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[Seconda lezione]

Creazione e partecipazione. Nella dottrina di Tommaso la “creatio ex nihilo”,


conosciuta per fede, è inferita anche teoreticamente a partire dalla nozione di
si rapporta a qual cos’altro
partecipazione. Infatti, da un lato, per vie ascensive o di risoluzione, dalle caratteristiche
mondo dell’esperienza (cf. cinque vie) si passa all’affermazione di una causa Dal altro lato
trascendente il mondo dell’esperienza. Attraverso una via discensiva o compositiva (o
inventiva) a partire dalla Causa Prima, Essere sussistente (Ipsum esse subsistens), si
comprende il mondo dell’esperienza come dipendente nell’essere (dunque creato) da Dio.

Per dimostrare che ogni cosa, in qualsiasi modo esista, proviene da Dio, San Tommaso
d'Aquino si basa sulla legge metafisica della causalità della perfezione pura o legge della
causalità del massimo: la perfezione sussistente è la causa dell'esistenza della
perfezione partecipata in tutti i soggetti che la possiedono. Dunque l’Essere per sé
sussistente è causa di tutti gli esseri (enti) per partecipazione.
Se c’è un solo essere per se sosistente si capisce anche la creazione
l’essere per se susistente di Aristotele non è lo stesso del’atto puro di Tommaso

D’altronde, l’Ipsum esse per se subsistens è necessariamente unico poiché la molteplicità


può derivare solo dal fatto che la perfezione sia ricevuta e partecipata in una potenza che
la limita e la moltiplica. Dunque, tutto ciò che non è Dio ha l’essere per partecipazione
da Dio.

Per documentare quanto detto prendiamo ad esempio il testo Summa theologiae


(potremmo prendere in considerazione anche la Summa contra Gentiles.
I, q. 1, q. 2, art. 3 (quarta via) : (…) Ora, ciò che è massimo in un dato genere, è
causa di tutti gli appartenenti a quel genere, come il fuoco, caldo al massimo, è
cagione di ogni calore, come dice il medesimo Aristotele. Dunque vi è qualche cosa
che per tutti gli enti è causa dell'essere, della bontà e di qualsiasi perfezione. E
questo chiamiamo Dio.
I, q. 3, art. 4 (trattando della semplicità divina) : Dio è l’ipsum esse per se subsistens.
via accensiva o resolutiva
I, q. 7, art. 1, ad 3um : “esse subsistens non potest esse nisi unum”
––––––
I, q. 44, art. 1 : “È necessario affermare che ogni cosa, in qualsiasi modo esista,
viene da Dio. Se infatti in un essere troviamo una data realtà soltanto come
partecipata, necessariamente essa deve dipendere causalmente da ciò a cui conviene
per essenza: come il ferro nell'essere infuocato di pende dal fuoco. Ora, abbiamo
già dimostrato, trattando della semplicità divina, che Dio è l'essere stesso per sé
sussistente. E si è anche di mostrato che l'essere per sé sussistente non può essere
che uno solo: così come, se ci fosse la bianchezza sussistente, non potrebbe es che
unica, poiché il fatto che ci siano molte bianchezze è dovuto soltanto alla pluralità
dei soggetti che le ricevono. Rimane dunque che tutti gli enti distinti da Dio non
sono il loro essere, ma partecipano l'essere. E quindi necessario che tutte le cose
che si diversificano secondo una diversa partecipazione dell'essere, così da risultare
esistenti in modo più o meno perfetto, siano causate dall'unico primo ente, il quale
perfettissimamente è. Per cui anche Platone disse che prima di ogni moltitudine è
necessario porre l'unità. E Aristotele afferma che ciò che è sommamente ente e
sommamente vero è la causa di ogni ente e di ogni vero: come ciò che è caldo in
sommo grado è la causa di ogni calore”.
In quanto dipendenza radicale nell’essere del mondo da Dio, Per TdA la creazione è
accessibile alla ragione umana e di fatto alcuni filosofi l’anno raggiunta. Quali? – È un
problema…
Bisogna confrontare e interpretare i testi paralleli di
• S. Th. I, 44.2 Utrum materia prima sit creata a Deo ;
• De potentia, q. 3, art. 5 Utrum possit esse aliquid quod non sit a Deo creatum.
Nel De potentia Tommaso afferma che Platone e Aristotele sono pervenuti alla nozione
di creazione nel momento stesso in cui hanno volto la loro attenzione alla
considerazione dello stesso essere universale e hanno ‘intuito’ una causa universale
delle cose da cui ogni altra cosa viene portata all’essere.
Tommaso riassume così la storia della filosofia a lui anteriore:
I. Pre-socratici : – via di pensiero ‘materialistica’
– venire all’essere è alterazione, cambiamento accidentale
II. – via di pensero ‘formale’
– venire all’essere è generazione
III. – via di pensiero trascendentale
– venire all’essere è creazione

Studiare estratto dal De potentia, q. 3, art. 5 (piattaforma didattica)


• Platone e Aristotele giunsero alla considerazione dell’essere stesso preso
universalmente e pertanto solo essi ammisero una causa universale delle cose da cui ogni
altra cosa viene portata all’essere.

• se si trova qualcosa di ‘uno’ come comune a molte cose, è necessario questo ‘uno’ sia
causato nelle cose da una sola causa comune: non è possibile che ciò che è comune
appartenga di per sé a più cose, perché ognuna di esse, secondo ciò che è in se stessa, è
distinta dall’altra; e la diversità delle cause produce effetti diversi. [L’essenza (come
determinazione formale della realtà) è principio diversificante. L’actus essendi per
cui tutte le cose sono non può dipendere da un principio diversificante]. Ora poiché
l’essere è comune a tutte le cose – le quali però di per sé sono distinte le une dalle altre
– è necessario che vengano all’essere non per se stesse ma per l’azione di qualche
causa. — E questo sembra essere l’argomento di Platone, che ammetteva che prima di
ogni moltitudine ci fosse una unità, non solo nei numeri ma anche nel mondo della
natura.

• se qualcosa si trovi partecipata da molti soggetti in gradi diversi, è necessario che da


ciò in cui si trova in modo perfetto sia attribuita a tutti coloro nei quali si ritrova
più imperfettamente. Infatti quelle cose che sono dette positivamente secondo il più e
il meno hanno questo dalla loro minore o maggiore vicinanza a qualcosa di ‘uno’,
perché se appartenesse a ciascuna di loro di per sé non ci sarebbe alcun motivo del suo
trovarsi in grado più perfetto in un individuo rispetto agli altri. E quindi è necessario che
tutte le altre cose meno perfette ricevano l’essere da questo. E questa è la prova del
Filosofo (Metafisica II, c. 1, 993b24-26) che Tommaso riassume con le seguenti parole:
“ciò che è sommamente ente e sommamente vero è la causa di ogni ente e di ogni vero”.

• tutto ciò che è a causa di altri va ricondotto a ciò che è per sé (…) È quindi necessario
porre un qualche ente che sia il suo stesso essere: e ciò si prova perché si deve porre un
primo ente che sia atto puro in cui non ci sia composizione alcuna. Pertanto occorre
ammettere che da quell’unico ente procedano tutti gli enti che non sono il loro essere,
ma hanno l’essere per partecipazione. E questo è l’argomento di Avicenna (Metafisica
VIII c. 7; IX, c. 4)
Studiare S. Th. I, q. 44, art. 1-2 (piattaforma didattica)