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ARCHEOLOGIA MISTERICA

Luc Bürgin

Titolo originale
GEHEIMAKTE ARCHÀLOGIE

PREFAZIONE

II contenuto di questo libro è esplosivo.


Contiene, infatti, una quantità di informazioni sufficienti a far saltare in
aria le nostre certezze. La miccia, sia pure a combustione lenta, arde,
alimentata dalla certezza che i nostri antenati erano molto più progrediti
di quanto non abbiamo mai osato immaginare. Qualora si dovesse
affermare lo scenario che si va lentamente delineando, saremmo costretti
a rimettere in discussione tutte le conoscenze scientifiche fin qui acquisite.
Questo libro non vuole fornire risposte: non potrebbe. Vuole piuttosto
porre domande e scuotere le roccaforti dell'archeologia convenzionale,
l'establishment, il dominio delle certezze assolute, che non prevede, né
accetta, ipotesi innovative. Questo libro, senza dubbio scomodo, ha il
compito di portare alla luce quel che altri nascondono e riferire ciò che
altri tacciono.
Ogni qualvolta sfoglio i libri che parlano della nostra preistoria, provo
una rabbia profonda: sembrano stereotipati, riportano tutti le stesse foto e
le stesse, identiche storie. Questi testi forniscono soltanto risposte e
certezze. Al loro interno non trovano mai spazio i dubbi, eppure sono
proprio i dubbi la molla del sapere, ha maggior parte di noi accoglie
passivamente le informazioni, adeguatamente «filtrate», che consentono al
profano di formarsi un quadro organico del nostro passato evolutivo. Il
sapere dà un senso di sicurezza. E la sicurezza funge da anestetico. E chi è
anestetizzato non si pone domande scomode.
Chi di voi sa che negli archivi di prestigiose istituzioni scientifiche
giacciono, dimenticati, reperti straordinari? Chi di voi sa che negli
scantinati dei musei archeologici, lentamente, il tempo e l'incuria
distruggono migliaia e migliaia di reperti di difficile interpretazione?
Nella maggior parte dei casi si tratta di oggetti etichettati come "falsi",
chissà quando e chissà da chi e, in seguito, abilmente sottratti all'
attenzione dell'opinione pubblica. Lasciati a marcire in scaffali o in casse,
vivono nell'oblio custodendo gelosamente i propri segreti.
Su famosi luoghi di interesse archeologico, come Tiahuanako o
Sacsahuaman, è stata prodotta una vasta letteratura. Ma esiste forse
qualche libro che parla dei reperti, spettacolari, venuti alla luce al
villaggio di Glozel, in Francia? Oppure delle misteriose città sommerse
che giacciono sui fondali di fronte alle coste del Giappone? O delle
statuette di dinosauri ritrovate ad Acambaro? Ed esiste forse un libro che
osi affrontare il tema, scottante, della presunta esistenza di una camera
nascosta sotto la piramide di Cheope?
A eccezione di alcune riviste specialistiche, peraltro difficili da reperire,
e di alcuni libri dal contenuto speculativo, in linea di massima, questi
argomenti vengono opportunamente evitati, perché pongono domande
scomode. Non sta a me trovare una risposta: questo compito spetta agli
scienziati; mi arrogo, invece, il diritto di pronunciare ad alta voce alcune
domande e di allegare tutta la documentazione -fotografica e non - che
sono riuscito a reperire sui vari argomenti.
Molte delle foto riportate in questo libro sono inedite. Sono frutto di
grande pazienza e perseveranza, nonché, in alcuni casi, di una notevole
opera di persuasione. Epurante il periodo in cui ho svolto le ricerche,
sovente ho provato un moto di indignazione nei confronti dei "luminari"
della scienza. Le mie richieste non hanno mai ricevuto una risposta chiara
o, nella migliore delle ipotesi, sono state liquidate in maniera sbrigativa,
con frasi del tipo: «Non siamo a conoscenza del sito da Lei citato»,
oppure: «Anni fa, abbiamo scoperto che gli oggetti in questione erano
soltanto dei falsi. Per motivi di spazio non sono neanche più nei nostri
archivi».
Durante le ricerche non ho potuto avvalermi dell'ausilio di alcun testo
scientifico, perché nessun testo scientifico documenta gli argomenti che
avevo intenzione di trattare. La mia unica fonte sono state le indicazioni,
preziose, di ricercatori dilettanti e giornalisti. E grazie a loro e ad alcuni
studiosi che ho avuto la possibilità di parlare dei reperti che descriverò
nelle prossime pagine.
Ringrazio, perciò, di tutto cuore coloro che mi hanno dato un valido
sostegno durante la stesura di questo libro. In particolare: Ximena Lasso
Alvarez, Erich von Dàniken, Greg Deyermenjian, Ulrich Dopatka, dottor
Burkart Engesser, dottor Johannes Fiebag, Ruth Gre-maud, Evan Hansen,
Hartwig Hausdorf Michael Hese-mann, dottor Hans-Rudolf Hitz, Harry
Hubbard, Frank Joseph, professor Masaaki Kimura, Walter-Jórg
Langbein, professor Robert Liris, professor Holger Preuschoft, Clemens
von Radowitz, Paul Schaffranke, professor James Scherz e Valéry Uvarov.
LUC BÜRGIN

INTRODUZIONE

«Nel secolo scorso, la scienza, avvalendosi del materiale allora


disponibile, ha creato un sistema di classificazione credibile e semplice e
ha suddiviso la preistoria in età della pietra, età del bronzo ed età del ferro.
Da allora, non è più riuscita a separarsi da questa sua conquista».
Karl F. Koblenberg

Nell'ottobre del 1997 mi recai a intervistare il professor Burkart


Engesser, al Museo di Storia Naturale di Basilea; l'osteologo andava
giustamente fiero dell'attenzione piovuta, improvvisamente, sul suo
dipartimento: due ricercatori spagnoli erano riusciti a riabilitare la fama del
suo predecessore, il professor Johannes Hùr-zeler, deceduto appena due
anni prima, nel 1995.
Ma facciamo un passo indietro e cominciamo dal principio. Nel 1958, in
una miniera di lignite nei Monti Bomboli1, nei pressi di Grosseto, Hùrzeler
aveva riportato alla luce lo scheletro completo di un oreopiteco. Purtroppo,
però, questa scoperta sensazionale gli avrebbe creato non pochi problemi
all'interno del mondo scientifico: egli, infatti, sosteneva che questo primate
aveva un certo legame di parentela con l'uomo e che era già in grado di
camminare in posizione eretta. Poiché la datazione stabilì che le ossa
risalivano al miocene, un'era geologica vecchia di milioni di anni, durante
la quale, secondo l'opinione comune degli esperti, i primati superiori non
avevano ancora fatto la propria comparsa sulla Terra, questa sua teoria
venne messa alla berlina. Tuttavia, come ricordava Engesser, il professor
Hùrzeler, durante gli studi condotti sullo scheletro, aveva riscontrato
numerosi caratteri preominidi. A questo punto era logico supporre che
l'oreopiteco rappresentasse un ramo laterale dell'albero filogenetico
dell'uomo.
Poco tempo prima che mi recassi a intervistare il professor Engesser,
Meike Kòhler e Salvador Moyà Sola, dell'Istituto di Paleontologia di
Sabadell (Spagna), avevano finalmente comunicato i risultati delle ricerche
eseguite sulle ossa di oreopiteco custodite a Basilea, le stesse riportate alla
luce da Hiirzeler, gettando nello scompiglio il mondo scientifico. I due
ricercatori, infatti, avevano appurato che l'oreopiteco, pur rivelando una
certa attitudine alla brachiazione2, mostrava ossa del bacino e del femore
riconducibili a una incipiente locomozione bipede e che, quindi, era
realmente in grado di camminare in posizione eretta. Meike Kòhler e
Salvador Moyà Sola ritengono che l'oreopiteco sia un uomo-scimmia
estinto, i cui caratteri umanoidi sono la conseguenza di un'evoluzione, per
così dire, parallela. «Pur rifiutando di considerare l'oreopiteco quale
parente più prossimo dell'uomo» ribadisce Engesser, «non si può negare
che le osservazioni e le intuizioni di Hiirzeler erano comunque esatte».
L'unico errore commesso dal professore riguarderebbe la datazione. Infatti
le ossa, sottoposte a esami più sofisticati, hanno rivelato di avere sette-otto
milioni di anni e, quindi, di essere decisamente più "recenti" di quanto
ipotizzato in precedenza.
Burkart Engesser, anche se non ama parlarne, ha svolto un ruolo attivo
nella riabilitazione del suo predecessore. Nel corso degli ultimi anni,
infatti, durante interminabili conversazioni notturne, ha fornito ai colleghi
spagnoli numerose indicazioni e spunti di ricerca, evidenziando i punti
deboli delle loro argomentazioni e consegnando loro decine e decine dei
fossili riportati alla luce dallo stesso Hùrzeler. «Il nostro maggiore
successo è, senza ombra di dubbio, l'essere riusciti a riabilitare il
professore. Era un uomo del quale avevo la massima stima».
Ma per quale oscura ragione l'oreopiteco - al contrario dell'essere umano
- sarebbe scomparso improvvisamente dalla scena? «Numerosi adattamenti
anatomici fanno desumere che la sua evoluzione abbia avuto luogo in una
zona insulare» spiega Engesser. Quando, cinque milioni di anni fa, sono
affiorate vaste aree di terra3, mettendo in collegamento il suo habitat
isolato con la terraferma, il suo destino è stato segnato. Poiché, infatti, nel
corso dell'evoluzione il suo istinto alla fuga si era affievolito, divenne un
bersaglio fin troppo facile per i diversi predatori.
La riabilitazione di Hùrzeler non è affatto un caso isolato. Infatti, mentre
alcuni anni fa i ricercatori che potremmo definire "innovativi" e
"provocatori", vale a dire quelli che lottavano strenuamente per rimettere
in discussione l'immagine del mondo preistorico, venivano etichettati -
senza prova d'appello - come pazzi e visionari, esiste oggi una notevole
attenzione dell'opinione pubblica e dei media proprio nei confronti di
questa corrente di pensiero.
Capita sovente che paleoantropologi annuncino, esultanti, il
ritrovamento di nuovi reperti fossili. Purtroppo, però, nella maggior parte
dei casi, più vengono esaminati e più ne viene rettificata la datazione, in
modo che gli sparuti tasselli del puzzle diano nuovamente un'immagine
coerente che resiste ai dubbi... fintantoché un'ulteriore scoperta non rimette
il tutto inesorabilmente in discussione.

Ecco alcuni esempi, più o meno recenti:


- Lucy, l'australopiteco di sesso femminile, ritenuto finora il più antico
(3,5 milioni di anni), ha un concorrente: in Africa orientale sono state
riportate alla luce le ossa di una creatura che camminava in posizione
eretta. Il loro scopritore, il professor Tim White, dell'Università di
Berkeley, in un'intervista rilasciata alla rivista tedesca «Der Spiegel» (n. 39
[1994]) afferma che «si tratta del reperto più antico nella catena
evoluzionistica dell'uomo».
- I frammenti di cranio, appartenenti all'Homo erectus, scoperti a Giava,
non hanno affatto settecentomila o addirittura un milione di anni, come era
stato sostenuto in precedenza, bensì 1,8 milioni di anni. Questi reperti
ossei sono quindi molto più antichi rispetto a quelli omologhi venuti alla
luce in Africa, considerata finora la «culla» dell'Homo erectus.
(«Universitas», n. 1 [1995]).
- Antropologi della Rutgers University del New Jersey hanno annunciato
la scoperta, in Etiopia, di utensili in pietra antichissimi, che dovrebbero
avere all'incirca 2,6 milioni di anni. L'agenzia di stampa SDA afferma, in
un suo comunicato del 27 aprile 1995, che la scoperta rimette in
discussione la teoria secondo la quale la fabbricazione di utensili è
contemporanea alla comparsa della specie umana, avvenuta circa 500.000
anni più tardi. Si ignora quale civiltà possa averli costruiti.
- Fino a poco tempo fa si riteneva che la mandibola rinvenuta a Mauer,
nei pressi di Heidelberg, fosse il reperto di ossa umane più antico
(500.000-700.000 anni) mai ritrovato in Europa. Nel frattempo, però, a
Orce (Spagna) è venuto alla luce il frammento di un cranio, che si ritiene
possa avere 1,6 milioni di anni. Se verrà confermata tale datazione, sarà
necessario riesaminare
tutte le teorie sulla colonizzazione umana dell'Europa. («Bild der
Wissenschaft», n. 11 [1995]).
- 20 chilometri a sud del fiume Yangtze Kiang, nella provincia cinese di
Szechuan, gli antropologi hanno riportato alla luce resti umani della specie
Homo erectus che, secondo gli esperti - sia dell'Università dello Iowa
(USA), sia dell'Istituto di Paleoantropologia di Pechino -hanno almeno 1,9
milioni di anni. Quindi è necessario rivedere e anticipare la data della
colonizzazione umana dell'Asia. («Basler Zeitung», 22 novembre 1995).
- I nostri progenitori hanno vissuto non soltanto in Africa, ma anche in
Cina. Nel 1995, infatti, nella provincia di Shanxi, alcuni scienziati hanno
rinvenuto i resti fossili di un primate finora sconosciuto, delle dimensioni
di un topo, vissuto 40 milioni di anni fa. Christopher Beard, del Museo
Carnegie di Storia Naturale di Pittsburg (Pennsylvania), afferma:
«Probabilmente questa creatura ha vissuto cinque milioni di anni prima di
qualsiasi altro primate». (Comunicato APA del 5 aprile 1996).
- I resti di ossa del cosiddetto uomo di Pechino, riportati alla luce nel
1921, sono stati sottoposti a una nuova datazione, che ha confermato per
loro un'età di almeno 400.000 anni, avvalorando la tesi di alcuni ricercatori
dell'Università della California e dell'Università cinese di Guizhou. Finora
era opinione comune che avessero "appena" dai 200.000 ai 300.000 anni.
(Comunicato APA del 2 maggio 1996).
- La scoperta, nell'Australia settentrionale, di utensili che risalgono
all'età della pietra fa pensare che gli antenati degli aborigeni abbiano
colonizzato il continente già 176.000 anni fa. La migrazione, quindi,
sarebbe iniziata ben 100.000 anni prima di quanto finora ipotizzato.
(«Basler Zeitung», 23 settembre 1996).
- La scoperta di una mascella superiore umana, venuta alla luce
nell'Etiopia settentrionale, rimette in discussione la data della comparsa del
genere Homo sulla Terra: sarebbe più antico di 400.000 anni. (Comunicato
APA del 20 novembre 1996).
- Secondo gli archeologi, tre lance in legno, ritrovate in una miniera di
carbone nei pressi di Schòningen (Bassa Sassonia), hanno ben 400.000
anni. Robin Donnei, dell'università di Sheffield, sostiene che questa
scoperta ci costringe a rivedere completamente la teoria secondo la quale
la caccia organizzata è nata soltanto 40.000 anni fa. (Comunicato APA del
21 febbraio 1997).
- Hanno almeno 800.000 anni gli utensili in pietra ritrovati da alcuni
paleontologi sull'isola di Flores, in Indonesia. Poiché quest'isola è
raggiungibile soltanto via mare, la logica implicazione è che i nostri
antenati fossero già in grado di compiere traversate. Fino ad oggi è sempre
stata opinione comune che l'uomo abbia iniziato a solcare i mari appena
60.000 anni fa. («Facts», n. 11 [1998]).
Ciò che emerge da questi brevi trafiletti è chiaro: in tutti i continenti
sono venuti alla luce reperti che, in teoria, non avrebbero dovuto, né potuto
esistere. E indispensabile, quindi, rivedere e correggere le attuali datazioni;
inoltre, appare inconfutabile il fatto che i nostri antenati possedevano
abilità e conoscenze tecniche di cui eravamo totalmente all'oscuro. La voce
dell'archeologo tedesco Helmut Ziegert, ad esempio, si leva con insistenza
per chiedere una revisione di tutte le nostre conoscenze sull'Homo erectus.
A suo avviso, infatti, gioielli antichissimi venuti alla luce in Libia provano,
senza ombra di dubbio, che i progenitori dell'Homo sapiens sono stati
troppo a lungo sottovalutati. In base alle sue ricerche, Ziegert sostiene che
l'Homo erectus aveva già da tempo abbandonato la vita nomade e che era
in grado di utilizzare il linguaggio. Ne risulterebbe l'immagine di un
«essere civilizzato, molto diverso dall'idea che ce ne siamo fatti».
A tutt'oggi, però, nei libri di scuola il neandertaliano viene
inesorabilmente raffigurato come una creatura primitiva, capace soltanto di
produrre suoni disarticolati. E gli scienziati che hanno osato schierarsi
pubblicamente contro questa immagine, lo hanno fatto mettendo a
repentaglio la propria carriera. Anche in questo caso, però,
fortunatamente, c'è da registrare un'inversione di tendenza, come mostra
l'intervento che il paleontologo Wilfried Rosendahl ha tenuto durante un
congresso a Berlino, nel 1995. A suo avviso l'uomo di Neandertal,
estintosi circa 30.000 anni fa, aveva sviluppato perfettamente il linguaggio
e, con tutta probabilità, aveva raggiunto uno stadio avanzato di civiltà,
tanto che lo si può considerare il "diretto antenato di tutti gli europei".
La tesi di Rosendahl viene corroborata da una scoperta sensazionale,
fatta nei pressi di Idrjia, in Slovenia: in una caverna utilizzata dall'uomo di
Neandertal, Ivan Turk, dell'Accademia delle Scienze di Lubiana, ha
riportato alla luce un flauto che, a detta degli esperti, ha un'età compresa
fra i 43.000 e gli 82.000 anni. Gli uomini di Neandertal sarebbero stati
dunque in grado di produrre musica.
Anche Jean Clottes, presidente del Comitato Internazionale per la Pittura
Rupestre Preistorica, esorta i suoi colleghi a rimettere in discussione la
presunta "primitività" dei nostri antenati. «Erano intelligenti - o stupidi -
esattamente come noi. Se sostituissimo le loro pelli con abiti e cravatte e li
portassimo a spasso in una strada affollata, nessun uomo del ventesimo
secolo ci farebbe caso».
Nella regione dell'Ardèche, nella Francia meridionale, il professor
Clottes ha scoperto delle splendide pitture rupestri, che mostrano un'abilità
artistica decisamente insolita. Sorprende, soprattutto, la loro veneranda età:
hanno ben 31.000 anni e sono, quindi, le più antiche mai ritrovate.
Nessuna meraviglia, quindi, se nel mondo scientifico corre voce che i
graffiti di Ardè-che minano la tesi, propugnata fino ad oggi, di una
evoluzione graduale del genere umano.
Sovente i paleoantropologi hanno difficoltà nel giustificare i cambi di
datazione. «Oggi, grazie a migliori tecniche di scavo e a tecnologie più
sofisticate è possibile determinare l'età di un reperto con maggiore
precisione rispetto al passato», sostiene Michael Hoeper, dell'Istituto di
Preistoria e Protostoria dell'Università Albert-Ludwig di Friburgo. «Di
conseguenza si rende necessario correggere la datazione di tutti i reperti
simili, anche se un lasso di tempo di 100.000 anni è irrilevante ai fini dello
studio dei primi esseri umani». Hoeper, tuttavia, non ama parlare di una
tendenza generalizzata.
Anche Gerhard Bosinski, direttore dell'Istituto di Preistoria e Protostoria
dell'Università di Colonia, attribuisce scarsa importanza al fenomeno, più
o meno costante, del cambio di datazione; infatti, tranne che in alcuni casi
sporadici, questi cambiamenti non hanno comportato mutazioni radicali
delle nostre conoscenze; a suo avviso, tuttavia, è necessario rivedere
alcune teorie sulla prima colonizzazione dell'Eurasia, che avrebbe avuto
luogo prima di quanto, finora, ipotizzato.
Bosinski, però, non ha voluto fare commenti sulle scoperte di Ziegert e
degli altri colleghi, che attribuiscono ai nostri antenati notevoli capacità
intellettive: «I ritrovamenti sono, al momento, troppo sporadici perché si
possa parlare di un fenomeno comune a tutto il genere umano». Ma con
disarmante candore ha anche affermato di non aver mai approfondito le
scoperte dello studioso. «A dire il vero non conosco i reperti di Ziegert,
tuttavia alcuni colleghi mi hanno riferito che, spesso, le sue interpretazioni
danno adito a dubbi».
L'antropologo Peter Schmid, dell'università di Zurigo, è molto critico nei
confronti del mondo scientifico: «I professori più anziani che per interi
decenni sostengono e propugnano la stessa, identica teoria, spesso arrivano
anche a convincersi di essere gli unici depositari della Verità.
Ed è per questa ragione che, spesso, rifiutano a priori di aprirsi a
qualsiasi nuova ipotesi».
Anche Schmid ritiene che non si possa più considerare corretta
l'immagine stereotipata dei nostri progenitori, pur se, a tutt'oggi, non viene
ancora apertamente messa in discussione. «Attualmente abbiamo a
disposizione 5.000 reperti che coprono un lasso di tempo di circa due
milioni di anni e, purtroppo, non sono neppure divisi in maniera omogenea
per epoca e sito di provenienza».
E, fra questi 5.000 reperti, soltanto dodici frammenti si possono far
risalire a un periodo di tempo compreso fra otto e quattro milioni di anni fa
“Sulla base di questi pochi elementi” ribadisce Smhmid “ mi sembra
alquanto azzardato trarre conclusioni su di un periodo evolutivo durato
circa quattro milioni di anni”

La prudenza di Schmid, tuttavia, non viene apprezzata; anzi, sovente gli


crea seri problemi. «Chiunque esiti nel ricostruire un albero filogenetico,
non tarda a essere marchiato come eretico».
Ma Peter Schmid fortunatamente gode del pieno appoggio di Burkart
Engesser. Anche lui, infatti, è sovente stupito dalla sicurezza con la quale
alcuni colleghi ricostruiscono le ramificazioni genealogiche dell'uomo.
«Nessuno sembra tenere in considerazione il fatto che conosciamo soltanto
una minima parte delle forme di vita che hanno colonizzato il pianeta
prima di noi. Non c'è dunque da meravigliarsi se, periodicamente, si rende
necessario modificare le interpretazioni».
Scienziati dalla mentalità aperta e innovativa come Peter Schmid o
Burkart Engesser, rappresentano una sia pur fievole speranza per la
scienza e mi inducono all'ottimismo; appartengono a quella ristretta
cerchia di eruditi che ha la capacità di mettere in discussione le proprie
idee, di guardare ai propri limiti e ha il pregio di imparare dagli errori.
Purtroppo, però, la maggior parte degli studiosi rimane estremamente
conservatrice, senza comprendere che, con questo atteggiamento, ostacola
il progresso e la ricerca. Sovente, sono proprio questi scienziati
tradizionalisti ad avere l'ultima parola su nuove scoperte. Fortunatamente,
sempre più spesso, una nuova generazione di ricercatori riesce a rompere
questi schemi e a portare all'attenzione dell'opinione pubblica anche reperti
«scomodi». Ma in ogni caso tutti i manufatti che hanno avuto la sfortuna di
essere rinvenuti in passato e che, quindi, sono già stati giudicati "di scarso
o nessun interesse", giacciono, dimenticati, nei meandri delle università o
di istituzioni scientifiche.
Michael Cremo e Richard Thompson, che si sono posti come obiettivo la
documentazione di scoperte antiche mai divulgate, hanno numerose storie
interessanti da raccontare. Durante le ricerche che hanno effettuato, è
capitata loro fra le mani, fra l'altro, una pubblicazione del geologo
americano J.D. Whitney. Verso la metà del 1800 lo studioso aveva
scoperto, per puro caso, nelle montagne di Tuolumne, in California, un sito
di grande interesse archeologico: aveva riportato alla luce resti umani,
punte di lancia, e mortai in pietra. Secondo Cremo questi strati geologici
avevano la veneranda età di 10-55 milioni di anni.
«Quando nel 1996 fummo invitati dall'emittente televisiva NBC-TV alla
trasmissione The Mysterious Ori-gin of Man (La misteriosa origine
dell'uomo), ho raccontato ai responsabili anche dell'esistenza del sito
californiano. I reperti si trovano ancora oggi all'Università di Berkeley,
esattamente dove Whitney li aveva lasciati oltre cento anni fa. La NBC
voleva filmarli, ma la sua richiesta venne respinta, perché, a sentire i
funzionari, sarebbe stato un lavoro troppo faticoso e complicato
rintracciare questi reperti e non avevano personale sufficiente da destinare
a quell'incombenza. La NBC, che non ha problemi di denaro e che voleva,
comunque, andare a fondo della faccenda, non si arrese e offrì di accollarsi
tutte le spese. La risposta del direttore dell'Istituto non si fece attendere e
non lasciava adito a dubbi: è vietato filmare questi reperti...».
PARTE PRIMA
SCOPERTE MAI DIVULGATE

«Il comportamento degli studiosi mi ricorda talvolta il periodo buio del


Medioevo: se i reperti si inseriscono perfettamente nel sapere
convenzionale di una società, allora vengono accettati. Se, al contrario, lo
mettono in discussione, è la società stessa a rifiutarli».

]ames Scherz
Sovente gli archeologi si trovano di fronte a reperti che si sottraggono a
qualsiasi classificazione e, in questi casi, purtroppo, quanto più risultano
"scomodi", tanto più viene messa in discussione la loro autenticità.
Ver screditare e far quindi, opportunamente, dimenticare queste
scoperte, vengono utilizzati svariati trucchi. Il primo fra tutti è quello di
insinuare, in maniera più o meno velata, il dubbio che sia stato proprio
l'autore della scoperta a creare o a falsificare i reperti a fini di lucro. Il
risultato è garantito se si tratta di un cittadino qualsiasi e non di uno
studioso, magari famoso e accreditato.
Qualora questo espediente, da solo, non basti, è prassi consolidata
mettere in discussione l'esatta datazione del reperto e, poiché anche i
metodi di datazione hanno il loro "tallone di Achille", in caso di necessità
si riescono a manipolare i risultati fino a mettere a tacere i dubbi. Se è
trascorso del tempo dalla scoperta e se il reperto "scomodo" è caduto nel
dimenticatoio, non sarà difficile ignorarlo del tutto.
Negli ultimi cento anni numerosi reperti straordinari hanno subito
questa sorte infame, he loro tracce si sono perse in qualche archivio buio
e polveroso, ragion per cui oggi, spesso, non è più possibile eseguire le
ricerche necessarie a fare luce sul mistero della loro provenienza. Se dei
ricercatori dilettanti non avessero documentato e fotografato alcune di
queste collezioni, con tutta probabilità, oggi, noi non saremmo neanche
venuti a conoscenza della loro esistenza.
1
LE GROTTE DI BURROWS:
SCOMPARSO UN TESORO
IN ORO MASSICCIO?

Le Grotte di Burrows: scoperta archeologica del secolo o truffa


colossale? Già da tempo è scoppiata una lite furibonda fra i protagonisti di
questa storia. Al centro della controversia: un tesoro in oro massiccio che,
in realtà, non dovrebbe neanche esistere.
Di cosa si tratta? Nel 1982 l'americano Russel Burrows di Olney,
nell'Illinois (USA), scoprì, per puro caso, un sistema di cunicoli e grotte,
all'interno dei quali erano celati, non soltanto corpi mummificati racchiusi
in sarcofagi, ma anche migliaia di incisioni su pietra, sculture, tavole e
manufatti di squisita fattura, in oro massiccio.
La storia della scoperta sembra tratta da un avvincente romanzo
d'avventura: nell'aprile del 1982 Burrows, mentre attraversava una valle
isolata, si imbatté in quello che sembrava un portale d'ingresso
apparentemente inviolato. A prezzo di enormi sforzi riuscì a rimuovere
tutti i detriti che ne ostruivano l'entrata e a introdursi, carponi, nell'apertura
buia.
Passo dopo passo, metro dopo metro, Russell Bur-rows riuscì a farsi
strada lungo il labirinto sotterraneo: le pareti delle gallerie erano ricoperte
da simboli e disegni misteriosi. Sul pavimento erano appoggiate pietre
lunghe e lavorate; dai muri pendevano strane teste in pietra che, forse,
un tempo, avevano sorretto delle lampade. La curiosità dell'americano,
però, venne solleticata dai passaggi sigillati che si scorgevano, l'uno dopo
l'altro, sulle pareti e Burrows decise di aprirne uno. Non si rivelò un
compito facile e gli ci volle un pò di tempo, ma alla fine riusci a creare un
varco sufficiente per sbirciare all'interno.
Un odore di marcio gli colpì le narici, serrandogli la gola. Burrows
accese la torcia e illuminò l'ambiente. Al fioco chiarore della lampada
iniziò a scrutare la grotta, ispezionandone ogni centimetro, fermandosi,
poi, quando il fascio di luce rischiarò un oggetto di grosse dimensioni.
Burrows trattenne il fiato: davanti a lui, attorniato da asce, punte di lancia
e altri oggetti in metallo, uno scheletro era composto su di una grossa
pietra liscia.
Burrows ingrandì l'apertura quel tanto necessario a permettergli di
entrare, grondante di sudore e con il fiato corto: sul pavimento erano
adagiati utensili in rame e in bronzo; accanto a essi, giacevano alcuni
contenitori. Alla luce della lampada brillavano anche alcuni monili. Il
cuore iniziò a battergli all'impazzata e varie ipotesi gli turbinarono nella
mente.
Cos'altro nascondevano le grotte sigillate? Burrows decise di aprirne una
seconda, dove scoprì i resti di una donna e di due bambini, probabilmente
vittime sacrificali.
Cinque anni più tardi, nel 1987, raggiunse un altro ambiente, da lui
definito "tomba principale". L'ingresso era stato sigillato da una grande
ruota in pietra, sulla quale erano incisi caratteri misteriosi. Burrows riuscì
ad avere ragione anche di quest'ultimo ostacolo ed entrò, infine, in una
camera alquanto spaziosa, nella quale - circondato da armi e statue -
troneggiava un sarcofago in pietra di grandi dimensioni.

Aiutandosi con un piede di porco riuscì a sollevarne il coperchio: al suo


interno scoprì un secondo sarcofago in oro massiccio. Burrows aprì anche
questo e... si ritrovò a fissare una mummia avvolta in bende.
Nessun altro, oltre a lui, è mai penetrato nell'inquietante dedalo
sotterraneo, né, tanto meno, ne conosce l'esatta ubicazione. Burrows teme,
infatti, che cercatori di tesori senza scrupoli possano penetrarvi e
saccheggiarlo. Inoltre, una volta denunciato, il sito e tutto ciò che esso
contiene, diventerebbe di diritto proprietà delle autorità americane.
Per provare la veridicità della sua storia, Burrows ha riportato alla luce
migliaia di incisioni su pietra e manufatti in oro massiccio. Su questi
oggetti, grandi quanto un piatto, sono raffigurati motivi straordinari: esseri
alati ~ metà uomo, metà animale; uomini con l'elmo, rappresentazioni
della volta celeste, nonché medaglioni, la cui forma ricorda quella dei
moderni orologi da polso.
Ben pochi scienziati, a dire il vero, hanno mostrato un qualche interesse
nei confronti di quelle che oggi vengono comunemente chiamate le Grotte
di Burrows e alcuni di loro, dopo un'occhiata frettolosa, -hanno decretato
che si tratta di falsificazioni eseguite in epoca recente, poiché le incisioni
mostrano influenze degli stili culturali più disparati: risvegliano le
associazioni addirittura con le culture fenicie o egizie che, in teoria, non
potevano avere alcun contatto con il continente americano. E
l'impossibilità di decifrare le iscrizioni, certo, non ha facilitato le cose,
mettendo a dura prova gli esperti che preferiscono di gran lunga ignorarle.
Ho chiesto a un caro amico archeologo di spiegarmi la ragione dello
scetticismo imperante dei suoi colleghi e la sua risposta è stata lapidaria:
per accettare l'autenticità delle Grotte di Burrows, bisognerebbe fare tabula
rasa di tutte le nostre attuali conoscenze. È molto più semplice, quindi,
catalogare la scoperta nella famigerata serie dei presunti falsi, salvando
così la tesi, comunemente accettata, secondo la quale i contatti fra il
Vecchio e il Nuovo Mondo iniziarono soltanto dopo l'arrivo di Colombo.
James Scherz, dell'Università del Wisconsin (USA), è uno dei pochi
studiosi che ha accettato di prendere seriamente in esame la scoperta.
Quando, nel 1994, mi misi in contatto con lui, mi spiegò
dettagliatamente il tipo di ricerche che stava conducendo, in base alle quali
aveva raggiunto la certezza, quasi assoluta, che gli oggetti presentati da
Russell Burrows erano realmente reperti preistorici.
Due anni prima, nel 1992, Scherz aveva documentato i risultati cui era
giunto, chiedendo, con foga, una maggiore apertura nei confronti di
scoperte di difficile interpretazione. A suo avviso, infatti, i nostri antenati
sarebbero stati "molto più progrediti" di quanto finora ipotizzato: «Le
iscrizioni e i pittogrammi sulle pietre, non soltanto non mostrano nulla di
sospetto, sembrano anzi indicare che la storia dell'America precolombiana
sia di gran lunga più interessante e insolita, di quanto mai ipotizzato dai
nostri migliori storici».
Nel caso dei reperti delle Grotte di Burrows ci possiamo ritenere
fortunati: infatti il professore ha documentato la straordinaria collezione
fin nei minimi particolari e ha scattato numerose foto dei pezzi più
interessanti. Anzi, a dire il vero, a tutt'oggi, di alcuni pezzi restano soltanto
le sue foto. Ma cosa è successo, nel frattempo?
Nel 1994 Burrows aveva confidato alla rivista «Ancient American» di
avere riportato alla luce circa duemila reperti con il preciso scopo di
finanziare una ricerca del sito. «Li ho venduti a un collezionista privato,
che aveva accettato di mettere gli oggetti a disposizione della ricerca
scientifica, ogniqualvolta gliene fosse stata fatta richiesta. Purtroppo, però,
nel frattempo, ha cambiato idea».
Questo anonimo e misterioso collezionista lo avrebbe anche messo in
contatto con Jack Ward, un ricercatore specializzato nell'era preistorica
che, a quei tempi, aveva un museo a Vincennes e che mostrò un grande
interesse nei confronti delle Grotte.
«Dopo circa un anno» ricorda Burrows, «decisi di affidargli, dietro
ricevuta, ben 1.993 reperti da esporre al museo. In cambio egli si
impegnava a finanziare la ricerca delle Grotte».
Nel corso degli anni, però, Burrows aveva constatato che il numero degli
oggetti esposti diminuiva a vista d'occhio. «Alla fine ne erano rimasti
soltanto 356». E quando, nel 1991, Ward morì improvvisamente, la sua
vedova gli consegnò appena 120 pezzi. «All'epoca si fecero avanti
parecchie persone, alle quali, evidentemente, Ward aveva venduto i
reperti. Anche se a suo tempo avevamo stipulato un accordo, secondo il
quale avremmo diviso in parti uguali tutto il ricavato delle vendite,
non ho mai visto un solo centesimo! Quando, in seguito, venni a sapere
che Ward si era trovato in grosse difficoltà finanziarie, all'improvviso tutto
mi divenne chiaro».
Burrows ritiene che Ward abbia guadagnato, dalla vendita dei reperti,
ben 250.000 dollari.
Da alcune ricevute ritrovate fra le sue carte, si evidenzia, inoltre, che
avrebbe venduto alcuni oggetti in oro massiccio per un valore di "appena"
39.000 dollari.
Harry Hubbard, fondatore della società di ricerca Ptolemy Productions,
di Melbourne (Florida) scuote, incredulo, il capo di fronte alla presunta
estraneità ai fatti di Burrows. La sua società vuole localizzare l'esatta
ubicazione delle Grotte e, in questo immane compito, viene coadiuvata da
Paul Schaffranke, esperto in scritture antiche, che, a quanto pare, è riuscito
a decifrare una parte delle enigmatiche iscrizioni: le Grotte conterrebbero
il testamento culturale di marinai nordafricani ed europei, che avrebbero
esplorato il continente americano molto prima di Colombo.

La Ptolemy Productions ha già investito nella ricerca ben 350.000


dollari, in quanto Hubbard è convinto dell'esistenza delle Grotte; dubita,
invece, fortemente, della sincerità di Burrows, che, a suo avviso, avrebbe
intascato proditoriamente guadagni illeciti.
A seguito di uno scambio piuttosto vivace ed esplicito di commenti fra i
due protagonisti di questa vicenda (apparso su Internet nel 1997), Wayne
May, l'editore dell'«Ancient American», ha voluto indagare un pò più a
fondo e, nell'ottobre del 1996, ha incontrato personalmente Hubbard.
Quando gli ha chiesto quali elementi aveva per dubitare dell'onestà di
Burrows, non ha potuto far altro che sobbalzare sulla sedia, allorché
Hubbard gli ha mostrato delle foto - ottenute per vie traverse - che
ritraevano una miriade di reperti in oro massiccio, foto scattate nel 1988 al
museo di Ward.
Dov'era andato a finire tutto quell'oro? Perché fino a quel momento si
era parlato soltanto di "alcuni" reperti in oro, che Ward avrebbe trafugato?
E perché Burrows, in tutti quegli anni, non avrebbe mostrato nessuna delle
foto? Oltre ai reperti in pietra, aveva forse sottratto furtivamente numerosi
oggetti d'oro?
Grazie ai documenti in possesso di Hubbard è stato possibile evidenziare
che, fra il 1987 e il 1989, nelle mani del «Burrows' Cave Research Center»
è transitato oro per un valore complessivo di circa sette milioni di dollari.
«Ritengo che buona parte dell'oro sia stato fuso e rivenduto alla zecca
degli Stati Uniti attraverso Fort Knox. Non è chiaro che fine abbia fatto il
resto dell'oro, del valore complessivo di circa tre milioni di dollari.
Sospetto che si trovi ancora in possesso dello stesso Burrows».
Nel frattempo Hubbard ha pubblicato alcuni dei documenti, fra i quali
un rapporto (datato 26 agosto 1987) nel quale Burrows scrive di proprio
pugno che - forse pressato dal proprietario del terreno - era riuscito a
recuperare dalla grotta 500 once di oro (oltre 14 kg). Anche la lettera
datata 31 marzo 1989, indirizzata a Jack Ward, rivela dei retroscena
inquietanti. In essa, infatti, Frank McCloskey, un membro del Congresso,
comunica il nominativo del mediatore per l'eventuale vendita dell'oro, un
certo Michael Iacangelo di Fort Knox.
Purtroppo non si sa nulla di più preciso in merito all'attuale collocazione
dell'oro. Tanto più che lo stesso James Scherz, che conosce così bene
Burrows, è in possesso di informazioni alquanto vaghe. Quando lo ho
intervistato, nel settembre del 1997, mi ha riferito che, nel corso delle sue
ricerche, ha concentrato la propria attenzione soprattutto sulle iscrizioni su
pietra. «Di proposito non ho voluto interessarmi dell'oro, perché tutti
coloro che hanno a che fare con questo metallo, tendono a perdere la
testa».
Scherz, tuttavia, ammette di aver dato una sbirciatina ai reperti. «Alcuni
erano chiaramente riproduzioni. Ma ho visto anche degli originali: erano di
colore giallo-rossastro, probabilmente una lega di oro, argento e, forse,
piombo. Personalmente non ho alcun dubbio che si tratti di oggetti
originali e antichi; Burrows sostiene che tutti gli oggetti provengono da
queste Grotte, scoperte casualmente. Mi ha anche assicurato che, alla fine
degli anni Ottanta, buona parte dei reperti era stata rimessa al proprio
posto, dopo averne eseguito delle copie».
Quando, però, gli ho chiesto cosa ne pensava delle accuse di Hubbard,
secondo il quale Russell Burrows avrebbe venduto una parte dell'oro, la
risposta di Scherz è stata alquanto "prudente": «Ritengo che su "Ancient
American" siano già state riportate in maniera esauriente le informazioni
su questo delicato argomento. Inoltre, dopo la morte di Ward, sono stati
ritrovati documenti che mostrano il suo coinvolgimento nella vendita
dell'oro. Ricordo anche la collera di Burrows, quando, all'epoca, mi mise al
corrente dei fatti».
James Scherz sembra essere sinceramente convinto dell'innocenza di
Burrows. In una lettera, indirizzata alla rivista «Ancient American», subito
dopo la pubblicazione dei documenti ritrovati fra le carte di Ward, ha
espresso i propri dubbi anche sull'autenticità della corrispondenza di cui è
in possesso Hubbard. Burrows, dal canto suo, afferma di non aver mai
visto le lettere in questione, anzi, non avrebbe riconosciuto come suo
neanche un documento che pure reca la sua firma.
Queste prove, però, convincono poco Frank Joseph, caporedattore di
«Ancient American». Lui stesso, in data 31 agosto 1997, mi ha confidato
che non vi sarebbe alcun dubbio sull'autenticità delle lettere. In verità, la
debole difesa di Burrows strappa un sorriso persino ad Harry Hubbard:
«Sono in possesso di oltre 60 lettere», afferma sornione. «Scommetto che
Burrows sostiene di non aver mai visto neanche queste!».
Nel settembre del 1997 sono riuscito finalmente a intervistare di persona
Russell Burrows e a porgli la domanda che mi stava a cuore: «Quanti
reperti ha prelevato, in tutto, dalle Grotte?».
Burrows: «Circa 4.000 pezzi. Jack Ward li ha venduti quasi tutti a mia
insaputa. Ciononostante, sono riuscito ugualmente a recuperarne una
buona parte».
«Da dove provengono le lettere, che recano la sua firma, pubblicate su
«Ancient American» Si tratta di falsi, senza eccezione alcuna? In caso
affermativo, ha idea di chi avrebbe intenzione di rovinarla?».
Burrows: «Le lettere sono state contraffatte da Ward.
Voleva far credere ad alcuni potenziali clienti di avere il controllo totale
sui reperti delle Grotte. In questo modo è riuscito a spillare loro un bel pò
di quattrini».
«Cosa mi dice delle lettere che Hubbard sostiene di avere ancora in suo
possesso?».
Burrows: «Mente. Non esistono».
«Dove è andato a finire tutto l'oro ritratto nelle foto? E soprattutto, si
tratta davvero di oro?».
Burrows: «L'oro si trova ancora nelle Grotte e nessuno lo ha mai
toccato. Di ogni singolo pezzo è stato fatto un calco e, quindi, una copia.
Le foto ritraggono soltanto le riproduzioni. In questo modo Ward sperava
di attirare altri investitori per i suoi loschi affari. Purtroppo io sono venuto
a conoscenza di questi retroscena soltanto in seguito alla sua morte. Ha
imbrogliato un bel po' di gente, inclusa sua moglie».
«Ha davvero fuso una parte dell'oro, come l'accusa Hubbard?».
Burrows: «No, non faccio di queste cose».
«Perché allora non pubblica nessuna ripresa video dell'interno delle
Grotte?».
Burrows: «Penetrare nelle Grotte significa violare una legge dello stato
dell'Illinois. Inoltre, persone come Hubbard, potrebbero scoprirne
l'ubicazione. E Hubbard non esiterebbe a saccheggiarle, se soltanto ne
avesse l'opportunità».
«Lei sostiene che Hubbard è un noto farabutto. Perché vorrebbe
trascinarla nel fango?».
Burrows: «Con le sue affermazioni spera di indurmi a compiere un
passo falso, che gli consenta di localizzare il sito».
Le risposte di Russell Burrows, a dire il vero, non riescono a
convincermi. Anzi, proprio la veemenza con
cui attacca e denigra Hubbard, non fa altro che alimentare il sospetto,
che il presidente della Ptolemy Productions, con le sue accuse, non sia poi
tanto lontano dalla verità.
Sono rimasto stupito, inoltre, anche dal fatto che Burrows contesti
l'esistenza delle lettere, che Hubbard ha addirittura messo in vendita sul
suo sito Internet. (Le lettere fanno sempre parte dell'eredità di Jack Ward).
Ho chiesto, perciò, a tutti i detrattori di Burrows di farmi pervenire copia
delle lettere.
All'inizio del novembre 1997 Harry Hubbard si è messo in contatto con
me e mi ha fatto pervenire centinaia di pagine delle informazioni raccolte.
Quando ho iniziato a studiare questi documenti, non sono riuscito a
trattenere lo stupore: si evidenzia, infatti, fin nei minimi dettagli, come, a
partire dal 1983 Burrows - per finanziare le sue attività illegali alle Grotte -
abbia spillato denaro, non soltanto a Jack Ward, ma anche al suo socio
Norman Cullen. Come afferma lo stesso Burrows, di proprio pugno, in un
documento datato 29 dicembre 1987, in quella stessa data i due gli
avevano già versato 20.000 dollari. Nel 1990 ha restituito il "prestito"
pagando in oro.
Hubbard, inoltre, mi ha mostrato buona parte delle ricevute e della
corrispondenza in suo possesso; checché ne dica Burrows i documenti
esistono: io li ho visti e sono pubblicati nell'appendice di questo libro.
Se mi è concesso esprimere ad alta voce un dubbio, devo confessare,
allora, che mi insospettiscono in particolar modo i documenti redatti da
George Neff, il fantomatico proprietario del terreno. Personalmente mi
sembra strano che, in tutti questi anni, abbia scelto di comunicare soltanto
ed esclusivamente tramite Burrows: nessuno, infatti, oltre a lui, lo ha mai
visto di persona. A questo è doveroso aggiungere che, nel frattempo,
Burrows stesso ha affermato che "George Neff" sarebbe uno pseudonimo a
cui il proprietario sarebbe ricorso per motivi di sicurezza.
Hubbard è convinto che "George Neff" sia soltanto un'invenzione, pura
e semplice, di Burrows. «Falsificando le lettere è riuscito a mettere alle
strette Jack Ward e gli altri potenziali acquirenti, manipolandoli e
ottenendo così il denaro per ulteriori ricerche».
Dopo aver esaminato le lettere di Neff mi associo, senza riserve, ai
dubbi espressi da Hubbard. Questo fantomatico proprietario, infatti, ha
cercato con ogni mezzo, di placare i dubbi di Ward e di Cullen
sull'eventuale illiceità del saccheggio, esortandoli, ripetutamente, a
vendere i reperti che Burrows portava alla luce; in caso contrario avrebbe
cercato altri partner per concludere i suoi affari.
Il 6 dicembre 1987, poco tempo dopo che Burrows aveva estratto per la
prima volta dalle Grotte dei reperti in oro, Neff avrebbe fatto balenare ai
due "soci" la possibilità di notevoli profitti, qualora avessero continuato a
sostenere finanziariamente Burrows («Russell sta tornando a casa, gli ho
consegnato circa 150.000 dollari in oro»).
George Neff - a quanto afferma Burrows - sarebbe deceduto nel 1995.
Se, però, Neff è soltanto un personaggio fittizio, a chi appartiene, dunque,
il terreno?
«Sia io, sia Burrows conosciamo perfettamente la vera identità dei
proprietari» afferma Hubbard. «Tuttavia preferirei non divulgare i loro
nomi. L'unica cosa che posso aggiungere è che sono del tutto all'oscuro
dell'esistenza delle Grotte e dei loschi traffici di cui sono state fatte oggetto
in questi anni. Non sono assolutamente consapevoli della portata della
scoperta, sanno ben poco di preistoria e sono completamente a digiuno di
archeologia».
Attualmente nelle mani di Hubbard si trovano circa trenta copie dei
reperti in oro, altre sono andate a finire, per vie traverse, in collezioni
private.
Lui stesso mi ha confidato di aver visto personalmente circa seicento
copie, mentre il resto si troverebbe ancora in possesso della famiglia di
Jack Ward. Hubbard
ritiene che Burrows abbia fatto riprodurre tutti i reperti in oro, mentre gli
originali sarebbero stati fusi. Potrebbe, quindi, corrispondere al vero la
somma di "seisette milioni di dollari", citata da Hubbard, frutto di questa
operazione.
Io sono entrato in possesso anche di documenti nei quali è specificato il
valore dei singoli oggetti e sono a conoscenza di tre numeri di conto
corrente bancario in Svizzera, sui quali sarebbe stato versato il denaro.
Eccoli:
- Jack Ward: 01-311-59-011
- Norman Cullen: 01-000-58-001
– Russell Burrows: 01-035-57-000
– (Prefisso codice 9162681)
Anche se può sembrare strano, le autorità americane, a tutt'oggi, sono
state latitanti, nonostante Hubbard abbia ripetutamente segnalato le attività
di Burrows agli uffici competenti. A quanto pare, nessuno vede motivi
sufficienti per procedere contro Burrows; Thomas Emerson, archeologo
dell'Illinois Historic Preser-vation Agency, tuttavia, ha messo bene in
chiaro, in un suo articolo, che Burrows sarebbe legalmente perseguibile,
qualora avesse realmente asportato dei reperti di interesse archeologico
dalle grotte; allo stesso tempo, però, fa capire di non credere affatto
all'esistenza di questo fantomatico sito.
Il 17 novembre 1997 Harry Hubbard mi ha fornito un'altra informazione
che definirei al contempo "inquietante" e "scottante".
Nella collezione di Burrows sono presenti decine e decine di motivi, che
possono essere interpretati quali rappresentazioni di visitatori provenienti
da altri mondi. «Insieme ad animali terrestri o marini e ad alcune creature,
abbigliate in modo strano, sono raffigurati quelli che sembrerebbero
oggetti volanti: alcuni sono posati a terra, altri sarebbero in volo».
Hubbard sostiene, inoltre, di aver visto delle sculture, che ritraggono
creature dal volto con sembianze di rettile che, nel marzo del 1997, sono
state vendute a un collezionista durante un'asta a Peoria.
Queste statue mostravano un soprendente realismo, ragion per cui
Hubbard è convinto che non si tratti di un'opera di fantasia, quanto,
piuttosto, di una rappresentazione fedele di ciò che l'artista aveva
realmente visto.
Anche Joseph Mahan, famoso esperto in storia indiana e presidente
dell'Institute for the Study of American Cultures (ISAC), era giunto alle
stesse conclusioni. Studiando l'enigma delle Grotte di Burrows fino a poco
prima della sua morte, avvenuta nel 1995, era giunto a una conclusione
sensazionale: «I resti umani ritrovati nelle grotte appartengono - a mio
avviso - a creature del cosmo, sepolte insieme alle proprie mogli, figli, ai
loro abiti, ai loro averi e al cibo di cui avevano bisogno per il viaggio oltre
la morte. Questi semidei erano i discendenti di creature immortali
provenienti da altri mondi che, nella notte dei tempi, giunsero sulla Terra a
bordo di veicoli spaziali infuocati e che vi rimasero abbastanza a lungo da
portare a termine delle manipolazioni genetiche. Hanno trasmesso alla loro
progenie una parte delle loro conoscenze, da tramandare, poi, di
generazione in generazione: dall'arte della navigazione all'architettura. Le
hanno poi insegnato a governare con saggezza e a curare malattie.
Lasciarono, quindi, la Terra con la promessa che un giorno sarebbero
ritornati».

Mahan sarebbe riuscito ad acquistare ben 107 dei reperti in pietra delle
Grotte di Burrows. Dopo la sua morte sono stati imballati e riposti in un
magazzino. Alcuni sono stati venduti a collezionisti privati. Altri oggetti,
sempre di stessa provenienza, si trovano attualmente in possesso del dottor
Beverly Moseley, famoso collezionista americano e proprietario di un
museo. Il vicepresidente della Midwestern Epigraphic Society avrebbe
acquistato ben 500 reperti al mercato nero. Rifiuta ostinatamente di
collaborare con la Ptolemy Productions. «Nel caso riuscissimo a
localizzare e ad accedere alle Grotte di Burrows» afferma Hubbard,
«Moseley dovrebbe cedere tutta la sua collezione allo stato del'Illinois.
Non c'è da meravigliarsi, dunque, che non abbia alcun interesse a
collaborare».
A dire il vero Hubbard, in questa storia, sembra essersi fatto ben pochi
amici; lo stesso Russell Burrows, mi ha messo in guardia nei confronti
delle sue attività, tornando nuovamente sul tema scottante della presunta
autenticità delle lettere. «I casi sono due: quelle lettere o non esistono,
oppure non sono mie. Quando avevo bisogno di comunicare con Ward, lo
chiamavo semplicemente al telefono, oppure andavo a parlargli di persona.
In fin dei conti vivevamo soltanto a una trentina di chilometri di distanza».
Per quanto riguarda le lettere di Neff, Burrows sostiene che potrebbero
anche essere state vendute dalla famiglia di Ward allo stesso Hubbard.
«Soltanto tre potrebbero essere autentiche. I Ward, in fin dei conti, non
sono affatto migliori di Hubbard».
Nel gennaio 1998 Russell Burrows ha temporaneamente scritto la parola
fine sotto alla sua incredibile avventura archeologica. Via Internet, infatti,
ha informato il suo pubblico che, l'avvocato che amministra attualmente la
proprietà di Neff, ha rivelato l'ubicazione delle Grotte a un antropologo di
cui, però, si ignora l'identità. «Mi è stato comunicato che ora passano sotto
la sua competenza tutte le ricerche e le eventuali scoperte; tra poco inizierà
una ricognizione sistematica. A partire da questo momento le Grotte non
sono più un mio problema».

2
LA COLLEZIONE DI PADRE CRESPI

L'indifferenza che ha circondato il mistero delle Grotte di Burrows non è


un caso isolato: anche la collezione di padre Carlo Crespi è stata
deliberatamente ignorata dalla scienza. L'elemento straordinario dei
reperti, in pietra e metallo, - raccolti con pazienza certosina dal sacerdote,
morto nel 1982 a Cuenca, in Ecuador - sta nel soggetto stesso delle
raffigurazioni: dinosauri e animali immaginari, divinità e piramidi, ma
anche iscrizioni misteriose. Come misteriosa è la civiltà che li avrebbe
prodotti. Su alcune delle lastre in metallo sono ritratti persino degli
elefanti. E questo è a dir poco sorprendente, perché, in teoria, nel
continente americano, questi pachidermi si sarebbero estinti oltre 10.000
anni fa. (Infatti, nel periodo di massimo splendore dell'impero Inca [circa
1.200 d.C] erano già totalmente sconosciuti). Come avevano fatto, dunque,
gli artisti a raffigurarli? Dove li avevano visti?
Uno dei primi studiosi, in Europa, a interessarsi della collezione di
Crespi fu Erich von Dàniken. Nel 1972 si recò a Cuenca dove, per giorni e
giorni, filmò ogni singolo reperto nel museo, improvvisato, del sacerdote
salesiano. «Non riuscivo a credere ai miei occhi. Le stanze dove padre
Crespi aveva accumulato i suoi tesori erano stipate fino al soffitto di
statuette in pietra che raffiguravano i soggetti più disparati. Il caos regnava
sovrano. Lì si trovavano anche delle lastre di metallo che recavano
misteriose incisioni. Più mi guardavo attorno, più scoprivo elementi
interessanti».

Crespi raccontò a von Dàniken che erano stati gli stessi Indios a
consegnargli la maggior parte di questi reperti affinché li custodisse.
Gli Indios, a loro volta, li avrebbero prelevati da alcuni luoghi segreti,
dove erano stati nascosti dai loro avi. Altri oggetti, invece, erano stati
scoperti in una grotta, lunga alcuni chilometri, esplorata solo parzialmente.
Von Dàniken ebbe l'opportunità di visitarne una piccola parte su invito
del suo scopritore, l'argentino Juan Moricz, e dell'avvocato di quest'ultimo,
Matheus Pena. In quel dedalo sotterraneo vide delle tavole di metallo che
recavano incisioni incomprensibili, seggiole dalla foggia strana, nonché
sculture di alcuni animali, fra cui anche sauri.
Inutile a dirsi, questa scoperta suscitò un gran clamore nel mondo
scientifico, ma non per la singolarità della scoperta in sé, quanto per la
presunta inaffidabilità del racconto di von Dàniken, il quale, nel suo libro
Aussat und Kosmos lascia intendere di essere entrato nella cosiddetta
«Cuevas de los Tayos» dall'ingresso principale, mentre durante una
successiva intervista avrebbe affermato di essere entrato da un'apertura
laterale.
In realtà esiste un motivo ben preciso per giustificare queste due versioni
dei fatti e von Dàniken ne fornisce una spiegazione esauriente. «Per
visitare la grotta avevo dovuto accettare alcune condizioni e avevo dovuto
dare la mia parola a Moricz che non avrei parlato dell'ingresso secondario
e che avrei dovuto simulare una visita alle più note Cuevas de los Tayos.
Moricz aveva giustificato questa sua richiesta sostenendo che l'ingresso
secondario era relativamente facile da individuare e che voleva evitare che,
in seguito, dei cacciatori di tesori potessero saccheggiare la grotta.
Cos'altro avrei dovuto fare? Ero talmente eccitato all'idea di poter visitare
anche soltanto una piccola parte di questo luogo misterioso, che avrei
accettato qualsiasi altra condizione mi avesse imposto».
In seguito, nelle pagine del suo libro, von Dàniken dedica soltanto alcuni
paragrafi alla descrizione di questa sensazionale «sala con la biblioteca su
tavole di metallo», ciononostante proprio queste poche righe hanno
alimentato i sospetti dei suoi detrattori. Per questa ragione, quando l'ho
intervistato, gli chiesto di raccontarmi di nuovo, per filo e per segno, quel
che aveva visto nelle viscere della terra.
«Ho visto un tavolo e alcune sedie, in un materiale duro come l'acciaio.
Le sedie non avevano schienale. Erano composte da due semicerchi uniti
nella parte centrale, in modo tale che la parte superiore, quella concava,
formava il sedile, mentre quella inferiore fungeva da sostegno. I piedi
poggiavano su di una sorta di piedistallo quadrangolare. Sul pavimento e
nelle nicchie in pietra facevano bella mostra di sé delle statue dorate che
sembravano in metallo, fredde al tatto. Raffiguravano dei sauri con code
straordinariamente lunghe, ma anche "mostri" con fauci enormi che, in
alcuni casi, somigliavano a dinosauri. Moricz aveva ordinato in cerchio
alcune di queste statue. Alle loro spalle, alla luce delle nostre torce,
brillava la cosiddetta "biblioteca di metallo": sottili tavole metalliche (fatte
con una lega incaica di oro, rame e zinco) suddivise in quadrati, all'interno
dei quali erano effigiati pittogrammi misteriosi e curiose raffigurazioni».
Von Dàniken ricorda anche che gli era stato espressamente vietato di
scattare
delle foto. «All'inizio avevo ripreso alcune delle statue nelle nicchie, ma
Moricz mi chiese di consegnargli l'apparecchio».
Su precisa richiesta di Moricz nessuna delle foto è stata mai pubblicata
nei libri di von Dàniken; in compenso io ho avuto il privilegio di poter
vedere, di persona, alcune delle foto che fanno parte del suo archivio
personale.

Fra queste si trova anche quella che ritrae il biglietto da visita di


Matheus Pena, l'avvocato di Moricz, corredato di numero telefonico «per
consentire a qualsiasi studioso seriamente interessato, di mettersi in
contatto con lui». Di certo von Dàniken, pur essendo un personaggio
controverso e contestato, agisce in perfetta buona fede e non ha alcuna
intenzione di prendere in giro i propri lettori.
Alla luce dei fatti non sorprende affatto che Juan Moricz, nel 1973, in
una dichiarazione rilasciata alla stampa tedesca, abbia affermato di non
aver mai condotto von Dàniken nelle "sue" grotte. In seguito l'avvocato
Pena fece recapitare allo studioso svizzero una richiesta di risarcimento
danni per l'esorbitante somma di 200.000 dollari. Per quale motivo, vi
chiederete? Perché von Dàniken avrebbe tratto guadagni illeciti dalla
divulgazione della scoperta del suo cliente.
Ai media, tuttavia, gli aspetti meno plateali della faccenda interessavano
ben poco. Ormai von Dàniken era stato etichettato come "bugiardo". E,
ovviamente, si erano ben guardati dal riferire che Moricz, nel 1969 aveva
già effettuato una spedizione alle grotte e che, in quella occasione, tutti i
partecipanti avevano firmato un documento nel quale si impegnavano a
non rilasciare alcun comunicato a giornali, radio, emittenti televisive o
altre istituzioni analoghe, di non raccontare nulla della spedizione e, in
particolare, di non lasciare trapelare nulla dell'esatta ubicazione degli
ingressi e degli oggetti preziosi raccolti al loro interno.
Sui giornali dell'epoca vennero pubblicate alcune foto spettacolari
dell'ingresso alle grotte, tuttavia non venne fatta parola dei reperti in essa
contenuti. In un documento, autenticato da un notaio, indirizzato al
governo ecuadoriano, datato 21 luglio 1969, Moricz ammetteva l'esistenza
delle grotte:
«Nella zona orientale della provincia di Morona-Santiago, all'interno dei
confini della Repubblica dell'Ecuador, ho scoperto preziosi manufatti, di
grande interesse culturale e storico per l'umanità intera. Si tratta di tavole
in metallo, create da mano umana, che contengono la testimonianza storica
di una civiltà scomparsa e a noi, finora, sconosciuta. I reperti citati sono
raccolti all'interno di alcune grotte e ciascuno di essi ha una propria
peculiarità.
Mi sono imbattuto causalmente in queste antiche testimonianze mentre,
in qualità di studioso, compivo accurate ricerche sul folclore, sulle radici
etnologiche e linguistiche di alcune tribù ecuadoriane. Ho verificato di
persona le caratteristiche dei reperti, che elenco qui di seguito:
1) Oggetti in pietra e metallo di diversa grandezza, forma e colore.
2) Tavole in metallo con iscrizioni etnografiche e pittogrammi, quasi
una sorta di biblioteca incisa su metallo, che racchiude la storia
cronologica dell'umanità, la comparsa dell'uomo sulla Terra, nonché le
conoscenze scientifiche di una civiltà scomparsa».

A metà degli anni Novanta, Walter-Jòrg Langbein - ricercatore tedesco,


autore di numerosi libri - si è messo sulle tracce di padre Crespi.
Preoccupato dalle voci che circolavano, senza porre tempo in mezzo, si è
recato all'istituto di Cuenca, per scoprire cosa era accaduto alla collezione
dopo la morte del religioso.
«Siamo riusciti a farci ammettere nell'istituto», racconta Langbein.
«L'ultima porta, quella che dava accesso ai locali occupati dalla collezione
di Crespi, però, non ci è stata aperta. In compenso ci sono state fornite
diverse spiegazioni, tutte ugualmente contraddittorie. Delusi, abbiamo
comunque visitato l'istituto. Insieme ai miei compagni di viaggio ho
riconosciuto alcuni pezzi della collezione di Crespi: vi erano alcune tavole
di metallo con iscrizioni misteriose ed enigmatiche, altre che presentavano
raffigurazioni e simboli strabilianti. E in che condizioni si trovavano!
Come erano state trattate! Incredibile a raccontarsi... queste preziose lastre
incise erano state utilizzate, ad esempio, per riparare un gradino rotto.
Lastre di metallo di dimensioni maggiori erano state inchiodate ai muri in
legno per coprire dei buchi. "E questo non è tutto", mi ha confidato un
anziano sacerdote. "Se sapeste cosa è stato cementato nelle fondamenta
durante i lavori di restauro..."». Questa incuria è davvero avvilente:
attualmente rimane ben poco della collezione di padre Crespi. Nel 1971 il
Banco Central del Ecuador ha acquistato i reperti più preziosi per 433.000
dollari. Nel 1988 il suo portavoce, Ximena Lasso Alvarez mi ha riferito
quanto segue: «Non abbiamo comprato tutto, poiché i nostri responsabili
erano convinti che fra i reperti si trovassero anche alcuni falsi. Gli oggetti
in ceramica, invece, sono tutti autentici. Di tanto in tanto li esponiamo nel
museo della Banca».
Alvarez mi ha spiegato ancora che tutti i reperti in zinco, in rame e, più
in generale in metallo, sono stati restituiti perché le iscrizioni e i simboli
erano stati chiaramente ricopiati da qualche libro. «In effetti alcune di
queste lastre erano state ricavate da vecchie taniche di benzina. Tutto il
materiale etnologico si trova attualmente nella mani dell'Ordine dei
Salesiani di Cuenca e non è a disposizione del pubblico».
Von Dàniken non ha mai fatto mistero che fra i tesori di Crespi si
trovavano anche oggetti di fattura recente. Nel 1972, infatti, scriveva sulla
rivista «Stern»: «Sono perfettamente consapevole del fatto che, di tanto in
tanto, il vecchio religioso perda il contatto con la realtà e che nei due
locali, che di solito apre ai visitatori (esiste anche una terza stanza
rigorosamente chiusa!), assieme a pezzi di valore, si trovi anche
un'accozzaglia di altri oggetti, assolutamente privi di qualsiasi interesse
storico o archeologico. Tuttavia sarebbe opportuno che il mondo
archeologico si occupasse dei reperti autentici in pietra e in oro».
Crespi sosteneva di aver conservato questi oggetti in una terza sala, che
custodiva gelosamente. Von Dàniken afferma di essere stato uno dei
pochissimi "eletti" ammesso a visitare questa stanza, soltanto perché
Moricz e l'avvocato Pena avevano assicurato al sacerdote che lui era "uno
di loro", uno di "quelli che sapeva". Quando, in seguito, tornò a Cuenca,
Crespi non gli mostrò più la terza stanza!

Cosa ne è stato, allora di questi tesori? Nel 1976 l'archeologo Stanley


Hall e Neil Armstrong (il primo astronauta a mettere piede sulla Luna)
organizzarono una spedizione alle grotte della Cuevas de los Tayos, ma
tornarono a mani vuote. Non avevano trovato alcuna traccia dei favolosi
tesori descritti da von Dàniken. In realtà non c'è da meravigliarsi di questo
esito, perché, tanto per cominciare, il sito misterioso non è affatto las
Cuevas de los Tayos, e poi perché la ricerca non mirava specificamente a
ritrovare le misteriose sculture e le tavole in metallo, particolare
confermato personalmente dallo stesso Armstrong in una lettera del 24
febbraio 1977, nella quale avanza anche l'ipotesi che gli Indios, dopo tutto
il clamore sorto intorno ai reperti, avrebbero deciso di mettere i loro tesori
al sicuro in altro luogo.
Quello che non ci sorprende affatto è che giornali e riviste non si sono
lasciati sfuggire questa occasione per gettare nuovamente fango su von
Dàniken, marchiandolo come impostore. Il tempo però, ha giocato in
favore dello studioso svizzero. Nel 1990, infatti, von Dàniken ha tenuto
una conferenza a Quito, che ha avuto un notevole successo di pubblico e
alla quale ha partecipato anche Stanley Hall, l'archeologo della spedizione
del 1976.
«In quella circostanza Hall ha raccontato a tutti i presenti di aver
localizzato l'esatta ubicazione delle grotte, nelle quali sarebbe nascosto il
tesoro. E le sue descrizioni confermavano in pieno il mio racconto. Hall,
tuttavia, ha mantenuto un certo riserbo. Nei giorni seguenti ho avuto
occasione di conoscerlo meglio e mi ha confidato che stava lavorando a un
libro, nel quale raccoglierà i risultati delle ricerche, nonché le foto dei
reperti».

3
CHI HA NASCOSTO LE TAVOLE DEL MICHIGAN?

Altri reperti estremamente controversi sono le cosiddette "Tavole del


Michigan", la cui antichità viene sistematicamente messa in dubbio,
poiché, qualora ne venisse confermata l'autenticità, esse
rappresenterebbero la prova, inconfutabile, che il continente americano è
stato visitato da antichi navigatori, già molti secoli prima che venisse
"scoperto" da Cristoforo Colombo.
Queste tavole - in argilla, ardesia o rame - erano state estratte a migliaia
da tombe preistoriche indiane nei dintorni di Detroit (Michigan) fra il 1874
e il 1915. Tutte le tavole recavano motivi cristiani e iscrizioni in una lingua
sconosciuta; forse erano persino preziose. Gli animali effigiati (mammuth,
elefanti indiani) e i tratti orientali degli uomini sollevavano parecchi dubbi
sul fatto che queste tavole fossero davvero originarie del continente
americano.
Con grande delusione dei loro scopritori, gli studiosi non si dettero
affatto la pena di sottoporre questi reperti a un'accurata e approfondita
analisi. Anziché cercare di porre un freno ai saccheggi, preferirono
decretare che si trattava di falsi. Quando, nel 1890, vennero mostrate
alcune foto dei reperti all'antropologo Morris Jastrow, dell'università della
Pennsylvania, questi liquidò sbrigativamente la faccenda affermando:
«L'unico elemento che salta agli occhi, di queste tavole, è l'elemento
dilettantesco, nonché l'evidente ignoranza in materia dei falsari. Già da
un'osservazione sommaria delle foto appare chiara la vera natura di questi
cosiddetti "reperti": le incisioni sono, in gran parte, un orribile miscuglio
di iscrizioni fenicie, egizie e greche, messe insieme alla rinfusa, come un
dizionario multilingue.
Inutilmente gli scopritori delle tavole si difesero dall'accusa di aver
creato essi stessi i "falsi": ormai la sentenza era stata pronunciata e i reperti
"bollati". Rapidamente, così come era comparsa sulla scena, l'intera storia
scivolò nell'oblio, condannata dall'ignoranza accademica. Alcuni
personaggi coraggiosi, come Daniel Soper, ex-segretario di stato del
Michigan o il pastore James Savage - indignati da questo atteggiamento -
iniziarono a collezionare migliaia di tavole, per poterle poi tramandare ai
posteri.
Alcuni decenni dopo, la ricercatrice Henriette Mertz sottopose le tavole
del Michigan a un'accurata analisi. La Mertz, esperta dei contatti
precolombiani, voleva dimostrare scientificamente, una volta per tutte, che
si trattava di falsi: non ci è riuscita. Al contrario: dopo anni e anni di studio
la ricercatrice americana si è convinta dell'autenticità delle tavole che, a
suo avviso, erano opera di profughi cristiani, i quali, dopo la caduta
dell'impero romano nel 312 d.C, trovarono rifugio sul continente
americano. La Mertz ha raccolto i risultati delle sue ricerche in un libro
provocatorio che, purtroppo, non ha fatto in tempo a vedere pubblicato: è
morta nel 1985.
Ma dove si trovano oggi queste tavole misteriose?
Numerosi ricercatori ci assicurano che di loro non esiste più traccia.
Fra questi troviamo anche Walter-Jòrg Langbein, già citato nel capitolo
precedente, uno dei primi nel mondo di lingua tedesca a prestare
attenzione a questa scoperta. Nonostante abbia condotto ricerche
approfondite, non gli è stato possibile scoprire il luogo nel quale sono
raccolte. Riferisce che, di sicuro, una buona parte delle tavole è andata
distrutta in un incendio a Springsport (Indiana) e che, dalle macerie
fumanti, sarebbero stati recuperati venti reperti in tutto».
Per fortuna l'affermazione di Langbein non è del tutto corretta. Oggi
siamo a conoscenza dell'esistenza di undici collezioni, di dimensioni
ridotte, disseminate fra il Michigan e il New Hampshire. Sono riuscito
anche a localizzare il luogo esatto delle collezioni raccolte da Daniel Soper
e da James Savage: proprio come mi aveva comunicato il ricercatore
americano Evan Hansen, buona parte delle misteriose tavole è stata donata,
venti anni fa, ai Mormoni nell'Utah e, a tutt'oggi, esse si trovano ancora
nelle loro mani, come mi ha confermato a mezzo lettera (datata 23 marzo
1992) Ronald Barney, archivista del Dipartimento di Storia del Tempio dei
Mormoni, nell'Utah.
In una lettera del 14 giugno 1993, indirizzata al professor Emilio
Spedicato, dell'Università di Bergamo, i Mormoni hanno rivelato ulteriori
dettagli. Glen Léonard scrive: «Dopo la morte di Daniel Soper, la sua
collezione è andata in eredità al figlio Ellis. Nel 1965 è diventata proprietà
di Milton R. Hunter, un mormone, che nutriva un particolare interesse nei
confronti della preistoria americana. Per quanto riguarda, invece, la
collezione di James Savage, essa venne ceduta nel 1930 alla Notre Dame
University e nel 1960 passò nelle mani di Hunter. La sua famiglia ci ha poi
consegnato i reperti».

Stando alle affermazioni di Léonard, la collezione di Savage è composta


da 1.045 pezzi, mentre la collezione di Soper ne conta soltanto 495. In
totale, quindi, nello Utah dovrebbero trovarsi 1.540 tavole. Hansen ritiene
che ci siano fondati motivi per nutrire dei sospetti, in fin dei conti Mertz
aveva catalogato ben 2.700 pezzi. «A quanto pare gli oggetti più belli e più
interessanti della collezione sono stati nascosti».
I dubbi di Evan Hansen sono più che giustificati. Il fondatore dei
Mormoni, Joseph Smith, racconta di aver riportato alla luce altre tavole nel
lontano 1823, nello stato di New York. Un arcangelo gli avrebbe rivelato
la loro esistenza, affidandogli il compito di tradurle: così sarebbe nato il
sacro Libro di Mormori.
In esso si narrano le vicende dei popoli d'America ricollegati, piuttosto
fantasiosamente, con la storia del popolo ebraico. Nel 600 a.C, nella città
di Gerusalemme, un profeta di nome Lehi, su indicazione di Dio, avrebbe
lasciato il paese insieme ad alcuni membri della propria famiglia e avrebbe
raggiunto il continente americano. La nuova comunità avrebbe quindi
iniziato a coltivare il terreno e a produrre delle sottili tavole di metallo,
sulle quali avrebbe inciso la storia del proprio popolo. Una tradizione,
questa, tramandata di generazione in generazione. A un certo punto, però,
questa comunità si sarebbe scissa in due gruppi: i Nefiti e i Lamaniti - i
rinnegati. Le ostilità fra i due popoli sarebbero culminate in una tremenda
carneficina. In quel frangente il profeta Mormon avrebbe raccolto tutte le
narrazioni del suo popolo e le avrebbe immortalate in un libro, che suo
figlio seppellì alla sua morte.
I Nefiti vennero distrutti in una grande guerra, mentre i Lamaniti
sopravvissero. I loro discendenti - secondo i Mormoni - unendosi ad altre
tribù, avrebbero dato origine ai ceppi indiani che, in seguito, sarebbero
stati "scoperti" dagli europei giunti nel Nuovo Mondo.
Questa, almeno, è la storia che ci racconta Joseph Smith. Una storia che
solleva molti dubbi. Non è istintivo, forse, pensare che avrebbe potuto
semplicemente scoprire alcune tavole sulle quali erano incisi dei motivi
cristiani - come quelle ritrovate, in seguito, anche nel Michigan - ed essersi
inventato, di sana pianta, una storia fantastica e fantasiosa?
Quando ho chiesto ulteriori informazioni sulla collezione ai Mormoni
nello Utah, ho ricevuto una risposta alquanto sibillina. Il loro portavoce,
Don LeFevre, ha detto: «Molti anni fa, l'Università di Notre Dame ci ha
fatto dono della cosiddetta collezione Savage-Soper. Le tavole mostrano
iscrizioni e simboli con motivi biblici. Non hanno, però, alcuna relazione
con il Libro di Mormori. Su diversi pezzi, inoltre, sarebbero stati scoperti i
segni lasciati da un macchinario, ragion per cui alcuni esperti nutrono seri
dubbi sull'autenticità dei reperti stessi».
Personalmente non sono in grado di esprimere un giudizio su questo
delicato argomento, sembra comunque strano che i Mormoni possano
mettere in dubbio l'autenticità di tavole che, in passato, sono state già
dichiarate autentiche.
«Nel caso venisse divulgata l'esistenza delle tavole del Michigan e
qualora venissero decifrate le iscrizioni, sarebbe allora possibile svelare le
radici storiche delle tavole stesse» afferma Evan Hansen. «E questo
infliggerebbe un duro colpo alla chiesa mormone. Non c'è da stupirsi,
quindi, se essa fa di tutto per mettere in dubbio la loro autenticità».
Le cosiddette "radici storiche" di cui parla Hansen sarebbero, a suo
avviso, da ricercare in una catastrofe di natura cosmica, che avrebbe messo
in ginocchio l'intero pianeta. E a riprova di questa sua tesi fa notare che
sulle tavole compare, in maniera ricorrente, la storia dell'arca di Noè e che
vengono raffigurati diluvi e inondazioni, nonché impatti di asteroidi.
«Se prestiamo fede a queste raffigurazioni» sostiene Hansen, «allora è
logico pensare che il diluvio, descritto nella Bibbia, sia stato provocato
dalla caduta di un asteroide. Questa tesi è stata propugnata, per la prima
volta, soltanto a metà del 1900 da Emmanuel Velikov-sky. Come
avrebbero fatto gli eventuali falsari - che hanno ritrovato le tavole alla fine
del 1800 - a essere già a conoscenza della tesi dell'asteroide cinquant'anni
prima che venisse formulata?».

4
IL MISTERO DI GLOZEL1

Da anni nel mondo archeologico francese imperversa una accesa


controversia: oggetto della discussione sono 3.000 reperti preistorici, molti
dei quali recano iscrizióni misteriose. Si tratta di tavolette d'argilla,
sculture, urne, pietre e persino ossa riccamente decorate. Gli scienziati
fanno risalire questi reperti al periodo compreso fra il 17.000 e il 15.000
a.C, un'età nella quale, in teoria, stando alle conoscenze attuali, non
avrebbe dovuto neanche esistere la scrittura.
Questi singolari oggetti vennero riportati alla luce fra il 1924 e il 1930
da un giovane contadino francese, Emile Fradin. Un giorno, mentre era
intento ad arare il suo campo nel villaggio di Glozel, a sud est di Vichy, il
terreno cedette sotto il peso dei buoi, rivelando una fossa stipata di questi
antichi reperti. Il professor Antonin Morlet, un medico della famosa
stazione termale, appassionato di archeologia, venuto a conoscenza dello
strano ritrovamento grazie a un articolo pubblicato sul «Bullet-tin de la
Société d'Emulation du Burbonnais»2, offrì a Fradin il proprio,
incondizionato, appoggio. I due, quindi, iniziarono a perlustrare
sistematicamente il terreno alla ricerca di altri reperti di interesse
archeologico.
Ben presto la voce si sparse e, a esaminare le strane iscrizioni, giunsero
esperti di tutto il mondo. Purtroppo, però, con grande delusione di Fradin,
nessuno di loro aveva mai visto quel tipo di scrittura. Qualche tempo dopo
fece visita al piccolo villaggio anche Joseph-Louis Capitan, del Museo di
Belle Arti di Parigi, al quale vennero consegnati dei campioni del terreno.
Per ben tredici mesi non se ne seppe più nulla. Poi, un bel giorno, quando
avevano ormai perso ogni speranza, ecco rispuntare Capitan, che voleva
effettuare un nuovo sopralluogo. Colpito da ciò che aveva visto, pregò
Morlet di presentargli una relazione dettagliata sulla scoperta.

Il medico acconsentì, tuttavia non si lasciò convincere a lasciar


pubblicare il suo rapporto intitolato Nouvelle station néolithique (Nuovo
sito neolitico) facendo comparire come coautore Capitan. Quest'ultimo non
accettò lo smacco e lo convocò a Parigi, giungendo perfino a
minacciarlo: «Lei è soltanto un medico ed è un perfetto sconosciuto per il
mondo accademico e non riuscirà mai a far pubblicare il suo articolo, se
non sostituirà il nome di Fradin con il mio».
Morlet non cedette al ricatto dello studioso. Le conseguenze, però,
furono disastrose: Capitan si adoperò con tutte le sue forze per denigrare il
sito nei circoli accademici. Giunse persino a dire che Fradin aveva
falsificato i reperti a fine di lucro. Non contento di ciò, continuò a
ostacolare le ricerche con tutti i mezzi che aveva a disposizione.

Molti colleghi di Capitan fecero altrettanto: era un personaggio temuto e


rispettato nel mondo accademico e nessuno osava sfidarlo apertamente. A
peggiorare le cose, nessuno studioso era in grado di decifrare le iscrizioni
su ossa ritrovate a Glozel. Non era, forse, più semplice dichiarare che si
trattava di un falso e, in questo modo, liquidare l'intera faccenda?
La campagna denigratoria, montata dal mondo scientifico, culminò in un
processo nel quale Fradin3 venne accusato di essere l'autore dei circa 3.000
falsi, ma non venne condannato per mancanza di prove.
La situazione cambiò soltanto nel 1974, allorché Fra-din potè
annunciare, con soddisfazione, al pubblico, che la datazione con il metodo
della termoluminescenza4 aveva confermato l'autenticità dei reperti.
Questo esame era stato ordinato dal dottor Hugh McKerrell del National
Museum of Antiquities of Scotland, dal dottor VagnMejdahl della
Commissione Danese per l'Energia Atomica, nonché da Henri Francois e
Guy Portai del Centre d'Etudes Nucléaires di Fontenay-aux-Roses. In un
articolo, pubblicato sulla rivista «Antiquity», gli studiosi affermarono che
le tavolette di argilla risalivano a un periodo compreso fra il 700 a.C. e il
100 d.C, vale a dire lo stesso periodo in cui avevano vissuto i Celti. Non
erano dunque reperti preistorici, come aveva sperato Morlet, tuttavia si
trattava pur sempre di reperti antichi.
A tutt'oggi nessuno è riuscito a decifrare le iscrizioni. Hans-Rudolf Hitz,
l'esperto svizzero che, per anni, ha studiato i reperti di Glozel, ne spiega la
ragione: «I problemi maggiori li ha creati il ritrovamento di una pietra
marrone, sulla quale è raffigurata una renna, circondata da simboli
sconosciuti. Poiché questo animale ha abbandonato le nostre latitudini alla
fine dell'era glaciale, sarebbe stato logico aspettarsi che il disegno risalisse
più o meno a questo periodo, vale a dire intorno al 10.000 a.C; lo stesso
ragionamento vale anche per i simboli. Poiché, però, la scienza ufficiale
non ritiene possibile l'uso della scrittura durante il magdaleniano (15.000-
10.000 a.C), gli esperti di preistoria, a Parigi, hanno "deciso" che la renna,
in realtà, era un "cervo" e, in questo modo, hanno fatto diventare più
"recente" il disegno».
Da vent'anni il biologo svizzero si occupa del mistero di Glozel. Si è
recato spesso sul posto per poter studiare da vicino i reperti, esposti nel
piccolo museo di Fradin. «All'inizio, devo ammettere, ero alquanto
scettico; tuttavia più imparavo a conoscere Fradin, più mi rendevo conto
della buona fede di quest'uomo, semplice, affabile e profondamente
onesto, che non sarebbe stato in grado di montare una storia così
complessa. Anzi, anche quando gli è stata fatta un'offerta in denaro
piuttosto allettante, Fradin, che oggi ha 90 anni, non se l'è sentita di
separarsi dal suo tesoro».
In tanti anni di duro lavoro Hitz è riuscito a decifrare una parte delle
iscrizioni enigmatiche. Dopo aver effettuato dei confronti con l'alfabeto
greco, etrusco, lepontino e gallico5, è giunto alla conclusione che si tratta
di iscrizioni celtiche. «Fino ad ora abbiamo catalogato ben 111 simboli, e
sono decisamente troppi perché possa trattarsi di un semplice alfabeto.
Sono riuscito comunque a restringere il campo a 70 pittogrammi: 26 lettere
e 40 logotipi con variazioni. Sono riuscito a isolare il concetto "nemu
Chlausei", che per analogia con la parola gallica "nameton", si può
tradurre come "nel sacro luogo di Glozel"».
Sulla stessa tavoletta di argilla Hitz ha individuato anche le parole
"tulsiec" e "toulsiau", che ritiene essere variazioni del toponimo "Tolosa",
Toulouse. «Questo è estremamente interessante, poiché a Tolosa, un
tempo, era insediata una numerosa tribù celtica».
In base a questi risultati Hitz ritiene di poter escludere che il sito di
Glozel sia di origine esclusivamente neolitica6, come aveva pensato in un
primo momento Morlet. A suo avviso, un tempo, il villaggio era un luogo
sacro, la meta di pellegrinaggi, dove i fedeli si radunavano per venerare il
bosco sacro e per osservare il Sole e la Luna, e dove, forse mettevano a
confronto anche le rispettive scritture.
Cosa significano, però, le raffigurazioni di renne e pantere incise su
alcuni dei reperti7? Significa forse che vivevano in questi luoghi dei
predatori che si sono poi ritirati altrove, alla fine dell'era glaciale, circa
12.000 anni fa?
«È possibile che le pietre, le ossa e le urne di argilla provengano da
caverne preistoriche e che siano state portate a Glozel come offerte votive»
ipotizza Hitz. «In seguito la scrittura avrebbe potuto essere ripresa proprio
dai Celti. In fin dei conti i simboli sono molto simili a quelli incisi sulle
tavolette di argilla. Inoltre sembrano rappresentare vocaboli e nomi propri
dei Celti».
La maggiore preoccupazione di Hitz al momento, però, è di tutt'altra
natura: da molto tempo non sono più stati fotografati e inventariati tutti i
pezzi della collezione. «Da quando un'emittente televisiva francese ha
creato un po' di scompiglio all'interno del museo, è stato tassativamente
vietato scattare foto o fare riprese» racconta con rammarico. E questo è un
male, poiché rimane ancora aperto il problema della collocazione futura
dell'intera collezione. Molto probabilmente i singoli reperti saranno
venduti, donati, e andranno ad arricchire qualche collezione privata».
Hitz critica giustamente il disinteresse dell'establishment scientifico che
non ha condotto ulteriori ricerche. Nel 1982 le autorità competenti
avevano dato l'autorizzazione a condurre una campagna di scavi a Glozel
ma, a tutt'oggi, non sono ancora cominciati quelli sul terreno di Fradin.
Seguendo chissà quale logica perversa, invece, sono stati effettuati degli
scavi in altri tre luoghi, situati alla periferia del villaggio. I risultati, come,
forse era facile prevedere sono stati deludenti; infatti né a Le Cluzel, né a
Puyravel sono venuti alla luce oggetti di particolare interesse archeologico.
Soltanto a Chéz Guerrier è stata rinvenuta un'altra tavoletta iscritta e una
pietra sulla quale è inciso un cavallo selvaggio. La datazione dei reperti,
eseguita dai laboratori francesi, non soltanto non ha fornito risposte
esaurienti, ma ha sollevato numerosi interrogativi. «I risultati mostrano
una "banda di oscillazione" talmente ampia, che è impossibile giungere a
una qualsiasi conclusione certa» spiega Hans-Rudolf Hitz. «Guarda caso,
la tavoletta di Chéz Guerrier è misteriosamente scomparsa...».
5
LE STATUETTE
DI ACAMBARO

1944: Acambaro, 175 miglia a nord-ovest di Città del Messico. Durante


una passeggiata, Waldemar Julsrud scoprì alcuni frammenti di ceramica,
che la pioggia aveva fatto affiorare dal terreno. Poiché era un appassionato
di arte, Julsrud dette ordine al suo sorvegliante, Odilon Tinajero, di
eseguire una ricognizione del terreno in vece sua.
Senza porre tempo in mezzo Tinajero radunò i suoi uomini e si mise al
lavoro. Fra il 1944 e il 1952 la squadra riportò alla luce ben 33.500
statuette, nella zona sud-occidentale della città e le consegnò a Julsrud,
ricevendo in cambio un'adeguata ricompensa. Il commerciante rimase a
bocca aperta quando esaminò da vicino i reperti: le statuette ritraevano
uomini di varie etnie - europei o eschimesi, nonché creature mostruose che
ricordavano, in maniera inquietante, i dinosauri.
Non passò molto tempo che il mondo archeologico venne a conoscenza
di questi strani ritrovamenti e iniziò a esaminarli accuratamente. Gli
studiosi non riuscivano a credere ai propri occhi: erano proprio dinosauri
in miniatura, quelli che avevano fra le mani? E alcune statuette non
ritraevano, forse, uomini a cavallo di dinosauri o donne che allattavano
cuccioli di dinosauro? Che storia era mai questa? Tutti sapevano che questi
animali preistorici si erano estinti molti millenni prima della comparsa
dell'uomo sulla Terra. Decidendo arbitrariamente e sommariamente che si
trattava dello scherzo di un buontempone, lasciarono cadere la faccenda,
senza approfondirla, né condurre studi o ricerche.
Nel 1954 l'Instituto Nacional de Antropologia e Histo-ria incaricò
quattro studiosi di esaminare il sito sotto la guida del dottor Eduardo
Noguera. In una relazione interna gli esperti espressero parere favorevole
sull'autenticità dei ritrovamenti. La loro posizione ufficiale, però, fu ben
diversa: i loro dubbi si fondavano sulla impossibilità di un qualsiasi
contatto fra uomini e dinosauri.

In seguito, però, altri scienziati mostrarono un atteggiamento più aperto.


Charles H. Hapgood dedicò, infatti, tutta la sua vita allo studio di queste
statuette enigmatiche. Più volte lo studioso si recò sul posto per cercare di
trovare una soluzione all'enigma, in quanto profondamente convinto che,
dietro a questa faccenda, si celassero altri misteri che i suoi colleghi
volevano, invece, tenere nascosti.
Durante queste sue ricerche Hapgood godette del pieno appoggio del
capo della polizia di Acambaro, il quale gli concesse il permesso di
condurre scavi ovunque lui ritenesse necessario. Hapgood non se lo fece
ripetere due volte. Nel 1955 la sua squadra di ricerca si mise all'opera,
scavando nei luoghi più impensati e riuscì a riportare alla luce numerose
altre statuette. Nella sua smania di ricerca Hapgood non risparmiò neanche
il pavimento della casa del funzionario di polizia, dove vennero riportati
alla luce numerosi reperti di notevole interesse. Questi ritrovamenti, in
particolare, rappresentavano una prova inconfutabile dell'autenticità delle
sculture, visto e considerato che la casa era stata costruita un quarto di
secolo prima.
Nel 1968 il professore ricevette parti di una delle statuette che conteneva
materiale organico, probabilmente incluso durante le fasi della
lavorazione. Hapgood inviò dei campioni ai Teledyne Isotopes
Laboratories di Westwood (New Jersey) per la datazione al carbonio 14. Il
risultato colse tutti di sorpresa: i reperti avevano circa 6.500 anni.
Erle Stanley Gardner, autore della famosa serie di Perry Mason, fu uno
dei pochi eletti, che ebbe la fortuna di ammirare da vicino la collezione
Julsrud. Nell'ottobre 1969, sulle pagine della rivista «Desert Magazi-ne»,
raccontò le sue impressioni allorché il figlio di Julsrud, Carlos, lo condusse
a vedere la collezione lasciatagli in eredità dal padre: «Nulla dei reperti
che avevo esaminato fino a quel momento poteva prepararmi allo
spettacolo che mi si parò davanti agli occhi: tutte le quattordici stanze della
casa erano stipate di statuette di diversa fattura e stile. Alcune avrebbero
potuto essere tranquillamente il frutto di un delirio o di un incubo: vi erano
animali con grandi artigli e denti sporgenti. Sovente erano raffigurati
nell'atto di afferrare o di divorare un essere umano».
Alcuni anni dopo, nel 1973, anche la rivista «INFO» si occupò del
mistero di Acambaro e pubblicò la lettera di un certo William J. Finch il
quale, incuriosito dalle voci che circolavano, nel 1972 si era recato sul
posto. «Durante la mia visita, alcune persone mi hanno riferito che
continuano a venire alla luce altre statuette. Tengo a sottolineare che
questa informazione non mirava né a indurmi all'acquisto di qualche
"sensazionale reperto", né, tanto meno, a spillarmi del denaro. Mi è stato
garantito, in perfetta buona fede, che si trattava realmente di oggetti
antichi, anche se al momento esistono copie, vendute a persone disposte a
pagare».
Nel loro articolo gli autori di «INFO» pubblicarono anche i risultati
della datazione con la termoluminescenza, eseguita dal prestigioso Applied
Science Center for Archaeology (MASCA) del Museo Universitario della
Pennsylvania: i reperti risalgono a un periodo compreso fra il 2.700 e il
2.400 a.C. Ecco la reazione del direttore del museo: «Siamo rimasti
davvero stupiti dall'antichità dei manufatti. Le analisi sono state eseguite
con la massima accuratezza dal dottor Mark Han, il quale ha compiuto
circa diciotto misurazioni per ciascun campione. I miei collaboratori sono
pienamente convinti dei risultati così ottenuti: pensate quali effetti potrà
avere questo risultato sulla datazione di altri reperti archeologici ritrovati
in Messico».
Anche John H. Tierney è un acceso fautore dell'autenticità delle statuette
di Acambaro. Da alcuni anni cerca di far luce sulla faccenda. Un'impresa
assai ardua, come ha imparato ben presto a sue spese: infatti nessun
archeologo è disposto a rispondere alle sue domande.
Tre rappresentanti della Ohio State University hanno accettato di
analizzare alcuni campioni di ceramica, pur essendo tenuti all'oscuro della
loro provenienza (per garantire la massima obiettività): si tratta del dottor
J.O. Everhart, del dottor Earle R. Caley e del dottor Ernest G. Ehlers e
anche loro hanno confermato l'autenticità dei reperti. «Non appena, però,
ho svelato agli studiosi la provenienza del materiale esaminato, questi
hanno accuratamente evitato qualsiasi ulteriore contatto» racconta
amareggiato Tierney che, comunque, dispone ancora di un'altra perizia,
eseguita dai Geochro-me Laboratories: «La relazione finale reca la data del
14 settembre 1995. Anche questa prestigiosa istituzione conferma
l'autenticità delle statuette di Acambaro, attribuendo loro un'età di circa
4.000 anni».
Il campione analizzato era stato raccolto da Neil Stee-de, un archeologo
americano che, secondo Tierney, non credeva minimamente all'autenticità
dei ritrovamenti di Acambaro e che aveva la ferma intenzione di creare
uno scandalo. «Il risultato delle analisi deve averlo lasciato di stucco. Per
quel che ne so» affermava Tierney, «Steede aveva intenzione di mettere in
discussione l'età di tutti i reperti, poiché il test era stato eseguito su di un
solo campione e, quindi, aveva mostrato che soltanto una delle statuette
aveva 4.000 anni. Di fronte ai giornalisti ha ipotizzato persino che possano
essere falsi del 1900, anche se non dispone di uno straccio di prova».
Neil Steede, però, non accettò passivamente queste accuse e nel 1997,
sulle pagine della rivista americana «World Explorer», ribatté: «Al
contrario di Tierney, sono riuscito, nell'arco di breve tempo, a localizzare
l'attuale ubicazione della collezione ad Acambaro; mi è bastato un
colloquio di un'ora per convincere le autorità cittadine a non tener conto
dell'ordinanza che vietava di esporre la collezione al pubblico. Ho avuto
quindi la possibilità di entrare nel magazzino dove queste statuette erano
state accatastate da circa un anno e di analizzarle insieme ai miei
collaboratori».
In realtà Steede non avrebbe messo in discussione l'autenticità dei
reperti, quanto piuttosto quella del sito stesso. «Pur avendo setacciato
accuratamente la zona, non è venuto alla luce nessun altro reperto, né
esistevano i segni lasciati da un eventuale scavo precedente».
Tierney, a questo punto, scuoteva il capo, sostenendo che i metodi di
Steede sono tutt'altro che seri e professionali; inizialmente, infatti, le
statuette erano state accuratamente imballate in casse di legno, mentre i
collaboratori di Steede, dopo una frettolosa ispezione, le avevano riposte
alla rinfusa in scatole di cartone, danneggiandone irrimediabilmente una
buona parte. «Steede, minimizzando l'accaduto, avrebbe inoltre suggerito
alle autorità competenti di donare la raccolta ai cittadini, che potrebbero
offrire le statuette come souvenir ai turisti. Fortunatamente la sua proposta
non è stata presa sul serio».
John Tierney ha intenzione di scrivere un libro, nel quale compendiare
tutti i risultati delle sue ricerche e delle sue esperienze. Guarda caso, anche
Neil Steede è in procinto di scrivere un libro sullo stesso argomento. Dopo
che per anni e anni è stato oltremodo difficile reperire una qualsiasi
informazione sulle misteriose statuette di terracotta, ecco comparire sul
mercato, contemporaneamente, ben due libri. Ma questo ci può soltanto far
piacere, poiché può darsi che qualche altro archeologo "convenzionale"
venga, così, finalmente incuriosito e invogliato a occuparsi di questa
controversa scoperta.

PARTE SECONDA
CREATURE MISTERIOSE

«Nel 1901 alcuni cacciatori europei raccontarono di aver visto un


animale sconosciuto nelle foreste vergini africane. Era una sorta di
incrocio fra un'antilope, una zebra e un mulo. Gli indigeni lo chiamavano
"okapi". I grandi luminari, quelli che non avevano mai messo piede al di
fuori delle aule universitarie, affermarono categoricamente che non poteva
assolutamente esistere un animale di quel genere. Oggi i migliori zoo del
mondo annoverano fra i loro ospiti un "okapi"».
Adolf Schneider
L'uomo è una creatura strana. In ogni fase della sua evoluzione ha
avuto la presunzione di aver raggiunto l'apice del sapere. Ad esempio
andava estremamente fiero delle immense possibilità che l'invenzione
della forza vapore quale fonte energetica schiudeva, fino a quando, un bel
giorno, il vapore venne sostituito dalla corrente elettrica; oppure restava
estasiato davanti alla concezione meccanicistica del mondo di Newton,
ridimensionata, poi, dalle teorie di Einstein.
Anziché imparare da queste esperienze, l'uomo continua a diffidare, con
regolarità esasperante, di nuove idee e scoperte, mettendone, anzi, alla
berlina gli autori. Soltanto quando non è più possibile negare la realtà, la
situazione cambia e lo scherno si trasforma, per incanto, nel più genuino
degli entusiasmi.
ha ricerca faunistica è un esempio lampante di questo atteggiamento: a
ritmo più o meno costante, in qualche remoto angolo del pianeta, viene
scoperta una specie animale, da lungo tempo ritenuta estinta, o della
quale si ignorava del tutto l'esistenza.
Nonostante ciò i racconti di avvistamenti di animali sconosciuti vengono
liquidati, nella maggior parte dei casi, come "prodotti della fantasia" e
spedizioni, potenzialmente utili, non vengono neanche prese in
considerazione.
Molti degli scienziati rifiutano tenacemente di rimettere in discussione
le proprie conoscenze e di accettare la possibilità che esista l'impossibile.
Anziché mettersi al servizio della scienza, ponendo le basi per il suo
sviluppo, questi studiosi sprecano le proprie energie mentali arroccandosi
nel sapere convenzionale. Una maggiore apertura mentale e il coraggio di
osare renderebbero davvero un buon servizio alla scienza.

6
IL GIGANTE DI KYUSHU

La scoperta di Holger Preuschoft (attualmente professore della


Università della Ruhr, Bochum) potrebbe gettare una nuova luce sulle
nostre origini e il suo nome avrebbe potuto, da tempo, comparire su tutti i
testi scientifici. Fino ad oggi, però, il mondo accademico lo ha
deliberatamente ignorato.
Nel 1986 Preuschoft ha scoperto, nella zona sud-occidentale dell'isola
giapponese di Kyushu, l'impronta fossile del piede di un primate
sconosciuto. L'aspetto più sorprendente della scoperta è la lunghezza
dell'orma stessa: 44,3 centimetri. La scimmia gigantesca avrebbe inoltre
lasciato la propria impronta in uno strato geologico del miocene, che
risale, quindi, a 15 milioni di anni fa.
Secondo Preuschoft l'esistenza di questo primate (battezzato
Pedimpressopithecus japonicus) avrebbe potuto rimettere in discussione le
attuali conoscenze sulle origini dell'uomo.
«Nell'orma del piede si riconoscono le dita - a esclusione dell'alluce -
leggermente incurvate, mentre l'alluce stesso è leggermente distanziato e
allungato. Il calcagno è molto sottile e ha esercitato una pressione inferiore
sul terreno rispetto ai polpastrelli e alle ultime falangi delle dita».
Preuschoft ritiene, inoltre, che questo primate vivesse prevalentemente a
terra e non sugli alberi; «La disposizione delle eminenze tattili sulla pianta
del piede è molto simile a quella delle scimmie che vivono, oggi, nel
Vecchio Mondo. Dall'impronta si riesce anche a determinare, senza ombra
di dubbio, che la costituzione dello scheletro e la disposizione dei muscoli
della pianta del piede somigliano a quella delle scimmie che vivono al
suolo».
Preuschoft ritiene difficile riuscire a stabilire se questo primate aveva
sviluppato un bipedismo completo. «Scimmie con la stessa struttura del
piede, in linea di massima, non riescono a camminare bene in posizione
eretta. Se questo animale avesse davvero avuto questa abitudine, il tallone
avrebbe dovuto lasciare un'impronta molto più marcata. Tuttavia, allo
stadio attuale delle conoscenze, è possibile soltanto avanzare delle ipotesi.
Holger Preuschoft ha presentato la sua scoperta per la prima volta al
pubblico, in occasione del convegno della Gesellschaft fùr Anthropologie
und Humangenetik (Società di antropologia e di genetica umana), che si è
tenuto a Bochum dal 10 al 12 ottobre 1991; su mia richiesta mi ha
gentilmente messo a disposizione la sua relazione. Al momento il
professore tende a mettere in collegamento le impronte fossili della
misteriosa scimmia con gli avvistamenti, più recenti, dello yeti.
Preuschoft: «Molto probabilmente il Pedimpressopithecus appartiene a
questa famiglia. Il che significherebbe che questa scimmia preistorica ha
una filogenesi molto più complessa di quanto si possa immaginare A
questo punto si ripropone nuovamente il quesito di quale sia la sua
relazione con lo sviluppo degli ominidi».

7
LO YETI CONGELATO

Le notizie che riportano gli avvistamenti dello Yeti, ossia


dell'abominevole uomo delle nevi, vengono generalmente liquidate dal
mondo scientifico come pura opera di fantasia. A quanto pare manca del
tutto l'immaginazione necessaria a ipotizzare che, in particolari nicchie
ecologiche, possano essere sopravvissuti sparuti antenati preistorici del
genere umano.
Poche persone sono a conoscenza del fatto che da molti anni, anche in
Vietnam circolano voci insistenti di avvistamenti di un "uomo selvaggio
dei boschi". Questa creatura, interamente ricoperta di peli, si
nasconderebbe, ancora oggi, nei recessi della giungla. Già nel lontano
1968 due scienziati riferirono di essersi imbattuti in un animale che
presentava queste caratteristiche.
Allo zoologo americano Ivan T. Sanderson era giunta voce che un
contadino di Rollingstone, nel Minnesota, esibiva nelle fiere un "uomo-
scimmia". Incuriosito, informò immediatamente Bernard Heuvelmans, un
famoso criptozoologo belga. Senza porre tempo in mezzo i due si misero
in viaggio per Rollingstone.
Il 17 dicembre 1968 i due incontrarono Frank D. Hansen, l'agricoltore.
Questi mostrò loro un grosso blocco di ghiaccio, all'interno del quale era
congelata una creatura di grandi dimensioni dalle sembianze scimmiesche,
conservata all'interno di un rimorchio. Il suo corpo, interamente ricoperto
da peli, era alto all'inarca 1,80 metri e ricordava in tutto e per tutto un
uomo preistorico, anche se i due scienziati non riuscirono a classificarlo in
nessuna delle specie conosciute. Per tre giorni Sanderson e Heuvelmans
non fecero altro che fotografare ed esaminare il corpo congelato.
Scoprirono che la creatura era stata uccisa da un proiettile che l'aveva
colpita alla testa. Il braccio sinistro era piegato in maniera innaturale,
probabilmente fratturato. Uno dei piedi mostrava una colorazione anomala
e preoccupante: sembrava sul punto di decomporsi. Heuvelmans divulgò
immediatamente la notizia del ritrovamento nella ristretta cerchia del
mondo scientifico e riferì i risultati del suo studio in una relazione
indirizzata al direttore del Museo reale del Belgio e a John Napier,
curatore dello Smithsonian Institute di Washington.
Napier era un uomo d'azione. Senza perder tempo propose
all'agricoltore, stupito, di acquistare la creatura congelata. Hansen, però,
rifiutò, probabilmente per timore dell'attenzione della stampa. Quella
creatura non era di sua proprietà, balbettò confuso e imbarazzato; inoltre,
nel frattempo, il proprietario ne aveva reclamato il possesso e a lui non
rimaneva altro che continuare a girare mostrando una copia di cera.
Lo Smithsonian Institute chiese l'intervento dell'FBI per rintracciare
l'originale e Napier si rivolse direttamente al capo dell'FBI, Edgard
Hoover. Quest'ultimo, però, purtroppo, non diede il via ad alcuna indagine,
sostenendo che "in assenza di prove di un comportamento illegale, l'FBI
non era autorizzata a intervenire".
Hansen, dal canto suo, fece di tutto per tenere segreto il luogo di
provenienza dello strano animale. Una volta affermò che la creatura era
stata ripescata in un blocco di ghiaccio al largo delle coste della Siberia
orientale. Un'altra raccontò di essere stato lui a colpire e a uccidere
l'ominide durante una battuta di caccia nel Minnesota. Quando, però, iniziò
a circolare la voce che l'uomo dei ghiacci non era altro che la creazione di
un modellista di Hollywood, Napier si arrese e, in un comunicato stampa,
mise ben in chiaro che l'Istituto che lui rappresentava prendeva le distanze
dall'intera faccenda. A quanto pareva Sanderson e Heuvelmans si erano
lasciati imbrogliare.
Heuvelmans, però, non si dette per vinto; lui aveva esaminato il corpo
per ben tre, lunghi giorni. La creatura congelata emanava un cattivo odore;
accanto alla ferita mostrava chiari segni di decomposizione. Per quale
motivo Hansen avrebbe dovuto simulare tutti questi particolari?
Heuvelmans iniziò a compiere delle ricerche. E, finalmente, trovò una
risposta alle sue domande: la creatura proveniva dal Vietnam. Il contadino
vi aveva prestato servizio durante la guerra come pilota dell'aviazione e
aveva degli ottimi contatti in quella regione del paese, nella quale, a
quanto riferiscono gli indigeni, vivono ancora queste creature.
Come era arrivato, però, il corpo congelato nelle mani di Hansen? Nel
1966, stando a un comunicato della marina statunitense, dei marines
avevano ucciso una "scimmia di grosse dimensioni", proprio nelle
vicinanze del luogo in cui era di stanza Hansen. Ma è poi proprio vero che
in Vietnam esistono scimmie così grandi? Un'altra soluzione plausibile era
che il pilota fosse entrato in possesso della creatura in maniera illegale,
riuscendo, poi, con dei sotterfugi, a far trasportare il corpo negli Stati Uniti
insieme a quello di altri sfortunati soldati. Una volta giunto a casa, infine,
lo avrebbe congelato in un blocco di ghiaccio per esibirlo nelle fiere.
Quando, però, il mondo scientifico iniziò a mostrare interesse per la
misteriosa creatura, Hansen si sarebbe spaventato e avrebbe
semplicemente fatto sparire il cadavere, sostituendolo con una copia
leggermente diversa.
Nel 1972 anche John Napier ha confermato che Hansen ha scambiato il
corpo dell'ominide: «Hansen ha messo in mostra la sua creatura a Grand
Rapids, nel Michigan. Riprese video e fotografiche dell'esposizione
evidenziano, senza ombra di dubbio, che non si tratta affatto dello stesso
corpo che avevano esaminato all'epoca Heuvelmans e Sanderson».
Ciononostante, nella sua relazione, il curatore dello Smithsonian
continua ad esprimere il dubbio che i due scienziati siano stati imbrogliati.
«Ammetto che si tratta soltanto ed esclusivamente della mia opinione
personale. A onor del vero bisogna riconoscere che si tratta di due zoologi
di grande prestigio ed esperienza ed è pur sempre possibile che questa
storia abbia dei retroscena assai più complessi di quanto possa sembrare a
prima vista».
La discussione sull'esistenza di questa strana creatura, tuttavia, è stata
riaccesa da una nuova scoperta. Nel marzo 1997, a Bourganeuf, in Francia,
il giornalista Gerard Jean, riferì dell'esposizione al pubblico di una creatura
simile, in tutto e per tutto, a quella del Minnesota. L'attuale proprietario è
un certo Alain Nault, il quale sostiene di essere entrato in possesso del
corpo nel 1987. A suo dire, sarebbe stato trovato nel 1967 da due sherpa
nepalesi in un ghiacciaio tibetano.

Dopo aver visto le fotografie scattate da una collega, Gerard Jean cercò
di mettersi in contatto con Bernard Heuvelmans tramite il Centre de
Cryptozoologie di Le Vésinet (Francia). Al telefono gli venne riferito che
lo studioso belga non intendeva più avere alcun contatto con la stampa.
Quale non fu la sua sorpresa quando, poco tempo dopo, Heuvelmans in
persona lo richiamò. Nonostante la sua veneranda età il padre della
criptozoologia ci teneva ancora a riportare l'attenzione del pubblico sulla
storia della strana creatura. Sottolineò, nuovamente, con enfasi, che
durante l'esame, il corpo emanava un odore pungente, dovuto alla
decomposizione. Il modello che Hansen in seguito fece preparare,
ovviamente, non emanava alcun odore.
Heuvelmans e Jean convennero, di comune accordo, che la creatura di
Alain Nault era un falso, opera di qualche modellista. Purtroppo, però, non
fu possibile stabilire se si trattava della stessa creatura esposta da Hansen.
In fin dei conti il ghiaccio che sigillava il corpo consentiva soltanto un
esame sommario.
8
LA SCIMMIA
GIGANTE DEL VENEZUELA

L'attacco giunse improvviso. Dalla giungla sbucarono due scimmie di


enormi proporzioni. Le loro urla paralizzarono i due uomini.
I due coraggiosi esploratori erano pronti a tutto quando, nel 1917, si
erano messi in cammino per raggiungere la Sierra de Peijaa, al confine con
il Venezuela, in cerca di giacimenti di petrolio. Erano perfettamente
consapevoli che si trattava di regioni abitate da tribù guerriere. Il capo
spedizione, il geologo svizzero Francois de Loys, li aveva messi in guardia
più di una volta, ed erano ben all'erta quando si fermarono per una sosta
nei pressi del fiume Tarra. Ora, però, nessuno dei due esploratori osava
muoversi: chi avrebbe mai immaginato che la giungla celasse creature così
terrificanti?
Le due scimmie urlavano e strillavano a più non posso. All'improvviso
afferrarono alcuni rami e iniziarono a brandirli in maniera minacciosa,
facendoli roteare in aria. Contemporaneamente iniziarono a lanciare fango
in direzione dei due uomini. De Loys approfittò di questo momento di
scompiglio per afferrare il proprio fucile. Un solo colpo, ben mirato, e uno
dei due bestioni crollò a terra, morto. A quel punto si riscossero anche
gli altri due esploratori, ma prima ancora che riuscissero a mettere mano ai
fucili, l'altra scimmia scomparve nel folto della giungla.
De Loys osservò sbalordito la creatura che ora giaceva, esanime, davanti
a lui: a quale genere poteva mai appartenere? E come avrebbe fatto a
trasportarne il corpo in Europa? De Loys si rese conto che avrebbe dovuto
necessariamente accettare un compromesso: mise a "sedere" il bestione su
di una cassa, ne appoggiò il mento a un ramò e scattò alcune foto. Quindi
gli recise il capo, estrasse la scatola cranica e ripose i pezzi del corpo in
una cassa che fece riempire di sale.
Tuttavia, prima ancora che de Loys riuscisse a spedire il corpo della
scimmia fuori dal paese, gli uomini vennero nuovamente aggrediti, questa
volta dagli indigeni, che non andarono tanto per il sottile: soltanto il capo
spedizione, sia pur colpito da una freccia, riuscì a riportare a casa la pelle,
di certo non la cassa.
Alcuni anni dopo, Francois de Loys aveva ormai completamente
rimosso la sua terribile esperienza. Fu il suo amico, l'antropologo George
Montandon, che una volta, mentre sfogliava un vecchio diario
dell'esploratore, ritrovò la foto della strana creatura. Sorpreso, gli chiese
spiegazioni e allora de Loys gli raccontò dello strano incontro, fin nei
minimi particolari: lo scimmione era alto all'incirca 1 metro e sessanta e
aveva 32 denti.
Montandon era affascinato. De Loys aveva forse ucciso, senza saperlo,
un progenitore della razza umana, finora sconosciuto? «Se non avessi
convinto de Loys a pubblicare la foto, questo straordinario documento
sarebbe rimasto per sempre nascosto fra le sue carte» raccontò Montandon
nel 1929 al «Journal de la Société des Américanistes». A distanza di poco
tempo, il 16 giugno 1929, de Loys stesso raccontò la sua esperienza sulle
pagine dell'«Illustrated London News».
Contemporaneamente Montandon venne invitato all'Académie des
Sciences di Parigi. Purtroppo, però, anziché limitarsi semplicemente a
presentare la scoperta, Montandon avanzò l'ipotesi che potesse trattarsi di
un uomo-scimmia, fino ad allora sconosciuto. La stampa accolse
favorevolmente la notizia, che venne, però, duramente attaccata dai
colleghi. Alcuni scienziati gridarono all'imbroglio, altri ipotizzarono che
potesse trattarsi di una specie di atele fino a quel momento sconosciuta. In
ogni caso, ben presto, la storia della scimmia-gigante cadde nel
dimenticatoio.
Nel 1996 Loren Coleman, della Southern Maine University di Portland,
e Michel Raynal si sono nuovamente interessati alla scoperta e hanno
compendiato i risultati dei loro studi, in un articolo, pubblicato sulle
pagine della rivista americana «The Anomalist», sostenendo che si trattava
"soltanto" di una «comunissima atele».
Altri ricercatori, tuttavia, non condividono questa opinione, in quanto la
atele presenta altre caratteristiche, prima fra tutte un'altezza minore - non
raggiunge mai 1,60 metri. Si tratterebbe, quindi, di un esemplare che
mostra notevoli anomalie che Coleman e Raynal ignorano in maniera
troppo semplicistica.
9
AZZO:
L'ULTIMO NEANDERTALIANO?

Questa storia risale a 60 anni fa, troppi per poter risolvere il mistero di
Azzo e delle sue origini: Azzo Bassou, infatti, è ormai morto da molto
tempo.
Questa creatura, dai tratti umanoidi, venne scoperta nel 1931 in
Marocco, a sud di Marrakesh. Chi l'ha conosciuto di persona l'ha definito,
senza mezzi termini, come «l'idiota selvaggio, che viveva in una caverna e
che si nutriva esclusivamente di carne cruda». I tratti somatici di Azzo non
corrispondevano a quelli di nessun gruppo etnico moderno: con la fronte
sfuggente e il naso largo e prominente, ricordava in maniera
impressionante un neandertaliano o un pitecantropo.
Quali erano le orgini di Azzo? Si trattava veramente di un antenato
preistorico dell'uomo, l'ultimo rappresentante di un ramo laterale, non
ancora estinto, come sosteneva insistentemente qualcuno? Non lo
sappiamo e forse non lo sapremo mai. Indipendentemente da alcuni articoli
della stampa, scritti all'epoca della scoperta, non esiste alcuna fonte alla
quale attingere notizie. Lo stesso mondo scientifico rifiuta di prendere
qualsiasi posizione: nessuno studioso ha mostrato il sia pur minimo
interesse, e nessuno, ovviamente, si è mai preso la briga di scrivere una
relazione dettagliata su questa creatura. Se, nel corso degli anni, Azzo non
fosse stato ripetutamente fotografato, la sua esistenza sarebbe stata già
dimenticata da tempo.
Uno dei pochi che, a metà degli anni Cinquanta rammentava ancora
bene Azzo, era lo scrittore francese Jean Boullet. Nel 1956 si recò nella
Vallèe du Dadés in Marocco per cercare di scoprire cosa era successo, nel
frattempo, al misterioso "uomo preistorico". Con sua grande sorpresa
l'uomo era ancora vivo, e Boullet riuscì a scattargli una foto. Altre
istantanee sono in possesso del professor Marcel Homet, un etnologo
francese il quale, per tutta la vita ha girato il mondo, in lungo e in largo,
alla ricerca di civiltà scomparse o in procinto di estinguersi.
All'inizio degli anni Settanta l'Associazione Studi Preistorici
Internazionale organizzò una spedizione sulle orme di Azzo, nel Marocco
meridionale, nel deserto del Sahara.
«Quando - non senza difficoltà - siamo finalmente giunti all'oasi di Sidi
Fillah, abbiamo chiesto ospitalità al capotribù», ricorda Mario Zanot. «Egli
ha ammesso che Azzo era davvero sepolto lì e che le sue ossa erano
"intoccabili". Ci ha riferito poi, in gran segreto, che quell'uomo non era
affatto normale. Se ne andava in giro tutto nudo, utilizzava soltanto
utensili e strumenti di fattura rudimentale e riusciva ad articolare soltanto
un paio di parole, spesso incomprensibili».
Azzo era dunque morto. Ma il capotribù indirizzò il gruppo di ricerca
italiano a due donne, che egli sosteneva fossero le ultime parenti di Azzo:
le sorelle Hisa e Herkaia, «persone particolari, costrette a sbrigare lavori
pesanti».
Nel 1971 Peter Kolosimo ha pubblicato alcune foto delle due sorelle: è
innegabile una certa somiglianza con Azzo.
Purtroppo, però, non riusciremo mai a stabilire con certezza se erano
legate da un vincolo di parentela e non riusciremo mai neanche a scoprire
le vere origini di Azzo.
10
LE GROTTE DI COSQUER
DIVIDONO IL MONDO SCIENTIFICO

La galleria, lunga oltre 150 metri, ci trasporta direttamente nel passato.


A scoprirla è stato Henri Cosquer, sub professionista. Quando, verso la
metà degli anni Ottanta, lungo la costa marsigliese, iniziò a esplorare un
cunicolo sommerso, sospettava già che avrebbe trovato qualcosa di
interessante, tuttavia lo spettacolo che gli si parò davanti agli occhi lo
lasciò di stucco. Il corridoio si apriva in un'enorme grotta, un innegabile
capolavoro della natura. Chissà se, millenni or sono, vi avevano vissuto
anche degli uomini?
Henri Cosquer tornò alla grotta armato di macchina fotografica.
Affascinato, scattò numerose foto all'interno della caverna. Una volta a
casa, quando iniziò a passare in rassegna le istantanee, rimase a bocca
aperta, per la seconda volta in breve tempo: su uno dei muri si distingueva
chiaramente l'impronta di una mano umana con tre dita.
Poco tempo dopo il francese si recò nuovamente alla grotta, questa volta
accompagnato da un paio di amici. Osservando meglio le pareti rocciose i
sub scoprirono oltre cento disegni di squisita fattura: rappresentavano
cavalli, stambecchi (o cervi) e figure geometriche. In alcuni di questi casi
si trattava di graffiti, in altri, invece, di pitture rupestri.
Anche se Jean Courtin, esperto di preistoria, dopo aver eseguito un
sopralluogo sul sito, si pronunciò a favore dell'autenticità dei disegni,
molti dei suoi colleghi, all'inizio, mostrarono un certo scetticismo. Anzi,
accusarono lo stesso Cosquer di essere l'autore dei falsi. I loro sospetti
vennero alimentati dalla datazione al carbonio 14, effettuata sulle pareti
interne della grotta. I risultati attribuivano alla grotta un'età compresa fra i
18.000 e i 27.000 anni: era quindi troppo antica per inserirsi nello schema
di datazione universalmente accettato.
Nel frattempo i risultati delle analisi vennero convalidati da ulteriori
misurazioni e oggi le Grotte di Cosquer, così chiamate dal nome del loro
scopritore, sono un patrimonio storico. Fra i vari disegni ce ne è uno che,
in particolare, ci sembra degno di nota: mostra tre creature, che fra il 1991
e il 1992 Jean Courtin e Jean Clottes hanno descritto su numerose riviste
specialistiche come "pinguini". Lo zoologo Francois de Sarre, tuttavia, non
ha condiviso questa opinione, facendosi portavoce anche delle perplessità
di altri studiosi. I pinguini, infatti, vivono soltanto al Polo Sud e, inoltre,
un artista preistorico avrebbe raffigurato questi animali in maniera del tutto
diversa, anche se avesse voluto usare una rappresentazione simbolica o
stilizzata. E non può trattarsi neppure di foche. Sia pure facendo appello
alla fantasia non si riesce a mettere in relazione i dettagli anatomici delle
foche con quelli raffigurati sui graffiti. Al contrario, in altri punti, sulle
pareti della grotta, si riconoscono molto bene raffigurazioni di questi
animali.
In mancanza di un animale a noi noto de Sarre suggerisce che possa
trattarsi di una creatura preistorica, ormai estinta e ha avanzato un'ipotesi
un pò azzardata: che possa trattarsi di un "parente" del più famoso mostro
di Loch Ness. «A mio avviso si tratta di un mammifero acquatico, forse
della Megalotaria longicollis, che il dottor Bernard Heuvelmans ha
descritto nel suo libro Le Grand Serpent de Mer (Plon 1965). Mi sono
preso la libertà di contattare questo eminente padre della criptozoologia,
nonché mio caro amico e gli ho mostrato il disegno. È rimasto molto
colpito».
La tesi di de Sarres è indubbiamente affascinante, anche se, forse, poco
probabile; devo tuttavia ammettere di essere rimasto alquanto scioccato
dalla spiegazione "ufficiale": per quale motivo gli scienziati francesi
avrebbero classificato gli animali come "pinguini", se in realtà questi
animali bianchi e neri non hanno mai vissuto nel Mar Mediterraneo? La
soluzione di questo mistero è da ricercare, molto banalmente, in un errore
di traduzione. In francese, infatti, la parola "pingouin", indica anche l'alca
impenne (Pinguinus impennis), un uccello lungo 70 centimetri, molto
simile al pinguino, che durante la preistoria viveva sulle coste del
Mediterraneo e che si è estinto a metà del XIX secolo a causa della caccia
e delle eruzioni vulcaniche. Si è trattato, quindi, di un semplice equivoco
di natura linguistica, di cui, a quanto pare, né Clottes, né Courtin, si erano
resi conto.
«Quando abbiamo pubblicato il primo articolo sulle Grotte di Cosquer,
abbiamo utilizzato automaticamente la parola "pingouin", senza renderci
conto del problema di traduzione», spiegano i due autori, nel video uscito
nel 1995. «A breve distanza di tempo abbiamo ricevuto delle rettifiche da
parte di esperti, alcuni dei quali ci hanno ripreso con garbata ironia,
affermando che, qualora si fosse trattato realmente di "pinguini", avremmo
avuto tutte le ragioni di mettere in dubbio l'autenticità della scoperta, visto
che questi animali non hanno mai vissuto nel bacino del Mediterraneo.
Noi, ovviamente, ci riferivamo alle alche che, pur non essendo in grado di
volare, erano ottime pescatoci e tuffatoci».
L'ipotesi di de Sarres, finora, non ha incontrato grande consenso, anche
perché sembra molto più plausibile la tesi dell'alca. Tuttavia non è da
escludere che l'artista che ha decorato le Grotte di Cosquer abbia voluto
raffigurare un animale a noi sconosciuto. E a tale scopo gli studiosi
continuano a cercare delle rappresentazioni di alche nell'arte paleolitica,
ma, al momento, ahimè, senza successo.

11
DINOSAURI
NELL'AFRICA CENTRALE?

Un frammento di mattone, smaltato di blu da un lato. Quando, nel 1887,


venne scoperto durante un sopralluogo alle rovine di Babilonia (attuale
Irak), il professore tedesco Robert Koldewey non poteva certo immaginare
che quel frammento, dall'apparenza insignificante, potesse aprirgli la
strada a una scoperta archeologica grandiosa.
Nel 1899 Koldewey tornò sul posto ed eseguì alcuni scavi. Nel 1902 i
suoi sforzi vennero premiati e venne alla luce la famosa Porta di Ishtar.
Rivestito di mattoni smaltati di diversi colori, l'arco semicircolare -
costruito sotto il regno del re Nabucodònosor (605-562 a.C.) -segnava il
punto da cui si dipartiva una strada molto ampia, protetta da mura possenti.
Sulla porta erano raffigurati, fra gli altri, due animali: un toro e un drago,
un cosiddetto sirrush.
Questa creatura immaginaria costituisce a tutt'oggi un grande enigma per
il mondo scientifico, anche perché viene espressamente citato in
un'iscrizione ordinata da re Nabucodònosor e apposta sulla porta: «Ho
posto all'ingresso tori indomabili e draghi feroci e ho adornato questa porta
con sfarzo, affinché l'umanità intera la possa osservare con gli occhi
ricolmi di meraviglia».
Il resto dell'iscrizione coincide perfettamente con quelle che sono le
attuali conoscenze archeologiche sulla costruzione della porta. Si può forse
desumere, allora, che anche la raffigurazione degli animali sia conforme
alla realtà? I sacerdoti babilonesi avevano forse catturato un animale
misterioso che utilizzavano per spaventare e intimidire sudditi, stranieri o
prigionieri?
Per il resto della propria vita Koldeway non riuscì più a scrollarsi di
dosso il fascino di questa ipotesi. «Il sirrush supera di gran lunga tutte le
altre creature fantastiche, proprio per la sua fisionomia», scriveva estasiato
nel 1913. E aggiungeva: «Se le zampe anteriori non fossero così simili a
quelle di un felino, sarebbe plausibile credere all'esistenza di questa
creatura»-. In una successiva pubblicazione fece ancora un passo avanti e
classificò questo animale nel genere dei sauri ornitischi.
Anche lo zoologo Willy Ley è rimasto colpito dalla raffigurazione del
sirrush. Poiché non siamo a conoscenza di alcun animale, vivente o
estinto, che possa essere servito come modello, a suo avviso sono rimaste
soltanto due possibilità: o è un puro prodotto della fantasia, oppure si tratta
di un animale a noi totalmente sconosciuto.
«Non ci sarebbe nulla di strano se si fosse trattato di un animale già
estinto all'epoca», scriveva Ley nel 1953. «Infatti anche il toro raffigurato
sulla porta era già estinto in Mesopotamia, tuttavia sopravvisse in Europa
per altri due millenni. Per i Babilonesi si trattava dunque di un animale
esotico e, con tutta probabilità, lo stesso valeva anche per il sirrush».

Altri mattoni smaltati, identici a quelli utilizzati per la costruzione della


Porta di Ishtar, sono venuti alla luce nell'Africa centrale, in una zona, nella
quale, a quanto affermano gli abitanti del posto, ancora oggi si
nasconderebbero dei dinosauri. A cavallo fra il 1800 e il 1900 il cacciatore
ed esploratore tedesco Hans Schomburgk aveva avuto notizia di una
creatura strana, che viveva nei pressi delle paludi. I pigmei lo
descrivevano, pieni di riverenziale timore, come "mezzo drago, mezzo
elefante". Molti affermavano addirittura di averlo visto di persona.
Schomburgk non dette alcun peso a queste descrizioni. Quale non fu la
sua sorpresa, una volta tornato in patria, allorché il suo capo, Cari
Hagenbeck, famoso commerciante di animali, gli riferì di essere a
conoscenza di questi avvistamenti. Era plausibile che in Africa vivessero
ancora dei dinosauri, in fin dei conti le condizioni climatiche di alcune
aree erano rimaste pressoché immutate dalla fine del mesozoico, ben 65
milioni di anni fa.
Nel 1913 i membri di una spedizione tedesca, che si era recata nella
colonia del Camerun, vennero a conoscenza degli stessi avvistamenti. Gli
indigeni riferirono addirittura dell'esistenza di due creature strane. Una
veniva chiamata "mokele mbembe" un animale lungo circa dieci metri, dal
corpo marrone-grigiastro, con un collo estremamente mobile e una coda
robusta, che viveva nella regione di Likouala, sulle sponde del Lago Tele.
La seconda, il "chipekwe", viveva nei pressi di laghi e fiumi fra Zambia,
Angola e nel territorio dell'ex-Zaire. Stando alle descrizioni degli indigeni,
questo animale sarebbe stato molto simile al sirrush raffigurato sulla Porta
di Ishtar.
Roy Mackal, biologo e professore dell'Università di Chicago, ritiene sia
necessario fare una distinzione fra ben sei diverse specie di animali
preistorici, che potrebbero vivere ancora oggi nel cuore della giungla
africana. A cavallo fra il 1980 e il 1981, sfidando l'ostacolo rappresentato
da tribù di pigmei guerrieri e insetti velenosi, organizzò una spedizione
mirata ad esplorare la regione centrale del Congo, nella speranza di
trovare, nella zona del Lago Tele, qualche riscontro alle descrizioni degli
indigeni.
La sua costanza e il suo coraggio vennero, in parte, ricompensati: trovò,
infatti, impronte, lunghe 30 centimetri, di una creatura simile al
brontosauro, di cui ha fatto fare calchi in gesso.
PARTE TERZA
LUOGHI MISTERIOSI

«Un errore, che facciamo spesso, oggi, è quello di credere di aver già
scoperto tutto quel che c'è da scoprire».
Erdogan Ercivan
Chi, consultando testi di archeologia si è già occupato del "trasporto di
blocchi in pietra", avrà senz'altro notato che, in questo campo, anziché
trovare risposte chiare ed esaurienti, prevalgono le supposizioni. Non è
facile spiegare, infatti, come ipopoli antichi riuscissero a lavorare e a
muovere, con apparente facilità, enormi blocchi di pietra, del peso di
svariate tonnellate. Ma non c'è da meravigliarsi dal momento che, in
quelle stesse pubblicazioni, ci imbattiamo in una serie di spiegazioni
tecniche - più o meno improbabili - che si basano sulle nostre attuali
conoscenze.
Se ci fermiamo un attimo a riflettere, non possiamo fare a meno di
stupirci del fatto che i monumenti più antichi mostrano anche una
perfezione tecnologica che non si riscontra nelle opere successive: in altre
parole, anziché mostrare una progressione, appare evidente una
sconcertante regressione. Partendo dal presupposto di uno sviluppo
graduale e continuativo dell'umanità, sarebbe più logico aspettarsi il
contrario. Ma anche in questo caso la reazione del mondo accademico è
la stessa: quanto più è controversa una nuova scoperta, minore è
l'interesse degli esperti nel divulgarla e nel porsi domande. Questo
atteggiamento è decisamente incomprensibile, poiché la ricerca intensiva,
svolta su famosi monumenti, non può negare le tracce del passaggio di
numerose civiltà misteriose, ancora sconosciute.
Ogni nuova scoperta dovrebbe, quindi, essere colta come una nuova
opportunità. Inopportunità e il coraggio di rimettere in discussione tutto
quel che abbiamo imparato fino ad ora. Soltanto se oseremo liberarci da
stereotipi fissi e ci porremo davanti alle scoperte con mente aperta e
ricettiva, forse, un giorno, riusciremo a svelare il mistero delle nostre
origini.
12
UNA CITTÀ DI PIRAMIDI
IN FONDO AL MARE

Nei prossimi anni la costa meridionale del Giappone riserverà parecchie


sorprese agli archeologi. Sul fondo oceanico, infatti, si trovano i resti di
una civiltà attualmente sconosciuta: costruzioni di grosse dimensioni a
forma piramidale, cromlech1, scalinate e terrapieni di forme diverse - un
paradiso archeologico, testimonianza architettonica di un'epoca remota e di
una civiltà scomparsa.
A cavallo fra il 1995 e il 1996 alcuni sub scoprirono queste strutture, nei
pressi di Okinawa - nelle immediate vicinanze delle isole di Yonaguni,
Kerama e Aguni. In totale esistono sei grossi complessi monumentali. I
sub fotografarono dettagliatamente le rovine e, al momento, gli scienziati
nipponici stanno cercando di determinare l'età e l'origine di queste
costruzioni misteriose.
Questi monumenti giacciono fra i 10 e i 15 metri di profondità e sono
sorprendentemente intatti, fatta eccezione, naturalmente, per i segni
dell'erosione. I sub non hanno notato crepe o segni di crollo, nonostante la
zona sia soggetta a una elevata attività sismica. Sulla base di queste
osservazioni gli studiosi sono giunti alla conclusione che questi
monumenti sono stati vittima di un graduale e lento innalzamento del
livello del mare, durato alcuni secoli. Il professor Masaaki Kimura, famoso
esperto di geologia marina del Dipartimento di Fisica e Scienze della Terra
dell'Università di Ryukyus a Okinawa, ritiene che tutto il complesso abbia
un'età compresa fra i 4.000 e i 10.000 anni. Alcuni dei monumenti, come
ad esempio la "fortezza" di Yonaguni, sono stati datati con il metodo del
carbonio 14 e i risultati hanno confermato un'età di 4.000 anni. Se si tiene,
però, in considerazione il fatto che le rovine sono state sommerse a seguito
di un innalzamento del livello del mare, si può agevolmente supporre che
siano state erette intorno all'8.000 a.C.

Resta ancora da appurare se queste strutture sono realmente opera


dell'uomo o se, piuttosto, non si tratta di processi geologici, anche se
quest'ultima ipotesi appare alquanto improbabile. Pur se il professor
Kimura è profondamente convinto che si tratti dei resti di antiche vestigia,
ritiene prematuro e azzardato avanzare una qualsiasi supposizione
sull'identità della civiltà che le aveva erette.
Il professore è certo che, un tempo, Giappone e Cina fossero uniti da una
lingua di terra che toccava anche Taiwan, ragion per cui è lecito supporre
che, qualora le costruzioni avessero realmente 4.000 anni, gli operai, con
tutta probabilità, avrebbero appreso le tecniche edili da uomini che
provenivano dal continente, più precisamente dalla Cina.
E interessante notare come la tecnica di costruzione utilizzata ricordi
quella dei templi che si possono ammirare, ancora oggi, in Sudamerica.
Altre strutture in Giappone, documentano, senza ombra di dubbio, che già
alcuni millenni fa esistevano contatti fra il Giappone e il continente
americano.
13
IL SEGRETO DEL ROCK LAKE

Anche il Nord America vanta dei monumenti sommersi. Il Rock Lake,


un piccolo lago che si trova ad est di Madison, nel Wisconsin, cela sui suoi
fondali costruzioni a forma piramidale. Alcune di esse potrebbero risalire
addirittura a 3.500 anni fa. Finora non si sa nulla delle loro origini. Per
decenni gli archeologi hanno deliberatamente ignorato i reperti del Rock
Lake. Nessuno si è preso la briga di ammettere, o di riconoscere, che
sott'acqua giacciono rovine imponenti. La storia della loro scoperta è un
esempio tipico dell'ottusità e della grettezza di alcuni studiosi.
Nel 1900, a causa di condizioni climatiche davvero insolite, il livello del
lago si era abbassato in maniera considerevole. Claude e Lee Wilson,
durante una gita in barca, notarono che sui fondali si stagliava la sagoma di
un edificio rettangolare. In seguito i due non riuscirono più a localizzare la
struttura. Il «Milwaukee Herald» bollò come "isteria collettiva" l'interesse
suscitato dalla scoperta.
Trentacinque anni più tardi anche dei sub dell'Università del Wisconsin
si imbatterono in altre strutture sommerse. Nel 1936 questa scoperta attirò
l'attenzione del dottor Charles E. Brown, direttore del Wisconsin Historical
Museum, e del geologo Earnest F. Bean. Ricerche condotte sui fondali,
purtroppo, però, non dettero alcun frutto. All'epoca si gridò allo scandalo e
venne montata una campagna denigratoria nei confronti dei ricercatori che
avevano «fatto spreco» del denaro dei contribuenti.
Tutto questo trambusto, però, non scoraggiò affatto Max Gene Nohl, sub
è ingegnere del Massachusetts Institute of Technology, il quale proprio
non riusciva a togliersi dalla mente la storia del Rock Lake. La sua
costanza venne premiata e, nel 1937, durante un'immersione, si imbatté in
una formazione piramidale. L'opinione pubblica venne rimessa di nuovo in
fermento e l'interesse ulteriormente ridestato allorché, alcuni anni più tardi,
dei piloti scorsero sul fondo del lago una grossa struttura piramidale. Il
mondo archeologico, incredibile a dirsi, rimase... in letargo.
Nei decenni successivi non vennero alla luce altre scoperte. Nel
settembre 1962 «The Wisconsin Archaeologist» pronunciò il suo verdetto:
«L'ipotesi dell'esistenza di costruzioni, a opera dell'uomo, sui fondali del
Rock Lake è del tutto infondata, poiché, a detta degli esperti, il lago ha ben
10.000 anni».
Soltanto cinque anni dopo Jack Kennedy, durante un'immersione, si
imbatté in una piramide e riportò in superficie una serie di manufatti in
pietra. Preso dall'eccitazione, non segnò il luogo e Lon Merrick, direttore
di una squadra di sub del Milwaukee Public Museum, non si lasciò
sfuggire l'occasione di dileggiare la scoperta, sostenendo che le presunte
piramidi altro non sarebbero che depositi glaciali.
A dispetto di tutti i dubbi e di tutte le controversie, aumentavano in
maniera esponenziale le prove concrete dell'esistenza di questi monumenti.
Nel gennaio 1970 la rivista «Skin Diver» riportò in un articolo: «E
incredibile: a rigor di logica le piramidi non dovrebbero e non potrebbero
esistere. Eppure sono lì. In teoria sono troppo antiche e, per giunta,
costruite in un luogo inaccessibile all'uomo. La storia, però, raramente è
logica e queste piramidi emergono troppo spesso dalla loro tomba d'acqua
per non indurre alla riflessione anche quegli studiosi razionali, che si
occupano della storia antica di questo continente».
Dovettero trascorrere ancora ben 13 anni prima che l'istruttore sub
Robert Boyd organizzasse, insieme a Robert Bass, una grossa spedizione
subacquea, che rivelò, ancora una volta, l'esistenza sui fondali di strutture
in pietra. Anche il professor James Scherz dell'Università del Wisconsin si
interessò a queste strutture.
Nel 1987 iniziò a occuparsi del mistero anche il pubblicista americano
Frank Joseph. Insieme ad altri ricercatori eseguì alcune misurazioni con
l'ecogoniometro e i risultati dei diagrammi mostrarono il profilo di
numerose strutture. Una volta localizzate, Joseph e i suoi colleghi
riuscirono a vederne da vicino una buona parte: alcune direttamente
sott'acqua, altre ancora dall'alto, sorvolando la zona; la loro conclusione
non lasciò adito a dubbi: i monumenti in pietra esistevano.
Nel corso degli ultimi anni i ricercatori hanno compiuto ulteriori
scoperte sui fondali del Rock Lake: si sono imbattuti, ad esempio, in un
argine di protezione di enormi dimensioni. Probabilmente è quel che resta
di un muro che circondava un luogo sacro. Al momento i monumenti
vengono suddivisi in tre gruppi: il primo si trova a una profondità di circa
6 metri e dovrebbe avere all'inarca 800 anni. Il secondo si trova a una
profondità di 12 metri e ha 2.000 anni. Il terzo è quello che crea maggiori
problemi di classificazione, poiché, a causa della sua veneranda età (3.500
anni) non si riesce ad attribuire a nessuna civiltà a noi nota. A dire il vero
non dovrebbe neppure esistere.

14
GLI EGIZI NEL GRAND CANYON?

Cosa nasconde il governo americano nel Grand Canyon? Forse una


necropoli egizia?
Il 5 aprile 1909 la rivista «Phoenix Gazette» riportava, in prima pagina,
la scoperta di enormi grotte, scavate nella roccia. Il ritrovamento, del tutto
casuale, era opera di un certo G. E. Kinkaid. Sempre secondo il giornale,
l'archeologo SA. Jordan dello Smithsonian Institute di Washington,
sarebbe stato incaricato di compiere ricerche sul posto. Da allora nessuno
ne ha mai più saputo nulla e non si riesce a scovare nessuna informazione
neanche nella letteratura specialistica.
Si trattava davvero di una frottola raccontata, all'epoca, dal giornale?
David Hatcher Childress del «World Explorer Club» di Kempton,
nell'Illinois, si è incuriosito e ha voluto andare a fondo della storia. Nel
1995 si è messo in contatto telefonico con lo Smithsonian Institu-te per
cercare di scoprire qualche altro particolare. La risposta è stata lapidaria:
«Né nell'America settentrionale, né in quella meridionale sono mai stati
riportati alla luce resti della civiltà egizia». A onor del vero bisogna
riconoscere che la prestigiosa istituzione non ha mai condotto scavi in
questo settore e, a suo dire, non avrebbe mai sentito parlare né di Kinkaid,
né di Jordan.
Childress, però, si è insospettito: nel 1910, infatti, il professor Jordan era
stato esplicitamente menzionato a pagina 239 dello «Smithsonian
Scientific Series»; inoltre aveva messo le mani su una mappa, scovata
miracolosamente dal collega Cari Hart in una libreria di Chicago. Diversi
luoghi sul versante settentrionale del Grand Canyon recano incisioni con
nomi egizi e indiani. Perché? Esiste, forse, un qualche collegamento fra
questi luoghi e il sito del presunto ritrovamento?
«Ci siamo quindi rivolti a un archeologo del Ministero dei Beni
Culturali, chiedendo spiegazioni», riferisce Childress. «Ci ha spiegato che
i primi archeologi avrebbero inventato di sana pianta la storia delle
incisioni egizie e indiane. In ogni caso la zona è comunque interdetta al
pubblico proprio a causa di queste grotte che rappresentano un grosso
pericolo».
Affinché il lettore possa farsi un'idea dell'articolo in questione della
«Phoenix Gazette» ne ho tradotto un brano: «Abbiamo ricevuto ieri le
ultime notizie sui progressi delle ricerche compiute sul sito che, stando alle
affermazioni di G.E. Kinkaid, sarebbe non soltanto la scoperta
archeologica più antica negli Stati Uniti, ma anche una delle più importanti
in tutto il mondo. Mentre, alcuni mesi fa, Kinkaid percorreva in barca il
fiume Colorado, diretto a Yuma, scoprì casualmente la grande cittadella
sotterranea nel Grand Canyon.
In base alle sue indicazioni, gli archeologi dello Smithsonian Institute,
che ha finanziato la ricerca, hanno fatto delle scoperte che proverebbero,
senza ombra di dubbio, che la civiltà che avrebbe abitato queste grotte
misteriose, scavate nella roccia, proveniva dall'oriente, forse addirittura
dall'Egitto.
Se, traducendo le tavole con i geroglifici, venisse confermata questa mia
ipotesi, sarebbe risolto il mistero dell'identità degli abitanti preistorici del
Nord America, della loro arte, nonché della loro eventuale origine.
L'Egitto e il Nilo, come pure l'Arizona e il Colorado, sarebbero quindi
legati da un vincolo storico, tanto antico da sorpassare qualsiasi
immaginazione. Sotto la direzione del professor S.A. Jordan, lo
Smithsonian Institute, al momento, è impegnato in una ricerca molto
dettagliata. È stato accuratamente esaminato il primo chilometro
dell'ingresso principale, che si addentra nelle viscere della Terra per una
profondità di circa 450 metri. Alla fine questo passaggio si allarga in una
grossa sala, dalla quale si dipartono a raggiera, altre gallerie. Sono state
scoperte centinaia di sale, nonché manufatti di indubbia origine orientale
che, mai e poi mai, ci si sarebbe aspettati di trovare nel nostro paese. Armi,
utensili in rame, affilati e duri come acciaio, dimostrano l'elevato grado di
civiltà raggiunto da questa popolazione. Gli scienziati sono affascinati a tal
punto, da voler attrezzare in loco un campo per poter condurre studi più
completi. La squadra dovrebbe essere composta da 30-40 persone.
Kinkaid è stato il primo bambino di razza bianca nato nell'Idaho. E stato
cacciatore e ricercatore. Per 30 anni ha lavorato per lo Smithsonian
Institute. La storia della sua scoperta assume toni da favola, con tratti
grotteschi: «Per prima cosa vorrei mettere bene in chiaro che le grotte sono
di difficile accesso. L'ingresso si trova a circa 450 metri al di sotto del
Massiccio del Canyon. Si trova su di un terreno demaniale e l'ingresso
stesso è vietato ai visitatori. Gli scienziati vogliono poter lavorare in tutta
tranquillità, senza avere a che fare con curiosi o, peggio ancora, con
tombaroli. Non ha, quindi, alcun senso recarsi fin lì.
La storia della mia scoperta è già nota, ve la ripeto, comunque,
brevemente. Con la mia barca solcavo le acque del Colorado. Ero solo e
cercavo minerali. Ero partito da El Tovar Crystal Canyon e, dopo circa 42
miglia di viaggio, ho notato delle macchie colorate nella formazione
sedimentaria, sulla parete rocciosa esposta a est, a circa 600 metri di
altezza rispetto al letto del fiume. Non vi era un sentiero segnato, tuttavia,
a prezzo di grandi sforzi, sono riuscito ugualmente ad arrampicarmi fin
lassù. In cima a una sorta di terrazza naturale, che la protegge da sguardi
indiscreti, si trova l'ingresso della grotta, dal quale si diparte una scalinata
che arriva fino a quello che doveva essere stato, un tempo, il livello del
fiume.
Quando notai i segni lasciati da uno scalpello sui muri all'interno
dell'ingresso, mi incuriosii. Misi la sicura al fucile ed entrai. Dopo circa 30
metri entrai nella camera sepolcrale, dove scoprii le mummie. Ne misi in
piedi una e la fotografai con il flash. Raccolsi alcuni degli oggetti che si
trovavano sul posto e ripresi, quindi, il mio viaggio lungo il Colorado,
diretto a Yuma, dove spedii i reperti via nave a Washington, insieme a una
relazione dettagliata sulla scoperta. In seguito iniziarono le ricerche.
L'ingresso principale è ampio circa 3,6 metri e si restringe fino a 2,7
metri. A circa 17 metri dall'ingresso si diramano le gallerie secondarie.
Lungo le gallerie si aprono delle sale, piuttosto grandi, alle quali si accede
attraverso aperture ovali. Vengono ventilate mediante fori di areazione,
scavati nei muri. I muri sono spessi circa un metro. Le gallerie sembrano
scavate seguendo uno schema ben preciso, come fossero state
accuratamente progettate a tavolino.
A oltre 30 metri dall'ingresso si trova un locale ampio, una sorta di
punto nodale, lungo 60-90 metri, dove troneggia una divinità seduta a
gambe incrociate.
In ogni mano tiene un fiore di loto o un giglio. Sembrerebbe quasi
Buddha, anche se gli studiosi non riescono a determinare quale religione
rappresenti. Se si tiene in considerazione tutto quel che sappiamo fino ad
ora, possiamo affermare che questa divinità presenta delle analogie con
quelle venerate in Tibet.
Attorno a questo dio si trovano altre immagini più piccole, alcune belle,
altre mostruose. Il materiale utilizzato è una pietra dura, molto simile al
marmo. Nella parete di fronte sono stati rinvenuti oggetti in rame di
diverse fogge. Su di una sorta di bancone da lavoro è stato rinvenuto
carbone e altro materiale necessario a temprare il metallo. Questa civiltà
sapeva bene come rendere duro il rame; questa tecnica, però, è stata ben
presto dimenticata dalle civiltà a noi note.
Fra gli altri reperti si trovano vasi (o urne), recipienti in rame e oro di
foggia squisita. Sono stati ritrovati anche oggetti in un metallo grigiastro,
la cui composizione non è stata ancora accertata, ma che somiglia molto al
platino. Su tutte le urne, sui muri e sulle tavolette in pietra sono incisi
geroglifici misteriosi che, fino ad ora, nessuno è stato in grado di decifrare.
Molto probabilmente sono da mettere in relazione con la religione di
questa civiltà. Iscrizioni simili sono state già ritrovate nella parte
meridionale dell'Arizona. Sotto i pittogrammi sono raffigurati due animali.
Uno di questi è chiaramente preistorico. La cripta, nella quale sono state
ritrovate le mummie, è uno degli ambienti più grandi. Da notare che tutte
le mummie finora scoperte sono di sesso maschile. L'estensione di queste
grotte è impressionante. Probabilmente potevano raccogliersi qui senza
problemi 50.000 persone...».
Divinità, oro e mummie: perché lo Smithsonian dovrebbe avere interesse
a nascondere una scoperta di queste dimensioni? David Hatcher Childress
sospetta che si tratti di una strenua difesa del concetto di "isolazionismo". I
fautori di questa tesi, infatti, sostengono che le prime civiltà evolute non
abbiano subito influenze esterne, e che, quindi, si sono sviluppate
autonomamente. I "diffusionisti", al contrario, ritengono che la cultura si
sia propagata al di là degli oceani, penetrando anche in altri continenti.
Lo Smithsonian Institute è da sempre un convinto fautore della tesi
dell'isolazionismo. E lo era anche John Wesley Powell, direttore del
Bureau of Ethnology alla fine del XIX secolo. Powell era convinto che gli
indiani fossero gli ultimi discendenti di una civiltà evoluta americana, la
stessa che avrebbe costruito i tumuli di terra del Nord America, della
quale, a tutt'oggi, si ignora l'identità.
Le tesi dei diffusionisti, secondo i quali questi tumuli non hanno nulla a
che vedere con gli indiani, sarebbero state del tutto ignorate; secondo
Childress, a dire il vero, sarebbero state addirittura messe a tacere.
«Intorno al 1880, quando il dibattito raggiunse toni accesi, gli isolazionisti
andavano affermando che erano stati di scarso rilievo persino i contatti fra
le culture dell'Ohio e delle valli del Mississippi, anzi sostenevano persino
che non esistevano contatti con le culture maya, tolte-che o atzeche».
Secondo Childress questa opinione era del tutto errata, infatti i reperti
venuti alla luce in numerosi tumuli hanno evidenziato contatti fra le
diverse culture».
Inoltre nel XIX secolo, e anche ai primi del XX, sono state ritrovate ossa
di uomini, molto più alti del normale. La maggior parte di queste scoperte
si è scontrata con il totale disinteresse degli archeologi americani ed è
andata perduta. Altri reperti di questo genere, invece, esistono ancora in
Nevada, e sono esposti all'Humboldt Museum di Winnemucca, nonché al
Museo dell'Histo-rical Society a Reno.
Altro indizio della dubbia politica scientifica dello Smithsonian sarebbe,
secondo Childress, un documento scritto da un certo Frederick J. Pohl.
Questi, infatti, a metà degli anni Cinquanta, avrebbe informato
l'archeologo britannico T.C. Lethbridge dell'esistenza di rari sarcofagi in
legno, scoperti nel 1892 in una grotta di Blount Country (Alabama) e che
sarebbero stati poi affidati allo Smithsonian Institute. Questi reperti - dalle
dimensioni particolarmente grandi - dovevano essere piuttosto antichi e
mostravano tracce di lavorazione di scalpelli di rame o di pietra.
Pohl: «Ho contattato lo Smithsonian e ho chiesto notizie della
collocazione dei reperti. Il curatore capo del Dipartimento di antropologia
F.M. Setzeler, mi ha risposto che non era stato possibile rintracciare i
sarcofagi, anche se esiste una documentazione a riprova del fatto che, un
tempo, sono stati in loro possesso.
Quando nel 1992 David Barron, presidente della Gungywamp Society,
nel Connecticut, compì un'altra indagine, si sentì rispondere che quegli
oggetti altro non erano se non trogoli in legno e che, al momento, non era
possibile prenderne visione, poiché erano immagazzinati in un deposito
contaminato dall'amianto: «L'accesso è vietato per i prossimi dieci anni -
possono entrarvi soltanto i dipendenti dell'Istituto».
Gli scettici possono benissimo sostenere che l'esempio citato da
Childress non basti affatto a provare la malafede dello Smithsonian. Di
certo abbiamo la prova che la prestigiosa istituzione non è in grado di
occuparsi di reperti di grande valore, per i quali non si riesce a trovare una
valida collocazione storica.
Secondo Childress, tuttavia, questo non è un caso isolato, si tratterebbe,
piuttosto, di una politica consolidata e mi ha raccontato questo episodio:
«Un famoso storico americano - di cui non voglio fare il nome - mi ha
parlato di un collaboratore dell'Istituto che sarebbe stato licenziato, perché
profondamente convinto del fatto che, millenni prima di Colombo altre
civiltà avevano raggiunto le coste del continente americano. Questa stessa
persona avrebbe anche riferito che lo Smithsonian avrebbe gettato in pieno
Oceano Atlantico un intero carico di reperti "scomodi"».

15
NAZCA: SCOPERTI NUOVI DISEGNI

Il Sud America è un luogo che non smette mai di sorprendere gli


archeologi e Nazca ne è l'esempio per eccellenza.
Nazca: sul suolo desertico degli altipiani del Perù sono stati incisi
centinaia di disegni, riconoscibili soltanto dal cielo. Si tratta di
raffigurazioni di animali, di figure geometriche, a volte soltanto di linee
rette che si estendono per chilometri e chilometri: la varietà dei disegni è
praticamente illimitata. È difficile stabilirne l'età. Alcuni studiosi ritengono
che possano avere 2.000 anni, altri che sono più antichi o più recenti.
Nel corso degli anni numerosi scienziati hanno cercato, invano, di
trovare una risposta agli interrogativi posti da queste enigmatiche linee. La
prima domanda, che sorge spontanea, è: come hanno fatto gli Indios a
creare questi disegni giganteschi senza un qualsiasi ausilio tecnico? E,
soprattutto, qual'era la loro funzione? A tale scopo sono state formulate
migliaia di ipotesi, alcune davvero incredibili e improbabili, crollate poi
miseramente; sono state imbastite altrettante teorie scientifiche, che, però,
non hanno retto all'esame del tempo.

Nonostante le numerose dissertazioni di natura scientifica sull'enigma di


Nazca, alcuni disegni non sono mai stati riportati nella letteratura
specialistica. Forse perché la natura stessa di questi disegni è talmente
inquietante da mettere in serio imbarazzo le attuali conoscenze.
I disegni illustrati in questo libro, scoperti di recente, non sono stati
fotografati né da un archeologo, né da uno studioso. Sono frutto delle
ostinate ricerche di Erich von Dàniken, il padre dell'archeologia, cosiddetta
«eretica» e autore di libri di grande successo. Nel 1995, nella regione
montuosa di Palpa, non lontana in linea d'aria da Nazca, e nella vicina
Valle Ingenio, von Dàniken ha scoperto alcuni disegni a scacchiera,
mentre altri ricordano, in maniera sorprendente, simboli man-dalici.
Questo ritrovamento ha colto di sorpresa tutti gli esperti del settore.
«Credevo ormai di essere un esperto su Nazca,... ci ero stato già tante
volte. Durante la mia ultima visita,
tuttavia, avevo un paio di giorni a disposizione, ed ero ben intenzionato
a sfruttarli al massimo. Ero, infatti, convinto che ci fosse ancora qualche
scoperta interessante da fare. Perché, vi chiederete? Perché esistono delle
sottili linee rette - la più lunga è di 23 chilometri -che devono pur condurre
da qualche parte. Ho chiesto quindi al pilota di seguire una di queste linee
fino alle montagne: prima o poi doveva terminare. E così abbiamo fatto:
abbiamo scandagliato dall'aria ogni valle e ogni pendio e... all'improvviso
le abbiamo viste: figure geometriche di grandi dimensioni, che non si
trovano in nessun libro».
Von Dàniken stentava a credere ai propri occhi. «All'inizio ho pensato
che doveva trattarsi di qualche disegno moderno; forse ci trovavamo,
senza saperlo, nei pressi di una base militare. Ma mi sbagliavo. Sorvolando
la zona a un'altitudine maggiore, alcuni giorni dopo, mi sono reso conto
che alcuni dei nuovi disegni fanno, in realtà, parte di figure più grandi e
complesse. Ho invitato allora a cena tutti e dodici i piloti della compagnia
aerea della regione. Quando abbiamo osservato insieme le prime foto ho
chiesto loro se sapevano chi fosse l'autore dei disegni. La loro risposta,
sconcertante, è stata che "erano lì da sempre"».
Una volta rientrato in Svizzera von Dàniken ha spulciato nuovamente
tutta la letteratura specialistica sull'argomento, senza trovare alcuna
indicazione utile, meno che mai altre foto dei disegni appena scoperti.
«In genere si fa un gran parlare dei disegni degli animali, delle scimmie
stilizzate, del ragno e del colibrì», ricorda von Dàniken, scuotendo il capo.
«Non viene menzionata neanche una parola sui disegni - imponenti e di
grandi dimensioni - che si trovano fra le montagne. Si sente soltanto
ripetere che, ormai, il mistero di Nazca è stato risolto. Sciocchezze! Nazca
sfugge a qualsiasi classificazione della scienza tradizionale».
Non è un caso, infatti, che periodicamente la scienza "ufficiale" offra
nuove soluzioni per i disegni di Nazca. Peccato che tralasci di riflettere su
come gli Indios abbiano potuto eseguire queste figure, in scala, con una
precisione strabiliante. «Anziché ammettere semplicemente che non siamo
in grado di spiegare né il significato, né la finalità dei disegni, né tanto
meno la tecnica utilizzata per la loro realizzazione, i dubbi vengono
accantonati o rimossi. Gli studiosi non vogliono creare problemi
all'opinione pubblica. I problemi fanno scaturire altre domande che, a loro
volta, hanno bisogno di nuove risposte. Quindi è meglio tacere».

16
LE COLLINE
NEL CUORE DELLA GIUNGLA
DI PANTIACOLLA

Nel 1976 un'immagine satellitare, ripresa dalla NASA, ha messo in


fermento il mondo scientifico. L'immagine, registrata con il numero C-
S11-32W071-03, riprende la regione sud-orientale del Perù. Si
riconoscono 8-10 puntolini simmetrici, che si ergono sull'altopiano
inesplorato di Pantiacolla. Una volta ingranditi, questi puntolini si sono
rivelati essere ombre di altrettante formazioni rocciose: strutture
geologiche naturali oppure opera dell'uomo? Gli esperti non riuscivano a
esprimere un parere unanime. «In tutti questi anni non mi era mai capitato
di vedere niente del genere», ha affermato, nel 1977, A.T. Tizando,
dell'«Interamerican», dando voce al pensiero di molti altri studiosi. Il
complesso ha un'estensione pari a tre volte la città inca di Machu Pic-chu.
E gli oggetti hanno una dimensione paragonabile alla Grande Piramide di
Cheope. Il motivo per cui, fino a poco tempo fa, si era all'oscuro di queste
strane formazioni è semplice: il complesso si trova all'interno di una delle
zone impenetrabili della giungla peruviana, abitata dagli indigeni
Machiguenga, che hanno scarsissimi contatti con il mondo esterno.
Uno dei pochi che, a metà degli anni Settanta, era in contatto con i
Machiguenga era l'allora ventinovenne studente di medicina giapponese
Yoshiharo Sekino. Questi conosceva la regione come le proprie tasche e,
nel 1977, la sorvolò per documentare fotograficamente queste strutture.
Tornò con due rullini. Ma quale non fu la sua delusione nello scoprire -
una volta sviluppate le foto - che erano difettose!
Soltanto un'istantanea era relativamente chiara e, come ha riferito Don
Montague, editore del «South American Explorer» si riconoscevano
cinque strutture collinari, che si stagliavano contro il terreno circostante
grazie alla colorazione di un verde più brillante. Yoshiharo Sekino decise,
quindi, di ripetere la spedizione. Voleva assolutamente scoprire il segreto
delle formazioni misteriose nella giungla. Purtroppo, però, da allora
nessuno ha più avuto sue notizie.
Nel 1996 una spedizione americana ha fatto finalmente luce sul mistero
di Pantiacolla. Gregory Deyer-menjian, ricercatore ed esploratore, è partito
da Cuzco, alla volta della giungla impenetrabile, accompagnato
dalla sua squadra, composta da peruviani e da Machiguenga.
L'impresa è stata complicata da piogge torrenziali e da una miriade di
insetti, che hanno tormentato ininterrottamente gli uomini.
Dopo intere giornate di estenuanti marce, il gruppo ha raggiunto infine
la sua meta e, chiamando a raccolta le ultime energie, ha scalato una delle
grandi colline.
«Era formata da arenaria erosa», riferisce Deyermenjian nella sua
relazione. «Era evidente che non si trattava dell'opera dell'uomo».
La spedizione non ha trovato neppure tracce di una qualsivoglia civiltà
scomparsa. «Queste colline non sono poi tanto simili fra di loro, come
sembrerebbe dalle riprese satellitari», afferma Deyermenjian. «La
grandezza e l'altezza delle singole formazioni è notevole. Inoltre il clima è
spaventosamente umido e caldo e la regione pullula di insetti. Gli stessi
Machiguenga, abituati a vivere nella giungla, considerano questo luogo del
tutto inospitale».
L'impavido americano, però, non si arrende: ha intenzione di continuare
le sue ricerche nella giungla peruviana. Alcuni anni prima, infatti, si era
imbattuto nei resti di una strada incaica, ancora inesplorata e voleva
scoprire dove conduceva ed, eventualmente, fare luce sul mistero di
"Paitit", il leggendario rifugio degli Inca sfuggito, finora, a qualsiasi altra
ricerca.
17
GEROGLIFICI NELLA
FORESTA AMAZZONICA

La teoria è diventata da tempo un dogma: i primi uomini che hanno


vissuto in America provenivano dalla Mongolia; questi, alla fine
dell'ultima era glaciale, sarebbero giunti sul continente, grazie alla lingua
di terra che congiungeva Siberia e America e, dopo la fioritura nel Nord
America della cosiddetta cultura Clovis (circa 11.000 anni fa), iniziarono a
spingersi negli altipiani del Messico e del Perù, dove crearono le basi per
lo sviluppo delle civiltà i cui monumenti non smettono, ancora oggi, di
sorprenderci. A quei tempi nessun altro popolo abitava nella foresta
amazzonica.
Secondo Anna Roosevelt, antropologa dell'Università dell'Illinois
(Chicago), ciò non corrisponde al vero. Nel 1996, sulle pagine della rivista
«Science», ha rivelato una sorprendente scoperta che ha colmato di sdegno
il mondo scientifico americano, generando al contempo anche un'ondata di
emozione. Secondo la Roosevelt, infatti, oltre 11.000 anni fa, nella foresta
pluviale brasiliana, viveva una cultura finora sconosciuta. Non una
diramazione della civiltà Clovis, quindi, quanto piuttosto una sua
contemporanea.
Per anni la Roosevelt ha esaminato la Caverna de la Pedra Pintada -
lunga 100 metri, larga 80 e alta 30, -situata nei pressi di Monte Alegre, nel
cuore della foresta pluviale e vi ha fatto eseguire degli scavi archeologici.
«I miei risultati susciteranno un bel vespaio», afferma compiaciuta. «Fino
ad ora ha sempre prevalso la teoria che, nel periodo in oggetto, gli uomini
non avevano ancora colonizzato il Sud America».
La datazione delle punte di lancia e dei resti di cibo non lasciano adito a
dubbi: 11.200-10.000 anni fa un gruppo di cacciatori-raccoglitori, che si
cibava di frutta, pesci e animali della giungla, ha abitato nella Caverna de
la Pedra Pintada ed è riuscito a rendere confortevole l'interno della grotta.
Inoltre ci ha lasciato numerosi graffiti davvero straordinari, che ricoprono,
a migliaia, le pareti. Vi sono ritratti corpi di animali, esseri umani,
raffigurazioni geometriche e astronomiche, ma anche disegni alquanto
strani.
Già nel 1958 Marcel Homet, etnologo ed esploratore francese, aveva
visitato la Petra Pintada. Nel suo libro I Figli del Sole scriveva: «Ci sono
volute intere giornate di lavoro per copiare, fotografare ed esaminare
soltanto i disegni più importanti, a tema artistico o religioso, presenti in
questo straordinario luogo di culto. Pur essendo stato scoperto da diverse
spedizioni precedenti, non è tuttavia riuscito ad attrarre l'attenzione del
mondo scientifico. Fino ad ora, infatti, tutti coloro che lo hanno visto non
sono riusciti a distaccarsi dall'idea che le numerose iscrizioni e i graffiti,
ritrovati in Sud America, altro non sono, se non un passatempo di sacerdoti
o navigatori intenti a risalire il fiume.
Come è potuta sfuggire, fino ad ora, l'enorme importanza archeologica
di questi monumenti in pietra?».
La rabbia di Homet è ben comprensibile: per decenni - nella prima metà
del 1900 - il professore ha girato il mondo in lungo e in largo. Sovente
deriso dai propri colleghi, ha raccolto invece notevoli indizi che provano
che - a dispetto dell'opinione corrente - nella giungla brasiliana ha vissuto
una civiltà avanzata, a noi sconosciuta. E a sostegno di questa tesi ho
raccolto alcune storie interessanti.
La prima è quella di Melchior Diaz Moréia, proprietario terriero del
Salvador, che nel 1595 si era messo sulle tracce di una spedizione di ben
1.400 uomini, misteriosamente scomparsa alcuni anni prima, all'interno del
paese. Moréia tornò portando con sé oro, argento e pietre preziose: era
diventato immensamente ricco. Correva voce che nella foresta vergine
avesse scoperto una città in pietra.
La seconda riguarda il documento, stilato nel 1753, attualmente
archiviato con il numero 512 nella Biblioteca Nazionale di Rio de Janeiro.
Racconta di un drappello di ricognitori - armato fino ai denti - che verso il
1750 si era spinto nella foresta brasiliana alle spalle di Salvador de Bahia. I
partecipanti descrissero con dovizia di particolari la loro scoperta, del tutto
casuale, di una città abbandonata nel cuore della foresta, ricca di statue,
obelischi e di iscrizioni misteriose.
La terza e ultima storia è di certo la più inquietante. Riguarda la
scomparsa misteriosa del colonnello Percy Harrison Fawcett, famoso
esploratore e profondo conoscitore dell'Amazzonia (1867-1925). Ben
deciso a fare luce sul passato delle popolazioni di quella regione, nel
marzo 1925 organizzò una spedizione insieme al figlio Jack, di 21 anni, e
al suo amico Raleigh Rimell. La sua meta era l'Amazzonia, più
precisamente le miniere di diamanti a Bahia. I tre uomini non tornarono
mai: alla fine del maggio di quell'anno le loro tracce si persero per sempre
nei pressi del fiume Xingu. Prima della sua misteriosa scomparsa Fawcett
aveva riferito di aver scoperto una "torre nella foresta", "cupole in pietra" e
"iscrizioni con pittogrammi simili ai geroglifici". Era sulle tracce di
quale segreto? Sapeva più di quanto non avrebbe dovuto? Fu catturato o
ucciso dagli indigeni?
Numerose spedizioni di soccorso si misero in viaggio nella vana
speranza di ritrovarlo. Alcune tornarono indietro a mani vuote, altre non
tornarono affatto. Ed ecco il sorprendente rapporto di Stefan Rattin, uno
svizzero che, nel 1932, nella foresta amazzonica, su invito del capotribù,
aveva preso parte a un banchetto notturno. In quella circostanza si verificò
un evento inquietante.
«Al calar del sole apparve all'improvviso un uomo anziano, vestito di
pelli, con una lunga barba bianco-giallastra. Riconobbi immediatamente le
fattezze di un bianco. Il capotribù gli gettò uno sguardo truce e ordinò
qualcosa agli altri. Quattro o cinque indigeni allontanarono l'uomo di
qualche metro e gli si;-sedettero accanto. Sembrava triste e non riusciva a
staccarmi gli occhi di dosso. Abbiamo bevuto per tutta la notte e all'alba,
mentre quasi tutti gli indigeni e il capotribù dormivano ancora, il vecchio
mi si è avvicinato e, rivolgendomi la parola in inglese mi ha chiesto se ero
cittadino britannico. Gli ho risposto che ero svizzero. «Lei è un amico?»
mi ha chiesto subito dopo. Gli ho risposto di sì e lui ha proseguito: «Sono
un colonnello inglese. Vada al consolato britannico e avvisi il maggiore
Paget che sono trattenuto qui contro la mia volontà». Gli promisi di fare
quanto mi aveva richiesto e mi strinse la mano dicendo: «You are a
gentleman».
Pur se, negli anni, seguenti venne ritrovata nella foresta parte
dell'equipaggiamento di Fawcett, i contemporanei di Rattin rifiutarono
ostinatamente di credere alla sua storia.
Sulla scomparsa del colonnello inglese è possibile fare soltanto
congetture, anche perché una recente spedizione, organizzata nel 1996,
armata di videocamera e di radiotrasmittente, non è riuscita nel suo
intento. La spedizione, capeggiata da James Thurston Lynch, si è
addentrata nel parco nazionale di Xingu, territorio abitato dagli indigeni
Kalapalos, che non si sono mostrati affatto ospitali o amichevoli: dopo
aver teso un'imboscata hanno sequestrato tutta l'attrezzatura e, grazie alla
forza di persuasione delle armi, hanno costretto la spedizione a tornare da
dove era venuta. Anche se questo viaggio non ha portato prove concrete
dell'esistenza di una cultura preistorica in Brasile, Lynch è comunque
ottimista e spera di tornare nella foresta per coronare il sogno di riuscire,
infine, a scoprire le vestigia di una misteriosa città.

18
CINA: I TESORI DIMENTICATI

Le costruzioni piramidali non esistono soltanto in Sud America o in


Egitto. Si possono trovare praticamente in ogni angolo del pianeta: anche
in Cina. La maggior parte di queste formazioni piramidali non è stata
ancora esaminata, meno che mai documentata in maniera scientifica. Altre
ancora sembrano essere state dimenticate nel corso del tempo. Soltanto
adesso, che il paese inizia ad avere una politica più aperta, cominciano a
filtrare le prime informazioni. Negli anni Novanta il ricercatore Hartwig
Hausdorf è riuscito a documentare fotograficamente numerosi monumenti
funerari, fra cui la cosiddetta "piramide bianca" della quale esisteva
un'unica foto in bianco e nero, scattata nel lontano 1947 e della quale non
si conoscono né l'esatta ubicazione, né le dimensioni. Anzi, a dire il vero,
non si sa neppure bene se sia ancora in piedi.
È documentata in maniera senz'altro migliore - anche se circondata dal
più stretto riserbo - la tomba di Qin Shi Huang (259-210 a.C), primo
imperatore della Cina. La costruzione, in origine alta 166 metri, si trova a
est della città di Xian, nella provincia Shanxi; ha un perimetro di 1.250
metri ed è senz'altro uno dei monumenti funerari più grandi al mondo.
Probabilmente alla sua costruzione hanno lavorato, per interi decenni,
circa 800.000 operai.

A circa un chilometro di distanza dalla tomba, è stato posto a protezione


dell'imperatore un esercito di guerrieri in terracotta, rimasto sepolto nel
terreno per millenni. Gli archeologi che, a metà degli anni Settanta, hanno
riportato alla luce le statue di soldati, cavalli e carri da guerra, tutti a
grandezza naturale, hanno affermato che si tratta della scoperta
archeologica del secolo. Si calcola che le statue siano circa 7.000 e, finora,
ne è stata riportata alla luce soltanto una piccola parte.
Tutto l'intero sito aspetta ancora di essere sottoposto a scavi sistematici e
completi. Dalle perforazioni e dagli scavi preliminari si calcola che il
palazzo abbia una superficie di ben 56 chilometri quadrati. Il sepolcreto
vero e proprio misura due chilometri quadrati. Gli esperti ritengono che
contenga tesori di valore inestimabile. Le loro ipotesi vengono alimentate
dalle affermazioni dello storico cinese Sima Qian, vissuto intorno al 145-
86 a.C, che descrive così il corredo funerario: «All'interno del sepolcreto si
trovano modelli di palazzi, di torri e centinaia di uffici amministrativi,
nonché recipienti di squisita fattura, pietre preziose e meravigliose rarità.
Gli operai hanno avuto l'ordine di installare delle balestre, puntate contro
eventuali curiosi, le cui frecce partono automaticamente se qualcuno osa
violare il luogo. Sono stati riprodotti con mercurio anche i grandi corsi
d'acqua della regione, lo Yangzi e il fiume Giallo, e persino l'oceano. Un
dispositivo meccanico tiene il metallo in costante movimento. In alto sono
state raffigurate le costellazioni del firmamento e in basso è stata
riprodotta la morfologia della Terra. Delle lampade sono state riempite con
grasso animale, per far sì che potessero ardere in eterno».

La ragione per cui la camera sepolcrale non è stata ancora aperta, esiste
e, purtroppo, è grave: il governo cinese non ha il denaro, né la competenza
archeologica per poter conservare in maniera adeguata i tesori che
presumibilmente si trovano sottoterra. Le esalazioni di mercurio, che
potrebbero sprigionarsi dal terreno, richiedono, inoltre, sofisticate misure
di sicurezza. Yan Zhongyi, lo scienziato cinese, che si è occupato a fondo
del complesso, spera, comunque, nel futuro: «Un giorno, quando la scienza
e la tecnologia saranno più avanzate, saremo finalmente in condizione di
affrontare e risolvere il mistero della tomba».
Possiamo soltanto immaginare quali reperti spettacolari potrebbero
allora essere riportati in superficie. Già il contenuto di una tomba,
relativamente più semplice, ritrovata nella provincia di Hunan, ha lasciato
increduli gli archeologi. La tomba, riportata alla luce fra il 1972 e il 1974
nel distretto orientale di Changsha, risale a 2.000 anni fa ed è stata fatta
erigere dalla dinastia Han. Fra gli altri reperti è stata ritrovata anche una
mummia, di sesso femminile, perfettamente conservata che - deposta in
una serie complicata di sarcofagi inseriti l'uno dentro l'altro - era immersa
in circa 80 litri di una soluzione giallastra.
Stando a un articolo del «Bulletin des Institutum Ca-narium», (austriaco)
(I.C. Nachrichten, N.10, 1972), questo liquido avrebbe conservato in
maniera perfetta il cadavere, tanto che il tessuto ha reagito a delle iniezioni
come se la morte risalisse ad appena pochi giorni prima.
Poco dopo la scoperta Gerd Kaminski, segretario generale
dell'«Osterrechisches Chinaforschungsinstitut», è riuscito a riprendere in
video la mummia e a portare il filmato a Vienna per presentare questo
straordinario ritrovamento a tutto il mondo occidentale.
Nel 1994 alcuni studiosi, fra cui Peter Krassa e Hartwig Hausdorf,
esperto in storia cinese, si sono recati a Changsha per avere il privilegio di
esaminare da vicino questa mummia, della veneranda età di 2.000 anni.
«Chiunque abbia sottoposto il corpo alla mummificazione era certamente
un esperto. Durante l'autopsia, eseguita nella facoltà di medicina di
Changsha, si è evidenziato che la struttura cellulare e gli organi interni
erano ancora in ottime condizioni. Il colorito giallognolo non era dovuto a
una decolorazione dei tessuti e i muscoli erano perfettamente elastici.
Secondo i medici, il fatto che questa mummia abbia superato indenne la
prova dei secoli, è una sorta di miracolo. Inoltre non si conoscono altri casi
nei quali sia stata utilizzata questa tecnica di conservazione.
La mummia è attualmente esposta al pianterreno del Museo della Storia
di Hunan. «Sulle pareti della sala sono state affisse le foto dell'autopsia
eseguita sul cadavere», racconta Hausdorf. «Le ricerche condotte sul corpo
sono state descritte in parole ed immagini. E viene messo bene in evidenza
anche che la mummia è stata ritrovata immersa in un liquido giallo, la cui
composizione rimane ancora misteriosa».
Nella tomba di Changsha è stata fatta un'altra scoperta che ci lascia
sorpresi: si tratta della carta geografica più antica al mondo. Purtroppo, a
tutt'oggi, la sua esistenza in Occidente è quasi del tutto sconosciuta.
Questo splendido capolavoro è un quadrato i cui lati sono lunghi ciascuno
96 centimetri; sulla superficie sono riportate le regioni delle province
limitrofe di Guanxi, Guangdong e Hunan. «La mappa ritrae la zona che
comprende il distretto di Daoxian, nella provincia di Hunan, la valle del
fiume Xiao, fino alla periferia della città di Nanhai, nella provincia di
Guangdong. La cartina, che ha una scala 1:180000 ha un elevato grado di
accuratezza, tanto da ricordarci le più familiari immagini satellitari.
Per salvare dalla distruzione il patrimonio archeologico cinese, gli
scienziati dell'università della Ruhr di Bochum hanno iniziato a
cartografare alcuni monumenti, già caduti nell'oblio. Con l'aiuto di
centinaia di foto, scattate da piloti giapponesi e americani negli anni
Trenta, Quaranta e Cinquanta, sono riusciti a localizzare, fra l'altro, a est
della città di Pingling, un monumento pira-midale avente un perimetro di
180 metri, che dovrebbe risalire alla dinastia Han. (206 a.C. - 220 d.C).
Volker Pingel e Baoquan Song, che dirigono le ricerche, affermano:
«Durante una ricognizione a terra, siamo riusciti a determinare che i
contadini del posto prelevano terra dal versante meridionale e orientale
della grande tomba, tanto che ne è stato asportato già un quinto. Nei campi
che circondano il sito le riprese aeree evidenziano la presenza di piramidi
di terra di dimensioni minori, che oggi non esistono già più. Ma anche in
altre zone il degrado è decisamente maggiore di quanto si temesse: ad
esempio, non esiste più traccia delle mura della città di Yixing, eretta dalla
dinastia Ming (1368-1644 d.C), chiaramente visibili nelle foto».
Nei National Archives and Record Administration di Washington sono
conservate oltre 30.000 riprese aree della Cina. Il materiale fotografico
viene gradatamente raccolto, archiviato ed esaminato. Pingel e Song:
«Potremmo cercare di raggiungere un accordo con le autorità cinesi, in
modo tale che gli ulteriori lavori di valutazione archeologica delle foto
aeree possano avvenire in stretta collaborazione con le autorità
competenti».

19
LAOS E L'ENIGMA
DEI VASI DI PIETRA

A 200 chilometri da Vientiane, capitale del Laos, sull'altopiano di Xieng


Khoang si trova la cosiddetta "pianura dei vasi di pietra". Sul terreno sono
disseminati, a centinaia, vasi che risalgono alla tarda età della pietra simili,
per forma a quelli da fiori. Anche se Xieng Khoang è un vero e proprio
paradiso archeologico, a tutt'oggi sono state condotte pochissime ricerche.
Ed è strano, perché i reperti che vi si trovano pongono diverse domande,
alle quali nessuno è riuscito ancora a fornire una risposta esauriente.
Andreas Reinecke, ricercatore del «Deutsches Archaologisches Institut»
di Bonn, è da tempo impegnato a studiare il mistero dei vasi che, a suo
avviso, non sono affatto di terracotta, come alcuni ritengono, bensì di
arenaria.
Anche se sono già state avanzate alcune ipotesi, rimane ancora avvolta
nel mistero quale sia stata l'origine e la funzione di questi vasi, dalle
dimensioni eccezionali. Al momento si attribuisce ai reperti un'età di circa
2.000 anni, valutazione alquanto prudente, se si tengono in considerazione
i megaliti ritrovati nei dintorni.
Alla fine del luglio 1995, in occasione di un'intervista telefonica a
Reinecke, ho espresso i miei dubbi sulla datazione e ho avanzato l'ipotesi
che le sculture in pietra possano essere molto, molto più antiche. Lo
scienziato, a quel punto, ha dovuto ammettere che l'esatta datazione
rappresenta ancora un grosso enigma, in quanto, pur esistendo alcuni indizi
concreti, essa si basa ancora su semplici supposizioni.
Rimangono senza risposta numerose altre domande; Reinecke infatti
sostiene che per la produzione e il trasporto dei singoli recipienti in pietra,
alcuni dei quali pesano ben oltre una decina di tonnellate, era necessaria
un'organizzazione e un dispendio di energie, paragonabile a quello dei
costruttori delle tombe megalitiche dell'Europa centro-settentrionale.
Grazie all'aiuto di enti e organizzazioni straniere gli scavi archeologici, che
verranno condotti nei prossimi anni su vaste aree, porteranno certamente
alla soluzione dell'enigma, anche se non sarà semplice riuscire a
determinare in quale modo questi enormi recipienti sono giunti sul posto.
Per decenni l'archeologa francese Madeleine Colani ha cercato di trovare
una risposta. E la sua relazione del 1935, estremamente dettagliata, è, a
tutt'oggi, l'unica mai prodotta su questo sito.
L'archeologa, nel corso delle ricerche, ha scoperto, con sua grande
sorpresa, che questi enormi contenitori sono stati trasportati da luoghi
lontani - spesso superando notevoli differenze di quota. Nella sua
relazione, oltre, ai dubbi espressi dalla studiosa, troviamo anche numerosi
schizzi di utensili primitivi, grazie ai quali sarebbe stato possibile
effettuare il trasporto: ottimi spunti di riflessione e valide ipotesi;
purtroppo, però, al momento nessuna certezza concreta.

20
UNA STANZA SEGRETA
NELLA PIRAMIDE DI CHEOPE?

La piramide di Cheope, in Egitto, è stata realmente edificata nel 2.500


a.C? E questa costruzione monumentale nasconde, forse, da qualche parte
una stanza segreta, che aspetta ancora di essere scoperta? Da anni va
insinuandosi sempre più il sospetto che non sia stato esplorato tutto il
complesso, come invece, ci assicurano gli egittologi.
Le ricerche dell'American Research Center in Egitto, della Southern
Methodist University e della Eidgenòs-sische Technische Hochschule
(EHT) di Zurigo sollevano e giustificano alcuni dubbi sull'attuale
datazione. A metà degli anni Ottanta, con un lavoro certosino, le tre
istituzioni hanno eseguito test di datazione sul materiale organico
prelevato dalla zona circostante la piramide di Cheope.
Sei esperti di calibro mondiale sono stati incaricati della ricerca: Mark
Lehner e Robert Wenke, responsabili della scelta e del prelievo del
materiale; Willy Wòlfli e Georg Bonani, responsabili dell'analisi al
carbonio 14; Herbert Haas e James Devine che hanno condotto le analisi
sui pezzi di dimensioni maggiori. I campioni sono stati prelevati nel
febbraio 1984 e, dopo un complesso lavoro di selezionamento, ne sono
stati preparati 76 pei la radiodatazione. Una parte di questi campioni era
stata prelevata dalla piramide, mentre gli altri erano stati asportati da
alcuni edifìci che si trovano nelle immediate vicinanze.
L'esito della ricerca è stato sorprendente: rispetto alla datazione ufficiale
esiste un gap di almeno 400 anni, il che significa che quasi tutti i
monumenti esaminati - inclusa la piramide di Cheope - sono senz'ombra di
dubbio più antichi. Questi risultati, pubblicati nel 1987, sono stati
clamorosamente ignorati e a tutt'oggi non se né trova alcuna traccia nei
testi di egittologia.
Nel frattempo, come mi ha confermato Georg Bonanni in persona, nel
corso di un'intervista telefonica, i ricercatori sono alle prese con un
secondo studio che mira a verificare i loro risultati: «Poiché durante la
prima ricerca ci siamo concentrati prevalentemente su carbone di legna,
questa volta abbiamo deciso di occuparci di materiale più deperibile, come
paglia oppure fili d'erba. Purtroppo, però, contro ogni nostra aspettativa,
nella malta della piramide non ne abbiamo trovati, ragion per cui
dobbiamo ricominciare tutto daccapo».
Tuttavia, i sia pur esigui risultati della seconda ricerca, sembrano
confermare in pieno quelli della prima. I risultati saranno pubblicati
prossimamente, anche se Bonani non si fa illusioni di sorta: l'egittologia
convenzionale non ne terrà assolutamente conto: «Tutti i dati che non si
inseriscono nel quadro convenzionale, verranno semplicemente ignorati».

Anche l'ingegner Rudolf Gantenbrink si è scontrato contro questa


mentalità chiusa e conservatrice. Nel 1993, con il suo mini-robot
radiocomandato, ha esplorato un pozzo di aerazione particolarmente
angusto, che si dipartiva dalla Camera della Regina. Alla fine del pozzo ha
individuato un blocco di pietra con due maniglie in rame. Una sottile
fenditura sotto questa "porticina" induce a pensare che alle sue spalle si
celi un ambiente finora sconosciuto e inesplorato.
Nonostante la scoperta sensazionale di Gantenbrink, le autorità
competenti hanno revocato qualsiasi permesso di compiere ulteriori
ricerche nel corridoio. Ho già citato nel mio libro Errori della Scienza le
ragioni a monte di questa scelta. In questi giorni mi è giunta nota che,
probabilmente, le autorità egizie concederanno l'autorizzazione per
proseguire le ricerche - al riparo, però, dagli occhi indiscreti dell'opinione
pubblica e dei media. E questo è già un risultato notevole. Infatti
nelVHitat, un'antica cronaca araba, che ha "appena" 600 anni, si parla di
tesori misteriosi che un certo Saurid avrebbe nascosto all'interno delle
piramidi egizie "prima del diluvio".
L'autore di questa cronaca, Al Makrizi, ha raccolto tutte le informazioni
e tutte le notizie che è riuscito a trovare nelle biblioteche dell'epoca.
Scrive: «Saurid fece costruire nella piramide occidentale trenta camere del
tesoro fatte con granito colorato. Queste stanze furono riempite di tesori,
strumenti e statue fatte di costose pietre preziose, di strumenti di ferro di
eccellente qualità, come armi che non arrugginiscono, di vetro che si
ripiega su se stesso senza infrangersi, di strani talismani, di diversi tipi di
farmaci semplici e compositi e di veleni mortali. Nella piramide orientale
fece rappresentare le diverse volte celesti e i pianeti, così come fece
preparare rappresentazioni di quello che i suoi antenati avevano realizzato;
a questo aggiunse l'incenso, che si offriva alle stelle, e libri scritti a tal
proposito. Si trova rappresentata lì anche la stella fissa e quello che si
verifica di tempo in tempo nei suoi periodi... gli eventi del passato, la
previsione di avvenimenti futuri e i nomi di tutti i regnanti dell'Egitto, fino
alla fine dei tempi.

Inoltre ha dato ordine di conservare anche dei recipienti nei quali si


trovano pozioni medicamentose e simili».
Con tutta probabilità le stanze di Saurid sono state scoperte già da
tempo. Questa, almeno, era l'opinione dell'archeologo John Ora Kinnaman
(1877-1961), il quale, durante una conferenza di massoni, tenuta nel 1955
in California, affermò di essersi casualmente imbattuto - in compagnia
dell'egittologo sir William Flin-ders Petrie - in un ingresso segreto situato
nella piramide di Cheope.
Stando alle sue parole l'apertura - a tutt'oggi sconosciuta - si trova sul
lato sud della piramide. Nelle stanze i due studiosi avrebbero rinvenuto
annotazioni antichissime della misteriosa civiltà di Atlantide, stando alle
quali, la piramide sarebbe stata costruita ben oltre 45.000 anni fa.
Avrebbero, inoltre, scoperto anche degli strumenti "antigravitazionali".
Alla domanda sul motivo per cui avrebbero scelto di non divulgare
questa scoperta sensazionale, l'archeologo ha risposto che sia lui, sia Petrie
erano convinti che l'umanità non fosse ancora pronta per ricevere queste
informazioni. «Entrambi abbiamo giurato di non rendere pubblica la
scoperta finché eravamo in vita».
I dubbi, però, in questo caso sono legittimi: il racconto di Kinnaman
sembra alquanto fantasioso. Come avrebbero fatto i due a decifrare così
velocemente testi di 45.000 anni fa, redatti di certo in una lingua che non
era l'egizio? E, soprattutto, in base a quale indizio - loro che non avevano
alcuna competenza tecnica - avevano compreso di trovarsi davanti a
strumenti "antigravitazionali"? Si tratterebbe, allora, di pura
immaginazione? Oppure di un delirio scientifico? Certo, potrebbe essere
così, però è giusto ricordare che il nome stesso di Kinnaman era una
garanzia di competenza e serietà; inoltre vantava un curriculum di tutto
rispetto: era il vicepresidente della Society of the Study of Apocrypha e del
Victoria Institute of Great Britain, membro dell'Internatio-nal Society of
Archaeologists, nonché redattore di ben cinque riviste specialistiche e
caporedattore del famoso «American Antiquarian» e dell'«Oriental
Journal».
Poco prima della sua morte Kinnaman fondò una organizzazione che
porta il suo nome. La Kinnaman Foundation for Biblical and
Archaeological Research oggi è diretta da Albert J. McDonald, mentre
Stephen Mehler è direttore della ricerca. Dal 1994 Mehler è impegnato a
studiare tutti i documenti dell'eredità di Kinnaman, fra i quali si trova
anche una descrizione, incisa su audiocassetta, del discorso introduttivo
tenuto alla famosa conferenza. Questa scoperta ha indotto Mehler a cercare
di rintracciare tutti gli scienziati che, all'epoca, avevano avuto contatti con
Kinnaman.
«Strano a dirsi, ma nei documenti di Petrie non viene mai citato
Kinnaman» afferma Mehler. «Esistono, al contrario, alcuni collegamenti
indiretti, che fanno supporre che i due appartenessero alla stessa loggia
massonica. Inoltre, negli stessi anni, erano membri delle stesse istituzioni e
associazioni».
Probabilmente fra non molto verremo a sapere quanta verità si cela
dietro le dichiarazioni di Kinnaman. Nell'ottobre del 1997, infatti, Mehler
ha informato l'editore della rivista americana «Atlantis Rising» di aver
trovato, fra le carte dell'archeologo, un breve appunto - scritto da
Kinnaman, presumibilmente cinque mesi prima di morire - nel quale
descrive in maniera esauriente la localizzazione dell'ingresso sud. La
Kinnaman Foundation vuole ora reperire i fondi necessari per organizzare
una spedizione in loco. Non ci resta altro da fare se non aspettare i risultati
con il fiato sospeso.

PARTE QUARTA
REPERTI BIZZARRI

«Se durante la preistoria è esistita una tecnologia altamente avanzata - si


chiede l'archeologo - perché mai non se ne trova traccia?». Certo che se ne
trovano le tracce. E probabilmente se ne troverebbero ancora di più, se la
mente umana fosse pronta a cercarle.
Louis Pauwels e Jacques Bergier
Quanto più scopriamo sui nostri antenati, tanto più aumentano stupore
e rispetto per le loro cognizioni. Se questi ritrovamenti (la cui
interpretazione, al momento, è ancora in una fase embrionale) dovessero
trovare conferma nei prossimi decenni, ci si schiuderebbero le porte di un
periodo eccitante e stimolante. Alcuni reperti e alcune raffigurazioni ci
danno la certezza - quasi assoluta - che il nostro passato sia stato molto
più ricco e fantastico di quanto ritenuto possibile a tutt'oggi. Più sono
antichi questi reperti, infatti, più è difficile trovare spiegazioni per la loro
incontestabile presenza.
Tanto per fare un esempio, come è andata a finire "una candela
d'accensione" in una pietra vecchia di 500.000 anni? Come si spiegano le
impronte di perforazioni perfette in blocchi di pietra che risalgono
all'Egitto dei faraoni?
Laddove la scienza convenzionale non riesce a trovare spiegazioni,
bisogna prendere in considerazione ipotesi alternative. Quando gli
specialisti non riescono più a trovare una risposta, quelle stesse domande
vengono girate a studiosi "eretici". Ha forse ragione Erich von Ddniken,
autore indubbiamente discusso, quando sostiene che il nostro pianeta, in
un'epoca remota, è stato visitato da una civiltà, proveniente dal cosmo,
che possedeva grandi conoscenze tecnologiche? E cosa c'è di vero nella
storia della misteriosa civiltà di Atlantide di cui ci parla Platone?
A mio avviso, a partire da ora, gli archeologi dovrebbero prendere in
considerazione anche teorie che si discostano da quelle convenzionali e,
soprattutto, esaminarle con mente scevra da pregiudizi. Sono certo che le
sorprese non mancheranno.

21
SPIRALI DAL COSMO

I geologi russi che, nel 1992 compivano delle ricognizioni nelle


montagne degli Urali alla ricerca di oro, rimasero a bocca aperta quando,
nei loro setacci, rinvennero alcuni oggetti che non avevano mai visto
prima. I piccoli reperti furono ben presto al centro dell'attenzione di tutto il
gruppo di tecnici, e quale fu la loro sorpresa nell'apprendere che se ne
trovavano a centinaia, tutti uguali, sulle sponde dei fiumi Narada, Kozim e
Balbanju.
La maggior parte di questi oggetti, a forma di spirale, è talmente
minuscola, che quasi non si riesce a distinguere a occhio nudo. Alcune di
queste spirali misurerebbero addirittura 0,03 millimetri e sono
prevalentemente in rame; in alcuni casi sono stati usati metalli più rari,
come tungsteno o molibdeno.
«Cosa c'è di strano?», si chiederà il lettore. L'elemento assolutamente
insolito sta nel fatto che questi reperti, che chiaramente non sono
formazioni naturali, provengono da strati geologici molto antichi, nei
quali, in teoria, non potrebbero trovarsi. Avrebbero infatti un'età compresa
fra i 20.000 e i 318.000 anni. Queste spirali sono state ritrovate persino
negli strati lavici, il che significa che potrebbero avere ben oltre un milione
di anni. Nessuna meraviglia, quindi, che, nel frattempo, anche gli
scienziati dell'Accademia Russa delle Scienze a Mosca abbiano iniziato a
occuparsi di questi misteriosi oggetti.
Nel 1995 Valéry Uvarov, giornalista e ricercatore russo, ha organizzato
una spedizione nei Monti Urali. In quell'occasione - come mi ha poi fatto
sapere - è riuscito a riportare alla luce insieme alla geologa Elena Mat-
veeva, altre di queste spirali in tungsteno, affiorate da uno strato
sedimentario del fiume Balbanju, vecchio di 100.000 anni. Nell'Istituto
Centrale per la Ricerca Scientifica Geologica e lo Studio di Metalli Nobili
e non Ferrosi, di Mosca, la Matveeva ha sottoposto il materiale a numerose
analisi, avvalendosi del microscopio elettronico. La sua perizia reca la data
del 29 novembre 1996.

«Il limo nel quale erano inglobate le spirali, si caratterizza come


deposito di detriti di ghiaia e di ciottolami arrotondati del terzo piano,
creati dall'erosione dei sedimenti di strati poligenetici e di accumulazione.
La datazione di questi depositi si può far ^risalire a 100.000 anni fa. I
depositi corrispondono al piano Mikulinskia-no del pleistocene superiore.
[...] Le nuove formazioni cristalline, presenti sulla superficie di questi
aggregati filiformi in tungsteno puro, mostrano le caratteristiche insolite
dei depositi alluvionali del pleistocene superiore. L'età di questi sedimenti
e le condizioni in cui sono state eseguite le analisi fanno escludere quasi
del tutto l'ipotesi che la formazione dei cristalli di tungsteno sia da mettere
in relazione con il lancio dei razzi della vicina stazione spaziale di
Plisezk».
Possiamo quindi affermare che la datazione stessa dei pezzi esclude
l'eventualità che si tratti di rifiuti prodotti dalla moderna attività spaziale.
Ecco le conclusioni sensazionali cui è giunta la Matveeva: «I dati sin qui
ottenuti fanno sorgere il dubbio che si tratti di oggetti di origine
extraterrestre».
È istintivo e lecito, a questo punto, domandarsi quanto sono affidabili le
affermazioni della scienziata russa. Valéry Uvarov ci conferma che la
Matveeva è un'ottima geologa, che gode di una notevole fama e, aspetto
ancora più importante, che ha un atteggiamento aperto e scevro da
pregiudizi e che non ha alcun timore nelPesprimere le proprie opinioni.

22
UN MARTELLO METTE
IN CRISI GLI SCIENZIATI

Giugno 1934, Londra (Texas, Kimball Country). La trentaduenne Emma


Hahn è in gita con la propria famiglia, diretta alla funivia di Llano. Ad
alcuni chilometri dal punto di partenza, nei pressi di una cascata il
gruppetto si imbatte in un masso erratico, che troneggia su una roccia più
grande. Dal masso erratico spunta un pezzo di legno. La famiglia si ferma
stupefatta e incuriosita.
In preda all'eccitazione il gruppetto inizia a liberare il legno. Fra la
sorpresa generale scopre che si tratta del manico di un martello. Com'è
possibile, si chiedono... quella roccia doveva avere alcuni milioni di anni e
il martello era stato incluso nella roccia in un'era nella quale - secondo le
attuali conoscenze - sul pianeta Terra non aveva ancora fatto la sua
comparsa l'uomo!
Questo singolare martello è esposto oggi nel Creation Evidence Museum
a Glen Rose, nel Texas. La sua testa è lunga circa 15 centimetri e ha un
diametro di tre. Il manico in legno è parzialmente carbonizzato all'interno,
mentre l'esterno risulta fossilizzato, come se fosse stato esposto prima a un
fuoco intenso e successivamente immerso a lungo nell'acqua. Stando alle
informazioni forniteci da Cari Baugh, direttore del museo, il reperto è stato
ritrovato inglobato in una formazione di arenaria cha ha un'età compresa
fra i 140 e i 65 milioni di anni, che risale, quindi, al cretaceo. Un'analisi
della testa in metallo, eseguita nel 1989 al Battelle-Institut a Columbus
(Ohio), ne ha rivelato la composizione: 96% di ferro, 2,6% di cloro e
0,74% di zolfo. Il metallo, quindi, sarebbe straordinariamente puro, non
presenta alcuna bolla d'aria ed è di una qualità che oggi siamo in grado di
ottenere soltanto grazie a sofisticati sistemi produttivi.

Il martello di Glen Rose, secondo i creazionisti americani, è la prova


inconfutabile del fatto che la teoria evolutiva di Darwin è errata. Al
contrario degli evoluzionisti, essi credono fermamente nella creazione
divina. A tutt'oggi il libro più esauriente sull'argomento è L'Errore di
Darwin, di Hans-Joachim Zillmer (Edizioni Piemme).
Dave E. Matson è un convinto evoluzionista e, in una pubblicazione del
1994, descrive in maniera dettagliata alcuni reperti insoliti, fra cui il
martello di Glen Rose, contestando le opinioni dei creazionisti. A suo
avviso il martello è stato fabbricato, con tutta probabilità, nel XIX secolo e
la formazione rocciosa, nella quale era incluso, sarebbe ordoviciana, e
quindi, avrebbe "appena" 435-500 milioni di anni. Questa tesi è in netto
contrasto con l'ipotesi di Baugh, secondo il quale il martello era incluso in
una formazione arenaria del cretaceo.
Per Matson la concrezione di minerale sarebbe "ovviamente autentica",
pur se non nella forma originaria (il minerale sarebbe ordoviciano, ma la
cristallizzazione attorno al martello sarebbe successiva). Infatti,
analogamente alle stalattiti, che inglobano oggetti durante la loro
formazione, anche i minerali disciolti possono cristallizzarsi attorno a un
oggetto che si trova in una fenditura oppure sul terreno, a patto che non
venga disturbato da agenti esterni. Presupposto indispensabile è il fatto che
la roccia che lo circonda (in questo caso ordoviciana) sia chimicamente
solubile. La velocità con la quale si formano le concrezioni e altre rocce,
dipende dalla formazione di nitratina (un terreno calcareo).
La concrezione rocciosa, quindi, secondo Matson, si sarebbe formata in
breve tempo, poiché i minerali presenti nelle rocce circostanti sarebbero
stati disciolti dall'acqua corrente, cristallizzandosi nuovamente attorno al
martello.
Matson basa questa sua interpretazione su informazioni raccolte in
pubblicazioni specialistiche. Ma è proprio questo aspetto, secondo quanto
afferma il geologo Johannes Fiebag, a rendere piuttosto ambigue e
vacillanti le sue interpretazioni: «Purtroppo Matson tralascia di citare il
tipo di roccia che ingloba il martello: se calcare, arenaria o scisto silicioso.
Altro quesito: si tratta di roccia ordoviciana, come sostiene Matson, oppure
si tratta di arenaria del cretaceo, come, invece, sostiene Baugh? Non ci è
dato neppure sapere quali materiali compongono il rivestimento stesso. A
mio giudizio questo dettaglio è indispensabile per capire se si tratta
soltanto di una concrezione».
Anche Fiebag contesta le esternazioni di Cari Baugh in merito alle
caratteristiche del martello: «Fino a quando non sarà eseguita una perizia,
qualsiasi affermazione sul reperto stesso e sulla roccia che lo ingloba è, e
rimane, soltanto una pura e semplice speculazione. Sarebbe opportuno che
un istituto mineralogico indipendente eseguisse una ricerca chimico-
minerologica al fine di datare esattamente il reperto. Certo sarebbe
necessario sacrificare qualche minuscolo frammento del martello ma, se i
proprietari non sono d'accordo, allora la faccenda si complica».

23
CANDELE D'ACCENSIONE
DI 500.000 ANNI FA?

Mike Mikesell, Walace Lane e Virginia Makey, speravano proprio di


avere fra le mani un geode. Questa pietra sferoidale, infatti, nella sua
cavità, è piena di cristalli preziosi. Quando, nel lontano febbraio del 1961
Mikesell, segò in due la pietra trovata nelle Montagne Coso, a
nord-ovest di Olancha, in California, non riuscì a credere ai propri occhi:
anziché cristalli preziosi, questa roccia, al suo interno conteneva parti di un
oggetto "strano".

Sotto allo strato esterno - composto da argilla indurita e ghiaia con


inclusioni fossili - Mikesell trovò uno strato esagonale composto da una
sostanza sconosciuta, più tenera dell'agata o del diaspro, nel quale era
inserito un cilindro di porcellana o ceramica, sul quale, a loro volta, erano
avvolti a spirale anelli in rame, del diametro di circa 20 millimetri. Al
centro del cilindro si trovava una piccola barra metallica del diametro di 2
millimetri.
È stata la rivista americana «INFO» a divulgare nel 1969 l'esistenza di
questo strano oggetto. Paul Willis, all'epoca caporedattore, sostenne che
questo oggetto gli ricordava una candela d'accensione di fattura moderna.
Le indagini radiologiche, eseguite sul reperto, evidenziarono dettagli
sorprendenti al suo interno, che non lasciavano dubbi sul fatto che si
trattava di uno strumento "tecnologico". C'era soltanto un piccolo, ma non
trascurabile dettaglio: come ci era andata a finire una "candela
d'accensione" in una pietra, che secondo la datazione ufficiosa di un
geologo, avrebbe avuto 500.000 anni?
Un lettore californiano della rivista «INFO» si è messo sulle tracce del
misterioso reperto e ha scoperto che, alla fine degli anni Sessanta, questo
strano oggetto si trovava ancora nelle mani di Wallace Lane, che si offrì di
venderlo per 25.000 dollari.
Nel 1963, il geode era già stato esposto per alcuni mesi alPEastern
California Museum a Independence, tuttavia nessuno scienziato sembrò
interessarsi alla scoperta. La tragica conseguenza di questo pigro
disinteresse è che non esiste alcuna perizia scientifica, e ciò è un problema,
perché il reperto, nel frattempo, è misteriosamente scomparso.
Un collega americano, mi ha riferito, infatti, via Internet, che il reperto
venne esposto per l'ultima volta, a cavallo fra gli anni Settanta e Ottanta,
nella trasmissione In search of... (Alla ricerca di...), ma che venne rubato
durante le riprese. Da allora se ne perse ogni traccia.

24
PERFORAZIONI AD ABUSIR

Fori cilindrici, dal diametro assolutamente perfetto, eseguiti nel granito


o nella grovacca; perforazioni realizzate avvalendosi della tecnologia più
avanzata: fin qui nulla di strano, si potrebbe pensare. In fondo, in tutto il
mondo, quotidianamente vengono eseguite migliaia di trivellazioni o di
perforazioni...
Il particolare, però, che rende così speciali queste perforazioni, è che le
pietre che recano questi segni, giacciono fra le macerie del tempio dei
morti della piramide Sahure ad Abusir, in Egitto e hanno ben 4.300 anni.
Questi fori, ci assicurano gli esperti, un tempo servivano per fissare al
suolo le porte del tempio dei morti. Nessuno, molto probabilmente, sarà
mai in grado di spiegarci come sono stati eseguiti. Di certo gli antichi egizi
conoscevano già le trivelle, l'unico problema è che la punta, quasi
certamente, era in rame, che è un metallo tenero; per tagliare la roccia,
probabilmente, venivano usati cristalli di quarzo.
Per potere eseguire delle trivellazioni così perfette, però, sarebbe stato
necessario avere a disposizione delle punte di diamante, ma come ci è stato
insegnato, i diamanti non esistevano nell'antico Egitto.
Rimane ancora la possibilità che i buchi siano stati eseguiti di recente.
Cosa può provare il contrario? Ho intervistato personalmente Michael
Haase, pubblicista di Berlino ed egittologo, che ha esaminato a lungo
queste lavorazioni in pietra ad Abusir.
«Con un pò di buona volontà si potrebbe effettivamente far risalire
alcune perforazioni a tempi più recenti. L'esame della zona attorno a
ciascuna trivellazione evidenzia che si tratta proprio di fori per i
chiavistelli; inoltre strutture particolari, presenti attorno ai fori, indicano
chiaramente che sono contemporanee alle perforazioni stesse. Il famoso
egittologo Ludwig Borchardt le aveva già citate nei suoi scritti, a cavallo
fra l'Ottocento e il Novecento, eseguendone numerosi schizzi. A questo
punto non ho alcun dubbio sull'effettiva antichità delle perforazioni di
Abusir».
Poiché nel corso dei secoli questo sito è stato ricostruito più volte, non si
può escludere del tutto che alcune delle trivellazioni siano recenti, vale a
dire siano state eseguite "appena" 2.000 anni fa e non, come le altre, 4.300
anni fa. Haase: «Questo non cambia comunque il fatto che gli antichi egizi
avevano a disposizione degli strumenti di cui noi, a tutt'oggi, ignoriamo
l'esistenza».
25
IL «PIEDE»
DI METALLO DI AIUD

1974, Romania, due chilometri a est di Aiud. Un gruppo di operai al


lavoro sulle sponde del fiume Mures, si imbatte in tre oggetti sepolti nella
sabbia, in un fosso profondo circa dieci metri. Due di questi reperti si
riveleranno poi essere resti di ossa, vecchi alcuni milioni di anni. Il terzo
oggetto - un blocco di metallo, simile in tutto e per tutto alla testa di un
martello - viene inviato, per uno studio, all'Istituto Archeologico di Cluj-
Napoca.
L'esame di questo oggetto, lungo cm 20,2 largo cm 12,5 e alto cm 7, ha
innescato un acceso dibattito fra gli studiosi locali. Florin Gheorghita, ad
esempio, che ha avuto l'opportunità di esaminare il reperto da vicino, mi ha
chiesto espressamente di citarlo in questo libro. Infatti le analisi eseguite
sotto la direzione del dottor I. Niederkorn dell'Istituto per lo Studio di
Metalli e di Minerali non Metallici (ICPMMN), che si trova a Magurele, in
Romania, hanno evidenziato che si tratta di una lega in metallo
estremamente complessa. Gheorghita afferma che la lega è composta da
dodici diversi elementi, dei quali si è riusciti a stabilire anche la
percentuale volumetrica dell'alluminio (89%). È stata identificata la
presenza di rame (6,2%), silicio (2,84%), zinco (1,81%), piombo (0,41%),
stagno (0,33%), zirconio (0,2%), cadmio (0,11%), nichel (0,0024%),
cobalto (0,0023%), bismuto (0,0003%), argento (0,0002%) e gallio (in
tracce).
Il fatto che questo strano reperto in metallo sia stato scoperto insieme a
resti di ossa molto antiche fa certamente riflettere e solleva molti dubbi.
L'alluminio, tanto per cominciare, non si trova libero in natura, ma
combinato in alcuni minerali e soltanto 100 anni fa è stata messa a punto la
tecnica necessaria alla sua lavorazione. Inoltre questo strano "piede" è
ricoperto da uno strato di ossido d'alluminio, spesso poco più di un
millimetro, indicatore certo della sua antichità.
Gli scienziati rumeni hanno iniziato a fare alcune ipotesi, forse anche un
po' azzardate.

Una, però, in particolare, sembra interessante. Un ingegnere aeronautico,


infatti, ha suggerito che possa trattarsi di una sorta di dispositivo di
atterraggio di un veicolo volante, sia pur di dimensioni ridotte, come i
moduli lunari o la sonda Viking. A riprova di questa sua teoria ci
sarebbero sia la forma dell'oggetto, sia i due fori ovali, sia i graffi nella
parte inferiore e agli angoli, come pure la composizione del materiale, vale
a dire alluminio leggero.
Ma dove è andato a finire, nel frattempo, questo reperto misterioso? Con
tutta probabilità, dopo essere stato analizzato, è stato riposto e dimenticato
nel cassetto di chissà quale istituto.
Il pubblicista tedesco Michael Hesemann non si è, però, arreso e si è
messo sulle tracce del "piede di Aiud".
«Nell'ottobre 1994, in occasione di una conferenza internazionale a
Debrecen, in Ungheria» ricorda Hesemann, «incontrai, per la prima volta,
alcuni ricercatori della Transilvania. Chiesi loro informazioni sul reperto di
Aiud e quando, in seguito, venni invitato a tenere una conferenza a Cluj,
capitale della Transilvania, accettai con entusiasmo. Ebbi così l'opportunità
di mettermi in contatto con un chimico dell'università, il quale sapeva dove
era conservato il "piede"».
Il 25 settembre 1995 Hesemann tenne la conferenza a Cluj davanti a un
pubblico di oltre mille persone, fra le quali si trovava anche il sindaco di
Cluj-Napoca. «Il giorno seguente venni condotto all'Istituto, dove oggi è
conservato il reperto e mi fu permesso persino di scattarne alcune foto».
A quanto pare, però, l'oggetto fotografato, che presentava alette in
metallo e una diversa forma del foro, non è lo stesso che, all'epoca, aveva
esaminato Gheor-ghita. Questo fa supporre che esistano ben due oggetti
quasi identici.
Michael Hesemann ha cercato inutilmente di far trasportare il reperto in
Germania, dove avrebbe potuto farlo esaminare accuratamente da
un'università tedesca. Purtroppo, però, non è riuscito ad avere il permesso
di esportazione del Ministero dei Beni culturali rumeno, il quale avrebbe
avuto bisogno di una richiesta formale di un'università tedesca.
Ovviamente, è facile intuire che nessuno studioso, in Germania, avesse
voglia di mettere a repentaglio la propria carriera impegnandosi in una
ricerca così «rischiosa».
Hesemann, attualmente, non desidera divulgare l'esatta ubicazione del
reperto. «Non mi va che degli estranei raccolgano i frutti del mio lavoro.
In fin dei conti mi ci sono voluti enormi sforzi per riuscire a ritrovare il
"piede"».
Se, però, contro ogni aspettativa, ci fosse qualche scienziato disposto a
rischiare la propria reputazione, Hesemann sarebbe disposto a fornirgli
tutte le informazioni necessarie. «Non ho nulla in contrario a una
cooperazione».
26
ALTRE CURIOSITÀ

- Cavernicoli vestiti di tutto punto? Nei sotterranei del Musée de


l'Homme, a Parigi, giacciono pezzi di una vera e propria "biblioteca su
pietra", scoperta nel 1937 in una grotta, non lontana dalla località di
Lussac-les-Chàteaux, I pezzi, grandi quanto il palmo di una mano, sono
ricoperti da quelli che potremmo definire schizzi complessi, sovrapposti.
Alcuni ricercatori hanno voluto riconoscere in questi disegni i tratti di
uomini vestiti, non con pelli, bensì con abiti normali: cappello, giacca,
pantaloni e scarpe; inoltre alcuni volti sarebbero delle "caricature" con
baffi. Questi graffiti avrebbero la veneranda età di 17.000 anni.
- Una seconda Glozel? Nel Museo Banpo di Xian (Cina), si trovano
tavolette d'argilla con delle iscrizioni, che provengono da un sito che risale
all'età della pietra e la scrittura a caratteri (e non pittogrammi) mostra
chiare analogie con l'alfabeto latino.

- Antiche calcolatrici? Nel Museo Nazionale di Atene si trovano parti di


un apparecchio in bronzo, estratto dalle viscere di una nave, affondata nel I
secolo a.C. davanti all'isola greca di Antikythera. Si tratta di una sorta di
calcolatrice astronomica che presenta una complessa struttura di ruote
dentate. Stando alle affermazioni della direttrice del Museo, Aikaterini
Dimako-poulou, questo reperto è «unico nel suo genere». Di diversa
opinione è, invece, un famoso archeologo greco (che preferisce restare
nell'anonimato), il quale sostiene che, attualmente, negli scantinati di
musei e istituzioni greche si trovano, abbandonati, almeno 40 reperti
uguali o simili a quello esposto.
- Rulli compressori a vapore, vecchi di secoli? Alcuni "recipienti in
argilla" peruviani, riportati alla luce non lontano dall'altopiano di Nazca,
mostrano delle sorprendenti analogie con le più moderne macchine a
vapore. Gli oggetti sarebbero stati prodotti dalle cosiddette civiltà Vicùs o
Virù (che hanno vissuto fra il 400 a.C. e il 600 d.C). Uno dei pezzi più
belli si trova oggi nella "Collezione Carmen Oechsle, esposta a Basilea e a
Zurigo (Svizzera).
- Luce elettrica nell'Antico Egitto? Nel tempio di Dendera fanno bella
mostra di sé sorprendenti rilievi parietali, che possono essere interpretati
come antiche lampadine elettriche.
- Dinosauri in Perù? Nel Museo dell'Oro a Lima è esposto un vaso in
ceramica, sul quale è raffigurata la lotta fra due sauri bipedi. Il vaso
appartiene alla cosiddetta cultura Mochica (circa 100 a.C).
- Creature ibride nel palazzo Topkapi? Nel 1992 una notizia fece il giro
del mondo. Alcuni archeologi turchi avrebbero scoperto, negli scantinati
del palazzo Topkapi a Istanbul, una mummia egizia molto singolare. Il
corpo mummificato rivelava, nella parte superiore le fattezze di un ragazzo
e, nella parte inferiore, quelle di un coccodrillo. Nonostante abbia chiesto a
lungo spiegazioni, i responsabili del museo hanno accuratamente evitato di
prendere alcuna posizione.
-*- Un motociclista fra i Maya? Su una lapide, all'interno del Tempio
delle Iscrizioni di Palenque (Messico), fa bella mostra di sé il bassorilievo
di un sovrano maya,
il cui "trono" è straordinariamente simile a un veicolo a motore. L'uomo,
chino in avanti, come un moderno motociclista, sembra azionare pulsanti o
leve.
– Aerei millenari? Nello Smithsonian Institute di Washington, nel Museo
dell'Oro a Bogotà e nel Museo d'Oltremare di Brema, si trovano modelli
in oro provenienti da tombe di principi colombiani, molto simili a dei
moderni aerei a reazione. Algund Eenboom, Peter Belting e Conrad
Lùbbers hanno riprodotto in scala questi oggetti e ne hanno controllato
la capacità di volo planato. Alla fine dell'esperimento hanno dichiarato
che questi reperti, classificati ufficialmente come "uccelli" o "insetti",
mostrano in realtà «un'ottima aerodinamica».
PARTE QUINTA
MESSAGGI IN CODICE

«Studiando in maniera obiettiva e imparziale i reperti archeologici, le


fonti storiche e i vecchi documenti, si giunge ben presto alla convinzione
che sia necessario rivedere e correggere la teoria attuale di uno sviluppo
uniforme e graduale dell'umanità».
Hermann Wild
È il successo editoriale di tutti i secoli. Lo hanno letto laici, credenti,
teologi e scienziati. Nel corso dei secoli miliardi di persone hanno studiato
il "Libro dei Libri", ossia la Bibbia, cercando di trovare una risposta a
questa domanda: il Vecchio Testamento è stato dettato da Dio in persona?
Oppure è opera di diversi autori, che hanno deciso di mettere su carta, le
tradizioni orali tramandate di generazione in generazione? E in questo
caso, chi sono questi autori?
Una sensazionale scoperta matematica getta, ora, nuova luce su questo
mistero. Nel caso dovesse rivelarsi esatta e - al momento pare proprio di
sì -, bisognerebbe riprendere in considerazione ex novo l'origine delle
Sacre Scritture e, quindi, anche le nostre attuali ipotesi sulle origini
dell'umanità stessa.
Queste nuove scoperte sono talmente sconcertanti che, al momento, non
è possibile neanche immaginare le eventuali conseguenze.
Bisogna dare tempo al tempo e attendere che il futuro ci fornisca una
risposta. Con qualche volo di fantasia si riesce, già oggi, a delineare uno
scenario storico, che nulla
ha da invidiare ai migliori film di fantascienza. Uno scenario che
potrebbe essere la chiave di molti enigmi del passato: la possibilità di un
contatto - avvenuto nella notte dei tempi - con una civiltà sconosciuta,
tecnologicamente avanzata; insomma la presenza sul nostro pianeta,
migliaia di anni fa, di una intelligenza superiore, non terrestre.

27
CHI HA CODIFICATO LA BIBBIA?

Nel 1997 venne pubblicata sui giornali una scoperta sensazionale: alcuni
studiosi israeliani, avevano messo a punto un sofisticato programma di
ricerca, l'ELS (Equidistant Letter Sequences), grazie al quale, eliminando
tutti gli spazi fra le parole, il computer è in grado di cercare la prima lettera
di una parola "nascosta" o "codificata" e, una volta individuatala, riprende
a cercare - a intervalli regolari - la seconda, poi la terza lettera e così via,
fino a completare la parola.
Avvalendosi di questo programma i tre studiosi israeliani avevano
esaminato la Torah (il libro sacro agli ebrei, che comprende i primi cinque
libri della Bibbia), riscontrando la presenza di lettere celate che, unite,
formano messaggi o parole di senso compiuto. Ad esempio, prendendo le
lettere che si trovano a intervalli di cinquanta caratteri, si riuscirebbe a
estrapolare la parola Torah nel primo, secondo, quarto e quinto libro,
mentre, nel terzo libro, la parola Dio si ottiene utilizzando lo stesso
sistema, ma unendo le lettere a intervalli di ventisei caratteri1.
Uno dei primi studiosi che nel 1900 notò l'esistenza di parole celate nella
Bibbia, fu il rabbino ceco Michael Ber Weissmandl. Poiché considerava
questo suo studio alla stregua di un semplice hobby, non ritenne necessario
divulgare le scoperte fatte. Se ne abbiamo avuto notizia, lo dobbiamo
esclusivamente ai suoi studenti che, dopo averle gelosamente custodite, nel
1958 le hanno pubblicate in un libro intitolato Torath Hemed.
Purtroppo soltanto negli anni Ottanta è stato possibile effettuare una
verifica al computer delle intuizioni di Weissmandl. Moshe Katz,
professore dell'Istituto Israeliano di Tecnologia dell'Università di
Technion, è stato il primo ad avere l'idea di eseguire questo tipo di
indagine. Insieme ai colleghi del suo istituto e all'esperto informatico
Menachem Wiener, ha studiato approfonditamente il Vecchio Testamento,
giungendo così, a notevoli scoperte. Una di queste riguarda il passaggio
9,1 (e seguenti) nel libro di Ester, nel quale ci viene data la spiegazione
storica per l'istituzione della festa ebraica del purim. La Bibbia recita:
«Il decimosecondo mese, cioè il mese di Adar, il tredici del mese,
quando l'ordine del re e il suo decreto dovevano essere eseguiti, il giorno
in cui i nemici dei Giudei speravano di averli in loro potere, avvenne
invece tutto il contrario, poiché i Giudei ebbero in mano i loro nemici. I
Giudei si radunarono nelle loro città, in tutte le province del re Assuero,
per aggredire quelli che cercavano di fare loro del male; nessuno potè
resistere loro, perché il timore dei Giudei era piombato su tutti i popoli.
Tutti i capi delle province, i satrapi, i governatori e quelli che curavano gli
affari del re diedero man forte ai Giudei, perché il timore di Mardocheo si
era impadronito di essi. Perché Mardocheo era grande nella reggia e per
tutte le province si diffondeva la fama di quest'uomo; Mardocheo cresceva
sempre in potere. I Giudei, dunque, colpirono tutti i nemici, passandoli a
fil di spada, uccidendoli e sterminandoli; fecero dei nemici quello che
vollero. Nella cittadella di Susa i Giudei uccisero e sterminarono
cinquecento uomini e misero a morte Parsandata, Dalfon, Aspata, Porata,
Adalia, Aridata, Parmasta, Arisai, Aridai e Vaizata, i dieci figli di Aman
figlio di Ammedata, il nemico dei Giudei, ma non si diedero al
saccheggio».
Katz e Wiener hanno estrapolato da questo brano la citazione, secondo
la quale, i soldati avevano ucciso in battaglia tutti e dieci i figli di Aman,
nemico dichiarato dei Giudei. Questo evento veniva confermato, in
maniera più esplicita, nei versi seguenti:
«Quel giorno stesso il numero di quelli che erano stati uccisi nella
cittadella di Susa fu portato a conoscenza del re. Il re disse alla regina
Ester: "Nella cittadella di Susa i Giudei hanno ucciso, hanno sterminato
cinquecento uomini e i dieci figli di Aman"».
Soddisfatto dei risultati, il re avrebbe chiesto alla regina, sua moglie, di
esprimere a sua volta un desiderio: «Ora che chiedi di più? Ti sarà dato!
Che altro desideri? Sarà fatto!» Ester non esitò e disse: «Se così piace al
re, sia permesso ai Giudei che sono a Susa di fare anche domani quello che
era stato decretato per oggi; siano impiccati al palo i dieci figli di Aman».
Un desiderio ben strano, quello della regina. Al re era stata appena
comunicata la notizia della morte dei dieci figli del suo mortale nemico, e
lei lo prega di far uccidere, nuovamente, proprio quegli stessi dieci figli.
Anche Katz e Wiener hanno riflettuto a lungo sul significato di questo
passaggio, fino a quando, con loro sorpresa, hanno evidenziato che,
nell'elenco dei dieci figli di Aman, compaiono tre caratteri ebraici, e cioè:
"taf", "schin" e "sajin" che, nella Torah, sono scritti con dei caratteri più
piccoli e che, quindi, risultano in evidenza. Poiché in ebraico i numeri si
rappresentano con lettere, "taf", "schin" e "sajìn", indicano l'anno 1946.
Il 16 ottobre 1946 dieci ufficiali nazisti, imputati di crimini di guerra,
vennero condannati a morte per impiccagione dal tribunale internazionale
di Norimberga. (In realtà gli imputati erano undici, ma Gòring scelse il
suicidio). Come riportano alcuni testimoni, Julius Strei-cher, alcuni
secondi prima di essere giustiziato, gridò, senza apparente motivo: «Festa
del purim del 1946!». Per puro caso il 16 ottobre 1946 coincideva con la
festa di Hoshana Rabba, ultimo giorno del giudizio e una delle maggiori
festività ebraiche.
Parole nascoste, quindi, racchiuse nel testo della Bibbia? Antiche
profezie che si materializzano all'improvviso? I colleghi di Katz si sono
incuriositi. Sotto la direzione di Doron Witztum, fisico del Jerusalem
College of Technology, gli scienziati israeliani hanno iniziato a digitare i
testi sacri al computer. Eliyahu Rips, professore di matematica
dell'Università ebraica di Gerusalemme, ha creato un sofisticato sistema
matematico per controllare l'accuratezza statistica dei risultati.
Cogliendo tutti di sorpresa, le ricerche non soltanto hanno confermato i
risultati di Weissmandl e di Katz, ma hanno anche aperto la strada a nuove
e più sconcertanti scoperte.
Per un articolo da pubblicare nella rivista «Statistical Science» (1994)
Rips e Witztum hanno preso a campione i nomi dei 32 rabbini israeliani
più illustri, vissuti fra l'800 d.C. e il 1900. Per il loro esperimento gli
scienziati hanno creato un milione di combinazioni diverse: una esatta e le
altre 999.999 errate. I personaggi sono stati scelti in base alla lunghezza
delle loro biografie, pubblicate nella famosa Enciclopedia dei Grandi
Uomini di Israele.
Il resto del lavoro spettava al computer. Per ore ed ore questo ha cercato
le parole nascoste, celate fra le combinazioni immesse. Quando, alla fine,
ha dato il suo responso, gli scienziati sono rimasti senza parole: il
programma aveva trovato, all'interno del libro della Genesi, soltanto una
delle combinazioni in forma codificata e, inutile a dirsi, era proprio quella
esatta! La probabilità di un risultato casuale era di 1:62500, che per la
statistica è un valore assolutamente convincente. Inoltre, codificate in
prossimità dei nomi vi erano persino le loro date di nascita o di morte, in
alcuni casi vi erano entrambe!
Witztum e Rips sostengono che neppure avvalendosi dei computer più
sofisticati, attualmente in commercio, sarebbe possibile codificare la
Bibbia nella forma che conosciamo noi oggi.
Grazie al loro esperimento erano, forse, riusciti a dimostrare l'esistenza
di un dio onnipotente? La voce cominciò a diffondersi nel mondo
scientifico. Era dunque possibile attribuire la paternità del complesso
codice di lettere a una mente geniale? Più si andava avanti, più le cose si
complicavano ed emergevano aspetti davvero inquietanti: quale essere
umano, infatti, è in grado di fare previsioni esatte sul futuro dell'umanità?
Agli scienziati israeliani venne chiesto di ripetere l'esperimento,
utilizzando come database i nomi e le date di nascita e di morte dei
successivi 34 rabbini. E anche in questo caso il computer non si è
smentito, individuando i loro nomi e le date codificate: i risultati erano
nettamente superiori alla casualità statistica. In una fase successiva il
computer ha analizzato numerosi testi di altro genere, fra cui anche Guerra
e Pace di Tolstoj, senza, però, trovare alcun riscontro. E nessun risultato
degno di nota è emerso da quei testi della Torah, che si discostavano, sia
pur di poco, dalla versione comunemente accettata.
La confusione fra gli studiosi era grande. «I nostri esperti erano
decisamente perplessi», ricorda Robert Kass, editore della rivista
«Statistical Science». «Tutti erano profondamente convinti che la Bibbia
non poteva contenere alcuna indicazione su eventi futuri o su persone,
tuttavia i risultati oggettivi vanno al di là di ogni ragionevole dubbio».
Per anni famosi matematici hanno passato al vaglio la pubblicazione alla
ricerca di errori: invano! Anzi, nel corso di queste ricerche, molti di loro si
sono dovuti arrendere all'evidenza. Cito, ad esempio, il famoso matematico
israeliano Robert J. Aumann («Il codice è un dato di fatto»), il professor
David Kazhdan del Dipartimento di Matematica dell'Università di Harvard
(«Il fenomeno è reale»), Ilya Piateski-Shapiro dell'Università di Yale («La
ricerca è stata svolta in maniera estremamente professionale») e ancora il
matematico americano Harold Gans, un ex decodifcatore della National
Secu-rity Agency (NSA).
Lo stesso Gans ammette di aver iniziato questi controlli guidato da un
grande scetticismo. Aveva ideato un programma computerizzato che
differiva da quello utilizzato dagli israeliani. E anche in questo caso,
anziché smentire i risultati dei colleghi, gli esiti delle sue ricerche non
hanno fatto altro che confermarli.
«Dopo aver controllato e ricontrollato tutto, fin nei minimi dettagli»
afferma Gans, «non ho trovato il benché minimo errore, quindi mi devo
arrendere all'evidenza dei fatti».
Gans si è quindi messo in contatto con una rivista scientifica, sperando
di far pubblicare i propri risultati. L'editore, tuttavia, ha rifiutato il suo
articolo, adducen-do quale motivazione che «il fenomeno descritto è stato
già dimostrato scientificamente e che quindi, il suo articolo non rivelava
niente di nuovo».
Nel giugno 1997 Witztum e Rips hanno comunicato alla stampa
internazionale i risultati dei propri studi, attirando l'attenzione su alcuni
aspetti del codice. Nel frattempo, infatti, avevano fatto altre, sconcertanti
scoperte. Se nella Torah sono già presenti le date di nascita e di morte di
rabbini che non erano ancora nati al tempo in cui venne scritta, avrebbero
potuto esistere, all'interno del testo, altre parole correlate ad eventi futuri?
Witztum: «Abbiamo scelto la parola "Auschwitz" e abbiamo chiesto al
computer di controllare la presenza di questo vocabolo, codificato secondo
i criteri conosciuti. Abbiamo immesso anche i nomi dei sottocampi di
questo lager nazista (ad esempio Eichmann, il nome di un feroce ufficiale
delle SS, oppure "olocausto") e abbiamo avviato nuovamente la ricerca:
anche se questi, dal punto di vista puramente statistico, compaiono in tutto
il testo, a volte si trovano raggruppati in maniera logica nelle immediate
vicinanze della parola Auschwitz!».
Witztum e Rips hanno colto l'occasione per mettere in guardia l'opinione
pubblica dai pericoli di un uso distorto della loro scoperta. Un esempio per
tutti: nel suo libro Codice Genesi, pubblicato nel 1999, il giornalista
americano Michael Drosnin, collaboratore del «Washington Post» e del
«Wall Street Journal», sostiene di essere in grado di prevedere il futuro
proprio grazie all'aiuto del Codice. Lui avrebbe, infatti, previsto persino
l'assassinio del presidente israeliano Rabin.
Ma proprio Witztum e Rips, frequentemente citati nel libro, non si sono
mostrati entusiasti della pubblicità che, inevitabilmente, la pubblicazione
ha attirato sulla loro scoperta. I due ritengono, infatti, che i tentativi di
predire il futuro, tanto cari a Drosnin, mettano a repentaglio la credibilità
del lavoro stesso. «Drosnin, purtroppo, non fa differenza fra campioni di
lettere presi a modello, importanti dal punto di vista statistico, e parole
prese a casaccio, presenti in qualsiasi libro. Utilizzando la stessa
metodologia di Drosnin, infatti, oltre alla previsione dell'assassinio di
Rabin, anche il premier britannico Winston Churchill risulterebbe essere
morto di morte violenta, mentre, come tutti sanno, Churchill è morto di
morte naturale».
Questa osservazione è senz'altro vera, tuttavia bisogna riconoscere a
Drosnin l'indiscusso merito di avere, per primo, attirato l'attenzione
dell'opinione pubblica sul codice della Bibbia. È comprensibile che abbia
colto di sorpresa e infastidito gli scienziati israeliani; al momento, infatti,
lo stesso Witztum sta scrivendo un libro sull'argomento. Il giornalista
americano, in realtà, lo ha battuto sul tempo e ha formulato ad alta voce la
stessa domanda che anch'io mi sono posto quando ho saputo della
scoperta: se escludiamo l'esistenza di un qualsiasi Dio, allora quale mente
geniale può avere inventato il codice?
«Anche se credo all'esistenza del Codice, non ho trovato alcuna prova
dell'esistenza di un Dio», scrive Drosnin. «Se, infatti, il codice della Bibbia
fosse opera di un Dio onnipotente, che bisogno avrebbe di predirci il
futuro? Potrebbe, infatti, cambiarlo a suo piacimento». In un altro punto
del suo libro il giornalista americano è ancora più esplicito: «L'unica cosa
che dimostra il Codice è che, all'epoca della stesura della Bibbia esisteva
un'intelligenza superiore, certamente non terrestre».
Alimentata da una vasta campagna pubblicitaria, organizzata dall'editore
di Drosnin, la notizia della scoperta del codice della Bibbia è divampata in
tutto il mondo. E questo non ha fatto certo piacere a Moshe Katz, pioniere
di questi studi, che nel 1996 aveva pubblicato un libro sullo stesso
argomento, con scarso successo editoriale. Drosnin, inoltre, avrebbe
utilizzato nel suo libro parecchie delle sue scoperte senza citarne la fonte;
Katz sarebbe, quindi, in procinto di fargli causa.
Il libro di Drosnin ha sollevato un gran polverone, facendo vacillare
anche la poltrona di Robert Kass, il già citato direttore di «Statistical
Science», nonché direttore del Dipartimento di Statistica della Carnegie
Mellon University di Pittsburgh. Questi, su Internet, in data 15/8/97 ha
chiarito che una pubblicazione nella sua rivista non significa
necessariamente l'approvazione scientifica del suo contenuto. «Lo
"Statistical Science", infatti, pubblica una vasta gamma di articoli, a patto
che risultino interessanti dal punto di vista statistico. Anche se i nostri
esperti hanno esaminato a fondo la ricerca di Witztum e di Rips, cercando
eventuali errori, non hanno seguito gli stessi procedimenti, né, tanto meno,
hanno analizzato ex novo i dati, indipendentemente l'uno dall'altro, né
hanrfo cercato di scovare punti deboli nella logica utilizzata-per
l'esperimento. Come a suo tempo ho già spiegato ai miei lettori, abbiamo
presentato questa ricerca soltanto perché rappresenta un enigma
intrigante».
Michael Drosnin, nel frattempo, non accetta le critiche mosse al suo
libro e, in un'intervista rilasciata all'emittente americana CNN, ha ribadito
di aver ripetuto, pedissequamente, tutte le citazioni di Eliyahu Rips. Inoltre
Drosnin non avrebbe nessun interesse a dimostrare, attraverso questa
scoperta, l'esistenza di un Dio. «Anche se sono ebreo di nascita, mi
considero ateo».
Quando gli ho posto la domanda, di certo provocatoria, se riteneva
possibile che degli extraterrestri o dei viaggiatori del tempo avessero
inserito il codice nella Bibbia, non si è sbilanciato: «Certo, ho preso in
considerazione anche questa eventualità. Ma sono essenzialmente un
giornalista e, in quanto tale, mi interessano soltanto i fatti. E il fatto, in
questo specifico caso, è che esiste un codice e che, quindi, qualcuno deve
averlo necessariamente creato. Non so, però, chi o cosa».
EPILOGO

«Già da tempo sarebbe stato utile creare un "Istituto per la Ricerca sulla
Preistoria". Un istituto che non venga, però, gestito dal gruppo di scienziati
conservatori che, fino ad oggi, ha imperversato in questo settore della
ricerca. Un istituto di questo genere dovrebbe essere diretto da persone
dinamiche, lungimiranti, con le stesse qualità dei pionieri che hanno aperto
l'era dei voli spaziali».
Tom Brunés
Tre milioni di dollari. È per questa cifra da capogiro che, alla fine del
1997, Andreas Bittar e Panagiotis Evengelou erano in procinto di vendere
al mercato nero un tesoro in oro massiccio. La polizia greca è intervenuta
all'ultimo minuto, riuscendo a mettere al sicuro 54 reperti di inestimabile
valore.
Stando alle affermazioni di Aikaterini Dimakopoulou, del Museo
Archeologico Nazionale di Atene, questi oggetti si possono fare risalire al
4.500-3.200 a.C. Provengono, con tutta probabilità, da tombe preistoriche
situate nella parte settentrionale della Grecia. Nessun archeologo ne
conosceva l'esistenza e, senza l'intervento delle forze dell'ordine, sarebbero
scomparsi per sempre.
Quanti altri reperti si trovano, a tutt'oggi, occultati in collezioni private?
Abbiamo una qualsiasi garanzia che le scoperte di interesse archeologico
vengano rese di dominio pubblico? Purtroppo, la risposta è no. Maggiore è
la difficoltà di classificare un reperto, maggiore è il rischio che vada a
finire in mani sbagliate.
Certo, esiste la probabilità che, fra tutte le testimonianze enigmatiche
tramandateci dai nostri avi, esistano dei falsi. È possibile anche che alcuni
di questi reperti svaniscano nel nulla, per semplice e banale incuria.
Purtroppo, però, spesso, la realtà è ben diversa e basta ripensare alle prove
raccolte in questo libro:
- La maggior parte dei manufatti delle "Grotte di Burrows " è stata
venduta a collezionisti privati, mentre alcuni dei reperti in oro sono stati
fusi.
- Alcuni pezzi della collezione di padre Crespi marciscono negli
scantinati del monastero dell'Ordine dei Salesiani di Cuenca.
- Le Tavole del Michigan sono conservate nel Tempio dei Mormoni.
- Le statuine di Acambaro si stanno lentamente sgretolando in un
deposito, dove sono state accatastate per ordine delle autorità messicane.
- Non è chiaro, a tutt'oggi, cosa sarà dei reperti venuti alla luce a Glozel.
- Il piede di metallo di Aiud si trova in Romania, ma non si sa
esattamente dove.
- Da decenni si è persa ogni traccia del geode ritrovato nei Monti Coso.
Sarebbe stato facile salvaguardare tutti questi reperti singolari, se
soltanto ce ne fosse stata la volontà: una minuscola percentuale dei fondi
destinati ogni anno alla ricerca, sarebbe bastata per preservarli e per
metterli a disposizione delle generazioni future. Quel che oggi, infatti, ci
sembra incomprensibile, domani - grazie a nuove conoscenze - potrebbe
rivelarsi di estrema importanza.
Perché, dunque, non creare un nuovo museo? Un museo dedicato a tutte
le scoperte incomprensibili e misteriose - finanziato, magari, da privati. Un
museo i cui scienziati siano indipendenti dagli schemi convenzionali e il
cui direttore non abbia paura di esporre anche i pezzi scomodi, per i quali
non ha una risposta. Francamente, ci pare sempre più inaccettabile che
reperti intriganti e misteriosi continuino a giacere, dimenticati, nei
magazzini.

DOCUMENTI
Grotte di Burrows (Documenti 1-5)
1. Russell Burrows conferma l'autenticità dei reperti messi in vendita.
2. Accordo fra John Ward, Norman Cullen, George Neff e Russell
Burrows in merito alle ricerche da condurre alle grotte.
3. Dove si può far fondere dell'oro rubato? Risposta scritta di Frank
McCloskey a Jack Ward.
4. «Gli altri reperti provenienti dalle Grotte di Burrows sono stati
venduti per 7.000 dollari a Joseph Mahan».
5. Thomas Emerson, archeologo dell'Ulinois Historic Preservation
Agency, dubita dell'esistenza delle grotte.
Varie (Documenti 6-13)
6. Accordo fra Juan Moricz e i membri della sua spedizione di non
divulgare la posizione delle grotte esplorate.
7.1 Mormoni ammettono di essere in possesso di oltre 1.500 delle
cosiddette Tavole del Michigan.
8. «I reperti in metallo della collezione di Carlo Crespi si trovano in
possesso dell'Ordine dei Salesiani a Cuenca. Non sono a disposizione del
pubblico». Lettera del Banco Centrale dell'Ecuador del 29 gennaio 1998.
9. La datazione con la termoluminescenza conferma l'autenticità dei
reperti di Glozel. Articolo pubblicato sulla rivista «Anti-quity» (n. 192
[1974]).
10. «L'uomo dei ghiacci del Minnesota non è un falso». Titolo di
una pubblicazione di Bernard Heuvelmans sul «Bulletin de l'In-stitut
Royal des Sciences naturelles de Belgique» (n. 4 [1969]).
11. Relazione sulla scimmia gigante uccisa in Venezuela da Francois de
Loys. Prima pagina di una pubblicazione di George Montandon sul
«Journal de la Société des Américanistes». (n. 21 [1929]).
12. La datazione al carbonio 14 conferma che la piramide di Cheo-pe ha
circa 400 anni in più di quanti non le siano stati attribuiti fino ad oggi.
Prima pagina di una pubblicazione sul «BAR . International Series» (n.
379 [1987]).
13. «Le spirali esaminate non sono di origine terrestre». Prima pagina
della perizia di Elena Matveeva.