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ISBN 88-425-3471-4

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Prassismo e tecnicismo sono oggi le concezioni più diffuse,


ma anche le più pericolose, perché attestano quella crisi del-
la fìlosofia che porta con sé, fra l'altro, la superstizione scien-
tifica, il fanatismo religioso, il trionfo delf'ideologia, tutti ef-
LUIGI PAREYSON 7
fetti della strumentalizzazione del pensiero. In questa situa-
zione il compito del filosofo è di richiamare il pensiero alla
sua originaria dimensione «ontologica» e alla sua autentica
funzione di verità. Ma la verità dev'essere concepita in modo OPERE COMPLETE -,
veramente critico, che la renda plausibile all'uomo d'oggi,
;
immersa nella storia, restia a offrirsi alla mera contemplazio- Comitato editoriale: Giuseppe Riconda, Giovanni Ferretti; Claudio Ciancio
ne, accessibile a una pluralità di prospettive, eppure ben sal- e Francesco Tomatis
da nella sua ulteriorità senza figura, che le permette di esige- -,
re un impegno totale senza annullarsi nella pura prassi e di VOLUMEJ5 i
I
moltiplicarsi infinitamente senza svanire nel relativismo. So-
lo il concetto di «interpretazione» è in grado di soddisfare
così opposte esigenze: in questo punto l'autore, che presenta 7
qui i risultati delle sue approfondite meditazioni su questo
concetto, si trova direttamente inserito nel mezzo del dibat-
tito fìlosofico attuale, particolarmente impegnato in questo .....,
I
problema. Esistenzialismo, marxismo, psicoanalisi, neoposi-
tivismo, scienze umane, ideologia, rivoluzione, tradizione,
prassi, tecnica, comunicazione, demitizzazione: tutte le cor-
renti più importanti e i problemi più urgenti del mondo -,
d'oggi sono affrontati nella serrata e animata discussione di !
questo libro, che è frutto a un tempo di una rigorosa medi-
tazione filosofica e di una decisa e spesso polemica presa di
pos1z10ne. 7

7
.....,
i

CENTRO STUDI FILOSOFICO- RELI G I OS I LUI G I PAREYSON


PREMESSA DEL CURATORE

Verità e interpretazione può essere considerato come un punto d'arrivo del-


l'attività filosofica di Luigi Pareyson, in quanto in esso confluiscono motivi
di meditazioni costanti del suo pensiero che prendono infine la stabilità di
una forma speculativa compiuta. Di ciò può essere indicativo il fatto che Pa-
reyson, che non cessava di ritornare sulle precedenti versioni dei suoi libri
(si pensi ad esempio alle diverse redazioni dell'altro suo libro teorico fon-
damentale Esistenza e persona), apportandovi significative sottrazioni e ag-
giunte, non modificò mai questo testo che si presenta ·nelle successive edi-
zioni esattamente come nella prima (1971). Il che ov-J;{,amente non vuol dire
che nella sua densità e concentrazione, non contenga numerose linee di svi-
luppo suscettibili di ulteriori e fecondi approfondimenti e che in esso non
possano trovarsi punti di aggancio a quel « pensiero tragico » che ha carat-
terizzato l'ultima sua meditazione, che ha trovato la sua espressione nella
postuma Ontologia della libertà, e che, impostasi subitamente e prepotente-
mente alla considerazione dell'ambiente filosofico, ha finito per oscurare un
I diritti di elaborazione in qualsiasi forma o opera, di memorizzazione anche digitale su supporti di po' la sua produzione precedente e questo libro in particolare. La filosofia
qualsiasi tipo (inclusi magnetici e ottici), di riproduzione e di adattamento totale o parziale con qual- in esso contenuta ha tuttavia caratterizzato un momento fondamentale del-
siasi mezzo (compresi i microfilm e le copie fotostatiche), i diritti di noleggio, di prestito e di traduzio-
ne sono riservati per tutti i paesi. !;acquisto della presente copia dell'opera non implica il trasferimen-
la storia della filosofia italiana, segnando il passaggio da un pensiero meta-
to dei suddetti diritti né li esaurisce. fisico e religioso ancora troppo legato all'attualismo e incapace di oltrepas-
sarlo (il cosiddetto personalismo o spiritualismo cristiano) a una posizione
Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte di questo libro può essere riprodotta, memorizzata o tra- di recupero schietto della dimensione ontologica del filosofare; ponendosi
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smo già si erano levate, e rivendicando al tempo stesso il carattere schietta-
Le fotocopie per uso personale del lettore pos~ono essere effettuate nei limiti del 15 % di ciascun volu- mente speculativo della filosofia contro la sua negazione proveniente da va-
me/fascicolo di periodìco dietro pagamento alla SIAE del compenso previsto dal]' art. 68, commi 4 e 5, rie parti (storicismo nelle sue varianti, neoilluminismo, filosofie analitiche e
della legge 22 aprile 1941 n. 633. neopositivistiche, diffuso sociologismo). Ed esso ha altresì un posto ben de-
finito nella storia dell'ermeneutica europea, di cui si costituisce come origi-
nalissima espressione, tanto da potere essere considerato ormai come un
• classico assieme a libri come Wahrheit und Methode di Gadamer e Le con/lit
www.murs1a.com des interpretations di Ricoeur.
L'idea d'interpretazione è al centro del pensiero pareysoniano e ciò è av-
venuto per un processo endogeno. Da una parte le sue ricerche di storia del-
III edizione 2014 la filosofia l'avevano reso particolarmente sensibile al problema fondamenta-
© Copyright 1971 Ugo Mursia Editore s.r.l. -Milano le della storiografia filosofica, quello dell'unità e molteplicità delle filosofie,
Tutti i diritti riservati - Printed in Italy ma anche alla questione drammaticamente posta dallo storicismo trionfante:
Stampato da DigitalPrint Service - Segrate (Milano)

V
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PREMESSA DEL CURATORE

come si può filosofare se la filosofia è sempre storicamente condizionata? La


PREMESSA DEL CURATORE

sempre anche qualche cosa di ulteriore» (pp. 53 e 209). Correlativa all'inter-


7
risposta fin da principio era ricercata nell'affermazione dell'unità della filo- pretazione è così un'ontologia dell'inesauribile che è un altro nome per espri- -,
sofia e della molteplicità delle filosofie insieme, contro un'affermazione del- mere quello che Pareyson indica come personalismo ontologico. I
l'unità che ne sopprimesse la molteplicità, o contro un'affermazione della L'interpretazione è una forma di conoscenza insieme e inseparabilmente !
molteplicità che ne sopprimesse l'unità, spiegata alla luce della formula pre- ontologica e personale, veridica e storica, rivelativa ed espressiva. A ogni
gnante, di« inesauribile infinità del vero e libertà di chi sotto il suo stimolo si istante della sua vita e in ciascuna delle sue attività l'uomo si trova di fronte a --, I

pone a cercarlo». D'altra parte la sua opera d'estetica l'aveva portato a riflet- un dilemma: « deve scegliere se essere storia o avere storia, se identificarsi con
tere sul carattere proprio dell'opera d'arte che s'offre insieme a un possesso la propria situazione o farne un tramite per raggiungere l'origine, se rinun-
reale e a un compito infinito. L'opera d'arte, lungi dal perdere la propria iden- ciare alla verità o darne una interpretazione irrepetibile »; dalla risposta a que- -,
tità in realizzazioni sempre nuove e diverse le provoca e le esige tutte, senza sta alternativa « deriva alla persona la possibilità di ridursi a mero prodotto I

!
escluderne né privilegiarne alcuna, fino a identificarsi con esse, che la fanno storico o di farsi prospettiva vivente sulla verità, e al pensiero la possibilità di
vivere allo stesso tempo che essa vuol vivere ancora e sempre, attraverso la di- essere una semplice espressione del tempo o una rivelazione personale del ve-
versità dei lettori e delle epoche, in una forma di realizzazione che non è né ro ». Mi pare che si possa cogliere l'aspetto centrale di questa teoria quando -,
unica né arbitraria ma rivelatrice e multipla insieme. Lo studio di questi due si rifletta anzitutto che in essa lo schema soggetto-oggetto deve essere oltre- Ij
domini dell'interpretazione ha portato Pareyson a vedere nell'idea di inter- passato (pur raccogliendo le esigenze che in esso si annunciano) in quello ve-
pretazione il mezzo per affrontare il problema della filosofia, naturalmente a rità-persona. La persona non può ridursi a soggettività, in quanto il suo trat-
condizione che l'interpretazione sia considerata non come una semplice for- to essenziale è l'intenzionalità, la verità non può esset(; ·ridotta a oggettività, -,
ma di conoscenza ma piuttosto come una conoscenza originaria che realizza perché è piu che altro fonte e origine capace di darsi g'\:i_uegli infiniti proces-
« la solidarietà primordiale dell'uomo con la verità» ossia« quel rapporto con si interpretativi che suscita senza ridursi a nessuno di essi né alla loro totalità.
l'essere in cui risiede l'essere stesso dell'uomo». Pareyson enuncia chiaramente questo punto nel capitolo su I.; originarietà del-
Pareyson ha designato in questo libro la sua filosofia come personalismo
ontologico. La sua filosofia è personalismo perché considera l'individuo co-
me tale soggetto e oggetto della filosofia, personalismo ontologico perché so-
l'interpretazione, che è un vero e proprio sommario di una teoria dell'inter-
pretazione, il piu completo che egli ci abbia dato, se si guarda non tanto al la-
to fenomenologico, quanto piuttosto alle possibili implicanze speculative di
l
stiene che la persona ha, per la sua stessa essenza, una dimensione ontologi- questo concetto.
ca, una relazione costitutiva con un termine (l'essere, la verità) che è ad essa Nasce qui la distinzione fra pensiero rivelativo e pensiero espressivo, che 7
irriducibile. Non si tratta dunque di intimismo né di trascendentalismo fini- Pareyson mise alla base del suo insegnamento accademico a partire dal 1964,
tistico come se tutto potesse ridursi a intimità e soggettività, ma neanche di quando successe al suo maestro Augusto Guzzo sulla cattedra di teoretica
una metafisica antica come se si potesse parlare dell'essere obiettivamente e dell'Università di Torino. Il pensiero rivelativo è anche sempre espressivo e
direttamente attraverso una sorta di ascesi impersonale. Per il personalismo nell'atto in cui rivela la verità esprime la persona, il pensiero espressivo nasce
ontologico la persona non si può rapportare a se stessa se non cogliendo in- invece dal disconoscimento del vincolo persona verità e non fa che esprime-
sieme la sua relazione costitutiva all'essere, e l'essere, accessibile solo nel rap- re il tempo senza neppur poter darcene una conoscenza: si pone come una ra- -,
porto personale con esso, non si riduce a questo rapporto, che instaura nella zionalità vuota di verità che è mistificante o pragmatico-strumentale, e si ri-
sua stessa possibilità. solve in puro tecnicismo, come un'azione priva di verità si risolve in puro
Sulla base di queste premesse si può comprendere facilmente uno dei prassismo. La distinzione fra pensiero rivelativo e pensiero espressivo equi-
principi fondamentali del pensiero ermeneutico pareysoniano: « il rapporto vale a quella fra filosofia e ideologia, la cui trattazione costituisce la parte cen-
ontologico originario della persona è interpretativo, e ogni interpretazione ha trale del libro. In essa si rivela certo un motivo del pensiero pareysoniano su
necessariamente carattere ontologico ». Da un lato è evidente che una filoso- cui non si è insistito molto ma che meriterebbe di essere raccolto. Il carattere
fia personalistica non può fare a meno di riconoscere il carattere ermeneuti- espressivo e rivelativo insieme del pènsiero rivelativo permette di intendere in
co di ogni situazione umana, dall'altro, una volta definito il personalismo co- tutta la sua portata la polemica pareysoniana contro un pensiero meramente
me si è detto, non si può che affermare il carattere ontologico di ogni inter- storico e pragmatico, tecnico e strumentale, empirico e ideologico, permette
pretazione umana per quanto determinata e particolare sia. « Interpretare si- altresì di cogliere il significato del suo antiprassismo: anche in questo caso il
gnifica trascendere: non si può parlare autenticamente degli enti senza insie- problema che emerge non è semplicemente quello dei rapporti di teoria e
me riferirsi all'essere»: nell'interpretazione il linguaggio« non si limita a si- prassi, ma il problema della verità la quale è così originaria che si pone al di
gnificare ciò di cui si parla, ma m entre parla di qualcosa di determinato, dice là della distinzione fra teoria e prassi, « indicando quell'unità primigenia che

VI VII
PREMESSA DEL CURATORE PREMESSA DEL CURATORE

sola è in grado di spiegarne e regolarne la derivata distinzione e il genuino e Su questo punto devono essere corretti a mio parere certi giudizi che ri-
reciproco rapporto ad ogni livello». L'alternativa non è tanto fra teoria e p ras- guardano un suo preteso disinteresse per la politica. Vorrei qui sottolineare la
si quanto fra verità e tecnica: ciò che il filosofo deve temere è insomma « non sua originale trattazione del problema della demistificazione e della fine del-
che l'azione distrugga la contemplazione, ma che l'azione dimentichi l'essere, la lotta delle ideologie, studiato quest'ultimo nel suo esito marxistico e socio-
giacché l'azione, memore dell'essere, oltre a conformarsi all'essere suo di azio- logistico, su cui avanza considerazioni valide anche per un'analisi della storia
ne, ha anche valore di verità, quindi minaccia solo la contemplazione sterile politica contemporanea, cospicuamente caratterizzata, dopo il fallimento del-
ed inerte, solipsistica e narcisistica, non quella contemplazione profonda e ra- la rivoluzione e del marxismo, dalla diffusione di quel sociologismo da lui sot-
dicale che è memoria della verità, realizzabile non solo nel pensiero specula- toposto a una critica lucidissima. La rinuncia al pensiero secondo verità, lari-
tivo ma in ogni attività umana» (p. 180). Il pensiero rivelativo può accoglie- duzione alla sua espressività, hanno come esito un'accettazione acritica del-
re in sé come originario l'elemento pratico senza indebite esagerazioni: « es- l'esistente che, se vuole andare oltre se stessa, non ha altra via che lo stru-
so è testimonianza; e la testimonianza decidendo l'alternativa tra verità e tec- mentalismo.
nica con la scelta della verità e riportando la libertà necessariamente implici- E ancora vorrei sottolineare che, oltre a un impegno etico-religioso del fi-
ta nella rivelazione della verità alla decisione per l'essere, è sì unità di teoria e losofo che non può prescindere dal problema dell'urgenza dell'incarnazione
prassi, ma unità originaria e anteriore ad ogni distinzione, e quindi tutelata dal della realtà metaculturale della fede religiosa, c'è per Pareyson un suo inevi-
pericolo di limitarsi a opporre e ridurre l'un termine all'altro» (p. 107). Co- tabile impegno etico-politico che precisa in una bella pagina del suo libro su
me la polemica contro l'espressivismo si accompagna a quella contro una me- cui vorrei richiamare l'attenzione del lettore « Il filosofo non è pensatore
tafisica ontica od oggettivistica, così la polemica contro il prassismo si ac- astratto e 'monastico' della torre d'avorio né l'uomo 4bè è filosofo e politico
compagna a quella contro un contemplativismo, che conceda all'uomo l'at- insieme. Dire che il filosofo non deve esser astratto da'l1a società e avulso dal-
tingimento di una mera contemplazione che lo esenti dalla sua storicità, per la storia non vuol dire che esso debba fare della politica, giacché non è possi-
la quale il rapporto con la verità si lega a quello con la molteplicità delle pro- bile essere filosofo e politico insieme se non per contingente e accidentale
spettive storiche in cui solo essa si offre e nell'ambito delle quali egli deve dar- unione personale. Il filosofo deve fare della filosofia e non altro, e proprio in
ne testimonianza. ciò risiede il suo compito civile e la sua rilevanza pratica. Il suo compito non
C'è una forte polemica antirelativistica che percorre tutto il libro e che fu è quello della politica attiva, ma è di ricordare che la feccia di Romolo non de-
subito rilevata. Essa si precisa anche nella teorizzazione del dialogo. Il dialo- ve far dimenticare la repubblica di Platone, che la realtà storica non si deve
go presuppone realisticamente insieme l'alterità degli interlocutori e il rap- assolutizzare sino al punto da perdersi nell'oblio dell'essere e nel tradimento
porto che li unisce e la teoria dell'interpretazione pareysoniana è in grado di della verità: che tutti gli schemi pratici e tutti i progetti di azione hanno un ca-
garantire entrambi questi presupposti. Solo l'orizzonte del pensiero rivelati- rattere etico, né è pensabile una qualsiasi azione sottratta alla morale, che le
vo può essere l'orizzonte del dialogo, perché « la verità vi risiede piu come idee sono veramente idee solo se non sono strumentalizzate; che v'è un rap-
fonte che come oggetto di scoperta », e di conseguenza sa unire con un lega- porto con l'essere a cui bisogna rimanere fedeli sia nel pensiero che nell'azio-
me indissolubile l'unità e la molteplicità delle sue formulazioni, evitando al ne; che la tecnica non può mai essere fine a se stessa e che la sperimentazione
tempo stesso lo scetticismo dimentico della verità e il fanatismo che non tie- non si regge da sé, che il dialogo che fonda la convivenza non è possibile se
ne conto delle molteplici prospettive, senza cadere per questo nel facile otti- non nella verità. Se il filosofo ha il compito di rammentare tutto ciò, il com-
mismo di certe concezioni personalistiche che, con troppa fiducia, abb an do- pito di realizzarlo nella storia e nella realtà sociale spetta al politico. E non che
nano il dialogo a una disposizione innata della persona, dimenticando che es- con questo si possa dire che il filosofo dà la norma al politico, perché tutto ciò
so è un'avventura difficile, precaria, sempre esposta allo scacco. il filosofo non lo inventa, ma lo rammenta, e a tutti ricorda che ciascuno lo de-
Forse i lettori di Verità e interpretazione hanno colto piu l'antirelativismo ve rammemorare da sé, perché la rivelatività del pensiero non è proprietà
del pensiero pareysoniano - che certo è radicato in questo motivo centrale esclusiva del pensiero filosofico, ma inerisce ad ogni pensiero degno del no-
della sua teoria dell'interpretazione, l'unità della verità e la molteplicità delle me, e il carattere puramente teoricò e speculativo del pensiero ne è soltanto
sue formulazioni - che non l'antiprassimo e l'antistrumentalismo: pure egli un aspetto e una specificazione» (pp. 178-179). Si capisce come Pareyson
giustamente riteneva i due aspetti indisgiungibili e molto teneva a questa p ar- possa ritorcere l'accusa che l'ideologo muove al filosofo, l'insufficienza del
te « polemica » del suo filosofare al punto che, se posso indulgere a un ricor- suo impegno, proprio contro l'impegno ideologico, mostran done a su a volta
do personale, confortato anche da quale espressione pubblica, molto esitò se l'insufficienza: « quel che io metto in dubbio è che quel tanto di concettuale
intitolare il suo volume Verità e pensiero tecnico piuttosto che Verità e inter- che l'ideologia contiene basti per essere una guida razionale n ella realtà so-
pretazione. ciale e politica e per proporre validi programmi d'azione nel mondo umano

VIII IX
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PREMESSA DEL CURATORE PREMESSA DEL CURATORE

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in genere, quando con tutta evidenza l'ideologia con la sua disinvolta duttilità son,« sussiste l'alternativa fra il positivo e il negativo e tutto sta a fare libera-
e la sua esperta tecnica pragmatica non fa che razionalizzare e giustificare si- mente prevalere il primo sul secondo ». ·
tuazioni preesistenti o rendere piu efficienti progetti stabiliti» (p. 172). Si vede allora quale sia il carattere dell'ermeneutica pareysoniana che la in- 7I
In questa prospettiva per Pareyson il compito della filosofia - come tra- dividua nella sua originalità, il suo carattere cioè ontologico e personalistico,
duzione in termini verbali e speculativi di quel pensiero rivelativo, che in qual- con una sempre piu forte accentuazione del primo di fronte a quegli sviluppi
che modo è alla portata di tutti anche se non per questo sottratto alla possi- del pensiero ermeneutico che finivano con il tradirlo. « Il futuro», egli scri- 7I
bilità dell'oblio e del tradimento - è quello largamente umano di rammemo- veva nel 1986, « è proprio del pensiero ermeneutico così inteso, ma non sem- I
rare la verità e di additare l'essere, o meglio di aiutare l'umanità in questo bra favorevole a quelle forme di ermeneutica che sembrano fare a meno del-
sforzo continuo di rammemorazione di verità e di fedeltà all'essere che è la la verità. L'interpretazione, si dice, non è l'interpretazione di qualcosa: non
sua vocazione piu profonda. Così la filosofia non è distaccata dal resto delle esistono fatti o verità da interpretare, ma solo interpretazioni di interpreta- 7
attività umane, ché anzi trova una delle sue funzioni essenziali proprio nel ve- zioni. Penso che ciò non sia conforme al concetto di interpretazione, la qua- j
gliare sulle diverse attività umane, impedendone assolutizzazioni o tradimen- le o è interpretazione di qualcosa o non è: l'interpretazione che dissolve in sé
ti, restituendo a ciascuna di esse la sua genuina natura, mostrando al tempo stessa ciò che ha da interpretare e che quindi vi si sostituisce cessa con ciò
stesso come solo la presenza dell'essere e della verità in esse le rigeneri conti-
nuamente, preservandole dai pericoli del tecnicismo e della vacuità. L' appas-
sionata difesa della filosofia non solo nei confronti del pampoliticismo, ma an-
stesso d'essere interpretazione. Non resta allora che il diffluire dell'esperien-
za di per sé indifferente e privo di distinzioni possibili, senza confini e senza
drammi, anzi confortevole e consolatorio, ben lontano dal pensiero tragico
7
che dello scientismo, del fideismo, dell'estetismo, trova in questi motivi la che s'annida nel cuore stesso del pensiero ermeneutico.>> (AA.VV., Dove va la
sua ispirazione. Si precisa così quel concetto di testimonianza di cui si di-
ceva, in cui si può certo riconoscere un riferimento all' andenkendes Denken
di Heidegger, ma che acquista una dimensione francamente etica che man-
filosofia?, a cura diJaderJacobelli, Bari, Laterza, 136-1~'7). L'ermeneutica pa-
reysoniana per cui la verità si affida all'interpretazione e può manifestarsi nel- l
la storia solo attraverso di essa è irriducibile alle ermeneutiche che dissolvo- -,
ca in Heidegger. Mi piace qui ricordare che quest'elogio della filosofia cadeva no la verità nell'interpretazione, o che, non sentendo il problema, anche solo
in un ambiente largamente avverso al carattere autonomo e speculativo della fi- non si preoccupano di trovare condizioni capaci di escludere questo dissolvi- i
losofia e fu per molti motivo di coraggio per la ripresa di un libero filosofare. mento. L'accenno finale al pensiero tragico è poi di grande importanza per il
Il dovere del filosofo di rammemorare queste cose è tanto piu importante raccordo fra pensiero ermeneutico com'è delineato in Verità e interpretazione
in quanto gli uomini possono dimenticarle, perdendosi nell'oblio dell'essere e quell'ontologia della libertà che costituisce l'ultima stagione del pensiero pa-
e nel tradimento della verità: « e allora utilmente il filosofo gliele rammenta, reysoniano. Ciò che distingue l'ermeneutica di Pareyson da quella teorizzata
ma anche l'uomo piu semplice e piu comune avrebbe potuto rimemorarle da dai rappresentanti dall'ermeneutica decostruttivistica è proprio il manteni-
sé, sol che fosse rimasto fedele al vincolo originario che lo lega alla verità e al- mento di questa basilare idea di verità e uno degli aspetti fondamentali del
1' essenziale dimensione ontologica della sua stessa umanità» (p. 179). suo pensiero è proprio l'aver messo in chiara luce che la rinuncia a pensare
Una filosofia così intesa può rivalutare il senso comune e aprirsi alla tradi- secondo verità importa l'impossibilità di dar ragione dei tratti tragici dell'esi-
zione, venendo ad arricchire il personalismo con la tematica propria alle stenza umana, fino a una loro mistificante cancellazione.
realtà storiche, collegando la microstoria delle persone per così dire alla gran- Per comprendere l'ermeneutica pareysoniana nei confronti delle altre fi-
de storia dell'umanità. La visione della storia che emerge è ben diversa da losofie ermeneutiche del tempo è essenziale rifarsi alla sua matrice, quale in
quella heideggerriana dell'oblio dell'essere. « La tradizione ... non si limita ad questo libro certo emerge ma quale è precisata in altri documenti come l'in-
essere la trasmissione di un risultato storico, ma è fondamentalmente ascolto troduzione e la conclusione all'ultima edizione di Esistenza persona (Genova,
dell'essere, cioè è dialogo col passato solo in quanto è richiamo all'origine, e Il Melangolo, 1985). Pareyson è l'unico dei grandi teorici dell'interpretazio-
traversa i secoli non perché sia collocata nel tempo, ma perché è inserita nel ne del nostro tempo a dichiararsi« esistenzialista», presentando il suo pen-
cuore stesso dell'avvento temporale dell'essere» (p. 47). Non si può disco- siero come esito del ciclo speculativo della Existenzphilosophie, nome sotto
noscere l'importanza del concetto pareysoniano di tradizione, che mentre evi- cui raccoglieva le filosofie di Heidegger, J aspers, Marcel e Berdjaev. Egli ha
ta ogni degenerazione del concetto di tradizione in tradizionalismo, come as- indicato chiaramente i tratti di questa grande esperienza speculativa: la ne-
solutizzazione di modelli storici del passato, limita l'altrettanto assurdo e og- cessità, per comprenderla, di rapportarla all'idealismo classico tedesco (crisi
gi correntissimo privilegiamento del futuro, e recupera il senso del tempo in dell'hegelismo e particolare rilevanza in essa del pensiero di Schelling); il con-
tutte le sue dimensioni quale solo può apparire quando lo si consideri nel suo cetto di esistenza come coincidenza di autorelazione ed eterorelazione, o me-
rapporto con l'essere:« in ogni punto del processo storico», afferma Parey- glio il riconoscimento di un essenziale rapporto problematico fra uomo ed es-

X XI
PREMESSA DEL CURATORE PREMESSA DEL CURATORE

sere, il singolo e la verità; l'esperienza in tutti questi suoi rappresentanti di una dicendo che il linguaggio religioso è insieme simbolico e dialettico. La dialet-
forte esigenza di rottura. Ma anche ha insistito sulla necessità di riviverla al di tica di cui parla si pone poi come dialettica della libertà, dialettica che è in-
là di ogni eclettismo rifiutando ogni movimento tendente a riassorbirla o a scritta in un'ontologia della libertà, che potrebbe anche essere interpretata
stemperarla rapportandola ad altre filosofie, alla fenomenologia per esempio come lo svolgimento di una questione che un lettore attento di Verità e inter-
(giudico questo punto molto importante, l'ermeneutica pareysoniana, a dif- pretazione non poteva non porsi. C'era un punto lasciato a mio parere sco-
ferenza di altre, non si richiama alla fenomenologia, richiamo che, a mio pa- perto: alla teorizzazione dell'atto di libertà come opzione per l'essere non cor-
rere, implica per lo piu un indebolimento di quell'ontologicità che per Pa- rispondeva un'indagine su un atto instaurativo di quel vincolo con l'essere
reyson è, come si è detto, suo tratto essenziale). Non la fenomenologia, ma che poteva essere vissuto nel consenso come nel rifiuto. Approfondendo que-
l'Existenzphilosophie, arricchita dall'esperienza speculativa dell'idealismo sto motivo dopo Verità e interpretazione (nella prefazione alla già citata ulti-
classico tedesco (Fichte e Schelling) e di Plotino, costituiscono lo sfondo spe- ma edizione di Esistenza e persona), Pareyson giungerà a un chiarimento de-
culativo del pensiero pareysoniano. A ciò si aggiunga l'approfondimento di cisivo: « la libertà umana appare come data e quindi avvolta e quasi fasciata
quelli che egli considerava i padri dell'Existenzphilosophie, Kierkegaard e Do- da una necessità iniziale: la quale tuttavia si palesa a sua volta come libertà.
stoevskij, la filosofia francese del Seicento che per lui toccava il punto piu al- Come un limite che nel suo lato superiore è un atto di libertà in quanto do-
to con Pascal, l'umanesimo italiano con Vico, e il quadro è completo. Si trat- nazione e nel suo lato inferiore è appello alla libertà stessa che è donata, e in-
tava come si vede di qualcosa di piu che di una interpretazione storica del- vito al suo proprio esercizio» (p. 26). Pareyson fa sua la grande lezione di
l'Existenzphilosophie, piuttosto era una esplorazione in profondo delle filo- Schelling, recando in atto l'intenzionalità ultima che in essa pur si dischiude
sofie che raccoglieva sotto questo nome volta a far emerge dall'esperienza esi- fra motivi contrastanti. La libertà umana non può esse.1;e" affermata altrimenti
stenzialistica quanto in essa vi fosse di speculativamente valido e proseguibi- che nell'orizzonte della libertà divina: ma il pensiero èlt'-Schelling è radicaliz-
le. Proprio per questo carattere ontologico d'altra parte il personalismo pro- zato sino a pensare Dio in termini di libertà senza residui. Emerge così quel-
posto da Pareyson si distingueva non solo come ho già detto da quelli di ispi- lo che mi sembra essere al centro di questo movimento di pensiero: la pre-
razione attualistica, ma anche dal personalismo tedesco di impronta fenome- senza nell'essere di una piega così misteriosa e sconvolgente come la facoltà
nologica e da quello francese sia spiritualistico che comunitario. del bene e del male costringe a un ripensamento dell'essere, che si estende si-
Il contributo che egli si proponeva di dare, collaborando dal di dentro al- no al ripensamento dell'essere divino. Questi i motivi che spingono Pareyson,
lo sviluppo dell'Existenzphilosophie, trovò la sua espressione nella sua medi- al di là di ogni antropomorfismo, di cui pure è stato accusato, a pensare la li-
tazione intorno alla libertà. Ora in Verità e interpretazione la tematica della li- bertà divina come inizio e come scelta, a formulare il « discorso temerario »
bertà è ben presente. Quel rapporto problematico (una problematicità che del male in Dio, e a spingersi su quella via della dialettica della libertà, di cui
svolgendo il suo pensiero Pareyson è andato sempre maggiormente accen- parlavo, una dialettica che riguarda eternità tempo e i rapporti tempo-eter-
tuando) di cui dicevo passa infatti attraverso la libertà. Se questo coinvolgi- nità. Impossibile qui enunciare le « novità » che questo passaggio comporta,
mento di essere e libertà non sempre giunge ad adeguata chiarezza nei rap- tutte riassumibili mi pare di potere dire, se è possibile esprimere con sempli-
presentanti della Existenzphilosophie, in Pareyson invece emerge a tutto ton- cità e brevità una posizione estremamente complessa, nel passaggio dalla po-
do, come si è visto, non solo nella teorizzazione dell'opzione per la verità co- sizione che fa centro sul sentimento della realtà come dono a quella che al
me base del pensiero rivelativo, ma anche nello studio della peripezia per cui sentimento della realtà come dono aggiunge il sentimento che alla radice del-
al pensiero rivelativo si finisce per sostituire il pensiero espressivo, che è un la realtà è la libertà non solo come generosità e munificenza ma anche come
po' la maniera in cui Pareyson trascrive nella sua filosofia di questo periodo .abissalità infondatezza non fondamento, carattere questo che la ricollega alla
la schellinghiana libertà come facoltà del bene e del male. scelta, alla possibilità del negativo, per cui la realtà nata come vittoria sul nul-
Pareyson insisterà sempre di piu su questo punto:« Il clima dell'interpre- la ne è continuamente minacciata. In Verità e interpretazione si parlava del-
tazione, tenuta ad un arduo compito di comprensione, e perciò di attingi- l'essere e della verità, nell'Ontologia della libertà si parla di positività origina-
mento e di fedeltà, è quello del rischio, e quindi dell'angoscia e del dubbio. ria e di ambiguità originaria, dove è importante notare che, se Pareyson man-
Anzi, se si pensa che l'unico accesso alla verità è la libertà, la quale si esercita tiene tutti e due i momenti, in nessun modo la positività originaria può esse-
con un atto che può essere sì di consenso e di accettazione, ma anche di ne- re risolta nella semplice ambiguità. In un passo illuminante di questo libro egli
gazione e di rifiuto, risulterà che l'ambiente dell'interpretazione è quello afferma che vi sono due dialettiche, la dialettica dell'eternità, che è vittoria sul
drammatico del conflitto e della contraddizione» (Dove va la filosofia ?, cit. , negativo, e la dialettica del tempo che è lotta e quindi compresenza e tensio-
p. 137). L'insistenza su questo motivo lo porterà al riconoscimento di un mo- ne, e continua dicendo che la prima può essere vista come duplicità e ambi-
mento dialettico annidato nello stesso pensiero ermeneutico, che esprimerà guità solo perché su di essa stinge la seconda nella quale siamo nel tempo, per

XII XIII
7
PREMESSA DEL CURATORE PREMESSA DEL CURATORE
j
J

subordinare infine l'ambiguità alla positività vedendo nella prima un sempli- era già all'inizio. Si tratta di un rovesciamento dello schema hegeliano che, in
ce simbolo della seconda, che evidenzia la positività originaria come positività termini kierkegaardiani non baderebbe che al suo risultato: qui invece nessun -,
I
vivente (l'essere preferito al milla, il bene scelto, il positivo libero) (Ontologia risultato è possibile senza possesso e stimolo iniziale. Ciò non solo non atte-
della libertà, Torino, Einaudi, 1995, p. 332). Si deve distinguere il nulla ini- nua la tragicità della storia e della vita, ma anzi mentre la spiega anche la in-
ziale come semplice delimitazione della libertà divina, dal nulla che sorge con tensifica, perché pone a rischio un possesso, e non ne coglie la sicurezza se
la scelta dell'essere, che· acquista un carattere polemico - distruttivo nei con- non per metterlo alla prova, esponendolo al pericolo della dispersione e del-
fronti di essa ma che per essa è una possibilità eternamente esclusa e vinta. la perdita .. : rendendo p~rmanente oggetto di preoccupazione e inquietudine,
Come inizio la libertà divina ha un passato di non essere, un passato che non di apprens10ne e angoscia».
è mai stato presente se non nello stesso presente istantaneo della libertà, ma Del resto il pensiero ermeneutico già era espresso in termini analoghi nel-
la negazione che accompagna la libertà non si riduce al non essere da cui esce l'introduzione all'ultima edizione di Esistenza e persona (§§ 7-8), che costi-
istantataneamente, perché come scelta originaria dell'essere implica la pre- tuisce il documento principe per intendere l'evoluzione del pensiero parey-
senza della possibilità contraria, che potrebbe essere preferita e il non essere soniano, anche del suo passaggio all'ontologia della libertà (di cui contiene
acquista un quoziente di negatività assumendo l'aspetto d'una negazione at- una prima formulazione).
tiva contraria antagonista: questo nulla attivo devastante è il male, che la scel- Con questo parlare insieme della positività originaria e dell'ambiguità ori-
ta dell'essere propriamente pone come possibilità scartata e vinta una volta ginaria mi pare che quel che Pareyson voglia esprimere non sia lontano da
per tutte. Del resto alla sua affermazione di positività originaria Pareyson si quello che tutte le anime profondamente religiose hanno sempre sentito: l'uo-
richiama contro i suoi critici come momento da essi troppo trascurato, so- mo non vive che per la fede intesa come fedeltà di Dip. all'uomo che può es-
prattutto quando lo accusano di giungere a una demonizzazione di Dio o a sere esperita solo come un atto di libertà divina che l~inpre si rinnova, che,
una reduplicazione dell'esistente in Dio:« certo, io ho parlato dell'ambiguità pur nutrita di « intime e naturali esigenze e di attestazioni superiori », non
divina, del dissidio in Dio, ma mi chiedo come sia possibile parlare di redu- può essere altro che creduta, per cui su di essa non possiamo certo contare
plicazione quando il dissidio è posto in Dio come composto e risolto per sem- come su qualcosa che ci è dovuto o di cui possiamo disporre; che in nessun
pre, mentre nel mondo esso è presente come tensione e contrasto, come lot- modo può essere garantita traducendola in termini di necessità; e ancora che
ta fra bene e male incerta sino all'ultimo istante, potendo sempre prima della questa fedeltà si manifesta insieme nella misericordia e nell'ira mai separate,
fine prevalere il male. Che cosa sarebbe reduplicato in Dio? Che paragone si ma entrambe avvolte nel mistero. Il Dio dell'esperienza religiosa è veramente
può mai fare tra il conflitto armato della storia temporale umana e il dissidio il Dio « che atterra e suscita, che affanna e che consola» (Manzoni). La cate-
placato nella storia eterna divina? (ib., p. 291). E ancora al Padre Tilliette in goria in cui la vita religiosa si svolge è quella della realtà: Dio non è l'essere
quella corrispondenza in cui l'ontologia della libertà è duramente contestata: necessario ma l'irruzione di una realtà sovrabbondante che sconfigge il nulla,
« ... Lei si ferma troppo poco sulla mia affermazione della positività divina» e la creazione come la redenzione sono liberi atti in cui questa vittoria sul nul-
(Annuario filosofico, 1993, 9, p. 34). Per quel che riguarda poi l'affermazione la si conferma senza che mai si possa parlare di una sua necessità, e in cui il
del carattere ontologico del pensiero ermeneutico è interessante notare come nulla e il male sono esperiti come aventi la possibilità di vittoria, tanto è vero
in alcuni appunti (non ancora pubblicati, presumibilmente degli anni '90) in che la creazione è vittoria su un nulla e su possibilità di male che sempre la
cui cerca di mettere in evidenza la rilevanza che il teorema schellinghiano minacciano, e la redenzione, conseguente al peccato che queste possibilità so-
dell' « estasi della ragione» puÒ 'llssumere per la filosofia contemporanea, par- pite ha liberamente attuato risvegliandole, si svolge in un clima in cui ad ogni
la del carattere« taumastico e tragico» del pensiero (la comprensione che momento la possibilità della prevalenza del male non può essere esclusa.
nell'"estasi della ragione" si consuma di non essere padrone delle proprie ori- Sembra quindi che ci si muova su un piano puramente speculativo, ma lo
gini) e del carattere inseparabilmente « teoplettico ed ermeneutico » della co- sforzo di Pareyson è quello di portare a comprensione quello che per lui è il
noscenza, dove arrischierei a dire che il termine teoplettico indica quello che cuore dell'esperienza religiosa esplicitandone l'universalità. Forse non sareb-
in Verità e interpretazione era qualificato piu genericamente come rapporto be sbagliato dire che l'Ontologia della libertà ci dà la maniera in cui quel rap-
ontologico. Questo carattere teoplettico ed ermeneutico della conoscenza è porto problematico fra uomo ed essere che è il cuore di Verità e interpreta-
da Pareyson così spiegato:.« L'intenzionalità e l' ontologicità costituiscono la zione è visto quando sia inserito nell'orizzonte dell'esperienza religiosa e che
coscienza umana. E questo un discorso che riguarda fondamentalmente la ve- questo inserimento per il carattere ultimativo dell'esperienza religiosa ne sve-
rità: l'uomo possiede la verità solo nella forma dell'esserne posseduto, cioè li il senso ultimo e piu profondo. Se nello svolgimento di queste tematiche poi -,
nella forma di doverla possedere ancora. La ricerca e la storia presuppongo- Pareyson sappia sempre mantenere questo contatto, o se, come è stato avan-
no un contatto originario, per il quale niente può presentarsi alla fine se non zato da alcuni, vi sia un'eccedenza dello« speculativo», è questione che può

XIV xv -,
PREMESSA DEL CURATORE PREMESSA DEL CURATORE

rimanere in questa sede aperta. Ad ogni modo Pareyson intendeva filosofare Nella misura in cui queste« richieste» possono essere raccolte e fatte va-
ali' ombra del mistero, dimenticare questo a mio parere vuol dire deformare il lere all'interno dell'ontologia della libertà, l'intenzionalità speculativa piu
suo pensiero, che non si pone altrimenti che come una serie di colpi di sonda profonda di Verità e interpretazione è salva, pur essendo ripresa in uno sche-
in un mistero insopprimibile (Ontologia della libertà, cit., pp. 274-275 ). ma che certamente aumenta il quoziente di problematicità della situazione
Il passaggio dalla ermeneutica teorizzata di Verità e interpretazione alla er- dell'uomo nel cosmo, in quanto ne indica le radici ontologiche ultime che la
meneutica exercita della sua ultima filosofia, che si pone esplicitamente come rendono intrascendibile, e in cui, proprio per giungere ad un chiarimento ul-
ermeneutica filosofica dell'esperienza religiosa, può portare alla doman da se timo di questa posizione ci si volge ad un ripensamento filosofico degli aspet-
lo stesso concetto di ermeneutica non subisca modificazioni, come sembra ti piu profondi dell'esperienza religiosa che in Verità e interpretazione veniva
suggerisce l'insistenza sul carattere dialettico del discorso religioso, se l'er- affermata nella sua autonomia nei confronti della filosofia, ma lasciata fuori
meneutica inserita nel quadro di una ontologia della libertà non subisca par- della considerazione filosofica propriamente detta, salvo ad affermare quello
ticolari torsioni che modifichino il modello indicato, e infine quale sia il rap- che« da un punto di vista mondano» era caratterizzato come il carattere di
porto fra l'ontologia della libertà e l'ontologia dell'inesauribile, se quest'ulti- "scommessa" proprio della fede religiosa, implicante inevitabilmente un mo-
ma sia resa dalla prima insignificante o se possa o addirittura debba, come io mento filosofico (al qual proposito è da notare che la riflessione concernente
credo, essere ripresa all'interno della prima. La risposta a queste domande di- la problematica religiosa aveva trovato la sua prepotente espressione in Esi-
pende certo dal significato della dialettica della libertà, che non ha potuto es- stenza e persona fin dalla prima edizione del 1950).
sere svolta da Pareyson e su cui ci restano indicazioni che, per quanto rilevanti Comunque vorrei concludere sottolineando che Verità e interpretazione ha
e significative, esigono sviluppi e complementi, scelte speculative anche che trovato questi sviluppi nell'Ontologia della libertà ma,éhe sarebbe certo in-
l'interprete deve compiere a suo rischio. giustificato dire che non poteva che avere questi svilti~pi e che essi necessa-
Tutto quel che si può fare è ricercare nelle carte pareysoniane se vi siano in- riamente si imponevano o anche soltanto leggerla in funzione di questi svi-
dicazioni al propositc;,, che vadano al di là dell'indubbia constatazione che so- luppi. Quest'opera ha infatti una sua autonomia, nella nettezza delle sue tesi,
lo sulla base della teoria dell'interpretazione svolta in Verità e interpretazione nell'urgenza delle scelte speculative che impone al lettore, nella ricchezza di
poteva nascere l'idea di una ermeneutica filosofica dell'esperienza religiosa e suggestioni che contiene, e continuerà per molti, indipendentemente dagli
che il luogo di incontro fra i due momenti del pensiero pareysoniano sia quel- sviluppi che ha ricevuto (essi stessi per la loro incompiutezza non privi di in-
lo della libertà vissuta per i suoi aspetti negativi oltre che per quelli positivi. Ol- certezze che si ripercuotono nelle loro possibili interpretazioni), ad essere un
tre all'ultimo passo citato, mi sembra rispondere bene a questa esigenza que- libro di riferimento, a cui attingere per un libero filosofare: per chi la legge
st'altro passo, cristallino al punto che non ha bisogno di commento , del Pareyson è veramente, pur nella sobria classicità del suo stile, come ebbe a di-
1986/87, che ho rinvenuto fra le carte del filosofo custodite presso il Centro re una volta Marcel di Schelling, « un compagno esaltante ».
studi filosofico-religiosi« Luigi Pareyson » (Quaderno XIII): « Necessità di
mantenere anche nella filosofia della libertà i concetti di essere e persona. Sen- GIUSEPPE RlCONDA
za il concetto di essere la libertà sarebbe concepita solo attualisticamente co-
me pura agilità. Sarebbe impossibile la libertà come abisso, cioè come inesau-
ribilità, originarietà. Dinamica dispersiva non irradiante. Implica nell'uomo in-
tenzionalità, rapporto ontologico, relazione con la trascendenza. Consistenza
dell'essere, della trascendenza della verità: cioè dell'interpretando.
Così è ancora richiesto il concetto di persona. Essere padrone di sé e con-
scio dei propri contenuti, capace di decidere dell'alternativa della libertà co-
me libero arbitrio, a nulla rapportabile se non con libertà, capace di acco-
glienza o rifiuto, in rapporto a sé e insieme con altro (con l'Altro= la tra-
scendenza, con altri= gli altri, con altro= la natura), in dialogo con Dio di cui
è immagine, capace di costituirsi progressivamente (cioè tale che in esso c'è
distinzione fondamentale dialettica fra natura e persona, tell).peramento e ca-
rattere, situazione e libertà) [dominio della persona sulla natura], capace non
solo di agire e di avere, ma anche di essere, cioè di trasformare quell'agire e Nelle pagine del testo abbiamo mantenuto la numerazione originale per facilitare ai lettori il
quell'avere in essere». riscontro delle citazioni dell'ormai abbondante letteratura su Pareyson.

XVI XVII
PREFAZIONE
-,

Raccolgo in questo volume alcuni miei scritti degli ultimi sei


anni, già concepiti e pensati come capitoli d'un libro, sia per l'uni-
tà dell'argomento sia per la continuità della trattazione. Essi
hanno tutti un carattere programmatico, nel senso che sono al
tempo stesso una decisa presa di posizione nella situazione odierna
e un piano di lavoro che mi propongo di svif{[gere, e che pro-
pongo allo svolgimento altrui, nei prossimi anni. Ma le linee di
7
sviluppo ci sono già tutte., anche se talvolta esposte con delibe-
rata concisione o qua e là appena accennate. Oggi, a causa de!- 7
l' elefantiasi dei mass media e del!' industria culturale che ne con-
segue, si tende a scrivere in vista d'un consumo rapido e imme-
diato, insofferente degli indugi della rilettura e della riflessione. 7
' A un tipo di lettura lento e meditato, pronto a svolgere e inte- i
grare gli spunti, e quindi fiducioso nella collaborazione del lettore,
sono invece destinate le pagine seguenti, molte delle quali sono
il risultato d'una densa concentrazione, e quindi esposte al rischio
cui fa cenno il detto « brevis esse labaro, obscurus fio ».
Vi si tratta di argomenti che, ·se non vado errato, sono della
massima attualità, come attuali erano i saggi di Esistenza e per-
sona vent'anni fa: e lo dimostrarono le circostanze successive. Vi
si rivendica la necessità e l'autonomia della filosofia, oggi piu che
mai, di fronte all'assalto che le vien mosso da ogni parte: dalla
scienza, dalla religione, dalla politica; le quali tutte, quando scon-
finano dal loro ,campo, in cui solo la filosofia è in grado di conte-
nerle, tralignano dalla loro stessa natura, ,e degenerano in scien-
tismo, fideismo, pampoliticismo, cioè proprio in qu.elli che sono
i mali del nostro tempo: la superstizione, sia pure della ragione,

7
PREFAZIONE PREFAZIONE

il fanatismo, sia politico che religioso, l'ideologia, eh' è la strumen- tico, preoccupato di quello ch'è il suo principio e la sua origine,
talizzazione del pensiero; donde poi le varie forme di relativismo, cioè della sua radicazione ontologica e del suo carattere rivelativo,
scetticismo, tecnicismo, prassismo, nichilismo, che, sotto l' appa- e proprio perciò capace di dirigere e fecondare l'esperienza e di
renza della piu vigile criticità, derivano tutte dalla decadenza del dominare e trasformare la situazione. Infine la verità non può
pensiero filosofico. E la difesa della filosofia, cioè questa estrema essere intesa in senso oggettivo e puramente metastorico: da un
ma risoluta rivendicazione della sua necessità, non si può fare lato essa non è oggetto ma origine del pensiero, non risultato ma
senza restituire al pensiero il suo principio genuino, eh' è la verità, principio della ragione, non contenuto ma fonte dei contenuti;
sottraendolo cosi a tutti i tentativi, oggi sempre piu diffusi, di dall'altro lato essa non si offre se non all'interno d'ttn'interpreta-
ridurlo a pensiero meramente storico e pragmatico, tecnico e stru- zione storica e personale che già la formula in un determinato
mentale, empirico e ideologico. modo, col quale essa di volta in volta si identifica senza esaurir-
Questo libro rischia dunque d'essere impopolare, perché parla visi o ridurvisi, inseparabile dalla via d'accesso attraverso cui la
di verità in un momento in cui non si parla che di azione e di si attinge, e quindi dalla forma storica in cui si presenta nel tempo.
ragione, e piu precisamente dell'azione senza verità, eh' è quella In questi termini il concetto di verità mi sembra da una parte
del prassismo, e della ragione senza verità, ch'è quella del tecni- accettabile anche alla critica piu attenta e stiN!liziata del giorno
cismo; e si sa che prassismo e tecnicismo sono appunto la carat- d'oggi, e dall'altra capace di restituire al pensiero quel carattere
teristica del mondo odierno, tant'è vero che la soppressione del rivelativo da cui dipende la sopravvivenza della filosofia. Tutto
concetto di verità è stata operata, oggi, dalla filosofia stessa, la sta nel mantenere e sviluppare quel concetto di rapporto ontolo-
quale non per nulla è giunta a negare sé stessa e a teorizzare la gico con cui Heidegger ha validamente vivificato e rinvigorito la
propria fine. Ma il pregiudizio storicistico non può giungere al filosofia d'oggi, evitando tuttavia il vicolo cieco in cui egli l'ha
punto di riservare l'attualità alla negazione della filosofia e alla cacciata con la sua proposta d'un'ontologia soltanto negativa e
soppressione della verità, confinando verità e filosofia nei ferri col suo rifiuto totale della filosofia occidentale da Parmenide a
vecchi del passato, se non altro per il fatto, facilmente accerta- Nietzsche. Queste due concezioni finiscono per compromettere la
bile, che la volontà di negare la verità è altrettanto antica quanto stessa esistenza della filosofia, nel senso che per un verso il discorso
l'intento di affermarla. del filosofo svanisce nel silenzio, e risultano impossibili i discorsi
Inoltre la rivendicazione della verità non è di necessità un filosofici particolari, e in special modo vien negata la possibilità
atteggiamento meramente contemplativo o teoreticistico, che giu- di un'etica, e per l'altro verso il rifiuto dell'intero pensiero occi-
stamente sarebbe considera(o come evasivo e unilaterale: la verità dentale diventa un invito alla rivoluzione totale piuttosto che una
costitutiva del pensiero è egualmente indispensabile sia alla teoria sollecitazione a ricordare che in ogni punto del processo storico
che alla prassi, soprattutto se di questi due termini si sa cogliere sussiste un'alternativa fra il positivo e il negativo, e tutto sta a far
l'unità profonda e originaria. Non bisogna dimenticare che il vero liberamente prevalere il primo sul secondo. Heidegger, confon-
pensiero, il pensiero degno del nome, è anzitutto pensiero del- dendo in tal modo l'inesauribilità con l'ineffabilità e la rigenera-
l'essere, e proprio da!f esser tale deriva la sua virtualità pratica e zione con la rivoluzione, ritorna involontariamente all'indifferenza
la sua efficacia storica: per un verso unità originaria di teoria e delle forme storiche e all'univocità del processo temporale affer-
prassi, anteriore alla loro divisione, e quindi alla contrapposizione mate da quello storicismo eh'egli aveva cosi vittoriosamente debel-
o riduzione dell'una al!' altra; e per l'altro verso pensiero auten- lato; e ciò perché, trascurando l'aspetto personalistico insepara-

8 9
PREFAZIONE PREFAZIONE

bile da una genuina ontologia, ha finito per alterare i rapporti fra persin troppo facile. Ma in filosofia nulla è meno vero e nulla è
l'essere e il tempo, fra l'intemporale e la storia. piu deprecabile del semplicismo, e ·la consapevole ricerca dell' ar-
Il punto centrale del pensiero che propongo è quella solida- duo è sp.esso non solo indice ma anche garanzia di verità. Quando
rietà originaria di persona e verità in cui consiste l'essenza genuina Platone esaltava la bellezza del rischio alludeva al fatto che la
del concetto di « interpretazione ». Allo studio del concetto di filosofia richiede audacia e coraggio; ed è quanto in tempi. piu
interpretazione mi dedico ormai da piu di vent'anni, piu precisa- recenti ricorda Schelling: « Wer wahrhaft philosophieren will,
mente da quando mi misi a rifiettere sul problema dell'unità della muss aller Ho:ffnung, alles Verlangens, aller Sehnsucht los sein;
filosofia e della molteplicità delle filosofie e sulla possibilità d'un er muss nichts wollen, nichts wissen, sich ganz bloss und arm
dialogo fra le diverse prospettive personali una volta che finalmente filhien, alles dahingeben, uro alles zu gewinnen »: « Chi vuol vera-
si abbandoni la concezione oggettiva della verità. Nel concetto di mente filosofare, deve rinunciare ad ogni speranza, a ogni desi-
interpretazione quale risultò da quella rifiessione, e quale si appro- derio, a ogni nostalgia_. non deve voler nulla né saper nulla, sen-
fondi nelle applicazioni che ne feci in altri campi, soprattutto tirsi povero e solo, abbandonare tutto per guadagnare tutto».
in campo estetico, mi permetto di indicare quella nota ermeneu-
1
tica e quindi ontologica del personalismo che mi separa da ogni
forma- di spiritualismo d'origine idealistica o di derivazione inti-
I
I

mistica. Da tal concetto di interpretazione ho tratto l'idea fon-


--.I
damentale di questo libro, cioè quella distinzione fra pensiero
espressivo e pensiero rivelativo che invita a restituire al pensiero
la sua originaria funzione veritativa contro la strumentalizzazione
a cui lo sottopongono il tecnicismo e l'ideologismo del giorno --.
d'oggi. Questa teoria dell'interpretazione ha avuto la fortuna di
attirar l'attenzione di pensatori stranieri a cui mi accomuna l' ori-
ginaria ispirazione esistenzialistica e la costante meditazione sul
pensiero heideggeriano; e la distinzione fra pensiero rivelativo e
pensiero espressivo è stata accolta da studiosi italiani a cui mi
legano profondi vincoli di affinità, con un consenso che per me
I'
ha il valore d'una verifica.
i Nel difendere la filosofià e nel rivendicare la verità ho la con-
I
1,
sapevolezza d'aver scelto la via piu difficile: in una situazione cul- --,
turale come la presente fare a meno della filosofia in favo re della
scienza o della politica o della religione, o ridurre la filosofia alla
rifiessione empirica delle cosiddette scienze umane, come la socio-
logia o la psicologia o l'antropologia, o sacrificare la verità alla
molteplice ma indifferente varietà delle forme storiche, o negare
la verità nell'imperante culto dell'azione e dell'efficienza, è cosa

10 11
INTRODUZIONE
7

7
I
i

-,
I

PENSIERO ESPRESSIVO
/' E PENSIERO RIVELATIVO ')

1 ,-, , 10 ~Q / r · J.r- ,r; ·e_


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u,,i {i,· - r C "_> DIO !°dl'Yl-t Ì!r'f'5{;;/1, :_;,
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1ò .ç'' j<.J,J.A,,-ufo <(} \oJ.tJ P-fn fsl-,,I< "u, f!G,
S 1. Considerazione storicistica e discussione_ speculativa.
7
Uno dei luoghi comuni piu diffusi nella cultura odierna è una i

I
I
concezione genericamente ma integra~ente storicistica, per la quale
ogni epoca ha la sua filosofia, e il significato d'un pensiero filo-
sofico risiede nella sùa aderenza al P,ropriÒ teitfpo: "Non· sì tratta
1
p1u cl.ello storicismo classico, che, interpretando la storia come
progressiva manifestazione della verità, e quindi le filosofie parti- ;
-,
colati come gradi di sviluppo della verità totale, finiva per confe- 1 I

rire un significato speculativo alla stessa corrispondenza d'una J


filosofi.a alla sua situazione storica. Si tratta invece d'uno stari- l
cismo integrale, che nega alla filosofia quel valore di verit~
essa sembra ambire per la stessa natura del suo pensiero, e non le
riconosce altro valore che d'essere espressione ~ P-.tPl?r~o tempq.
Questo tipo di storicismo, piu che aauna rigorosa formula-
zione concettuale, trae la propria forza dall'essere oggi la menta-
lità imperante e il criterio piu o meno consapevole delle valuta-
zioni correnti di gran parte degli uomini di cultura, cioè un vero
e proprio idolum theatri. Io credo ch'esso non sia né da accettare
né da ripudiare totalmente: bisogna piuttosto trovare il limite
entro il quale è giusto appliçarlo e oltre il quale è necessario respin-
gerlo. La discriminazione è insita, a parer mio, nella stessa realtà
storica del pensiero filosofico. Vi sono filosofie che, per quanto
ambiscano, con la loro pretesa di formulazione universale, a con-
seguire un valore di verità, non riescono ad altro che ad esprimere
il loro tempo. Con esse una discussione speculativa è inutile e
inopportuna: · l'unica valutazione cui si prestino è il riscontro del-

15


VERITÀ E INTERPRETAZIONE PENSIERO ESPRESSIVO E PENSIERO RIVELATIVO

l'aderenza del loro pensiero alla situazione storica. Qui la funzione una rivelazione irripetibile. Ciò dipende dal modo con cui l'uomo
critica del metodo storicistico si rivela positiva e proficua: un pro- liberamente :... e non mi fermo qui a indagare la specialissima
fondo bisogno di sincerità induce a scorgere nelle loro afferma- natura di questa libertà originaria in cui risiede non solo l'essere
zioni teoriche nient'altro che una vana pretesa, o un'inconsape- dell'uomo, ma lo stesso suo rapporto con l'essere - dal m.odo
vole illusione, o un equivoco mascheramento; e un vivo senso sto- dunque con cui l'uomo liberamente prospetta la propria situazione.
rico sa restituire a questo pensiero, cosi radicalmente svuotato di Egli può prospettarla come collocazione soltanto storica o come
verità, un suo significato, ravvisandolo nella sua capacità di espri- collocazione anzitutto metafisica, come s~mplice confine dell'esi-
mere il proprio tempo. Ma vi sono filosofie che nell'atto di espri- stenza o come apertura all'essere, come limitazione inevitabile· e
-!
mere il proprio tempo sono anche e soprattutto una rivelazione fatale o come via d'accesso alla verità: da quest'altern.ativa derivai
della verità'. ad esse il metodo storicistico, inteso in quella ma- . alla persona la possibilità di ridursi a mero prodotto storico o
niera, non si può applicare se non a patto di travisarle completa- farsi prospettiva vivente sulla verità, e al pensiero la possibilità
mente nella loro natura, la quale richiede invece, dopo un'oppor- d'esS'ere una semplice espressione e tempo o una rivelazione
tuna collocazione storica, una discussione schiettamente speculativa. personale del vero. ' .
I Considerazione storicistica e discussione speculativa non de- Ì~,-
!: vono dunque intendersi come due modi diversi di fare la storia
rdel pensiero filosofico: non si tratta di due metodi esclusivi che
si contendano l'intera storia della :filosofia, ma di ~ todi
2. Espressione del tempo e rivelazione della verità.

coesistenti che hanno il compito di dividersela. Realmente vi sono )


Eloso e che- sono, per cosi dire, soltanto « espressive » e loso:fie
che sono soprattutto « iveiative » : solo le prime devono essere
!verità
Il pensiero rivelativo è sempre insieme espressivo, perché
non si offre se non all'interno d'ogni sin&>la prospettiva: la
verità è accessibile solo mediante un insostituibile, rapporto per-
la

sottoposte alla storicizzazione a 01i le chiama il metodo storici- sonale e formulabile solo attraverso la personale vi~--q'accesso ad
stico, e non basta tutta la loro apparenza o la loro pretesa di verità essa. Il pensiero che muove da questa solidarietà originària di per-
per innalzarle al merito d'una discussione :filosofica; e solo le sona e verità è al tempo stesso ontologico e personale, e' quindi
seconde assurgono a questo livello, di meritare e insieme suscitare insieme rivelativo ed espressivo, cioè esprime la persona nell'atto
una discussione speculativa, e non basta il lato « espressivo » che !E rivela~:.J_a yerità e rivela la_verità nella misura in cui esp~me
inevitabilmente va congiunto con la loro portata rivelativa a legit- la persona, senza cne l'uno dei due asRetti_pre_y~!g,!_ sull'altro. Pos:-1-,
timarne una critica storicistica, intesa a svuotarle della verità e si'àino-sovrapporre noi stessi alla verità, ma allora la verità è oscu-
a misurarle col semplice m~tro dell'aderenza alla situazione storica. rata anzi che rivelata, e il tempo si trasforma in uno schermo
Giova dunque approfondire la differenza tra il pensiero ch'è opaco e impenetrabile, e .noi diventiamo incomprensibili a noi
·mero prodotta stoxico..e il pensiero che manifesta la veritfu senza stessi. Si può credere di scoprire la verità prescindendo da noi 1
aimenticare che questa distinzione non riguarda soltanto la filo- stessi e dalla nostra situazione, ma allora la verità dilegua, perché
sofia, ma costituisce un dilemma di fronte al quale l'uomo si trova non abbiamo saputo adoperare l'unico organo di cui disponiamo
in ciascuna delle sue attività: l'uomo deve scegliere se essere storia per coglierla, cioè la nostra stessa persona.
o avere storia, se identificarsi con la propria situazione o farne La situazione storica, lungi dall'essere un ostacolo alla cono-
un tramite per attingere l'origine, se rinunciare alla verità o darne scenza della verità, quasi che potesse deformarla storicizzandola

16 17
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PENSIERO ESPRESSIVO E PENSIERO RIVELATIVO

e moltiplicandola, ne è l'unico veicolo, purché si sappia recupe- . 3. Caratteri del pensiero che disconosce il vincolo di persona e 7
rarne l'originaria apertura ontologica: allora l'intera persona, nella verità.
sua singolarità, diventa otgano rivelatore, il quale, lungi dal vo-
-,
lersi sovrapporre alla ·verità, la coglie nella propria prospettiva, e Ciò che caratterizza il pensiero rivelativo è dunque la completa I
quindi ne moltiplica la formulazione nell'atto stesso che la lascia armonia che vi regna fra il dire, il rivelare e l'esprimere: il dire
unica. Il pensiero rivelativo attesta in tal modo la propria pie- è al tempo stesso e inseparabilmente rivelare ed esprimere. Che la
nezza: ancorato all'essere e radicato nella verità, esso ne deriva parola sia rivelativa è segno della validità pienamente speculativa
I' direttamente i propri contenuti e il proprio significato, e la situa- d'un pensiero non dimentico dell'essere, e che la parola sia espres-
zione si fa via di accesso alla verità solo in quanto vi diventa siva è segno della concretezza storica d'un pensiero non dimen-
sostanza storica della persona. tico del tempo. Ora nel pensiero rivelativo la parola rivela la -,
Nel pensiero rivelativo accade cosI che per un verso tutti di- verità nell'atto che esprime la persona e il suo tempo, e viceversa. i
cono la stessa cosa e per l'altro ciascuno dice un'unica cosa: tutti L'aspetto espressivo e storico non solo non va a scapito dell'aspetto
dicono la stessa cosa, cioè la verità, che non può essere che unica rivelativo e teorico, ma piuttosto lo sorregge e lo. alimenta, perché
7
e identica, e ciascuno dice un'unica cosa, cioè dice la verità nel la stessa situazione è prospettata come apertur~ ,storica alla verità '
intemporale. D'altra parte l'aspetto rivelativo non può fare a meno

I
proprio modo, nel modo che solum è suo; ed è vero pensatore
colui che non solo dice la verità unica, la quale nella sua infinità di quello espressivo e storico, perché :della verità non si dà mani-
può bene accomunare tutte le prospettive per diverse che siano, festazione oggettiva, ma si tratta di coglierla sempre all'interno
ma anche insiste per tutta la vita a dire e ripetere quell'unica cosa d'una prospettiva storica, cioè d'un'interpretazione personale.
ch'è la sua interpretazione della verità, perché quella continua Ma quando la libertà cessa di reggere il vincolo .originario di
ripetizione è il segno ch'egli, lungi dal limitarsi ad esprimere il verità e persona, tutto si trasforma. ·La verità dilegua, lasciando -,
tempo, ha attinto la verità. il pensiero vuoto e disancorato, e scompare anche la persona,
{ La verità è dunque unica e intemporale all'interno delle mol- ridotta a mera situazione storica. L'armonia fra dire, rivelare ed
teplici e storiche formulazioni che se ne danno; ma una tale unicità esprimere si rompe, e tutti i rapporti ne risultano sconvolti e pro- --,

(che non si lascia compromettere dalla moltiplicazione delle pro- fondamente alterati. Rivelazione ed espressione si separano defini-
spettive non può essere che un'infinità che tutte le stimola e le tivamente: senza verità, l'aspetto rivelativo della parola è pura-

Ialimenta senza lasciarsi esaurire da alcuna di esse e senza privi-


legiarne nessuna; il che ~ignifica che nel pensiero rivelativo la
verità risiede piu come sorgente e origine che come oggetto di
mente apparente, e si riduce a una razionalità vuota e priva di
contenuto; non piu riferita alla persona nella sua apertura rive-
lativa, ma alla situazione nella sua mera temporalità, l'espressione
scoperta. Come non può essere rivelazione della verità quella che diventa inconsapevole e occulta. La natura della parola degenera
non è personale, cosI non può essere verità quella che non è colta e si sfalda: da un lato un discorso la cui vuota razionalità non
come inesauribile. Solo come inesauribile la verità si affida alla si presta che a un'utilizzazione tecnica e strumentale, e dall'altro,
parola che la rivela, conferendole una profondità che non si lascia mascherato dal discorso esplicito, il vero significato di esso, cioè
; mai esplicitare completamente né interamente chiarire. l'espressione del tempo.
Giova seguire piu da vicino questa peripezia per cui al pen-
siero ontologico si sostituisce il pensiero storico, al discorso spe-
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VERITÀ E INTERPRETAZIONE PENSIERO ESPRESSIVO E PENSIERO RIVELATIVO

culativo il discorso espressivo, alla parola rivelatrice la parola stru- presuppone pur sempre un intento speculativo, sia pure frustrato
mentale. Separato dalla verità, il pensiero conserva, del suo carat- e inevaso, non fa altro che dare un'apparenza di razionalità e di
tere tivelativo, solo l'apparenza, cioè una vuota razionalità, i cui eternità a ciò che di fatto non è che pragmatico e temporale, cioè
concetti debbono rinviare, per il proprio significato, all'altro aspetto fornire la concettualizzazione di condizioni storiche e la raziona-
del pensiero, cioè al suo carattere espressivo. Ma il divorzio fra lizzazione di atteggiamenti pratici.
la rivelazione della verità e l'espressione della persona, turbando Con ciò il pensiero storico manifesta la sua inevitabile desti-
l'intima costituzione della parola, produce uno sfasamento fra
il discorso esplicito e l'espressione profonda: la parola dice una
I nazione pragmatica e strumentale: e questa è la quarta conse-
guenza che incontriamo, la quale viene chiaramente in luce nelle
cosa, ma ne significa un'altra. Per trovare il vero significato del filosofie cosiddette demistificanti, come il prassismo pampoliti-
discorso bisogna considerare il pensiero non per quel che dice, cistico, che converte le ideologie da mere espressioni del tempo
ma per quel che tradisce, cioè non per le sue conclusioni esplicite, in congrui strumenti di azione, e le varie forme di sperimenta-
per la sua coerenza razionale, per l'universalità dei suoi concetti, lismo, che risolvono la funzione del pensiero nell'elaborazione
ma per l'inconscia base che vi si esprime, cioè la situazione, il delle piu diverse tecniche ·razionali. Queste filosofie sono il recu-
momento storico, il tempo, l'epoca. pero del razionalismo dopo la demistificazioné4,del pensiero sol-
Ciò implica una seconda conseguenza: l'identificazione del pen- tanto espressivo: il pensiero privo di verità, se vuole avere un

I
siero con la situazione. II pensiero è in tal modo completamente significato razionale che non si riduca al mascheramento della
storicizzato, perché non fa che esprimere la situazione storica e situazione storica, non può non diventare ragione pragmatica e
accettare d'esser valutato in base alla sua aderenza al tempo in tecnica. Si conclude cosf la peripezia del pensiero soltanto espres-
cui sorge. S'apre la via al culturalismo, che fa rientrare tutto il sivo_ e storico: la consapevole rinuncia alla verità culmina neces- 1
pensiero in una generica storia della cultura, intesa a metterne in sariamente nella deliberata accettazione della funzione esclusiva- 1

luce solo l'aspetto espressivo, senza pregiudizio del suo eventuale mente strumentale del pensiero. -
( ' - - - ~-r-·--~-.-- .. •
valore speculativo; al biografismo, che riduce il pensiero a
un'espressione incomunicabile della situazione in cui ognuno sa-
rebbe inesorabilmente murato come in una prigione invalicabile; 4. Discorso criptico e discorso semantico: demistificazione e inter-
allo storicismo piu o meno spinto, che riduce tutto il pensiero a pretazione.
semplice espressione della situazione storica, negandogli la pos-
sibilità di uscire dal proprio tempo. Se ora esaminiamo piu da vicino le caratteristiche dei due tipi
Assistiamo in tal modo a una terza conseguenza: l'intervallo di pensiero che (lasciando deliberatamente da parte la scienza, che
'i: che s'apre fra il discorso esplicito e l'espressione profonda è quello costituisce problema a sé) ho sommariamente delineato - da un _
I del mascheramento, cioè di quell'inconscia ingenuità o malafede lato i_l P?n.siero esp~rto della _verit~, ontologico e personale insieme7 l <
per cui il pensiero assolutizza una situazione storica, dandosi e quindi inseparabilmente rivelativo ed espressivo, e dall'altro il \ />f;-,-Qy_. -
l'aria di raggiungere una universalità speculativa, ma in fondo pensiero puramente storico, in cui l'assenza del carattere rivela- \ _ +- li ,r.
non facendo che esprimere la situazione nella sua mera tempora- . .e_' ' <i}, i or .,.,..PJ
tivo =usce per compromettere anche l'espressione, e ridurla a \ JJJJ,., , ;r-,
1lità. Il discorso concettuale del pensiero storico, che trascina sem- >• d 1· • d li • •
un m 1retta raziona izzazione e a situazione temporale con It , .._;,e.lf.,.[i,
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pre con sé contenuti di verità, sia pure degradati e svuotati, e che un'ineludibile vocazione strumentale e tecnica - la prim~ cosa ·.~~ -VN
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(:fl;y\i'ìl~'\~>-,:;,Ti che in essi ci colpisce è una spede di intervaIIo fra ciò ch'è d_etto _ . Inoltre: il pensiero storico non dice quel che fa; il pensiero
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e ciò che .non è detto: in entrambi fa parola evoca qualcosa di
oonesplicrtoc e contiene il vero significato del discorso. Ma ben.
,r; --.::
I rivelativo non dice tutto. Nel primo caso c'è una vera e propria
discrepanza fra il dire e il fare, dovuta all'ingenuità o alla mala-
e.-d !:., çW -~ diversa nei due casi è la portata e la funzione del non esplicito. fede, per cui l'enunciazione razionale nasconde la vera motiva-
r-- .- _· / :,?. Anzitutto: nel pensiero storico la parola dice una cosa ma ne zione: l'aspetto esplicito, ch'è una pretesa rivelazione della verità,
I;;- / si~;1ifi:a un'altra; ne! pensiero _rivelativo -~ parola. rivela 1:1~ è in aperto contrasto con la realtà sottintesa, ch'è la situazione
L'2. ;;,e.1; ) . Q._ . pro d1 q~to non dica. Nel pn;:10 caso c10 che la pa~ol~ dice e che vi si esprime. Nel secondo caso invece il discorso ha il proprio
oft} t \!Se ( ç_ una --costruzione co?cettuale, e c10 c?'essa_ veramente s1gmfica de- significato in sé, ma in modo sorgivo, sempre emergente, sf che
1;
5 1 ; -c.. ,e.151, v'esser cerc~to a~ hveIIo ?ell'espress1one, mc?nsape~ole e. masche: ne risulta un continuo intervallo fra ciò ch'è detto e ciò che resta
· _l . r 1 ; P rata, della s1tuaz1one storica: la parola non rivela ne manifesta ne da dire. Propriamente i termini di parte e tutto non sono i piu --,
a(ti tt':-ihiOOJ0 illumina, ma copre e cela e nasconde: il suo ÀÉYELV è un xpv1t't'ELV. adatti a descrivere la rivelazione della verità: rivelare la verità
Nel secondo caso la parola è rivelatrice, ed è eloquente non solo non significa né conoscerla tutta, mediante la rimozione d'un velo
per que-ll-o che essa dice, ma anche per quello ch'essa non di.ce: che ne impedisca la visione completa, né coglierne semplici parti,
7
infatti ciò ch'essa dice è quella stessa verità che risiede in essa di cui desiderare l'integrazione progressiva o iimentare la fatale
come inesauribile, e quindi molto piu come non detta che come inadeguatezza. n pensiero rivelativo raggiunge il suo scopo anche /
detta. Come inesauribile, la verità risiede nella parola senza iden- se non giunge al « tutto detto », oihw ~a.lJùv À6yov EXEL: il suo
tificarvisi, ma riservandosi sempre, :Xct't'èL 1tctpovo-lctv È1tLO"'t"Y)µT),; ideale non è l'enunciazione compiuta d'una realtà piu o meno
xpet't''t'OVct: è una presenza che non coincide con l'esplicitazione, adeguabile, ma l'incessante manifestazione d'un'origine inesauri-
e quindi apte la possibilità d'rm discorso ulteriore e sempre nuovo. bile. La verità non si lascia cogliere che come inesauribile, e ri_'
I La presenza della verità nella parola ha un carattere originario: è questo appunto è l'unico modo di coglierla « tutta ». Non c'è u
!
la scaturigine da cui rampolla incessantemente il pensiero, sf che rivelazione che dell'inesauribile e dell'inesauribile non ci può essere (
ogni nuova rivelazione, piu che avvicinarsi progressivamente ~ che rivelazione, trattandosi non di cogliere la verità una volta l
un'impossibile manifestazione totale, è la promessa di nuove rive- per tutte o di deplorare l'impossibilità di darne una formulazione I 7
lazioni, e ha quindi un carattere assai piu sollecitativo che appros- definitiva, ma di trovare un'apertura ad essa, e trarne un barlume /I

simativo. Si tratta d'un ÀÉ"(ELV ch'è un cTT)µctlvELV: la parola signi- , o un lampo, che, per quanto fioco o fugace, è estremamente dif-
fica per la sua fertile pregnanza, che oltrepassa la sfera dell' espli- fusivo, essendo inesauribile la verità che vi appare. !,
cito senza sminuirla, ma anzi irraggiandosene. Nel pensiero senza Ancora: nel pensiero storico il non detto è fuori della parola,

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verità l'esplicito è cosi poco significativo che, dovendo cercare mentre nel pensiero rivelativo il non detto è presente nella parola
in altro il proprio significato, rinvia all'espressione nascosta dal stesst?, si che mentre nel primo caso comprendere significa annul- .....,
discorso: comprendere in tal caso significa smascherare, cioè sosti- lare il non detto, e portarlo alla completa esplicitazione, sanando ·
tuire il sottinteso all'esplicito. Nel pensiero rivelativo invece l'espli- la discrepanza fra dire e fare, invèce nel secondo caso compren- :
cito è talmente significante che vi si avverte chiaramente la pre- dere significa rendersi conto che la verità non si possiede se non ~
senza d'una fonte inesauribile di significati: comprendere significa nella forma di doverla cercare ancora. Se nel pensiero storico si /
allora interpretare, cioè approfondire l'esplicito per cogliervi quel- tratta di annuIIare il sottinteso nell'atto di scoprirlo, di smasche-
l'infinità dell'implicito ch'esso st_es~o annuncia ,e contie~e. rare il divario fra il detto e il non detto, di re_cuperare la totali;à ....,
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LI!? ;e(.'- -; ~, 2.,,. del 1iscorso e del_ suo si?nificat~, in~om~a di_ operare la de~sti- tare che nel discorso filosofico s'i~sinui la nebulosità d'un mal i~. i+(t.·
. : _- ficaz10ne, dopo d1 che il compito e fimto, mvece nel penstero inteso misticismo. Certo, affermare che la verità non si offre se S :~,: <:.·
t, ·
//\,,5~< ,r .:. 1 ' e rivelativo il compito è infinito, perché la verità si afEre alla parola non all'interno d'ogni singola prospettiva senza mai identificarsi 'f> f: Jt~
do.-x 1n"1of!J!o3'dMproprio in quanto non completamente espli-citabile, e rende pos- con nessuna di esse, e che la verità non può esser colta che come
,pr;.~-~ ·1 f ~ ì>t:- sibile il discorso solo in quanto vi risiede senza esaurirvisi, e non inesauribile, cioè risiede ne1la parola non come presenza compiu-
iiPQ. f -VI.Jaì: _{· si lascia cattivare in un'enunciazione completa proprio in quanto tamente esplicitata, ma come origine e sorgente, significa affer-
lt},_s,: ·a: _;1; - alimenta una rivelazione continua, e adduce come indizio della mare ché la verità è fondamentalmente inoggettivabile. Per un
;JQfir;z I"',~, sua presenza proprio l'intervallo fra l'esplicito e l'implicito, con- verso, infatti, se la verità non si offre se non all'interno d'una
"-segnandosi cosf all'unica forma di conoscenza capace di cogliere e prospettiva personale che già la interpreta e la determina, è impos-
JQ. .
,,ìfì, .(J_j-1(· possedere un .m · fi mto,
· · ' a....
c1oe n•·mterp.retaz1one.
· La dem1st1
. 'ficaz1one
. sibile un raffronto tra la verità in sé e la formulazione che se ne
i, p .:Y"t recupera l'irrazionalità inferiore del pensiero storico al culto razio- dà: per noi la verità è inseparabile dall'interpretazione personale
1 1 • nalistico dell'esplicito, mentre l'interpretazione assicura la presenza che ne diamo non meno di quanto noi stessi siamo inseparabili
ilt ' , ,1 : ;~;,l-+- _- della verità in un processo di rivelazione incessante e in un'infinità dalla prospettiva in cui la cogliamo: noi non P<?ssiamo uscire dal
':f.fl.J :,n-·1 1 ,~ di prospettive penetranti: la demistificazione ristabilisce una tota- nostro punto di vista per coglierla in una prestinta indipendenza
f òl' & ::~'J}, -; r lità mentre l'interpretazione attesta l'inesauribile. che valga a farne un criterio con cui misurare dall'esterno la nostra
' o ( . -· . " ... ~- -: formulazione di essa. Per l'altro verso, se la verità non può esser
,')'. I_\- , t; I ·)_ t,;O)>.:_
colta che come inesauribile, essa piu che oggetto e risultato è ori-
5. Inoggettivabilità della verità. gine e impulso, e il pensiero, pi6. che parlarne come se fosse un
tutto concluso, deve contenerla e muoverne e alimentarsene, tro-
A questo punto si potrebbe essere indotti a ritenere che, come vandovi lo slancio del proprio corso, la fonte dei propri conte-

I il pensiero storico non rivela il suo vero significato se non è sot-


toposto a un processo di demistificazione, cosf il pensiero rivela-
tivo non appare nella sua vera natura se non si assoggetta a un
nuti, la misura del proprio esercizio, e nel pensiero essa risiede
come una presenza tanto piu attiva ed efficace quanto meno con- \
:figurabile e definibile.
Tutto ciò non esce dai limiti della normale esperienza, e l'am-
,
trattamento di demitizzazione. E infatti il pensiero rivelativo sem-
bra possedere i caratteri del mito: poiché la verità non si offre pio arco dell'operosità umana ne offre numerose analogie. L'im-
se non all'interno d'una prospettiva e non è colta se non come possibilità del confronto caratterizza in generale l'interpretazione,
inesauribile, il discorso che_la riguarda ha la duplice caratteristica come ad esempio l'esecuzione d'un'opera d'arte o la ricostruzione
d'esser sempre molteplice e mai tutto esplicito: sempre molte- d'un evento storico, ove a tal segno l'esecuzione vuol rendere
plice, cioè personale ed espressivo, e mai tutto esplicito, cioè · l'opera nella pienezza della sua realtà sensibile e la ricostruzione
indiretto e significativo; e non son questi, appunto, i caratteri storica vuol dare l'evento qual esso realmente fu, ch'esse stesse
del mito, in cui la vis veri trova nell'espressione della persona sono il loro oggetto, e non una copia di esso, si che manca la
l'ambiente piu propizio per annunciarsi, e il discorso parla indi- possibilità del confronto fra la realtà da interpretare e l'interpre-
rettamente del suo assunto, svelandolo per lampi piuttosto che tazione stessa, perché tanto l'opera per l'esecutore quanto l'evento
esaurendolo in maniera oggettiva? per lo storie~ non s'offrono fuori dall'interpretazione ch'ess!. n:
Ma qui si rende indispensabile una precisazione? intesa ad evi- danno. E di presenze attivissime anche se non configurabili e
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costellata l'intera esperienza dell'uomo: come quando nel pro-


cesso della produzione artistica l'opera d'arte agisce come for-
mante prima ancora di esistere come formata; o come quando
( cl'una sua originaria solidarietà col nulla, e un segno persistente
\ 'della madre notte. 7
nella lettura d'un libro la comprensione delle parti è resa possi-
bile solo dall'idea del tutto, la quale non si consegue nemmeno.
alla fine della lettura, dopo percorse tutte le parti, se già non
6. Non il misticismo dell'ineffabile, ma l'ontologia dell'inesauribile. 7
s'era divinata sin dall'inizio; o come nei frequentissimi casi di Ma per quanto suggestivi e a loro modo significativi, questi
felice corrispondenza fra attesa e scoperta, quali la soluzione d'un termini di teologia negativa sono piu adatti all'esperienza reli-
problema, un'iiluminazione improvvisa, una simpatia a prima vista, giosa che al discorso filosofico, nel quale non si possono trasferire
che sgorgano tutte da uno stato di fecondità, in cui la scoperta
non è se non il riconoscimento di qualcosa che già si conosceva
per un indistinto presagio, e non fa che colmare e precisare un'at-
senza rischio di radicali malintesi. Anzitutto il fatto che la verità { ·
è inseparabile dalla singola interpretazione senza mai tuttavia
identificarsi con essa non autorizza né ad affermare che la verità j
I ....,

tesa che già la conteneva e la reclamava. non si manifesta mai come sé ma solo come altro, né a sostenere ,
Ma il caso della verità è piu radicale di questi esempi che che la parola sia sede inadeguata della verità.~a un lato, se è I
pure sono già cosl'. significativi: la sua inoggettivabilità è origi- vero che non si può rivelare la verità se non già interpretandola
naria e profonda, e si manifesta in un'inarrestabile ulteriorità, per e determinandola, è anche vero che questa interpretazione e for-
cui la verità si consegna alle piu diverse prospettive solo in quanto mulazione è appunto una rivelazione della verità, e quindi non
non si identifica con nessuna di esse, e rende possibile il discorso propriamente altro dalla verità, ma la verità stessa come personal-
solo in quanto non si risolve a sua volta in discorso . Non è mera- mente posseduta, e non per il fatto d'essere una rivelazione essa
viglia, allora, che si sia pensato di affidare la verità piu che alla può apparirne come un'alterazione o addirittura un travestimento,
vis vocabuli all'impenetrabilità del silenzio e alla misteriosità del perché ne è piuttosto un possesso, tanto piu genuino quanto piu
nulla. Si giunge cosl'. a dire che la verità rton ha altro modo di personale e molteplice. Dall'altro lato, se è vero che la parola non
consegnarsi alla parola che quello di sottrarsi ad essa per rifu- può mai essere un'enunciazione esauriente della verità, è anche ....,
giarsi nel segreto, e solo mediante questo ritiro la parola si fa vero ch'essa è la sede piu adatta per accoglierla e conservarla come

,1,
eloquente, al punto che veramente parlante è soltanto il silenzio,
origine muta d'ogni discorso; e c h e ~ c'è rivela-
zione senza occultamento, J:?,On solo perché essa non appare che in
i inesauribile, giacché la verità non tanto si sottrae ad essa per riti-
rarsi nel segreto, quanto piuttosto le si concede solo stimolandovi
e permettendole nuove rivelazioni: la verità non è inafferrabilità/
altro da sé, e qual è in sé non può esser che nascosta, ma anche .J pura, rispetto alla quale il nostro discorso resterebbe irrimedia-
perché ogni sua manifestazione, invitando a identificarla e confon- bilmente eterogeneo, e quindi sostanzialmente indifferente, e signi-
derla con la parola rivelatrice, è fonte essa stessa di offuscamento ficante solo nella misura in cui si riducesse a cifra simbolo allu- .
e d'errore. E si continua affermando che il pensiero non può vera- sione, ma è piuttosto un'irradiazione di significati, che si fanno 1
mente contenere la verità se non mantenendola in questa sua inef- valere non con una svalutazione della parola, ma con una trasva-
fabilità: la verità ci viene incontro uscendo dal mistero solo per lutazione di essa, conferendole un nuovo spessore e una profon-
tornarvi e restarvi, perché il suo modo d'esser presente è propria- dità nuova, in cui l'esplicito perde la propria angustia, e sfugge
mente un'assenza, e la sua inoggettivabilità non è che l'indizio alla tentazione di isolarsi in una presuntuosa sufficienza, e accetta

26 27

J; -
VERITÀ E INTERPRETAZIONE

di annunciare esso stesso la ricchezza dell'implicito che porta den- che il primo non può sostituire il secondo, né il secondo può
tro di sé. essere considerato come una forma inferiore del primo: il mito
Inoltre l'esaltazione filosofica del mistero, del silenzio, della
cifra, rischia d'essere un semplice capovolgimento del culto razio-
nalistico dell'esplicito e di conservarne tutta la nostalgia. Se la
verità risiede nella parola senza identificarvisi, non è perché, delusa ·
del discorso, ami nascondersi, ma perché nessuna rivelazione degna
I che si lascia distruggere dal logo non è mito, ma logo embrio-
nale, e il logo che vuol distruggere il mito non è logo, ma mito
inconsapevole. Per l'altro verso sarebbe assurdo trarre dal carat-
tere per cosf dire « mitico » del pensiero rivelativo la conseguenza,
solo apparentemente piu franca e critica, d'una deliberata e pro-
del nome la esaurisce. Il pensiero che sfocia inevitabilmente nel grammatica mitologia: ciò significa spostare l'attenzione dalla
Nichtwissen è quello che vuol sapere tutto, cioè proprio l'unwis- verità al modo di accedervi, e scambiare per scopo ciò che non
sendes Wissen, mentre solo das sich selbst vernichtende Wissen, può esser che effetto, col risultato che la parola, non piu rivela-
cioè un sapere che, conscio dell'inesauribile, dell'Ueberschwen- tiva, ma arbitraria e irrazionale, si perde nell'incerta allusività del
gliches, sa rinunciare alla propria presunzione, giunge ad essere simbolo e della cifra.
un vollendetes Wissen. Che la rivelazione implichi un'insepara- 1 In entrambi i casi si dissocia il nesso origip_ario di persona e
bilità di palesamento e di latenza è innegabile, ma il vero fonda- ( verità, o perché, per sfiducia nel pensiero, se n~ésaspera l'aspetto
mento di quel nesso è l'inesauribilità, che impedisce al palesa-
personale, chiudendolo nell'incomunicabilità d'un'allegoria o d'un'e-
mento, non piu alimentato all'origine, di perdersi in un'arrogante
sperienza, o perché, per superstizione della ragione, si vuol sop-
esplicitazione, e alla latenza, ormai sottratta al discorso, d'inabis-
primere l'inesauribilità del pensiero riducendolo sotto l'insegna
sarsi nel mistero. L'inesauribilità è ciò per cui l'ulteriorità, invece
della perfetta adeguazione e dell'esplicitazione completa. Nell'un
di presentarsi sotto la falsa apparenza dell'occultamento, dell'as-
caso e nell'altro l'esito è in fondo lo stesso, ed è l'irrazionalismo,
senza, dell'oscurità, mostra la sua vera origine, ch'è ricchezza, pie-
nezza, ridondanza: non il nulla, ma l'essere; non la O""t"Ép'J')cnc;, ma perché va perduto proprio ciò che preserva il pensiero da una
la vns:poxn; non l'Abgrund, ma l'Urgrund; non il µvo-·nxòc; yv6(J)oc; destinazione irrazionale, cioè il suo carattere ontologico, la sua
"t''l)c; àyvwo-la;c;, ma l'&:vs:~LXVlao--rov nÀ.ou-roc;: non il misticismo del- radicazione nella verità.
l'ineffabile, ma l'ontologia dell'inesauribile. _ Ciò che conta non è la ragione, maJa verità: la ragione senza
verità non tarda a sfociare nell'irrazionale, perché è pensiero sol-
tanto storico o tecnico, in cui anche gli aspetti piu « teoretici»,
7. Fallimento della demitizzazione: irrazionalismo della ragione quali l'interesse puramente culturale della storia delle idee o il
senza verità. rigore strettamente scientifico delle ricerche metodologiche, non
resistono a una radicalizzazione che li spinge inevitabilmente al-
Ma chi, non pago di queste precisazioni, volesse insistere a l'esito irrazionalistico d'uno storicismo integrale o d'un esplicito
_demitizzare il pensiero rivelativo, si troverebbe di fronte al vano prassismo. Dalla giusta necessità di demistificare il pensiero mera-
dilemma di scegliere fra un precario razionalismo e un equivoco mente storico ed espressivo non discende dunque per nulla la
irrazionalismo. Per un verso --;fpuò credere ar
poter eliminare if necessità di demitizzare il pensiero rivelativo; ne deriva anzi la
· m1rocol logo, senza pensare che questo è il maggiore dei pregiu- consapevolezza che, se non si vuol ridurre il pensiero a puro stru-
dizi razionalistici, perché logo e mito hanno funzioni diverse, si
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mento d'azione o a mera espressione temporale, bisogna preser-
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varne il carattere indivisibilmente personale e ontologico, e ammet- gione privata della verità prendono la mano all'uomo, e s'ingran-
terne l'originaria radicazione nella verità. discono sino a impadronirsene, e a esercitare su di lui un potere
immane e terribile, in cui egli è ridotto alla piu mostruosa delle
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schiavitu.
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i- 8. Servitu nel pensiero tecnico e libertà nel pensiero rivelativo. Certo, l'efficacia del pensiero storico e pragmatico e della ra-
-+- . -,41 gione tecnica e strumentale è vistosa e appariscente, perché con-
?,~ 3 ·° F .. ' { Si dirà che in tal modo va perduta la problematicità della siste nell'efficienza e nel successo; ma non è questo il metro con
!('J,pvJJç{hO ' natura umana, perché la realtà d'un possesso .sicuro e garantito cui misurare il pensiero rivelativo: un'idea può essere potente
CSfi. 1 IJ·~-' eliminerebbe la precarietà della situazione dell'uomo e il carattere anche se non è parola di verità. Anzi, solo le idee forza, i pro-
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I tentativo della sua ricerca. Ma l'ontologicità del pensiero e l'inog- dotti della ragione storica e tecnica, possono propriamente « aver
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- 1,-- • gettivabilità della verità son ben lontane dall'offrire un possesso successo»; e lo hanno, ma a patto di esercitare un dominio che
' ,", ' .... -~ cosf pacifico e incontrastato, perché piuttosto sollecitano e chia- asservisce l'uomo. La verità ispira gli uomini, le idee se ne impa-
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mano in causa la libertà~ e la impegnano in una peripezia che, men- droniscono. La verità trasporta gli uomini, e~~ltandoli sopra dì
tre esige il coraggio d'una formulazione personale della verità, sé, rendendo anche gli umili capaci di grandi tbse; le idee s'im-
conosce il premio della scoperta solo nella misura in cui non ignora f possessano degli uomini, li assoggettano alla realizzazione del loro
il rischio del fallimento, si che l'uomo è messo di fronte alle pro- programma, li riducono a meri strumenti, si tratti dell'eroe cosmi-
prie responsabilità, e dev'essere pronto a pagare di persona, per- co-storico o della massa spersonalizzata. Nessuna schiavitu è para-
' >,:.;1( · ché 1a sua non è tanto una scoperta quanto una t~ . gonabile a quella dell'uomo rispetto alle idee ch'egli stesso ha
R Anzi, rischio coraggio responsabilità son concetti che solo al co- prodotto: si pensi all'imperio esercitato dalla ~ dal luogo
spetto deIIa verità hanno un significato, e acuiscono la problema- comune, dal culto dell'attualità, dai piu diversi conformismr,-e
ticità dell'uomo, portandola al punto massimo della tensione, e soprattutto aIIa violenza deIIe h}tte ideologiche, del fanatismo poli-
sottraendola alla frçdda e impersonale vicenda con cui il pensiero tico e religioso, delle gJJet--:l'e-c;~sidde di reli io ,,. e che sarebbè
:~:l :, /..,_J ecnico prova e corregge sé stesso. meglio c iamare di superstizione, che della religione è la contraf·
. ' '~ - Nel pensiero rivelativo protagonista è certamente la verità, che fazione puramente umana .
r,>' sovra12ersonale e intero orale grandeggia sull'uomo, e ne reclama L'uomo si rende schiavo soltanto di sé e delle proprie idee.
il consenso, ne stimola laricerca, ne sorregge lo sforzo, ne valuta Mà se PobEeaienza alla ragione privata della verità è la piu intol:
• , ..., . i risultati; ma tutto ciò fa _all'interno dell'attività stessa con cui lerabile delle tirannidi, nulla di servile nell'obbedienza dell'uomo
1
~ ift"-fJ f l'uomo la cerca e la formula, sf che si rivolge alla libertà del- alla verità. In questo caso l'obbedienza coincide con la libertà, ·j
.,~- ç(,,,('fl.1J ·l'uomo, e mantiene l'uomo nella sua libertà, e non solo gli con- perché la verità ispira non domina, stimola non impera, sorregge
..t :!i'. · , cede l'iniziativa, ma anzi la reclama e la esige. Nel radicale uma- non assoggetta, è un appello che chiede risposta e testimonianza
.:r ·-11.1 nismo del pensiero storico, del discorso strumentale, della ragione non un'imposizione che opprima o costringa, è un richiamo che
tecnica, sembra che il protagonista sia l'uomo, giacché si tratta di mette l'uomo di fronte alle sue responsabilità e lo sollecita a com-
pensiero veramente umano, che ha rinunciato alla verità assoluta, piere liberamente l'atto con cui afferma sé stesso ribadendo il pro-
che esprime situazioni storiche, che agisce su condizioni d'esi- prio essere, recuperando la propria origine, stringendo indissolubil-
stenza, che elabora tecniche razionali. Ma le costruzioni della ra- mente il vincolo di persena e verità: ri àÀ:{iìh:ui. ÈÀ,Eu~.:pwa-.:~ ùµéi,; .
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PARTE PRIMA

VERITA E STORIA

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VALORI PERMANENTI E PROCESSO STORICO


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1. Insufficienza dello storicismo e dell'empirismo, caratteristici
della cultura odierna.

Di fronte al problema della permanenza di valori nella storia,


. ...., , ,., , acquistano un'importanza particolare due fra i i~,~ratteri pia tipici ,
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della ~ltura odierna: la diffusa mentalità storiè:i~tica e l'empiri- ;
smo dilagante. ·
t> ~-' '(' -~ ~-."_,;v:_
'i.- ·; f' ·· _,.. . La mentalità storicistica attuale, pur risultando da tutto lo
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r,? ·q.7 "-;;-: •;•J?\/ ":i:!;'1 q_,,. -~tn y:;if,.,;..;~_,. ~ '(~ storicismo dell'Otto e del Novecento, sia idealistico che materia-
/i f fi Scek,<:-;-·<:., yr:.--;,(~
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(r: (~ ,~1 r:i· J 1~, ~ -:---:-----1-- ' listico o culturalistico, non ha la forma d'una teori ri orosa e
9precisa; ma trae la propria forza dall'essere il criterio piu o meno ,<v
· ( - consapevole delle valutazioni correnti di gran parte degli uomini

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di cultura, e compensa la sua mancanza di rigore filosofico con
l'essere
tato
una forma di storicismo veramente integrale. Essa ha por-
sino alle estreme conseguenze il principio storicistico della
1
r _v.ei:i.tas-ftlia..1:§mporis: una forma storica non ha altro valore che _,'
non sia una puntuale corrispondenza col tempo da cui è nata e
di cui non è se non un prodotto, e quindi possiede un'attualità
soltanto momentanea ed effimera, e subito è confinata in un pas-
sato irrevocabile e definitivo.
Spesso questa mentalità storicistica si congiunge, non senza
coerenza, con una forma di praticismo. Quando Nietzsche denun-
ciava la sterilità dello storicismo, intendeva giustamente mostrare
l 'impossibilità di affrontare il presente con categorie destinate al
passato: un comprendere che giustifica tutto, e quindi rinuncia a
giudicare e agire, sarà forse adatto a penetrare il passato, ma sul

35
r
I
VERITÀ E INTERPRETAZIONE

presente non può avere che un effetto paralizzante. Non poteva


seguirne che una pericolosa scissione fra pensiero e azione: per
un verso l'azione, ch'è di per sé destinata al presente, è svinco-
I VALORI PERMANENTI E PROCESSO STORICO

gono, confrontano e interpretano raggiungono .un grado di gene-


ralizzazione cosI elevato da mostrare nella _mutevolezza della sto-
ria umana elementi stabili, caratteri ricorrenti, strutture costanti,
lata dal pènsiero, cioè si risolve in pura prassi; e per l'altro verso recando cosI un valido contributo a una conoscenza sempre mag-
il pensiero, una volta svincolato dall'azione, è riservato al pas- giore dell'uomo. L'investigazione delle forme culturali umane,
sat<>,""anzf' confinato in esso, e H rimane, reso stérile e infecondo. quale si pratica in questo genere di studi, porta certamente a
osI il modo odierno di far politica è spesso quello della pura un'intensificazione dell'esperienza che l'uomo fa di sé e del mondo;
prassi, ignaro d'ogni rapporto con la teoria che non si riduca a al punto che si può dire che la filosofia oggi non può se non
una completa strumentalizzazione delle dottrine, e il modo odierno / avvantaggiarsi dei risultati di queste scienze; le quaij. inoltre sono
di fare storia è spesso ispirato a un'artificiosa neutralità che, per utilissime alla filosofia anche nel senso che incrementano la plura-
giusta diffidenza verso la retorica, rende tuttavia incapaci di valu- lità di quei campi d'esperienza nei quali si deve esercitare il pen-
tare i problemi del presente. E cosI si spiega anche un altro luogo siero filosofico, al contatto con le questioni concrete e alle prese
comune della cultura attuale, secondo il quale le idee son con- 1 con i problemi particolari. i,
finate nel passato, e nel presente non c'è posto che per le ideo- Ma oggi qualcuno vorrebbe che le scienze url.'iane non si accon-
logie: la teoria e la discussione speculativa sarebbero cose d'altri tentassero di questa loro funzione, e intendessero sostituirsi alla
tempi, e il giorno d'oggi ignorerebbe ogni altro dibattito che filosofia, sino a pretendere d'essere esse stesse l'unica filosofia
quello pratico, politico o religioso che sia; donde la presenza sem- ancora possibile al giorno d'oggi. A dire il vero è stata la filosofia
pre piu frequente di filosofi per cosf dire scissi in due, per metà stessa a mostrarsi cedevole sino a questo punto, quando ha accet-
culturalisti e per metà ideologi, nei quali la capacità speculativa tato di ridursi a metodologia delle scienze particolari: cosi intesa,
e la concezione del mondo vivono separate, perché la prima, ridot- la filosofia diventava razionalità trasparente a sé stessa in quanto
tasi a una tecnica neutrale, sia pure criticissima, non serve che tecnicamente operante nei singoli ambiti dell'esperienza, cioè ra-
a trattare le dottrine del passato, e la seconda non è che una gione conscia di sé ma priva di verità: insomma pensiero vuoto,
scelta pratica, valida per il presente. A tal punto il pensiero, sotto e come tale non solo incapace di resistere all'mvae:1:enza delle
l'egida dello storicismo, si è svuotato di verità. scienze umane, cosI ricche di contenuti concreti, ma anche pronto
f Si comprende facilmente anche l'altro carattere della cultura a cedere loro il campo. Ecco allora il pensiero empirico - cosI
!odierna, cioè il dilagante empirismo, e com'esso non sia se non utile se inteso come ambito su cui esercitare una riflessione filo-
il logico risultato della pretesa delle cosiddette scienze umane di sofica gelosa del proprio carattere squisitamente speculativo -
sostituirsi aila filosofia. Oggi il pensiero, nella misura in cui non sostituirsi invece del tutto alla filosofia, svuotarla sempre piu di
cede il posto all'azione, tende a risolversi in pensiero empirico, verità, ridurla al piu risoluto empirismo.
h'è appunto la riflessione che caratterizza le scienze umane, come Ora, se qualche ostacolo c'è nella cultura d'oggi che impe-
la psicologia, la sociologia, l'etnologia, l'antropologia culturale, la disca di riconoscere nel processo storico la presenza di valori per-
linguistica, là storia della cultura, e cosi via. Nulla di piu legit- manenti, questo è da ravvisarsi proprio nella mentalità storici-
timo di queste scienze quand'esse rimangono nei loro limiti, entro stica e nel trionfante empirismo. Da un punto di vista storicistico
i quali sono veramente insostituibili, adempiendo a una funzione il valore delle forme storiche consiste esclusivamente nella loro
importante, utilissima per la stessa filosofia. I dati ch'esse raccol- aderenza al tempo nel quale e dal quale son sorte, cioè nella loro

36 37
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r - capacità di esprimere la propria epoca: si tratta dunque d'una vali- e un inizio, e quindi al tempo stesso include un passato e apre
dità del tutto transitoria, rigorosamente limitata al ristretto ambito un futuro, conclude un processo e ne inaugura di nuovi; e la per-
e all'avara durata della situazione storica. Da un punto di vista manenza dei valori consiste appunto in questa loro realtà piena-
empiristico esistono certamente nella storia umana strutture co- mente storica sia per origine che per efficacia; in questa loro capa-
stanti, riscontrabili di là da ogni differenza, anche sensibilissima, ' cità di durare nel tempo do o esser nat" emJ20; in questa
eio v<it Jf. di sit~azione, ~ compor:a:n~nto, di civiltà; ma si :r~tta pur sem- !ero-vita in certo modo perenne, per la quale non si Umitano a
' pre d1 costanti accertab1h m modo soltanto empmco e tali da condensare nella stabilità d'una forma la storia di cui si son nutriti,
o{Q 1h, Pf,t,,..~ non elevarsi al di sopra del puro fatto. Insomma, nella storia ma stimolano una nuova attività che ad essi si ispira e su di essi
<i.i_ ~ST<2.. per un verso esisterebbero valori ma non permanenti, e per l'altro si modella; insomma in questa loro presenza durevole nel tempo

QA11,..., 1,•'lt o s,:.: e


h · ~ :+ caratteri costanti ma non valori. perché suscitatrice di storia.
Ma a spiegare questo genere di durevolezza basta la dialettica
--,

di esemplarità e congenialità che scandisce il comportamento sto-


2. Storicità dei valori e durevolezza storica. rico dell'uomo. Da un lato un'opera umana non solamente nuova ....,
ma veramente originale - ove l'originalità è il. felice e indisso-
A questo punto, proprio per salvaguardare dalla demolizione lubile connubio dell'aspetto universale e onniriconoscibile del va-
storicistica ed empiristica la giusta esigenza che si ha di mira lore con l'aspetto singolare e irripetibile della riuscita - diventa ....,
quando si.parla di valori permanenti nella storia, è necessario sot- esemplare, e reclama d'esser ripresa e continuata in una nuova
toporre questo concetto a una rigorosa critica filosofica per retti- attività; dall'altro lato l'esemplarità non diventa efficace se non
_iìcarne e precisarne il significato. Troppo spesso accogliamo senza è accolta in un ambiente storico spiritualmente affine a quello
critica la concezione - invero non priva d'ingenuità - della storia donde è emerso il valore originale, sf. che solo la congenialità ne
come realizzazione temporale di valori sovratemporali, e la sem- rende possibile un prolungamento a sua volta originale.
plicistica distinzione che ne deriva fra valori permanenti in quanto · Per un verso non sembra accettabile l'idea, tuttora abbastanza
sovrastorici e fatti storici e quindi temporali. Se il problema è diffusa, che il ritmo dello spirito umano consista in una vicenda
di sceverare nella storia ciò che veramente è permanente in quanto di slanci innovatori e pause d'inerzia, come se la perpetuazione
è un valore sovrastorico da ciò che essendo un fatto storico è d'una riuscita fosse affidata a un'abitudine passiva: l'esemplarità
solamente temporale, non si sfugge alla necessità di riconoscere del valore non è tanto l'immobile compiutezza d'una perfezione,
che ne1la storia tutto è egualmente storico e temporale, compresi che non potrebbe offrirsi che alla mera imitazione, quanto piut-
i valori, e che nel mondo umano anche la permanenza non può tosto il vigore generativo dell'originalità, che non solo esige, ma
significare altro che durevolezza storica. anche avvia un'emulazione operosa e solerte. Per l'altro verso -,
Bisogna ammettere che nella storia i valori sono tutti storici: l'esemplarità può fruttificare solo se accolta in un atto di adesione
essi nascono nel tempo sorgendo dalla storia, e vivono nel tempo e partecipazione quale soltanto la simpatia e la consapevolezza
destandovi nuova storia, ed è storia sia quella che vi confluisce d'appartenere a una stessa comunità spirituale sanno ispirare: solo
sia quella che ne muove, cioè tanto la sostanza di cui son formati allora la nuova attività è a sua volta originale, perché, lungi dal
quanto l'attività ch'essi promuovono sulla propria scia, giacché subire il modello, prende invece l'iniziativa di accoglierlo e assi-
ogni valore è insieme un risultato e un modello, un compimento milarselo, sf. · che l'esemplarità del valore, pur essendo una forza

38 39
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VERITÀ E INTERPRETAZIONE VALORI PERMANENTI E PROCESSO STORICO


O· /
(.A_;!
indipendente, agisce soltanto come stimolo e sostegno interiore JA/1,_ !l'assiologia, e che concepire l'essere come valore non significa
dell'attività che ha saputo scoprirla e adottarla. /}1.d)' o innalzarlo ma degradarlo.
Si istituiscono cosf, in tutte le attività umane, stili e costumi, e!.f. · l · Il valore è qualità di opere umane, e l'esemplarità è la po-
vere tracce durature nella storia dell'uomo, incarnazioni viventi (Jof '""'tenza dei valori storici: ritenere che l'essere debba esser dotato
della stessa durevolezza dei valori. Ma la loro durata è appunto di esemplarità per avere potenza stimolatrice ed esser a sua ~olta
storica: essi durano finché la corrispondenza fra esemplarità e ) pi"-·· , v A - Jt
un valore per avere vigore normativo significa attribuirgli qualità
congenialità assicura un e uilibrio fra conservazione e innovazione· no Ce j'(i ~ inferiori al suo livello, e dimenticare che .la capacità di stimola-
ma quando la congenialità vien meno, a ora questo equilibrio si f& /o zione e regolazione deriva assai piu dall'inesauribilità e orzgina- (, ,-,,.i.. .
rompe, e la sintesi che univa inseparabilmente conservazione e h tr\"'9ietd dell'essere ché dall'esemplarità e origina zta e va ore. Con-
1 • • ""-"' I

innovazione cede posto al dilemma fra ripetizione e rivolta, all'al- 'e. ·--'1; cepire l'essere come valore significa capovolgere Ògni cosa: allora ,~. ·. ~vfu, 4-

ternativa tra conformismo e rottura; e stili e costumi, irrigiditi in , {) l'essere è subordinato ai bisogni dell'uomo e l'uomo è sottratto
maniere e abitudini, degenerano verso la morte, sotto i colpi e IX 1th al servizio dell'essere; col che l'essere, svilito, cade in oblio, e
i rifiuti d'una volontà ribelle. p,..4,· l'uomo, degradato, è consegnato al negativo, giacché credere di
pJ..i poter esaltare l'uomo sopprimendo il carattd~,- ontologico della
f
sua attività significa diminuirlo al di sotto di sé stesso: è de-
3. Oltre i valori e oltre la durevolezza: la presenza dell'essere . .;.( stino che l'uomo, quando voglia farsi superuomo, non diventi che
("~f' subuomo.
Ma non è certo questa la permanenza a cui si allude quando Jfo.s Impossibile poi ritenere che la durevolezza storica sia segno o
si parla di valori permanenti nella storia: in questo caso si vuol effetto della presenza dell'essere. Anzitutto è eccessivo ottimismo
alludere a una presenza ben piu originaria e profonda, di cui credere che il durevole sia per ciò stesso positivo: spesso la verità
la durevolezza storica non può essere di per sé né l'effetto né il ~ non ha efficacia né riconoscimento nel mondo umano, e spesso
contrassegno. • ha pici seguito e successo il male che il ben.e. Né bisogna limitarsi
Si tratta d'un potere di stimolazione e di regolazione interno , ad ammettere che anche il negativo può esser durevole: si può
all'operosità dell'uomo, cosi profondo da essere inseparabile dagli ~J~ l. esser certi che . nella storia umana il negativo è piu persistente e
atti ch'esso suscita e indisgiungibile dalla risposta ch'esso riscuote, fù tenace del positivo; anzi, in un certo senso vera persistenza è pro-
ma cosf perentorio da essere irreducibile all'attività umana e ben ~ · prio la negatività, perché per il male e l'errore non c'è sede piu
presente ad essa come suo -avvio e sua norma: si tratta insomma .- ~ adatta che l'ostinatezza e la caparbietà. Anche se malvolentieri, ,
di quella presenza senza figura, ma potente e saldissima, ch'è la J, dobbiamo abbandonare l'ingenua fiducia che se una cosa dura è
presenza dell'essere. Un potere di questo genere non ha bisogno j senz'altro positiva e che il bene sia di per sé stesso duraturo: (
di rinviare a valori esterni e preesistenti tanto è inseparabile dal- questo pregiudizio si smentisce da sé, perché è esso stesso un
l'attività ch'esso stimola e guida, né ha bisogno d'esser conce- effetto della persistenza del negativo: diabolicum est diabolum
pito a sua volta com.e valore tanto vigorosa è la forza ch'esso negare.
.possiede ed esercita di per sé. Non è necessario richiamarsi alla Inoltre la presenza dell'essere ha cosi poco a che fare con la
critica, severissima ma persuasiva, che Heidegger rivolge al con- durevolezza storica, che questa può esser sua sede allo stesso titolo
cetto di valore per convincerci che l'ontologia non ha bisogno del- _ del semplice · istante: l'essere non ha alcuna ragione di risiedere
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~ .3J ~_ Jl. piu nel durevole che nel momentaneo, né per la sua presenza il
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1 ··r:,;( -Tl{'· durevole dura di piu o il momentaneo passa di meno. È indiffe-


1'"' .r ::7 ; ri' rente che l'essere compaia nella rapidità de1l'attimo o nell'esten-
4. L'inesauribilità dell'essere come fondamento della sua presenza
e ulteriorità nelle forme storiche.

lFì ,; · ~ _Rç_, sione del tempo, poiché esso può farsi presente in un solo istante Ma com'è presente l'essere nella storia? Dobbiamo escludere
1
", tefì ~- 0...-1-- ; , J o rimanere assente un'epoca intera; sf che non basta la distin- anzitutto quella metafisica identità dell'Assoluto col finito che
S " '--" ,~ ·"(. ,_,. zione meramente temporale fra durevole ed effimero per discer- imprimerebbe alla storia una direzione univoca e progressiva, e
.,·_-V nere la portata ontologica d'un tratto di tempo quale che sia. indicherebbe nella serie dei momenti storici la manifestazione del- .....,
.:.,i.• E se è vero che l'unica sede dell'apparizione dell'essere è il tempo, 1'Assoluto: la problematicità del rapporto dell'uomo con l'essere -
r.: ·_. ~ _r è anche vero che i caratteri esteriori della temporalità non ven- non ha nulla a che fare con lo sguardo d'una metafisica oggettiva
'5 gono mutati dalla presenza dell'essere; e non c'è nessun segno che pretenda di vedere l'Assoluto dispiegarsi nella molteplicità ,
che possa dall'esterno distinguere fra i momenti del tempo il por- delle sue manifestazioni; e benché l'essere non appaia che nel 1
1

..~ --rr .,,-..., {,,· 'r--


1

....t · .. ,vr- • ,. tatore dell'essere, essendone sempre eguale l'aspetto temporale. tempo, pure non tutto il tempo è rivelativo, giacché l'essere
Allo stesso modo per Kierkegaard il possesso dell'eterno non muta abbandona chi lo tradisce, e intere epoche rimangono senza verità. .......
r la quotidianità del tempo, e il cavaliere della fede ha tutta l'aria
11 ·,,./c. , • i - . d'un agente delle imposte o d'un droghiere in vacanza, d'un nego-
Né la presenza dell'essere è affidata all'e&:~rcizio d'una pura
forma, che secondo un rinnovato trascendentalismo riceverebbe il
ll'llJ J-.tf, · ~- · ziante che si dedica al suo lavoro con perseveranza terrestre e la suo contenuto solo dalle circostanze, e assicurerebbe l'esito delle
'J ,1l, ; .. u, - sera. fuma _la p_ipa nella contentezza della giornata conclusa: egli operazioni umane in base a un criterio intrinseco e autonomo
0
j . . possiede l'mfiruto, ma nulla ne trapela all'esterno, e nessun segno della ragione e della condotta: il pensiero e la libertà dell'uomo-e- ,
re.A,_~ dell'incommensurabile lo tradisce, perché egli vive interamente scadono alla neutralità d'una ragione puramente strumentale o
\J(ic·"f confidato al finito, come solo chi contiene l'eterno può fare. d'una mera tecnica del comportamento se non attingono vigore
:.D .n / ' · ·· · Il problema non è dunque di distinguere nella storia ciò che dalla loro originaria radicazione ontologica.
aOLh\{ fi"~tb_ sarebbe permanente in quanto valore sovrastorico da ciò che come Inoltre l'essere non è presente nella storia con una determi-
f12p~_C.' ~· fatto storie~ sarebbe soltanto temporale: n~ll~ storia ~ut~o è egµal- natezza sua propria, in una forma che sia riconoscibile come unica
'V.f.Jr: ,
~ · :U 0,
niente st~nco e temporale. Il problema . e ~v~ce . ~ r1conosce:e
nella stona la presenza dell'essere, e quindi d1 d1stmguere - m
11 e definitiva, e che quindi serva come termine di confronto di
tutte le forme storiche, sf da renderne agevole, rapida, infallibile
_ ,-.. on- ~ ciò ch'è tt-#.to egualmente storico ed espressivo del proprio tempo - la valutazione. Non ci uò esser za-de ' che non sia
.P$cu,._fl.\'__ , ~ lh-Q.. fr.a ciò ch'è solamente storico ed espressivo e ciò ch'è anche onto- storicamente configurata, né l'esser ltro modo di a ;matite o
logico e rivelativo, fra ciò la cui natura e il cui valore si esauri- a ;u..ogo m cui risie ere çbe e....forme sto ·e ; in esse risiede
- S1', scono · nella storicità, e ciò la cui storicità è apertura e tramite nella sua inesauribilità.., cioè per un verso con una -presenza che fa
& all'essere, e quindi sua sede e apparizione. di esse l'unico suo modo di apparire, e per l'altro verso con una
ulteriorità che non permette a nessuna di esse di contenerlo in
e iJt f' <L.s..~fa lhDW. :; ·rrrf ?:-r ·~; r f:_3-~ modo esclusivo; vi risiede insomma in modo ch'esso da un lato
f-61Z~ d4ç S·:,,,e__ ;rr.ç.JQJ.;.;t))..{;t(L_/. - ~ ~v.ef ~},.'.vr{ si consegna alle forme capaci di rivelarlo al punto da esserne inse- 7
parabile, e dall'altro lato non si risolve mai in una forma storica
pur nell'atto ·di consegnarlesi. Ciò non vuol dire che in una forma
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storica 'che sia rivelativa si possa separare un aspetto temporale con la verità. Anche l'int(!Pretazione __ç al tempo stesso rivelativa
6 e caduco da una sostanza intemporale e immutevole, perché tutto e storica, perdie da un Iato la verità è accessibile solo all'interno
, ¼-' ;;~;,,~1tr,:~i è egualmente temporale e rivelativo; né vuol dire èhe l'essere d'ogni singola prospettiva, e questa d'altra parte è la stessa situa-
, ., 1 e I/,!.. 1o" possa d1stmguersene al_ p1;1nt~ aa potervi. r~rontare quella for,ma zione storica come via d'accesso alla verità; si che non si può
·' · stessa o altre al fine d1 giudicarne; ma s1gru:6.ca soltanto che 1 es- rivelare la verità se non già determinandola e formulandola, cosa
, f>i .' S.~ ! ~<'. ' . sere risiede nelle forme storiche come una presenza sempre ul te- che accade solo personalmente e storicamente. Anche l'interp.te-
, ~.f1.- · I1ore, m tutta l'incontenibile forza cle ua inesal.lfil:5ilit!h- ...bl"rn:~°"azione della verità è il possesso d'un infinito : la verità si offre
,· · I - Ma non bisogna nemmeno ritenere die questa inesauribilità <JJJ., solo all'interno della formulazione che se ne dà, ed è inseparabile
/r"'}<· 1. ~ dell'essere consista in una sorta di permanenza metaculturale, come _ '"da esS!l, sJ:- da non presentarsi in una determinatezza e oggettività
_; ., •;·c.-,~ oggi usa dire, cioè in uno stato di continua informulazione e in .n a cui si possa commisurare dall'esterno la formulazione stessa
·; / ;· - · ~ , una specie di inaccessibilità che soprannuoti alle vicende stori- T,O'fc onde darne un giudizio; e quella formulazione, pur non monopo-
i L>---"" "..VZ..- che, come se temesse d'esser contaminata da un contatto col ~il lizzando la verità, che come inesauribile è in grado di suscitare
, S~ jf <2_. tempo e come se conservasse la sua potenza stimolatrice e inno- _ __.,_ __ infinite altre formulazioni, è la verità stessa come persona mente
, vatrice solo se immune da ogni impaccio storico. A parte il fatto 'posseduta, e non altro a essa, o una sua immagtme o deformazione
che la metastoricità di qualcosa traspare meno dal suo potere di o sostituzione.
trascendere le proprie forme storiche che dal suo potere d'incar- L'in.terpretazione dunque nasce come rivelativa e plurale in-
narsi in forme sempre nuove, resta tuttavia che l'essere è cosi sieme , ed è per questo che si sottrae ad ogni accusa di relativismo:
poco inconfigurabile che appare soltanto in determinazioni stori- la sua pluralità deriva dalla natura sovrabbondante dì quella stessa
che, con le quali veramente s'identifica: certo vi è presente nel- verità che vi risiede, _cioè sgorga dalla stessa fonte da cui scatu•
l'unico modo in cui può risiedervi interamente, cioè proprio nella risce I.a manifestazione del vero, e lungi dal disperdere la verità
sua inesauribilità, che non gli permette di risolversi in nessuna in una serie di formulazioni indifferenti, la svela piuttosto nella
di esse; ma tale inesauribilità a sua volta non sovrasta alle forme .sua inesauribile ricchezza. Nella sua infinità la verità può bene.
storiche, bensi compare soltanto all'interno di ciascuna di esse. offrirsi alle molte prospettive per diverse che siano, e l'interpre-
E se l'essere non appare se non in una forma storica, dalla quale tazione la mantiene come unica nell'atto stesso che ne moltiplica
è inse ara5ìle ur non esaurendovisi, bisogna pur dire che questa le formulazioni, allo stesso modo che un'opera d'arte, lungi dal
forma è una rivelazione e1 'essere, cioè non una sua alterazione dissolversi in una pluralità di esecuzioni arbitrarie, rimane iden-
o travestimento· o surrogato, ma Pessere stesso come storicamente tica a sé stessa nell'atto che si consegna alle interpretazioni sempre
determinato. nuove che sanno coglierla e renderla, identificandosi con esse.
L'eliminazione definitiva del relativismo è possibile non appena
si colga la natura al tempo stesso rivelativa e plurale dell'inter-
5. Le forme storiche come interpretazioni dell'esser.e: elimina- pretazione,. cioè si comprenda sino in fondo come nell'interpreta-
zione del relativismo. zione l'aspetto rivelativo sia inseparabile dall'aspetto storico. Il
rapporto interpretativo fra la verità e la su~. f~rmulazione è di '
Questa presenza dell'essere nella storia rinvia a quel concetto
di interpretazione in cui si attua la solidarietà originaria dell'uomo
li
identità e ulteriorità insieme, in perfetto equilibr10. Per un verso
la verità s'identifica con la sua formulazione si da permetterle di
11
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VALORI PERMA¼,_NTI É PROCESSO STORICO
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/ possederla in modo rivelativo, ma non al punto da autorizzarla fonda la differenza fra passato, presente e futuro, ma, procedendo
a presentarsi come esclusiva e completa, anzi unica e definitiva, da quella stessa inesauribilità del vero ch'è originariamente pos-
ché in tal caso non sarebbe piu interpretazione, ma surrogazione seduta dall'interpretazione, sottrae al presente la possibilità di
-,
della verità, cioè una delle tante formulazioni storiche che pre- trovare il senso autentico del passato se non riportandolo all'ori-
tende di assolutizzarsi e di mettersi al posto della verità. Per l'altro gine, e insieme gli offre la possibilità di attingere all'origine rifa-
verso la verità è sempre ulteriore rispetto alla sua formulazione., cendosi a un passato Un' ' ·one fonda dun ue necessa-
\ ma solo in modo da esigere una pluralità di formulazioni, e non r~ ente una tradizione, perché l'incessante approfondimento c e
I invece nel senso d'una sua assoluta ineffabilità, di fronte alla essa sollecita collega lo svolgimento delle possibilità attuali non
/ quale tutte le formulazioni resterebbero fatalmente inadeguate e solo col patrimonio delle possibilità già svolte, ma con la fonte
irrimediabilmente insignificanti, in una comune e rassegnata equi- stessa delle infinite possibilità. Cosi'. una forma storica è al tempo
valenza e indifferenza, come appunto vorrebbe il relativismo, non stesso una determinata interpretazione dell'essere e un fondo di
lasciando altra via d'uscita che una scelta arbitraria e prassistica. possibilità da svolgere e scoprire, e lo stimolo a svolgerle e il
Allo stesso modo una forma storica - un'epoca, una civiltà, modo di scoprirle è suggerito insieme dal passato e dall'essere:
un'idea - può essere interpretazione dell'essere, cioè l'essere stesso dal passato non come tempo trascorso, ma c&m.e realtà storica
come storicamente determinato, senza che ciò implichi un'affer- riportata all'origine, e dall'essere non in una sua presunta incon-
mazione di relativismo. Anche il rapporto fra l'essere e la forma :figurabilità, ma qual è storicamente determinato: ed è appunto
storica che lo rivela è interpretativo, il che mostra, per di piu, dal passato recuperato nella sua radicazione ontologica e ricollo-
come la presenza dell'essere neilastoi:-ia sia cosa ben piu radicale cato nell'apparizione temporale dell'essere che sgorga e fluisce
e profonda di qualsiasi durevolezza storica. Ma l'interpretazione, una tradizione.
-,
nell'atto stesso che spiega come una forma storica possa essere Dal che si vede quanto la vera tradizione sia lontana dalla
un'epifania dell'essere, fonda una realtà che dall'esterno può anche durevolezza storica, benché ne possa assumere la forma e l'aspetto.
presentare qualche somiglianza con la durata storica, ma che pos- La fedeltà al passato considerato come eredità da conservare,
siede un carattere molto piu sostanziale e originario: la tradizione. lascito da meritare, patrimonio da far fruttare; la congenialità
intesa come compito, sf da saper prospettare il passato nella sua
esemplarità e continuarlo in modo originale; il fermo proposito
6. Originarietà della tradizione. di coltivare con assiduità l'equilibrio fra la conservazione e l'in-
novazione; son tutte cose nobili e degne, ma hanno poco a che
All'interpretazione della verità è necessariamente legata la pos- fare con la tradizione, di cui possono tutt'al piu esser la forma
sibilità d'una tradizione· infatti l'interpretazione dà una formu- soggettiva e la veste esteriore, destinate senza di essa a perdersi
lazione della verità, ma la possiede come inesauribile; il che vuol nel vuoto. La tradizione è qualcosa di piu profondo, perché non /
dire ch'essa contiene insieme una riserva senza ondo di possi- si limita ad e_s er la trasmissione d'un risultato storico, ma è fon- /

f
' bilità implicite e l'indicazione d'una maniera determinata di rea-
lizzarle. In quanto possesso di un inesauribile, l'interpretazione
implica un incolmabile divario fra esplicito e implicito, fra detto
e non detto, fra già pensato e non ancora pensato: questo divario
damentalmente ascolto dell'essere, cioè è dialogo col passato solo '
in quanto è richiamo all'origine; e traversa i secoli non perché /
sia collocata nel tempo, ma perché è inserita nel cuore stesso j
dell'avvento temporale dell'ess,ere. Il( •
1
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VALORI PERMANENTI E PROCESSO STORICO

La tradizione ha insomma un carattere essenzialmente origi- prima d'ogni autentica novità, ch'è la fonte sempre fresca e ine-
nario e ontologico. Essa non si limita a suggerire la fedeltà a sauribile ?ell'es~ere, dici?, che 1~ og~ giorno è come se fosse
un passato e la trasmissione d'un'eredità, ma indica le condizioni al suo primo giorno ». Piu che ,di un rinnovamento si ratta ìIT ~ 1
l
stesse d'una fedeltà e d'una trasmissione del genere, liberandole
da una dimensione meramente temporale e restituendole alla loro
originarietà. Essa mostra che collegare il presente a un passato
e continuare un passato nel presente è veramente possibile e
fecondo solo se il passato è riscattato dalla sua mera temporalità
l 'fondo <l'.un_a vera e prop~ia rigenera~ion~, che. può anche impli- /
care o richiedere profondi mutamenti, dai quali traggono motivo ·
di timore solo coloro che puntano sulla durevolezza dei valori
storici e sulle costanze dei comportamenti umani; non il custode
della verità, che non teme i mutamenti, quando sa che son dovutf
e riconquistato in modo piu originario; solo se il passato è con- all'impegno di approfondire l'inesauribilità dell'essere. A quel li-
siderato come portatore d'un implicito e per ciò stesso investito vello il problema non è pni di evitar la rottura del equilibrio fra
d'un peso ontologico; solo se il passato è visto non tanto come conservazione e innovazione, ma, molto piu radicalmente, di sce-
',I 3:nteriore al presente quanto come vici~o aJt'essere. Essa mostra - gliere se restar fedeli all'essere o tradirlo, giacché la fedeltà è da·
.ch'e-- solo la fé eltà all' es-sère pùò Indicare in una forma storica tributarsi non a una forma storica e temporale in quanto tale,
una virtualità meritevole di sviluppo, e che rievocare autentica- ma alla resenza originaria che vi si annida. ~,-
mente il passato significa evocare la presenza originaria ch'esso La tradizione e 'opposto della rivoluzione non perché non le
contiene. Nella tradizione l'elemento determinante è dunque il contrapponga che la conservazione, ma proprio perché la rigene-
richiamo all'origine e il recupero della dimensione ontologica del razione eh'~ tic~iede è di tutt'altra natura di quella propu-
tempo, come del resto appare dal fatto che le grandi tradizioni gnata ctalla nvoluz10ne, avendo un carattere originario e ontolo-
amano attribuire un carattere mitico ai propri inizi e un carattere gico mentre quest'ultima ha solo un caratteré secondario e tem-
esoterico ai propri tramiti; ove è chiara l'allegoria, giacché per poral~Anzitutto la rivoluzione vuol ricominciare dall'inizio, men-
un verso si raffigura come primordiale e lontano nel tempo ciò tre la tradizione è un continuo recupero dell'origine; il vero oggetto
ch'è originario e vicino all'essere, e per l'altro si raffigura come della presa di posizione nella rivoluzione è il passato in quanto
esoterico ciò che per il suo carattere rivelativo merita una custodia } tale, nella tradizione è J.)rima di tutto l'essere; ciò che la rivolu-
che lo preservi dalla dissipazione del tempo. zione vagheggia e un nuovo inizio nel tempo, mentre la tradizione
si rifà a quell'origine donde soltanto può derivare una rigene-
razione del tempo.
7. Rigenerazione e rivoluzione. Inoltre la tradizione, in virtu della natura insieme rivelativa
e plurale dell'interpretazione, raggiunge il livello in cui ~na f or-
Per questo suo carattere originario, che la mette direttamente mulazione del vero e una formulazione storica si affermano sul
a contatto con l'essere, la tra-dizione contiene in sé la possibilità riconoscimento di altre formulazioni e di altre forme in libera
d'un continuo rinnovamento. La vera innovazione d'un passato discussione con esse; mentre la rivoluzione, fondando }la propria ,
non consiste tanto in quel soggettivo atto di originalità che la idea sul radicale rifiuto di altre, fa sottrae al piano plura is 1co
congenialità ispira a chi l'accoglie e lo prolunga, quanto piuttosto ~ ùùefpternzione, e ne fa un s u r r o ~ averità, scendendo
nel fatto che la tradizione per natura sua non può tramandare se cosf al livello della temporalità abbandonata a sé stessa e immersa
non rinnovando, perché essa att,inge diret;~mente alla scaturigine nell'oblio dell'essere. , I ..ul , ...,

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Saì1 'ffi.d'tl.:IP cRi!fl t n ~ERITÀ E INTERPRETAZIONE VALORI PERMANENTI E PROCESSO STORICO

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Infine 1 rivoluzione nel piu rigoroso significato odierno, è ;:::, mt1va, ed è quella stimolazione e regolazione interna all'attività
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fr;,.-~ 1Q ,
p n prassismo ra , c e intende istituire l'unità di teoria e pras';i' < umana ma irreducibile ad essa, ch'è dovuta alla presenza dell'es-
· , ~ dopo la loro scissione, e che quindi, non proponendosi in fondo O sere ma è resa operante dalla nostra libertà, e ch'è attestata da
d{,C-U[..._../_ . .l che una riunificazione, rimane pur sempre impigliato nel piano ,;. quei rari e felici momenti in cui nell'operare umano si congiun-
p.t~ O ,-= " èJ inferiore della divisione, incapace di elevarsi al rapporto onta- ~ gono inseparabilmente atteggiamenti cosi lontani fra loro come
'( . '-..,. I) logico, ch'è unità originaria di teoria e prassi, essendo indivisi- a l'audacia e l'umiltà, quando il piu silenzioso e sommesso ascolto
e
ti' ,J,t , .f. bilmente rivelazione della verità e decisione per l'essere. ~ dell'essere impone il coraggio di arrischiare una formulazione per-
t,tbc,,Tu::~ "' sonale della verità.
ih.&Jf~ 8. Essere e libertà.
J.-· t:11"/'
~~
!· fy; I .,..
\I sua Certo, l'essere, non apparendoci in una formulazione che sia
propria, oltre che unica e definitiva, ma sempre in forme sto-
Ul ~ -~ti; riche da cui è inseparabile, apre la via a quell'apparente disordine
fl.,,.{fr, _+ - in cui la mancanza di un criterio estrinseco e oggettivo, che serva
if •. ; : 1
da inequivocabile punto di riferimento, sembra abbandonare ogni -, ·
.., · · i, · cosa all'incertezza e alla contestabilità, cioè proprio a ciò che si
efj, f O vuole evitare quando si parla di valorì permanenti nella storia.'
Q :+f- 1
Tu i" '. Ma quest'incertezza e qu~~ta discutibi!ità sono ~l segno esteri~r~
, · ;· d'un fatto grande e dec1s1vo: che l'mterpretaz10ne della verita
e- ~bD.,-l., e la rivelazione dell'essere sono affidate alla nostra libertà.
· Ciò non significa abbandonare persino l'essere alla libertà, e
quindi abbandonare la libertà a sé stessa: col suo stesso esercizio -,

la libertà attesta quella presenza originaria che la sollecita nel-


l'atto stesso ché le si affida, e che la regola nell'atto ·stesso che
accetta di farsi oggetto della sua scelta., L'atto con cui la libertà j -,
decide per o contro l'esser~ è anche l'atto con cui essa decide di
sé, se confermarsi o annullarsi, giacché si tratta di ribadire o rin-
negare quel rapporto ontologico in cui consiste l'essere stesso
dell'uomo. Tanto la libertà è legata all'essere, ch'essa lo attesta
nella sua stessa decisione per o contro cli esso, e lo afferma, sia
pure nella forma del tradimento, anche quando lo rinnega, ne- -,
gando e distruggendo sé stessa.
C'è dunque qualcosa ch'è stabile anche se non si fissa in un
valore assoluto e permanente o in una formulazione unica e de:6.-

50 51
II

ORIGINARIETÀ DELL'INTERPRETAZIONE

't
·1
1. Rapporto con l'essere e interpretazione della verità: ontologia
ed ermeneutica.

Ogni relazione umana, si tratti del conoscere o dell'agire, del-


l'accesso all'arte o dei rapporti fra persone, tieI sapere storico
e della meditazione :filosofica, ha sempre un carattere interpreta-
tivo. Ciò non accadrebbe se l'interpretazione non fosse di per sé
originaria: essa qualifica quel rapporto con l'essere in cui risiede
l'essere stesso dell'uomo; in essa si attua la primigenia solida-
rietà dell'uomo con la verità. E questa originarietà dell'interpre-
tazione spiega non solo il carattere interpretativo d'ogni relazione
umana, bensf anche il carattere ontologico d'ogni interpretazione,
per determinata e particolare che sia: interpretare significa tra-
scendere, e non si può parlare autenticamente degli enti senza
insieme riferirsi all'essere. Insomma: l'originario rapporto onto-
logico è necessariamente ermeneutico, e ogni interpretazione ha
necessariamente un carattere ontologico.
Ciò significa che della verità non c'è che interpretazione e che
non c'è interpretazione che della verità. Nell'interpretazione l'ori-
ginalità che deriva dalla novità della persona e del tempo e l' ori-
ginarietà che proviene dal primitivo rapporto ontologico sono
indivisibili e coessenziali. L'interpretazione è quella forma di co-
noscenza ch'è insieme e inseparabilmente veritativa e storica, onto-
logica e personale, rivelativa ed espressiva.

53
-,

VERITÀ E INTERPRETAZIONE ORIGINARIETÀ DELL'INTERPRETAZIONE

--,
2. Nell'interpretazione aspetto storico e aspetto rivelativo sono bilmente inerisce alla ricerca e scoperta della verità non ha e non
coessenziali. deve avere un carattere ascetico, perché l'unico modo di accedere
alla verità non è di uscire dalla storia, cosa impossibile, ché
Ne deriva anzitutto che l'unica conoscenza adeguata della ve- sarebbe come uscire da sé stessi e dalla propria situazione, ma di -,
rità è l'interpretazione, intesa come forma di conoscenza storica servirsi' della storia, cosa possibilissima, anche se scomoda e ardua,
e personale, in cui la singola personalità e la situazione storica, e origine di tutte le difficoltà cui va incontro non solo la cono-
lungi dall'essere impedimento o anche soltanto limite del cono- scenza della verità, ma anche ogni genere di interpretazione, per --,
scere, ne sono la sola condizione possibile e l'unico organo adatto. particolare e determinata che sia.
L'interpretazione si può in un certo modo definire come guelfo Inoltre rivelazione della verità ed espressione del tempo sono
forma di conoscenza in cui l' « oggetto » si rivela nella misura in nell'interpretazione talmente inseparabili da potersi dire ch'esse
cui il « soggetto » si esprime, e viceversa. Non merita perciò iJ stanno in rapporto non inverso ma diretto, appunto perché l'aspetto
nome d'interpretazione quella in cui la persona e il tempo, invece storico dell'interpretazione, lungi dal sopprimerne l'aspetto rive-
di farsi tramite e apertura alla verità, sono l'unico vero oggetto del lativo, ne è l'unica condizione possibile. Non è che l'interpreta-
pensiero, il quale diventa allora meramente storico - ideologico o zione sarebbe meno rivelativa se fosse piu pers0µale, perché piut-
tecnico che sia -, destinato comunque a passare col tempo, non tosto essa è tanto piu rivelativa quanto piu personale e storica;
essendone, in tal caso, se non il ritratto e il prodotto. anzi, in essa è impossibile voler distinguere o pretendere di sepa- -,
Il carattere proprio dell'interpretazione è dunque d'essere al rare un aspetto che sarebbe temporale e caduco da un nucleo che
tempo stesso rivelativa e storica, e non se ne comprenderà ap- vorrebbe essere immutevole e permanente, perché tutto vi è egual-
pieno la natura se non s'intenderà in tutta la sua portata la coessen- mente e simultaneamente storico e rivelativo, personale e onto-
zialità di questi suoi due aspetti, cioè come in essa l'aspetto rive- logico; e se l'uomo coglie la verità ci riesce non uscendo dalla
lativo sia inseparabile dall'aspetto storico. storia, ma servendosene come d'ingresso e adito, né spogliandosi
Anzitutto si può dire che l'interpretazione è quella forma di di sé, ma facendosi esso stesso tramite e apertura.
conoscenza ch'è rivelativa e ontologica in quanto storica e perso- Nell'interpretazione rivelazione della verità ed espressione del
nale: la personalità e la storicità dell'interpretazione non sono tempo non sono in rapporto di contiguità o continuità o gradua-
una colorazione superficiale o un'inutile aggiunta o un accompa- lità, ma di sintesi, nel senso che l'una è la forma dell'altra: se è
gnamento indiscreto, o, peggio, una sovrapposizione arbitraria o vero che la rivelazione della verità non può essere che personale 7
una sostanziale limitazione .o una deformazione irreparabile, al e storica non è meno vero ch'essa, ed essa sola, contiene la verità
punto che si possa auspicarne la rimozione o progettarne la sop- anche del tempo e della persona; si che l'interpretazione è tutta
pressione o deprecarne la fatalità; giacché rispetto alla verità la rivelativa e tutta espressiva, tutta insieme personale e ontologica.
persona e la situazione non sono un fatale impedimento o un
ostacolo importuno, ma piuttosto la sola via d'accesso e l'unico
mezzo di conoscenza, e, per di piu, un organo di penetrazione
che, se ben adoperato, è atto e sensibile quanto nessun altro, e
del tutto confacente allo scopo.
In virtu dell'interpretazione quell'antistoricismo che inevita-
7
54 55

-,
VERITÀ E INTERPRETAZIONE ORIGINARIETÀ DELL'INTERPRETAZIONE

3. Carattere non soggettivistico né approssimativo dell'interpre- sere un difetto o uno svantaggio, è il segno piu sicuro della ric-
tazione. chezza del pensiero umano, tant'è vero che nulla è piu assurdo
che voler concepire l'interpretazione come unica e definitiva, se-
Giova insistere un istante sul fatto che la storicità e la perso- condo quanto vorrebbero coloro che ritengono che una conoscenza
nalità dell'interpretazione son ben lungi dal conferirle un carat- è piena e completa solo se unica e che la personalità della cono-
tere di arbitrarietà o di approssimazione, quasi che ne derivasse scenza è una deprecabile e fatale limitazione. Il torto di questi
un soggettivismo gravido di conseguenze relativistiche o scettiche. pregiudizi è di concepire la precisione e l'evidenza in modo cosi
Se l'interpretazione è sempre storica e personale, essa è neces- pedestre e vistoso da non saperne trovare alcuna là ove vige la
sariamente molteplice; e di questa pluralità dell'interpretazione, varietà e novità della vita umana; al carattere soggettivistico e
ch'è la prima cosa che in essa balza agli occhi (tot capita tot sen- approssimativo della conoscenza non pone rimedio l'impossibile
tentiae; la mia, la tua, la sua interpretazione), si danno spesso alternativa della pretesa unicità dell'interpretazione, giacché fra
spiegazioni che, sembrando a tutta prima naturalissime e quasi questi due estremi non c'è dilemma, ma si frappone; come sola
ovvie, vengono universalmente accolte e ripetute, ingenerando una genuina possibilità, l'interpretazione medesima, la quale non per
serie di pericolosi equivoci e d'infausti malintesi. Si pensa che la sua pluralità e storicità e personalità è ilrl,eno captatrice e rive-
per la sua pluralità l'interpretazione finisca col dissipare e disper- lativa nei confronti del vero, e non per il fatto di raggiungere e
dere la verità o col restarle irrimediabilmente esteriore: per un possedere la verità si spoglia dei suoi caratteri di personalità e
verso si dice che se l'interpretazione è sempre nuova e diversa, storicità · e pluralità. Il regno dell'interpretabile si basa sull'im-
ciò è perché non ci dà la verità, ma soltanto l'immagine che ce possibilità d'una conoscenza univoca e diretta in cui tutti si tro-
ne facciamo attraverso le nostre varie persone e mutevoli reazioni; verebbero d'accordo senza contestazione e senza dialogo; presup-
e per l'altro si dice che se l'interpretazione non si presenta mai pone piuttosto che non c'è altra forma di conoscenza genuina che
come unica e definitiva, ciò è perché essa non penetra nel cuore l'interpretazione, la quale è di per sé storica e personale e quindi
della verità, ma non fa che girarvi intorno, lasciandosene sfuggire costitutivamente molteplice e non definitiva; implica l'inopportu-
l'intima natura. Cosf considerata, l'interpretazione verrebbe con- nità di deprecare tali caratteri dell'interpretazione e la necessità
finata nel campo dell'arbitrario e dell'approssimativo: da un lato di considerarli non solo come essenziali e insopprimibili, ma anche
la relatività indifferente del regno dell'opinabile, dall'altro le man- come provvidi e favorevoli.
chevolezze d'una conoscenza superficiale e deformante. E che l'in- Il principio fondamentale dell'ermeneutica è appunto che
terpretazione possa cadere in questi estremi del relativismo e dello l'unica conoscenza adeguata della verità è l'interpretazione; il che
scetticismo è ben vero, quand'essa dispieghi il proprio movimento vuol dire che la verità è accessibile e attingibile in molti modi,
nella dissipazione soggettivistica di immagini arbitrarie o nella e nessuno di questi modi, purché degno del nome di interpreta-
vana approssimazione a un oggetto mai raggiunto; ma in tal caso zione, è privilegiato rispetto agli altri, nel senso che pretenda di
ciò che viene a mancare è la stessa interpretazione, perché la per- possedere la verità in maniera esclusiva o piu compiuta o comun-
sonalità, fattasi oggetto d'espressione piu che organo di penetra- que migliore. Per raggiungere il proprio scopo l'interpretazione non
zione, si sovrappone alla verità, contribuendo a celarla e occul- ha bisogno di spogliarsi dei suoi caratteri di storicità e persona-
tarla invece che a captarla e rivelarla. lità, cosa che nemmeno potrebbe, essendo tali caratteri inelimi-
Il fatto è che la pluralità dell'interpretazione, lungi dall'es- nabili: iri essa l'intervento della persona non consiste nello sforzo

56 57
J
-,

VERITÀ E INTERPRETAZIONE ORIGINARIETÀ DELL'INTERPRETAZIONE


I
J

di sopprimersi, per cedere il posto a una conoscenza impersonale eterno e perenne, e una « corteccia » che sia passeggera ed effi-
o spersonalizzata e per « lasciar essere » la verità. Certo, il com-
pito deUa persona, nell'interpretazione, è proprio questo, di « la-
mera in quanto storica e temporale.
Nel pensiero umano tutto è egualmente storico e temporale:
7
sciar essere » la verità; ma ciò non significa per nulla raggiun- se in esso una distinzione si vuol fare, è di sceverare fra la sto-
gere una conoscenza impersonale o spersonalizzata: quel tanto di ricità che si esaurisce nell'espressione del tempo e la storicità 7 I

che ha una portata ontologica, fra ciò ch'è soltanto storico, e che i
« spersonalizzazione » che sembra necessariamente inerire alla « fe-
deltà » dell'interpretazione consiste soltanto nell'impedire che sto- perciò è espressivo del proprio tempo senza esser rivelativo della
ricità e personalità prendano il sopravvento, diventando fini a verità, e ciò che essendo storico è anche rivelativo, nel senso che
sé stesse piuttosto che tramiti alla verità, e occultando il vero la rivelazione della verità, in base alla personalità e storicità del-
piuttosto che aprirne l'accesso; ma proprio per raggiungere que- l'interpretazione, non può se non . assumere una forma storica e
sto scopo bisogna approfondire la situazione storica e orientare
la sostanza della persona al punto di farne un apparato di sinto-
nizzazione e un organo di penetrazione della verità; la quale allora
avere un aspetto espressivo. Ma tale distinzione consiste appunto
nel discernere fra ciò ch'è interpretazione e ciò che non lo è: ciò
ch'è soltanto storico non ·fa che esprimere il proprio tempo, e
7
è « lasciata essere» proprio in quanto è « sintonizzata e captata », quindi è caduco e passeggero in quanto via via jp;i;avolto dal tempo
e si concede all'interpretazione nella misura in cui questa, con la di cui non è che il prodotto e l'immagine; néll'interpretazione,
sua apertura e disponibilità, le ha assicurato un accoglimento e invece, l'aspetto storico e l'aspetto rivelativo sono talmente indis-
solubili, congiunti inseparabilmente dall'iniziativa della persona
un consenso.
che fa di sé stessa e della propria situazione l'organo di accesso 7
alla verità, che l'elemento storico, indispensabile alla manifesta-
J
zione e formulazione del vero, viene in certo modo sottratto al -,
4. Impossibilità di distinguere nell'interpretazione un aspetto ca- flusso del tempo. La verità è senza dubbio sovrastorica e intem- i
I
duco e un nucleo permanente. porale, ma questa sua sovrastoricità e intemporalità essa la fa )

valere soltanto all'interno della formulazione storica e temporale


Giova insistere anche sull'altro fatto sopra notato, che nel-
l'interpretazione è impossibile voler distinguere o pretendere di
che via via assume; ogni formulazione della verità è sempre sto-
rica e temporale, ma la sua storicità e temporalità, pur non 7 ..,
separare un aspetto che sarebbe temporale e caduco da un nucleo essendo direttamente manifestazione o realizzazione della verità,
che vorrebbe essere immutevole e permanente. ......
non è quella che passa col tempo, perché è apertura e tramite '
I

Tale distinzione sarebbe ·possibile soltanto se nell'interpreta- al vero, ed è quindi segnata dalla presenza originaria e profonda
zione l'aspetto storico fosse separabile dall'aspetto rivelativo; ma dell'essere.
poiché l'interpretazione è tale proprio in forza del fatto ch'essa L'ermeneutica esclude decisamente tanto che ciò ch'è storico
accede alla verità attraverso la storicità della situazione e la per- sia per ciò stesso effimero e caduco, quanto che la conoscenza e 7 .J

sonalità del pensante, non è possibile che in essa la rivelazione formulazione della verità sia priva di aspetti storici e temporali:
della verità avvenga indipendentemente dall'espressione del tempo, nell'interpretazione per un verso l'elemento storico, pur non ces-
né questa senza quella; e perciò non è possibile sceverare in essa sando di esprimere il tempo, è cosf poco legato al suo flusso che
un « nocciolo » che sia intemporale e sovrastorico, e come tale non perde niai d'attualità, inscindibile com'è dalla. formulazione

58 59 7I
J

"7
I
VERITÀ E INTERPRETAZIONE ORIGINARIETÀ DELL'INTERPRETAZIONE

del vero, e per l'altro verso la rivelazione della verità è cosf poco suo modo di comparire ,è appunto la singolarità delle sue formu-
astratta dal tempo che piuttosto ne muove e lo adotta come via lazioni personali e storiche.
e mezzo indispensabili al raggiungimento del proprio scopo. Proprio perché simultaneamente e indivisibilmente ontologica
Non si cessi dunque di discriminare, nel pensiero umano, gli e personale, l'interpretazione nasce come rivelativa e plurale in-
elementi permanenti e durevoli dagli elementi passeggeri e cadu- sieme, sf che la sua molteplicità, ben lungi dal compromettere
chi, né di considerare come effimeri quelli che sono soltanto tem- l'unicità della verità, piuttosto la ribadisce e la conferma. La verità
porali e storici; ma si ricordi che questo vaglio, lungi dal divi- è unica, ma la sua formulazione è sempre molteplice, e fra l'uni-
dere nell'interpretazione della verità una «parte» storica e peri- cità della verità e la molteplicità delle sue formulazioni non c'è
tura da una « parte» eterna e perenne, non fa che purificare la contraddizione, perché in virtu dell'interpretazione, sempre in-
schietta e genuina interpretazione della verità dalle scorie del sieme storica e rivelativa, l'unicità della verità si fa valere solo
pensiero' meramente storico e tecnico, senza che ne venga com- all'interno delle storiche e singole formulazioni che se ne danno,
promessa la necessità di cogliere, nell'interpretazione, il nesso ed è appunto l'interpretazione che mantiene la verità come unica
che congiunge inseparabilmente l'aspetto storico e temporale con nell'atto stesso che ne moltiplica senza fine le formulazioni. L'in-
l'aspetto ontologico e rivelativo, entrambi essenziali al concetto terpretazione non è, non può, non deve essereii'µ. nica: per defini-
stesso di interpretazione. zione essa è molteplice. Ma la sua molteplicità è quella delle sem-
pre nuove e diverse formulazioni della verità, cioè è quella che,
ben lungi dal compromettere e disperdere l'unicità della verità,
piuttosto la mantiene e al tempo stesso se ne alimenta, la salva-
5. L'unicità della verità e la molteplicità delle sue formulazioni guarda e insieme ne trae sollecitazione e spunto. Ciò ch'è arduo
sono inseparabili. ma indispensabile comprendere è che proprio in virtu dell'inter-
pretazione l'unicità della verità e la molteplicità delle sue formu-
L'inseparabilità dell'aspetto rivelativo e dell'aspetto storico lazioni non solo sono compatibili, ma anzi sono coessenziali, e
dell'interpretazione spiega inoltre come in essa possano unirsi l'una solo nell'altra trova la sua forma adeguata e il suo vero
senza contraddizione, ma anzi indivisibilmente, l'unicità della ve- significato.
rità e la molteplicità delle sue formulazioni. Le formulazioni della verità sono molteplici, ma la loro mol-
Infatti dire che l'interpretazione è insieme e inseparabilmente teplicità non compromette l'unicità della verità, anzi la suppone
rivelativa e storica è come dire che la verità è accessibile soltanto e ne vive, cosf come l'unicità della verità non annulla la molte-
'i
all'interno d'ogni singola pròspettiva, la quale a sua volta è la plicità delle sue formulazioni, anzi vi vive e la esige. Infatti per
stessa situazione come via d'accesso alla verità: non si può rive- un verso le verità storiche non esisterebbero senza la verità unica
lare la verità se non già determinandola e formulandola, il che di cui sono interpretazioni: senza di essa sarebbero soltanto espres-
accade solo storicamente e personalmente. La verità allora, pur sioni del tempo, prive di valore rivelativo, e, in quanto svuotate
essendo unica, non si presenta :mai con una determinatezza sua di funzione ermeneutica, prive persino di carattere speculativo:
propria, in una formulazione che sia riconoscibile come unica e non sarebbero che pensiero meramente storico, cioè soltanto ideo-
definitiva, ma si offre solo all'interno della formulazione che di logico, tecnico e strumentale. E per l'altro verso non sarebbe
volta in volta se ne dà, ed è inseparabile da essa, sf che l'unico verità quella ·di cui ci fosse un'unica conoscenza: la formulazione

60 61
VERITÀ E INTERPRETAZIONE ORIGINARIETÀ DELL'INTERPRETAZIONE

unica è l'abolizione della verità stessa, perché pretende di con- sono perciò semplici copie e stanchi riverberi, ma reale incarna-
fondersi con essa, mentre non ne è che interpretazione, cioè una zione ed effettivo possesso.
formulazione singola, compossibile con infinite altre. In virtu dell'interpretazione la verità e la sua formulazione
sòno cosi fatte che fra di esse è possibile, anzi addirittura neces-
saria, l'identità, ma è impossibile, anzi inammissibile, la confu-
6. La formulazione della verità è interpretazione, non surroga- sione: nella loro costitutiva inseparabilità non sono cosi « di-
zione, di essa: non monopolio né travestimento. verse » da non doversi identificare, né cosI « simili » da potersi
confondere. Anzi, proprio in quanto inseparabili esse non sono
I Per un'esatta comprensione di questo punto centrale dell'er- fra loro né dmili né diverse, e proprio perché identiche sono fra
meneutica vanno tenute presenti due circostanze fondamentali. loro inconfondibili: non è che la verità non si riveli che in altro
1:

Anzitutto non bisogna dimenticare che la verità e la sua formu- da sé o non si lasci possedere se non come altra da sé, ma a tal
lazione non possono fare a meno l'una dell'altra, anzi sono cosf punto essa si consegna alle formulazioni storiche capaci di coglierla
strettamente congiunte che finiscono per identificarsi; e appunto che giunge a identificarsi ·di volta in volta con ciascuna di esse;
perciò non possono confondersi l'una con l'altra, come succede- ogni formulazione della verità che sia degna d/d,, nome è la verità
rebbe se la formulazione, intesa come altra dalla verità, preten- stessa, come personalmente interpretata e posseduta, si che le
desse di sostituirsi senz'altro ad essa, o ne fosse considerata come sempre nuove e diverse formulazioni storiche della verità sono
un semplice travestimento. al tempo stesso l'unico suo modo di apparire e di esistere e l'unico
nostro modo di professarla e possederla.
Non che ci siano da un lato la verità unica e dail'altro le sue
Una formulazione della verità è tale in quanto è interpreta-
molteplici formulazioni, come due ordini di cose completamente
zione della verità; il che significa per un verso che essa non è
diverse l'una dall'altra, a cui accade d'incontrarsi e di congiun-
che interpretazione, cioè ne è una formulazione singola, storica
gersi in un dato punto della storia. Se cosI fosse non sussiste- e personale, che in quanto tale è compossibile con infinite altre
rebbe alcun vero nesso fra la verità e la sua formulazione: non formulazioni, e quindi non ha diritto di sostituirlesi in ciò ch'essa
solo la verità sarebbe come sperduta in una sua separatezza, che ha di proprio, cioè l'unicità e l'intemporalità, giacché la propria
giustificherebbe ampiamente l'odierna tendenza, sempre piu dif- unicità e intemporalità la verità può farla valere unicamente all'in-
I,
,I fusa, a non riconoscerla nella sua unicità, anzi a sopprimerla del terno di ciascuna delle singole formulazioni ch'essa ottiene e
'ili tutto, ma andrebbe anche disperso quel vincolo indissolubile che riscuote, anzi suscita ed esige; e per l'altro verso che della verità
iii le stringe anzi le identifica l'Ùna con l'altra, nel senso che la verità essa è, appunto, interpretazione, cioè possesso autentico e reale,
11
non può comparire se non come formulata e che non è formula- che non cessa d'esser genuino ed effettivo possesso anche se, come
zione deila verità quella che non è la verità stessa come inter- vedremo, si presenta come un compito interminabile e infinito,
pretata. E non che ci sia una verità unica con un'unica formula- si che la verità, già posseduta nell'interpretazione, non ha alcun
zione vera, e che questa si rifranga in molteplici formulazioni bisogno di presentarsi come diversa da sé stessa e di confondersi
storiche che la rifletterebbero piu o meno fedelmente: l'unico con le proprie formulazioni, dissimulandosi sotto di esse come in -,
modo con cui la verità unica compare e può comparire sono una specie di mutevole e variopinto travestimento, che la occulta
appunto le sue molteplici e storiche formulazioni, che non ne e la deformà piuttosto che rivelarla e dichiararla.

62 63 7
I
j

- ,
VERITÀ E INTERPRETAZIONE ORIGINARIETÀ DELL'INTERPRETAZIONE

Il concetto piu pregiudizievole a un'esatta comprensione del- !azione e genuino possesso di essa. Come surrogato la formula-
l'ermeneutica, e quindi piu fuorviante quando si tratta di definire zione della verità è una sua alterazione, cioè nient'altro che copia,
che cos'è una formulazione della verità, è quello di alterazione. riflesso, immagine; donde la possibilità d'una confusione che le
Il rapporto fra la verità e la sua formulazione non è di alterità, scambi fra loro, e attribuisca a una delle tante formulazioni quel
come se la verità non potesse rivelarsi se non in altro né presen- carattere di unicità che spetta soltanto alla verità, o che disperda
tarsi se non come altra da sé, come se l'interpretazione che ne la verità in quella molteplicità ch'è propria delle sue formula-
diamo non ne fosse che una copia o un riflesso, un ritratto o zioni, giungendo per un verso alla sostituzione della verità con
un'immagine, come se per il fatto solo d'esser formulata essa una delle sue formulazioni indebitamente assolutizzata, e per l'al-
I
dovesse cambiare la propria natura, modificandosi o trasforman- tro verso alla dissimulazione della verità sotto la varietà cangiante
i: dosi o deformandosi, come se il fatto che le varie formulazioni e proteiforme delle sue formulazioni, rapite nel vortice d'una
storiche e personali la contengono e la posseggono ciascuna a pro- metamorfosi incessante ed illusoria.
prio modo la destinasse a un incessante e camaleontico travesti- Ciò che conta mettere in luce è che tanto il monopolio quanto
mento, come se la ricchezza delle sue rivelazioni si risolvesse in il travestimento, lungi dall'essere in una qualsiasi maniera rive-
una specie di fantasmagorico trasformismo. E infatti a questo lazione della verità, ne sono la piu radicale e tdf~le falsificazione,
aberrante concetto di alterazione si possono far risalire i due modi giacché invece di mostrare il nesso ermeneutico che unisce inse-
tipicamente inadeguati di concepire l'interpretazione e la formu- parabilmente la verità e la sua formulazione, le contrappongono

- lazione della verità, cioè il monopolio e il travestimento. Una l'una all'altra in un'equivoca duplicità che non può non dege-
formulazione della verità che pretenda d'esser unica, cioè di mono- nerare in aperta doppiezza. E infatti ecco una particolare formu-
polizzare la verità in un possesso esclusivo, con ciò stesso rico- lazione pretendere di sostituirsi alla verità, cioè di possederla in
noscerebbe d'esser altra dalla verità, cosI altra da volersi sosti- esclusiva, e la verità nascondersi dietro le sue formulazioni come
tuire ad essa; e concepire le varie formulazioni della verità come sotto l'instabile mutevolezza d'un continuo mascheramento: due
sue incessanti trasformazioni o policromi travestimenti significa esempi di come la duplicità ha generato l'inganno; giacché a que-
considerarle ancora come altre dalla verità, cosi altre da non sto livello il monopolio e il travestimento sono l'oblio piu com-
esserne che la copia anzi la maschera, l'immagine anzi l'apparenza, pleto e la negazione piu risoluta della verità: il monopolio per
il riflesso anzi la deformazione. il suo carattere esclusivistico, che assolutizzando e eternizzando
Altro è l'interpretazione della verità, altro la sua surrogazione. una singola formulazione della verità le toglie ogni capacità rive-
Come interpretazione la formuJazione della verità è la verità stessa, lativa e costringe la verità stessa a dileguarsi; il travestimento
e non altro da essa: certo, è la verità come personalmente pos- per il suo carattere non tanto mutevole e multiforme quanto
seduta e come storicamente formulata, e non la verità in una sua piuttosto volubile e versipelle, che rende la vicenda delle allegorie
astratta e impossibile separatezza; ma non per il fatto d'esser per- e dei simboli incapace di significare l'inesauribile molteplicità delle
sonalmente attinta e storicamente presente la verità si altera e si prospettive rivelatrici del vero e di rappresentare una dialettica
trasforma, giacché la personalità e la storicità riguardano la via di nascondimento e manifestazione cosI fine e sottile come quella
d'accesso e il modo del possesso piuttosto che la fonte e il con- che si trova non solo in Heidegger ma soprattutto in Pascal, e
tenuto del vero; si che la formulazione della verità, in quanto adatta tutt'al piu a raffigurare il camaleontismo e il maschera-
capace di coglierla sino al punto di identificarvisi, è schietta rive- mento, il trasformismo e la finzione, cioè quell'ampio regno della

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VERITÀ E INTERPRETAZIONE ORIGINARIETÀ DELL'INTERPRETAZIONE

dissimulazione in cui non c'è posto alcuno per la verità, nem- successione temporale che travolge i propri prodotti: o di privare
meno se si volesse, assurdamente, pensare che quel che si dissi- la filosofi.a del suo carattere storico, e quindi la verità della sua
mula è, appunto, la verità stessa. apparizione temporale, o di sottrarre alla filosofia la sua portata
rivelativa, e quindi alla storia la sua apertura ontologica.
Sorge insomma un dilemma fra coloro che, pur di salvaguar-
7. Falso dilemma fra l'unicità della verità e la molteplicità delle dare l'assolutezza della verità unica e intemporale, rischiano con-
sue formulazioni. sapevolmente di cadere nel dogmatismo, e coloro che, pur di
conservare la storicità di queste formulazioni sempre nuove e
Solo chi non si rende conto della natura interpretativa del diverse, rischiano · deliberatamente d'incorrere nel relativismo; al
rapporto fra la verità e la sua formulazione - ed è questa la punto che - e qui sta il vizio del ragionamento - nell'un caso
seconda circostanza da tener presente - trae scandalo dal fatto il dogmatismo è preferito non al relativismo, come parrebbe lo-
che le formulazioni del vero possano nella loro storica moltepli- gico, ma a un qualsiasi riconoscimento di storicità e molteplicità,
cità essere un effettivo possesso della verità unica e intemporale; persino nella formulazione del vero, e nell'altro il relativismo è
e per un'illusoria volontà di coerenza dimentica che l'unicità è preferito non al dogmatismo, come sem.brereb~e naturale, ma a
della verità e non della formulazione e la molteplicità è della un qualsiasi riconoscimento di unicità e intemporalità, persino
formulazione e non della verità; e confondendo l'una con l'altra nella verità qual è presente e operante nelle sue ·forme storiche.
istituisce fra i due termini un falso dilemma, fonte di perpetui Queste due posizioni sono certamente opposte, e infatti non
equivoci sulla natura dell'interpretazione, soprattutto quando ci fanno che polemizzare fra loro; ma in realtà stanno e cadono
! sia di mezzo la verità. _ insieme, e trascurano la possibilità di altre posizioni, dimenti-
I
.I Ecco allora schierarsi da un lato coloro che, per il fatto che cando che per preservare la storica molteplicità dei veri non è
la verità è unica, la fanno non solo intemporale, ma addirittura affatto necessario negare l'unicità della verità, allo stesso modo
fuori dal tempo, e dall'altro coloro che, per il fatto che la verità che per custodire l'unicità della verità non è per nulla indispen-
non ha altro modo di comparire che le sue formulazioni storiche, sabile disconoscere la molteplicità dei veri storici, e che per evi-
la considerano, essa stessa, molteplice e mutevole, quando addi- tare il dogmatismo non occorre affatto rischiare il relativismo, né
rittura non la riducono a un mero prodotto del t~mpo; sf che rischiare quello per evitare quest'ultimo; giacché per un verso la
ne risulta alternativamente imposto l'illegittimo e inutile sacri- verità unica non ha altro modo di presentarsi che all'interno delle
ficio delle molte formulazioni alla verità unica o della verità sue singole formulazioni, e per l'altro verso è proprio l'unicità
intemporale alle sue formulazioni storiche. Piu precisamente, ecco della verità che conserva i veri storici nella loro singolarità instau-
l'alternativa fra coloro che, affermando unica e intemporale la rando fra di essi la comunicazione e il dialogo.
verità, sostengono che esiste una sola filosofia vera, anch'essa E infatti quelle due posizioni coincidono nel punto centrale,
intemporale e unica, e coloro che, riscontrando molteplici e sto- cioè nel separare la verità dalla sua formulazione e questa da
riche le filosofi.e, pretendono che la verità stessa non possa esser quella, e nel confondere l'una con l'altra, scordando ch'esse sono
che plurale, e quindi non esistano se non verità storiche; col inconfondibili e imparagonabili appunto perché inseparabili, e che
risultato o di sollevare· in un intemporale empireo una filosofia non si può attribuire alla filosofi.a quell'unicità che può esser sol-
i.torica indebitamente assolutizzata o di ridurre la storia a mera tanto della verità o alla verità quella molteplicità che può esser

66 67

-,
VERITÀ E INTERPRETAZIONE ORIGINARIETÀ DELL'INTERPRETAZIONE

soltanto della filosofia; giacché unicità e intemporalità, se trasfe- motivo per verificarne il carattere profondamente originario, tale
rite dalla verità, di cui sono essenza, alla formulazione di essa, da conferirgli una validità generalissima e una feconda applicabi-
diventano nient'altro che un'assurda pretesa, e molteplicità e sto- lità in tutti i campi.
ricità, se devolute dalla formulazione del vero, di cui son natura, L'esistenza dell'opera musicale non è quella inerte e muta
alla verità stessa, ne fanno scadere il livello. È appunto da que- dello spartito, ma quella viva e sonora dell'esecuzione, la quale
sta indebita confusione che nasce il falso dilemma fra l'unicità tuttavia, per il suo carattere necessariamente personale e quindi
della verità e la molteplicità delle formulazioni, come se, unica interpretativo, è sempre nuova e diversa, cioè molteplice. Ma la
essendo la verità, ne dovesse esistere un'unica formulazione legit- sua molteplicità non pregiudica per nulla l'unicità dell'opera musi-
tima, e, molte essendo le formulazioni storiche della verità, le cale: anzi l'esecuzione mira appunto a mantenere l'opera nella
verità dovessero esser molte: in altre parole, come se non ci fosse sua individualità e unicità, senza aggiungerle nulla di estraneo e
altra scelta che o il fanatismo o il relativismo, e come se ogni senza dissolverla in atti sempre diversi; tant'è vero ch'essa vuol
affermazione di verità non dovesse prender altra forma che quella rendere l'opera nella realtà ch'è veramente sua, vuol essere l'opera
del settarismo, e la tolleranza non dovesse aver altro fondamento stessa, e non soltanto una sua immagine o copia, né una sem-
che fo scetticismo. plice approssimazione, e in ciò consiste il suo ~;arattere « rivela-
tivo »; e vi riesce proprio in quanto esercita un'attività esecutiva,
un atto realizzativo, una presa di possesso, che in quanto irripe-
8. Carattere ermeneutico del rapporto fra la verità e la sua for- tibile e personale è consapevole della possibilità di altre esecu-
mulazione. zioni personali e nuovissime, e in ciò consiste il suo carattere
Il « plurale ».
Il
Eppure l'esperienza piu comune basterebbe a metterci in guar- E come l'opera, lungi dal dissolversi in una molteplicità di
-,
.I

I
dia da posizioni del genere, purtroppo cosi diffuse, perché pre- esecuzioni arbitrarie, rimane identica a sé stessa nell'atto che si
senta un esempio evidentissimo di rapporto interpretativo, ch'è consegna a ciascuna di quelle che sappiano renderla e farla vivere,
l'esecuzione musicale. Anche in musica l'interpretazione è rivela- e queste esecuzioni sempre nuove e diverse, lungi dall'essere
tiva e plurale insieme; anche in musica l'opera è accessibile solo mere approssimazioni o semplici riverberi d'un'unica esecuzione
all'interno d'una sua esecuzione; anche in musica la molteplicità che si pretenda ottima ed esemplare, sono la vita stessa dell'opera,
delle esecuzioni non compromette l'unicità dell'opera; anche in cioè l'opera in quanto parla a tutti nella maniera in cui ciascuno
musica l'esecuzione è non copia o riflesso, ma vita e possesso del- sa meglio intenderla; cosf la verità, lungi dal disperdersi nelle
l'opera; anche in musica l'esecuzione non è né unica né arbitraria. proprie formulazioni, ne alimenta essa stessa la pluralità, conser-
Non stupisca questo richiamo all'estetica, il quale è motivato vandosi unica e identica proprio in quanto s'incarna in ciascuna
dal fatto che nell'esperienza artistica la struttura del concetto di di quelle che sappiano coglierla e rivelarla, e queste sue formu-
interpretazione appare con particolare evidenza: non si tratta lazioni storiche e molteplici, lungi dal rinunciare alla verità intem-
affatto di estendere ad altri settori o di generalizzare un concetto porale e unica, con la sottintesa e assurda nostalgia per una for-
nato dapprima e soltanto nella sfera estetica, e perciò stesso angu- mulazione unica e perfetta, sono piuttosto l'avvento temporale
sto e limitato, ma piuttosto di trarre dalla speciale evidenza e della verità, cioè la verità parlante a tutti, ma a ciascuno nel suo
dalla particolare efficacia ch'esso dimostra nel campo dell'arte il personale e irripetibile linguaggio.

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VERITÀ E INTERPRETAZIONE ORIGINARIETÀ DELL'INTERPRETAZIONE

Il rapporto fra la verità e le sue formulazioni è quindi inter- un'ulteriorità che le impedisce di esaurirvisi, giacché l'opera ri-
pretativo come il rapporto fra l'opera musicale e le sue esecu- spetto alle proprie esecuzioni non permette a nessuna di esse di
zioni; il che spiega anzitutto come la verità, non rivelandosi se monopolizzarla, né dimora in una di esse in modo privilegiato ed
non nell'atto di affidarsi a una singola prospettiva, è inseparabile esclusivo, ma tutte le suscita e tutte le esige.
dalle sue formulazioni storiche, e inoltre come la verità non di- È evidente che un rapporto del genere non si può configurare
sponga d'una formulazione unica e definitiva, che non potrebbe nei termini di soggetto e oggetto: né l'interprete è un « sog-
risultare se non da un'indebita eternizzazione di ciò ch'è storico getto » che dissolva l'opera nel proprio atto o che debba sperso-
o monopolizzazione di ciò ch'è comune; e come tutto ciò non nalizzarsi per rendere fedelmente l'opera in sé stessa, ma è piut-
soltanto non comprometta, ma anzi supponga la verità nella sua tosto una « persona » che sa servirsi della propria sostanza sto-
unicità e intemporalità. Ma proclamare il carattere ermeneutico rica e della propria insostituibile attività e iniziativa per pene-
del rapporto fra la verità e la sua formulazione significa esclu- trare l'opera nella sua realtà e farla vivere della sua vita; né
dere ch'esso si possa adeguatamente spiegare con i termini cor- l'opera è un « oggetto» a cui l'interprete debba adeguare la pro-
,' renti di soggetto e oggetto, contenuto e forma, virtualità e svi- pria rappresentazione dall'esterno, essendo essa piuttosto caratte-
luppo, totalità e parti. rizzata da una « inoggettivabilità », che le deriff! dall'essere inse-
parabile dall'esecuzione che la fa vivere e al tempo stesso irredu-
cibile a ciascuna delle proprie esecuzioni.
9. L'interpretazione non è rapporto di soggetto e oggetto. Nel caso della verità l'inutilizzabilità del rapporto di soggetto
e oggetto è ancora piu radicale e profonda. Anzitutto è chiaro
•m Anzitutto non si tratta d'un rapporto fra soggetto e oggetto, che il rapporto della persona alla verità non è rapporto di sog-
!
I come appare, ancora una volta, dall'analogia con l'arte. Da un getto a oggetto, in cui il soggetto non possa raggiungere l'oggetto
I 11 interprete, attore o musico che sia, non ci attendiamo né che si se non dissolvendolo nella propria attività, o l'oggetto non possa
; :1
II lasci guidare dal solo criterio dell'originalità, come se la sua esser presente al soggetto se questo non si spoglia della sua deter-
nuova esecuzione avesse un interesse maggiore di quello dell'opera minatezza. Il soggetto è chiuso nella sua puntuale attualità che
stessa, né che miri all'impersonalità, come se di quell'opera non risolve ogni oggetto in attività soggettiva, o in una sua universa-
c'interessasse appunto la sua esecuzione: non pretendiamo ch'egli lità impersonale che sola sarebbe la garanzia d'una conoscenza
I I debba rinunciare a sé stesso né permettiamo ch'egli voglia espri- valida e comunicabile; mentre invece la persona è aperta, e sem-
mere sé stesso: noi desider.iamo che sia lui a interpretare quel- pre dischiusa ad altro, e proprio nell'atto in cui esige che tutto
l'opera, si che la sua esecuzione sia insieme l'opera e la sua inter- ciò con cui entra in rapporto deve diventarle interiore, lo man-
pretazione di essa. Inoltre per l'interprete l'opera non è un oggetto tiene nella sua irreducibile indipendenza, e a tal fìne si serve della .....,
eh'egli abbia davanti a sé in modo da confrontarvi la propria ese- sua stessa irripetibile e singolarissima sostanza storica. Il rap-
cuzione e cosi misurarne il valore: per lui la sua esecuzione è porto della persona alla verità è dunque un rapporto ben piu ori-
l'opera stessa, ch'egli nel suo sforzo di fedeltà e di penetrazione ginario, giacché la persona è costituita come tale proprio dal suo
ha voluto rendere nella sua piena realtà; tant'è vero che l'opera rapporto con l'essere, cioè dal suo radicamento nella verità, e la
si concede interamente · all'esecuzione capace di farla vivere della sua destinazione è proprio il riconoscimento della verità nella
vita ch'è sua, sino a identificarsi con essa; ma risiedendovi con misura in cui questa è formulabile solo personalmente; si che iJ

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VERITÀ E INTERPRETAZIONE ORIGINARIETÀ DELL'INTERPRETAZIONE

problema della verità è metafisico prima che conoscitivo, e impone che già la interpreta e la determina; da un lato ogni formula-
che si faccia ricorso non alla chiusura gnoseologica propria del zione storica è rivelazione della verità, cioè è la verità stessa
soggetto rna all'apertura ontologica propria della persona. come personalmente posseduta, e dall'altro lato come interpre-
Con ciò vengono globalmente oltrepassati gli inconvenienti a tata la verità si può cosf poco sceverare dalla sua formulazione
cui dà luogo questa chiusura del soggetto in sé stesso, cioè il sog- ch'essa addirittura vi s'identifica; si che la verità è inoggettiva-
gettivismo con tutta la sua arbitrarietà e l'impersonalismo con bile prima di tutto nel senso ch'essa è inseparabile dall'interpre-
tutta la sua astrattezza; giacché l'apertura ontologica della per- tazione che se ne dà e inconfrontabile con la formulazione che se
sona, garantendo all'attività personale un carattere piu captativo ne enuncia.
che dissolvente e alla personalità stessa una capacità piu pene- Inoltre in ciascuna formulazione la verità dimora in una spe-
trante che deformante, avverte che la rivelazione non accade né cie di irreducibile trascendenza, nel senso che accetta di conce-
attraverso un narcisistico ideale di originalità né attraverso un derlesi e persino di identificarvisi, ma non di ridursi ad essa e
assurdo dovere d'impersonalità, come se si trattasse di piegare tanto meno di esaurirvisi. Nelle sue formulazioni la verità risiede
l'interpretazione piu all'espressione di sé e alla ricerca del nuovo in tutta la propria inesauribilità, cioè per un verso con una pre~
.,-
che al raggiungimento della verità, o di attendere la scoperta piu senza che fa di esse l'unico suo modo di preseiw,arsi e di esistere
!: da un generico sforzo di spersonalizzazione che dall'intensificazione e l'unico nostro modo di possederla e di enunci~rla, e per l'altro
del proprio personalissimo sguardo. verso con una ulteriorità che non permette a nessuna di esse di
Tanto meno si può considerare la verità come un oggetto, contenerla e possederla in modo esclusivo, e quindi ne esige e
dato ch'essa è per natura sua inoggettivabile, non esistendo fra suscita di sempre nuove e diverse: presente e ulteriore insieme,
ili di essa e la persona un intervallo che permetta a quest'ultima di cioè al tempo stesso formulata e informulata, detta e non detta,
il
, Il arretrare sino ad averla di fronte a sé in una sua figura definitiva esistente come pensiero formulato e definito e residente nel pen-
00 e compiuta, e non potendosi essa rinchiudere in una formulazione siero come indefinita e informulata; piu presente nel pensiero
,n
' I che la espliciti compiutamente e quindi valga come definitiva. come sorgente e origine che presente al pensiero come oggetto
Anzitutto la verità non esiste in' forma oggettiva, con una deter- di scoperta; e quindi inoggettivabile anche per questa sua ine-
minatezza sua propria, alla ·quale le nostre formulazioni devano sauribilità che rifiuta ogni privilegio o monopolio alle piu rive-
avvicinarsi o sulla quale esemplarsi: ogni formulazione storica e lative delle sue formulazioni, e che fa dell'interpretazione il pos-
personale della verità è insieme la verità stessa e l'interpretazione sesso mai definitivo d'un infinito.
che se ne dà, indivisibilmente, si ch'è impossibile distinguere in
qualche modo Ia verità dall'interpretazione e l'interpretazione
dalla verità, e contrapporre l'una all'altra, 1a verità come ogget- 10. L'interpretazione non è rapporto di contenuto e forma o di
tivo termine di confronto in base a cui giudicare della validità virtualità e sviluppo.
della formulazione, e la formulazione come immagine o riprodu-
zione d'un modello oggettivo: per un verso è impossibile cogliere Meno che mai possono servire a spiegare il carattere erme-
la verità in una sua presunta determinatezza che ci permetta di neutico del rapporto fra la verità e la sua formulazione i con-
commisurarvi dall'esterno la nostra formulazione, e per l'altro la cetti di contenuto e forma e di virtualità e sviluppo. Queste due
verità non si offre se non all'interno d'una prospettiva personale coppie riportano la questione nei termini di soggettivismo e ogget-

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VERITÀ E INTERPRETAZIONE ORIGINARIETÀ DELL'INTERPRETAZIONE

t1v1Smo, nel senso che soggettivistica sarebbe una concezione che specie di totalità sia pure dinamica e preformata, adatta assai piu
consideri la verità come un contenuto comune e costante a cui alla semplice espressione che a una genuina rivelazione: infatti
ciascuna persona conferirebbe una sua propria forma, e oggetti- la virtualità implica propriamente un elemento di totalità e di
vistica una concezione che veda nella verità una virtualità infinita necessità, che prospetta l'inesauribile assai piu come un serbatoio
di prospettive, ciascuna delle quali ne svilupperebbe una potenza. o un deposito di possibilità in attesa che come la scaturigine stessa
La prima concezione pecca di soggettivismo quando ammette della novità o la germinazione : incessante di possibilità sempre
l'intervento della persona piu come sovrapposizione a un conte- nuove, e la persona assai piu come l'inerte strumento d'una mani-
nuto preesistente ma informe che come organo di penetrazione festazione necessaria che come la libera iniziativa della ricerca e
d'una verità che si rivela nell'atto di affidarsi a una prospettiva; della scoperta. Entrambe le concezioni dimenticano che l'inesau-
col che verrebbe compromessa quell'inseparabilità di aspetto rive- ribilità del vero e la libertà della persona sono inscindibili, giac-
lativo e ontologico e aspetto espressivo e storico che caratterizza ché la verità non si offre e non opera se non all'interno della sin-
la formulazione interpretativa del vero, e la preserva da ogni gola formulazione, a conferirle un carattere al tempo stesso rive-
pericolo di soggettivismo e di arbitrarietà. lativo e diffusivo, e la singola prospettiva solo nella libertà d'un
La seconda concezione pecca di oggettivismo quando suppone proprio approfondimento personale e d'un dial&go incessante con
un punto di vista da cui non solo contemplare l'infinità dell'as- altre prospettive trova la possibilità d'un continuo rinnovamento
soluto mentre si dispiega nella molteplicità delle sue manifesta- e la vivente realizzazione dell'inesauribilità del vero.
zioni, ma anche ravvisare una corrispondenza fra l'inesauribile
virtualità del vero e la pluralità degli sviluppi e delle prospet-
m1 tive; col che le varie prospettive, rescisso il vincolo esistenziale 11. L'interpretazione non implica un rapporto di parti e tutto:
. ~I
. IU e personale che le lega interpretativamente alla verità, e che le insufficienza dell' integraziane e dell'esplicitazione.
il carica di un compito infinito di dialogo e scambio con altre inter-
111
li,, pretazioni possibili, non farebbero che allinearsi, nella contiguità Si potrebbe pensare che fra la verità e le sue formulazioni
•'" e indifferenza d'una mera numerabilità, a dare spettacolo di sé sussista un rapporto di totalità, nel senso che le diverse formula-
su un ideale e artificioso palcoscenico. zioni, non cogliendo la verità tutta intera, ma sempre soltanto
Inoltre entrambe le concezioni peccano per un insufficiente un suo aspetto, sono di necessità parziali o manchevoli, sf che
11 .
I approfondimento non solo dell'inesauribilità del vero, ma anche solo da una loro reciproca integrazione o da un loro pieno com-
di quell'indissolubile vincolo fra tale inesauribilità e la libertà pletamento possono sperare di conseguire un valore rivelativo.
umana ch'è uno dei cardini ·fondamentali d'una teoria dell'inter- Da un lato si sostiene che le diverse formulazioni della verità,
il
I '! pretazione. Nella prima concezione la persona è considerata in limitandosi a coglierne di volta in volta una parte, sono necessa-
. un suo isolato individualismo, in cui nel migliore dei casi la libertà riamente parziali e frammentarie, al punto che il loro valore di
si esprime in un'affermazione di arbitrario soggettivismo, mentre verità sarebbe compromesso se esse non fossero integrate nella
l'inesauribilità del vero scenderebbe al livello dell'informe e totalità delle prospettive, sola legittima detentrice della verità
avrebbe tutt'al piu l'aspetto d'una caotica confusione. Nella se- nella sua interezza; dall'altro si afferma che nei confronti della
conda concezione l'inesauribilità del vero perderebbe il suo carat- verità ogni discorso è inadeguato, implicando un tale sfasamento
tere autenticamente originario e innovativo, degradandosi a una e intervallo fra il detto e il non detto, ch'esso ne risulta neces-

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VERITÀ E INTERPRETAZIONE ORIGINARIETÀ DELL'INTERPRETAZIONE

sariamente manchevole e incompleto, sf che solo rimedio sarebbe deve avere. Il concetto stesso di interpretazione rifiuta la totalità
un completamento che annullasse lo scarto fra il taciuto e l'espli- come esterna e come unica: la totalità o opera all'interno del
cito, giacché soltanto in tal modo si potrebbe recuperare la tota- singolo oppure è singola e plurale essa stessa. La verità non è la
lità del discorso e ristabilire l'interezza del significato. totalità come sistema di tutte le sue formulazioni: ciascuna di
Questa concezione è ancora molto piu diffusa di quanto non queste è una totalità perché contiene in sé la totalità stessa del
si creda, e si insinua nei modi piu insospettati anche in. conce- vero, cioè è un tutto perché contiene tutta la verità, naturalmente
zioni apparentemente ineccepibili; ma non v'è nulla di p1u con: nel senso, piu volte affermato, della sua inesauribilità. La verità
trario alla natura interpretativa della conoscenza del vero e a1 non si divide né si frantuma in una molteplicità di formulazioni,
principi fondamentali d'una corretta ermeneutica. Anzitutto non di cui si debba quindi ritrovare la totalità, che non potrebbe
è verità quella che non è presente tutta intera in ciascuno dei essere che esterna, ma risiede intera in ciascuna di esse. È per
suoi aspetti per menomo ed esiguo che sia, né quella che per questo che la verità non può offrirsi che all'interpretazione, che
rivelarsi richiede l'eliminazione del non detto; e poi non è inter- ne mantiene l'interezza proprio mentre si realizza come singola,
pretazione quella che non coglie tutta intera la verità proprio sf che ciascuna formulazione della verità è una totalità appunto
nella prospettiva laterale da cui essa muove, né quella che pone e soltanto perché possiede tutta la verità. l4,
il proprio ideale nell'esplicitazione completa. Inoltre la verità non è una totalità cosl'. fatta che il pensiero
Prima di tutto la verità è cosi fatta che un semplice lampo che la rivela possa ritenersi diminuito dal non dirla tutta, né la
che se ne abbia o una visione di scorcio che se ne consegua non nostra formulazione della verità è cosf fatta che debba conside-
sono semplicemente una «parte», tant'è vero che l'estrema dif- rarsi inadeguata e manchevole se non giunge . a un'esplicitazione
fusività e l'infinita approfondibilità di questi barlumi già atte- completa. La verità risiede nella sua formulazione non come og-
stano che la si possiede tutta intera; e infatti l'unico modo di getto d'una sia pure ideale enunciazione completa, ma come sti-
,. ooi cogliere tutta la verità è di possederla come inesauribile, nel suo molo d'una rivelazione interminabile; e se è vero che non c'è
" li carattere sorgivo e originario, alla fonte stessa del perenne rin- interpretazione là dove non esiste un non detto, non è men vero
Hji
~lii novamento, e non in un suo impossibile ritratto totale, ma in che il non detto proprio dell'interpretazione non è un residuo
'"
~
una prospettiva determinata, ch'è « laterale » senza per questo sottinteso che si possa facilmente enunciare, bensf un implicito
lii
i. esser « unilaterale », e quindi non esige integrazione essendo già infinito che alimenta un discorso continuo e senza fine. L'ideale
di per sé una totalità. Le molteplici e diverse formulazioni della della formulazione del vero non è un'esplicitazione completa o
·, 111
verità non hanno nessun bisogno d'una reciproca integrazione un'enunciazione definitiva, ma l'incessante manifestazione d'un'ori-
per aumentare o conseguire· il loro valore di verità, essendo già gine inesauribile, sl'. che non si può imputare a una sua imperfe-
ciascuna di esse una totalità, che come tale non si aggiunge alle zione o carenza l'assenza di quella compiuta enunciazione ch'essa
altre in un sistema onnicomprensivo, ma dialoga con le altre rico- non intende fornire. Credere di portarla a perfezione raggiun-
noscendole come totalità a loro volta. gendo una presunta compiutezza o definitività dell'esposizione,
:,
L'interpretazione non è una parte della verità o una verità lungi dal rimediarne una deficienza o mancanza, significa aggiun-
il
i
parziale, ma è la verità stessa come personalmente posseduta, che gerle qualcosa di estraneo, che piuttosto che compierla la distrug-
come tale non solo non ha bisogno di integrazione, ma nemmeno ge; lamentarne o deprecarne una presunta insufficienza o manche-
la tollera, e anzi la respinge, avendo già tutto quello che può e volezza significa non comprenderne la natura, e scambiare per

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VERITÀ E INTERPRETAZIONE ORIGINARIETÀ DELL'INTERPRETAZIONE

difetto o privazione quella ch'è invece la sua perfezione e la sua l'esplicito mediante la dichiarazione esauriente del sottinteso,
essenza. come se l'ideale dell'interpretazione della verità fosse il sistema
Non è verità quella che non si possiede come inesauribile, e totale o l'esplicitazione completa. Dell'interpretazione rettamente
che si lascia esplicitare -completamente in un'enunciazione defini- intesa non è né possibile né auspicabile integrazione o comple-
tiva; e non è interpretazione quella che per possedere la ve- tamento: essa è già, nel senso chiarito, totale e compiuta in sé,
rità crede di dover eliminare ogni non detto, concludendo il di modo che ogni integrazione sopravverrebbe dall'esterno e ogni
I'
discorso in una specie di compiuta e perfetta totalità. La verità completamento sarebbe un'aggiunta estranea, ed entrambi giun-
indica come segno della sua presenza proprio il carattere inter- gerebbero non solo superflui e inutili, ma anche indiscreti e im-
minabile e sempre ulteriore del discorso: poterla enunciare in portuni, e in fondo pregiudizievoli e letali, tali da compromettere
un'esposizione completa sarebbe proprio il segno di non averla nel suo carattere proprio la formulazione del vero.
colta affatto. Solo come inesauribile la verità può offrirsi alla sua Non che, per il fatto d'essei- totale e compiuta, l'interpreta-
formulazione, cioè come tale ch'è impossibile tentarne e assurdo zione si isoli da ogni rapporto con altro e rifiuti ogni chiarimento
realizzarne l'esplicitazione completa, pur essendone invece tanto del non detto. La sua natura esclude soltanto che quel rapporto
desiderabile quanto eseguibile una rivelazione incessante. Questa e quel chiarimento diventino rispettivamente -&:µ.'integrazione to-
interminabilità tipica dell'interpretazione, lungi dall'esserne un tale e un'esplicitazione completa; ma non corrono tal pericolo
difetto o una lacuna o dall'attestarne l'incompletezza o l'insuf- quel rapporto con altri ch'è il dialogo e quel chiarimento di sé --,
ficienza, è piuttosto la sua perfezione e la sua compiutezza, anzi ch'è l'approfondimento dell'implicito. Sulla verità come esigenza
la sua ricchezza; donde la fallacia e la vanità dell'idea di raggiun- di dialogo e sull'approfondimento dell'implicito in quanto distinto
gere una totalità completando con l'esplicitazione completa del dal sottinteso avverrà in seguito di ritornare; qui valgano intanto
non detto le deficienze dell'esplicito. Eppure è ben questa l'idea i rilievi seguenti.
che segretamente s'annida nella teoria di molti relativisti, dichia- Anzitutto il carattere interpretativo e personale della cono-
rati o inconsapevoli, i quali traggono dall'evidente carattere non scenza della verità congiunge indissolubilmente a ogni singola
definitivo e interminabile dell'enunciazione del vero non la con- prospettiva la necessità di riconoscere infinite altre formulazioni
ferma del vincolo indissolubile fra l'inesauribilità della verità e possibili e l'esigenza d'un continuo scambio con esse. Se non che
la libertà della persona, ma la conclusione che le sole verità esi- il riscontro di questa molteplicità di prospettive può e deve esser
stenti sono le verità storiche, considerate in una loro relativistica fatto solo all'interno d'ogni singola prospettiva, come reale espe-
e indifferente molteplicità, tJ:.1.0strando in tal modo d'esser ancora rienza di dialogo e concreto esercizio di alterità: solo cosi tutte
'11"
prigionieri del mito razionalistico dell'enunciazione definitiva e le prospettive possono realmente essere formulazioni della verità,
Il
'I dell'esplicitazione completa della verità, e di conservarne incon- e conservare il loro carattere interpretativo e quindi rivelativo.
,1
sapevolmente la nostalgia. Il riconoscimento delle altre prospettive deve avvenire in base
La categoria della totalità non è dunque adatta a spiegare il all'affermazione della propria, altrimenti va perduta la stessa na-
rapporto fra la verità e le sue formulazioni, né nel senso che le tura della prospettiva in quanto tale, come possesso personale
molte e perciò parziali formulazioni trovino verità in una loro della verità, sia per quanto riguarda le altre, sia per quanto 7
reciproca integrazione, né nel senso che la singola formulazione riguarda la propria, la quale scadrebbe a un semplice e ipotetico
trovi verità in un completamento dell'insuffecienza semantica del- punto di vista da cui contemplare le altre: svanirebbero sia l'al-

78 79

7
VERITÀ E INTERPRETAZIONE ORIGINARIETÀ DELL'INTERPRETAZIONE

terità che la proprietà, cioè la personalità stessa, come radice cui ogni rivelazione è premio e conquista solo come stimolo e
esistenziale e vincolo interpretativo che caratterizza e qualifica promessa di nuove rivelazioni. E se nell'arte ciò che permette di
ogni formulazione della verità: non resterebbe che una moltepli- unire senza contraddizione possesso e ricerca è l'inesauribilità
cità vista dall'esterno, cioè la numerabilità di possibilità sostitui- stessa dell'opera, tanto piu s'intende come ciò possa avvenire
bili, mutuabili e reciprocabili, e quindi indifferenti ed egualmente nell'interpretazione della verità, dato il carattere assai piu intenso
valide, tutte poste sullo stesso piano, e oggetto d'una considera- e profondo e originario dell'inesauribilità di quest'ultima; sf che
zione impersonale e oggettiva, ch'è quanto dire falsificante. apparirà ben chiaro come uno dei cardini fondamentali dell' er-
,-
Esiste dunque un reciproco rapporto delle diverse formula- meneutica è, appunto, la compatibilità, anzi la coessenzialità del
zioni del vero, che non ha niente a che fare con una loro inte- possesso e del processo, della conquista e della ricerca, della
grazione totale, certamente disdicevole alla dignità dell'interpre- padronanza e dell'approfondimento.
....... tazione; ed è il dialogo, inteso nel senso chiarito, cioè l'esercizio
!1
d'una comunicazion€ che stringe tutte le prospettive fra loro senza
sommarle dall'esterno né integrarle in un sistema totale, ma 12. Statuto dell'interpretazione.
facendo in modo che a ciascuna siano presenti le altre, come
interlocutrici e collaboratrici in una comune ricerca, e quindi Giova raccogliere in sintesi i risultati dell'indagine condotta
rispettandole ciascuna nella sua irripetibile totalità come perso- sin qui per cercar di delineare i principi fondamentali dell' erme-
nalissimo possesso del vero; e solo questa libera apertura del dia- neutica e di chiarire la struttura dell'interpretazione.
logo si può considerare come un rapporto adeguato al livello e Il rapporto fra la verità e la sua formulazione è dunque inter-
alla natura dell'interpretazione. , pretativo: la formulazione del vero è per un verso possesso per-
Inoltre l'interpretazione è un processo interminabile, che ri- sonale della verità, e per l'altro possesso di un infinito: da un
chiede un continuo e incessante approfondimento; ed è tale pro- lato ciò ch'è posseduto è la verità, ed è posseduta nella sola ma-
prio perché è possesso della verità; giacché la verità, in quanto niera in cui la si può possedere, cioè personalmente, al punto
inesauribile, si offre soltanto a un possesso cosi fatto che non che la formulazione che se ne dà è la verità stessa, cioè la verità
cessa d'esser tale se si presenta come un compito infinito; anzi, come personalmente posseduta e formulata; dall'altro lato la for-
ch'è un compito infinito proprio in quanto è non semplice appros- mulazione della verità è veramente un possesso, e non una sem.
simazione o immagine della verità, ma suo reale ed effettivo pos- plice approssimazione, ma la verità vi risiede nel solo modo in
,. sesso. Certo, può sembrare contraddittoria e paradossale questa cui vi può risiedere, cioè come inesauribile, al punto che ciò ch'è
I~
natura dell'interpretazione, ch'è al tempo stesso possesso effet- posseduto è addirittura un infinito. L'interpretazione è infatti
I~
·~1 tivo e processo interminabile, e che quindi unisce nello stesso l'unica forma di conoscenza che sia capace per un verso di dare
l •
punto stabilità e mobilità, fermezza e continuazione, raggiungi- una formulazione personale e quindi plurale di qualcosa di unico
mento e ricerca. Ma soccorre ancora l'analogia dell'arte, in cui la e indivisibile, senza per questo comprometterne o disperderne
lettura è indubbiamente un vero possesso dell'opera, eppure il l'unità, e per l'altro verso di cogliere e rivelare un infinito, senza
- suo senso consiste nell'esser un invito a rileggere; in cui la co-
scienza d'aver penetrato l'opera è accompagnata dalla consape-
volezza di dover procedere a un ulteriore approfondimento: in
limitarsi ad alludervi o girarvi intorno, ma possedendolo vera-
mente. Non sarebbe verità quella di cui non fosse possibile che
un'unica conòscenza adeguata o quella che si sottraesse ad ogni

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VERITÀ E INTERPRETAZIONE ORIGINARIETÀ DELL'INTERPRETAZIONE

conoscenza possibile; e c'è interpretazione soltanto quando la ove rimane ineffabile e inconfigurabile, e di fronte a questa inef-
verità s'identifica addirittura con la sua formulazione, senza tut- fabilità le diverse formulazioni restano tutte irreparabilmente ina-
tavia confondersi con essa, sf. da mantenerne la pluralità, e sol- deguate e tutte egualmente insufficienti, al punto da non poterle
tanto quando la verità è sempre irreducibilmente ulteriore rispetto discernere dalle formulazioni erronee, manchevoli e infedeli, e
alla sua formulazione, senza tuttavia uscirne, SI che ne sia salva- quindi da sopprimere ogni distinzione fra vero e falso; col che
guardata la presenza. l'interpretazione, privata del suo carattere rivelativo, scompare, e
La verità si offre solo all'interno d'una sua formulazione, con dilegua la stessa ulteriorità del vero, smarritasi nelle nebbie del-
cui di volta in volta s'identifica e in cui risiede sempre come ine- l'ineffabile.
sauribile; ma svanisce il rapporto interpretativo se tra la verità Invece, come s'è visto, nell'interpretazione il rapporto fra la
e la sua formulazione l'identificazione cede il posto alla confu- verità e la sua formulazione è di identità e ulteriorità insieme, in
sione, o il rapporto di ulteriorità diventa vera e propria esterio- perfetto equilibrio. Per un verso la verità s'identifica con la sua
rità, perché in tali casi viene soppressa l'inseparabilità dei due formulazione sf. da permetterle di possederla in modo rivelativo,
termini, nel sens6 che o uno si mette al posto dell'altro, preten- ma non al punto da autorizzarla a presentarsi come esclusiva e --,
dendo di sostituirlo, o entrambi si dividono, restando senza rap- completa, anzi unica e definitiva, ché in tal casn, non sarebbe piu
porto a causa dell'inaccessibilità d'uno di essi. interpretazione, ma surrogazione della verità, cioè una delle tante
Nel primo caso viene a mancare quella coincidenza tra la ve- formulazioni storiche che pretende di assolutizzarsi e di mettersi -,
rità e la sua formulazione che, identificando in ogni formulazione al posto della verità. Per l'altro verso la verità è sempre ulteriore
la verità stessa come personalmente posseduta e storicamente for- rispetto alla sua formulazione, ma solo in modo da esigere e
mulata, garantisce insieme l'unicità della verità e la pluralità delle permettere una pluralità di formulazioni, e non invece nel senso
sue formulazioni: una formulazione si presenta come unica ed d'una sua assoluta ineffabilità, di fronte alla quale tutte le for-
esclusiva soppiantando tutte le altre, cioè si assolutizza arrogan- mulazioni resterebbero fatalmente inadeguate e irrimediabilmente
dosi quell'unicità che spetta soltanto alla verità; col che subentra insignificanti, in una comune e rassegnata equivalenza e indiffe-
una confusione fra i due termini, nel senso che una formulazione, renza.
piu che interpretare e rivelare la verità, intende sostituirlesi e Gioverebbe ancora approfondire la personalità· dell'interpre-
prenderne il posto, e cosI scompaiono entrambe, la verità tradita tazione e l'ulteriorità del vero, che danno luogo a una· nutrita
e la sua fittizia formulazione; quest'ultima, non essendo inter- problematica, sulla quale bastino i rapidissimi rilievi seguenti.
pretazione ma surrogazione della verità, perde ogni carattere rive-
lativo e non esprime che sé· stessa, e allora dilegua non soltanto
la pluralità delle formulazioni ma anche la verità nella sua uni- 1.3. Conseguenze della personalità dell'interpretazione.
cità. Nel secondo caso l'ulteriorità della verità rispetto alle sue
formulazioni viene talmente accentuata che finisce col mancare Dire che ogni prospettiva è sempre un possesso personale
.
i~
ogni presenza del vero nell'interpretazione che se ne dà: i due della verità, cioè la verità come personalmente formulata, signi-
termini vengono separati l'uno dall'altro, e irrigiditi in una reci- fica affermare che nell'interpretazione la persona interviene soprat-
proca esteriorità che li allontana fra loro e li priva d'ogni mutuo tutto come via d'accesso e organo di conoscenza, come strumento
rapporto: la verità viene spinta in una metastorica inaccessibilità di organizzazione e antenna captatrice, come faro rivelatore e mezzo

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VERITÀ E INTERPRETAZIONE ORIGINARIE'f À DELL'INTERPRETAZIONE

di penetrazione; e in tal senso l'interpretazione non aggiunge alla acuto, penetrante e sicuro. Inerisce alla natura dell'interpretazione
verità nulla di .estraneo e nulla che non le appartenga, giacché il questa divaricazione originaria e profonda, per cui ciò che ne è
suo compito consiste appunto nel rivelarla, nel possederla, anzi la condizione può esserne anche il limite, e tanto piu le può arri-
nell'esserla. Ciò non vuol dire che l'interpretazione non sia un dere il successo e offrirsi la verità quanto piu le incombe la pos-
processo attivissimo e operosissimo, sia perché in essa la persona sibilità della falsificazione e il rischio dell'errore, al punto che
è non meno iniziativa che organo, giacché dipende dalla sua libertà mai il pericolo dell'errore è cosf minaccioso come quando si è
di fare della propria individualità storica una prigione e un osta- nell'immediata vicinanza del vero, e che alla piu riuscita conquista
colo alla conoscenza del vero o uno strumento validissimo per della verità è inesorabilmente legata la possibilità dell'errore piu
prospettarlo e rivelarlo, sia perché la formulazione della verità abissale e fuorviante; nel che appar chiara la fondatezza del detto
esige un alacre e intensissimo esercizio di produttività, inteso a heideggeriano: « W er gross denkt, muss gross irren ».
inventare e figurare schemi, a verificarne l'adeguatezza, a darvi In questo senso il concetto di interpretazione è l'unico che
coerenza e struttura, sino a condensare il possesso personale del possa unire verità e storia senza ridurre l'una all'altra o sacrifi-
vero in una forma organica e vivente, capace di reazioni proprie, care l'una per l'altra, che sarebbe come perderle entrambe, come
dotata di vita autonoma, feconda di proliferazioni ulteriori. Ma accade quando per eccessiva sollecitudine perlil!,'unicità del vero
il senso di tutta questa attività libera e solerte consiste pur sem- non si tien nessun conto della mutevolezza e varietà delle situa-
pre nell'ascolto, giacché la verità non è cosa che l'uomo inventi zioni storiche, o quando per la preoccupazione di comprendere
o produca:---o che si possa in generale produrre o inventare: la le molte formulazioni storiche si afferma l'inesistenza dell'errore
verità bisogna lasciarla essere, non pretendere d'inventarla; e se disperdendo in tal modo la verità nella storia. In particolare il'
la persona si fa organo della sua rivelazione è soprattutto per concetto di interpretazione, affermando insieme e inseparabilmente
riuscire ad esser sede del suo avvento. l'unicità originaria e sorgiva della verità e la pluralità essenziale
Certo, la personalità può essere un ostacolo alla penetrazione e costitutiva delle sue formulazioni, permette di sfuggire all'in-
della verità, nella misura in cui si chiude nella mera temporalità differentismo storicistico, perché mantiene la distinzione tra vero
o si preoccupa piu di esprimere sé stessa che di cogliere il vero; e falso nell'atto stesso che riconosce alla storia i suoi diritti, am-
e allora la verità sfugge, negletta e ottenebrata, ma dilegua anche mettendola come via d'accesso alla verità. L'indifferentismo sto-
la persona, degradata a prodotto del tempo e resa incomprensibile ricistico nasce col detto veritas filia t.emporis, il quale, eliminando
a sé stessa. L'interpretazione è dunque un tipo di conoscenza inti- l'errore, giacché nella storia tutto è egualmente espressivo del
mamente costituita dal rischio costante dell'insuccesso, iri cui la tempo, sopprime anche la verità. Ma, a guardar bene, non si può
rivelazione è ottenuta solo ~ome vittoria sulla minaccia sempre dire che il tempo genera la verità, bensf solo che ne favorisce,
attuale dell'occultamento. Questa precarietà dell'interpretazione promuove e facilita l'avvento storico, giacché, come dice Milton,
non è dovuta alla sua personalità e pluralità, ch'è piu una ricchezza il tempo non è padre, ma ostetrico della verità: « the midwife
., che un'imperfezione, ma all'alternativa posta dalla libertà stessa rather than the mother of Truth »; ch'è appunto quanto è conte-
~
,Q
della persona, la quale può far di sé una prigione angusta, opaca nuto nel concetto di interpretazione, il quale si presenta cosi come
all'avvento del vero, oppure un'ariosa apertura dischiusa alla sua l'unico modo di conciliare la pluralità dei veri storici con la distin-
rivelazione; tant'è vero che quando sceglie di farsi tramite della zione tra vero e falso.
verità, non c'è nessun organo di conoscenza che sia altrettanto L'ideale dell'interpretazione non può dunque essere la sper-

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VERITÀ E INTERPRETAZIONE ORIGINARIETÀ DELL'INTERPRETAZIONE

sonalizzazione, che la priverebbe addirittura del suo organo, giac- è filosofo può comprendere le filosofie, anzi solo la filosofia c;apisce
ché per cogliere la verità l'interpretazione non ha altro ricorso Ia filosofia; ed egualmente solo chi ha una religione può capire
che l'approfondimento della persona nella sua sostanza storica: un'altra religione, e solo chi è religioso può comprendere un'espe- --,
comprensione del tempo e possesso del vero, consapevolezza della rienza religiosa; e cosi. via. Il che con ogni evidenza viola uno
situazione e penetrazione della verità, coscienza di sé e rivelazione dei luoghi comuni piu tenaci e ostinati della cultura corrente, che
dell'essere procedono insieme e si condizionano a vicenda. Quando non solo ha ridotto ogni sapere a storia, ma anche ha idealizzato
si tratta di verità non hanno allora alcun senso la pretesa « ogget- come modello dell'intellettuale lo storico, il quale con « storica
tività » della scienza e la conclamata « neutralità » del sapere: oggettività » dovrebbe comprendere senza giudicare, capire senza
come interpretazione la conoscenza della verità è sempre compro- discutere, intendere senza prender partito, cioè in definitiva disin-
mettente, tale da esigere una scelta personale e una presa di posi- teressarsi della verità.
zione. Questa è la conseguenza piu evidente e palpitante del fatto In virtu del suo carattere interpretativo una formulazione
che la verità non è accessibile se non all'interno d'una singola della verità è comunicabile solo attraverso la simpatia, la conge-
formulazione e non la si possiede se non come personalmente nialità, l'affinità elettiva. Essa non può contare su un'universalità
interpretata: conoscere e possedere la verità non è possibile senza presupposta, come sarebbe quella d'una previ~,.ragione imperso-
impegnarsi, senza prender partito, senza esporsi personalmente; nale o d'una comunità storica data, ma sulla forza unitiva e diffu-
ciò che accade non solamente nella filosofia intesa come formula- siva della verità, cioè di quell'unicità e universalità del vero, quale
zione del vero; ma anche in ogni singola interpretazione degna si fa valere dall'interno d'ogni singola formulazione, come appello
del nome, per menoma e insignificante che sia, giacché in ogni alla libertà piuttosto che come costrizione all'evidenza, come esi-
processo ermeneutico è sempre impegnata la verità, e anche la genza di comunione e di dialogo piuttosto che come ossequio a
piu esigua interpretazione ha di per sé stessa una portata onto- convenzioni abitudinarie. Non si tratta perciò d'un'universalità
logica. preesistente, ma d'un'universalità da instaurare, ciò che si può
Ma se è vero che, la verità non offrendosi se non all'interno fare solo istituendo una comunità di persone affini tra loro, acco-
d'una singola prospettiva, solo da un personale e concreto punto munate da una stessa interpretazione della verità, e proprio per-
di vista si può cogliere la verità, è anche vero che solo da un ciò capaci di comprensione e comunicazione reciproca.
personale e concreto punto di vista si può considerare una pro- Di qui il carattere instaurativo e innovatore dell'interpreta-
spettiva come un possesso personale del vero, e quindi compren- zione, la quale non riuscirebbe mai a modificare una situazione,
dere un qualsiasi punto di vista. Il che vuol dire che compromet- e meno che mai a inaugurare un'epoca, se si limitasse a esprimere
tente è non soltanto una personale formulazione del vero, ma il tempo e ad essere coscienza di storia: essa riesce a tanto solo
anche la comunicazione fra le varie e diverse formulazioni di esso, in quanto è prospettiva sull'essere e rivelazione della verità,
perché solo se si possiede la verità in una propria formulazione si offrendo cosi, al mondo odierno impregnato di attivismo e di
.,, può intendere come la verità sia presente in una formulazione prassismo, l'esempio d'una conoscenza che in quanto tale è inizia-
'JI
"JI diversa. Bisogna prendere o aver preso posizione per compren- trice e trasformatrice, e lo è quanto piu si mantiene come teoria
dere un'altra posizione, e ogni interpretazione può esser compresa e quanto meno si risolve in mera prassi; giacché l'interpretazione
soltanto da un 'altra interpretazione; si che solo chi ha una sua è contemplativa non nel senso inerte della semplice coscieJ;"l1:a del
filosofia può accedere a una filosofia altrui, e in generale solo chi passato o della mera espressione del presente, ma nel senso effi-

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VERITÀ E INTERPRETAZIONE ORIGINARIETÀ DELL'INTERPRETAZIONE

cace della rivelazione della verità, ch'è la fonte stessa del rinno- ed evanescenti; dall'altro un culto dell'evidenza che giunge sino
vamento e il principio d'ogni valida trasformazione, di là da ogni alla superstizione, cioè a pregiare l'esplicito per sé stesso, ciò
sterile e secondaria contrapposizione di prassismo e teoreticismo ch'è schietta idolatria, giacché la parola tutta detta, priva di
e da ogni artificiosa e derivata risoluzione della teoria in prassi: spessore, ignara dell'implicito, è poverissima, e pregiarla come
inizio piu che conclusione di storia, dominatrice piu che seguace rivelativa, cioè come sede della verità, sarebbe come valutarla piu
del tempo, suscitatrice piu che ritratto di situazioni. del dovuto. Da una parte la profondità senza evidenza e dall'altra
l'evidenza senza profondità: degenerazioni entrambe, perché ignare
della natura dell'interpretazione, e fiduciose nell'irrazionalismo del-
14. Conseguenze dell'ulteriorità della verità. l'ineffabilità assoluta e dell'arbitraria allusività della cifra, o nel
razionalismo dell'enunciazione completa e della comunicabilità og-
Per quanto riguarda l'ulteriorità della verità presente nella gettiva dell'esplicito.
singola formulazione, bisogna notare che non ci sarebbe inter- Ma l'inseparabilità di palesamento e di latenza ritrova tutto
pretazione se la verità fosse o tutta nascosta o tutta patente, per- il suo significato ermeneutico soltanto se suppone come proprio
ché tanto 1a totale occultazione quanto l'esplicitazione completa fondamento l'inesauribilità dell'essere e se implliba una radicale
dissimulerebbero la verità, o imprigionandola in una definizione distinzione fra implicito e sottinteso. Per un verso l'oscurità da
piu atta a travisarla che a dichiararla, o disperdendola in un'inef- cui prende le mosse il processo d'illuminazione non è l'assenza
fabilità non meno camuffatrice che qualsiasi definizione esclusiva. della luce, ma la sua abbondanza: è quella della luce stessa, che
La rivelazione suppone un'inseparabilità di palesamento e di la- in quanto è fonte di visione si sottrae alla vista, e anzi quanto
tenza, perché da un'oscurità cosi fonda da non contenere nem- piu sfugge alla vista, e perfino acceca, tanto piu intensamente
meno un presagio di barlume non potrebbe prender le mosse il illumina. Per l'altro verso l'evidenza cui pone capo l'illuminazione
.,
!I,,
processo d'illuminazione, e in un'evidenza cosi patente da non non è la soppressione dell'implicito, ma la sua sede e anzi la sua
l)~~ accogliere nemmeno il piu esiguo segreto andrebbe disperso il custodia, non come un semplice sottinteso che si possa facilmente
carattere sorgivo della verità come origine inesauribile. Una segre- denunciare e dichiarare, ma come il non detto in cui propriamente
tezza totale, che ritenesse parlante soltanto il silenzio e non con- risiede il senso di ciò ch'è detto.
cedesse alla verità altro carattere che l'ineffabilità, sprofonderebbe Se la verità si sottrae, lo fa solo per offrirsi; piu che sottrarsi,
nel piu fitto mistero, e aprirebbe la via al piu sfrenato arbitrio essa in fondo si riserva; lungi dal celarsi per dileguare, essa piut-
dei simboli. Una manifestazione completa, che culminasse nel tosto si raccoglie per meglio rivelarsi; la sua non è un'avara gelo-
lt': « tutto detto » e auspicasse per la verità un'evidenza definitiva, sia della propria segretezza, ma la generosità d'una promessa e
rinuncerebbe a quell'implicito ch'è la fonte del nuovo, e finirebbe d'un appello; il che è segno di pienezza piuttosto che di assenza.
per puntare sull'univocità oggettiva dell'enunciato. Da un lato un Il fondamento dell'ulteriorità del vero è l'inesauribilità e non /
culto del mistero che perviene sino alla Schwarmerei, cioè ad l'ineffabilità, la ricchezza e non l'indigenza: ciò ch'è originario
abbandonarsi deliberatamente a una fantastica mitologia, giacché è la positività, e ogni negatività è tradimento, degradazione, oblio.
il silenzio abissale e la notte senza fondo sono una falsa ricchezza, Dire che nella propria formulazione la verità risiede come origine
che ben diversamente dall'agostiniano canorum et facundum silen- significa dire ch'essa stimola sottraendosi e si sottrae stimolando:
tium veritatis non si presta che alla fumosità di allusioni arbitrarie la sua ulteriorità non è tanto l'ironica e negativa possibilità di

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VERITÀ E INTERPRETAZIONE

disfarsi via via delle proprie formulazioni, abbandonandole e su-


perandole tutte per rifugiarsi in una remota e notturna informu-
lazione, quanto piuttosto la liberissima e produttiva possibilità
d'incarnarsi in forme sempre nuove, con un'abbondanza inesau-
ribile per cui non cessa d'identificarsi di volta in volta con cia- PARTE SECONDA
scuna di esse pur suscitandole e trascendendole tutte. Ciò è il
contrario dell'ine:ffabilismo dell'ontologia negativa, il quale porta VERITÀ E IDEOLOGIA
con sé, come logica conseguenza, la lode del silenzio, l'elogio
della notte, l'esaltazione del nulla, cioè, piti concretamente, l'in-
differenza storica, il primato della prassi, la pratica della nega-
zione: insomma il relativismo scettico, il prassismo rivoluzionario,
il nichilismo radicale, strettamente connessi fra loro dalla comune
origine ineffabilistica.
Ciò che costituisce l'interpretazione è allora la differenza fra
l'implicito e il sottinteso. Il sottinteso è un margine che manca
provvisoriamente alla perfezione della conoscenza, e che richiede
esso stesso la propria soppressione, essendo di per sé destinato
a scomparire nell'esplicitazione completa e nell'evidenza totale.
Non esiste invece alcuna esplicitezza né alcuna evidenza che pos-
sano esaurire l'implicito, il quale risiede in esse proprio per rin-
novarne incessantemente il signifì.cato, giacché esso suppone che
l'interpretazione è destinata a contenere la verità come inesauri-
bile, e non ad esaurirla in un'enunciazione oggettiva. Tanto la
« demistificazione » quanto l' « interpretazione » consistono nel far
parlare il « non detto »; ma mentre la demistifì.cazione lo fa par-
lare in quanto sopprime il sottinteso nell'evidenza totale, l'inter- .....,
pretazione lo fa parlare in quanto approfondisce l'implicito man-
tenendone l'inesauribilità. Una filosofia dell'interpretazione non
può essere che una filosofia dell'implicito, consapevole che non
si può possedere la verità se non nella forma di doverla cercare
ancora; giacché l'interpretazione non è l'enunciazione completa
del sottinteso, ma la rivelazione interminabile dell'implicito, dove .....,
ognun vede la povertà, esiguità, limitatezza del primo rispetto
alla ricchezza e abbondanza e infinità del secondo.

90
/
9
I

FILOSOFIA E IDEOLOGIA

1. Pensiero .espressivo e pensiero rivelativo.

Il termine di ideologia ha pia di un secolo e mezzo di vita,


durante il quale ha assunto via via i piu diversi significati, spesso
anche contrastanti, sino alla babele semantica i'.n,. cui, non tanto
per naturale logorio del termine e del concetto, quanto piuttosto
per improntitudine e imprecisione dei parlanti, è caduto al giorno
d'oggi. Ma attraverso questa mutevole varietà, si può dire che
..... dai primi ideologi agli ultimi sociologi due concezioni sono rimaste
relativamente costanti nella lunga storia del termine: in primo
I
I
luogo quella d'un'origine per cosf dire « materiale » delle idee, e
~~:
I
in secondo luogo quella della destinazione politica dell'ideologia.·
· Con l'andar del tempo queste due concezioni, senza per nulla rinne-
gare la loro determinatezza, si sono via via allargate in quelle pia
generali della storicità e della pragmaticità del pensiero, propo-
nendo alla filosofia con ineludibile insistenza i due problemi del
rapporto fra pensiero e situazione e del rapporto fra teoria e
prassi. In queste condizioni è chiaro che il tema in questione ha
inevitabilmente una portata politica, ma non può avere una trat·
tazione adeguata se non rigorosamente filosofica; ed è questa, ap-
punto, che mi propongo di fare.
,,
I-il
I due caratteri a cui ho fatto cenno rientrano nelle proprietà
.
1: di quello che altrove ho chiamato pensiero espressivo-:" Vi sono
« filosofie» che non fanno altro che esprimere la loro epoca, di
cui sono al tempo stesso la concettualizzazione e la guida, il pro-
dotto e la consapevolezza, il ritratto e lo strumento: esse sono

93
.....,

VERITÀ E INTERPRETAZIONE FILOSOFIA E IDEOLOGIA

prodotti della ragione umana, per un verso inseparabilmente con- zione storica. Esso si presta egregiamente a questo trattamento,
nessi con la situazione storica da cui nascono e in cui vivono, e perché è già radicalmente ed esclusivamente storico, cioè spoglio
per l'altro desiderosi di potenza, cioè di efficacia nel mondo sto- d'ogni preoccupazione di attingere la verità e investito della sola
rico. A queste pretese filosofie storiche e pragmatiche si contrap- idoneità ad esprimere la situazione. Ed è proprio questo il tratta-
pone il pensiero autenticamente filosofico, che col suo carattere mento a cui si sogliono sottoporre le ideologie, di cui si tratta
speculativo ha invece il compito di rivelare la verità. Io credo che di mostrare appunto la fondamentale « storicità », la quale risiede
la differenza fra ideologia e filosofia si trova esaurientemente spie- non tanto nella semplice condizionalità storica del pensiero, quanto
gata se viene ricondotta alla differenza che propongo fra pen- piuttosto nella sua completa identificazione con la situazione.
siero espressivo e pensiero rivelativo; e a tal fine intendo anzi- Ad evitare, su questo punto, una non meno semplicistica che
tutto esaminare i due caratteri fondamentali del pensiero ideolo- vana confutazione del marxismo, sarà bene avvertire che la stori-
gico per riportarli alle due proprietà essenziali del pensiero espres- cizzazione di cui parlo non ha niente a che fare con una spiega-
sivo. zione riduttiva, per cui ricollegare le produzioni spirituali alla loro
base materiale sarebbe come volatilizzarle in una mera parvenza
accidentale e superflua anzi che vederle nella Idi~ essenzialità sto-
2. Storicizzazione del pensiero nell'ideologia. rica e nella loro innegabile realtà. Identificare il pensiero espres-
sivo con la situazione storica non significa vanificarlo, ma consi-
In primo luogo la storicità. Nel discorso puramente espressivo derarlo, nella sua « espressività», come la situazione stessa in
la storicità esaurisce l'essenza stessa del pensiero. Tale, da un quanto concettualizzata, e, nella sua « specificità», come parte
punto di vista ideologico, la funzione delle idee, le quali non integrante della situazione, che senza di esso non sarebbe quella
fanno che esprimere la situazione storica, traducendola in termini che è: significa ricostituire un'unità strutturale e una totalità
concettuali e accettando d'esser valutate solo in base alla loro organica; che, mentre garantisce l'inseparabilità della coscienza
aderenza al tempo in cui sorgono. Ciò è storicamente riscontrato dalla realtà, conserva le produzioni spirituali nella loro irreduci-
dalle vicende del concetto di ideologia, da Destutt de Tracy, che bilità e insostituibilità, al punto che s'è potuto dire che nella
ha concentrato la sua attenzione non tanto sul valore e sul conte- sovrastruttura non c'è nulla che già non fosse nella base se non
nuto delle idee quanto piuttosto sulla loro origine e formazione la sovrastruttura stessa.
Ma se è vero che, cosi intesa, la storicizzazione perde ogni I
sensistica, a Marx, che ha istituito un nesso organico e dialettico
1
' UI fra la base materiale e la sovrastruttura ideale che ne è il prodotto, carattere riduttivo, non è meno vero ch'essa conferma appunto
sino a Mannheim, col suo concetto d'una Seinsverbundenheit non che il pensiero espressivo, proprio perché connesso con vincoli
soltanto delle idee e delle credenze, ma anche dei principi, delle organici e necessari con gli altri aspetti della situazione, vive in
categorie e delle valutazioni. essa solo in quanto non può uscirne, e ne è inseparabile perché
Il primo compito che si presenta di fronte al pensiero espres- ne è prigioniero, tanto piu valido in essa quanto piu vacuo in
sivo è dunque la sua « storicizzazione »: individuarne il « signifi- sé, e, pur essendo pieno della realtà storica di cui è il riflesso o
cato» nell'essere rappresentazione del suo tempo, il « valore » la consapevolezza, è tuttavia vuoto di verità.
nella capacità di concettualizzare le condizioni d'esistenza, la « ve-
rità» nella sua corrispondenza o aderenza o adeguazione alla situa-

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VERITÀ E INTERPRETAZIONE FILOSOFIA E IDEOLOGIA

3. Tecnicizzazione della ragione nell'ideologia. politica, nega la filosofia senza realizzarla, nel senso che ne fa un
mero strumento del potere politico, e un . marxismo che, distin-
In secondo luogo la pragmatidtà. Il pensiero espressivo ha guendo tra :filosofia e ideologia, proclama la fine delle ideologie
necessariamente un carattere pragmatico, perché la sua fondamen- per aver raggiunto l'unità finale di teoria e di prassi, e, avendo
- tale storicità, portando logicamente con sé una svalutazione del-
l'aspetto teorico del pensiero, provoca per contraccolpo l'esage-
razione del suo aspetto pratico, amplificandolo sino a un'estrema
abolito la :filosofia proprio in quanto l'ha completamente realiz-
zata, la identifica senza residuo con la politica, nel senso che la
:filosofia è la stessa rivoluzione; e infine un marxismo « metafi-
pragmaticità, che si esprime nel piu dichiarato strumentalismo o sico », che, per evitare una realizzazione della :filosofia che la rea-
nel prassismo piu radicale. Ciò è attestato dalla storia stessa del lizzi senza superarla sopprimendola o la superi sopprimendola
concetto di ideologia, nella quale l'aspetto pratico e politico si senza realizzarla, si preoccupa di realizzarla come « pensiero della
fa sempre piu evidente, sino agli estremi esiti riscontrabili nella tecnica», e un marxismo « profetico», per cui la coscienza ideo-
i concezione meramente tecnica del pensiero e nel pampoliticismo. logica nei suoi culmini contiene non soltanto il riflesso della realtà
Già Destutt de Tracy ravvisava l'importanza della sua indagine storica, ma anche una « dotta speranza», una i:,oscienza non an-
nelle conseguenze che immancabilmente a parer suo ne sarebbero cora chiara che anticipa criticamente il non ancòi"a divenuto.
derivate nel campo pedagogico, sociale e politico, e lo stesso Infine in Mannheim le diverse ideologie, sempre piu allargate
notissimo disprezzo di Napoleone per gli ideologi, trattati da meri sino a comprendere quei complessi vitali o organici o sistematici
teorici e da sterili dottrinari, era un implicito riconoscimento
di idee che vanno sotto il nome di Weltanschauungen, di prospet-
della destinazione politica del loro pensiero, non per nulla osteg-
tive, di filosofie, vengono considerate nella loro efficienza pratica
giato da lui.
e nella loro portata politica, potendo diventare valido strumento
Per Marx, poi, il rapporto stesso fra ideologie e :filosofia si
d'azione tanto conservatrice e giustificante quanto rivoluzionaria
carica d'un'effìcacia pratica e politica: donde anzitutto le conce-
e sollecitante, sia per frenare sia per guidare il movimento della
zioni ormai classiche del carattere strumentale che tutte le ideo-
logie hanno sempre avuto nel corso della storia per giustificare la storia.
conservazione o il sovvertimento di un ordine, e dell'interazione Fra l'espressività e storicità del pensiero e la sua destinazione
fra la sovrastruttura e la base, per cui l'idea prodotta dalla realtà pragmatica v'è un nesso necessario. Il concetto stesso di espres-
vi reagisce sino a guidarla; e, ancora, un marxismo che, accen- sione ha di per sé un carattere cosi strumentale, che persino un
tuando il momento della lotta _e considerando il proletariato come suo impiego in metafisica non può non ingenerare equivoci, come

..
I~~~
r
,
classe, si presenta come ideologia, cioè come una concezione im-
pegnata e militante, e asservisce la filosofia al potere politico,
attesta l'esito del panteismo. Una metafisica che voglia servirsi del
concetto di espressione anzi che di quello di rivelazione si trova
professando cosf un esplicito strumentalismo, e un marxismo che, inevitabilmente costretta a culminare in una specie di panteismo
accentuando il momento finale e ravvisando nel proletariato l'uomo ove i singoli enti non sono che strumenti dell'assoluto. L'espres-
'".,,
.·I~,~ completo, si presenta come la realizzazione della filosofia, e iden- sione è talmente strumentale di per sé, che non si può applicare al
tifica :filosofia e politica, culminando cosi in un prassismo inte- rapporto di :finito e infinito senza fare del finito uno strumento
grale; cioè un marxismo che, riducendo senza residuo la :filosofia dell'infinito: il panteismo, sostituendo il concetto di rivelazione
a ideologia, e concependo l'ideologia solo come mezzo d'azione con quello di espressione, sopprime la trascendenza dell'assoluto

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VERITÀ E INTERPRETAZIONE FILOSOFIA E IDEOLOGIA

proprio perché concepisce i finiti come espressioni, e quindi come pragmaticità: prodotti della storia e strumenti dell'azione. Alla
strumenti, dell'infinito. storicizzazione del pensiero corrisponde la tecnicizzazione della
La storicità poi, svuotando il pensiero di ciò che lo costituisce ragione: al pensiero senza verità, qual è in fondo l'ideologia, cor-
come pensiero, cioè il suo rapporto con la verità, ne prepara e ne risponde l'azione senza verità, ch'è propriamente la tecnica; si che
provoca la completa pragmatizzazione. Anche se il nesso di pen- solo in base all'eliminazione della verità si giunge alla tecnicizza-
siero e situazione venga concepito come organico, non c'è dub- zione della ragione, o in senso strumentale, come asservimento
bio che la storicità degrada l'aspetto teorico del pensiero, privan- dell'idea all'azione, dell'ideologia alla politica, della filosofia al
dolo d'una vera validità speculativa, e ponendolo in condizione potere politico, o in senso prassistico, come identificazione di pen-
di cercare una rivalsa nella sua efficienza pragmatica, cioè nella siero e azione, teoria e prassi, filosofia e politica.
sua capacità di agire sulla situazione stessa: strumento dell'azione
in quanto specchio della situazione. Privazione della verità e
pragmatizzazìone del pensiero sono strettamente e indissolubil- 4. Inseparabilità dell'aspetto storico e dell'aspetto rivelativo nel
mente connesse, e procedono in proporzione diretta: un pensiero pensiero ontologico: verità e interpretazione.
svuotato di verità non può trovar altra « verità » che quella di ~~i
subordinarsi all'azione, e inversamente il pensiero non può per- Storicizzazione del pensiero e tecnicizzazione della ragione sono
venire alla sua completa tecnicizzazione se non nella misura in dunque i due caratteri del pensiero espressivo e ideologico, nel
cui allenti via via il suo rapporto con la verità. Il pensiero privo quale l'assenza della verità ha impedito che i problemi del rap-
di verità, se vuole avere un significato razionale che non si riduca porto fra pensiero e situazione e del rapporto fra teoria e prassi
a mera espressività storica o a vuota e apparente razionalità, non avessero altra soluzione che l'amplificazione di uno dei due ter-
può non diventare ragione pragmatica e tecnica, non solo nel mini a scapito dell'altro, nel senso che la situazione ha preso il --, I

senso d'essere in grado di progettare e verificare l'azione in quanto sopravvento sul pensiero e la prassi sulla teoria. Due caratteri e
sa controllare e correggere sé stesso, ma soprattutto nel senso che due rapporti completamente diversi contrappone il pensiero rive-
si asservisce all'azione proprio nell'atto di promuoverla e guidarla, lativo, al quale soltanto si può far risalire quello della filosofia. ~,
'
o addirittura nel senso che si risolve nell'azione e s'identifica con La prima differenza riguarda la diversa funzione della storicità I

essa. nelle due forme di discorso. Mentre nel discorso ideologico la


A questo punto non si tratta nemmeno piu di pragmatismo, storicità esaurisce l'essenza stessa del pensiero, il quale è dunque
'
I
~,,.,
·11:
ove la verità sussiste ancora, . o nel senso che la verità è criterio
dell'efficienza o nel senso che l'efficienza è segno della verità:
soltanto espressivo, invece nel discorso filosofico la situazione
storica interviene in quanto la persona liberamente la prospetta
I '"l'~
1,
qui non c'è altra verità che l'efficienza, sia strumentale che prassi- come via d'accesso alla verità, il che fa sf eh' esso sia insieme rive- --, ,
,,"' stica, cioè non c'è verità, poiché la prassi esaurisce completamente lativo ed espressivo, perché rivela la verità nell'atto stesso che I
",,
o lo scopo o l'essenza stessa della teoria. Chiedersi se le ideologie esprime la persona. Questo pensiero muove da una solidarietà
",, siano vere o false, o dire che non sono né vere né false, ha senso originaria di persona e verità, e quindi è al tempo stesso onto- r
1:' solo in quanto le si considera tutte come false, cioè viziate dal- logico e personale: tale complicità originaria è quella che spiega, ...... 1

l'errore fondamentale d'aver rinunciato alla verità, e quindi d'aver all'interno di questo pensiero, l'inseparabilità dell'aspetto espres-
accettato d'essere esaurientemente qualificate dalla storicità e dalla sivo e dell'aspetto rivelativo e li qualifica nella loro relazione

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VERITÀ E INTERPRETAZIONE FILOSOFIA E IDEOLOGIA

reciproca. L'aspetto storico del pensiero filosofico è inseparabile e poi che è impossibile coglierla in una sua immaginaria indi-
da quello rivelativo perché ciò che vi si esprime è la persona pendenza e determinatezza che ci permetta di commisurarvi dal-
stessa in quanto prospetta la propria situazione come apertura l'esterno la nostra formulazione per giudicarne il valore, e quindi
storica alla verità intemporale; e l'aspetto rivelativo del pensiero essa è inconfrontabile con l'enunciazione che ne diamo; e, ancora,
filosofico è inseparabile da quello espressivo perché della verità che le interpretazioni che se ne danno, in quanto sempre perso-
non c'è una manifestazione oggettiva come d'un tutto concluso nali, sono molteplici, e quindi la sua unicità e intemporalità e
e patente, essendo essa accessibile solo mediante un insostituibile universalità è tale solo all'interno delle molteplici e storiche e
rapporto personale e formulabile solo attraverso la via personale valide filosofie che la formulano; e, infine, che la sua stessa esi-
per accedervi. Da ciò derivano due conseguenze. stenza come pensiero formulato e definito presuppone che nel
La prima conseguenza è che l'espressività del pensiero non pensiero essa non possa risiedere che come indefinita e infor-
consiste piu nella semplice capacità di esprimere il proprio tempo, mulata.
e la sua storicità non consiste piu nell'identificarsi completamente Ciò implica, è chiaro, 1a :fine deIIa metafisica ontica e ogget-
con la situazione storica, perché ciò che qui viene espresso è la tiva, e la sua sostituzione con una metafisica ontologica e indi-
.,_ persona, che per un verso interpreta il proprio tempo, e per l'al- retta, ch'è l'unico modo di preservare, oggi, ii;,carattere univer-
tro fa di sé stessa l'unico organo rivelatore della verità. Anzi- sale e speculativo della filosofia, e quindi di assicurare la soprav-
tutto il tempo non viene espresso direttamente, ma solo attra- vivenza della metafisica. Il fatto che il pensiero ideologico sia
verso la libera mediazione della persona, la quale non ne subisce soltanto storico ed espressivo, e che la storicizzazione del pen-
i problemi, quasi che il tempo glieli imponesse già configurati, siero implichi la tecnicizzazione della ragione, indica nell'ideo-
ma se li fa proporre da esso, ed è lei stessa a farli nascere e a logia che pretenda di sostituirsi alla filosofia il risultato ultimo
,3
:11
configurarli, si che v'è un salto fra la situazione e la domanda e coerente dello storicismo, cioè la fine della metafisica tout court.
'~!I prima ancora che fra la domanda e la risposta. Inoltre dipende Se la fine della metafisica è legata oggi alla sostituzione della
~-··1 dalla persona il modo di prospettare la propria situazione, facen- filosofia con l'ideologia, e aIIa necessità del nesso fra pensiero
aiu
done una limitazione fatale e ottenebrante o una luminosa aper- soltanto espressivo e storico e destinazione pragmatica e stru-
"""•
,~ I
' ..
"' tura alla verità, o isolandola in una presunta autosufficienza, che
ridurrebbe il pensiero a mero riflesso o coscienza del tempo, o
mentale, la sopravvivenza della metafisica è legata alla rivendica-
zione del carattere speculativo della filosofia, il quale si può soste-
' recuperandone l'originaria apertura ontologica, che restituisce al nere solo con l'abbandono della metafisica ontica e oggettiva, con
'"'
'~Il
pensiero la sua funzione rivelativa; ed è in poter suo, ancora, di l'affermazione dell'inoggettivabilità della verità, col riconoscimento
,.
, 1,,.,,. fare della propria singolarità la via d'accesso alla verità, molti- dell'indivisibilità di rivelazione ed espressione.
:• plicandone la formulazione nell'atto stesso di lasciarla unica nella La dichiarata inoggettivabilità della verità non ne compro-
,,'",,, sua presenza non configurabile ma sollecitante. mette per nulla la trascendenza, perché il personalismo, lungi dal-
La seconda conseguenza è che la verità è inoggettivabile, cioè l'essere un soggettivismo o un intimismo di origine piu o meno
.,,'"".,, non si offre se non all'interno d'una prospettiva personale che idealistica o spiritualistica e di vocazione inevitabilmente narci-
:1
già la interpreta e la determina. Ciò vuol dire anzitutto che la sistica, rivela compiutamente la sua natura solo se inteso come
verità non si può cogliere e rivelare se non già formulandola, e « personalismo ontologico », secondo il quale la persona è costi-
quindi è inseparabile dall'interpretazione personale che ne diamo; tuita dal rapporto con l'essere, rapporto ch'è essenzialmente

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VERITÀ E INTERPRETAZIONE FILOSOFIA E IDEOLOGIA

ascolto, sia pure attivo e rivelativo, della verità: la destinazione stesso l'organo della rivelazione, e per l'altro dall'inesauribilità
della persona è il riconoscimento della verità nella misura in cui del suo oggetto, che si rivela nell'atto stesso di affermare la pro-
questa è formulabile solo personalmente. Invece quel soggetti- pria inoggettivabilità, come inseparabile dall'interpretazione che se
vismo e quell'intimismo sono l'esatto opposto del personalismo ne dà eppure sempre ulteriore alle interpretazioni ch'esso suscita.
ontologico, il quale, piu che preoccuparsi del carattere sempre
soggettivo d'ogni affermazione o dell'interiorità del vero alla
mente umana, intende conferire un carattere di personalità non 5. Unità originaria di teoria e prassi nel pensiero ontologico:
certo alla verità, di per sé sovrapersonale, ma all'interpretazione essere e testimonianza.
sempre singola che se ne dà, e ch'essa stessa sollecita e suscita,
e da cui essa è di volta in volta inseparabile; e si preoccupa se La seconda differenza che divide il pensiero rivelativo e filo-
mai della molteplicità delle vie d'accesso alla verità, fra le quali sofico da quello espressivo e ideologico risiede in un diverso
tuttavia il dialogo è garantito dalla forza unitiva della verità modo di prospettare i rapporti fra teoria e prassi. Come la sto-
stessa, la quale istituisce una comunanza altrettanto lontana dal ricità del pensiero ideologico non si combatte con l'errore sim-
soggettivismo e dall'impersonalismo, giacché si offre a tutti rivol- metrico, di eliminare ogni elemento storico d;~J, pensiero :filoso-
gendosi a ciascuno nella sua maniera, ch'è il concetto di socialità fico, cosi la sua pragmaticità non si confuta con la rivalutazione
e di comunità piu difficile da realizzare, ma anche il piu vero e della pura teoria, ignara d'ogni elemento pratico. Anche qui il
il piu autentico; e si ferma piu che altro sul fatto che la verità, problema non è semplicemente quello dei rapporti fra teoria e
pur essendo irreducibile a ogni interpretazione, tuttavia non si prassi, ma è il problema stesso della verità, la quale è cosi origi-
offre se non all'interno della formulazione personale che se ne naria che si pone di là dalla distinzione fra teoria e prassi, indi-
dà. Tutto ciò attesta piuttosto che la verità è originaria, e pro- cando quell'unità primigenia dei due termini che sola è in grado
prio come tale inoggettivabile, piu presente nel pensiero come di spiegarne e regolarne la derivata distinzione e il genuino reci-
sorgente e origine che presente al pensiero come oggetto di proco rapporto ad ogni livello.
scoperta; cosi ulteriore da non identificarsi con nessuna pro- Di fronte alla tecnicizzazione della ragione, quale appare spe-
spettiva che la riveli e la formuli, e anzi da sottrarsi a una con- cialmente nelle estreme concezioni della pragmatizzazione del pen-
siderazione che pretenda di parlarne come di un oggetto tutto siero, sia nel senso strumentalistico di fornire idee che servano
concluso e patente e di possederla in modo unico ed esclusivo,
e cosi inesauribile da sollecitare le piu diverse rivelazioni e da
all'azione politica sia soprattutto nel senso prassistico di identi-
ficare la filosofia con la politica stessa, non si tratta di rivendi-
~--
consegnarsi a un'infinita varietà di formulazioni, senza mai cor- care il carattere puramente speculativo o contemplativo della filo-
rere il rischio di perdere l'unicità. sofia, come se si dovesse farlo in mera antitesi a un'accentuazione
Ecco dunque il primo carattere del pensiero rivelativo, nel indebita o a un'esagerazione piu o meno radicale dei suoi even-
quale il rapporto fra pensiero e situazione conferisce all'elemento tuali caratteri pratici, perché alla base· di quelle concezioni non
storico il suo posto senza ampliarlo piu del dovuto: esso è inter- c'è un privilegiamento della dimensione pratica in antitesi a un
pretazione; e l'interpretazione è sempre caratterizzata dall'inse- privilegiamento dell'atteggiamento conoscitivo, come potrebbe
parabilità di espressione e rivelazione, cioè per un verso dalla sembrare dal cosiddetto « marxismo volgare», ma piuttosto l'esi-
personalità del suo soggetto, che si esprime nell'atto di far di sé genza di cogliere e realizzare l'unità di teoria e prassi, al fine di

102 103

'iÌ
VERITÀ E INTERPRETAZIONE FILOSOFIA E IDEOLOGIA

risolvere il problema dei rapporti tra filosofia e realtà storica. tale, va colta prima della dualità. Pervenuti al livello del rap-
Non che non sia oggi il caso di accentuare, di fronte al dilagante porto ontologico, lo stesso problema del rapporto fra teoria e
attivismo e prassismo, il bisogno, anzi la necessità, di teoria e prassi è riportato a quello, piu profondo, del vincolo originario
contemplazione: anzi, bisogna difendere l'irreducibilità della con- di persona e verità; e qui il problema si frange in due questioni
templazione alla pratica, e quindi anche della pratica alla contem- che conviene affrontare separatamente.
plazione, perché a un certo livello di specificazione la mescolanza In primo luogo, nel prassismo ciò ch'è in gioco non è tanto
delle due è ibrida ed equivoca, ma non si deve dimenticare tut- la teoria quanto la verità; ciò che in esso preoccupa non è sol-
tavia che nell'uomo vero c'è ad ogni livello inscindibilità di teoria tanto la riduzione della teoria alla prassi, quanto soprattutto la
e prassi, giacché in fondo non c'è pensiero che non abbia conse- soppressione della verità anche nella prassi; ciò ch'è chiamato in
guenze pratiche né azione che non presupponga pensiero, al punto causa non è tanto la realizzazione della :filosofia o il rapporto della
che sia il teoretidsmo che l'attivismo prendono rilievo solo se filosofia con la realtà storica, quanto piuttosto la portata ontolo-
intesi in senso reattivo. Ma soprattutto bisogna riconoscere che gica dell'intera attività umana, sia teoretica che pratica; nel senso
c'è una giusta esigenza nel postulare l'unità di teoria e prassi; se che ci si trova di fronte a un'alternativa per cui o tutto si riduce
non che per soddisfarla veramente bisogna scendere a un livello a tecnica, anche la filosofia, o tutto ha una ffeertata ontologica,
piu profondo e piu originario: bisogna cioè raggiungere il rap- anche l'azione pratica. La verità si può attingere direttamente
porto ontologico, che, proprio nell'atto in cui offre la verità sia all'interno d'una delle umane attività specificate, sia nella filosofia
alla teoria che alla prassi, oltrepassa di gran lunga la distinzione che nella moralità o nell'arte, ciascuna delle quali ha una sua
fra l'una e l'altra, essendone piuttosto la radice e la norma ori- verità originaria, potendo tutte egualmente esser rivelative allo
ginaria. stesso titolo: l'essenziale è che in tutte queste attività risieda e
Ma a tale profondità originaria il prassismo non giunge, pur operi il pensiero in senso proprio, ch'è il rapporto ontologico, il
avendo il merito di esigere l'unità di teoria e prassi: quando tale vincolo primo di persona e verità, la rivelazione della verità in
unità venga concepita come futura rispetto alla dualità presente, modo originario, precedente la distinzione fra le diverse attività;
cioè come rimedio (in fondo apparente) d'una degradazione (in ciò che importa è indicare la portata ontologica e il carattere rive-
fondo persistente), si rimane in una sfera antica, che lungi dal lativo di ogni attività umana, il che si può fare soltanto se si
levarsi all'origine sostituisce l'originario col chiliastico, e pro- rivendica la presenza, in ciascuna di esse, di quel pensiero origi-
prio perciò finisce per ridurre la realizzazione della :filosofia, che nario ch'è la rivelazione della verità.
dovrebbe superarla come mer~ teoria, a una vera e propria sop- Si tratta dunque di trovare la verità sia del pensiero che del-
pressione di essa. Al livello antico giova tener ben distinte teoria l'azione, di garantire la genuina dimensione ontologica sia della
e prassi, e sottolineare, se mai, la loro inscindibilità nella loro teoria che della prassi, senza la quale tanto l'una quanto l'altra
distinzione; ma il senso genuino di tale distinzione, e della neces- si riducono a tecnica, ed entrambe s'identificano nell'universale
sità di tenerle accuratamente distinte senza confonderle o conta- tecnicizzazione della ragione, ch'è quanto vuole il prassismo pam-
minarle fra loro, e al tempo stesso di prospettarne l'inscindibilità politicistico. In questo senso, rivendicare il carattere speculativo
come senso profondo della distinzione medesima, lo si ottiene della filosofia non significa abbandonare la prassi all'irrazionale,
tuttavia soltanto al livello originario, proprio perché questo è ma restituire anche alla prassi una dimensione ontologica: l'alter-
anteriore alla distinzione fra teoria e prassi, e l'unità, per esser nativa non è fra una speculazione cosi rarefatta da sfociare nel-

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VERITÀ E INTERPRETAZIONE FILOSOFIA E IDEOLOGIA

l'indifferenza scientifica e una praticità cosf opaca da cadere nel- l'essere è sempre interno cosf come la verità è sempre interna
l'irrazionalità, come sembra essere la preoccupazione dello stori- all'interptetazione che se ne dà, nel senso che come non c'è pro-
cismo sociologico, ma fra la verità e la tecnica, fra la rivelazione priamente interpretazione se non della verità così'. non c'è libertà
della verità e la tecnicizzazione della ragione, fra il carattere rive- senza dono dell'essere: libertà per la quale l'uomo è iniziativa
lativo e ontologico e il carattere strumentale o prassistico del pen- iniziata, dato a sé stesso come dantesi, autorelazione ed eterore-
siero insito in ogni attività umana. lazione insieme, coincidenza di ricezione ed esercizio di libertà
In secondo luogo sottrarre l'unità di teoria e prassi a un'on- sintesi di recettività e attività, risposta a un appello, obbedienz;
tica programmazione del futuro e restituirle l'originaria dimen- creatrice; libertà per la quale l'uomo si reduplica nel suo essere,
sione ontologica significa spingersi a un livello piu profondo an- nel senso eh' egli insieme è e consente ad essere, al tempo stesso
cora, nel cuore stesso del rapporto ontologico, ch'è teoria e prassi è ed accoglie l'essere, simultaneamente è in rapporto con l'essere
insieme, nel senso che - se cosi si può dire d'un livello anteriore ed è questo stesso rapporto. Ma si tratta anche di quella libertà,
alla distinzione - teoreticamente è rivelazione della verità e pra- non meno originaria, per cui l'uomo, rispetto all'essere, sceglie
ticamente è decisione per l'essere, né è l'una cosa senza l'altra, fra il consenso e il rifiuto, con una scelta fondamentale e pro-
perché la rivelazione della verità, in quanto interpretazione per- fonda che rende possibili tutte le scelte conskpevoli e determi-
sonale di essa, è atto originario di libertà, e non c'è atto di libertà nate, in modo che il consenso, consistendo nel ribadire consape-
piu originario che la stessa decis~one per l'essere. Anzitutto la volmente il proprio essere, è apertura rivelativa alla verità e
verità, in quanto non è accessibile se non attraverso una perso- fedeltà all'essere, mentre il rifiuto, spesso segregandosi nell'inco-
nale via d'accesso ad essa, reclama una scelta e un'opzione, per scienza, è la via consapevole e deliberata o inconsapevole e occulta
cui l'uomo deve scegliere se identificarsi con la propria situa- dell'oblio dell'essere e del tradimento della verità.
zione, riducendosi a mero prodotto storico, o conferirle un potere Ecco dunque il secondo carattere del pensiero rivèlativo, nel
rivelativo, elevandosi a prospettiva vivente sulla verità, se confe- quale il rapporto fra teoria e prassi accoglie l'elemento pratico
rire al pensiero insito in ogni attività umana un carattere stru- senza indebite esagerazioni: esso è testimonianza; e la testimo-
mentale e prassistico, chiudendolo nella mera tecnica, o insignirlo nianza, decidendo l'alternativa fra verità e tecnica con la scelta
d'una portata ontologica e d'una capacità rivelativa, aprendolo della verità, e riportando la libertà necessariamente implicita
alla verità; e, in quanto è inoggettivabile, esige libertà e deci- nella rivelazione della verità alla decisione per l'essere, è sf unità
sione, perché non si tratta di ti-conoscere un oggetto definito, ma di teoria e prassi, ma unità originaria e anteriore ad ogni distin-
·di determinare una presenza senza figura, il che mette l'uomo di zione, e quindi tutelata dal pericolo di limitarsi a opporre o a
fronte alla responsabilità di formulare personalmente la verità. ridurre l'un termine all'altro.
Inoltre la rivelazione della verità, implicando il coraggio di dare
la propria formulazione del vero, e quindi assumendo piu il carat-
tere d'una testimonianza che quello d'una scoperta, coincide con 6. Falsa coscienza e mistificazione nel pensiero ideologico.
la decisione per l'essere, cioè coincide con l'esercizio di quella
libertà radicale e profonda con cui l'uomo fa dell'essere il ter- Alla costitutiva storicità e pragmaticità del pensiero espres-
mine d'un consenso o d'un rifiuto. sivo e ideologico si oppongono dunque i concetti di interpreta-
Si tratta certo di quella libertà primissima a cui il dono del- zione e di testimonianza che caratterizzano il pensiero rivelativo

106 107
VERITÀ E INTERPRETAZIONE FILOSOFIA E IDEOLOGIA

e filosofico. Desidero ora approfondire alcuni punti che, mentre zi0ne occultante è essenziale alla ragione, la quale, come stm-
segneranno con nuova evidenza la differenza fra ideologia e filo- mento della volontà di potenza, mediante una spontanea e incon-
sofia, tenderanno a mostrare l'atteggiamento del pensiero rivela- scia attività fabulatrice produce :finzioni che, falsificando e defor-
tivo nei confronti della molteplicità delle ideologie. mando la realtà, manifestano l'istinto nell'atto stesso che lo co-
Anzitutto il problema della « mistificazione ». Alla storicità prono, in virtu d'una sostituzione dei veri motivi con motivi
del pensiero espressivo è necessariamente connesso quel carattere presentabili, si che ogni forma spirituale ha due significati, uno
di mistificazione che la storia ottocentesca del concetto di ideo- notorio evidente immediato, l'altro recondito occulto segreto. Ed
logia ha via via precisato sino a farnelo diventare tipico ed essen- è sulla base di questo divario che alcuni psicologi hanno potuto
ziale. Allo stesso concetto di pensiero espressivo inerisce infatti proporre un'interpretazione schizofrenica del discorso ideologico.
una distinzione fra il pensiero cosciente ed esplicito e la realtà Lo stesso storicismo sociologico indica nella Seinsverbun-
profonda e nascosta, e quindi un divario fra la dichiarazione denheit la chiave per spiegare il processo di deformazione ideolo-
espressa e la motivazione segreta, sf. che la portata espressiva del gica, nel senso che « il soggetto conoscente è trattenuto dal dive-
discorso nei confronti della situazione può venir compresa solo nire consapevole dell'incongruenza delle sue idee con la realtà da
in base alla scoperta di queste condizioni sottintese e mascherate. un intero ordine di principi implicito nel su~, pensiero storica-
Com'è noto, non si tratta piu della semplicistica denuncia illumi- mente e socialmente determinato»; donde l'apparente paradosso
nistica dell'impostura, con l'inseparabile e notorio bagaglio reto- d'un pensiero anacronistico che esprime il proprio tempo, cosa
rico dei lumi che smascherano le « bugie dei preti » (« notre cré- che ovviamente non può fare se non nella forma del maschera-
. dulité fait toute leur science » ), perché la « menzogna » è piu mento, giacché in quanto anacronistico lo maschera e lo deforma,
profonda, sottratta al calcolo deliberato e calata al livello dell'in- e, in quanto adottato per inconscia determinazione storica, lo
coscienza, non limitata a singole concezioni e motivazioni, ma esprime e lo rappresenta. Una tipologia delle varie forme di
estesa alla derivazione stessa del pensiero dalle sue condizioni mascheramento, con cui l'uomo nasconde i propri istinti nell'atto
storiche; sf che la spiegazione che si dà dell'incoscienza deve di giustificarne con apparente razionalità la soddisfazione, è con-
anche spiegare quella contemporaneità di espressione e maschera- tenuta nella nota teoria paretiana dei residui e delle derivazioni;
mento che caratterizza l'ideologia nei confronti della situazione. mentre Kelsen, giudicando contraddittorie le ideologie perché ma-
A ciò non basta la « psicologia degli interessi ». Nel campo scherano la realtà nell'atto stesso che parzialmente la riflettono,
stesso della psicologia la psicanalisi è penetrata piu a fondo, indi- riconosce come carattere essenziale dell'ideologia ancora quell'in-
viduando le vie indirette attraverso cui le richieste istintuali separabilità di espressione e dissimulazione ch'è dovuta a un'in-
I I
tendono ad aprirsi un varco alla coscienza, come i lapsus, gli atti coscienza necessaria.
..."'1
.. mancati, i sogni, e inventariando gli inconsci meccanismi di Per Marx, poi, ch'è il piu profondo teorizzatore e il piu
. difesa dell'io, come la rimozione, la negazione, la proiezione, la lucido espositore di questa problematica, la « falsità » è piu pro-
.,.
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razionalizzazione; tutti meccanismi che per la loro inconsapevo- fonda ancora del livello dell'incoscienza, e si annida nel principio
·-iii lezza conferiscono all'espressione la forma del mascheramento e stesso del pensiero ideologico, perché risale a quella fondamen-
indicano nel mascheramento un valore di espressione. La stessa tale alienazione ch'è la causa della stessa necessità dell'incoscienza.
inseparabilità di espressione e mascheramento dovuta a un'inco- A causa dell'alienazione il pensiero, pur non cessando d'esser
scienza necessaria è teorizzata da Nietzsche, secondo cui la fon- prodotto della realtà storica, e quindi di esprimerla e rappresen-

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VERITÀ E INTERPRETAZIONE FILOSOFIA E IDEOLOGIA

tarla, la falsifica e la deforma, perché ne è una « falsa coscienza ». riducendola alla forma vuota del discorso e sottraendole la fonte
Il pensiero inconsapevole della propria origine materiale è anche dei suoi contenuti; separato dalla verità, il pensiero conserva, del
inconsapevole della propria natura: crede e pretende allora d'es- suo carattere rivelativo, solo l'apparenza, cioè una vuota raziona-
ser fondato su sé stesso, e presenta come realtà il proprio pro- lità, i cui concetti debbono rinviare, per il proprio significato,
dotto, cioè trasforma le cose in idee, e poi le considera come all'altro aspetto del pensiero, cioè al suo carattere espressivo; il
cose: ipostatizza i suoi prodotti meramente ideali, e con questi che vuol dire che il discorso diventa adatto ad esprimere cose
copre e dissimula la realtà, con un processo di scotomizzazione diverse da quelle che dice, nel senso che l'espressione, nascosta
tanto piu intenso quanto piu profondo è stato il processo di ipo- dall'aspetto esplicito del discorso, diventa inconsapevole ed oc-
statizzazione: ignaro della realtà di cui è il riflesso, la esprime culta, mentre l'apparato razionale non fa se non concettualizzare
in modo infedele e inadeguato, anzi in modo illusorio e defor- le condizioni storiche donde deriva: allora la ragione, senza verità,
mante, e quindi è costituzionalmente mistificante. La falsa co- lungi dal chiarire la situazione storica, non fa. che offuscarla e
scienza è dunque una specie di malafede profonda, per cui una mascherarla, e, proprio nell'atto di dipenderne totalmente e di
funzione espressiva ottengono appunto il celare, il coprire, il na- derivarne tutta la propria sostanza, non può esprimerla che nella
scondere, e per cui la trasformazione non si presenta che come forma del mascheramento e della mistificaziJte. Insomma, di-
deformazione e la rappresentazione assume l'aspetto del travesti- strarre il pensiero dalla verità e ridurlo a vuota razionalità signi-
mento, sf che si fa passare per eterno ciò ch'è storico, per uni- fica invitare a cercarne il significato in qualcosa di diverso dal suo
versale e totale ciò ch'è particolare e parziale, per razionale ciò discorso esplicito, e destinarne l'universalità concettuale, ridotta
ch'è materiale. Di qui il carattere fondamentale della mistifica- a mera apparenza, a razionalizzare una storia segreta, esprimen-
zione ideologica: l'esistenza d'un divario fra l'esplicito e il nasco- dola e nascondendola insieme. Dire storicità in senso radicale e

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.,ir.,
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sto, fra il dichiarato e il sottinteso, fra il superficiale e il pro-
fondo, presentato come una discrepanza fra l'apparente e il reale,
tra il falso e il vero: donde la necessità della demistificazione .
intensivo significa dunque necessariamente dire mistificazione e
falsa coscienza.

Incoscienza della propria origine storica, incapacità di dichiararsi --,

per quello che è, illusione e pretesa di incondizionatezza, ipostatiz- 7. Falsificazione del tempo nel pensiero ideologico.
zazione dei propri prodotti e scotomizzazione della realtà, misti-
I "''
ficazione eternizzante, universalizzante e razionalizzante, divario Se le cose stanno in questi termini, si potrebbe anzitutto
fra senso esplicito e senso n~scosto: ecco il complesso meccani- pensare che il pensiero ideologico, in quanto espressivo e storico,
smo della mistificazione ideologica teorizzato da Marx. contenga la genuina verità del tempo, e che per trovarla basti
Ora, che la mistificazione sia una conseguenza necessaria della un opportuno trattamento di demistificazione, che metta in luce --,
storicità del pensiero espressivo appar chiaro dal fatto che la per- il vero significato sottinteso al discorso esplicito. Se non che,
dita del suo nesso originario con la verità condanna inevitabil- malgrado ogni apparenza in contrario, non è il pensiero mera-
mente il pensiero a una sorta di degradazione. La storicità, pri- mente storico ed espressivo che dice la verità sul tempo, perché
vando il pensiero della verità, ch'è il suo elemento naturale, pro- esso è privo di carattere interpretativo, e interpretazione non c'è
cede allo svuotamento della ragione, abbandonandola alla sua se non nel pensiero ontologico, nel vincolo originario di persona
mera discorsività e spogliandola della sua portata ontologica, cioè e verità. GenÙino radicamento storico e autentico rapporto onta-

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VERITÀ E INTERPRETAZIONE FILOSOFIA E IDEOLOGIA

logico sono inscindibili nel nesso originario di persona e verità: tempo, perché non ci può essere interpretazione del tempo se
perciò l'idea svuotata di verità, cioè segnata dall'oblio dell'essere, non nell'ambito dell'interpretazione della verità, cioè nel pensiero
perde anche il suo vero contatto con la storia, diventando cosi che, per essere ontologico .e rivelativo, è propriamente filosofico.
non solo principio di mascheramento del reale, ma anche motivo Solo con la distinzione fra pensiero espressivo e pensiero rive-
di falsificazione del tempo. Non ci può essere vero contatto con lativo si può dunque comprendere l'origine della mistificazione,
la storia senza contatto con la verità, né interpretazione del tempo che le concezioni cosiddette demisti:6.catrici non riescono in fondo
senza pensiero rivelativo: venendo a mancare il radicamento onto- a spiegare. Che l'incoscienza non basti a spiegare la contempora-
logico anche il radicamento storico si altera, e l'espressione del neità di espressione e mascheramento, perché a sua volta richiede
tempo assume un carattere falsificante, Il pensiero vuoto di verità un fondamento ulteriore, è quanto ha opportunamente mostrato
non dice la verità nemmeno sul. tempo; né vale osservare che per Marx, che ha indicato tale fondamento nell'alienazione. Ha fatto
quanto vuoto di verità è tuttavia pieno di tempo: esso è sf pieno bene Marx a denunciare la mistificazione ideologica, e a ricon-
di tempo, ma di tempo falsificato. durla all'alienazione, e a concepire l'alienazione come separazione
Il pensiero ideologico, in quanto elabora ed esercisce un appa- del pensiero dalla realtà; ma l'alienazione vera e propria è l'oblio
rato concettuale in base a una vuota razionalità e a una discorsi- dell'essere e la perdita della verità, cioè è appuf;fto ciò che distin-
vità puramente formale, è contraffazione della verità, e proprio gue il pensiero espressivo o ideologico dal pensiero rivelativo o
come contraffazione della verità è anche falsificazione del tempo; filosofico. La vera « alienazione» è la separazione dell'uomo dal-
pur identificandosi con la situazione storica, non contiene la verità l'essere e la scissione del nesso originario di persona e verità, la
sul tempo perché in esso il discorso esplicito maschera e quindi chiusura ontologica ,e l'abbandono dell'interpretazione: con la sua
falsifica ciò che vi si esprime, e ciò accade proprio perché esso libertà l'uomo rifiuta l'essere e rinuncia alla verità: in tal modo
non è altro che espressione del tempo. Né bisogna credere che per un verso si identifica con la propria situazione e si riduce a
cercare nel sottinteso il vero significato dell'esplicito significhi mero prodotto storico, col che alla propria libertà sostituisce la
trovare la verità: l'ideologia è cosi radicalmente falsificatrice che propria « reificazione », e per l'altro verso si rende incapace di
la sua demistificazione è denuncia, non inveramento. In nessun fare della propria situazione un'apertura all'essere e una via d'ac-
..'"
lit

modo la distinzione fra apparente e reale, esplicito e sottinteso,



~t.1~111 cesso alla verità, sostituendo cosf all'interpretazione, ch'è l'essenza
dichiarato e segreto, evidente e occulto si può ricondurre alla profonda del pensiero, l'astrazione, cioè l'« esteriorizzazione» del
distinzione tra falso e vero. Certo, non c'è altra comprensione proprio pensiero.
dell'ideologia che la demistificazione, in quanto la riduce al tempo, Solo l'opposizione del pensiero rivelativo al pensiero espres-
di cui essa è insieme prodotto, espressione e mascheramento; ma sivo spiega dunque la mistificazione ideologica, e solo il pensiero
ciò significa trovare non la verità, ma deboli e fiacchi surrogati rivelativo dice la verità anche sul tempo, come attesta il Vico, il
della verità: la « verità » della mera storicità, come adeguazione cui pensiero potrebbe oggi invitare a sostituire il mito alla misti-
dell'idea alla situazione; la « verità » della falsa coscienza, come ficazione, la presenza della vis veri nella favola al mascheramento
smascheramento che denuncia la motivazione profonda; la « ve- della realtà storica da parte del pensiero, la costanza del senso
rità » pragmatica e tecnica, come efficienza dell'azione e operati- comune e della tradizione alla momentanea e fugace storicità del-
vità sperimentatrice. Non può dunque l'ideologia raggiungere una l'ideologia, la trasfigurazione e sublimazione dell'interesse al suo
conoscenza autentica o fornire una comprensione genuina del travestimento e alla sua dissimulazione. Quanto sia distante la

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VERITÀ E INTERPRETAZIONE FILOSOFIA E IDEOLOGIA

filosofia come pensiero ontologico e rivelazione della verità dal- il non detto, giacché in entrambi la parola rimanda a qualcosa
l'ideologia come pensiero espressivo e come mistificazione della di non esplicito, che contiene il reale significato del discorso. Ma
realtà si vede dalla distanza che separa Vico da Marx, giacché la differenza non potrebbe esser piu grande, perché il divario fra
per il Vico nella realtà storica l'idea non è prodotto ma stimolo, il detto e il non detto si presenta nel primo come divergenza fra
non riflesso ma modello, non mascheramento ma elevazione. Tra l'esplicito e il sottinteso, e nel secondo come scarto fra l'esplicito
Marx e Vico il cammino è addirittura inverso, perché mentre e l'implicito: nel pensiero espressivo la parola non dice tutto
Marx s'adopera a scorgere l' « irrazionale » sotto la (apparente) perché maschera la base temporale che occultamente vi si espri-
razionalità, il Vico intende indicare la ragione dentro l' « irrazio- me, e nel pensiero rivelativo la parola non dice tutto perché la
nale», il vero operante anche nelle manifestazioni piu elemen- verità che vi risiede è inesauribile, e le si consegna solo nella
tari dell'attività umana; sf che mentre l'uno rimane legato a forma di dover esser cercata ancora.
quella filosofia del sottinteso che resta in fondo senza sviluppo, Nel primo caso, essendoci differenza fra dire ed esprimere, la
l'altro apre la via a quella :filosofia dell'implicito ch'è cosf feconda parola non rivela, ma nasconde, nel senso che dice una cosa ma
di virtualità, spiegazioni e indicazioni per 1a vita dell'uomo. La ne significa un'altra: significativo non è l'esplicito, ma il sottin-
presenza della vis veri nel mito, nel senso comune, nella tradi- teso, che non ha niente a che fare col primo, l'il punto che com-
zione, è quanto c'è di piu opposto alla mistificazione, perché non prendere significa per un verso sbarazzarsi completamente del-
consiste nel fatto che un apparato concettuale maschera la realtà 1'esplicito, e per l'altro annullare il sottinteso come tale, e rag-
storica e la base materiale, ma nel fatto che all'interno delle piu giungerne la completa esplicitazione. Nel secondo caso, essendovi
basse manifestazioni dell'umanità già opera, in forma incoativa, coincidenza fra dire, esprimere e rivelare, la parola rivela la
ma non perciò meno efficace, la verità: la poesia è la prima mani- verità, ma come inesauribile, e quindi è eloquente non solo per
festazione operante della vis veri; le « tradizioni volgari» con- quel ch'essa dice, ma anche per quel ch'essa non dice: l'esplicito
tengono « pubblici motivi di vero», e il senso comune offre un è talmente significante che appare come una continua irradiazione
tal « criterio di verità » di cui « non ha la sapienza volgare regola di significati, peren1!emente alimentata dall'infinita ricchezza del-
piu certa per la prudenza civile»; l'offuscamento del vero è dato l'implicito, sf che comprendere significa approfondire l'esplicito
non dal pensiero, ma dall'ignoranza, che ci fa « pervenire il vero per cogliervi l'inesauribile fecondità dell'implicito, senza mai rag-
ricoverto ·di falso»; e non si tratta di mascheramento, ma di subli- giungere la completa esplicitazione, per la sovrabbondanza della
mazione dell'interesse, poiché l'idea agisce non per coprire gli verità, cioè non per inadeguatezza della parola, ma proprio per ........,
interessi, ma per fare di vizi~ virtu. la sua capacità di possedere un infinito, cioè per una pregnanza
di rivelazioni che non per il fatto di aumentare di numero s'avvi-
cinano a una manifestazione totale, di per sé impossibile.
8. Esplicitazione completa del sottinteso e infinita interpretazione Ne consegue che la mistificazione, proprio perché copre il sot-
dell'implicito. tinteso con l'esplicito e concepisce il non detto come semplice
sottinteso nascosto, non solo non si rifiuta all'esplicitazione com-
Si potrebbe inoltre pensare che la differenza fra ideologia e pleta, ma anzi la richiede e la impone; mentre la rivelazione, pro-
:filosofia non sia poi cosi grande se tanto nel pensiero espressivo prio perc_hé rende l'esplicito piu significante di quanto non com-
quanto nel pensiero rivelativo v'è uno sfasamento fra il detto e porti la sua stessa esplicitezza e concepisce il non detto come l'in-

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finita ricchezza dell'implicito, si sottrae ad ogni tentativo di espli- dice esplicitamente e all'infinito messaggio ch'essa contiene e an-
citazione totale. Nel primo caso il rapporto fra esplicito e sottin- nuncia; e non invece dissociare l'uno dall'altro, relativando la
teso co1;1siste nel fatto che il secondo deve progressivamente e parola al suo tempo, e non dandole altro senso che tale relati-
definitivamente sostituire il primo; nel secondo il rapporto fra vazione.
esplicito e implicito consiste nel fatto che la significazione del A questo punto s'impone una precisazione ch'io considero
primo è costituita dall'inesauribilità del secondo. La comprensione importante per chi, attento al discorso fatto da Heidegger, ritenga
di un'ideologia si riduce alla demistificazione, cioè consiste sol- di doverlo continuare oltre l'impasse dell'ontologia negativa in
tanto nello smascherare l'espressione nascosta dal discorso e nel cui egli l'ha inopportunamente e sterilmente cacciato: ed è che
sostituire definitivamente il sottinteso all'esplicito; mentre invece non per il fatto di sottrarsi a un'esplicitazione completa la verità
la comprensione d'una filosofia è una vera e propria interpreta- deve considerarsi come ineffabile, quasi che la sua sede naturale
zione, perché consiste nell'interminabile approfondimento d'un sia il silenzio, e che il suo unico modo di consegnarsi alla parola
discorso reso inesauribile da una presenza infinita. sia quello di sottrarlesi, e che non possa rivelarsi senza occultarsi,
Questa distinzione dovrebbe servire a eliminare o almeno a sia perché non avrebbe altro modo d'esser presente che l'assenza,
circoscrivere quella ch'è diventata una delle smanie della storio- sia perché ogni sua apparizione ne sarebbe irl,1,fondo un tradi-
grafia filosofica d'oggi, quasi tutta basata su quella « tecnica della mento. La parola è sede inadeguata della verità solo se la si
diffidenza» e su quella « scuola del sospetto», cioè sulle nietz- intenda razionalisticamente come esplicitazione t~tale; ma se se ne
schiane Kunst des Misstrauens e Schule des Verdachtes, che im- misura l'infinita capacità, essa appare piuttosto come la sede piu
pediscono all'interprete di tenere in considerazione il discorso adatta per accogliere la verità e conservarla come inesauribile.
esplicito, e lo inducono a sottoporre le teorie filosofiche a una Sono ben consapevole dell'importanza che ha avuto nella sto-
., specie di trattamento psicanalitico, per cui nessuna teoria vien
considerata per quel che dice, ma per quello che si presume che
ria della filosofia il concetto dell'ineffabilità della verità, ma
ritengo ch'esso avesse di mira non tanto l'esaltazione del silen-
inconsciamente e occultamente esprima. Questo trattamento, adat- zio come unica manifestazione adeguata dell'essere, quanto piut-
tissimo al pensiero ideologico e al pensiero espressivo in gene- tosto il senso dell'inesauribilità della verità. E infatti se ho accen-
rale, non si presta per nulla al genuino pensiero filosofico, in cui tuato l'ulteriorità dell'essere e l'inoggettivabilità della verità, l'ho
la presenza del non detto, lungi dall'autorizzare quell'esplicita- fatto non per asserirne l'ineffabilità, ma per affermarne l'inesau-
,, zione del sottinteso ch'è in fondo la dimostrazione della falsità ribilità, cioè la capacità di risiedere nella parola senza identi-
del pensiero espressivo, imp_one piuttosto quell'interpretazione ficarvisi ma riservandosi sempre, di consegnarsi ad ogni formula-
dell'implicito ch'è segno sicuro della profondità del pensiero rive- zione senza esaurirvisi, di calarsi nel discorso solo per irradiarn~
lativo. Con un'adeguata preparazione filologica e storica, ma senza significati sempre nuovi; ben consapevole che l'ineffabilità non
complessi storicistici o preoccupazioni sociologiche o pregiudizi sarebbe che il puro e semplice capovolgimento dell'esplicitazione
culturalistici, bisognerebbe mettersi a leggere i filosofi come la completa, e quindi non ne eviterebbe le difficoltà. Bisogna ren-
bibbia, cioè per quello che dicono esplicitamente e dichiarata- dersi conto che l'unico modo di possedere e conservare la verità
Ml
mente, solleciti soltanto di non essere impari all'infinita profon- è proprio quello di accoglierla come infinita: non può esser verità
dità della loro parola; cioè badare insieme alla lettera e allo spi- quella che non è colta come inesauribile. La rivelazione della
rito, all'esplicitezza e alla profondità della parola, a quel ch'essa verità resiste sia all'ideale razionalistico dell'esplidtazione totale,

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VERITÀ E INTERPRETAZIONE FILOSOFIA E IDEOLOGIA

perché altrimenti non si tratterebbe piu della verità, ch'è inesau- le credenze inconsce; ma, lungi dall'inverarla, distrugge la stessa
ribile, sia all'esito irrazionalistico dell'ineffabilità, perché altri- ideologia, alla quale è essenziale l'inconsapevolezza o la falsa co-
menti non sarebbe piu una rivelazione, cioè un possesso: il pen- scienza. L'ideologia dev'esser creduta come verità, altrimenti di-
siero rivelativo non suppone il misticismo dell'ineffabile, ma l'on- venta giocattolo di dotti o espediente di cinici. Come smasche-
tologia dell'inesauribile. rata, l'ideologia, lungi dal rimanere in una sua presunta nuova
verità e genuinità, scompare, e non adempie piu la sua funzione,
ch'è d'essere strumento d'azione proprio in quanto espressione
9. Il problema della fine delle lotte ideologiche non è risolto né inconscia di condizioni storiche. Ciò significa, appunto, che la
dallo storicismo sociologico né dal materialismo storico. presa di coscienza della storicità delle ideologie non può esser
fatta che da un punto di vista esterno e superiore a quello delle
Un secondo e ultimo problema che rimane da affrontare è ideologie; ma quale sia questo punto di vista lo storicismo socio-
quello della fine della lotta delle ideologie, che a giudizio di molti logico non dice, né può dirlo, perché, privo d'una giustificazione
dovrebbe costituire un fatto positivo nella vita odierna. Al giorno critica del proprio punto di vista, pone capo soltanto ai risultati
d'oggi questo concetto sembra prendere essenzialmente e princi- della demistificazione: da un lato le condizioni ~oriche nella loro
palmente due forme: quella dello storicismo sociologico e quella grezza praticità, e dall'altro l'apparato concettuale nella sua vuota
del materialismo storico. Il primo, sulla base d'un prospettivismo razionalità. E, poi, di che cosa si vuole l'integrazione? Dei nudi
interessi, dichiaratamente in conflitto, e suscettibili solo d'esser ....,
in fondo relativistico, propone una demistificazione e particolariz-
zazione delle ideologie che ne renderebbe possibile l'integrazione diretti da una Realpolitik? Delle vuote idee, rese inutili e super-
e la sintesi; il secondo, sulla base dell'identificazione della filo- flue? Manca la possibilità stessa dell'integrazione, della sintesi,
sofia con la politica, confinerebbe la molteplicità delle ideologie del dialogo, perché mancano gli elementi integrabili, aperti, comu-
nel passato alienato: nell'un caso e nell'altro, la molteplicità delle nicanti.
ideologie storiche verrebbe sostituita dalla totalità della loro auspi- Il marxismo, mediante 1a realizzazione della filosofia, nega che
cata integrazione o dall'unità della filosofia finalmente reale. le prospettive consapevoli della propria storicità possano ancora
Nello storicismo sociologico non s'intende bene il nesso fra avere tanto valore positivo da rendere auspicabile la loro integra-
particolarizzazione e integrazione. La particolarizzazione delle zione, e per di piu offre un punto di vista critico da cui spiegare
ideologie, cioè la presa di coscienza della storicità non solo delle al tempo stesso la molteplicità storica delle ideologie, la necessità
ideologie altrui, ma anche della propria, richiede il passaggio a di demistificarle, l'inevitabilità della loro fine, punto di vista ch'è
un punto di vista il quale, eliminando le ideologie come tali, è l'avvento della disalienazione, cioè l'identità di teoria e prassi,
logicamente superiore a quello delle ideologie stesse; ma ci si l'unità di coscienza e realtà, la realizzazione-soppressione della
domanda allora che senso possa ancora avere, ·da questo punto di filosofia, la sua identificazione con la politica. Ma cade poi nella
vista superiore, che lo storicismo sociologico non si preoccupa di difficoltà di affermare l'unicità e definitività d'una filosofia, sia
precisare ulteriormente né di rendere criticamente consapevole di pure della filosofia prassisticamente realizzata e definitivamente
sé, l'integrazione delle ideologie. Anzitutto la presa di coscienza fattasi « mondo», e identificata col processo della storia e con
della storicità della propria ideologia può esser praticamente utile, l'azione politica, col che, eliminata la pluralità delle prospettive,
in quanto sottopone al controllo della coscienza le motivazioni e è soppressa insieme la possibilità d'un dialogo.

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VERITÀ E INTERPRETAZIONE FILOSOFIA E IDEOLOGIA

Storicismo sociologico e materialismo storico rimangono an- s'avversano a vicenda. Ma questa è la funzione e il destino delle
cora legati, dunque, a soluzioni :filosoficamente arcaiche, perché ideologie. Esse sono sistemi chiusi ed esclusivi, quindi essenzial-
il primo non giustifica il punto di vista in cui si mette per abbrac- mente in conflitto fra loro. Non tollerano una critica speculativa,
ciare la molteplicità delle prospettive, e il secondo non esce dal non riconoscono che errori esterni, ignorano ogni altra confuta-
concetto dell'unicità e definitività della filosofia. Il primo ha iden- zione che non sia la lotta. Presentano come indiscutibile il pro-
tificato nel concetto di prospettiva sia le ideologie che le filosofie; prio principio, e non ammettono la possibilità di altri principi,
e ha operato questa identificazione in modo che gli è venuto a la cui esistenza è per loro non invito alla ricerca d'una compati-
mancare il punto di vista critico sulla molteplicità delle prospet- bilità, ma causa di critica negativa. La molteplicità delle ideo-
tive, punto di vista che non poteva essergli offerto che dal pen- logie non insegna il dialogo, la comunicazione, la collaborazione,
siero filosofico accuratamente distinto da quello ideologico. Il ma, quando non consigli il compromesso, la transazione, la com-
secondo ha operato la distinzione fra ideologia e filosofia, e quindi plicità, non ammette che fa lotta, l'opposizione, il conflitto.
ha criticamente raggiunto il punto di vista da cui guardare la E questo succede perché le ideologie sono per natura totaliz-
molteplicità delle ideologie; ma non l'ha potuto fare se non iden- zanti, cioè pretendono d'essere una visione completa e totale del
tificando filosofia e prassi, cioè risolvendo la filosofia nella prassi mondo. Ciò inerisce necessariamente al loro moìitp di concepire e
e considerando la prassi stessa come filosofia; il che significa di esercitare il pensiero, nel senso che tutte obbediscono a un .
ancora, sia pure involontariamente, concepire la :filosofia come ideale di esplicitazione completa, e quindi considerano la verità
unica e definitiva, e quindi tradire, in nome del pensiero prassi- come totalmente esplicitabile, cioè come possibile oggetto d'un
stico, la natura del pensiero filosofico, che in quanto tale richiede possesso esclusivo; donde lo spettacolo che nel campo ideologico
la pluralità delle filosofie. O per acritica confusione di ideologia ciascuno si ritiene l'unico detentore della verità e accusa di ideo-
e filosofia, o per estrema pragmatizzazione della filosofia, entrambi logia tutti gli altri. Il che è evidentemente una contraffazione e
hanno finito in pratica per ridurre il pensiero rivelativo e onto- una parodia dell'interpretazione della verità, la quale, pur essendo
logico a pensiero storico e tecnico, compromettendo cosl'. la spe- unica, nella sua inesauribilità può bene accomunare tutte le pro-
ranza che la fine delle ideologie comportasse un dialogo in cui spettive per diverse che siano, e istituirne una molteplicità che,
comporre i conflitti e la lotta. egualmente lontana dal semplice compromesso o dalla lotta dichia,
rata, è compossibilità, dialogo e comunicazione.
Si può pensare che per giungere a una sana collaborazione
10. La tecnicizzazione del pçnsiero aumentata dalla fine della basterebbe privare le ideologie di quel carattere totalizzante che
lotta delle ideologie. ne fa la contraffazione e al tempo stesso il surrogato della filosofia
o della religione. Ed è ben questo l'intento del sociologismo
Di fatto le ideologie rimangono, e continuano a lottare gagliar- odierno, quando per un verso, muovendo dalla concezione della
damente le une contro le altre. La stessa idea d'una integrazione scienza come pensiero neutrale, auspica che i programmi politici
delle prospettive diventa un'ideologia, nel senso almeno che si si conformino a una teoria politica o a una sociologia di carattere
serve del proprio programma per dar torto all'ideologia che non scientifico, e per l'altro verso, scorgendo nel carattere sempre
lo adotta. Il marxismo stesso finisce col presentarsi come ideo- piu técnologico della società odierna un assopirsi delle lotte ideo-
logia, anzi si rifrange in una molteplicità di ideologie, che persino logiche, preconizza una tecnicizzazione anche della vita politica,

120 121
VERITÀ E INTERPRETAZIONE FILOSOFIA E IDEOLOGIA

credendo in tal modo d'instaurare sotto l'insegna della scienza care il pensiero rivelativo, e soprattutto non attribuire al pensiero
una specie di vago liberalismo che assicuri un primato agli intel- rivelativo una qualsiasi funzione ideologica.
lettuali, e sotto gli auspici della tecnica una vita politica priva In primo luogo, se l'ideologia è un semplice surrogato della
di miti e di idee ma esperta di autocontrolli e di verifiche. filosofia, li dove c'è filosofia non c'è alcun bisogno di ideologia.
Ora è ben certo che in una società ispirata a questa neutralità Il custode della verità non ne ha bisogno, e non deve adoperarne
scientifica e a questa tecnicizzazione della politica verrebbero a il nome nemmeno per denunciare la differenza che lo divide dai
indebolirsi e ad estinguersi le ideologie come concezioni totaliz- seguaci di qualche ideologia, come quando incautamente parla
zanti e surrogatorie, e quindi si attenuerebbe e si spegnerebbe di « differenze ideologiche » che lo separerebbero da essi. Non
la lotta ideologica; ma si deve tener conto del fatto che ogni si tratta di « differenze ideologiche», ma di modo radicalmente
teorizzazione muove pur sempre da un intento speculativo, sia diverso d'intendere il pensiero, espressivo per gli uni e rivelativo
pure in forma incoativa e con esito contrario, e quindi, anche per gli altri. Accettare il nome di ideologia come piattaforma
se contraffatta, è sempre ancora suscettibile d'una redenzione comune di discussione è come perder la partita, perché significa
speculativa, e che persino il pensiero ideologico e storico si serve rinunciare a priori a difendere il punto fondamentale della
pur sempre di asserzioni filosofiche, anche se degradate, svuotate divergenza. :,;.,
e strumentalizzate; e alla luce di questa considerazione si vedrà In secondo luogo il custode della verità non deve in nessun
che quel programma sociologico, ispirato alla « neutralità » della modo permettere l'ideologizzazione della :filosofia. Per combattere
scienza e della tecnica, non farebbe se non portare a compimento le ideologie non basta ideologizzare posizioni di per sé non ideolo-
quella tecnicizzazione della ragione che, insieme con la storiciz- giche, come 1a filosofia o la religione, quasi che in tal modo fos-
zazione del pensiero, è l'esito estremo dell'oblio dell'essere e sero piu efficaci nella lotta; e, in generale, un'ideologia non si
combatte con un'altra ideologia. La filosofia non soltanto non è
dell'offuscamento della verità. Dal che appar chiaro che il punto
ideologia, ma, anzi, diventandolo cessa d'essere quella che è.
da colpire è piu profondo, e che, se la forza di seduzione delle
Già gli storicisti e i sociologi riducono tutto il pensiero a pen-
ideologie è aumentata se non addirittura istituita dalle loro pre-
siero espressivo e ideologico, sia che lo facciano per motivi scien- -, ,
tese totalizzanti, bisogna soprattutto evitare che sorgano equivoci
tifici e storiografici, come i vari storici delle idee e della cultura,
sul carattere ontologico della verità e confusioni fra pensiero
sia che lo facciano per motivi puramente politici, come i teorici
rivelativo e pensiero espressivo.
e i pratici della politica. A questo snaturamento del pensiero
-- :
:filosofico dobbiamo dunque aggiungere, col fine di combattere le
ideologie, una programmatica ideologizzazione della :filosofia? Se
11. Solo la filosofia come custode della verità rende possibile accade che il pensiero espressivo vuol sostituire il pensiero rive-
il dialogo. Iativo, e che le ideologie diventano surrogati di filosofie, non è
una buona ragione perché la filosofia discenda da sé al rango di
Lasciamo dunque che le ideologie seppelliscano le ideologie, ideologia, o si pretenda di ideologizzare il pensiero rivelativo.
e preoccupiamoci piuttosto della custodia della verità. E per far Solo se l'ideologia politica non vuol soppiantare la filosofia, e -, II
ciò è necessario non autorizzare neppure indirettamente che il solo se la filosofia non interviene direttamente nella politica, cioè
nome di ideologia venga in qualche modo adoperato per quali:fi- solo se ad ogni cosa vien restituita la sua funzione senza mutue

122 123
VERITÀ E INTERPRETAZIONE FILOSOFIA E IDEOLOGIA

invasioni o confusione di piani, solo cosi l'organismo recupera siero adeguato al momento e l'azione rivolta al successo. La
la salute. battaglia si vince solo sul piano filosofico, tant'è vero che i migliori
Non ci sono buone ideologie con cui combattere le cattive alleati del prassismo pampoliticistico sono i cosiddetti teorici
ideologie: le ideologie sono tutte cattive, e tutte false, perché dell'« impegno», i quali, proprio con l'accusare d'evasione i riven-
hanno tradito l'essenza del pensiero. La lotta contro le ideologie dicatori della funzione rivelativa e ontologica del pensiero, fini-
non si fa sul piano ideologico, ma sul piano della :filosofia, la scono per preparare quella tecnicizzazione della ragione ch'è
quale per vincerla non ha nessun bisogno di ideologizzarsi, perché appunto lo scopo dei prassisti.
in tal caso inevitabilmente la perderebbe: ciò che si tratta di Inoltre è proprio la filosofia, come pensiero rivelativo e onto-
combattere non è la singola ideologia, ma ciò che sta alla base logico, che rende possibile quel dialogo che invece il pensiero
del concetto stesso di ideologia, cioè la sostituzione del pensiero mistificante e strumentale delle ideologie non solo non permette,
rivelativo e ontologico col pensiero storico e pragmatico, espres- ma anzi esclude; dal che appare la forza esclusiva e polemica della
sivo e mistificante, strumentale e tecnico. La filosofia non ha biso- ragione storica e tecnica, e la forza unitiva e collaboratrice del
gno di ideologia perché è radicalmente incompatibile con le ideo- pensiero ontologico e rivelativo. La verità in quanto inesauribile
logie. In questo senso fra ideologia e filosofia non c'è passaggio: si offre a infinite interpretazioni, tutte solledtandole personal-
come l'ideologia non può e non riesce a trasformarsi in filosofia, mente e tutte egualmente aprendole al dialogo; il particolare, per
pur tentando di surrogarla, cosl'. la :filosofia non può e non deve quanto consapevole della propria storicità e parzialità, non si
trasformarsi in ideologia, pur impegnandosi a combatterla. offrirà mai alla compatibilità d'un accordo o all'apertura d'una
Ma la :filosofia, non per il fatto di sottrarsi al tentativo di comunicazione. C'è qui un apparente paradosso: sembra che le
ideologizzarla, rinuncia ad agire nel mondo. Il filosofo come tale filosofie debbano essere esclusive e in lotta perché totali, e invece
non è teorico del disimpegno, come vorrebbe chi lo accusa d'eva- sono compossibili proprio perché attingono la verità che in quanto
sione: decidersi per la verità richiede molto piu coraggio che sce- infinita rende dialoganti tutte le interpretazioni; sembra che le
gliere il successo; il pensiero rivelativo esige un impegno origi- ideologie possano essere compossibili in quanto parziali e · quindi
nario, con cui si consente all'essere anzi che rifiutarlo, e si accetta integrabili, e invece proprio la loro parzialità mascherata di tota-
di renderne testimonianza anzi che sacrificarlo alla storia; esige lità è la causa della loro continua lotta reciproca.
la chiara consapevolezza che tocca al tempo farsi degno di ascol- L'azione che la filosofia può esercitare nel mondo è appunto
tare l'eterno, non all'eterno di farsi udire dal tempo; esige una la realizzazione di quel dialogo che non è possibile sul piano
decisione radicale, con cui si fa della propria persona l'organo ideologico, ove per un verso il riconoscimento della molteplicità
per affermare la verità in modo accettabile al proprio tempo anzi delle prospettive rende impossibile adottarne una, e per l'altro
che il gerente dell'idea-forza che guida il tempo di cui è il pro- l'adozione d'un punto di vista esclude il riconoscimento di quelli
dotto, l'annunziatore d'un rinnovamento prima di tutto personale altrui. Criticare le pretese « totalizzanti » della filosofia e contrap-
anzi che il profeta d'una palingenesi soltanto terrestre. Certo, se porvi una « apertura » è rimanere vincolati a un ideale, sia pure
per combattere l'ideologia bisogna ideologizzare la filosofia, cioè rinnegato, di metafisica ontica e di esplicitazione razionalistica:
rinunciare al filosofo come tale, e considerarlo filosofo vero solo il concetto di pensiero rivelativo come interpretazione personale
se e in quanto milita come uomo politico, la battaglia è perduta, della verità inesauribile rettifica un estrinseco concetto di molte-
perché s'è compromessa la verità, rischiando di anteporle il pen- plicità in un piu profondo concetto di singolarità, in cui totalità

124 125
VERITÀ E INTERPRETAZIONE

e pluralità si trovano conciliate. Cosf sul piano della filosofia è


possibile fare la filosofia della :filosofia, mentre invece sul piano
delle ideologie è impossibile fare una Ideologienlehre. Infatti la
filosofia nasce come consapevolezza del rapporto ontologico, in
cui il nesso con la verità è totale e la formulazione che se ne dà II
è personale; il pensiero ontologico è l'unico che permetta · al pen-
siero :filosofico d'essere insieme filosofia della filosofia, cioè punto DESTINO DELL'IDEOLOGIA
di vista critico, consapevole e giustificato sulla molteplicità delle
filosofie, e quindi riconoscimento di personalità, alterità e inter-
soggettività delle prospettive, e filosofia, cioè presa di posizione, l. Equivocità del significato neutro o positivo dell'ideologia.
ripudio d'una neutralità pseudoscientifica, formulazione personale
e responsabile della verità; ed è cosf che solo nella :filosofia è In tutte le discussioni sull'ideologia regna il piu grande disac-
possibile ammettere le altre adottandone una, e quindi aprire cordo intorno al significato del termine. Ci sarebbe, sl'., un signi-
veramente le prospettive al dialogo. :ficàto primario e costante, consacrato da un riso ormai piu che
secolare, ed è quello che si potrebbe chiamare dispregiativo, par-
ticolarmente adatto a una forma di pensiero degradata e inferiore,
qual è di fatto l'ideologia quando la s'intenda come astrazione
concettuale destinata a coprire e insieme ad esprimere determi-
nati interessi, o quando la si consideri come teoria completamente
asservita alla politica o del tutto risolventesi in essa. Ma accanto
a questo significato spregiativo si è venuto via via affermando
nell'uso un significato neutro o tendenzialmente positivo, che non
solo non considera perniciosa quell'attenuazione dell'aspetto teo-
rico del pensiero che ha luogo nell'ideologia, ma anzi incoraggia
o addirittura esalta quella destinazione pratica e politica che ine-
risce essenzialmente al pensiero ideologico.
I sostenitori di questi nuovi significati, per dar credito alla
loro rivendicazione, devono sostenere che l'ideologia è la dimo-
strazione della fecondità pratica del pensiero e della potenza delle
idee nel mondo umano, contrapposte alla sterilità d'un pensiero
astratto e avulso dalla realtà e all'inutilità d'una filosofia accade-
mica e dimentica della vita. Per conto mio, rimango fedele al
primo significato, e penso che l'ideologia non sia che un caso
particolare del fenomeno piu generale - e malauguratamente
sempre piu diffuso - della storicizzazione e tecnicizzazione del

126 127
VERITÀ E INTERPRETAZIONE DESTINO DELL'IDEOLOGIA

pensiero, il cui esito è l'offuscamento della verità e l'abbandono rivela alcunché, ma soltanto esprime situazioni temporali, e per
del pensiero speculativo, in favore d'una ragione puramente tec- l'altro verso non è guida all'azione, ma solo strumento, sia pure
nica e strumentale o d'un'ibrida mescolanza e confusione di teoria tecnico e operativo, di essa.
e di pratica. Il primo tipo di pensiero è quello filosofico, mentre il secondo
Comunque sia, è chiaro che dal moltiplicarsi di significati è quello ideologico; e l'ideologia non è affatto una valida alterna-
cosi diversi ed equivoci riferiti ad uno stesso termine non pos- tiva alla filosofia, quando si voglia rimproverare alla filosofia una
sono nascere che malintesi e confusione. Accade ad esempio che presunta astrattezza e un preteso distacco dalla vita. È chiaro che
l'apparato concettuale delle « ideologie » venga considerato come una filosofia che sia veramente cosi astratta e distaccata non è
un sistema di « idee », e che la loro destinazione pratica venga degna del nome di filosofia, e nemmeno si può dire che abbia
considerata come una realizzazione di « ideali »: le ideologie veramente un carattere speculativo. Infatti la concretezza e l'at-
sarebbero sostanzialmente Weltanschauungen che si traducono in tacco alla vita la filosofia li raggiunge attraverso la verità, di cui
schemi pratici o in programmi d'azione politica; e non è chi non essa, se è degna del nome, è rivelazione sempre storica e perso-
veda quanto sia sommaria e confusa questa sbrigativa assimila- nale; si che ben piu concreta e feconda per l'uomo è la filosofia,
zione di termini cosf eterogenei come « idee », « ideali», Weltan- che in virtu della verità merita d'esser guida aJ.Ì~)g_zione, che non
schauungen, schemi pratici, programmi d'azione, e cosi via. In l'ideologia, che per aver tradito la verità non riesce che ad essere
una situazione del genere la :filosofia è chiamata a definire e chia- strumento dell'azione. Anzi, si può dire qualcosa di piu, ed è che
rire i termini della questione, e i filosofi mancherebbero a un il pensiero cosiddetto professorale e accademico non può se non
loro preciso dovere se, invece di portare un contributo di preci- rientrare nel pensiero ideologico, perché nella sua astratta e vuota
sione e di chiarimento, non facessero che aumentare la confu- concettualità, priva di contenuto, non può aver altro sostegno
sione, indulgendo all'abuso delle parole, magari con lo specioso che la situazione storica ch'esso inconsapevolmente a suo modo
., pretesto che il significato d'un termine deriva dall'uso che se ne esprime, né altra funzione che quella di razionalizzare interessi
~I
~1
fa, e che l'uso non si può avversare, ma soltanto accettare e che rimangono occulti e inconsci, ma non perciò meno presenti
ratificare. e operanti: la caratteristica piu appariscente del pensiero « acca-
'
' E, per parte mia, il chiarimento che in questa situazione la demico » è proprio la sua vacuità e astrattezza, e il modo piu
'' :filosofia deve fare è appunto quello di distinguere fra il pensiero evidente di riempire questo vuoto e quest'astrazione è di consi-
,.,
'
speculativo e il pensiero tecnico. Il primo è ben lontano dall'essere derarne l'apparato concettuale come mascheramento d'una cosid-
1 astratto, avulso dalla vita, « acc~demico », « professorale », perché detta « vita segreta ».
,,_
,. Alla luce di questa distinzione fondamentale fra pensiero spe-
I"'
è pensiero ontologico e rivelativo, radicato nell'essere e nella l~
.. verità; e se il suo carattere speculativo gli deriva dall'essere culativo e pensiero tecnico apparirà chiaro che non si possono ,,1!

veritativo, non è men certo che proprio in quanto veritativo esso facilmente assimilare all'ideologia le idee e gli ideali, le W eltan-
,,
,, è e riesce ad essere guida all'azione. Il pensiero tecnico, invece, schauungen e i progetti d'azione. Solo mediante una loro previa
,, è pensiero solo in apparenza, perché non fa che esprimere il suo degradazione le idee e le W eltanschauungen possono rivestire un
tempo e asservirsi all'azione o risolversi in essa, cioè il suo carattere ideologico, e solo attraverso una tendenziosa esaltazione
apparato concettuale non ha altro valore che espressivo e stru- si può pensare che le ideologie s'innalzino sino alla ricchezza d'un
mentale, storico e tecnico, e quindi per un verso non conosce né ideale e sino alla pregnanza d'uno schema pratico. Ciò che carat-

128 129
VERITÀ E INTERPRETAZIONE DESTINO DELL'IDEOLOGIA

terizza l'ideologia in quanto tale è il suo carattere radicalmente Inoltre la realtà storica è sempre molto complessa, si che
storicistico e tendenzialmente prassistico, il che non si può univo- in essa la distinzione non è sempre operabile in termini netti e
camente dire né delle idee e delle Weltanschauungen né degli precisi. Vi si trovano mescolati e confusi intenti speculativi e
ideali e dei programmi d'azione. Voler stemperare la distinzione intenti pragmatistici, cosf intimamente intrecciati fra loro da
ch'io ho proposto introducendo, accanto a un senso negativo potersi difficilmente separare e distinguere, giacché ogni teoriz-
dell'ideologia, anche un senso neutro o addirittura positivo, e zazione, anche se piegata a fini dichiaratamente e simulatamente
assimilando all'ideologia realtà cosi lontane da essa come quelle pratici, muove pur sempre da un'intenzione speculativa, e anche
che ho detto, significa attenuare l'urgenza del problema posto il pensiero ideologico consta di elementi concettuali, sia pure
dalla realtà delle ideologie, lasciarsi sfuggire l'interesse d'un pro- degradati e strumentalizzati. I concetti e le distinzioni elaborate
blema veramente filosofico, e per di piu concretissimo, emergente dalla filosofia hanno appunto il compito di chiarire e illuminare
dall'inquieta realtà del nostro tempo; significa insomma sostituire la realtà storica, nella misura in cui ciò è possibile nello stato
a concetti carichi d'una problematica genuinamente speculativa caotico e confuso in cui per la sua estrema complessità la realtà
nozioni troppo neutre e sbiadite perché possano interessare la storica si trova. ,,
filosofia. Del resto non è propriamente la definizione.~'Che deve servire
da criterio, ma la verità stessa, che si consegna al pensiero rive-
lativo e si sottrae al pensiero meramente espressivo, e in questo
2. Il problema della distinzione concreta fra ideologia e filosofia. senso è index sui; ma non si tratta - è chiaro - d'un criterio
esterno, che possa dall'esterno misurare e commisurare con esat-
Se mi si chiede - ciò che spesso m'accade - come si possa tezza le diverse teorie, assegnando incontestabilmente le une al
- ·:
fare, in concreto, a distinguere se un determinato pensiero è filo- campo del pensiero ontologico e filosofico e le altre a quello del
sofico o ideologico, cioè rivelativo e ontologico oppure espressivo pensiero ideologico e pragmatico; giacché la verità si presenta
e tecnico, rispondo che questa domanda non è filosofica. Anzitutto sempre e soltanto all'interno d'un'interpretazione, e 1f soltanto
da una definizione, per esempio da una definizione dell'arte, non può essere index sui. La verità si mostra solo a chi la sa vedere,
si attende per nulla che ne derivi automaticamente una divisione e vederla significa già darne una propria interpretazione; sf ch'essa
delle opere in belle e brutte, o in riuscite e mancate. Questa distin- non può agire se non come un criterio interno, e diciamo pure dop- ,,' ,
.,
wu:; zione, da farsi caso per caso e di volta in volta, è un atto singolo piamente interno, cioè insito, eventualmente, nella cosa stessa 1 il
di giudizio, la cui responsabilità non è imputabile alla definizione che si tratta di giudicare, e presente soltanto nell'interpretazione
assunta come criterio, ma alla persona che lo pronuncia, e che della persona stessa che deve giudicare, insomma inseparabile
appunto perciò è oggetto di continue revisioni e discussioni e di tanto dall'« oggetto» quanto dal « soggetto» del giudizio; il
frequenti contestazioni e smentite. In questo senso è assurdo pre- che, evidentemente, non è soltanto la posizione piu scomoda per
tendere di derivare dalla distinzione filosofica tra filosofia e ideo- raggiungere e assicurare l'incontrovertibilità d'una valutazione, per 1i:
lli,
logia uµ criterio infallibile per distinguere concretamente l'una la quale si richiede invece una netta distinzione e separazione fra
dall'altra nei casi determinati, e far risalire ad essa l'assegnazione oggetto giudicato, soggetto giudicante e criterio di giudizio; ma è
storka di questo o quel pensiero determinato alla filosofia o anzi un'occasione, e persino un invito, e addirittura un'istanza
all'ideologia. alla piu aperta discussione e alla contestazione piu dichiarata.

130 131
VERITÀ E INTERPRETAZIONE DESTINO DELL'IDEOLOGIA

Siamo ben lontani, come si vede, dalla disponibilità d'un cri. lativo e veritativo e riconoscerle soltanto un carattere tecnico e
terio che sia rigoroso in quanto rigido o infallibile in quanto pragmatico. La distinzione tra :filosofia e ide0logia è possibile
esterno; e nemmeno disponiamo di quel « regolo lesbio » di cui solo dal punto di vista della :filosofia, non dal punto di vista del-
tanto parla il Vico, cioè d'un criterio duttile e flessibile, che riesce l'ideologia; e cosf il carattere rivelativo del pensiero non appare
a ottenere la precisione solo evitando la rigidezza e accettando la se non a chi sa distinguerlo dal carattere espressivo; il che signi-
malleabilità. Qui siamo a un livello assai piu profondo, là dove fica che al livello dell'ideologia e della concezione tecnicistica del
la verità stessa incontra la libertà umana, insieme suscitandola e pensiero la questione dell'operatività di quella distinzione non
offrendolesi, e dove la libertà dell'uomo appare impossibile se sorge nemmeno, e che chi la fa sorgere, una volta proposta la
non come sede della verità: siamo alla radice stessa dell'interpre· distinzione, non può farlo se non per darvi o riceverne una rispo-
tazione, ch'è come dire della « rivelazione » e della « contesta- sta negativa.
zione>> insieme. Certo, l'uomo ha il grande sussidio d'essere sem·
pre in un certo qual modo nella verità, legato ad essa da un vin·
colo originario, che si concreta sempre storicamente, o attraverso 3. Deliberata confusione di filosofia e ideologia.
}!I
la situazione, purché ontologicamente orientata, o attraverso una !t:41

tradizione, purché continuamente rinnovata e rinfrescata; ma la Di fronte alla molteplicità dei significati del termine di ideo-
possibilità ch'egli ha di venir meno a questo rapporto, mediante logia, invece di ricorrere alla :filosofia per attingerne i dovuti chia-
quella libertà stessa che ve lo conferma, lo espone a quella pro· rimenti, si potrebbe assumere l'atteggiamento di dire che si tratta,
blematicità che non ha niente a che fare col dubbio, a quell'incer. in fondo, d'una semplice questione di parole. Ma usare una stessa
tezza che non ha niente a che vedere con l'equivocità, e che cleri· parola per significati diversi se non addirittura opposti è sempre
vano invece da quel nesso che, come s'è visto, nell'interpretazione sconsigliabile, perché . ingenera una confusione inutile e dannosa,
congiunge indissolubilmente insieme rivelazione e contestazione. e per di piu non risolve niente, dato che il compito della distin-
Ma chi chiede come si fa in concreto a distinguere se un deter· zione non solo non ne risulta evitato, ma anzi ne esce reso ancora
minato pensiero è filosofico o ideologico può essere forse indotto piu urgente e ineludibile. Meno che mai in questo caso si può
a tale domanda da una ragione piu sottile e piu precisa. Può darsi dire che si tratti solo d'una questione di termini: qui è in gioco
cioè che nelle definizioni e nelle distinzioni elaborate dalla filosofia addirittura il modo con cui s'intende la filosofia: se la filosofia
egli cerchi non tanto un contenuto di verità, quanto piuttosto debba esser concepita come unica e definitiva, oppure se debba
l'operatività, e quindi si dichiari disposto ad accettare la distin· esser ridotta a pura metodologia o a semplice tecnica, o se invece
zione sopra proposta fra pensiero rivelativo e pensiero espressivo possa esser concepita come insieme plurale e veritativa:
solo nella misura in cui essa sia operativa, cioè agevoli la formula- Ma appunto perciò non si può nemmeno trascurare la possi-
zione di adeguati giudizi storici. Ma è chiaro che questa riserva bilità che sia a ragion veduta che si vuol indicare con la stessa
è già una patente e flagrante violazione della distinzione proposta, parola due cose che a tutta prima appaiono eguali, e sono invece
perché accetta come essenziale al pensiero il solo carattere dell'ope· toto coelo diverse, anzi diametralmente opposte. In tal caso la
ratività e della pragmaticità. Sottoporre la distinzione tra filosofia plurivalenza del termine di « ideologia » avrebbe un intento piu
e ideologia al criterio dell'operatività significa già annullarla e profondo e un significato decisamente :filosofico, perché si trat-
ripudiarla, perché significa negare alla filosofia un carattere rive- terebbe allora di cercare quale problema si celi dietro la passi-

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VERITÀ E INTERPRETAZIONE DESTINO DELL'IDEOLOGIA

bilità o l'intenzione di usare una stessa parola per designare cose manifesta una tendenza purtroppo diffusissima al giorno d'oggi:
opposte, una di carattere chiaramente negativo e l'altra di carat- cioè la volontà di esaltare l'ideologia a filosofia e di abbassare la
tere almeno tendenzialmente positivo. Un illustre esempio di come filosofia a ideologia; la volontà di sacrificare il carattere rivelativo
una stessa e identica parola possa servire per indicare insieme una del pensiero al suo carattere meramente storico ed espressivo,
realtà negativa e una realtà positiva è l'uso del termine di « idea » cioè il suo nesso con la verità alla sua collocazione nel tempo;
in Dostoievski. Infatti per Dostoievski le idee possono essere o la volontà di mescolare pensiero e azione al punto da confonderli
divine o demoniache, cioè possono essere, come dice lo stariez fra loro, asservendo il primo alla seconda o addirittura risolven-
Zosima nei Fratelli Karamazov, quelle « semenze di altri mondi», dolo in essa; la volontà di politicizzare il pensiero, non solo nel
che « Dio ha seminato su questa terra coltivando il suo giardino », senso di dissolverlo in una forma di prassismo pampoliticistico,
oppure le idee che s'impossessano degli uomini, simili ai demoni ma anche nel senso di valutarlo soltanto nella misura in cui esso
che uscendo dall'indemoniato entrano nei porci, e l'intero branco si eriga - o pretenda di erigersi - a norma e guida dell'azione
si butta a precipizio nel lago, e li affoga, come suona il passo del politica.
Vangelo che serve d_a motto ai Demoni e che Stepan Trofimovic E purtroppo bisogna riconoscere che questa volontà di equi-
commenta prima di morire. Per Dostoievski le idee divine sono voco si insinua dappertutto, persino Jà dove m~p.o ci si aspette-
verità originarie e profonde, atte ad essere l'ispirazione costante rebbe di trovare una qualsiasi concessione a queste forme di sto-
d'un uomo e a costituire il compito di tutta la sua vita, capaci di ricismo, di sociologismo, di prassismo, cioè persino nei sosteni-
suscitare una dedizione in cui una persona s'impegna costruttiva- tori del carattere speculativo e rivelativo del pensiero filosofico.
mente affermandosi nella propria coerenza e nel proprio vigore; E giunge persino a imporsi, sia pure inconsapevolmente, a chi per
mentre le idee demoniache sono illusioni dell'uomo errante e coerenza non dovrebbe mai accettarla, come ad esempio al cri-
.JI, decaduto, costruzioni artificiali che sarebbe meglio chiamare « ideo- stiano, il quale, se fosse veramente fedele ai propri principi, non
logie » piuttosto che « idee », opinioni disperse e dispersive in dovrebbe mai parlare di « differenze ideologiche » che lo sepa-
cui la personalità dell'uomo si dissipa e si annulla, quando in;ece rerebbero dai seguaci di qualche ideologia, come ad_ esempio da
non si irrigidisca in un'individualità ostinata e proterva. E se comunisti o illuministi, e dovrebbe piuttosto parlare, se mai, di
Dostoievski ha designato con una sola parola due realtà cosi diverse « differenze dottrinali », giacché la religione non solo non è
della vita spirituale e storica non è per disattenzione o incuria, un'ideologia, non solo non ha bisogno di ideologizzarsi per rendere
ili ma è proprio per mostrare la natura ambigua e contraddittoria di piu efficace la propria lotta con le ideologie, ma anzi è radicalmente
lt tutte le cose umane, nelle quali sotto una sola apparenza si celano incompatibile con una qualsiasi ideologia, cioè con una forma
!!1 spesso realtà opposte, e ogni còsa può assumere l'aspetto del pro- di pensiero che ha rinunciato a ogni verità per non rivestire che
,,,1
prio contrario: espressione, questa, delle piu profonde concezioni un carattere storico, tecnico e pragmatico. E se il cristianesimo è
."',
.
",
,,.,,,
di Dostoievski sul carattere dialettico della realtà, sulla natura
antinomica dell'uomo e sull'esercizio umano della libertà .
chiamato a inserirsi nel mondo, ove deve animare una filosofia,
una moralità, un'arte, non per questo si ideologizza, perché lo fa
.,., Ora la compresenza di significati opposti nello ~tesso e iden- solo insediandosi nelle coscienze, ove non manca di operare un
,, tico termine di « ideologia », pur non nascondendo un problema rinnovamento totale, che in tutti i movimenti di intensa esperienza
cosi profondo come quello prospettato da Dostoievski, potrebbe religiosa è stato chiamato « rinascita»; e tale rinascita personale,
tuttavia essere il segno d'una deliberata volontà di equivoco, che lungi dal ridurre a mera tecnica o a pensiero puramente espres··

134 1.35
VERITÀ E INTERPRETAZIONE DESTINO DELL'IDEOLOGIA

sivo la filosofia o l'arte o la moralità, piuttosto le esalta e le rin- nella sostanziale ed esclusiva storicità e pragmaticità attribuita ad
vigorisce nella loro natura. ogni affermazione; e l'apparato concettuale delle ideologie è com-
E anche accade che si finisce per condannare il Croce persino posto da idee degradate e da concetti svuotati e da ragionamenti
in ciò che ha costituito il suo maggior titolo di vanto durante la strumentalizzati; e la fine delle ideologie implica la fine della spe-
sua lunga presenza nella filosofia italiana, cioè nella duplice e in culazione solo nella misura in cui l'ideologia è strettamente con-
fondo unica e indivisibile battaglia che coraggiosamente e inde- nessa con 1a filosofia, in quanto ne rappresenta la possibilità nega-
fessamente egli intraprese da un lato contro la filosofia astratta tiva, e solo nel senso che il pensiero tecnico e pragmatico fa parte
e vuota, e dall'altro contro la filosofia pragmatica ed empirica, di quegli impedimenti ed erramenti e sviamenti che rendono si:
quando con encomiabile e netta risolutezza diceva da un lato che vario e avventuroso, ma soprattutto accidentato e difficile, e per-
« lo studioso di filosofia, per esser veramente tale, non dev'essere sino impossibile, il cammino verso la verità. Ciononostante si può
puro filosofo, ma esercitare qualche mestiere, e prima di tutto anche dire che il primitivo intento speculativo che sta all'origine
il mestiere di uomo», e dall'altro di « provare disgusto, e qualche d'un'ideologia è ancora ritrovabile e riscattabile; e che con un
volta odio, per quelle filosofie che partoriscono immediatamente, opportuno trattamento sarebbe persino possibile rimediare a quello
dal loro grembo corrotto, le azioni e i programmi di azione scadimento e svuotamento dell'idea che avvienéti.nell'ideologia; e
pratica ». si potrebbe sempre far rivivere quell'esigenza di verità a cui in
qualche modo, sia pure in senso negativo, è connesso perfino
l'errore, giacché nella condizione umana a tal punto la verità è
4. Carattere non filosofico dell'ideologia. legata all'errore, che non è possibile eliminare la possibilità del-
1'errore se non con l'eliminazione pura e semplice della ricerca
Mi si può obiettare che ovunque c'è pensiero c'è, almeno della verità.
potenzialmente, filosofia, e quindi c'è filosofia anche nell'ideologia, Comunque sia, l'ideologia, anche se intesa come un tentativo
ch'è sempre pensiero, sia pure storico ed espressivo. La mia rispo- di filosofia, è un tentativo fallito, e quindi è, come ho detto, pen-
sta è: posso ammettere che l'ideologia è un tentativo di filosofia, sier~ inautentico e falsificante. Essa non giunge ad essere che
ma si tratta d'un tentativo completamente fallito, che si risolve contraffazione e parodia della filosofia: filosofia in veste carica-
in un vero e proprio tradimento di quella ch'è l'essenza del pen- turale, e quindi in forma negativa. E proprio per questa sua
siero filosofico, nel senso che il pensiero ideologico è pensiero natura mimetica e parodistica essa non è altro che un surrogato
ii inautentico e falsificante. della filosofia: filosofia simulata e falsificata, filosofia truccata e
Certo, all'origine di ogni teorizzazione c'è un intento specu- abusiva, e quindi; ancora, filosofia in forma negativa. Se è filosofia,
lativo, e son pur sempre idee e concetti quelli che costituiscono lo è non in forma germinale e incoativa, ma in forma soltanto
l'apparato concettuale d'un'ideologia; al punto che son persino conativa, anzi fallimentare: filosofia apocrifa e non autentica,
giunto a riconoscere che la fine delle ideologie porterebbe a com- pseudofilosofia, e quindi, ancora una volta, filosofia in forma
pimento la tecnicizzazione della ragione, e quindi implicherebbe negativa.
l'estinzione completa del culto della verità e la caduta di idee e
ideali e valori essenziali al significato della vita. Ma nell'impo-
stazione ideologica il primitivo intento speculativo si disperde

l36 137
DESTINO DELL'IDEOLOGIA
VERITÀ E INTERPRETAZIONE

5. « Weltanschauung», filosofia, ideologia. trae a una raziocinazione discorsiva solo in quanto è di là dalla
distinzione delle facoltà, e quindi in grado di alimentare indefini-
La :filosofia in forma incoativa non è propriamente l'ideolo- tamente ogni discorso razionale; che è la consapevolezza che
gia, ma la Weltanschauung, la quale contiene già germinalmente abbiamo di noi stessi solo in quanto è possesso originario dell'infi-
e potenzialmente tutta quella pienezza e ricchezza che il pensiero nito, e quindi rapporto diretto con l'essere: in una parola, ch'è la
filosofico svolgerà in una matura e compiuta consapevolezza. La dimensione ontologica dell'uomo e il suo accesso personale alla
Weltanschauung precede l'esercizio cosciente e intenzionale del verità.
pensiero, mentre invece l'ideologia ne è un risultato. Ciò signi- La Weltanschauung cosi intesa possiede non solo la ricchezza
fica che la Weltanschauung si trova in quel punto in cui rapporto di ciò ch'è incoativo, germinale, virtuale, ma anche l'autenticità
ontologico e situazione storica s'incontrano e si connettono indis- e la schiettezza di ciò ch'è originario, primigenio, sorgivo; e una
solubilmente, nel senso che il vincolo con la verità si concreta e filosofia non è altro che una Weltanschauung tradotta intenzional-
s'individua in una singola e personale interpretazione, e la situa- mente e consapevolmente in termini verbali e speculativi. L'ideo-
zione storica si conferma nella propria irrepetibilità aprendosi a logia, invece, è coeva della filosofia, e ne rappresenta l'alternativa
una dimensione ontologica; come accade nel « senso comune» negativa e tralignante: mentre la :filosofia traduà~, in termini spe-
quando non sia bonariamente stemperato in una forma di placid~ culativi quell'interpretazione personale della verità ch'è una W elt-
buonsensismo, ma vichianamente collocato in quella convergenza anschauung, mentre cioè la :filosofi.a ribadisce il vincol~ che lega
di singolarità e somiglianza, individualità e comunicazione, che personalmente l'uomo alla verità e conferma la dimensione onto-
indica la feconda compresenza della dimensione personale e della logica di tutto l'essere umano, invece l'ideologia nasce proprio
dimensione ontologica. come oblio dell'essere, offuscamento della verità, ripudio del rap-
porto ontologico, tradimento del vincolo originario. L'ideologia
. Altrettanto accade nel « mito », quand'esso sia inteso non
come soltanto primitivo e primordiale, ma invece e anzitutto non si limita ad essere filosofi.a dimidiata, annacquata, degradata,
come primigenio e originario, cioè come una prima e sorgiva cap- ma è la negazione stessa della filosofia: per essenza sua essa sorge
tazione del vero, ch'è indistinta e confusa non tanto perché sia come surrogato della filosofia, si che dove essa c'è non ci può
elementare e incoativa, quanto piuttosto perché è feconda e pre- essere filosofia, e dove c'è la filosofia non c'è piu posto per essa.
gnante, e in questo senso radice comune delle piu alte attività Filosofia e ideologia sono due termini d'una scelta, due possi-
umane, quali l'arte, la :filosofia, l'etica, la religione, che ad esso bilità d'un'alternativa: il pensiero, nel suo esercizio, si trova
attingono senza mai esaurirlo, . e che da esso si svolgono senza subito, sin dall'inizio, di fronte al dilemma d'essere una rivela-
mai sopprimerlo, e che, lungi dal mirare a sostituirglisi, piuttosto zione personale della verità, una conferma della dimensione onto-
ne invocano la continua presenza, ch'è per esse unica garanzia logica dell'uomo, un'affermazione del carattere veritativo della
d'un'alimentazione costante e d'un'ispirazione sicura. E cosi pure filosofi.a, oppure una semplice espressione del tempo,. una stru-
accade nel «cuore», quando questo termine sia pascalianamente mentalizzazione completa della ragione, una sua riduzione a tec-
spogliato da ogni carattere psicologico, affettivo, emotivo, senti- nica, metodologia, ideologia. .
menta!e, ma alluda invece a quella « facoltà dell'infinito », che ha Di fronte alla Weltanschauung il pensatore ha allora la · possi-
aspetti oscuri e latenti solo in quanto è visione totale e globale, bilità di elevarla a :filosofia o pervertirla in ideologia, a seconda
e come tale particolarmente illuminante e rischiarante; che si sot- che l'originario rapporto ontologico ch'essa contiene ne esca tiba-

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VERITÀ E INTERPRETAZIONE DESTINO DELL'IDEOLOGIA

dito dalla speculatività del pensiero :filosofico, o rinnegato dalla dal momento ch'essa muove dal presupposto di denegare l'essere e
completa tecnicizzazione propria del pensiero ideologico. Di fronte rinnegare la verità. Questo è un punto in cui il filosofo deve
alla Weltanschauung il filosofo è il « dotto }> che, lungi dall'am- abbandonare ogni atteggiamento irenico e ogni spirito conciliante,
mantarsi nella sua «boria», non fa se non recuperare con le perché qui ci troviamo veramente di fronte all'errore.
parole e col pensiero ciò che l'uomo piu semplice sa già e che
l'uomo comune può dire solo con la vita, dimostrando con oppor-
tuna evidenza ciò che Pascal ha profondamente enunciato a pro- 6. Realtà positiva del male e del!' errore.
posito delle « scienze che hanno due estremi che si toccano »,
nel senso che « le grandi anime, avendo percorso tutto lo scibile », Ottimismo e irenismo inducono spesso ad accentuare nel-
ritornano dottamente a quell'ignoranza gravida di sapere donde l'uomo solo gli aspetti positivi, anzi ad affermare che nell'uomo
erano partite. Di fronte alla Weltanschauung l'ideologia sembra c'è sempre positività; donde in tutti i tempi le note teorie intese
invece rappresentare l'atteggiamento del « semidotto » di cui a fare scomparire, come in un gioco di bussolotti, l'errore e il
parla Pascal: « Tra i due estremi si trovano coloro che sono usciti male, o perché sarebbero momenti dialettici n,~cessari alla verità
dall'ignoranza naturale, ma non sono potuti giungere all'altra : e al bene, o perché non si sostengono da sé, e debbono in qualche
hanno una certa infarinatura di scienza presuntuosa e fanno i modo esser sorretti dalla verità e dal bene, se non altro prenden-
saputi. Costoro mettono a soqquadro il mondo e giudicano a done l'apparenza o assumendone l'intento, giacché non sembra
sproposito di ogni cosa». E non è a caso che proprio nei Demoni, seriamente verisimile che l'uomo possa volere il male e l'errore
che si può in realtà considerare come il romanzo-tragedia dell'ideo, consapevolmente e intenzionalmente. Qui s'aprirebbe la via a una
logia, e che come tale non può venir trascurato da nessuno che si discussione sulla realtà dell'errore e del male, che per essere non
occupi seriamente del problema dell'ideologia da un punto di dico esauriente, ma appena sufficiente, esigerebbe di per sé un'in-
'• vista filosofico, Dostoievski condanna la « semiscienza »: « La terminabile trattazione. Mi limiterò ai rilievi seguenti.
semiscienza è il piu terribile flagello dell'umanità, peggiore della Per quanto riguarda la possibilità di eliminare l'errore e il
peste, della fame e della guerra, ignoto prima del nostro secolo. male facendone momenti dialettici necessari alla verità e al bene,
La semiscienza è un despota quale non era ancora mai apparso. è da osservare anzitutto che l'esito positivo ch'essi possono avere
Un despota che ha i suoi sacerdoti e i suoi schiavi, un despota è del tutto esterno al loro carattere di falsità e di malvagità, non
;.:: dinanzi al quale tutti si sono inchinati con amore e con una super- essendo per nulla il risultato d'un loro processo interno o la coe-
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stizione sinora inconcepibile;, dinanzi al quale trema anche la renza d'una logica ad essi immanente, al punto che nelle conce-
stessa scienza; trema e gli indulge vergognosamente ». zioni trascendentistiche la possibilità di trarre il bene dal male,
Il filosofo, dunque, è il dotto che ritrova ciò che l'indotto sa oltre che esser del tutto fuori dalla portata dell'uomo, è in Dio
originariamente, e l'ideologo è il semidotto che rinnega, tradisce, una dimostrazione quanto mai eloquente della sua onnipotenza.
traligna. L'ideologia è insomma tradimento e oblio: della verità È da osservare in secondo luogo che non si può scambiare per
essa non conserva piu nulla, nemmeno l'esigenza. Dire che ovun- un'integrazione dialettica il fatto che la formulazione umana del
que c'è pensiero c'è filosofia, e quindi anche nell'ideologia, è otti- vero contiene sempre la possibilità dell'errore e la pratica umana
mismo a tutti i costi, perché significa non rendersi conto che del bene suppone sempre la possibilità del male, perché ciò fa
nell'ideologia il pensiero è assunto proprio per negare la filosofia, parte di quella situazione di inse:curitas, di precarietà e di rischio

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in cui consiste il carattere essenzialmente tragico della condizione t1c1 e generosi, ma anche il male nel bene, come quando la tra-
umana, incapace di realizzare il positivo se non con un atto che volgente potenza della conversione si riveda e s'annunzia proprio
.contiene la costante ed effettiva possibilità del negativo, al punto ·nell'animo del piu ostinato peccatore, o come quando, barthiana-
che la soppressione della possibilità del male non sarebbe possi- mente parlando, accade d'incontrare l'estasi nel trivio.
bile che come soppressione della stessa libertà, doè dell'unica
fonte di cui l'uomo dispone per realizzare il bene e raggiungere
un merito. 7. Irrimediabile negatività dell'ideologia.
Per quanto riguarda la possibilità di eliminare l'errore e il
male in base alla necessità in cui essi si trovano di farsi sorreggere Ebbene, con l'ideologia ci troviamo proprio di fronte all'er-
dalla verità e dal bene, prendendone l'aspetto o estorcendo il con- rore e al male, in tutta la realtà effettiva della loro forza nega-
senso deIIa mente o della coscienza, basteranno le due seguenti tiva: in mancanza di tutto il resto, basterebbe la presenza del-
osservazioni. In primo luogo ciò fa parte del carattere necessa- l'ideologia nell'età contemporanea per convincerci della realtà ine-
riamente parodistico e simulativo dell'errore e del male, che sono ludibile dell'errore e del male, e della loro terribile efficienza nel
costituzionalmente contraffazioni e caricature della verità e del mondo dell'uomo. Lasciamo per il momento l'ispetto di male per
bene, e appunto per questo tanto piu distruttivi e degeneri; e concentrare l'attenzione sull'ideologia come errore. La tentazione
tale travestimento dimostra una volta di piu la loro negatività, di negare l'errore sorge anzitutto dall'esigenza di tener conto della
perché non c'è nulla di piu diabolico che negare l'esistenza del storia, al punto che per lo storicismo e il sociologismo l'errore
diavolo, e quindi nulla di piu negativo che strumentalizzare il non esiste, giacché ogni forma culturale è considerata con l'unico
bene e la verità come maschera e alibi del male e dell'errore, che criterio della sua adeguazione al momento e all'ambiente storico
li si servono di questa dissimulazione per introdursi meglio e per in cui essa vive e da cui essa sorge; e in secondo luogo dall'esi-
rendersi accettabili, allo stesso modo che l'Anticristo deve assu- genza di accentuare la positività dell'uomo, al punto che per l'ot-
mere l'aspetto del Cristo, e che il potere delle tenebre si presenta timismo l'errore finisce per avere un'esistenza tutt'al piu materiale
come l'angelo della luce. In secondo luogo tale carattere parodi- e oggettiva (ammesso che ciò si possa dire), perché soggettivamente
stico dell'errore e del male dipende ancora dalla tragicità della esso non può esser affermato che come verità, e razionalmente
condizione umana, quale si esprime nella natura ancipite e contrad- basterebbe la fondamentale esigenza umana di verità per redi-
dittoria dell'uomo, preso fra gli opposti e teso fra gli estremi, merlo attraverso una vicenda di correzioni e d'integrazioni. In
sempre in preda aIIa dilacerazione ch'essi gli impongono e tut- tal modo l'errore scompare del tutto, e al massimo si presenta
tavia sempre tentato di confonderli insieme e di mascherarli gli come l'inadeguato, l'anacronistico, il parziale, il provvisorio, o
uni con gli altri: la natura umana è di per sé stessa ambigua, altro che sia.
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capace di nascondere il bene· sotto le apparenze del male e di Certo, nulla di piu comodo e di piu confortante che affermare
camuffare il male con le fattezze del bene, e anzi di mescolare l'inesistenza dell'errore; al punto che, se veramente esiste una
bene e male nella motivazione d'uno stesso atto, che dunque non « filosofia consolatoria ed edificante», degno oggetto degli strali
è né meno buono che cattivo né meno cattivo che buono, a seconda ironici dello spirito odierno, cosf critico e disincantato, essa con-
del punto di vista; e persino di capovolgere non soltanto il bene siste proprio nell'ottimismo razionalistico, e soprattutto in quello
nel male, facendo tralignare pure gli slanci originariamente auten- storicismo tendenzialmente o dichiaratamente sociologistico ch'è

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la base piu o meno consapevole di gran parte della cultura con- e strumentale, è pensiero, e per di piu pensiero esercitato proprio
temporanea. Ma l'errore esiste, ed è il pensiero inautentico, il per negare ·il pensiero ontologico e rivelativo, per negare la verità
pensiero che si esercita come pensiero proprio per negarsi come cui è originariamente vincolata la persona, per negare la filosofia
tale, il pensiero puramente espressivo, storico, tecnico, strumen- come recupero verbale e speculativo di quel pensiero rivelativo
tale, quale ho definito sopra, e quale si presenta, fra l'altro, nel- e di quel vincolo originario. . . .
l'ideologia. Mi sia permesso, dunque, di considerare il mio modo Insomma, l'errore e il male non sono mere approssunaz1on1
di concepire la dimensione ontologica dell'uomo - come vincolo tentative al vero e al bene, o semplici degenerazioni e indebo-
originario di persona e verità, e quindi come pensiero ch'è insieme limenti di essi, ma sono rispettivamente pensiero, sia pure dege-
rivelativo ed espressivo, ontologico e storico - come l'unico modo nere, esercitato apposta per negare il vero, e libertà, sia pure dimi-
di tener conto della storia senza venir meno alla necessità di muita, esercitata apposta per negare il bene: instaurazione positiva
riconoscere l'esistenza dell'errore, o come l'unico modo di ammet- d'una realtà negativa e uso negativo di facoltà positive; efficienza
tere la realtà dell'errore senza per questo dimenticare la mute- di forze negative e perversione di possibilità positive; insomma,
volezza e varietà delle situazioni storiche, o come l'unico modo tale intreccio di positività e negatività, per cui .~ntrambe, invece
di conciliare la pluralità dell'interpretazione con la distinzione di elidersi, si potenziano, in modo che la negati1ità, lungi dall'es-
fra vero e falso. sere positività incompleta e dimidiata, riceve dalla positività un'ul-
Infatti il pensiero puramente espressivo, storico, tecnico, stru- teriore carica di efficienza, e la positività, capovolgendo il proprio
mentale è veramente errore in senso radicale e profondo. Non segno, serve soltanto a mutare la negatività, quando sia debole
che sia errore in quanto sia una semplice approssimazione parziale e pavida, in aperta e dichiarata distruttività.
e provvisoria al vero, un puro tentativo, piu o meno riuscito, Contro l'irenismo (e l'eclettismo che logicamente ne deriva)
di coglierlo o formularlo, un mero fallimento sulla via d'una ricerca dell'ottimismo razionalistico, e contro il tecnicismo in cui sfocia
di per sé precaria e incerta. Né che sia errore come attenuazione necessariamente lo storicismo sociologistico, la posizione che ho
e indebolimento, frantumamento o dissipazione della verità, quasi proposto è drammatica, e quindi piu consona alla tragicità della
una verità già posseduta, ma ora affievolita, sbiadita o in via di condizione umana: l'uomo ha a che fare con la realtà del male
~ecomposizione. Quel tipo di pensiero è invece, francamente e e dell'errore e con la distruttività demoniaca che ne consegue, e
risolutamente, offuscamento e oblio, dimenticanza e abbandono la situazione incerta e precaria in cui egli si trova non è sanata
della verità, allontanamento da essa e avversione ad essa: è pen- dall'impersonale vicenda in cui il pensiero tecnico prova e cor-
siero che si esercita come pe_nsiero proprio per tradire, rinnegare, regge sé stesso, ma richiede impegno personale, lotta deliberata,
;jl abolire la verità, proprio per sostituirsi ad essa, proprio per dichia- decisione consapevole, che può condurre alla conquista e alla vitto-
J]l
rarne la fine e l'inutilità. Né si dica ch'esso è errore solo in quanto ria solo attraverso il rischio costante della perdita e della sconfitta.
non è nemmeno piu pensiero, non sembrando degno del nome di
pensiero un discorso puramente storico, tecnico e strumentale·
con ciò_ non si fa altro _che ridurr~ l'errore, ancora, a un semplic; 8. Aspetti falsamente positivi dell'ideologia e loro denuncia.
affievolimento della verità. Certo, 11 nome di pensiero si può attri-
b_uire ~n senso proprio e comple~o solo al pensiero ontologico e Se le cose stanno in questi termini, non interessa andar cer-
t1velat1vo; ma anche questo pensiero, espressivo e storico, tecnico cando istanze e aspetti positivi nelle ideologie. B chiaro che di

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fatto, nella realtà storica deIIa convivenza umana, bene e male i tempi, in quanto mira al successo, in quanto è una concezione
si mescolano, tentativo e riuscita si frammischiano, ricerca e fal- completamente esplicitata e tendenzialmente totalizzante; ma que-
limento si confondono, si. ch'è sempre possibile, alla mente com- sti tre caratteri non sono altro che la contraffazione di tre caratteri
prensiva dello storico, vedere spunti di bene nella realtà del male del pensiero rivelativo, il quale tien conto dei tempi non per per-
e viceversa, come ho già rilevato. Ciò che qui importa mettere seguirli, ma per farne una via d'accesso alla verità, cioè un'inter-
in chiaro è che la nettezza della definizione filosofica è la sola che pretazione sempre nuova e diversa di essa; e s'impegna in una
sia in grado, proprio per la sua precisione scevra di confusioni, decisione non per scegliere la via del successo, ma per rendere
di gettare un po' di luce nella complessità del mondo umano. E testimonianza alla verità; e mira alla totalità non per farne il
allora si vedrà ch'è pur vero che anche il pensiero ideologico risultato d'un'esplicitazione compiuta, ma considerandola come una
attesta in qualche modo la verità, alla quale è legato con un rap- fonte inesauribile a cui attingere i propri contenuti.
porto sia pure negativo; ma appunto per questo la attesta allo Né si può dire che elemento positivo del pensiero ideologico
stesso modo che persino il male può essere in qualche maniera, e sia la sua razionalità, per quanto vuota, o la sua universalità, per
se non altro per contrasto, testimonianza del bene; e soprattutto quanto apparente, cioè quel carattere di razionale coerenza e di
si vedrà ch'è ancora ottimismo riportare al vero l'efficienza delle sperimentazione tecnica che il suo indispensa1:H1e apparato con-
ideologie e al pensiero la loro forza d'attrazione, come se ovun- cettuale e la sua costitutiva intenzionalità pragmatica gli confe-
que c'è efficienza e seduzione ci debba necessariamente essere riscono necessariamente. Questa razionalità vuota e puramente
qualcosa di positivo, di vero, di genuino. Non bisogna credere che pragmatica non è un elemento positivo, perché anzi è ciò che
l'efficienza e la seduzione siano soltanto del vero e del bene· anzi rende il pensiero ideologico ancor piu mistificante, limitandone la
a guardar bene esse sono proprie del pensiero tecnico e strumen-' ' funzione a quella di razionalizzare una storia segreta e di dissimu-
...,·Il tale, che mira appunto al successo e alla diffusione; mentre invece lare una destinazione pratica. Ciò che conta non è la ragione, ma
a! vero e al bene si addicono piuttosto l'efficacia e la persuasione, la verità: senza verità la ragione diventa pura espressione o mera
cioè il valore, anche se rinnegato e disconosciuto, e la convinzione, tecnica; il che ·significa ch'essa rimane prigioniera della sterile
ch'è sempre strettamente personale e insostituibile. antitesi di razionalismo e irrazionalismo. Infatti, se razionalismo
Un'idea può essere potente anche se non è parola di verità; è la pretesa dell'esplicitazione completa del discorso, l'ideologia
... e i figli delle tenebre sono pi6. accorti dei figli della luce; donde reclama necessariamente un esito razionalistico, perché compren-
,~Y!i il maggior successo, anche se passeggero e momentaneo, delle ideo- derla significa demistificarla, cioè dichiararne il sottinteso, e quindi
logie rispetto alla filosofia genuina, che esercita il suo influsso sui annullarne la storia segreta portandola alla completa esplicita-
singoli piuttosto che sulle folle, sulla cultura disinteressata piut- zione; e se la ragione priva di verità sfocia in un'utilizzazione pura-
tosto che nel mondo tecnico e politico, sul lungo corso del tempo mente pragmatica o in un esercizio meramente tecnico del pen-
piuttosto che nell'effimera incandescenza dell'istante. E come l'ef- siero, essa ha un esito inevitabilmente irrazionalistico, e questo
ficienza e la seduzione sono la parodia dell'efficacia e della persua- è appunto il caso dell'ideologia, che proprio come espressione
sione, cosi. esse derivano dalla natura simulativa del pensiero del tempo diventa strumento d'azione.
ideologico: non dalla verità, ma dalla contraffazione della verità· Insomma, la ragione senza verità, dopo aver rasentato l'estre-
· non dal pensiero, ma dalla perversione del pensiero. Il pensier~ mo razionalismo dell'esplicitazione completa e dell'autocorreggi-
ideologico è efficiente e seducente soprattutto in quanto segue bilità del pensiero, non tarda a sfociare nell'irrazionale, perché

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è pensiero soltanto storico o tecnico, in cui non basta la criticità e la sua espressività compare solo con un'opportuna demistifica-
della demistificazione e della sperimentazione a preservarlo dal zione. La demistificazione può certamente avere il suo avvio in
potente irrazionalismo dello storicismo sociologico, del prassismo un'ideologia avversa a quella in questione, che proprio per com-
pampoliticistico e dell'empirismo radicale. batterla ne denuncia il sottinteso; ma può trovare un adeguato
Né si dica che anche il pensiero ideologico ha un carattere rive- approfondimento soltanto in un punto di vista superiore al piano
Iativo, ·nel senso che rivela almeno il tempo di cui è espressione. delle ideologie e della loro lotta reciproca; e il suo compimento
Ammettere che l'ideologia possa rivelare o anche soltanto illumi- lo può conseguire soltanto nel pensierò ontologico, che abban-
nare il tempo di cui essa è insieme ritratto e consapevolezza, pro- dona la limitatezza della demistificazione per la profondità dell'in-
dotto e strumento, significa non rendersi conto della natura esclu- terpretazione. Una conoscenza veramente penetrante si ottiene solo
sivamente espressiva e pragmatica, e quindi non veritativa, del- con l'interpretazione; ma dove c'è interpretazione c'è pensiero
l'ideologia. Anzitutto della verità non c'è che rivelazione e del veritativo, dimensione ontologica, vincolo di persona e verità.
tempo non c'è che espressione, e la rivelazione non può essere Né l'espressione pura e semplice né la demistificazione pos-
che della verità cosI come l'espressione non può essere che del sono dunque essere conoscenza, comprensione, penetrazione del
tempo; né si possono scambiare i termini, perché parlare di rivela- tempo, perché l'espressione è necessariamente I,'dissimulazione e
zione del tempo significherebbe considerarlo non come via d'ac- mascheramento, e la demistificazione è soltanto denuncia dell'ir-
cesso, quale soltanto può essere, ma come origine, quale certa- razionalità della vita segreta e sottintesa e tentativo di raggiun-
mente non è, e parlare di espressione della verità significherebbe gere la totalità dell'esplicitazione; solo l'interpretazione può dire
abbassarla alla stregua d'una base umana o infraumana, sociolo- la verità sul tempo, e può farlo perché è una forma di conoscenza
gica o psicologica o naturale che sia, col risultato di onticizzare rivelante, che ha a che fare con la verità, cioè con l'inesauribilità
la metafisica in una forma di panteismo o di naturalismo. dell'origine e con l'infinità dell'implicito.
Inoltre la verità sul tempo non può apparire che nel pensiero
'"
,,Q1 rivelativo, cioè in quel pensiero che nell'atto che accede alla verità
esprime anche il tempo. La verità sul tempo si consegue solo 9. Carattere non ideologico della filosofia.
se si fa del tempo la via d'accesso alla verità. Il pensiero sola-
mente espressivo è necessariamente falsificante e mistificante: L'obiezione precedente può essere espressa anche in altra for-
esprime il tempo solo in quanto lo dissimula, anzi non ha altro ma, ch'è la seguente. L'ideologia è cosI lontana dall'essere una
modo di esprimerlo che quello di dissimularlo. Non si tratta qui realtà soltanto negativa, che come ovunque c'è pensiero c'è :filo-
di quell'occultamento ch'è accompagnamento necessario della rive- sofia, e quindi c'è :filosofia anche nell'ideologia, cosI la filosofia
lazione: quando si tratta dell'inesauribile, e quindi dell'implicito, stessa ha un carattere e un aspetto ideologico: come c'è un mo-
si deve certamente dire che non c'è palesamento senza latenza, né mento rivelativo nell'ideologia, cosi c'è un momento ideologico
apparizione che non abbia un carattere d'illuminazione intesa nella filosofia. Insomma, se è vero che il pensiero rivelativo è
' piut-
a dissipare l'oscurità nell'atto stesso di emergerne. Si tratta sempre anche espressivo e storico, molteplice e personale, situato
tosto del fatto che l'espressione stessa prende la forma della dissi- e interpretante, bisogna ammettere che la filosofia, nella storicità
mulazione, e che la stessa dissimulazione acquista un carattere di che le deriva dalla condizione umana di ricerca, ha sempre inevi-
espressione; SI che l'ideologia esprime il tempo solo falsificandolo, tabilmente un aspetto ideologico. Lo spirito di questa obiezione,

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DESTINO DELL'IDEOLOGIA
VERITÀ E INTERPRETAZIONE

se giudico bene, è il seguente: sia che si consideri non solo il aver escluso che la storicità e l'espressività di cui si tratta sia
carattere espressivo della filosofia, ma anche il suo carattere ideo- quella ch'è liberamente assunta dalla persona come via d'accesso
logico, come qualcosa di sostanzialmente positivo, che qualifica il alla verità, cioè sia la situazione storica nella sua apertura onto-
pensiero in quanto tale, sia che si consideri non solo il carattere logica e nella sua possibilità rivelativa; insomma soltanto dopo
ideologico della filosofi.a, ma anche il suo carattere espressivo, aver assodato che si tratta di quella storicità in cui la persona
come qualcosa di difettivo e di manchevole, che sarebbe meglio rimane chiusa nel suo tempo, e di quell'espressività in virtu della
non ci fosse, in entrambi i casi ciò che si vuol mettere in luce quale il pensiero s'identifica con la stessa situazione storica.
è anzitutto che l'uomo non raggiunge la filosofia come pura razio- La distinzione ch'io propongo fra pensiero rivelativo e pen-
nalità, e in secondo luogo che l'aspetto ideologico del pensiero siero espressivo è, per parlare in modo piu preciso, fra pensiero
s'identifica senza residuo col suo aspetto espressivo e storico. ch'è anzitutto rivelativo e pensiero ch'è soltanto espressivo: il
Ora, debbo dire che tale obiezione trascura il punto centrale primo è insieme ontologico e personale, e quindi schiettamente
della posizione ch'io propongo e sostengo, cioè l'affermazione del filosofico, mentre il secondo è meramente storico e pragmatico,
vincolo originario di persona e verità, del carattere inseparabil- e quindi ideologico o tecnico. Il pensiero rivel~tivo non può non
mente rivelativo ed espressivo del pensiero filosofico, della natura essere anche espressivo; e ciò accade in virt~, della solidarietà
indivisibilmente personale e ontologica del discorso veritativo. originaria fra persona e verità, in base alla quale la verità è acces-
Da quanto io prop_ongo risulta in primo luogo che la filosofia, in sibile e formulabile soltanto attraverso un insostituibile rapporto
quanto sempre personale, e quindi anche storica ed espressiva personale; il che implica che il pensiero rivelativo contiene ne-
oltre che rivelativa e ontologica, non ha affatto il àrattere d'una cessariamente un elemento storico e pratico, ma non perciò stori-
pura razionalità e d'un'esclusiva logicità; e che perciò la polemica cistico e prassistico, quale solamente un pensiero non ontologico
ch'io conduco contro l'ideologia non è fatta per nulla in nome d'un e non rivelativo potrebbe avere, in quanto meramente temporale
« angelismo intellettualistico » o in base al mito razionalistico e dichiaratamente pragmatico. E infatti ci può essere un pensiero
del pensiero puro impersonale o spersonalizzato; giacché delle esi- soltanto espressivo, cioè un pensiero che rinuncia deliberatamente
genze della situazione storica e delle persone viventi ho tenuto alla verità e accetta di lasciarsi qualificare esaurientemente dalla
gran conto nel concepire la stessa filosofia, considerandola come storicità: in esso l'elemento storico e pratico non è piu via d'ac-
una rivelazione personale del vero, la quale dipende dal modo cesso alla verità o possibile apertura ontologica, ma è assolutizzato
con cui liberamente la singola persona prospetta la propria situa- in sé stesso, diventando in tal modo dichiaratamente storicistico
zione storica. Da quanto propongo risulta in secondo luogo che e prassistico, e quindi tipico del pensiero ideologico e tecnico.
in nessun modo si possono considerare come sinonimi i termini di Da questa impostazione derivano alcune conseguenze, fra le
« ideòl?gico » e di « espressivo », perché l'espressività, e quindi quali desidero per il momento sottolinearn_e particolarmen~e, due.
la storicità e la molteplicità, ineriscono anche alla filosofia ch'è La prima conseguenza è che solo nel pensiero ~los_ofìco, cioe n~l
pensiero ontologico e rivelativo, e acquistano un significato' ideo- pensiero ch'è di per sé ontologico e personale ms1eme, espressi-
logico soltanto quando sono isolate in sé stesse, svuotate della vità e rivelatività sono inseparabili e indivisibili, mentre invece
verità e private della dimensione ontologica; sf che ove cade il pensiero ideologico e tecnico deriva appun;o ~a. un'~busi~a
opportuno l'uso dei termini di « storico » e di « espressivo » non separazione dei due aspetti, conseguente a un ~sphc1ta 1 rmuncia
è possibile sostituirli col termine di « ideologico » se non dopo all'aspetto rivelativo. La seconda conseguenza e che 1 elemento

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storico e pratico, situativo e molteplice, individuale e sociale, non di persona e verità e al rapporto ontologico il carattere dell'inter-
è negativo di per sé, perché mentre per un verso può essere posi- pretazione significa appunto questo: accedere alla verità a partire
tivamente assunto in una dimensione ontologica, come possibile dalla concretezza della situazione storica e rendere la verità par-
apertura alla verità, e quindi come punto di partenza per un'in- lante all'ascolto del tempo.
terpretazione personale del vero, il che accade appunto nel pen- · Perciò chiedere alla :filosofia di scendere nel tempo e di acco-
siero filosofico, per l'altro verso diventa negativo soltanto se appare starsi alla vita palpitante è domanda inutile e superflua, direi per-
come una limitazione inevitabile o come una chiusura invalicabile, sino offensiva; perché se è una filosofia degna del nome, essa è
il che accade precisamente nel pensiero ideologico, che si svuota già nel tempo e nella storia, e dalla storia e dal tempo ha già
della verità soltanto per riempirsi di tempo, che si libera dall'es- accolto quanto ne poteva e ne doveva accogliere, e nel tempo
sere soltanto per rendersi mancipio della situazione, che rinuncia e nella storia già agisce ed opera nel modo che le si conviene e
all'origine soltanto per disperdersi nell'istante; che, insomma, che le è proprio. E dire che la filosofia per concretarsi nella sto-
incapace d'intendere come alla stimolazione originaria non ci sia ria e insediarsi nella vita umana ha bisogno dell'ideologia è un'af-
che la libertà che possa dar risposta, e di capire quanto d'instabile fermazione che non tien conto del fatto che il pensiero non può
e d'incerto contenga questo consapevole e responsabile rapporto esser rivelativo se non è insieme espressivo e st~ico, e che all'in-
con l'essere, vede nella verità nient'altro che l'estremo della costri- serimento della filosofia nella storia e alla qualificazione storica
zione e dell'oppressione, e quindi le preferisce di rimbalzo l'altro della filosofia non è affatto necessaria quella storicità ed espressi-
estremo, cioè l'effimero e l'arbitrario. vità e praticità assolutizzata ch'è tipica dell'ideologia: la :filosofia
è già di per sé storica e vitale, personale e molteplice, situata e
attiva, espressiva e operante. Dirò di piu: solo se la si concepisce
10. Concretezza della filosofia autentica. razionalisticamente e angelisticamente come pura razionalità im-
personale sembra poi necessario, per concretarla nel tempo e inse-
La polemica contro l'ideologia non intendo dunque farla in rirla nella vita, renderla incandescente al fuoco dell'ideologia, e
nome di una filosofia razionalistica e impersonale, « angelistica » concepire l'ideologia come « la forma palpitante » dell'e~istenza
e dimentica della vita umana, appunto perché non posso concepire storica dell'uomo, e considerare inevitabile alla convivenza umana
la fi!osofia se non come pensiero che ha un solo modo d'esser una « struttura ideologica »; perché allora, non adempiendo la
rivelativo e d'accedere alla verità: quello di convertire la situa- filosofia la sua funzione né realizzando essa la sua essenza, è neces-
zione storica in tramite per attingere la verità, di trasformare la sario sostituirla con un surrogato, cioè affidarne i compiti a quella
sostanza storica della persona in faro rivelatore della verità, d'im- ch'è la sua caricatura, insomma ricorrere all'ideologia, il che signi-
primere alla vita stessa della persona nel suo tempo e nel suo am- fica in fondo abbandonare la vita all'irrazionale.
biente un'apertura ontologica e una portata veritativa; cioè, per Personalizzazione non significa ideologizzazione, né la storicità
converso, di considerare la verità come accessibile soltanto all'in- è propria dell'ideologia, e carattere pratico il pensiero può averlo
terno d'un'interpretazione che per forza di cose è sempre storica senza ideologizzarsi: di per sé la filosofia degna del nome è già
e personale, poiché trascina con sé ciò che la persona è, fa, pensa, personale, e quindi molteplice, storica,· espressiva, operante. Chi
sente, dice, il tutto trasformato in lente rivelante, in antenna capta- affida la qualificazione storica e pratica della filosofia all'ideologia,
trice, in dispositivo di sintonia. Conferire al vincolo originario con ciò stesso mostra di avere della filosofia una concezione ange-

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listica e razionalistica, come d'un distiilato elaborato « nel paradiso pensiero soltanto storico e strumentale, della ragione alimentata
della pura razionalità », come di un'unica filosofia possibile, come all'origine contro la ragione solo sperimentante e autocorrettiva,
di elucubrazioni astratte e degne di filosofi vichianamente « mo- del pensiero pieno contro il pensiero vuoto, insomma della verità
nastici » e « chierici delle proprie idee ». Col che non esce dal- contro la tecnica.
l'antitesi di razionalismo e irrazionalismo, perché pone da un lato La situazione storica, lungi dall'essere una limitazione fatale
la filosofia nella sua pura razionalità e nella sua definitiva unicità, e inevitabile, è - lo ripeto ancora una volta - l'unica via d'accesso
e dall'altro la storia nella sua mutevole molteplicità e nella mista di cui l'uomo può disporre per accedere alla verità, poiché la verità
e torbida complessità della vita; e non nasconde il tendenziale non è accessibile e non è formulabile se non all'interno d'una sin-
manicheismo di questa opposizione, tesa fra la nostalgia d'un'ideale gola e concreta interpretazione, e ciò che imprime un carattere
e auspicabile razionalità e unicità e il rammarico per la reale e interpretativo alla conoscenza è appunto la sua personalità, la sua
indesiderata molteplicità e irrazionalità; e nega una funzione me- situatività, la sua storicità. La verità, dunque, non si lascia cogliere
diatrice alla filosofia - che sola potrebbe unire i due termini can- indipendentemente dal tempo: il tempo le offre insieme accesso
cellando dal primo la sua presunta astrattezza e riscattando il e sede, adito e dimora, figura ed esercizio. Ma guai se, inwrag-
secondo da un'ingiusta svalutazione - per conferire invece tale giato da questa sua indispensabilità, il tempo si Jù)superbisce, per
funzione all'ideologia; la quale poi, avendo rinunciato alla verità, cosf dire, e valica il limite dei suoi giusti diritti. Ne consegue im-
è incapace di resistere all'irrazionalità delle « motivazioni insop- mediatamente un'assolutizzazione della storicità, con le conseguenze
primibili », e quindi si schiera senz'altro dalla parte d'un'estrema che ho lungamente esposto, e che si ripercuotono sulla natura
irrazjonalità, inevitabile contraccolpo d'una razionalità irrigidita stessa del pensiero, il quale, privato della sua portata ontologica
e accentuata oltre il giusto. e della sua capacità veritativa, si limita all'espressività e alla i:111

La polemica contro l'ideologia la conduco dunque in nome pragmaticità, diventando puramente tecnico e fondamentalmente
del carattere ontologico e rivelativo che il pensiero filosofico ha empirico.
e deve avere, giacché l'ideologia non solo vien meno a tale carat-
tere, ma anzi sorge appunto come rinuncia ad esso. Nell'ideologia
non intendo per nulla colpire l'aspetto storico o l'aspetto pratico, 11. Differenza fra carattere storico e carattere ideologico del pen-
che del resto sono presenti anche nel pensiero filosofico, e non siero.
come semplicemente compatibili con la natura speculativa della
filosofia, ma addirittura come indispensabili ad essa, :nel senso che Dire storicità, situatività, espressività, praticità, personalità
senza di essi la speculatività della filosofia non sarebbe piu tale, non significa dunque dire ideologia; e quando si parla di condizio-
ma cadrebbe nell'astrattezza e nella vacuità. Ciò che intendo col- nalità storica o di carattere situativo o, come io preferisco dire,
pire nell'ideologia è l'assolutizzazione dell'elemento storico e pra- di carattere espressivo e di personalità della filosofia, non si vuol
tico del pensiero, cioè la tecnicizzazione della ragione: quella che per nulla riconoscere ch'essa abbia di per sé un carattere ideo-
ho chiamato la storicizzazione e la pragmatizzazione del pensiero. logico. Parlare di « condizionamento sociale e di matrice ideolo-
La mia difesa della filosofia contro l'ideologia non è l'assurda di- gica di ogni nostro discorso », come qualcuno dice, significa me-
fesa d'una ragione astratta contro la concretezza della storia e della scolare due cose diverse: il condizionamento sociale, o piu ampia-
vita, ma è la difesa del pensiero ontologico e rivelativo contro il mente storico, dell'intera attività dell'uomo, può diventare, in

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base a una libera decisione personale, o un mero confine dell'esi- ma la persona stessa, in quanto prospetta la propria situazione
stenza o una vera e propria apertura all'essere, a seconda che la come apertura storica alla verità intemporale; e l'aspetto rivela-
persona scelga di essere storia o di avere storia, di identificarsi tivo del pensiero filosofico è inseparabile da quello espressivo
con la propria situazione o di farne un tramite ontologico o una perché della verità non c'è una manifestazione oggettiva, ma si
chiave interpretativa; e questa condizionalità storica non è dunque tratta di captarla sempre all'interno d'una prospettiva storica, cioè
di per sé la matrice ideologica d'ogni nostro discorso, ma, a d'un'interpretazione personale. L'ideologia, invece, risulta da un'ar-
seconda del carattere che liberamente le si imprime, può diven- tata divaricazione di questi due aspetti del pensiero, da una surret-
tare il carattere espressivo e interpretativo del discorso rivelativo tizia dissociazione dell'aspetto espressivo in tal modo separato e
e filosofico o il carattere puramente storico e pragmatico del di- isolato.
scorso strumentale o ideologico. La situazione storica, cosi intesa, Non si può dunque, a parer mio, né affermare che « nell'uomo
non è un condizionamento fatale che sarebbe meglio non ci fosse, sempre la sua :filosofi.a avrà qualcosa di ideologico e la sua ideo-
ma è quella collocazione storica di cui bisogna liberamente recupe- logia qualcosa di :filosofico », né considerare del tutto errata la
rare l'apertura ontologica; e allora è l'unico organo rivelatore di tesi che « l'ideologia non è rivelativa ma solo attiva, e che la
cui l'uomo possa disporre per accedere alla verità, la quale parla filosofi.a non è attiva ma solo rivelativa »: ceit9, la :filosofi.a ha
soltanto a chi sa interrogarla di persona, e si rivela soltanto a chi anche un carattere espressivo e attivo, storico e pratico, ma non
sa sintonizzarla con la propria storica concretezza. Ciò ch'è depre- per questo ha un carattere ideologico, perché l'ideologia è l'asso-
cabile non è dunque la condizionalità storica di per sé, che sarebbe lutizza:done dell'aspetto espressivo storico attivo pratico del pen-
- come spregiare il carattere personale dell'attività umana, ma la
pura storicità assolutizzata, che risulta dal rifiuto d'una dimen-
siero, e come tale si contrappone alla filosofia e non ha in sé nulla
di filosofico, se non la mera apparenza, finta e caricaturale. L'ideo-
sione ontologica alla situazione e d'una capacità veritativa al pen- logia, cosi intesa, non solo è irrimediabilmente opposta alla filo-
siero. Il condizionamento storico e sociale, e quindi personale, è sofia, ma ne è anche il piu arrogante e pericoloso surrogato, desi-
costitutivo, essenziale, positivo; l'esito ideologico, invece, è una deroso di sostituirla, e persino capace di soppiantarla nelle menti
possibilità, ma una possibilità negativa e deprecabile. sprovvedute e piu sensibili agli aspetti vistosi ed efficienti del pen-
Da tutto ciò consegue che non posso consentire all'idea che tra siero.
filosofia e ideologia « non c'è rapporto di opposizione e di mutua È vero che « sarebbe irrazionalismo pretendere che l'ideologia
esclusione, ma di complementarità e di mutua integrazione», come possa tener luogo di :filosofia»; ma non è « razionalismo separare
qualcuno propone. Gli aspetti che si possono mutuamente inte- l'ideologia come se non avesse alcuna funzione all'interno della
grare sono, all'interno del pensiero filosofico, l'aspetto espressivo filosofia»: razionalismo sarebbe invece pensare che il pensiero
storico personale e l'aspetto rivelativo veritativo ontologico: anzi, filosofico possa avere un carattere rivelativo senza avere un carat-
in tal caso non si tratta nemmeno di integrazione e di complemen- tere espressivo, o possa ambire alla completa esplicitazione ( come
tarità, ma di una vera e propria inseparabilità e indivisibilità, pretende il pensiero tecnico, e con esso anche, almeno indiretta-
per cui l'un aspetto solo nell'altro trova la propria configurazione mente, il pensiero ideologico) , dimenticando il carattere inesau-
e la possibilità del proprio esercizio. Infatti l'aspetto espressivo ribile della verità. Chi trascura il vincolo originario di persona e
del pensiero filosofico è inseparabile da quello rivelativo perché verità e la dimensione ontologica dell'esistenza si trova necessa-
ciò che vi si esprime non è la situazione storica in quanto tale, riamente prigioniero, come s'è visto, dell'antitesi di razionalismo

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e irrazionalismo, e rimbalza dall'uno all'altro dei due estremi, senza raie, anzitutto perché la rivelazione non è possibile senza espres-
riuscire a liberarsi dall'opposizione e a superare il dilemma. sione, sf che ciò ch'è rivelativo è sempre anche espressivo e sto-
rico, e poi perché il rivelativo non è di per sé sovratempora!e,
ma è piuttosto una rivelazione storica e temporale di quella verità
12. Unicità della verità, e pluralità, ma non parzialità, delle ch'è sovratemporale in sé, ma sempre presente in manifestazioni
filosofie. storiche.
Unica, inesauribile, sovratemporale non è la filosofia o la meta-
Cosf è verissimo che la metafisica contiene sempre due aspetti fisica, ma la verità: la filosofia, come conoscenza umana e quindi
contrastanti, cioè l'esigenza di superare l'ideologia e il pericolo interpretativa della verità, è di per sé, costituzionalmente, essen-
di cadere nell'ideologia, e che la dialettica della metafisica con- zialmente, molteplice e temporale, plurale e storica, o, come
siste appunto nell'evitare sia il relativismo delle ideologie, in cui sarebbe meglio dire, sempre singola e personale; ed essa è tale non
la sua storicità rischia costantemente di farla cadere, sia l'assolu- per un suo difetto, ma per la sua natura. Le filosofie degne del
tismo d'una presunta manifestazione esauriente dell'essere, che nome non sono configurazioni storiche, particolari, molteplici del-
sarebbe impossibile all'uomo: ciò significa riconoscere, con altre l'unica e irraggiungibile filosofia, la quale come t~le non esiste né
parole, che nel pensiero filosofico sono inseparabili l'aspetto rive- può esistere, né storicamente né sovratemporalmente, allo stesso
lativo e l'aspetto storico, e che l'ideologia risulta dall'oblio del- modo che non esiste, per definizione, un'interpretazione unica,
l'essere, dalla soppressione della dimensione ontologica, dalla sper- poiché l'interpretazione implica la personalità sempre nuova e
sonalizzazione dell'uomo. Ma ammettere che la filosofia ha sempre diversa del suo soggetto e l'infinità insondabile del suo oggetto:
un carattere espressivo e storico non implica ancora che « ogni esse sono piuttosto formulazioni sempre nuove e diverse della
forma storica di metafisica abbia sempre un momento ideologico». verità inesauribile, e perciò insieme rivelative ed espressive, veri-
A questa conclusione giunge chi muove dal presupposto che tative e storiche; e non ideologiche per il fatto solo d'essere sto-
la molteplicità delle forme in cui storicamente si presenta la filo- riche. Ciò che si consegna alle singole filosofie degne del nome,
sofia è una conseguenza fatale e inevitabile, e per di piu depre- pur trascendendole sempre nella sua inesauribilità, non è la pre-
cabile e lamentevole, della condizione dell'uomo, e che la natura sunta filosofia unica, quasi eh' essa volesse compensare la propria
interpretativa e quindi molteplice della conoscenza umana è una irraggiungibilità realizzandosi in incarnazioni particolari, ma l'es- \
limitazione che sarebbe desiderabile rimuovere: insomma chi con- sere, la verità stessa, che tutte le suscita e sollecita, a tutte si con-
serva la nostalgia della filosofia unica e definitiva, e quindi man- segna e si affida, ma nessuna preferisce o privilegia, e in nessuna
tiene ancora dell'essere una concezione antica e della verità una si fissa o si esaurisce. ·
concezione oggettiva. Dire che non c'è mai la metafisica ma ci Né credo si possa dire che storicità, situatività, espressività
sono sempre soltanto le metafisiche, e che nessuna di queste, che portino necessariamente all'ideologia in quanto implicano quel
sono sempre particolari e storiche, esaurisce quella, ch'è sovratem- carattere di particolarità e parzialità che sembra inerire essenzial-
porale nella sua unicità, significa concepire il rapporto fra espres- mente alla conoscenza ideologica. C'è chi sostiene che il condizio- .....,
sivo e rivelativo come rapporto fra temporale e sovratemporale, namento sociale e storico e quindi il carattere ideologico d'ogni
cosa che mi permetto di ritenere impossibile. Non si può dire che discorso umano comportano il carattere necessariamente inade-
l'espressivo sta al rivelativo come il temporale sta al sovratempo- guato e parziale d'ogni nostra verità, e cerca in un richiamo alla

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VERITÀ E INTERPRETAZIONE DESTINO DELL'IDEOLOGIA

trascendenza, coerentemente configurato in termini di ontologia né inadeguata né parziale, perché la verità o la si coglie o non la si
negativa, non solo una garanzia contro l'assolutizzazione delle ideo- coglie, e se la si coglie la si coglie tutta; e coglierla tutta non signi-
logie, ma anche un rimedio contro il relativismo scettico che sem- fica poterla enunciare in un'esposizione completa e definitiva, il
bra derivare da quel riconoscimento. Ora io non credo che si che sarebbe proprio il segno di non averla colta affatto, ma signi-
possa parlare d'un carattere necessariamente inadeguato e parziale fica iniziare un discorso che rigermina continuamente dalla propria
d'ogni nostra verità, né formalmente né sostanzialmente. fonte, che riproblematizza ininterrottamente le proprie domande,
Non se ne può parlare formalmente perché è impossibile sta- che allude sempre a qualcosa d'altro e di piu di quel che dice
bilire un confronto tra due cose cosf diverse come la verità e la esplicitamente; coglierla tutta significa insomma coglierla nella
nostra formulazione della verità: un paragone è possibile istituirlo sua inesauribilità, ed è di qui che deriva il carattere essenzialmente
fra una formulazione della verità e un'altra formulazione della interminahile, diffusivo, ulteriore del discorso filosofico; il quale
verità, e tale paragone accade tutte le volte che si procede a una dunque è ben lontano dall'essere ideologico, parziale, inadeguato,
discussione filosofica e speculativa; ma un confronto fra la verità perché la sua dimensione ontologica e la sua matrice veritativa lo
e la formulazione della verità sarebbe una vera e propria µe't'ci- rendono partecipe dell'inesauribile ricchezza della sua fonte e ca-
Bmnç dç rl,)..,)..,o yÉvoç, e come tale assurdo. Non se ne può parlare pace di conferire un carattere captativo e apdritivo a ogni limi-
sostanzialmente, perché rivelare la verità non significa né cono- tazione.
scerla tutta come in un'apparizione completa conseguente al sol- Non c'è bisogno, allora, d'una garanzia contro il relativismo
levamento d'una specie di velo di Maia, né coglierne semplici parti scettico che deriverebbe dal carattere sempre parziale e inadeguato
di cui auspicare una progressiva integrazione o deplorare la fatale della formulazione umana della verità, perché tale carattere non
inadeguatezza. La verità non è una totalità cosf fatta che il pen- esiste: la natura della formulazione umana della verità, lungi dal
siero che la rivela possa ritenersi compromesso o diminuito dal richiedere un'« ontologia negativa », che per giustificare la pre-
fatto di non dirla tutta, e la nostra formulazione della verità non sunta parzialità d'ogni nostra verità è costretta a insistere sul-
è cosf fatta che per il fatto di non giungere a un'esplicitazione l'ineffabilità del vero, impone piuttosto, per spiegare il carattere
completa debba ritenersi inadeguata e parziale. Per un verso incessante, diffusivo, ulteriore del discorso veritativo e filosofico,
l'ideale del pensiero filosofico non è l'enunciazione completa d'una un'« ontologia dell'inesauribile».
realtà piu o meno adeguabile: non si tratta di definire la verità \
una volta per tutte, ma di coglierla come verità, e quindi come
inesauribile; sf che non si può imputare a parzialità o inadegua- 13. Il problema dell'ontologia negativa: ineffabilità o inesauri-
·",, tezza l'assenza di quell'esplicitazione completa che un'affermazione bilità.
di verità non intende dare. Per l'altro verso la natura della verità
è d'essere inesauribile, e quindi piu sollecitante che appagante, Quando mi dichiaro contrario all'ontologia negativa, non è
piu origine che oggetto, piu orientamento che scoperta: coglierla · perché io disconosca un senso del discorso oltre il discorso, un'unità
in questa sua inesauribilità significa proprio coglierla tutta, ed è del discorso che non si può dire, una presenza che non per il fatto
appunto per questo che il menomo barlume di verità è già estre- d'essere e rimanere non enunciata cessa d'essere efficace. Anzi,
mamente diffusivo. affermo che il modo con cui la verità risiede nella parola è pro-
Insomma, una qualsiasi affermazione di verità non può essere prio questa presenza ch'è fonte di continuo e interminabile discorso

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VERITÀ E INTERPRETAZIONE DESTINO DELL'IDEOLOGIA

e irradiazione incessante di significazioni ulteriori. Anzitutto la son concetti in fondo negativi, al punto che di fronte a una verità
presenza della verità nella parola non è quella dell'oggetto del radicalmente ineffabile tutte le parole sono egualmente inadeguate
discorso, ma della sua origine: essa vi risiede non come esplici- e parziali e tutti i discorsi sono egualmente allegorici e simbolici,
tata, ma come implicita; non come oggetto d'una sia pure ideale sf che scompare ogni distinzione possibile, e persino la distinzione
esplicitazione completa, ma come stimolo d'un'esplicitazione inter- fra vero e falso; e poi perché son concetti che risultano da un
minabile. Ma d'altra parte portatrice di questa fonte inesauribile puro e semplice rovesciamento, essendo chiaro che l'affermazione
di discorsi e di significati è proprio la parola nella sua esplici- dell'inevitabilità e definitività del silenzio è un segno patente del-
tezza, la quale dunque si carica d'un'ulteriorità piu vasta e d'una l'inconfessata nostalgia per l'esplicitazione completa.
risonanza piu ricca: si può veramente dire che l'esplicitezza della Ancora una volta non resta che ricorrere al concetto di inter-
parola non coincide con l'esplicitazione della verità, ma è il sup- pretazione, giacché l'interpretazione soltanto riesce a saldare indi-
porto dell'irradiazione dell'implicito, il sostegno dell'ulteriorità sgiungibilmente le opposte esigenze piu tradite che espresse dal-
dell'inesauribile, il fulcro del senso del discorso oltre il discorso. 1'ontologia negativa da un lato e dalla concezione razionalistica
Non intendo eliminare i concetti di « indiretto » e di « allu- dell'esplicitazione dall'altro: essa si presenta infatti come il pos-
sivo », che ineriscono necessariamente alla rivelazione della verità sesso di un infinito: per un verso vero possessd;:, e quindi capta-
cioè a quella inseparabilità di palesamento e latenza che accom~ zione e penetrazione, e per l'altro possesso d'un infinito, e quindi
pagna la manifestazione di ciò ch'è nascosto, come la luce squarcia necessariamente molteplice, senza che questa molteplicità indichi
le tenebre donde compare. Intendo invece evitare i concetti di inadeguatezza o incompletezza: è possesso, ma d'un infinito, e
cifra, di simbolo, di allegoria, nella misura in cui sono gli organi quindi è continuamente approfondibile ma non parziale, ulteriore
di un mito che si presenti come consapevole e intenzionale e che ma non allegorico, mitico ma non simbolico. .
per ciò stesso è falso e artificioso. Tali concetti, al pari di quelli Per una formulazione moderna dell'ontologia dell'inesauribile
di inadeguato e di parziale, sono a parer mio direttamente con- non troverei conferma piu feconda e autorevole che quella dell'ul-
trari ai concetti della rivelatività del pensiero e dell'inesauribilità' .tima speculazione di Schelling, quale appare in molti testi, ma in
della verità.
Il senso positivo e profondo della cosiddetta ontologia nega-
modo particolarmente suggestivo nelle Conferenze di Erlangen l
del 1821, ove, fra molte incertezze e titubanze, fra molti lampi
tiva non è l'ineffabilità della verità o la fatale inadeguatezza della geniali lasciati cadere senza sviluppo, fra molte proposte apparen- \
parola o il carattere inevitabilmente simbolico e allegorico del temente feconde ma poi sostanzialmente sterili, si fa strada l'esi-
discorso filosofico, ma l'inesauribilità della verità e la presenza genza di trasformare il concetto di indefinibile e ineffabile in quello
dell'implicito nella parola e il carattere se mai allusivo e mitico di originario e di inesauribile: per un verso il trascendimento
del discorso filosofico. Ineffabilità, inadeguatezza, simbolicità son d'ogni definizione raggiunge un'essenzialità e una purezza che forse
concetti equivoci e insufficienti se applicati alla verità e alla sua nessun teologo negativo aveva raggiunto prima, e per l'altro verso
formulazione: l'ineffabilità della verità non è ancora la fertile l'infinità dell'origine vien fatta emergere proprio dalla pura assenza
riserva d'un segreto inesauribile che vien rivelato; l'inadeguatezza d'ogni definizione cioè dall'impossibilità stessa che l'indefinibile
e parzialità della parola non è ancora l'abbondanza incessante e ' la sua indefinibilità; per un verso viene anti-.
sia definito mediante
diffusiva dell'implicito; la simbolicità del discorso filosofico non cipata in modo veramente impressio:1an~e la h~idegg:riana diffe-
è ancora l'ulteriorità del pensiero veritativo; e ciò anzitutto perché renza ontologica, e per l'altro verso 11 discorso e continuato oltre

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VERITÀ E INTERPRETAZIONE DESTINO DELL'IDEOLOGIA

Heidegger, direi quasi riaperto dopo la chiusura in cui quest'ul- la problematicità e drammaticità dell'esistenza, proponendo una
timo ci ha involontariamente ma dannosamente condotti. Schelling filosofia della libertà; se una delle esigenze del pensiero odierno
in fondo vuol evitare sia l'ontologia negativa mistica sia l'ontologia è il rifiuto della totalità, non si dimentichi che Schelling aveva
esplicata hegeliana, sia la definizione dell'essere mediante la sua già provveduto in merito, rendendosi conto che ciò che Hegel
inaccessibilità, cioè la cessazione totale della parola e del pensiero, pone al termine andava posto ail'inizio, e che l'unità posteriore
la l,.)..oyla, rtav·cùfj xc:d à.vo'r)O"trx di cui parla Dionigi, sia il dispie- alla dualità non può che prendere la forma deila totalità, la quale
gamento completo dell'essere, cioè l'identità di essere e pensiero è in fondo astratta e poverissima in paragone con l'inesauribile
come risultato: a tal fine propone una dialettica che non si fermi ricchezza dell'unità originaria; se un'altra preoccupazione della
al non sapere né sbocchi nel sapere assoluto, e per la quale il sapere filosofia d'oggi è l'analisi delle attività umane, qual è proposta
come non sapere mostri l'essere come il suo rovescio, e quindi non solo dalla scuola fenomenologica ma anche dall'antropologia
indichi l'essere senza risolverlo in sé; cioè spinge il pensiero su culturale, si pensi quanti suggerimenti e quante rettifiche si pos-
una via cosf radicale che non gli resta ormai altro che urtare con- sono utilmente attingere a questo proposito daila « filosofia posi-
tro il suo rovescio e rimemorare il suo contenuto originario, senza tiva» schellinghiana; e l'elenco si potrebbe facilmente continuare.
potersi fermare né ail'oggetto, né a Dio come ente, né ail'inco-
noscibile, né all'indefinibile, ma almeno indicando e svolgendo
l'inesauribilità del proprio fondo. 14. Il pensiero rivelativo unico mediatore fra la verità e il tempo:
Ognuno vede, da questo accenno sommario, quanta ricchezza necessità della filosofia tra religione e politica.
di suggerimenti e di conferme si potrebbero attualmente derivare
da Schelling inteso non solo come pensatore posthegeliano, quale Desidero tornare un momento, per un'ultima precisazione,
realmente fu, anche se cosf spesso e cosf volentieri lo si dimen- alla questione dell'ontologia negativa. La dichiarazione dell'ineffa-
tica, ma anche come pensatore postheideggeriano, quale potrebbe bilità della verità avrebbe fra l'altro il risultato di abolire la meta-
oggi diventare, anche se da parte troppo interessata lo si è voluto fisica in favore dei discorsi filosofici particolari e specialistici; il
diffamare come un tipico « distruttore della ragione». E mi sia che contravverrebbe all'elementare constatazione che i discorsi
concesso di approfittare di questa occasione per sottolineare la filosofici particolari si possono condurre o in modo puramente
sorprendente modernità e attualità di questo pensatore che dimo- tecnico ed empirico, col che scomparirebbe anche il loro carattere \
stra un'ammirevole- genialità e un portentoso vigore anche neila filosofico, o in modo propriamente filosofico, il quale ultimo ri-
sua ultima produzione, cosf ingiustamente calunniata daila tradi- chiede evidentemente un discorso metafisico, cioè quell'ontologia
1 ''
1,/I zione hegeliana prima e marxistica poi. Se l'originalità di Kierke- che spiega come un discorso rimane a livello filosofico e non cade
Ul gaard e di Marx nei confronti di Hegel è stata la rivendicazione nella pura tecnica soltanto se conserva i caratteri di inesauribilità
dell'essere rispetto al pensiero, Schelling non è da meno, perché e di ulteriorità che abbiamo esaminato. Questa osservazione si
anzi tale rivendicazione in ambito idealistico egli l'aveva già ope- può ripresentare a proposito d'un modo d'impostare i rapporti
rata assai prima, e in termini -particolarmente efficaci; se vanto e tra ideologia e religione che trova purtroppo i suoi sostenitori.
merito di Kierkegaard e Nietzsche è la considerazione deila tragi- C'è chi assegna le ideologie al campo storico e sociale della
cità della condizione umana, essi possono avere un alleato in politica e riserva la permanenza metaculturale dei valori assoluti
Schelling, che contro l'ottimismo hegeliano già aveva sottolineato alla puta interiorità della fede ·religiosa. In tal modo il campo

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VERITÀ E INTERPRETAZIONE DESTINO DELL'IDEOLOGIA

umano resta diviso fra la politica e la religione, e non rimane e attuale, di trarre dal .proprio interno la voce e il tim:bro che
alcun posto per la filosofia: ne nasce il pericolo che le prime, con sono maggiormente efficaci nel singolo momento storico e che piu
l'atto solo di non lasciare alla filosofia il posto che le compete, si fanno sentire nell'ora storica; possibilità d'incarnazione di cui
sconfinano oltre il loro campo, e pretendono di esercitare nella la possibilità di svincolamento è semplicemente l'altro aspetto,
vita umana altre funzioni oltre a quelle che loro spettano; e la l'altra faccia della medaglia, giacché la forza impiegata per distac-
seconda, privata d'ogni significato, anzi spodestata del suo regno carsi da una forma storica diventata pura veste esteriore, e fattasi
e della sua legittima funzione, non offre piu alle prime quel soste- piu impedimento e impaccio che realtà presente e viva, è della
gno e quel controllo che mentre insediava lei nel suo giusto domi- stessa natura di quella impiegata nell'incarnarsi, anzi è decisa-
nio, preveniva le ingiuste pretese e gli assurdi sconfinamenti di mente la stessa; e questa forza risplende assai piu nell'incarnarsi
quelle. Io ritengo, invece, che fra il campo della politica e il campo che nello svincolarsi, nell'apparire in forma nuova che nel far spa-
della religione bisogna assolutamente far posto alla filosofia, cioè rire la forma vecchia, nell'inventare l'aspetto in cui mostrarsi,
al pensiero ontologico e al discorso veritativo, e questo proprio la figura con cui presentarsi, la voce con cui parlare, che nell'ab-
perché la religione, spinta nella sfera della pura interiorità, non bandonare aspetto, figura e voce antica; dal che risulta, insomma,
accentui il suo carattere « metaculturale » al punto di perdersi che la metastoricità d'una realtà appare meno l4al suo potere di
nelle fumose nubi dell'ineffabile, in una nuova degenere forma trascendere le proprie forme storiche che dal suo potere d'incar-
di « teologia negativa », e la politica, affidata alla mera storicità narsi in forme storiche sempre nuove.
e pragrnaticità delle ideologie, non sia abbandonata alla pura e Anche qui mi sia concesso di citare Schelling, quando dice che,
dura lotta delle scelte pragmatiche, degli interessi sia inconsci che in una realtà del genere, il positivo non è l'esser fuori da ogni
dichiarati, del mero « particulare », che in quanto tale non è per forma (certo, per potersi rinchiudere in una forma essa dev'esser
nulla aperto al dialogo, ma decisamente chiuso in sé stesso, e non fuori da ogni forma, giacché, come già diceva Plotino, solo l'in-
comunicante con gli altri se non attraverso l'urto e la guerra. formato ha forma, mentre l'informante è informe: 't'Ò et'ooç Èv 't'éì:>
Per un verso veramente metaculturale è proprio ciò che via µopc:pwi>évi;~, 't'Ò oÈ µopcpw0-(1.'V &µopcpov), ma proprio il potersi rin-
via s'incarna in diverse forme culturali e storiche, senza tuttavia chiudere in una forma, cioè l'esser libero di rinchiudersi o non
' il
mai identificarsi con esse, ma tutte suscitandole e promuovendole, rinchiudersi in una forma: « Um sich in eine Gestalt einschliessen
,1 ed esprimendole da sé e generandole dalla propria infinita virtua- zu konnen, muss es freilicb ausser alter Gestalt sein, aber nicht
"" \
lità, e trovando in esse non solo l'unica sua sede, ma anche l'unica dieses, das ausser alter Gestalt, das unfasslich-Sein ist das Positive
sua maniera di manifestarsi, anzi il suo unico modo di vivere, giac- an ihm, sondern, dass es sich in eine Gestalt einschliessen, dass
ché esso non ha altra vita che quelle stesse forme in cui di volta es sich fasslich machen kann, also dass es frei ist, sicb in eine
in volta s'incarna e risiede. Si può anzi dire che il carattere meta- Gestalt einzuschliessen und .nicht einzuschliessen ».
culturale d'una realtà del genere risulta non certo da una trascen- Ora l'incarnazione della realtà metaculturale della fede reli-
denza puramente negativa, da una specie di inaccessibilità che giosa può esser fatta solo dal pensiero ontologico, cioè dal pen-
soprannuoti sulle vicende storiche, da uno stato di permanente siero rivelativo, sia che si presenti nell'esplicita forma speculativa
inconfigurabilità e di continua informulazione, ma proprio dalla della filosofia sia che operi veritativamente all'interno d'un atteg-
possibilità d'incarnarsi in forme sempre nuove e diverse, d'inse- giamento morale. Solo il pensiero rivelativo può servire da media-
rirsi nel mondo della storia con una presenza sempre rinnovata tore, evitando tanto la sopraffazione violenta dell'elemento reli-

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gioso da parte dell'atteggiamento pratico, quanto il ritrarsi del- particolarità altrui, ma non la propria, essendo il pensiero ideo-
l'elemento religioso in una lontananza soprastorica nebulosa e logico incapace di conr,tettere la particolarizzazione con l'integra-
inefficace: infatti il pensiero rivelativo da un lato fa in modo che zione, e li scaglia tutti gli uni contro gli altri, in uno stato perma-
le forme storiche in cui s'incarna la fede religiosa risultino non nente di lotta, senz'altra speranza di pace che quella del mero
da un'imposizione esterna da parte della situazione storica, come compromesso. Senza pensiero rivelativo, e col solo pensiero ideo-
se il tempo fosse piu subito che interpretato, piu accettato passi- logico, la politica è abbandonata alla lotta piu o meno dichiarata
vamente che attivamente adottato, ma piuttosto da un'invenzione degli interessi, al puro gioco delle forze, alla sostanziale pragma-
in cui quella ricerca filosofica del vero ch'è inevitabilmente sti- ticità delle scelte: in una parola, vien reciso il vincolo fra morale
molata dal possesso religioso della verità si concreta solo attraverso e politica, vincolo ch'è precario e incerto e instabile quant'altri
un'interpretazione dei bisogni del tempo e un approfondimento mai, ma che sarebbe belluino voler sopprimere del tutto.
della situazione storica; e dall'altro lato, proprio nella sua capa- Insomma, senza l'intervento del pensiero rivelativo, e senza
cità di conferire un'apertura ontologica alla situazione storica, è l'intervento d'una piu o meno dispiegata filosofia, la divisione del
in grado di svolgere in modo storico e concreto l'infinita virtua- mondo umano fra la religione e la politica porterebbe a una sepa-
lità d'un contenuto soprastorico. razione fra i due campi cosi radicale e profonda ~tja impedire ogni
Per l'altro verso, il particolare, preso di per sé, è chiuso in comunicazione; cosa che esistenzialmente non potrebbe prendere
sé stesso, e incapace di dialogo e di comunicazione. Abbandonare altra forma che la simultanea riduzione della morale alla politica
il campo politico alle ideologie significa considerarlo come il regno e abolizione della filosofi.a nella religione; si che senza filosofi.a la
del « particulare », in cui il pensiero non ha altra funzione che politica cadrebbe nell'irrazionale dell'umano troppo umano e la
quella di razionalizzare scelte pragmatiche o giustificare interessi religione s'involerebbe nell'irrazionale d'una vera e propria Schwar-
di gruppi o monopolizzare la verità a proprio vantaggio. Significa merei, e accadrebbe di assistere a quelle mostruose giustapposi-
insomma identificare la realtà politica con l'aiuola che ci fa feroci; zioni, di cui non mancano esempi nella storia, di « regno divino »
giacché è inutile aspettarsi dal pensiero ideologico, che ha per e « stato ferino». Chi trascura la filosofi.a per ammettere soltanto
sua natura rinunciato alla verità, la capacità di far uscire il parti- da un lato la religione, e dall'altro le scienze e le ideologie, rischia
li colare dalla sua chiusura, di assicurare o anche soltanto auspicare di cadere in una mescolanza di fideismo e di tecnicismo, per cui
'11
,, la compossibilità delle prospettive, di instaurare non dico la per un verso la religione s'allontana al punto di perdere non \
,,
li realtà, ma anche soltanto la possibilità d'un dialogo reciproco, di soltanto la capacità di operare nella storia, ma anche la sua reale
garantire o preconizzare la mutua compatibilità o addirittura l'ac- importanza nell'interiorità dell'uomo, e per l'altro verso il mondo
cordo. Per poter fare tutto questo il discorso da ideologico do- storico viene abbandonato all'irrazionale, senz'altra speranza di
vrebbe farsi filosofico, e il pensiero da storico e pragmatico do- salvezza che la mera tecnica. Senza contare che in tale prospet-
vrebbe farsi rivelativo e veritativo; ciò che richiede, evidente- tiva diventerebbe impossibile distinguere, nel corso della storia,
mente, un piano superiore a quello delle ideologie: un piano, i momenti e gli aspetti in cui la religione, piu che incarnarsi in
insomma, in cui il particolare, assurgendo al livello di persona, una forma culturale, è venuta a compromessi con la realtà troppo
diventa realmente aperto, e dialogante, e integrabile con gli altri; umana dei tempi, pregiudicando senza rimedio la propria natura
il particolare, dico, e non l'ideologia, che in quanto tale mantiene di religione, da quelle che sono sue vere e proprie incarnazioni,
i particolari chiusi nella loro particolarità, e se mai smaschera la in cui essa, nell'atto di esprimerle dalla propria virtualità e di ispi-

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L
VERITÀ E INTERPRETAZIONE DESTINO DELL'IDEOLOGIA

rarle dall'interno, ha preso forma e figura, presenza ed efficacia, 15. Efficacia razionale della filosofia, non dell'ideologia: teoria e
sede e realtà. prassi.
Senza filosofia e senza pensiero rivelativo non ci può essere
dialogo, e meno che mai « integrazione e articolazione dialogica La concezione che ho proposto del pensiero filosofico intende
delle ideologie», come vanamente si auspica. Perché ci sia dialogo includere nel pensiero umano i caratteri della storicità e della
ci vogliono due cose: verità e alterità. Il che, ancora una volta, praticità nella misura in cui essi non solo non compromettono,
è possibile soltanto col concetto di interpretazione, giacché per ma anzi mantengono la capacità rivelativa propria del pensiero l
un verso l'interpretazione è per natura sua molteplice e infinita, degno del nome: a tal :fine è necessario che la storicità e la pra-
non essendoci interpretazione senza pluralità o senza alterità, e ticità non vengano assolutizzate, come accade invece nel pensiero
per l'altro verso non c'è interpretazione che della verità cos1 come storicistico e pragmatico ch'è proprio dell'ideologia. Compito del
della verità non c'è che interpretazione, dato il carattere infinito pensiero rivelativo è ritrovare la verità dal punto di vista del
e inesauribile della verità. Perché ci sia dialogo non basta la sim- nostro tempo senza perciò snaturarla con indiscrete storicizza-
patia né bastano le idee, giacché la simpatia tende ad estenuarsi zioni, e rendere la verità accettabile al nostro tempo senza perciò
in generica benevolenza, di per sé incapace di fondare il rispetto abbassarla con importune strumentalizzazioni. 0:iò richiede, evi-
per la persona, e le idee possono essere meri prodotti storici privi dentemente, un appello alla libertà, e quindi un impegno, una
di verità, e quindi incapaci d'instaurare un comune piano di com- decisione, una presa di posizione, una volontà deliberata e attiva,
prensione. Il dialogo richiede per un verso quello che altrove ho che non hanno niente a che fare con la rinunci~ pessimistica,
chiamato un vero e proprio « esercizio di alterità», e per l'altro con la fuga egoistica, con la contemplazione narcisistica. Ma ciò
la presenza della verità nella pluralità delle interpretazioni. implica anche la svalutazione, anzi il ripudio dell'ideologia, ove
Sulla base delle ideologie non c'è dialogo. Che rispetto meri- l'esagerazione dell'aspetto storico e pratico del pensiero raggiunge
tano le ideologie? Nessuno, perché sono pensiero inautentico e una tale vistosità di storia e di prassi, di storicismo tecnicistico
falsificante. Che piano di reciproca comprensione esse creano? e di prassismo pampoliticistico, da mettere in ombra l'assai piu
Nessuno, perché piuttosto dividono e separano: solo la verità ha discreto e riservato, ma anche assai piu profondo e arduo, impe-
una forza unitiva. Bisogna ricorrere al rispetto per la persona, il gno del pensiero rivelativo.
quale prima di tutto è omaggio alla grande verità che consiste Alla luce di queste considerazioni vorrei affrontare un'ultima
nell'affermare che il possesso della verità è sempre p~rsonale. Il questione, cioè dissipare l'impressione, nata forse in qualche let- \ li
1,

dialogo è reso possibile da quel vincolo originario di persona e tore, che la mia definizione del pensiero rivelativo, con la con-
verità che sta alla base del pensiero rivelativo e ontologico, e che seguente svalutazione dell'ideologia, porti con sé un atteggia-
rende indivisibile e solidale il rispetto che si deve alla persona mento di indifferenza politica. Alcuni sembrano credere che l'as-
e il rispetto che si deve alla verità, dal momento che questi due senza dell'ideologia renda impossibile un impegno politico. È
termini cominciano essi stessi col rispettarsi a vicenda, la persona naturale che ad essi la lotta contro l'ideologia sembri un'esorta-
facendo consistere la propria dignità e il proprio compito nel zione al disimpegno politico, e l'esaltazione del pensiero rivela-
farsi ascoltatrice della verità, e la verità nel non concedersi se tivo sembri la difesa d'una filosofia astratta, accademica, scola-
non alla libertà e all'interpretazione, che di per sé son sempre stica. In realtà, io credo che l'esigenza che li muove nel soste-
personali. nere la necessità politica dell'ideologia sia l'esigenza, estrema-

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mente importante, che il mondo storico, sociale, politico non sia sati come ultimi. È chiaro infatti che questa plausibilità e ragio-
abbandonato all'irrazionale; ed in ciò io non soltanto consento nevolezza e persuasività dimostrano appunto la strumentalità e la
con loro, condividendo in pieno questa esigenza, ma anzi credo tecnicità del discorso ideologico, giacché la fissazione degli scopi,
persino d'essere piu avanzato, perché proprio da questa esigenza sui quali l'ideologia s'appunta, è riconosciuta come esterna all'ideo-
è sorta la definizione che ho proposta del pensiero rivelativo come logia e ad essa presupposta.
distinto da quello meramente espressivo. Il fatto è ch'io non Mettere in dubbio l'efficacia razionale dell'ideologia nel mondo
credo che il mezzo piu sicuro di sottrarre il campo storico, sociale, della storia e dell'azione e nel campo sociale e politico non signi-
politico all'irrazionale sia quello di affidarlo all'ideologia, perché fica negare né la portata pratica del pensiero né la carica teorica
il pensiero ideologico, avendo ab initio rinunciato alla verità, non dell'azione: significa piuttosto rendersi conto che i rapporti fra
solo è un argine troppo fragile contro l'invadenza dell'irrazionale, teoria e prassi sono assai piu complessi di quanto il concetto di
ma non può nemmeno proporsi di resistervi e di contenerlo, non ideologia non lasci intravvedere. Anzi, è sul banco di prova della
essendo nient'altro che lo stesso irrazionale mascherato e trave- realtà politica che il concetto di ideologia manifesta la sua insuf-
stito, e quindi tanto piu subdolo e pericoloso. ficienza, come appare ad esempio dalla patente inadeguatezza del
1
Quel ch'io metto in dubbio è che quel tanto di concettuale concetto marxistico dell'interazione fra sovrastìmttura e base e
che l'ideologia contiene basti per essere una guida razionale nella del concetto spiritualistico della mediazione fra l'astrattezza del-
realtà sociale e politica e per proporre validi programmi d'azione l'universale e la concretezza della situazione; giacché non rappre-
nel mondo umano in genere, quando con tutta evidenza l'ideo- senta certo una presenza viva ed efficace della ragione nella storia
logia con la sua disinvolta duttilità storica e la sua esperta tec- quella d'un apparato concettuale che giunge ad esser strumento
nica pragmatica non fa che razionalizzare e giustificare situazioni dell'azione in quanto è stato espressione della situazione, né quella
preesistenti o rendere piu efficienti progetti prestabiliti. La razio- d'una concezione che in fondo non è nient'altro che un compro-
nalità dell'ideologia è molto indiretta, allo stesso modo ch'è indi- messo fra la repubblica di Platone e la feccia di Romolo. Ciò può
retto l'omaggio dell'ipocrisia alla virtu, o il riconoscimento che accadere quando l'ideologia risulta o da una deliberata rinuncia
il tiranno presta alla forza della persuasione per render piu effi- del pensiero alla verità o dall'artificiosa derivazione d'uno schema
ciente la costrizione ch'egli esercita. In questo senso l'ideologia pratico politico da una concezione filosofi.ca presupposta. Ben
non è che l'alibi d'una politica esercitata come immorale o pro- diversamente accade quando l'impegno politico è contenuto entro
fessata come amorale, o una tecnica piu o meno consapevole e un impegno morale, e l'impegno morale è visto in tutta la sua
piu o meno raffinata della lotta politica e dell'esercizio del potere. portata ontologica: allora esso, con tutta la sua « praticità », è
Questa conclusione è inevitabile anche per chi, volendo giusta- in rapporto diretto con la « verità », in un'originaria unità-distin-
mente evitare come assurdo « un atteggiamento di assoluta neu- zione di teoria e prassi, per cui per un verso è possibile una
tralità scientifica nei confronti di ogni visione ideologica», s'in- filosofia della politica e una filosofia della morale senza che perciò
duce poi ad appiattire la verità sull'ideologia, sottraendo que- si debba «derivare» la morale e la politica da una filosofi.a pre-
st'ultima a giudizi di verità o di falsità, e affermando quindi che supposta, e per l'altro verso sono possibili una morale e una poli-
il discorso ideologico, non descrittivo, ma persuasivo e direttivo, tica che, sia pure senza rifarsi a un'esplicita filosofia, hanno un
non scientifico, ma pratico e valutativo, dev'esser considerato « valore di verità» e un carattere decisamente rivelativo: da un
come piu o meno ragionevole o plausibile in relazione a fini pen- lato una :filosofia concreta e impegnata senza perciò dettare diret-

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tamente norme ai politici, e dail'altro una politica e una morale siero autentico e pensiero inautentico: tant'è vero che l'inevita-
cosf impregnate di verità da non potersi in alcun modo ridurre bilità dell'impegno ideologico finisce poi per configurarsi in qual-
a tecnica pragmatica e strumentalizzante. cosa di assai piu semplice e « umano troppo umano», cioè nel
fatto che « non si può fare a meno di impegnarsi di volta in
volta nella realizzazione di interessi pratici ».
16. Inevitabilità dell'impegno morale, non di quello ideologico. E allora, che cos'è che, schiettamente e senza infingimenti, si
chiede al pensiero? Di esprimere in un discorso ragionevole que-
Per chiarire meglio questo punto concluderò con alcune pre- sti interessi, e « razionalizzarli », e giustificarli, e renderli efficienti
cisazioni, che mi sembrano opportune per tutta intera la discus- nella ricerca della propria soddisfazione e del proprio successo?
sione. In primo luogo, da quanto precede risulta che l'impegno Questa è appunto la funzione e lo scopo del discorso ideologico,
ideologico non è per nulla necessario. Ciò ch'è necessario non è cioè del pensiero inautentico, del pensiero che s'identifica in
l'impegno ideologico, ma l'impegno morale, sia che si tratti d'un fondo con la propria situazione storica e ch'è strumentalizzato
impegno etico-religioso sia che si tratti d'un impegno etico-poli- dall'azione pratica. Oppure di conferire alla situazione storica, di
tico. Ora né a un impegno etico-religioso né a un impegno etico- cui quegli interessi fanno parte, una dimension~i:,piu ampia e una
politico è necessaria l'ideologia: ciò ch'è necessario nella deci- prospettiva piu vasta, in cui essi sono non soltanto espressi, ma
sione e nella vita religiosa da un lato e nella scelta e nell'attività anche giudicati, non soltanto soddisfatti, ma anche riscattati, non
politica dall'altro è la verità, non le « idee», il pensiero rivela- soltanto resi efficienti, ma anche educati alla convivenza civile?
tivo e ontologico, non il pensiero tecnico e strumentale, la testi- Questi sono invece la funzione e lo scopo d'un discorso filoso-
monianza dell'essere, non la familiarità con gli enti. fico, che ignora ogni impegno pratico senza l'intervento della
Alcuni affermano che la « socialità dell'uomo accetta inevita- verità.
bilmente una struttura ideologica », che « l'ideologia è la forma Ma quando si parla dell'inevitabilità dell'impegno ideologico,
palpitante della convivenza umana », che nel campo sociale, poli- col termine di ideologia si vuol forse indicare ogni tipo di pen- ,,
tico, giuridico l'impegno ideologico è inevitabile, al punto ch'è siero, o magari limitarsi a dare al pensiero in quanto tale una - 1,
I,

« vano e pericoloso credere di poter essere immuni da coeffi- maggiore accentuazione pratica. E allora perché ci si preoccupa I

cienti ideologici »: insomma, da piu parti si parla dell'inevita- tanto di evitare l'assolutizzazione dell'ideologia, al punto di affer- Il
I'
bilità dell'impegno ideologico. Ora, io riconosco senz'altro l'inelu- mare che « la possibilità di un dialogo con gli altri è condizionata _ ,I,,
dibilità dell'impegno, ma non comprendo perché l'impegno debba da questo sforzo intenzionale di non assolutizzazione », e di indi-
necessariamente essere ideologico. Certo, da un punto di vista care in un richiamo alla trascendenza la garanzia contro un'asso-
marxistico e neoilluministico, cioè dal punto di vista di chi non lutizzazione del genere? Se ogni pensiero è ideologico, anche que-
ammette altra forma di pensiero che la ragione storica e pragma- st'esigenza di dialogo, di non assolutizzazione, di trascendenza è
tica o la ragione tecnica e sperimentale, è un impegno ideologico ideologia. O invece non lo è, e allora non si può dire che ogni
non soltanto una presa di posizione politica, ma anche una teoria impegno sia inevitabilmente ideologico.
filosofica o una fede religiosa. Ma non è certo in questo senso Altri potrà giustificare la necessità dell'impegno ideologico
che si parla di impegno ideologico da parte di chi, muovendo da con l'impotenza dello spirito umano, nel senso che l'uomo, in
un'esigenza di verità, non può non fare una distinzione fra pen- virtu della sua condizione, si trova nella tragica alternativa di

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mantenere il valore in una purezza non meno infeconda che irrag- ricca e imprevedibile, dell'aJ?parente fecondità del pensiero tec-
giungibile oppure di cercarne la realizzazione con l'intervento di nico e pragmatico: quest'ultimo è cosi aderente alla situazione
fattori non assiologici: la realizzazione del valore richiederebbe da restarne prigioniero, e cosi servo dell'azione da non riuscire
un'inevitabile « contaminazione », e questo « avvilimento » è a ispirarla; mentre invece il primo con sorgiva naturalezza e spon-
l'ideologia, che diventerebbe cosf lo « strumento necessario per taneità trova da sé i modi della realizzazione, trae da sé sempre
la realizzazione del valore nella società e nella storia ». Col che nuove possibilità, provvede da sé a render concreto l'universale.
già si riconosce che il pensiero ideologico è pensiero inautentico, Per umile e bassa e decaduta e ferina che sia la condizione
perché si ritiene che la funzione mediatrice fra la repubblica di dell'uomo, non saranno affatto la dimensione ontologica dell'atti-
Platone e la feccia di Romolo non può essere affidata se non a vità umana o il carattere rivelativo del pensiero umano a impe-
una forma di pensiero ch'è di per sé assai piu vicina alla ferinità dire che s'accenda in essa una luce di verità e razionalità o che
dell'uomo che alla verità, mentre affidarla al pensiero rivelativo si realizzi in essa una moralità piu valida o una convivenza piu
come prossimo alla verità sarebbe nient'altro che utopia e ange- civile: ciò che caratterizza il rapporto con l'essere e il pensiero
lismo. rivelativo non è l'irraggiungibilità d'una ragione astratta e ideale,
Ora, a parte il fatto che agire nel mondo storico non implica ma piuttosto la fecondità delle proposte concrete, fa fertilità inven-
affatto una « contaminazione », e che il pensiero umano si conta- tiva di atti che per essere aderenti alla situazione reale non per
mina e si avvilisce solo se si impegna in imprese segnate dalla questo sono dimentichi della verità e dell'essere; e ciò che carat-
rinuncia alla verità, bisogna riconoscere che una concezione del terizza la tecnica e il pensiero ideologico non è l'aderenza alla
genere è una forma di « realismo » ch'è l'esatto e simmetrico situazione e la consapevolezza dell'ambito di realtà in cui deve
contrario del « perfettismo », e che ne porta, sia pure con segno esercitarsi la duttile inventiva. del pensiero, ma piuttosto la disper-
rovesciato, tutti gli inconvenienti, nel senso che resta impossibile siva vicenda d'una razionalità sperimentante e pragmatica, cosi
- una vera e propria distinzione fra valore e disvalore, posto che
la storia è tutta egualmente decadenza, errore, male. È ben vero
prigioniera della situazione da non poter emergerne quel tanto
che basta per ispirarla e guidarla e controllarla.
che per agire nella storia l' « idea » richiede, hegelianamente, la
«passione»; ma ciò non implica affatto che il pensiero debba
tradire la sua originaria radice ontologica e la sua primitiva por- 17. Il filosofo e la politica.
tata veritativa per tecnicizzarsi come mero strumento dell'azione:
come da quell'omaggio indiretto alla virtu ch'è l'ipocrisia non In secondo luogo, bisogna notare per un verso che i criteri
può derivare, se non per un salto, la pratica della virtu, cosf da per le scelte politiche non sono forniti immediatamente dalla
un pensiero che ha preliminarmente rinunciato alla verità non filosofia, la quale deve procurare d'essere anzitutto filosofia, e non
può derivare un bisogno di verità, una richiesta di giudizio, un altro, e per l'altro verso che se filosofia e politica non hanno un
anelito morale, una preoccupazione di giustizia, ma soltanto una legame immediato, ciò non vuol dire eh' esse siano separate toto
serie di accomodamenti pratici, di espedienti tecnici, di compro- coelo, al punto da far volare la razionalità del pensiero nel limbo
messi empirici. dell'astrattezza e da immergere la realtà sociale e politica nel fango
Dal pensiero rivelativo, colmo com'è dell'inesauribilità della dell'irrazionalità. Il rapporto tra filosofia e politica non è diretto,
verità, sgorga un'abilità ben piu duttile e inventiva, ben piu ma emerge da una solidarietà profonda e originaria di teoria e

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t

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VERITÀ E INTERPRETAZIONE DESTINO DELL'IDEOLOGIA
111

prassi, ch'è anteriore alla stessa distinzione fra pensiero e azione, tutto ciò il filosofo non lo i11venta, ma lo rammenta, e a tutti
fra vita teorica e vita pratica, fra mondo conoscitivo e mondo ricorda che ciascuno lo deve rimemorare da sé, perché la rivela-
attivo. Se il rapporto fosse diretto e posteriore alla distinzione di tività del pensiero non è proprietà esclusiva del pensiero filoso-
teoria e pratica, tra filosofia e politica non ci potrebbe che essere fico, ma inerisce a ogni pensiero degno del nome, e il carattere
o un'assurda subordinazione vicendevole o una mostruosa mesco- puramente teoretico e speculativo del pensiero ne è soltanto un
lanza di entrambe: possibilità, queste, che si sono presentate assai aspetto e una specificazione.
spesso nella storia del pensiero e dell'azione, e che non hanno Il compito del filosofo nel rammentare tutte quelle cose è
tardato a esercitare la loro funesta influenza. Ma se il rapporto tanto piu importante in quanto l'uomo può averle dimenticate,
è indiretto, e dettato dalla lontana, ma non per questo meno effi- tutto perduto nell'oblio dell'essere e nel tradimento della verità,
cace, ispirazione di una solidarietà originaria di teoria e pratica, e tutto immerso nella mera espressività e pragmaticità del pen-
allora tra filosofia e politica è possibile, nella distinzione doverosa siero tecnico; e allora utilmente il :filosofo gliele rammenta; ma
e impreteribile, una collaborazione feconda e vantaggiosa ad anche l'uomo piu semplice e piu comune avrebbe potuto rimemo-
entrambe. rarle da sé, sol che fosse rimasto fedele al vincolo originario che .L
Il filosofo non è né il pensatore astratto e « monastico » della lo lega alla verità e all'essenziale dimensione onixtilogica della sua
torre d'avorio né l'uomo ch'è .filosofo e politico insieme. Dire stessa umanità. In questo senso il :filosofo per avere rilevanza
che il filosofo non dev'essere astratto dalla società e avulso dalla politica non ha alcun bisogno di fare dell'ideologia; basta che sia
storia non vuol dire ch'esso debba fare della politica, giacché non veramente filosofo; perché col fatto solo di fare della filosofia
è possibile esser .filosofo e politico .insieme se non per contingente genuina combatte implicitamente le ideologie, e quindi prende
e accidentale unione personale. Il filosofo deve fare della .filosofia un'esplicita posizione politica. Il suo modo d'intervenire nel dibat-
.,.,11 e non altro, e proprio in ciò risiede il suo compito civile e la sua tito politico è precisamente la sua presa di posizione contro le
ideologie in nome della filosofia genuina; è appunto il suo rifiuto
li rilevanza politica. Il suo compito non è quello della politica
J,,I attiva, ma è di ricordare che la feccia di Romolo non deve far di far intervenire direttamente nella lotta politica la sua .filosofia,
,, dimenticare la repubblica di Platone; che la realtà storica non si la quale in tal modo si degraderebbe a ideologia, ciò che non
",, deve fare se vuol restar fedele all'essenza genuina del pensiero.
deve assolutizzare sino al punto da perdersi nell'oblio dell'essere
e nel tradimento della verità; che tutti gli schemi pratici e tutti La portata politica della posizione del filosofo consiste appunto
i progetti d'azione hanno un carattere etico, né è pensabile una nella cura con cui egli distingue dall'ideologia la filosofia, vedendo
qualsiasi azione sottratta alla morale; che le idee sono veramente nella prima il tradimento del pensiero al servizio dell'azione, e
idee solo se non sono strumentalizzate; che v'è un rapporto con quindi la realtà stessa della feccia di Romolo e dell'aiuola che ci
I'
l'essere a cui bisogna rimanere fedeli sia nel pensiero che nel- fa feroci, e indicando nella seconda il richiamo al rapporto onto- J
l'azione; che la tecnica non può mai esser :fine a sé stessa e che logico e al vincolo con la verità impliciti nella stessa azione, e
la sperimentazione non si regge su di sé; che il dialogo che fonda quindi un pensiero che non per il fatto d'essere squisitamente
la convivenza non è possibile se non nella verità. Se il .filosofo speculativo diventa astratto o accadem~co o evasiv?· ~~ por,tat~
ha il compito di rammentare tutto ciò, il compito di realizzarlo politica della posizione del filosofo consiste dunque m c10, eh :gli
nella storia e nella realtà sociale spetta al politico. E non che con vuol essere custode della verità anche nell'azione, non paladino
questo si possa dire che il filosofo dà la norma al politico, perché ~ell'azione senza verità; ch'egli teme non che l'azione distrugga

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VERITÀ E INTERPRETAZIONE DESTINO DELL'IDEOLOGIA

la contemplazione, ma che l'azione dimentichi l'essere, giacché dopo il fallimento della rivoluzione, e la sostituzione della rivo-
l'azione memore dell'essere, oltre a confermarsi nell'esser suo di luzione scientifica alla rivoluzione politica, bisogna dire che il
azione, ha anche valore di verità, e quindi minaccia solo la con- vero neoilluminismo d'oggi è rappresentato dalla sociologia in
templazione sterile e inerte, solipsistica e narcisistica, ma non quanto sostituisce la scienza alla metafisica, e in quanto si rifà
quella contemplazione profonda e radicale ch'è la memoria della direttamente all'illuminismo settecentesco, lasciando completa--
verità, realizzabile non solo nel pensiero speculativo, ma in ogni mente al di fuori della propria genesi il marxismo.
attività umana; insomma, che la distinzione che gli sta a cuore non Di qui varie conseguenze: anzitutto la povertà del neoillumi-
è la distinzione fra pensiero e azione, come se il pensiero fosse nismo rispetto al marxismo, il quale è arricchito dall'esperienza
proprio del filosofo, ed egli si sentisse minacciato da ogni insor- romantica, sia pure rinnegata, e dalla sua patente origine meta-
genza dell'azione, quasi che si trattasse d'un tumulto indiscreto e fisica, sia pure rifiutata; in secondo luogo .la sterilità degli atteg-
importuno alla quiete speculativa, ma la distinzione fra restar giamenti antimarxisti del neoilluminismo, il quale non può offrire
fedeli alla verità e tradirla, fra porgere ascolto all'essere e distrar- un'alternativa al marxismo, non condividendo con esso alcun
sene, sia che ciò accada nel pensiero o nell'azione. problema, né rappresentare un superamento di esso, non conte-
,._ nendone l'esperienza nella propria genesi; infinel,il carattere ibrido
e assurdo d'una collaborazione o d'una convergenza o d'un' alleanza
18. Insufficienza della mutua subordinazione di filosofia e politica. fra neoilluministi e marxisti, i quali solo a patto di venir meno
alla loro rispettiva posizione possono credere di poter avere
Se le cose stanno in questi termini non si può ammettere né qualcosa in comune. Insomma, nel neoilluminismo il rapporto fra
che il filosofo pretenda di potere in quanto tale dettar legge ai pensiero e azione si ripresenta in fondo, malgrado ogni apparente
politici, né che il filosofo accetti di asservire la sua filosofi.a alla divergenza, negli esatti termini dell'illuminismo settecentesco: la
J politica in atto. Nella società attuale sembrano configurarsi - e teoria è norma della pratica, e lo è nella sua derivata distinzione
L,I tipeggiarsi in modo piuttosto rigido ed estremo - due diverse e artificiosa separazione e presunta precedenza rispetto alla pra-
modalità del rapporto fra l'intellettuale e il politico: da un Iato tica, nel senso che non è la verità, ma la « :filosofia » che dà la
il politico come esecutore dell'intellettuale, e questo è il rapporto legge all'azione, di per sé cieca e irrazionale.
voluto dai neoilluministi, e dall'altro l'intellettuale come stru- D'altra parte è ben vero che il senso profondo della conce-
mento del politico, e questo è il rapporto praticato dai comunisti. zione marxiana è l'identità di teoria e prassi, pensiero e azione,
In realtà anche i neoilluministi, come i comunisti, sono in un :filosofia e politica, giacché a tale identità si giunge proprio dal-
certo senso fautori dello storicismo e del pampoliticismo, in l'esigenza di definire la natura della filosofia dopo l'avvento dello
quanto pregiano il pensiero solo nella misura in cui esso ha storicismo, e dalla riconosciuta impossibilità di concepirla come
I un'importanza piu culturale che speculativa e già contiene un'imma- puramente pensata, e dalla conseguente necessità di realizzarla
c- nente ed essenziale destinazione politica; ma lo sono in modo superandola senza sopprimerla, cioè facendola consistere nell'azione
l• arcaico, addirittura premarxista, nel senso d'una ragione radical- stessa, in un prassismo integrale, in cui la filosofia è tanto piu
'

- mente antimeta:fi.sica, eppure regolativa ed esemplare. Se è vero


quanto acutamente ha prospettato Del Noce, che i sociologi d'oggi
sono, come gli ideologi del. consolato, la ripresa dell'illuminismo
affermata come filosofi.a quanto piu è identificata con l'azione, e
l'azione è tanto piu attiva e pratica quanto piu è la filosofi.a stessa
in quanto finalmente realizzata. In ciò consiste il carattere origi-

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VERITÀ E INTERPRETAZIONE DESTINO DELL'IDEOLOGIA

nariamente metafisico del marxismo, il quale è nato come filosofia diventa una vera e propria opposizione, mediabile soltanto attra-
della storia; e di qui risulta la profonda inadeguatezza di quelle verso la degradazione d'uno dei termini rispetto all'altro. Da un lato
che si potrebbero definire le interpretazioni annacquate del mar- l'idea che il pensiero precede l'azione e dall'altro l'idea che l'azione
xismo, cioè l'interpretazione metodologica, o quella ideologica, o precede il pensiero: donde per un verso la pratica degradata a pura
quella sociologica, o quella empiristica, che sono andate o vanno e semplice « applicazione » della teoria, ch'è come dire una forma
per la maggiore. di fanatismo, e per l'altro la teoria degradata a mero strumento
Ma accade che nel marxismo il fatto di porre l'identità di della pratica, ch'è come dire una forma di cinismo.
teoria e prassi come finale anzi che come originaria, e il fatto di E infatti non per nulla l'illuminismo, considerando la pratica
attribuire alla filosofi.a, anche se pragmaticamente concepita, le come una pura e semplice applicazione della teoria presupposta, fa
funzioni della verità, sostanzialmente negata, fanno sf che l'iden- della teoria una ragione astratta e implacabile, cui bisogna in ogni
tità di teoria e prassi assuma piuttosto l'aspetto dell'asservimento caso far corrispondere una realtà riottosa e recalcitrante: priva di
della teoria alla prassi, con la conseguente sostituzione dello stru- quell'inventività morale che sa comprendere e interpretare il caso
mentalismo al prassismo: la negazione della verità originaria con- singolo e rendervi efficacemente e benignamente operante la legge,
ferisce alla « realizzazione» della filosofi.a l'aspetto della soppres- che sa felicemente configurare la norma nel modo piu, aderente alla
sione pratica piuttosto che l'aspetto del superamento teoretico, situazione concreta, ma non perciò meno imperativa e vincolante,
cioè la forma della sua completa subordinazione alla politica piut- la ragione semplicemente presupposta e imposta alla pratica non
tosto che la forma della sua completa identificazione con la poli- diventa norma se non attraverso l'impietoso aspetto del rigorismo,
tica. Ne risulta la concezione dell'intellettuale strumentalizzato al l'inflessibile severità del moralismo, la squallida ferocia del fana-
politico, concezione che in realtà rappresenta assai piu la pratica tismo. E non per nulla il pampoliticismo, dissolvendo il pensiero
del comunismo che non il genuino convincimento di Marx. nell'azione, non solo priva l'azione d'ogni criterio veritativo, ma
È cosf, dunque, che nella società attuale si presentano con carat- anche autorizza la strumentalizzazione della teoria alla pratica, pro-
teristiche ormai inconfondibili da un lato l'intellettuale che fa fessando il carattere radicalmente e definitivamente ideologico di
consistere il proprio compito nel pretendere di dar legge al politico, ogni forma di pensiero: il che porta inevitabilmente al cinismo,
e dall'altro il politico che nel suo realismo asservisce a sé l'intel- giacché non ci si limita con la Realpolitik ad affermare che la poli-
lettuale: per un verso l'idea della filosofi.a come guida della politica tica è completamente indipendente dalla morale, ma anzi ci si spin-
e per l'altro l'idea della filosofi.a come strumento della. politica. ge sino a dire che non c'è altra forma di morale che la politica.
Queste due concezioni hanno in comune anzitutto il fatto di Quelle due concezioni hanno poi in comune il fatto di confon-
presupporre come punto di partenza la separazione di pensiero e dere la verità con la filosofia, o, meglio, di sopprimere la verità,
azione, senza darsi cura di raggiungere una sfera anteriore donde e di esigere dalla filosofia ciò che solo la verità può dare, ed è per
la distinzione derivata possa attingere al tempo stesso la sua spie- questo che o, illuse, la esaltano a guida diretta dell'azione e della
gazione e la sua norma. È chiaro che pensiero e azione, una volta politica, o, deluse, la degradano a strumento dell'azione e della
che siano presi nella loro separatezza e in una ormai irrigidita spe- politica. L'illuminismo dimentica che è la verità, e non la filosofia,
cificazione, non possono esser messi direttamente in rapporto se che dà la legge alla pratica e alla politica: il che significa che non
non mediante una subordinazione reciproca. Se si prescinde da solo il pratico e il politico, ma lo stesso filosofo debbono rendersi
un'identità originaria di teoria e prassi, allora la loro distinzione docili e sagaci ascoltatori della verità, e se il filosofo ha qualcosa

182 183
DESTINO DELL'IDEOLOGIA
VERITÀ E INTERPRETAZIONE

da dire al politico e all'uomo che deve agire, ciò accade nella mi- schemi pratici rappresentano il risultato d'una filosofia asservita
sura in cui egli rammenta loro ciò eh' essi stessi sanno o dovrebbero alla politica, d'una pratica che genera da sé stessa la propria
sapere già da sé, ma forse l'hanno dimenticato, e può esser utile teoria. Ora la filosofia traduce in termini riflessivi, verbali, specu-
che qualcuno glielo ricordi, ma basterebbe ch'essi rimanessero lativi quel pensiero rivelativo e ontologico che può esser presente
fedeli ali' originaria portata ontologica dell'umanità stessa per rime- in qualsiasi attività umana; e quegli schemi d'azione e progetti
morarlo, e far sf che la presenza dell'essere e della verità si faccia pratici, se non si riducono a pensiero ideologico, meramente tec-
autenticamente valere nella loro attività. Ma l'illuminismo conferi- nico e strumentale, hanno una carica di verità; portare tale carica
sce alla filosofia il compito non di rimemorare la verità, compito alla chiara coscienza e all'esplicita riflessione, cioè tradurla in ter-
ch'è di tutti, bensf di legiferare nell'attività umana; il che alimenta, mini speculativi, è il compito e la natura della filosofia della poli-
con uno spirito sdegnosamente e spietatamente artistocratico, la tica; ed è in questo senso e con questi limiti che la filosofia può
presunzione della ragione umana e la boria dei filosofi. esser di vantaggio al politico.
Il marxismo poi, preso fra l'infausta decisione di eliminare ogni Con ciò entro direttamente nel terzo punto che mi resta da
verità dal pensiero e la giusta esigenza di cogliere il nesso profondo esaminare. Se la filosofia non è che la traduzione verbale e specu-
di teoria e prassi, per un verso intende negare la filosofia come lativa del pensiero rivelativo e ontologico, il cothpito è di riven-
puramente pensata, e per l'altro verso vuol sostituirla con la prassi dicare il carattere rivelativo e ontologico che ogni attività umana,
in cui la filosofia si realizza; col che dimentica che la filosofia non anche l'azione pratica, può avere di per sé. Si tratta, in fondo, di
può esser che pensata, essendo la traduzione in termini verbali e operare quella rivendicazione non « buonsensistica » e non sempli-
speculativi di quel pensiero rivelativo e ontologico ch'è originaria- cistica, bensf ampiamente umana, del senso comune di cui ho già
mente presente in ogni attività umana, purché non ne sia cancellato parlato, giacché il pensiero rivelativo e ontologico è alla portata
da un atto di ribellione e di tradimento, e che ciò che si tratta di di tutti, anche se non nella sua formulazione :filosofica, ma ciò
raggiunge~e non è tanto la realizzazione della filosofia nella prassi, ch'è estremamente difficile è restarvi fedeli, e non disperderlo
quanto piuttosto la presenza autentica della verità anche nella nell'oblio dell'essere e nella tecnicizzazione del pensiero: l'uomo
prassi. si trova di fronte a un'alternativa per cui o tutto si riduce a tec-
nica, anche la filosofia, o tutto ha una portata rivelativa, anche
l'azione pratica.
19. Originarietà della pratica. Nel caso che stiamo esaminando, si tratta di mettere in luce
la carica di verità insita nell'azione, cioè di affermare quella che
II · rapporto tra filosofia e politica non è dunque cosl'. semplice si potrebbe chiamare l'originarietà della pratica. Per rapportarsi
il come possono far sembrare quelle semplicistiche impostazioni dei alla verità la pratica non ha alcun bisogno della mediazione della
~il,, rapporti tra teoria e pratica. Certo, da un lato c'è la filosofia e filosofia, ~erché essa possiede originariamente la sua verità, e in
«:
addirittura la filosofia della politica, e dall'altro c'è la politica ' in sé stessa può trovarla e rivendicarla. Non bisogna confondere
. :I,
11

atto, che presuppone schemi d'azione e progetti pratici. Ma né la l'aspetto rivelativo del pensiero ontologico con l'aspetto specula-
~: filosofia della politica ha il compito di definire direttamente que- tivo del pensiero filosofico, anche se quest'ultimo non riesce. ad
"' gli schemi d'azione, come se si trattasse di « derivare » la pratica essere propriamente speculativo se non è originariamente r1ve-
da una teoria o di « applicare » una teoria alla pratica; né quegli lativo: ciò che piu conta, in ultima analisi, è la rivelatività del

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VERITÀ E INTERPRETAZIONE DESTINO DELL'IDEOLOGIA

pensiero, cioè la verità, piuttosto che la sua speculatività, cioè vuole, ma deve poi accettare i rischi a cui lo espone un uso arbi-
la filosofia. Non bisogna cadere nel teoreticismo, come se il rap- trario o disattento. Cosi da molti il termine di ideologia viene
porto con l'essere fosse soltanto conoscitivo: la pratica in tal caso usato in un senso per il quale sarebbe adattissima la parola tradi-
non sarebbe che semplice derivazione, applicazione, conseguenza zionale di morale o di etica, come concrezione dell'universale
d'una teoria presupposta, e la verità scomparirebbe di fronte a nella situazione particolare; e altri considerano l'ideologia come
un'assurda, opprimente, arrogante assolutizzazione della filosofia. mediazione fra la repubblica di Platone e la feccia di Romolo, e 'I'
il',,1,.!
C'è una verità anche nell'azione come tale, e quella si tratta di quindi come essenziale a chi vuol agire nel mondo, dimenticando
recuperare e di riaffermare. Certo, la presa di coscienza che se ne che proprio in questa funzione mediatrice consiste la stessa ispi-
può avere e la trattazione esplicita che se ne può fare è discorso razione etica delle azioni singole e la stessa inventività morale nei
filosofico in senso proprio; ma tale discorso non si potrebbe fare casi concreti. Usare il termine di ideologia in questo significato,
senza l'affermata originarietà della pratica. E dal punto di vista per indicare operazioni in cui la memorazione dell'essere e la
di tale originarietà, che il discorso filosofico sia anteriore o poste- fedeltà alla verità sono decisive, può significare un'inconsapevole
riore all'azione non ha piu alcuna rilevanza, giacché quell'ante- o sottintesa volontà di distacco della politica dalla morale, e della
riorità non degraderebbe la pratica a mera applicazione d'una morale dalla verità, il che sarebbe sommamente \deprecabile.
teoria presupposta, né quella posteriorità conferirebbe un carat- Cosi si chiamino pure ideologie gli schemi d'azione e i pro-
lii-.''.
tere semplicemente ideologico alla teoria, essendo ormai assicu- getti pratici, in cui interpretazione del tempo e rivelazione della mir

rato il carattere rivelativo non meno dell'azione pratica che del verità si saldano in modo cosi decisivo, e nei quali la dimensione
discorso filosofico. storica e la dimensione ontologica possono cospirare in modo
L'originarietà dell'azione è confermata dal fatto che nel mondo cosf fruttuoso, e che potrebbero cosf validamente attestare l'ori-
storico l'azione pratica ha il potere di modificare le condizioni in ginarietà dell'azione. Ma cosi facendo ci si espone al rischio dello
cui il pensiero rivelativo si esercita; ciò che naturalmente non storicismo, ch'è di trattare come pensiero soltanto espressivo an-
mette affatto in questione la verità, ma soltanto riguarda la nostra che il pensiero rivelativo, pretendendo di demistificarlo e storiciz-
via d'accesso ad essa nel suo mutarsi e rinnovarsi. Se non ci fosse zarlo, e al rischio del sociologismo, ch'è di assecondare in modo li :
tale originarietà della pratica, la conclamata condizionalità storica troppo arrendevole e corrivo la confusione odierna di verità e
del pensiero sarebbe un fatto puramente irrazionale e negativo, tecnica, anzi la sostituzione odierna della verità con la tecnica.
concepito come tale che sarebbe meglio che non ci fosse: donde le Certo; il rischio dell'ideologia, e quindi della mistificazione e li !
perniciose conseguenze d'una persistente anche se inconsapevole della strumentalizzazione, è costante, e ogni cautela critica al ri-
e occulta nostalgia per la metafisica unica, definitiva, immobile, guardo, esercitata su di sé e sugli altri, non è mai troppa. Ma Il
completamente esplicitata; nostalgia che porta naturalmente con se questi schemi d'azione e questi progetti pratici hanno un va- 1111

sé la svalutazione del mondo storico, visto come velo importuno lore, essi lo hanno non in quanto concettualizzazioni delle condi-
e da rimuovere piuttosto che come possibile apertura, e come zioni storiche o tecnicizzazioni dell'azione pratica, ma come con-
decadenza irrimediabile e deprecabile piuttosto che come luogo cettualizzazioni sia pure provvisorie della portata ontologica del- li
delle nostre scelte. l'azione e testimonianze sia pure fuggevoli d'una fedeltà all'essere.
Desidero concludere con una quarta e ultima osservazione. È
evidente che i termini ciascuno in fondo li può adoperare come

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PARTE TERZA

VERITÀ E FILOSOFIA

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NECESSITA DELLA FILOSOFIA

1. Scienza e religione pretendono di soppiantare la filosofia.

La filosofia è oggi manifestamente in crisi. La cultura odierna


sembra non volerle conservare alcuna funzione né assegnare alcun
posto. Altre forme di sapere e altre specie di adività si dividono,
anzi si disputano il regnum hominis, e, lottando per soverchiarsi
a vicenda, si accordano nel non riconoscere alcun compito alla
filosofia. Per la mentalità odierna la filosofia non ha ormai piu
nulla da dire, perché il campo è dominato dalla presenza sempre
piu invadente della scienza, dell'arte, della politica, della religione.
La scienza soprattutto sembra imporsi all'uomo d'oggi, il
quale, spettatore ammirato dei suoi risultati sempre piu sorpren-
denti, tende a ravvisarvi la forma esemplare - se non addirittura
l'unica forma valida - del sapere. Lasciandosi affascinare piu J
dalla vistosità delle applicazioni tecniche che dal momento vera-
mente inventivo del pensiero scientifico, l'uomo d'oggi tende a
svalutare ogni forma di sapere che non possegga i caratteri della
scienza, cioè la delimitatezza del proprio campo di ricerca, l'ope-
J
ratività dei suoi concetti, l'autocorreggibilità della ragione ch'essa I"
I
esercita, la validità intersoggettiva delle sue conclusioni. Lo stesso il'
scienziato diventa piu sensibile alla tentazione della superbia insita
nel progresso tecnologico che alla lezione d'umiltà implicita nel
momento inventivo e conoscitivo della scienza, e tende perciò a
assolutizzare il proprio sapere, giudicando delle altre forme di
sapere in base al proprio modello, e quindi esigendone illegittima-
mente quello ch'esse non possono né vogliono né debbono dare.

191
VERITÀ E INTERPRETAZIONE NECESSITÀ DELLA FILOSOFIA

CosI la filosofia è costretta a adottare i caratteri e i procedimenti l'esiguo compito d'un'indagine neutrale e descrittiva dell'assenso
della scienza, preferendo dividersi in ricerche particolari piuttosto e del rifiuto religioso.
che mettere in questione l'intera esperienza umana, e accettando
di spersonalizzarsi in una validità oggettiva anche se continua-
mente rivedibile, e ignorando altri criteri di verità che non siano 2. Arte e politica pretendono di surrogare la filosofia.
l'operatività dei concetti e la capacità della ragione di correggersi
da sé. Altrimenti la filosofia dovrebbe rassegnarsi a venir consi- Come se l'invadenza della scienza e della religione non bastasse,
derata come fantastica e inutile: bella forse e suggestiva se vista si assiste oggi a un'artificiosa esagerazione dell'arte e della poli-
come un sogno artistico, ma ibrida e superflua se considerata tica, che pretendono di sostituirsi alla filosofia assumendosene le
come una forma di sapere; a meno ch'essa accetti di ridursi a funzioni. Ciò è conforme a uno dei caratteri principali della cul-
tura odierna, ch'è essenzialmente una cultura di surrogati. Basta
filosofia della scienza, cioè alla consapevolezza critica e metodo-
darsi uno sguardo intorno per sincerarsene: in ogni campo l' atti-
logica che il pensiero scientifico prende di sé stesso.
vità specifica è surrogata da un'attività inferiore o diversa, che,
D'altra parte la religione rivendica oggi, nella mente di molti,
costretta a farne le veci con forze nùnori o inàdeguate, ne cor-
una presenza cosI perentoria e intensa da rendere superflua quella
rompe il primitivo intento. Ecco ad esempio l'etica diventare il
della filosofia. Oggi la religione è intenta a recuperare la purezza surrogato della religione, e assolutizzare la ragione umana resa
del suo contenuto eterno di là da ogni incarnazione storica, per autonoma e sufficiente, col risultato che questa, superba della pro-
derivarne l'ispirazione di nuove incarnazioni piu consone all'ora pria assolutezza, pone capo o alla soppressione della colpa, e per-
presente. Ne deriva per un verso il rifiuto del connubio della reli- ciò a una giustificazione universale, o all'instaurazione d'un mora-
gione con le varie filosofie che si sono succedute nella storia del lismo astratto, inutilmente intransigente e rigoristico. Ecco che
pensiero occidentale, e per l'altro verso un raccoglimento nella la ragione si erige a surrogato della verità, col risultato che, di-
pura interiorità dell'uomo che ha operato il salto genuinamente menticando quell'originario rapporto con l'essere che solo può for-
religioso della fede, onde trarne validi suggerimenti per la costru- nirle contenuto e criterio, essa diventa illimitata e incerta, tal-
zione della nuova cultura religiosamente ispirata. Di qui da un mente instabile nella precarietà delle sue conclusioni da perdere
lato la tentazione d'un fideismo poco attento ai motivi di credi- anche l'ultimo potere che le si vuol riconoscere: la capacità di
bilità della fede e poco sollecito della ragionevolezza dell'assenso correggersi. Ecco ancora la tolleranza diventare il surrogato della
religioso, e inteso piuttosto a sottolineare l'audacia della fede; e carità, e dimenticare che la fede nelle proprie idee e il riconosci-
dall'altro lato la diffidenza verso ogni accordo tra la fede religiosa mento delle idee altrui sono indivisibili, cosI come sono indivi-
e una filosofia determinata, nel senso che chi ha fatto il salto della sibili il culto della verità e l'amore per il prossimo, col risultato
fede ormai non è piu interessato a un contenuto di verità qual che nell'oblio della verità si perde anche il motivo del rispetto per
è offerto dalla filosofia. Oggi sembra dunque che quando il campo le persone. Ecco infine la tecnica diventare in ogni campo il sur-
è tenuto dalla religione non ci sia piu posto per la filosofia, perché rogato per eccellenza: nell'arte, ove l'abile manipolazione dei mezzi
ormai ogni cosa è decisa, e il contributo della filosofia, sia che si artistici giunge a dare l'apparenza dell'arte senza darne la sostanza;
tratti d'una preparazione o d'una conferma, è inutile: tolto alla nella scienza, ove si accentua il momento tecnico rispetto al mo-
filosofi.a ogni carattere opzionale e decisivo, non le resterebbe che mento conoscitivo e creativo; nell'etica, ove la tecnica dei com-

192 193
VERITÀ E INTERPRETAZIONE NECESSITÀ DELLA FILOSOFIA

portamenti sostituisce il processo inventivo con cui l'originaria In queste condizioni la filosofia è piu che mai necessaria: compete
sollecitazione morale si traduce in norma; nella stessa :filosofia, proprio ad essa non solo il compito, ma anche la capacità di resti-
ridotta a razionalità elaboratrice di tecniche adatte di volta in volta tuire ogni attività al suo campo e a ogni attività la sua funzione:
ai determinati campi d'indagine. di fronte alle pretese esorbitanti della scienza e della religione e
In un clima del genere non è strano che la :filosofi.a trovi dei agli assurdi sconfinamenti dell'arte e della politica, la filosofia può
surrogati nell'arte e nella politica, tanto piu ch'è questo il risul- ravvisare il proprio compito nella custodia di quei limiti oltre
tato a cui conducono le vicende della :filosofi.a negli ultimi cento- i quali tali attività tralignano e degenerano, ed entro i quali invece
cinquant'anni. Quando la filosofia giunse con Hegel a una spede si realizzano nella loro genuina natura.
di idealizzazione dell'intera realtà e di pura contemplazione di sé, Anzitutto la filosofia è in grado di mostrare che fra scienza
per realizzarsi nel mondo non le restava altra via che quella di e filosofia non è, a rigore, possibile alcun conflitto, perché il limite
negarsi nella realtà concreta, di capovolgersi in non filosofia: donde, che costituisce la scienza nella sua sfera e la istituisce nella sua
appunto, la non filosofia di Marx, ch'è la politica, la non filosofia validità è precisamente quello che segna anche l'ambito e il valore
di Kierkegaard, ch'è la fede, la non filosofia di Nietzsche, ch'è la della filosofia. Non che si possa dire che la scienza arriva sino a
volontà di potenza, la non filosofia di certo estetismo, ch'è l'arte. un certo punto, oltre il quale comincia la filosofià-ì, come se si trat-
Cosi è accaduto che l'arte e la politica, forme tipiche di non filo- tasse di due gradi successivi d'un solo sapere, e come se scienza
sofia, son diventate surrogati della filosofia. E infatti l'arte ha pre- e filosofia si dividessero gli oggetti, adatti gli uni soltanto alla
teso di diventare un atteggiamento totale dell'uomo, rivendicando scienza e gli altri soltanto alla :filosofia: tutto può essere oggetto
a sé non solo quella pienezza deil'impegno etico ch'è propria di filosofia, compresa la scienza stessa, e la scienza provvede da sé
d'una scelta decisiva o d'una protesta radicale, ma anche quel a delimitarsi o addirittura a costruirsi il proprio oggetto; si che si
carattere di conoscenza totale ed esclusiva quale soltanto la filo- tratta piuttosto di due diverse forme di sapere, situate in piani
sofia, se non addirittura la religione, può desiderare. La politica, diversi, fra i quali non è possibile alcun incontro e quindi alcun
poi, è diventata inseparabile dall'ideologia, al punto che oggi non conflitto. Se tra scienza e filosofia c'è conflitto, è perché una di
c'è presa di posizione politica che non si configuri come una scelta esse vien meno al suo compito specifico e sconfina nel campo del-
ideologica, né conflitto politico che non assuma la forma d'una 1'altra; è perché il filosofo o lo scienziato, dimenticando che non
lotta ideologica; e non è certo il caso di ricordare che l'ideologia possono se non starsi a sentire a vicenda, pretendono d'interlo-
è proprfo uno dei piu tipici surrogati della filosofia. quire ciascuno nel campo dell'altro.
Ciò accade anzitutto quando il :filosofo scambia il diritto - ch'e-
gli ha - di filosofare sulla scienza e di rendersi conto della meto-
3. La filosofia segnando t limiti della scienza la mantiene nella dologia scientifica col diritto - che non gli compete - d'ingerirsi
sua natura. in questioni scientifiche, o prescrivendo allo scienziato il metodo
da seguire e dirigendone le operazioni, o incorporando nel pro-
Sotto la minaccia d'esser soppiantata dalla scienza e dalla reli- prio sapere i risultati della scienza e utilizzandoli ai suoi fini. I]
gione e d'esser surrogata dall'arte e dalla politica, la filosofia è filosofo può _certamente dare una definizione della scienza e fare
dunque in crisi. Ma proprio in questo stato di estrema confusione una teoria della metodologia scientifica, ma ciò egli è in grado di
essa può trovare il terreno adatto a una sua feconda reviviscenza. fare in quanto è la scienza stessa che lo informa del proprio me-

194 195
VERITÀ E INTERPRETAZIONE NECESSITÀ DELLA FILOSOFIA

- todo e dei propri procedimenti; sf che il filosofo, pur meditando


sulla scienza e parlando della scienza, non ha nulla da dire nella
scienza, né può pretendere d'aver voce nel corso della ricerca scien-
4. Solo la filosofia garantisce la reciproca indipendenza di filosofia
e religione.

tifica: se lo fa, con ciò stesso cessa di far filosofia per non far che Nello stesso modo la religione che voglia soppiantare la filoso-
..,.. della cattiva scienza . fia si snatura, e perde l'esser suo di religione, in cui soltanto la
Ma il conflitto può nascere anche quando lo scienziato scam- filosofia può restaurarla e mantenerla. Infatti il possesso religioso
bia il diritto - ch'egli ha - di stabilire il metodo adatto all'og- della verità è di tal natura, che non solo non estingue né esclude,
getto della propria ricerca col diritto - che non gli compete - di non solo permette e consente, ma anzi implica e suscita la ricerca
stabilire quale sia l'unica forma valida di sapere. Lo scienziato filosofica della verità. La fede è di per sé ancipite, potendo esser
ha certamente il diritto incontestabile di dichiarare che il sapere considerata da un punto di vista religioso, volto a Dio, e da un
scientifico è l'unico adatto agli oggetti della sua ricerca; ma non punto di vista filosofico, volto al mondo: nella prima prospettiva
può estendere e assolutizzare il sapere scientifico sino a preten- essa è dono di Dio, nella seconda è atto dell'uomo; nella prima
dere che sia considerato come l'unica forma di sapere possibile. è pienezza fiducia abbandono, nella seconda opzione audacia salto;
Se lo fa, con ciò stesso cessa di far della scienza, perché la propo- nella prima è non dirò una certezza - ché non cbnviene a una spe-
sizione « non c'è altra forma di sapere che il sapere scientifico » ranza come quella della fede un termine cosf scientifico -, ma
non è una proposizione scientifica, bensf una proposizione filoso- certamente un possesso, e nella seconda non dirò un dubbio - ché
fica, ch'è la base dello scientismo; egli fa dunque della filosofia, non conviene a un salto cosi coraggioso un vocabolo compromesso
ma lo fa senza saperlo, cioè fa della filosofia acritica e inconsape- con lo scetticismo - ma certamente una scommessa. Ecco perché
vole, insomma della cattiva :filosofia. ciò che religiosamente è un possesso può filosoficamente essere una
La scienza che si assolutizza pretendendo di soppiantare la ricerca: con la fede l'uomo può attingere la verità, e goderne con
;I filosofia fallisce dunque interamente il suo scopo, perché non solo fiducioso abbandono., in una pienezza di conoscenza e di vita quale
.,",
... non riesce a negare la filosofia, ma addirittura finisce col negare sé nessun'altra forma di sapere può assicurare, ma lo fa con una
stessa come scienza. Ne risulta dunque che come lo scientismo scelta che non si può compiere una volta per tutte, in modo defi-
non annienta la filosofia, perché, sia pure indirettamente e incoeren- nitivo e sicuro,· e che si deve invece ripetere in ogni istante, con
temente, la afferma, cosf negare lo scientismo non significa colpire una lotta intrepida e un continuo trionfo sul dubbio. La fede
la scienza, ma riconoscerla nell'ambito che le spetta e in cui essa unisce paradossalmente securitas e insecuritas, la pienezza del
1 è sovrana. Senza la filosofia, la scienza esorbita dalla propria sfera, possesso e il bisogno della conferma, la tranquillità del successo
)~ e degenera in scientismo: solo la :filosofia può preservarla da que- e la precarietà della scommessa, la serenità della scoperta e l'in-
.
" ,, sto tralignamento, e salvarla come scienza. quietudine della ricerca; ed è in questa dialettica che s'inserisce
la filosofia, reclamata anzi destata nella sua indipendenza dalla
'"'
stessa religione.
Vi sono spiriti religiosi che accentuano talmente la pienezza e
la tranquillità del possesso da non sentire piu il bisogno della
filosofia, perché in essi la fede rigenera continuamente sé stessa
con irruenza primigenia e impetuosa; vi sono spiriti no.n meno

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l
VERITÀ E INTERPRETAZIONE NECESSITÀ DELLA FILOSOFIA
.L
religiosi, in cui il possesso stesso diventa, per il suo intrinseco un verso sconsacra ogni fede corrodendola col dubbio, mentre per
bisogno di riconferma, stimolo di ricerca, e costoro sentono la l'altro imprime il carattere della fede alla. professione stessa di
necessità della filosofia tarito piu intensamente quanto piu pro- razionalismo; e trascorre dagli odierni surrogati, razionalistici e
fonda è la loro religiosità. L'esperienza dei primi non è una dimo- sofisticati, della fede, come l'estetismo, il moralismo, il prassismo
strazione della superfluità della filosofia rispetto alla religione, ma politico, alle odierne affermazioni, postulatorie e confessionali, di
piuttosto della loro reciproca indipendenza, attestata anche dal-
l'esperienza dei secondi, i quali, lungi dal considerare la filosofia
razionalismo, come l'ateismo, il nichilismo, l'irreligione: tutte pos-
sibilità, queste, eguagliate sullo stesso piano, e che sono al tempo 1
come dipendente dalla religione, la concepiscono piuttosto come stesso conclusioni razionali (d'una ragione senza verità) e atti di
fede (d'una fede senza verità), o, meglio, scelte cerebrali e razio-
il chiarimento d'una situazione esistenziale particolarmente solle-
citante, qual è la fede. Ed è su questa indipendenza reciproca cinazioni arbitrarie: avventure disordinate dell'uomo odierno, in-
capace di scorgere il nesso che sussiste fra possesso e ricerca, pie-
l
- confermata per di piu dall'esistenza di spiriti filosofici che non
sentono il bisogno della religione, e che quindi, piu che negarla nezza e inquietudine, fiducia e audacia, e perciò stesso irrequieto,
come superflua o inferiore, semplicemente la ignorano - che può scontento, incerto, insoddisfatto.
fondarsi quella convergenza e collaborazione di filosofia e reli-
gione che impedisce alla seconda di snaturarsi pretendendo di sop-
piantare la filosofia. 5. Degenerazione dell'arte e della politica senza la filosofia.
Ma per difendersi dall'invadenza della religione la filosofia non
ha alcun bisogno d'invaderne a sua volta il campo, pretendendo Sarebbe facile mostrare, infine, come l'arte e la politica che
di assorbirla in sé come una specie di filosofia inferiore e mitica, pretendono di surrogare la filosofia non solo non sono riuscite nel
buona per le persone semplici e per le civiltà non evolute, e desti- loro intento, ma hanno finito col perdere la propria natura, l'arte
nata a risolversi e dissolversi completamente nella filosofia. Questa degenerando in estetismo e la politica in pampoliticismo. L'arte
ha voluto porsi come un assoluto, pretendendo di risolvere in · sé
filosofia razionalistica, che non riconosce il salto della fede, si
trova sprovveduta di fronte a quella religione che, ritenendo fal- tutti i valori umani, speculativi pratici religiosi: in tal modo ha l
limentare il cammino della filosofia, intende dichiararne la super- corrotto anche il valore artistico, estenuandolo in manifestazioni
fluità; e rischia persino di doverle cedere il campo, con pregiu- sempre piu fievoli ed esigue. La vicenda dell'estetismo nel mondo
dizio non solo della filosofia, non piu riconosciuta nei suoi diritti, contemporaneo è istruttiva: l'arte, che ha preteso di poter acco-
ma della religione stessa, amplificata oltre il giusto. gliere, essa sola, la pienezza della vita, una volta ch'è diventata
· Ciò appare con singolare evidenza nel dramma spirituale del- il valore assoluto che assorbe in sé tutti gli altri valori, può per- ii
l'uomo contemporaneo, ben consapevole del fallimento dell'illu- mettersi di svuotarsi, e pretendere d'imporsi, cosi svuotata, alla l
,.
JII
minismo - cioè di quel razionalismo che ha preteso di superare vita stessa: ed eccola, fattasi puro gioco, mero tecnicismo, sem-
la religione -, ma non piu capace ormai di credere in ciò che plice sperimentazione, specializzazione estrema, quasi ritornare alla li
l'illuminismo ha distrutto. Preso fra la nostalgia della fede antica sua infanzia, ma senza il sostegno del mito e della magia che nelle \l:
e l'attuale impossibilità di aderirvi, egualmente insoddisfatto della civiltà primitive riempiono di significato quelle elementari mani-
religione e della sua negazione, insieme desideroso e incapace di festazioni d'arte.
credere, l'uomo d'oggi peregrina da un'esperienza all'altra, e per Non meno istruttiva è la vicenda con cui la politica ha voluto
l
198 199
VERITÀ E INTERPRETAZIONE NECESSITÀ DELLA FILOSOFIA

surrogare la filosofia, risolvendola in rivoluzione politica, com'è citato su di sé una critica cosi radicale da mettere in forse la sua
accaduto nel marxismo, o in strumento <l'azione politica, come stessa esistenza. Tutto cominciò col criticismo di Kant, quando
accade nel sociologismo. Da questo processo filosofia e politica la filosofia s'accorse che non poteva pretendere di sottoporre a
escono completamente snaturate: la :filosofia, che perde la sua spe- critica la conoscenza umana senza sottoporre a critica anzitutto
i
cifica natura speculativa; la politica, che s'ingigantisce sino ad sé stessa. Essa non tardò allora ad affrontare il problema della fa,

propria possibilità, e capl'. che per far questo doveva prender co- i1
estendersi mostruosamente a tutta l'attività umana, in una visione
pampoliticistica estremamente squallida per l'uomo, al quale non scienza delle proprie condizioni: imboccata questa via, non si
resterebbe altra attività che la rivoluzione, altra persuasione che fermò piu, e portò la critica all'estremo rigore e alle ultime con-
la lotta, altra comunicazione che il conflitto ideologico. Solo se seguenze.
la filosofia non si lascia surrogare dall'arte e dalla politica queste Una delle prime condizioni della :filosofia è ch'essa si serve, e
ultime riescono dunque ad essere veramente sé stesse, restituite non può non servirsi, del pensiero. Fu l'idealismo che prese co-
a quei limiti che non solo le definiscono, ma anche le mantengono scienza di questa condizione: ne risultò posta in crisi - e distrutta
nella loro funzione propria e insostituibile. per sempre - la metafisica come visione speculare e totale della
In conclusione, l'indipendenza della filosofia è reclamata dalla realtà, perché è impensabile che la :filosofia possa avk're di fronte
scienza, dalla religione, dall'arte e dalla politica, perché solo se a sé il suo oggetto e coglierlo in questa sua esterna totalità, allo
la filosofia si mantiene irreducibile di fronte ad esse, queste quat- stesso modo che il ,pensiero comune ha di fronte a sé e comprende
tro attività possono realizzarsi nella propria natura e salvarsi dal gli oggetti dell'esperienza. Fu un momento critico: sembrò che
tralignamento che consegue alle loro illegittime pretese. Solo in l'oggetto della filosofia dovesse dissolversi in un'affermazione di
virtu della presenza efficace della :filosofia la scienza è veramente universale soggettivismo; ma la filosofia, scaltrita dalla critica,
scienza e non scientismo, la religione veramente religione e non riusd a recuperare in una nuova forma, compatibile con le nuove
fideismo, l'arte veramente arte e non estetismo, la politica vera- esigenze, la totalità del suo oggetto e l'assolutezza del suo sapere:
mente politica e non pampoliticismo. La :filosofia ritrova dunque ne risultò la concezione hegeliana della filosofia come autocoscienza
una sua insostituibile funzione nel restituire le diverse attività al della realtà giunta al termine del suo sviluppo.
loro compito, sottraendole alla tentazione odierna d'una loro asso- Una nuova consapevolezza non tardò a presentarsi: quella della
lutizzazione, e con ciò preservandole dal pericolo di perdersi e condizionalità storica della :filosofia: fu questo il compito dello
snaturarsi. storicismo, da Hegel a Croce, da Marx a Dilthey. Ne risultò op-
portunamente distrutta la concezione d'una filosofia definitiva e
sovratemporale, valida per sempre e per tutti come unica vera,
6. Per troppa critica la filosofia dichiara la propria fine. troppo contrastante col pluralismo di culture, di punti di vista,
di :filosofie, che vige nelle cose umane. Fu anche questo un mo-
Ma a questo punto si può ragionevolmente dubitare se la filo- mento critico, perché parve che la :filosofia stessa dovesse svanire
sofia sia in grado di esercitare questa funzione ordinatrice nei in una forma di radicale relativismo. Ma, anche qui, la :filosofia
confronti delle varie attività dell'uomo, perché oggi ci troviamo trovò il modo di superare la bufera, e di salvaguardare la propria
di fronte a un fatto nuovo e paradossale: la :filosofia dichiara essa validità assoluta proprio attraverso il riconoscimento della molte-
stessa la propria fine. La filosofia ha perduto l'ingenuità: ha eser- plicità e temporalità delle filosofie.

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VERITÀ E INTERPRETAZIONE NECESSITÀ DELLA FILOSOFIA

Un passo ulteriore fu fatto dall'esistenzialismo, il quale, da


I _._
pre nuove e diverse, via via vi si profilano. Ebbene, ora si afferma
Kierkegaard a Heidegger, da Nietzsche a Jaspers, diede alla filo- che la filosofia non è altro che questo pensiero operante reso con-
sofia la consapevolezza della propria condizionalità personale. Sem- sapevole di sé, pensiero alla seconda potenza, quasi una doppia
brò che tutto dovesse dissolversi in un puro biografismo, desti- conoscenza o una riflessione di secondo grado, interna ai singoli
nato a segnare la morte della stessa filosofia: riduzione del pensiero campi dell'esperienza e intenta ad affrontarne con metodo i pro-
a vita vissuta, carattere eccezionale dell'esperienza singola, inco- blemi determinati. La filosofia in tal modo si divide nei discorsi
municabilità fra le persone. Ma alla fine ne risultò distrutta sol- particolari, diventando di volta in volta filosofia dell'arte o della
tanto l'idea della pura contemplatività e della comunicabilità ogget- scienza o della religione o della moralità o della politica e cosi'.
tiva della filosofia; e fu un gran bene, perché la filosofia non è via; e in ogni campo intende presentarsi come metodologia, spe-
una scienza, traducibile in enunciati completamente spersonaliz- rimentazione capace di correggersi e controllarsi, operatività agile
zati, e implica piuttosto un impegno strettamente personale, in e duttile, adatta ai singoli ambiti dell'esperienza, in stretto con-
cui è possibilissimo d'altra parte rinvenire i fondamenti di una tatto con i dati empirici, restia alle generalizzazioni, dedita a
comunicazione interpersonale. soluzioni tecniche e precise. Ora la « seconda potenza » consiste
Ora, la condizione di cui la filosofia ha preso coscienza al nel fatto che questo pensiero, nell'atto stesso che opd~a all'interno
giorno d'oggi pone un problema piu difficilmente superabile, e d'un ambito d'esperienza, è consapevole di sé, cioè prende a og-
sembra compromettere alla radice la possibilità stessa della filo- getto sé stesso e solo sé stesso: esso è razionalità trasparente a
sofia: questa condizione è infatti il linguaggio, cioè il linguaggio sé stessa in quanto tecnicamente operante, e cioè è in fondo pen-
con cui la filosofia dovrebbe parlare del proprio oggetto, anzi di siero vuoto; il che spiega com'esso non resista all'invadenza delle
sé stessa, anzi dello stesso linguaggio con cui essa parla. Questa cosiddette scienze umane, che si presentano cosi piene di conte-
volta la filosofia si trova involta in un processo senza fine, il cui nuti concreti, cioè sia pronto a cedere il campo alla sociologia,
esito rischia d'esser la definitività del silenzio, la fine stessa d'ogni alla psicologia, all'antropologia culturale, all'etnologia, alla storia
discorso, la morte della stessa filosofia. La critica si è fatta crisi: della cultura, e cosi via. Anche per questo verso, dunque, la filo-
la filosofia si è cacciata in una situazione che sembra senza via sofi.a s'avvia all'abdicazione completa.
d'uscita. Per prender coscienza delle proprie condizioni e per
garantirsi nella propria possibilità la filosofia si è ripiegata narcisi-
sticamente su di sé: si è costretta a non parlare che di sé, e questo 7. Crisi della filosofia come rinuncia alla verità.
suo discorso si è talmente estenuato e rarefatto che ha finito per
esaurirsi nella presa di coscienza della propria impossibilità. In- La situazione sembra dunque essere la seguente. Per un verso
somma, la filosofia è talmente critica che si svuota: non ha altro la critica diventa cosf distruttiva da spingere la filosofia, ridottasi
oggetto che sé stessa, né altro risultato che la propria distruzione. ormai a non parlare che di sé, ad annullarsi del tutto; per l'altro
A ciò s'aggiunga un'altra condizione la cui consapevolezza è verso la concretezza dell'esperienza, offrendosi a un pensiero che
affiorata nella filosofia contemporanea: la pluralità dei campi d' espe- non mira che ad esercitarvi la propria sperimentazione, diventa
rienza. L'esperienza - si sa - è aperta, inconclusa, imprevedibile, cosi dispersiva da annientare la filosofia nei discorsi particolari.
suddivisa in una pluralità innumerabile di ambiti, e in essa opera Da un lato l'eccesso della critica porta all'impossibilità della filo-
il nostro pensiero per risolvere le questioni determinate che, sem- sofia come sapere autonomo: la generalità del discorso filosofico

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VERITÀ E INTERPRETAZIONE NECESSITÀ DELLA FILOSOFIA

è talmente vuota che la filosofia, in preda a un'autocritica sempre piu filosofia, non è nemmeno :filosofia: per esser filosofia deve
piu raffinata e snervante, perde la sua stessa esistenza. Dall'altro non solo parlare di sé e d'un ambito d'esperienza, ma mentre
lato il fascino della concretezza induce la filosofia a cedere il posto parla di sé e di questo ambito, deve dire anche qualcos'altro di
alle scienze umane: la particolarità dei discorsi filosofici è talmente molto piu radicale e originario, che mentre la fonda· nella sua
specialistica che la filosofia stessa, sempre piu prigioniera degli stessa possibilità le fornisce i criteri con cui esercitare la propria
ambiti d'esperienza in cui opera, rinuncia alla propria indipen- riflessione · nell'esperienza. Il pensiero può essere veramente alla
denza. seconda potenza solo se è pieno, profondo, radicale: solo se è
Insomma, la filosofia si trova oggi di fronte a quest'alterna- pensiero della verità; solo cosi esso può illuminare l'esperienza
tiva: o fa un discorso generale, e allora non parla che di sé, ed è dotandola d'una vera e propria coscienza critica, e risiedere nei
soltanto filosofia della filosofia, e il suo discorso è vuoto, o, me- singoli ambiti non al punto di restarne prigioniero o di asservirvisi
glio, non ha altro contenuto che la dichiarazione della propria come mero strumento, ma operandovi come guida e controllo, cor-
fine; o intende essere un discorso pieno, che parli di qualcosa, rezione e verifica, norma e direzione; solo cosi esso può riscattare
e allora si disperde nei discorsi particolari, i quali non sono piu a universalità la puntualità delle soluzioni tecniche, e presentarsi
i,
filosofici, perché la riflessione che vi opera non è :filosofia, ma socio- non tanto come una riflessione specialistica o un1'~discorso mera-
logia o psicologia o antropologia e cosf via. Nell'un caso e nell'al- mente particolare, quanto piuttosto come la filosofia intera con-
tro la filosofia sembra finita, o per l'impossibilità d'un discorse centrata su un punto.
filosofico generale e autonomo o per la degradazione dei discorsi Dal che derivano due conseguenze: da un lato •bisogna consi-
filosofici particolari e concreti. derare come definitivamente - e felicemente - distrutta l'idea
È di nuovo un momento critico, anzi veramente drammatico, che la verità sia « oggetto » della filosofia; dall'altro lato, la verità
per la filosofia. In questa situazione, dichiarare la fine della filo- è da recuperare alla :filosofi.a in un nuovo modo, tenendo conto
sofia è persin troppo facile, direi anzi semplicistico; né voglio che la filosofia deve operare in molteplici campi d'esperienza e
dire quanto sia comico lo spettacolo di filosofi che s'agitano per alle prese con questioni determinate. Insomma, il problema a cui
dichiarare la morte della filosofia, o per ridurre il compito della dobbiamo dar risposta è il seguente: se il discorso filosofico per
filosofia alla dimostrazione della propria inanità. Certo, dalla crisi il fatto di non avere la verità come oggetto debba essere privo di
attuale alcuni idoli dovranno uscire definitivamente distrutti, e verità, e per il fatto d'impegnarsi in ambiti speciali e in problemi
anche questa parte negativa sarà una conquista; ma ne scaturirà determinati debba accettare d'esser soltanto tecnico.
soprattutto la possibilità d'un recupero ancora piu saldo e sicuro
di prima, ed è questo il lavoro al quale possiamo e dobbiamo con-
tribuire tutti, :filosofi e non filosofi. 8. Alternativa fra verità e tecnica.
Soprattutto bisogna riconoscere che la crisi presente consiste
nel fatto che la filosofia ha rinunciato alla verità. Infatti il carat- Ed ecco, sommariamente, la risposta che propongo. In primo
tere negativo dell'alternativa sopra descritta risiede in una conce- luogo, se la verità non può esser oggetto della :filosofia, ciò non
zione depauperata della :filosofia: la filosofia che consenta ad esser vuol dire che la filosofia sia priva di verità. La verità non è
soltanto :filosofia della filosofia o soltanto filosofia della scienza o oggetto, ma origine del discorso filosofico, e il discorso filosofico
della religione o della moralità o della politica e cosi via non è non è enunciazione, ma sede della verità. La filosofia non parla

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VERITÀ E INTERPRETAZIONE NECESSITÀ DELLA FILOSOFIA

direttamente della verità, la quale non è un complemento di argo- mentre parla delle cose dice anche la verità, mentre s'attiene ai
mento, di cui si possa dire de veritate, e di cui e su cui si possa singoli campi d'esperienza e alle questioni particolari mostra il
parlare: la verità è impulso, ma non risultato del discorso, e vincolo esistenziale che lega l'uomo all'essere e la persona alla
quindi si sottrae ad esso nell'atto stesso che lo alimenta e lo verità.
fonda. Un discorso oggettivo sulla verità non solo non è filoso- Non diciamo dunque che la filosofia è morta: la sua impossi-
fico, ma a rigore è impossibile, nel senso che la verità scompare bilità di parlare della verità è soltanto il segno che la verità è
proprio nell'atto in cui è presa a oggetto d'un discorso, e non è qualcosa di molto piu originario che l'oggetto d'un discorso: la
piu verità quella di cui e su cui si può parlare: la verità, piuttosto, verità essa la può possedere in modo profondo e direi addirittura
è presente nel discorso, a sollecitarlo e a costituirne l'inesauribile sorgivo, e tenerla presente sempre, anche e soprattutto quando
riserva. La verità si lascia certamente possedere dalla filosofia, ma nei discorsi particolari affronta questioni determinate e oggetti
non in un'enunciazione assoluta e definitiva, valida per tutti e per definiti. Questo anzi è un punto in cui la filosofia mostra con la
sempre come unica vera: tocca invece alla filosofia darne un'in- massima evidenza la sua importanza decisiva nel mondo attuale,
terpretazione personale e osarne una formulazione a proprio rischio perché ci può orientare nella grande alternativa di fronte a cui
e pericolo, con la consapevolezza che non è l'interpretazione a ciascuno di noi si trova oggi, quale che sia la s~ attività: l'alter-
esaurire e monopolizzare la verità, ma la verità a concedersi all'in- nativa fra verità e tecnica. I discorsi particolari non sono univoci,
terpretazione rinnovandola incessantemente. perché di qualsiasi cosa si può parlare in modo o solamente tec-
E poi, in secondo luogo, non per il fatto di affrontare e risol- nico o veramente filosofico, a seconda che ci si attenga soltanto
vere questioni determinate in particolari ambiti d'esperienza il alla determinatezza del problema e dell'oggetto o invece la si
discorso filosofico si riduce a discorso puramente tecnico. Il di- affronti col senso d'un'ulteriorità piu vasta e profonda. Anche a
scorso tecnico si attiene rigorosamente alla definitezza dei suoi proposito della menoma cosa l'uomo si trova di fronte a un'alter-
oggetti, e quando, dopo l'opportuna impostazione, la conveniente nativa decisiva, in cui non può rimaner neutrale e deve scegliere:
sperimentazione e le adeguate operazioni, il problema singolo è l'alternativa fra il pensiero ch'è rivelativo anche quando parla del
risolto, il discorso è esaurito, e non resta piu nulla da dire. Ben menomo dato dell'esperienza e il discorso ch'è empirico anche 7
diversamente accade nel discorso filosofico, il quale è problema- quando si riferisce alla verità; l'alternativa fra il discorso filoso-
tico, e quindi tale che una volta aperto non cessa piu, e rigermina fico, che di qualunque cosa parli dice sempre anche qualcos'altro,
continuamente, sf che di ogni cosa ch'esso affronta, per quanto
definitissima, resta sempre qualcosa da dire. E ciò accade perché
e il discorso tecnico, che parla solo di ciò di cui parla; l'alterna-
tiva fra restar fedeli all'essere o dominare gli enti, rammemorare
- !
I '
il discorso filosofico, mentre parla del suo oggetto, ch'è definito, la verità o limitarsi all'esperienza, recuperare l'origine o chiu- I

si richiama all'origine, ch'è inesauribile: quando affronta una que- dersi nell'istante. _, 'I
stione determinata, non si limita ad accompagnare tale tratta-
zione con la consapevolezza di sé, ma fa di questa autocoscienza :i
I

la sede d'un possesso ulteriore, che le conferisce la fecondità 1

- 1
oltre che la duttilità, la profondità oltre che l'aderenza al con- 11
I I
creto, l'inesauribilità oltre che la capacità di soluzione. Il discorso
è filosofico quando mentre parla degli enti rivela anche l'essere,

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VERITÀ E INTERPRETAZIONE NECESSITÀ DELLA FILOSOFIA

9. La filosofia come coscienza del rapporto ontologico e il pro- Quale debba essere il linguaggio filosofico quando la filosofia è
blema del linguaggio filosofico. un recupero speculativo e verbale dell'originario risulta già da
quanto ho detto sin qui: il linguaggio anzitutto dev'esser tale da
Se poi si chiede in che modo la filosofia possa attingere e pos- possedere la verità senza perciò ridurla a oggetto del discorso, e
sedere la verità, si vedrà ch'essa può farlo non nella forma della in secondo luogo dev'essere tale da non poter parlare dei propri
conoscenza, perché la verità non è oggetto concluso d'una visione oggetti senza insieme dire la verità. Ci vuole insomma un lin-
totale; ma nella forma della coscienza; e della coscienza non già guaggio che per un verso possieda senza esaurire, e quindi sap-
in senso hegeliano, come coscienza della realtà già compiuta, ma, pia contenere l'infinità dell'implicito senza mai risolversi nel
se mai, in senso schellinghiano: coscienza non di ciò ch'è ultimo, « tutto detto», e per altro verso non si limiti a significare ciò
ma di ciò ch'è primo, non d'una storia conclusa, ma d'un'origine di cui parla, ma mentre parla di qualcosa di determinato dica
inesausta, non della presunta totalità dello spirito umano, ma sempre anche qualcosa di ulteriore.
della sua infinita virtualità originaria. La filosofia non è altro che L'evidenza della filosofia non è quella della scienza, che dice
la presa di coscienza, attraverso il pensiero e il linguaggio, di tutto quel che ha da dire, e quel che dice lo dice tutto; non è
quel rapporto con l'essere e con la verità che l'uomo è, e che quella del « tutto detto », a cui corrisponde un « ~ubito capito »,
l'uomo vive, nel consenso o nel rifiuto, in ciascuna delle sue atti- col che l'informazione è trasmessa, e la comunicazione esaurita,
vità. In questo senso la filosofia non ci fa conoscere niente di piu senza vero dialogo; ma è quella in cui la parola ha sempre qual-
di quel che sappiamo già; ma forse l'abbiamo dimenticato, e cosa da dire, perché dalla sua stessa esplicitezza rampolla senza
opportunamente essa giunge a rammentarcelo; ed è questo uno posa una nuova eloquenza, che la fa parlar sempre, suscitare un
dei suoi grandi meriti, che solo in essa, e non in altro, l'uomo dialogo vero, come interrogazione incessante, colloquio continuo,
può prender coscienza critica di quello ch'egli è. La filosofia tra- interpretazione infinita. Ciò non vuol dire che la parola filosofica
duce in termini speculativi ciò che anche l'uomo piu semplice sa sia indefinita e imprecisa, perché il suo rigore consiste appunto
già; il che vuol dire ch'essa, anche se nella forma è di pochi, nel saper unire indissolubilmente evidenza e profondità; né ch'essa
invece nel contenuto è di tutti; al punto che inutilmente ed ecces- sia soltanto metafora o allegoria, quasi che segno e significato
sivamente aristocratico è il concetto deIIa filosofia come metodo- fossero due serie cosf eterogenee da poter essere collegate fra loro
logia e riflessione alla seconda potenza; e al punto che c'è molta solo dalla sostituibilità della cifra, perché fortunatamente la parola
piu differenza tra il pensiero :filosofico e il pensiero tecnico che non ha bisogno d'esser simbolo per diventare profonda: la den-
tra la filosofia e il senso comune; giacché metodologia e tecnica, sissima pregnanza della parola filosofica è data dalla verità ch'essa
se vogliono atteggiarsi a unica filosofia possibile, sono forme di possiede, e che non è un semplice sottinteso da decifrare, ma un
« semiscienza », cioè di oblio della verità, molto piu indotte, nella implicito inesauribile da far parlare.
loro presunzione, di quell'ignoranza gravida di sapere ch'è riba-
dita e svolta dalla :filosofia.
Certo, giungere a dire con le parole e col pensiero quello che 10. Efficacia della filosofia come recupero della verità.
l'uomo comune può dire solo con la vita non è facile, ed è piu
che giustificata l'affermazione di gran parte della :filosofia contem- Cosf intesa, la filosofia può esercitare nel mondo attuale
poranea, che bisogna cominciare con un'analisi del linguaggio. un'azione decisiva, di cui qualche aspetto è già risultato. Resta

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VERITÀ E INTERPRETAZIONE

da dire ancora che la filosofia, ed essa sola, pone le basl per un


vero dialogo fra gli uomini, perché il suo discorso è insieme per-
sonale e rivelativo, cioè istituisce una molteplicità di interpreta-
zioni singole e irripetibili del vero, e al tempo stesso le stringe
tutte in una comunicazione reciproca incessante, basata suIIa forza II
unitiva della verità. A rigore non c'è dialogo nella scienza, in cui
la comunicazione è impersonale; né neIIa religione, in cui il dia- FILOSOFIA E SENSO COMUNE
logo è assorbito in qualcosa di assai piu profondo, ch'è l'amore;
né nell'arte, in cui vero colloquio c'è soltanto con l'opera; né
nella politica, in cui, finché dominano le ideologie, non c'è che 1. Esempi di rapporti fra senso comune e filosofia.
lotta o compromesso, fanatismo e faziosità. Invece la filosofia
crea il dialogo, perché nell'atto stesso che moltiplica senza fine Tutta la storia della filosofia è percorsa dal problema dei rap-
le interpretazioni personali della verità, le unisce tutte nella co- porti fra il pensiero filosofico e il senso comune e dalle soluzioni
mune consapevolezza di possedere la verità senza esaurirla, ma piu diverse che ne sono state proposte. Non sono infrequenti i
anzi alimentandosene continuamente. casi in cui la filosofia non solo s'è allontanata dal senso comune,
Resta da dire infine che, recuperando in modo cosi originario
la verità, la filosofia non solo si conferma nella propria possi-
ma l'ha deliberatamente sfidato, con teorie apparentemente para-
dossali, come la negazione del movimento e della molteplicità, o
J il
bilità, ma si dimostra anche in grado di indicare alle varie attività come l'affermazione dell'immaterialità del mondo e dell'idealità :1
dell'uomo ciò da cui esse possono trarre pienezza di contenuto dello spazio; ma non meno infrequenti sono i casi in cui la filo- 1,1
e di vigore. Possiamo ora comprendere sino in fondo perché la sofi.a s'è mostrata desiderosa di muovere dal senso comune e -1
sola presenza della filosofia basti a restituire a ciascuna di que- mantenervisi aderente, o per lo meno di riconciliarsi con esso
ste attività la sua genuina natura: la filosofia riesce a far questo dopo averlo momentaneamente abbandonato. Il senso comune è
solo perché fa ben di piu, cioè garantisce che la presenza dell' es- stato considerato per un verso come origine di totale scetticismo, - ,I
sere e della verità si faccia autenticamente valere in ogni attività '
come appare dai lunghi elenchi in cui moralisti di tutti i tempi
umana, rigenerandola continuamente e salvandola dal perdersi nel hanno enumerato le follie piu bizzarre e dissennate accolte nel-
tecnicismo, nella specializzazione, nel vuoto. La filosofia tiene viva l'uso pubblico; e per l'altro verso come fonte di conoscenza certa
la presenza efficace della verità, di quella verità « ch'è grande e e sicura contro le storture del costume e i sofismi della specula-
che vince ogni cosa »: µs:yci.À'l') 1-i ò:À1i1'°s:ux. xrx.1. u1ts:ptcrx;uet, zione. Il pensiero classico antico, riservando il vero sapere alla
filosofia, ha guardato con sospetto le idee dei piu, considerandole
come semplici opinioni; mentre una parte notevole della filosofia
ellenistica e romana consiste in una rivalutazione del verisimile 11
e del costume, che formano l'ampio regno del senso comune. Il
Dei tanti modi di configurare i rapporti fra il senso comune !;,
e la filosofia, due mi paiono particolarmente significativi: quello I
di Nicolò Cusano, che introduce l'idiota, cioè il profano, a istruire

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I
VERITÀ E INTERPRETAZIONE FILOSOFIA E SENSO COMUNE

sia l'oratore che il filosofo, perché la sapienza non sta « in arte cosa, deve sospendere l' :;issenso a tutte le convinzioni abituali, a
oratoria aut in voluminibus magnis », ma grida fuori nelle piazze, ciò che sembra ovvio per semplice acquiescenza al senso comune,
« foris clamat in plateis »; e quello di Hegel, che proclama la piu insomma al pre-giudizio inevitabilmente implicito nell' « atteggia-
assoluta opposizione della genuina fìlosofìa al gesunder Menschen- mento naturale», comune, quotidiano di fronte al mondo. Solo
verstand, cioè al buon senso ordinario, degno di derisione per la se, per adottare la significativa espressione di Husserl, si « mette
sua insulsaggine. L'atteggiamento del Cusano trovò ampio con- fra parentesi» il mondo, la filosofia può realizzarsi come rifles-
senso nel corso dei secoli, perché era una giusta rivendicazione sione veramente critica.
della schietta filosofia contro la vuota sapienza libresca dello sco-
lastico e del retore; ma delle sprezzanti parole di Hegel parve
vendicarsi lo stesso common sense, diffondendo nei paesi anglo- 2. Ambiguità del senso comune, preso fra un'esigenza di univer-
sassoni l'idea tendenziosa - che di rimbalzo si sta oggi propa- salità e un destino di storicità.
gando anche da noi - che la filosofia tedesca sia qualcosa di stra-
vagante, giacché, come sostiene Schopenhauer, « quando in Inghil- Che cosa sia poi il senso comune è questione tutt'altro che ·
terra si vuol accennare a qualcosa di molto oscuro, anzi di quasi pacifica. Intanto è degno di osservazione il fatto che persino i
incomprensibile, si dice '' It is like german metaphysics" ». sostenitori dell'eguale razionalità di tutti gli uomini non si trat-
Le posizioni che al giorno d'oggi su questo problema mi sem- tengono dall'usare una certa ironia quando parlano del buon
brano piu tipiche sono quelle della filosofia analitica e della senso o del senso comune. Accade cosf che Cartesio, proprio là
scuola fenomenologica. Che la filosofia analitica si risolva in una ove sostiene che la ragione è eguale per natura in tutti, cioè che
specie di rivalutazione del senso comune mi par chiaro da quando « le bon sens est la chose du monde la mieux partagée », osserva
essa, rinunciando alla ricerca d'un linguaggio logico perfetto, ha che « ciascuno pensa di esserne cosf ben provvisto, che anche i
scelto come campo della sua analisi il linguaggio ordinario, e, piu difficili a contentarsi in ogni altra cosa in questa non sogliono
rinunciando a cercare il significato delle parole, s'è proposta uni- desiderarne di piu », il che conferma che « non basta avere l'in-
camente di descriverne l'uso effettivo. In tal modo la riflessione telletto buono, ma bisogna soprattutto applicarlo bene ». Da parte
filosofi.ca, riportando le parole dal loro uso metafisico al loro uso sua, Kant dice eh'« è un gran dono del cielo avere un retto e
quotidiano, intende non tanto risolvere quanto piuttosto dissol- schietto buon senso; ma bisogna dimostrarlo con i fatti, pensando
vere i problemi filosofici, che nascerebbero soltanto da un uso e dicendo cose ragionevoli e meditate, e non appellandosi al senso
confuso e improprio delle parole, e rientrerebbero cosf in quelli comune come ad un oracolo quando non si dispone di nulla d'in-
che con pittoresca espressione Wittgenstein chiama « i bernoc- telligente per giustificare le· proprie asserzioni ». La garbata ironia
coli che l'intelletto s'è fatto cozzando contro i limiti del linguag- di Cartesio e di Kant basta ad ammonirci che il buon senso
gio». Perciò la filosofia analitica, col solo fatto d'essere una sem- posto pure che esista, di fatto poi non vale se non per l'uso che'
plice descrizione del linguaggio ordinario, realizza al limite la sop- se ne fa; e poiché quest'uso è sempre storicamente circostanziato,
pressione stessa della filosofia, a vantaggio della vita quotidiana ne segue che il concetto di senso comune minaccia di sfaldarsi e
e del senso comune. La fenomenologia invece avversa diretta- dissolversi al primo esame, anche non approfondito, a cui lo si
mente il senso comune, perché considera come essenziale alla filo- sottopone.
sofi.a la piu rigorosa assenza di presupposti: il filosofo, per prima Quel ch'è certo è che il senso comune ha una realtà troppo

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VERITÀ E INTERPRETAZIONE FILOSOFIA E SENSO COMUNE

ambigua e sfuggente, un ambito troppo impreciso e instabile, una e nel migliore dei casi non avendo il pensiero altra funzione che
definizione troppo labile e incerta, perché si possa mai pensare quella di conferire a un'epoca storica la possibilità di consolidarsi
di farne un organo del pensiero filosofico. Per un lato, come in sé e di prender consapevolezza di sé stessa.
buon senso, cioè come facoltà di giudicare rettamente, vorrebbe Tutte le difficoltà a cui dà luogo il ricorso al senso comune
identificarsi con la stessa universalità della ragione; ma per l'altro derivano da questa sua natura duplice e squilibrata, divisa fra
lato, come patrimonio comune di idee, di giudizi e di credenze, l'universale e lo storico, fra l'individuale e il sovrapersonale, fra
non può non identificarsi con la coscienza collettiva d'un gruppo il teorico e il pratico.
o d'un periodo storicamente determinati. Esso si trova in tal Cosi la storicità del senso comune può esser considerata non
modo divaricato fra un'esigenza di universalità e un destino di soltanto come un destino, ma addirittura come un limite, di fronte
storicità, e non è facile trovare il parallelogramma che componga a cui giustamente s'ergerebbe l'universalità del buon senso: è la
queste due forze diverse in un'unica direzione positiva e costrut- situazione cosi ben resa dal Manzoni, quando, parlando dell'in-
tiva. A seconda che nel senso comune si accentui maggiormente sana ma generale credenza negli untori, commenta: « Il buon
l'esigenza di universalità o il destino di storicità, se ne darà alter- senso c'era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso co-
nativamente un'interpretazione razionalistica o storicistica, le quali mune». E per contro può accadere che l'esigetkza di universalità
finiscono entrambe per rendere improponibile lo stesso problema avanzata dal buon senso si riveli niente piu che una pretesa e
dei rapporti fra senso comune e filosofia. una presunzione, gravando su di esso lo stesso destino di stori-
Da una parte, se l'appello al buon senso consiste nella racco- cità che incombe sul senso comune: è il caso di tutto ciò che
mandazione di liberarsi dalle incrostazioni della cultura e della sembra evidente, ed è invece soltanto ovvio, reso tale da un'ac-
tradizione per attingere l'autentica visione umana della realtà, si cettazione passiva e irriflessa, come quando l'abitudine muta in
può facilmente obiettare anzitutto che anche il buon senso non naturale ciò ch'è storico, donde l'acuta osservazione di molti
è meno storicamente condizionato di quei pregiudizi storici da moralisti francesi, che ciò che sembra natura non è spesso altro 7!
cui lo si vorrebbe depurare, e in secondo luogo che quella con- che storia: « una diversa consuetudine ci darà altri principi natu-
cezione unica e genuina della realtà, in cui consisterebbe la schietta rali ».
filosofia, non esiste, per l'impossibilità dell'uomo di separarsi Inoltre l'appello al buon senso può esser considerato come
dalla sua situazione storica, e nel migliore dei casi è solo il pro- un esercizio arbitrario della ragione, contro cui valido punto di
dotto d'una mistificazione che assolutizza come eterno ciò che appoggio sarebbe una tradizione sostenuta da un consenso dure-
non è che temporale. Se d'altra parte, per sfuggire all'astrattezza vole: è il caso della polemica dei tradizionalisti contro gli illu-
di questa impostazione razionalistica, si accetta l'interpretazione ministi, intesa a ravvisare la vera universalità non nella ragione
offerta dallo storicismo, non si riuscirà a scorgere alcuna diffe- individualmente esercitata ma nella tradizione comunemente ac-
renza fra la piu elaborata filosofi.a e il piu ristretto pregiudizio, colta. E per contro può accadere che la generalità del senso
essendo entrambi a egual titolo un prodotto del tempo: il filo- comune, lungi dal coincidere con l'universalità della ragione, sia
sofo e l'uomo comune sarebbero egualmente determinati, ciascuno ridotta alla mediocrità d'una voce pubblica raccogliticcia o all'ano-
a suo modo, a esprimere una situazione storica, e nessuna conce- nìmia dell'opinione cli massa: sono i casi denunciati da Shaftes- 7
zione può pretendersi piu vera d'un'altra, non essendovi altro bury, quando contempla la possibilità che « da un'informe ple-
criterio di giudizio che la loro aderenza al tempo donde son nate, baglia si tragga un certo numero di suffragi attestanti una strega

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vista a cavallo d'una scopa », e da Kant, quando nota che « a cose di piu profondo interesse umano, rischia di estenuarsi in
ben vedere l'appello al senso comune non è se non il ricorso al una raccolta di pensieri facili e ovvi, di giudizi superficiali e sem-
giudizio della folla »: « plauso di cui il filosofo arrossisce, ma il plicistici, di discorsi prevedibili e scontati: giacché l'uomo comune
bello spirito in vena di popolarità mena gran vanto ». mai crede d'esser tanto originale e indipendente come quando
E infine l'appello al senso comune è l'esempio piu evidente ammannisce un paio d'idee ritrite o riferisce l'ultima cosa che ha
dell'incertezza fra una concezione teoretica che chiede al pensiero sentito, sopr.a:ttutto oggi che le tecniche della persuasione occulta
i principi primi e fondamentali su cui costruire addirittura un hanno raggiunto tanta perfezione ed efficacia, che a ciascuno sem-
sistema di filosofia speculativa e una concezione pratica che chiede bra che gli balzi impetuosamente dalla mente ciò che non fa che
alla ragione i criteri secondo -cui ordinare la vita individuale, risalirgli meccanicamente dalla memoria.
sociale, politica, magari sminuzzandoli in massime di saggezza Ecco perché i massimi tra i filosofi., pur riconoscendo il piu
pratica sul tipo di quella delle sentenze e dei proverbi. ampio interesse umano della filosofi.a, non hanno mai accettato
di fare del senso comune l'organo o la verifica del pensiero filo-
sofico. Kant ha polemicamente osservato che « appellarsi al senso
3. Insulsaggine e presunzione del senso comune separato dalla comune è una di quelle sottili trovate del nostro tefiipo che per-
filosofia. mettono al piu insulso chiacchierone di voler misurarsi con l'in-
gegno piu profondo». Bisogna convincersi, egli dice, che ogni
In questa gran confusione, quando si vuol fare del senso co- facoltà ha il suo campo specifico: il senso comune serve all'espe-
mune il punto di partenza del pensiero filosofico, magari addu- rienza, come lo scalpello a intagliare il legno; ma come per un'in-
cendo a pretesto il fatto incontestabile che la :filosofia tratta di cisione ci vuole il bulino, cosi per la speculazione è necessaria la

L cose che interessano tutti, si corre il rischio non solo di aprire


la via ai luoghi comuni piu convenzionali, ma anche di elevare al
ragione critica. Altrimenti le porte della :filosofia sono aperte an-
che al giudizio degli incompetenti; ed è quanto vuol evitare Fichte,
quando, deplorando che secondo l'opinione comune « in materie
grado di asserzioni filosofi.che i pregiudizi piu incontrollati; non
filosofiche le cose vanno da sé, come in fatto di mangiare e bere,
l solo di riconoscere a tutti il diritto di interloquire in materia di
filosofi.a, ma anche di negare alla :filosofia quella necessità di com-
petenza che invece si ammette per ogni altra forma di sapere.
e tutti credono di poter interloquire in :filosofia: basta aver voce»,
nota che ricorrere al senso comune in :filosofi.a è come « invitare
Da questo punto di vista è notevole l'analogia fra il senso l'intelletto non scientifico a giudicare di cose comprensibili solo
l comune e l'improvvisazione. Nell'improvvisazione, cioè proprio li:
ove attraverso l'estemporaneo l'originalità dovrebbe prendere il
nella scienza», e si augura che « ci si astenga dal parlare di :filo-
sofi.a col semplice buon senso, come si astiene dal parlare di alge-
sopravvento, la necessità di fronteggiare le situazioni impreviste bra e trigonometria chi non le ha studiate».
impone spesso il ricorso alla memoria e alla convenzione e l'ac- Ancora piu drasticamente Hegel nota che « la filosofi.a è filo-
cettazione delle soluzioni piu facili e comode, e quindi espone al sofia solo in quanto è diametralmente opposta al buon senso nella
rischio di mettere insieme una collezione di idee logore, di asso- sua limitatezza». « Per tutte le scienze, le arti e le tecniche - egli
ciazioni automatiche, di formule consunte, di viete reminiscenze. dice - si sa che, per possederle, bisogna fare lo sforzo d'impa-
--
I
Analogamente il ricorso al senso comune in materia di filosofia, rarle e praticarle. In filosofia sembra valere l'opposto: tutti son
convinti che chi possiede occhi e dita e ha a disposizione cuoio
cioè proprio l'intento di raggiungere la massima profondità nelle

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VERITÀ E INTERPRETAZIONE FILOSOFIA E SENSO COMUNE

e arnesi non per questo è in grado di far delle scarpe: ma filoso- comune, ch'egli per conto suo ha accuratamente espunto dal con-
fare e giudicare di filosofia è cosa che ciascuno sa fare senz'altro, testo della propria ricerca; o nel senso che la filosofia gli pare un
avendo nella propria ragione naturale la misura adeguata. Il senso vaniloquio, cosa che a dire il vero egli potrebbe asserire solo in I.

comune, senza nemmeno procurare di coltivarsi con la genuina base alla proposizione che non c'è altro sapere che il sapere scien-
:filosofia, si considera senz'altro come un perfetto surrogato del tifico, proposizione che, si badi bene, non è scientifica, ma filo-
pensiero :filosofico», mentre « fornisce tutt'al piu una retorica di sofica.
verità banali, di cui non è difficile scorgere l'imprecisione, la stor- Sul che non è inopportuno indugiare un istante per alcune con-
tura, la tendenziosità», con in piu la presunzione di poter consi- siderazioni. Anzitutto la filosofia, quand'anche voglia ridursi a
derare la filosofia come un insieme di « sofisticherie » e di « fanta- filosofia della scienza, implica una riflessione ulteriore, che inse-
il'
sticherie». E Hegel conclude dicendo che « i pensieri veri e la risce il concetto di scienza e la metodologia scientifica in un con- '

penetrazione speculativa si possono raggiungere soltanto col lavoro testo che non solo non è piu quello della scienza, ma presuppone
del concetto: soltanto il concetto può produrre l'universalità del almeno implicitamente la compiutezza e l'integralità della filosofia.
sapere, la quale non consiste nella volgare indeterminatezza e Inoltre non si può ritener giusto che chi nel proprio campo è cosi
parzialità del senso comune, ma nella conoscenza formata e com- scrupoloso tutore del metodo possa addurre il sen_1$~ comune come
piuta». un'autorizzazione a interloquire senza metodo in ~Itri campi. In-
fine non è meraviglia che certi scienziati, dopo aver fatto, in
quella maniera, della filosofia senza sforzo e a buon mercato, si
4. Impossibilità di abbandonare la filosofia al senso comune. confermino nell'idea che non ci sia altra forma di sapere che
quello scientifico, e considerino la filosofia come poesia o retorica,
Non mi sarei trattenuto cosi a lungo in citazioni sia pure auto- o addirittura come una fantasticheria infondata e persino inutile.
revolissime se non fossi convinto che l'idea, oggi tanto diffusa, Nessuno è piu ammirevole d'uno scienziato che faccia anche della
che vede nelle scienze l'unica forma del sapere, si traduce in una filosofia, e di queste figure complete e superiori sembra oggi esserci 1,·1
decisa svalutazione della filosofia, non solo nel senso che la filo- gran bisogno: ma la filosofia la deve fare come filosofo, non come
sofi.a, per il fatto solo di non possedere, evidentemente, il rigore scienziato, ciò che non potrebbe senza venir meno al suo dovere
proprio delle scienze, non viene nemmeno considerata una forma verso la scienza stessa, né tanto meno col semplice senso comune, ·1 1·1
!,l: 1
di sapere, ma anche nel senso ch'essa, appunto perciò, viene com- ciò che non potrebbe senza negare il concetto stesso di filosofi.a. 1

pletamente abbandonata al senso comune, cioè al parlare quoti-


diano di tutti gli uomini.
Mentre il filosofo, proprio perché tale, si guarda bene dall'in- 5. Rigore del sapere filosofico.
terloquire nella scienza, ma tutt'al piu, informato dagli scienziati
stessi, riflette sulla metodologia scientifica, accade talvolta che lo Ora, non è che la filosofia non sia una forma di sapere e non
scienziato interloquisca in fatto di :filosofia, o nel senso che riduce abbia un suo rigore. Certo, né il suo sapere né il suo rigore son
- illegittimamente - la filosofia della scienza a quella consapevo- quelli delle scienze, per la profonda differenza che divide verità
lezza del proprio metodo ch'egli deve avere come scienziato; o scientifica e verità filosofica, e che non saprei meglio esprimere
nel senso che crede di poterne parlare con quel semplice senso che con le suggestive riflessioni di Jaspers sui diversi casi di Gali-

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VERITÀ E INTERPRETAZIONE FILOSOFIA E SENSO COMUNE

leo e del Bruno. La verità scientifica è impersonale e dimostra- non può cominciare che con una giustificazione del proprio punto
bile: sarebbe quindi assurdo voler morire per essa. Galileo non di vista e una fondazione della propria possibilità, non può con-
ebbe difficoltà a ritrattarsi: la sua ritrattazione non compromet- tinuare senza interrogarsi incessantemente sulla legittimità delle
teva la verità da lui sostenuta, che poteva sussistere e imporsi proprie operazioni e senza prender coscienza critica di tutto quanto
senza lui. Invece la verità filosofica è personale e decisiva: affer- è implicito in questa sua necessaria consapevolezza di sé, non può
marla significa esser pronti a morire per essa. Il Bruno ritenne aver esito senza rammemorare ciò che sollecita, regge e suggella
di non potersi ritrattare: la sua ritrattazione_ av~ebbe co?1?ro: il suo perpetuo e ostinato domandare e senza avvertire che la sua
messo la sua verità, che non esisteva senza d1 lui. La verita d1 parola è la sede d'un significato assai piu vasto di quello enunciato
Galileo non sarebbe diventata piu vera con la sua morte; la morte dalla sua stessa esplicitezza.
del Bruno fu l'unica dimostrazione possibile della sua verità. Ed è proprio questa problematizzazione incontentabile e co-
Tutto ciò non significa che la filosofia sia arbitraria, impre- stante che distingue la filosofi.a dal senso comune, il quale nella
cisa, predicatoria, e quindi affidabile al gioco imprevedibile ~ell~ sua immediatezza non pone domande; sf che il filosofo vi vede
emozioni, all'enfatica retorica della persuasione, alle osservazioni un problema, non un organo: un dovere, cioè un impegno di appro-
spicciole del buon senso, insomma al linguaggio ordinario del fondimento rigoroso e di recupero riflesso, noli un diritto, che
senso comune. La filosofia è una forma di sapere, ha un carat- dia la parola a tutti, indistintamente, in fatto di filosofia; insom-
tere universale, possiede un suo rigore; e il fatto che tale sapere, ma la filosofia mette in questione il senso comune, come del resto
universalità e rigore non sono quelli delle scienze non è un suo mette in questione, e non solo radicalmente, ma anche global-
difetto, ma una condizione essenziale del suo normale esercizio. mente, l'intera esperienza umana e tutte le attività dell'uomo.
Il suo sapere è tale perché è possesso della verità, ma poiché
la verità è accessibile solo attraverso una via storica e solo me-
diante un rapporto personale, si tratta d'un sapere che si rifrange 6. La filosofia come problematizzazione dell'esperienza e dello
in una pluralità di prospettive, e non è mai formulabile in un'enun- stesso senso comune.
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ciazione assoluta e definitiva, e non può accettare come criterio
L della distinzione tra vero e falso l'unicità dell'enunciato. La sua Esperienza e filosofia sono nettamente distinte eppure sono
universalità è quella stessa della verità, che parla a tutti, ma a strettamente congiunte, e giova fissare il punto di contatto fra
ciascuno nel suo modo, e quindi è sempre presente all'interno l'una e l'altra, evitandone tanto la separazione quanto la confu-
L d'un'interpretazione singola, la quale a sua volta è comunicabile sione, ch'è come dire tanto la filosofia come vacuo verbalismo
solo personalmente e storicamente, e quindi attraverso una nuova quanto la filosofi.a come rozzo empirismo. La filosofia ha un carat-
pluralità, anzi infinità di interpretazioni, in un dialogo incessante, tere speculativo e concreto a un tempo, e l'uno è garanzia del-
I in cui ogni rivelazione non è tale se non come promessa di nuove 1'altro, nel senso che non è filosofia ma mera empiria quella che
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rivelazioni. non si eleva al di sopra dell'esperienza come pura speculazione
Nulla di piu arduo, poi, del suo rigore, che consiste in una intesa a darne ragione, e non è vera speculazione ma gioco ver-
L problematizzazione che non si ferma di fronte a nulla, giacché la
filosofia mette in questione anzitutto sé stessa: non è filosofia
bale quella che non ricorre all'esperienza nella sua concretezza
per trarne materia e stimolazione alla propria problematica. Il
quella che non è insieme filosofi.a della filosofi.a, al punto ch'essa richiamo all'esperienza non solo non sopprime il carattere specu-

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VERITÀ E INTERPRETAZIONE FILOSOFIA E SENSO COMUNE
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lativo della riflessione filosofica, che anzi ne è condizione neces- attività umane: essa la trova, piu o meno operante o latente, nella
saria; ma la riflessione non raggiunge il grado della speculazione stessa esperienza, ed è suo compito liberarla dalle tenebre in cui
filosofica se non trascende l'esperienza con una problematizzazione l'hanno avvolta la dimenticanza e la negligenza dell'uomo, e pro-
radicale e globale, intesa a scoprirvi presenze prime e irriducibili porla all'obbedienza personale e all'esecuzione responsabile di
e a recuperarne virtualità inesauribili e originarie. ciascuno.
Ciò significa anzitutto che la filosofia non resta dentro l'espe- Bisognerà dire allora che la filosofia non sta né dentro né sopra
rienza, nemmeno come metodologia delle varie attività umane, l'esperienza, ma la conclude, nel senso che « vien dopo» la realtà
come vorrebbe una forma di raffinato empirismo, e nemmeno co- svoltasi senza di lei, sopraggiungendo a cose fatte, senza piu la
me investigazione delle varie forme culturali della vita umana, possibilità né il compito d'intervenirvi, come sostengono in fondo
come vorrebbero le discipline antropologiche e sociologiche. Certo, le varie forme di storicismo? Certo, è ben vero che la filosofia
la metodologia è indispensabile a un corretto e proficuo esercizio viene ultima, come « la nottola di Minerva, che inizia il suo volo
delle varie attività, e lo studio delle diverse culture ci dice pur sul far del crepuscolo », secondo la nota e suggestiva immagine
qualcosa sull'uomo come tale; ma la filosofia non può ridursi en- di Hegel; ma sopravviene all'esperienza non per assorbirla addi-
IlI:
tro questi limiti, perché una riflessione che sorveglia l'operatività rittura in sé, né per limitarsi a rispecchiarla, beNsf, come dicevo, I
dei concetti e corregge l'esercizio della ragione, senza tuttavia per problematizzarla dalla radice e nel suo complesso, e per recu- l1,:
stabilire i fini delle operazioni, tende a risolversi in pensiero pura- perarne la virtualità prima e originaria. La filosofia arriva ultima II:
mente tecnico e strumentale; e un'investigazione delle forme cul- i
proprio per poter piu agevolmente cogliere ciò ch'è primo; e in i
turali umane, anche se porta a un'intensificazione dell'esperienza
tal senso, ben lungi dall'essere conclusione, è invece recupero 'I
che l'uomo fa di sé e del mondo, non è in fondo nient'altro che l
dell'origine: non la chiusura della coscienza riflessa, ma la fre- 11

una reduplicazione dei significati mediante la riflessione; e in I


schezza del mattino del mondo. I
entrambi i casi il pensiero non è se non il movimento con cui
Secondo la prospettiva storicistica, invece, la filosofia, nella
l'esperienza si ripiega su di sé senza quella problematizzazione
tardiva consapevolezza ch'essa fornisce alla storia, o risolve tutta Ili
radicale e totale ch'è voluta dalla filosofia.
Ma nemmeno si può dire che la filosofia sovrasti l'esperienza la realtà nel pensiero, come in Hegel, o riduce il pensiero a sem-
al punto da darle le norme e prescriverle i fini, e da pretendere plice espressione della storia, come in Marx; e quanto sia difficile
di assumere un compito direttivo nei confronti delle varie atti- ammettere tali concezioni, appar chiaro dal fatto che in entrambi li
vità, come vorrebbe il razionalismo illuministico, il quale, iden- i casi, sia che la filosofia venga elevata al grado d'una ratifica su-
tificando non solo la ragione, ma addirittura la verità, con la prema e assoluta del reale, cioè a una completa giustificazione
della storia, sia che venga degradata al livello d'una mera ideo- ili
filosofia, invece di limitarsi a riconoscere al filosofo il compito, Ii''.
largamente umano, e per lui particolarmente impegnativo, di logia, cioè a una sovrastruttura che si limita ad esprimere e rispec-
rammemorare la verità e di additare l'essere, vuol riservargli addi- chiare un determinato momento storico, il risultato è il medesimo,
rittura quello di legiferare nell'attività dell'uomo. Questo spirito ed è che non rimane altra confutazione filosofica possibile che la
eccessivamente aristocratico alimenta purtroppo non solo la boria violenza. Infatti per riaprire il chiuso sistema hegeliano non resta
dei filosofi, ma anche la presunzione della ragione; giacché la filo- altra reale possibilità che la rivoluzione, e per confutare una deter-
sofia non è in grado di stabilire e d'imporre la norma delle varie minata ideologia che rispecchia una data situazione storica non

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VERITÀ E INTERPRETAZIONE FILOSOFIA E SENSO COMUNE

c'è che da mutare con l'azione questa stessa situazione storica di mune vien troppo violentemente ricacciato nella sfera delle opi-
cui quell'ideologia è espressione. nioni volgari e degl'irniulsi pregiudizi, yerrà fatto di chiedersi: la
Potrà sembrare allora che alla filosofia, intesa come problema- profonda somiglianza che lega gli uomini fra di loro, e di cui la
tizzazione radicale e totale, non resti altra via che quella d'un rin- pluralità delle culture è piu una realizzazione che una smentita,
novato trascendentalismo, intento a definire la possibilità, il va- non è forse segno d'una loro solidarietà originaria con quella ve-
lore e il significato delle varie attività umane, impegnato a man- rità ch'è di tutti solo perché non è di nessuno in particolare? e
tenere ciascuna di esse nel suo ambito proprio e nella sua genuina non ci sono modi di possedere la verità che non sono meno effi-
nat~ra e capace di rilevarne le strutture formali e indubitabili. caci anche se privi del carattere speculativo del pensiero filo-
Ma la' filosofi.a verrebbe meno alla sua stessa natura problematiz- sofico?
zante se si fermasse qui: bisogna andare piu a fondo, e indicare A queste domande può suggerire una valida risposta proprio
alle diverse attività umane ciò da cui esse possono trarre pienezza il senso comune quando sia rettamente inteso come una presenza
di contenuto e di vigore; giacché lo slancio della problematizza- originaria dell'essere e della verità nel fondo d'ogni attività uma-
zione non sorgerebbe nemmeno se non fosse alimentato da un'ori- na: presenza che l'uomo può vivere nel consenso o nel rifiuto, e
ginaria solidarietà con la verità che gli imprime una continua che la filosofia ha l'arduo compito di tradurre iti.:.termini verbali
volontà di approfondimento e di recupero, e il pensiero si con- e speculativi. È quanto ricorda il Vico quando fa dipendere l'in-
tenterebbe d'essere la riflessione interna alle singole attività umane, tero mondo dell'uomo dal senso comune, visto come fondatore
destinata ad esser vuota, tecnica e neutrale, se non avesse una di concrete comunità umane e come incarnazione storica della
dimensione ontologica per cui l'uomo, pur non potendo uscire verità, e quindi come segno dell'originaria apertura ontologica
dalla situazione, non solo non si riduce ad essa, ma giunge a qua- dell'uomo e del carattere rivelativo del suo pensiero.
I lificarla come situazione soltanto in quanto la elabora e la modifica. E nell'atto di presentare il Vico come grande teorico del senso
I_ comune, mi sia consentito di rendere un omaggio speciale al mas-
simo dei filosofi. italiani, additando in lui, ultimo degli umanisti
7. Il senso comune come oggetto della filosofia è il rapporto onto- e primo dei romantici, la smentita vivente del luogo comune cor-
L logico originario. rente nella nostra cultura, secondo il quale il mondo moderno si
reggerebbe sull'asserita éontinuità di umanesimo, riforma e illu-
i Ed è proprio questo il punto in cui il senso comune, se consi- minismo; giacché egli mo~;ra piuttosto che fra l'umanesimo e il
L derato nella sua profonda e genuina natura, può non soltanto romanticismo corre una continuità diretta, il cui studio potrebbe
essere estremamente fecondo per la soluzione di tanti dei problemi
offrire alla filosofi.a un sostegno valido e sicuro, ma anche persua-
derla a riconciliarsi con esso e a ritrovarne la fertile pregnanza e d'oggi, e il cui approfondimento potrebbe depurare questi due
! grandi movimenti della cultura moderna dai lati negativi che ne
L l'importanza decisiva. Infatti, se il pensiero filosofico viene troppo
decisamente distaccato dal senso comune, non si potrà evitare la hanno sinora compromesso il destino, separando la schietta medi-
domanda: la filosofia non tratta forse di cose che interessano tazione umanis#ca da quella sopravvalutazione della parola che
! cosf pesantemente ha gravato sulla civiltà europea, e italiana in
tutti? e si può veramente credere che la verità possa esser privi-
L legio esclusivo di qualcuno, e che l'unico modo di possederla sia specie, con un bagaglio d'insopportabile retorica o di arida filo-
quello della riflessione filosofica? E se d'altra parte il senso co- logia, e ammonendo che il romanticismo, se opportunamente spo-

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VERITÀ E INTERPRETAZIONE FILOSOFIA E SENSO COMUNE
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gliato della Schwarmerei che gli ha recato piu danno che slancio, le azioni, consiste tuttavia in un riferimento a un centro unico
non ha ancora chiuso il suo ciclo e avrebbe molto da dire anche
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e saldo, che non si dissipa, ma piuttosto si rinnova, nel processo
oggi, malgrado la denigrazione che ne hanno fatto Hegel sulle storico, e non si frantuma, ma piuttosto si moltiplica, nella plura- 11111!1 !
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cattedre e Marx nelle piazze. lità delle voci che vi si ispirano. Cosl'. inteso, il senso comune i!
Nel senso comune il Vico vede da un lato non l'universalità manifesta nell'uomo la sua originaria apertura ontologica, cioè
astratta della ragione presente in tutti gli uomini, ma l'universa- il carattere essenzialmente ontologico di tutte le attività umane, 1111111:
lità concreta d'una comunità storica tenuta insieme dal consenso che raggiungono la loro autenticità solo mediante una felice con- i!
1:
e dalla partecipazione degli individui a una stessa vita sociale, e vergenza del vigore dell'essere nell'agire umano e dell'ascolto del-
dall'altro lato non l'identità. d'un sistema di pensiero speculati- l'essere da parte dell'uomo. 1111;1):
vamente comunicabile, ma l'incarnazione storica e molteplice della Ed è in virtu di questa dimensione ontologica che la verità è
vis veri, considerata soprattutto come energia formante, ed effi-
cace assai prima nella « sapienza volgare » della « mente delle
nazioni», cioè nella prudenza civile, che nella sapienza riflessa e
consapevole dei filosofi. Se si accoglie liberamente il suggerimento
non tanto una sicurezza di possesso quanto un monito di recupero,
non tanto una riserva a cui attingere quanto un appello a cui dar
risposta, e che le formulazioni umane della verit~ riescono a co-
gliere nel segno anche se si moltiplicano in una ~foralità di inter-
~!
del Vico, si può indicare nel senso comune, opportunamente ap- pretazioni e se si sottraggono risolutamente a un'enunciazione
profondito dalla filosofia, la via per affrontare alcuni dei pro- unica e definitiva. 1111
blemi piu urgenti del mondo attuale. Solo nell'apertura ontologica dell'uomo universalità e stori-
1:
cità si presentano dunque inseparabilmente congiunte, perché allora
la situazione è prospettata come unica via d'accesso alla verità, e 1111111!

8. Inseparabilità di universalità e storicità nel senso comune. la verità è vista come energia operante nella stessa formulazione
che se ne propone, e entrambe s'incontrano nella costitutiva plu-
Anzitutto il problema dei rapporti fra universalità e storicità. ralità dell'interpretazione, la quale manifesta cosf. la sua ricchezza, 111111\
È chiaro che se l'universalità è quella d'un sistema d'idee tutto ch'è ricchezza insieme nostra e della verità, essendo essa molte-
compiuto ed esplicitato, e se la storicità è quella d'una situa- plice solo perché contiene al tempo stesso la pluralità delle per-
zione circoscritta che chiude fatalmente l'uomo nel tempo, uni- sone che sanno configurarla e l'infinità della verità che vi si mani-
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versalità e storicità non saranno mai conciliabili, e un abisso divi- festa. In virtu di questo concetto di interpretazione la storicità
derà sempre la verità, intesa come unica filosofia possibile, cosf e la pluralità possono venir riconosciute alle manifestazioni del I
ideale da perdersi nelle nebbie fumose della fantasia, e la situa- senso comune senza che queste debbano esser ridotte a pregiudizi
zione, intesa come ostacolo irrimediabile al raggiungimento del da mettere fra parentesi e a opinioni volgari di nessun conto 1111111!,
!
vero, cosl'. invalicabile da presentarsi essa stessa come la sola verità filosofico.
propriamente umana. E che la verità sia non oggetto ma origine del pensiero non
Ma il senso comune, pur non essendo un patrimonio stabile è una sua degradazione, perché soltanto cosi'. le può venir assicu- llllllliI
al cui possesso :tutti partecipano in una forma di associazione rata una presenza efficace nel mondo umano, cioè quell'infinità
integrata e tranquilla, o una riserva di idee esplicite e di norme che può bene accomunare tutte le prospettive per diverse che
trasmissibili su cui si possano facilmente modellare i pensieri e siano; e che l'uomo non possa accedere alla verità se non dalla l!lilll!
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226 227
11111!
VERITÀ E INTERPRETAZIONE FILOSOFIA E SENSO COMUNE

sua situazione storica non è un difetto, perché soltanto cosf egli siede in sé la verità, ma tutt'al piu la capacità della coerenza e
sa di poter possedere la verità in un modo partecipe e insostitui- la sanzione della riuscita. Ora che comunanza e similarità può
bile; e che l'interpretazione della verità non possa mai esser unica, istituire questa ragione tecnica, di per sé indifferente alle per-
ma sia di per sé molteplice, non è un suo svantaggio, o il segno sone, anche se personalmente esercitata? E che rispetto merita
d'un suo carattere deplorevolmente approssimativo, perché sol- da parte della persona questo mero strumento tecnico, utile per
tanto cosf essa può sperare d'esser captativa. E voglio insistere la riuscita di esperimenti in cui tutt'al piu si rischia un momen-
non tanto sull'inesauribilità diffusiva della verità o sulla sua inte- taneo insuccesso, ma non si decide responsabilmente di sé stessi?
riorità alla mente umana, che sarebbe ancora una forma di meta- Sottoponendo le persone a questa ragione impersonale e sperso-
fisica oggettiva o intimistica, né soltanto sui processi inventivi e nalizzante si incorre in una tirannide anche maggiore di quella
tentativi della ricerca, che sarebbe ancora una fenomenologia tra- esercitata da un'autorità indifferente al consenso o dal dominio
..... scendentalistica o un'analisi empiristica, quanto piuttosto sul fatto incontrollato della massa.
che la verità non si offre se non all'interno della formulazione per- Ciò che può accomunare senza spersonalizzare è dunque qual-
sonale e storica che se ne dà; il che è propriamente un'ontologia cosa di piu originario e profondo, ed è ancora la fondamentale
dell'inesauribile. apertura ontologica dell'uomo. La persona infatf.f. è costituita dal
rapporto con l'essere, rapporto ch'è essenzialmente ascolto, sia
pure attivo e rivelativo, della verità: solo la verità sovrasta la
9. Solo la verità accomuna senza spersonalizzare. persona senza opprimerla, perché anzi non si concede se non a
un atto consapevole di libertà, senza che con ciò possano essere
In secondo luogo, il problema dei rapporti fra la persona e in qualche modo autorizzati gli imprevedibili estri di un'origi-
ciò che la sovrasta. Il richiamo al senso comune è l'avvertenza nalità arbitraria, come sembrano credere i fautori della libertà
che senza il riconoscimento d'un limite sovrapersonale la libertà immemori dell'essere.
si muta in presunzione e il personalismo degenera in narcisismo, Su questo punto sia concesso aggiungere i rilievi seguenti. An-
e insieme la consapevolezza che questo limite non deve annullare zitutto comunanza non significa né universalizzazione empirica né
la personalità. Ora è chiaro che il senso comune porterebbe a razionalità in esercizio, cioè né massificazione spersonalizzante né
un'oppressione della persona se il suo oggetto fosse un patrimo- impersonalità razionale. Nel suo significato genuino il senso co-
nio culturale o un contenuto di pensiero, cose che non potreb- mune non è il regno dell'anonimo, del massificato, del volgare:
bero esser partecipate a tutti senza un abbassamento di livello il vero senso comune è la similarità, non il livellamento; non la
e una volgarizzazione spicciola, cioè senza portare alla massa, spersonalizzazione, ma la comunanza istituita fra le persone. Il
all'anonimato, alla spersonalizzazione. comune è comune fra simili, cioè fra persone: esso si trova al
Si può pensare di sfuggire a questo pericolo rinun,ciando al livello della personalità e non della massa, in cui non c'è vera
contenuto e ricorrendo alla forma, cioè affidando il senso comune comunità perché non c'è singolarità. La vera comunità è simila-
alla ragione stessa nel suo esercizio. Ma anche questa ragione for- rità: approfondimento della personalità e della singolarità, non
male non partecipa del regno delle persone, perché è soltanto loro negazione.
L
pensiero tecnico e strumentale, privo di criteri e di fini: è la La similarità umana è fondata proprio dalla comunanza del
ragione ployable à tous sens di cui parla Pascal, che non pos- senso comune come rapporto ontologico, il quale è comune per

228 229
VERITÀ E INTERPRETAZIONE FILOSOFIA E SENSO COMUNE

eccellenza: nulla di piu comune di esso, perché si tratta di quel simpatia: non è meraviglia, dunque, che la tragicità della situa-
rapporto con l'essere che l'uomo è. La comunanza è riferimento zione umana sfugga a questo atteggiamento che, separando cosi
alla verità unica da parte di persone simili, che non solo ricono- nettamente intelletto e cuore, si divide fra la derisione e le lacrime
scono la loro similarità, ma la ritengono fondata proprio da quel fra lo scherno e il pianto, fra l'ironia e il sentimentalismo. '
riferimento comune. Il che è confermato dal fatto che tale uma- L'appello al senso comune fortunatamente riequilibra ogni
nità e similarità è un compito assai piu che una natura, allo stesso cosa: come fa rispettare umili e ignoranti cosi ridimensiona il culto
modo che la verità e l'essere sono origine piu che realtà oggettiva dell'originalità e l'elefantiasi della personalità; il che è cosa sem-
o forma definita: come non c'è verità fuori dalle interpretazioni pre opportuna, se può accadere che lo stesso personalismo, scor-
che se ne danno, cosi non c'è umanità fuori dall'esecuzione che dando che ciò che costituisce la libertà come libertà è la verità
ciascuno di noi ne dà; e come la verità non si riduce a una sedi- sbocca nel narcisismo dell'egolatria o nell'arbitrarietà del vitali~
cente interpretazione arbitraria e soggettiva, ma è giudice dell'in- smo, come dimostrano certi esiti dello spiritualismo intimistico e
terpretazione in cui risiede, cosi l'umanità non si riduce all'uomo dell'esistenzialismo deteriore, dimentichi di quel rapporto ontolo-
storico e al suo divenire, ma è giudice della realizzazione in cui gico che solo può insegnare con frutto un atteggiamento cosi dif-
di volta in volta prende forma e realtà. ficile come l'umiltà, sempre pronta a degenerare m.ella depressione,
Contro la spersonalizzazione e l'impersonalità bisogna riven- o a capovolgersi nell'orgoglio, o a dissimularsi nell'ipocrisia.
dicare la persona e il singolo; ma con ciò non si compromette per
niente il senso comune, il quale di per sé accomuna senza sperso-
nalizzare, unisce senza massificare, è di tutti senza scendere di 10. L'identità di teoria e prassi non può essere che originaria.
livello; tant'è vero che proprio appellandosi al senso comune - e
solo appellandosi ad esso, come all'apertura ontologica che tutti In terzo luogo, il problema dei rapporti fra teoria e prassi.
originariamente ci qualifica - si può trovare la ragione del rispetto Il senso comune attesta che rispetto alla verità l'attività conosci-
per tutti, anche per la vecchietta e per l'ignorante, e ciò non sulla tiva non è privilegiata nei confronti dell'attività pratica, perché
base d'un mero umanitarismo o d'una retorica piu o meno senti- anche l'azione ha una sua originaria dimensione ontologica, che
mentale. Gli umili e gli ignoranti risultano oppressi dalla razio- le permette di trarre direttamente la norma dal suo profondo,
nalità illuministica, la quale, asserendo la ragione eguale in tutti, senza la mediazione del pensiero riflesso e tanto meno della filo-
sembra essere un'affermazione di libertà ed eguaglianza; ma in sofi.a, perché altrimenti si dovrebbe ammettere la manifesta as-
realtà è dominio della pura intelligenza e predominio dell'intel- surdità che un genio etico deve necessariamente essere un pen-
lettuale, come si vede da quella specie di persecuzione filosofi.ca satore e che l'esistenza d'un santo ignorante non è possibile. Ciò
ch'è il ricorso costante all'ironia, al ridicolo e allo scherno, armi significa che il livello del rapporto ontologico è anteriore alla
tipiche di dotti e dì intellettuali: insomma gerarchia della pura distinzione fra teoria e prassi, e che la distinzione fondamentale
intelligenza, ch'è l'aristocrazia piu discutibile, risolvendosi inevi- e piu importante è sempre la scelta decisiva fra restare fedeli alla
tabilmente in una specie di tirannide esercitata dagli intellettuali verità o tradirla, fra porgere ascolto all'essere o dimenticarlo, sia
e dai tecnici. Questa tipica « crudeltà » dell'illuminismo per cor- che ciò accada nel pensiero o nell'azione.
reggersi non trovò di meglio che l'umanitarismo lacrimevole e Ciò è di grande importanza per le conseguenze politiche che
sentimentale della filantropia, o la dolciastra e retorica etica della possono derivarne, soprattutto oggi che da tante parti si postula

230 231
FILOSOFIA E SENSO COMUNE
VERITÀ E INTERPRETAZIONE

l'unità di teoria e di prassi e si parla dei rapporti fra l'intellet- portata di tutti, anche se non nella sua formulazione filosofica, e
tuale e il politico. Infatti se si prescinde dall'identità originaria anche se l'assai piu facile e semplicistico pensiero tecnico tende
di teoria e prassi qual è inclusa nel rapporto ontologico, la di- a farne dimenticare la presenza e a conculcarne il potenziale vigore.
stinzione fra l'una e l'altra tende a irrigidirsi in un'opposizione, La conclusione è che il senso comune senza filosofia può de-
.... mediabile soltanto con una subordinazione reciproca. Si ha allora generare, diventando semplice luogo comune, e con la filosofia
da un lato l'idea che il pensiero precede l'azione e dall'altro l'idea può rafforzarsi, manifestando la sua genuina e profonda natura,
che l'azione precede il pensiero; donde per un verso la pratica ch'è d'essere tramite fra la verità e il tempo, unità sorgiva di
ridotta a pura e semplice « applicazione » d'una teoria presuppo- pensiero e · azione, originaria apertura ontologica dell'uomo. Si
sta, e per l'altro la teoria degradata a mero strumento della può dire allora che senso comune e · pensiero filosofico s'incon-
prassi. Ecco l'origine di due tipi di atteggiamenti sempre piu trano e cospirano, e che l'uno non può stare senza l'altro, e che
netti e sempre piu inconfondibili nella società attuale: da una il pensiero filosofico piu alto riconferma il senso comune piu pro-
parte l'intellettuale che fa consistere il proprio compito nel pre- fondo. Bisogna, come dice Pascal, che i due estremi si tocchino:
tendere di dar legge al politico, e dall'altra parte il politico che i filosofi, percorso lo scibile, tornano dottamente a quell'ignoranza
' realisticamente asservisce a sé l'intellettuale come suo strumento; gravida di sapere donde erano partiti. Ma l'essénziale è non fer-
L dimentichi entrambi che il compito di tutti, in ogni campo, è di marsi a metà, cioè a quella semiscienza che va sempre piu diffon-
far valere la presenza della verità nell'intera attività dell'uomo. dendosi, perché conforme al processo di massificazione che carat-
terizza il nostro tempo. Per dirla ancora con Pascal: « Fra i due
estremi si trovano coloro che sono usciti dall'ignoranza naturale,
11. Collaborazione profonda di senso comune e filosofia. ma non sono potuti giungere all'altra: hanno una certa infarina-
tura di scienza presuntuosa e fanno i saputi. Costoro giudicano
Quali dunque i rapporti fra senso comune e filosofia? Abbia- a sproposito di ogni cosa e mettono a soqquadro il mondo».
mo visto anzitutto la miseria del senso comune: il suo sempli-
cismo, la sua bonarietà, la sua assenza di problemi, la sua insul-
saggine, la sua presunzione. Ne è risultata l'impossibilità di con-
cepire il senso comune come organo della filosofia, la quale si
eleva al di sopra di esso con una decisa superiorità, se non altro
per il fatto che ne fa uno dei suoi problemi. Ma non appena sot-
toposto a quella radicale problematizzazione in cui la filosofia
consiste, esso si è inaspettatamente rivelato come il vero e pro-
fondo « oggetto » della filosofia: come quella dimensione onto-
logica ch'è propria di tutte le attività umane, e ch'è compito della
filosofia tradurre in termini verbali e speculativi.
Si tratta allora di operare una rivendicazione non « buonsen-
sistica », bensi ampiamente umana, del senso comune, giacché il
pensiero ontologico che sta al fondo delle attività umane è alla

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CITAZIONI E RIFERIMENTI

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PREFAZIONE

Gli scritti organicamente raccolti in questo libro sono i seguenti:


Pensiero espressivo e pensiero rivelativo, prolusione al corso di Filosofia
teoretica, letta nell'Università di Torino il 12 novembre 1964, pubbli-
cata nel « Giornale critico della filosofia italiana», 1965, fase. 2.
Valori permanenti e processo storico, prolusione letta in Campidoglio il
3 ottobre 1968, come inaugurazione al Convegno Internazionale su I va-
lori permanenti nel divenire storico, organizzato dall'Istituto Accademico
di Roma, e pubblicata col titolo V alari permanenti e storia negli « Atti »
del Convegno, Roma, 1969.
Originarietà dell'interpretazione, redazione allargata del saggiq ,omonimo pub-
blicato in Hermeneutik und Dialektik, Tubinga, Mohr '(Paul Siebeck),
1970.
Filosofia e ideologia, relazione introduttiva al XXI Convegno del Centro di
Studi Filosofici di Gallarate, letta il 5 settembre 1966, e pubblicata in
«Filosofia», 1967, fase. 2, oltre che in Ideologia e filosofia, « Atti del
XXI Convegno del Centro di Studi Filosofici di Gallarate », Brescia, Mor-
celliana, 1967.
Destino dell'ideologia: con questo titolo compare qui la replica e la con-
clusione delle discussioni del convegno su citato, pubblicate senza titolo
in Ideologia e filosofia, « Atti del XXI Convegno del Centro di Studi
Filosofici di Gallarate », Brescia, Morcelliana, 1967.
Necessità della filosofia, discorso tenuto nel febbraio 1967 nelle sedi del-
l'Associazione culturale italiana col titolo Elogio della filosofia, e pub-
blicato in « Le conferenze dell'Associazione culturale italiana», fase. 19,
1967.
Filosofia e senso comune, redazione originaria del discorso accademico pro-
nunciato il 6 novembre 1967 per l'inaugurazione dell'Anno accademico
1967-68 dell'Università di Torino, e pubblicato nell'« Annuario dell'Uni-
versità degli Studi di Torino per l'anno accademico 1967-68: anno 564
dalla fondazione», Torino, 1968.

Il pensiero che propongo in questo libro si è svolto 1n continuo contatto


e in costante discussione con le piu diffuse teorie odierne e con quelle tra
le filosofie del passato che mi sembrano rivestire un particolare carattere
di attualità. Non sempre il riferimento è esplicito, e spesso un intero dibat-
tito è condensato nel giro di poche righe. Il lettore esperto e informato se

237
VERITÀ E INTERPRETAZIONE CITAZIONI E RIFERIMENTI

ne accorgerà da sé, e da sé farà i necessari riferimenti; in ogni caso nelle base per una definizione della natura del pensiero :filosofico e per la proposta
note ho fornito gli elementi per decifrare alcune delle allusioni forse meno d'un nuovo concetto di storiografi.a :filosofi.ca: mi permetto di rinviare soprat-
evidenti e per ricostruire alcuni fra i rinvii piu precisabili. Oltre a ciò nelle tutto a Il compito della filosofia oggi, in Esistenza e persona; Fichte, Torino, i:
note seguenti mi sono limitato a rinviare le citazioni puntuali ai luoghi da Edizioni di« Filosofi.a», 1950, pp. XLV-LIII; Unità della filosofia, in« Filo- lili
cui sono state tratte e a riferire alcune notizie utili per una maggior com- sofi.a», 1952, fase. 1; Prefazione e Conclusione a G.G.F. HEGEL, Introdu-
prensione. zione alla storia della filosofia, Bari, Laterza, 1953. Ulteriori precisazioni mi
si offrirono quando estesi - mi parve con frutto - il concetto di interpreta- 1
Il mio libro Esistenza e persona, citato a p. 7, usci m prima edizione zione al rapporto fra universale e particolare e alle relazioni interpersonali, '111

nel 1950: quest'anno è uscita una ristampa della terza edizione (Torino, come risulta in genere da Esistenza e persona e dal saggio La conoscenza
Taylor, 1970). Mi permetto di indicare qualcuno dei temi che vi trattavo, degli altri, del 1953, inseritovi nella seconda edizione (1960).
e che divennero sempre piu centrali nel dibattito speculativo e culturale degli Ma gli approfondimenti decisivi mi vennero dal campo dell'estetica, 111:
1!1
anni successivi. Si tratta soprattutto di problemi emersi e resi attuali dalla dove il concetto di interpretazione mi apparve particolarmente fecondo, e
dissoluzione dell'hegelismo: la molteplicità e la condizionalità storica delle tale da contribuire alla soluzione non soltanto di problemi relativi all'arte,
filosofie, il problema che ne deriva per un concetto di storiografia :filosofica, ma anche di altri problemi, come lo studio della natura, la conoscenza sto-
il dialogo fra le diverse prospettive sulla verità, la preoccupazione di evi- rica, la vita sociale, e cosI via (Filosofia della persona, 1958, inserito nella
tare sia il fanatismo che lo scetticismo, una concezione pluralistica ma non terza edizione di Esistenza e persona, 1966 ). L'estetica, a, ,cui dedicai molti
relativistica della verità; la possibilità d'un « ritrovamento » e d'un « recu- anni di studio, mi si mostrò allora non tanto come il t~treno proprio del
pero » (né « rinnovamento » né « aggiornamento ») attuale del cristiane- concetto di interpretazione, ma piuttosto come la maggior verifica del suo
simo, l'esito inevitabilmente anticristiano della cultura moderna come laiciz- carattere originario e onnivalente: non si tratta infatti di estendere ad
zazione del cristianesimo, la dissociabilità del cristianesimo da contesti cul- altri settori un concetto propriamente estetico, ma di trarre dalla partico-
turali e la riaffermazione del suo valore puramente religioso ma non perciò lare evidenza che la validità del concetto di interpretazione consegue nel
meramente intimistico e « privato », il cristianesimo come alternativa ineludi- campo estetico una conferma della validità ch'esso possiede in tutti i campi
bile d'ogni odierna concezione che sia consapevole dei problemi dell'ora e dell'attività dell'uomo e in ogni relazione umana. ,Ll !l
l'ateismo come perentorio problema «interno» per ogni odierna professione Ecco gli scritti in cui tratto particolarmente del concetto di interpreta-
di cristianesimo; i problemi di un personalismo attuale, quali la convergenza zione in campo estetico: Arte e conoscenza. Intuizione e interpretazione, in
di concetti apparentemente opposti, ma in realtà inscindibili, come quelli di «Filosofia», 1950, fase. 2, e Sui fondamenti dell'estetica, negli « Atti del
singolarità e comunità, la possibilità d'una comunicazione interpersonale, il VII Convegno di Studi Filosofici di Gallarate ( 1951) », Padova, Liviana,
rapporto fra persona, società e trascendenza; e cosI via. 1952, entrambi in Teoria del!' arte: saggi di estetica, Milano, Marzorati,
1965; Estetica: teoria della formatività, Torino, Edizioni di «Filosofi.a»,
Sulla centralità del concetto di «interpretazione», a cui alludo a p. 10, 1954 (seconda edizione: Bologna, Zanichelli, 1960, specialmente alle pp. 35-
valgano i rilievi seguenti. Già il tipo di attenzione che nei miei primi studi 37, 146-149, 151-238); Il concetto di interpretazione nell'estetica crociana,
dedicai all'esistenzialismo mi predisponeva a una teoria dell'interpretazione: in « Rivista di filosofi.a», 1953, fase. 3 (in L'esperienza artistica: saggi di
per un verso lo studio di Heidegger mi aveva rinviato a una lettura - da storia dell'estetica, Milano, Marzorati, imminente); L'interpretazione del-
allora non piu abbandonata - di Dilthey, e per l'altro verso in Jaspers sot- l'opera d'arte, relazione al III Congresso Internazionale di Estetica (Ve-
tolineai come particolarmente importante e significativa la teoria dei punti nezia 1956), in « Rivista di Estetica», 1956, fase. 3, e Interprétation et
di vista, sia che si trattasse della Psychologie der W eltanschauungen o del jugement, in « Revue philosophique », 1961, fase. 2, entrambi in Teoria del·
pluralismo antiprospettivistico della Logica filosofica, come risulta dal mio l'arte, citata; I problemi dell'estetica, scritto nel 1958, uscito nel 1961, e
libro La filosofia dell'esistenza e Carlo Jaspers, Napoli, Loffredo, 1940, e in seconda edizione a Milano, Marzorati, 1966, pp. 189-231; Conversazioni
dal saggio Ultimi sviluppi del pensiero di Jaspers (in « Rivista di :filosofia», di estetica, Milano, Mursia, 1966, specialmente alle pp. 33-39, 41-47, 55,
1948, fase. 4, ripubblicato nella prima edizione di Esistenza e persona). 68-69, 71-78, 107-108, 112-113.
I primi tratti d'una teoria dell'interpretazione li delineai in occasione Spero che gli espliciti sviluppi che in questo libro ho cercato di dare
del problema dell'unità della filosofi.a e della molteplicità delle filosofi.e, come al concetto di interpretazione contribuiscano a una maggior comprensione

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VERITÀ E INTERPRETAZIONE CITAZIONI E RIFERIMENTI

della teoria che dell'interpretazione ho delineato nei miei libri di estetica; caso di dire: chi vuol conservarlo lo perderà, e chi lo abbandona lo ritro-
cioè invitino e aiutino il lettore a considerarla nel senso dovuto, come una verà. Colui solo è giunto alla radice di sé e ha conqsciuto tutta la profon-
teoria generale dell'interpretazione, non limitata al campo estetico, e gene- dità della vita, che ha abbandonato tutto ed è stato abbandonato da tutto »
rale già sin da allora, in quanto la si può « leggere » con lo sguardo rivolto (V 11; cfr. Initia philosophiae universae, pp. 18-19).
all'intera attività dell'uomo e riscontrarne la validità in tutte le situazioni
e relazioni umane.
Tra i pensatori stranieri che si sono interessati alla teoria dell'interpre- PENSIERO ESPRESSIVO E PENSIERO RIVELATIVO
tazione ch'io ho proposta ricordo con particolare spirito di congenialità Hans
Georg Gadamer, che ha voluto citarla nel suo libro fondamentale Wahrheit
und Methode: Grundziige einer philosophischen Hermeneutik, Tubinga, Pagina 18: che in filosofia tutti dicano la stessa cosa e ciascuno non
Mohr (Paul Siebeck), 1960, p. 113. Analogamente nel saggio Hermeneutik, dica che un'unica cosa sono tesi · che in un certo senso si trovano per un
in Contemporary Philosophy, a cura di R. Klibansky, Firenze, La Nuova verso in Heidegger e per l'altro in Bergson; ma il primo le afferma su un
Italia, 1969, p. 367. fondamento soltanto ontologico e il secondo su un fondamento non perso-
Gli studiosi italiani che hanno accolto la mia distinzione tra pensiero nalistico; mentre invece il mio intento è di sostenerle sulla base d'un per-
espressivo e pensiero rivelativo sono Augusto Del Noce (in Riforma catto- sonalismo ontologico, ove i due aspetti, quello ontologico e quello perso-
lica e filosofia moderna: I. Cartesio, Bologna, Il Mulino, 1965, pp. 670-676) nale, non solo non vanno disgiunti, ma non si possono cppcepire se non
e Sergio Cotta (in La sfida tecnologica, Bologna, Il Mulino, 1968, p. 105 insieme. "'.·
s., 123 ss.): la validità delle penetranti meditazioni ch'essi ne traggono è
per me la piu significativa autenticazione della mia proposta. In un certo Alla pagina 22 si riconosceranno facilmente le indirette citazioni di
senso analoga a quella distinzione mi pare la problematica cosl'. ampiamente Eraclito e di Plotino. Appartiene ad Eraclito la terminologia del « dire »,
svolta da M.F. Sciacca nel suo libro Filosofia e antifilosofia, Milano, Marzo- del « nascondere » e del « significare »: l'oracolo di Delfi, egli dice, o{l-te:
rati, 1968: di lui ricordo anche Storicismo o storicità dei valori?, in I valori ÀÉye:t oi.l,:e: xpu1t'tEL &,À,À,r,,, <TT}µa:.lve:t: « non dice nulla né cela nulla, ma
permanenti nel divenire storico, « Atti del convegno promosso dall'Istituto significa» (22 B 93 Diels). Il concetto d'una « presenza migliore della
Accademico di Roma», Roma, 1969. scienza » è di Plotino (VI IX 4): · il Cilento traduce « per via di una pre-
senza che vale ben piu della scienza ».
Pagina 11: Il celebre xttÀ.Òc; yr,,,p ò xlvouvoc; di Platone, riferito all'au-
dacia della filosofia, si trova, com'è noto, nel Pedone (114 D). Il passo di La citazione greca della p. 23 è, ancora, di Eraclito, e significa « tanto
Schelling appartiene agli Erlanger Vortréige (Schroter V 12), che a parer profondo è il suo significato» (22 B 45 Diels).
mio sono fra le cose migliori ch'egli abbia scritto, tant'è vero che queste
conferenze del 1821 suscitarono negli ascoltatori, fra i quali era assiduo il A proposito dell'inizio del paragrafo sesto (p. 27), si ricordi che « vor
poeta von Platen, un autentico entusiasmo. Ottima iniziativa è dunque stata solchen Mysterien zu warnen ist PfUcht » (è un dovere mettere in guardia
quella di Horst Fuhrmans, il benemerito degli studi schellinghiani, di pub- da questi misteri), afferma Schelling, cioè un pensatore che pure ha indulto
blicare un'interessantissima Nachschrift di· questo corso del semestre inver- assai all'esaltazione dell'oscurità e del non sapere (V 260); mostrando una
nale 1820-21, col titolo Initia philosophiae universae, Bonn, Bouvier, 1969. cautela pari alla resipiscenza che incitava il Cusano a confessare: « Putabam
Per ben comprendere il senso del passo citato, conviene rammentare che ego aliquando veritatem in obscuro melius reperiri » (De apice theoriae),
Schelling poco sopra scrive: <i Selbst Gott muss der lassen, de1· sich in den e a difendere la vis vocabuli sia pure soltanto nella theologia sermocinalis
Anfangspunkt der wahrhaft freien Philosophie stellen will. Hier heisst es: (Idiota: De sapientia Il).
W er es erhalten will, der wird es verlieren, und wer es aufgibt, der wird
es finden. Nur der;enige ist auf den Grund seiner selbst gekommen und Le citazioni tedesche di p. 28 sono di Schelling, nelle Lezioni monachesi
hat die ganze Tiefe des Lebens erkannt, der einmal alles verlassen batte, sulla storia della filosofia moderna (V 250; traci. italiana di G. Durante, Fi-
und selbst van allem verlassen war »: « Chi vuole collocarsi nel punto ini- renze, Sansoni, 1950, p. 213 ). Seguono espressioni connesse con l'intera storia
ziale della filosofia veramente libera deve abbandonare anche Dio. Qui è il della teologia negativa (e anche con l'ontologia negativa heideggeriana, di

240 241
I

!111111

VERITÀ E INTERPRETAZIONE CITAZIONI E RIFERIMENTI


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cui già alla p. 26), e di cui è ovviamente inutile dare riferimenti prec1S1, capace di proferire « la piu grande bestemmia che si possa pensare contro i
tanto sono abbondanti nella storia del pensiero. La « mistica tenebra del- l'essere», e quindi scende al di sotto di sé stesso e si perde. Anche Gabriel
l'inconoscenza », cioè il µuCT·nxòc; yvéq>oc; ·t"ijc; àyvwCTlac;, è dello Pseudo Marce! rivendica il primato dell'ontologia: un'assiologia non radicata nel-
Dionigi (Migne, P.G. 1001 A), mentre l'àvEçtxvlaO""t'OV 7tÀOV't'oc;, la « ric- l'ontologia è falsa, perché sostituisce ai valori autentici, che sono « media- lilli
chezza insondabile », le « investigabiles divitiae », sono, com'è noto, di tori di trascendenza», « essenze incarnate», « evidenze attive», valori arte-
S. Paolo (Eph. III 8). Si potrebbe continuare contrapponendo, ad esempio, fatti, che nella loro ingannevole oggettività non sono che proiezioni sog- i
allo Ù1tÉpq>w't'oc; O"tyfjc; yvéq>oc;, alla « tenebrosità piu che luminosa del silen- gettive: essere, valore e libertà non possono esser affermati e salvati che ililll:
zio», dello Pseudo Dionigi (Migne, P.G. 997), l'« infinita pienezza» di Pla- insieme (Aperçus sur la liberté, in « La Nef », 1946, n. 19, e Ontologie et !il i!,
tone: 1tÀfjfroc; aTCEtf)O\I (Parm. 144 A). axiologie, in Esistenzialismo cristiano, Padova, Cedam, 1949).
I
La citazione greca di p. 31 è il celebre passo del Vangelo di S. Giovanni:
« La verità vi libererà» (VIII 32).
L'espressione latina di cui mi sono servito per chiarire il concetto di
« persistenza del negativo» a p. 41, cioè « diabolicum est diabolum negare», il~I
ricorda, per quanto da un punto di vista diverso e con diversa accentua- I
zione, l'espressione di Franz von Baader: « Diabolum negare est Diabolo
VALORI PERMANENTI E PROCESSO STORICO credere » (in Samtliche W erke, IV 360). li!llii
Sulla dialettica di esemplarità e congenialità, a cui alludo a p. 39, mi Le bellissime pagine di Kierkegaard sul carattere quofÌdiano e terrestre
permetto di rinviare ?Ila trattazione che ne ho sv,olto in Estetica: teoria del cavaliere della fede, che cito a p. 42, si trovano in Timore e tremore
1
della formatività (seconda edizione, pp. 115-150), e nel saggio Tradizione (traduzione italiana, Milano, Comunità, 1948, pp. 41-44: cfr. traduzione l,1,,
111 1:1

e innovazione, contenuto in Conversazioni di estetica, Milano, Mursia, 1966: tedesca di E. Hirsch, Furcht und Zittern, in Gesammelte W erke, Diisseldorf, I
tutto quello che ne dico per il campo estetico vale in genere per l'intera Diederichs Verlag, IV Abteilung, 1962, pp. 3741).
attività umana. !Sull'idea che le forme danno luogo a stili si veda tutto il
pensiero di A~gusto Guzzo. La citazione di p. 49, che concerne l'origine come ciò che « in ogni 111111:
giorno è come se fosse al suo primo giorno», è di Heidegger (Einfuhrung
La critica di Heidegger al concetto di valore (p. 40) si trova soprattutto in die Metaphysik, citata, p. 74; traduzione italiana, citata, p. 107), quando,
in Einfuhrung in die Metaphysik, Tubinga, Niemeyer, 1953, pp. 150-152 dopo aver affermato che « nella storia della filosofia, in fondo, tutti i pen-
(traduzione italiana di G, Masi, con presentazione di G. Vattimo, Introdu- satori dicono la medesima cosa », osserva che non ne consegue affatto la 111111:
zione alla metafisica, Milano, Mursia, 1968, pp. 201-204); Brief uber den necessità di « una sola filosofia», come se « tutto fosse sempre già detto»,
Humanismus, ora in Wegmarken, Francoforte, Klostermann, 1967, pp. 177, perché « dieses "dasselbe" hat allerdings den unausschopfbaren Reichtum
179-180; Holzwege, Francoforte, Klostermann, 1950, pp. 93-94, 205-210, dessen zur inneren W ahrheit, was jeden T ag so ist, als sei es sein erster Tag »:
238-243 (traduzione italiana di Pietro Chiodi, Sentieri interrotti, Firenze, « questa "medesima cosa" possiede in realtà come sua interna verità l'ine- !lilli
La Nuova Italia, 1968, pp. 88, 203-208, 237-242). La critica di Heidegger sauribile ricchezza di essere ogni giorno come al suo primo giorno ».
è basata sul principio che l'attribuzione del valore all'essere suppone una
concezione soggettivistica che non può avere altro esito coerente che l'asso-
lutizzazione del punto di vista dell'uomo, e quindi il piu completo « oblio l!~li
dell'essere ». Per un verso il concetto di valore non soltanto degrada gli ORIGINARIETÀ DELL'INTERPRETAZIONE
enti una volta che sia applicato ad essi, perché distoglie dal pensarne l'es-
sere, ma dimentica e sopprime l'essere stesso, perché non lo lascia aprirsi Ho teorizzato l'interpretazione musicale, cui faccio cenno nelle pagine
nella sua verità, anzi lo riduce a un puro e semplice fatto, invano sorretto 68 e 69, in Estetica: teoria della formatività, citata, pp. 189-214, 226-233, lllllll
da un'artificiosa e alterna vicenda di attribuzione del valore all'essere e del- e in l problemi dell'estetica, citato, pp. 195-223; cfr. anche Il concetto di
l'essere al valore; per l'altro verso chi è in tal modo degradato e alterato interpretazione nell'estetica crociana, in « Rivista di filosofia», 1953, fase. 3
è l'uomo stesso, che, trascurando l'essere, diventa l'« uccisore di Dio», (in L'esperienza artistica, imminente).
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111111'

242 243

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L VERITÀ E INTERPRETAZIONE CITAZIONI E RIFERIMENTI

L Un esempio di quella dialettica di interiorità e indipendenza, a cui alludo


a p. 71, e che dovrebbe eliminare ogni concezione intimistica e soggettivi-
stica del personalismo, si può vedere sia nella critica che ho fatto, su questo
FILOSOFIA E IDEOLOGIA

In questo capitolo sono state tenute costantemente presenti e spesso


punto, dell'estetica di Stefanini (Conversazioni di es;eti:a, citate, pp. 92- esplicitamente discusse tutte le teorie piu importanti sul concetto di ideo-

L 102), sia nella teoria che ho proposto del dialogo '.1ell artis:a co~ la ~ua ma-
teria (Teoria dell'arte citata, pp. 151-158), teoria che s1 puo facilmente
« trasporre» dal campo estetico ad ogni altro campo dell'attività umana.
logia: i testi ormai classici degli ideologi, di Marx e di Engels, di Max
Scheler (ora tradotto in italiano col titolo Sociologia del sapere, Roma,
Abete, 1966) e dei sociologi della conoscenza, di Karl Mannheim, di Vil-
fredo Pareto; per il marxismo ricordo con particolare attenzione gli svi-
I Il detto heideggeriano, citato a p. 85: « W er gross denkt, muss gross luppi di Karl Korsch e di Ernst Bloch e l'interpretazione di Kostas Axelos;
L irren », che si potrebbe forse tradurre: « A grandi pensieri corrispondono fra i sociologi rammento specialmente la Socia! Theory and Socia! Structure
grandi errori » si trova nel libretto Aus der Erfahrung des Denkens, Neske, (1957) di R.K. MERTON (trad. it. Teoria e struttura sociale, Bologna, Il
Pfullingen, 19.54, p. 17. Del resto, come ricorda Schelling, solo chi s'arrischia Mulino, 1959) e The Sociology of Knowledge (1958) di W. STARK (trad.

L nell'avventura del pensiero può errare, si ch'è far onore a una persona
ritenerla capace d'errore: « W er irren will, der muss wenigstens auf dem
W ege sein,- wer aber gar nicht einmal sich auf den W eg macht, sond:rn
it. Sociologia della conoscenza, Milano, Edizioni di Comunità, 1963), e
naturalmente la scuola di Francoforte, con gli studi di Max Horkheimer
e di Theodor Wiesengrund Adorno nei « Frankfurter Beitrage zur Sozio-
vollig zu Hause sitzen bleibt, kann nicht irren »: « Può errare solo chi è logie» (di cui in italiano le Lezioni di sociologia, Torino,, Einaudi, 1966).
per via; chi non si mette nemmeno in cammino, e se ne sta comodamente Sul problema dell'ideologia in generale mi limito a citarè~ HANS BARTH,
a casa, non può errare » (V 5). Il che forse suona ancora piu lapidariamente Wahrheit und Ideologie, Erlenbach-Zurigo, Rentsch, 19451, 196!2; LEO
nella redazione pubblicata da H. Fuhrmans: « Auch Irren ist ehrenvoll. KoFLER, Marxismus und Sprache, Colonia, 1952; HANS JoACHIM LIEBER,
W er irren, vom W eg abirren kann, der kann doch gehen. W er hinter dem Wissen und Gesellschaft, Tubinga, 1952; THEODOR GEIGER, Ideologie und
Ofen sitzen bleibt, der ist nicht fahig zu irren »: « Anche errare è cosa W ahrheit, Stoccarda, 1953; HELMUT PLESSNER, Zwischen Philosophie und
onorevole. Chi può errare, smarrire la strada, può anche avanzare e giun- Gesellschaft, Berna, Francke, 1953; WERNER KNuTH, Ideen, Ideale, Ideo-
gere. Chi se ne sta comodamente dietro la stufa, non è capace di errare » logien, Amburgo, Holsten, 1955; JEANNE HERSCH, Die Ideologien und die
(Initia philosophiae universae, cit., p. 11). Sull'estrema vicinanza fra verità Wirklichkeit, Monaco, Piper, 1957; ERNST ToPISCH, Vom Ursprung und
ed errore sono da tener sempre presenti le profonde osservazioni di Pascal: Ende der Metaphysik, Vienna, Springer, 1958; LESZEK KoLAKOWSKI, Der
« La verità è cosi delicata, che per poco che ci si scosti da essa, si cade Mensch ohne Alternative, Monaco, Piper, 1960; CARL AuGUST EMGE, Das
nell'errore; ma l'errore è cosi sottile, che senza nemmeno allontanarsene Wesen der Ideologie, Wiesbaden, Steiner, 1961; KuRT LENK, Ideologie,
ci si trova nella verità » (Terza Provinciale). Neuwied, Luchterhand, 19611, 19642; DANIEL BELL, The End of Ideology,
I New York, Free Press, 19611, 19652 ; ERNST ToPISCH, Sozialphilosophie
i_
Pagina 85: la citazione di Milton è tolta al primo Trattato della dottrina zwischen Ideologie und Wissenschaft, Neuwied, Luchterhand, 1961; RoBERT
e disciplina del divorzio (Complete Works, Yale 0niversity Press, 1959, E. LANE, Political Ideology, New York, Free Press, 19621, 19672 ; JosEPH
vol. II, p. 225). GABEL, La fausse conscience, Parigi, Editions de Minuit, 1962 (trad. it. La
falsa coscienza, Bari, Dedalo libri, 1968); JURGEN HABERMAS, Theorie und
L'espressione di S. Agostino citata a p. 88 ha il seguente contesto: Praxis, Neuwied, Luchterhand, 1963; JAKOB BARION, Was ist Ideologie?,
« Mentibus nostris sine ullo strepitu, ut ita dicam, canorum et facundum Bonn, Bouvier, 1964; REINHARD LAUTH, Zur Idee der Transzendentalphi-
quoddam silentium veritatis illabitur »: « Nelle nostre menti s'insinua dol- losophie, Monaco-Salisburgo, Pustet, 1965; HANS JoACHIM LIEBER, Philo-
cemente e senz'alcun rumore il sonoro e per cosi dire parlante silenzio della
sophie Soziologie Gesellschaft, Berlino, De Gruyter, 1965.
verità» (De libero arbitrio, II, 13, 35).
Pagina 94: reputo inutile elencare i testi notissimi di Marx. Quanto a
Mannheim, si veda, a cura di A. Santucci, la traduzione italiana di I dea-
logia e Utopia, Bologna, Il Mulino, 1957 (Ideologie und Utopie, Bonn,
Cohen, 1929; Ideology and Utopia, Londra, Routledge and Kegan, 1953).

244 245
J
VERITÀ E INTERPRETAZIONE CITAZIONI E RIFERIMENTI

Un chiaro esempio di quella scaltrita interpretazione del marxismo di


cui si parla a p. 95, intenta a mettere in luce il carattere organico d'ogni
possesso proprio, cioè dalla verità alla menzogna» (Confessioni, XII 25, 34);
« Communis est omnibus veritas. Non est nec mea, nec tua; non est illius,
J
momento storico, e quindi il carattere specifico delle produzioni spirituali, aut illius: omnibus communis est »: « Comune a tutti è la verità. Non è né
è il marxismo di Karl Korsch. Egli, nell'intento di evitare il cosiddetto tua né mia; né di questo né di quello: è comune a tutti» (Enarrationes
deprecato « marxismo volgare», proprio nell'atto di affermare il rapporto in Psalmos, 75, 17). Queste citazioni confermano il carattere nettamente
organico che nella totalità della situazione collega inscindibilmente fra loro antisoggettivistico del personalismo, e la possibilità di interpretare in senso
i vari' aspetti, e quindi anche l'apparato ideale, insiste sull'impossibilità di ontologico, e non intimistico, la stessa dottrina agostiniana dell'interiorità
considerare come chimerici i prodotti ideali, nel senso che la loro speci- del vero alla mente; al che tuttavia si opporrebbe il fatto che in S. Ago-
ficità è richiesta dalla situazione storica, come parte integrante di questa stino manca il concetto ermeneutico della verità, cioè l'idea che la verità
e come elemento differenziato della sua complessità, al punto che si può non si offre se non all'interno della formulazione personale e storica che via
parlare di una « struttura spirituale-intellettuale». In tal modo, mentre si via se ne dà. Si veda anche piu oltre, a p. 228. ·
sostiene che la trattazione dialettica dell'ideologia consiste nell'inserimento
organico di essa nel quadro totale della situazione, si afferma che l'azione Per i concetti di « dono » e di « testimonianza » legati al concetto di
libertà, dei quali parlo a p. 107, mi permetto di rinviare alla terza edizione
va condotta non solo a livello delle strutture economiche, ma anche a livello
della critica filosofica. Si veda in merito KARL KoRSCH, Marxismus und Phi- del mio libro Esistenza e persona, pp. 176-182.
losophie, Lipsia, 1923 (trad. it. Marxismo e filosofia, Milano, Sugar, 1966). La citazione francese di p. 108 è un verso di Voltaire (0,~dipe, atto IV,
L'enunciato che « nella sovrastruttura non c'è nulla che già non fosse nella se. I). :t-.
base se non la sovrastruttura stessa » (« nichts sei im Ueberbau, was nicht
auch in der Basis angelegt ist, mit Ausnahme des Ueberbaus selber ») è Pagina 109: l'interpretazione schizofrenica dell'ideologia si trova in
detta da Habermas a proposito di Ernst Bloch (J. HABERMAS, Theorie und J. GABEL, La fausse conscience, cit., pp. 68-96. La citazione riguardante lo
Praxis, cit., p. 338). storicismo sociologico è tolta dal citato libro di Mannheim, Ideologia e
utopia, trad. it., p. 197. La teoria paretiana dei residui e delle derivazioni
Pagina 97: per marxismo « metafisico » intendo una concezione sul tipo si trova, com'è noto, nel grande Trattato di sociologia generale del 1916
di quella di Kostas Axelos: Marx penseur de la technique, Parigi, Editions (terza edizione: Milano, Edizioni di Comunità, 1964). Per quanto riguarda
de Minuit, 1961 (trad. it. Marx pensatore della tecnica, Milano, Sugar, la teoria kelseniana dell'ideologia si veda la Reine Rechtslehre nella tradu-
1963); Vers la pensée planétaire, Parigi, Editions de Minuit, 1964; e per zione italiana di Mario G. Losano (La dottrina pura del diritto, Torino,
marxismo « profetico » evidentemente il pensiero di Ernst Bloch (in genere Einaudi, 1966, pp. 123-129) e la Genera! Theory of Law and State del
la Gesamtausgabe in 15 volumi, e in particolare Das Prinzip Hoffnung, 1945 nella traduzione italiana di Cotta e Treves (Teoria generale del diritto
Berlino, Aufbau Verlag, 1954-59, 2• ed. Francoforte, Suhrkamp, 1959). e dello stato, Milano, Edizioni di Comunità, 1952, pp. 8, 14, ecc.): si vedano
anche gli Aufsatze zur Ideologiekritik, ed. Ernst Topisch, Neuwied, Luchter-
L'accentuazione della « comunanza», a cui accenno a p. 102, si trova hand, 1962. Per quanto riguarda Marx, mi pare superfluo elencarne i notis-
del resto anche in S. Agostino, che pure è il grande teorico dell'interiorità: simi testi.
« Veritas tua nec mea est nec illius aut illius, sed omnium nostrum, quos
ad eius communionem publice vocas, terribiliter admonens nos, ut eam Pagina 116: l'espressione « tecnica della diffidenza» è contenuta in
nolimus habere privatam, ne privemur ea. Nam quisquis id, quod tu omnibus uno dei frammenti postumi di Nietzsche, degli anni 1885-1888 (Die Un-
ad fruendum proponis, sibi proprie vindicat et suum vult esse quod omnium schuld des Werdens, ed. Baumler, framm. 1246): « Hier kommt eine Philo-
est, a communi propellitur ad sua, hoc est a veritate ad mendacium »: « La sophie - eine von meinen Philosophien - zu Worte, welche durchaus nicht
tua verità non è né mia né di questo o di quello, ma cU noi tutti, e tutti "Liebe zur W eisheit" genannt sein will, sondern sich, aus Stolz vielleicht,
pubblicamente ci chiami alla comunione di essa, col terribile monito di einen bescheideneren Namen ausbittet... Diese Philosophie namlich heisst sicb
non pretendere di possederla in privato, affinché non ne siamo privati. selber: die Kunst des Misstrauens und schreibt iiber ihre Haustiir: µÉµvnc;'
Infatti chiunque reclami per sé solo ciò che tu offri in godimento a tutti, ànur-,;i::'i:v »: « Qui viene in discorso una filosofia - una delle mie filo-
e pretenda suo ciò ch'è di tutti, vien cacciato dal possesso comune al suo sofie - che non si vuol affatto chiamare "amore della sapienza", ma, forse

246 247
VERITÀ E INTERPRETAZIONE CITAZIONI E RIFERIMENTI

per superbia, esige un nome piu modesto ... Questa filosofia chiama sé stessa Sul « regolo lesbio » del Vico, di cui a p. 132, si ricordi il passo del
..... l'arte della diffidenza, e iscrive sulla porta di casa: ricordati di diffidare» De nostri temporis studiorum ratione: « Non ex ista recta mentis regula,
(la citazione greca è di Epicarmo, 250 K). L'espressione « scuola del so- quae rigida est, hominum facta aestimari possunt,· sed illa Lesbiorum ftexili,
spetto » è contenuta nella prefazione al primo volume di Menschliches, Allzu- quae non ad se corpora dirigit, sed se ad corpora infiectit, spectari debent »
menschliches (Ed. Colli-Montinari, IV, II, 7): « Man hat meine Schriften (Opere, I 91).
eine Schule des V erdachtes genannt, noch mehr der V erachtung, gliick-
licherweise auch des Mutes, ja der Verwegenheit »: « I miei scritti sono Sul significato del termine di «idea» in Dostoievski, di cui a p. 134,
stati chiamati una scuola di sospetto e ancor piu di disprezzo; per fortuna pagine acutissime ha scritto F. STEPUN, Dostojewski: W eltschau und W el-
però anche di coraggio, anzi di temerarietà» (Opere di F. Nietzsche, edi- tanschauung, Heidelberg, Pfeffer, 1950, pp. 38-54.
zione italiana condotta sul testo critico stabilito da G. Colli e M. Monti-
nari, vol. IV, t. II, p. 3 ). Certo, la « diffidenza » nietzschiana è altra cosa Il pensiero di Pascal citato a p. 140 nella traduzione del Serini (Torino,
dal preteso « smascheramento» al quale certi critfci d'oggi vorrebbero sot- Einaudi, 1962) è il pensiero 327 dell'edizione Brunschvicg: « Les sciences
toporre persino la grande speculazione, anche perché il bisogno di « verità » ont deux extrémités qui se touchent. La première est la pure ignorance
o di « veracità » di Nietzsche è assai piu radicale e generoso, e soprattutto naturelle où se trouvent tous les hommes en naissant. L'autre extrémité est
assolutamente privo di ogni carattere proiettivo e autobiografico, come non celle où arrivent les grandes ames, qui, ayant parcouru tout ce que les
si può dire invece di tante sedicenti « demistificazioni » odierne. Si ricordi hommes peuvent savoir, trouvent qu'ils ne savent rien, eb,_:;se rencontrent
che Nietzsche raccomanda all'uomo superiore, in Cosi parlò Zaratustra, ap- en cette m§me ignorance d'où ils étaient partis; mais c'est.'une ignorance
punto la diffidenza: « Habt beute ein gutes Misstrauen, ihr hoheren Men- savante qui se conna2t. Ceux d'entre eux, qui sont sortis de l'ignorance
schen! »: « Abbiate una giusta diffidenza, uomini superiori! » ( traduzione naturelle, et n'ont pu arriverà l'autre, ont quelque teinture de cette science
italiana citata, voi. VI, t. I, p. 352). Infatti la « diffidenza » è « la sola suffesante, et font !es entendus. Ceux-là troublent .le monde, et jugent mal
..... via che porta alla verità » ( « der einzige W eg zur W ahrheit »), è la « fonte de tout». La citazione da I demoni di Dostoievski è tratta dalla traduzione
della veracità » (« Misstrauen als Quelle der W ahrhaftigkeit »), al punto che di G.M. Nicolai a cura di E. Lo Gatto (Firenze, Sansoni, s.d., p. 291).
si può affermare « Quanta diffidenza, tanta filosofia » (« So vie! Misstrauen,
so viel Philosophie ») (Ed. Colli-Montinari, IV, III, 283; VII, III, 383; L'espressione dello Pseudo Dionigi, citata alla pagina 164, è tratta dal
V, II, 262). Migne, P.G. 1033 C.

Sulla lettura della Bibbia come d'un messaggio infinito, di cui parlo alle Pagina 164: com'è noto, la critica di Schelling come « distruttore della
pagine 116 e 117, si veda G. VATTIMO, Poesia e ontologia, Milano, Mursia, ragione» è di Lukacs (La distruzione della ragione, trad. it. di E. Arnaud,
1967, pp. 107-112. Torino, Einaudi, 1959). L'accanimento con cui Lukacs denigra Schelling
attesta che dal suo punto di vista il vero avversario è lui; e pour cause,
dato che lo Schelling posthegeliano è, nella critica ad Hegel, un'alternativa
altrettanto valida che Kierkegaard, e forse ancor piu: alternativa tanto piu
DESTINO DELL'IDEOLOGIA valida in quanto a ben vedere contiene, e quindi assorbe e annulla, l'altra
possibilità della dissoluzione dell'hegelismo, cioè la linea Feuerbach-Marx.
Questo capitolo è nato come conclusione della discussione seguita, nel
..... convegno del Centro di Studi Filosofici di Gallarate dedicato al tema Ideo- Pagina 167: la citazione di Plotino è tratta da Enn., VI vu 17, che
logia e filosofia, alla mia relazione sull'argomento. In queste pagine è dunque Cilento traduce: « La forma sta nell'oggetto formato, ma chi informò era
rimasta traccia degli interventi a cui rispondevo e a cui replicavo, come del informe ». Per Plotino infatti per un verso « la realtà vera non deve né
resto appare da qualche citazione lasciata senza riferimento esplicito. Si esser formata né esser forma », sf che « il primordiale e il primo è informe »
..... tratta soprattutto degli interventi di Lotz, Gironella, Mufioz Alonso, Laz- (Agi ... 't'Ò 5v't'wc; ... µ'Ì) µi::µopcpwe1irat µ'l)oÈ Elooc; Elvat. 'AvEloEOV a.pa 't'Ò
zarini, Prini, Bagolini, Piemontese, Rigobello, Giannini, Nicoletti, ecc, 'l'CfìW'tWc; xat 1tpw'tov: ibidem 33); per l'altro verso« il principio è informe

248 249
VERITÀ E INTERPRETAZIONE CITAZIONI E RIFERJMENTI

non nel senso che sia bisognoso di forma, ma nel senso ch'è ciò da cui NECESSITÀ DELLA FILOSOFIA
deriva ogni forma» ('Apxri oè -.ò &:vEloEov, où -.ò µopq>fjc; 6E6µEvov,
&,).)._' àcp' où 1tiicra: µopcp1}: ibidem 32), sf che « la forma è la traccia del- Pagina 210: la citazione greca è tolta dalla Bibbia dei Settanta, ~ piu ,j

l'informe» h-ò yàp ~xvoc; -.ou àµ6pcpou µopcp'r): ibidem 33). precisamente da un passo del primo libro di Esdra che non ha corrispon- 'I
La citazione di Schelling è sempre tratta dalle Conferenze di Erlangen dente né nella Bibbia ebraica né nella Volgata (IV 41). Ma è citazione fre-
(V 13), e significa: « Per potersi rinchiudere in una forma, deve certo quente: Schopenhauer, ad esempio, la appone come motto a I due problemi
esser fuori da ogni forma, ma il suo aspetto positivo non consiste in ciò, fondamentali dell'etica (1841). Anche Shaftesbury la menziona nel Sensus
nel suo esser fuori da ogni forma, nel suo esser incomprensibile, bensl: nel communis (IV 3 ), ma in latino: « magna est veritas et praevalebit ». E lo
potersi rinchiudere in una forma, nel potersi rendere comprensibile, cioè stesso Schopenhauer, nel capitolo XX del secondo volume del Mondo come
nell'esser libero di rinchiudersi o non rinchiudersi in una forma». Il fatto volontà e rappresentazione, cita: « magna est vis veritatis et praevalebit »
è che non si può considerare come una definizione del principio la sua (Séimtliche Werke, ed. Hiibscher, III 313).
indefinibilità, sin tanto che questa ha un carattere semplicemente negativo,
come « mera indipendenza rispetto a ogni determinazione esterna » ( « blosse
Unabhéingigkeit van éiusserer Bestimmung »); l'indefinibilità può esserne una
definizione solo quando assume un significato positivo, come « libertà di FILOSOFIA E SENSO COMUNE
rinchiudersi in una forma » (« die Freiheit sich in eine Gestalt einzuschlies-
sen » ). Del resto a questo proposito si può sempre ricordare l'ottavo trat- Pagine 211 e 212: le citazioni del Cusano son t~l~e d~ll'Idiota; . quelle
tato della sesta Enneade di Plotino. di Hegel dalla Prefazione alla Fenomenologia dello spirito; e quella ~1 Scho-
penhauer dal saggio Sulla filosofia delle Università contenuto nel primo vo-
Ho svolto il concetto di un « esercizio di alterità » essenziale al dialogo, lume dei Parerga und Paralipomena (Séimtliche W erke, ed. Hlibscher, V 17 4 ).
di cui parlo a p. 170, nel saggio La conoscenza degli altri (1953) incluso L'espressione di Wittgenstein è, com'è noto, contenuta nel n. 11~ dell~
in Esistenza e persona, seconda e terza edizione. Ho prolungato questo con- Philosophische Untersuchungen (trad. it. di M. Trinchero, Torino, Einaudi,
cetto nella teoria di un « esercizio di congenialità » come essenziale ad 1967, p. 68).
ogni comprensione, e quindi ad ogni colloquio e comunicazione, in Estetica:
teoria della formatività, pp. 210-212 della seconda edizione, e passim negli Le citazioni di Cartesio e di Kant di p. 213 sono i celebri passi dell'ini-
altri miei libri di estetica. Inerisce infatti allo stesso concetto di interpre- zio del Discorso sul metodo e della Prefazione ai Prolegomeni (Akad. Ausg.,
tazione, visto come centrale e originario, la necessità, per ogni forma di
dialogo - di persone con persone, di persone con cose, di persone con
IV 259).
opere - di inventare punti di vista rivelativi, non come possibilità astratte, Pagina 215: del Manzoni è citato un passo del capitolo XXXII dei Pro-
ma come sguardi di persone viventi, al pari d'un drammaturgo, anzi di
messi sposi; e l'idea che « une différente coutum~ nou~ donn~ra d'~utre~
« mettersi nei panni » del proprio interlocutore reale o ideale, ciò ch'è
principes naturels » è di Pascal (Pensées 92), ma riflette_ 11 pensiero d1 tutti
appunto un esercizio di alterità e di congenialità. Si veda anche piu sopra,
alle pp. 79-80. i moralisti francesi a cominciare, com'è noto, da Monta1gne.

Pagina 180: la citazione di Del Noce si riferisce al suo suggestivo inter- Pagine 215, e 216: la citazione di Shaftesbury è tr~tta da! Sensus com~
vento nella discussione su Ideologia e filosofia, pubblicato negli « Atti » del munis ( IV 3), e quella di Kant ancora dalla Prefazione al Prolegomeni
Convegno, citati, col titolo Intorno alle origini del concetto di ideologia, (IV 259).
pp. 75-86.
Pagine 217 e 218: Kant è citato ancora dalla Pr~fazion~. ai ~rolegomeni
(IV 259-260); Fichte è citato dal Sonnenklarer Bertcht (Samtlzche Werke,
II 324-326); di Hegel è ricordata l'aspra polemica contenuta nella Vorrede
della Fenomenologia (ed. Hoffmeister, pp. 54-57).

250 251
VERITÀ E INTERPRETAZIONE APPENDICE
La teoria di Jaspers sulla differenza tra verità filosofica e. verità scienti-
fica, che ricordo alle pagine 219 e 220, si trova in La mia filosofia, Torino,
Einaudi, 1947, pp. 110-111; Van der Wahrheit, Monaco, Piper, 1947, p.
651; Der philosophische Glaube, Monaco, Piper, 1948, p. 11. Su di essa il
mio libro Esistenza e persona, 19501, cit., p. 58-59, e le considerazioni sug-
gestive di Xavier Tilliette (La vérité de Galilée, la vérité de Giordano Bruno,
in L'infaillibilité, a cura di E. Castelli, Parigi, Aubier, 1970, pp. 257-270).
Diamo qui di seguito la presentazione che Pareyson fece di Verità e interpreta-
Pagina 228: quanto alla differenza fra l'interiorità del vero alla mente zione all'Accademia delle Scienze di Torino, in cui lucidamente percorre ed
e l'inseparabilità della verità dall'interpretazione, rinvio piu sopra, alla
espone i momenti essenziali del suo saggio, documento di ciò che in esso gli sta-
p. 102, e alla relativa nota. Circa l'espressione di Pascal, sulla ragione che
va veramente a cuore.
« si lascia piegare per ogni verso», si tratta del pensiero 274.

Alla pagina 233 ritorna il pensiero di Pascal (327) già citato a p. 140, Presentazione di omaggi, in «Atti dell'Accademia delle Scienze di Torino»,
II Classe di Scienze Morali, Storiche e Filologiche, vol. 106 (1972), pp. 825-
827.
i ~'
41:-·:t,

Oggi si fa un gran parlare del concetto di interpretazione, e la filosofia di


turno è l'ermeneutica. Se ho intitolato il mio libro Verità e interpretazione non
è per seguire la moda, ma, se mai, per rivendicare, se così mi si permette di
dire, una priorità, giacché da venticinque anni ad oggi non ho fatto altro che
meditare su questo concetto, e probabilmente la mia futura ricerca sarà an-
cora uno sviluppo di questo nucleo originario.
Il mio punto di partenza è stato duplice: il problema della molteplicità sto-
rica delle filosofie e l'analisi dell'esperienza estetica. Se non vogliamo ridurre
la storia della filosofia a una filastrocca di opinioni, dobbiamo supporre che la
verità, di per sé unica, possa essere oggetto d'una conoscenza molteplice, anzi
infinita, ma non per questo meramente approssimativa o parziale; sì da evitare
tanto l'intollerante fanatismo della filosofia unica quanto il cinico scetticismo
della verità relativa. Analogamente ogni opera d'art~ suscita, anzi esige infini-
te esecuzioni, sempre nuove e diverse, senza privilegiarne nessuna in partico-
lare, ma senza nemmeno dissolversi in ciascuna di esse. Ecco due casi in cui
.
unica spiegazione è l'interpretazione, intesa come conoscenza che in quanto
personale e storica è costituzionalmente molteplice, ma che non per questa sua
molteplicità dissolve o vanifica la realtà unica e indipendente del suo oggetto.
Ora il concetto di interpretazione, così inteso, è in grado di spiegare tutti
i più diversi aspetti dell'esperienza umana; e ciò accade perché essa rappre-
senta in realtà la condizione stessa dell'uomo: l'interpretazione, intesa come
solidarietà originaria fra la persona e la verità, s'identifica col rapporto che le-
ga l'uomo all'essere. E quanto cerco di mostrare nel mio libro, il quale è una
raccolta di saggi solo nel senso che, avendolo già pensato organicamente, mi
servivo delle diverse occasioni di conferenze, relazioni o prolusioni per ese-
guirne, secondo il disegno progettato, i singoli capitoli.
2.'52

253
APPENDICE

A parer mio, il concetto di interpretazione, così identificato con la condi-


zione umana, significa essenzialmente due cose. Anzitutto, in polemica sia
con lo storicismo ancora vigente sia con la metafisica antica e oggettiva, il tem-
po non dev'essere considerato come la soppressione della verità, ma piutto-
sto come l'unica via d'accesso ad essa: la verità è accessibile solo all'interno
dell'interpretazione storica che se ne dà. In secondo luogo, in polemica sia col INDICE DEI NOMI
prassz'smo imperante sia con un inerte contemplatz'vz'smo, bisogna convincersi
che non tutto è fatto dall'uomo, il quale ha a che fare con realtà che deve sa- Adorno T.W., 245. Geiger T., 245.
per riconoscere e rispettare, cioè, appunto, interpretare; ma non per questo Agostino (sant'), 88, 244, 246, 247. Giannini G., 248.
si può dire che non gli resti nulla da fare, perché l'interpretazione, accanto al- Arnaud E., 249. Giovanni (san), 242.
Axelos K., 245, 246. Guzzo A., 242.
1' aspetto della fedeltà, possiede anche un aspetto personale e innovatore. In-
somma: la pienezza dell'operosità umana non si realizza certo nella semplice Baader F. (von), 243, Habermas J., 245, 246.
accettazione, inerte ed estrinseca, ma nemmeno nella pura prassi, che in fon- Bagolini L., 248. Hegel G.W.F., 164, 165, 176, 194,
Barion J., 245. 201, 208, 212, 217, 218, 223, 226,
do è sempre sopraffattrice e violenta: si realizza piuttosto in un atteggiamen- Barth H., 245. 239, 249, 251.
to che sa congiungere inseparabilmente la fedeltà dell'essere e l'impegno del- Barth K., 143. Heidegger M., 9, 10, 40, 65, 85, 117,
la libertà. Una filosofia che voglia render conto dell'operosità umana culmi- Beli D., 245. 163, 164, 202, 238, 241, 242, 243,
Ber1tson H., 241. 244.
na dunque in una 'ontologia della libertà' - ed è questo il tema delle ricerche Bloch E., 245, 246. Hersch J., 245. ; ,
che sto ora concludendo-: essere e libertà sono i due poli dell'operosità del- Bruno G., 220. Hirsch E., 243. &·~ .
l'uomo, la quale mai è così produttiva come quando è attiva e recettiva insie- Brunschvicg L., 249. Hoffmeister J., 251.
me, inseparabilmente.
Così stando, lo scopo del libro è la difesa della filosofia dall'invadenza
Cartesio, 213, 251.
Horkheimer M., 245.
Hiibscher A., 251. •
Castelli E., 252. Husserl E., 213.
sempre più prepotente della scienza, della religione e della politica. Scienza, Chiodi P., 242.
religione, politica sono di per sé compatibilissime con la filosofia, con la qua- Cilento V., 241, 249. Jaspers K., 202, 219, 238, 252.
Colli G., 248.
le anzi possono collaborare con vantaggio di tutti; ma quando sconfinano dal Cotta S., 240, 247.
loro campo, in cui solo la filosofia è in grado di contenerle, tralignano dalla Kant I., 201, 213, 216, 217, 251.
Croce B., 136, 201. Kelsen H., 109, 247.
loro stessa natura, assolutizzandosi in scientismo, fideismo, pampoliticismo. Cusano N., 211, 212, 241, 251. Kierkegaard S., 42, 164, 194, 202, 243,
Sono appunto questi i caratteri del mondo attuale: la superstizione scientifi- 249.
ca, il fanatismo religioso, il trionfo dell'ideologia: tutti effetti di quella stru-
mentalizzazione del pensiero che culmina nelle forme oggi imperanti di pras-
Del Noce A., 180, 240, 250.
Destutt de Tracy A., 94, 96.
Diels H., 241.
Klibansky R., 240.
Knuth W., 245.
Kofler L., 245.
L
sismo e di tecnicismo. Il pensiero tecnico, come razionalità vuota e quindi mi- Dilthey W., 201, 238. Kolakowski L., 245.
Dionigi (Pseudo), 164, 242, 249. Korsch K., 245, 246.
stificante, è per natura sua ideologico: il suo carattere meramente espressivo
lo rende incapace di raggiungere il suo stesso scopo, ch'è di mutare la situa-
zione storica, mutamento possibile solo se la situazione storica viene in qual-
Dostoievski F.M., 134, 140, 249.
Durante G., 241.
Lane R.E., 245.
l
Emge C.A., 245. Lauth R., 245.
che modo trascesa (ma non per questo abbandonata o cancellata). F.ti~els F., 245. Lazzarini R., 248.
Contro il pensiero tecnico si tratta di rivendicare il pensiero rivelativo, Epicarmo, 248. Lenk K., 245.
Lieber H.J., 245.
cioè di richiamare il pensiero alla sua autentica funzione di verità. Ma la ve- Eraclito, 241.
Lo Gatto E., 249.
rità dev'essere concepita in modo veramente critico, che la rende accettabile Feuerbach L., 249. Losano M.G., 247.
all'uomo d'oggi, così esigente e smaliziato: per un verso immersa nella storia, Fichte J.G., 217, 251. Lotz J.B., 248.
Lukacs G., 249.
cioè restia ad offrirsi alla mera contemplazione e accessibile a una pluralità di Fuhrmans H., 240, 244.
prospettive; eppure per l'altro verso ben salda nella sua ulteriorità senza fi- Mannheim K., 94, 97, 245, 247.
Gabel J., 245, 247.
gura, che le permette di esigere un impegno totale senza annullarsi nella pu- Gadamer H.G., 240. Manzoni A., 215, 251.
ra prassi e di moltiplicarsi infinitamente senza svanire nel relativismo. Galilei G., 219, 220. Marce! G., 243.

255

254 L
INDICE DEI NOMI

Marx K., 94, 96, 109, 110, 113, 114, Rigabello A., 248.
164, 182, 194, 201, 223, 226, 245, Roig Gironella J., 248.
247, 249.
Masi G., 242. Santucci A., 245.
Merton R.K., 245. Scheler M., 245. INDICE
Milton J., 85, 244. Schelling F.W.J., 11, 163, 164, 165,
Montaigne M. Eyquem (de), 251. 167, 208, 240, 241, 244, 249, 250.
Montinari M., 248. Schopenhauer A., 212, 251. Prefazione . pag. 7
Mufioz Alonso A., 248. Schrèiter M., 240.
Sciacca M.F., 240.
Napoleone, 96. Serini P., 249. INTRODUZIONE
Nicolai G.M., 249. Shaftesbury A. Ashley Cooper (earl
Nicoletti E., 248. of), 215, 251.
Nietzsche F., 9, 35, 108, 116, 164, Stark W., 245. PENSIERO ESPRESSIVO E PENSIERO RIVELATIVO
194, 202, 247, 248. Stefanini L., 244.
Stepun F., 249. 1. Considerazione storicistica e discussione speculativa . » 15
Paolo (san), 242. 2. Espressione del tempo e rivelazione della verità . . »
Pareto V., 109, 245.
17
Tilliette X., 252.
Parmenide, 9. Topisch E., 245, 247. 3. Caratteri del pensiero che disconosce il vincolo di persona e
Pascal B., 65, 138, 140, 228, 233, 244, Treves R., 247. verità . .. » 19
249, 251, 252. Trinchero M., 251. 4. Discorso criptico e discorso semantico: demistificazione ~é· in-
Piemontese F., 248. terpretazione
Platen A. (von), 240. Vattimo G., 242, 248.
» 21
Platone, 11, 173, 176, 178, 187, 240, Vico G.B., 113, 114, 132, 138, 154, 5. Inoggettivabilltà della verità . . . . » 24
242. 225, 226, 249. 6. Non il misticismo dell'ineffabile, ma l'ontologia dell'inesauri-
Plessner H., 245. Voltaire F.-M. Arouet (de), 247. bile • . » 27
Plotino, 167, 241, 249, 250. 7. Fallimento della demitizzazione: irrazionalismo della ragione
Prini P., 248. Wittgenstein L., 212, 251.
senza verità !> 28
8. Servitu nel pensiero tecnico e libertà nel pensiero rivelativo . » .30

PARTE PRIMA

VERITÀ E STORIA

I. VALORI PERMANENTI E PROCESSO STORICO

1. Insufficienza dello storicismo e dell'empirismo, caratteristici


della cultura odierna » :;5
2. Storicità dei valori e durevolezza storica • » .38
.3. Oltre i valori .e oltre la durevolezza: la presenza dell'essere . )> 40
4. L'inesauribilità dell'essere come fondamento della sua presenza
e ulteriorità nelle forme storiche . » 43
5. Le forme storiche come interpretazioni dell'essere, elimina-
zione del relativismo » 44
6. Originarietà della tradizione » 46
256
7. Rigenerazione e rivoluzione pag. 48 4. Inseparabilità dell'aspetto storico e dell'aspetto rivelativo nel
8. Essere e libertà » 50 pensiero ontologico: verità e interpretazione . . . . pag. 99
5. Unità originaria di teoria e prassi nel pensiero ontologico:
essere e testimonianza . . . » 10.3
II. ORIGINARIETÀ DELL'INTERPRETAZIONE 6. Falsa coscienza e mistifkazìone nel pensiero ideologico . » 107
7. Falsificazione del tempo nel pensiero ideologico . » 111
l. Rapporto con l'essere e interpretazione della verità: onto- 8. Esplicitazione completa del sottinteso e infinita interpreta-
logia ed ermeneutica . )> 5.3 zione dell'implicito . . . . . . . . . . » 114
2. Nell'interpretazione aspetto storico e aspetto rivelativo sono 9. Il problema della fine delle lotte ideologiche non è .risolto
coessenziali » 54 né dallo storicismo sociologico né dal materialismo .storico . » 118
.3. Carattere non soggettivistico né approssimativo dell'interpre-
tazione
4. Impossibilità di distinguere nell'interpretazione un aspetto
» 56 j 10. La tecnicizzazione del pensiero aumefitata dalla fine della
lotta delle ideologie . . . . . . . . .
11. Solo la filosofia come custode della verità rende possibile il
. >> 120
caduco e un nucleo permanente 58 dialogo » 122
5. L'unicità della verità e la molteplicità delle sue formulazioni
sono inseparabili .
>>

» 60
l II. DESTINO DELL'IDEOLOGIA
6. La formulazione della verità è interpretazione, non surroga-
zione di essa; non monopolio né travestimento » 62
7. Falso dilemma fra l'unicità della verità e la molteplicità delle 1. Equivocità del significato neutro o positivo dell'ideologia . )) 127
sue formulazioni . . 2. Il problema della distinzione concreta fra ideologia e filosofia » 130
» 66 3. Deliberata confusione di filosofia e ideologia » 1.33
8. Carattere ermeneutico del rapporto fra la verità e la sua fora
mulazione 4. Carattere non filosofico dell'ideologia . » 136
» 68 5. Weltanschauung, filosofia, ideologia » 138
9. L'interpretazione non è rapporto di soggetto e oggetto . » 70
10. L'interpretazione non è rapporto di contenuto e forma o di 6. Realtà positiva del male e dell'errore . » 141
virtualità e sviluppo . 7. Irrimediabile negatività dell'ideologia . » 143
» 73 8. Aspetti falsamente positivi dell'ideologia e loro denuncia » 145
11. L'interpretazione non implica un rapporto di parti e tutto:
insufficienza dell'integrazione e dell'esplicitazione 9. Carattere non ideologico della filosofia . » 149
» 75 10. Concretezza della filosofia autentica • » 152
12. Statuto dell'interpretazione » 81 11. Differenza fra carattere storico e carattere ideologico del pen-
1.3. Conseguenze della personalità dell'interpretazione » 8.3
14. Conseguenze dell'ulteriorità della verità siero . . . . . . · · · · · » 155
» 88 12. Unicità della verità e pluralità, ma non parzialità, delle filo.
sofie . • . . . . . . . . . » 158
1.3. Il problema dell'ontologia negativa: ineffabilità o inesauribi-
PARTE SECONDA lità • . . . . • . • . » 161
14. Il pensiero rivelativo unico mediatore fra la verità e il tempo:
VERIT.i\ E IDEOLOGIA necessità della filosofia tra religione e politica . » 165
15. Efficacia razionale della :filosofia, non dell'ideologia: teoria
I. FILOSOFIA E IDEOLOGIA e prassi . .. . . . . . . . . • • . » 171
16; Inevitabilità dell'impegno morale, non di quello ideologico . » 174
17. Il :filosofo e la politica . . . » 177
1. Pensiero espressivo e pensiero rìvelativo . » 9.3 18. Insufficienza della mutua subordifiazìone di filosofia e poli-
2. Storicizzazione del pensiero ne1l'ideologia . >> 94 tica . . » 180
.3. Tecnicizzazione della ragione nell'ideologia » 96 19. Originatietà de1la pratica . » 184
PARTE TEEZA

VERITA E FILOSOFIA

I. NECESSITA DELLA FILOSOFIA



1. Scienza e religione pretendono di soppiantare la filosofia pag. 191
2. Arte e politica pretendono di surrogare la filosofi.a . » 193
.3. La filosofi.a segnando i limiti della scienza la mantiene nella
sua natura » 194
4. Solo la filosofia garantisce la reciproca indipendenza di filo-
sofia e religione » 197
5. Degenerazione dell'atte e della politica senza la filosofia » 199
6. Per troppa critica la filosofia dichiara la propria fine » 200
7. Crisi della filosofia come rinuncia alla verità » 203
8. Alternativa fra verità e tecnica ~ 205
9. La filosofi.a come coscienza del rapporto ontologico e il pro- ,,
!fr,
blema del lìnguaggio filosofico }) 208
10. Efficacia della filosofia come recupero della verità » 209

Il. FILOSOFIA E SENSO COMUNE

l. Esempi di rapporti fra senso comune e :filosofia » 211


2. Ambiguità del senso comune, preso fra un'esigenza di uni-
versalità e un destino di storicità » 213
3. Insulsaggine e presunzione del senso comune separato dalla
filosofia · » 216
4. Impossibilità di abbandonare la filosofia al senso comune » 218
5. Rigore del sapere filosofico >~ 219
6. La filosofia come problematizzazione dell'esperienza e dello
...... stesso senso comune » 221
7. Il senso comune come oggetto della filosofia è il rapporto
ontologico originario » 224
8. Inseparabilità di universalità e storicità nel senso comu11e >~ 226
9. Solo la verità accomuna senza spersonalizzare . » 228
10. L'identità di teoria e prassi non può essere che originaria » 231
11. Collaborazione profonda di seìlso comune e filosofia » 232
Citazioni e i-iferimenti » 237
Indice dei nomi » 255
Luigi Pareyson
OPERE COMPLETE
a cura del Centro Studi
Filosofico-religiosi Luigi Pareyson

1. Jaspers
2. Studi sull'esistenzialismo
3. Iniziativa e libertà
4. Esistenza e persona
5. Fichte
6. Estetica
7. Estetica dell'idealismo tedesco I
8. Estetica dell'idealismo tedesco II
9. Estetica dell'idealismo tedesco III
10. Problemi dell'estetica I
11. Problemi dell'estetica II
12. Problemi dell'estetica III
13. Kierkegaard e Pascal
14. Interpretazione e storia
15 . Verità e interpretazione
16. Prospettive di filosofia contemporanea I
l7. Prospettive difiloso/iu contemporanea II
18. Dostoevskij
19. Essere libertà ambiguità
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:\i,. ,1!0481133:388 20. Ontologia della libertà