
Sono sconcertata.
Prendo i pezzi da Castle e li ispeziono. La parte inferiore è composta da 4 cerchi
concentrici saldati insieme, con un diametro abbastanza grande da adattarsi come una
serie di anelli che aderiscono ai guanti. Infilo le dita nei fori e giro la mano per
ispezionare la parte superiore. Sembra un mini scudo, un milione di pezzi di bronzo
che mi coprono le nocche, le dita e l’intero dorso della mano. Posso chiudere la mano
a pugno e il metallo si muove seguendo il movimento delle mie articolazioni. Non è
nemmeno lontanamente pesante come sembra.
Mi infilo l’altro pezzo. Piego le dita. Tendo la mano verso le pistole ora legate al
mio corpo.
Facile.
Posso farcela.
«Le piace?» chiede Castle. Non l’ho mai visto sorridere così ampiamente prima
d'ora.
«La adoro» gli dico. «È tutto perfetto. Grazie»
«Molto bene. Sono molto contento. Adesso» dice «se volete scusarmi, devo
occuparmi di qualche altro particolare prima di partire. Tornerò a breve». Mi fa un
piccolo cenno col capo prima di uscire dalla porta. Tutti tranne me, Kenji e Adam
lasciano la stanza.
Mi giro per controllare i ragazzi.
Kenji indossa un completo.
Una specie di body. È nero dalla testa ai piedi, i suoi capelli ed occhi corvini si
abbinano alla perfezione a quella tenuta che si adatta ad ogni angolo del suo corpo. Il
completo sembra fatto di un materiale sintetico, quasi di plastica; brilla alla luce
fluorescente della stanza e sembra che sia troppo rigido per muovercisi dentro. Ma
poi lo vedo stendere le braccia, ondeggiare avanti e indietro sulle punte dei piedi e il
completo improvvisamente sembra fluido, come se si muovesse con lui. Indossa gli
stivali, ma non i guanti, e un’imbracatura proprio come me. Ma la sua è diversa: ha
delle fondine semplici che gli fasciano le braccia come le cinghie di uno zaino.
E Adam.
Adam è stupendo indossa una maglietta a maniche lunghe, blu scura e che gli
aderisce pericolosamente al petto. Non posso fare a meno di soffermarmi sui dettagli
della sua tenuta, non posso fare a meno di ricordare cosa si provava a farsi stringere
da lui, tra le sue braccia. È in piedi davanti a me e mi manca come se non lo vedessi
da anni. I suoi pantaloni con i tasconi sono infilati nello stesso paio di stivali che
indossava la prima volta che l’ho incontrato al manicomio, alti fino alla tibia e lucidi,
di un cuoio liscio che si adattata a lui così perfettamente che mi sorprende che non
glieli abbiano fatti su misura. Ma non ha armi indosso.
E sono abbastanza curiosa da chiedere.
«Adam?».
Lui solleva la testa per guardarmi e si blocca. Sbatte le palpebre, ha le sopracciglia
inarcate e le labbra socchiuse. I suoi occhi viaggiano lungo ogni centimetro del mio
corpo, fermandosi a studiare l’imbracatura che incornicia il mio petto e le pistole
appese vicino alla mia vita.
Non dice niente. Si passa una mano tra i capelli, si preme il palmo della mano sulla
fronte e dice che torna subito. Lascia la stanza.
Mi sento male.
Kenji si schiarisce forte la gola. Scuote la testa. Dice: «Caspita. Insomma, davvero,
stai cercando di uccidere quel ragazzo?».
«Cosa?».
Kenji mi guarda come se fossi un’idiota. «Non puoi andare in giro a dire: “Oh,
Adam, guardami, guarda come sono sexy con questo nuovo completo” sbattendo le
ciglia…».
«Sbattendo le ciglia?» non posso crederci. «Di cosa stai parlando? Non gli sto
sbattendo le ciglia in faccia! E questi sono gli stessi vestiti che indosso tutti i
giorni…».
Kenji brontola. Si stringe nelle spalle e dice: «Sì, beh, sembrano diversi».
«Tu sei pazzo».
«Dico solo» dice con le mani alzate in un finto segno di resa «che se io fossi in lui,
se tu fossi stata la mia ragazza e te ne andassi in giro in quel modo senza che io possa
toccarti…» distoglie lo sguardo. Si stringe di nuovo nelle spalle. «Dico solo che non
invidio quel povero bastardo».
«Non so cosa fare» sussurro. «Non voglio fargli del male…».
«Oh, cavolo. Dimentica quello che ho detto» dice agitando le mani convulsamente.
«Seriamente. Non sono affari miei». Mi lancia un’occhiata. «E adesso non pensare
che fosse un invito a parlarmi dei tuoi sentimenti personali».
Lo guardo stringendo gli occhi. «Non ho intenzione di dirti nulla dei miei
sentimenti».
«Bene. Perché non voglio sapere niente».
«Hai mai avuto una ragazza, Kenji?».
«Cosa?» sembra mortalmente offeso. «Ti sembro il tipo di ragazzo che non ha mai
avuto una ragazza? Ma mi conosci almeno?».
Alzo gli occhi al cielo. «Dimentica che te l’ho chiesto».
«Non riesco a credere che l’hai detto».
«Sei tu che continui a dire che non vuoi parlare dei tuoi sentimenti» sbotto.
«No» dice. «Ho detto che non voglio parlare dei tuoi di sentimenti». Mi indica.
«Non ho nessun problema a parlare dei miei».
«Allora vuoi parlare dei tuoi sentimenti?».
«Col cavolo».
«Ma…».
«No».
«Va bene». Distolgo lo sguardo. Tiro le cinghie sulla schiena. «Allora, perché quel
completo?» gli chiedo.
«Cosa vuoi dire con perché quel completo?» aggrotta la fronte. Si passa le mani sul
completo. «Questo completo è fighissimo».
Reprimo un sorriso. «Volevo solo dire, perché indossi un completo? Perché tu ne
hai uno e Adam no?».
Alza le spalle. «Adam non ne ha bisogno. Serve a poche persone… dipende tutto
da che tipo di dono abbiamo. Nel mio caso, questo completo mi rende la vita molto
più facile. Non lo uso sempre, ma quando devo andare in una missione in cui devo
fare sul serio è davvero d’aiuto. Per esempio, quando devo mimetizzarmi in un
ambiente» spiega «è meno complicato se sono vestito di un unico colore… da qui il
nero. E se ho troppi strati e troppi fronzoli addosso, devo concentrarmi molto di più
per assicurarmi di essermi mimetizzato con tutti i dettagli. Se sono vestito in tinta
unita e senza gingilli, sono più bravo come camaleonte. Inoltre» aggiunge, stendendo
i muscoli delle braccia «Sono sexy da morire in questo completo».
Mi ci vuole tutto l’autocontrollo che ho per non scoppiare a ridere.
«E allora, cosa mi dici di Adam?» gli chiedo. «Ad Adam non servono né un
completo e nemmeno delle pistole? Non mi sembra giusto».
«Ho le pistole» dice Adam tornando nella stanza. Ha gli occhi concentrati sui
pugni che stringe e rilassa di fronte a lui. «Solo che non riesci a vederle».
Non riesco a smettere di guardarlo, non riesco a smettere di fissarlo.
«Pistole invisibili, quindi?» Kenji sorride. «Carino. Non credo di averle mai
usate».
Adam lancia un’occhiataccia a Kenji. «Ho nove armi diverse nascoste addosso in
questo momento. Vuoi scegliere quella che userò per spararti in faccia? O devo farlo
io?».
«Era uno scherzo, Kent. Dannazione. Stavo scherzando…».
«Va bene, gente».
Ci giriamo tutti al suono della voce di Castle.
Ci esamina tutti e 3. «Siete pronti?»
Io dico di sì.
Adam annuisce.
Kenji dice: «Facciamo questa cazzo di cosa».
Castle dice: «Seguitemi».
TRENTUNO
Sono le 10:32 del mattino.
Abbiamo esattamente 1 ora e 28 minuti prima di dover incontrare il comandante
supremo.
Questo è il piano:
Castle e tutte le persone competenti del Punto Omega sono già in posizione. Sono
partiti mezz’ora fa. Si stanno nascondendo negli edifici abbandonati che costeggiano
il perimetro del punto di incontro indicato nel biglietto. Sono pronti ad attaccare non
appena Castle darà il segnale… e Castle darà il segnale solo se avvertirà che siamo in
pericolo.
Adam, Kenji e io viaggeremo a piedi.
Kenji e Adam hanno familiarità con i territori non regolamentati perché, in quanto
soldati, sono tenuti a sapere quali sezioni di terreno sono rigorosamente off-limits.
Nessuno è autorizzato a sconfinare nei territori del nostro vecchio mondo. Le strane
viuzze, le strade laterali, i vecchi ristoranti e gli edifici adibiti ad uffici sono territori
vietati.
Kenji dice che il nostro punto di incontro si trova in una delle poche aree
suburbane ancora in piedi; dice che lo conosce bene. A quanto pare, da soldato
l’hanno mandato a sbrigare diverse faccende in quest’area e ogni volta aveva avuto il
compito di lasciare pacchi non contrassegnati in una casella della posta abbandonata.
Non gli avevano mai spiegato cosa ci fosse in quei pacchi e lui non era stato così
stupido da chiedere.
Dice che è strano che tra queste vecchie case ce ne siano ancora di funzionali,
soprattutto considerando la rigorosità con cui la Restaurazione si assicura che i civili
non cerchino mai di tornarci. In realtà, la maggior parte dei quartieri residenziali sono
stati abbattuti subito dopo la presa di potere iniziale. Quindi è molto, molto raro
trovare sezioni lasciate intatte. Ma ecco l’indirizzo, scritto sul biglietto a lettere
maiuscole troppo attaccate:
1542 SYCAMORE
Incontreremo il comandante supremo in quella che era la casa di una persona.

«Allora, secondo voi cosa dovremmo fare? Suonare il campanello?» Kenji ci sta
portando verso l’uscita del Punto Omega. Io guardo dritto davanti a me nella luce
fioca del tunnel, cercando di non concentrarmi sulle farfalle che sento nello stomaco.
«Cosa ne pensate?» chiede di nuovo Kenji. «Sarebbe troppo? Forse dobbiamo solo
bussare?»
Cerco di ridere, ma il risultato è poco convincente, a voler essere buoni.
Adam non dice una parola.
«Va bene, va bene» dice Kenji, con la massima serietà adesso. «Una volta usciti,
sapete cosa fare. Ci prendiamo per mano. Io uso la proiezione per mimetizzare tutti e
tre. Uno a destra e uno a sinistra. Capito?»
Annuisco, cercando di non guardare Adam mentre lo faccio.
Questa sarà una delle prime prove per lui e la sua abilità; dovrà essere in grado di
spegnere la sua Energia solo finché sarà legato a Kenji. Se non dovesse riuscirci, la
proiezione di Kenji non funzionerà su Adam e lui sarà esposto. In pericolo.
«Kent» dice Kenji «capisci i rischi, giusto? Qualora non dovessi farcela».
Adam annuisce. Il suo volto è determinato. Dice che si è allenato tutti i giorni, che
ha lavorato con Castle per riuscire a controllarsi. Dice che andrà tutto bene.
Mi guarda mentre lo dice.
Le mie emozioni si lanciano in volo.
Faccio appena in tempo a notare che ci stiamo avvicinando all'uscita quando Kenji
ci fa segno di seguirlo su per una scala. Salgo e cerco di pensare allo stesso tempo,
ripetendo più volte a mente il piano che abbiamo elaborato durante le prime ore del
mattino.
Arrivare lì è la parte facile.
È ad entrare che le cose si faranno difficili.
Dobbiamo fingere che faremo uno scambio… i nostri ostaggi dovrebbero essere
con il comandante supremo e io devo assistere al momento in cui li lascerà andare.
Dovrebbe essere uno scambio.
Io in cambio di loro.
Ma la verità è che non abbiamo idea di cosa accadrà effettivamente. Non
sappiamo, per esempio, chi risponderà alla porta. Non sappiamo se qualcuno
risponderà alla porta. Non sappiamo nemmeno se ci incontreremo dentro casa o fuori.
Inoltre non sappiamo come reagiranno nel vedere Adam, Kenji e l’armeria
improvvisata che abbiamo addosso.
Non sappiamo se inizieranno subito a sparare.
Questa è la parte che mi spaventa. Non sono preoccupata per me tanto quanto lo
sono per Adam e Kenji. Loro sono il colpo di scena. Loro sono l’elemento sorpresa.
O si riveleranno i pezzi inaspettati che ci daranno l’unico vantaggio che possiamo
permetterci in questo momento, o si riveleranno i pezzi inaspettati che finiranno per
morire non appena saranno individuati. Sto iniziando a pensare che sia una pessima
idea.
Sto iniziando a chiedermi se mi sono sbagliata, se non sono in grado di farcela.
Ma adesso è troppo tardi per tornare indietro.
TRENTADUE
«Aspettate qui».
Kenji ci dice di stare giù mentre lui infila la testa fuori dall’uscita. Sta già
scomparendo dalla mia vista, la sua figura si sta mimetizzando con lo sfondo. Ci dirà
se possiamo uscire.
Sono troppo in ansia per parlare.
Troppo in ansia per pensare.
Posso farcela, possiamo farcela, non abbiamo scelta, dobbiamo farlo, è quello che
continuo a dirmi.
«Andiamo». Sento la voce di Kenji sopra le nostre teste. Adam ed io lo seguiamo
per l’ultimo tratto della scala. Prendiamo una delle uscite alternative del Punto
Omega, una che solo 7 persone conoscono, secondo Castle. Prendiamo tutte le
precauzioni necessarie.
Adam ed io riusciamo a trascinare i nostri corpi in superficie e sento
immediatamente il freddo e la mano di Kenji che scivola intorno alla mia vita. Freddo
freddo freddo. Fende l’aria come piccoli coltelli che ci tagliano la pelle. Mi guardo i
piedi e non vedo nient’altro che un luccichio appena percettibile nel punto in cui
dovrebbero esserci i miei stivali. Muovo le dita davanti alla faccia.
Niente.
Mi guardo intorno.
Niente Adam e niente Kenji, tranne la sua mano invisibile che ora è appoggiata
sulla parte bassa della mia schiena.
Ha funzionato. Adam c'è riuscito. Sono così sollevata che mi viene voglia di
cantare.
«Mi sentite, ragazzi?» sussurro, felice che nessuno riesca a vedermi sorridere.
«Sì».
«Sì, sono qui» dice Adam.
«Ottimo lavoro, Kent» gli dice Kenji. «So che non è facile per te».
«Va tutto bene» dice Adam. «Sto bene. Andiamo».
«Andiamo».

Siamo come una catena umana.


Kenji è tra me e Adam e siamo uniti, ci teniamo per mano mentre Kenji ci guida in
quest’area deserta. Non so proprio dove ci troviamo e comincio a capire che è raro
che lo sappia. Questo mondo mi è ancora molto estraneo, nuovissimo. Passare così
tanto tempo in isolamento mentre il pianeta si sgretolava in mille pezzi non mi ha
fatto nessun favore.
Più ci allontaniamo, più ci avviciniamo alla strada principale e più ci avviciniamo
ai complessi che si trovano a meno di un miglio da qui. Da dove ci troviamo riesco a
vedere la forma squadrata delle strutture in acciaio.
Kenji si ferma di scatto.
Non dice nulla.
«Perché ci siamo fermati?» chiedo.
Kenji mi zittisce. «Lo sentite?».
«Cosa?»
Adam inspira a fondo. «Merda. Sta arrivando qualcuno».
«Un blindato» specifica Kenji.
«Più di uno» aggiunge Adam.
«Allora perché siamo ancora qui…».
«Aspetta, Juliette, aspetta un secondo…»
E poi la vedo. Una fila di blindati che percorrono la strada principale. Ne conto 6
in tutto.
Kenji si lascia andare ad una serie di imprecazioni sottovoce.
«Che c’è?» chiedo. «Qual è il problema?»
«Quando Warner ci ordinava di prendere più di due blindati alla volta per fare la
stessa tratta, c’era solo un motivo» mi dice Adam.
«Cosa…»
«Si stanno preparando a combattere».
Resto a bocca aperta.
«Lo sa» dice Kenji. «Dannazione! Ma certo che lo sa. Castle aveva ragione. Sa
che abbiamo la scorta. Merda».
«Che ore sono, Kenji?»
«Abbiamo circa quarantacinque minuti».
«Allora muoviamoci» gli dico. «Non abbiamo tempo per preoccuparci di cosa
succederà dopo. Castle è preparato… si aspettava una cosa simile. Ce la caveremo.
Ma se non raggiungiamo in tempo quella casa, Winston, Brendan e tutti gli altri
potrebbero morire oggi».
«Potremmo morire anche noi oggi» sottolinea lui.
«Sì» gli dico. «Anche noi».
Ora ci muoviamo in fretta per le strade. Rapidamente. Attraversiamo la radura
sfrecciando verso una parvenza di civiltà ed è a quel punto che li vedo: i resti di un
universo dolorosamente familiare. Piccole case quadrate con piccoli giardini quadrati
che ora non sono altro che erbacce selvatiche che si decompongono nel vento. L’erba
secca scricchiola sotto i nostri piedi, ghiacciata e poco invitante. Contiamo i numeri
delle case.
1542 Sycamore.
Deve essere questa. È impossibile non notarla.
È l’unica casa in tutta la strada che sembra completamente funzionale. La vernice è
fresca, pulita, di una bellissima tonalità di colore blu carta da zucchero. Una piccola
rampa di scale conduce al portico, dove noto 2 sedie a dondolo di vimini e un’enorme
fioriera piena di germogli blu che non ho mai visto prima. Vedo uno zerbino fatto di
gomma, uno scacciapensieri appeso ad una trave di legno, dei vasi di terracotta e una
piccola pala nascosta in un angolo. È tutto quello che non potremo avere mai più.
Qualcuno vive qui.
È impossibile che esista una cosa simile.
Tiro Kenji ed Adam verso la casa, sopraffatta dall’emozione, quasi
dimenticandomi che non ci è più permesso vivere in questo bel, vecchio mondo.
Qualcuno mi strattona all’indietro.
«Non è questa» mi dice Kenji. «Siamo nella strada sbagliata. Merda. Siamo nella
strada sbagliata… la nostra è a due strade da qui…»
«Ma questa casa… è… insomma, Kenji, qualcuno ci vive qui…»
«Non ci vive nessuno qui» dice. «Qualcuno probabilmente ha preparato tutto per
sbarazzarsi di noi… anzi, scommetto che la casa è rivestita di C4. Probabilmente è
una trappola designata per catturare la gente che si aggira in territori non
regolamentati. Adesso andiamo» mi strattona di nuovo per la mano. «Dobbiamo
sbrigarci. Abbiamo sette minuti!»

E anche se stiamo correndo in avanti, io continuo a guardare indietro, aspettando di


vedere qualche segno di vita, aspettando di vedere uscire qualcuno per controllare la
posta, aspettando di vedere un uccello volare lì vicino.
E forse me lo sto immaginando.
Forse sono pazza.
Ma potrei giurare di aver appena visto svolazzare la tenda di una finestra al primo
piano.
TRENTATRE
90 secondi.
La casa al 1542 Sycamore è fatiscente proprio come avevo pensato che fosse. È un
disastro in rovina, il tetto geme sotto il peso di troppi anni di trascuratezza. Adam,
Kenji ed io siamo in piedi proprio dietro l’angolo, lontano dalla vista, anche se
tecnicamente siamo ancora invisibili. Non si vede nessuno da nessuna parte e la casa
sembra abbandonata. Sto iniziando a chiedermi se non sia solo uno scherzo ben
elaborato.
75 secondi.
«Voi restate nascosti» dico ad Adam e Kenji, colta da un’improvvisa ispirazione.
«Voglio che pensi che sono da sola. Se qualcosa va storto, potete intervenire, va
bene? Il rischio che la vostra presenza faccia precipitare le cose troppo in fretta è
troppo grande».
Entrambi restano in silenzio per un momento.
«Dannazione. È una buona idea» dice Kenji. «Avrei dovuto pensarci io».
Non posso fare a meno di sorridere, appena appena. «Adesso lascio la presa».
«Ehi… buona fortuna» dice Kenji e la sua voce è inaspettatamente dolce. «Noi ti
stiamo dietro».
«Juliette…»
Esito al suono della voce di Adam.
Fa per dire qualcosa ma sembra cambiare idea. Si schiarisce la gola. Sussurra:
«Promettimi che starai attenta».
«Lo prometto» dico al vento, ricacciando indietro l’emozione. Non adesso. Non
posso pensarci adesso. Devo concentrami.
Così prendo un respiro profondo.
Faccio un passo avanti.
Lascio andare la presa.

10 secondi e cerco di respirare


9 secondi
e cerco di essere coraggiosa
8 secondi
ma la verità è che sono terrorizzata a morte
7 secondi
e non ho idea di cosa mi aspetti dietro quella porta
6 secondi
e sono abbastanza sicura che mi verrà un infarto
5 secondi
ma non posso tornare indietro adesso
4 secondi
perché eccola
3 secondi
la porta è proprio davanti a me
2 secondi
non devo far altro che bussare
1 secondo
ma la porta si apre prima che possa farlo io.
«Oh, bene» mi dice. «Giusto in tempo».
TRENTAQUATTRO
«È davvero gradevole» dice. «Vedere che i giovani apprezzino ancora cose come la
puntualità. È sempre frustante quando la gente mi fa perdere tempo».
La mia testa è piena di bottoni mancanti, cocci di vetro e matite senza punta.
Annuisco troppo lentamente, sbattendo le palpebre come un'idiota, incapace di tirar
fuori le parole bocca, o perché si sono perse o perché non sono mai esistite o
semplicemente perché non ho idea di cosa dire.
Non so cosa mi aspettassi.
Forse pensavo che fosse vecchio, curvo e un po' cieco. Che potesse avere una
benda ad un occhio e che camminasse con un bastone. Che potesse avere i denti
marci, la pelle rugosa e che stesse perdendo i capelli. Che potesse essere un centauro,
un unicorno o un vecchio stregone con un cappello a punta. Tutto, tutto, tutto, ma non
questo. Perché non è possibile. Mi è troppo difficile concepire una cosa simile e,
qualunque cosa mi aspettassi, mi ero totalmente, incredibilmente, terribilmente
sbagliata.
Sto fissando un uomo bello da mozzare il fiato.
Ed è un uomo.
Deve avere almeno 45 anni. Alto, forte, con un completo che gli sta in modo tanto
perfetto da essere quasi ingiusto. Ha fitti capelli lisci come la crema di nocciole; la
sua mascella è dura, le linee del viso sono perfettamente simmetriche e gli zigomi
induriti dalla vita e dall'età. Ma sono i suoi occhi a fare la differenza. I suoi occhi
sono la cosa più spettacolare che abbia mai visto.
Sono quasi color acquamarina.
«Prego» mi dice, mostrandomi un sorriso incredibile. «Entra».
E allora capisco, proprio in quel momento, perché tutto all’improvvisamente ha un
senso. Il suo aspetto, la sua statura, il suo modo di fare elegante e tranquillo, la
facilità con cui ho quasi dimenticato che fosse cattivo... quest'uomo.
Quest’uomo è il padre di Warner.

Entro in quello che sembra un salottino. Ci sono vecchie poltrone bitorzolute


intorno ad un piccolo tavolino da caffè. La carta da parati si è ingiallita e si sta
staccando per il tempo. Nella casa c’è uno strano odore soffocante di muffa ad
indicare che le vetrate incrinate non vengono aperte da anni, il tappeto sotto i miei
piedi è di un verde bosco e le pareti sono abbellite con dei finti pannelli di legno che
non hanno senso per me. Questa casa è, in una parola, brutta. È ridicolo che un uomo
tanto straordinario si faccia trovare in una casa così orribilmente inferiore.
«Oh, aspetta» dice. «Solo una cosa».
«Cos...»

Mi ha inchiodato al muro tenendomi per la gola, le sue mani sono infilate in un


paio di guanti di pelle, era già pronto a toccarmi per privarmi dell'aria, per soffocarmi
a morte e sono sicurissima che morirò, sono sicurissima che ci si senta così a morire:
completamente immobilizzati, inerti dal collo in giù. Cerco di graffiarlo, uso le mie
ultime energie per tirargli calci finché non sto per arrendermi e cedere alla mia stessa
stupidità, i miei ultimi pensieri mi rimproverano di essere stata un'idiota per aver
pensato di poter entrare qui e portare a termine qualcosa. Poi mi rendo conto che ha
aperto le mie fondine, che mi ha rubato le pistole e se le è messe in tasca.
Mi lascia andare.
Cado sul pavimento.
Mi dice di accomodarmi.
Scuoto la testa, tossendo per liberarmi della tortura che hanno subito i miei
polmoni, ansimando nell’aria stantia, emettendo strani rantoli orribili, tutto il mio
corpo è in preda agli spasmi per il dolore. Sono dentro da meno di 2 minuti e lui mi
ha già sopraffatto. Devo pensare a qualcosa, a come uscirne viva. Adesso non è il
momento di tirarmi indietro.
Chiudo gli occhi per un attimo. Cerco di liberare le vie respiratorie, cerco di
riprendermi. Quando sollevo lo sguardo vedo che si è già seduto su una delle sedie e
che mi sta fissando come se si stesse divertendo.
Quasi non riesco a parlare. «Dove sono gli ostaggi?»
«Stanno bene». Quest'uomo di cui non conosco il nome agita una mano con
indifferenza. «Staranno bene. Sei sicura di non volerti sedere?»
«Cosa...» cerco di schiarirmi la gola e me ne pento immediatamente,
costringendomi a sbattere le palpebre per ricacciare indietro le lacrime traditrici che
mi bruciano negli occhi. «Cosa vuoi da me?»
Lui si sporge in avanti sulla sedia. Unisce le mani. «Sai, non ne sono più del tutto
sicuro».
«Cosa?»
«Beh, di certo avrai capito che tutto questo» fa un cenno verso di me e poi verso la
stanza, «è solo un diversivo, vero?»
Fa quello stesso incredibile sorriso. «Sicuramente avrai capito che il mio vero
obiettivo era attirare i tuoi compagni nel mio territorio. I miei uomini sono in attesa di
una parola. Una mia parola e cercheranno e distruggeranno tutti i tuoi amichetti che
stanno aspettando pazientemente nel raggio di mezzo miglio da qui».
Il terrore mi assale.
Ride leggermente. «Se pensi che io non sappia per filo e per segno cosa succede
nella mia stessa terra, signorina, ti sbagli di grosso». Scuote la testa. «Ho lasciato
vivere questi fenomeni da barraccone troppo liberamente tra di noi, ed è stato un mio
errore. Mi stanno causando troppi problemi ed è il momento di toglierli di mezzo».
«Io sono uno di quei fenomeni da baraccone» gli dico, cercando di controllare il
tremore nella mia voce. «Perché mi hai fatto venire qui se vuoi ucciderci? Perché io?
Non c’era bisogno che mi isolassi dal gruppo».
«Hai ragione» annuisce. Si alza in piedi. Infila le mani in tasca. «Ero venuto qui
con uno scopo: ripulire il casino che ha fatto mio figlio e mettere fine agli sforzi
inutili di un gruppo di idioti abomini. Per cancellarvi da questo triste mondo. Ma poi»
dice, ridendo leggermente «quando ho iniziato a mettere a punto i miei piani, mio
figlio è venuto da me a pregarmi di non ucciderti. Solo tu». Si ferma. Alza lo sguardo.
«Mi ha proprio pregato di non ucciderti». Ride di nuovo. «È stato patetico tanto
quanto sorprendente».
«Allora poi ho capito che avrei dovuto conoscerti, ovviamente» dice sorridendo e
fissandomi come se fosse incantato. «“Devo conoscere la ragazza che è riuscita a
stregare mio figlio!” Mi sono detto. La ragazza che è riuscita a fargli perdere di vista
l’orgoglio, la dignità, quanto bastava per pregarmi di fargli un favore». Una pausa.
«Sai» mi chiede «quante altre volte mio figlio mi ha chiesto un favore?» Piega di lato
la testa. Aspetta che gli risponda.
Scuoto la testa.
«Mai». Prende un respiro. «Mai. In diciannove anni non c’è stata una volta che mi
abbia chiesto qualcosa. Difficile da credere, vero?». Il suo sorriso è più ampio,
sfavillante. «Mi prendo tutto il merito, ovviamente. L'ho cresciuto bene. Gli ho
insegnato ad essere completamente autosufficiente, padrone di sé, libero dai bisogni e
dai desideri che corrompono la maggior parte degli uomini. Quindi nel sentirgli
uscire di bocca una supplica tanto vergognosa…» scuote la testa. «Beh. Naturalmente
mi sono incuriosito. Dovevo vederti di persona. Dovevo capire cosa ci avesse visto in
te, cosa avessi di così speciale da poter causare una mancanza di giudizio tanto
colossale. Anche se, ad essere del tutto sinceri» dice «non credevo che ti saresti fatta
viva». Tira fuori una mano dalla tasca, usandola per gesticolare mentre parla. «Voglio
dire, ovviamente ci speravo. Ma ho pensato che se l’avessi fatto, almeno ti saresti
portata un supporto... una specie di scorta. Ma eccoti qui, con indosso questa tenuta
obbrobriosa» dice ridendo ad alta voce «e tutta sola». Mi studia. «Molto stupido»
dice. «Ma coraggioso. Mi piace. Ammiro il coraggio».
«Comunque, ti ho portata qui per impartire una lezione a mio figlio. Avevo tutte le
intenzioni di ucciderti» dice, prendendo a camminare lentamente per la stanza. «E ho
preferito farlo dove lui avrebbe visto di sicuro. Le guerra è caotica» aggiunge,
agitando la mano. «È facile perdere la cognizione di chi muore, come muore, chi ha
ucciso chi, eccetera, eccetera. Volevo che la tua morte in particolare fosse chiara e
semplice come il messaggio da trasmettere. Non è bene che lui sviluppi questo tipo di
legami, dopotutto. È mio dovere di padre porre fine a questa sciocchezza».
Mi sento male, malissimo, tremendamente male di stomaco. Quest'uomo è molto
peggio di quanto avessi mai potuto immaginare.
La mia voce esce in un respiro, un forte sussurro quando parlo. «Allora perché non
mi uccidi e basta?»
Lui esita. Dice: «Non lo so. Non pensavo che fossi tanto deliziosa. Temo che mio
figlio non mi abbia mai detto quanto sei bella. Ed è sempre difficile uccidere qualcosa
di bello» sospira. «Inoltre, mi hai sorpreso. Sei arrivata in tempo. Da sola. Eri
davvero disposta a sacrificare te stessa per salvare quelle inutili creature tanto stupide
da farsi catturare».
Prende un respiro profondo. «Forse potremmo tenerti. Se anche non ti rivelassi
utile, potresti rivelarti divertente, perlomeno». Piega la testa pensieroso. «Anche se
dovessimo tenerti, suppongo che dovrei riportarti con me nella capitale, perché non
posso più confidare nel fatto che mio figlio faccia la cosa giusta. Gli ho dato troppe
occasioni».
«Grazie per l'offerta» gli dico. «Ma preferirei saltare giù da un dirupo, davvero».
La sua risata è simile al suono di un centinaio di campanellini. Felice, sana e
contagiosa. «Oddio». Sorride, un sorriso luminoso, caldo e terribilmente sincero.
Scuote la testa. Guarda dietro la sua spalla, verso quella che sembra essere un'altra
stanza – forse la cucina, non posso esserne sicura – e dice: «Figliolo, vuoi venire qui,
per favore?»
E non riesco a pensare ad altro che alla situazione in cui stai morendo, stai per
esplodere, ti trovi 2 metri sottoterra e cerchi una scappatoia, quando qualcuno ti versa
del liquido infiammabile sui capelli e ti accende un fiammifero in faccia.
Sento le mie ossa prendere fuoco.

Warner è qui.
TRENTACINQUE
Esce da una porta dall’altro lato della stanza in cui mi trovo adesso ed è esattamente
come lo ricordo. Capelli dorati, pelle perfetta e occhi troppo luminosi per essere di
una sfumatura sbiadita di verde smeraldo. Il suo è un viso squisitamente bello, un
viso che – mi rendo conto – ha eredito dal padre. È il tipo di viso alla cui esistenza
non crede più nessuno; linee, angoli e una semplice simmetria che è quasi offensiva
nella sua perfezione. Nessuno dovrebbe mai volere un viso come quello. È un viso
destinato ai guai, al pericolo, alla punizione per compensare all'eccesso che ha rubato
da un ignaro innocente.
È esagerato.
È troppo.
Mi spaventa.
Nero, verde ed oro sembrano essere i suoi colori. Il suo vestito nero come la pece è
fatto su misura per il suo corpo, magro ma muscoloso, ed è controbilanciato dalla
camicia bianca che porta sotto, completato da una semplice cravatta al collo. Lui sta
ben dritto, a testa alta e determinato. A chiunque altro sembrerebbe imponente, anche
con il braccio destro ancora fasciato. È il tipo di ragazzo a cui è sempre e solo stato
insegnato ad essere un uomo, a cui è stato detto di cancellare il concetto di infanzia
dalle aspettative della sua vita. Le sue labbra non azzardano alcun sorriso, sulla fronte
non ha rughe di preoccupazione. Gli è stato insegnato a mascherare le sue emozioni,
a nascondere i suoi pensieri al mondo e a non fidarsi di niente e di nessuno. A
prendere quello che vuole con ogni mezzo necessario. Riesco a vederlo molto
chiaramente.
Ma a me lui sembra diverso.
Il suo sguardo è troppo intenso, i suoi occhi troppo profondi. La sua espressione è
troppo piena di qualcosa che non voglio riconoscere. Mi sta guardando come se ci
fossi riuscita, come se gli avessi sparato al cuore e lo avessi mandato in frantumi,
come se lo avessi lasciato a morire dopo che aveva detto di amarmi e io mi ero
rifiutata di pensare che fosse possibile.
E adesso vedo la differenza in lui. Vedo cosa è cambiato.
Non sta facendo nessuno sforzo per nascondermi le sue emozioni.
I miei polmoni sono dei bugiardi, fanno finta di non potersi gonfiare solo per ridere
alle mie spalle e le mie dita si agitano, lottano per scappare dalla prigione delle mie
ossa, come se avessero aspettato 17 anni per volare via.
Scappa, è ciò che mi dicono le mie dita.
Respira, è ciò che continuo a dirmi io.
Warner in quanto bambino. Warner in quanto figlio. Warner in quanto ragazzo che
ha solo una padronanza limitata sulla propria vita. Warner con un padre che gli
avrebbe insegnato una lezione uccidendo l'unica cosa per cui fosse mai stato disposto
ad implorare.
Warner in quanto essere umano mi terrorizza più di ogni altra cosa.
Il comandante supremo è impaziente. «Siediti» dice a suo figlio, indicandogli il
divano su cui era seduto fino ad un momento fa.
Warner non mi dice una parola.
I suoi occhi sono incollati al mio viso, al mio corpo, all'imbracatura che ho legata
al petto; il suo sguardo indugia sul mio collo, sui segni che probabilmente mi ha
lasciato suo padre e vedo la sua gola muoversi, vedo la difficoltà che ha nel digerire il
fatto che io sia davanti a lui, poi si riscuote ed entra in salotto. Comincio ad
accorgermi che è molto simile a suo padre. Il modo in cui cammina, il modo in cui
appare in un vestito, la meticolosità rispetto alla sua igiene. E tuttavia nella mia
mente non c'è nessun dubbio che lui detesti l'uomo che purtroppo non riesce a non
imitare.
«Allora, mi piacerebbe sapere» dice il supremo «come sei riuscita a scappare
esattamente». Mi guarda. «Mi sono incuriosito e mio figlio ha reso molto difficile
l'estrazione di questi dettagli».
Sbatto le palpebre guardandolo.
«Dimmi» dice. «Come hai fatto a fuggire?»
Sono confusa. «La prima o la seconda volta?»
«Due volte! Sei riuscita a fuggire due volte!» sta ridendo di cuore adesso,
battendosi la mano sul ginocchio. «Incredibile. Entrambe le volte, allora. Come hai
fatto a scappare entrambe le volte?»
Mi chiedo perché stia perdendo tempo. Non capisco perché voglia parlare, quando
tante persone stanno aspettando una guerra e non posso fare altro che sperare che
Adam, Kenji, Castle e tutti gli altri non stiano morendo assiderati là fuori. E anche se
non ho un piano, ho un presentimento. Ho la sensazione che i nostri ostaggi possano
essere nascosti in cucina. Così decido di farlo divertire per un altro po'.
Gli dico che la prima volta sono saltata fuori dalla finestra. Che la seconda volta ho
sparato a Warner.
Il supremo non sorride più. «Gli hai sparato?»
Lancio uno sguardo a Warner e vedo che i suoi occhi sono ancora fissi saldamente
sul mio viso, la sua bocca non mostra ancora segno di volersi aprire. Non so a cosa
stia pensando e improvvisamente sono così curiosa che voglio provocarlo.
«Sì» dico, incrociando lo sguardo di Warner. «Gli ho sparato. Con la sua stessa
pistola». E l'improvvisa tensione nella sua mascella, lo sguardo che abbassa sulle
mani che tiene troppo strette in grembo… sembra che si sia strappato il proiettile dal
corpo usando le sue 5 dita.
Il supremo si passa una mano tra i capelli, si sfrega il mento. Mi accorgo che
sembra turbato dalla prima volta da quando sono arrivata e mi chiedo come è
possibile che non avesse idea di come sono scappata.
Mi chiedo cosa deve aver detto Warner circa la ferita da proiettile al braccio.
«Come ti chiami?» chiedo prima di riuscire a fermarmi, bloccando le parole con un
attimo di ritardo. Non dovrei fare domande stupide ma odio continuare a chiamarlo
“il supremo”, come se fosse una specie di essere intoccabile.
Il padre di Warner mi guarda. «Come mi chiamo?»
Annuisco.
«Puoi chiamarmi Comandante Supremo Anderson» dice ancora confuso. «Perché ti
interessa?»
«Anderson? Pensavo che il tuo cognome fosse Warner». Pensavo avesse un nome
che avrei potuto usare per distinguere lui e il Warner che ho imparato a conoscere
troppo bene.
Anderson prende un gran respiro, lancia uno sguardo disgustato al figlio.
«Assolutamente no» mi dice. «Mio figlio ha pensato che sarebbe stata una buona idea
prendere il cognome della madre, proprio il tipo di stupidaggine da lui. L'errore»
dice, quasi come un annuncio adesso «che fa sempre, più e più volte: permette alle
sue emozioni di intralciare il suo dovere… è patetico» dice, sputando verso Warner.
«Ed è per questo che, per quanto mi piacerebbe lasciarti vivere, mia cara, temo che tu
sia una distrazione troppo grande nella sua vita. Non posso permettergli di proteggere
una persona che ha cercato di ucciderlo». Scuote la testa. «Non posso nemmeno
credere di dover fare questa conversazione. Ha dimostrato di essere una grande
vergogna».
Anderson si porta una mano in tasca, tira fuori la pistola e la punta contro la mia
fronte.
Cambia idea.
«Sono stufo di pulire sempre i tuoi casini» sbraita contro Warner, afferrandolo per
il braccio e facendolo alzare dal divano. Spinge il figlio di fronte a me, gli preme la
pistola nella mano buona.
«Sparale» dice. «Sparale subito».
TRENTASEI
Lo sguardo di Warner è incatenato al mio.
Mi sta guardando con gli occhi infiammati dall'emozione e non sono più nemmeno
sicura di conoscerlo. Non sono sicura di capirlo, non sono sicura di sapere cosa ha
intenzione di fare quando solleva la pistola con mano ferma, forte e la punta
direttamente al mio viso.
«Sbrigati» dice Anderson. «Prima lo fai, prima puoi voltare pagina. Ora falla finita
con questa...»
Ma Warner piega la testa. Si gira.
Punta la pistola verso suo padre.
Io resto senza fiato.
Anderson sembra annoiato, irritato, infastidito. Si passa impaziente una mano sul
volto prima di tirare fuori un'altra pistola, l'altra mia pistola, dalla tasca. Incredibile.
Padre e figlio che minacciano di uccidersi a vicenda.
«Punta la pistola nella giusta direzione, Aaron. È ridicolo».
Aaron.
Quasi mi metto a ridere nel bel mezzo di questa follia.
Il nome di Warner è Aaron.
«Non ho alcun interesse ad ucciderla» Warner Aaron dice a suo padre.
«Bene». Anderson punta la pistola di nuovo alla mia testa. «Lo farò io allora».
«Sparale» dice Warner «e ti pianto una pallottola nel cranio».
È un triangolo della morte. Warner che punta la pistola verso suo padre, suo padre
che punta la pistola verso di me. Sono l'unica senza un'arma e non so cosa fare.
Se mi muovo, morirò. Se non mi muovo, morirò.
Anderson sta sorridendo.
«Incantevole» dice. Ha un sorriso pigro e semplice, la sua presa sulla pistola che ha
in mano è ingannevolmente casuale. «Cosa c'è? Ti fa sentire coraggioso, figliolo?»
Una pausa. «Ti fa sentire forte?»
Warner non dice niente.
«Ti fa desiderare di poter essere un uomo migliore?» Una piccola risatina. «Ti ha
riempito la testa di sogni sul vostro futuro?» Una risata più forte.
«Hai perso la testa» dice «per una stupida bambina che è troppo codarda per
difendersi, anche se ha la canna di una pistola puntata dritta in faccia. Questa» dice,
puntando la pistola nella mia direzione con più decisione «è la sciocca ragazzina di
cui ti sei innamorato». Fa un respiro corto e pesante. «Non so perché sono sorpreso».
Un nuovo rigore nel suo respiro. Un nuovo rigore nella presa sulla pistola che ha in
mano. Questi sono gli unici segni che mostrano che le parole di suo padre hanno
anche solo minimamente toccato Warner.
«Quante volte» chiede Anderson «hai minacciato di uccidermi? Quante volte mi
sono svegliato e ti ho beccato, anche quando eri un bambino, mentre cercavi di
spararmi nel sonno?» Piega la testa. «Dieci volte? Forse quindici? Devo ammettere
che ho perso il conto». Guarda Warner. Sorride di nuovo. «E quante volte» dice con
voce molto più alta adesso «sei riuscito ad andare fino in fondo? Quante volte hai
avuto successo? Quante volte» dice «sei scoppiato in lacrime, scusandoti e
aggrappandoti a me come un demente...»
«Chiudi la bocca» dice Warner. La voce bassa, piatta, la sua figura ancora
terrificante.
«Sei un debole» sputa Anderson, disgustato. «Un patetico sentimentale. Non vuoi
uccidere tuo padre? Hai troppa paura che ti si spezzerà quel cuore infelice?»
Warner irrigidisce la mascella.
«Sparami» dice Anderson, gli occhi che danzano, illuminati dal divertimento. «Ho
detto sparami!» urla e questa volta prende Warner per il braccio ferito, mantenendo la
presa finché non ha le dita strette intorno alla ferita, torcendogli il braccio all’indietro
finché Warner non ansima per il dolore, sbattendo le palpebre troppo velocemente,
cercando disperatamente di reprimere l'urlo che gli sta montando dentro. La sua presa
sulla pistola che ha nella mano sana vacilla, solo un po'.
Anderson lascia andare suo figlio. Lo spinge così forte che Warner inciampa nel
tentativo di restare in equilibrio. Ha il volto bianco come un cencio. Dalla fasciatura
attorno al suo braccio sta perdendo sangue.
«Tante chiacchiere» dice Anderson scuotendo la testa. «Tante chiacchiere e mai
fatti. Tu sei la mia vergogna» dice a Warner, il viso contorto dalla repulsione. «Mi
disgusti».
Un rumore improvviso.
Anderson dà uno schiaffo in faccia a Warner così forte da farlo barcollare un
attimo, già instabile per tutto il sangue che sta perdendo. Ma non dice una parola.
Non emette suono.
Se ne sta lì a sopportare il dolore, sbattendo velocemente le palpebre con la
mascella rigida e fissando suo padre senza alcuna emozione sul volto; non c’è niente
ad indicare che ha appena ricevuto uno schiaffo a parte il segno di un rosso intenso
che gli copre guancia, la tempia e parte della fronte. Ma la fasciatura al braccio è fatta
più di sangue che di cotone adesso, e lui sembra stare troppo male per reggersi in
piedi.
Eppure non dice niente.
«Vuoi minacciarmi di nuovo?» Anderson respira affannosamente mentre parla.
«Pensi ancora di poter difendere la tua fidanzatina? Pensi che permetterò che la tua
stupida infatuazione rovini tutto quello che ho costruito? Tutto quello per cui ho
lavorato?» La pistola di Anderson non è più puntata su di me. Si dimentica di me
abbastanza a lungo da premere la canna della pistola contro la fronte di Warner,
ruotandola, dandogli una stoccata sulla pelle mentre parla. «Non ti ho insegnato
niente?» urla. «Non hai imparato niente da me...»
Non so come spiegare quello che succede dopo.
Tutto quello che so è che ho la mano intorno alla gola di Anderson e che l'ho
inchiodato al muro, sopraffatta da una rabbia cieca, bruciante e divorante al punto che
penso che il mio cervello ha già preso fuoco ed è diventato cenere.
Stringo un po' più forte.
Lui farfuglia. Ansima. Cerca di arrivare alle mie braccia, graffiandomi il corpo con
le mani inerti; diventa rosso, blu, viola e la cosa mi piace. Mi piace davvero, davvero
tanto.
Penso che sto sorridendo.
Porto la faccia a meno di un centimetro di distanza dal suo orecchio e sussurro:
«Metti giù la pistola».
Lo fa.
Lo lascio cadere e prendo la pistola allo stesso tempo.
Anderson rantola, tossisce sul pavimento, cerca di respirare, cerca di parlare, cerca
di trovare qualcosa per difendersi e il suo dolore mi diverte. Sto volando su una
nuvola di odio puro e assoluto per quest’uomo e per tutto ciò che ha fatto e voglio
sedermi e ridere fino a soffocare dalle lacrime in una sorta di felice silenzio. Capisco
tante cose ora. Tante cose.
«Juliette...»
«Warner» dico pianissimo, continuando a fissare il corpo di Anderson accasciato
sul pavimento davanti a me «devi lasciarmi sola, subito».
Soppeso la pistola in mano. Provo a mettere il dito sul grilletto. Cerco di ricordare
ciò che mi ha insegnato Kenji su come prendere la mira. Su come devo tenere le mani
e le braccia salde, su come devo essere pronta al contraccolpo – al rinculo – dello
sparo.
Piego la testa. Faccio l'inventario della parti del suo corpo.
«Tu» riesce finalmente ad ansimare Anderson «tu...»
Gli sparo ad una gamba.
Urla. Credo che stia urlando. Non riesco davvero a sentire più niente. Ho le
orecchie piene di cotone, come se qualcuno stesse cercando di parlarmi o forse
qualcuno mi sta gridando contro, ma è tutto ovattato e ho troppo su cui concentrarmi
adesso per prestare attenzione a tutte le cose fastidiose che stanno accadendo sullo
sfondo. Tutto quello di cui sono consapevole è il riverbero di quest’arma nella mia
mano. Tutto quello che sento è lo sparo che riecheggia nella mia mente. E decido che
mi piacerebbe rifarlo.
Gli sparo all'altra gamba.
Si alzano tantissime urla.
Mi diverto a vedere l'orrore nei suoi occhi. Il sangue sta rovinando il costoso
tessuto del suo vestito. Voglio dirgli che non è molto bello con la bocca aperta in quel
modo, ma poi penso che probabilmente non gli interesserebbe il mio parere. Sono
solo una ragazza sciocca per lui. Solo una sciocca ragazzina, una stupida bambina
con un bel viso e troppo codarda, ha detto, troppo codarda per difendersi. E, oh, se gli
piacerebbe tenermi. Oh, se gli piacerebbe tenermi come un piccolo animale
domestico. E realizzo che no, non dovrei disturbarmi di metterlo al corrente dei i miei
pensieri. Non ha senso sprecare parole con qualcuno che sta per morire
Miro al suo petto. Cerco di ricordare dove si trova il cuore.
Non proprio a sinistra. Non proprio al centro.
Proprio... lì.
Perfetto.
TRENTASETTE
Sono una ladra.
Ho rubato questo taccuino e questa penna a uno dei dottori, da uno dei suoi
camici quando non guardava, e li ho messi entrambi nei pantaloni. Questo poco
prima che lui ordinasse a quegli uomini di venirmi a prendere. Quelli con le strane
tute, i guanti spessi e le maschere antigas dalle aperture di plastica opache che gli
nascondevano gli occhi. Erano alieni, ricordo di aver pensato. Ricordo di aver
pensato che dovevano essere alieni, perché non potevano essere umani quelli che mi
hanno ammanettato le mani dietro la schiena, quelli che mi hanno legato al sedile.
Mi hanno attacco i Taser alla pelle, più e più volte, solo per sentirmi urlare, ma io
non l’ho fatto. Ho piagnucolato, ma non ho detto una parola. Sentivo le lacrime
scendermi lungo le guance, ma non stavo piangendo.
Penso di averli fatti arrabbiare.
Mi hanno svegliata schiaffeggiandomi anche se avevo gli occhi aperti quando siamo
arrivati. Qualcuno mi ha slegato senza togliermi le manette e mi ha tirato un calcio
su entrambe le rotule prima di ordinarmi di alzarmi. E io ci ho provato. Ci ho
provato ma non ci sono riuscita e, alla fine, 6 mani mi hanno spinto fuori dalla porta
e per un po’ il sangue che perdevo dal viso è finito sul cemento. Non riesco bene a
ricordare il momento in cui mi hanno trascinata dentro.
Sento sempre freddo.
Mi sento vuota, come se non ci fosse nulla dentro di me a parte questo cuore
spezzato, l'unico organo rimasto in questo guscio. Sento i gemiti riecheggiare dentro
di me, sento il battito rimbombare nel mio scheletro. La scienza dice che ho un cuore,
ma la società dice che sono un mostro. E lo so, certo che lo so. So quello che ho fatto.
Non chiedo indulgenza.
Ma a volte penso... a volte mi chiedo... se fossi un mostro, di sicuro me ne sarei
accorta a quest’ora, no?
Sarei arrabbiata, feroce e vendicativa. Proverei una rabbia cieca, sete di sangue e
il bisogno di vendicarmi.
Invece dentro di me sento un abisso così profondo, così buio che non riesco a
vedere al suo interno, non riesco a vedere cosa contiene. Non so cosa sono, né cosa
potrebbe accadermi.
Non so cosa potrei fare di nuovo.
TRENTOTTO
Un'esplosione.
Il suono del vetro che va in frantumi.
Qualcuno mi tira indietro proprio mentre premo il grilletto e il proiettile colpisce la
finestra dietro la testa di Anderson.
Mi girano dall’altro lato.
Kenji mi sta scuotendo, mi sta scuotendo così forte che sento la testa scattare
avanti e indietro, e sta urlando, mi sta dicendo che dobbiamo andare via, che devo
lasciare la pistola. Respira affannosamente e mi dice: «Devi andare via, ok? Juliette?
Mi capisci? Devi uscire adesso. Andrà tutto bene, tutto a posto, non ti succederà
niente, devi solo...»
«No, Kenji...» Cerco di fargli smettere di strattonarmi, cerco di tenere i piedi
piantati dove sono, perché lui non capisce. Deve capire. «Devo ucciderlo. Devo
assicurarmi che muoia» gli dico. «Basta che mi dai un altro secondo...»
«No» dice «non ancora, non adesso» e mi guarda come se fosse sul punto di
crollare, come se avesse visto qualcosa nel mio viso che sperava di non dover mai
vedere e dice: «Non possiamo. Non possiamo ancora ucciderlo. È troppo presto, va
bene?»
Ma non va bene e non capisco cosa sta succedendo, ma Kenji cerca la mia mano,
mi toglie la pistola dalle dita che non mi ero resa conto di aver stretto così forte
intorno all'impugnatura. E sbatto le palpebre. Mi sento confusa e delusa. Mi guardo le
mani. La mia tuta. E per un momento non riesco a capire da dove venga tutto questo
sangue.
Guardo Anderson.
Ha gli occhi riversati all’indietro. Kenji gli sta controllando il polso. Mi guarda,
dice: «Penso che sia svenuto». E il mio corpo inizia a tremare così violentemente che
riesco a malapena a stare in piedi.
Che cosa ho fatto.
Indietreggio, devo trovare un muro a cui aggrapparmi, qualcosa di solido a cui
tenermi e Kenji mi prende, con un braccio mi tiene saldamente e con l'altro mi culla
la testa e sento che vorrei piangere ma per qualche motivo non ci riesco. Non posso
fare altro che sopportare questi sussulti che scuotono il mio intero essere.
«Dobbiamo andare» mi dice Kenji, accarezzandomi i capelli in una dimostrazione
di affetto, cosa che so essere rara per lui. Chiudo gli occhi contro la sua spalla, voglio
trarre forza dal suo calore. «Ce la fai?» mi chiede. «Devi camminare con me, va bene?
Dovremo anche correre».
«Warner» ansimo, strappandomi dall'abbraccio di Kenji con occhi sbarrati.
«Dov'è...»
Ha perso conoscenza.
Un ammasso sul pavimento. Braccia legate dietro la schiena, una siringa vuota
gettata sul tappeto accanto a lui. «Mi sono occupato io di Warner» dice Kenji.
Improvvisamente tutto mi colpisce nello stesso momento. Tutte le ragioni per cui
siamo venuti qui, quello che stavamo cercando di fare, la realtà di quello che ho fatto
e che stavo per fare. «Kenji» ansimo. «Kenji, dov'è Adam? Cos'è successo? Dove
sono gli ostaggi? Stanno tutti bene?»
«Adam sta bene» mi rassicura. «Ci siamo intrufolati dalla porta sul retro e abbiamo
trovato Ian ed Emory». Guarda verso la zona cucina. «Sono ridotti piuttosto male, ma
Adam li sta portando fuori, sta cercando di farli svegliare».
«E gli altri? Brendan? E… e Winston?»
Kenji scuote la testa. «Non ne ho idea. Ma ho la sensazione che riusciremo a
riprenderceli».
«Come?»
Kenji fa un cenno verso Warner. «Prendiamo lui in ostaggio».
«Cosa?»
«È il meglio che possiamo fare» mi dice. «Un altro scambio. Uno vero, questa
volta. Inoltre, andrà tutto bene. Privalo delle sue armi e questo ragazzo prodigio
diventa innocuo». Cammina verso la figura immobile di Warner. Lo colpisce con la
punta dello stivale prima di tirarlo su, mettendoselo in spalla. Non posso fare a meno
di notare che il braccio ferito di Warner ora è completamente coperto di sangue.
«Andiamo» mi dice Kenji, senza scortesia, con gli occhi che mi valutano, come se
non fosse ancora sicuro che mi sia del tutto ripresa. «Usciamo da qui… c’è il
finimondo là fuori e non ci resta molto tempo prima che arrivino in questa strada...»
«Cosa?» sbatto le palpebre troppo velocemente. «Cosa vuoi dire...»
Kenji mi guarda, ha l'incredulità impressa nei lineamenti. «La guerra, principessa.
Stanno tutti combattendo fino alla morte là fuori...»
«Ma Anderson non ha dato il segnale... ha detto che stavano aspettando una sua
parola...»
«No» dice Kenji. «Non è stato Anderson a dare il segnale. È stato Castle».
Oh
Dio.
«Juliette!»
Adam entra in casa di corsa, si guarda intorno cercando il mio viso finché non
corro verso di lui e lui mi prende tra le braccia senza pensarci, senza ricordarsi che
non possiamo più farlo, che non stiamo più insieme, che non dovrebbe nemmeno
toccarmi. «Stai bene... stai bene...»
«ANDIAMO!» sbraita Kenji per l'ultima volta. «So che è un momento
emozionante o quel che è, ma dobbiamo muovere il culo e uscire da qui, dannazione.
Kent, giuro che...»
Ma Kenji si ferma.
Abbassa lo sguardo.
Adam è in ginocchio. Paura, dolore, orrore, rabbia e terrore sono incisi in ogni linea
del suo viso e io cerco di scuoterlo, cerco di farmi dire cosa non va e lui non riesce a
muoversi, è bloccato a terra, con lo sguardo incollato al corpo di Anderson, le mani
protese per toccargli i capelli perfetti fino a quasi un momento fa e lo sto implorando
di parlarmi, lo sto implorando di dirmi cosa è successo ed è come se il mondo gli
passasse attraverso gli occhi, come se non ci sarà più giustizia a questo mondo, niente
potrà di nuovo andare bene e lui socchiude labbra.
Prova a parlare.
«Mio padre» dice. «Quest'uomo è mio padre».
TRENTANOVE
«Merda».
Kenji chiude gli occhi come se non riuscisse a credere che stia succedendo tutto
questo. «Merda, merda, merda». Si sposta un po’ Warner sulle spalle, indeciso se
essere delicato oppure se comportarsi da soldato e dice: «Adam, amico, mi dispiace,
ma dobbiamo davvero andarcene da qui...»
Adam si alza, sbattendo le palpebre per ricacciare indietro quelli che posso solo
immaginare essere mille pensieri, ricordi, preoccupazioni, ipotesi, e dico il suo nome
ma è come se non riuscisse nemmeno a sentirmi. È confuso, disorientato, e mi chiedo
come possa essere suo padre quest’uomo, quando Adam mi ha detto che il suo è
morto.
Adesso non è il momento di parlarne.
Qualcosa esplode in lontananza, l'impatto fa tremare il suolo, le finestre, le porte
della casa e Adam sembra tornare di scatto alla realtà. Si lancia in avanti, mi afferra il
braccio e fuggiamo fuori dalla porta.
Kenji è davanti, in qualche modo riesce a correre, nonostante il peso del corpo
inerte di Warner che ha sulle spalle e ci grida di rimanergli vicino. Mi giro a destra e a
sinistra per analizzare il caos tutto intorno a noi. I suoni degli spari sono troppo,
troppo vicini.
«Dove sono Ian ed Emory?» chiedo ad Adam. «Li hai portati fuori?»
«C’erano due dei nostri che stavano combattendo non troppo lontano da qui e che
sono riusciti a prendere il controllo di un blindato… gli ho detto di riportarli al Punto
Omega» mi dice, urlando in modo che riesca a sentirlo. «È il mezzo di trasporto più
sicuro possibile».
Annuisco senza fiato mentre voliamo lungo le strade e cerco di concentrarmi sui
suoni che ci circondano, cerco di capire chi sta vincendo, cerco di capire se siamo
stati decimati. Giriamo l'angolo.
Chiunque avrebbe pensato ad un massacro.
50 dei nostri stanno combattendo contro 500 soldati di Anderson, che scaricano le
loro armi colpo dopo colpo, sparando a tutto quello che potrebbe essere un bersaglio.
Castle e gli altri mantengono la loro posizione, sono feriti e sanguinanti, ma stanno
contrattaccando meglio che possono. I nostri uomini e le nostre donne sono armati e
tempestano gli avversari per far fronte ai loro colpi; altri stanno combattendo
nell'unico modo in cui sanno combattere: un uomo tiene le mani a terra congelando il
terreno sotto i piedi dei soldati, così da fargli perdere l'equilibrio; un altro uomo
sfreccia tra i soldati ad una velocità tale da essere solo una macchia indistinta,
confondendo gli uomini, buttandoli a terra e rubandogli le armi. Alzo lo sguardo e
vedo una donna nascosta su un albero, intenta a lanciare quelli che devono essere
coltelli o frecce in una successione talmente rapida che i soldati non hanno nemmeno
il tempo di reagire prima di essere colpiti.
Poi c'è Castle in mezzo a tutti, con le mani tese sopra la testa a raccogliere un
turbinio di particelle, detriti, pezzi di acciaio sparsi e rami spezzati con nient'altro che
la coercizione delle dita. Gli altri hanno formato un muro umano intorno a lui per
proteggerlo mentre forma un ciclone di una grandezza tale che, persino io me ne
accorgo, fatica a mantenere sotto controllo.
Poi
lo lascia andare.
I soldati gridano, urlano, corrono via, si chinano per cercare riparo ma la maggior
parte sono troppo lenti per sfuggire alla portata di una tale distruzione e crollano,
trafitti da schegge di vetro, pietre, legno e pezzi di metallo rotti, ma so che questa
difesa non durerà a lungo.
Qualcuno deve dirlo a Castle.
Qualcuno deve dirgli di andarsene, di allontanarsi da qui, che Anderson è fuori
gioco, che abbiamo 2 dei nostri ostaggi e Warner al seguito. Deve riportare i nostri al
Punto Omega prima che i soldati si facciano furbi e qualcuno lanci una bomba grande
abbastanza da distruggere tutto. I nostri non reggeranno ancora per molto e questa è
l'occasione perfetta per portarli al sicuro.
Dico ad Adam e Kenji quello che penso.
«Ma come?» urla Kenji per sovrastare il caos. «Come facciamo ad arrivare a lui?
Se corriamo lì moriremo! Ci serve un diversivo...»
«Cosa?» urlo di rimando.
«Un diversivo!» grida lui. «Ci serve qualcosa per confondere i soldati mentre uno
di noi prende Castle e gli dà il via libera... non abbiamo molto tempo...»
Adam sta già cercando di tenermi, sta già cercando di fermarmi, mi sta già
pregando di non fare quello che pensa che farò e gli dico che va tutto bene. Gli dico
di non preoccuparsi. Gli dico di portare gli altri in salvo e gli prometto che me la
caverò, ma lui fa per raggiungermi, mi supplica con lo sguardo e sono tentata di
rimanere qui vicino a lui, ma mi libero. Finalmente so cosa devo fare; finalmente
sono pronta ad aiutare; finalmente sono un po' più sicura del fatto che questa volta
riuscirò a controllarmi e devo provarci.
Così faccio un passo indietro.
Chiudo gli occhi.
Libero l’energia.
Cado in ginocchio, premo i palmi delle mani contro il terreno e sento il potere
scorrere dentro di me, lo sento gelarmi il sangue, mischiarsi alla rabbia, alla passione,
al fuoco che ho dentro e penso ad ogni volta in cui i miei genitori mi hanno detto che
ero un mostro, un errore orribile e terrificante; penso a tutte le notti in cui ho pianto
fino ad addormentarmi; vedo le facce di tutte le persone che mi volevano morta ed è
come se nella mia mente si proiettassero continuamente delle immagini: uomini,
donne e bambini, manifestanti innocenti che corrono lungo le strade; vedo pistole e
bombe, fuoco e devastazione, tanta, tanta, tanta sofferenza e mi faccio forza. Fletto il
pugno. Tiro indietro il braccio e
mando in frantumi
ciò che resta di questa terra.
QUARANTA
Sono ancora qui.
Apro gli occhi e sono momentaneamente stranita, confusa, mi aspetto quasi di
vedermi morta, con qualche danno cerebrale o, almeno, di essere a terra con il corpo
straziato, ma la realtà che ho davanti si rifiuta di scomparire.
Il mondo sotto ai miei piedi trema, crepita, si agita, tuona di vita e il mio pugno è
ancora premuto nel terreno, ho paura di toglierlo da lì. Sono in ginocchio, guardo
entrambi gli schieramenti di questa battaglia e vedo i soldati rallentare. Vedo i loro
occhi guizzare da una parte all'altra. Li vedo scivolare, non riescono a mantenere
l'equilibrio, e il suono dei frantumi, dei lamenti, le inequivocabili crepe che ora si
stanno formando nel cemento non si possono ignorare ed è come se le fauci della vita
si stessero aprendo, digrignando i denti e risvegliandosi per testimoniare la nostra
sciagura.
Il terreno si guarda attorno, con la bocca spalancata per l'ingiustizia, la violenza, le
manovre calcolate per raggiungere il potere che non si fermano per niente e nessuno,
e che vengono saziate solo con il sangue dei deboli, con le urla dei riluttanti. È come
se la terra avesse pensato di dare un’occhiata a quello che abbiamo fatto per tutto
questo tempo ed è terrificante quanto sembra delusa.
Adam si mette a correre.
Si precipita attraverso una folla di persone che ansimano ancora in cerca d’aria e di
qualcosa che spieghi quel terremoto; abborda Castle, lo spinge a terra, grida qualcosa
agli uomini e alle donne e si abbassa per schivare un proiettile, rimette Castle in piedi
e i nostri compagni cominciano a correre.
I soldati sul lato opposto incespicano gli uni contro gli altri, inciampando su un
groviglio di corpi mentre cercano di superarsi a vicenda, e io mi chiedo quanto ancora
debba resistere, quanto ancora debba continuare affinché sia abbastanza e Kenji
grida: «Juliette!»
Mi giro appena in tempo per sentirlo dirmi di mollare la presa.
E così faccio.
Il vento, gli alberi e le foglie cadute tornano al loro posto in un attimo e, per un
momento, tutto si ferma e non riesco a ricordare cosa vuol dire vivere in un mondo
che non stia cadendo a pezzi.
Kenji mi tira su per il braccio e iniziamo a correre. Siamo gli ultimi del nostro
gruppo, lui mi chiede se sto bene e io mi domando come faccia a sopportare ancora il
peso di Warner sulla schiena. Penso che Kenji sia dannatamente più forte di quanto
non sembri, e penso di essere troppo dura con lui a volte, penso di non dargli
abbastanza merito. Solo ora comincio a rendermi conto che è una delle mie persone
preferite su questo pianeta e che sono felicissima che stia bene.
Sono felicissima che sia mio amico.
Mi aggrappo alla sua mano e lascio che mi porti verso un blindato abbandonato
dalla nostra parte della barricata, e improvvisamente mi rendo conto che non vedo
Adam, che non so dove sia andato, e urlo febbrilmente il suo nome fin quando non
sento le sue braccia intorno alla vita, le sue parole nell’orecchio; cerchiamo ancora di
rimanere al coperto mentre gli ultimi spari riecheggiano a distanza.
Ci arrampichiamo sul blindato.
Chiudiamo le porte.
Scompariamo.
QUARANTUNO
Ho la testa di Warner in grembo.
Il suo viso è disteso, calmo e tranquillo come non l'avevo mai visto prima, e sto
quasi per accarezzargli i capelli prima di ricordarmi di quanto la situazione sia
complicata.
Un assassino in grembo
Un assassino in grembo
Un assassino in grembo
Guardo alla mia destra.
La gambe di Warner sono distese sulle ginocchia di Adam, che sembra a disagio
quanto me.
«Portate pazienza, ragazzi» dice Kenji, continuando a guidare il blindato verso il
Punto Omega. «So che tutto questo è strano sotto mille prospettive diverse, ma non
ho avuto abbastanza tempo per pensare ad un piano migliore».
Guarda entrambi tutti e tre, ma nessuno dice nulla finché
«Sono davvero felice che stiate bene». Lo dico come se quelle 14 sillabe fossero
rimaste dentro di me troppo a lungo, come fossero state buttate fuori, e solo adesso
mi rendo conto di quanto fossi preoccupata che noi 3 non ne saremmo usciti vivi.
«Sono davvero, davvero felice che stiate bene».
Tutto intorno ci sono respiri profondi, solenni e regolari.
«Come ti senti?» mi chiede Adam. «Il tuo braccio... stai bene?»
«Sì». Fletto il polso e cerco di non sussultare. «Sto bene. Penso che questi guanti e
questa cosa di metallo siano serviti davvero». Muovo le dita. Esamino i guanti.
«Niente di rotto».
«Sei stata davvero grandiosa» mi dice Kenji. «Ci hai salvato tutti».
Scuoto la testa. «Kenji... per quello che è successo… in quella casa... mi dispiace
davvero, io...»
«Ehi, non dobbiamo per forza parlarne adesso».
«Di cosa state parlando?» chiede Adam attento. «Cos'è successo?»
«Niente» si affretta a dire Kenji.
Adam lo ignora. Mi guarda. «Cos'è successo? Stai bene?»
«Ho solo... s-solo...» faccio fatica a parlare. «Quello che è successo... col padre di
Warn...»
Kenji impreca ad alta voce.
La mia bocca si ferma a metà frase.
Arrossisco appena mi rendo conto di ciò che ho detto. Ricordo quello che ha detto
Adam poco prima che corressimo fuori da quella casa. All’improvviso è pallido,
stringe le labbra e guarda lontano, fuori dalla piccola finestra del blindato.
«Senti...» Kenji si schiarisce la gola. «Non dobbiamo parlarne per forza, ok? Anzi,
penso che preferirei non parlarne affatto. Questa storia è fin troppo strana perché
io...»
«Non so come sia possibile» sussurra Adam. Sbatte le palpebre e adesso guarda
davanti a sé, sbatte le palpebre, sbatte le palpebre, sbatte le palpebre e «continuo a
pensare che sia un sogno» dice. «Che questa cosa sia solo frutto di un'allucinazione.
Però...» si mette la testa fra le mani e ride aspramente. «Non potrei mai dimenticare
quel volto».
«Non hai... non hai mai incontrato il comandante supremo?» oso chiedergli. «Non
hai mai visto una sua foto...? Non avresti dovuto vederlo facendo parte
dell’esercito?»
Adam scuote la testa.
«Tutta la sua forza stava nell'essere, come dire, invisibile. Traeva piacere
dall’essere una forza nascosta» dice Kenji.
«Paura dell'ignoto?»
«Qualcosa del genere, esatto. Ho sentito che non voleva sue foto in giro – che non
faceva nemmeno discorsi in pubblico – perché pensava che se la gente avesse iniziato
ad associarlo ad un volto, questo l'avrebbe reso vulnerabile ai loro occhi. Umano. E
lui ha sempre tratto grande piacere nello spaventare tutti a morte. Nell’essere la forza
finale. La minaccia finale. Cioè… come si può combattere qualcosa senza neanche
vederla? Senza nemmeno trovarla?»
«Ecco perché era un grande problema per lui essere qui» realizzo ad alta voce.
«Più o meno».
«Ma tu pensavi che tuo padre fosse morto» dico ad Adam. «Pensavo avessi detto
così».
«Tanto perché lo sappiate» interviene Kenji. «Io voto ancora per l'opzione non
dobbiamo per forza parlarne. Tanto perché lo sappiate. Dico così per dire».
«Lo pensavo» dice Adam continuando a non guardarmi. «È quello che mi hanno
detto».
«Chi?» chiede Kenji. Si tradisce da solo. Fa una smorfia. «Merda. Va bene. Va
bene. Sono curioso».
Adam si stringe nelle spalle. «Ora tutto torna. Tutte le cose che non capivo. Perché
la mia vita con James è stata così complicata. Dopo la morte di mia madre, mio padre
non c'era mai, a meno che non volesse ubriacarsi e fare a botte con qualcuno. Credo
che vivesse una vita completamente diversa da un’altra parte. Ecco perché lasciava
me e James sempre da soli».
«Ma non ha senso» dice Kenji. «Voglio dire, non il fatto che tuo padre sia una testa
di cazzo, ma proprio tutta questa cosa in generale. Perché se tu e Warner siete fratelli,
e tu hai diciotto anni e Warner diciannove e Anderson è sempre stato sposato con la
madre di Warner...»
«I miei genitori non si sono mai sposati» dice Adam, sgranando gli occhi mentre
pronuncia l'ultima parola.
«Sei il frutto del loro amore?» dice Kenji disgustato. «Cioè, senza offesa, però non
riesco a pensare che Anderson abbia avuto una specie di relazione passionale. È
nauseante».
Adam sembra congelato. «Cazzo» sussurra.
«Ma perché avere una relazione amorosa?» chiede Kenji. «Non ho mai capito
queste stronzate. Se non sei felice, vattene. Non tradire. Non ci vuole un genio per
capire che non si fa così, cazzo. Voglio dire» esita. «Suppongo che fosse una
relazione amorosa» dice Kenji, ancora alla guida e senza poter guardare l’espressione
di Adam. «Magari non era una relazione amorosa. Magari quel tipo era solo un
cialtrone...» si ferma facendo una smorfia. «Merda. Ecco perché non parlo con le
persone dei loro problemi personali».
«Lo era» dice Adam, respirando appena. «Non so perché non l’abbia sposata, ma
so che amava mia madre. Non gli è mai importato niente di me e mio fratello» dice.
«Solo di lei. Era sempre lei. Tutto quello che faceva lo faceva per lei. Le poche volte
al mese in cui veniva a casa, io dovevo sempre rimanere nella mia stanza. Dovevo
starmene zitto. Dovevo bussare alla mia porta e chiedere il permesso di uscire, anche
solo per usare il bagno. E si incazzava sempre quando mia mamma mi lasciava
uscire. Non voleva vedermi se non era strettamente necessario. Mia madre doveva
darmi di nascosto la cena per non farlo arrabbiare e sentirsi dire che mi dava troppo
da mangiare senza tenere nulla per sé» dice. Scuote la testa. «Ed è peggiorato quando
è nato James».
Adam sbatte le palpebre, come se stesse diventando cieco.
«E poi, quando è morta» dice, prendendo un respiro profondo. «Quando è morta
non ha fatto altro che incolparmi della sua morte. Mi diceva sempre che era colpa mia
se si era ammalata, ed era colpa mia se era morta. Che io avevo bisogno di troppe
cose, che lei non mangiava abbastanza, che era diventata troppo debole perché era
troppo impegnata ad occuparsi di noi, a sfamarci, a darci... tutto. A me e James».
Corruga le sopracciglia. «E io gli ho creduto per molto tempo. Ho pensato che fosse
per quello che se n'era andato. Ho pensato che fosse una specie di punizione. Pensavo
di meritarmelo».
Sono troppo sconvolta per parlare.
«E poi... cioè, non c'è mai stato mentre crescevo» dice Adam. «E ha sempre fatto lo
stronzo. Ma dopo la sua morte... ha perso la testa. Veniva da noi solo per ubriacarsi.
Mi costringeva a stargli di fronte, in modo che potesse lanciarmi addosso le bottiglie
vuote. E se mi muovevo… se mi muovevo...»
Deglutisce con forza.
«Non faceva altro» dice Adam, con voce più tranquilla ora. «Veniva da noi. Si
ubriacava. Mi pestava a sangue. Avevo quattordici anni quando smise di farsi
vedere». Adam si fissa le mani con i palmi rivolti verso l'alto. «Ci mandava dei soldi
ogni mese per andare avanti e poi...» fece una pausa. «Due anni dopo ricevetti una
lettera da parte del nostro nuovo governo in cui dicevano che mio padre era morto.
Ho pensato che avesse fatto qualche stupidata da ubriaco fradicio. Che fosse stato
investito da una macchina. Che fosse caduto in mare. Qualcosa del genere. Non
aveva importanza. Ero felice che fosse morto, ma dovetti abbandonare la scuola. Mi
sono arruolato perché non avevamo più soldi, dovevo prendermi cura di James e
quello era l'unico lavoro disponibile».
Adam scuote la testa. «Non ci ha lasciato nulla, neanche un centesimo, nemmeno
un pezzo di carne per vivere e ora sono seduto in questo blindato, in fuga da una
guerra mondiale che mio padre ha aiutato ad orchestrare» ride aspramente, senza
allegria. «E l’unica altra persona senza valore sulla faccia di questo pianeta è priva di
conoscenza sulle mie ginocchia». Adam ora ride di gusto, incredulo, con le mani tra i
capelli, li tira tenendosi il cranio. «Ed è mio fratello. La mia carne e il mio sangue».
«Mio padre aveva un’altra vita di cui non sapevo nulla e, invece di essere morto
come dovrebbe, mi ha dato un fratello che mi ha quasi torturato a morte in un
mattatoio…». Si passa una mano tremante per tutta la lunghezza del viso.
All’improvviso scoppia, si lascia andare, perde il controllo, gli tremano le mani e
deve stringerle a pugno, se li preme contro la fronte e dice:
«Deve morire».
E io non respiro nemmeno un po’, per niente, quando dice:
«Mio padre. Devo ucciderlo».
QUARANTADUE

Ti dirò un segreto.
Non mi pento per ciò che ho fatto. Non mi dispiace affatto.
Anzi, se avessi la possibilità di rifarlo, so che questa volta lo farei come si deve.
Sparerei ad Anderson dritto al cuore.
E mi piacerebbe.
QUARANTATRE
Non so neppure da dove iniziare.
Il dolore di Adam è come una manciata di paglia ficcata in gola. L’unico genitore
che ha è un padre che lo picchiava, che abusava di lui, che lo ha abbandonato solo per
andare a distruggere il resto del mondo e gli ha lasciato un fratello nuovo di zecca che
è il suo opposto in tutto e per tutto.
Warner, il cui nome non è più un mistero; Adam, il cui cognome non è davvero
Kent.
Adam mi ha detto che Kent è il suo secondo nome. Ha detto che non voleva avere
niente a che fare con suo padre e che non aveva mai detto a nessuno il suo vero
cognome. Almeno questa è una cosa che ha in comune con suo fratello.
Questo e il fatto che entrambi hanno un qualche tipo di immunità al mio tocco.
Adam ed Aaron Anderson.
Fratelli.
Sono seduta nella mia stanza, seduta all'ombra, e mi sforzo di associare Adam a
suo fratello, che in realtà non è nient’altro che un ragazzo, un bambino che odia suo
padre e, di conseguenza, un bambino che ha preso una serie di decisioni molto
infelici nella vita. 2 fratelli. 2 modi di scegliere molto diversi.
2 vite molto diverse.
Castle è venuto da me questa mattina – ora che tutti i feriti sono stati sistemati
nell'ala medica e che gli squilibri sono stati smorzati – è venuto da me e mi ha detto:
«Signorina Ferrars, è stata molto coraggiosa ieri. Volevo offrirle la mia gratitudine e
ringraziarla per quello che ha fatto… per averci mostrato il suo supporto. Non so se
saremmo usciti vivi da lì senza di lei».
Io ho sorriso, cercando di mandare giù il complimento e immaginando che avesse
finito, ma poi lui ha detto: «Anzi, sono così colpito che vorrei offrirle il suo primo
incarico ufficiale al Punto Omega».
Il mio primo incarico ufficiale.
«È interessata?» mi ha chiesto.
Io ho gli detto che sì, sì, sì, certo che ero interessata, nettamente interessata, ero
davvero molto, molto interessata ad avere finalmente qualcosa da fare – qualcosa da
realizzare – e lui mi ha sorriso dicendo: «Sono molto felice di sentirglielo dire.
Perché non riesco a pensare a qualcuno di più adatto di lei per questo incarico».
Ho fatto un sorriso raggiante.
Il sole, la luna e le stelle mi hanno chiamata per dirmi: «Smettila di sorridere così,
per favore, perché facciamo fatica a vedere» e io non li ho ascoltati, ho continuato a
sorridere. E poi ho chiesto a Castle i dettagli del mio incarico ufficiale. Quello che mi
calzava a pennello.
«Vorrei che lei si occupasse di intrattenere rapporti con il nostro nuovo visitatore e
interrogarlo».
E ho smesso di sorridere.
Ho fissato Castle.
«Io naturalmente sorveglierò l'intero processo» ha continuato Castle «quindi si
senta libera di venire da me a esprimere domande e preoccupazioni. Ma dobbiamo
approfittare dalla sua presenza qui e questo significa che dobbiamo provare a farlo
parlare». Castle è rimasto un attimo in silenzio. «Lui... sembra avere una sorta di
strano attaccamento a lei, signorina Ferrars, e – mi perdoni – ma penso che ci
converrebbe sfruttarlo. Penso che non possiamo permetterci il lusso di trascurare
nessun possibile vantaggio a nostra disposizione. Qualsiasi cosa sa dirci riguardo ai
piani di suo padre, o su dove potrebbero essere i nostri ostaggi, sarà preziosa per noi.
E non abbiamo molto tempo» dice lui. «Temo che dovrà iniziare subito».
E ho chiesto al mondo di aprirsi. Ho detto: mondo, apriti, per favore, perché vorrei
tanto cadere in un fiume di magma e morire, solo per un po', ma il mondo non mi ha
ascoltato, perché Castle ha continuato a parlare e ha detto: «Forse può farlo ragionare
in qualche modo? Dirgli che non ci interessa fargli del male? Convincerlo ad aiutarci
a riprenderci i nostri ostaggi?»
Io ho chiesto convinta: «Oh, è in una specie cella di contenimento? Dietro le sbarre
o qualcosa del genere?»
Ma Castle ha riso, divertito dalla mia ilarità improvvisa e inaspettata e ha detto:
«Non sia sciocca, signorina Ferrars. Non abbiamo niente del genere qui. Non ho mai
pensato che avessimo bisogno di tenere qualcuno prigioniero al Punto Omega. Ma sì,
è nella sua stanza, e sì, la porta è chiusa a chiave».
«Vuole che entri nella sua stanza?» ho chiesto. «Che stia con lui? Da sola?»
Calma! Certo che ero calma. Ero assolutamente tutto l'opposto della calma.
Ma poi Castle ha aggrottato la fronte preoccupato. «È un problema?» mi ha
chiesto. «Ho pensato che dato che non può toccarla... ho pensato che lei non si
sentisse minacciata da lui come gli altri. È informato delle sue abilità, vero?
Immagino che sarà abbastanza saggio da starle lontano, per il suo bene».
Ed era divertente, perché eccola: una tinozza di ghiaccio rovesciatami sulla testa,
che gocciolava, filtrava e mi penetrava nelle ossa. E in realtà no, non era affatto
divertente, perché ho dovuto dire: «Sì, giusto. Sì, certo. Me n’ero quasi dimenticata.
Certo che non può toccarmi». Ha proprio ragione, signor Castle, signore, cosa
diavolo mi è passato per la mente.
Castle era sollevato, davvero sollevato, come se avesse fatto un tuffo in una pozza
d’acqua calda, che era sicuro di trovare ghiacciata.
E adesso sono qui, nella stessa identica posizione in cui ero 2 ore fa e sto iniziando
a chiedermi
per quanto ancora
potrò tenere questo segreto per me.
QUARANTAQUATTRO
La porta è questa.
Questa qui, proprio davanti a me, qui dietro c'è Warner. Non ci sono finestre e non
c'è modo di vedere all'interno della stanza, e inizio a pensare che questa situazione sia
l'esatto contrario di eccellente.
Sì.
Sto per entrare nella sua stanza completamente disarmata, perché le mie pistole
sono da qualche parte in armeria e io sono letale, perciò a cosa mi serve una pistola?
Nessuno sano di mente oserebbe toccarmi, nessuno a parte Warner, ovviamente, che
con il suo folle tentativo di impedirmi di scappare dalla finestra, ha scoperto di
potermi toccare senza farsi del male.
E io non ne ho fatto parola con nessuno.
Pensavo davvero di essermelo immaginato, almeno fino a quando Warner non mi
ha baciata e mi ha detto che mi amava; in quel momento ho capito che non potevo più
fingere che non fosse vero. Ma sono passate solo 4 settimane da quel giorno e non
sapevo come tirare fuori l’argomento. Ho pensato che forse non ce ne sarebbe stato
bisogno. Davvero, volevo disperatamente non farlo.
E ora il pensiero di dirlo a qualcuno, di fare sapere ad Adam che, fra tutte, la
persona che odia di più al mondo – seconda soltanto a suo padre – è l’unica che può
toccarmi, che Warner mi ha già toccato, che le sue mani hanno conosciuto la forma
del mio corpo e le sue labbra hanno scoperto il sapore della mia bocca, non importa
se io non lo volevo… non posso farlo e basta.
Non adesso. Non dopo tutto quello che abbiamo passato.
Quindi è tutta colpa mia se siamo in questa situazione. E ora devo farci i conti.

Mi faccio forza e faccio un passo avanti.


Ci sono 2 uomini che non ho mai visto prima di guardia davanti alla porta di
Warner. Non che servano a molto, ma mi tranquillizzo un po'. Faccio un cenno di
saluto alle guardie, e loro mi accolgono con talmente tanto entusiasmo che penso mi
abbiamo scambiata per qualcun altro.
«Grazie mille per essere venuta» mi dice una di loro, coi lunghi capelli biondi
arruffati che gli cadono davanti agli occhi. «Da quando si è svegliato è
completamente impazzito. Non ha fatto che lanciare oggetti per terra e cercare di
distruggere le pareti… ha continuato a minacciare di ucciderci tutti. Dice che lei è
l'unica con cui vuole parlare e si è calmato solo quando gli abbiamo detto che stava
arrivando».
«Abbiamo dovuto togliere tutti i mobili» aggiunge l'altra guardia, con gli occhi
sgranati e increduli. «Stava rompendo tutto. Non ha voluto nemmeno mangiare il
cibo che gli abbiamo dato».
Il contrario di eccellente.
Il contrario di eccellente.
Il contrario di eccellente.
Riesco a fare un piccolo sorriso e gli dico che vedrò cosa posso fare per calmarlo.
Loro annuiscono, desiderosi di credere che io sia in grado di fare qualcosa che so di
non poter fare, e aprono la porta. «Quando vuole uscire, basta che bussi» mi dicono.
«Ci chiami e apriremo la porta».
Annuisco dicendo sì, certo, sicuro, e cerco di ignorare il fatto che sono più agitata
ora di quando ho incontrato suo padre. Stare in una stanza da sola con Warner, da sola
con lui senza nemmeno sapere cosa potrebbe fare o cosa è capace di fare… e sono
davvero confusa, perché non so nemmeno più chi è.
È 100 persone diverse.
È la persona che mi ha costretta a torturare un bambino contro la mia volontà. È il
bambino tanto terrorizzato e psicologicamente tormentato da aver cercato di uccidere
il padre nel sonno. È il ragazzo che ha sparato in fronte ad un soldato; il ragazzo che è
stato addestrato ad essere un freddo assassino senza cuore da un uomo di cui pensava
di potersi fidare. Vedo Warner da bambino alla disperata ricerca dell'approvazione del
padre. Lo vedo da leader dell'intero settore, desideroso di conquistarmi, di usarmi. Lo
vedo dar da mangiare ad un cane randagio. Lo vedo torturare Adam quasi a morte. E
poi lo sento dirmi che mi ama, lo sento baciarmi con una passione e una disperazione
tanto inaspettate che non so a cosa sto andando incontro.
Non so chi sarà stavolta. Quale parte di sé mi mostrerà oggi.
Ma poi penso che questa volta sarà diverso. Perché si trova nel mio territorio
adesso, e posso sempre chiamare aiuto se qualcosa va storto.
Non mi farà del male.
Spero.
QUARANTACINQUE
Entro.
La porta si chiude dietro di me, ma il Warner che trovo in questa stanza non lo
riconosco affatto. È seduto sul pavimento con la schiena contro il muro e le gambe
distese davanti a lui incrociate all'altezza delle caviglie. Indossa solo dei calzini, una
semplice maglietta bianca e un paio di pantaloni neri. La giacca, le scarpe e la
camicia sono tutti sparsi per terra. Il suo corpo è tonico e muscoloso, contenuto a
stento dalla canottiera; i suoi capelli biondi sono un disastro, spettinati probabilmente
per la prima volta nella sua vita.
Ma non mi sta guardando. Non alza nemmeno lo sguardo quando faccio un passo
avanti. Non batte ciglio.
Ho dimenticato di nuovo come si respira.
Poi
«Hai idea» dice tranquillamente «di quante volte abbia letto questo?»
Alza la mano, ma non il viso, e tiene sollevato un piccolo rettangolo scolorito fra
due dita.
E mi chiedo come sia possibile essere colpiti allo stomaco da così tanti pugni
contemporaneamente.
Il mio diario.
Ha in mano il mio diario.
Ovviamente.
Non posso credere di essermene dimenticata. È stata l'ultima persona a toccare il
mio diario; l'ultima persona a vederlo. Me lo ha preso alla base, quando ha scoperto
che lo nascondevo nella tasca interna del mio vestito. Poco prima della fuga, poco
prima che io e Adam saltassimo fuori dalla finestra e fuggissimo. Poco prima che
Warner si rendesse conto di potermi toccare.
E ora, sapere che ha letto i miei pensieri più dolorosi, le mie confessioni più
tormentate – le cose che ho scritto nel più completo isolamento, certa che sarei morta
in quella cella, certa che nessuno avrebbe mai letto le cose che avevo scritto – sapere
che ha letto questi sussurri disperati dei recessi della mia mente...
Mi sento assolutamente e insopportabilmente messa a nudo.
Pietrificata.
Così vulnerabile.
Apre il diario su una pagina a caso. Esamina con gli occhi tutta la pagina e poi si
ferma. Finalmente alza lo sguardo, ha gli occhi più nitidi, luminosi e di una tonalità di
verde più bella che mai e il mio cuore batte talmente veloce che non lo sento
nemmeno più.
Poi comincia a leggere.
«No…» ansimo, ma è troppo tardi.
«Ogni giorno me ne sto seduta qui» dice. «Finora sono rimasta seduta qui 175
giorni. Alcuni giorni mi alzo, mi stiracchio e sento le ossa rigide, le articolazioni
scricchiolare, il mio spirito calpestato racchiuso in uno spazio angusto all'interno del
mio essere. Giro le spalle, sbatto le palpebre, conto i secondi strisciare sulle pareti, i
minuti correre come brividi sotto la mia pelle, i respiri che devo ricordarmi di
prendere. Delle volte apro la bocca, solo un po'; passo la lingua sui denti, sui bordi
delle labbra e giro per questo piccolo spazio, percorro con le dita le crepe nel
cemento e mi chiedo, mi chiedo cosa proverei a parlare ad alta voce ed essere
ascoltata. Trattengo il respiro, ascolto attentamente in attesa di qualunque cosa,
qualsiasi segno di vita, e mi stupisco della bellezza, dell'impossibilità di aver la
possibilità di sentir respirare un'altra persona accanto a me».
Si preme il pugno contro la bocca solo un attimo prima di continuare.
«Mi fermo. Resto immobile. Chiudo gli occhi e cerco di ricordare il mondo al di là
di queste mura. Mi chiedo come sarebbe sapere che non sto sognando, che questa
esistenza isolata non è imprigionata nella mia mente».
«E me lo chiedo» dice, recitando le parole a memoria adesso, con la testa
appoggiata contro il muro e gli occhi chiusi mentre sussurra: «sì, me lo chiedo, ci
penso sempre. A come sarebbe uccidermi. Perché sinceramente non lo so mai, ancora
non so qual è la differenza, non sono mai sicura se sono viva o meno. Così me ne sto
seduta qui. Me ne sto seduta qui ogni giorno».
Sono inchiodata a terra, congelata nella mia stessa pelle, incapace di muovermi
avanti o indietro per paura di svegliarmi e capire che è tutto vero. Sento che potrei
morire per la vergogna, per questa invasione della mia privacy, e voglio correre e
correre e correre e correre e correre e correre.
«Corri, mi sono detta». Warner ha ripreso il mio diario.
«Per favore» lo imploro. «Per favore, f... fermati...»
Lui alza lo sguardo, mi guarda come se mi vedesse davvero, come se mi vedesse
dentro, come lui vuole che io guardi lui dentro e poi abbassa lo sguardo, si schiarisce
la gola e ricomincia a leggere il mio diario.
«Corri, mi sono detta. Corri finché non ti collassano i polmoni, finché il vento non
frusterà i tuoi vestiti laceri, finché non sarai altro che una macchia indistinta sullo
sfondo».
«Corri, Juliette, corri più veloce, corri finché non ti si rompono le ossa, finché gli
stinchi non ti si spezzano, finché i muscoli non ti si atrofizzano e il cuore non ti cede,
perché è sempre troppo grande per starti nel petto e batte troppo velocemente per
troppo tempo, e corri».
«Corri, corri, corri, finché non ti senti più i piedi. Corri finché non abbassano i
pugni e le loro grida non si dissolvono nell'aria. Corri con gli occhi aperti e la bocca
chiusa, e argina il fiume impetuoso che hai dietro gli occhi. Corri, Juliette».
«Corri fino a quando non sarai morta».
«Assicurati che il tuo cuore smetta di battere prima che ti raggiungano. Prima che
ti tocchino».
«Corri, ho detto».
Devo stringere i pugni fino a farmi male, tutto pur di allontanare questi ricordi.
Non voglio ricordare. Non voglio pensare mai più a queste cose. Non voglio pensare
a quello che ho scritto su quelle pagine, a quello che adesso Warner sa di me, a cosa
deve pensare adesso di me. Posso solo immaginare quanto gli sembri patetica, sola e
disperata. Non so perché mi importi.
«Sai» dice, chiudendo la copertina e poggiandoci una mano sopra. Proteggendolo.
Fissandolo. «Non sono riuscito a dormire per giorni dopo aver letto quella parte.
Volevo sapere chi erano le persone che ti inseguivano per strada, le persone da cui
stavi scappando. Volevo trovarle» dice pianissimo. «E volevo strappargli gli arti, uno
per uno. Volevo ucciderle in modi che ti farebbero inorridire».
Sto tremando ora e sussurro: «Per favore, per favore, ridammelo».
Lui si tocca le labbra con la punta delle dita. Piega la testa all’indietro, solo un po'.
Fa uno strano sorriso, infelice. Dice: «Devo dirti quanto mi dispiace. Di averti...»
deglutisce «di averti baciata in quel modo. Confesso che non sapevo che mi avresti
sparato per quello».
E mi rendo conto di una cosa. «Il tuo braccio» faccio un sospiro di stupore. Non ha
nessuna benda. Si muove senza difficoltà. Non vedo lividi, gonfiore né cicatrici.
Il suo sorriso è debole. «Sì» dice. «Era guarito quando mi sono svegliato in questa
stanza».
Sonya e Sara. Lo hanno aiutato. Mi chiedo perché fargli una tale gentilezza. Mi
sforzo di fare un passo indietro. «Per favore» gli dico. «Il mio diario...»
«Ti giuro» dice «che non ti avrei mai baciata, se non avessi pensato che lo
volessi».
E io sono così scioccata che per un attimo mi dimentico del mio diario. Incontro il
suo sguardo carico. Riesco a mantenere salda la voce. «Ti ho detto che ti odiavo».
«Sì» dice lui. Annuisce. «Beh, ti sorprenderebbe sapere quante persone me lo
dicono».
«Non credo».
Contrae le labbra. «Hai cercato di uccidermi».
«Questo ti diverte».
«Oh, sì» dice e il suo sorriso diventa più ampio. «Lo trovo affascinante». Una
pausa. «Vuoi sapere perché?»
Lo fisso.
«Perché non hai fatto altro che dirmi» spiega «che non volevi far del male a
nessuno. Che non volevi uccidere la gente».
«Non voglio, infatti».
«Tranne me?»
Sono a corto di lettere, al verde di parole. Qualcuno mi ha rubato tutto il
vocabolario.
«Ti è stato davvero facile decidere di farlo» dice. «Davvero facile. Avevi una
pistola. Volevi scappare. Hai premuto il grilletto. Ed ecco fatto».
Ha ragione.
Continuo a ripetermi che non voglio uccidere la gente, ma in qualche modo riesco
a trovare una giustificazione, un motivo razionale quando voglio farlo.
Warner. Castle. Anderson.
Volevo uccidere ognuno di loro. E lo avrei fatto.
Cosa mi sta succedendo.
Ho sbagliato di grosso a venire qui. Ad accettare questo incarico. Perché non posso
restare da sola con Warner. Non così. Stare sola con lui mi sta facendo male allo
stomaco in un modo che non voglio capire.
Devo andarmene.
«Non andartene» sussurra con gli occhi puntati di nuovo sul mio diario. «Per
favore» dice. «Siediti con me. Rimani qui con me. Voglio solo vederti. Non c’è
bisogno che tu dica nulla».
Una folle parte confusa del mio cervello vorrebbe sedersi di fianco a lui e vorrebbe
sentire cos'ha da dire, ma poi penso ad Adam e a quello che penserebbe, a quello che
direbbe se fosse qui e vedesse che vorrei passare del tempo con la stessa persona che
gli ha sparato alla gamba, che gli ha rotto le costole e lo ha appeso su un nastro
trasportatore in un mattatoio abbandonato, lasciandolo dissanguare a morte, un
minuto alla volta.
Devo essere pazza.
Eppure, non mi muovo.
Warner si rilassa contro il muro. «Vuoi che ti legga qualcosa?»
Scuoto la testa più e più volte sussurrando: «Perché mi stai facendo questo?»
E sembra sul punto di rispondermi, ma poi cambia idea. Distoglie lo sguardo. Alza
gli occhi al soffitto e sorride, appena appena. «Sai» dice. «Dal primo giorno che ti ho
incontrata ho capito che c'era qualcosa di diverso in te. Qualcosa di dolce nei tuoi
occhi. Qualcosa di genuino. Come se non avessi ancora imparato a nascondere al
mondo il tuo cuore». Annuisce tra sé e sé per qualcosa che non riesco ad immaginare.
«Trovare questo» dice con voce morbida mentre dà dei colpetti sulla copertina del
mio diario «è stato...» aggrotta le sopracciglia «è stato straordinariamente doloroso».
Alla fine mi guarda e sembra una persona completamente diversa. Come se stesse
cercando di risolvere un'equazione tremendamente difficile. «È stato come conoscere
un amico per la prima volta».
Perché mi tremano le mani.
Prende un respiro profondo. Guarda il pavimento. Sussurra: «Sono stanchissimo,
tesoro. Sono davvero molto, molto stanco».
Perché il mio cuore non la smette di galoppare.
«Quanto tempo» dice dopo un attimo «mi resta prima che mi uccidano?»
«Ucciderti?»
Lui mi fissa.
La sorpresa mi spinge a parlare. «Non ti uccideremo» gli dico. «Non abbiamo
alcuna intenzione di farti del male. Vogliamo solo usarti per riprenderci i nostri
uomini. Ti stiamo tenendo in ostaggio».
Warner sgrana gli occhi e irrigidisce le spalle. «Cosa?»
«Non abbiamo motivo di ucciderti» gli spiego. «Dobbiamo soltanto scambiare la
tua vita...»
Warner ride di gusto, fragorosamente. Scuote la testa. Mi sorride come lo avevo
già visto fare una volta soltanto, guardandomi come se fossi la cosa più dolce che
abbia mai deciso di mangiare.
Quelle fossette.
«Cara, dolce, bellissima ragazza» dice. «La tua squadra ha di gran lunga
sopravvalutato l’affetto che mio padre nutre per me. Mi spiace dovertelo dire, ma
tenermi qui non vi darà il vantaggio che speravate di ottenere. Dubito persino che mio
padre abbia notato la mia assenza. Quindi vorrei cortesemente chiedervi di uccidermi
o di lasciarmi andare. Ma vi prego di non farmi perdere tempo a starmene rinchiuso
qui».
Controllo le tasche in cerca di parole di scorta, di frasi, ma non trovo niente,
nessun avverbio, nessuna preposizione e nessun participio, perché non esiste una
risposta a una richiesta così stravagante.
Warner mi sta ancora sorridendo, le spalle che gli tremano in un muto
divertimento.
«Ma questa non è una valida argomentazione» gli dico. «A nessuno piace essere
tenuto in ostaggio...»
Respira con difficoltà. Si passa una mano fra i capelli. Si stringe nelle spalle. «I
tuoi compagni stanno perdendo tempo» dice. «Il mio rapimento non potrà mai andare
a vostro vantaggio. Questo» dice «te lo posso assicurare».
QUARANTASEI
Ora di pranzo.
Io e Kenji siamo seduti da un lato del tavolo, Adam e James dall'altro.
Siamo seduti qui da mezz'ora a riflettere sulla mia conversazione con Warner. Ho
opportunamente tralasciato la parte sul mio diario, però sto iniziando a chiedermi se
avrei dovuto parlarne. Sto anche iniziando a chiedermi se sia meglio confessare il
fatto che Warner può toccarmi. Ma ogni volta che guardo Adam non ci riesco. Non so
neanche perché Warner può toccarmi. Forse Warner è il colpo di fortuna che pensavo
fosse Adam. Forse è tutto una specie di scherzo che il cosmo ha ordito a mie spese.
Non so ancora cosa fare.
Ma, in qualche modo, gli altri dettagli della mia conversazione con Warner mi
sembrano troppo personali, troppo imbarazzanti da raccontare. Per esempio, non
voglio che nessuno sappia che Warner mi ha detto che mi ama. Non voglio che
nessuno sappia che ha il mio diario e che l'ha letto. Adam è l’unico, insieme a Warner,
a sapere della sua esistenza e lui, almeno, è stato così gentile da rispettare la mia
privacy. È stato lui a salvare il mio diario dal manicomio, a riportarmelo. Ma ha detto
che non ha letto le cose che ho scritto. Ha detto che sapeva che doveva trattarsi di
pensieri molto intimi e che non voleva essere invadente.
Warner, d’altro canto, ha frugato nella mia mente.
Adesso, quando sono con lui, mi sento molto più apprensiva. Il solo pensiero di
stargli vicino mi fa sentire in ansia, agitata, vulnerabile. Odio il fatto che conosca i
miei segreti. I miei pensieri segreti.
Non dovrebbe essere lui a sapere tutto di me.
Dovrebbe essere lui. Il ragazzo seduto proprio di fronte a me. Il ragazzo con gli
occhi azzurro scuro, i capelli castano scuro e le mani che hanno toccato il mio cuore,
il mio corpo.
E in questo momento non sembra stare bene.
Adam ha la testa china, le sopracciglia tirate e le mani strette sul tavolo. Non ha
toccato cibo e non ha detto una parola da quando ho riassunto il mio incontro con
Warner. Kenji è altrettanto silenzioso. Tutti sono diventati più seri in seguito alla
recente battaglia; abbiamo perso diverse persone del punto Omega.
Prendo un respiro profondo e ci riprovo.
«Allora, cosa ne pensate?» gli chiedo. «Di quello che ha detto su Anderson». Sto
attenta a non usare più la parola papà o padre, in particolare con James nei paraggi.
Non so cosa abbia detto Adam a James sull’argomento, sempre che gli abbia detto
qualcosa e non sono affari miei. Peggio ancora, Adam non ne ha parlato proprio da
quando siamo tornati e sono già passati due giorni. «Pensate sia vero che ad Anderson
non importi che è stato preso in ostaggio?»
James si muove sul posto con gli occhi assottigliati mentre mastica il cibo, e ci
guarda come se fosse in attesa di memorizzare tutto ciò che diciamo.
Adam si strofina la fronte. «In questo» dice poi «potrebbe esserci del vero».
Kenji aggrotta la fronte, incrocia le braccia e si china in avanti. «Già. È un po’
strano. Non si sono fatti sentire e sono passate più di quarantott’ore».
«Cosa ne pensa Castle?» chiedo.
Kenji fa spallucce. «È stressato. Ian e Emory erano messi molto male quando li
abbiamo trovati. Penso che non abbiano ancora ripreso conoscenza, anche se Sonya e
Sara lavorano tutto il giorno per guarirli. Credo abbia paura che non riusciremo a
riprenderci Winston e Brendan».
«Forse» dice Adam «il loro silenzio dipende dal fatto che hai sparato ad Anderson
ad entrambe le gambe. Forse si sta solo riprendendo».
Quasi mi strozzo con l'acqua che sto cercando di bere. Azzardo uno sguardo verso
Kenji per vedere se ha intenzione di correggere la supposizione di Adam, ma lui non
batte ciglio. Quindi io non dico niente.
Kenji annuisce. Dice: «Giusto. Sì. Lo avevo quasi dimenticato». Una pausa. «Ha
senso».
«Gli hai sparato alle gambe?» chiede James, con gli occhi spalancati in direzione
di Kenji.
Kenji si schiarisce la gola ma sta attento a non guardarmi. Mi chiedo perché mi stia
proteggendo. Perché pensa che sia meglio non dire la verità su ciò che è successo.
«Sì» dice e dà un morso al cibo.
Adam fa un respiro. Si alza le maniche della camicia, studia la serie di cerchi
concentrici tatuati sui suoi avambracci, i ricordi militari di una vita passata.
«Ma perché?» chiede James a Kenji.
«Perché cosa, piccolo?»
«Perché non l'hai ucciso? Perché gli hai solo sparato alle gambe? Non hai detto che
è il più cattivo? La causa di tutti i problemi che abbiamo?»
Kenji sta zitto per un momento. Tiene stretto il cucchiaio giocherellando col cibo.
Poi lo posa. Con un gesto indica a James di raggiungerci al nostro lato del tavolo.
Scalo per fargli posto. «Vieni qui» dice a James, stringendolo forte contro il suo
fianco destro. James avvolge le braccia attorno alla vita di Kenji e Kenji poggia una
mano sulla testa di James, scompigliandogli i capelli.
Non sapevo che fossero così amici.
Continuo a dimenticare che loro tre sono in stanza assieme.
«Ok. Pronto per una piccola lezione?» chiede a James.
James annuisce.
«Allora, ecco come funziona: Castle ci insegna sempre che non possiamo uccidere
la gente così». Esita; riordina le idee. «Se per esempio uccidessimo il capo dei
nemici, poi cosa succederebbe? Che cosa accadrebbe?»
«Ci sarebbe la pace nel mondo» dice James.
«Sbagliato. Tutto cadrebbe nel caos». Kenji scuote la testa. Si strofina la punta del
naso. «E il caos è molto, molto più difficile da sconfiggere».
«Allora come si fa a vincere?»
«Giusto» dice Kenji. «Il punto è questo. Possiamo togliere di mezzo il capo
dell'opposizione solo quando saremo pronti a prendere il potere, solo quando ci sarà
un nuovo capo pronto a prendere il posto del precedente. La gente ha bisogno di
qualcuno a cui mostrare il suo supporto, giusto? E noi non siamo ancora pronti». Fa
spallucce. «Questa battaglia doveva essere contro Warner… togliere lui di mezzo non
sarebbe stato un problema. Ma togliere Anderson di mezzo vorrebbe dire dichiarare
anarchia assoluta, in tutto il paese. E anarchia significa che c'è la possibilità che
qualcun altro – qualcuno persino peggiore, probabilmente – possa prendere il potere
prima di noi».
James dice qualcosa in risposta, ma io non lo sento.
Adam mi sta fissando.
Mi sta fissando e non finge di non farlo. Non distoglie lo sguardo. Non dice una
parola. Sposta lo sguardo dai miei occhi alla mia bocca, soffermandosi sulle mie
labbra per un attimo di troppo. Alla fine si gira, solo per un breve secondo, perché poi
i suoi occhi sono di nuovo fissi nei miei. Più intensi. Più affamati.
Il cuore comincia a farmi male.
Guardo la sua gola muoversi. Il suo petto alzarsi e abbassarsi. La linea tesa della
sua mascella e il suo essere seduto perfettamente immobile. Non dice niente, niente di
niente.
Voglio disperatamente toccarlo.
«Sapientone». Kenji ridacchia, scuotendo la testa in risposta a qualcosa che James
ha appena detto. «Sai che non intendevo questo. Comunque» sospira «non siamo
ancora pronti ad affrontare questa follia. Toglieremo Anderson di mezzo quando
saremo pronti a prendere il potere. Solo così possiamo fare le cose per bene».
Adam si alza bruscamente. Allontana la sua ciotola di cibo ancora integro e si
schiarisce la gola. Guarda Kenji. «Allora è per questo che non l'hai ucciso quando ce
l’avevi davanti».
Kenji si gratta la nuca a disagio. «Ascolta, amico, se avessi saputo...»
«Lascia stare» lo interrompe Adam. «Mi hai fatto un favore».
«Cosa intendi?» chiede Kenji. «Ehi, amico... dove stai andando...»

Ma Adam si sta già allontanando.


QUARANTASETTE
Lo seguo.
Seguo Adam per un corridoio vuoto quando esce dalla sala da pranzo, anche se so
che non dovrei farlo. So che non dovrei parlare con lui così, che non dovrei
incoraggiare i sentimenti che provo per lui, ma sono preoccupata. È più forte di me.
Sta scomparendo in se stesso, si sta isolando in un mondo in cui non posso introdurmi
e non posso nemmeno dargliene la colpa. Posso solo immaginare cosa sta provando
in questo momento. Le recenti rivelazioni basterebbero a portare una persona debole
alla pazzia assoluta. E, sebbene siamo riusciti a lavorare insieme di recente, lo
abbiamo fatto solo in situazioni talmente stressanti che non abbiamo avuto tempo di
soffermarci sui nostri problemi personali.
E io ho bisogno di sapere che lui stia bene.
Non posso smettere di tenere a lui da un giorno all’altro.
«Adam?»
Lui si ferma al suono della mia voce. La sua schiena si irrigidisce per la sorpresa.
Si gira e vedo la sua espressione passare da speranzosa a confusa a preoccupata in
una manciata di secondi. «Cosa c’è?» chiede lui. «Va tutto bene?»
Di colpo è davanti a me, in tutto il suo metro e ottanta, e io annego in ricordi e
sentimenti che non ho neanche provato a dimenticare. Sto cercando di ricordare
perché volevo parlare con lui. Perché mai gli ho detto che non possiamo stare
insieme. Perché mai dovrei negarmi la possibilità di passare anche solo cinque
secondi tra le sue braccia e lui dice il mio nome, dice: «Juliette... cosa c’è? È
successo qualcosa?»
Vorrei disperatamente dire: sì, sì, sono successe cose terribili e io sono stanca,
stanchissima, vorrei solo crollare tra le tue braccia e dimenticare il resto del mondo.
Invece alzo lo sguardo, incontro i suoi occhi. Sono di una sfumatura di azzurro scura
e tormentosa. «Sono preoccupata per te» gli dico.
E i suoi occhi cambiano subito, diventano inquieti, intellegibili. «Sei preoccupata
per me». Respira con forza. Si passa una mano tra i capelli.
«Volevo solo essere sicura che stessi bene...»
Lui scuote la testa incredulo. «Ma che fai?» chiede. «Ti stai prendendo gioco di
me?»
«Cosa?»
Si porta la mano chiusa a pugno verso la bocca. Alza lo sguardo. Sembra che non
sappia cosa dire e poi parla, la sua voce è stanca, ferita, confusa e dice: «Mi hai
lasciato. Hai rinunciato a noi... al nostro futuro insieme. Hai preso e mi hai strappato
il cuore dal petto, in pratica, e ora mi chiedi se sto bene? Come diamine faccio a stare
bene, Juliette? Che razza di domanda è questa?»
Mi sto agitando.
«Non volevo...» deglutisco con forza. «P-parlavo di t-tuo... di tuo padre... pensavo
che forse… oh, Dio, mi dispiace… hai ragione, sono una stupida... non avrei dovuto,
non avrei...»
«Juliette» dice lui disperatamente, prendendomi per la vita mentre faccio per
allontanarmi. Ha gli occhi serrati. «Per favore» dice lui «dimmi cosa dovrei fare.
Come dovrei sentirmi? È tutto un susseguirsi di avvenimenti di merda e io cerco di
stare bene... Dio, io ci provo con tutte le mie forze, ma è tremendamente difficile e mi
manchi» gli si spezza la voce. «Mi manchi» dice. «Mi manchi così tanto da stare
male».
Ho le dita strette alla sua maglietta.
Il mio cuore martella nel silenzio.
Vedo la difficoltà che fa a guardarmi negli occhi quando sussurra: «Tu mi ami
ancora?»
E io trattengo ogni muscolo del mio corpo per impedirmi di allungare le braccia e
toccarlo. «Adam... certo che ti amo ancora...»
«Sai» dice con la voce rotta dall'emozione. «Non ho mai avuto niente del genere
prima d'ora. Ricordo a malapena mia madre e, a parte questo, ci siamo sempre stati
io, James e quel pezzo di merda di mio padre. James mi ha sempre amato a modo
suo, ma tu... con te...» Esita. Abbassa lo sguardo. «Come faccio a tornare indietro?»
chiede con molta calma. «Come faccio a dimenticare cosa provavo a stare con te? Ad
essere amato da te?»
Mi accorgo che sto piangendo solo quando è troppo tardi.
«Tu dici che mi ami» dice. «E io so che ti amo». Alza lo sguardo, incontrando i
miei occhi. «Quindi perché diavolo non possiamo stare insieme?»
E non so dire altro che: «Mi d-dispiace, mi dispiace tantissimo, non hai idea di
quanto mi dispiaccia...»
«Perché non possiamo provarci?» mi sta tenendo per le spalle ora e le sue parole
sono urgenti, angosciate; i nostri volti sono pericolosamente vicini. «Sono disposto ad
accontentarmi di avere quello che posso, lo giuro, mi basta sapere che fai parte della
mia vita...»
«Non possiamo» gli dico. «Non sarebbe abbastanza, Adam, e tu lo sai. Un giorno
finiremo per correre uno stupido rischio che non dovremmo correre. Un giorno
penseremo che andrà tutto bene, invece no. E non finirà bene».
«Ma guardaci adesso» dice. «Possiamo farcela... posso starti vicino senza baciarti...
ho solo bisogno di qualche altro mese per allenarmi...»
«Il tuo allenamento potrebbe non essere mai abbastanza» lo interrompo, sapendo
che devo dirgli tutto adesso. Sapendo che ha il diritto di sapere quello che so io.
«Perché più mi alleno, più capisco quanto sono pericolosa. E tu non p-puoi starmi
vicino. Il problema non è più solo la mia pelle. Potrei ferirti anche solo tenendoti la
mano».
«Cosa?» lui sbatte le palpebre diverse volte «Di cosa stai parlando?»
Prendo un respiro profondo. Premo il palmo della mano contro la parete del tunnel
e poi ci scavo dentro con le dita, attraversando la pietra. Tiro un pugno contro il muro
e afferro una manciata di roccia ruvida, la frantumo nella mano e la faccio scivolare a
terra come sabbia tra le dita.
Adam mi sta fissando. Esterrefatto.
«Sono stata io a sparare a tuo padre» gli dico «Non so perché Kenji mi stesse
coprendo. Non so perché non ti ha detto la verità. Ma ero accecata da una… da una
rabbia distruttiva. Volevo solo ucciderlo. E lo stavo torturando» sussurro. «Gli ho
sparato alle gambe perché stavo prendendo tempo. Perché volevo godermi l'ultimo
momento. L'ultimo proiettile che stavo per piantargli nel cuore. C’ero così vicina.
C’ero così vicina e Kenji» gli dico «Kenji ha dovuto trascinarmi via. Perché ha capito
che ero impazzita. Sono fuori controllo». La mia voce è una supplica stridula e
strozzata. «Non so cosa non va in me né cosa mi sta succedendo e non so ancora di
che cosa sono capace. Non so quanto potrà peggiorare la situazione. Ogni giorno
imparo qualcosa di nuovo su me stessa che mi terrorizza. Ho fatto cose terribili alla
gente» sussurro. Mando giù il singhiozzo che mi sta montando in gola. «E non sto
bene» gli dico. «Non sto bene, Adam. Non sto bene e non è sicuro per te starmi
vicino».
Lui mi sta guardando, è così scioccato che ha dimenticato come si fa a parlare.
«Ora sai che le voci sono vere» sussurro. «Sono pazza e sono un mostro».
«No» mormora «No…»
«Sì».
«No» dice e ora è disperato. «Non è vero... sei più forte di così... so che lo sei... ti
conosco» dice. «Conosco il tuo cuore da dieci anni» dice, «ho visto cosa hai dovuto
sopportare, cosa hai dovuto passare, e non rinuncerò a te adesso, non per questo, non
per una cosa del genere...»
«Come fai a dirlo? Come fai a crederci ancora dopo tutto... dopo tutto questo...»
«Tu» mi dice, e le sue mani mi stringono più forte ora «sei una delle persone più
coraggiose e forti che abbia mai conosciuto. Hai il cuore più buono e le intenzioni
migliori ...» Si ferma. Prende un respiro tremante. «Sei la persona migliore che abbia
mai conosciuto» mi dice. «Hai vissuto le peggiori esperienze possibili e la tua
umanità è ancora intatta. Come diavolo» dice, ha la voce rotta ora «faccio a
dimenticarti? Come faccio ad allontanarmi da te?»
«Adam...»
«No» dice scuotendo la testa. «Mi rifiuto di credere che questa sia la nostra fine.
Non se tu mi ami ancora. Perché supererai tutto» dice «e io sarò lì ad aspettarti
quando sarai pronta. Non vado da nessuna parte. Non ci sarà nessun'altra per me. Tu
sei l'unica che io abbia mai voluto e questo non» dice «questo non cambierà mai».
«Davvero commovente».
Adam e io ci blocchiamo. Ci giriamo lentamente verso la voce indesiderata.
Eccolo lì.
Warner è davanti a noi, con le mani legate dietro la schiena e gli occhi che
bruciano di rabbia, dolore e disgusto. Castle spunta alle sue palle per condurlo in non
so quale direzione e vede il punto in cui Warner si è fermato, da cui ci fissa immobile,
e Adam è come un blocco di marmo, non si muove e non si sforza nemmeno di
respirare, parlare o guardare altrove. Sono sicura che sto bruciando così tanto da
essere diventata una patatina fritta.
«Sei davvero adorabile quando arrossisci» mi dice Warner. «Ma vorrei tanto che
non sprecassi il tuo affetto per qualcuno che deve supplicarti per avere il tuo amore».
Inclina la testa verso Adam. «Che cosa triste per te» dice. «Dev'essere terribilmente
imbarazzante».
«Schifoso bastardo» gli dice Adam con voce d’acciaio.
«Almeno io ho ancora una dignità».
Castle scuote la testa esasperato. Spinge Warner in avanti. «Per favore, tornate a
lavorare... tutti e due» ci grida, mentre lui e Warner ci superano. «State sprecando
tempo prezioso stando fermi qui».
«Va’ all’inferno» grida Adam a Warner.
«Il fatto che io andrò all’inferno» dice Warner «non significa che tu la meriterai
mai».
E Adam non risponde.
Si limita a guardarlo con gli occhi fissi, mentre Warner e Castle scompaiono dietro
l'angolo.
QUARANTOTTO
James si unisce a noi durante la nostra sessione d'allenamento prima di cena.
Passa molto tempo con noi da quando siamo tornati e sembriamo tutti più felici
con lui nei paraggi. C'è qualcosa nella sua presenza di davvero disarmante, davvero
gradito. È bellissimo riaverlo.
Gli mostro come mi viene facile rompere qualcosa, adesso.
I mattoni non sono nulla. È come schiacciare un pezzo di torta. I tubi di metallo si
piegano nelle mie mani come cannucce di plastica. Col legno è un po' complicato,
perché se lo rompo nel modo sbagliato potrebbe colpirmi qualche scheggia, ma ormai
non c’è quasi più niente di difficile. Kenji ha pensato a dei nuovi modi per testare le
mie capacità; ultimamente sta cercando di capire se riesco a usare la proiezione, se
riesco a controllare la mia energia a distanza.
A quanto pare, non tutte le abilità sono adatte alla proiezione. Lily, per esempio, ha
un'incredibile memoria fotografica. Ma non sarebbe mai in grado di proiettarla a
qualcun altro.
La proiezione è, di gran lunga, la cosa più difficile che io abbia mai cercato di fare.
È estremamente complicata e richiede uno sforzo sia mentale che fisico. Devo
avere il pieno controllo della mia mente, e devo sapere esattamente come fa il mio
cervello a comunicare con l’osso invisibile del mio corpo responsabile del mio dono.
Il che significa che devo imparare ad individuare la fonte del mio potere e a
focalizzarla in un unico punto a cui posso accedere dovunque mi trovi.
Tutto questo mi fa male al cervello.
«Posso provare a rompere qualcosa anch'io?» chiede James. Prende uno dei
mattoni dalla catasta e lo soppesa. «Forse sono super-forte come te».
«Ti sei mai sentito super-forte?» gli chiede Kenji. «Inusualmente forte?»
«No» dice James «ma non ho nemmeno mai provato a rompere qualcosa». Dà
un'occhiata a Kenji. «Pensi che possa essere come voi? Che possa avere anch'io
qualche potere?»
Kenji lo studia. Sembra che stia riflettendo tra sè e sè. Dice: «Sicuramente è
possibile. Tuo fratello ha qualcosa di speciale nel DNA, il che significa che potresti
averlo anche tu».
«Davvero?» James sta praticamente saltellando per la stanza.
Kenji ridacchia. «Non ne ho idea. Sto solo dicendo che potrebbe essere possi... no»
grida. «James...»
«Oops». James fa una smorfia, lascia cadere a terra il mattone e stringe la mano a
pugno, coprendo il taglio che si è fatto sul palmo. «Penso di averlo stretto troppo
forte ed è scivolato» dice, sforzandosi di non piangere.
«Pensi?» Kenji scuote la testa e il suo respiro è veloce. «Accidenti, piccolo, non
puoi andartene in giro a tagliarti la mano in quel modo. Mi farai venire un infarto,
dannazione. Vieni qui» dice più dolcemente. «Fammi dare un'occhiata».
«Tranquillo» dice James con le guance arrossate, nascondendo la mano dietro la
schiena. «Non è niente. Tra poco se ne va».
«Un taglio del genere non se ne va così» dice Kenji. «Ora fammi dare
un'occhiata...»
«Aspetta» lo interrompo io, interdetta dallo sguardo intenso sul volto di James, dal
modo in cui sembra concentrato sul pugno chiuso che sta nascondendo. «James, cosa
vuoi dire con “tra poco se ne va”? Vuoi dire che passerà? Da solo?»
James mi guarda sbattendo le palpebre. «Beh, sì» dice. «Passa sempre molto
velocemente».
«Che cosa? Cosa passa velocemente?» Kenji mi sta fissando, già al passo con la
mia teoria e mimando più volte con la bocca "porca puttana".
«Quando mi faccio male» dice James, guardandoci come se fossimo impazziti.
«Quando ti fai un taglio» si rivolge a Kenji «non passa da solo?»
«Dipende dalle dimensioni del taglio» risponde lui. «Ma quello che hai tu sulla
mano?» Scuote la testa. «Dovrei pulirlo per assicurarmi che non si infetti. Poi dovrei
avvolgerlo nella garza e spalmarci sopra un unguento, per evitare che resti la
cicatrice. E» dice «ci vorrebbero almeno un paio di giorni prima che inizi a fare la
crosta. Poi inizierebbe a guarire».
James sbatte le palpebre come se non avesse mai sentito niente di tanto assurdo.
«Fammi vedere la mano» gli dice Kenji.
James esita.
«Va tutto bene» gli dico. «Davvero. Siamo solo curiosi».
Lentamente, molto lentamente, James ci mostra il pugno chiuso. Ancora più
lentamente, apre le dita, mentre osserva le nostre reazioni. Ed esattamente dove un
attimo prima c'era una ferita enorme, ora non c’è altro che la sua pelle rosa e perfetta
e una macchiolina di sangue.
«Oh, porca puttana vacca» mormora Kenji. «Scusa» mi dice, scattando in avanti e
prendendo James per il braccio, riesce a stento a tenere a freno il suo sorriso «ma
devo portare questo ragazzino nell’ala medica. Va bene? Riprenderemo domani…»
«Ma la ferita non c’è più» protesta James. «Sto bene…»
«Lo so, piccolo, ma ti piacerà venire con me».
«Ma perchè?»
«Ti piacerebbe» chiede, scortando James fuori dalla porta «cominciare a passare un
po' di tempo con due belle ragazze...»
Se ne sono andati.
E io sto ridendo.
Sono seduta tutta sola al centro della stanza, quando sento due colpi familiari alla
porta.
So già chi è.
«Signorina Ferrars».
Mi giro in fretta, non perché sono sorpresa di sentire la voce di Castle, ma per il
suo tono. Ha gli occhi socchiusi, le labbra strette, lo sguardo tagliente e ardente nella
luce della stanza.
È molto, molto arrabbiato.
Merda.
«Mi dispiace per quello che è successo in corridoio» gli dico. «Io non...»
«Possiamo discutere delle sue manifestazioni pubbliche ed estremamente
inappropriate, d'affetto in un secondo momento, signorina Ferrars, ma adesso devo
farle una domanda molto importante e le consiglio di essere sincera, il più sincera
possibile».
«Di cosa...» faccio fatica a respirare. «Di cosa si tratta?»
Castle stringe gli occhi, guardandomi. «Ho appena avuto una conversazione con
Warner. Dice di essere in grado di toccarla senza conseguenze, e che lei ne è ben
consapevole».
E penso, Caspita, ce l’ho fatta. Sono riuscita a morire per un ictus a 17 anni.
«Voglio sapere» si affretta a dire Castle «se questa informazione è vera, e voglio
saperlo subito».
Ho la lingua coperta di colla, ce l’ho attaccata ai denti, alle labbra, al palato e non
riesco a parlare, non riesco a muovermi, sono sicura di aver appena avuto una crisi
epilettica, un aneurisma, un attacco di cuore o qualcosa di altrettanto terribile; ma non
posso spiegare niente a Castle, perché non riesco ad aprire la bocca nemmeno di un
centimetro.
«Signorina Ferrars, non credo che lei capisca l’importanza di questa domanda.
Voglio una risposta e la volevo trenta secondi fa».
«Io... io...»
«Entro oggi, voglio una risposta oggi, adesso, in questo preciso momento...»
«Sì» farfuglio, arrossendo completamente, mi vergogno terribilmente, sono
imbarazzata, inorridita in ogni modo possibile e l'unica cosa a cui riesco a pensare è
Adam, Adam, Adam, come reagirà Adam a questa notizia adesso, perchè deve
succedere proprio adesso, perchè Warner ne ha parlato e voglio ucciderlo per aver
rivelato il segreto che stava a me rivelare, che stava a me nascondere, che stava a me
conservare.
Castle sembra un palloncino innamorato di una puntina da disegno che si avvicina
troppo, rovinandolo per sempre «Allora è vero?»
Guardo a terra. «Sì, è vero».
Lui cade a terra in ginocchio di fronte a me, stupito. «Com'è possibile? Lei cosa ne
pensa?»
Perché Warner è il fratello di Adam, ma non lo dico.
Non glielo dico perché sta ad Adam rivelare questo segreto e io non ne parlerò fino
a quando non lo farà lui, anche se ho una disperata voglia di dire a Castle che la
spiegazione sta nel loro sangue, che entrambi hanno un dono, un’Energia simile, oh,
oh, oh.
Oh, Dio.
Oh, no.

Warner è uno di noi.


QUARANTANOVE
«Questo cambia tutto».
Castle non mi sta nemmeno guardando. «Questo… insomma, questo significa
molto» dice. «Dobbiamo dirgli tutto e fare dei controlli per esserne sicuri, ma penso
sia l'unica spiegazione possibile. E sarebbe il benvenuto se volesse rifugiarsi qui…
dovrei dargli una camera normale e permettergli di vivere tra noi come un nostro pari.
Non posso tenerlo qui come prigioniero, quantomeno…»
«Cosa… ma, Castle...perché? Ha quasi ucciso Adam! E Kenji!»
«Deve capire che questa notizia potrebbe cambiare la sua prospettiva di vita».
Castle scuote la testa, una mano gli copre quasi la bocca e ha gli occhi spalancati.
«Potrebbe prenderla male, potrebbe esserne elettrizzato, potrebbe perdere
completamente la testa... potrebbe svegliarsi il mattino dopo ed essere un altro uomo.
La sorprenderebbe sapere come reagisce la gente a queste rivelazioni».
«Il Punto Omega sarà sempre un rifugio per la nostra specie» continua. «È una
promessa che mi sono fatto molti anni fa. Non posso negargli cibo e riparo se, per
esempio, suo padre non volesse più avere a che fare con lui».
Non può essere vero.
«Ma io non capisco» dice Castle improvvisamente, alzando lo sguardo su di me.
«Perché non ha detto niente? Perché non ha riportato quest'informazione? È
importante per noi e nessuno l’avrebbe condannata per questo...»
«Non volevo che Adam lo sapesse» ammetto ad alta voce per la prima volta e la
mia voce esce come una sequenza di sei parole spezzate per la vergogna. «Io non...»
scuoto la testa. «Non volevo che lo sapesse».
Castle sembra triste per me. Mi dice: «Vorrei poterla aiutare a mantenere il suo
segreto, signorina Ferrars, ma anche se volessi, non sono sicuro che Warner lo
farebbe».
Mi concentro sui tappetini stesi sul pavimento. La mia voce suona flebile quando
chiedo: «Perché gliel'ha detto? Com’è uscito fuori il discorso?»
Castle si sfrega il mento, pensieroso. «Me lo ha detto di sua spontanea volontà. Mi
sono offerto di accompagnarlo durante le sue camminate giornaliere – in bagno,
eccetera – perché volevo continuare a fargli domande su suo padre e vedere cosa
sapeva sui nostri ostaggi. Sembrava stare benissimo. Anzi, molto meglio rispetto a
quando è arrivato. Era condiscendente, quasi gentile. Ma il suo atteggiamento è
cambiato sensibilmente dopo che abbiamo incontrato lei e Adam nel corri...» la sua
voce si spegne, i suoi occhi si aprono di scatto, la sua mente lavora in fretta per
mettere insieme tutti i pezzi e poi mi guarda a bocca aperta, mi fissa in un modo del
tutto estraneo al Castle che conosco, in un modo che indica che è completamente, del
tutto sconcertato.
Non so se dovrei sentirmi offesa.
«È innamorato di lei» sussurra Castle, con una nuova sfumatura di realizzazione
nella sua voce. Ride forte, una sola volta, veloce. Scuote la testa. «L’ha tenuta
prigioniera e nel mentre è riuscito ad innamorarsi di lei».
Fisso i tappetini come se fossero la cosa più affascinante che abbia mai visto in vita
mia.
«Oh, signorina Ferrars» mi dice Castle. «Non invidio la sua situazione. Capisco
quanto deve essere scomoda per lei».
Voglio dirgli: non sa quanto, Castle. Non sa quanto, perché lei non conosce tutta la
storia. Non sa che sono fratelli, fratelli che si odiano, fratelli che sembrano essere
d'accordo solo su una cosa, ovvero uccidere il proprio padre.
Ma non dico nessuna di queste cose. Anzi, non dico proprio nulla.
Mi siedo su uno dei tappetini con la testa fra le mani e cerco di capire cos'altro
potrebbe andare storto. Mi chiedo quanti altri errori dovrò commettere prima che le
cose vadano finalmente bene.
Se mai succederà.
CINQUANTA
Mi sento davvero umiliata.
Ci ho pensato tutta la notte e stamattina sono giunta ad una conclusione. Warner
deve averlo detto a Castle di proposito. Perché sta giocando con me, perché non è
cambiato, perché sta ancora cercando di farmi fare quello che vuole lui. Sta ancora
cercando di fare di me il suo progetto e sta cercando di ferirmi.
Non glielo permetterò.
Non permetterò a Warner di mentirmi, di manipolare le mie emozioni per
raggiungere i suoi scopi. Non posso credere di aver provato pietà per lui, di aver
avuto un debole per lui e di aver provato tenerezza per lui quando l’ho visto con suo
padre, di avergli creduto quando mi ha esposto i suoi pensieri sul mio diario. Sono
una stupida credulona.
Sono stata un’idiota anche solo a pensare che fosse capace di provare emozioni
umane.
Ho detto a Castle che magari avrebbe dovuto affidare a qualcun altro questo
incarico ora che sa che Warner può toccarmi; gli ho detto che potrebbe essere
pericoloso. Ma lui ha riso, ha continuato a ridere e mi ha detto: «Oh, signorina
Ferrars, sono davvero, davvero sicuro che riuscirà a proteggersi da sola. Anzi,
probabilmente lei è molto più attrezzata di noi contro di lui. Inoltre» ha aggiunto,
«questa è la situazione ideale. Se è veramente innamorato di lei, deve usare questa
cosa a suo vantaggio, in qualche modo. Abbiamo bisogno del suo aiuto» mi ha detto,
tornando serio. «Abbiamo bisogno di tutto l’aiuto possibile e al momento lei è l’unica
persona che potrebbe ricavare le risposte che ci servono. Per favore» ha detto, «provi
a scoprire il più possibile. Qualsiasi cosa. Le vite di Brendan e Winston sono a
rischio».
Ed ha ragione.
Così metto le mie preoccupazioni da parte, perché Winston e Brendan sono lì fuori,
feriti da qualche parte, e li dobbiamo trovare. E farò tutto ciò che è in mio potere per
aiutarli.
Il che significa che devo parlare di nuovo con Warner.
Devo trattarlo proprio come il prigioniero che è. Niente più conversazioni di
contorno. Non cederò davanti ai suoi tentativi di confondermi. Basta, basta, basta.
Sarò più brava. Più furba.
E rivoglio il mio diario.
Le guardie mi aprono la sua stanza e io ci entro dentro, chiudo la porta alle mie
spalle e mi preparo a fargli il discorso a cui ho già pensato, quando mi blocco sul
posto.
Non so cosa mi aspettassi.
Forse pensavo di beccarlo mentre cercava di fare un buco nel muro, o forse che
stesse tramando la dipartita di tutte le persone del Punto Omega, oppure non lo so,
non lo so, non so niente, perché io so solo come contrastare una persona arrabbiata,
una creatura insolente, un mostro arrogante e non so cosa fare con questo.
Sta dormendo.
Qualcuno ha portato un materasso, un semplice rettangolo di media qualità, sottile
e logoro, ma sempre meglio del pavimento, e lui ci è sdraiato sopra con addosso solo
un paio di boxer neri.
I suoi vestiti sono a terra.
I suoi pantaloni, le sue magliette e i suoi calzini sono leggermente umidi,
stropicciati, chiaramente lavati a mano e messi ad asciugare; il suo cappotto è piegato
ordinatamente sopra gli stivali ed i suoi guanti sono appoggiati uno accanto all’altro
sul cappotto.
Non si è mosso di un centimetro da quando sono entrata nella stanza.
È girato di lato, con la schiena rivolta al muro, il braccio sinistro nascosto sotto il
viso e il braccio destro contro il busto, il suo corpo è perfetto nudo, forte, liscio e
profuma leggermente di sapone. Non so perché non riesco a smettere di fissarlo. Non
so come faccia il sonno a rendere i nostri volti così dolci ed innocenti, così pieni di
pace e vulnerabili, ma cerco di spostare lo sguardo e non ci riesco. Sto perdendo di
vista il mio proposito, sto dimenticando tutte le cose coraggiose che mi sono detta
prima di entrare. Perché c’è qualcosa in lui… c’è sempre stato qualcosa in lui di
intrigante e non capisco cosa. Vorrei poter far finta di niente, ma non ci riesco.
Perché lo guardo e mi chiedo se magari sono io. Se magari sono ingenua.
Ma vedo strati, sfumature d’oro e verde ed una persona a cui non è mai stata data
la possibilità di essere umano e mi chiedo se sarei crudele come i miei oppressori a
decidere che la società ha ragione, che alcune persone sono irrecuperabili, che a volte
non si può tornare indietro, che ci sono persone in questo mondo che non meritano
una seconda possibilità e non posso, non posso, non posso.
Non posso fare a meno di dissentire.
Non posso fare a meno di pensare che 19 anni sono troppo pochi per dare qualcuno
per perso, che a 19 anni siamo solo all’inizio, che è troppo presto per dire a qualcuno
che non farà altro che male in questo mondo.
Non posso fare a meno di chiedermi come sarebbe stata la mia vita se qualcuno mi
avesse dato una possibilità.
Così indietreggio. Faccio per andarmene.
Lo lascio dormire.

Mi fermo sul posto.


Intravedo il mio diario sopra il materasso, accanto alla sua mano tesa, sembra che
le sue dita l’abbiano lasciato solo ora. È l’occasione perfetta per riprendermelo se
riesco ad essere abbastanza scaltra.
Mi avvicino in punta di piedi, sarò per sempre grata del fatto che gli stivali che
indosso siano stati progettati in modo che non facciano rumore. Ma più mi avvicino
al suo corpo, più qualcosa sulla sua schiena cattura la mia attenzione.
Una piccola sagoma nera sfuocata.
Avanzo lentamente.
Sbatto le palpebre.
Strizzo gli occhi.
Mi sporgo in avanti.

È un tatuaggio.
Nessun disegno. Solo una parola. Una parola scritta al centro della parte alta della
sua schiena. Fatta d’inchiostro.
IGNITE1

E la sua pelle è percorsa da cicatrici.


Il sangue mi arriva alla testa così velocemente che comincio a sentirmi debole. Mi
sento male. Potrei davvero rimettere tutto ciò che ho nello stomaco proprio in questo
momento. Voglio farmi prendere dal panico, voglio scuotere qualcuno, voglio sapere
come fare a capire le emozioni che mi stanno soffocando, perché non riesco
nemmeno ad immaginare, non riesco nemmeno ad immaginare, non riesco nemmeno
ad immaginare cosa deve aver subito per portare i segni di così tanta sofferenza sulla
pelle.
Tutta la sua schiena è una mappa di dolore.
Spesse, sottili, irregolari, terribili. Cicatrici come strade che non portano da
nessuna parte. Sono squarci e tagli sconnessi che non riesco a capire, segni di una
tortura che non mi sarei mai aspettata. Sono l’unica imperfezione in tutto il suo
corpo, un’imperfezione nascosta che a sua volta nasconde dei segreti.

1
IGNITE: vi. prendere fuoco, ardere, accendersi; vtr. accendere, appiccare, dare fuoco.
E realizzo, non per la prima volta, che non ho idea di chi realmente sia Warner.
«Juliette?»
Mi immobilizzo.
«Cosa ci fai qui?» Ha gli occhi spalancati, all’erta.
«Io... io sono venuta per parlarti...»
«Oh, Gesù» ansima, allontanandosi da me con un balzo. «Sono molto lusingato,
tesoro, ma avresti almeno potuto darmi la possibilità di mettermi su i pantaloni». Si è
trascinato contro il muro, ma non cerca di prendere i vestiti. Continua a passare gli
occhi da me ai pantaloni sul pavimento come se non sapesse cosa fare. Sembra
determinato a non voltarmi le spalle.
«Ti dispiace?» chiede e indica i vestiti vicino ai miei piedi ostentando una
disinvoltura che nasconde ben poco l’apprensione nei suoi occhi. «Fa freddo qui».
Ma io lo sto fissando, lo sto fissando in tutta la sua lunghezza, incantata dal suo
aspetto estremamente impeccabile visto da davanti. Forte, snello, tonico e muscoloso,
ma non massiccio. Ha la pelle chiara ma non pallida, abbastanza abbronzata dalla
luce del sole da sembrare in forma. Il corpo di un ragazzo perfetto.
Quanto può ingannare l’apparenza.
Un terribile, terribile inganno.
Il suo sguardo è fisso nel mio, i suoi occhi verdi sono due fiamme che non ne
vogliono sapere di spegnersi, il suo petto si alza e si abbassa velocemente,
velocemente, velocemente.
«Cos’hai fatto alla schiena?» mi sento sussurrare.
Vedo il colore defluire dal suo volto. Sposta lo sguardo e si passa una mano sulla
bocca, sul mento, lungo la nuca.
«Chi è stato a farti del male?» gli chiedo pianissimo. Inizio a riconoscere la strana
sensazione che mi viene prima che faccia qualcosa di terribile. Come in questo
momento. In questo momento sento che potrei uccidere qualcuno per questo.
«Juliette, per favore, i miei vestiti…»
«È stato tuo padre?» chiedo con voce un po’ più tagliente. «È stato lui a farti…»
«Non importa» mi interrompe Warner, frustrato.
«Certo che importa!»
Lui non dice niente.
«Quel tatuaggio» gli dico. «Quella parola…»
«Sì» dice lui, sebbene pianissimo. Si schiarisce la gola.
«Io non…» sbatto le palpebre guardandolo. «Cosa significa?»
Warner scuote la testa, si passa una mano tra i capelli.
«L’hai presa da un libro?»
«Perché ti importa?» chiede, spostando di nuovo lo sguardo. «Come mai d’un
tratto sei così interessata alla mia vita?»
Non lo so, voglio dirgli. Voglio dirgli che non lo so ma non è vero.
Perché lo sento. Sento gli scatti, i giri ed i cigolii di un milione di chiavi che
aprono un milione di porte nella mia testa. È come se finalmente mi stessi
concedendo di vedere cosa penso realmente, cosa sento realmente, come se stessi
scoprendo i miei segreti per la prima volta. E poi scruto i suoi occhi, scruto i suoi
lineamenti in cerca di qualcosa che non so nemmeno io cos’è. E capisco che non
voglio essere più sua nemica.
«È finita» gli dico. «Questa volta non sono con te alla base. Non sarò la tua arma e
non riuscirai a farmi cambiare idea su questo. Penso che ormai tu l’abbia capito».
Studio il pavimento. «Perché continuiamo a scontrarci? Perché cerchi ancora di
manipolarmi? Perché cerchi ancora di farmi cadere nelle tue trappole?»
«Non so» dice, guardandomi come se non fosse sicuro che io sia reale. «Non so
davvero di cosa tu stia parlando».
«Perché hai detto a Castle che mi puoi toccare? Non stava a te rivelare il segreto».
«Giusto». Fa un respiro profondo. «Ovviamente». Sembra tornare in sè. «Ascolta,
tesoro, potresti almeno lanciarmi la giacca, visto che hai intenzione di restare qui a
farmi tutte queste domande?»
Gli lancio la giacca. Lui l’afferra. Scivola sul pavimento ed invece di indossare la
giacca se la avvolge in grembo. Alla fine dice: «Sì, ho detto a Castle che posso
toccarti. Aveva il diritto di saperlo».
«Non erano affari suoi».
«Certo che sono affari suoi» dice Warner. «Il mondo che ha creato quaggiù si basa
proprio su questo tipo di informazioni. E tu sei qui, vivi tra loro. È giusto che lo
sappia».
«Non c’era bisogno che lo sapesse».
«Perché ne fai un affare di Stato?» mi chiede, studiandomi negli occhi troppo
attentamente. «Perché ti disturba così tanto il fatto che qualcuno sappia che posso
toccarti? Perché deve essere un segreto?»
Mi sforzo di cercare delle parole che non trovo.
«Sei preoccupata per Kent? Pensi che possa infastidirlo sapere che ti posso
toccare?»
«Non volevo che lo scoprisse in questo modo».
«Ma che importanza ha?» insiste. «Stai dando tanta importanza ad una cosa che
non fa alcuna differenza nella tua vita personale. Che non dovrebbe» dice «fare
alcuna differenza nella tua vita personale. Non se sostieni ancora di non provare altro
che odio nei miei confronti. Perché hai detto così, no? Che mi odi».
Mi rannicchio sul pavimento di fronte a Warner. Mi stringo le ginocchia al petto.
Mi concentro sulle pietre sotto i miei piedi. «Io non ti odio».
Sembra che Warner smetta di respirare.
«Ogni tanto penso di capirti» gli dico. «Davvero. Ma nel momento in cui penso di
averti compreso, tu mi sorprendi. E non so mai chi sei né chi mi troverò davanti».
Alzo lo sguardo. «Ma so che non ti odio più. Ci ho provato» dico. «Ci ho provato con
tutta me stessa. Perché hai fatto tante cose terribili. A persone innocenti. A me. Ma ora
so troppo di te. Ho visto troppo. Sei troppo umano».
I suoi capelli sono doratissimi. I suoi occhi verdissimi. La sua voce è tormentata
quando parla. «Stai dicendo» chiede «che vuoi essere mia amica?»
«N-non lo so». Sono davvero, davvero terrorizzata da questa possibilità. «Non ci
ho pensato. Sto solo dicendo che non so…» Esito, respiro. «Non so più come fare ad
odiarti. Anche se vorrei. Lo voglio davvero e so che dovrei farlo, ma non ci riesco».
Lui distoglie lo sguardo.
E sorride.
È quel genere di sorriso che mi fa dimenticare di fare altro che non sia sbattere le
palpebre e non so cosa mi stia succedendo. Non so perché non riesco a convincere i
miei occhi a trovare qualcos’altro su cui focalizzarsi.
Non so perché il mio cuore stia perdendo la testa.
Tocca il mio diario come se neanche se ne stesse rendendo conto. Muove le dita
per tutta la copertina una, due volte, prima di capire dove mi è caduto lo sguardo e si
è fermato.
«Le hai scritte tu queste parole?» Tocca di nuovo il diario. «Dalla prima
all’ultima?»
Annuisco.
Lui dice: «Juliette».
Smetto di respirare.
Dice: «Mi piacerebbe molto. Essere tuo amico» dice. «Mi piacerebbe».
E, davvero, non so cosa succede nella mia testa.
Forse è perché lui è a pezzi ed io sono abbastanza folle da pensare di poterlo
aggiustare. Forse è perché mi rivedo in lui, vedo la Juliette di 3, 4, 5, 6, 17 anni
abbandonata, trascurata, abusata, maltrattata per qualcosa che va al di là del suo
controllo e penso a Warner come a qualcuno di uguale a me, qualcuno a cui non è mai
stata data una possibilità nella vita. Penso a come tutti già lo odino, a come odiarlo
sia un fatto universalmente accettato.
Warner è orribile.
Senza discussioni, né riserve, né domande. È già stato deciso che lui è un uomo
spregevole che prova gioia nell’uccidere, nell’avere potere e nel torturare gli altri.
Ma io voglio sapere. Ho bisogno di sapere. Devo sapere.
Se è veramente così facile.
Perché, cosa succederebbe se un giorno facessi un passo falso? Cosa succederebbe
se cadessi e nessuno fosse disposto a tirarmi su? Cosa mi succederebbe, allora?
Perciò incrocio i suoi occhi. Faccio un respiro profondo.
E scappo.

Scappo fuori dalla porta.


CINQUANTUNO
Solo un attimo.
Solo 1 secondo, solo 1 minuto in più, dammi solo un’altra ora o magari il fine
settimana per pensarci su, non è così tanto, non è così difficile, è tutto quello che
chiediamo, è una semplice richiesta.
Ma gli attimi, i secondi, i minuti, le ore, i giorni e gli anni diventano un grosso
errore, una straordinaria opportunità che ci è scivolata tra le dita perché non siamo
riusciti a decidere, non siamo riusciti a capire, ci serviva altro tempo, non sapevamo
cosa fare.
Non sappiamo nemmeno cosa abbiamo fatto.
Non abbiamo nemmeno idea di come siamo arrivati a questo punto, quando non
volevamo altro che alzarci la mattina e andare a dormire la notte e magari fermarci a
prendere un gelato sulla strada di casa e quella decisione, quella scelta, quel
momento fortuito ha mandato a rotoli tutto quello che abbiamo sempre saputo e in
cui abbiamo sempre creduto, e cosa facciamo?
Cosa dobbiamo fare
a questo punto?
CINQUANTADUE
Le cose stanno peggiorando.
La tensione fra i cittadini del Punto Omega aumenta con il passare delle ore.
Abbiamo provato a metterci in contatto con gli uomini di Anderson, senza successo:
non abbiamo avuto notizie dalla loro squadra o dai loro soldati, e non sappiamo nulla
sui nostri ostaggi. Ma i civili del Settore 45 – il settore del quale Warner era a
comando, il settore che supervisionava – cominciano a diventare sempre più inquieti.
Le voci su di noi e sulla nostra resistenza si stanno diffondendo troppo rapidamente.
La Restaurazione ha provato a nascondere la verità sulla nostra recente battaglia
definendola “un normale attacco rivolto ai membri dell’opposizione”, ma la gente sta
diventando più furba. Fra il popolo scoppiano proteste, alcuni si rifiutano di lavorare,
si oppongono alle autorità e cercano di fuggire dai comprensori per tornare nei
territori non regolamentati.
Non va mai a finire bene.
Ci sono troppe perdite e Castle è ansioso di passare all’azione. Tutti abbiamo la
sensazione che torneremo ad uscire, e presto anche. Non abbiamo ricevuto notizie
della morte di Anderson, il che significa che probabilmente se ne sta a guardare, o
forse Adam ha ragione e si sta soltanto riprendendo. Ma, qualunque sia la ragione, il
silenzio di Anderson non può essere positivo.

«Cosa ci fai tu qui?» mi chiede Castle.


Ho appena preso la cena. Mi sono seduta al solito tavolo con Adam, Kenji e James.
Guardo Castle sbattendo le palpebre, confusa.
«Che succede?» chiede Kenji
«Va tutto bene?» chiede Adam.
«Le chiedo scusa, signorina Ferrars. Non volevo interromperla. Confesso che sono
un po’ sorpreso di trovarla qui. Pensavo stesse svolgendo il suo incarico» dice Castle.
«Oh». Mi ha colto di sorpresa. Guardo il mio piatto e poi di nuovo Castle. «Io...
beh, sì... ma ho già parlato due volte con Warner… anzi, l’ho proprio visto ieri…»
«Oh, ottima notizia, signorina Ferrars. Ottima davvero». Castle si prende le mani,
il suo volto è il ritratto del sollievo. «E cosa è riuscita a scoprire?» È così pieno di
speranza che mi vergogno di me stessa.
Tutti mi stanno guardando, e io non so che fare, non so che dire.
Scuoto la testa.
«Ah». Castle lascia cadere le mani. Abbassa lo sguardo. Annuisce tra sé e sé.
«Dunque ha deciso che le sue due visite sono state più che sufficienti?» Non mi
guarda. «Qual è la sua opinione professionale, signorina Ferrars? Crede che in questa
situazione sia meglio prendersela con comodo? Che Winston e Brendan si
rilasseranno tranquillamente fino a quando lei non troverà il tempo, fra i suoi tanti
impegni, di interrogare l’unica persona che potrebbe aiutarci a trovarli? Pensa che...»
«Vado subito». Prendo il mio vassoio e mi alzo di scatto dal tavolo, quasi
inciampando da sola. «Mi dispiace… Io… Ci vado subito. Ci vediamo a colazione,
ragazzi» sussurro, e corro fuori dalla porta.
Brendan e Winston
Brendan e Winston
Brendan e Winston continuo a ripetermi.
Sento la risata di Kenji mentre esco.

A quanto pare non sono molto brava negli interrogatori.


Ho moltissime domande per Warner, ma nessuna di queste ha a che fare con gli
ostaggi. Ogni volta che mi dico che sto per fargli le domande giuste, in qualche modo
Warner riesce a distrarmi. È quasi come se sapesse cosa sto per chiedergli e fosse già
pronto a spostare la conversazione da un’altra parte.
Mi confonde.
«Hai qualche tatuaggio?» mi chiede, sorridendo mentre si appoggia con la schiena
contro il muro: indossa canottiera, pantaloni e calzini, ma è senza scarpe. «Ce li
hanno tutti ultimamente».
Non avrei mai pensato di fare questa conversazione con Warner.
«No» rispondo. «Non ho mai avuto occasione di farne uno. E poi, credo che
nessuno si avvicinerebbe tanto alla mia pelle».
Lui si studia le mani. Sorride e dice: «Forse, un giorno».
«Forse».
Pausa.
«Che mi dici del tuo, di tatuaggio?» chiedo. «Perché IGNITE?»
Il suo sorriso è più ampio, ora. Riecco le fossette. Scuote la testa e dice: «Perché
no?»
«Non capisco». Piego la testa, confusa: «Vuoi ricordarti di prendere fuoco?»
Sorride, trattiene una risata. «Una manciata di lettere non forma sempre una parola,
tesoro».
«Non… non so di cosa stai parlando».
Fa un respiro profondo. Si siede più dritto. «Leggevi molto?»
Mi ha presa alla sprovvista. È una domanda strana, e non posso fare a meno di
chiedermi, per un momento, se non si tratti di una trappola. Se ammettere una cosa
del genere possa crearmi problemi. Poi mi ricordo che Warner è mio ostaggio, non il
contrario. «Sì» gli dico. «Leggevo molto.»
Il suo sorriso svanisce e diventa qualcosa di più serio, studiato. I suoi lineamenti
sono accuratamente privi d’emozione. «E quando hai avuto la possibilità di leggere?»
«Cosa vuoi dire?»
Lui si stringe piano nelle spalle, e fissa un punto dall’altro lato della stanza. «È
strano che una ragazza che è stata completamente isolata per tutta la vita abbia avuto
accesso alla lettura. Specialmente in questo mondo».
Io non dico niente.
Lui non dice niente.
Faccio qualche respiro prima di rispondergli.
«Non… non ho mai potuto scegliere quali libri leggere» gli dico, e non so perché
mi sento così nervosa a dirlo ad alta voce, perché devo ricordarmi di non parlare
piano. «Leggevo quello che avevo a disposizione. Nelle mie scuole c’erano delle
piccole biblioteche, e i miei genitori avevano qualcosa in giro per casa. E poi...»
esito. «Poi ho passato un paio d’anni in ospedali, reparti psichiatrici e un c-centro di
detenzione minorile». Automaticamente la faccia mi va a fuoco, sempre pronta a
vergognarsi del mio passato, di chi sono stata e di chi continuo ad essere.
Ma è strano.
Mentre una parte di me fatica ad essere così schietta, un’altra si sente a suo agio a
parlare con Warner. Sicura. In confidenza.
Perché lui sa già tutto di me.
Lui sa tutti i dettagli dei miei 17 anni di vita. Ha tutte le mie cartelle cliniche, sa
tutto dei miei problemi con la polizia e del doloroso rapporto che ho avevo con i miei
genitori. E ora ha letto anche il mio diario.
Niente di quello che potrei rivelargli del mio passato lo sorprenderebbe; nulla di
quello che ho fatto lo scioccherebbe o terrorizzerebbe. Non ho paura che mi giudichi
o che scappi via da me.
Ed è questo pensiero, forse più di ogni altra cosa, che mi fa tremare.
E mi dà un senso di sollievo.
«C’erano libri dappertutto» continuo, incapace di fermarmi, con gli occhi incollati
al pavimento. «Nel centro di detenzione. Molti erano vecchi, consumati e senza
copertine, perciò non sempre sapevo il titolo e chi li avesse scritti. Leggevo di tutto.
Favole, gialli, libri di storia e poesia. Non aveva importanza. Li leggevo
ripetutamente. I libri... mi hanno aiutata a non perdere del tutto la ragione…» Mi
blocco, fermandomi prima che possa dire molto altro. Mi turba riconoscere quanto
voglia fidarmi di lui. Di Warner.
L’orribile, orribile Warner, che ha cercato di uccidere Adam e Kenji, e che ha fatto
di me il suo giocattolo.
Odio sapere che devo sentirmi al sicuro per parlare così liberamente con lui. Odio
che, tra tutti, Warner sia l’unica persona con cui posso essere del tutto sincera. Mi
sembra sempre di dover proteggere Adam da me, da quel racconto dell’orrore che è la
mia vita. Non voglio spaventarlo o dirgli troppo per paura che cambi idea e capisca
che abbia sbagliato di grosso a fidarsi di me; a mostrarmi affetto.
Ma con Warner non ho niente da nascondere.
Voglio vedere la sua espressione; voglio sapere cosa sta pensando ora che mi sono
aperta con lui, ora che gli ho permesso di dare un’occhiata al mio passato, ma non
riesco a guardarlo in faccia. Perciò me ne sto seduta qui, immobile, con l’umiliazione
che mi pesa sulle spalle e lui non dice una parola, non muove un muscolo, non emette
alcun suono. I secondi volano, invadendo la stanza, e io voglio allontanarli tutti:
voglio prenderli e mettermeli in tasca, quel poco che basta per fermare il tempo.
Finalmente spezza il silenzio.
«Anche a me piace leggere» dice.
Alzo lo sguardo, sorpresa.
È appoggiato al muro, ha una mano fra i capelli. Fa scorrere le dita fra quei fili
dorati, solo una volta. Abbassa la mano. Incrocia il mio sguardo. I suoi occhi sono
verdi, verdissimi.
«Ti piace leggere?» chiedo.
«Sei stupita».
«Pensavo che la Restaurazione volesse distruggere tutti i libri. Pensavo fosse
illegale».
«Lo faranno e diventerà illegale» dice, muovendosi un po’. «Presto. In realtà ne
hanno già distrutti alcuni». Per la prima volta, sembra a disagio. «È ironico» dice
«che abbia cominciato a leggere quando è stato attuato il piano di distruggere tutto.
Mi era stato dato l’incarico di controllare alcune liste… di dare la mia opinione su
cosa tenere e cosa buttare, cosa riutilizzare per le nostre campagne, per i nostri
programmi futuri, eccetera».
«E credi che sia giusto?» gli chiedo. «Distruggere quello che resta della cultura,
tutte le lingue, tutti quei testi? Sei d’accordo?»
Gioca di nuovo col mio diario. «Farei... molte cose in modo diverso» dice «se fossi
io al comando». Un respiro profondo. «Ma un soldato non deve per forza essere
d’accordo con gli ordini che esegue».
«Cosa faresti in modo diverso?» chiedo. «Se fossi tu al comando».
Ride. Sospira. Mi sorride guardandomi con la coda nell’occhio. «Fai troppe
domande».
«Non posso farci niente» dico. «Sembri molto diverso, ora. Tutto quello che dici
mi sorprende».
«Come mai?»
«Non lo so» rispondo. «È che sei... molto calmo. Un po’ meno pazzo».
Fa una risata silenziosa, di quelle che gli scuotono il petto anche se non ha suono, e
dice: «Nella mia vita ci sono solo state battaglie e distruzione. Stare qui» si guarda
intorno, «lontano dai doveri, dalle responsabilità. Dalla morte» dice, con gli occhi
fissi sul muro. «È come essere in vacanza. Non devo pensare continuamente, non
devo fare niente, non devo parlare con nessuno né andare da qualche parte. Non ho
mai avuto così tante ore anche solo per dormire» dice, sorridendo. «È un lusso. Credo
che dovrei farmi prendere in ostaggio più spesso» aggiunge, parlando più a se stesso.
Non posso fare a meno di studiarlo.
Studio il suo viso come non avevo mai osato fare prima, e realizzo che non ho la
più pallida idea di cosa significhi vivere la sua vita. Una volta mi ha detto che non
conoscevo e che non avrei mai potuto comprendere le strane leggi del suo mondo, e
solo ora comincio a capire quanto avesse ragione. Perché non so niente di quella
esistenza tanto sanguinosa e rigida. Ma, all’improvviso, voglio sapere.
All’improvviso voglio capire.
Guardo i suoi movimenti precisi, lo sforzo che fa per sembrare indifferente,
rilassato. Ma vedo che è tutto calcolato. Che c’è una ragione dietro ogni suo
movimento, dietro ogni cambio di posizione del suo corpo. È sempre in ascolto, ha
sempre una mano a terra, contro il muro e fissa la porta, studiandone i contorni, i
cardini, la maniglia. Vedo il modo in cui si irrigidisce – appena appena – al suono di
piccoli rumori, dello sfrigolio del metallo, delle voci sommesse fuori dalla stanza. È
ovvio che sta sempre all’erta, sempre sulle spine, pronto a lottare, a reagire. Mi porta
a chiedermi se sa cos’è la tranquillità. La sicurezza. Se è mai riuscito a dormire tutta
la notte. Se è mai riuscito ad andare da qualche parte senza guardarsi continuamente
alle spalle.
Ha le mani intrecciate.
Gioca con un anello che porta alla mano sinistra, girandolo e rigirandoselo intorno
al mignolo. Non riesco a credere che mi ci sia voluto così tanto per notarlo: è solido,
fatto di giada, di una sfumatura di verde chiaro che richiama perfettamente i suoi
occhi. E poi, all’improvviso, mi ricordo di averlo già visto.
Una volta sola.
La mattina dopo che avevo ferito Jenkins. Quando Warner era venuto a prendermi
dalla sua stanza. Mi aveva sorpreso a fissare l’anello e si era subito rimesso i guanti.
Ho un déjà-vu.
Si accorge che gli sto guardando le mani e subito stringe la mano sinistra a pugno,
coprendola con la destra.
«Cos…?»
«È solo un anello» dice. «Niente di importante».
«Perché lo nascondi se non è niente di importante?» Sono già molto più curiosa di
prima, ansiosa di cogliere l’opportunità di farlo aprire un po’, per scoprire cosa
diavolo gli passa per la testa.
Sospira.
Flette e contrae le dite. Si guarda le mani, ha i palmi rivolti verso il basso e le dita
ben distese. Si sfila l’anello dal mignolo e lo solleva nella luce fluorescente,
osservandolo. È una piccola O verde. Incontra il mio sguardo. Lascia cadere l’anello
sul palmo aperto della mano e stringe il pugno.
«Non me lo vuoi dire?» domando.
Scuote la testa.
«Perché no?».
Si massaggia il collo, sciogliendo le parti tese della zona più bassa, dove il collo
incontra il dorso. Non posso fare a meno di guardare. Non posso fare a meno di
chiedermi cosa significhi avere qualcuno massaggiare via il mio dolore. Le sue mani
sembrano così forti.
Ho quasi dimenticato di cosa stavamo parlando, quando dice: «Ho quest’anello da
quasi dieci anni. All’epoca mi andava sull’indice». Mi lancia un’occhiata e poi
distoglie ancora lo sguardo. «E non ne parlo mai».
«Mai?»
«Mai».
«Oh». Delusa, mi mordo il labbro inferiore.
«Ti piace Shakespeare?» mi chiede.
Strano cambio di discorso.
Scuoto la testa. «Di lui so solo che ha rubato il mio nome e che lo ha scritto male».
Warner mi fissa per un intero secondo prima di scoppiare a ridere; una risata forte e
incontrollata. Cerca di smettere, ma non ci riesce.
Improvvisamente mi sento nervosa e a disagio di fronte a questo strano ragazzo
che ride, porta anelli segreti e mi fa domande sui libri e sulla poesia. «Non volevo
fare una battuta» riesco a dirgli.
Ma i suoi occhi stanno ancora ridendo quando mi dice: «Tranquilla. Neanche io
sapevo granché di lui, fino a circa un anno fa. Continuo a non capire metà delle cose
che dice e credo che ci sbarazzeremo di quasi tutto quello che ha scritto, ma c’è una
frase che mi ha colpito molto».
«Quale?»
«Vuoi vederla?»
«Vederla?»
Ma Warner si è già alzato in piedi, si sta sbottonando i pantaloni e io mi chiedo
cosa stia succedendo, preoccupata che mi stia tendendo uno dei suoi sporchi tranelli,
ma lui si ferma. Nota la mia espressione sconvolta. «Tranquilla, tesoro, non mi
spoglio. Promesso. È solo un altro tatuaggio».
«Dov’è?» chiedo, pietrificata. Voglio e allo stesso tempo non voglio distogliere lo
sguardo.
Lui non risponde.
Ha i pantaloni slacciati che gli pendono dalla vita, e i boxer che porta sotto sono
ben visibili. Abbassa l’elastico sempre di più, finché non gli arriva sotto l’osso del
bacino.
Arrossisco fino alla punta dei capelli.
Non ho mai visto una parte così intima del corpo di un ragazzo, e non riesco a
distogliere lo sguardo. I miei momenti con Adam sono sempre stati al buio e siamo
sempre stati interrotti; non ho mai visto così tanto di lui, non perché non volessi, ma
perché non ne ho mai avuto l’occasione. Ora le luci sono accese, Warner è proprio
davanti a me e io sono davvero presa e intrigata dalla sua figura. Non posso fare a
meno di notare il modo in cui la sua vita si restringe nei fianchi e sparisce sotto quel
pezzo di tessuto. Voglio sapere cosa si prova a capire una persona senza quelle
barriere.
Cosa si prova a conoscere qualcuno così a fondo, così intimamente.
Voglio studiare i segreti nascosti fra i suoi gomiti e i sussurri incastrati dietro le sue
ginocchia. Voglio seguire le linee del suo profilo con i miei occhi e con la punta delle
mie dita. Voglio tracciare fiumi e valli tra i muscoli piegati del suo corpo.
I miei pensieri mi sconvolgono.
Ho un calore disperato alla bocca dello stomaco che vorrei ignorare. Ho delle
farfalle nel petto che vorrei poter giustificare. Ho un desiderio nel profondo a cui non
voglio dare un nome.
Bellissimo.
È davvero bellissimo.
Devo essere pazza.
«È interessante» dice. «Sembra molto... attuale, anche se è stata scritta molto
tempo fa».
«Cosa?» Distolgo lo sguardo, cercando disperatamente di bloccare la mia mente
dallo scendere nei dettagli. Torno a guardare le parole tatuate sulla sua pelle, e questa
volta mi concentro. «Oh» dico. «Sì».
Sono 2 righe, scritte come da una macchina da scrivere, tatuate proprio sul fondo
del suo busto.

l ’ i n f e r n o è v u o t o
e t u t t i i d e m o n i s o n o q u i

Sì, interessante. Sì. Certo.


Credo di aver bisogno di sdraiarmi.
«I libri» dice, rimettendosi a posto l’elastico dei boxer e chiudendo la zip dei
pantaloni «si distruggono facilmente. Ma le parole vivono finché la gente le ricorda. I
tatuaggi, per esempio, sono molto difficili da dimenticare». Riabbottona i pantaloni.
«Credo che ultimamente ci sia qualcosa nella transitorietà della vita che rende
necessario imprimerci inchiostro sulla pelle» dice. «Ci ricorda che siamo stati segnati
dal mondo, che siamo ancora vivi. Che non dimenticheremo mai».
«Chi sei tu?»
Non conosco questo Warner. Non potrei mai riconoscere questo Warner.
Sorride tra sé e sé. Si risiede. «Non c’è bisogno che lo sappiano gli altri» dice.
«Che intendi dire?»
«Io so chi sono» dice. «E questo mi basta».
Per un attimo resto in silenzio. Guardo il pavimento con la fronte aggrottata.
«Deve essere fantastico vivere avendo così tanta fiducia in se stessi».
«Tu sei sicura di te» dice. «Sei testarda, resistente. Molto coraggiosa. Molto forte.
Di una bellezza disumana. Potresti conquistare il mondo».
Rido davvero e alzo lo sguardo per incontrare i suoi occhi. «Piango troppo. E non
mi interessa conquistare il mondo».
«Questa» dice «è una cosa che non capirò mai». Scuote la testa. «Sei solo
spaventata. Hai paura di ciò che non conosci. Ti preoccupi troppo di deludere le
persone. Soffochi il tuo potenziale» dice «per quello che pensi gli altri si aspettino da
te, perché segui ancora le regole che ti hanno dato». Mi guarda severo. «Vorrei tanto
che non lo facessi».
«E io vorrei che tu la smettessi di sperare che userai il mio potere per uccidere la
gente».
Lui si stringe nelle spalle. «Non ho mai detto che devi farlo. Ma prima o poi
succederà, in guerra è inevitabile. È statisticamente impossibile evitare di uccidere».
«Stai scherzando, vero?»
«Assolutamente no».
«Si può sempre evitare di uccidere, Warner. Lo eviti non andando in guerra».
Ma lui fa un sorriso smagliante, senza nemmeno prestarmi attenzione. «Amo
quando dici il mio nome» dice. «Non so nemmeno perché».
«Il tuo nome non è Warner» puntualizzo. «È Aaron».
Il suo sorriso è grande, grandissimo. «Dio, lo adoro».
«Il tuo nome?»
«Solo quando lo pronunci tu».
«Aaron? O Warner?»
Chiude gli occhi. Abbassa di nuovo la testa contro il muro. Fossette.
All’improvviso mi rendo conto di cosa sto facendo. Sto seduta qui a passare del
tempo con Warner come se avessimo ore e ore a disposizione. Come se non ci fosse
un mondo orribile fuori da queste mura. Non so come faccio a farmi distrarre in
continuazione, e decido che questa volta non lascerò che la conversazione divaghi.
Ma quando apro la bocca, lui dice:
«Non ti restituirò il tuo diario».
La mia bocca si chiude.
«So che lo rivuoi indietro» dice. «Ma ho paura che sarò costretto a tenerlo per
sempre». Solleva il quaderno e me lo mostra. Sorride. E poi se lo mette in tasca,
l’unico posto a cui non oserei mai arrivare.
«Perché?» non posso fare a meno di chiedergli. «Perché lo vuoi così tanto?»
Passa troppo tempo a guardarmi, senza rispondere. E poi dice:
«Nei giorni più bui bisogna cercare la luce, nei giorni più freddi bisogna cercare
calore; nei giorni più cupi bisogna puntare gli occhi avanti, verso l’alto e nei giorni
più tristi bisogna tenerli aperti e lasciare che piangano. Per poi farli asciugare. Dar
loro la possibilità di lavare via il dolore in modo da poter tornare a vedere con
chiarezza».
«Non posso credere che tu l’abbia imparato a memoria» sussurro.
Si poggia ancora all’indietro. Chiude di nuovo gli occhi. «Niente di questa vita
avrà mai un senso per me, ma non posso evitare di mettere da parte gli spiccioli e
sperare che bastino a pagare i nostri errori».
«Ho scritto anche questo?» gli chiedo, non riesco a credere che stia recitando le
stesse parole che dalle labbra mi sono cadute sulla punta delle dita e che poi si sono
mischiate sulla carta. Ancora non riesco a credere che sia al corrente dei miei pensieri
segreti, dei sentimenti che ho raccolto con l’animo tormentato per poi racchiuderli in
frasi che ho sistemato in paragrafi, in idee che ho messo insieme usando segni di
punteggiatura che non servono ad altro che indicare la fine di un pensiero e l’inizio di
un altro.
Questo ragazzo biondo ha in bocca i miei segreti.
«Hai scritto molte cose» dice senza guardarmi. «Sui tuoi genitori, sulla tua
infanzia, sulle tue esperienze con gli altri. Parli di speranza e redenzione, di come
sarebbe vedere un uccello volare. Hai descritto il dolore. Come ci si sente a pensare
di essere un mostro. Come ci si sente ad essere giudicati dagli altri prima ancora di
aver parlato». Un respiro profondo. «In molti punti è stato come vedere me stesso
sulla carta» sussurra. «È stato come leggere tutte le cose che non ho mai saputo come
dire».
E vorrei che il mio cuore stesse zitto zitto zitto zitto.
«Tutti i santi giorni mi dispiace» dice e le sue parole sono quasi un soffio. «Mi
dispiace aver creduto alle cose che avevo sentito su di te. E poi per averti ferito
quando in realtà pensavo di aiutarti. Non posso scusarmi per come sono» dice.
«Quella parte di me è già andata; rovinata. Mi sono dato per perso molto tempo fa.
Ma mi dispiace di non averti capita di più. Tutto quello che ho fatto, l’ho fatto perché
volevo aiutarti ad essere più forte. Volevo che usassi la tua rabbia come uno
strumento, come un’arma per sfruttare la forza che hai dentro. Volevo che fossi in
grado di lottare contro il mondo. Ti ho provocato di proposito» dice. «Ti ho spinta
troppo in là, con troppa forza, ho fatto cose per spaventarti e disgustarti, e l’ho fatto
di proposito. Perché è così che mi hanno insegnato ad affrontare il terrore che c’è in
questo mondo. È così che mi hanno insegnato a reagire. E volevo insegnarlo anche a
te. Sapevo che avevi il potenziale per diventare qualcosa di più, molto di più. Vedevo
qualcosa di grandioso in te».
Mi guarda. Mi guarda davvero, davvero.
«Continuerai a compiere cose incredibili» dice. «L’ho sempre saputo. Credo che
volessi solo farne parte».
E io ci provo. Provo con tutta me stessa a ricordare i motivi per cui dovrei odiarlo,
provo a ricordare tutte le cose orribili che gli ho visto fare. Ma sono tormentata,
perché so benissimo cosa vuol dire essere tormentati. Fare qualcosa perché non sai
che non si fa. Fare ciò che credi sia giusto perché non ti hanno mai detto che era
sbagliato.
Perché è difficile essere gentili con il mondo quando non hai ricevuto altro che
odio.
Perché è difficile trovare del buono in un mondo dove hai provato solo terrore.
E voglio dirgli qualcosa. Qualcosa di profondo, completo e memorabile, ma lui
sembra capire. Mi rivolge un sorriso incerto, strano che non raggiunge i suoi occhi,
ma che dice fin troppo.
Poi:
«Di’ alla tua squadra» dice «di prepararsi alla guerra. A meno che i piani di mio
padre non siano cambiati, dopodomani ordinerà di attaccare i civili e sarà un vero e
proprio massacro. Sarà anche l’unica opportunità che avrete per salvare i vostri
uomini. Li tengono prigionieri da qualche parte nei piani bassi del quartier generale
del Settore 45. Temo di non poter dirti altro».
«Come hai fatto…»
«So perché sei qui, tesoro. Non sono un idiota. So perché ti costringono a passare
del tempo con me».
«Ma perché darmi le informazioni così liberamente?» gli chiedo. «Che motivo hai
di aiutarci?»
Nei suoi occhi passa una scintilla diversa che dura poco e non mi permette di
esaminarla. E, nonostante la sua espressione sia misuratamente neutra, qualcosa nello
spazio fra noi all’improvviso sembra diverso. Carico.
«Vai» dice. «Devi dirglielo subito».
CINQUANTATRE
Adam, Kenji, Castle e io siamo nel suo ufficio a parlare di quale strategia usare.
Ieri sera sono andata dritta da Kenji, che poi mi ha portato da Castle, per riferirgli
cosa mi aveva detto Warner. Castle è rimasto sollevato e inorridito allo stesso tempo e
sembra che non abbia ancora digerito l'informazione.
Mi ha detto che avrebbe visitato Warner il mattino dopo per approfondire la
questione e vedere se avesse voluto aggiungere qualcosa (non aveva voluto), e poi mi
ha detto che io, Adam e Kenji dovevamo andare nel suo ufficio a pranzo.
Così ora siamo ammassati in questo piccolo spazio, insieme ad altre 7 persone.
Molti dei volti in questa stanza li ho visti quando siamo andati nel comprensorio di
stoccaggio della Restaurazione; e questo significa che sono persone importanti, parte
integrante di questo movimento. Mi domando da quando sono entrata nella cerchia
ristretta di Castle qui al Punto Omega.
Non posso fare a meno di sentirmi un po' orgogliosa. Un po' emozionata di essere
una di quelli su cui fa affidamento. Di contribuire.
E penso a quanto sono cambiata in un periodo di tempo tanto breve. A com’è
cambiata la mia vita, a quanto mi senta più forte e più debole adesso. Mi chiedo se le
cose sarebbero andate diversamente se Adam e io avessimo trovato un modo per stare
insieme. Se avrei avuto il coraggio di abbandonare la sicurezza che ha portato nella
mia vita.
Mi chiedo un sacco di cose.
Ma quando alzo lo sguardo e lo sorprendo a fissarmi, le mie domande spariscono;
e tutto ciò che mi rimane è il dolore per la sua assenza e il desiderio di non vederlo
distogliere lo sguardo quando io sollevo il mio.
Questa scelta terribile l’ho presa io. Sono stata io a causarmi tutto questo.
Castle è seduto alla sua scrivania con i gomiti puntati sul tavolo e il mento
poggiato sulle mani. Ha le sopracciglia aggrottate, le labbra serrate e gli occhi
concentrati sulle carte di fronte a lui.
Non dice niente da 5 minuti.
Alla fine, alza gli occhi. Guarda Kenji, che è seduto proprio di fronte a lui, tra me e
Adam. «Cosa ne pensi?» dice. «Offensiva o difensiva?»
«Resistenza» dice Kenji senza esitazione. «Nient'altro».
Un respiro profondo. «Sì» dice Castle. «Quello che pensavo anch’io».
«Dobbiamo dividerci» dice Kenji. «Vuoi fare tu i gruppi o li faccio io?»
«Io farò i gruppi preliminari. Poi vorrei che tu li valutassi e suggerissi eventuali
modifiche».
Kenji annuisce.
«Perfetto. E le armi...»
«Ci penso io» interviene Adam. «Mi assicurerò che siano tutte pulite, cariche e
pronte all’uso. Ho una certa familiarità con l'armeria».
Non ne avevo idea.
«Bene. Eccellente. Formeremo un gruppo che vada alla base per cercare Winston e
Brendan; tutti gli altri si spargeranno nei diversi comprensori. La nostra missione è
semplice: salvare il maggior numero di civili possibile. Eliminare il minor numero di
soldati possibile. Non lottiamo contro gli uomini, ma contro i loro leader... non
dobbiamo mai dimenticarlo. Kenji» continua, «Vorrei che supervisionassi l’entrata
dei gruppi nei comprensori. Te la senti di farlo?»
Kenji annuisce.
«Io guiderò il gruppo alla base» dice Castle. «Anche se tu e il signor Kent sareste
più adatti ad infiltrarvi nel Settore 45, vorrei che restaste con la signorina Ferrars; voi
tre lavorate bene insieme e potremmo sfruttare i vostri punti di forza sul campo di
battaglia. Ora» aggiunge, sparpagliando le carte di fronte a lui «Ho studiato questi
progetti tutta la no...»
Qualcuno sta bussando al vetro della porta.
È un uomo piuttosto giovane che non ho mai visto prima, con gli occhi di un
brillante castano chiaro e i capelli tagliati così corti che non riesco nemmeno a capire
di che colore sono. Ha gli occhi stretti, la fronte corrugata, tesa. «Signore!» grida. È
da un po’ che grida, realizzo, ma la sua voce è ovattata e solo allora mi rendo conto
che questa stanza deve essere insonorizzata, anche solo un po'.
Kenji scatta in piedi e apre la porta spalancandola.
«Signore!» Ha il fiatone. È chiaro che ha corso fin qui. «Signore, per favore...»
«Samuel?» Castle si alza in piedi, supera la scrivania, si piega per afferrare le
spalle del ragazzo, cercando un contatto visivo. «Cosa c’è... cosa c'è che non va?»
«Signore» ripete Samuel, questa volta con voce un po’ più normale, il respiro quasi
sotto controllo. «Abbiamo un... un problema».
«Dimmi tutto... non è il momento di bloccarsi se è successo qualcosa...»
«Non è successo niente fuori, signore, è solo...» I suoi occhi guizzano verso di me
per una frazione di secondo. «Il nostro... ospite... non... non sta collaborando, signore.
Sta... sta dando un sacco di problemi alle guardie...»
«Che genere di problemi?» Gli occhi di Castle sono ridotti a due fessure.
Samuel abbassa la voce. «È riuscito ad ammaccare la porta, signore. È riuscito ad
ammaccare la porta d'acciaio, signore, sta minacciando le guardie e loro stanno
cominciando a preoccuparsi...»
«Juliette».
No.
«Ho bisogno del tuo aiuto» dice Castle senza guardarmi. «So che non ti va di
farlo, ma tu sei l'unica a cui dà ascolto e non possiamo permetterci questa distrazione,
non adesso». La sua voce è così sottile, così tesa che sembra sul punto di spezzarsi.
«Per favore, fa’ il possibile per fermarlo e quando pensi che sia abbastanza sicuro da
far entrare una delle ragazze, forse possiamo riuscire a sedarlo senza che nessuno si
faccia male».
I miei occhi si posano quasi per caso su Adam. Non sembra felice.
«Juliette». La mascella di Castle si irrigidisce. «Per favore. Vai subito».
Annuisco. Mi giro per andar via.
«Preparatevi» aggiunge Castle mentre esco dalla stanza, con un tono di voce
troppo delicato, viste le parole che pronuncia dopo. «A meno che non siamo stati
ingannati, domani il supremo massacrerà dei civili disarmati e non possiamo rischiare
di credere che Warner ci abbia dato delle false informazioni. Partiamo all’alba».
CINQUANTAQUATTRO
Le guardie mi fanno entrare nella stanza di Warner senza dire niente.
Faccio sfrecciare gli occhi intorno alla stanza, adesso parzialmente arredata, col cuore
in gola, i pugni stretti e il sangue scorre veloce veloce veloce. Qualcosa non va. È
successo qualcosa. Warner stava benissimo quando l'ho lasciato la notte scorsa e non
riesco a immaginare che cosa abbia potuto fargli perdere la testa in questo modo, ma
ho paura.
Qualcuno gli ha dato una sedia. Ora capisco come ha fatto a scalfire la porta
d'acciaio. Non avrebbero dovuto dargli una sedia.
Warner ci è seduto sopra e mi dà le spalle. Dalla posizione in cui sono, riesco a
vedergli soltanto la testa.
«Sei tornata» dice.
«Certo che sono tornata» gli dico, avanzando lentamente verso di lui. «Cosa c’è
che non va? È successo qualcosa?»
Lui ride. Si passa una mano tra i capelli. Alza lo sguardo al soffitto. «Cosa è
successo?» Sono davvero preoccupata ora. «Stai... Ti è successo qualcosa? Stai
bene?»
«Devo andarmene da qui» dice. «Devo andarmene. Non posso più stare qui».
«Warner...»
«Sai cosa mi ha detto? Ti ha riferito cosa mi ha detto?»
Silenzio.
«È venuto nella mia stanza stamattina. È entrato e ha detto che voleva parlarmi».
Warner ride di nuovo, forte, troppo forte. Scuote la testa. «Mi ha detto che posso
cambiare. Ha detto che forse ho un dono come gli altri che sono qui... che forse ho
un’abilità. Ha detto che posso essere diverso, tesoro. Ha detto che crede che io possa
essere diverso se volessi esserlo».
E così Castle gliel’ha detto.
Warner si alza, ma non si volta del tutto e noto che non indossa la maglietta. Non
sembra importargli che veda le cicatrici sulla sua schiena, la parola IGNITE tatuata
sul suo corpo. Ha i capelli in disordine, tutti spettinati, che gli ricadono davanti al
viso e ha i pantaloni chiusi con la zip ma sbottonati e non l'ho mai visto così
scarmigliato prima d'ora. Preme i palmi delle mani contro il muro di pietra, con le
braccia distese; il suo corpo è piegato, tiene la testa bassa come se stesse pregando.
Tutto il suo corpo è rigido, inquieto, ha i muscoli tesi contro la pelle. I suoi vestiti
sono ammucchiati sul pavimento, il materasso è al centro della stanza e la sedia dove
era seduto poco fa è rivolta verso il muro, a fissare il nulla, e capisco che sta
cominciando a perdere la testa qui dentro.
«Ma ci credi?» mi chiede, continuando a evitare il mio sguardo. «Ci credi che
pensa che un bel giorno possa svegliarmi ed essere diverso? Che possa cantare
canzoncine, dare soldi ai poveri e implorare il mondo di perdonarmi per quello che ho
fatto? Pensi sia possibile? Credi che io possa cambiare?»
Finalmente si volta a guardarmi e i suoi occhi sembrano divertiti, come smeraldi
che brillano al sole, e la sua bocca si contorce nel tentativo di reprimere un sorriso.
«Pensi che possa essere diverso?» Fa qualche passo verso di me e non so perché
questo influisce sul mio respiro. Non so perché non trovo più la mia bocca.
«È solo una domanda» aggiunge, è proprio di fronte a me e non so nemmeno come
ci sia finito. Mi sta ancora guardando, il suo sguardo è concentrato e allo stesso
tempo spossante, intenso, ardente di un qualcosa che non riesco mai a decifrare.
Il mio cuore non riesce a stare fermo si rifiuta di smettere di saltare saltare saltare.
«Dimmi, Juliette. Mi piacerebbe tanto sapere cosa pensi davvero di me».
«Perché?» Appena un sussurro nel tentativo di guadagnare un po' di tempo.
Le labbra di Warner si sollevano agli angoli e si allargano in un sorriso, poi si
schiudono appena, quel tanto che basta per contrarsi in una strana espressione curiosa
che gli arriva agli occhi. Non risponde. Non dice una parola. Si avvicina soltanto,
studiandomi, e io sono paralizzata, ho la bocca piena dei secondi in cui lui non parla e
sto lottando contro ogni atomo del mio corpo e contro ogni stupida cellula del mio
organismo, perché sono attratta da lui.
Oh.
Dio.
Sono terribilmente attratta da lui.
Il senso di colpa cresce inarrestabile dentro di me, si insinua nelle mie ossa,
spezzandomi a metà. È come un filo che ho attorcigliato intorno al collo, un
millepiedi che mi striscia nello stomaco. È la notte, la mezzanotte e il crepuscolo
dell'indecisione. Troppi segreti che non riesco più a contenere.
Non capisco perché lo voglio.
Sono una persona terribile.
Ed è come se lui vedesse quello che sto pensando, come se potesse sentire il
cambiamento che sta avendo luogo nella mia testa, perché improvvisamente è
diverso. La sua energia diminuisce, i suoi occhi sono profondi, turbati, gentili; le sue
labbra sono morbide, ancora leggermente schiuse e ora l'aria in questa stanza è troppo
opprimente, troppo ovattata e sento il sangue che mi scorre veloce nella testa e si
scontra contro ogni parte razionale del mio cervello.
Vorrei che qualcuno mi ricordasse come si respira.
«Perché non sai rispondere alla mia domanda?» Mi sta guardando negli occhi con
uno sguardo così profondo che sono sorpresa di non essere crollata davanti a tanta
intensità e allora capisco, capisco proprio in questo momento che tutto in lui è
intenso. In lui non c’è niente di gestibile o di facilmente comprensibile. È troppo.
Tutto in lui è troppo. Le sue emozioni, il suo comportamento, la sua rabbia, la sua
aggressività.
Il suo amore.
È pericoloso, magnetico, impossibile da contenere. Il suo corpo è scosso da
un'energia così straordinaria che anche quando è calmo è quasi tangibile. È quasi una
presenza fisica.
Ma nutro una fiducia strana e spaventosa nella persona che è davvero Warner e in
quella che potrebbe diventare. Voglio trovare il ragazzo di 19 anni che ha dato da
mangiare ad un cane randagio. Voglio credere nel ragazzo che ha avuto un'infanzia
tormentata e un padre violento. Voglio capirlo. Voglio scoprirlo.
Voglio credere che lui sia più di ciò che l’hanno costretto a diventare.
«Penso che tu possa cambiare» mi sento dire. «Penso che tutti possano cambiare».
E lui sorride.
È un sorriso lento, felice. Il tipo di sorriso che si trasforma in una risata, illumina i
tratti del suo viso e lo fa sospirare. Chiude gli occhi. Ha un’espressione toccata,
divertita. «Che cosa dolce» dice «Insopportabilmente dolce. Perché tu ci credi
veramente».
«Certo che ci credo».
Finalmente mi guarda quando sussurra: «Ma ti sbagli».
«Cosa?»
«Sono senza cuore» mi dice e le sue parole sono fredde, vuote, introspettive.
«Sono un bastardo senza cuore, un essere crudele e violento. Non mi importa di
quello che provano gli altri. Non mi importa delle loro paure né del loro futuro. Non
mi importa cosa vogliono, se hanno una famiglia o no, e non mi dispiace» dice. «Non
ho mai provato dispiacere per niente di quello che ho fatto».
Mi ci vogliono alcuni istanti per riprendermi. «Ma mi hai chiesto scusa» gli dico.
«Mi hai chiesto scusa proprio la scorsa notte...»
«Tu sei diversa» dice, interrompendomi. «Non conti».
«Non sono diversa» gli rispondo. «Sono una persona proprio come gli altri. E hai
dimostrato che sei in grado di provare rimorso. Compassione. So che sai essere
gentile...»
«No, io non sono fatto così». La sua voce d’un tratto è più dura, troppo forte. «E
non cambierò. Non posso cancellare questi squallidi diciannove anni di vita. Non
posso dimenticare ciò che ho fatto. Non posso svegliarmi un giorno e decidere di
vivere di speranze e sogni presi in prestito. Delle promesse di qualcuno su un futuro
migliore».
«E non ti dirò una bugia» aggiunge. «Non me n’è mai fregato niente degli altri,
non faccio sacrifici e non cerco compromessi. Non sono buono, o giusto, o
rispettabile e non lo sarò mai. Non posso esserlo. Perché anche solo provarci sarebbe
vergognoso». «Come puoi pensarlo?» Vorrei scuoterlo. «Come puoi vergognarti di
provare ad essere una persona migliore?»
Ma non mi sta ascoltando. Ride. Mi dice: «Ma mi immagini? Io che sorrido ad un
bambino e che distribuisco regali ad una festa di compleanno? Io che aiuto uno
sconosciuto? Che gioco con il cane dei vicini?»
«Sì» gli dico. «Sì, certo». Ti ho già visto farlo, ma questo non glielo dico.
«No».
«Perché no?» insisto. «Perché è così difficile crederci?»
«Quel tipo di vita» mi risponde «è impossibile per me».
«Ma perché?»
Warner contrae e rilassa le 5 dita di una mano prima di passarsele tra i capelli.
«Perché lo sento» dice, più piano ora. «L’ho sempre sentito».
«Sentito cosa?» sussurro.
«Quello che la gente pensa di me».
«Cosa...?»
«I loro sentimenti... la loro energia... è... non so come» dice frustrato,
indietreggiando e scuotendo la testa. «L’ho sempre saputo. So quanto tutti mi odino.
So quanto poco importi a mio padre di me. Sono consapevole del dolore di mia
madre. So che tu non sei come gli altri». Poi aggiunge «So che dici la verità quando
dici di non odiarmi. Che vuoi farlo, ma che non ci riesci. Perché non c’è ostilità nel
tuo cuore, non verso di me, e se ci fosse lo saprei. Proprio come so» dice, con la voce
roca per lo sforzo di controllarsi «che hai provato qualcosa quando ci siamo baciati.
Hai provato la stessa cosa che ho provato io e te ne vergogni».
Sono nel panico più totale.
«Come fai a saperlo?» gli chiedo. «C-come... non puoi sapere certe cose...»
«Nessuno mi ha mai guardato come fai tu» sussurra. «Nessuno mi parla come fai
tu, Juliette. Sei diversa» dice. «Sei molto diversa. Tu mi capisci. Ma il resto del
mondo non se ne fa niente della mia comprensione. Non se ne fa niente dei miei
sorrisi. Castle è l’unico uomo sulla faccia della Terra che ha fatto eccezione a questa
regola e il suo entusiasmo nel darmi fiducia e accettarmi non fa altro che dimostrare
quanto è debole questa resistenza. Qui nessuno si rende conto di quello che fa e
verranno tutti massacrati...»
«Non è vero... non può essere vero...»
«Ascoltami» dice Warner, con urgenza ora. «Devi capire... le uniche persone che
hanno valore in questo misero mondo sono quelle che hanno potere. E tu» dice «tu ce
l’hai. Hai una forza tanto grande da poter scuotere il pianeta... da poterlo conquistare.
E forse è ancora troppo presto, forse hai bisogno di più tempo per conoscere il tuo
vero potenziale, ma io continuerò ad aspettare. Ti vorrò sempre al mio fianco. Perché
noi due... noi due insieme» dice, poi si ferma. Sembra senza fiato. «Te lo immagini?»
I suoi occhi sono fissi nei miei, le sue sopracciglia aggrottate. Mi sta studiando.
«Certo che sì» sussurra. «Ci pensi sempre».
Resto a bocca aperta.
«Il tuo posto non è qui» dice. «Il tuo posto non è con queste persone. Ti
trascineranno giù con loro e ti faranno uccidere...»
«Non ho altra scelta!» Sono arrabbiata ora, indignata. «Preferisco stare qui con chi
cerca di aiutare... di fare la differenza! Almeno non uccidono degli innocenti...»
«Pensi che i tuoi nuovi amici non abbiano mai ucciso prima?» urla Warner,
indicando la porta. «Pensi che Kent non abbia mai ucciso nessuno? Che Kenji non
abbia mai sparato ad uno sconosciuto? Erano miei soldati!» esclama. «Gliel’ho visto
fare con i miei occhi!»
«Cercavano di sopravvivere» gli rispondo, tremando, cercando di ignorare il
terrore che mi provocano quelle immagini. «Non sono mai stati fedeli alla
Restaurazione...»
«La mia lealtà» dice «non va alla Restaurazione. La mia lealtà va a coloro che
sanno sopravvivere. In questo gioco ho solo due possibilità, tesoro». Respira
affannosamente. «Uccidere. O essere ucciso».
«No» gli dico, indietreggiando, mi sento male. «Le cose non devono andare per
forza così. Non devi vivere per forza così. Potresti scappare da tuo padre, da quella
vita. Non devi essere per forza come ti vuole lui...»
«Il danno» dice «è già stato fatto. È troppo tardi per me. Ho già accettato il mio
destino».
«No... Warner…»
«Non ti sto chiedendo di preoccuparti per me» dice. «So esattamente come sarà il
mio futuro e mi va bene. Mi piace vivere da solo. Non ho paura di passare il resto
della vita in compagnia solo di me stesso. Non ho paura della solitudine».
«Non devi vivere per forza in quel modo» gli rispondo. «Non devi per forza stare
da solo».
«Non resterò qui» dice. «Volevo solo che lo sapessi. Troverò un modo per andar-
mene e me ne andrò non appena ne avrò l’occasione. La mia vacanza» dice «è uffi-
cialmente giunta al termine».
CINQUANTACINQUE
Tic tac.
Castle ha convocato una riunione improvvisa per informare tutti sui dettagli della
battaglia di domani; mancano meno di 12 ore alla partenza. Ci siamo riuniti nella sala
da pranzo perché è il posto più comodo in cui far sedere tutti.
Abbiamo mangiato per l’ultima volta e fatto qualche conversazione forzata; sono
state due ore tese e piene di brevi risate spastiche che somigliavano più a un principio
di soffocamento. Sara e Sonya sono state le ultime ad entrare nella sala, facendomi
entrambe un veloce cenno di saluto prima di sedersi dall'altra parte della stanza. Poi
Castle ha iniziato a parlare.
Tutti dovranno combattere.
Tutti gli uomini e le donne di robusta costituzione. Gli anziani impossibilitati ad
unirsi alla battaglia rimarranno qui con i più giovani, inclusi James e il suo vecchio
gruppo di amici.
James al momento sta distruggendo la mano di Adam.
Anderson sta perseguitando la popolazione, dice Castle. Il popolo si sta rivoltando
contro la Restaurazione più che mai. La nostra battaglia ha dato loro speranza, ci dice
Castle. Fino a quel momento avevano sentito solo voci a proposito di una resistenza,
e la battaglia ha concretizzato il tutto. Sperano nel nostro supporto, che stiamo al loro
fianco e combatteremo usando per la prima volta i nostri doni alla luce del sole.
Nei comprensori.
Dove i civili ci vedranno per quello che siamo.
Castle dice di prepararci ad un'aggressione da entrambi i lati. Dice che a volte,
specialmente se spaventata, la gente non reagisce bene alla nostra specie.
Preferiscono il terrore familiare a quello sconosciuto e inspiegabile, e la nostra
presenza, la nostra esibizione pubblica, potrebbe crearci nuovi nemici.
Dobbiamo essere pronti a questa possibilità.
«Perché dovrebbe importarci, allora?» grida qualcuno dal fondo della stanza. Si
alza e noto i suoi capelli neri e lucenti, un denso strato d'inchiostro che le arriva fino
alla vita. I suoi occhi brillano sotto le luci fluorescenti. «Se ci odieranno» dice
«perché dovremmo difenderli? È ridicolo!»
Castle fa un respiro profondo. «Non possiamo incolparli tutti per la stupidità di uno
solo».
«Ma non sarà uno solo, giusto?» si intromette una nuova voce. «Quanti di loro si
rivolteranno contro di noi?»
«Non abbiamo modo di saperlo» dice Castle. «Potrebbe essere uno. Potrebbe non
essere nessuno. Vi sto semplicemente avvisando di essere cauti. Non dovete mai
dimenticare che questi civili sono innocenti e disarmati. Li stanno uccidendo per la
loro disobbedienza... solo perché stanno esprimendo la loro opinione e perché
chiedono di essere trattati giustamente. Stanno morendo di fame e hanno perso le loro
case, le loro famiglie. Sicuramente non vi sarà difficile mettervi nei loro panni. Molti
di voi hanno ancora famiglie sperdute, sparse per il paese, giusto?»
C'è un mormorio generale nella folla.
«Dovete immaginare che in mezzo a loro ci sia vostra madre. Vostro padre. I vostri
fratelli e sorelle. Sono feriti e demoralizzati. Dobbiamo fare il nostro piccolo per
aiutarli. È l'unico modo. Siamo la loro unica speranza».
«E i nostri uomini?» Un'altra persona si alza in piedi. Deve avere circa quaranta o
cinquant’anni, robusto e ben piazzato, una presenza facilmente individuabile nella
stanza. «Dov'è la garanzia che ci riprenderemo Winston e Brendan?»
Castle abbassa lo sguardo solo per un secondo. Mi chiedo se sono stata l'unica ad
essersi resa conto del dolore che ha attraversato i suoi occhi. «Non c'è garanzia,
amico mio. Non c'è mai. Ma faremo del nostro meglio. Non ci arrenderemo».
«Quindi che beneficio ci ha procurato prendere in ostaggio il ragazzo?» protesta
l’uomo. «Perché non ucciderlo e basta? Perché lo teniamo in vita? Non ci è stato di
alcuna utilità, sta solo mangiando il nostro cibo e usando risorse che dovrebbero
essere per noi!»
Fra la folla scoppia una grande frenesia, piena di rabbia, densa di emozioni. Tutti
urlano contemporaneamente, gridano cose come «Uccidetelo!», «Così il supremo
vedrà!», «Dobbiamo fare un comunicato!» e «Merita di morire!»
Ho un'improvvisa fitta al cuore. Ho quasi iniziato ad andare in iperventilazione e
realizzo, per la prima volta, che il pensiero della morte di Warner è tutto tranne che
piacevole per me.
Mi terrorizza.
Guardo Adam in cerca di una reazione diversa, ma non so cosa mi aspettassi. Sono
una stupida a sorprendermi della tensione che vedo nei suoi occhi, sulla sua fronte,
nella linea dura delle sue labbra. Sono stata stupida ad aspettarmi altro che non fosse
odio da parte di Adam. Adam odia Warner. Ovvio che lo odia.
Warner ha cercato di ucciderlo.
Ovvio che anche lui lo voglia morto.
Penso di sentirmi male.
«Per favore!» urla Castle «So che siete arrabbiati. Domani sarà una giornata
difficile, ma non possiamo focalizzare la nostra rabbia su una sola persona.
Dobbiamo usarla come carburante per la nostra battaglia e dobbiamo restare uniti.
Non dobbiamo permettere che qualcosa ci divida. Non adesso!»
6 secondi di silenzio.
«Non lotterò finché non sarà morto!»
«Uccidiamolo stanotte!»
«Andiamo a prenderlo subito!»
La folla è una massa di corpi pieni di rabbia e determinazione, i loro lineamenti
sono contorti da una rabbia disumana che li rende spaventosi e selvaggi. Non avevo
realizzato che le persone del Punto Omega serbassero tanto risentimento.
«BASTA!» Castle alza le braccia, i suoi occhi sono in fiamme. Tutte le sedie e i
tavoli hanno iniziato a muoversi. La gente si guarda intorno, sparpagliata e
spaventata, con i nervi a fior di pelle.
Non vogliono ancora mettere in discussione l'autorità di Castle. Almeno per ora.
«Il nostro ostaggio» inizia Castle «non è più un ostaggio».
Impossibile.
È impossibile.
Non è possibile.
«È venuto da me, proprio stasera» dice Castle «e mi ha chiesto rifugio al Punto
Omega».
Il mio cervello sta urlando, rivoltandosi contro le 14 parole che Castle ha appena
pronunciato.
Non può essere vero. Warner ha detto che se ne sarebbe andato. Ha detto che
avrebbe trovato un modo per andarsene.
Ma il Punto Omega è ancora più scioccato di me. Accanto a me, anche Adam sta
tremando di rabbia. Ho paura di guardarlo in faccia.
«SILENZIO! PER FAVORE!» Castle tenta di nuovo di placare le proteste con una
mano.
Riprende: «Di recente abbiamo scoperto che anche lui ha un dono. E dice di volersi
unire a noi. Dice che combatterà con noi domani. Che combatterà contro suo padre e
che ci aiuterà a trovare Brendan e Winston».
Il caos.
Il caos.
Il caos
esplode in ogni angolo della stanza.
«È un bugiardo!»
«Dimostralo!»
«Come fai a credergli?»
«Ha tradito la sua gente! E tradirà anche noi!»
«Non combatterò mai al suo fianco!»
«Lo ucciderò prima!»
Castle assottiglia lo sguardo, che gli brilla sotto le luci fluorescenti, e le sue mani si
muovono nell'aria come fruste, raccoglie tutti i piatti, i cucchiai e i bicchieri di vetro
della stanza e li tiene a mezz'aria, sfidando chiunque a parlare, ad urlare, ad opporsi.
«Non lo toccherete» dice tranquillamente. «Ho giurato di aiutare i membri della
nostra specie e non infrangerò la mia promessa proprio ora. Pensate a voi!» grida.
«Pensate al giorno in cui l'avete scoperto! Pensate alla solitudine, all'isolamento, al
terrore che vi hanno sopraffatto! Pensate a come siete stati messi da parte dalle vostre
famiglie e dai vostri amici! Non credete che possa essere cambiato come siete
cambiati voi, amici? E ora lo giudicate! State giudicando un vostro pari che chiede
aiuto!»
Castle sembra disgustato.
«Se fa qualcosa che compromette uno qualsiasi di noi, se farà anche una sola cosa
che confuti la sua lealtà, allora sarete liberi di giudicarlo. Ma prima gli daremo
un'opportunità, va bene?» Non si preoccupa più di nascondere la sua rabbia. «Dice
che ci aiuterà a trovare i nostri uomini! Che combatterà contro suo padre! È a
conoscenza di preziose informazioni che possiamo usare! Perché non correre il
rischio? È solo un ragazzo di diciannove anni! Lui è uno e noi siamo tanti!»
La folla si è zittita, bisbiglia fra sé e sé e sento frammenti di conversazione; cose
come «ingenuo», «ridicolo» e «ci farà uccidere tutti», ma nessuno parla ad alta voce e
io sono sollevata. Non riesco a credere a cosa sto provando in questo momento e
vorrei che non mi importasse niente di ciò che succede a Warner.
Vorrei poter desiderare la sua morte. Vorrei non provare nulla per lui.
Ma non ci riesco. Non ci riesco. Non ci riesco.
«Come lo sai?» chiede qualcuno. Una nuova voce, calma, che fa fatica a restare
lucida.
La voce di colui che è seduto accanto a me.
Adam si alza. Deglutisce con difficoltà. E chiede: «Come sai che ha un dono? L'hai
messo alla prova?»
E lui mi guarda, Castle mi guarda, mi fissa come se mi stesse spingendo a parlare e
io mi sento come se avessi risucchiato tutta l'aria di questa stanza, come se fossi stata
buttata dentro una tinozza di acqua bollente, come se non riuscirò più sentire il battito
del mio cuore e sto pregando, supplicando, sperando che non pronunci le parole che
sta per dire, ma lui le dice.
Ovvio che lo fa.
«Sì» dice Castle. «Sappiamo che, come te, può toccare Juliette».
CINQUANTASEI
È come passare 6 mesi a cercare di respirare.
È come dimenticare come si muovono i muscoli, rivivere tutti i momenti nauseanti
della tua vita e sforzarti di togliere tutte le schegge che hai sotto la pelle. È come
quella volta che ti sei svegliato, sei inciampato nella tana di un coniglio e una ragazza
bionda con un vestito azzurro continuava a chiederti indicazioni ma tu non sapevi
dargliele, non ne avevi idea, continuavi a cercare di parlare ma avevi la gola piena di
nuvole di pioggia ed è come se qualcuno avesse preso l'oceano, l’avesse riempito di
silenzio e poi l’avesse scaricato tutto in questa stanza.
È così.
Nessuno parla. Nessuno si muove. Tutti stanno a guardare.
Guardano me.
Adam.
Guardano Adam che guarda me.
I suoi occhi sono spalancati, sbatte le palpebre troppo velocemente, i suoi
lineamenti passano dalla confusione, alla rabbia, al dolore, alla confusione, tanta
confusione e un pizzico di tradimento, di sospetto, ancora altra confusione ed una
dose extra di dolore, e io boccheggio come fa un pesce prima di morire.
Non guarda nella mia direzione.
«Adam...»
Si è alzato. Si è alzato. Si è alzato e si dirige fuori dalla stanza e io scatto in piedi,
lo seguo fuori dalla porta e sento il caos esplodere dietro di me, la folla che si lascia
andare di nuovo alla rabbia e quasi gli vado a sbattere contro, io ansimo, lui si gira e
dice:
«Non capisco». I suoi occhi sono feriti, profondi, azzurri.
«Adam, io...»
«Ti ha toccata». Non è una domanda. Riesce appena a guardarmi negli occhi e
sembra quasi vergognarsi per le parole che pronuncia dopo. «Ha toccato la tua pelle».
Se fosse solo questo. Se solo fosse così semplice. Se solo potessi far uscire questa
corrente dal mio corpo e togliermi Warner dalla testa e perché sono così confusa.
«Juliette».
«Sì» gli dico, muovendo a malapena le labbra. La risposta alla sua non-domanda è
sì.
Adam si tocca le labbra con le dita, alza lo sguardo, lo distoglie, fa uno strano
suono incredulo. «Quando?»
Glielo dico.
Gli dico quando è successo, come tutto è iniziato, gli dico che indossavo uno dei
vestiti che Warner mi faceva sempre indossare, che aveva cercato di fermarmi prima
che saltassi dalla finestra, che la sua mano mi aveva sfiorato la gamba e che mi aveva
toccato senza che succedesse nulla.
Gli dico che ho cercato di far finta che fosse tutto frutto della mia immaginazione,
finché Warner non ci ha catturati di nuovo.
Non gli dico che Warner mi ha detto che gli mancavo, che mi amava e che mi ha
baciata, che mi ha baciata con un'intensità feroce, pazzesca. Non gli dico che ho
ricambiato il suo gesto solo per poter infilare le mani nel suo cappotto e tirare fuori la
pistola dalla tasca interna.
Non gli dico che ero sorpresa, scioccata, di come mi ero sentita tra le sue braccia, e
che ho accantonato quelle strane sensazioni perché odiavo Warner, perché ero
talmente terrorizzata dal fatto che avesse sparato ad Adam da volerlo uccidere.
Adam sa solo che ci ero quasi riuscita. Che ero quasi riuscita ad uccidere Warner.
E ora Adam sbatte le palpebre, digerisce le parole che gli dico, ignaro delle cose
che ho tenuto per me.
Sono davvero un mostro.
«Non volevo che lo sapessi» riesco a dire. «Pensavo che avrebbe complicato le
cose tra noi... dopo tutto quello che abbiamo dovuto affrontare... ho pensato che
sarebbe stato meglio far finta di niente e non lo so» brancolo, mi mancano le parole.
«È stata una decisione stupida. Io sono stata stupida. Avrei dovuto dirtelo e mi
dispiace. Mi dispiace tanto. Non volevo che lo venissi a sapere così».
Adam respira con difficoltà, si massaggia la nuca, si passa la mano tra i capelli e
dice: «Io non... non capisco... cioè... sappiamo perché può toccarti? È come me? Può
fare quello che faccio io? Io non... Mio Dio, Juliette, e hai passato tutto quel tempo da
sola con lui...»
«Non è successo niente» gli dico. «Ho solo parlato con lui e non ha mai provato a
toccarmi. E non so perché può toccarmi... credo che nessuno lo sappia. Non ha ancora
iniziato a fare le verifiche con Castle».
Adam sospira, si passa una mano sul viso e dice, così piano che solo io possa
sentirlo: «Non so neanche perché sono sorpreso. Condividiamo lo stesso maledetto
DNA». Impreca sotto voce. Impreca di nuovo. «Avrò mai un po’ di fortuna?» chiede,
alzando la voce, senza rivolgersi a nessuno. «Arriverà mai un periodo in cui non mi
verranno sbattute in faccia notizie di merda? Gesù. Sembra che questa follia non
abbia mai fine».
Vorrei dirgli che non penso avrà mai fine.
«Juliette».
Mi immobilizzo al suono della sua voce.
Chiudo gli occhi con forza, con molta forza, mi rifiuto di credere alle mie orecchie.
Warner non può essere qui. Certo che non è qui. Non è possibile che sia qua fuori, ma
poi ricordo.
Castle ha detto che non è più un ostaggio.
Castle deve averlo fatto uscire dalla sua stanza.
Oh.
Oh no.
Non può essere vero. Warner non è qui vicino a me e Adam, non di nuovo, non
così, non dopo tutto quello che è successo, non può essere vero, ma Adam guarda
oltre la mia spalla, guarda la persona dietro, che sto cercando di ignorare con tutte le
mie forze e non riesco a sollevare lo sguardo. Non voglio assistere a ciò che sta per
succedere.
La voce di Adam è acido puro quando parla. «Che diavolo ci fai tu qui?»
«È bello rivederti, Kent». Riesco a percepire il sorriso di Warner. «Dovremmo
aggiornarci sulle novità, specialmente alla luce di questa nuova scoperta. Non
pensavo che avessimo così tanto in comune».
Non ne hai davvero idea, veramente, vorrei dire ad alta voce.
«Pezzo di merda» gli dice Adam, con voce bassa e misurata.
«Che brutto linguaggio». Warner scuote la testa. «Solo coloro che non sanno
esprimersi in maniera intelligente ricorrono ad espressioni così crude del loro
vocabolario». Una pausa. «Lo fai perché ti intimidisco, Kent? Ti innervosisco?» Ride
«Sembra che tu stia facendo fatica a mantenere il controllo».
«Io ti uccido...» Adam si precipita in avanti per afferrare Warner per la gola,
proprio quando Kenji gli si para davanti, davanti ad entrambi, spingendoli lontani con
uno sguardo di puro disgusto sul volto.
«Cosa diavolo pensate di fare, voi due?» I suoi occhi sono fiammeggianti. «Non so
se te ne sei reso conto, ma sei davanti all'entrata e stai spaventando a morte i bambini,
Kent, quindi devo chiederti di calmarti». Adam prova a parlare, ma Kenji lo
interrompe. «Senti, non ho idea del perché Warner sia fuori dalla sua stanza, ma non
sta a me decidere. È Castle che comanda qui e dobbiamo rispettarlo. Non puoi andare
in giro ad uccidere la gente solo perché ti va di farlo».
«Questo tizio qui ha cercato di torturarmi a morte!» urla Adam. «È stato lui ad
ordinare ai suoi uomini di riempirti di botte! E dovrei vivere con lui? Combattere al
suo fianco? Fare finta che vada tutto bene? Castle ha perso la testa...»
«Castle sa quello che fa» sbotta Kenji. «Non devi farti una tua opinione. Dovrai
attenerti al suo giudizio».
Adam alza le braccia al cielo, furioso. «Non ci posso credere! È uno scherzo! Chi
si comporta così? Chi tratta gli ostaggi come se fossero in una sorta di rifugio?» urla
di nuovo, senza sforzarsi di tenere la voce bassa. «Potrebbe tornare indietro e riferire
ogni dettaglio di questo posto... potrebbe rivelare la nostra posizione!»
«È impossibile» dice Warner. «Non ho idea di dove siamo».
Adam si butta su Warner così in fretta che io devo girarmi altrettanto velocemente
per vedere cosa succede. Adam sta urlando, sta dicendo qualcosa e sembra
intenzionato ad attaccare Warner proprio qui in questo momento e Kenji prova a
trattenerlo, ma io non sento niente di quello che mi circonda. Il sangue mi arriva
troppo velocemente alla testa e mi dimentico di sbattere le palpebre perché Warner sta
guardando me, solo me, i suoi occhi sono così concentrati, così determinati, così
strazianti che mi immobilizzano completamente.
Il petto di Warner si alza e si abbassa, così intensamente che lo vedo dal punto in
cui mi trovo. Non fa caso al trambusto vicino a lui, al caos della sala da pranzo né ad
Adam che cerca di buttarlo a terra; non si è mosso di un centimetro. Non vuole
spostare lo sguardo e so che devo farlo al posto suo.
Giro la testa.
Kenji urla ad Adam di calmarsi e io allungo una mano per prendere il braccio di
Adam, gli faccio un piccolo sorriso e lui si ferma. «Dai» gli dico. «Torniamo dentro.
Castle non ha ancora finito e dobbiamo sentire cosa ha da dire».
Lui si sforza di riprendere il controllo. Fa un respiro profondo. Mi fa un rapido
cenno di assenso e si fa trascinar in avanti. Mi costringo a restare concentrata su
Adam, così da poter fingere che Warner non sia qui.
Warner non è d’accordo con il mio piano.
È davanti a noi, ci blocca la strada e io lo guardo, a dispetto delle mie migliori
intenzioni, e vedo una cosa che non avevo mai visto prima. Non a questo livello, non
così.
Dolore.
«Spostati» sbotta Adam, ma Warner non sembra accorgersene.
Mi sta guardando. Guarda la mia mano stretta intorno al braccio coperto di Adam e
l'agonia nei suoi occhi mi spezza le ginocchia; non riesco a parlare, è meglio che non
parli, anche se riuscissi a parlare non saprei cosa dire e poi lui dice il mio nome. Lo
dice ancora. Dice: «Juliette...»
«Spostati!» tuona di nuovo Adam, questa volta senza trattenersi, e lo spinge con
abbastanza forza da buttare una persona a terra. Se non fosse che Warner non cade.
Barcolla all’indietro, giusto un po', ma in qualche modo questo fa scattare qualcosa in
lui, una specie di rabbia latente che è troppo ansioso di liberare e si spinge in avanti,
pronto a causare qualche danno e io cerco di capire cosa fare per fermarlo. Cerco di
elaborare un piano e sono stupida.
Sono abbastanza stupida da mettermi in mezzo.
Adam mi prende e cerca di tirarmi indietro, ma io sto già premendo una mano sul
petto di Warner e non so cosa sto pensando, non sto pensando affatto e sembra che sia
proprio questo il problema. Sono qua, intrappolata tra 2 fratelli che vogliono
distruggersi a vicenda e non sono io che riesco a fare qualcosa.
È Kenji.
Prende entrambi per le braccia e tenta di dividerli, ma l’improvviso suono che gli
squarcia la gola è una tortura e mi assale un terrore che vorrei strapparmi dal cranio.
È caduto.
È a terra.
Sta soffocando, annaspa, si contorce sul pavimento finché non si ferma, finché non
respira a fatica, e poi è immobile, è troppo immobile, e penso di star urlando,
continuo a toccarmi le labbra per capire da dove arriva questo suono e cado in
ginocchio. Cerco di svegliarlo scuotendolo, ma lui non si muove, non risponde e non
so cosa è successo.
Non so se Kenji è morto.
CINQUANTASETTE
Sto decisamente urlando.
Delle braccia mi sollevano dal pavimento, sento delle voci e dei suoni che non mi
interessa individuare perché so solo che non può essere successo, non a Kenji, non al
mio amico simpatico e complicato che nasconde segreti dietro i suoi sorrisi. Mi libero
dalle mani che mi stanno trattenendo e sono cieca, mi precipito nella sala da pranzo e
un centinaio di volti sfocati si mischiano allo sfondo, perché l’unica persona che
voglio vedere ha una giacca blu e una testa piena di dread raccolti in una coda.
«Castle!» urlo. Continuo ad urlare. Potrei essere caduta a terra, non ne sono sicura,
ma so per certo che le ginocchia iniziano a farmi male e non mi importa non mi
importa non mi importa. «Castle! Si tratta di Kenji... lui... per favore...»
Non ho mai visto Castle correre prima d’ora.
Percorre la stanza ad una velocità disumana, mi supera e arriva in corridoio. Tutti i
presenti nella stanza sono in piedi, agitati, qualcuno grida in preda al panico, io seguo
Castle nel tunnel e Kenji è ancora lì. Ancora fermo. Immobile.
Troppo immobile.
«Dove sono le ragazze?» grida Castle. «Qualcuno... andate a chiamare le ragazze!»
Ha la testa di Kenji fra le braccia, cerca di sollevare il suo corpo pesante, e io non
l’ho mai sentito parlare in questo modo, né quando ci ha detto dei nostri ostaggi, né
quando raccontava quello che Anderson faceva ai civili. Mi guardo attorno e vedo
che i membri del Punto Omega sono tutti intorno a noi, i loro volti sono scolpiti nel
dolore e tanti di loro hanno già cominciato a piangere, aggrappandosi l’uno a l’altro,
e mi rendo conto di non aver mai capito Kenji appieno. Non avevo capito la portata
della sua autorità. Non avevo capito quanto fosse importante per le persone in questa
stanza.
Quanto gli vogliono bene.
Sbatto le palpebre e vedo che Adam fa parte delle 50 persone che stanno cercando
di aiutare a trasportare Kenji e ora corrono, sperano contro ogni speranza e qualcuno
dice: «Sono nell’ala medica! Gli stanno preparando un letto!» Ed è tutto un tumulto,
tutti si precipitano dietro di loro, cercano di scoprire cosa succede e nessuno mi
guarda, nessuno incrocia il mio sguardo e io mi allontano, fuori dal campo visivo,
dietro l’angolo, nell’oscurità. Sento il sapore delle lacrime che mi scivolano in bocca,
conto ogni goccia salata perché non capisco cosa sia successo, come sia successo,
come sia possibile, perché io non l’ho toccato, non posso averlo toccato ti prego ti
prego ti prego non posso averlo toccato, ma poi mi sento raggelare. Mi si formano dei
pezzi di ghiaccio lungo le braccia quando me ne rendo conto:
Non indosso i guanti.
Mi sono dimenticata i guanti. Avevo talmente tanta fretta di venire qui stasera che
sono schizzata fuori dalla doccia e ho lasciato i guanti nella mia stanza. Non mi
sembra vero, non mi sembra possibile che possa essere stata io, che me ne sia
dimenticata, che possa essere la responsabile della perdita di un’altra vita e io non
non non…
Cado a terra.
«Juliette».
Alzo lo sguardo. Scatto in piedi.
«Stai lontano da me» dico, e sto tremando, sto cercando di ricacciare indietro le
lacrime, ma mi sto riducendo a un nonnulla perché penso ecco, ci siamo. Questa deve
essere la mia punizione finale. Merito questo dolore, merito di aver ucciso uno dei
miei pochi amici al mondo e voglio avvizzire e scomparire per sempre. «Vai via...»
«Juliette, ti prego» dice Warner, avvicinandosi. Il suo volto è immerso nell’ombra.
Questo tunnel è illuminato solo per metà e non so dove porti. So solo che non voglio
stare sola con Warner.
Né ora. Né mai.
«Ti ho detto di starmi lontano». Mi trema la voce. «Non voglio parlare con te. Per
favore... lasciami in pace!»
«Non posso abbandonarti così!» dice. «Non mentre piangi!»
«Forse è un’emozione che non riesci a capire» sbotto. «Forse non ti importa perché
uccidere la gente non significa niente per te!»
Respira affannosamente. Troppo veloce. «Di cosa stai parlando?»
«Sto parlando di Kenji!» esplodo. «Sono stata io! È colpa mia! È colpa mia se tu e
Adam stavate litigando ed è colpa mia se Kenji è uscito per fermarvi ed è colpa mia
se...» la mia voce si spezza una, due volte. «È colpa mia se è morto!»
Gli occhi di Warner si spalancano. «Non essere ridicola» dice. «Non è morto».
Sono il ritratto del tormento.
Singhiozzo mentre parlo di quello che ho fatto e dico che certo che è morto, non
l’hai visto, non si muoveva neanche, l’ho ucciso e Warner rimane in assoluto silenzio.
Non dice niente di niente mentre gli lancio insulti tremendi, spaventosi e lo accuso di
essere troppo insensibile per capire cosa significa provare dolore. Non mi rendo conto
che mi ha presa tra le sue braccia finché non sono rannicchiata contro il suo petto e
non mi ribello. Non mi ribello affatto. Mi aggrappo a lui perché ho bisogno del suo
calore, mi manca sentire delle braccia forti intorno a me ed è solo adesso che inizio a
capire quanto poco ci ho messo ad arrivare a fare affidamento sulle proprietà curative
di un bell’abbraccio.
Quanto mi è mancato riceverne uno.
E lui mi stringe. Mi liscia i capelli all’indietro, mi fa scorrere delicatamente una
mano lungo la schiena, e sento il suo cuore battere in modo strano, impazzito, sembra
fin troppo veloce per essere umano.
Le sue braccia mi avvolgono completamente quando dice: «Non l’hai ucciso,
tesoro».
«Forse non hai visto quello che ho visto io» dico io.
«Stai completamente fraintendendo la situazione. Non hai fatto niente per ferirlo».
Scuoto la testa contro il suo petto. «Di cosa stai parlando?»
«Non sei stata tu. So che non sei stata tu».
Mi ritraggo. Lo guardo negli occhi. «Come fai a saperlo?»
«Perché» dice, «non sei stata tu a ferire Kenji. Sono stato io».
CINQUANTOTTO
«Cosa?»
«Non è morto» dice Warner «anche se è gravemente ferito. Penso che riusciranno a
rianimarlo».
«Cosa...» Mi sto facendo prendere dal panico, lo percepisco fin nelle ossa. «Di
cosa stai parlando?»
«Per favore» dice Warner. «Siediti. Ti spiegherò tutto». Si siede sul pavimento e dà
un colpetto sul posto accanto a lui. Non so cos’altro fare e le mie gambe ora sono
ufficialmente troppo malferme per rimanere in piedi.
Cado a terra, abbiamo tutti e due la schiena poggiata contro al muro e tra la sua destra
e la mia sinistra c’è solo un centimetro d’aria a separarci.
Passano 1
2
3 secondi.
«Non volevo credere a Castle quando mi ha detto che forse avevo... un dono» dice
Warner. La sua voce è così bassa che devo tendermi per sentirla, nonostante mi trovi
a pochi centimetri da lui. «Una parte di me sperava che stesse solo cercando di farmi
impazzire a suo beneficio». Un piccolo sospiro. «Ma a pensarci bene, aveva senso.
Castle mi ha anche parlato di Kent» dice. «Mi ha spiegato che ti può toccare e come
hanno scoperto il motivo. Per un momento mi sono chiesto se avessi anche io
un’abilità simile. Una patetica quanto la sua. Inutile». Ride. «Ero estremamente
riluttante a crederci».
«Non è un’abilità inutile» mi sento dire.
«Davvero?» Si gira verso di me. Le nostre spalle sono sul punto di toccarsi.
«Dimmi, tesoro. Cosa può fare?»
«Può disattivare le cose. Le abilità».
«Giusto» dice «ma questo come potrebbe tornargli utile? Come potrebbe mai
tornargli utile disattivare i poteri dei suoi stessi compagni? È assurdo. Uno spreco.
Non servirà a niente in questa guerra».
Mi stizzisco. Decido di ignorarlo. «Cosa c’entra questo con Kenji?»
Lui si gira di nuovo dall’altra parte. La sua voce è più pacata quando chiede: «Mi
crederesti se ti dicessi che riesco a percepire la tua energia in questo momento? A
percepirne il tono e il peso?»
Lo fisso, studio i suoi lineamenti e la nota seria e incerta che ha la sua voce. «Sì»
gli dico. «Penso che ti crederei».
Warner sorride in una maniera che sembra rattristirlo.
«Riesco a percepire» dice, prendendo un respiro profondo «le emozioni che
prevalgono in te. E, dato che ti conosco, riesco a mettere queste emozioni nel
contesto giusto. Per esempio, sento che la tua paura in questo momento non è rivolta
a me, ma a te stessa e a quello che pensi di aver fatto a Kenji. Percepisco la tua
esitazione… la tua riluttanza a credere che non sia stata colpa tua. Sento la tua
tristezza, il tuo dolore».
«Senti veramente tutto questo?» gli chiedo.
Lui annuisce senza guardarmi.
«Non pensavo fosse possibile» dico.
«Nemmeno io... non ne ero consapevole» dice. «Fino a poco tempo fa. A dire il
vero pensavo fosse normale essere così consci delle emozioni umane. Pensavo
magari di essere solo più percettivo della maggior parte delle persone. Questo è un
fattore che ha influito molto nella decisione di mio padre di farmi prendere il
comando del Settore 45» mi spiega. «Perché ho l’inspiegabile capacità di capire
quando una persona nasconde qualcosa, quando si sente colpevole, o, cosa più
importante, quando mente». Fa una pausa. «Per questo» dice «e anche perché sono
capace di far pagare le conseguenze quando l’occasione lo richiede».
«È stato solo quando Castle mi ha suggerito che poteva esserci molto di più che ho
iniziato ad esaminare il tutto. Stavo perdendo il senno». Scuote la testa. «Ho
continuato a rimuginarci sopra, a cercare modi per avvalorare e contrariare la sua
teoria. E, anche dopo tutte le mie attente riflessioni, ho continuato a respingere l’idea.
E, sebbene sia dispiaciuto – per te, non per me – che Kenji sia stato tanto stupido da
interferire stanotte, trovo comunque che sia stato un colpo di fortuna. Perché ora ho
finalmente le prove. Le prove che mi sbagliavo. Che Castle» dice «aveva ragione».
«Cosa intendi?»
«Ho preso la tua Energia» mi dice «e non sapevo di esserne in grado. Ho sentito
tutto vividamente quando noi quattro siamo entrati in contatto. Adam era
inaccessibile... cosa che, tra l’altro, spiega perché non ho mai sospettato della sua
slealtà. Le sue emozioni erano sempre nascoste; inaccessibili. Sono stato ingenuo e
ho creduto che fosse semplicemente un automa, privo di una vera personalità e di
ogni interesse. Mi è sfuggito, ed è stata solo colpa mia. Avevo troppa fiducia di
riuscire a prevedere le pecche nel mio sistema».
E mi viene da dire: l’abilità di Adam non è così inutile dopotutto, vero?
Ma evito.
«E Kenji…» prosegue Warner dopo qualche secondo. Si massaggia la fronte. Ride
leggermente. «Kenji è stato... veramente furbo. Molto più furbo di quanto pensassi,
cosa che si è rivelata essere la sua tattica. Kenji» dice, cacciando un sospiro, «è stato
ben attento a dimostrarsi una minaccia palese, piuttosto che una nascosta».
«Si cacciava sempre nei guai… chiedeva porzioni extra durante i pasti, litigava con
altri soldati, non rispettava il coprifuoco. Infrangeva piccole regole per portare
l’attenzione su di sé. Per portarmi a vederlo solo come una persona irritante e niente
di più. Ho sempre pensato che ci fosse qualcosa che non andava in lui, ma lo
attribuivo al suo carattere palesemente fastidioso e alla sua incapacità di seguire le
regole. Non l’ho tenuto in considerazione, catalogandolo come un povero soldato.
Una persona che non avrebbe mai ricevuto promozioni. Una persona che sarebbe
sempre stata riconosciuta come uno spreco di tempo». Scuote la testa. Solleva le
sopracciglia guardando il pavimento. «Geniale» dice quasi colpito. «È stato geniale.
Il suo unico errore» aggiunge Warner dopo un istante «è stato essere fin troppo
amichevole con Kent. E questo errore gli è quasi costato la vita».
«Allora…? Volevi finirlo stanotte?» Sono ancora molto confusa, cerco di tornare al
punto della conversazione. «L’hai ferito di proposito?»
«Non di proposito». Warner scuote la testa. «Non sapevo cosa stessi facendo.
Almeno non all’inizio. Ho sempre e solo percepito l’Energia; non sapevo di poterla
prendere. Ma ho toccato la tua toccando te. C’era così tanta adrenalina tra di noi che
la tua mi si è praticamente buttata addosso. E quando Kenji mi ha preso il braccio»
dice «io e te eravamo ancora uniti. E io… in qualche modo sono riuscito a indirizzare
il tuo potere verso di lui. È stato accidentale, ma l’ho sentito quando è successo. Ho
sentito il tuo potere affluire dentro di me. E poi defluire». Alza lo sguardo. Incrocia i
miei occhi. «Non avevo mai provato niente di tanto straordinario».
Penso che sarei caduta se non fossi stata già seduta.
«Quindi tu puoi prendere… puoi prendere i poteri degli altri?» gli chiedo.
«A quanto pare».
«E sei sicuro di non aver fatto del male a Kenji di proposito?»
Warner ride e mi guarda come se avessi appena detto qualcosa di estremamente
divertente. «Se avessi voluto ucciderlo, l’avrei fatto. E non avrei avuto bisogno di un
piano tanto complicato per farlo. Non mi interessano gli effetti teatrali» dice «se
voglio far del male a qualcuno, non ho bisogno d’altro che delle mie mani».
Sono bloccata, in silenzio.
«Mi stupisce» dice Warner «che tu riesca a contenere tanta forza senza trovare un
modo per scaricare quella in eccesso. Io sono riuscito a stento a trattenerla. Il
trasferimento dal mio corpo a quello di Kenji non solo è stato immediato, ma anche
necessario. Non sono riuscito a sopportarne l’intensità molto a lungo».
«E io non posso farti del male?» Sbatto le palpebre, esterrefatta. «Per niente? Il
mio potere ti entra dentro? Lo assorbi?»
Annuisce. Chiede: «Vuoi vedere?»
E io dico di sì con la testa, con gli occhi, con le labbra e non sono mai stata così
terrorizzata dall’essere elettrizzata in vita mia. «Cosa devo fare?» chiedo.
«Niente» dice pacatamente. «Toccami e basta».
Il mio cuore batte, corre, martella, sfreccia attraverso il mio corpo e io cerco di
concentrarmi. Cerco di stare calma. Andrà tutto bene, mi dico. Andrà tutto bene. È
solo un esperimento. Non c’è motivo di essere così elettrizzata solo perché puoi di
nuovo toccare qualcuno, continuo a ripetermi.
Ma oh, sono davvero, davvero elettrizzata.
Mi porge la sua mano scoperta.
La prendo.
Aspetto di sentire qualcosa, un senso di debolezza, l’Energia esaurirsi, un segno
del trasferimento tra il mio corpo e il suo, ma non sento nulla. Mi sento esattamente
come prima. Ma guardo il viso di Warner, mentre lui chiude gli occhi e cerca di
concentrarsi. Poi sento la sua mano stringersi attorno alla mia e sospira.
Apre gli occhi, fa sprofondare la mano nel pavimento.
Scatto all’indietro in preda al panico. Mi piego di lato, poggiando le mani a terra
per non cadere. Devo avere le allucinazioni. Sto immaginando il buco nel pavimento
a meno di 10 centimetri da dove è seduto Warner. Devo avere immaginato di aver
visto il palmo della sua mano premere troppo contro il pavimento e sprofondarci
dentro. Deve essermi immaginata tutto. Tutto questo. Sto sognando e sicuramente mi
sveglierò presto. Deve essere così.
«Non aver paura…»
«C-come...» balbetto «come hai f-fatto?»
«Non essere spaventata, tesoro, va tutto bene, lo giuro… È tutto nuovo anche per
me…»
«Il-il mio potere? Non ti… Non senti alcun dolore?»
Scuote la testa. «Al contrario. Sento un’incredibile scarica di adrenalina… non ho
mai provato niente del genere. A dire il vero mi sento un po’ stordito» dice «nel
miglior modo possibile». Ride, sorride a se stesso. Abbandona la testa sulle mani.
Alza lo sguardo. «Possiamo rifarlo?»
«No» dico troppo in fretta.
Sorride. «Sei sicura?»
«Non posso… È solo che ancora non riesco a credere che tu possa toccarmi. Che
puoi davvero… cioè». Scuoto la testa. «Non ci sono fregature? Nessuna condizione?
Mi tocchi e nessuno si fa male? E non solo nessuno si fa male, ma a te piace anche?
Ti piace davvero quello che senti toccandomi?»
Lui sbatte le palpebre e mi fissa, incerto su come rispondere alla mia domanda.
«Allora?»
«Sì» dice, ma è senza fiato.
«Sì, cosa?»
Sento quanto gli batte forte il cuore. Lo sento nel silenzio che c’è tra noi. «Sì» dice.
«Mi piace».
Impossibile.
«Non devi mai avere paura di toccarmi» dice «non mi farai del male, al massimo
mi darai forza».
Voglio fare una di quelle strane risate acute e deliranti che segnano la perdita della
sanità mentale di una persona. Perché penso che questo mondo abbia un terribile,
terribile senso dell’umorismo. Sembra che stia sempre a ridere di me. Alle mie spalle.
Che mi renda la vita sempre più complicata. Che rovini tutti i miei piani meglio
studiati rendendo difficile ogni scelta. Rendendo tutto così confuso.
Non posso toccare il ragazzo che amo.
Ma posso usare il mio tocco per rendere più forte il ragazzo che ha cercato di
uccidere il ragazzo che amo.
Non fa ridere a nessuno, vorrei dire al mondo.
«Warner». Alzo lo sguardo, rendendomi improvvisamente conto di una cosa. «Devi
dirlo a Castle».
«Perché dovrei farlo?»
«Perché deve saperlo! Spiegherebbe le condizioni di Kenji… e potrebbe esserci
d’aiuto domani! Combatterai con noi e potrebbe tornarci utile…»
Warner ride.
Ride, ride e ride, i suoi occhi brillano, anche in questa luce soffusa. Ride finché la
risata non diventa altro che un respiro smorzato, finché non diventa un leggero
singhiozzo, finché non si dissolve in un sorriso divertito. Sorride a me e poi sorride a
se stesso, abbassa lo sguardo che cade sulla mano che ho poggiata in grembo ed esita
un istante prima di toccare la pelle che copre le nocche delle mie dita con le sue.
Non respiro.
Non parlo.
Non mi muovo.
È esitante, come se aspettasse di vedere se lo respingo e dovrei farlo, so che dovrei
farlo, ma non lo faccio. Quindi mi prende la mano. La studia. Fa scorrere le dita
lungo le linee del palmo della mia mano, lungo le pieghe delle mie articolazioni, nel
punto sensibile tra il pollice e l’indice. Il suo tocco è davvero tenero, delicato, gentile
ed è bello da far male, da far male davvero. E il mio cuore non può reggere tutto
questo adesso.
Ritraggo la mano con un movimento strano e convulso, il viso divampa e le
pulsazioni galoppano.
Warner non batte ciglio. Non alza lo sguardo. Non sembra neppure sorpreso. Fissa
la sua mano vuota mentre parla. «Sai» dice, la sua voce è strana e pacata «penso che
Castle non sia solo uno sciocco ottimista. Fa di tutto per accogliere a braccia aperte
tutti quanti e questo finirà per ritorcerglisi contro, semplicemente perché è
impossibile accontentare tutti». Una pausa. «È il perfetto esempio di persona che non
conosce le regole del proprio gioco. Una persona che pensa troppo col cuore e che si
attacca disperatamente all’idea immaginaria di pace e speranza. Questo non gli farà
mai del bene» sospira. «Anzi, sarà la sua fine. Ne sono piuttosto sicuro».
«Ma c’è qualcosa in te» continua Warner. «C’è qualcosa nel modo in cui tu speri».
Scuote la testa. «Di così ingenuo da risultare curiosamente tenero. Ti piace credere a
quello che dicono le persone quando parlano» dice. «Preferisci la gentilezza». Sorride
e guarda verso l’alto. «Mi diverte».
Tutto d’un tratto mi sento un’idiota. «Non combatterai con noi domani».
Warner sorride apertamente ora, il suo sguardo è affettuoso. «Me ne vado».
«Te ne vai». Mi sento intorpidita.
«Il mio posto non è qui».
Scuoto la testa e dico: «Non capisco… come puoi andartene? Hai detto a Castle
che avresti combattuto con noi domani… sa che te ne vai? Lo sa qualcuno?» gli
chiedo, squadrandolo in volto. «Qual è il tuo piano? Cos’hai intenzione di fare?»
Non risponde.
«Cosa hai intenzione di fare Warner…»
«Juliette» sussurra, all’improvviso il suo sguardo è urgente, tormentato. «Devo
chiederti una cos...»
Qualcuno sta correndo lungo i tunnel.
Mi chiama.

Adam.
CINQUANTANOVE
Salto in piedi, sono agitata e dico a Warner che torno subito.
Gli dico di non andarsene ancora, di non andare da nessuna parte, che torno subito,
ma non aspetto la sua risposta perché sto già correndo verso il corridoio illuminato e
quasi vado a sbattere contro Adam. Lui mi tiene ferma e mi stringe forte, vicinissimo
a sé, si dimentica sempre di non toccarmi così, è teso e mi dice «Stai bene?», «Mi
dispiace tanto», «Ti ho cercata ovunque», «Pensavo che saresti venuta all'ala medica»
e «Non è stata colpa tua, spero che tu lo sappia...»
Continua a colpirmi in faccia, in testa, nella spina dorsale, la consapevolezza di
quanto tengo a lui. Di quanto so che lui tiene a me. Stargli vicino mi ricorda
dolorosamente tutto quello da cui mi sono costretta ad allontanarmi. Faccio un respiro
profondo.
«Adam» chiedo. «Kenji sta bene?»
«È ancora privo di conoscenza» mi dice «ma Sara e Sonya pensano che si
riprenderà. Rimarranno sveglie con lui tutta la notte, per assicurarsi che la superi
senza complicazioni». Una pausa. «Nessuno sa cos'è successo» dice. «Ma non sei
stata tu». I suoi occhi inchiodano i miei. «Lo sai, vero? Non l'hai neanche toccato. So
che non l'hai fatto».
E anche se apro la bocca milioni di volte per dire: è stato Warner. È stata opera di
Warner. È stato lui a fare questo a Kenjii, devi prenderlo, fermarlo, sta mentendo a
tutti! Scapperà domani! Non dico niente di tutto questo e non so perché.
Non so perché lo sto proteggendo.
Penso che una parte di me abbia paura di dire quelle parole ad alta voce, paura di
renderle reali. Non so ancora se Warner se ne andrà davvero e neanche come ci
riuscirà; non so neanche se sia possibile. E non so se posso dire a qualcuno della
capacità di Warner; non penso di voler spiegare ad Adam che mentre lui e il resto del
Punto Omega assistevano Kenji, io ero nascosta in un tunnel con Warner – nostro
nemico e ostaggio – a tenergli la mano e testare il suo nuovo potere.
Vorrei non sentirmi tanto confusa.
Vorrei che le mie interazioni con Warner non mi facessero più sentire tanto in
colpa. Ogni volta che passo un momento con lui, ogni volta che faccio conversazione
con lui mi sento, in qualche modo, di aver tradito Adam, anche se tecnicamente non
stiamo più insieme. Il mio cuore è ancora molto legato ad Adam; io mi sento legata a
lui, come se dovessi farmi perdonare per averlo già fatto soffrire abbastanza. Non
voglio essere la ragione del dolore nei suoi occhi, non di nuovo, e in qualche modo
ho deciso che mantenere segreti è l'unico modo per proteggerlo dalla sofferenza. Ma,
nel profondo, so che non è giusto. Nel profondo, so che potrebbe finire male.
Ma non so che altro fare.
«Juliette?» Adam mi tiene ancora forte, è così vicino, caldo e stupendo. «Stai
bene?»
E non so cosa mi porta a chiederglielo, ma di colpo sento il bisogno di sapere.
«Glielo dirai?»
Adam indietreggia di un passo. «Cosa?»
«Warner. Gli dirai la verità su voi due?»
Adam sbatte le palpebre, stupito, preso alla sprovvista dalla mia domanda. «No»
dice infine. «Mai».
«Perché no?»
«Perché ci vuole molto più del sangue per essere una famiglia» dice. «E non voglio
avere niente a che fare con lui. Voglio poterlo guardare morire senza provare
compassione, né rimorsi. Lui corrisponde alla definizione di mostro» mi dice Adam.
«Proprio come mio padre. E preferirei morire piuttosto che riconoscerlo come mio
fratello».
Improvvisamente mi sento come se fossi sul punto di cadere.
Adam mi afferra per la vita, cerca di mettere a fuoco i miei occhi. «Sei ancora sotto
shock» dice. «Devi mangiare qualcosa...o magari bere un po' d'acqua...»
«Va tutto bene» gli dico. «Sto bene». Mi concedo di godermi un ultimo secondo fra
le sue braccia prima di allontanarmi, ho bisogno di respirare. Continuo a cercare di
convincermi che Adam ha ragione, che Warner ha fatto cose terribili e atroci e non
dovrei perdonarlo. Non dovrei sorridergli. Non dovrei neanche parlargli. E poi vorrei
urlare, perché non penso che il mio cervello possa sopportare la doppia personalità
che mi sembra di aver sviluppato ultimamente.
Dico ad Adam che ho bisogno di un minuto. Gli dico che ho bisogno di fermarmi
al bagno prima di andare all'ala medica e lui dice che va bene, dice che mi aspetterà.
Dice che aspetterà che io sia pronta.
E torno in punta di piedi nel tunnel buio per dire a Warner che devo andare, che
non tornerò, alla fine, ma quando strizzo gli occhi per guardare nell’oscurità, non
vedo nulla.
Mi guardo intorno.

Se n'è già andato


.SESSANTA
Noi non dobbiamo fare nulla per morire.
Possiamo nasconderci in uno sgabuzzino sotto le scale per tutta la vita, ma lei ci
troverà comunque. La morte si presenterà con un mantello invisibile, muoverà la sua
bacchetta magica e ci porterà via quando meno ce lo aspettiamo. Cancellerà ogni
traccia della nostra esistenza su questa terra e lo farà gratis. Non chiederà nulla in
cambio. Farà un inchino al nostro funerale, accetterà le lodi che riceverà per aver
fatto un buon lavoro e poi sparirà.
Vivere è un po' più complicato. C’è una cosa che dobbiamo continuare a fare.
Respirare.
Inspirare ed espirare, ogni singolo giorno ad ogni ora, minuto e secondo, dobbiamo
respirare, che ci piaccia o no. Anche se decidessimo di soffocare le nostre speranze e i
nostri sogni, noi respireremmo. Anche se ci indebolissimo e vendessimo la nostra
dignità all'uomo all'angolo, respireremmo. Respiriamo quando sbagliamo, quando
abbiamo ragione, respiriamo anche quando scivoliamo nel baratro verso una morte
precoce. Non possiamo non farlo.
E così respiro.
Conto tutti i gradini che ho fatto verso il cappio appeso al soffitto della mia
esistenza, conto le volte che sono stata stupida, e finisco i numeri.
Kenji è quasi morto oggi.
Per colpa mia.
È colpa mia se Adam e Warner stavano litigando. È colpa mia se ho deciso di
mettermi tra loro. È colpa mia se Kenji ha sentito il bisogno di separarli e se io non
mi fossi intromessa, Kenji non si sarebbe fatto male.
E ora sto qua, a fissarlo.
Respira a malapena e io lo supplico. Lo supplico di fare quello che conta. L'unica
cosa che conta. Ho bisogno che resista, ma non mi sente. Lui non mi può sentire e io
ho bisogno che stia bene. Ho bisogno che si riprenda. Che respiri.
Ho bisogno di lui.

Castle non aveva molto altro da dire.


Se ne stavano tutti lì a gironzolare, qualcuno nell'ala medica, qualcun altro
dall'altro lato del vetro, a guardare in silenzio. Castle ha fatto un breve discorso sul
bisogno di rimanere uniti, sul fatto che siamo una famiglia e che se non contiamo
l'uno sull'altro, cosa ci rimane? Ha detto che, senza dubbio, siamo tutti spaventati ma
è il momento di supportarci a vicenda. È il momento di stare uniti e reagire. È il
momento, ha detto, di riprenderci il nostro mondo.
«Ora per noi è il momento di vivere» ha detto.
«Rimanderemo la partenza di domani il tempo sufficiente per fare tutti l’ultima
colazione insieme. Non possiamo andare in battaglia separati» ha detto. «Dobbiamo
avere fiducia in noi stessi e negli altri. Domani mattina prendetevi un po' di tempo in
più per fare pace con voi stessi. Partiremo dopo la colazione. Tutti insieme».
«E Kenji?» ha chiesto qualcuno, e io sono rimasta sorpresa nel sentire quella voce
familiare.
James. Se ne stava lì in piedi con i pugni serrati, il viso rigato dalle lacrime, il
labbro inferiore tremante mentre lottava per nascondere il dolore nella sua voce.
Il mio cuore si è spezzato in due metà precise.
«Cosa intendi dire?» ha chiesto Castle.
«Combatterà domani?» ha domandato James, ricacciando indietro l'ultima delle
sue lacrime, mentre i suoi pugni cominciavano a tremare. «Vuole combattere domani.
Mi ha detto che vuole combattere».
Il volto di Castle si è corrugato, ma si è ripreso quasi subito. Ci ha messo un po’ a
rispondere. «Io... temo che Kenji non potrà venire con noi domani. Ma forse» dice
«forse potresti restare a fargli compagnia?»
James non ha risposto. Si è limitato a fissare Castle. Poi ha fissato Kenji. Ha esitato
un po' prima di farsi strada fra la folla per arrampicarsi sul letto di Kenji. Si è
rannicchiato su un lato e si è addormentato subito.
L'abbiamo preso tutti come un segnale per andarcene.
Beh, tutti tranne me, Adam, Castle e le ragazze. Trovo interessante che tutti si
riferiscano a Sonya e Sara come “le ragazze”, come se fossero le uniche in questo
posto. Non lo sono. Non so neanche perché gli hanno dato quel soprannome e, anche
se una parte di me vuole saperlo, l'altra è troppo esausta per chiederlo.
Mi raggomitolo sulla sedia e fisso Kenji, che lotta per respirare. Appoggio la testa
sulla mano chiusa a pugno, lottando contro il sonno che si fa strada verso la mia
coscienza. Non merito di dormire. Dovrei stare qua tutta la notte a controllarlo. E lo
farei anche, se potessi toccarlo senza rovinargli la vita.
«Dovreste andare a letto voi due».
Mi sveglio di scatto e balzo in piedi, senza rendermi conto di essermi addormentata
per un secondo. Castle mi fissa con uno strano sguardo gentile.
«Non ho sonno» mento.
«Andate a letto» dice. «Ci aspetta un grande giorno domani. Hai bisogno di
dormire».
«Posso accompagnarla» dice Adam. Fa per alzarsi. «E poi torno subito...»
«Per favore» lo interrompe Castle. «Andate. Basteranno le ragazze».
«Ma ha bisogno di dormire più di noi» gli dico.
Castle fa un sorriso triste. «Temo che non riuscirò a prendere sonno stanotte».
Si gira per guardare Kenji, con gli occhi socchiusi e pieni di felicità o dolore o
forse entrambi. «Sapevate» ci dice Castle «che conosco Kenji da quando era un
ragazzino? L'ho trovato poco dopo aver costruito il Punto Omega. È cresciuto qua.
Quando l'ho incontrato per la prima volta viveva in un vecchio carrello della spesa
che aveva trovato vicino all'autostrada». Fa una pausa. «Vi ha mai raccontato quella
storia?»
Adam torna a sedersi. Io sono improvvisamente sveglia. «No» rispondiamo
all'unisono.
«Ah... perdonatemi». Castle scuote la testa. «Non dovrei farvi perdere tempo con
queste cose» dice. «Penso di avere troppi pensieri per la testa ora. Mi dimentico quali
storie tenere per me».
«No... per favore... voglio sapere», gli dico. «Davvero».
Castle si fissa le mani. Fa un piccolo sorriso. «Non c'è molto da dire» dice. «Kenji
non mi ha mai parlato di cosa è successo ai suoi genitori, e io ho cercato di non
chiederglielo. Non aveva altro che un nome e un'età. Mi sono imbattuto in lui
accidentalmente. Era seduto in un carrello. Lontano dalla civiltà. Era fine inverno e
non indossava altro che una vecchia maglietta e un paio di pantaloni della tuta troppo
grandi per lui di un paio di taglie. Non potevo andarmene» dice Castle. «Non potevo
lasciarlo lì. Così gli ho chiesto se aveva fame».
Si ferma un attimo, per ricordare.
«Kenji non ha detto nulla per almeno trenta secondi. Mi fissava e basta. Me ne
stavo quasi andando, pensando di averlo spaventato. Ma poi, finalmente, mi ha preso
la mano, l’ha messa nella sua e l’ha stretta. Forte. E poi mi ha detto: «Salve, signore.
Il mio nome è Kenji Kishimoto e ho nove anni. È davvero un piacere conoscerla».
Castle ride forte, i suoi occhi lucidi esprimono un’emozione che tradisce il suo
sorriso. «Doveva morire di fame, povero ragazzo. Lui ha sempre» dice ora Castle,
sbattendo le palpebre con gli occhi rivolti al soffitto «ha sempre avuto un carattere
forte e determinato. Molto orgoglioso. È inarrestabile, quel ragazzo».
Restiamo tutti in silenzio per un attimo.
«Non sapevo» dice Adam «che voi due foste così uniti».
Castle si alza. Ci guarda e fa un sorriso troppo allegro, troppo stretto. Dice: «Già.
Beh, sono sicuro che si riprenderà. Domani mattina si sarà ripreso, quindi voi due
dovete andare a dormire».
«È sicu...»
«Sì, per favore, andate a letto. Mi bastano le ragazze, lo giuro».
Quindi ci alziamo. Ci alziamo e Adam riesce a sollevare James dal letto di Kenji e
a prenderlo in braccio senza svegliarlo. E usciamo.
Mi volto velocemente a dare un’occhiata.
Vedo Castle crollare sulla sua sedia, lasciar cadere la testa tra le mani e poggiare i
gomiti sulle ginocchia. Lo vedo mentre appoggia una mano tremante sulla gamba di
Kenji e mi chiedo quante cose ancora non so su queste persone con cui vivo. Quanto
poco ho permesso a me stessa di diventare parte del loro mondo.

E so che voglio cambiare la situazione.


SESSANTUNO
Adam mi accompagna alla mia stanza.
Le luci sono spente da quasi un’ora ormai e, eccezion fatta per alcune fioche luci
d’emergenza a distanza di qualche metro l’una dall’altra, è tutto, letteralmente, buio.
C’è l’oscurità più assoluta, ma nonostante questo le guardie di pattuglia riescono a
vederci e ci avvertono di andare nei nostri alloggi.
Io ed Adam non parliamo finché non arriviamo all’imbocco che porta all’area delle
donne. C’è tantissima tensione, ci sono tantissime preoccupazioni silenziose che
aleggiano tra di noi. Tantissimi pensieri sulla giornata di oggi, su quella di domani e
sulle tante settimane che abbiamo già passato insieme. Ci sono tantissime cose che
non sappiamo su quello che ci sta succedendo e quello che ci succederà poi. Anche
solo guardarlo, stargli così vicino e così lontano… fa male.
Muoio dalla voglia di annullare lo spazio fra i nostri corpi. Voglio premere le mie
labbra contro ogni parte del suo corpo e voglio assaggiare il sapore della sua pelle, la
forza dei suoi arti, del suo cuore. Voglio avvolgermi nel calore e nella rassicurazione
su cui sono giunta a fare affidamento.
Ma.
Sotto altri aspetti, sono giunta alla conclusione che stargli lontana mi ha costretto a
fare affidamento su me stessa. A concedermi di avere paura e superarla da sola. Ho
dovuto allenarmi senza di lui, combattere senza di lui, affrontare Warner, Anderson e
la confusione che ho in testa senza averlo al mio fianco. E ora mi sento diversa. Mi
sento più forte da quando ho messo le distanze tra noi.
E non so cosa significhi.
So solo che non sarà mai un bene per me fare di nuovo affidamento su qualcuno,
avere di nuovo bisogno di ricevere rassicurazioni costanti su quella che sono e quella
che un giorno potrei diventare. Posso amarlo, ma non posso dipendere da lui così
totalmente. Non posso essere me stessa se ho costantemente bisogno di qualcuno che
mi regga.
Ho un casino in testa. Tutti i giorni sono confusa, incerta, ho paura di fare un altro
errore, ho paura di perdere il controllo, ho paura di perdere me stessa. Ma è una cosa
che devo superare. Perché per il resto della mia vita sarò sempre, sempre più forte di
chiunque mi circondi.
Ma almeno non dovrò avere più paura.
«Ce la fai?» chiede Adam interrompendo il silenzio che c’è tra noi. Alzo lo sguardo
e vedo che i suoi occhi sono preoccupati e cercano di leggermi dentro.
«Sì» gli dico. «Sì. Ce la faccio». Gli faccio un sorriso tirato, ma mi sembra
sbagliato stargli così vicina senza poterlo toccare.
Adam annuisce. Esita. Dice: «È stata una serataccia».
«E anche domani sarà una giornataccia» sussurro.
«Già» dice piano, continuando a guardarmi come se stesse cercando qualcosa,
come se stesse cercando una risposta ad una domanda implicita e mi chiedo se ora
vede qualcosa di diverso nei miei occhi. Mi fa un piccolo sorriso. Dice: «Meglio che
vada» e indica con la testa James, che è appollaiato tra le sue braccia.
Annuisco, incerta su cos’altro fare. Su cosa dire.
Ci sono tantissime cose in sospeso.
«Lo supereremo» dice Adam, rispondendo ai miei pensieri silenziosi. «Supereremo
tutto. Ce la caveremo. E Kenji si riprenderà». Mi tocca la spalla, con le dita scende
lungo il braccio e si ferma proprio vicino alla mia mano scoperta.
Chiudo gli occhi, cerco di assaporare il momento.
E poi le sue dita mi sfiorano la pelle e io apro gli occhi, il cuore mi batte
all’impazzata nel petto.
Mi fissa come se avesse avuto intenzione di fare molto più che toccarmi la mano se
non avesse avuto James in braccio.
«Adam…»
«Troverò un modo» mi dice. «Troverò un modo per far funzionare le cose. Te lo
prometto. Mi serve solo un po’ di tempo».
Ho paura di parlare. Ho paura di quello che potrei dire, di quello che potrei fare; ho
paura della speranza che mi sta montando dentro.
«Buonanotte» sussurra.
«Buonanotte» dico.

Comincio a ritenere la speranza un sentimento pericoloso e terrificante.


SESSANTADUE
Sono così stanca quando entro nella mia stanza che sono solo per metà cosciente
mentre indosso la canottiera e i pantaloni del pigiama che uso per dormire. Me li ha
regalati Sara. Mi ha raccomandato di togliermi la tuta per dormire; lei e Sonya
pensano sia importante che la mia pelle abbia un contatto diretto con l’aria fresca.
Sto per mettermi sotto le coperte quando sento un colpo leggero alla porta.
Adam
È il mio primo pensiero.
Ma poi apro la porta. E la chiudo immediatamente.
Deve essere un sogno.
«Juliette?»
Oh. Dio.
«Che ci fai qui?» urlo sommessamente dall’altro lato della porta chiusa.
«Devo parlarti».
«Proprio ora. Devi parlarmi proprio ora».
«Sì. È importante» dice Warner. «Ho sentito Kent dirti che le gemelle sarebbero
rimaste nell’ala medica stanotte e ho pensato che sarebbe stato il momento giusto per
parlare in privato».
«Hai ascoltato la mia conversazione con Adam?» inizio ad andare nel panico,
preoccupata che possa aver sentito troppo.
«Non mi interessano affatto le tue conversazioni con Kent» dice con voce
improvvisamente piatta, neutrale. «Me ne sono andato appena ho sentito che saresti
stata da sola stanotte».
«Oh» sospiro. «Come hai fatto ad entrare senza che le guardie ti fermassero?»
«Forse se apri la porta posso spiegarti».
Non mi muovo.
«Per favore, tesoro, non ho intenzione di farti del male. Dovresti saperlo ormai».
«Ti do cinque minuti. Poi devo dormire, ok? Sono esausta».
«Ok» dice. «Cinque minuti».
Faccio un respiro profondo. Apro leggermente la porta. Gli do una sbirciatina.
Sorride. Ed ha un’aria per niente dispiaciuta.
Scuoto la testa.
Mi supera e si siede direttamente sul mio letto.
Chiudo la porta, raggiungo l’altro lato della stanza rispetto a lui e mi siedo sul letto
di Sonya, improvvisamente troppo conscia di quello che indosso e di quanto mi senta
esposta. Incrocio le braccia al petto, sul cotone leggero che lo ricopre, anche se sono
sicura che non riesca a vedermi, e cerco di ignorare il gelo che c’è nell’aria.
Dimentico sempre quanto la tuta regoli la mia temperatura corporea a questa
profondità.
Winston è stato geniale a progettarla per me.
Winston.
Winston e Brendan.
Oh, quanto spero che stiano bene.
«Allora… che c’è?» chiedo a Warner. Non vedo un bel niente con tutto questo
buio. Riesco a malapena a distinguere la sua figura. «Te ne sei andato prima, nel
tunnel. Anche se ti avevo chiesto di aspettare».
Qualche secondo di silenzio.
«Il tuo letto è molto più comodo del mio» dice piano. «Hai un cuscino. E una
coperta vera?» ride. «Vivi come una regina in questi alloggi. Ti trattano bene».
«Warner» mi sento agitata ora. Ansiosa. Preoccupata. Tremo un po’ e non per il
freddo. «Che succede? Perché sei qui?»
Niente.
Ancora niente.
Improvvisamente.
Un breve respiro.
«Voglio che tu venga con me».
Il mondo smette di girare.
«Domani, quando me ne vado» dice. «Voglio che tu venga con me. Non ho avuto
l’occasione per finire di parlarti prima e ho pensato che domani mattina non sarebbe
stato per niente un buon momento».
«Vuoi che venga con te». Non sono sicura di respirare.
«Sì».
«Vuoi che scappi con te». Non sta succedendo davvero, non può essere.
Una pausa. «Sì».
«Non ci posso credere» scuoto la testa più e più volte. «Hai davvero perso il
senno».
Quasi lo sento sorridere nell’oscurità. «Dov’è il tuo viso? Mi sembra di parlare con
un fantasma».
«Sono qui».
«Dove?»
Mi alzo in piedi. «Sono qui».
«Ancora non ti vedo» dice, ma d’un tratto la sua voce è molto più vicina di prima.
«Tu mi vedi?»
«No» mento e cerco di ignorare la tensione istantanea, l’elettricità che scorre
nell’aria tra noi.
Faccio un passo indietro.
Sento le sue mani sulle mie braccia, sento la sua pelle contro la mia pelle e
trattengo il fiato. Non mi muovo neanche di un millimetro. Non dico niente quando le
sue mani scendono fino alla mia vita, toccando il tessuto leggero che cerca di coprire
il mio corpo con scarsi risultati. Con le dita mi sfiora la pelle delicata della bassa
schiena, proprio sotto l’orlo della canotta e perdo il conto delle volte che il mio cuore
smette di battere.
Mi sforzo di dare ossigeno ai polmoni.
Mi sforzo di tenere ferme le mani.
«Ma è possibile» sussurra «che tu non riesca a sentire il fuoco che c’è tra noi?» Le
sue mani risalgono su per le mie braccia, il suo tocco è leggerissimo, le sue dita
scivolano sotto le spalline della mia canottiera e tutto questo mi fa a pezzi, mi fa male
nel profondo, è una forza vitale che batte in ogni centimetro del mio corpo e cerco di
convincermi di non perdere la testa quando sento le spalline abbassarsi e tutto si
ferma.
L’aria è immobile.
La mia pelle è spaventata.
Persino i miei pensieri sussurrano.
Per 2
4
6 secondi dimentico di respirare.
Poi sento le sue labbra contro la mia spalla, soffici, bollenti e delicate, così delicate
che potrei quasi credere che sia un bacio del vento e non di un ragazzo.
Ancora.
Questa volta sulla mia clavicola ed è come se stessi sognando, come se stessi
rivivendo la carezza di un ricordo dimenticato, ed è come un dolore che cerca
sollievo, è una pentola fumante che viene gettata nell’acqua ghiacciata, è una guancia
accaldata premuta contro un cuscino fresco in una calda calda calda notte e penso sì,
penso così, penso grazie grazie grazie,
prima di ricordare che la sua bocca è sul mio corpo e io non sto facendo niente per
fermarlo.
Si allontana.
I miei occhi rifiutano di aprirsi.
Col dito mi t… tocca il labbro inferiore.
Traccia la sagoma della mia bocca, delle sue curve, della sua cucitura, delle sue
rientranze e le mie labbra si schiudono anche se gli avevo chiesto di non farlo e lui si
avvicina. Lo sento molto più vicino, riempie l’aria che mi circonda finché non c’è
altro che lui e il calore del suo corpo, il profumo di sapone fresco e qualcosa di
irriconoscibile, qualcosa di dolce ma non dolce, qualcosa di caldo e vero, qualcosa
che sa di lui, come se appartenesse a lui, come se fosse stato versato nella bottiglia in
cui sto affogando e non mi rendo nemmeno conto che mi sto spingendo verso di lui.
Respiro il profumo del suo collo finché le sue dita non sono più sulle mie labbra,
perché con le mani mi stringe la vita e dice:
«Tu» e lo sussurra, una lettera alla volta. Preme la parola contro la mia pelle prima
di esitare.
Poi.
Più piano.
Questa volta il suo petto si gonfia di più. Questa volta le sue parole sono un
rantolo. «Tu mi distruggi».
Cado a pezzi tra le sue braccia.
Ho i pugni pieni di monete da un centesimo e il mio cuore è un jukebox che
richiede monete da cinque centesimi di dollari e la mia testa lancia monetine per fare
testa o croce testa o croce testa o croce testa o croce.
«Juliette» dice mimando il mio nome con la bocca, quasi senza parlare e versa lava
fusa nel mio corpo e non sapevo neanche di potermi sciogliere fino a morire.
«Ti voglio» dice. Dice: «Voglio tutto di te. Ti voglio dentro e fuori, voglio che
cerchi di riprendere fiato e mi desideri intensamente come io desidero te
intensamente». Lo dice come se avesse una sigaretta accesa in gola, come se volesse
immergermi nel miele caldo e dice: «Non è mai stato un segreto. Non ho mai cercato
di nascondertelo. Non ho mai finto di volere qualcosa di meno».
«Hai… hai detto che volevi essermi amico…»
«Sì» dice e deglutisce. «Lo volevo. Lo voglio. Voglio essere tuo amico». Annuisce
e colgo un leggero spostamento d’aria tra di noi. «Voglio essere l’amico di cui ti
innamori perdutamente. L’amico che fai stare tra le tue braccia, nel tuo letto e nel
mondo riservato che tieni intrappolato nella tua mente. Voglio essere quel genere di
amico» dice. «Quello che memorizzerà le cose che dirai e la forma delle tue labbra
quando le dirai. Voglio conoscere ogni curva, ogni lentiggine, ogni brivido del tuo
corpo, Juliette…»
«No» ansimo. «Non… non dirlo…»
Non so cosa farò se continuerà a parlare, non so cosa farò e non mi fido di me
stessa.
«Voglio sapere dove toccarti» dice. «Voglio sapere come toccarti. Voglio sapere
come fare a convincerti a pensare ad un sorriso da dedicare solo a me». Sento il suo
petto alzarsi, abbassarsi, su e giù su e giù e: «Sì» dice. «Voglio essere tuo amico».
Dice. «Voglio essere il tuo migliore amico del mondo».
Non riesco a pensare.
Non riesco a respirare.
«Voglio tantissime cose» sussurra. «Voglio la tua mente. La tua forza. Voglio
essere degno del tuo tempo». Con le dita sfiora il bordo del mio top e dice: «Voglio
alzarti questo». Tira l’elastico dei miei pantaloni e dice: «Voglio abbassarti questi».
Mi tocca i fianchi con la punta delle dita e dice: «Voglio sentire la tua pelle andare a
fuoco. Voglio sentire il tuo cuore battere veloce accanto al mio e voglio sapere che
batte per me, perché mi vuoi. Perché non vorresti mai» dice, sospira «mai che mi
fermassi. Voglio ogni secondo. Ogni centimetro di te. Voglio tutto».
E io muoio, mi riverso completamente a terra.
«Juliette».
Non capisco perché riesco ancora a sentirlo parlare dato che sono morta, sono già
morta, sono morta più e più volte.
Lui deglutisce con forza, gonfia il petto, le sue parole sono un sussurro ansante e
tremante quando dice: «Sono… sono disperatamente innamorato di te…»
Sono immobile a terra, giro mentre sto in piedi, ho le vertigini nel sangue e nelle
ossa e respiro come se fossi il primo uomo che ha imparato a volare, come se avessi
inalato l’ossigeno che si trova solo nelle nuvole e ci sto provando, ma non so come
impedire al mio corpo di reagire al suo, alle sue parole, al desiderio nella sua voce.
Mi tocca una guancia.
Piano, pianissimo, come se non fosse sicuro che io sia reale, come se avesse paura
che se si avvicinasse troppo io… oh, guarda, non c’è più, è scomparsa. Mi sfiora un
lato del viso con quattro dita, lentamente, molto lentamente prima che me le faccia
scivolare dietro la testa, fermandosi nel punto proprio sopra al collo. Col pollice mi
sfiora il rossore che ho sulla guancia.
Continua a guardarmi, a guardarmi negli occhi in cerca di aiuto, di una guida, di un
segno di protesta. Come se fosse sicurissimo che inizierò a piangere, urlare e
scappare, ma non lo faccio. Credo che non potrei nemmeno se lo volessi, perché non
voglio. Voglio restare qui. Voglio restare paralizzata in questo momento.
Si avvicina di un centimetro. Con la mano libera mi afferra l’altro lato del viso.
Mi tiene come se fossi fatta di piume.
Mi tiene il viso e si guarda le mani come se non potesse credere di aver catturato
questo uccello che cerca sempre disperatamente di volare via. Gli tremano le mani,
solo un pochino, abbastanza perché senta il leggero tremore contro la mia pelle. È
sparito il ragazzo con le pistole e gli scheletri nell’armadio. Le mani che mi stringono
ora non hanno mai stretto un’arma. Queste mani non hanno mai toccato la morte.
Queste mani sono perfette, gentili, delicate.
E si avvicina con molta cautela. Respiri, silenzi, cuori che battono tra di noi ed è
vicinissimo, è così vicino che non mi sento più le gambe. Non sento le dita né il
freddo né il vuoto di questa stanza, perché non sento altro che lui, ovunque, che
riempie tutto e sussurra: «Per favore».
Dice: «Per favore, non mi sparare per questo».
E mi bacia.
Le sue labbra sono più soffici di qualunque cosa abbia mai provato, soffici come
una prima nevicata, come se mordessero zucchero filato, come se si sciogliessero,
fluttuassero e diventassero leggerissime nell’acqua. È dolce, è spontaneamente dolce.
E poi cambia.
«Oh, Dio…»
Mi bacia di nuovo, questa volta con più forza, disperatamente, come se dovesse
avermi, come se morisse dalla voglia di memorizzare la sensazione delle mie labbra
contro le sue. Il suo sapore mi sta mandando fuori di testa: è calore, desiderio e menta
e ne voglio ancora. Ho appena iniziato a tirarlo verso di me, a spingerlo contro di me,
quando si allontana.
Respira come se avesse perso la testa e mi guarda come se gli si fosse spezzato
qualcosa dentro, come se si fosse svegliato e avesse scoperto che non erano altro che
incubi, che non erano mai stati reali, che era stato un brutto sogno che sembrava fin
troppo reale ma ora è sveglio, al sicuro e andrà tutto bene e
Sto cadendo.
Sto cadendo a pezzi, nel suo cuore e sono un disastro.
Mi scruta, scruta i miei occhi in cerca di qualcosa, di un sì, un no o forse di un
indizio che lo spinga a continuare e io non voglio altro che perdermi in lui. Voglio
che mi baci finché non crollerò tra le sue braccia, finché mi sarò lasciata le ossa alle
spalle e sarò volata in uno spazio nuovo ed interamente nostro.
Niente parole.
Solo le sue labbra.
Ancora.
Profonde e urgenti, come se non potesse permettersi di aspettare ancora, come se ci
fossero troppe cose che vuole sentire e non ci fossero abbastanza anni per
sperimentarle tutte. Le sue mani percorrono tutta la mia schiena, imparando ogni
curva del mio corpo e mi bacia il collo, la gola, le spalle e i suoi respiri diventano più
profondi, più forti, improvvisamente le sue mani sono intrecciate ai miei capelli e mi
gira la testa, ho le vertigini, sposto le mani dietro al suo collo e mi aggrappo a lui e
sento un calore freddo come il ghiaccio, è un dolore che attacca tutte le cellule del
mio corpo. È una volontà così disperata, un bisogno così soave che supera ogni cosa,
ogni momento felice che pensavo di aver vissuto.
Sono contro il muro.
Mi bacia come se il mondo stesse rotolando giù per un pendio, come se lui stesse
cercando di resistere e avesse deciso di aggrapparsi a me, come se fosse affamato di
vita, d’amore e non avesse mai pensato che potesse essere così bello stare così vicino
a qualcuno. Come se fosse la prima volta che non sente altro che la fame e non sa
come regolarsi, non sa come mangiare a piccoli morsi, non sa fare niente niente
niente con moderazione.
I miei pantaloni cadono sul pavimento e le sue mani ne sono responsabili.
Sono tra le sue braccia con la biancheria intima e una canotta che fa ben poco per
farmi mantenere un contegno e lui indietreggia solo per guardarmi, per guardarmi
affascinato e dice “sei bellissima”, dice “sei incredibilmente bella” e mi spinge di
nuovo tra le sue braccia, e mi solleva e mi trascina sul mio letto e all’improvviso ho
la testa poggiata contro i cuscini, e lui è a cavalcioni su di me e non ha più la
maglietta addosso e non ho idea di dove sia finita. So solo che alzo lo sguardo verso
il suo e penso che non cambierei niente di questo momento.
Ha centinaia, migliaia, milioni di baci e li sta dando tutti a me.
Mi bacia il labbro superiore.
Mi bacia il labbro inferiore.
Mi bacia sotto il mento, la punta del naso, tutta la fronte, entrambe le tempie, le
guance, lungo la mascella. Poi mi bacia il collo, dietro le orecchie, scende lungo la
gola e le sue mani scivolano lungo il mio corpo. La sua figura si abbassa sulla mia,
sparendo mentre si sposta verso il basso e all’improvviso il suo petto è all’altezza dei
miei fianchi; all’improvviso non riesco più a vederlo. Riesco solo a distinguere la
punta della sua testa, la curva delle sue spalle, la sua schiena che si alza e si abbassa
in modo irregolare quando inspira e espira. Fa scendere le mani lungo e intorno alle
mie cosce nude e poi le fa risalire, su per le costole, per la bassa schiena e poi giù di
nuovo, proprio sotto il bacino. Le sue dita si agganciano all’elastico della mia
biancheria intima e ansimo.
Le sue labbra mi toccano lo stomaco scoperto.
È solo l’accenno di un bacio, ma qualcosa mi sprofonda in testa. La sua bocca che,
leggera come una piuma, mi sfiora la mia pelle in un punto che non riesco a vedere
bene. La mia mente parla in mille lingue diverse che non capisco.
E mi rendo conto che si sta facendo strada su per il mio corpo.
Lascia una scia di fuoco lungo il mio torso, un bacio dopo l’altro, e penso che
davvero non riuscirò a resistere ancora a lungo; non penso che riuscirò a sopravvivere
a tutto questo. Un mugolio mi cresce in gola, implorandomi di liberarlo e io ho le dita
intrecciate ai suoi capelli e lo tiro su, su di me, sopra di me.
Devo baciarlo.
Alzo le braccia per far scivolare le mani lungo il suo collo, sul suo petto e per tutta
la lunghezza del suo corpo e mi rendo conto che non mi sono mai sentita così, non
fino a questo punto, non come se ogni attimo fosse sul punto di esplodere, come se
ogni respiro potesse essere l’ultimo, come se ogni tocco bastasse per incendiare il
mondo. Dimentico tutto, dimentico il pericolo, l’orrore e il terrore che mi aspettano
domani e non riesco nemmeno a ricordare perché sto dimenticando, cosa sto
dimenticando, che c’è qualcosa che sembro aver già dimenticato. È troppo difficile
prestare attenzione ad altro che non siano i suoi occhi ardenti; la sua pelle nuda; il suo
corpo perfetto.
È completamente immune al mio tocco.
Fa attenzione a non schiacciarmi, ha i gomiti poggiati su entrambi i lati della mia
testa e penso di star sorridendo perché lui mi sta sorridendo, ma sorride come se fosse
pietrificato; respira come se avesse dimenticato che deve farlo, mi guarda come se
non fosse sicuro di come fare, esita come se non fosse sicuro di come fare in modo
che io lo veda così. Come se non avesse idea di come fare ad essere così vulnerabile.
Ma eccolo qui.
Ed eccomi qui.
La fronte di Warner è poggiata contro la mia, la sua pelle è arrossata per via del
calore, il suo naso tocca il mio. Sposta il peso su un braccio solo, usa la mano libera
per accarezzarmi piano la guancia, per afferrarmi il viso come fosse uscito dal vetro e
mi rendo conto che sto ancora trattenendo il respiro e non riesco nemmeno a
ricordare quando ho respirato l’ultima volta.
Abbassa gli occhi sulle mie labbra e poi li rialza. Il suo sguardo è carico, affamato,
oppresso da un’emozione che non credevo fosse capace di provare. Non ho mai
pensato che potesse essere così completo, così umano, così vero. Ma è lì. Proprio lì.
Ce l’ha scritto in faccia come se gliel’avessero strappato dal petto.
Mi sta consegnando il suo cuore.
E dice una parola. Sussurra una sola cosa. Con molta urgenza.
Dice: «Juliette».
Chiudo gli occhi.
Dice: «Voglio che non mi chiami più Warner».
Apro gli occhi.
«Voglio che tu mi conosca» dice senza fiato, mentre con le dita mi toglie una
ciocca di capelli dal viso. «Non voglio essere Warner con te» dice. «Voglio che tutto
sia diverso ora. Voglio che mi chiami Aaron».
E sto per dirgli: “Sì, certo. Capisco perfettamente”, ma qualcosa in questo attimo di
silenzio mi confonde; qualcosa in questo momento e la sensazione del suo nome sulla
lingua che sblocca altre parti del mio cervello. E c’è qualcosa lì, qualcosa che si fa
strada nella mia pelle e la tocca e cerca di ricordarmi, cerca di dirmi e
mi colpisce in faccia
mi dà un pugno sulla guancia
mi abbandona nell’oceano.
«Adam».
Ho le ossa piene di ghiaccio. Voglio vomitare con tutta me stessa. Scivolo via da
sotto di lui, mi allontano e quasi cado sul pavimento e questa sensazione, questa
sensazione, questa sensazione travolgente di disprezzo per me mi si conficca nello
stomaco come il taglio di un coltello troppo affilato, troppo spesso, troppo letale per
restare in piedi e mi attacco a me stessa, cerco di non piangere e dico no no no non
può succedere non sta succedendo davvero. Io amo Adam, il mio cuore è di Adam,
non posso fargli questo.
E Warner ha l’aspetto di qualcuno a cui ho sparato di nuovo, come se gli avessi
piantato una pallottola al cuore a mani nude e lui si alza, ma fa fatica a stare in piedi.
La sua figura trema e mi guarda come se volesse dire qualcosa ma ogni volta che
prova a parlare non ci riesce.
«S… scusa» balbetto. «Scusami tanto… non volevo che succedesse… l’ho fatto
senza pensare…»
Ma lui non mi ascolta.
Continua a scuotere la testa e si guarda le mani come se stesse aspettando che
qualcuno arrivi e gli dica che non è reale e sussurra: «Che mi succede? Sto
sognando?»
Sono stanchissima, confusissima, perché lo voglio, lo voglio e voglio anche Adam
e voglio troppo e non mi sono mai sentita un mostro come stanotte.
Il dolore è così evidente sul suo viso e mi uccide.
Lo sento. Lo sento uccidermi.
Cerco disperatamente di distogliere lo sguardo, di dimenticare, di pensare ad un
modo per cancellare quello che è appena successo ma riesco solo a pensare che
questa vita è come un’altalena, un figlio non ancora nato, una manciata di forcelle. È
fatta tutta di possibilità e potenziale, passi giusti o sbagliati rivolti ad un futuro che
non ci è nemmeno garantito e io, io sbaglio tantissimo. Tutti i miei passi sono
sbagliati, sempre sbagliati. Sono l’incarnazione dell’errore.
Perché questo non sarebbe mai dovuto succedere.
È stato un errore.
«Stai scegliendo lui?» chiede Warner, respirando a malapena ancora con l’aria di
chi sta per cadere. «È questo che è successo? Stai scegliendo Kent e non me? Perché
non credo di capire cos’è appena successo e devi dirmi qualcosa, devi dirmi cosa
diavolo mi sta succedendo in questo momento…»
«No» ansimo. «No, non sto scegliendo nessuno… non sto… non sto…»
Invece sì. E non so nemmeno come sono arrivata a questo punto.
«Perché?» dice. «Perché è la scelta più sicura per te? Perché pensi di dovergli
qualcosa? Stai facendo un errore» dice a voce più alta. «Hai paura. Non vuoi fare la
scelta difficile e scappi via da me».
«Forse non voglio stare con te».
«So che vuoi stare con me!» esplode.
«Ti sbagli».
Oh, mio Dio che sto dicendo non so nemmeno dove trovo le parole, da dove
vengono né da quale albero le ho strappate. Continuano a crescermi in bocca e a volte
calco troppo i denti su un avverbio, un pronome e a volte le parole sono amare, a
volte sono dolci, ma ora tutto sa d’amore, di pentimento e ansiti bugiardi, bugiardi
che vanno a fuoco per tutta la mia gola.
Warner mi sta ancora fissando.
«Davvero?» cerca di recuperare il suo carattere irascibile e si avvicina, si avvicina
tantissimo e riesco a vedere il suo viso troppo chiaramente, riesco a vedere le sue
labbra troppo chiaramente, riesco a vedere la rabbia e il dolore e l’incredulità incisi
nei suoi lineamenti, e non sono più così sicura che dovrei stare in piedi. Non penso
che le mie gambe possano reggere il mio peso ancora per molto.
«S… sì» strappo un'altra parola dall’albero che giace nella mia bocca, che giace
giace giace sulle mie labbra.
«Allora mi sbaglio». Dice questa frase con molta calma, molta, molta calma. «Mi
sbaglio sul fatto che mi vuoi. Che vuoi stare con me». Mi sfiora le spalle con le dita,
poi le braccia; fa scivolare le mani lungo i miei fianchi, percorrendo ogni centimetro
del mio corpo e stringo forte la bocca per impedire alla verità di uscire allo scoperto,
ma non ci riesco e non ci riesco e non ci riesco, perché l’unica verità che so in questo
momento è che mi bastano pochi attimi per perdere la testa.
«Dimmi qualcosa, tesoro». Sussurra con le labbra contro la mia guancia. «Sono
anche cieco?»
Morirò davvero.
«Non sarò il tuo pagliaccio!» si allontana da me bruscamente. «Non ti permetterò
di prenderti gioco di quello che provo per te! Ho rispettato la tua scelta di spararmi,
Juliette, ma farmi questo… farmi… farmi quello che hai appena fatto…» fa fatica a
parlare. Si passa una mano sul viso, entrambe le mani tra i capelli, sembra che voglia
urlare, spaccare qualcosa, come se fosse davvero, veramente sul punto di perdere la
testa. La sua voce è un sussurro ispido quando finalmente parla. «È l’opera di un
codardo» dice. «Pensavo fossi una persona davvero migliore».
«Non sono una codarda…»
«Allora sii sincera con te stessa!» dice. «Sii sincera con me! Dimmi la verità!»
La mia testa sta rotolando sul pavimento, girando come un ceppo di legno,
continua a volteggiare e non riesco a fermarla. Non riesco a far smettere il mondo di
girare e la mia confusione diventa senso di colpa, che presto si evolve in rabbia e
all’improvviso ribolle di rabbia salendo in superficie e lo guardo. Stringo le mani
tremanti in due pugni. «La verità» gli dico «è che non so mai cosa pensare di te! Le
tue azioni, il tuo comportamento… non sei mai coerente! Prima sei tremendo con me
e poi sei gentile e poi dici che mi ami e poi ferisci le persone a cui tengo di più!»
«E sei un bugiardo» sbotto allontanandomi da lui. «Dici che non ti importa quello
che fai… e che non ti importa delle altre persone, di quello che gli hai fatto, ma io
non ci credo. Credo che tu ti stia nascondendo. Credo che il vero te sia nascosto
dietro tutta quella distruzione e credo che tu sia migliore della vita che ti sei scelto.
Credo che tu possa cambiare. Credo che tu possa essere diverso. E mi dispiace per
te!»
Warner trasalisce come se gli avessi tirato uno schiaffo.
Il silenzio tra di noi ha massacrato mille secondi innocenti e quando parla
finalmente la sua voce è a malapena udibile, dura e incredula.
«Ti faccio pietà».
Il mio respiro si ferma. La mia fermezza vacilla.
«Credi che sia una qualche specie di progetto rotto che puoi riparare».
«No… non ho…»
«Tu non hai idea di quello che ho fatto!» le sue parole sono furiose mentre
indietreggia. «Non hai idea di quello che ho visto, di quello di cui ho dovuto far parte.
Non hai idea di quello che sono capace, né di quanta pietà meriti. Io conosco il mio
cuore» sbotta. «So chi sono. Non osare provare pietà per me!»
Oh, le mie gambe non funzionano, decisamente.
«Pensavo potessi amarmi per quello che sono» dice. «Credevo saresti stata l’unica
persona in questo mondo dimenticato da Dio che mi avrebbe accettato così come
sono! Credevo che tu più di tutti avresti capito». La sua faccia è di fronte alla mia
quando dice: «Mi sono sbagliato. Mi sono terribilmente, terribilmente sbagliato».
Si allontana. Afferra la sua maglietta e si gira per andarsene e dovrei lasciarlo
andare, dovrei lasciarlo uscire dalla porta e dalla mia vita ma non ci riesco, lo afferro
per un braccio, lo tiro indietro e gli dico: «Per favore… non intendevo questo…»
Si gira e mi dice: «Non voglio la tua comprensione!»
«Non volevo ferirti…»
«La verità» dice «è un dolente promemoria del perché preferisco vivere tra le
bugie».
Non riesco a sopportare l’espressione dei suoi occhi, il dolore terribile e abietto che
non cerca affatto di nascondere. Non so cosa dire per sistemare la situazione. Non so
come ritirare quello che ho detto.
So che voglio che non se ne vada.
Non così.
Sembra sul punto di parlare; cambia idea. Prende un breve respiro, stringe le labbra
come per impedire alle parole di scappare e io sto per dire qualcosa, sto per riprovarci
quando con respiro tremante dice: «Addio, Juliette».
E non so perché mi stia uccidendo, non capisco il perché di quest’ansia improvvisa
e devo sapere, devo dirlo, devo fargli la domanda che non è una domanda e dico:
«Non ti rivedrò mai più».
Lo vedo lottare in cerca delle parole, lo guardo voltarsi verso di me, voltarsi
dall’altro lato e per una frazione di secondo capisco cos’è successo, vedo la
differenza nei suoi occhi, il barlume di emozione che non avrei mai immaginato fosse
capace di provare e so, capisco perché non mi guarda, e non riesce a crederci. Voglio
cadere a terra mentre lui lotta con se stesso, lotta per parlare, lotta per ingoiare il
tremore che ha nella voce quando dice: «Di certo spero di no».
Ed è tutto.
Se ne va.
Sono spezzata in due metà e lui se n’è andato.

Se n’è andato per sempre.


SESSANTATRE
La colazione è un inferno.
Warner è scomparso e si è lasciato una scia di confusione alle spalle.
Nessuno sa come abbia fatto a scappare, come sia riuscito a uscire dalla sua stanza
e a trovare la strada per andarsene da qui e tutti danno la colpa a Castle. Tutti dicono
che è stato uno stupido a fidarsi di Warner, a dargli una possibilità, a credere che
potesse essere cambiato.
Rabbia è un eufemismo per descrivere il livello di aggressività che c'è qui dentro
adesso.
Ma non sarò io a dire a tutti che Warner era già fuori dalla sua stanza ieri notte.
Non sarò io a dire che probabilmente non ha dovuto fare granché per trovare l'uscita.
Non spiegherò loro che non è un idiota.
Sono sicura che non gli ci sia voluto molto a capire come fare. Sono sicura che ha
trovato un modo per sfuggire alle guardie.
Adesso sono tutti pronti a combattere, ma per le ragioni sbagliate. Vogliono
uccidere Warner: in primo luogo per tutto quello che ha fatto; e poi per aver tradito la
loro fiducia. Ancora peggio, hanno tutti paura che possa rivelare le informazioni più
importanti che ci riguardano. Non ho idea di cosa Warner sia riuscito a scoprire su
questo posto prima che se ne andasse, ma niente di ciò che succederà adesso potrà
essere un bene.
Nessuno ha toccato la propria colazione.
Siamo tutti vestiti, armati, pronti per affrontare ciò che potrebbe ucciderci nel giro
di un secondo, e non posso fare a meno di sentirmi completamente intontita. Non ho
chiuso occhio tutta la notte, col cuore e la mente pieni di tormento e indecisione, non
mi sento più braccia e gambe, non riesco a sentire il sapore del cibo che comunque
non sto mangiando, non riesco ad essere lucida, non riesco a concentrarmi su quello
che invece dovrei ascoltare. Non penso ad altro che alle vittime e alle labbra di
Warner sul mio collo, alle sue mani sul mio corpo, al dolore e alla passione nei suoi
occhi e ai tanti modi possibili in cui potrei morire oggi. Penso solo a Warner che mi
tocca, che mi bacia, che mi tortura con il suo cuore e Adam seduto accanto a me, che
non sa cosa ho fatto.
Probabilmente non avrà nemmeno importanza dopo oggi.
Forse verrò uccisa e forse tutta la sofferenza di questi 17 anni sarà stata inutile.
Forse mi limiterò a scomparire dalla faccia della Terra, perduta per sempre, e tutta
l’angoscia della mia adolescenza non sarà stata altro che una ridicola riflessione, un
ricordo divertente.
Ma forse sopravvivrò.
Forse sopravvivrò e dovrò affrontare le conseguenze delle mie azioni. Dovrò
smetterla di mentire a me stessa; dovrò prendere una decisione.
Dovrò affrontare il fatto che sto lottando contro i miei sentimenti per qualcuno che
non si fa nessuno scrupolo a ficcare una pallottola in testa ad un altro uomo. Devo
considerare la possibilità che forse mi sto davvero trasformando in un mostro. Una
creatura terribile ed egoista a cui importa solo di se stessa.
Forse Warner aveva ragione.
Forse io e lui siamo davvero perfetti l'uno per l'altro.

Quasi tutti sono usciti dalla mensa. La gente sta salutando per l’ultima volta gli
anziani e i giovani che rimarranno qui. Adam e James si sono salutati a lungo proprio
questa mattina. Io ed Adam dobbiamo andarcene fra circa 10 minuti.
«Per la miseria. Chi è morto?»
Mi giro al suono della sua voce. Kenji è in piedi. È in questa stanza. È accanto al
nostro tavolo e sembra che stia per cadere, ma è sveglio. È vivo.
Respira.
«Porca miseria». Adam è a bocca aperta. «Porca puttana».
«Anche per me è bello vederti, Kent». Kenji ci rivolge un sorriso sbilenco. Fa un
cenno verso di me. «Pronta a fare il culo a un po’ di gente oggi?»
Gli salto addosso.
«OH... ehi... grazie, sì... è... ehm». Si schiarisce la voce. Prova ad allontanarsi da
me ed io sussulto, indietreggio. Sono coperta dappertutto ad eccezione della faccia;
indosso i guanti, i tirapugni e la mia tuta è allacciata fino al collo. Kenji di solito non
si allontana mai da me.
«Ehi, ehm, forse dovresti evitare di toccarmi per un po', ok?» Kenji prova a
sorridere, prova a farlo suonare come uno scherzo, ma io sento il peso delle sue
parole, la tensione e l’accenno di paura che cerca di nascondere tanto duramente.
«Non sono ancora abbastanza stabile».
Sento il sangue defluirmi dalle vene, mi lascia le ginocchia deboli e col bisogno di
sedermi.
«Non è stata lei» dice Adam. «Sai che non ti ha nemmeno sfiorato».
«Veramente non lo so» dice Kenji. «E non le sto dando la colpa... dico solo che
magari sta usando la proiezione e non lo sa, va bene? Per quanto ne so, non credo che
abbiamo altre spiegazioni per ciò che è successo ieri sera. Di certo non sei stato tu»
dice ad Adam «e, cazzo, per quanto ne sappiamo, il fatto che Warner sia capace di
toccare Juliette potrebbe essere solo un caso. Non sappiamo ancora nulla di lui». Una
pausa. Si guarda intorno. «Giusto? A meno che la scorsa notte Warner non si sia tirato
un coniglio magico fuori dal culo mentre io ero impegnato ad essere morto».
Adam si acciglia. Io non dico una parola.
«Giusto» dice Kenji. «È quello che pensavo. Quindi. Credo sia meglio se, a meno
che non sia assolutamente necessario, io mi tenga lontano». Si gira verso di me. «Va
bene? Senza offesa, ok? Insomma, sono quasi morto. Penso che tu possa capirmi».
Riesco a malapena a udire la mia voce quando dico: «Sì, certo». Provo a ridere.
Provo a capire perché non gli dico di Warner. Perché lo sto ancora proteggendo. Forse
perché sono colpevole quanto lui.
«Beh, comunque» dice Kenji. «Quando partiamo?»
«Sei pazzo» gli dice Adam. «Tu non vieni da nessuna parte».
«Col cavolo che non vengo».
«Riesci a malapena a tenerti in piedi!» esclama Adam.
Ha ragione. Kenji si sta appoggiando al tavolo usandolo come sostegno.
«Preferirei morire là fuori che restare qui seduto come una specie di idiota».
«Kenji...»
«Ehi» dice Kenji, interrompendomi. «Dunque, ho sentito dire che ieri notte Warner
ha portato il suo maledetto culo fuori di qui. Che è successo?»
Adam emette un suono strano. Non è proprio una risata. «Già» dice. «E chi lo sa.
Ho sempre pensato che non fosse una buona idea tenerlo qui in ostaggio. E fidarsi di
lui è stata un'idea ancora più stupida».
«Quindi prima insulti la mia idea, e poi quella di Castle, eh?» dice Kenji alzando
un sopracciglio.
«Sono state cattive idee» dice Adam. «Davvero pessime. E adesso dobbiamo
pagarne le conseguenze».
«Beh, come potevo sapere che Anderson sarebbe stato capace di lasciare suo figlio
a marcire all'inferno?»
Adam trasalisce e Kenji prova a rimangiarsi ciò che ha detto.
«Oh, ehi... mi dispiace, amico... non intendevo dire...»
«Non importa» lo interrompe Adam. Il suo viso è improvvisamente duro,
improvvisamente freddo, chiuso. «Forse dovresti tornare nell'ala medica. Tra poco ce
ne andiamo».
«Non andrò da nessuna parte se non fuori di qui».
«Kenji, per favore...»
«No».
«Ti stai comportando in modo assurdo. Questo non è uno scherzo» gli dico. «Oggi
moriranno delle persone».
Ma lui mi ride in faccia. Mi guarda come se avessi detto qualcosa di stranamente
divertente. «Scusa, stai cercando di insegnare a me la realtà della guerra?» Scuote la
testa. «Ti sei dimenticata che ero un soldato dell'esercito di Warner? Hai idea di
quante assurdità abbiamo visto?» Indica se stesso e Adam. «So esattamente cosa
aspettarmi oggi. Warner era pazzo. Se Anderson è cattivo anche solo il doppio di suo
figlio, allora ci stiamo tuffando in un bagno di sangue. Non posso abbandonarvi
così».
Ma la mia attenzione viene catturata da una sola frase. Una parola. Voglio solo
chiedere. «Era davvero così cattivo...?»
«Chi?» Kenji mi sta fissando.
«Warner. Era veramente così spietato?»
Kenji scoppia a ridere. Fragorosamente. Si piega in due. Sta praticamente
ansimando quando dice: «Spietato? Juliette, quello è malato. È un animale. Credo che
nemmeno sappia cosa significa essere umani. Se da qualche parte esiste un inferno,
penso che sia stato progettato appositamente per lui».
È davvero difficile estrarmi questa spada dallo stomaco.
Un rumore di passi.
Mi giro.
Dobbiamo uscire tutti dai tunnel in fila indiana, in modo da mantenere l'ordine
mentre abbandoniamo questo mondo sotterraneo. Io, Kenji ed Adam siamo gli unici
combattenti a non aver ancora raggiunto il gruppo.
Ci alziamo tutti in piedi.
«Ehi... allora, Castle sa cosa vuoi fare?» Adam sta guardando Kenji. «Non credo
che approverebbe la tua uscita di oggi».
«Castle vuole che io sia felice» dice Kenji semplicemente. «E non sarò felice se
resto qui. Ho del lavoro da fare. Persone da salvare. Signore su cui far colpo.
Rispetterebbe la mia decisione».
«E che mi dici di tutti gli altri?» gli chiedo io. «Erano tutti così preoccupati per te...
sei andato da loro almeno? A dirgli che stai bene?»
«Nah» dice Kenji. «Molto probabilmente avrebbero reagito eccessivamente se
avessero saputo che avevo intenzione di uscire. Ho pensato che sarebbe stato più
sicuro non dire nulla. Non voglio mandare fuori di testa nessuno. E Sonya e Sara...
povere ragazze, hanno passato un inferno. È colpa mia se sono così esauste, e
continuano a dire che vogliono venire con noi oggi. Vogliono combattere anche se
avranno molto da fare una volta che avremo finito di combattere con l'esercito di
Anderson. Ho provato a convincerle a restare qui, ma sanno essere maledettamente
cocciute. Devono conservare le forze» dice «e ne hanno già sprecate troppe per me».
«Non le hanno sprecate...» cerco di dirgli.
«Comunque» dice Kenji. «Possiamo andare, per favore? So che volete tutti dare la
caccia ad Anderson» dice ad Adam «ma personalmente? A me piacerebbe puntare a
Warner. Piantare una pallottola nel corpo di quel miserabile pezzo di merda e farla
finita».
Qualcosa mi colpisce allo stomaco talmente forte che temo finirò davvero per
sentirmi male. Vedo a macchie, faccio fatica a restare in piedi, faccio fatica ad
ignorare l'immagine di Warner morto, del suo corpo scomposto e insanguinato.
«Ehi... stai bene?» Adam mi tira al suo fianco. Mi guarda attentamente in faccia.
«Sto bene» mento. Annuisco troppe volte. Scuoto la testa una o due volte. «Non ho
dormito abbastanza stanotte, ma ce la faccio».
Esita. «Sei sicura?»
«Certo» mento di nuovo. Faccio una pausa. Lo prendo per la maglietta. «Ehi... stai
attento, va bene?»
Sospira profondamente. Annuisce una volta. «Sì. Anche tu».
«Andiamo, andiamo, andiamo!» ci interrompe Kenji. «Oggi è il giorno della nostra
morte, signorine».
Adam lo spinge appena.
«Oh, quindi adesso maltratti il disabile, eh?» A Kenji ci vuole un po’ per
recuperare l’equilibrio prima di colpire Adam al braccio. «Conserva l’angoscia per il
campo di battaglia, fratello. Ne avrai bisogno».
Un fischio acuto risuona in lontananza.

È ora di andare.
SESSANTAQUATTRO
Sta piovendo.
Il mondo piange sui nostri piedi in previsione di ciò che stiamo per fare.
Dobbiamo dividerci e combattere in piccoli gruppi, in modo che non possano
ucciderci tutti in una volta. Non siamo abbastanza per attaccare, quindi dobbiamo
essere prudenti. E, anche se mi sento in colpa ad ammetterlo, sono molto felice che
Kenji abbia deciso di venire con noi. Saremmo stati più deboli senza di lui.
Ma dobbiamo ripararci dalla pioggia.
Siamo già bagnati fradici e, mentre le tute che indossiamo io e Kenji ci offrono un
po' di protezione dal clima, Adam indossa dei semplici vestiti di cotone, e ho paura
che non dureremo a lungo se va avanti così. Tutti i membri del Punto Omega si sono
già sparpagliati. La zona sopra il Punto Omega non è altro che un’arida distesa di
terra che ci rende vulnerabili una volta usciti.
Per fortuna abbiamo Kenji. Noi 3 siamo già invisibili.
Gli uomini di Anderson non sono lontano da qui.
Sappiamo solo che da quando Anderson è arrivato, si è dato molto da fare per
mostrare a tutti il suo potere e la presa di ferro della Restaurazione. Chiunque abbia
provato a opporsi, non importa quanto debole, minaccioso o innocuo fosse, è stato
messo a tacere. È arrabbiato perché abbiamo spinto tutti a ribellarsi e ora sta cercando
di imporsi. Quello che vuole veramente è distruggere noi.
Quei poveri civili si sono solo trovati nella sua traiettoria.
Spari.
Ci spostiamo automaticamente verso il suono che riecheggia in lontananza.
Nessuno fiata. Sappiamo cosa dobbiamo fare e come dobbiamo muoverci. La nostra
unica missione è avvicinarci il più possibile alla devastazione e poi eliminare quanti
più soldati di Anderson possibile. Proteggere gli innocenti. Sostenere i nostri
compagni, gli uomini e le donne del Punto Omega.
Cercare a tutti i costi di non morire.
Riesco a vedere i comprensori in lontananza farsi più vicini, ma la pioggia rende
tutto più difficile. Tutti i colori si mescolano assieme, si fondono all'orizzonte, e devo
sforzarmi per distinguere ciò che ho davanti. Tocco istintivamente le pistole nelle
fondine sulla mia schiena, ricordo il mio ultimo incontro con Anderson – l'unico che
ho avuto con quell’uomo spregevole – e mi chiedo che cosa gli sia successo. Mi
chiedo se Adam avesse ragione quando ha detto che Anderson poteva essere
gravemente ferito, che forse sta ancora cercando di riprendersi. Mi chiedo se
Anderson farà la sua comparsa sul campo di battaglia. Mi chiedo se per caso non sia
troppo codardo per combattere le sue guerre.
Le urla ci dicono che ci stiamo avvicinando.
Il mondo attorno a noi è un paesaggio sfocato pieno di blu, grigio e macchie di
colori, i pochi alberi rimasti hanno centinaia di rami tremanti che si aprono come
squarci sui tronchi e sembrano alzarsi verso il cielo in segno di preghiera, implorando
di ricevere sollievo dalla tragedia in cui sono capitati. Basta questo a farmi provare
dispiacere per le piante e gli animali costretti a portare la testimonianza di ciò che
abbiamo fatto.
Non hanno mai chiesto tutto questo.
Kenji ci guida verso la periferia dei comprensori, e noi avanziamo per schiacciarci
contro la parete di una delle casette quadrate, rannicchiandoci sotto un pezzo di tetto
sporgente che, almeno per un momento, ci dà tregua dai pugni d’acqua che piovono
dal cielo.
Il vento sbatte contro le finestre, soffia forte contro le pareti. La pioggia batte
contro il tetto come popcorn su una lastra di vetro.
Il messaggio del cielo è chiaro: sono arrabbiato.
Sono arrabbiato e vi punirò, ve la farò pagare per aver versato così tanto sangue.
Non me ne starò a guardare stavolta, non più, mai più. Vi rovinerò, è ciò che ci dice il
cielo.
Come avete potuto farmi questo? sussurra nel vento.
Vi ho dato tutto, ci dice.
Nulla sarà più come prima.

Mi chiedo come mai non vedo ancora nessun segno dell'esercito. Non vedo
nessuno del Punto Omega. Non vedo proprio nessuno. Sto iniziando a pensare che
questo comprensorio sia un po' troppo tranquillo.
Sto per suggerire di muoverci quando sento una porta aprirsi violentemente.
«Questa è l'ultima» grida qualcuno. «Si era nascosta qui». Un soldato sta
trascinando una donna in lacrime fuori dalla casetta contro cui siamo rannicchiati e
lei urla, chiede pietà e chiede di suo marito, mentre il soldato le urla di stare zitta.
Devo trattenermi per impedire alle emozioni di fuoriuscirmi dagli occhi e dalla
bocca.
Non parlo.
Non respiro.
Un altro soldato arriva lentamente da un punto che non riesco a vedere. Grida
qualcosa che suona come una conferma e fa un gesto con le mani che non capisco.
Sento Kenji irrigidirsi di fianco a me.
Qualcosa non va.
«Mettila assieme a tutti gli altri» grida il secondo soldato. «E poi abbiamo finito
con questa zona».
La donna è isterica. Urla, graffia il soldato, gli dice che non ha fatto niente di male,
che non capisce, chiede dov'è il marito, dice che ha cercato sua figlia ovunque e
chiede cosa succede, piange, urla, agita i pugni verso l'uomo che la tiene prigioniera
come un animale.
Lui le preme la canna della pistola contro il collo. «Se non stai zitta, ti sparo
immediatamente».
Lei piagnucola una volta, due volte, poi tace. È svenuta fra le braccia del soldato
che la guarda disgustato mentre la porta fuori dal mio campo visivo, verso il punto in
cui tengono tutti gli altri. Non ho idea di cosa stia succedendo. Non capisco cosa stia
succedendo.
Li seguiamo.
Il vento e la pioggia si sono intensificati, c'è abbastanza rumore e distanza fra noi e
i soldati da farmi sentire sicura di poter parlare. Stringo la mano di Kenji. È sempre
lui la colla che unisce me ed Adam e che ci rende invisibili proiettando il suo potere.
«Cosa pensi stia succedendo?» chiedo.
Lui non risponde subito.
«Li stanno radunando» dice dopo un attimo. «Li stanno raggruppando per ucciderli
tutti contemporaneamente».
«La donna...»
«Sì». Lo sento schiarirsi la gola. «Sì, lei e chiunque pensano che possa c’entrare
con le proteste. Non uccidono solo gli istigatori» mi dice. «Uccidono anche i loro
amici e la loro famiglia. È il modo migliore per tenere in riga la gente. Spaventare a
morte chi è ancora vivo funziona sempre».
Devo ingoiare la bile che minaccia di sopraffarmi.
«Ci dovrà pur essere un modo per portarli via da lì» dice Adam. «Forse possiamo
aggirare i soldati».
«Sì, ma ascoltatemi, sapete che dovrò lasciarvi andare, giusto? Mi sto già
indebolendo; la mia Energia si sta esaurendo più velocemente del normale. E voi
sarete visibili» spiega Kenji. «Sarete più facili come obiettivi».
«Ma che altra scelta abbiamo?» chiedo.
«Potremmo nasconderci e sparargli addosso» dice Kenji. «Non c’è bisogno di
affrontarli in un combattimento diretto. Possiamo fare così». Fa una pausa. «Juliette,
tu non ti sei mai trovata in una situazione del genere prima d’ora. Voglio che tu
sappia che ti rispetterei qualora decidessi di restare fuori dalla linea di tiro. Non tutti
hanno lo stomaco per vedere quello che potremmo vedere se seguiamo quei soldati.
Non c’è nulla di cui vergognarsi o per cui sentirsi in colpa».
Sento un sapore metallico in bocca quando mento: «Ce la faccio».
Lui resta in silenzio per un attimo. «Solo... ok... ma non avere paura di usare le tue
abilità per difenderti» mi dice. «So che non vuoi ferire nessuno, ma questi qui non
scherzano. Cercheranno di ucciderti».
Annuisco, anche se non può vedermi. «Certo» dico.
«Sì». Ma dentro di me sono in preda al panico.

«Andiamo» sussurro.
SESSANTACINQUE
Non mi sento le ginocchia.
Ci sono 27 persone allineate, in piedi una accanto all’altra al centro di un grande
campo arido. Uomini, donne e bambini di tutte le età. Di tutte le taglie. Tutti in piedi
di fronte a quello che sembra un plotone d’esecuzione composto da 6 soldati. La
pioggia, furiosa e spietata, scroscia intorno a noi e sferza tutto e tutti con lacrime dure
come le mie ossa. Il vento non ci dà tregua.
I soldati stanno decidendo cosa fare. Come ucciderli. Come disfarsi di 27 paia di
occhi con lo sguardo fisso davanti a loro. Alcuni stanno singhiozzando, altri tremano
di paura, di dolore e di orrore, altri ancora se ne stanno perfettamente immobili, stoici
di fronte alla morte.
Uno dei soldati spara un colpo.
Il primo uomo si accascia a terra e mi sento come se avessi ricevuto una frustata.
Nel giro di pochi secondi vengo attraversata da talmente tante emozioni che ho paura
di svenire. Mi aggrappo con disperazione animale al mio conscio e cerco di cacciare
indietro le lacrime, cerco di ignorare il dolore che mi trafigge.
Non riesco a capire perché nessuno si muove, perché noi non ci muoviamo, perché
nessuno dei civili si muove anche solo per togliersi dalla traiettoria e capisco che
correre, cercare di fuggire o di combattere non è un’opzione valida. Sono
completamente inermi. Non hanno armi. Nessuna munizione di alcun tipo.
Ma io sì.
Ho una pistola.
Ne ho 2, in realtà.
È il momento, dobbiamo separarci, dobbiamo combattere da soli, solo noi 3, 3
bambini cresciuti che lotteranno per salvare 26 persone o che moriranno nel tentativo
di farlo. Il mio sguardo è incollato su una bambina che non può essere molto più
grande di James, ha gli occhi spalancati, impauriti, i pantaloni già bagnati dalla paura
e questo mi fa a pezzi, mi uccide, la mia mano libera sta già andando verso la pistola
quando dico a Kenji che sono pronta.
Vedo lo stesso soldato di prima puntare la pistola sulla prossima vittima quando
Kenji ci lascia andare.
3 pistole si alzano, pronte a sparare, ed io sento i proiettili prima che partano; uno
di loro va a segno nel collo di un soldato e non ho la minima idea se sia mio o no.
Non ha importanza ora.
Ci sono ancora 5 soldati in piedi ed ora ci vedono.
Corriamo.
Schiviamo i proiettili che ci sparano contro e vedo Adam buttarsi a terra, lo vedo
sparare con precisione perfetta, ma non riesce comunque a centrare il bersaglio. Mi
guardo intorno in cerca di Kenji, vedo che è scomparso e ne sono contenta; 3 soldati
vanno giù quasi all’istante. Adam approfitta della distrazione dei soldati rimasti e fa
fuori il quarto. Io sparo alle spalle del quinto.
Non so se l’ho ucciso o no.
Gridiamo alla gente di seguirci, li stiamo facendo tornare in massa ai comprensori,
gli urliamo di restare giù, di non farsi vedere; gli diciamo che gli aiuti stanno per
arrivare, che faremo il possibile per proteggerli e loro cercano di raggiungerci, di
toccarci, di ringraziarci e prenderci la mano, ma non abbiamo tempo. Dobbiamo
portarli in fretta ad una parvenza di sicurezza e spostarci dove si sta svolgendo il resto
di questa strage.
Ancora non ho dimenticato l’uomo che non siamo riusciti a salvare. Non ho
dimenticato il numero 27.
Voglio che non succeda mai più.
Ci lanciamo per le migliaia di chilometri di terreno su cui sono costruiti i
comprensori, senza preoccuparci di restare nascosti o di elaborare un piano definitivo.
Non abbiamo ancora parlato. Non abbiamo ancora discusso di ciò che abbiamo fatto
né di quello che dovremmo fare e l’unica cosa che sappiamo è che dobbiamo
continuare a muoverci.
Seguiamo Kenji.
Si fa strada a zigzag tra un gruppo di comprensori demoliti e capiamo che qualcosa
è andato terribilmente storto. Non ci sono segni di vita da nessuna parte. Le piccole
scatole di metallo che fungevano da case per i civili sono state completamente
distrutte e non sappiamo se c’erano delle persone all’interno quando è successo.
Kenji ci dice che dobbiamo continuare a cercare.
Ci spingiamo ancora più a fondo nel territorio regolamentato, in questi pezzi di
terreno dedicati a fornire dimora alle persone, fino a quando non sentiamo un rumore
di passi, il suono di un flebile agitarsi meccanico.
I blindati.
Funzionano con l’elettricità in modo da essere meno evidenti quando si muovono
per le strade, ma io li conosco abbastanza da essere in grado di riconoscerne il ronzio
elettrico. E lo stesso vale per Adam e Kenji.
Seguiamo il rumore.
Lottiamo contro il vento che cerca di spingerci lontano ed è quasi come se sapesse,
come se il vento stesse cercando di proteggerci da quello che ci aspetta dall’alto lato
di questo comprensorio. Non vuole che lo vediamo. Non vuole che oggi sia il giorno
della nostra morte.
Qualcosa esplode.
Un violento incendio lacera l’aria a meno di 15 metri da dove ci troviamo noi. Le
fiamme lambiscono il terreno, consumando tutto l’ossigeno, e nemmeno la pioggia
riesce a fermare tanta devastazione. Le lingue di fuoco sembrano fruste che
ondeggiano nel vento, a malapena tenute a bada e sottomesse dal cielo.
Dobbiamo andare nel punto in cui è scoppiato quell’incendio.
I nostri piedi lottano per aderire al terreno fangoso e non sento più freddo mentre
corro, non sento l’acqua, sento solo l’adrenalina che mi scorre in corpo, spingendomi
ad andare avanti, la pistola stretta con troppa forza nel pugno, troppo pronta a
prendere la mira, troppo pronta a sparare.
Ma quando raggiungiamo le fiamme, quasi la lascio cadere.
Per poco non cado a terra.
Quasi non riesco a credere ai miei occhi.
SESSANTASEI
Morti, morti, morti ovunque.
A terra ci sono così tanti corpi mischiati e buttati alla rinfusa che non ho idea se
siano dei nostri o dei loro, e sto iniziando a chiedermi cosa voglia dire, sto iniziando a
dubitare di me stessa e di quest'arma che ho in mano e non posso fare a meno di
pensare a questi soldati, di pensare che forse erano come Adam, un milione di altre
anime torturate e orfane che avevano semplicemente bisogno di sopravvivere ed
avevano accettato l'unico lavoro disponibile.
Non so cosa pensare.
Trattengo le lacrime, la pioggia e l'orrore e so che devo muovere le gambe, so che
devo andare avanti ed essere coraggiosa, devo combattere, che mi piaccia o no,
perché non possiamo permettere che questo accada.
Mi attaccano alle spalle.
Qualcuno mi tiene giù, ho il viso sprofondato nel terreno e sto scalciando, cerco di
urlare, ma sento che la pistola mi viene strappata di mano, sento una gomitata alla
schiena e so che Adam e Kenji non ci sono, sono nel pieno della battaglia e so che sto
per morire. So che è finita e non sembra reale, in qualche modo mi sembra una storia
che qualcuno sta raccontando, come se la morte fosse una cosa strana e distante che
hai visto colpire solo gente che non conoscevi e sicuramente non succederà a me, a
te, a tutti noi.
Ma eccola qui.
È una pistola puntata alla nuca e uno stivale premuto sulla schiena, è la mia bocca
piena di fango ed è un milione di momenti inutili che non ho mai davvero vissuto e
ho tutto davanti agli occhi. Lo vedo con molta chiarezza.
Qualcuno mi gira.
La stessa persona che mi ha puntato la pistola alla testa adesso me la sta puntando
in faccia, studiandomi come se stesse cercando di leggermi dentro e sono confusa,
non capisco il perché dei suoi occhi grigi arrabbiati e della rigidità della sua bocca,
perché non preme il grilletto. Non mi uccide e questo, questo è quello che mi
terrorizza più di ogni altra cosa.
Devo togliermi i guanti.
Il mio carceriere urla qualcosa che non riesco a capire perché non sta parlando con
me, non guarda nella mia direzione, perché sta chiamando qualcun altro ed io
approfitto di quest’attimo di distrazione per togliere il tirapugni di acciaio dalla mia
mano sinistra e gettarlo a terra. Devo togliermi il guanto. Devo togliermi il guanto,
perché è l’unica possibilità che ho di sopravvivere, ma la pioggia ha bagnato troppo il
cuoio e così mi si è attaccato troppo alla pelle, rifiuta di sfilarsi con facilità, e il
soldato si volta troppo presto. Vede cosa sto cercando di fare e mi tira in piedi, mi
stringe un braccio intorno al collo e mi preme la pistola alla testa. «So cosa stai
cercando di fare, mostriciattolo» dice. «Ho sentito parlare di te. Muoviti anche solo di
un solo centimetro e ti uccido».
Eppure non gli credo.
Non credo possa uccidermi perché, se avesse voluto, lo avrebbe già fatto. Ma sta
aspettando qualcosa. Sta aspettando qualcosa che non capisco e devo agire in fretta.
Mi serve un piano ma non ho idea di cosa fare, così mi limito a graffiargli il braccio
coperto, il muscolo che mi ha stretto intorno al collo, e lui mi scuote, mi grida di
smetterla di muovermi e mi stringe più forte per togliermi l’ossigeno, ho le dita strette
attorno al suo avambraccio mentre cerco di contrastare la presa che ha su di me, non
riesco a respirare e sono nel panico, di colpo non sono così sicura che non mi
ucciderà e non realizzo neanche quello che ho fatto finché non lo sento urlare.
Gli ho spezzato tutte le ossa del braccio.
Lui cade a terra, lascia la pistola per tenersi il braccio e urla in preda ad un dolore
così atroce che quasi mi sento in colpa per quello che ho fatto.
Però mi metto a correre.
Ho percorso solo un paio di metri quando altri 3 soldati si fiondano su di me,
allertati da quello che ho fatto al loro compagno, mi vedono in faccia e si illuminano
di comprensione. Uno di loro mi sembra vagamente familiare, quasi come se avessi
già visto i suoi capelli castani e arruffati, e capisco che mi conoscono. Questi soldati
mi hanno vista quando Warner mi teneva prigioniera. Warner ha fatto di me un vero e
proprio spettacolo. È ovvio che mi avrebbero riconosciuta.
E non mi lasceranno andare.
I 3 mi spingono il viso contro il terreno, inchiodandomi le braccia e le gambe a
terra finché non sono quasi certa che hanno deciso di farmi a pezzi. Cerco di
contrattaccare, cerco di concentrarmi sulla mia Energia e sto per levarmeli di dosso
ma poi...
Un colpo improvviso alla testa e sono quasi del tutto incosciente.
I suoni si mischiano insieme, le voci diventano una grande confusione di rumori e
non riesco a distinguere i colori, non so cosa mi stia succedendo perché non mi sento
più le gambe. Non so neanche se sto camminando o se mi stanno portando in braccio,
ma sento la pioggia. La sento cadere velocemente sul mio viso finché non sento il
rumore di metallo contro metallo, sento un ronzio elettrico familiare e poi la pioggia
si ferma, scompare dal cielo; so solo 2 cose e so che solo 1 di queste è certa.
Sono in un blindato.
Sto per morire.
SESSANTASETTE
Sento il suono di campane a vento.
Sento il suono isterico di campane soffiate da un vento così violento da essere una ve-
ra e propria minaccia e tutto quello che riesco a pensare è che il tintinnio mi sembra
incredibilmente familiare. Mi gira ancora la testa ma devo restare in me il più possibi-
le. Devo sapere dove mi stanno portando. Devo farmi un'idea del posto in cui mi tro-
vo. Devo trovare un punto di riferimento e mi sto sforzando di pensare lucidamente
senza far notare che non sono priva di sensi.
I soldati non parlano.
Speravo di poter raccogliere qualche informazione dalle loro conversazioni ma non
dicono una parola. Sono come macchine, come robot programmati per seguire un
ordine specifico, e io mi chiedo, sono curiosissima, non riesco a capire perché
abbiano dovuto portarmi lontano dal campo di battaglia per uccidermi. Mi chiedo
perché la mia morte debba essere così speciale. Mi chiedo perché mi stiano portando
fuori dal blindato, verso la confusione di una campana a vento arrabbiata, mi azzardo
ad aprire appena gli occhi e quasi resto a bocca aperta.
È la casa.
È la casa, la casa sul terreno non regolamentato, quella dipinta con il blu delle uova
di pettirosso, l'unica casa tradizionale e funzionante nel raggio di 500 miglia. È la
stessa casa che Kenji aveva detto essere una trappola, è la casa dove ero sicurissima
di incontrare il padre di Warner, e poi l’idea mi colpisce. Come un martello. Come un
treno ad alta velocità. Una scarica di realizzazione che mi opprime il cervello.
Anderson deve essere qui. Deve volermi uccidere lui stesso.
Sono una consegna speciale.
Suonano perfino il campanello.
Sento un rumore di passi. Sento scricchiolii e cigolii. Sento il vento squarciare il
mondo e poi vedo il mio futuro, vedo Anderson torturarmi a morte in ogni modo
possibile e mi domando come farò a uscire da questa situazione. Anderson è troppo
intelligente. Probabilmente mi incatenerà al pavimento e mi taglierà le mani e i piedi
in un colpo solo. Probabilmente vorrà godersela.
Apre la porta.
«Ah! Signori. Grazie mille» dice. «Prego, seguitemi». E sento il soldato che mi
stava portando in braccio spostare il suo peso sotto il mio corpo bagnato, floscio e
improvvisamente pesante. Inizio a sentire un brivido freddo dentro le ossa e mi rendo
conto che ho corso sotto la pioggia incessante per troppo tempo.
Sto tremando e non di paura.
Sto bruciando e non di rabbia.
Sono così delirante che anche se avessi la forza di difendermi non sono sicura che
riuscirei a farlo per bene. È sorprendente notare in quanti modi diversi potrebbe finire
la mia vita oggi.
Anderson ha un forte odore di terra; riesco a sentirlo anche se è qualcun altro a
tenermi, e l'odore è fastidiosamente piacevole. Lui ci chiude la porta alle spalle dopo
aver informato i soldati in attesa di ritornare a lavoro. Il che è essenzialmente l'ordine
di andare ad uccidere altre persone.
Mi sa che sto iniziando ad avere le allucinazioni.
Vedo un caminetto caldo come quelli di cui ho solo letto. Vedo un salotto
accogliente con dei soffici e comodi divani ed uno spesso tappeto orientale ad
abbellire il pavimento. Vedo una mensola sul camino, con delle foto che da qui non
riesco a vedere bene e Anderson mi sta dicendo di svegliarmi, mi sta dicendo che
devo farmi un bagno, che mi sono sporcata molto e che così non va bene. Mi serve
che tu sia sveglia e cosciente altrimenti non sarà granché divertente, dice, e sono
abbastanza sicura che sto perdendo la testa.
Sento il tonfo di passi pesanti salire una scala e realizzo che il mio corpo si sta
muovendo in contemporanea. Sento una porta aprirsi cigolando, sento il rumore di
altri passi e ci sono parole pronunciate che non riesco più a distinguere. Qualcuno
dice qualcosa a qualcuno e mi lasciano cadere sul pavimento duro e freddo.
Mi sento gemere.
«Attenzione a non toccarle la pelle» è l'unica frase completa che riesco a capire.
Tutto il resto è «bagno» e «dormire» e «domani mattina» e «no, non credo» e «molto
bene» e sento un'altra porta chiudersi forte. È quella vicino alla mia testa.
Qualcuno sta cercando di togliermi la tuta.
Mi alzo così in fretta da farmi male; sento qualcosa bruciarmi dentro, in testa,
finché non mi colpisce dritto all'occhio e so che sono un misto di tante cose in questo
momento. Non riesco a ricordare l'ultima volta che ho mangiato qualcosa e non
dormo bene da più di 24 ore. Ho il corpo completamente bagnato, la testa mi pulsa di
dolore, mi hanno piegato e calpestato il corpo e sento un milione di dolori diversi. Ma
non permetterò a nessun uomo estraneo di togliermi i vestiti. Preferirei morire.
Ma la voce che sento non è assolutamente quella di un uomo. È soffice e gentile,
materna. Mi parla in una lingua che non capisco, ma forse è solo la mia testa che non
riesce a capire niente. Dice parole di conforto, mi massaggia la schiena con piccoli
gesti circolari. Sento lo scroscio dell'acqua, sento il calore avvolgermi e c’è un bel
tepore, sembra vapore e penso che devo essere in un bagno, o in una vasca, e non
posso fare a meno di pensare che non faccio una doccia calda da quando ero al
quartier generale con Warner.
Cerco di aprire gli occhi, ma non ci riesco.
È come se avessi due incudini sulle palpebre, come se tutto fosse nero e in
disordine, confuso e spossante, e distinguo solo le circostanze generali della mia
situazione. Vedo attraverso piccolissime fessure; vedo solo la porcellana brillante di
quella che presumo sia una vasca da bagno, la raggiungo strisciando nonostante le
proteste che sento nelle orecchie e mi ci arrampico.
Cado nell'acqua calda completamente vestita, guanti, stivali e tuta intatti ed è un
piacere incredibile che non mi aspettavo di provare.
Le ossa iniziano a scongelarsi, i denti smettono di battere e i muscoli imparano a
rilassarsi. I capelli mi galleggiano attorno il viso e li sento solleticarmi il naso.
Affondo sotto la superficie.

Mi addormento.
SESSANTOTTO
Mi sveglio in un letto fatto di nuvole e indosso dei vestiti maschili.
Sono al caldo e sono comoda, ma le ossa continuano a scricchiolarmi, la testa a
farmi male e la confusione ad annebbiarmi la mente. Mi alzo a sedere. Mi guardo
intorno.
Sono nella stanza da letto di qualcuno.
Sono aggrovigliata in lenzuola blu e arancioni decorate con dei piccoli guantoni da
baseball. Su un lato c’è una piccola scrivania con una piccola sedia girata di lato e
una serie di cassetti, con una collezione di trofei di plastica sistemati in una perfetta
linea retta in cima. Vedo una semplice porta di legno con un tradizionale pomello
d’ottone che deve portare fuori; vedo una serie di specchi scorrevoli che
probabilmente nascondono un armadio. Guardo alla mia destra, vedo un piccolo
comodino con una sveglia e un bicchiere d’acqua sopra; lo prendo.
La velocità con cui lo svuoto è quasi imbarazzante.
Scendo dal letto e scopro che indosso dei pantaloncini blu scuro talmente larghi sui
fianchi che temo cadranno. Ho una maglietta grigia con una specie di disegno e nuoto
nel tessuto in eccesso. Niente calze. Niente guanti. Niente biancheria intima.
Non ho niente.
Mi chiedo se mi è permesso uscire dalla porta e decido che vale la pena rischiare.
Non ho idea di cosa ci faccio qui. Non ho idea del perché non sono ancora morta.
Mi blocco di fronte alle porte a specchio.
I miei capelli sono stati lavati e ricadono in folti, morbidi ricci attorno al mio viso.
La mia pelle è luminosa e, a parte qualche graffio, relativamente illesa. I miei occhi
sono spalancati; uno strano, vibrante miscuglio di verde e blu che mi scruta, sorpreso
e sorprendentemente senza paura.
Ma il mio collo.
Il mio collo è un disastro violaceo, un unico grande livido che rovina tutto il mio
aspetto. Non mi ero resa conto della forza con cui avevano cercato di soffocarmi a
morte ieri – o almeno credo che fosse ieri – e solo adesso mi accorgo di quanto fa
male deglutire. Sospiro e supero gli specchi. Devo trovare un modo per uscire di qui.
La porta si apre quando la tocco.

Mi guardo intorno nel corridoio in cerca di qualche segno di vita. Non ho idea di
che ora sia o in cosa mi sia cacciata. Non so se ci sia qualcun altro in questa casa a
parte Anderson – e chiunque mi abbia aiutata in bagno – ma devo valutare la
situazione.
Cerco di scendere le scale in punta di piedi per non far rumore.
Non funziona.
Le scale scricchiolano e gemono sotto il mio peso e non ho neanche il tempo di
fare marcia indietro che lo sento chiamare il mio nome. È al piano di sotto.
Anderson è al piano di sotto.
«Non essere timida» dice. Sento il fruscio di qualcosa che sembra carta. «Qui c’è
del cibo per te e so che devi essere affamata».
Improvvisamente ho il cuore in gola. Mi chiedo quale altra scelta abbia, quali
opzioni possa considerare e decido che non posso nascondermi da lui nel suo stesso
nascondiglio.
Vado da lui al piano di sotto.
È lo stesso bellissimo uomo dell’ultima volta. Capelli perfetti e lucenti, vestiti
impeccabili, puliti e sapientemente stirati. È seduto nel soggiorno su una poltrona
imbottita, con una coperta avvolta in grembo. Noto uno splendido bastone da
passeggio, dall’aspetto rustico ed elaboratamente intagliato, appoggiato al bracciolo.
Ha una pila di fogli in mano.
Sento odore di caffè.
«Prego» mi dice, per niente sorpreso dal mio aspetto strambo e selvaggio.
«Accomodati».
Mi siedo.
«Come ti senti?» chiede.
Lo guardo. Non rispondo.
Fa un cenno col capo. «Sì, sono sicuro che devi essere molto sorpresa di vedermi
qui. È davvero una bella casetta, vero?» Si guarda intorno. «L’ho conservata poco
dopo essermi trasferito con la mia famiglia in quello che ora è il Settore 45.
Dopotutto, questo settore doveva essere mio. Si è scoperto essere il posto ideale in
cui riporre mia moglie». Fa un gesto con la mano. «A quanto pare, non si trova molto
bene nei comprensori» dice, come se capissi a cosa si riferisce.
Riporre sua moglie?
Non so perché mi faccio sorprendere da quello che esce dalla sua bocca.
Anderson sembra notare la mia confusione. Sembra divertito. «Devo supporre che
il mio figliolo innamorato non ti ha mai parlato della sua amata madre? Non ti ha
parlato senza sosta del suo patetico amore per la creatura che gli ha dato la vita?»
«Cosa?» è la prima parola che dico.
«Sono davvero scioccato» dice Anderson, sorridendo come se non lo fosse affatto.
«Non si è preoccupato di dirti che ha una madre malata che vive in questa casa? Non
ti ha detto che è per questo motivo che ha voluto a tutti i costi essere assegnato a
questo settore? No? Non ti ha detto niente di tutto questo?» Inclina la testa. «Sono
davvero, davvero scioccato» mente di nuovo.
Sto cercando di tenere a freno il mio cuore, di capire perché diamine mi sta
raccontando queste cose, di restare un passo avanti a lui, ma lui sta riuscendo
dannatamente bene nel suo intento di confondermi.
«Quando mi hanno scelto come comandante supremo» continua «volevo lasciare
qui la madre di Aaron e portarlo con me nella capitale. Ma mio figlio non ha voluto
lasciare la madre. Voleva prendersi cura di lei. Non voleva abbandonarla. Aveva
bisogno di restare con lei come uno stupido ragazzino» dice, alzando la voce alla
fine, perdendo il controllo per un momento. Deglutisce. Recupera la calma.
E io aspetto.
Aspetto l’incudine che si prepara a gettarmi in testa.
«Ti ha detto quanti soldati volevano essere a capo del Settore 45? Quanti ottimi
candidati c’erano fra cui scegliere? Lui aveva solo 18 anni!» Ride. «Tutti quanti
pensavano che fosse impazzito. Ma io gli ho dato una possibilità» dice Anderson.
«Ho pensato che potesse fargli bene avere una responsabilità del genere».
Sto ancora aspettando.
Un sospiro profondo, soddisfatto. «Ti ha mai detto» dice Anderson «cosa ha
dovuto fare per dimostrare di esserne degno?»
Eccola.
«Ti ha mai detto cosa gli ho fatto fare per guadagnarselo?»
Mi sento morta dentro.
«No» dice Anderson, gli occhi che gli brillano forte, troppo forte. «Sospetto che
non abbia voluto accennare a quella parte, vero? Scommetto che non ha aggiunto
questa parte del suo passato, mi sbaglio?»
Non voglio ascoltare. Non voglio sapere. Non voglio più stare a sentire...
«Non preoccuparti» dice Anderson «Non voglio rovinarti la sorpresa. È meglio che
sia lui stesso a raccontarti i dettagli».
Non sono più calma. Non sono calma e ho cominciato ufficialmente a farmi
prendere dal panico.
«Tra un po’ torno alla base» dice Anderson, riordinando i suoi fogli,
apparentemente senza curarsi del fatto che stia avendo una conversazione unilaterale
con me. «Non sopporto di stare per troppo tempo sotto lo stesso tetto con sua madre –
non sono molto a mio agio con i malati, purtroppo – ma questo posto si è rivelato
essere un alloggio davvero utile, date le circostanze. L’ho usato come base da cui
sorvegliare tutto quello che succede nei comprensori».
La battaglia.
La lotta.
Lo spargimento di sangue; Adam, Kenji, Castle e tutti quelli che ho lasciato.
Come ho potuto dimenticarlo.
Le possibilità più orribili e terrificanti mi attraversano la mente in un lampo. Non
ho idea di cosa sia successo. Se stanno bene. Se sanno che sono ancora viva. Se
Castle è riuscito a riprendersi Brendan e Winston.
Se qualcuno che conosco è morto.
I miei occhi sono impazziti, guizzano da una parte all’altra. Mi alzo in piedi,
convinta che questa sia solo una trappola ben elaborata, che forse qualcuno mi colpirà
alle spalle o che qualcuno mi sta aspettando in cucina con una mannaia, e non riesco
a prendere fiato, ansimo e cerco di capire cosa fare cosa fare cosa fare e chiedo:
«Cosa ci faccio qui? Perché mi hai portata qui? Perché non mi hai ancora uccisa?»
Anderson mi guarda. Piega la testa. Dice «Sono molto arrabbiato con te, Juliette.
Molto, molto arrabbiato» dice «Hai fatto una cosa davvero brutta».
«Cosa?» sembra sia l’unica domanda che riesco a fare. «Di cosa stai parlando?»
Per un folle istante mi chiedo se sia a conoscenza di quello che è successo con
Warner. Quasi mi sento arrossire.
Ma lui fa un respiro profondo. Prende il bastone poggiato alla sua poltrona. Deve
aiutarsi con tutta la parte superiore del corpo per mettersi in piedi. Sta tremando,
anche con l’aiuto del bastone.
È zoppo.
Dice: «Sei stata tu a farmi questo. Sei riuscita a sopraffarmi. Mi hai sparato alle
gambe. Mi hai quasi sparato al cuore. E hai rapito mio figlio».
«No» boccheggio. «Non sono stata…»
«Sei stata tu a farmi questo» mi interrompe. «E ora voglio pareggiare i conti».
SESSANTANOVE
Respirare. Devo ricordarmi di respirare.
«È alquanto straordinario» dice Anderson «quel che sei riuscita fare con le tue sole
forze. Eravamo solo in tre in quella stanza» dice «Tu, io e mio figlio. I miei soldati
stavano sorvegliando l’intera zona nel caso in cui qualcun altro fosse venuto con te e
hanno detto che eri completamente sola». Una pausa. «Vedi, pensavo davvero che
saresti venuta accompagnata da una squadra. Non pensavo che saresti stata così
coraggiosa da incontrarmi da sola. Ma poi mi hai disarmato e ti sei ripresa i tuoi
ostaggi. Hai dovuto portare due uomini – senza contare mio figlio – in salvo. Come
sei riuscita a farlo va del tutto oltre la mia comprensione».
E capisco: la scelta è semplice.
O gli dico la verità su Kenji e Adam e rischio che Anderson cominci a dar loro la
caccia, o mi prendo io la colpa.
E allora incrocio lo sguardo di Anderson.
Annuisco. Dico: «Mi hai chiamata stupida ragazzina. Hai detto che ero troppo
codarda per difendermi».
Per la prima volta, sembra a disagio. Sembra capire che potrei fare di nuovo la
stessa cosa, proprio adesso, se solo lo volessi.
E penso che sì, probabilmente potrei. Che splendida idea.
Ma per adesso stranamente sono ancora curiosa di vedere cosa vuole da me. Perché
sta parlando con me. Non mi interessa attaccarlo subito; so che adesso ho un
vantaggio su di lui. Dovrei essere in grado di sopraffarlo facilmente.
Anderson si schiarisce la voce.
«Avevo in programma di ritornare nella capitale» dice. Fa un respiro profondo.
«Ma è chiaro che il mio lavoro qui non è ancora finito. La tua gente sta rendendo le
cose infinitamente più difficili e sta diventando sempre più complicato anche solo
uccidere i civili». Una pausa. «No, a dir la verità è una bugia. Non è complicato
ucciderli, sta solo diventando poco pratico». Mi guarda. «Se li uccidessi tutti, non mi
rimarrebbe nessuno su cui governare, no?»
Ride. Ride come se avesse detto qualcosa di divertente.
«Che cosa vuoi da me?» gli chiedo.
Fa un respiro profondo. Sorride. «Devo ammetterlo, Juliette... sono davvero
colpito. Sei stata capace di sopraffarmi da sola. Sei stata abbastanza previdente da
pensare di prendere in ostaggio mio figlio. Hai salvato due dei tuoi uomini. Hai
causato un terremoto per salvare gli altri della tua squadra!» Ride. Ride e continua a
ridere.
Non mi preoccupo di dirgli che solo 2 di queste cose sono vere.
«Mi accorgo solo adesso che mio figlio aveva ragione. Tu potresti essere
inestimabile per noi, soprattutto adesso. Conosci il loro quartier generale molto
meglio di Aaron».
Quindi Warner è andato da suo padre.
Ha spifferato i nostri segreti. Certo che l’ha fatto. Non capisco perché sono così
sorpresa.
«Tu» mi dice Anderson «potresti aiutarmi a distruggere tutti i tuoi amichetti.
Potresti dirmi tutto quello che devo sapere. Potresti dirmi tutto su tutti gli altri
fenomeni da baraccone, cosa sono capaci di fare, quali sono i loro punti di forza e
quali le loro debolezze. Potresti portarmi nel loro nascondiglio. Potresti fare
qualunque cosa io ti chieda di fare».
Ho voglia di sputargli in faccia.
«Preferirei morire» gli dico. «Preferirei essere bruciata viva».
«Oh, ne dubito fortemente» dice. Sposta il peso sul bastone per sostenersi meglio.
«Penso che cambieresti idea, se avessi la possibilità di sentire la pelle del tuo viso
sciogliersi. Ma» dice «non sono scortese. Non ti negherei questa possibilità, se
davvero ti interessa tanto scoprirlo».
Che uomo orribile. Orribile.
Sorride, un sorriso ampio, soddisfatto del mio silenzio. «Proprio come pensavo».
La porta principale si apre di scatto.
Non mi muovo. Non mi giro. Non so se voglio vedere quello che sta per
succedermi, ma poi sento Anderson salutare il visitatore. Lo invita ad entrare. Gli
chiede di salutare il loro nuovo ospite.
Warner entra nel mio campo visivo.
Improvvisamente mi sento estremamente debole, disgustata e anche un po’
umiliata. Warner non apre bocca. Indossa il suo completo perfetto con i suoi capelli
perfetti ed è uguale al Warner che ho incontrato la prima volta; l’unica differenza
adesso è l’espressione nei suoi occhi. Mi guarda in modo talmente scioccato da
sembrare malato.
«Ragazzi, vi ricordate l’uno dell’altra, giusto?» Anderson è l’unico a ridere.
Warner respira come se avesse scalato parecchie montagne, come se non capisse
cosa sta vedendo e perché lo sta vedendo e mi fissa il collo, dove si trova l’orrendo
livido che mi macchia la pelle e il suo viso viene distorto da qualcosa che sembra
rabbia, orrore e angoscia. I suoi occhi si spostano sulla mia maglietta, sui miei
pantaloncini e la sua bocca si apre abbastanza perché io lo noti prima che riprenda il
controllo di sé, cancellando ogni emozione dal suo viso. Sta disperatamente cercando
di rimanere calmo, ma riesco a vedere il suo petto che si alza e si abbassa molto
velocemente. La sua voce è quasi del tutto ferma quando dice: «Che cosa ci fa lei
qui?»
«L’ho fatta portare qui per noi» dice Anderson semplicemente.
«A che scopo?» chiede Warner. «Avevi detto che non la volevi...»
«Beh» dice Anderson, riflettendo. «Non è del tutto vero. Tenerla con me avrebbe di
certo i suoi vantaggi, ma all’ultimo momento ho deciso che non sono più interessato
alla sua compagnia». Scuote la testa. Si guarda le gambe. Sospira. «È così frustrante
essere mutilato in questa maniera» dice, ridendo ancora. «È incredibilmente
frustrante. Ma» dice, sorridendo «almeno ho un modo facile e veloce per porvi
rimedio. Per far tornare tutto come prima, come dicono loro. Sarà come una magia».
Qualcosa nei suoi occhi, il sorriso malato nella sua voce, il modo in cui pronuncia
quell’ultima frase mi fa sentire male. «Cosa intendi dire?» chiedo, e ho quasi paura di
sentire la sua risposta.
«Sono sorpreso che tu abbia bisogno di chiederlo, mia cara. Voglio dire, siamo
onesti... credevi davvero che non avrei notato la spalla nuova di zecca di mio figlio?»
Ride. «Credevi che non avrei trovato strano vederlo tornare a casa non solo incolume,
ma completamente guarito? Nessuna cicatrice, nessuna ferita, nessuna debolezza...
come se non gli avessero sparato affatto! È un miracolo» dice. «Un miracolo, mi ha
informato mio figlio, compiuto da due dei vostri piccoli mostri».
«No».
L’orrore cresce dentro di me, accecandomi.
«Oh, sì». Lancia un’occhiata a Warner. «Non è così, figliolo?»
«No» ansimo. «Oh Dio... cosa hai fatto... DOVE SONO...»
«Calmati» mi dice Anderson. «Sono del tutto illese. Le ho semplicemente prese,
così come ho preso te. Mi servono vive e in salute, se voglio che mi guariscano, non
credi?»
«Lo sapevi?» mi rivolgo a Warner, agitata. «Sei stato tu? Sapevi...»
«No... Juliette» dice. «Non è stata una mia idea... te lo giuro...»
«Vi state agitando entrambi per niente» dice Anderson, muovendo pigramente una
mano verso di noi. «Abbiamo cose più importanti a cui pensare adesso. Cose più
urgenti di cui occuparci».
«Di cosa» chiede Warner «stai parlando?» Sembra non respirare.
«Di giustizia, figliolo». Anderson sta guardando me ora. «Sto parlando di giustizia.
Mi piace l’idea di sistemare le cose. Di ristabilire l’ordine nel mondo. E stavo
aspettando che tu arrivassi per poterti mostrare esattamente quello che intendo.
Questo» dice «è quello che avrei dovuto fare la prima volta». Lancia un’occhiata a
Warner. «Stai ascoltando? Fai attenzione, adesso. Stai guardando?»
Tira fuori una pistola.

E mi spara al petto.
SETTANTA
Il mio cuore è esploso.
Vengo scagliata all’indietro, inciampo nei miei stessi piedi finché non colpisco
terra sbattendo la testa sul pavimento ricoperto di moquette, le mie braccia fanno ben
poco per arrestare la caduta. È un dolore che non ho mai provato, un dolore che non
ho mai pensato di poter sentire, che non avrei mai immaginato esistesse. È come se
mi fosse esplosa della dinamite nel petto, come se mi avessero dato fuoco
dall’interno, e improvvisamente tutto rallenta.
Quindi è così, penso, che si ci sente a morire.
Sbatto le palpebre e sembra che mi ci voglia un’eternità. Vedo una sequenza di
immagini sfocate davanti a me; colori, corpi e luci che oscillano, movimenti
innaturali tutti confusi insieme. I suoni sono distorti, sconnessi, troppo alti o troppo
bassi perché io li possa distinguere chiaramente. Scariche ghiacciate ed elettriche mi
attraversano le vene, come se ogni parte del mio corpo si fosse addormentata e stesse
provando a risvegliarsi.
C’è un viso di fronte a me.
Cerco di concentrarmi su quella forma, sui colori, tento di mettere tutto a fuoco,
ma è troppo difficile e improvvisamente non riesco a respirare, improvvisamente è
come se avessi dei coltelli in gola, dei buchi che mi perforano i polmoni, e più sbatto
le palpebre, meno riesco a vedere. In poco tempo sono in grado di fare solo dei
piccoli respiri, piccoli rantoli che mi ricordano di quando ero bambina, di quando i
dottori mi dicevano che soffrivo di attacchi d’asma. Ma si sbagliavano; la mia
difficoltà a respirare non aveva nulla a che fare con l’asma. C’entravano invece il
panico, l’ansia e l’iperventilazione. Ma quello che sento adesso è molto simile a
quello che provavo allora. È come cercare di inalare ossigeno respirando dalla più
piccola delle cannucce. Come se i polmoni si stessero chiudendo per andare in
vacanza. Sento lo stordimento e le vertigini prendere il sopravvento. E il dolore, il
dolore, il dolore. Il dolore è terribile. Il dolore è la cosa peggiore. Il dolore sembra
non avere mai fine.
Improvvisamente sono cieca.
Più che vedere il sangue lo sento, lo sento fuoriuscire dal mio corpo mentre
continuo a sbattere le palpebre in un disperato tentativo di riacquistare la vista. Ma
non riesco a vedere niente se non una nebbia biancastra. Non sento niente tranne il
martellare che ho nei timpani e i sempre più brevi rantoli del mio respiro. E sento
caldo, tanto caldo, il mio sangue è ancora fresco e caldo e si allarga in una pozza
sotto di me, tutto intorno a me.
La vita mi sta abbandonando goccia dopo goccia e questo mi fa pensare alla morte,
mi fa pensare a quanto sia stata breve la mia vita e a quanto poco l’abbia vissuta. A
come abbia passato la maggior parte dei miei anni a tremare di paura, a non lottare
mai per me stessa, cercando sempre di essere quello che gli altri volevano che fossi.
Per 17 anni ho cercato di modellarmi in uno stampino che avrebbe fatto sentire gli
altri a proprio agio, al sicuro, non minacciati.
E non è mai servito a niente.
Morirò senza avere ottenuto niente. Non sono ancora niente. Non sono altro che
una stupida ragazzina che si sta dissanguando sul pavimento di un pazzo.
E penso che se potessi rifare tutto daccapo, farei tutto molto diversamente.
Sarei migliore. Darei un senso alla mia esistenza. Farei la differenza in questo
misero, misero mondo.
E comincerei uccidendo Anderson.

È un peccato che la mia morte sia già così vicina.


SETTANTUNO
Apro gli occhi.
Mi guardo intorno, chiedendomi che razza di strana versione di vita ultraterrena sia
questa. Bizzarra la presenza di Warner, pare che non riesca ancora a muovermi, sento
ancora un dolore incredibile. Sonya e Sara sono di fronte a me. Non tento nemmeno
di comprendere la loro presenza in questo quadro.
Sento delle cose.
I suoni stanno cominciando ad essere più chiari e, visto che non riesco a sollevare
la testa per guardarmi intorno, cerco di concentrarmi su ciò che stanno dicendo.
Stanno discutendo.
«Dovete farlo!» grida Warner.
«Ma non possiamo… non possiamo t-toccarla» sta dicendo Sonya, ricacciando
indietro le lacrime. «Non abbiamo modo di aiutarla…»
«Non posso credere che stia davvero morendo» sussurra Sara. «Non pensavo
dicessi la verità…»
«Non sta morendo!» dice Warner. «Non morirà! Per favore, ascoltate, vi sto
dicendo» insiste con un tono di voce disperato «che potete aiutarla… sto cercando di
spiegarvi» dice «che non dovete far altro che toccarmi in modo che io possa prendere
il vostro potere… posso fare da tramite, posso controllarlo e reindirizzare la vostra
Energia…»
«Non è possibile» dice Sonya. «Non è… Castle non ci ha detto che ne eri in
grado… ce lo avrebbe detto se ne fossi stato in grado…»
«Cristo, per favore, ascoltatemi» dice con voce rotta. «Non sto cercando di
ingannarvi…»
«Ci hai rapite!» gridano entrambe nello stesso momento.
«Non sono stato io! Non sono io quello che vi ha rapite…»
«Come facciamo a fidarci di te?» chiede Sara. «Come facciamo a sapere che non
sei stato tu a farle questo?»
«Perché non vi importa?» Respira con molta difficoltà adesso. «Come può non
importarvi? Perché non vi importa del fatto che stia morendo dissanguata… Pensavo
foste sue amiche…»
«Certo che ci importa!» esclama Sara, la sua voce si spezza all’ultima parola. «Ma
come possiamo aiutarla adesso? Dove possiamo portarla? Da chi possiamo portarla?
Nessuno può toccarla e ha già perso tantissimo sangue… basta guardarla…»
Un brusco respiro.
«Juliette?»
Dei passi calpestano, calpestano, calpestano il suolo. Si precipitano intorno a me. I
suoni si urtano a vicenda, si scontrano di nuovo, mi girano intorno. Non riesco a
credere di non essere ancora morta.
Non so da quanto sono stesa qui.
«Juliette? JULIETTE…»
La voce di Warner è una corda a cui voglio aggrapparmi. Voglio prenderla e
legarmela attorno alla vita, voglio che mi trascini fuori da questo mondo immobile in
cui sono bloccata. Voglio dirgli di non preoccuparsi, che va bene, che non ci saranno
problemi; perché l’ho accettato, adesso sono pronta a morire, ma non ci riesco. Non
riesco a dire niente. Ancora non riesco a respirare, riesco a stento a muovere le labbra
per formare delle parole. Non riesco a far altro che prendere questi piccoli respiri
ansanti e chiedermi perché diavolo il mio corpo non si sia ancora arreso.
Tutto a un tratto Warner è a cavalcioni sul mio corpo sanguinante, attento a non
toccarmi, e mi tira su le maniche. Afferra le mie braccia nude e dice: «Ti riprenderai.
Ti guariremo… mi aiuteranno a guarirti e tu… tu ti riprenderai». Respiri profondi.
«Starai perfettamente. Mi hai sentito? Juliette, riesci a sentirmi?»
Sbatto le palpebre in risposta. Sbatto le palpebre ancora e ancora e rimango
affascinata dai suoi occhi. Una tonalità di verde così sorprendente.
«Prendetemi un braccio ciascuna» grida alle ragazze, le sue mani sono ancora
strette saldamente alle mie spalle. «Subito! Per favore! Vi supplico…»
E per qualche ragione lo ascoltano.
Forse hanno visto qualcosa in lui, nel suo volto, nei suoi lineamenti. Forse hanno
visto quello che ho visto io da questa prospettiva sconnessa e nebbiosa. La
disperazione nella sua espressione, l’angoscia, il modo in cui mi guarda, come se
potesse morire anche lui se morissi io.
E non posso fare a meno di pensare che il mondo mi stia facendo uno strano regalo
d’addio.

Che, almeno, alla fine, non sono morta da sola.


SETTANTADUE
Sono di nuovo cieca.
Il calore si sta riversando nel mio corpo con una tale intensità da prendere il posto
della mia vista. Non riesco a sentire nient’altro che il caldo, caldo, caldo soffocante
che mi inonda le ossa, i nervi, la pelle, le cellule.
È tutto un fuoco.
In un primo momento penso che sia lo stesso calore che sento nel petto, lo stesso
dolore che proviene dal buco dove una volta c’era il cuore, ma poi capisco che questo
calore in realtà non fa male. È una sorta di calore rassicurante. Potente e intenso, ma
per qualche motivo gradito. Il mio corpo non vuole respingerlo. Non vuole
allontanarsi da esso, non sta cercando un modo per proteggersi.
Sento la schiena sollevarsi dal pavimento quando il fuoco raggiunge i polmoni.
Improvvisante respiro a fatica, sono in iperventilazione, prendo aria con tutti i
polmoni come se potessi piangere se non lo facessi. Sto bevendo ossigeno, lo divoro,
mi ci strozzo, lo mando giù il più velocemente possibile, il mio corpo fluttua mentre
si sforza di tornare alla normalità.
Sento come se il mio petto si stesse ricucendo, come se la carne si stesse
rigenerando, guarendo ad un ritmo disumano, e io sbatto le palpebre, respiro e muovo
la testa nel tentativo di vedere ed è ancora tutto così sfocato, poco chiaro, ma è
sempre più facile. Sento le dita delle mani, le dita dei piedi, la vita negli arti, riesco a
sentire il mio cuore che batte di nuovo e improvvisamente le facce sopra di me
vengono messe a fuoco.
Il calore se ne è andato tutto in una volta sola.
Le mani sono scomparse.
Crollo di nuovo sul pavimento.

E tutto diventa nero.


SETTANTATRE
Warner sta dormendo.
Lo so perché sta dormendo proprio accanto a me. È abbastanza buio e devo
sbattere le palpebre diverse volte prima di capire che questa volta non sono cieca.
Guardo di sfuggita fuori dalla finestra e vedo la luna piena che riversa la propria luce
in questa piccola stanza.
Sono ancora qui. Nella casa di Anderson. In quella che probabilmente era la
camera di Warner.
E lui dorme sul cuscino accanto a me. I suoi lineamenti sono delicati, eterei al
chiaro di luna. Il suo viso è ingannevolmente calmo, senza pretese ed innocente. E
penso a quanto sia impossibile che lui sia qui, sdraiato accanto a me. Che io sia qui,
sdraiata accanto a lui.
Che siamo sdraiati insieme sul letto di quando era bambino.
Che mi abbia salvato la vita.
Impossibile è una parola davvero stupida.
Mi sposto appena e Warner reagisce immediatamente, sedendosi diritto con il petto
ansante e sbattendo le palpebre. Mi guarda, vede che sono sveglia, che i miei occhi
sono aperti, e si ferma sul posto.
Ci sono talmente tante cose che voglio dirgli. Talmente tante cose che devo dirgli.
Talmente tante cose che devo fare adesso, che devo riordinarle, che devo decidere.
Ma per adesso ho una sola domanda.
«Dov’è tuo padre?» sussurro.
Warner ci mette un attimo per ritrovare la voce. Dice: «È tornato alla base. È
partito subito dopo…» esita, si sforza di parlare «subito dopo averti sparato».
Incredibile. Mi ha lasciato sanguinare su tutto il pavimento del salotto. Che bel
regalino ha lasciato a suo figlio da ripulire. Che bella lezioncina da insegnare a suo
figlio. Innamorati, e guarderai qualcuno sparare al tuo amore.
«Quindi non sa che sono qui?» chiedo a Warner. «Non sa che sono ancora viva?»
Warner scuote la testa. «No».
E penso, Bene. Benissimo. Sarà molto meglio se pensa che io sia morta.
Warner mi sta ancora guardando. Mi guarda, mi guarda, mi guarda come se volesse
toccarmi ma avesse paura di avvicinarsi troppo. Infine, sussurra: «Stai bene, tesoro?
Come ti senti?»
E sorrido tra me e me, pensando a tutti i modi in cui potrei rispondere a questa
domanda.
Penso al fatto che il mio corpo è più stanco, più mortificato e prosciugato di quanto
non sia mai stato in vita mia. Penso al fatto che negli ultimi 2 giorni ho solo bevuto
un bicchiere d’acqua. Al fatto che non sono mai stata tanto confusa sulla natura delle
persone, su come sembrano e come sono in realtà. E penso al fatto che sono sdraiata
qui, che sto condividendo un letto in una casa che ci avevano detto non esistere più,
con una delle persone più odiate e temute del Settore 45. E penso a come questa
terrificante creatura sia capace di tanta dolcezza, a come mi ha salvato la vita. A come
suo padre mi ha sparato al petto. A come solo poche ore prima ero sdraiata in una
pozza del mio stesso sangue.
Penso al fatto che probabilmente i miei amici sono ancora bloccati in battaglia, a
come deve soffrire Adam nel non sapere dove sono e cosa mi è successo. Al fatto che
Kenji sta facendo il lavoro di tantissime persone. Al fatto che Brendan e Winston
potrebbero ancora essere dispersi. Al fatto che la gente del Punto Omega potrebbe
essere tutta morta. E questo mi fa riflettere.
Mi sento meglio di quanto non mi sia mai sentita in vita mia.
Mi stupisce il fatto che mi senta tanto diversa adesso. Mi stupisce quanto so che
saranno diverse le cose d’ora in poi. Ho così tante cose da fare. Così tanti conti da
regolare. Così tanti amici bisognosi del mio aiuto.
È cambiato tutto.
Perché una volta ero solo una bambina.
Oggi sono ancora solo una bambina, ma questa volta con una volontà ferrea e 2
pugni di acciaio; e sono invecchiata di 50 anni. Ora ho finalmente un’idea. Ho
finalmente capito che sono abbastanza forte, che forse sono un po’ più coraggiosa,
che forse questa volta riuscirò a fare quello che ero destinata a fare.
Questa volta sono una forza.
Una deviazione della natura umana.
Sono la prova vivente che la natura è ufficialmente fregata, spaventata da ciò che
ha fatto, da quello che è diventata.
E io sono più forte. Sono più arrabbiata.
Sono pronta a fare una cosa che sicuramente rimpiangerò, ma questa volta non mi
importa. Basta essere gentile. Basta agitarsi. Non mi spaventa più niente.
Nel mio futuro c’è un mucchio di confusione.

E mi lascio i guanti alle spalle.


RINGRAZIAMENTI
AUTRICE
A mia madre. A mio padre. Ai miei fratelli. Alla mia famiglia. Amo vedervi ridere.
Amo vedervi piangere. Amo vedervi ridere e piangere contemporaneamente su ogni
tazza di tè che abbiamo bevuto insieme. Siete le persone più incredibili che abbia mai
conosciuto, siete stati costretti a sopportarmi per tutta la vita e non vi siete lamentati
neanche una volta. Grazie e ancora grazie, per ogni tazza di tè. Per non avermi mai
lasciato la mano.
A Jodi Reamer. Ti ho detto ciao e tu mi hai sorriso, ti ho chiesto del tempo e tu hai
risposto il tempo? Il tempo è imprevedibile. E la strada allora? ti ho chiesto. Tu hai
detto che la strada è accidentata, si sa. E io ti ho chiesto: sai cosa succederà?
Assolutamente no, hai risposto. E poi hai dato inizio a quelli che sarebbero stati
alcuni degli anni più belli della mia vita. Dimenticarti è impossibile.
A Tara Weikum. Hai letto le parole che ho scritto col cuore e con le mani e le hai
comprese con una precisione che è sia dolorosa che sorprendente. La tua genialità, la
tua pazienza, la tua gentilezza continua. Il tuo sorriso generoso. È un onore lavorare
con te.
A Tana. A Randa. Abbiamo condiviso così tanti anni insieme, sia tristi che felici.
Ma le maggior parte delle mie lacrime le ho versate ridendo con voi. La vostra
amicizia è stata il dono più grande; è una benedizione che voglio cercare di meritare
ogni giorno.
A Sarah. A Nathan. Grazie per il vostro incrollabile supporto. Siete meravigliosi
oltre ogni dire.
A Sumayyah. Per avermi offerto la tua spalla e il tuo orecchio e per avermi
garantito un posto sicuro. Non so cosa avrei fatto senza di te.
Un enorme, gigantesco grazie a tutti i miei cari amici della Harper Collins e della
Writer House che non ringrazierò mai abbastanza per tutto quello che hanno fatto: a
Melissa Miller, per il tuo affetto e il tuo entusiasmo; a Christina Colangelo, Diane
Naughton e Lauren Flower, per la vostra energia, la vostra passione e la vostra
inestimabile bravura nel marketing; a Hallie Patterson, la mia addetta alla stampa di
straordinario talento, che non solo è intelligente ma anche di una gentilezza infinita.
Ancora grazie a Cara Petrus e Sarah Kaufman, per il loro favoloso lavoro di
design; e a Colin Anderson, il disegnatore digitale il cui lavoro continua a stupirmi.
Grazie anche a Brenna Franzitta: perché sono grata ogni singolo giorno per avere una
revisionista brillante come te (e spero di aver usato correttamente i due punti); ad
Alec Shane, per tutto, ma anche per aver saputo cosa dire con grande garbo quando
degli strani giocattoli per bambini comparivano nel tuo ufficio; a Cecilia de la
Campa, per il suo continuo lavoro, che ha fatto sì che i miei libri fossero disponibili
in tutto il mondo; a Beth Miller, per il suo continuo supporto; e a Kassie Evashevski
dello UTA, per la sua grazia silenziosa e per il suo istinto acuto.
E sempre grazie a tutti i miei lettori! Senza voi non avrei nessuno con cui parlare
se non con i personaggi nella mia testa. Grazie per aver condiviso il viaggio di
Juliette con me.
E a tutti i miei amici di Twitter, Tumblr, Facebook e del mio blog: Grazie.
Davvero. Mi chiedo se sarete mai in grado di capire quanto enormemente apprezzi la
vostra amicizia, il vostro supporto e la vostra generosità.
Per sempre grazie.
RINGRAZIAMENTI
STAFF
Forse è un po’ pretenzioso da parte nostra rubare una pagina di questo fantastico libro
e, personalmente, prima di iniziare questa grande avventura che è The Books We
Want To Read, non leggevo quasi mai i ringraziamenti degli autori. Ma è proprio
grazie a questa esperienza che ho capito da dove nasce il bisogno di aggiungere
qualche riga per ringraziare chi partecipa ad un progetto tanto grande, ma soprattutto
grandioso. Ci definirei una catena di montaggio, in queste 250 (*esempio*) pagine di
PDF abbiamo lasciato un pezzo di noi, della nostra passione per questo
piacevolissimo hobby; noi traduttori, PR, revisori e bete. Ma il pezzo fondamentale,
la parte finale di questa macchina, quella per cui ci troviamo qui e per cui abbiamo
sopportato la fatica, lo sconforto dovuto ad alcune pagine più difficili di altre e allo
stile dell’autrice molto particolare, siete voi. Voi lettori che come noi apprezzate un
buon libro e sognate leggendo, voi che vi “disperate” per l’interruzione di una saga in
Italia e vi rivolgete a noi speranzosi di leggere il continuo. Voi che avete fatto
scoprire questa storia meravigliosa a chi di noi ancora non la conosceva, che ci avete
permesso di amare Warner e i personaggi di un distopico su cui qualcuno non avrebbe
scommesso neanche un centesimo. Voi, grazie ai quali ho trovato il nome per il mio
primogenito.
Finire il primo progetto, il primo libro intero, è un traguardo che solo fino a
qualche mese fa sembrava così lontano… e, invece, eccoci qui. Perciò, grazie ai 54
utenti del Gruppo Traduttori e grazie a voi 3710 fan (in continuo aumento) per il
vostro sostegno e la vostra presenza costante, per i download e tutto il resto. Vi voglio
bene. The Books We Want To Read siete voi per me. – Veru

Adesso vi lascio all’elenco delle persone che hanno partecipato al progetto e ai loro
ringraziamenti…
“I capitoli di Unravel me sono stati i primi, per me. Una vera e propria sfida per
inseguire il mio sogno, e fino a quel momento farò del mio meglio, perché è così che
si vincono le sfide” – Cubbins
“Semplicemente grazie a tutto lo staff di TBWWTR e a tutti i lettori: amo tradurre
con voi e per voi! E un enorme grazie a Tahereh Mafi per averci dato Warner! <3” –
Terry
“È stato bello tradurre con voi, siete tutte persone molto disponibili e simpatiche” –
Alex
“Il capitolo di Unravel me che ho tradotto è stato il primo in assoluto, mi ha dato la
possibilità di mettermi in gioco e di cimentarmi con la lingua, è stata un'esperienza
del tutto nuova. Sono felice, insieme ai membri dello staff, di permettere ai lettori di
continuare le saghe che amano” – Ann“Molte cose sono saltate fuori durante la
traduzione di Unravel Me. Abbiamo scoperto che la Mafi scrive sotto effetto di
stupefacenti, che siamo delle capre in grammatica italiana - dove saremmo senza i
nostri cari grammar nazi! - e che Warner ha due tatuaggi. Ma abbiamo anche scoperto
l'amore e la costanza con cui voi fans ci seguite, senza di voi noi non esisteremmo... e
voi non esistereste senza di noi, quindi chi esiste senza chi?! *si allontana perplessa*”
– Juls
“Il primo capitolo che ho tradotto in assoluto è stato il n° 56 di “Unravel me”. Sono
bastate quelle poche pagine per farmi appassionare alla storia e, soprattutto, per farmi
innamorare di Warner! Una storia stupenda!” – EGP
“Con queste due righe vorrei ringraziare le mie fantastiche colleghe, che mi hanno
aiutata in questa nuova esperienza, ed ovviamente voglio ringraziare voi che,
seguendo The Books We Want To Read, ci date modo di inseguire il nostro sogno e
renderlo un passo più vicino” – Inkheart
“Prima di tutto vorrei ringraziare questa fantastica famiglia di traduzione e, anche se
ci sono alti e bassi, sappiate che vi voglio bene xD Poi grazie mille a tutti voi che ci
seguite, che commentate e fangirlate con noi la cucciolosità, e la figaggine,
consentitemi il termine, di Aaron” – Fra
“Tradurre Unravel Me, nel mio piccolo, è stato un piacere. All'inizio non sapevo se
prendermi l'impegno o meno, ma sono contenta di averlo fatto. Grazie a voi fan per la
pazienza che avete e la fiducia che riponete in noi” – Juicy_Cloud
"Aiutare a tradurre Unravel Me mi ha divertito molto e mi ha dato la possibilità di
migliorare il mio inglese. Sono felice che anche voi possiate sapere come continua la
storia di Juliette” – Ametista
– Peach
E ultima, ma non meno importante, la mia super BETA Medea_Knight

VI ASPETTIAMO NEI PROSSIMI MESI CON FRACTURE ME E


IGNITE ME, IL VOLUME CONCLUSIVO DELLA SAGA… NON
PERDETEVELI!