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Il

libro
A twisted tale. Specchio, specchio
Dopo la morte della amatissima Katherine, madre di Biancaneve, il reame è
caduto sotto il dominio di sua sorella Ingrid, una sovrana così perfida e temuta
dal popolo che nessuno la chiama con il suo vero nome. Per tutti lei è,
semplicemente, la Regina Cattiva.
La giovane principessa trascorre le sue giornate isolata dal mondo, occupandosi
delle faccende domestiche eppure anche questa sua apparente tranquillità sta per
finire.
Spinta dalla vanità e dalla sete di potere, Ingrid ritiene che l’esistenza stessa di
Biancaneve sia una minaccia ed è quindi decisa a eliminare la ragazza. La
principessa sfugge alle sue grinfie e capisce che è tempo di agire. Ne va non solo
della sua vita ma della salvezza stessa del regno. Può contare su dei fedeli alleati,
sette nuovi amici, un principe innamorato e una persona che credeva perduta,
tornata da un lontano passato… Basterà tutto questo per contrastare la forza
malvagia della Regina Cattiva e del suo Specchio stregato?

Nei romanzi di questa collana, i classici Disney rivivono in una versione inedita
e appassionante, ricca di mistero, emozione, pathos e avventura, perfetta per
evidenziare tutto lo spessore emotivo dei protagonisti e portare alla luce anche i
lati più nascosti della loro personalità.
© 2020 Disney
Testo originale: Jen Calonita
Traduzione: Fausto Vitaliano
Editing interni: Corpo4 Team
Editing copertina: J-think.com
Coordinamento editoriale: Cristina Romanelli

Pubblicato da: Giunti Editore S.p.A.


Via G.B. Pirelli, 30 – 20124 Milano
Via Bolognese, 165 – Firenze

Prima edizione: dicembre 2020


Prima edizione digitale: gennaio 2021

www.giunti.it

ISBN: 978-8-85-223-815-4
Prologo

Da fuori il castello appariva diverso.


Fu questo il primo pensiero della principessa quando rivide la fortezza.
Sembravano trascorsi anni dall’ultima volta che lo sguardo le si era posato su
quella costruzione. In realtà, non erano passate che poche settimane. Osservando
il possente edificio che si stagliava in lontananza, sulla sommità di quella
collina, sentì il respiro fermarsi. Quelle mura erano intrise dei fantasmi e dei
ricordi di una vita ormai perduta.
Ma non doveva essere per forza così, non doveva essere davvero tutto
perduto.
Anzi, se fossero riusciti a fare ciò che avevano intenzione di fare, sarebbe
cambiato tutto. I nuovi sovrani del castello sarebbero stati una guida illuminata
per quel regno. Ma solo a patto che la principessa non fosse scappata davanti a
ciò che avrebbe trovato oltre quelle mura. Sarebbe dovuta restare, anche quando
ogni fibra del suo corpo le avesse urlato di andarsene.
“Dobbiamo fare in fretta,” la esortò Anne scostando i rovi con un bastone per
farsi strada. Stava aprendo il sentiero che le avrebbe portate, senza essere viste,
nel cuore del villaggio, appena fuori delle mura. “Non è rimasto molto tempo.
Ormai la cerimonia sarà iniziata…”
La principessa accelerò il passo e seguì l’amica.
Stava tornando a casa.
Ma quella non era più casa sua. Non lo era più da tanto, troppo tempo…
Tecnicamente, il castello era stato casa sua al tempo di c’era una volta.
Se chiudeva gli occhi, riusciva a ricordarlo com’era quando lei era bambina.
Con l’occhio della mente, rivedeva lo splendido regno che tutti amavano, e quel
castello di cui i sudditi erano tanto orgogliosi. Dopotutto, erano stati loro a
costruirlo, pietra dopo pietra. A quel tempo, l’edera selvatica non si era ancora
fatta strada tra i massi del muro di cinta, ogni singolo cespuglio, ogni albero,
ogni fiore veniva curato alla perfezione. E la voliera traboccava del canto degli
uccelli. I vetri delle finestre rimandavano riflessi di luce. Il lago, alle pendici
della collina, lanciava luccichii che trasmettevano gioia ai tanti visitatori che
giungevano qui da ogni dove. Il portone rimaneva quasi sempre aperto e
frequenti erano le feste, a volte organizzate sul momento.
Adesso tutto era cambiato. Le finestre buie e le tende perennemente chiuse
davano alla reggia un senso di desolazione e abbandono. La superficie immota
dell’acqua che correva intorno alle mura pareva fatta di vetro: nessuna
imbarcazione osava più approssimarsi ai confini del regno. Il portone,
arrugginito e mezzo scardinato, era chiuso con pesanti lucchetti. Fatta eccezione
per le poche guardie ancora devote alla regina, tutto intorno era deserto. Il
periodo dello splendore era ormai lontano.
Quando re Georg e la regina Katherine sedevano sul trono, i sudditi
guardavano ai loro sovrani con affetto e benevolenza. La terra era fertile,
l’agricoltura fiorente. Nelle profondità del sottosuolo si trovavano ricche miniere
di diamanti. Per celebrare la prosperità del regno, spesso Georg e Katherine
organizzavano feste nel cortile della reggia a cui tutti erano invitati, di qualunque
ceto o condizione fossero. Se chiudeva gli occhi, la principessa provava ancora
la sensazione di volare su un’altalena, sentiva un violino suonare, vedeva la
gente danzare. Il ricordo svanì subito, spezzato dal rumore dei rami calpestati da
Anne.
La principessa aveva trascorso giorni lunghissimi e infinite notti chiusa in
quella fortezza, sperando che qualcuno arrivasse a liberarla. Aveva vissuto un
tempo interminabile senza provare amore né riceverne, senza avere quasi mai
un’occasione per poter ridere, senza nessuno con cui condividere un momento di
serenità. Malgrado la sua magnificenza, quel castello a lei appariva infetto,
impuro. Aveva accettato il proprio destino, si era sforzata di trarre il meglio da
quello stato di cose. Ma da un certo punto in poi aveva detto basta.
Solo una volta fuori da quelle mura aveva compreso la verità: l’unica
persona che poteva davvero restituirle la libertà era lei stessa. Ecco perché era
tornata. Per riprendersi ciò che era suo. Non solo il castello, ma l’intero regno. Il
trono. E non per la sua felicità personale, ma per quella di tutto il suo popolo.
Era tempo di agire. Aveva affrontato quell’interminabile viaggio con in testa
un unico scopo. Aveva corso una quantità incredibile di rischi, scoprendo dentro
di sé una forza che non sospettava di avere. La reputazione della regina Ingrid
non era mai stata altissima. Ma nel corso di quegli ultimi anni il suo regno era
passato dall’indifferenza al terrore. La principessa non poteva permettere che il
suo popolo soffrisse ancora. Era arrivato il momento.
“Eccoci!” disse Anne scostando un’ultima fronda da un albero. Il sole si fece
finalmente spazio nella penombra del bosco. “Siamo arrivate al sentiero.
Potremo entrare nel castello passando dal varco che si trova vicino alla bottega
del macellaio. Nessuno ci vedrà. La regina ha obbligato tutti a partecipare alla
cerimonia, quindi intorno agli ingressi troveremo grande calca.”
La principessa si strinse nel mantello scuro che Anne le aveva confezionato.
Era diventato il capo di vestiario a cui era più affezionata. Non solo perché la
teneva al caldo, ma anche per il motivo damascato: le ricordava un abito da
viaggio che sua madre indossava spesso. A volte aveva la sensazione che lei le
fosse ancora accanto. Come se volesse accertarsi che sua figlia avesse scelto la
compagna giusta per affrontare quel viaggio. La principessa era grata ad Anne
per l’amicizia che le dimostrava. Ma era grata anche alle tante persone che le
avevano offerto aiuto. La loro generosità non sarebbe stata dimenticata.
Si rivolse ad Anne. “Se, come dici, c’è tanta gente allora sarà difficile
riuscire a entrare al castello.” La ragazza le strinse le mani. “Non preoccupatevi,
amica mia. Il vostro viaggio sarà più agevole di quello che io e il principe
Henrich abbiamo affrontato stamane. Anzi, la folla sarà una perfetta copertura
per consentirvi di entrare senza essere vista.”
“Notizie di Henri?” domandò la principessa con tono speranzoso.
Anne scosse la testa. “Sono certa che stia bene,” disse poi. “Se gli fosse
successo qualcosa lo avremmo saputo.” La prese per un braccio e la incoraggiò a
seguirla. “È per voi che sono preoccupata. Una volta superato l’ingresso tutti vi
riconosceranno. Dobbiamo entrare prima che qualcuno si accorga di chi siete. Ci
muoveremo veloci e raggiungeremo il vostro amato. Lui vi sta aspettando.”
Il vostro amato. Quelle parole le accesero un vago sorriso sulle labbra.
Nell’ultima settimana, lei e Henri ne avevano passate di tutti i colori. E la
settimana prima, peggio ancora. La principessa accelerò il passo.
Come previsto da Anne, la strada che portava al villaggio era deserta.
Durante l’intero tragitto non avevano incrociato carrozze né persone che si
spostavano a piedi, benché sul terreno fossero visibili decine di impronte. Si
aspettava che le porte del villaggio fossero sorvegliate, invece superarono i
varchi senza trovare nessuno di guardia. Su un cartello in ferro era stato affisso
un avviso. Lo lessero senza fermarsi.

La regina Ingrid ordina ai fedeli sudditi di unirsi alla cerimonia che si


terrà oggi a mezzogiorno presso il cortile del castello. A causa dei
preparativi del solenne evento, ogni casa dovrà essere tenuta chiusa.
Coloro i quali non prenderanno parte alla celebrazione saranno
segnalati e puniti.

Un brivido le corse lungo la schiena. Anne aveva ragione, era davvero


obbligatorio per tutti partecipare a quella specie di festa. Era una richiesta
alquanto bizzarra. Non tanto per l’insistenza della regina Ingrid, ma perché erano
anni che quel regno non registrava eventi anche solo lontanamente festosi. I
sudditi vivevano nel terrore e cercavano in tutti i modi di non farsi notare, di
rendersi invisibili. Stavano tutto il giorno a capo chino, vivevano pressoché
sempre nascosti nell’ombra. Essere trascinati a una estemporanea festa – sempre
che di festa si trattasse – era un fatto inquietante. A che gioco stava davvero
giocando la regina?
Avevano percorso il sentiero che attraversava il villaggio e conduceva al
castello senza parlare. La principessa conosceva quelle strade, benché non le
avesse frequentate tantissimo, e ancora si meravigliava di quanta pace vi fosse in
questi luoghi, tra queste casette di legno con il tetto di paglia intrecciata,
allineate una accanto all’altra. La campana della chiesetta rintoccò il
mezzogiorno, ma nessuno poteva udirla, giacché tutti avevano ubbidito
all’ingiunzione della regina Ingrid. La principessa sospirò e Anne si girò a
guardarla.
“Non siete costretta ad andare da sola. Lo sapete, vero?” le disse con garbo.
“Consentitemi di accompagnarvi dal principe Henrich e lasciate che vi aiuti a
combattere!”
La principessa scosse la testa. “No, Anne,” rispose. “Apprezzo ciò che hai
fatto, ma d’ora in avanti dovrò cavarmela da sola.”
La ragazza stava per aggiungere qualcosa, quando un urlo la interruppe. Un
uomo si avvicinava correndo, il viso stravolto dalla paura.
“La regina è una strega!” urlava. “State lontani dal villaggio. Correte!
Nascondetevi! O la regina Ingrid lancerà un maleficio anche su di voi!”
La principessa era scombussolata, tanto da non riuscire a capire di che cosa
quell’uomo stesse parlando. Anche Anne si era spaventata. Cos’altro aveva
architettato Ingrid? La principessa si affrettò a raggiungere la piazza così da
vedere con i suoi occhi di cosa si trattasse.
Anne provò a fermarla. “Aspettate! Avete sentito quell’uomo. Potrebbe
essere una trappola!”
Forse la regina sospettava che la principessa si stesse avvicinando? Se era
così, tanto meglio. Il suo istinto le diceva che qualcosa di molto brutto stava
accadendo, e lei aveva assoluto bisogno di sapere che cosa fosse.
Man mano che si avvicinava si rendeva conto che intorno alle mura di cinta
si era radunata pressoché tutta la popolazione. E tutti fissavano a bocca aperta
qualcosa oltre il portone. Chissà cos’era. Ondeggiavano la testa su e giù, come
incantati. Ormai era chiaro: quella era tutto tranne che una festa. I presenti
cercavano di guadagnarsi una posizione da cui vedere meglio, qualcuno provava
a issarsi sulle spalle il proprio bambino scatenando urla di protesta.
Sentì una madre rivolgersi al figlioletto. “Non guardare,” gli diceva.
“Dobbiamo andarcene, prima che anche noi facciamo la stessa fine.”
“Qualcuno ha capito chi è quel tizio?” domandò uno.
“Secondo me, è di sangue blu,” rispose un altro.
La principessa si fece largo tra la folla cercando di arrivare alle prime file.
Anne le stava attaccata al braccio. Non voleva perderla di vista.
“Scusate, permesso,” ripeteva. “Per favore, mi fareste passare?”
Ma quelli continuavano a guardare attoniti davanti a sé, gli occhi spalancati.
Parlavano tra di loro, nemmeno si erano accorti di lei.
“Questa è stregoneria, vi dico!” disse uno.
“No, è un avvertimento!” replicò un altro. “Per chiunque si metta contro la
regina!”
“Ma è morto o sta dormendo?”
“Non si muove. Dev’essere morto.”
Morto? La principessa si fece largo con più energia, lasciando per una volta
da parte le buone maniere che le erano state insegnate. Il suo obiettivo era
arrivare davanti al portone e vedere quello che gli altri vedevano. Ma appena
riuscì nell’intento, avrebbe preferito non averlo mai fatto.
“No!” urlò. Si divincolò dalla presa di Anne e si aggrappò alle sbarre del
cancello.
Era Henrich! Il suo Henri. Disteso su una specie di bara di vetro montata su
un catafalco. Aveva gli occhi chiusi e indossava i suoi abiti più eleganti. Il viso
sembrava sereno. Tra le mani stringeva una rosa bianca: un messaggio per lei,
era chiaro. Era davvero morto? Doveva assolutamente saperlo.
“Aspettate!” le disse Anne, ma lei già spingeva il pesante portone. Entrò
talmente lesta che le guardie non riuscirono a fermarla. “Aspettate!” ripeté la
ragazza.
Lei non aveva intenzione di fermarsi. Mentre correva, il mantello le scivolò
dalle spalle.
“È la principessa!” urlò qualcuno. Ma nemmeno quella voce la spinse a
fermarsi. Non le importava di essere riconosciuta. Salì i gradini del catafalco, si
avvicinò alla bara e ne sollevò il coperchio trasparente. “Henri! Henri!”
cominciò a chiamarlo ad alta voce. Gli occhi di lui rimanevano chiusi. Gli strinse
le mani. Erano ancora tiepide. Appoggiò la testa sul suo petto. Intorno a lei era
tutto un gridare, un trambusto. Dalla folla salivano urla, richiami.
“È lei!”
“È tornata per noi!”
“Salvateci, principessa!”
Lei non sentiva niente e nessuno. Era concentrata sull’unico suono che
davvero volesse udire: il battito del suo cuore. Ma prima di riuscire ad avvertire
il primo palpito, qualcuno la afferrò trascinandola giù. Riconobbe subito l’uomo
possente che l’aveva catturata.
Quello sorrise. Un dente d’oro rimandò un luccichio. “Prendete questa
traditrice e portatela dalla regina Ingrid. È la principessa. La regina la stava
aspettando.”
L’uomo faceva in modo di tenerle la testa alta, in modo che tutti potessero
vederla in faccia. Passò davanti ad Anne e alla folla. “Bentornata a casa,
Biancaneve,” le sussurrò.
CAPITOLO UNO

Neve

Dieci anni prima

I fiocchi cadevano leggeri sul castello ricoprendo la terra gelata. A lei piaceva un
sacco tirare fuori la lingua e sentire la neve posarsi sulla punta. Quelle goccioline
di acqua ghiacciata si chiamavano come lei: Neve.
Ma era lei a chiamarsi come la neve o era la neve ad aver preso in prestito il
suo nome? A volte se lo domandava. Be’, essendo lei una principessa, era chiaro
che doveva essere la neve a chiamarsi come lei. Ma era vero anche che la neve
esisteva da molto più tempo. In fondo lei aveva solo sette anni.
“Che cos’è questo strano profumino che sento?” disse sua madre
strappandola a quei pensieri.
Neve si appiattì contro le mura del castello in modo da non essere vista.
Cercava di stare più ferma e zitta possibile.
“Un profumino dolce e delizioso… Forse in giardino si è nascosta
un’ochetta?”
A Neve scappò una risatina. “Mamma, d’inverno le oche non stanno in
giardino! Volano verso sud, lo sanno tutti.”
“Tutti sanno anche che quando si gioca a nascondino non si deve parlare,
altrimenti ti trovano subito.” Sua mamma voltò un angolo e la indicò con il dito.
“Eccoti qua!”
Probabilmente il suo non era un giudizio obiettivo, ma Neve riteneva che sua
mamma fosse la persona più meravigliosa del mondo. Suo papà diceva che le
assomigliava in tutto e per tutto. Se era vero, Neve ne era felice. La mamma
aveva occhi gentili, colore delle castagne, e capelli ebano. Oggi li aveva raccolti
in un morbido chignon. Non indossava la corona, che a Neve piaceva tanto – non
la portava quasi mai quando giocavano in giardino, men che meno d’inverno.
Ma dato che di lì a poco dovevano rientrare al castello, era il caso di rimettersela
alla svelta. La regina doveva prepararsi per l’annuale ballo in maschera. Neve
detestava quando le dicevano che era troppo piccola per partecipare alle danze.
Era costretta a rimanere in camera e cenare insieme alla sua tata. Quanto le
sarebbe piaciuto invece andare alla festa! La compagnia che preferiva di più al
mondo era quella di sua mamma, non c’è dubbio.
“Adesso ti prendo!” disse la regina sollevandosi il cappuccio di velluto rosso
con il bordo di pelliccia. A Neve piacevano i bottoni dorati di quel mantello. Ci
giocherellava in continuazione quando, al fianco di sua madre, percorreva le
strade del villaggio. Il risultato alla fine era che i bottoni si allentavano e la sarta
di corte diventava matta per sistemarli. Quel mantello la faceva sentire al caldo e
al sicuro. Proprio come sua mamma. La regina voleva che Neve le stesse sempre
vicina… Eccetto quando giocavano a nascondino.
“Ma ancora non mi hai preso!” strillò la bimba. E cominciò a correre lungo il
labirinto di cespugli che adornava il giardino. Sua mamma scoppiò a ridere.
Neve non sapeva da che parte svoltare. I sentieri del labirinto sembravano
tutti uguali. L’orlo perfettamente tagliato delle siepi impediva quasi del tutto la
visuale, salvo che per il cielo grigio, gonfio di nuvole cariche di neve. Quasi
tutte le piante da fiore erano state potate per la stagione invernale. Il giardino, di
solito lussureggiante, adesso era spoglio, perciò la mamma avrebbe potuto molto
facilmente scorgerla. Ma continuando a svoltare un angolo dopo l’altro, sapeva
che alla fine sarebbe arrivata al centro esatto del labirinto, lì dove era collocata la
voliera che la mamma amava tanto. La cupola su due livelli in ferro battuto
assomigliava a una gigantesca gabbia. Quella voliera era la letizia e l’orgoglio di
sua madre, la prima opera da lei commissionata appena diventata regina.
Katherine aveva sempre avuto un grande amore per i volatili. La struttura era
circondata da reti e ospitava moltissime specie di uccelli e lei adorava illustrare
alla sua piccola le caratteristiche di ciascun esemplare. Insieme trascorrevano ore
e ore davanti alla voliera. Neve aveva dato un nome a ogni uccellino. Il suo
preferito era un piccolo canarino bianco che si chiamava Palla Di Neve.
La bimba svoltò l’ultimo angolo e si trovò davanti alla cupola. Appena la
vide, Palla Di Neve si posò in cima a un sostegno e cominciò a cinguettare,
svelando così la sua posizione. Ma a lei non spiaceva. Anzi, farsi trovare dalla
mamma era la parte più divertente del gioco.
“Arrivo!” disse la regina.
A Neve scappò da ridere ancora più forte e il suo respiro formò piccoli anelli
nell’aria fredda. Sentendo i passi di sua madre avvicinarsi, girò svelta intorno
alla voliera ritrovandosi sul lato opposto della grande gabbia. Ma non prestò
attenzione a dove metteva i piedi (la mamma glielo diceva sempre: Neve, stai
attenta, guarda dove vai!) e scivolò su una pozzanghera ghiacciata. Senza più
controllo, cadde dentro un roseto.
“Ahio!” strillò. Riuscì con fatica a liberarsi da un ramo le cui spine le
avevano bucato il mantello. Aveva la mano destra ferita. Due o tre gocce di
sangue le scendevano lungo il palmo candido e cominciò a piangere.
“Neve!” la chiamò sua madre avvicinandosi. “Stai bene? Ti sei ferita?”
Mentre la mamma si chinava su di lei, la vista della piccola si annebbiò un po’,
come se all’improvviso avesse cominciato a nevicare fortissimo. La bimba
riusciva però lo stesso a vedere in quella sorta di foschia gli occhi scuri di sua
madre che la guardavano intensamente. “Va tutto bene, tesoro mio. Non
preoccuparti.” Le prese la mano ferita ed estrasse dalla tasca un fazzoletto
ricamato bagnandolo con la neve e premendolo sulla ferita. Il dolore si calmò.
Quindi glielo arrotolò intorno alla mano. “Ecco fatto. Così va meglio, vero?
Appena torniamo, ripuliamo tutto come si deve.”
Neve si imbronciò. “Le odio, le rose! Pungono!”
Sua madre sorrise. Il volto le si era fatto dolce, così come il suono della sua
voce. Ma in quel momento sembrava distante. “Pungono, certo,” disse. “Specie
quando trovi una spina.” Colse una rosa dal cespuglio. Il freddo aveva gelato i
petali che, però, sembravano perfettamente conservati, così come il colore
vermiglio del fiore. Neve lo osservò più da vicino.
“Ma non devi avere paura di stringere una cosa tanto bella solo perché ha le
spine,” riprese la regina. “A volte, quando desideri qualcosa, per averla devi
correre dei rischi. Quando lo fai, però…” le porse la rosa, “… in cambio hai
qualcosa di meraviglioso.”
“Non dovreste stare qui, Vostra Maestà.”
Neve sollevò gli occhi. Zia Ingrid, sorella della regina e sua dama di
compagnia, le guardava severa. Quasi adirata. La bambina conosceva bene
quello sguardo. “Siete già in ritardo.”

La diciassettenne Neve si svegliò di soprassalto con la sensazione di soffocare.


“Mamma!” urlò, mettendosi dritta sul letto.
Non c’era nessuno che potesse rispondere.
Non c’era mai nessuno, lì. Non più.
Solo silenzio.
Si asciugò il sudore che le imperlava la fronte. Non capiva se fosse stato
l’ennesimo sogno trasformatosi in incubo o se invece si trattasse di un ricordo
reale. Ultimamente gli incubi erano cresciuti di numero. Erano più di dieci anni
che non vedeva il viso di sua madre. A volte le sembrava di non ricordare più
nemmeno come fosse fatto.
Negli ultimi giorni aveva incontrato a malapena anche sua zia Ingrid. In
realtà, nessuno nell’intero castello la vedeva da un pezzo. Sua zia era diventata
una specie di eremita, a pochissimi era consentito di avvicinarsi a lei. E sua
nipote, che Ingrid aveva dovuto suo malgrado crescere, non era certo tra questi.
Nei sogni di Neve, zia Ingrid aveva più o meno sempre lo stesso aspetto,
forse perché le rare volte in cui la incrociava lei era vestita quasi sempre alla
stessa maniera, con minime variazioni. Indossava vestiti tagliati
impeccabilmente che, benché assai simili come fattura, erano realizzati con le
stoffe più preziose che si potessero trovare nell’intero reame. Tutti sulla tinta del
viola.
Il castello era pieno di spifferi, ecco forse perché zia Ingrid non si toglieva
mai quel mantello scuro che le si avvolgeva intorno al corpo come un serpente.
Neve non ricordava l’ultima volta che le aveva visto i capelli (non ne ricordava
neppure il colore, se è per quello). Ingrid aveva la testa perennemente nascosta
da un copricapo attillatissimo. E sopra, portava pure la corona.
A dire il vero, Neve non ricordava più nemmeno l’ultima volta che lei avesse
avuto qualcosa di nuovo da indossare. Poco male: in fondo, a chi avrebbe potuto
mostrare un abito nuovo? Non sarebbe però stato male avere una camicetta che
non le stringesse sulle spalle o magari una gonna che non le arrivasse a metà
polpaccio. In tutto aveva due vestiti e li indossava a rotazione. Entrambi quasi
completamente rattoppati. La gonna rossa, peraltro ricavata da una vecchia
tenda, se l’era personalmente rammendata non ricordava più quante volte.
Avendo terminato la stoffa di quel colore, quell’indumento era diventato una
specie di arcobaleno: toppe di ogni colore coprivano i buchi e gli strappi che si
era procurata o strisciando contro un muro oppure impigliandosi in un roseto.
Rose. Com’era quella storia con la rosa che aveva sognato?
Niente, non se la ricordava più. Il sogno già cominciava a svanire. L’unica
immagine ancora chiara era il volto dolce e sereno di sua madre. Be’, era il caso
di lasciar perdere i ricordi. Oggi c’erano un sacco di cose da fare.
Neve scese dal letto, si avvicinò alla finestra e ne scostò le pesanti tende.
Finora era riuscita a resistere alla tentazione di utilizzarle per farsi un mantello
bello caldo. Ma se il prossimo inverno fosse stato freddo come quello passato, le
avrebbe certamente sacrificate. Lasciò che la luce del giorno entrasse e poi
guardò di sotto.
Stava arrivando l’estate, e con lei la luce di cui l’antico castello aveva grande
bisogno. Negli ultimi dieci anni la facciata si era gravemente rovinata. Neve però
ammirava con orgoglio il giardino intatto e la voliera che sua madre tanto
amava. Aveva personalmente potato le siepi dando loro una forma precisa e
regolare. Aveva inoltre dissodato le aiuole e le aveva seminate. Boccioli freschi
pendevano dai vasi argentati che aveva appeso alle pareti. Tutto questo dava al
giardino un aspetto gioioso, pieno di vita. Non era stata una cattiva idea
nemmeno strappare via l’edera che, giorno dopo giorno, minacciava di ricoprire
l’intera facciata interna della reggia. Neve riusciva ad arrivare solo a una certa
altezza, ma almeno fino a lì la pietra era tornata pulita. Forse era il caso di dare
anche una bella lucidata (lo aggiunse alla lista delle cose da fare). L’aspetto della
facciata esterna poteva solo immaginarla, dato che sua zia le aveva proibito di
uscire. Ingrid sosteneva che fosse per la sua incolumità. Sarà stato anche vero,
rimaneva il fatto che Neve si sentiva prigioniera. Per fortuna, le era ancora
consentito correre in lungo e largo in giardino.
Uscire all’aperto anziché rimanere reclusa dentro il castello per lei era come
essere in paradiso. Non le era consentito parlare con le poche guardie che sua zia
ancora teneva in servizio, ma anche solo incrociare un essere umano contribuiva
a non farla sentire sola. Da anni zia Ingrid le vietava di apparire in pubblico (va
detto che anche le sue apparizioni pubbliche erano rarissime) e a corte assai di
rado arrivavano ospiti o visitatori. A volte Neve si chiedeva se i sudditi
sapessero che al castello viveva una principessa. Ma era una domanda che non
poteva porre a nessuno.
Cercava di mantenersi attiva prendendosi cura del castello, anche perché
quando non aveva niente da fare le tornava alla mente tutto ciò che in quei dieci
anni aveva perduto. La sua amatissima madre, la regina Katherine, si era
ammalata così rapidamente che Neve non aveva neppure avuto la possibilità di
inginocchiarsi al suo capezzale e dirle addio. Quanto a suo padre, era troppo
devastato dal dolore per darle conforto. Il conforto lo aveva invece cercato in
Ingrid, finendo per sposarla di lì a poco. Neve aveva sentito le chiacchiere che
sommessamente si facevano riguardo a quella unione. Tutti concordavano sul
fatto che fosse stato un matrimonio di necessità, più che d’amore. Forse suo
padre voleva ridare una madre a sua figlia e Ingrid sembrava la scelta migliore,
quella più logica. Ma non era andata affatto così. Neve si era accorta che suo
padre non aveva mai più sorriso come sorrideva quando c’era ancora sua madre.
Forse era questa la ragione per cui re Georg, appena qualche mese più tardi,
era misteriosamente scomparso. Aveva il cuore spezzato. O, almeno, Neve si era
data questa spiegazione. Del resto, le risultava difficile credere a quello che
Ingrid andava raccontando in giro, ossia che suo padre avesse perso il senno. Sua
zia sosteneva che senza più Katherine ad affiancarlo nell’azione di governo, re
Georg si fosse fatto travolgere dal dolore. Una volta l’aveva sentita raccontare
che parlava con Katherine come se la regina fosse ancora viva. Le guardie si
erano spaventate, così come la servitù. Ma Neve non ricordava che suo padre
avesse mai fatto una cosa del genere.
L’ultima volta che lo aveva visto era stato alla voliera. Neve era uscita di
soppiatto per prendersi cura degli uccellini. Aveva avvertito la presenza di
qualcuno e si era voltata. Suo padre era lì e la guardava con gli occhi colmi di
lacrime.
“Mi ricordi tanto tua madre,” le aveva detto con voce rotta dal pianto. Poi le
si era avvicinato e le aveva accarezzato dolcemente i capelli. “Quanto mi spiace
che lei non possa vederti crescere.”
“Non è colpa tua, papà,” aveva risposto lei. Ma quelle parole lo avevano
fatto scoppiare a piangere ancora più forte. Si era inginocchiato, le aveva
afferrato le spalle guardandola negli occhi.
“Non commettere i miei stessi errori, Neve,” aveva detto. “Non farti
ingannare dall’amore. L’amore arriva una volta sola. Fidati del tuo istinto. Fidati
del tuo popolo. E, più di tutto, fidati di quanto hai imparato da tua madre. Lascia
che sia il suo spirito a guidarti quando toccherà a te governare.” Le prese il viso
tra le mani. “Un giorno diventerai una grande regina. Non consentire a nessuno
di sbarrarti il passo.”
“Non lo farò, papà,” ricordava di avergli risposto. Ma quelle parole
l’avevano spaventata. Sembravano un addio.
Il mattino dopo, infatti, lui non c’era più.
Non se n’era accorta subito. Ma mentre andava verso le stanze di suo padre
per fare come sempre colazione insieme, sentì dire che il re era scomparso.
Ingrid, che da poco aveva ottenuto la corona, era stata chiamata altrove per
“questioni assai urgenti” e non aveva potuto comunicare di persona a Neve la
notizia, così lo aveva saputo ascoltando i pettegolezzi di due guardie.
“La regina dice che è ammattito,” diceva uno. “Dice anche che senza di lui
ce la caveremo molto meglio. Non era più lo stesso dopo la morte della regina
Katherine. Quale re scappa abbandonando la figlia?”
“E quale re abbandona il suo popolo?” aveva replicato l’altro.
Neve non sapeva cosa rispondere. Quello che è certo è che non si era mai
sentita tanto sola come in quel momento. E dopo che suo padre se n’era andato,
anche zia Ingrid sembrava scomparsa. La nuova regina non aveva tempo per fare
colazione insieme a Neve, figuriamoci interessarsi a degli uccelli chiusi in una
voliera! Era troppo occupata a conferire con la nuova corte da lei appena
designata. Tutta gente mai vista prima. Quelli che avevano lavorato con suo
padre erano stati allontanati dal castello. Era rimasto solo un ristretto gruppo di
consiglieri scelti personalmente da Ingrid. Neve udiva il nomignolo che sua zia
si era guadagnato. La Regina Cattiva. Così la chiamavano, badando che lei non
potesse sentire. La nuova sovrana raramente incontrava i regnanti in missione
diplomatica, né rendeva visita ad alcuno di loro. Dopo due soli anni dalla sua
incoronazione, vietò a chiunque venisse da fuori di entrare al castello. Dicevano
che temesse di essere tradita. Infatti, un bel giorno cacciò via gran parte dei
nuovi cortigiani. Si salvarono solo alcune persone attentamente selezionate.
Essendo una donna assai vanitosa, non poteva però fare a meno della sua
sarta personale, Margaret. C’erano poi le onnipresenti guardie e un piccolo
plotone di cuochi. Non aveva ovviamente ingaggiato nessuno che si prendesse
cura di Neve. Ma lei aveva imparato a badare a sé stessa e viveva per conto suo
in una camera tanto vasta e deserta da assomigliare a una tomba. Rimanere
perennemente sola a rimuginare rischiava di farla diventare matta. Così, teneva
la mente occupata stilando giorno dopo giorno la lista delle faccende da sbrigare.
Oggi non faceva eccezione. Si allontanò dalla finestra, si tolse i vestiti e li
lavò nel catino riempito il giorno prima al pozzo dei desideri. Indossò quindi la
sua bella gonna rattoppata, lisciò le grinze a una camicia bianca e marrone che
non stava affatto male con la gonna e si infilò gli zoccoli appena lucidati. Si
guardò nello specchio lindo e nitido (il giorno prima aveva rassettato tutta la
camera, come ogni settimana). Infine, si avvolse la fascia per i capelli fatta con i
ritagli di stoffa che la sarta di sua zia aveva gettato negli scarti. Soddisfatta, andò
verso l’armadio e aprì le ante.
Era praticamente vuoto. I pochi vestiti appesi le erano diventati piccoli già da
anni, ma lei li conservava lo stesso, un po’ per ragioni sentimentali, ma anche
nel caso ne avesse avuto bisogno per ritagliare altre toppe. Non le piaceva l’idea
di rovinare quegli abiti che rappresentavano la sua storia personale: c’era il
vestito indossato il giorno in cui compiva sette anni e la gonna che portava
quando suo padre aveva incontrato il re di Prunham. A volte, però, tagliare era
necessario. Quegli abiti erano il ricordo di una vita lontana, ma più che altro le
servivano come schermo per nascondere qualcosa che non doveva essere visto
da nessuno. Tranne lei. Neve scostò l’abito del settimo compleanno rivelando il
dipinto nascosto.
Il viso di sua madre e quello di suo padre le ricambiarono lo sguardo. E lo
stesso fece una piccola Neve. Quel ritratto era stato commissionato poco prima
che sua madre si ammalasse. Era la prima volta che la sua famiglia posava per
un dipinto. Il quadro era rimasto esposto per poco più di una settimana prima che
il re ordinasse di toglierlo. Secondo Ingrid, era troppo doloroso per lui imbattersi
ogni giorno nel viso della regina defunta. Per Neve era l’esatto contrario: ogni
volta che aveva la possibilità di rivedere i suoi genitori, lo faceva.
Buongiorno, mamma. Buongiorno, papà.
Neve aveva il viso di sua madre, ma gli occhi erano del padre. Quelli del re
erano grigio-azzurri, ma la forma era la stessa dei suoi. Suo padre aveva lo
sguardo gentile, e anche lei si sforzava di essere tale, anche se a volte le risultava
difficile. Sfiorò con le dita la tela ruvida. Papà, perché mi hai abbandonato?
disse, sforzandosi di non fare affiorare l’amarezza che sentiva dentro il cuore.
Sapeva che neppure stavolta avrebbe ottenuto risposta, così spostò l’abito e
nascose di nuovo il dipinto.
Si avvicinò alla doppia porta della camera e la aprì. Come ogni mattina,
trovò ad attenderla posato per terra un vassoio con del pane e della frutta. Neve
sospettava che fosse opera dei domestici sopravvissuti e apprezzava l’offerta più
di quanto non sembrasse. La colazione le veniva lasciata davanti alla stanza,
mentre per la cena era difficile prevedere se e quando qualcuno gliela avrebbe
portata. Il personale era costantemente impegnato nella preparazione dei ricchi
ed elaborati manicaretti che la regina ordinava, ma a Neve non dispiaceva
scendere di persona in cucina per rimediare qualcosa da mangiare. Al sicuro
dagli sguardi indiscreti, la capocuoca, la signora Kindred, non si comportava
come facevano quasi tutti al castello, ossia fingendo di non riconoscere Neve. E
in quei brevi momenti, lei aveva finalmente qualcuno con cui scambiare due
chiacchiere.
“Per favore, signore, sono due giorni che non mangio.”
Neve stava portando il vassoio in camera quando udì quelle parole di
supplica. Si nascose nell’ombra proiettata dalla porta e sbirciò per capire chi
avesse parlato.
“Se non ti lasciano cibo, vuol dire che per te non ce ne deve essere.”
Aveva riconosciuto quella seconda voce: era Brutus, la guardia più fedele
della regina. L’altro invece non aveva capito chi fosse.
“Mi avevano promesso che con questo incarico avrei avuto due pasti al
giorno. Non è per me, signore. Porto a casa quasi tutto per sfamare mia moglie e
mio figlio. Non possono farcela a stare tre giorni senza mangiare.”
“Il tuo lavoro è montare la guardia, non borbottare della sbobba.”
“Ma…” stava per aggiungere il giovane soldato, quando Brutus lo
interruppe.
“Stai per caso discutendo gli ordini della regina? Sai cos’è successo al tizio
che stava qui prima di te, vero?” Neve sbirciò e vide Brutus avvicinarsi al viso
del giovane. “È sparito, nessuno ha più saputo niente di lui. Dicono che sia stato
trasformato in un serpente e adesso striscia tra l’erba. Immagina cosa
succederebbe alla tua famiglia se nemmeno di te si sapesse più niente…”
“No!” replicò l’altro con voce ansiosa. “Non disturbate la regina. Aspetterò
che mi venga dato del cibo… Quando ciò accadrà.”
Neve respirò profondamente. Le era capitato di sentire dire da un cuoco e da
altri servitori che sua zia praticasse la stregoneria. “È con quella che si mantiene
eternamente giovane,” dicevano. “Ecco perché nessuno si sogna di discutere le
sue decisioni. Hanno paura di essere trasformati in rospi o insetti o peggio
ancora,” aggiungevano. Si diceva dell’esistenza di una camera segreta dove la
regina trascorreva molto tempo. La sentivano parlare con qualcuno, ma non si
era mai visto nessuno entrare o uscire da lì. Neve non sapeva cosa pensare; era
però vero che chiunque si mettesse contro la regina poi scompariva senza
lasciare tracce. La sua sola presenza incuteva terrore. Per non parlare di Brutus,
il suo tirapiedi. Anche lui metteva paura a chi viveva dentro il castello.
“Sei un ragazzo intelligente,” disse Brutus, avviandosi lungo il corridoio
nella direzione di Neve. Sul viso gli si era disegnato un ghigno malvagio.
La ragazza si appiattì contro la pietra del muro così che la guardia non
potesse vederla. Appena certa che la strada fosse sgombra, sbirciò di nuovo per
guardare il giovane soldato. Era un ragazzo magro, smunto. Non era molto più
grande di lei, ma già aveva famiglia. E sua moglie e suo figlio aspettavano il
cibo che lui avrebbe dovuto portare, ma che non arrivava mai. Neve guardò il
pane caldo e la frutta disposta sul suo vassoio.
Aveva ancora la pancia piena dalla sera prima. Poteva tranquillamente
arrivare all’ora di cena senza bisogno di mangiare altro. Controllò da una parte e
dall’altra per assicurarsi che lungo il corridoio non ci fosse nessuno, quindi uscì
dal nascondiglio e si avvicinò con cautela al giovane soldato tenendo lo sguardo
basso. Quando Neve appoggiò il vassoio sul pavimento il ragazzo si mostrò
stupito.
“Vostra Altezza…” disse, cercando le parole giuste. “Ma… questo cibo è
vostro.”
Neve si sentiva impacciata e non seppe replicare. Si limitò a spingere il
vassoio verso il giovane, gli fece un cenno e poi gli sorrise. Infine, corse in
camera sua, al sicuro, prima che qualcuno la vedesse e corresse a riferire alla
regina. Mentre si allontanava udì la sua voce. “Grazie, principessa gentile,”
sussurrò il giovane. “Grazie di cuore.”
Era da un pezzo che Neve non si sentiva una principessa, ma era felice di
aiutare qualcuno, ogni volta che poteva. Tornata in camera, si preparò ad
affrontare la nuova giornata. Visto che la corte non era stata convocata dalla
regina, avrebbe potuto passare senza problemi lo straccio sul pavimento
dell’entrata. Il giorno prima aveva visto che l’ingresso era tutto sporco di fango.
C’erano poi i vetri del secondo piano che non era ancora riuscita a pulire. Per
non parlare del tappeto nella sala del trono che andava spazzolato per bene. Non
è che morisse dalla voglia di entrare nell’ala del castello occupata da sua zia. Il
fatto è che quel tappeto era la prima cosa che gli ospiti, per quanto rari,
avrebbero visto entrando. Neve ci teneva al giudizio che i visitatori si facevano
sulla reggia, pertanto metteva grande impegno in quel compito quotidiano, anche
nei giorni in cui la schiena le faceva male per tutte le piastrelle da pulire, o
quando sulle mani le spuntavano i calli per tutte le piante da potare. Quando il
tempo lo permetteva, suddivideva equamente il lavoro tra dentro e fuori. Oggi
era una bella giornata, sicché non vedeva l’ora di correre in giardino. Avrebbe
raccolto fiori da sistemare in mazzi e mettere nei vasi. Non ci sarebbe stato un
grande pubblico ad ammirarli, ma almeno avrebbero allietato la vista dei
domestici.
Raccolse il materiale per le pulizie e fece per dirigersi verso l’ingresso,
quando udì il suono di passi sul pavimento. Trovò d’istinto un angolo dove
nascondersi. Era Margaret, la sarta personale della regina. Insieme a lei c’era la
sua aiutante, che poi era anche la figlia, una ragazza più o meno dell’età di Neve.
Le aveva più volte sentite lamentarsi del continuo andirivieni da e per il castello
e sapeva che la ragazza si chiamava Anne. Ma lei e Neve non si erano mai
parlate.
“Te l’ho già detto. Non so perché ci ha mandate di nuovo a chiamare,”
diceva Margaret spingendo un carrello colmo di rocchetti e utensili per il cucito
lungo il corridoio. A ogni svolta, il carrello emetteva uno stridio la cui eco si
espandeva in tutto il corridoio. “Ma sono certa che non c’è niente di cui
preoccuparsi.”
“E se avesse cambiato di nuovo idea?” insistette Anne, nei cui occhi scuri era
passata un’ombra di preoccupazione. Si scostò una ciocca di capelli dal viso
olivastro. “Non possiamo permetterci di buttare via altra stoffa, madre. La regina
ci ha vietato di rivendere i vestiti che non le piacciono né ci consente di tenerli
per noi. Un giorno dice che vuole un abito viola, il giorno appresso nero e quello
dopo ancora blu. A quanto pare la Regina Cattiva non sa proprio decidersi!”
“Non farti sentire che la chiami così! Tieni a bada quella linguaccia!”
Margaret si guardò intorno circospetta. Neve si nascose ancora di più. “Non ti
rendi conto di quanto siamo fortunate ad avere questo lavoro? Lei è la regina e,
come dovresti sapere, può fare quello che le pare e piace. Anche mandarci via.”
Anne abbassò lo sguardo sul cestino che teneva tra le mani. “Ti chiedo scusa,
madre,” disse. “È che mi pare un tale spreco. Le tasse che impone e poi anche
tutte quelle disposizioni non fanno altro che affamare la popolazione. Se solo
potessimo dare i vestiti che lei scarta a chi ne ha bisogno…”
Quanto soffriva Neve ascoltando quelle parole. Uscire dal castello le era
proibito e pertanto non poteva saperlo con certezza, ma aveva la netta sensazione
che gran parte dei sudditi patisse enormi sofferenze. Non le piaceva che la sua
vita fosse sospesa nel tempo. Avrebbe dato qualsiasi cosa per aiutare la sua
gente, ma allo stesso tempo era consapevole che sua zia non avrebbe mai dato
ascolto alle sue suppliche.
Margaret fermò il carrello. “Adesso basta!” disse alla figlia. “E dico sul
serio!” Anne tacque. “Ti sto insegnando questo mestiere in modo che quando
sarò troppo vecchia per tenere un ago in mano tu possa prendere il mio posto.
Vuoi che sia qualcun altro ad avere questo lavoro?”
“Vuoi che ti dica la verità?” fece per rispondere Anne. Neve non poté
trattenere una risata.
Anne era una ragazza divertente, una persona con cui avrebbe voluto passare
del tempo. Ma, ovviamente, era fuori discussione.
“Che cos’è stato?” esclamò Anne sorpresa. Neve si zittì. La ragazza stava
guardando proprio nella sua direzione.
“Capisci cosa intendo dire?” sibilò Margaret. “La regina ti vede sempre,
ragazza mia. Sempre! Adesso smetti di lamentarti. Tutto quello che non le
piacerà, mi farai il favore di metterlo con il resto della roba da buttare.”
“Va bene, madre,” sospirò Anne.
Altri stracci! pensò Neve. Si domandò che cosa avrebbe fatto la regina se
avesse saputo che gli abiti che lei scartava venivano fatti a brandelli e usati per le
pulizie (la servitù scherzava sul fatto che quel castello avesse gli stracci più
preziosi della regione).
Neve osservò Margaret e Anne attraversare la sala. Prima di uscire dal
nascondiglio attese che svoltassero lungo il corridoio che portava alle stanze
della regina. Fece capolino, ma poi udì un rumore. Si bloccò. Si voltò
lentamente. Anne era ricomparsa e la stava fissando da dietro l’angolo del
corridoio. Per qualche secondo le due ragazze si guardarono in silenzio. Neve
non sapeva cosa fare e allora se ne stava lì, impalata come una statua. Poi Anne
sorrise e fece un gesto del tutto inaspettato: le fece un inchino.
“Vi auguro una buona giornata, principessa,” disse. Dopodiché…
scomparve!
Neve riprese le sue cose e si allontanò alla svelta, prima che ad Anne saltasse
in mente di tornare. Anche se le aveva fatto piacere essere riconosciuta, sapeva
bene di non poter rispondere al saluto. Almeno, non lì, dove potevano vederla.
Se la regina l’avesse saputo l’avrebbe punita. O, peggio ancora, se la sarebbe
presa con Anne per avere “messo in pericolo” la principessa. Neve percorse la
sala nella direzione opposta, scendendo due piani di scale. Superò il salone dei
banchetti, il ristorante e il grande atrio deserto, puntando alle porte che
conducevano al giardino.
Blu. Ogni volta il blu del cielo sgombro di nubi le pareva sorprendente,
meraviglioso. Era sempre stato di questo colore o oggi le sembrava più bello
perché non lo vedeva da un po’ di tempo? Negli ultimi tre giorni aveva piovuto e
Neve era stata costretta a stare chiusa in camera, cosa che la affliggeva
parecchio. Era felice che oggi ci fosse il sole. Dopo il sogno dell’altra notte, il
ricordo di sua madre le era tornato vivo. Stare in quel giardino, vicino alla
voliera, le dava la sensazione che lei le fosse vicina.
Guardò i gradini della scala. Il muschio si era diffuso e aveva fatto diventare
verdastre le pietre un tempo bianchissime. Avrebbe cominciato con quelle. Fece
un bel respiro, si mise in ginocchio, intrise la spugna con l’acqua e cominciò a
strofinare. Mentre lavorava, canticchiava una canzoncina. Dopo qualche secondo
un piccolo stormo di uccellini bianchi si posò sui gradini, come si fossero dati
appuntamento per guardarla. “Ciao!” li salutò Neve. Si mise una mano in tasca e
ne estrasse una manciata di semi che sparse per terra. Quando ebbero finito di
mangiare, gli uccellini ripresero a guardarla lavorare. A Neve non dispiaceva la
loro presenza. Avere qualcuno accanto le alleviava la fatica, anche se non
potevano parlare. A volte era lei a parlare con loro… Se l’avessero vista
conversare con gli animali l’avrebbero presa per matta. Ma chi ci avrebbe mai
fatto caso?
Dopo tutto quello strofinare, il muschio era sparito e le pietre erano tornate
come nuove. Neve era molto soddisfatta. Si avvicinò al pozzo per prendere un
secchio d’acqua pulita. Se avesse finito in tempo, avrebbe potuto fare una
visitina alla voliera. Gli uccellini l’avevano seguita e ora la osservavano mentre
tirava su il secchio. Neve non poté trattenere un sorriso.
“Vi racconto un segreto,” disse ai piccoli volatili. “Questo è il magico pozzo
dei desideri. Vi va di esprimerne uno?”
Sua mamma le aveva raccontato che quel pozzo esaudiva ogni desiderio.
“Allora, che cosa vorresti?” le chiedeva. La piccola Neve a questo punto
chiudeva gli occhi, si concentrava e cominciava a dire. “Vorrei… vorrei…” E
chiedeva la cosa che in quel momento desiderava. Una volta era un pony,
un’altra una bambola o una corona simile a quella della madre. Nel giro di pochi
giorni il suo desiderio veniva esaudito. Anche quando era ormai abbastanza
grande da capire che erano papà e mamma a esaudirglieli, le piaceva lo stesso
pensare che quel pozzo fosse magico. Era da tempo che non esprimeva più
desideri, ma quell’azione le risultò talmente naturale che non resistette. Chiuse
gli occhi e mormorò: “Vorrei… vorrei…”.
Qual era il suo desiderio?
Un pony o una bambola non le servivano più. Avrebbe voluto di nuovo
l’amore dei suoi genitori, ma nessun pozzo poteva farla tornare indietro nel
tempo né cambiare il suo destino. Dopo tutti quegli anni, Neve aveva accettato
quella vita così scialba, ripetitiva e solitaria. Aveva cercato di prenderne il
meglio che poteva… ma non poteva smettere di desiderare qualcuno con cui
condividere le sue giornate.
“Vorrei l’amore,” disse Neve solenne. Un’affermazione semplice e allo
stesso tempo profonda.
Riaprì gli occhi e guardò dentro l’oscurità del pozzo.
Non c’era nessun amore – vero o fasullo che fosse – in procinto di uscire da
quel fondo.
Ma sognare è lecito, giusto? E in quel momento lei se ne stava all’aria aperta,
poteva godersi quella giornata magnifica. Le venne voglia di cantare. Ripensò a
sua mamma e prese a canticchiare una canzone che a lei piaceva, la stessa che
cantava a suo padre quando loro due erano fidanzati. Gli uccellini le stavano
vicino per ascoltare la sua voce melodiosa.
Neve era talmente rapita da quel motivo da non accorgersi del ragazzo che le
stava davanti. Sembrava comparso dal nulla!
CAPITOLO DUE

Neve

Uno straniero!
Neve era talmente sorpresa nel vedere quel ragazzo venirle incontro che
inciampò nel secchio rovesciandone il contenuto e tornò di corsa verso il
castello. Entrò svelta svelta, il cuore le batteva fortissimo. Chi poteva essere? Ce
l’aveva con lei? Zia Ingrid la metteva sempre in guardia. C’è sempre un
bersaglio sulla testa di una principessa. Ricorda queste mie parole! Dopo la
morte della regina Katherine, sua zia diceva sempre così ogni volta che Neve le
domandava perché non potesse uscire dal castello. E adesso, ecco che si
presentava un uomo. Cosa doveva fare? Avvertire le guardie? Dare l’allarme?
Sentì qualcuno che la chiamava… Era quello sconosciuto? E stava chiamando
proprio lei? Cosa sarebbe successo se qualcuno lo avesse sentito? Salì di corsa le
scale fino al primo piano, si avvicinò al balcone e sbirciò fuori.
Lo sconosciuto guardava esattamente nella sua direzione.
Neve fece quello che faceva sempre in circostanze come queste: si nascose.
“Aspetta!” lo sentì dire. “Per favore, non andartene. Sono così felice di averti
trovato.”
Di avermi trovato? pensò. E perché mai la stava cercando?
Sapeva che, almeno stando a quanto diceva zia Ingrid, non ci si deve fidare
degli sconosciuti. Ma quel ragazzo sembrava avere la sua età, forse appena un
po’ più grande. E aveva un viso simpatico. La voce non era affatto minacciosa,
quasi sicuramente non aveva alcuna intenzione di farle del male. Ma perché
diceva che la stava cercando? Neve si arrischiò a sbirciare di nuovo, così da
capire meglio come stavano le cose. Fece un bel respiro per darsi coraggio.
Il ragazzo aveva gli occhi blu come le piume della ghiandaia che ogni
mattina si posava sul suo davanzale. E i capelli, benché arruffati, avevano una
dolce sfumatura di castano. Le piaceva un sacco quel ricciolo che gli ricadeva su
un occhio. E quel sorriso luminoso la faceva addirittura arrossire. Indossava
vestiti preziosi, il che dimostrava che doveva essere una persona importante.
Portava un mantello rosso scuro sopra una giacca bianca, pantaloni blu e un
panciotto blu e oro. Gli stivali di velluto erano infangati, segno che doveva avere
camminato a lungo, ma parevano di ottima fattura.
Era da un sacco di tempo che a Neve non capitava di studiare così
attentamente il viso di una persona. Di solito, a dire il vero, evitava di guardare
chiunque negli occhi. A sua zia non piaceva che si mostrasse troppo amichevole
con il prossimo. Troppa confidenza porta guai! le rimproverava quando la
sorprendeva a mangiare insieme ai cuochi o a portare fiori alla servitù. Anche se
quel giovane sconosciuto non fosse arrivato a farle del male, quel che è certo è
che nessuno avrebbe potuto salvarlo da zia Ingrid. Specie una volta scoperto che
si era arrampicato sul muro di cinta del castello!
“Dovete andarvene,” gli disse Neve, sforzandosi di guardare altrove.
“Aspetta,” rispose lui. “Ti ho spaventato?”
Sì, pensò Neve. Ma non gli rispose. Preferiva rimanere nascosta tra le tende.
“Non era mia intenzione,” riprese il giovane. “Il fatto è che hai una voce così
deliziosa. Sentendoti cantare mi sono detto che dovevo assolutamente conoscere
la persona capace di eseguire una melodia tanto incantevole.”
Neve sorrise tra sé. Davvero aveva pensato che la sua voce fosse
incantevole?
“Ti spiacerebbe uscire così ci possiamo vedere?”
Neve guardò il vestito lacero che indossava ed esitò. Sentì però dentro di sé
la voce di sua madre. Ecco un altro ricordo lontano nel tempo… Un giorno, al
villaggio, lei e Katherine avevano incontrato alcuni mendicanti. Neve le aveva
chiesto perché portassero abiti così diversi dai loro. Non fermarti alle apparenze,
Neve, le aveva risposto sua madre. Il vero valore di una persona si trova sempre
nel suo cuore.
I capi che indossava se li era fatti da sola, non saranno stati eleganti ma lei ne
era lo stesso molto orgogliosa. Si sfiorò i capelli per assicurarsi che fossero in
ordine e uscì.
Il ragazzo le sorrise e si tolse il cappello con la piuma. “Eccoti qui,” le disse.
“E ora, che ne diresti di scendere?”
Lei esitò. “Mi spiace, devo proprio andare,” rispose. “Ho un sacco di cose da
fare.”
“Ti prego, rimani un momento,” insistette lui.
Neve sentì di nuovo le guance farsi calde. Nessuno le aveva mai parlato in
quel modo. “Va bene. Ma un momento solo,” concesse, avvicinandosi di qualche
passo alla ringhiera.
Lui le lanciò uno sguardo incuriosito. “Non sei un po’ troppo giovane per
essere regina?” le domandò.
“Oh, ma io non sono la regina,” rispose lei, aggrappandosi alla balaustra di
pietra. Non sapeva perché, ma quel tipo la mandava in confusione. “Sono solo la
principessa.”
“Solo?” disse lui inclinando la testa di lato.
Un uccellino marrone con il capo blu le si posò delicatamente sulla spalla.
Neve gli diede da mangiare un semino che teneva in tasca.
“Ma quello è un basettino!” esclamò il ragazzo, sorpreso. “È molto raro
incontrarne uno, se non nel folto del bosco. Se si avventura fin qui, vuol dire che
gli devi essere davvero simpatica.”
“Sì, è così,” confermò Neve, sorpresa dalla sua competenza. A parte sua
madre, non conosceva nessuno che condividesse l’amore per gli uccelli. “Questo
tipetto in particolare passa molto tempo da queste parti,” aggiunse. “Ma non
abita qui.” Neve indicò il giardino, dove la meravigliosa voliera si stagliava alta
nel cielo. “L’ha fatta costruire mia mamma,” spiegò. “Quando ero bambina mi
ha insegnato tutto sulle specie di uccelli che vivono nel nostro regno. Qui si
trovano parecchi passeri e anche qualche picchio rosso,” continuò, indicando
alcuni uccellini dal piumaggio rosso e nero che zampettavano sul terreno.
Il ragazzo voltò lo sguardo verso la cupola. “È una voliera magnifica,”
commentò. “I tuoi uccellini saranno felicissimi di vivere in una gabbia tanto
bella.”
Gabbia. Lei non l’aveva mai chiamata così. Ma era esattamente questo,
giusto? Una prigione. Una bellissima prigione, ma pur sempre una prigione.
Peraltro, assai simile a quella nella quale lei era cresciuta. Quel pensiero la
rattristò. “Sì,” disse. “Spero che siano felici di vivere lì dentro.”
Lui le studiò il viso. “Sono certo che lo sono,” riprese. “Qui trovano tutto ciò
di cui hanno bisogno: cibo, acqua, rifugio. Perché non gli dovrebbe piacere?”
Lei non rispose. “È la situazione migliore per loro,” aggiunse lui. “Poi ci sono
tutti quei cespugli di bacche. Gli uccellini ne sono ghiotti.” Cominciò a
passeggiare e a guardarsi intorno. Gli stivali frusciavano sulla ghiaia. Voltò di
nuovo quegli occhi luminosi verso di lei. “Sai, se vuoi attrarre altri uccelli
cardinale dovresti chiedere al tuo giardiniere di piantare qualche altra pianta di
vite,” disse. “Nel mio regno ai cardinali piace un sacco posarsi sui rami di quella
pianta.”
“Glielo dirò,” rispose lei amabilmente. Aveva qualcosa che le ricordava sua
madre. “Da dove arrivi?”
Lui si chinò lasciando che una ghiandaia gli si posasse sul braccio. “Il mio
regno e il vostro confinano a nord. Mi chiamo Henrich. Ma gli amici mi
chiamano Henri.”
Intendeva dire che adesso loro due erano amici? Non riuscì a trattenere un
sorriso. “Io sono Biancaneve.”
“Biancaneve,” ripeté lui, guardandola intensamente. “Spero di vederti di
nuovo, Biancaneve. Sono venuto per incontrare la regina. Ma non le ho chiesto
udienza.”
“Oh…” Il viso di Neve sbiancò. “Sai, a lei non piace quando qualcuno arriva
senza farsi annunciare.”
“Be’, allora potresti annunciarmi tu,” propose Henri. Lei aprì la bocca come
per protestare. “È molto importante che le parli,” insistette lui. “È una richiesta
di mio padre, il re. Non vorrei deluderlo.” Anche il suo viso impallidì
leggermente.
“Posso avere l’audacia di chiederti perché vuoi vedere la regina?” gli
domandò Neve. A momenti non credeva alle parole che lei stessa aveva appena
pronunciato. Il fatto è che non voleva che se ne andasse. Conversare con una
persona era ancora più piacevole di quanto ricordasse. Era da tempo che sognava
di poterlo fare.
“Il vostro regno è famoso per le sue miniere di diamanti, ma anche per le
magnifiche fattorie. Il nostro invece è conosciuto per gli allevamenti di pecore,”
spiegò Henri. “Tra noi c’è sempre stato un fiorente scambio commerciale da cui
entrambi abbiamo tratto beneficio. Ma negli ultimi anni la vostra regina ha
imposto pesanti tasse sul foraggio che dobbiamo acquistare per gli animali. E
allo stesso tempo ha tagliato il nostro margine di guadagno sulla vendita della
lana. Recentemente ha anche annullato tutti gli acquisti. Si dice che voglia
comperare la lana altrove. Vorrei incontrarla per pregarla di mantenere l’accordo
che era stato stipulato insieme a re Georg.”
Neve sentì una stretta al cuore sentendo pronunciare il nome di suo padre.
“Non credo che la regina sarà intenzionata a onorare quell’accordo, specie
considerando che è stato stipulato dal precedente sovrano,” disse poi con cautela.
“Forse potreste offrirle qualcosa in cambio. Qualcosa che le faccia pensare che
sarebbe conveniente non interrompere i commerci con il vostro regno. Avete
qualche risorsa che a lei potrebbe interessare?”
Henri fece una pausa. “Abbiamo molto bestiame,” rispose poi il giovane.
“Saremmo lieti di vendervi un po’ dei nostri animali.” A questo punto Henri la
guardò serio. “Sei una persona molto sensata, Biancaneve,” aggiunse.
Lei abbassò lo sguardo e si guardò gli zoccoli che indossava. “Mi piace
ragionare e tenere la mente attiva, tutto qui,” rispose. Poi sollevò gli occhi e lo
guardò di nuovo. “Non credo di avere alcuna possibilità di convincere la regina
Ingrid,” riprese. “Ma adesso almeno sai cosa potresti offrirle.”
Henri si aprì in un sorriso che riluceva come mille lucciole. “Sono in debito
con voi, principessa.” Neve si accorse che lui adesso sembrava un po’ stanco e si
domandò da quanto tempo fosse in viaggio. Poi udì in lontananza le campane del
villaggio e si chiese quanto a lungo fossero rimasti a parlare. Doveva tornare
dentro, prima che la regina si accorgesse di ciò che stava accadendo. “Devo
andare,” disse. “E anche tu, temo.”
“Sì, hai ragione,” concordò Henri, rimettendosi il cappello e facendole un
inchino. “Cercherò di ottenere udienza con la regina. Grazie ancora per l’aiuto
che mi hai offerto.” Si voltò a guardare il pozzo dei desideri, dove l’aveva vista
la prima volta. “Potrei prendere un po’ d’acqua prima di ripartire?”
“Certamente,” disse Neve. Lo guardò mentre si avvicinava al pozzo e si
riempiva la borraccia che teneva in tasca. Dopo un ultimo cenno di saluto, Henri
si avvicinò alle mura del castello. Afferrò alcuni rami di vite e le tirò per
saggiarne la resistenza. Cominciò lentamente a scalare il muro di cinta. Arrivato
sulla sommità si voltò.
“Grazie, Neve,” disse. “Spero di rivederti presto.”
“Anch’io spero di rivederti presto,” ripeté lei. Molto presto, pensò, quasi
senza volerlo. Molto, molto presto.
Era talmente assorta a guardare Henri che non si accorse che qualcuno stava
guardando lei. Dall’alto della torre, la Regina Cattiva li scrutava e non era affatto
felice.
CAPITOLO TRE

Ingrid

La regina aveva osservato la scena con evidente disgusto.


Quante volte aveva detto a quella ragazzina di non parlare con nessuno,
specie con gli sconosciuti?
E invece, eccola lì, con quegli abiti da stracciona, insieme a quel tale. Il solo
vederli chiacchierare tranquilli e beati, nemmeno fossero vecchi amici, l’aveva
fatta montare su tutte le furie, al punto che, senza accorgersene, aveva conficcato
le unghie sulla balaustra lasciando i segni dei graffi sulla pietra. Chi era quello
straniero, come aveva fatto a entrare nel castello senza che lei lo sapesse? Non
era solo l’intrusione a mandarla in bestia. C’era qualcos’altro, che in quel
momento non riusciva a capire. Ma lo avrebbe scoperto molto presto.
Si allontanò velocemente dalla finestra per dirigersi verso il guardaroba.
Sulla parete c’era una leva. La abbassò aprendo così un’entrata segreta che dava
in un’altra stanza. Richiuse piano la porta alle sue spalle. Entrò nella camera in
penombra e si sistemò in piedi su una pedana al centro della stanza. Aprì quindi
le tende blu che celavano l’oggetto al quale teneva più di qualsiasi altra cosa al
mondo. Nessuno era autorizzato a entrare in quell’ala del castello, ma la
prudenza non era mai troppa. Sì, aveva sistemato dei talismani che dovevano
impedire che lo specchio venisse spostato o portato via. Si trattava di certi
simboli antichi che lei aveva dipinto sulle pareti di pietra. Ma la regina era per
sua natura sospettosa e non le piaceva correre rischi. Lo specchio andava
protetto a ogni costo.
Benché avessero trascorso praticamente tutta la vita insieme, Ingrid rimaneva
sempre incantata davanti alla bellezza di quel manufatto. Il suo perfetto ovale
occupava quasi un’intera parete. La cornice in ebano con intarsi dorati era già di
per sé magnifica, ma era quella corda d’oro simile a un serpente che le si
avvolgeva intorno che l’aveva impressionata fin dalla prima volta che aveva
visto lo specchio nel laboratorio del suo Maestro. Nella parte inferiore la corda
ricadeva mollemente, mentre in quella superiore si faceva intricata, simile a un
ramo di vite. Sembravano le lingue fuoriuscite dalle fauci di due serpenti. Le
pietre preziose che lo adornavano, poi, valevano assai più di tutti i diamanti delle
miniere di quel regno messi insieme. Se non lo avesse tenuto nascosto, a qualche
pazzo sarebbe potuto venire in mente di rubarle per rivenderle al migliore
offerente. Senza sospettare quale fosse il vero potere di quelle gemme. Lo
specchio non le aveva mai rivelato come fosse stato in grado di prendere vita,
ma la regina sapeva che ogni sua singola parte era viva e insostituibile. Quanto
tempo aveva trascorso chiusa nella torre ad ammirare quei rubini incastonati
nella cornice che la fissavano come occhi di serpente? Quante volte aveva
parlato alla maschera che stava per comparire sulla lastra di vetro?
Chiuse gli occhi, alzò le braccia e ascoltò il rumore del tuono e del vento che
si sollevavano. Anno dopo anno diventava sempre più abile a evocarli. Appena
cominciò a parlare, un lampo illuminò la stanza.
“Voce dello specchio magico, giunta a me dalle profondità dello spazio,”
cominciò a recitare. “Io ti invoco da oltre il vento e l’oscurità. Parlami! Rivelami
il tuo volto!”
Dallo specchio prese a fuoriuscire del fumo, mentre sulla lastra un’immagine
cominciava a prendere vita. A volte era una forma confusa, talmente
indecifrabile che la regina aveva l’impressione di guardare il suo stesso riflesso
su uno specchio deformante. Questa volta, invece, la maschera da giullare
apparve nitida: erano visibili quelle orbite prive di occhi, le sopracciglia inarcate
a modellare una curiosa espressione. La bocca non era più che una sottile linea
rosa. La prima volta che Ingrid aveva visto delinearsi quel volto privo di corpo,
aveva provato un senso di disgusto. Ora, invece, era il viso che desiderava
vedere più di qualsiasi altro. Conosceva ogni dettaglio di quella maschera, come
conosceva ogni ruga del suo stesso viso… linee che apparivano e scomparivano
in continuazione, grazie alla magia dello specchio. Il suo volto riflesso le
appariva giovane e pieno di vita come quello di Neve. C’era però da dire che la
regina vestiva immensamente meglio della ragazzina… L’abito viola e il
mantello che indossava erano stati cuciti con la seta più preziosa e le calzavano
alla perfezione.
“Che cosa brami di sapere, mia regina?” le domandò lo specchio con voce
ferma e potente. Quella voce aveva un effetto profondo su di lei, anche perché
sapeva che le avrebbe detto sempre e solo la verità.
Provava anche un vago compiacimento dettato dalla consapevolezza che lo
specchio avrebbe acconsentito a ogni suo capriccio. Malgrado il tono rituale
delle loro quotidiane conversazioni, lo specchio non metteva mai in discussione
il bisogno che la regina aveva di esprimere i suoi più profondi e intimi desideri.
Fin da ragazza Ingrid aveva inseguito il sogno della bellezza e quello della
ricchezza, non essendo nata né bella né ricca. Ora, non si stancava mai di sentirsi
ripetere che li aveva finalmente esauditi. Pose allo specchio la solita domanda:
“Magico specchio delle mie brame, chi è la più bella di tutto il reame?”
Attese la risposta, che già ben conosceva.
E invece…
“Tu sei bella, mia regina,” disse lo specchio. “Al mondo però una fanciulla
c’è, vestita solo di stracci poverina. Ma, ahimè, assai più bella di te.”
Ingrid sentì il sangue gelarsi nelle vene. Cercò di rimanere calma, ma la
risposta che lo specchio le aveva dato la stava facendo tremare. Da qualche
parte, in un recesso nascosto della mente, l’immagine di un giovane uomo,
somigliante a quello che molti anni prima aveva conquistato il cuore di sua
sorella, le procurava angoscia e preoccupazione. Aveva fatto di tutto per
impedire che questo giorno arrivasse. Eppure, sapeva che presto o tardi sarebbe
successo. “Rivelami il nome di costei,” ordinò, sapendo che quello che stava
facendo era semplicemente rinviare l’inevitabile.
“Ella ha labbra rosse come la rosa, capelli neri come l’ebano e pelle candida
come la neve…” cominciò a dire lo specchio.
Ingrid non attese che terminasse la frase. “Biancaneve…” mormorò tra sé,
con voce strozzata. Non era affatto sorpresa, ma ebbe ugualmente la sensazione
che l’aria le venisse risucchiata dal petto. Cercò di controllare il respiro. Si portò
la mano pallida e snella sullo stretto copricapo nero che indossava. A differenza
di Katherine, la mamma di Neve, i capelli di Ingrid erano molto sottili. Non le
piaceva il loro aspetto ispido, avrebbe voluto averli mossi come quelli di sua
sorella. Ecco perché li teneva sempre avvolti in un turbante.
“In serbo grandi cose ha per te il futuro,” annunciò lo specchio. “Ma dovrai
agire, o niente per te sarà mai sicuro.”
Ingrid aveva capito a cosa alludesse lo specchio. Già altre volte aveva
sollevato questa questione. Era un argomento sul quale tornava spesso e
volentieri. Ed era, guarda caso, lo stesso suggerimento che le aveva dato tanti
anni prima.
La regina si allontanò un istante così da potersi ricomporre. Osservò la
stanza, un ambiente quasi del tutto spoglio. Per quanto ne sapesse, nessuno ne
sospettava l’esistenza. Dopo la morte di sua sorella, si era trasferita nella torre
del castello dove viveva Georg. Di lì a poco aveva dato disposizioni per costruire
la stanza segreta, badando di nasconderne l’accesso dietro l’armadio. Georg era
troppo affranto, troppo devastato dal dolore per chiederle di che cosa si trattasse.
Katherine, invece, sapeva dell’esistenza dello specchio, ne conosceva il potere e
non si fidava di quell’oggetto. Lo temeva. Ma aveva pagato a caro prezzo il suo
timore.
Katherine. Ingrid avvertì un movimento nell’ombra. Si voltò rapida a
controllare se ci fosse qualcuno. Il cuore aveva accelerato il battito. No, nessuno.
Tirò un sospiro di sollievo e tornò allo specchio. Cercò di concentrarsi sulle
questioni importanti. “Dimmi del ragazzo,” ordinò.
“Da tempo sapevi che questo giorno poteva arrivare,” rispose lo specchio.
“Ora, per il tuo bene, lui da lei dovrai allontanare.”
“Spiegati meglio,” replicò Ingrid indispettita. Sapeva tuttavia che allo
specchio quel tono non piaceva, perciò lo cambiò rapidamente. “Non mi pare
che ne abbiamo mai parlato,” riprese. “Perciò, dimmi, da dove arriva quel
giovane?”
“Henri è il suo nome,” rispose lo specchio. “Principe coraggioso e sincero.
Giunse dal lontano nord fino al tuo maniero. La sua mente non avrà posa finché
non l’avrà chiesta in sposa.”
“Ma si sono appena conosciuti!” sbottò Ingrid. “E, puoi starne certo, non si
incontreranno più.” Farò in modo che quel ragazzotto non incontri più nessuno
in vita sua, aggiunse mentalmente. Se era questo che doveva fare, lo avrebbe
fatto. Senza esitare un solo istante.
“O mia regina, presta attenzione,” la ammonì lo specchio. “Assai importante
è questa questione. Lui la vedrà, stanne pur certa. A meno che tu non stia molto
all’erta.”
A quelle parole, Ingrid sentì la rabbia salirle da dentro. Strinse le mani a
pugno. Appena un’ora prima se ne stava bella tranquilla nelle segrete del castello
intenta a preparare una pozione magica. All’improvviso aveva sentito che lo
specchio doveva comunicarle un messaggio. E un’ora dopo ecco che aveva un
problema. Un problema da risolvere prima possibile.
La regina non aveva mai del tutto compreso come ogni volta riuscisse a
capire che lo specchio la stava chiamando. Quello che era certo è che più si
abbandonava al suo potere e più la loro intesa cresceva. Sapeva che tutto ciò che
lo specchio le avrebbe detto corrispondeva al vero. Non era servito a niente
tenere Neve reclusa, impedirle di indossare abiti preziosi degni di una
principessa: la bellezza della ragazza a un certo punto aveva cominciato a
risplendere. Non c’era vestito da stracciona o sudiciume in grado di offuscare la
luce naturale che lei emanava. Quella ragazza era un fiore di bellezza assoluta. E
adesso che era cresciuta non esisteva più alcuna possibilità di nascondere la sua
grazia al mondo.
“Puoi rinchiuderla in una cella, ma per il popolo lei rimarrà sempre la più
bella,” riprese lo specchio. “Quanto a te, mia regina, sappi che nessuno ti vorrà
mai vicina.”
Sembrava che lo specchio provasse gusto a dirle esattamente quello che lei
non voleva sentirsi dire. “Lo so benissimo! Credi che non lo sappia?” urlò. Si
avvicinò allo specchio e sollevò una mano, come se stesse per colpirlo. Ma si
fermò. Non avrebbe mai osato farlo. “Quella ragazzina incrina la mia autorità sui
sudditi,” disse, calmandosi. “Benché chiusa nella sua torre d’avorio, tutti
sembrano sapere che lei è sempre lì. Sognano che li possa liberare dalla Regina
Cattiva. Ma lei non possiede la mia forza né il mio potere.”
“Alla prima occasione ella prenderà il tuo posto,” disse lo specchio. “Devi
fermarla a ogni costo.”
Lo specchio lasciò che quelle parole fluttuassero nella leggera foschia che
aleggiava nella stanza. L’odore di chiuso e stantio a volte le dava la nausea, ma
non aveva mai neppure lontanamente pensato di ordinare alla servitù di
arieggiarla e pulirla. Accese invece una delle lampade che diffusero una luce
tiepida e verdognola. Controllò nuovamente, quasi d’istinto, i quattro angoli
della stanza, ma nemmeno stavolta vide nessuno. Forse oggi quella presenza
spettrale che da tempo la tormentava non si sarebbe palesata davanti ai suoi
occhi.
“Finché batterà il suo cuore, il popolo proverà per lei il più grande amore,”
riprese lo specchio, leggendole nella mente. “Finché vita lei avrà, pace per te non
vi sarà.”
Detestava che lo specchio riuscisse a leggerle i pensieri. Ma non disse niente.
Si limitò a sospirare, anche perché era d’accordo con quanto aveva appena
sentito. Per troppo tempo aveva consentito a Neve di vivere. Temeva però che,
eliminandola, il suo potere sarebbe stato messo in discussione. Ma è vero anche
che fingere che la principessa non esistesse, non la faceva sparire di scena. Era
arrivato il momento di passare all’azione, di fare ciò che nessuno sarebbe stato
disposto a fare. “Ci penso io,” affermò con calma solennità.
“L’ora ancora non è scoccata,” la avvertì lo specchio. “Per te lei è un
ostacolo, e va eliminata.”
Sì, avrebbe agito oggi stesso. Aveva troppo a lungo rimandato l’inevitabile,
ora basta con le indecisioni. La minaccia era troppo grande, troppo seria. Si
avvicinò all’entrata segreta, abbassò la leva che apriva il passaggio alla sua
stanza, si diresse verso la porta e la aprì. L’uomo era in attesa. Sapeva che lo
avrebbe trovato lì.
“Brutus,” si rivolse al possente soldato. “Trova il cacciatore e conducilo
immediatamente alla sala del trono.”

Le procurava sempre un sottile piacere quando vedeva la gente scattare al suo


comando.
Era appena entrata nella sala del trono e già Brutus la avvisava che il
cacciatore era arrivato a corte. Non le interessava sapere da dove fosse partito né
quanta strada avesse fatto. L’importante è che nessuno la facesse aspettare.
Casomai, era lei quella che faceva aspettare gli altri.
Il trascorrere degli anni le aveva insegnato che il tempo non era affatto suo
amico, dato che con il tempo si invecchia (questo almeno prima di entrare in
possesso dello specchio magico). Ma quando si parlava di mettere a disagio gli
ospiti, di provocare loro ansia… be’, il tempo era una benedizione. Ecco perché
aveva impiegato tutta la calma del mondo per andare a sedersi sul trono. Quanto
le piaceva quella specie di poltrona.
Georg, essendo uno sciocco, aveva sempre mantenuto un profilo basso, così
come suo padre prima di lui. Quanto a Katherine, non essendo interessata alla
questione, non aveva mai detto mezza parola riguardo alla sistemazione dei
troni. Ingrid, invece, non vedeva l’ora di trasformare la sala delle udienze.
Dopo avere sposato Georg, aveva convocato operai e carpentieri affinché
costruissero un sopralzo. Loro due erano re e regina, giusto? E allora era loro
diritto stare al di sopra di chiunque si presentasse al loro cospetto per implorare
suppliche. A una parete aveva fatto appendere un’armatura, un monito a che
nessuno osasse sfidare quel regno. Su richiesta della regina, la sala era stata poi
chiusa da tende di velluto. Anche il suo trono era ricoperto di velluto blu. Il
particolare che preferiva erano le piume di pavone che sventolavano sulla
spalliera adornando la sua figura di un mare verde e blu.
Prese posto sul trono e fece cenno a Brutus di far entrare il cacciatore.
L’uomo avanzò timidamente tenendo lo sguardo basso. I capelli scuri gli
cadevano sulla fronte. Appena arrivato in prossimità del trono, si inginocchiò al
cospetto della regina.
“In piedi, cacciatore,” ordinò lei. “Ho un compito da affidarti.” Si accorse in
quel momento che non ricordava il nome di quell’uomo, nonostante nel corso
degli anni lui avesse portato a termine diversi incarichi per suo conto. Missioni
inconfessabili, segreti che costui avrebbe portato con sé nella tomba. Malgrado
ciò, la regina lo trattava come uno sconosciuto. Meglio così.
Il cacciatore si abbassò il cappuccio del mantello e finalmente sollevò lo
sguardo attendendo in silenzio gli ordini che gli sarebbero stati dati. Aveva
imparato, e non certo con le buone, che alla regina non piaceva essere interrotta.
“Voglio che porti Biancaneve nel bosco per raccogliere delle bacche
selvatiche,” disse Ingrid. Sulle labbra le si era disegnato un sorriso diabolico.
“Una volta lì, mio fedele cacciatore, voglio che tu la uccida.”
L’uomo sbiancò. “Ma… Vostra Maestà! Si tratta della principessa!”
“Silenzio!” sbraitò la regina. Gli occhi le fiammeggiavano. “Osi contraddire
la tua sovrana?”
“No, Vostra Maestà,” rispose l’uomo con voce flebile, abbassando di nuovo
la testa.
Ingrid tamburellava le dita sul bracciolo del trono. La eccitava sapere che
quell’uomo non aveva altra scelta se non ubbidire ai suoi ordini. Se non lo
avesse fatto, lui e la sua famiglia sarebbero andati incontro a gravi conseguenze.
“Conosci quale sarà la tua punizione, qualora fallissi.”
L’uomo tenne lo sguardo basso. “Sì, Vostra Maestà,” rispose.
Della sua parola non ti fidare, disse una voce che solo lei riusciva a sentire.
Una voce che non era la sua. Sì, lo specchio sapeva davvero tutto. Una prova
egli ti dovrà portare.
Una prova.
Ma certo.
Lo sguardo le si posò su una scatola rossa appoggiata vicino al trono. La
regina la usava per raccogliere le tasse degli sciocchi campagnoli trascinati al
suo cospetto perché non erano stati in grado di pagare le imposte dovute. Al
momento, la scatola era vuota. L’aveva svuotata giusto ieri. La sollevò,
studiandone con attenzione forma e dimensione. Sul coperchio era raffigurato un
cuore trafitto da una freccia. Che cosa poetica…
Porse la scatola al cacciatore. L’uomo la guardava con preoccupazione e
sgomento. La regina non capiva come mai finora non ci avesse pensato. Oh,
quanto le piaceva quell’idea. “Voglio essere certa che non fallirai nel tuo
compito,” disse. Le parole le uscirono deliziosamente sfuggenti: “In questa
scatola tu metterai il suo cuore. E lo porterai a me”.
CAPITOLO QUATTRO

Ingrid

Trent’anni prima
Le due bambine stavano sedute sul pavimento, una di fronte all’altra, le
ginocchia si sfioravano davanti al tepore del fuoco. Ingrid dispose sulla piccola
tovaglia di lino le figurine intagliate.
Katherine, la sorellina, prese a battere le mani. “Oh, Ingrid, ne hai fatte delle
altre!” esclamò.
La piccola prese uno dei pezzetti di legno su cui sua sorella aveva dipinto un
viso e lo osservò con espressione colma di felicità. Indossavano entrambe
indumenti fatti con gli scarti di stoffa che Ingrid aveva trovato nel vecchio cesto
da cucito della mamma. Il loro papà pensava di avere gettato via, dopo la morte
della moglie, tutto ciò che le apparteneva. La maggiore, però, aveva astutamente
nascosto il cestino sotto il letto. Sapeva che quel materiale sarebbe tornato utile.
I vestiti che avevano, del resto, non sarebbero durati in eterno.
Il padre non si era mai occupato delle figlie. Aveva lasciato che se la
cavassero da sole, mentre lui lavorava alla bottega del maniscalco in paese. Le
bambine trascorrevano così da sole gran parte della giornata, da prima che il sole
sorgesse a dopo che era tramontato. Ma a Ingrid andava benissimo così. Non le
piaceva avere suo padre tra i piedi.
“Proprio così,” disse alla sorellina. Le mostrò una figurina che raffigurava un
re con una bella corona in testa. “Questo è re Jasper. Poi c’è anche la regina
Ingrid e la fatina Katherine.”
La sua sorellina scoppiò a ridere. “Tu sei la regina! A me piace essere la
fatina buona.” Sfiorò le piccole ali di carta che Ingrid aveva incollato al pezzetto
di legno. “Allora ho i poteri magici!” esclamò poi.
“Certo che li hai,” rispose Ingrid. “E li ha anche la regina, ovviamente. Tutti
dovrebbero conoscere la magia.”
Il visino di Katherine si rabbuiò. Il fuoco faceva danzare ombre sul suo
nasino. “Ma la magia è una cosa buona, vero?” domandò alla sorella.
“Ma certo che lo è,” le rispose. Papà aveva parlato di certe stupide dicerie
che cianciavano di streghe che praticavano la magia nera. L’uomo aveva giurato
che si trattava di sciocchezze. Almeno su questo, Ingrid era d’accordo con suo
padre. La magia non esiste. Ne era certa. Se fosse esistita, lei l’avrebbe usata per
salvare sua madre.
Katherine però aveva solo dieci anni. E lei sì che ci credeva. Ingrid di anni
ne aveva tredici, era più grande e più saggia. O almeno così le piaceva pensare.
Da quando erano rimaste orfane, aveva cercato di insegnare alla sorellina tutto
quello che le avrebbe insegnato la mamma, se avesse potuto. Leggere, scrivere e
tutto il resto. Dopo la sua morte, il padre non le aveva più mandate a scuola.
“Il tuo compito è badare alla casa,” ordinava a Ingrid. “Cucinare, pulire,
tenere la bocca chiusa e servirmi da mangiare quando torno dal lavoro.”
Nemmeno fosse il re! E non lo era, poco ma sicuro. C’erano delle volte che
Ingrid non riusciva a sopportare neppure la vista di suo padre. L’uomo tornava a
casa sempre più tardi rispetto a quanto annunciava, e quando tornava puzzava
come il diavolo. A volte neppure mangiava quello che lei gli aveva preparato. Si
buttava sul letto e lì rimaneva finché non lo svegliavano il mattino dopo. Ma
quelle erano le serate che a Ingrid piacevano di più. Lei e Katherine potevano
mangiare quanto volevano, senza doversi preoccupare di lasciare le porzioni più
abbondanti per lui. Inoltre, non erano costrette a sentire le sue minacce. A volte
lui era talmente arrabbiato che pareva odiasse le figlie con tutto il cuore, forse
perché loro due erano vive mentre sua moglie era morta.
Spesso Ingrid raccontava a Katherine innocenti bugie in modo che la
sorellina non odiasse la vita che facevano, come la odiava lei…
“Katherine è una fatina buona,” continuò. “Le fatine e i folletti hanno la
magia più bella che c’è.” Prese il legnetto e lo fece volare fingendo che fosse un
uccellino.
Giocarono per un tempo che pareva infinito. Ingrid finalmente poteva
rilassarsi. La cena si stava cuocendo, uno stufato che le avrebbe nutrite per
diversi giorni. Se erano fortunate, loro padre sarebbe tornato solo a notte fonda.
Quando invece udirono il rumore della porta che si apriva di schianto,
mentre il sole era ancora alto in cielo, le due bimbe fecero un salto per lo
spavento. Il padre era tornato prima del previsto.
Ingrid gli somigliava e questa cosa non le piaceva affatto. Ovviamente non
sarebbe diventata calva come lui, ma i capelli erano gli stessi, castani, ispidi e
sottili. Katherine invece li aveva neri come la mamma. Ingrid aveva anche gli
occhi di suo padre, scuri come il carbone, mentre Katherine e la mamma li
avevano castani. Non trovava giusto che sua sorella assomigliasse in tutto e per
tutto al genitore che entrambe avevano tanto amato, mentre lei assomigliava al
genitore che entrambe detestavano.
“Perché state sedute per terra come cani?” urlò l’uomo. Teneva ancora la
mano sulla maniglia.
“Scusa, papà,” disse Katherine balzando in piedi. Un pezzetto di legno rotolò
andando a fermarsi ai piedi dell’uomo.
Lui si abbassò e lo raccolse. Era quello della fatina. “Stavate giocando?”
domandò aggressivo. Si avvicinò alle due bambine. Istintivamente, Ingrid mise
una mano davanti a Katherine per proteggerla. “Voi dovete sbrigare le faccende
di casa!” urlò il padre. “Cucinare! Le ragazze non siedono per terra, Ingrid. Sei
grande per giocare!”
“La cena è sul fuoco, padre,” rispose Ingrid con calma, mentre l’uomo a
passi pesanti percorreva in su e in giù la stanza. “Pensavamo che saresti tornato
tra qualche ora.”
“Sono stato licenziato,” farfugliò. “E ho anche perso il giorno di paga perché
dicevano che non ci stavo con la testa.”
Si accorsero entrambe che barcollava. Perché era tornato a casa? Adesso
erano costrette a stargli vicino. E lui era del peggiore umore mai visto. Ingrid
aveva la sensazione che le pareti si stringessero e la stanza diventasse
piccolissima.
“Perché non ti metti un po’ a dormire?” gli suggerì.
Gli occhi dell’uomo si strinsero a fessura. “Non ho bisogno di dormire! Ho
bisogno della paga, stupida ragazzina!” Sollevò la mano per colpirla, ma Ingrid
si spostò e si mise fuori tiro. Allora si scagliò di nuovo su entrambe. “Dovreste
andare voi a lavorare al posto mio,” urlò. “Guadagnarvi da vivere. Basta
giocare!” Raccolse i pezzetti di legno e li gettò nel fuoco.
“No!” strillò Katherine. Vedendo la fatina bruciare, cominciò a singhiozzare.
“Smettila di piangere!” cominciò a urlare l’uomo. “Mi hai sentito? Smetti
immediatamente di piangere!”
Ingrid osservò la mano di suo padre sollevarsi. Di solito era lei a prendere i
ceffoni destinati a Katherine. Non sopportava di vedere punita la sorellina.
L’espressione dell’uomo gli aveva però fatto capire che oggi non si sarebbe
accontentato di prendersela con la maggiore. Ce l’aveva con entrambe. Infatti
afferrò una ciocca di capelli di Katherine e glieli tirò e lei cominciò a piangere
più forte che poteva.
“È l’unica cosa che sei capace di fare, ragazzina? Farmi arrabbiare?” urlò
ancora.
“Lasciala andare!” urlò a sua volta Ingrid appoggiandogli le mani sul petto e
cercando di spingerlo via. Il padre non fece una piega. Anzi, si mise a ridere.
Ingrid sentiva dentro di sé crescere la rabbia. Una rabbia che rischiava di
consumarla.
“Sei una ragazzina brutta e stupida,” le disse. “Sei ancora più inutile di tua
sorella.”
Sollevò di nuovo la mano.
La rabbia le bolliva dentro, come un calderone in procinto di traboccare. Era
stufa di sentirsi definire brutta e inutile. Come poteva farsi bella vivendo in un
tugurio e indossando stracci? No, non gli avrebbe più permesso di fare del male
a lei e nemmeno a sua sorella. Allontanò Katherine, afferrò un attizzatoio dal
camino e colpì il padre sulla testa. L’uomo cadde sul pavimento con un tonfo
sordo.
“Ingrid!” urlò la piccola.
Lei non fece una piega. Anzi, l’espressione di sorpresa che si era disegnata
sulla faccia di suo padre la divertiva. Allora, ti è piaciuto? pensò.
Rimase a fissare suo padre che giaceva sul pavimento. Le palpebre gli
sbattevano veloci, come se fosse in stato di shock. Non attese nemmeno che si
rialzasse, afferrò la mano di Katherine e la trascinò fuori dalla casupola.
Camminarono lungo il sentiero e non si fermarono fino a che non si trovarono
nel fitto della foresta. Lungo tutto il percorso sua sorella non aveva smesso un
solo istante di piangere.
“Dove stiamo andando? Che cosa hai fatto?” continuava a chiederle.
Ingrid non aveva risposte da darle. Tutto quello che sapeva era che dovevano
andarsene più lontano possibile. Non pensava che il padre le avrebbe inseguite.
E perché mai avrebbe dovuto? Non aveva mai voluto loro bene. Ma non voleva
nemmeno rischiare che si mettesse a cercarle. Ecco perché continuavano a
camminare.
“Stiamo tornando a casa?” domandò Katherine dopo un po’.
Erano ore che vagavano senza meta, cominciava a farsi buio. Ingrid si
guardava in giro cercando un sentiero che le conducesse fuori dalla foresta.
Finalmente trovò una radura.
Ingrid fissò il viso rigato di lacrime di sua sorella. “Vuoi davvero tornare a
casa da quell’uomo?” le domandò. “Vuoi tornare ed essere di nuovo trattata
come un cane? La mamma non lo avrebbe permesso! E nemmeno io lo
permetterò!”
Le labbra di Katherine cominciarono a tremare. “E allora dove andiamo?”
Ingrid aveva già sentito quella domanda. L’aveva posta lei stessa a sua
madre, al suo capezzale. La donna stava per arrivare al termine della sua vita e le
raccomandava di badare alla sorellina, di aiutarla a crescere bene. Lei glielo
aveva promesso, ma allo stesso tempo non sapeva dove loro due avrebbero
potuto rifugiarsi. Era certa che suo padre non si sarebbe mai preso cura di loro.
“Non importa dove andrete,” aveva risposto la mamma, mentre il respiro le si
faceva sempre più flebile. Ingrid le asciugava il sudore dalla fronte. “La cosa
importante è che tu e Katherine stiate sempre insieme.”
Non avrebbe mai tradito quella promessa. Prese in braccio Katherine, che
continuava a piangere. “Ovunque andremo, sarà un posto migliore di quello
dove vivevamo. La cosa importante è rimanere insieme,” le disse, facendo eco
alle parole di sua madre. Mise giù sua sorella, la prese di nuovo per mano e
ripresero il cammino.
Uscite finalmente dal bosco, scoprirono di essere ormai lontane dal villaggio.
Non conoscevano niente del luogo nel quale erano arrivate. Si erano spinte più
lontano di quanto avessero mai fatto. Ingrid si guardò intorno e ovunque vedeva
campi coltivati e, in lontananza, le montagne. Oltre le cime degli alberi
svettavano le torri di un castello. Non aveva idea di dove fossero finite, ma le
sembrò comunque un posto meraviglioso dove iniziare una nuova vita.
Quando, come dal nulla, sbucarono fuori un contadino e il suo cavallo,
Ingrid non si spaventò affatto. Anzi, continuando a tenere la mano di Katherine,
fece un cenno di saluto all’uomo. Quello aveva il viso bruciato dal sole e segnato
dalla pioggia. Indossava vestiti laceri, ma aveva un aspetto gentile.
“Signore, vi prego,” lo supplicò, con la voce più dolce e tenera che avesse
(era il tono che di solito usava con Katherine). “C’è qualcosa che io e la mia
sorellina possiamo fare nella vostra fattoria?” gli domandò. “Possiamo lavorare
sodo. Sapete, siamo orfane.” Parlava veloce, così da non avere esitazioni e non
fargli capire che stava mentendo. “Tutto ciò che chiediamo è un posto dove
dormire e un po’ di cibo. In cambio, vi serviremo con fedeltà.”
L’uomo guardò prima Katherine e poi Ingrid e poi di nuovo Katherine.
Quindi indicò il carretto. “Forza, salite,” disse. “Vediamo cosa posso fare per
voi.”
Ingrid aiutò sua sorella a sistemarsi nella paglia del carretto e poi salì anche
lei. Non si era accorta di quanto le gambe le si fossero indolenzite finché non si
sdraiò. Katherine le appoggiò la testa sulla spalla. L’uomo si mise in cammino
attraverso un grande campo. Ingrid passò il braccio intorno alla sorellina, ma il
suo sguardo era fisso sul castello, là in alto sulla collina. In vita sua non aveva
mai visto un palazzo tanto magnifico. Per quanto fosse un pensiero insensato, si
trovò a immaginare come potesse essere vivere in un luogo dove il cibo era
abbondante, gli abiti sfarzosi e dove non ci fosse un padre malvagio. Un luogo
un po’ magico, perché no.
Chi viveva in un castello possedeva il potere. Ingrid aveva già imparato
quanto importante fosse il potere. Lo desiderava con tutta se stessa. Se fosse
riuscita a ottenerlo, nessuno avrebbe mai più potuto sottometterla.
CAPITOLO CINQUE

Neve

“Vostra Altezza…” Neve sentì che qualcuno la scuoteva leggermente per farla
svegliare. “È ora di alzarsi.”
Chi era entrato nella sua stanza? Aprì gli occhi e si sorprese nel vedere una
domestica in piedi davanti al suo letto. Che ci faceva qui? Di solito, nessuno
veniva da lei. Sbatté le palpebre e si guardò intorno. La camera era ancora
avvolta nella semioscurità e le tende delle finestre erano tirate. Era ancora notte
fonda? Qualcuno stava attaccando il castello? In più di un’occasione Neve aveva
sentito la servitù parlare di un’eventualità come quella. Essendo sua zia Ingrid
così poco amata, un colpo di stato non era una possibilità da escludere.
Neve riconobbe la domestica. Era la donna che si occupava di lavare i
preziosi abiti della regina, sua zia. “Mila, che ci fate qui?” le domandò,
mettendosi seduta sul letto. “È successo qualcosa?”
L’anziana donna ebbe un sussulto, come se si fosse improvvisamente
scottata. “Voi conoscete il mio nome?” domandò con una certa apprensione.
“Certo che lo conosco,” rispose Neve facendosi nuovamente timida. “Ho
sentito gli altri domestici chiamarvi e così…” Indugiò qualche istante su un
pensiero. “Avete una bellissima voce, cantate benissimo.”
Mila si appoggiò una mano sul petto. “Vi ringrazio. Io…” la frase le si
spezzò in gola. “Mi dispiace non aver avuto modo di parlare con voi prima
d’ora, Vostra Altezza. Il fatto è che alla regina… ecco… lei non ha piacere che
noi…”
Neve aveva capito che cosa Mila stesse cercando di dire. Sua zia Ingrid
riteneva che compito della servitù fosse servire lei, non la nipote. “Va tutto bene,
non preoccupatevi,” la rassicurò.
Mila sorrise. “Oggi però è diverso. La regina Ingrid mi ha domandato di
aiutarvi a prepararvi per un viaggio.”
“Un viaggio?” Per un istante Neve pensò che forse stava ancora sognando.
Sua zia non le aveva mai consentito di uscire dal castello.
“Proprio così!” confermò Mila, togliendo il pesante copriletto e aiutando
Neve ad alzarsi. “Vostra zia ha pensato che vi piacerebbe andare nel bosco a
raccogliere un po’ di more.”
“Davvero?” Neve non credeva alle sue orecchie. “Ha detto proprio così? Ne
siete sicura?”
Mila si mise le mani sui fianchi e rise. “Sicurissima, Vostra Altezza!”
rispose. “La regina ieri sera mi ha personalmente dato istruzioni e mi ha ordinato
di aiutarvi a prepararvi. Ha anche mandato un abito per voi e tutto il resto che
occorre. Desidera che voi partiate presto, prima che faccia troppo caldo.”
Neve osservava meravigliata Mila occuparsi delle faccende che lei aveva
svolto da sola per anni. La domestica riempì il catino di acqua e la aiutò a
lavarsi. Rifece poi il letto e sistemò le sue cose. La pettinò e la aiutò a sistemarsi
tra i capelli un fiocco di stoffa rossa. Neve non riusciva a trattenere un senso di
commozione. Da quando sua mamma era morta nessuno aveva fatto per lei
questo genere di cose. Zia Ingrid era riuscita a convincere re Georg che Neve
fosse grande abbastanza da cavarsela da sola, senza bisogno di aiuto, e da quel
momento a lei era stato negato quasi ogni contatto personale. Quello che le
mancava di più era però la compagnia di sua madre. Mentre Mila le sistemava il
fiocco, Neve si guardava allo specchio e non poteva non ripensare a quando era
sua madre a farlo. Le sue giornate scorrevano sempre uguali, confondendosi una
all’altra. Ma oggi… Oggi era diverso! Forse zia Ingrid si era resa conto di
quanto profondo fosse il suo desiderio di uscire dal castello e visitare qualche
altra zona del regno… anche solo per poche ore.
Quella decisione l’aveva sorpresa, specie dopo quanto accaduto il giorno
prima. Nel pomeriggio zia Ingrid aveva convocato Neve nella sala del trono
chiedendole conto di Henrich, con cui l’aveva vista parlare in giardino. Era da
tantissimo tempo che non vedeva sua zia. Forse un anno. Lei aveva sempre lo
stesso aspetto, come se non potesse mai invecchiare.
“Hai permesso a un forestiero, a uno sconosciuto di entrare al castello senza
avvisare le guardie! Mi hai disubbidito!” la rimproverò. Nella sala erano presenti
alcuni soldati che assistevano alla ramanzina. “Quante volte ti devo dire che non
voglio che parli con gli estranei?”
Neve abbassò gli occhi e si guardò gli zoccoli. “Ti chiedo scusa, zia Ingrid,”
rispose timidamente. “Henri però mi sembra un ragazzo molto gentile. Non
credo che avesse intenzione di farmi del male.”
“Henri?” ripeté zia Ingrid inarcando una delle sue sopracciglia perfettamente
disegnate. “Quindi hai parlato con quell’intruso abbastanza a lungo da
conoscerne il nome.”
Neve arrossì. Sua zia non era affatto contenta, ma forse c’era la possibilità di
fare leva sul buonsenso. “Era venuto per discutere insieme a te di un accordo
commerciale,” continuò la ragazza. “Gli ho spiegato che a te non sarebbe
piaciuto se si fosse presentato senza invito e così gli ho suggerito che la cosa
migliore sarebbe stata chiederti un appuntamento. Dopo di che gli ho detto di
andarsene.”
Zia Ingrid, seduta sul trono, si sporse in avanti. Le mani pallide avevano
artigliato i braccioli. “E quindi?” domandò.
“E quindi… cosa?” domandò a sua volta Neve, confusa. Badava sempre a
muoversi con cautela in presenza di sua zia, cosa che, del resto, capitava
raramente. Non voleva fare nulla che pregiudicasse ulteriormente il loro
rapporto. Dopo tutti questi anni, non aveva ancora capito cosa potesse aver fatto
di male per indurre sua zia ad allontanarla da sé. Dopo la scomparsa di suo
padre, pensava che lei e zia Ingrid si sarebbero riavvicinate, che lei si sarebbe
presa cura della nipote. Invece, le aveva chiuso il cancello in faccia, sia in senso
figurato sia letteralmente. Oltre a liberarsi della gran parte del personale di corte,
la nuova regina aveva cancellato tutti i ricevimenti che negli anni passati si
tenevano regolarmente, aveva limitato le visite degli ospiti, nonché impedito a
tutti di avere contatti sociali. Neve compresa. La principessa si era chiesta se la
regina avesse il potere di fare tutto ciò. Ma nessuno aveva mai sollevato
obiezioni al riguardo. Neve si domandava anche se sua zia si fosse mai accorta
di tutto il lavoro che lei svolgeva ogni giorno per non cadere preda della
disperazione.
La regina sospirò profondamente. “Cos’altro ti ha detto?” domandò ancora.
“Che cosa voleva, davvero?”
“Non aveva cattive intenzioni,” rispose lei. “Sperava di poterti incontrare,
ma gli ho spiegato che gli ospiti raramente vengono ricevuti in udienza dalla
regina.”
Sua zia non sembrava ancora soddisfatta. “Be’, di certo quell’appuntamento
non lo otterrà né ora né mai,” rispose con tono gelido. “E tu non mi disubbidirai
più. Intesi?”
“Sì, zia Ingrid,” replicò, pensando che, tutto sommato, la regina avesse il
diritto di essere arrabbiata. Neve aveva effettivamente disubbidito ai suoi ordini.
Ma se solo avesse accettato di incontrare Henri, si sarebbe potuta rendere conto
in prima persona che quel ragazzo non era una persona pericolosa.
Ma ecco che, appena un giorno dopo quella conversazione alquanto
complicata, sua zia improvvisamente decideva di regalarle un po’ di libertà. Chi
lo sa, forse il loro rapporto stava finalmente cambiando…
Mila le mostrò un vestito talmente bello che a Neve scappò un gridolino di
meraviglia. Sfiorò quel corpetto blu e poi la mantellina con il cappuccio e le
maniche su cui erano ricamati intarsi rossi e rifiniture in raso giallo brillante. Era
da un sacco di tempo che non aveva niente di nuovo da indossare, tanto che
quasi esitava a farlo. E se una volta arrivata nel bosco lo avesse rovinato? E,
però, quando avrebbe avuto un’altra possibilità di indossare una gonna bella
come questa? Così, ci si infilò dentro con un impeto di gioia!
Dopo essersi vestita, la cameriera le offrì dei biscotti e il tè che le aveva
portato su un vassoio. Neve si mise felice alla finestra. Il sole ancora non era
sorto e il cielo rosa si striava di blu.
Mila tossì discretamente. “Temo che dovrete terminare la vostra colazione
speditamente, Vostra Altezza,” disse un po’ a malincuore. “La scorta approntata
per voi dalla regina vi sta già attendendo.”
Neve si fermò a metà di un sorso di tè. “Così presto?” domandò. “Ma ancora
non si è nemmeno fatto giorno.”
“Infatti,” rispose Mila. “Vostra zia è molto preoccupata per la vostra
sicurezza al di fuori delle mura del castello. Dal momento che non ha la
possibilità di accompagnarvi personalmente, ritiene che sia meglio che voi vi
muoviate con il buio, così che nessuno si accorga che state lasciando il palazzo.”
“Oh,” si meravigliò Neve. Non aveva mai pensato che qualcuno badasse alla
sua presenza. Aveva trascorso praticamente tutta la vita senza che nessuno si
accorgesse di lei.
“Inoltre, si tratta di un viaggio alquanto lungo,” aggiunse la donna. “Mi sono
presa la libertà di confezionarvi un cestino per il pranzo. Forza, andate, adesso!”
Finalmente usciva! Neve avrebbe fatto qualsiasi cosa la regina le avesse
ordinato, se questo voleva dire potersi avventurare fuori dalle mura di quella
fortezza. Era talmente euforica che nemmeno si ricordò di dare un’occhiata al
ritratto della sua famiglia prima di incontrare la persona che l’avrebbe scortata.
Nell’esatto momento in cui lo vide, riconobbe l’uomo che le avrebbe fatto da
guida. Era alto e muscoloso, capelli castano scuro raccolti in una coda e
indossava abiti da viaggio. A Neve piaceva guardare le persone negli occhi, ma
l’uomo teneva lo sguardo fisso a terra. Fu tentata di chiedergli come si
chiamasse, ma non sembrava un tipo molto socievole. Sapeva che lavorava da
tempo con sua zia. Conduceva battute di caccia che servivano per procurare cibo
al castello. Lo chiamavano semplicemente “il cacciatore”. A Neve parve strano
che sua zia si privasse per un’intera giornata di uno dei suoi uomini più fedeli
affinché le facesse da guida.
Le fece un inchino. “Buongiorno, principessa,” disse. “Sarà meglio mettersi
in cammino prima che faccia troppo chiaro.”
“D’accordo,” rispose lei, tenendo a bada il cuore che le batteva fortissimo. Si
voltò verso Mila e le sorrise timidamente. “Grazie per avermi aiutato,” le disse.
A quelle parole la domestica arrossì. “Per favore, dite a mia zia che le porterò un
magnifico mazzo di fiori,” aggiunse Neve.
Mila fece una riverenza. “Lo farò certamente, Vostra Altezza.”
Il viaggio non fu lungo come Mila le aveva detto, ma a Neve piacque lo
stesso quel tragitto in carrozza. Era sola, dal momento che il cacciatore per
l’occasione le faceva anche da cocchiere. La carrozza attraversò le stradine tutte
sobbalzi del villaggio. La ragazza respirava a pieni polmoni quell’aria così fresca
e pulita. Il villaggio cominciava a svegliarsi. Di lì a poco arrivarono ai piedi
della montagna spingendosi poi all’interno di una vegetazione talmente
lussureggiante che Neve faticava a credere che fosse vera. Il sole cominciava a
sorgere e il cielo era sgombro di nubi. Il suo regno non le era mai parso tanto
bello.
Si domandò se quei campi fossero sempre stati tanto profumati e pieni di
fiori. E quella campagna era sempre stata così rigogliosa? E quel frutteto di
alberi di melo era sempre stato così carico di frutti? Sapeva che una di quelle
piante era stata curata personalmente da sua madre quando, da bambina, aveva
trovato lavoro presso una famiglia di agricoltori. Lei e zia Ingrid erano state
accolte in quella casa e sua mamma lavorava instancabilmente per sdebitarsi. Si
era presa cura del frutteto e lo aveva aiutato a crescere e fiorire. A Neve sarebbe
piaciuto fermarsi qualche momento e osservare quegli alberi, immaginare sua
madre cogliere i frutti più succulenti, ma non voleva risultare impudente
chiedendo al cacciatore di fare una sosta. In fondo, era già felice di essere fuori
dal castello. Era passato troppo tempo dall’ultima volta che le era stato permesso
di visitare la campagna, le sue casette, la gente impegnata a occuparsi del
raccolto, delle mucche e dei cavalli. Voleva immergersi in ogni singola
immagine così da non dimenticare neppure un solo istante. Chi poteva dire
quando avrebbe potuto uscire di nuovo?
La carrozza si fermò. Il cacciatore le aprì la porta, ma evitava di guardare
Neve negli occhi. “Siamo arrivati, Vostra Altezza,” le disse con un tono un po’
freddo.
“Grazie,” rispose lei scendendo di corsa. Una pavoncella, uno degli uccelli
preferiti di sua madre, le passò vicino cinguettando felice, quasi che anche lei si
fosse accorta di quanto importante fosse quel momento. Neve radunò le sue cose
e si guardò intorno. Erano arrivati presso un boschetto in collina. L’erba era alta
e i fiori crescevano liberamente formando grossi cespugli. Quante varietà e
quanti colori! Non vedeva l’ora di combinare un perfetto bouquet. Cominciò a
raccogliere boccioli, canticchiando tra sé. In lontananza era visibile una foresta
così fitta che pareva non vi potesse entrare nemmeno la luce. Tutti gli alberi
sembravano morti. Forse un incendio li aveva carbonizzati, chissà quando. Neve
era stupita di quanto i due paesaggi fossero diversi, benché tanto vicini uno
all’altro.
“Andremo da quella parte,” annunciò il cacciatore indicando proprio quella
foresta oscura. Si mise una sacca in spalla. Sembrava essere piuttosto pesante.
Neve non aveva intenzione di discutere le istruzioni della sua guida, e
tuttavia le sembrava una decisione un po’ bizzarra. Era possibile che l’uomo
fosse a conoscenza di qualche particolarità del terreno di cui lei era all’oscuro, e
certamente aveva più esperienza e sapeva cosa stava facendo. Così, presero ad
avvicinarsi lentamente alla foresta di alberi morti. Ogni due o tre passi, la
ragazza si fermava per ammirare la magnificenza di quei luoghi.
Scorse una margherita sul prato e si inginocchiò per coglierla. Se la avvicinò
al viso. “Avete appetito?” domandò timidamente al cacciatore. “Sono certa che
Mila abbia preparato cibo sufficiente per entrambi.”
L’uomo non rispose subito. Prima rimase a guardarla per qualche istante.
“No, Vostra Altezza.” Stese una mano per invitarla a entrare nel bosco. “Dopo di
voi,” le disse.
“Volevo chiedervi una cosa,” osò domandare Neve, dopo aver raccolto delle
rose selvatiche che crescevano in mezzo all’erba. “Non conosco neppure il
vostro nome. Posso sapere come vi chiamate?”
“Potete chiamarmi cacciatore,” rispose l’uomo. “È così che la mia regina si
rivolge a me.”
Forse era la ritrovata libertà a renderla audace come mai era stata. Sta di fatto
che si rivolse di nuovo all’uomo punzecchiandolo. “Sono certa che un nome ce
l’avete anche voi. Questa gita diventerebbe assai più piacevole se vi conoscessi
meglio.”
“Non è necessario,” ribatté lui. Si guardò intorno asciugandosi un po’ di
sudore dalla fronte.
Oh, d’accordo, pensò Neve, rinunciando al proposito. Immaginò che a
quell’uomo fosse stato assegnato un compito che lui voleva portare a termine
senza tante chiacchiere. Probabilmente non era possibile proteggerla e al tempo
stesso conversare. Comunque fosse, non avrebbe consentito che il cattivo umore
del cacciatore rovinasse quella magnifica giornata. Si mise il suo nuovo e
bellissimo mantello sulle spalle. L’aria era ancora fresca a quest’ora del mattino,
anche se a lei piaceva sentire la brezza sulla pelle. Forse poteva raccogliere un
po’ di boccioli per abbellire il castello. E, una volta appassiti, avrebbe usato i
semi per piantare altri fiori vicino alla voliera.
Il pensiero della voliera e del giardino le fece venire di nuovo in mente
Henri. Non si può certo dire che avessero parlato a lungo, e tuttavia era stata
subito colpita dal fascino di quel ragazzo. Se solo fosse riuscita a convincere zia
Ingrid a incontrarlo, lei si sarebbe certamente resa conto che era una persona di
grande riguardo. Peccato che a quest’ora ormai fosse già certamente tornato al
suo regno. Quel pensiero la rattristò. Perché non aveva avuto il coraggio di
chiedergli quando si sarebbero potuti rivedere? Poi le venne un po’ da ridere.
Non aveva mai pensato a una cosa del genere prima d’ora! Forse era l’aria di
montagna a ispirarle certe idee sfrontate.
Un rumore improvviso la indusse a fermarsi. Vide qualcosa, lì davanti,
annaspare tra l’erba alta. Si avvicinò svelta e vide che era un uccellino. Doveva
essere caduto dal nido, o forse aveva sbattuto contro il tronco di un albero.
Continuava a zampettare, cercava di riprendere il volo, ma poi ricascava di
nuovo a terra. Lo raccolse tenendolo tra le mani.
“Stai bene?” domandò alla povera bestiolina, come se potesse risponderle.
Gli accarezzò le piume e sentì che tremava. “Povero piccolo. Sapete, credo che
sia caduto,” disse, cercando di coinvolgere il cacciatore.
Quello non rispose, sempre che si trovasse ancora lì vicino. Neve riprese a
parlare.
“Non riesco a capire se sia ferito o solo stordito,” continuò. “Non
preoccuparti, piccolo amico. Adesso ci sono io.” In quel momento le ritornò alla
mente un episodio di molti anni prima, quando sua mamma si era presa cura di
un uccellino ferito. Quel ricordo le strappò un sorriso. Poi tornò a occuparsi
dell’animaletto. “Vuoi provare a volare di nuovo?” gli domandò. Era felice di
avere qualcuno a cui rivolgere la parola, anche se solo per qualche istante. Lo
appoggiò di nuovo sul terreno. “Forza, su. Provaci.” Quasi che avesse compreso
l’esortazione, l’uccellino fece un saltino, poi un altro e infine riuscì a volare via.
Neve lo osservò, era felice che ce l’avesse fatta. Stava per raccontare al
cacciatore dell’amore che sua madre le aveva trasmesso per gli uccellini, quando
un’ombra la sovrastò. Si voltò, sorpresa, e alzò lo sguardo. Il cacciatore la
guardava con aria cupa.
Ci vollero solo pochi secondi perché la sorpresa si trasformasse in paura.
Una paura che la prese allo stomaco. Il cacciatore brandiva un coltello, lo teneva
sollevato sulla testa.
Sentì gocce di sudore affiorarle sulla pelle. Le gambe le tremavano. Le ci
volle qualche istante per realizzare cosa stesse davvero accadendo. Il cacciatore
voleva colpirla. Si rese conto anche che un grosso masso le impediva la fuga e il
sangue le si gelò nelle vene. Sentì le forze venirle meno. Inciampò, cadde sulla
schiena e si mise le mani davanti al viso per proteggersi. Un gesto alquanto
sciocco, dato che non sarebbe servito a parare il colpo che l’uomo stava per
sferrarle. Allora urlò. L’eco della sua voce rimbalzò tra gli alberi del bosco.
Sentì il fruscio delle ali di uccelli che volavano via, spaventati dal suo grido.
Non c’era nessuno che potesse ascoltarla e correre in suo soccorso. Allora è così
che morirò, pensò. Trattenne il respiro e aspettò di essere colpita.
Invece sentì il rumore metallico del coltello che cadeva al suolo.
Neve scostò le mani dal viso e vide il cacciatore piegato sulle ginocchia. Le
rivolse lo sguardo. Per la prima volta vide i suoi occhi. Erano verdi.
“Non posso farlo!” balbettò l’uomo con voce strozzata. Il volto era stravolto
dalla disperazione. “Perdonatemi. Ve ne prego, Vostra Altezza,” aggiunse.
“Perdonatemi. Quella donna è impazzita, è invidiosa di voi. Non si fermerà
davanti a nulla.”
Quelle parole non avevano alcun senso. Una donna era invidiosa di lei? E chi
era? Perché era invidiosa di lei? Ma non c’era tempo per le domande. Il
cacciatore poteva riprendere in mano il coltello da un istante all’altro. Era
proprio questo a cui sua zia si riferiva quando la metteva in guardia: essere una
principessa la rendeva un obiettivo per qualsiasi malintenzionato. Ecco perché
l’aveva tenuta segregata per tutti quegli anni. A quanto pare, zia Ingrid aveva
ragione.
Si trovava in stato di shock, ma riuscì lo stesso a rialzarsi e a mettersi a
correre. Il cuore le batteva come un tamburo. Non aveva percorso che pochi
metri quando inciampò e cadde faccia avanti. Protese le mani per attutire il
colpo, ma era finita dentro un roseto. L’atterraggio fu assai brusco e come se non
bastasse una spina le si conficcò in un dito.
Mamma, aiutami, pensò guardando il sangue che le colava sul palmo della
mano. Le parve di udire la voce di Katherine con grande chiarezza, come nel
sogno dell’altra notte. A volte, quando desideri qualcosa, per averla devi correre
dei rischi, le diceva. Che cosa avrebbe fatto lei in questo momento?
La risposta era chiara: sua madre non si sarebbe tirata indietro davanti a un
pericolo. In tutte le cose che faceva si dimostrava sempre coraggiosa, quasi
sfrontata, a prescindere da ciò che la tradizione o i precedenti imponevano, fosse
prendersi cura di una voliera o dedicarsi al proprio ruolo di madre. Lei avrebbe
cercato la soluzione. Sì, sua madre avrebbe voluto risposte. Avrebbe voluto
sapere chi era costei che la voleva morta, in modo da essere certa che, chiunque
fosse, non avrebbe fatto del male né a lei né ad altri.
Neve non riusciva a controllare il tremore del corpo e delle mani. Si rialzò
lentamente e si voltò per vedere dove fosse il cacciatore. Si avviò verso di lui,
camminando con passi lenti ma saldi. Quando lo raggiunse, l’uomo era
inginocchiato. Ogni fibra del suo corpo le diceva di andarsene, di scappare, di
mettersi in salvo. E invece decise di rimanere. Voleva sapere, doveva sapere.
“Chi?” gli domandò con voce ferma. “Chi vi ha ordinato di uccidermi?”
L’uomo sollevò lo sguardo. Sembrava sinceramente sorpreso da quella
domanda. “Non lo immaginate?” disse poi. “È la regina!”
CAPITOLO SEI

Ingrid

Ventiquattro anni prima

Katherine depositò il cesto sul tavolo. Era talmente pesante che produsse un
suono sordo. “Questo è l’ultimo staio della giornata,” disse. “In tutto fanno
dieci! Se al mercato non faremo un bel gruzzoletto oggi, non so proprio quando
ci riusciremo.”
Ingrid osservò il cesto ricolmo di splendide mele rosse. Quei frutti erano
talmente maturi che pareva bastasse toccarli per farne uscire il succo. Non ce
n’era una che fosse meno che perfetta, non una che presentasse la benché
minima ammaccatura. Katherine non avrebbe mai permesso che un solo frutto
potesse rovinarsi. Si prendeva cura di ogni albero del frutteto nemmeno fossero i
suoi bambini, innaffiandoli e potandoli ogni giorno. Herbert, il contadino che le
aveva ospitate, e sua moglie la adoravano, erano entusiasti del lavoro che
svolgeva presso la loro fattoria. La ragazza aveva deciso di occuparsi di quel
frutteto un po’ trascurato, e già dall’anno successivo gli alberi avevano
cominciato a produrre raccolti cospicui. Qualche anno più tardi, le sue mele
erano conosciute come le migliori di tutto il reame. Aveva inventato una varietà
personale chiamata Rossofuoco. Erano un po’ aspre come quelle verdi, ma
dotate anche di una nota dolce che ne bilanciava il gusto. Si diceva che il re in
persona ne ordinasse grandi quantità. A quanto pare, il sovrano ne adorava il
succo che lui consumava a colazione. Questo, almeno, è quello che Katherine
aveva sentito dire al mercato. Non poteva certo aspettarsi che qualcuno partisse
dal castello per degnarle di una visita, dato che lei viveva in un angolo sperduto
del regno.
Herbert le aveva prese entrambe a lavorare e lei e Ingrid avevano faticato
molto per guadagnarsi vitto e alloggio. Katherine si era adattata fin dal primo
giorno allo stile di vita della fattoria. Sua sorella, invece, lo aveva trovato subito
monotono e noioso. Katherine definiva la vita di campagna “essere una cosa sola
con la terra”. Amava la sfida di indurre una pianta riluttante a dare frutti. Ingrid
invece si era stancata assai presto del lerciume nelle unghie, dei vestiti
impolverati che era costretta a indossare. Non aveva alcuna intenzione di passare
la vita a dissodare la terra e seminarla, trascorrendo giornate intere sotto il sole
cocente.
Provò a convincere Katherine che era meglio andarsene da qualche altra
parte, ma sua sorella non voleva nemmeno sentirne parlare. “Sono stati così
buoni con noi, Ingrid,” le diceva con quel suo tono pragmatico, quasi volesse
convincerla che entrambe fossero debitrici perfino dell’aria che respiravano. Ma
la verità, secondo Ingrid, è che quei due, moglie e marito, le trattavano come
serve. Sei giorni alla settimana lei e sua sorella si alzavano prima dell’alba per
andare a raccogliere frutta e ortaggi, si lavavano nei campi dove rimanevano
finché il sole non tramontava. Il settimo giorno avrebbero potuto in teoria
riposarsi. E, invece, erano costrette ad andare in paese a vendere la merce.
A dire la verità, a Ingrid quel settimo giorno non dispiaceva affatto, era
l’unica occasione che aveva per stare lontana dalla fattoria. Il contadino lasciava
che andassero da sole al villaggio per vendere le mele e gli altri frutti della terra.
Per raggiungere il mercato, lei e Katherine potevano usare il calesse. Se solo
avesse potuto impossessarsi di quel carretto e andarsene senza mai più tornare in
quel luogo orribile… Così pensava Ingrid. Ma non poteva abbandonare sua
sorella.
“Questa settimana abbiamo raddoppiato il raccolto,” annunciò mentre si
preparavano per andare al mercato. Katherine aveva sistemato le mele nei cestini
con una cura tale che sembrava stesse adagiando a una a una delle fragili uova.
“Zio Herbert non credeva alle sue orecchie quando gli ho detto quante mele
abbiamo venduto la scorsa settimana.”
“Non è tuo zio,” ribatté Ingrid con tono acido. Sua sorella smise di sistemare
la frutta e la guardò interrogativa. “Scusa,” riprese lei. “Il fatto è che… Be’, non
è affatto nostro zio. Non ti sta preparando la dote né ti accompagnerà all’altare il
giorno del tuo matrimonio. Non gli dobbiamo niente, Katherine. E un giorno
prenderà la vita alla quale ci siamo abituate e ce la strapperà da sotto il naso,
esattamente come ha fatto nostro padre. Se tu lo capissi, vorresti anche tu
andartene da qui quanto lo voglio io.”
Katherine sospirò. “Oh, Ingrid…” Quante volte avevano fatto quella
conversazione? Davvero tante…
La luce che filtrava dalle fessure della fattoria illuminò Katherine. Benché la
lunga esposizione al sole le avesse scurito la pelle (anche perché si rifiutava di
indossare il cappello di paglia che Ingrid invece teneva sempre in testa) e il duro
lavoro le avesse fatto spuntare i calli sulle mani, non si vergognava
minimamente del proprio aspetto. Teneva i lunghi capelli scuri ordinati in modo
che non le cadessero sul viso, mentre Ingrid la esortava a pettinarli secondo
l’ultima moda, come faceva lei.
Malgrado ciò, di Katherine si innamoravano tutti quelli che lei incontrava,
dal contadino ai clienti del mercato. Compresi quelli un po’ restii a spendere
qualche soldo in più per acquistare le sue mele speciali. Herbert aveva insistito
affinché Katherine le facesse pagare il doppio delle mele normali. Forse era la
luce che le brillava in quegli occhi colore dell’ambra. Ma su Ingrid quello
sguardo non aveva più alcun effetto.
“Il mese prossimo compirò diciannove anni,” annunciò aiutandola a issare i
cestini a bordo del calesse. “È ora che vada a stare per conto mio. Se a te piace
questa vita, tientela pure. Io voglio di più.”
Katherine aggrottò le sopracciglia. Un’espressione che non mostrava spesso.
“E dove avresti intenzione di andare?” le domandò. “Come ti procurerai da
mangiare? Come riuscirai a comprarti i vestiti da indossare? Potresti chiedere a
zio Herbert… d’accordo, a Herbert, di aiutarti a trovare un lavoro al villaggio.
Così potresti continuare a vivere qui e allo stesso tempo avere la tua libertà.”
Ingrid scosse la testa, non aveva considerato quella possibilità, ma poteva
essere una buona soluzione… Almeno per adesso. “Ci penso su,” disse infine.
Sistemò la coperta sul pianale del calesse e salì a bordo. Cominciava il lungo
viaggio verso il villaggio, dove sarebbero arrivate in prima mattinata.
Il mercato era allestito sul sagrato della chiesa. Alcuni commercianti
sostavano davanti ai rispettivi calessi e lì vendevano la loro merce. Altri si
muovevano lungo la piazza, portandosi dietro le ceste con la frutta e gli ortaggi.
Katherine aveva preferito sistemare un banchetto, così da consentire alla gente di
toccare e annusare la frutta. “Così possono scegliere meglio,” diceva. Ingrid
riteneva che fosse un’idea stupida. Chi avrebbe voluto comprare della merce su
cui altri avevano messo le mani? Ma ancora una volta, si sbagliava. Il metodo di
sua sorella faceva sì che davanti al banco di vendita si formasse sempre una
discreta fila di clienti. Oggi, addirittura, si erano messi in coda ancora prima che
sistemassero il banchetto!
“Ciao, Katherine!” la salutò il macellaio, mentre lei e Ingrid disponevano la
merce.
Tutti la conoscevano. Quanto a Ingrid, invece, sembrava che le persone
avessero difficoltà a ricordare il suo nome. Non si poteva certo dire che le due
sorelle fossero le più belle del reame. E, tuttavia, Ingrid cercava di colorirsi le
guance dandosi dei pizzicottini e indossava sempre abiti puliti. Leggeva e, a
differenza della gran parte di tutti quei contadini, era in grado di sostenere una
conversazione. Era davvero tanto difficile tenere a mente il suo nome?
“Buongiorno, signor Adam,” rispose Katherine. Lei, ovviamente, ricordava il
nome di tutti.
“Le tue mele sembrano ancora più buone di quelle della scorsa settimana,”
continuò l’uomo. “Hai qualcosa di nuovo da proporre?”
Ingrid detestava le domande stupide. “Il raccolto è il raccolto,” rispose
freddamente. “Cosa credete, che facciamo crescere fagioli magici nel giro di una
notte?”
Adam la guardò perplesso e Ingrid capì di avere esagerato. Katherine le
sfiorò la spalla. “Perché non lasci me al banco mentre tu vai a farti una
passeggiata?” le sussurrò. “Non preoccuparti, me la caverò anche da sola.”
Quell’idea andava bene a entrambe. Se Ingrid non c’era, Katherine riusciva a
vendere molta più merce. Aveva quel tipo di pazienza che alla gente del
villaggio piace tanto.
Ingrid lanciò un’occhiataccia ad Adam. “Come vuoi,” disse poi alla sorella.
Prese un po’ di mele e le infilò in una sacca. A volte riusciva a venderne un po’
ad altri commercianti. “Torno presto. Cerca di non dare via la frutta gratis,”
aggiunse.
Quello in effetti era un altro problema. Katherine non riusciva a resistere
quando le si presentava al banco qualche povero diavolo. Li vedeva guardare le
mele con l’acquolina in bocca ed era chiaro che non potevano permettersi di
comprarne nemmeno una. Così, mossa da pietà, le regalava. E quando accadeva
Ingrid andava su tutte le furie. A loro due nessuno aveva mai regalato niente.
Perché mai avrebbero dovuto fare l’elemosina a degli sconosciuti?
Ingrid vagava senza meta tra i banchi del mercatino. Gettò un’occhiata ai
pesci sotto ghiaccio esposti su una bancarella e poi a una pila di saponi sistemati
su un’altra. Era sempre la stessa merce, una settimana dopo l’altra. Anche la
libertà di cui godeva al mercato cominciava a perdere il suo fascino.
Si fermò qualche istante al banco di una bigiotteria per ammirare una collana
di perle nere. Non aveva mai visto perle colore dell’ebano prima d’ora. Chissà
da dove arrivavano. Ne sfiorò una con la punta dell’indice.
“Vedete qualcosa che vi piace, bella signora?” domandò il commerciante.
“Sì, queste sono…” fece per dire Ingrid.
“Stava parlando con me,” la interruppe una giovane dama che le stava al
fianco.
Ingrid sollevò lo sguardo. Doveva essere una nobildonna. Portava un abito
violetto di seta preziosa e intorno alla testa aveva annodata una sciarpa avorio
assolutamente meravigliosa. Indossava un paio di guanti, anch’essi color avorio,
che si intonavano perfettamente alla sciarpa. E ai polsi, braccialetti di perle
bianche. Il viso perfettamente truccato, un profumo che sapeva di rose. Ingrid
aprì la bocca, incantata. Era il genere di donna che incute il rispetto di tutti e
richiama l’attenzione di chiunque. Il tipo di donna che lei voleva essere.
“Che cosa posso proporvi oggi, signora?” le domandò il commerciante. Né
lui né la nobildonna davano più retta a Ingrid.
“Queste!” disse la dama prendendo proprio la collana di perle nere. Non le
aveva nemmeno provate per vedere come le stessero.
Ingrid si allontanò, scoraggiata.
La vita non è giusta. Anche lei sarebbe potuta diventare una donna come
quella, bella, esigente, controllata. Se solo gliene avessero dato la possibilità… I
mezzi. Mezzi che chiaramente non avrebbe mai potuto ottenere fintanto che
fosse rimasta in una capanna ammuffita. Voleva diventare tutto un altro genere
di persona.
“Hai un desiderio, signorina?”
Ingrid continuò a camminare. Chiunque avesse parlato, sicuramente non ce
l’aveva con lei. Questo era chiaro.
“Ti ho chiesto se hai un desiderio che vuoi che io esaudisca.”
Ingrid si voltò.
Chi aveva parlato era un vecchio, la faccia scolpita da vento e intemperie,
una barba scura troppo lunga. Gli occhi grigi la fissavano con vivo interesse.
Ingrid spostò lo sguardo verso il suo banchetto dove era in mostra una gran
quantità di ciondoli di ogni forma e dimensione. C’erano anche specchi, vasetti,
bauletti. E anche certe bottigliette piene di qualcosa che potevano essere spezie.
Alzò di nuovo gli occhi. Il vecchio continuava a fissarla.
“Dite a me?” gli domandò.
“Hai proprio l’aria di chi vorrebbe che i suoi desideri si avverassero,” rispose
lui invece. Indicò la sacca che Ingrid portava in spalla. “Te ne esaudirò uno in
cambio di una delle tue mele.”
Ingrid non era una sciocca. “Volete farmi credere che mi esaudireste un
desiderio in cambio di un frutto?” gli domandò scettica.
Quello fece un vago sorriso e Ingrid si accorse che gli mancavano alcuni
denti. “Proprio così. In realtà, potrei offrirti qualcosa di più della realizzazione di
un semplice desiderio. Ovviamente, se tu lo vuoi. Potrei offrirti di venire a
lavorare da me.”
Ingrid non riuscì a trattenere una risata. “E perché mai dovrei accettare di
venire a lavorare da voi?”
“Per poter finalmente lasciare quella fattoria,” replicò quello. “E cominciare
un nuovo capitolo della tua vita.” Quelle parole interruppero la risata di Ingrid.
“È questo che vuoi, giusto?” le domandò il vecchio. Poi girò intorno al banco e
le si avvicinò. “Posso insegnarti come esaudire ogni tuo desiderio,” concluse.
“Posso darti il potere.”
Ingrid sentì un brivido correrle lungo la schiena. Quello sconosciuto
conosceva i suoi più intimi pensieri. Come ci riusciva? Guardò con più
attenzione la merce esposta sulla bancarella. Vide piume nere, un calderone,
altre bottiglie con delle pozioni. Su alcune era riportato il simbolo del veleno. Si
accorse che la gente che passava davanti a quel banchetto mostrava chiare
espressioni di paura. Era un uomo temuto. E questo le fece scattare una certa
ammirazione.
Poteva essere davvero così? Le dicerie sulla magia nera di cui parlava suo
padre… Era tutto vero?
“E in cambio cosa vorresti?” gli domandò Ingrid cercando di mostrarsi più
sicura di sé di quanto effettivamente fosse.
“Come ti ho detto, ho bisogno di qualcuno che lavori per me,” disse l’uomo.
“Qualcuno che mi aiuti. Un apprendista. Sai com’è, i miei occhi non vedono
come un tempo. La mente invece funziona ancora bene. Ho bisogno di qualcuno
che mi aiuti a preparare certe… cose. In cambio, ti posso insegnare tutto quello
che a mia volta ho imparato in questa vita.” Le prese le mani. Aveva unghie nere
e sudice. Ingrid dovette farsi forza per soffocare il disgusto. “Che ne dici,
giovane Ingrid? Siamo d’accordo?” le domandò.
Non gli chiese come facesse a conoscere il suo nome. Il cuore le batteva
forte. “Sì,” rispose.
Sentì la voce di Katherine. “Ingrid!” la chiamò correndole incontro. Lei
lasciò la mano dell’uomo. Il viso di sua sorella era rosso per l’eccitazione. Il
sorriso le svanì guardando prima Ingrid poi quell’uomo. Ma un istante dopo le
ritornò. “Ti stavo cercando!” esclamò. “Non crederai mai a quello che è
successo. Il re ha chiesto personalmente che le mie mele vengano servite alla
prossima cena reale! Ha detto che le Rossofuoco gli piacciono tantissimo!”
Katherine scoppiò a ridere e prese la mano della sorella. “Oggi è un giorno
magico, non credi?”
“Proprio così,” rispose Ingrid. Ma anziché guardare sua sorella, teneva lo
sguardo fisso sul suo nuovo Maestro. “Oggi è davvero un giorno magico.”
CAPITOLO SETTE

Neve

La regina la voleva morta?


Inconcepibile. Impossibile! Sicuramente aveva capito male le parole del
cacciatore. Però, solo pochi minuti fa, quell’uomo le puntava contro un coltello,
mentre adesso se ne stava inginocchiato e piangeva.
E se avesse detto la verità?
Il cuore le batteva fortissimo. Temeva che da un momento all’altro le
sarebbe uscito dal petto. Il vento aumentava di intensità e le ruggiva nelle
orecchie. Ogni fibra del suo corpo le diceva di andarsene, di scappare. Ma non
riusciva a muoversi, era come se fosse inchiodata al terreno. Tutto questo non
aveva alcun senso. Zia Ingrid vuole uccidermi?
La curiosità prese il sopravvento e la indusse a rimanere. “Perché?” chiese
con voce tremante.
Il cacciatore non sollevò neppure la testa. Non osava guardarla negli occhi.
“È invidiosa di voi,” rispose. “Così come lo era di vostra madre, la passata
regina.” Fece una pausa, come se cercasse con difficoltà le parole giuste. Sospirò
a lungo. Il sospiro si tramutò in singhiozzo. “Vostra madre ha patito lo stesso
destino che la regina voleva per voi,” disse infine.
Sua madre? Neve sentì le ginocchia tremarle. “No! È impossibile!” esclamò.
“È la verità,” confermò il cacciatore, abbassando di nuovo lo sguardo. “Voi
non siete la prima persona che la regina ha voluto eliminare.” Si guardò intorno.
“Mi spiace dovervelo dire, ma la morte di vostra madre è avvenuta per mano di
mio padre,” concluse.
Neve era troppo sconvolta per riuscire a dire una sola parola. Quell’uomo era
chiaramente uscito di senno. Sua madre non era stata affatto uccisa. Sua madre si
era ammalata… È andata così, vero?
Ricordava la voce rotta dal pianto di re Georg mentre le dava la notizia.
Neve si era già coricata e aspettava che la mamma venisse a darle la buonanotte.
Invece era entrato suo padre. Le lacrime gli rigavano il viso. Lei aveva capito
subito che era successo qualcosa di brutto, ma non avrebbe mai immaginato che
la vittima fosse sua madre, quella donna meravigliosa, così forte e piena di vita.
Si erano viste quella mattina, poco prima che la regina cominciasse a occuparsi
delle sue incombenze quotidiane. Tutto come sempre, niente di inusuale.
Katherine era sempre impegnata a incontrare persone provenienti da ogni zona
del regno, per non parlare di quelli giunti da altri Paesi. Dava ascolto alle
richieste e alle preoccupazioni di tutti, mediava i contrasti, cercava di risolvere i
problemi nel momento in cui si presentavano, a partire dalla terribile epidemia
appena esplosa. Aveva dato un bacio sulla guancia a Neve e si era allontanata,
dicendole che sarebbe tornata prima del tramonto. Invece, quella sera stessa, era
morta. L’epidemia in quei giorni infuriava, aveva ucciso un’enorme quantità di
persone nei regni vicini. Aveva un decorso rapidissimo e quasi sempre fatale.
Neve era rimasta scossa, ma non si era mai sognata di mettere in dubbio la causa
dell’improvvisa scomparsa di sua madre…
Guardò di nuovo il cacciatore. Stava dicendo la verità? Era davvero stata zia
Ingrid a uccidere sua sorella? Non era stata la malattia?
Sentì l’impellente desiderio di conoscere tutta la verità fino in fondo. Vale a
dire se la regina Katherine fosse stata davvero tradita da Ingrid, e quindi se
Ingrid avesse rubato una corona che non le spettava. Voleva sapere ogni cosa e
voleva saperlo adesso. Nelle vene le correva adrenalina mescolata alla rabbia.
Non se ne sarebbe andata prima di scoprire cosa era accaduto tanti anni fa.
“Cacciatore, ditemi tutto,” ordinò con voce forte e ferma, come mai aveva
avuto prima d’ora. Sapeva che la situazione era rischiosa. Il coltello era ancora lì
dove era caduto, a pochi metri. “Per favore, signore,” aggiunse. “Mi dovete una
spiegazione.” Sentiva che le mani avevano ripreso a tremarle e cercava di tenerle
ferme.
L’uomo fissava il terreno, non se la sentiva di sollevare lo sguardo. “Vostra
madre è morta per mano di mio padre,” ripeté. “Era lui il cacciatore del castello,
prima che lo diventassi io. Ma il lavoro che svolgeva per conto della regina era
ben più che procurare cibo. Un giorno mi disse che gli era stato assegnato il
compito di uccidere la regina, così che vostra zia potesse sposare vostro padre.”
“No,” singhiozzò Neve. In quel momento vedeva il mondo girarle davanti
come una trottola impazzita. “No!” ripeté con più forza. Voleva con tutta se
stessa che fossero menzogne.
“È così, Vostra Altezza,” confermò l’uomo, con voce tremante. “Mio padre
me lo confessò in punto di morte.” A quel punto il viso sembrò andargli in
briciole. “Ho capito che lui era il suo schiavo personale. Più o meno quello che
poi sarei diventato io,” riprese. “Vostra zia gli disse che se avesse fatto quanto
gli era stato ordinato, una volta salita sul trono, gli avrebbe concesso grande
potere. E lui le credette. È morto lo scorso inverno, non voleva portarsi nella
tomba le azioni malvagie che aveva compiuto. Lo avevano tormentato per tutta
la vita.”
Adesso i suoi occhi fiammeggiavano. “Una volta saputo quello che aveva
fatto a chi avrei potuto raccontarlo? Chi avrebbe potuto credermi?” riprese, come
se si aspettasse davvero una risposta. “Il re era scomparso da tempo. E le cose
che si diceva la regina fosse in grado di fare erano inquietanti. Io ho famiglia,
non me la sentivo di… I poteri di quella donna sono immensi.” Si asciugò con la
mano la fronte madida di sudore. “Ma io non ripeterò gli stessi errori di mio
padre,” aggiunse, deciso. “Nasconderò la mia famiglia in un luogo sicuro, dopo
di che accetterò il mio destino, quale che sia. Ma non le porterò il vostro cuore in
una scatola come fosse un trofeo di caccia.”
Neve serrò gli occhi. Quell’ultima immagine le era insopportabile. La testa le
girava. Come poteva essere possibile? Tutto ciò era semplicemente disgustoso.
Sua madre si era fidata del sangue del suo sangue. Aveva nominato zia Ingrid
sua dama di corte. Era stata madrina di Neve. Le era stata assegnata un’intera ala
del castello. Il suo compito era proteggere sua sorella. E invece lei aveva
ordinato l’impensabile. Le aveva rubato la corona. Il marito. La figlia.
Perché?
Perché lei è la Regina Cattiva, le rispose una voce nella mente. C’era una
ragione precisa per cui la gente aveva coniato quel nomignolo. Sua zia era
davvero una donna spietata. Neve lo sapeva bene. Era questo il motivo per cui
una parte di sé temeva la sua presenza. Neve aveva vissuto a lungo nella sua
ombra, terrorizzata al pensiero che un giorno sua zia potesse stancarsi di lei e la
gettasse per strada. Ma non avrebbe mai pensato che sarebbe arrivata addirittura
a ordinare la sua morte.
“Mi spiace tantissimo, principessa,” concluse il cacciatore. Il suo sguardo
non era più né forte né sicuro. I suoi occhi tristi erano invece colmi di tristezza e
paura. “Sono consapevole delle conseguenze a cui andrò incontro, quando
scoprirà che non ho ubbidito ai suoi ordini,” aggiunse. “Ma non posso uccidervi.
Non continuerò a infangare il nome della mia famiglia.”
L’amatissima regina Katherine, la sua adorata mamma, non c’era più a causa
della rabbia e dell’invidia di sua zia. Come aveva potuto essere tanto cieca? Si
irrigidì. E suo padre? A lui cosa era successo? Era davvero fuggito o sua zia si
era sbarazzata anche di lui? Quanti altri erano morti perché lei non aveva voluto
vedere come stavano davvero le cose?
“Vi prego, Vostra Altezza,” riprese l’uomo. “Voi siete l’ultima speranza
rimasta a questo regno. Siete l’unica in grado di fermare la Regina Cattiva.”
Udirono il rumore del ramo che si spezzava ed entrambi trasalirono. Neve si
guardò intorno. No, non c’era nessuno. Né in quella radura, né nascosto tra gli
alberi. Ma cominciava ad alzarsi la nebbia. Saliva dai boschi e si muoveva come
un serpente in mezzo all’erba.
“Dovete andarvene subito!” urlò il cacciatore. La voce gli era tornata forte.
“La regina… Lei ha occhi ovunque. Potrebbe avervi sorvegliato fin dal primo
momento. Potrebbe sapere tutto. Correte, figliola! Correte! Nascondetevi!
Correte nel bosco! Andate!”
Una nuova sensazione la pervase. Una sensazione con cui non aveva
dimestichezza: la ferma volontà di non soccombere, di sopravvivere. Sua zia si
era portata via sua madre, poi suo padre; adesso voleva anche lei e infine la sua
casa. La Regina Cattiva voleva che tutto fosse suo.
La principessa si mise in piedi davanti al cacciatore e lo guardò fisso negli
occhi. “Non glielo consentirò,” affermò risoluta.
Quindi si lanciò tra la nebbia e gli alberi, scomparendo alla vista.

Quegli alberi spaventosi si somigliavano tutti: decrepiti, privi di corteccia, neri


come le piume di un corvo. Non una sola foglia era rimasta su quei rami
rinsecchiti. Le piante di quella foresta erano morte. I tronchi, massicci e nodosi;
le radici contorte e intrecciate avevano ricoperto completamente il sentiero.
Sarebbe stato facilissimo incespicare e rimanerci intrappolati. Neve faceva
attenzione a non cadere. Temeva che se fosse inciampata non sarebbe stata più in
grado di rialzarsi e nessuno sarebbe mai venuto a cercarla. E se anche qualcuno
fosse venuto, probabilmente sarebbe stato solo per portare a termine il lavoro del
cacciatore. Continuò ad avanzare, sentendo l’aria farsi sempre più fredda e la
nebbia ispessirsi, come una zuppa di piselli, finché non fu più in grado di vedere
praticamente niente. Una cornacchia gracchiò. O forse era un corvo, arrivato lì
per guardarla morire. Che sciocca era stata a mettersi a canticchiare e a pensare a
Henri e ai fiori che avrebbe portato al castello, senza capire che quella strana gita
altro non era che una scusa per condurla alla morte. E adesso? Dove stava
andando, esattamente? Ogni nuova svolta sembrava identica alla precedente.
Forse stava soltanto camminando in circolo.
Udì un rumore e si arrestò. Non era un uccello. Nel fitto della foresta dove si
trovava il vento aveva cessato di soffiare, eppure sentiva lo stesso un suono,
simile a un ululato lontano. Alzò lo sguardo ma la nebbia e la volta di rami
intrecciati le impediva di vedere perfino il cielo. Ascoltò più attentamente e si
domandò con angoscia se quelle non potessero essere le voci degli spiriti. Gli
spettri delle anime perdute, come adesso era lei, condannati a vagare per
l’eternità nella foresta.
Abbi fiducia in te stessa, Neve. Non esistono gli spiriti.
L’unica cosa che ti perseguita è il tuo passato.
Man mano che si immergeva nel profondo della foresta, tutto intorno si
faceva sempre più buio. Quegli alberi non le piacevano nemmeno un po’. Alcuni
erano completamente marciti e presentavano buchi sui tronchi simili a orbite
prove di occhi. Ebbe l’inquietante sensazione che la fissassero. Sapeva che era
un pensiero sciocco e, tuttavia, ne era impaurita. A un certo punto, sbatté contro
un albero che aveva due cavità enormi, simili a occhi profondissimi. Un’altra
cavità pareva una bocca spalancata in un urlo muto. Si rialzò con fatica, si
allontanò e infine cominciò a correre. Il terreno però era instabile e così
sprofondò dentro una fossa che voleva inghiottirla. Neve precipitò urlando
dentro quell’abisso oscuro, finché arrivò sul fondo melmoso di quella che
sembrava una caverna sotterranea mezza allagata. Cercò di rimettersi in piedi
prima possibile e provò a uscire. In quel momento vide due ombre avvicinarsi
strisciando verso di lei. Che cos’erano? Forse semplici pezzi di legno. E se
invece erano coccodrilli? Cercò di accelerare i movimenti e uscire alla svelta, ma
gli abiti erano inzuppati di acqua e fango ed erano diventati pesantissimi.
Quando finalmente raggiunse il bordo della fossa e riuscì a tirarsi su, sentì di
essere ancora in trappola. Dov’era finita? Dentro una caverna?
Neve si spostò dal viso i capelli fradici e si guardò intorno cercando di
abituare la vista all’oscurità. Che cos’era quella luce in alto? Un’apertura, forse.
Riusciva a scorgere le sagome degli alberi. Sì, forse era una via d’uscita! Corse
verso quel punto, sentendo che riprendeva di nuovo a respirare. Il mondo si
apriva di nuovo. Ma un piede le si impigliò e Neve cadde pesantemente sulle
ginocchia. Le mani adesso erano affondate nel fango. Voltò lo sguardo e vide la
lunga radice dell’albero in cui il piede si era incastrato. Cercò di liberarsi dando
una serie di strattoni finché udì il suono di uno strappo. Anche la gonna le si era
impigliata in un ramo attorcigliato. Era come se quell’albero volesse
imprigionarla per sempre in quella foresta.
Forse, a questo punto, la cosa migliore era lasciarsi andare e abbandonarsi al
destino.
La rabbia che fino a poco prima aveva provato nei confronti di sua zia, del
cacciatore, e anche di suo padre e di sua madre per non essersi resi conto di chi
davvero fosse Ingrid, stavano lasciando spazio alla rassegnazione. Era sola al
mondo, questo era del tutto ovvio. Ed era stata ingenua al punto da fidarsi del
suo più terribile nemico. Non le restava che piangere.
Neve sollevò la testa e si guardò intorno. Di nuovo quel suono, simile a un
sospiro lontano. Sembrava il frusciare delle foglie, sempre che vi fossero ancora
foglie in quel bosco. I rami erano completamente spogli e la terra brulla. Ebbe la
sensazione che il vento la stesse seguendo. Era la sua mente a giocarle strani
scherzi? Chiuse gli occhi e si mise in ascolto.
Sentì una voce che diceva: Adesso ti prendo! Era la voce di sua madre. Vide
se stessa, bambina, correre lungo i vialetti del giardino del castello, vicino alla
voliera. Ecco, ti ho preso! Tanto ti prendo sempre! Era sempre sua madre a
parlare.
Poi sentì un’altra voce. Principessa, se la regina ti vede, ti condannerà a
lavare i piatti per l’eternità, qui accanto a me! diceva questa.
Non c’era nessuno, ma Neve riconobbe quella seconda voce. Era la signora
Kindred, la cuoca del castello, una delle poche persone scampate all’epurazione
di massa voluta da zia Ingrid. Fintanto che sua madre era viva, l’aveva sempre
incoraggiata a dimostrarsi gentile verso quelli che aiutavano la vita al castello.
La signora Kindred era una delle persone con cui Neve si fermava più volentieri
a chiacchierare.
Quando aveva sei o sette anni rimaneva ore e ore seduta in cucina a
guardarla affettare cipolle, carote e porri. Metteva poi tutte le verdure in un
grande pentolone e accendeva il fuoco. Negli anni successivi Neve e la cuoca
avevano avuto sempre meno occasioni per vedersi e scambiare due parole.
Sospettava che zia Ingrid avesse espressamente proibito alla donna di parlarle.
Ma quando era bambina le piaceva un sacco riempirla di domande (“Come
fai a tagliare le carote così piccole, signora Kindred? Come mai dentro i porri c’è
la terra, signora Kindred? Quali spezie stai mettendo nel brodo, signora
Kindred? Come fai a sapere quanto sale devi mettere, signora Kindred?”).
Finché un pomeriggio Neve l’aveva a tal punto sfinita con la sua curiosità che la
cuoca l’aveva presa e sistemata davanti al pentolone, così che potesse girare
personalmente il brodo. Le aveva anche insegnato a tagliare gli ortaggi a cubetti
e a fettine, così la bambina si era convinta di avere preparato personalmente la
cena con le sue mani. E quanto era contenta di mettere i piatti in tavola!
Si muoveva con grande lentezza, senza rendersi conto che i commensali
cominciavano a lamentarsi del servizio. Che, poi, i commensali erano i suoi
genitori e sua zia. Neve pensava che la sua fosse una famiglia felice. Tutti i suoi
ricordi erano sempre belli, ma non questa volta. Adesso quel lontano ricordo le
apparve per la prima volta sotto una nuova luce.
Nessuno si era accorto di lei. I suoi genitori erano seduti uno accanto
all’altra. Sua zia stava di fronte a loro. Solitamente si scambiavano pareri sulla
cena, apprezzando i piatti che gustavano. Stavolta invece erano tutti troppo
arrabbiati per accorgersi che la piccola era entrata. Non aveva mai sentito zia
Ingrid urlare in quel modo, né rivolgersi con quel tono a suo padre. Stavano
litigando su qualcosa. In quanto dama di compagnia di sua madre, Ingrid si
teneva sempre qualche passo indietro rispetto al re e alla regina. Nelle occasioni
pubbliche, attendeva istruzioni e parlava solo quando interrogata. Certo, Neve li
aveva visti diverse volte conversare in privato in tono più informale. E, tuttavia,
c’era sempre una sorta di muro invisibile ma impenetrabile che divideva Ingrid e
Georg. Non capiva perché mai sua madre le avesse chiesto di essere la sua dama
di compagnia, visto che suo padre e sua zia si detestavano tanto.
E non capiva nemmeno come avesse fatto lui alla fine a innamorarsi proprio
di una donna come zia Ingrid. Il ricordo di quella sera adesso le rafforzava la
convinzione che qualcosa non andasse tra loro due. Zia Ingrid e suo padre erano
furibondi, urlavano uno contro l’altra. Adesso avrebbe tanto voluto sapere
perché.
Le passarono davanti agli occhi altre immagini di sua madre e di sua zia.
Katherine stava per indossare una gonna blu ricamata con cristalli. La portava
nelle cerimonie ufficiali. Sua zia le pettinava i capelli per un tempo che pareva
infinito e intanto parlavano degli appuntamenti e degli impegni quotidiani della
regina. Era solo una messinscena, una finzione messa in atto da zia Ingrid?
Aveva programmato di uccidere sua sorella fin dal primo momento che aveva
messo piede al castello? O forse da prima ancora? Ma loro due erano sorelle!
Neve non aveva fratelli né sorelle e, tuttavia, non riusciva a immaginare come
fosse possibile odiare a tal punto qualcuno che aveva il tuo stesso sangue.
Udì un altro fruscio. Erano gli spiriti o solo la sua immaginazione? Cercò di
mettersi in piedi ma aveva piede e gonna impigliati.
Pensi di essere intelligente, vero?
Adesso era la voce di suo padre che si prendeva gioco di lei. Lo vedeva
seduto sul trono in attesa di un ospite. Lei e sua madre organizzavano in
continuazione scherzi spassosi. Si chiamavano apposta con nomi sbagliati. Lei lo
chiamava Fritz, e lui la chiamava Ediline. Poi fingevano di arrabbiarsi perché
sbagliavano i nomi. Una volta Neve era riuscita a convincere un importante
dignitario in visita al regno che suo padre si chiamasse davvero Fritz. Lei e la
mamma si erano nascoste nella sala del trono per godersi lo scherzo.
“Solo tu, mia cara Ediline, riesci a farmi ridere così,” le diceva suo padre.
“Sei la luce dei miei occhi.”
“La luce di entrambi,” diceva sua madre.
Zia Ingrid non prendeva mai parte a quegli scherzi.
Neve si coprì il viso con le mani e si lasciò andare al pianto. Piangeva per i
suoi genitori, per se stessa, per la vita che zia Ingrid le aveva rubato. Anziché
esigere chiarimenti riguardo dove fosse finito suo padre o chiederle la ragione
della chiusura dei cancelli del castello, aveva preferito guardare altrove. Aveva
permesso che sua zia cacciasse gran parte dei collaboratori dei suoi genitori, non
chiedeva mai spiegazioni sul fatto che rimanesse giorni e giorni chiusa nelle sue
stanze. Perché le aveva concesso di interrompere gli scambi commerciali con i
regni confinanti? Perché le aveva concesso di esigere pesantissime tasse alla
popolazione? Perché aveva consentito che la sua gente vivesse nel costante
terrore? A differenza di quanto fatto dai suoi genitori, lei aveva lasciato avvizzire
il regno, ormai divenuto simile a questo bosco stregato.
Nella classifica delle principesse, lei era agli ultimi posti.
Le lacrime le rigavano le guance.
E così, hai deciso di arrenderti.
Neve si asciugò le lacrime e riuscì a mettersi seduta. “Mamma?” domandò
guardandosi intorno.
Sì, quella era la voce di sua madre, e le arrivava forte e chiara. Ma lei non
c’era. Era solo un altro ricordo. Un’altra memoria il cui unico scopo era
spezzarle il cuore.
E così, hai deciso di arrenderti, diceva sua madre. Ma quando lo aveva
detto? A chi lo aveva detto?
Cercò di ricordare dove sua madre avesse pronunciato quelle parole. Finché
se ne ricordò. Neve stava viaggiando a bordo della carrozza reale. Ricordava la
sensazione della mano di sua madre che stringeva la sua. C’era stato uno
scossone improvviso, dopo di che il veicolo si era arrestato bruscamente. Fuori si
sentivano grida, le guardie erano scese velocemente dalla carrozza, c’era gente
che correva.
Sua madre si era sporta per guardare dal finestrino. “No!” aveva urlato.
“Lasciate andare quella donna!” Si era voltata verso la figlia. “Rimani qui,
Neve,” le aveva detto.
Ma lei era troppo curiosa, e così era scesa dalla carrozza e aveva raggiunto la
madre. Le guardie stavano davanti a una donna anziana e le urlavano contro. La
regina aveva allontanato i soldati e si era chinata sulla vecchia. A prima vista
non sembrava ferita, ma aveva l’aria triste. Anche gli indumenti che indossava lo
erano: laceri e rattoppati, più o meno come sarebbero stati quelli di Neve, di lì a
qualche anno. Al suo fianco c’era un cestino vuoto. Una mela marcia era rotolata
nel fango.
“Chiederò alle guardie di accompagnarvi fino a casa,” le aveva detto la
regina. “Dove vivete?”
“Io non ho casa, mia regina,” aveva risposto la donna. “La terra è la mia
dimora e da essa io traggo ciò di cui ho bisogno.”
“Vostra Maestà, dobbiamo rimetterci in viaggio,” aveva detto una guardia,
interrompendo la conversazione.
La regina non si era mossa. “Non prima che io abbia finito di parlare con
questa donna,” aveva replicato con tono severo. Si era poi rivolta di nuovo alla
mendicante. “Il mondo è un posto meraviglioso,” le aveva detto. “Ma sarei felice
se vi potessi dare dei vestiti caldi da indossare e qualcosa da mangiare.” Si
diresse velocemente verso la carrozza. Prese il cesto delle vivande che portava
sempre durante i viaggi brevi. Neve sapeva che quel cestino era sempre pieno di
cibo e che raramente veniva consumato tutto. “Prendete,” aveva detto la regina.
Poi si era slacciato il mantello. “Prendete anche questo. Vi terrà calda durante il
vostro cammino.” Neve aveva guardato sbalordita la madre abbracciare quella
donna. “Vi auguro il meglio, carissima amica.”
“Dio vi benedica, mia regina,” aveva risposto la vecchia. Neve e la mamma
erano tornate a bordo della carrozza. Avevano guardato dal finestrino per
salutarla, e la marcia era ripresa.
“I piccoli gesti di cortesia sono importanti,” le aveva detto sua madre. “Un
tempo mi trovavo nelle stesse condizioni di quella donna. Io vengo dal niente.”
“Io non so cosa farei se non avessi niente,” aveva replicato la piccola Neve.
Sua madre le aveva sollevato il mento con la mano guardandola dritto negli
occhi. “E se quel giorno dovesse arrivare che cosa farai? Ti arrenderai? No. Tu
andrai avanti così come ho fatto io. Io non mi sono mai arresa, finché ho trovato
qualcuno che mi ha aiutato.” Si era poi abbassata in modo da poterla guardare
negli occhi. “Ricorda sempre il tuo passato, Neve,” le aveva detto. “Il tuo
passato ti consiglierà le decisioni giuste per affrontare il futuro. Ma, rammenta:
non ti arrendere mai.”
Quel ricordo la turbava. Sapeva che sua madre era sempre stata generosa e
gentile con tutti, ma aveva dimenticato quell’episodio. Malgrado fosse stato un
momento assai importante.
L’aria si fece ancora più fredda. E lei udì un’altra voce.
Le tue lacrime non cambieranno il tuo destino!
Questa era la voce di zia Ingrid. Si era rivolta così a Neve il giorno in cui suo
padre era scomparso… Cacciato, ucciso, chi poteva saperlo? Neve si rifiutava di
uscire dalla sua camera e cenare insieme a lei. Sua zia l’aveva mandata a
chiamare un paio di volte ma la piccola non si decideva a venir fuori. Era troppo
triste. Ed ecco che, anziché consolare la bambina, zia Ingrid era andata su tutte le
furie. Aveva spalancato la porta e le aveva riversato contro tutta la sua rabbia.
Quanto era diversa da sua madre. Fu in quel momento che Neve si pose una
fondamentale domanda: era davvero questa la donna che d’ora in avanti avrebbe
governato il regno? Una donna le cui parole crudeli e i cui gesti sembravano
intrisi di veleno? Non avrebbe dovuto essere Neve quella chiamata
legittimamente a regnare in assenza del padre? L’età l’aveva. Il regno di suo
padre era iniziato quando lui aveva appena sedici anni, ossia un anno meno di
quanti ne avesse lei oggi. Sua madre non aveva mai dimenticato le proprie
origini. Lo avrebbe forse fatto Neve? Sarebbe rimasta lì, sdraiata in mezzo
all’erba e si sarebbe arresa? Avrebbe rinunciato al trono che le apparteneva di
diritto?
Oppure avrebbe compreso e accettato l’insegnamento dei suoi genitori e
avrebbe cercato di cambiare il proprio futuro?
Vuoi davvero arrenderti? No. Tu andrai avanti così come ho fatto io.
Neve strinse i denti e usò tutta la forza che le era rimasta per liberare il piede
impigliato nei rami. Lo piegò, lo tirò e finalmente riuscì a divincolarsi. Quindi si
rimise in piedi, lasciando che il meraviglioso abito indossato appena quella
mattina si scucisse. Era solo un vestito. Se ne sarebbe procurato un altro. Fece un
bel respiro e si rimise in marcia.
Avrebbe camminato finché l’oscurità non avesse ceduto alla luce del nuovo
giorno. Non importa quanto ci sarebbe voluto.
CAPITOLO OTTO

Ingrid

“Concentrati,” le ordinò il Maestro.


Ingrid eseguì. Chiuse gli occhi, bloccò tutti i rumori e i suoni del mondo.
Riusciva ad avvertire il suo stesso respiro alzarle e abbassarle il petto. Aspettò di
sentire le punte delle dita e perfino il peso delle dita dei piedi, prima di
immaginare ciò che voleva che succedesse.
Luce! Luce! si ripeté mentalmente. Quando riaprì gli occhi vide davanti a lei
una candela accesa. Pochi istanti prima quella fiammella non c’era.
“Bene, brava,” approvò il Maestro. Erano entrambi in piedi, al centro del
laboratorio, già al lavoro ancora prima che la bottega aprisse. Prima dell’orario
di apertura e dopo quello di chiusura, e poi anche la domenica, quando tutti
rimanevano a casa, lui le insegnava tutto ciò che sapeva su magia e incantesimi.
Ingrid ascoltava attentamente e imparava tutto, beveva quelle parole come il più
squisito degli elisir. Non aveva mai avuto la possibilità di imparare tanto e in
quel modo. Tutto ciò che suo padre le diceva era di preparargli da mangiare e
rimanere fuori dai piedi. Tutto ciò di cui Herbert, il contadino, si preoccupava
era il suo raccolto. Invece il Maestro le stava nutrendo l’anima.
Katherine era rimasta sconvolta quando durante la cena Ingrid le annunciò
che avrebbe lasciato il lavoro alla fattoria. Ne aveva trovato un altro al villaggio.
Non aveva detto di cosa si trattasse né Herbert glielo aveva chiesto. Ingrid
sosteneva che fosse un’ottima opportunità per lei e che presto avrebbe potuto
consentirle di lasciare quella casa e trovarsene una per conto suo. Herbert parve
felice della notizia. A lui Ingrid non era mai piaciuta. Almeno, non quanto gli
piaceva Katherine.
In cambio del permesso di abitare lì insieme a sua sorella, Ingrid gli promise
che gli avrebbe versato la metà di quanto avrebbe guadagnato. Ingrid odiava
dover dividere il suo denaro, ma il Maestro non aveva spazio per ospitarla né lei
aveva intenzione di dormire sul pavimento del laboratorio. Sarebbe stato difficile
lasciare ogni sera la vita e l’energia del villaggio per tornare a quella fattoria
triste e deprimente. Ma c’era anche il lato positivo: Ingrid avrebbe continuato a
vivere insieme a sua sorella. Così, si rassegnò a fare avanti e indietro ogni
giorno, sognando il momento in cui avrebbe potuto aprire una sua bottega
personale e lasciare finalmente la fattoria di Herbert. A quel punto, avrebbe
ovviamente portato con sé anche Katherine. Non avrebbe mai e poi mai
abbandonato sua sorella.
“Concentrati sulla fiamma della candela,” le ordinò il Maestro. “Prova ad
aumentarne l’intensità. Crea una fiamma più grande!”
Ingrid si concentrò, focalizzò il pensiero sulla fiamma, visualizzò
mentalmente il suo obiettivo. La fiammella cominciò ad avvoltolarsi su se stessa
come un ciclone. Si creò una spirale sempre più grande, che si alzò fino quasi a
sfiorare le travi del soffitto. A quel punto Ingrid e il Maestro temettero che
l’intera casa sarebbe andata a fuoco, finché il Maestro ordinò alla fiamma di
spegnersi e così, un istante dopo, il laboratorio piombò di nuovo nel buio pesto.
“Penso che per oggi basti così,” annunciò il Maestro. La voce sembrava
tremargli un po’.
“Ma abbiamo appena iniziato!” protestò Ingrid.
“Tu vuoi sempre affrettare le cose,” ribatté lui severo. Andò a rimettere sullo
scaffale i libri che Ingrid aveva aperto. Quei volumi erano pieni zeppi di formule
magiche che la ragazza voleva imparare prima possibile e tutte insieme: filtri
d’amore, pomate per rendere la pelle bianca come il latte, incantesimi per
diventare bellissimi. Ogni giorno che passava, Ingrid bramava di possedere quel
tipo di potere, sempre di più. Il continuo andirivieni dal villaggio alla fattoria le
aveva bruciato il viso. Le mani erano rovinate e screpolate dal lavoro nel
laboratorio. Proprio come quelle di sua sorella, che in più aveva tutti i vestiti
macchiati di mela. E, tuttavia, un sacco di ragazzi avevano cominciato a notare
Katherine, mentre Ingrid ogni giorno che passava si sentiva sempre più una
vecchia megera. Alla fattoria di Herbert non si presentavano mai spasimanti che
chiedessero di lei. Tutti volevano Katherine.
Be’, lei non aveva bisogno dell’aiuto del contadino. Non aveva bisogno
dell’aiuto di nessuno. Tutto ciò di cui aveva bisogno era un incantesimo fatto
bene.
“Riprenderemo a lavorare dopo avere sbrigato le faccende,” disse il Maestro.
“E solo dopo che i clienti se ne saranno andati.” Le avvicinò una cassetta piena
di ampolle da pulire e da riempire poi di vari elisir. “Non essere impaziente,
Ingrid,” aggiunse. Si avvicinò zoppicando alla porta e tolse il lucchetto.
Era un rimprovero che le faceva di continuo: lei non aveva pazienza. Era
assolutamente vero.
Ingrid voleva sapere tutto sulla magia. Voleva sapere tutto ciò che lui sapeva.
E voleva saperlo adesso.
Il campanello della porta suonò. Entrò una donna dai capelli grigi e crespi, il
primo cliente della giornata. La ragazza sospirò e si accinse a pulire le ampolle.
Una volta che i clienti avessero cominciato a entrare chiedendo chi del succo di
barbabietola e chi un po’ di ambrosia, le sarebbe rimasto ben poco tempo.
Avrebbe dovuto servire la clientela e tenere la bottega pulita. Tutto qui. Mise sul
fuoco un’infusione il cui effetto era ringiovanire lo spirito. L’ultima volta che lo
aveva fatto lo aveva venduto tutto nel giro di una giornata.
Per essere una bottega avvolta dal mistero, aveva un gran bel giro di
clientela. C’era chi arrivava da lontano. Alcuni ottenevano di parlare con il
Maestro in privato, non si fidavano a chiedere a un’apprendista quello di cui
avevano bisogno. E quelli erano i clienti che lei detestava più di tutti. E odiava
anche il lavoro inutile che un’apprendista era tenuta a fare, vale a dire pulire,
sistemare la merce usata in maniera impropria, spazzare per terra e così via. Lei
non era una domestica né una serva. Non le interessava che avesse lavorato poco
o tanto in quella bottega. Lei voleva essere trattata come il suo Maestro, anche se
per ottenere quel genere di credibilità occorreva tempo.
Ecco di nuovo l’impazienza che la tormentava.
Il Maestro la chiamò. “Miss Yvonne e io oggi abbiamo delle commissioni da
fare,” le disse. “Andiamo a cercare certe erbe.”
“Prendo il mantello e vi accompagno,” propose Ingrid. Anche lei aveva
bisogno di alcune erbe particolari per realizzare una crema per il viso che le era
venuta in mente, un prodotto che le avrebbe regalato una pelle liscia e luminosa.
“No, tu resti qui,” rispose il Maestro freddamente. Indossò una mantella con
un cappuccio che gli copriva il viso. Miss Yvonne fece lo stesso e Ingrid non
riuscì a non sbuffare. “Devi badare alla bottega,” aggiunse. “Noi torneremo
presto.”
Non tornarono affatto presto. Il sole era già alto e nessun cliente era ancora
entrato. Ogni minuto che passava Ingrid si incupiva sempre di più per non avere
avuto il permesso di accompagnarli. Perché il suo Maestro cercava di frenare il
suo impeto anziché insegnarle tutto ciò che sapeva? Glielo aveva promesso. Non
era forse lei l’erede di quella bottega? Non era logico che lei imparasse tutto
quello che c’era da sapere sulla magia in modo che entrambi ne traessero
beneficio? Perché non le permetteva di sviluppare le sue capacità come lei era
certa di poter fare?
Il Maestro teme il tuo potere. Ecco perché mi ha nascosto così che tu non mi
possa vedere.
Ingrid si voltò di scatto. “Chi ha parlato?” domandò, impaurita.
Vieni a cercarmi ed esaudirò ogni tuo volere. E saprai tutto ciò che devi
sapere.
Di chi era quella voce? Dove si nascondeva? Lo avrebbe scoperto; quella
bottega non era poi così grande. Controllò gli scaffali zeppi di libri, bottiglie di
pozioni, urne, fiale. C’erano anche due o tre topi e uccelli vivi, che di tanto in
tanto il Maestro usava per produrre certi incantesimi. Chiunque fosse stato a
parlare, non poteva certo essere uno di quegli animali.
“Rivelati!” ordinò Ingrid. La sua voce tonante fece riaccendere la candela
che il Maestro aveva spento poco prima.
Tu sei il lampo al centro della tempesta. La tua forza è sempre desta. Io
posso offrirti il destro affinché tu diventi il tuo stesso Maestro.
Ingrid continuava a cercare ma non riusciva a capire da dove arrivasse quella
voce. Dopo aver frugato in lungo e in largo nel negozio entrò nel retrobottega.
C’era una gran quantità di oggetti accatastati alla rinfusa. Alcuni erano rotti, altri
inservibili. Il Maestro non si era mai preoccupato di dirle di cosa si trattasse. Si
limitava a ripetere che prima o poi quella roba andava sistemata, ma che
occorreva stilare un catalogo. Gli oggetti dotati di potere oscuro non potevano
essere semplicemente ammassati da qualche parte né gettati via come fossero
immondizia. “La magia infranta è il tipo peggiore di magia,” le aveva detto una
volta.
Nemmeno lì dietro sembrava esserci nessuno, eppure il suo istinto le diceva
che il fantasma che aveva parlato non poteva essere lontano. Si avvicinò alla
libreria in fondo alla stanza. Tolse la polvere da uno scaffale e spinse una mano
fino in fondo. Si aspettava di toccare la parete. Invece trovò una rientranza che
nascondeva un’apertura. Spostò con attenzione la libreria e vide dei vecchi cenci
che ricoprivano qualcosa. Li spostò e trovò… uno specchio! Uno specchio?
Il vetro era talmente sporco che sembrava affumicato. La lastra non
sembrava rotta. La cornice dorata, però, decorata con due serpenti che si
aggrovigliavano uno intorno all’altro, era piuttosto rovinata. La vernice era
scrostata, ma era chiaro che un tempo quell’oggetto doveva essere stato
meraviglioso. Ingrid non capiva perché il Maestro avesse lasciato un manufatto
del genere nella più totale incuria.
Non temere la magia. Di essa abbi sempre fame. Affidati a me. Sarai la più
bella del reame.
Dalla lastra di vetro improvvisamente fuoriuscì del fumo e Ingrid fece un
balzo all’indietro per lo spavento. La voce quindi proveniva dall’interno dello
specchio. E, cosa ancora più impressionante, sembrava le leggesse nella mente.
Come poteva riuscirci?
“Il tuo destino non è segnato,” annunciò lo specchio con voce cupa. “Tocca
il vetro e tutto ti sarà svelato.”
Ingrid appoggiò il palmo della mano sulla fredda lastra e avvertì
un’improvvisa e acutissima fitta che le si propagò lungo il braccio. Nonostante il
dolore, non tolse la mano, e, tenendola appoggiata, riuscì a vedere il viaggio
dello specchio: vide che era stato forgiato nella lava, e poi vide figure
incappucciate che gli si radunavano intorno. Recitavano una litania di formule
magiche mentre lo specchio si raffreddava e prendeva forma. Vide un grosso
albero proveniente da quella che chiamavano Foresta Stregata essere abbattuto.
Dal tronco veniva ricavata la cornice, su cui erano intagliati simboli e figure di
serpenti. Le figure incappucciate lo trasportavano con estrema cautela nel fitto
della foresta, dove ritornavano per prendersene cura ed entrare in comunicazione
con lui. Quei cappucci impedivano a Ingrid di riconoscere i volti. Erano davvero
tanti e tutti si radunavano intorno allo specchio cantilenando nenie misteriose.
Dal suolo scaturivano lingue di fuoco che si dirigevano verso la parete di roccia
dove lo specchio era stato appoggiato.
Ingrid sentì che lo specchio era in qualche modo compiaciuto da quello
sfoggio di devozione, ma che allo stesso tempo desiderava qualcosa di più.
Voleva avere un compito. Una delle figure incappucciate sembrava avere
compreso quella richiesta. Anche lei voleva qualcosa di più. La bellezza. La
Fonte della Gioventù. L’immortalità. Lo specchio gliela offrì, ma tutto ha un
prezzo.
La figura incappucciata si rivelò essere una donna. A ogni visita allo
specchio, la donna ringiovaniva ed era sempre più felice. Ma ben presto la sua
bellezza causò litigi e alterchi. Qualcuno disse che quello specchio fosse
malvagio. Minacciarono di distruggerlo. L’immagine successiva che Ingrid vide
fu una scena di morte: la donna che aveva amato lo specchio adesso giaceva
priva di vita. Una delle figure incappucciate prese lo specchio e lo portò in
quella bottega e supplicò il Maestro. “Questo oggetto è pericoloso e deve essere
nascosto,” gli disse.
“Farò in modo che nessuno possa affidarsi a lui,” rispose lui. Ingrid era
sorpresa. Le immagini si fecero confuse per poi scomparire.
“C’è molto altro da vedere…” riprese lo specchio. In quel momento, la
ragazza si rese conto che sul vetro, benché offuscato dalla nebbia, si delineavano
strane forme viola e nere che serpeggiavano come lingue di fuoco. Era un viso
quello che la stava fissando? Era la sua immagine riflessa o quella di qualcun
altro? Forse una maschera? Difficile da dire. Sembrava un’ombra. Ne era
incantata, affascinata.
“Cos’altro c’è da vedere? Mostramelo,” sibilò Ingrid.
“Quando la mia linfa vitale sarà rinnovata, te lo mostrerò,” rispose lo
specchio con voce sempre più flebile.
Linfa vitale? Ingrid sentì che la magia dello specchio si stava affievolendo.
Non poteva permettere che ciò accadesse. “Cosa devo fare?” domandò, temendo
che fosse già troppo tardi. Quello specchio era l’oggetto più potente in cui si
fosse imbattuta. Non poteva farlo morire.
“Una pozione di belladonna e mandragora dovrai preparare. Fa’ in fretta o la
magia tra poco scompare.”
La voce si affievoliva sempre di più. Ingrid corse nell’altra stanza, trovò gli
ingredienti che lo specchio aveva indicato, aggiunse il tonico per ringiovanire la
pelle. Sperava che fosse ancora attivo. Mescolò tutto e ritornò nel retrobottega in
cerca di qualcosa per applicare il preparato sullo specchio. Il vetro era già
diventato opaco. Prese uno straccio da una pila di panni puliti già ripiegati, lo
inzuppò nella pozione e la applicò sulla lastra. Bagnò anche la cornice.
Lo specchio stava sempre zitto, silenzioso. Per un istante Ingrid temette di
essere arrivata troppo tardi. Si accovacciò e attese. Poi lo specchio mandò un
bagliore simile a una brace che stesse per riaccendersi. La stanza si riscaldò
rapidamente, tanto che Ingrid temette di nuovo che il negozio sarebbe andato a
fuoco. Ma poi la luce si affievolì e il vetro cominciò a lanciare ombre roteanti
nere e viola. La cornice, che solo un momento prima era arrugginita, riprese a
risplendere. Di lì a poco il vetro divenne di nuovo lucido come cristallo. La
maschera si rivelò.
“Ingrid,” esclamò lo specchio. La voce era tornata forte. “Da oggi il mio
Maestro sarai tu. Io e te siamo una cosa sola e niente potrà separarci più.”
Maestro? Che cosa aveva fatto toccando quell’oggetto? “Ma il mio Maestro
ti ha nascosto per qualche buona ragione,” obiettò Ingrid. “E io non sono certa di
poterti liberare.” Non le piaceva quel tono impaurito che le era uscito. Stava
parlando con uno specchio. Tutto ciò era assurdo.
“Il mio vetro è forse rotto, da quanto puoi vedere?” domandò lo specchio.
“Un fiume riprende a scorrere quando la pioggia torna a cadere. Non sono
infranto e nemmeno scheggiato. Anzi, per tuo merito io sono risvegliato.” La
voce si faceva sempre più forte. “Poni una mano sul vetro, di nuovo lucido e
puro. Dimentica il passato, io sono il tuo futuro.”
Ingrid toccò di nuovo lo specchio e sulla lastra comparve una nuova
immagine. Questa volta dentro quella immagine c’era lei! Si vide all’interno di
una stanza lussuosa, come mai ne aveva avuta una. Sedeva su un trono,
indossava magnifici abiti e gioielli ben più preziosi di quelli dei nobili che ogni
tanto si vedevano al villaggio. L’immagine cambiò. Ora Ingrid era in una stanza
piena di gente. Dava ordini a un gruppo di guardie. E quindi eccola a un balcone.
Stava parlando. In ogni scena c’era sempre lei, e ogni volta era più giovane e
bella di prima, assai più bella di quanto non fosse mai stata. L’ultima immagine
era potentissima. Improvvisamente, sulla testa le si era materializzata una
corona. Ingrid era giovane, bella, piena di energia e potente. Fece un passo
indietro e dovette soffocare l’emozione. “Posso davvero diventare regina?”
esclamò, incredula.
“Questo fatto è più che sicuro,” rispose lo specchio. “C’è la corona nel tuo
futuro.”
Era ciò che aveva sempre desiderato: il potere, l’attenzione di tutti, il
rispetto. E chi possedeva tutte queste cose se non una regina? Re Georg era
giovane, non era fidanzato né promesso sposo. Forse c’era lui nel suo destino.
Forse era questo che lo specchio le stava dicendo… Sempre ammesso che fosse
vero.
“Questo sarà per te il mio impegno,” confermò l’oggetto magico. “Tua sarà
la corona, il trono e anche il regno.”
Ingrid esitò per un breve istante, poi appoggiò di nuovo la mano sullo
specchio. Sentì una nuova fitta di dolore, poi il braccio le si intorpidì, ma non si
materializzò alcuna visione. Qualcosa non stava funzionando. Tolse la mano e si
guardò il palmo, su cui era comparso un segno. Sembrava una bruciatura. Ma
prima che potesse osservarlo meglio, il segno svanì. E, insieme a lui, sparirono
anche i calli e la sporcizia che non era mai riuscita a lavare via del tutto. Le
rughe e le screpolature dovute al duro lavoro e alle intemperie si lisciarono,
restituendo alla mano una lucentezza totale. Era scomparsa anche una vena
dall’aspetto non proprio piacevole. Ingrid lanciò un grido di sorpresa e di
sollievo. Guardò lo specchio: voleva che anche l’altra mano subisse lo stesso
trattamento di bellezza.
“Ogni tuo desiderio sarà esaudito,” disse lo specchio, leggendole nei
pensieri. “Affidati a me, regina, e il tuo potere sarà infinito.”
Regina. Riusciva già a vedersi, a sentire la sensazione. Proprio in quel
momento, sentì la porta aprirsi.
“Ti tirerò fuori da qui,” promise allo specchio. “Tornerò da te più tardi. Non
permetterò a nessuno di distruggerti.”
Lo specchio fece di nuovo silenzio. Per essere certa che rimanesse in un
posto sicuro, Ingrid lo spostò in un altro punto della stanza e lo nascose dietro un
grande quadro su un’altra parete. Quella sera, dopo l’orario di chiusura, avrebbe
detto al Maestro che aveva da sistemare certe cose e quindi doveva tornare alla
bottega. In seguito avrebbe deciso dove sistemarlo in attesa di portarlo con sé. Il
campanello sul bancone suonò. Era entrato un cliente. Il Maestro non suonava
mai: lui si limitava a chiamarla a gran voce. Il campanello suonò una seconda
volta. Sì, era proprio un cliente. Un cliente seccatore.
Ingrid si ripulì le mani: una era ancora sporca, ma l’altra risplendeva di una
bellezza ritrovata, la bellezza adatta a una futura regina. Andò di là. “Posso
aiutarvi?” chiese, ancora prima di vedere chi fosse.
“Sorellina!” esclamò Katherine correndole incontro per abbracciarla. “Non
puoi credere a quello che è successo!” Sua sorella sventolava un foglio di carta
color crema. “Ho ricevuto un invito al ballo in maschera del castello!”
“Tu?” balbettò Ingrid. Prese la pergamena. “Il Re Georg cortesemente vi
invita…” cominciò a leggere. Il sovrano invitava quella sciocca di sua sorella a
un ballo? Lo stomaco le si contrasse, insieme alle sue speranze. Lo specchio
aveva detto che lei sarebbe diventata regina. Lei, Ingrid. Non Katherine. “Come
è possibile che ti abbia invitata?” le mani le tremavano.
Katherine non se ne accorse. Gli occhi le brillavano e le guance erano
avvampate. “È stato per via delle mie mele!” annunciò, con orgoglio. “Il re
adesso le ordina ogni settimana. E oggi mi ha chiesto di consegnarle
personalmente. È un uomo così gentile, Ingrid. Ti piacerebbe un sacco. E mi ha
perfino invitato al ballo. Avresti mai immaginato una cosa del genere?”
“No, proprio no,” rispose Ingrid freddamente.
Katherine la abbracciò di nuovo. Non poteva vedere lo sguardo carico di
rabbia e invidia sul volto di sua sorella.
CAPITOLO NOVE

Neve

Era libera.
Le pareva di essere rimasta intrappolata in quella foresta per un’eternità. Ma
adesso gli alberi erano meno fitti e finalmente aveva trovato una radura. Inspirò
profondamente, con la sensazione di avere trattenuto troppo a lungo non solo il
respiro, ma anche la paura. Quel suono simile a un sospiro che l’aveva
tormentata era sparito, sostituito dal cinguettio degli uccellini. Mentre la vista si
abituava alla luce, cercò di capire dove fosse finita. L’erba era verde, la terra
fertile e ricoperta di fiori. Ma si trovava decisamente lontana da dove era partita
quella mattina. Non ricordava di avere mai visto una zona montagnosa come
questa. Il terreno era cosparso di massi talmente grandi che sembravano quasi
collinette. Notò che tra le rocce si apriva l’ingresso di una caverna. C’era anche
una piccola insegna di legno sistemata sopra l’imbocco della galleria. Forse non
era poi così lontana dalla civiltà. Era comunque un segnale utile, dal momento
che lei non aveva alcuna intenzione di mettersi a esplorare una grotta. Grotta
significava oscurità, e lei finalmente aveva raggiunto la luce.
Neve passò davanti all’entrata senza fermarsi. Sperava di trovare una
qualche strada o anche semplicemente un sentiero che la conducesse… Già:
dove? Era questo il problema. Non poteva certo tornare al castello, non dopo
avere scoperto che la regina la voleva morta. Sospirò, cercò di sgombrare la
mente in modo da avere un pensiero lucido, mentre i piedi continuavano a
muoversi. Aveva bisogno di trovare un posto dove fermarsi a riprendere le forze,
raccogliere i pensieri e decidere il da farsi.
Una pavoncella le volò accanto, cinguettando felice, come se stesse cantando
una canzone. Neve la seguì, quasi incantata. Era curioso che fosse già la seconda
volta in un giorno che vedeva l’uccello preferito di sua madre. Prima l’aveva
incontrata nel bosco, con il cacciatore. Sembrava che la mamma le fosse in
qualche modo vicina, che la spingesse ad andare avanti. Osservò la pavoncella
sorvolare gli alberi prima di posarsi… Sul tetto di una casa?! Era piuttosto una
capanna, costruita su un poggio erboso, con il tetto di paglia. Le sembrò un
miraggio. L’uccello cantò di nuovo, come se la invitasse a vedere di persona
come stavano le cose. E poi, volò via.
Dopo ore in cui non aveva incontrato niente e nessuno, si imbatteva
all’improvviso in una casupola nel bosco. Doveva essere per forza un miraggio.
Mentre si avvicinava, sentiva le gambe farsi sempre più deboli. La casetta per
fortuna non scomparve. Cominciò a notare i dettagli della costruzione: la porta
era di legno decorata con un uccellino intagliato. Lo stesso animaletto era stato
scolpito sulle persiane delle finestre. Neve sentì il cuore batterle forte; le
sembrava un ottimo auspicio. Forse quella pavoncella le indicava la buona
fortuna.
Davanti all’ingresso c’era un braciere. Le braci emanavano ancora calore, il
che voleva dire che ci viveva qualcuno. Forse qualcuno che avrebbe potuto
offrirle un po’ di ristoro. Affrettò il passo e raggiunse la porta. Bussò piano.
Immaginava che cosa avrebbero pensato guardandola: l’abito che indossava era
strappato e sporco, tra i capelli si erano impigliate foglie e rametti. Non sarebbe
stata riconosciuta nemmeno se si fosse mostrata nel suo aspetto consueto. Chi
abitava fuori dalle mura del castello non aveva praticamente mai visto la
principessa.
Non rispose nessuno. Appoggiò l’orecchio sulla porta per sentire se dentro la
casetta ci fosse qualcuno. Silenzio. Bussò una seconda volta per sicurezza,
inutilmente. Sospirò, sentendo crollare sia l’adrenalina sia la speranza.
Non aveva la forza per rimettersi in cammino. Tutto quello che poteva fare
era aspettare che il padrone di casa tornasse. Sbirciò attraverso i vetri alquanto
sporchi della finestrella accanto alla porta. Dentro c’era una poltrona che pareva
essere molto comoda. Oh, quanto le sarebbe piaciuto sprofondarci dentro, anche
se solo per qualche minuto. Con un’audacia che non sospettava di possedere,
appoggiò la mano sulla maniglia. La girò con cautela finché udì uno scatto
metallico. La porta, che non era chiusa a chiave, si aprì piano. Si guardò intorno.
Nessuno si stava avvicinando. Era davvero tanto terribile se si fosse messa ad
aspettare dentro?
“C’è nessuno?” chiese. Niente. Nessuna risposta.
Se avesse avuto ancora qualche dubbio, rispetto al fatto che la casetta fosse
abitata, scomparve nel momento in cui superò la soglia. Sopra alcuni piccoli
tavolini sparpagliati lungo la stanza c’erano scodelle con della zuppa avanzata.
Un’altra scodella era rimasta sopra la poltrona su cui voleva riposare. Il
pavimento era coperto di abiti e piccole calze disseminate ovunque. C’erano
anche libri aperti e anche… che cos’era quell’aggeggio? Un’accetta? Ma chi
viveva lì dentro? Incuriosita, Neve cominciò a perlustrare la casetta.
Una cosa era certa: quel posto aveva decisamente bisogno di una bella
ripulita. La grande stanza, che a quanto pareva veniva usata sia per cucinare e
mangiare sia per dormire, odorava di stantio ed era tiepida, come se nessuno
avesse mai aperto le finestre per arieggiare un po’. Il lavandino era stracolmo di
piatti sporchi. Quando era stata l’ultima volta che quelle stoviglie erano state
lavate?
La poltrona aveva un aspetto invitante, ma Neve sapeva cosa sarebbe
successo se ci si fosse seduta sopra (dopo avere spostato la scodella con la
zuppa, ovviamente). Le sarebbero tornati alla mente pensieri cupi e angoscianti.
Sua madre era stata assassinata. Su ordine della sorella. Suo padre aveva mai
saputo cosa fosse davvero successo? Era questa la ragione per cui era sempre
triste? Zia Ingrid aveva trovato il modo di sbarazzarsi anche di lui? Quei pensieri
rischiavano di travolgerla e invece lei aveva bisogno di mantenersi più lucida
possibile. Qui c’era bisogno di un piano d’azione. Ma, per il momento, poteva
essere utile darsi da fare. Fintanto che era rimasta al castello, le pulizie l’avevano
mantenuta attiva. Poteva fare lo stesso anche qui, anche solo per qualche ora.
Prese i piatti sporchi e li depose nel lavandino. Fu in quel momento che notò
le sette piccole sedie intorno al piccolo tavolo.
Forse qui abitavano dei bambini? Guardò con più attenzione e vide che
anche i calzini sul pavimento erano di piccola taglia, e così anche una camicia
appesa a un gancio, accanto alla porta. Non c’erano in giro abiti più grandi né
sedie più grandi… Forse questi bambini vivevano soli, senza genitori né nessuno
che si prendesse cura di loro? pensò Neve. Sentì il cuore batterle più forte. Se le
cose stavano così, allora erano orfani. Proprio come lei. Poveri piccini. Si
domandò dove fossero adesso.
Be’, almeno quando torneranno troveranno la casa pulita, considerò.
Ritrovando energie residue che non pensava di avere, prese a radunare i vestiti
sporchi che infilò in una cesta, in modo da poterli lavare. Poi si occupò dei piatti
e infine spazzò il pavimento. Trovò in un angolo uno straccio con cui pulì i vetri
delle finestre, per poi avventurarsi nel piccolo giardino di fronte. Fu lieta di
trovarci ortaggi belli maturi e dall’aspetto delizioso, alla vista dei quali lo
stomaco cominciò a brontolarle. Si ricordò di non aver mangiato nulla dopo la
colazione al castello. Aveva l’impressione di aver passato giorni di digiuno
assoluto.
Raccolse qualche verdura e tornò in cucina. Cominciò a preparare la zuppa
che aveva imparato dalla signora Kindred quando era bambina. Appena la
pentola cominciò a bollire, nella casetta si diffuse un delizioso profumo di
spezie. Lasciò sobbollire e intanto andò a preparare la tavola. Terminato il
lavoro, però, non si sentiva ancora soddisfatta. Perciò uscì di nuovo pensando
che un bel mazzo di fiori avrebbe rallegrato tutto l’ambiente. Che strano: stava
realizzando l’idea che aveva avuto quel mattino, anche se sembrava trascorsa
una vita! Tornò in casa con i fiori raccolti ma non riusciva a trovare un vaso,
perciò li sistemò momentaneamente in una brocca che pose sulla tovaglia.
Adesso sì che il tavolo era presentabile.
Si avvicinò alla scala che portava al piano di sopra. Se sotto tutto era in
disordine, figuriamoci cosa avrebbe trovato in soffitta. Ma in cuor suo Neve
sperava ci fosse altro lavoro da fare. Le avrebbe consentito di continuare a tenere
la mente occupata.
Al piano di sopra c’erano sette lettini allineati in una camera piuttosto
piccola. Tutti e sette erano sfatti, ma ci pensò lei a sistemarli. Sprimacciò i
cuscini e ai piedi di ciascun letto mise le ciabattine seminate ai quattro angoli
della stanza. I letti erano di legno, fatti a mano. Sopra ciascuna testiera era
appesa una targhetta con un nome. Sette nomi alquanto strani. Ma erano veri?
Pisolo, Brontolo, Dotto, Eolo, Gongolo, Mammolo e Cucciolo. Chiunque
fossero, questi bambini, erano senza dubbio dotati di un gran senso
dell’umorismo. E anche di lettini molto comodi! Solo a guardare quei piccoli
giacigli a Neve venne da sbadigliare. Nella stanza c’era penombra. Sulla parete
opposta si apriva una piccola finestra. Sbirciò fuori per vedere se il sole stesse
già tramontando. Forse si era addirittura già fatta sera. Era stata la giornata più
lunga di tutta la sua vita. E quella sarebbe stata la prima notte che avrebbe
trascorso lontano dal castello.
Il castello. Sua madre. Suo padre. Le oscure macchinazioni di zia Ingrid. Ora
che il lavoro manuale era finito sentiva i pensieri tornarle come una cascata.
Fortuna che anche il sonno stava per arrivare. Braccia e gambe si facevano
molli. Si sdraiò sul primo dei lettini. Era soffice, la faceva sentire al sicuro. Forse
poteva stendersi un po’ e riposare la mente. Avrebbe certamente sentito la porta
aprirsi e così avrebbe potuto salutare i suoi ospiti…
Nel giro di pochi secondi si addormentò profondamente.
Si svegliò di soprassalto. Sette figure stavano chinate su di lei e la fissavano.
Scattò seduta e sbatté le palpebre in modo da mettere a fuoco gli sconosciuti che
la circondavano. Era piuttosto confusa e le ci volle almeno un minuto per capire
dove si trovasse e come ci era arrivata. Oh, sì, adesso ricordava. Era finita in una
casa abitata da bambini… No, un attimo. Questi non erano affatto bambini.
Questi erano uomini! Erano piccoli di statura, ma non c’era alcun dubbio che
fossero adulti. Bastava guardare le loro barbe bianche. Indossavano abiti
macchiati, i visi erano coperti di fuliggine.
Neve si diede della sciocca. Come aveva potuto pensare che in quella casa
vivessero davvero dei bambini abbandonati? L’unica bambina abbandonata era
lei.
Uno dei sette la guardò con aria seccata. “Chi sei e che ci fai a casa nostra?”
le domandò.
Lei rimase per qualche istante senza parole. Cercava di ricordarsi perché si
fosse convinta che entrare in quella casupola anziché aspettare fuori fosse una
buona idea. Si sentiva la testa pesante.
“Scusate, posso avere la possibilità di parlare con lei?” disse un altro dei
sette. Aveva un pancione rotondo e lunghissime ciglia. Le sorrise. “Dovete
scusarci, signorina,” aggiunse, rivolgendosi a Neve. “Abitiamo da soli e, come
avrete capito, non siamo abituati ad avere ospiti.”
“Specie degli ospiti che… eeeeeeetciù!… ci puliscono casa,” intervenne un
terzo. Questo aveva un naso di un bel rosso acceso. Forse era Eolo.
“State bene, signorina?” le domandò quello che portava degli occhialini sul
naso. Un altro sbirciò da sopra la spalla di un suo compagno. Sembrava un po’
timido. Forse era Mammolo. “Vi siete ammalata?” riprese quello con gli
occhiali. “Potrei prepararvi un decotto che vi farà sentire subito meglio.” Neve
scosse la testa. L’altro si abbassò gli occhiali sul naso e la guardò da più vicino.
Molto probabilmente era Dotto. “Ne siete certa?” le domandò. “Non sono molti
quelli che riescono ad arrivare a piedi fin qui, alle miniere. Siamo ai confini
estremi del regno.”
Quindi è qui che era arrivata, alla regione delle miniere. Sentiva dire da suo
padre che i diamanti una volta erano tra le ricchezze più grandi del reame. O
almeno lo erano stati. Si diceva che poi le miniere si fossero esaurite, che
parecchie persone avevano perso il lavoro e il regno non aveva più una delle sue
fonti di ricchezza. Era questa la ragione per cui si era impoverito.
“Vi chiedo scusa per essere entrata senza permesso,” cominciò Neve,
sentendosi in imbarazzo per essersi comportata in modo tanto sciocco.
“Ma no, perché? Va tutto bene!” intervenne un altro con una bella voce
allegra. La ragazza pensò che potesse essere Gongolo. “Non abbiamo mai ospiti,
il che è un vero peccato. È bello avere compagnia. Giusto, ragazzi?”
Nessuno rispose.
“Mi sono persa nel bosco e sono giunta a casa vostra,” riprese Neve. “Ho
provato a bussare ma non mi ha risposto nessuno. La porta era aperta e così…
Ero esausta e sono entrata.” Si guardò il vestito lacero e si sentì avvampare le
guance. “Sono stata molto maleducata.”
“Altroché se lo sei stata,” confermò quello con la faccia arrabbiata. Neve
dedusse che non poteva essere che Brontolo. La squadrò con attenzione.
“Ancora non ci hai nemmeno detto chi sei. Una spia, forse?”
“Sei sempre sospettoso,” lo redarguì un altro, che sbadigliò profondamente e
poi le rivolse uno sguardo placido. “La ragazza evidentemente aveva bisogno di
riposarsi. Non è qui per rubarci le gemme.”
“Non dirle che abbiamo le gemme!” ribatté Brontolo. Di lì a un istante
cominciarono a bisticciare.
“Non sono qui per le vostre gemme!” esclamò Neve per farli smettere. “Del
resto,” riprese, con voce più bassa, “so bene che le pietre preziose dovrebbero
essere tenute al sicuro, dato che nel regno ne sono rimaste pochissime.”
Brontolo sollevò un sopracciglio e ringhiò. “Pochissime? Non diciamo
sciocchezze! La verità è che la regina ha chiuso le miniere per poter tenere tutti i
diamanti per sé.”
“Non è così,” ribatté Neve, confusa. “Le miniere sono state chiuse molti anni
fa perché erano esaurite.”
Brontolo si voltò a guardare gli altri. “Questo è quello che la regina vuole far
credere a tutti,” ringhiò cupo. “Se le cose stanno come dici, spiegami perché noi
saremmo ricoperti di fuliggine. Credi che ci piaccia trascorrere le giornate a
lavorare sottoterra?”
“Deve essere anche perché non ci laviamo tanto spesso,” suggerì Eolo.
Brontolo gli mollò una gomitata. “Perché la regina ha ingaggiato
segretamente i migliori minatori che continuano a fare per lei il lavoro sporco!”
concluse poi, solennemente. “Di diamanti ce ne sono ancora tantissimi. La
differenza è che noi scaviamo nelle grotte mentre le miniere più ricche se le tiene
lei. La Regina Cattiva è come il veleno! Il veleno!”
Gli altri gli fecero segno di tacere.
La Regina Cattiva. A quanto pare quel nomignolo si era diffuso anche fuori
dalle mura del castello. Neve si domandò quanta altra gente pativa per la
crudeltà e l’avidità di sua zia. Doveva saperne di più. “Vi prego di scusarmi,”
disse ancora. “Temo di essere stata cieca rispetto a molti eventi capitati nel
regno.”
“Come quasi tutti, mi pare,” borbottò Brontolo e poi aggiunse: “Insomma, si
può sapere chi sei? Ancora non ce l’hai detto”.
Presero a guardarla con aria incuriosita. Neve esitava a rispondere. Il suo
nome significava ancora qualcosa? Da piccola i suoi genitori la portavano
ovunque e tutti le volevano bene. Ma dopo che zia Ingrid era diventata sua
tutrice, trascorreva le giornate in una torre, non certo d’avorio. Forse il popolo si
era convinto che anche lei li avesse abbandonati, proprio come suo padre. Era a
questo che zia Ingrid alludeva, quando le diceva che c’era una taglia sulla sua
testa. Ora però cominciava ad avere qualche dubbio. Forse invece la gente
sapeva che al castello viveva una prigioniera. Una prigioniera come tutti loro. “Il
mio nome è Biancaneve,” si decise a dire.
“Biancaneve!” ripeterono gli uomini all’unisono. Erano tutti sorpresi, quasi
sgomenti.
“Voi siete la principessa!” esclamò Dotto, togliendosi il cappello. “È un
onore conoscervi, Vostra…”
“Fuori di qui!” le ordinò Brontolo, facendola sussultare.
“Ehi, non si parla così a una principessa,” lo rimproverò Gongolo. Anche gli
altri erano turbati.
A quel punto Brontolo si arrabbiò. “Questa qui è la principessa, babbei che
non siete altro!” esclamò. “Sapete cosa significa? Se la Regina Cattiva viene a
sapere che lei è qui e che le abbiamo rivelato la verità sulle miniere, siamo
finiti!”
“Lei crede che io sia morta,” disse Neve con voce bassa. “Ha cercato di
farmi uccidere proprio stamattina.” Alcuni si tolsero il mantello. La stanza
piombò nel silenzio.
“Vostra Altezza,” intervenne Dotto, a cui sembrava mancare il fiato. “Siamo
felici che voi stiate bene. Tutti noi abbiamo sempre sperato che un giorno poteste
scappare dal castello. Per noi siete l’ultima speranza che rimane a questo regno.”
Le stesse parole pronunciate dal cacciatore. Neve non aveva mai immaginato
di poter essere davvero una speranza per il suo popolo. Aveva deluso sua madre.
Aveva deluso suo padre. Aveva deluso l’intero regno. Ma adesso basta. D’ora in
avanti le cose sarebbero cambiate.
“Vorrei che fosse così, ma…” la ragazza fece una pausa. “Per il momento
l’unica cosa che posso dire è di essere sfuggita a morte certa. Questo è stato il
giorno più lungo di tutta la mia vita. Il che è strano dal momento che di giornate
lunghe ne ho vissute già un bel po’.” Per esempio quando sua madre morì o la
notte in cui suo padre scomparve. “Quando ho trovato la vostra casa ero esausta,
non sapevo più dove andare. Sembrava un posto accogliente e non ho saputo
resistere.” Guardò quei visi stanchi e provati dal duro lavoro. “Per ripagarvi della
vostra ospitalità ho pulito e ho preparato anche la cena. Ma posso andarmene
prima che cominciate a mangiare.”
A Brontolo l’idea sembrava piacere, ma Neve aveva notato che gli altri non
erano molto d’accordo.
“Rimanete con noi a cena, Vostra Altezza,” la invitò Gongolo. “Così ci
potrete raccontare cosa vi è accaduto.”
“Vi ringrazio,” rispose emozionata Neve, grata di poter rimanere lì anche se
solo per qualche ora ancora. Sopraffatta dalla gioia, non poté resistere e prese la
mano dell’uomo che le stava accanto. “Vi ringrazio davvero tanto.”
Quello si ritrasse, un po’ intimidito, ma non disse niente. Si mise a distanza
di sicurezza, al lato opposto della stanza, e le sorrise. Aveva forse esagerato?
“Cucciolo è un tipo di poche parole,” spiegò Gongolo. “Ma è la persona che
tutti vorrebbero avere al proprio fianco. Andiamo, principessa,” aggiunse poi,
avviandosi verso il piano di sotto. “Continuiamo la nostra conversazione a
tavola. Sono anni che non mangiamo una cena come si deve!”
“Stai per caso dicendo che il mio gulasch fa schifo?” domandò Brontolo.
“No, è commestibile… Anche se non sempre,” rispose Eolo.
“Perché non vi date una bella lavata mentre io preparo la tavola?” propose
Neve. Sua zia sarebbe rimasta inorridita all’idea di una principessa che si mette a
fare da cameriera a sette minatori nani, ma a Neve faceva piacere rendersi utile e
trovarsi in compagnia. Eppure i sette uomini continuavano a guardarla perplessi.
“Su, laviamoci,” li esortò Mammolo. Diede di gomito agli altri.
“Muoviamoci, gente.”
Si levò qualche borbottio di protesta, ma poi tutti andarono verso il lavabo,
mentre Neve versava mestoli di zuppa nelle scodelle. Cucciolo accese il camino.
Il fuoco diede alla stanza un aspetto accogliente, sereno. Si sedettero e
cominciarono a mangiare. Che rumore facevano mentre gustavano la zuppa!
Mangiando non parlavano granché. Brontolo continuava a fissarla, ma ogni volta
che Neve ricambiava lo sguardo, lui lo distoglieva. Tra il fuoco del camino e le
lanterne accese, la ragazza si sentiva al sicuro. Una sensazione assai diversa da
quella di appena qualche ora prima. Si sentiva coraggiosa, piena di una nuova
fiducia.
“Una cena deliziosa, principessa,” disse Gongolo, massaggiandosi la pancia
bella piena.
“Sono felice che l’abbiate apprezzata,” rispose Neve. “Pensavo che, mentre
digerite, potreste raccontarmi qualcosa di più riguardo alle miniere e di come la
regina abbia cambiato le carte in tavola.”
Brontolo lasciò cadere il cucchiaio sul tavolo. La posata fece un suono sordo.
“Ecco, che vi dicevo?” esclamò, ostile. “C’è un motivo per cui si è presentata in
casa nostra!”
“Se devo porre fine al dominio di mia zia è importante che io sappia che
cos’ha fatto, non credete?” Guardò prima Brontolo, poi Dotto. “Lo avete detto
voi: sono l’ultima speranza rimasta a questo regno.” Temeva di avere esagerato
con la sfrontatezza. Ma dopo essere venuta in possesso di quei frammenti di
informazioni, adesso era determinata a saperne di più.
Brontolo si spinse indietro sulla sedia facendola dondolare. Rischiava di
ruzzolare sul pavimento da un momento all’altro. La guardò negli occhi. “E va
bene,” si arrese. “Ti racconteremo come stanno le cose. Ma anche noi abbiamo
qualche domanda per te.”
“Davvero?” domandò Mammolo sorpreso. Brontolo lo guardò minaccioso.
“Mi sembra giusto,” approvò Neve. “Allora cominciamo. Sareste così gentili
da dirmi in che condizioni si trovano le miniere?”
I sette uomini si guardarono in faccia l’uno con l’altro. “Per anni e anni la
regina non ha fatto altro che sabotare il nostro lavoro,” cominciò Brontolo con
tono dolente.
“Re Georg ci assegnava una quantità minima di diamanti da estrarre, ma ci
riconosceva sempre una percentuale,” aggiunse Dotto.
“Invece questa regina vuole tenersi tutto!” sbottò di nuovo Brontolo. “È
talmente avida da aver fatto credere che le miniere siano esaurite, il che non è
affatto vero!”
“Tutti raccontano delle pietre preziose che si intasca,” si intromise Gongolo.
“Le pietre e l’oro un tempo servivano per i commerci del regno, mentre
adesso finiscono dritti in tasca della regina. E intanto la gente muore di fame!”
aggiunse Eolo.
“E lei manda i suoi tirapiedi nelle miniere per controllare che tutto ciò che si
trova finisca nelle sue mani,” concluse Mammolo.
Neve strinse i pugni. “Non avevo idea di quello che stava succedendo,”
mormorò. “Come ha potuto farla franca finora?”
“Le guardie la proteggono e i cortigiani sono terrorizzati da lei,” rispose
Pisolo. “Nessuno osa mettere in discussione i suoi ordini.”
“Noi siamo persone per bene,” intervenne Gongolo. “Non siamo parenti,
almeno non nel senso che comunemente si intende. Ma siamo rimasti uniti in
tutti questi anni e siamo sempre riusciti a sbarcare il lunario.”
“Guardati intorno, principessa,” aggiunse Dotto. “Ti sembriamo gente che
vive al di sopra dei propri mezzi? No. Il problema è che non possiamo
permetterci di pagare le imposte che la regina pretende.”
“Non ci intaschiamo i diamanti,” spiegò Pisolo. “Ci limitiamo a nasconderli.
Li mettiamo via per i tempi difficili.”
“State tranquilli, non dirò niente,” li rassicurò lei. “Casomai è il regno che vi
è debitore. Non ho intenzione di portarvi via quello che è vostro. Potete fidarvi
di me.”
“Fidarsi… Roba da matti! Tu sei parente della regina,” puntualizzò Brontolo.
“Siamo parenti ma lei non è la mia famiglia,” replicò Neve. “E sicuramente
non mi ha mai trattata come una di famiglia. Anche dopo la morte di mia madre
e la scomparsa di mio padre, ha lasciato che me la sbrigassi da sola.” Vide un
uccellino intagliato sopra il camino. Le fece tornare in mente la mamma. A lei
quella casa così umile e le persone che la abitavano sarebbero piaciute
tantissimo. Avrebbe ascoltato le loro preoccupazioni e le loro gioie. Avrebbe
cercato di aiutarli con tutti i mezzi. Ma non ne aveva avuto la possibilità. Quindi
adesso toccava a lei. “Il regno sta andando in pezzi, come avete detto,” riprese.
“E la gente ha bisogno di aiuto.” Ripensò a come la regina, sua madre,
soccorresse sempre chiunque incontrava. Pensò a suo padre che apriva i cancelli
del castello in modo che il suo popolo potesse sentirsi una sola famiglia. Sua zia
non aveva mai fatto niente di tutto questo. “Non sta governando come una regina
dovrebbe fare.”
“E tu ti sei messa in testa di poterla sconfiggere,” replicò Brontolo scettico.
“Ma se prima di oggi nemmeno sapevi cosa stesse succedendo nel tuo regno!
Senza dimenticare che la regina ti vuole morta. Non hai nessuna possibilità di
farcela.”
Questo poteva essere vero, pensò Neve, e quella consapevolezza le fece
battere più forte il cuore. Che possibilità avrebbe un esercito composto da un
solo soldato? La regina conosceva e praticava la magia. Lei quali armi avrebbe
potuto opporre? Forse era davvero una sciocca a credere di poter fare chissà
cosa. E, tuttavia, ora che sapeva la verità, come avrebbe potuto almeno non
provarci?
“Ce la potrebbe anche fare,” riprese Gongolo. “Certo, con il nostro aiuto,”
aggiunse. Neve lo guardò con fiducia e speranza.
Amici. Alleati. Questo poteva cambiare tutto. “Accetterò ogni aiuto che mi
vorrete offrire,” rispose Neve.
“Non può stare qui,” insistette Brontolo. “Abbiamo già abbastanza guai.”
“Vedi, ogni mese la regina manda i suoi uomini a controllarci,” le spiegò
Eolo. “Dato che sono già venuti la scorsa settimana, per qualche giorno non si
faranno vedere. Quindi, qui saresti al sicuro, almeno per un po’. Il fatto è che
non abbiamo molto altro da offrirti. A malapena abbiamo quanto ci serve per
sopravvivere.”
“Al sicuro?” intervenne di nuovo Brontolo. “Vi ripeto che qui non ci può
stare! La regina probabilmente già sa che ti trovi a casa nostra, principessa.
Forse ti ha fatta perfino seguire.” Guardò di nuovo fuori dalla finestra. “Dicono
che sia alquanto brava con la magia nera. Quella vede tutto!” Quelle parole
provocarono un certo allarme tra gli altri.
“Lei però mi crede morta,” obiettò Neve. Si alzò e raddrizzò la schiena. “La
regina voleva che l’erede al trono fosse eliminata, così che lei potesse continuare
a regnare,” riprese. “Da quanto mi avete raccontato, mi pare chiaro che non ha
alcuna intenzione di prendersi cura del suo popolo.” Si schiarì la gola. Nella sua
voce adesso si sentiva la rabbia per tutte le ingiustizie di cui aveva avuto notizia.
“Non possiamo consentire che il suo regno prosegua. Combatterò finché fiato
avrò in corpo.” Sapeva che le parole che stava pronunciando erano
assolutamente sincere.
“E se invece per arrivare a te eliminasse anche noi?” domandò Mammolo. In
quel momento si udì il suono lontano di un ululato. Era un lupo. Un brivido di
paura percorse tutti. “Finora siamo riusciti a scampare alla sua collera, ma…”
“Scampare?” intervenne Dotto. “Ma se si prende praticamente tutto quello
che abbiamo. Ben presto non ci rimarrà più niente e allora si sbarazzerà di noi
comunque. Io dico che dobbiamo aiutare la principessa.” Dopo aver parlato le
rivolse un sorriso.
Cucciolo si mise a fianco di Neve.
“Anch’io ci sto,” intervenne Gongolo. E lo stesso fecero Eolo, Pisolo e anche
Mammolo. Tutti guardavano Brontolo, l’unico che si chiamava fuori. Quello se
ne stava seduto, a braccia conserte intorno al petto. Anziché guardare Neve,
fissava il fuoco del caminetto.
“Non le permetterò di fare ancora del male al mio popolo,” riprese Neve con
voce solenne. “Se mi aiuterete, il mio unico impegno sarà riportare pace e
prosperità al regno, come un tempo.” Guardò Brontolo. “So di avervi deluso, ma
non vi deluderò ancora. Non avete idea di cosa ho passato. E se non ho fatto
niente è solo perché avevo paura.” Raddrizzò le spalle e li guardò tutti con
decisione. “Ma adesso non ne ho più.”
Brontolo la squadrò per qualche istante. E finalmente parlò. “D’accordo,”
accettò. “Ti offriamo la nostra assistenza.” Gli altri sorrisero.
“Grazie,” mormorò Neve, finalmente sollevata. Per la prima volta da molto
tempo non era più sola. Aveva trovato sette uomini, piccoli di statura ma grandi
per coraggio, e adesso erano suoi alleati. Sentiva che il suo destino stava per
compiersi.
Madre, Padre, prometto che non vi deluderò più, pensò.
Neve si rimise seduta. “Anzitutto, abbiamo bisogno di un piano d’azione.”
Cucciolo corse a prendere un foglio di carta e delle matite. Piena di
gratitudine, Neve ne prese una mentre i sette si riunivano intorno al tavolo.
Li guardò a uno a uno. “Molto bene. Vediamo un po’ come fare per
riprenderci il regno.”
CAPITOLO DIECI

Ingrid

Diciannove anni prima

Non potevano essere più felici di così.


Ingrid pensava che alla fine l’attrazione tra loro si sarebbe esaurita. Herbert,
il contadino, e sua moglie a malapena si guardavano in faccia. Suo padre e sua
madre, benché i ricordi che aveva di quei due fossero lontani e confusi, non
avevano mai mostrato alcun segno di affetto reciproco. Almeno, non in presenza
delle figlie. Ma per Georg e Katherine era diverso: il loro amore sembrava non
fare altro che crescere e diventare sempre più forte.
Herbert non aveva avuto niente da obiettare a dare in sposa Katherine. Allo
stesso tempo, però, non aveva alcuna intenzione di tenersi a carico Ingrid.
Katherine le offrì una stanza al castello, ma lei non ci pensava nemmeno ad
accettare l’elemosina della sorella. Si era così trasferita presso la casa del suo
Maestro. Non era certo la sistemazione ideale, ma almeno era gratis.
Ingrid fece molta fatica a esibire sorrisi di circostanza durante le nozze reali
di Katherine e Georg: tutto quello sfarzo la irritava. Gli invitati parevano
entusiasti all’idea che una persona qualsiasi, proveniente dal popolo, potesse
sposare addirittura il re, che una ragazza semplice come quella fosse stata in
grado di conquistarlo con la sua sola grazia e la sua freschezza. Tutta quella
fanfara interruppe ogni attività in tutto il regno. Quel giorno non lavorò nessuno.
Non un solo campo venne coltivato né una sola miniera scavata. Tutto il popolo
era stato invitato alla festa. Secondo Ingrid era un’idea stupida. Mentre tutti
erano distratti a ballare e cantare, chiunque avrebbe potuto attaccare e
conquistare il regno. Ma Katherine era certa che non sarebbe successo niente di
tutto questo e Georg, ovviamente, era d’accordo con lei.
L’unica cosa che quell’uomo sapeva fare era ascoltare Katherine ed essere
d’accordo con tutto quello che lei diceva.
Una cosa da far venire il voltastomaco.
Katherine aveva suggerito che di tanto in tanto le porte del palazzo fossero
lasciate aperte a chiunque volesse ammirare i giardini reali o magari fermarsi per
una gita o un picnic. Nel corso di queste scampagnate i sudditi avrebbero anche
avuto modo di incontrare il re. Sempre lei aveva proposto di sviluppare
l’agricoltura, così che Herbert e sua moglie potessero gestire un mercato dove
trovare frutta e ortaggi freschi. Impiegò tempo e risorse per abbellire il castello
in modo che gli ospiti ammirassero il suo splendore. E fu sempre lei a
commissionare la costruzione di quella ridicola voliera dove tutti potessero
osservare le numerose specie di uccelli presenti nel regno.
Ogni margine di profitto venne abolito. Nessun ricarico nemmeno sulle
meravigliose mele che qui si producevano. Anche in questo caso Ingrid pensava
che fosse una follia: come poteva il regno arricchirsi se non venivano sfruttate
occasioni come quella? Fosse stato per lei non ci sarebbe stato tanto lassismo. I
beni prodotti qui sarebbero rimasti qui, anziché essere usati negli scambi
commerciali con i paesi confinanti. Tutta la ricchezza del regno apparteneva al
regno. Fosse stato per lei, non avrebbe neppure permesso al suo promesso sposo
di mostrarsi debole con i nemici. Ma Katherine non si faceva influenzare né
consigliare da Ingrid. E Georg amava Katherine, non Ingrid. Era solo lei che
ascoltava. Katherine aveva convinto Georg che è molto più importante essere
amato dal popolo anziché temuto. Ingrid era certa che sarebbe arrivato un giorno
in cui entrambi si sarebbero pentiti di quella sciocca mentalità. Quel giorno però
non era ancora arrivato. Il regno era prospero. E così anche il loro amore.
Ingrid andò a lamentarsi con lo specchio di quella situazione. “L’erba è
verde è il cielo è blu. Chi consiglia un re? Una regina. Non certo tu,” le rispose
quello.
Qualche mese dopo le nozze, Katherine si presentò alla bottega dove Ingrid
si era trasferita circondata da un drappello di guardie.
Appena vide i soldati, il Maestro se la squagliò. Ingrid invece rimase ferma e
immobile a fissare la sorella con sguardo fiero. Katherine indossava un abito
della seta più preziosa che si potesse trovare in tutto il regno, un vestito cucito su
misura per lei. Teneva i capelli raccolti dietro la nuca con una treccia raccolta in
alto e la tiara le stava grande, come se l’avesse voluta indossare apposta in modo
buffo.
“Cosa vuoi?” la aggredì Ingrid. Provava un grande piacere a mettere a
disagio sua sorella quando si trovava nel suo territorio. Tenendo conto delle
formule magiche imparate e dei libri di incantesimi che aveva studiato, era lei a
esserle inferiore. E Ingrid adorava quest’idea. Non le interessava che ora
Katherine avesse un titolo nobiliare e che per questo si credesse chissà che… Era
e sarebbe stata sempre la sorella minore.
Forse Katherine percepì quella freddezza. Così le si avvicinò, seguita da
vicino dalle sue guardie. “Mi dispiace non poterti vedere tutti i giorni, Ingrid,” le
disse.
“Sei tu che mi hai abbandonato,” ribatté lei freddamente. “Io non lo avrei
mai fatto. Non ti avrei mai lasciato.”
“Mi sono sposata,” cercò di difendersi la regina. Le parole di sua sorella
l’avevano ferita. “Non ti ho abbandonato.”
“E invece è esattamente ciò che hai fatto,” ribatté Ingrid distogliendo lo
sguardo. Fissava la porta che dava sul retrobottega. Lì il suo specchio la
attendeva. La attendeva sempre. “Credi che senza di te avrei potuto rimanere a
casa di quel contadino? Ha resistito un solo giorno prima di farmi capire che ero
un’ospite indesiderata. E adesso dormo sul pavimento della bottega del mio
Maestro.” Ingrid guardò di nuovo Katherine. Gli occhi le fiammeggiavano
mentre le si avvicinava lentamente. “Spero che questo ti renda felice.”
Aveva fatto un passo di troppo. Le guardie le si misero davanti, puntandole
le spade contro il viso. “Non osate minacciare la regina,” le intimò un soldato
con voce roca.
Katherine alzò una mano. “Va tutto bene,” disse. “Per favore, abbassate le
armi.” Le guardie fecero un passo indietro.
Dal punto di vista di Ingrid, quella era una scena davvero spassosa. Sua
sorella aveva tutto il potere del mondo ma non aveva idea di come usarlo.
“Già dal giorno del mio matrimonio ti ho offerto di stare al castello. Ho
continuato a chiedertelo e tu hai sempre rifiutato,” riprese Katherine.
“Non voglio la tua elemosina,” replicò Ingrid.
“Non è affatto elemosina!” insistette la regina. “Ma non mi piace che tu stia
qui da sola a imparare magie e stregonerie giorno e notte.”
“Non si tratta di stregoneria,” ribatté l’altra annoiata. Quante volte avevano
fatto quella conversazione?
“Be’, qualsiasi cosa sia non mi piace lo stesso,” ripeté Katherine, la cui voce
ora si stava facendo dura. Si strinse ancora più nel suo mantello, come per
impedire che il gelo le penetrasse nelle ossa. “E non mi piace pensare che tu sia
qui da sola quando il tuo cosiddetto Maestro non c’è. Perciò, se non intendi
accettare la mia offerta di abitare al castello, forse accetterai un’offerta di
lavoro.”
“Cosa?” esclamò Ingrid, sorpresa.
Katherine le mostrò un timido sorriso. “Potresti lavorare nello staff del re,”
propose. “Ho già parlato con Georg e lui ovviamente è d’accordo. Sei mia
sorella. L’unica persona della famiglia che mi è rimasta. E io vorrei che noi due
stessimo vicine. Voglio prendermi cura di te così come tu ti sei presa cura di me
quando eravamo bambine.”
Il viso di Ingrid si indurì. “Io non ho bisogno che nessuno si prenda cura di
me,” sbottò.
“Lo so, lo so,” ammise subito Katherine. “Io invece ho ancora bisogno di te.
Non hai idea delle cose che devo fare e di quelle che devo ancora imparare a
fare. Non posso cavarmela senza di te. Lo sai. Per favore, dimmi di sì.”
Rispondi di sì. Ingrid udì con chiarezza la voce nella sua mente. Rispondi in
fretta. Il trono è lì che ti aspetta.
Il trono?
Sì…
“D’accordo,” concesse Ingrid dopo averci pensato. “Accetto.” Katherine
cominciò a battere le mani, come una bambina felice. “Ma voglio che tu mi
nomini tua dama di compagnia.”
“Oh…” Katherine si fermò. “A dire la verità me ne hanno già assegnata
una.”
“In questo caso non devi fare altro che dare a questa persona un altro
incarico,” le spiegò Ingrid. Come dama di compagnia di sua sorella, Ingrid
pensava di poterla manipolare. Sarebbe diventata la voce della ragione di
Katherine e attraverso lei sarebbe riuscita a condizionare anche Georg, visto che
il re ascoltava sempre le opinioni e i consigli di sua moglie. Entrerai prima nella
sua testa e poi nel suo cuore. Il potere sarà nostro e per loro ci sarà solo dolore.
Katherine sorrise. “D’accordo,” accettò. “Farò come dici. La mia nuova
dama di compagnia sarai tu. Vieni con me subito, lascia questo posto.” Guardò
quella bottega fatiscente senza nascondere il disgusto che le provocava.
“Devo radunare le mie cose,” rispose lei. “Verrò domani.” Doveva trovare
un modo per trasportare lo specchio fuori dalla bottega senza che il Maestro se
ne accorgesse. Non che lui sarebbe andato a controllare. Probabilmente neppure
si ricordava che fosse lì.
“Come vuoi.” La regina le porse la mano. “Domani, sorella, sarai di nuovo
mia.”
Ingrid gliela strinse. “Già,” disse, nonostante lei e lo specchio stessero
pensando esattamente il contrario.

A dire il vero, su alcune cose Katherine effettivamente la stava a sentire. Mai,


però, su quelle che davvero contavano. Ingrid aveva la sua attenzione fintanto
che la regina non veniva interrotta per occuparsi di qualche argomento futile,
tipo l’ennesima festa in giardino o altre sciocchezze simili.
Come se ciò non bastasse, la regina voleva che Ingrid sorridesse di più alle
persone che lavoravano al castello. Si aspettava che si dimostrasse più gentile e
amichevole. Insisteva nel volere che il prezzo dei raccolti fosse equo e inoltre
non avrebbe mai consentito a Georg di muovere guerra contro i regni confinanti.
Cosa che invece Ingrid avrebbe fatto quel giorno stesso, se ne avesse avuto la
possibilità. Ingrid sperava che Georg potesse morire in battaglia, così Katherine
sarebbe stata sola a regnare.
Ma la fatica più improba per Ingrid era stata trasportare lo specchio dalla
bottega al castello. Le ci erano volute settimane solo per escogitare un modo per
spostarlo senza che la regina se ne accorgesse. Ci riuscì sfruttando il favore delle
tenebre e l’aiuto di un paio di guardie che aveva corrotto (e che successivamente
aveva minacciato di morte se avessero detto una sola parola). Si fece consegnare
lo specchio direttamente nelle sue stanze, nascondendolo poi in un grosso
armadio in camera da letto. Quella stanza sarebbe stata tenuta sempre chiusa a
chiave. A nessun domestico sarebbe stato consentito di entrare, anche solo per
spolverare. “Preferisco occuparmi personalmente delle pulizie,” affermava
Ingrid. Ma non è che si mettesse davvero a mettere a posto. Che male potevano
fare due ragnatele? Aveva questioni ben più importanti di cui occuparsi.
Quando però arrivò nottetempo alla bottega accompagnata dai due soldati,
vide che il Maestro la stava aspettando. Ne fu sorpresa, non si aspettava di
trovarlo lì.
“Maestro…” esordì Ingrid. Poi si inchinò, un gesto di cui non aveva perso
l’abitudine, benché lo detestasse con tutto il cuore.
“So perché sei qui,” la apostrofò l’uomo con tono severo. “Non puoi
impadronirti di ciò che non ti appartiene.”
“Come dite?” domandò lei, sentendo il cuore accelerare il battito. Non
poteva riferirsi allo specchio, era impossibile. Era stata sempre attentissima, lo
nascondeva accuratamente ogni volta che il Maestro non era presente. Non
poteva sapere che fosse entrata in contatto con quell’oggetto magico.
Probabilmente neppure sapeva più di possederlo. Dopotutto, quando lo aveva
trovato, stava in mezzo a cianfrusaglie da gettare via.
“Non sono uno sciocco, Ingrid.” La voce del Maestro vibrava di rabbia.
“Credi che non sappia cosa stai combinando sotto il mio tetto? Pensi che la vista
mi inganni a tal punto?”
“Non capisco di che cosa stiate parlando,” tentò di ribattere Ingrid. Forse il
Maestro si era convinto che fosse tornata per rubargli qualcosa. Ma lei non stava
rubando un bel niente. Quello specchio era suo. Lei se n’era presa cura. Lei lo
aveva riparato. Lei si era totalmente dedicata a lui. Gli si era offerta. Lo specchio
adesso era parte di lei. Era venuta a riprenderselo, e non se ne sarebbe andata
senza. Fece un passo avanti verso la porta della bottega, ma il Maestro le sbarrò
il passo.
Questo era troppo. “Fammi entrare, vecchio,” gli intimò. “Devo prendere
cose mie.” Dopo di che lo spinse di lato ed entrò.
L’uomo la seguì. Ma altrettanto fecero le guardie. “Quello specchio non è
tuo!” urlò il Maestro. “Appartiene al negozio, il che significa che è mio.” Le si
mise di fronte. “Chi ti ha dato il permesso di ripararlo?” aggiunse. “Non credi
che avessi una buona ragione per lasciarlo morire? Non ti sei chiesta perché non
avessi fatto neppure un tentativo per aggiustarlo? Uno specchio con un potere
come quello deve per forza morire. È un pericolo eccessivo per questo mondo.”
“Sarà pericoloso per te, ma non per me!” tuonò Ingrid. “Lo specchio si è
accorto delle mie potenzialità. È stato lui a chiamare me. Ragion per cui,
appartiene a me e lo porterò via. E lo farò adesso.”
Gli diede un altro spintone e si avviò verso il retrobottega, dove lo specchio
la aspettava, nascosto dietro a una tenda. Anche senza la sua presenza, ormai era
tornato in vita. Aveva emanato un fumo e una nebbia che avevano riempito la
stanza. Nonostante si trovassero all’interno, prese a soffiare un vento teso,
mentre in lontananza si sentiva l’eco di minacciosi tuoni. Ingrid sollevò lo
specchio preparandosi a portarlo sulla carrozza che attendeva fuori. Lo avrebbe
tenuto nascosto fino a destinazione.
Ma il Maestro le sbarrava di nuovo il passo. E stavolta stringeva in mano una
fialetta contenente una pozione. “Ti avverto, Ingrid,” le disse. “Metti giù quello
specchio o sarà l’ultima cosa che toccherai in vita tua.”
“Avresti il coraggio di fare del male alla tua apprendista solo per uno
specchio?” gli domandò la ragazza in tono di sfida.
“Lo farò, se questo potrà salvarti dalle tenebre che penetreranno la tua
anima,” rispose l’uomo, deciso. Fece per lasciare cadere la fiala a terra. Ingrid
non voleva nemmeno sapere quale veleno contenesse.
“Milady?” intervenne una guardia, rivolgendosi a lei in attesa di un ordine.
“Fermatelo!” ordinò Ingrid.
Accadde tutto talmente in fretta che il Maestro non ebbe la possibilità di
difendersi. Bastò quella semplice parola pronunciata da Ingrid. Il fatto è che
mentre lei voleva semplicemente che lo immobilizzassero, le guardie
interpretarono quell’ordine alla lettera e posero fine alla vita dell’uomo. Pochi
secondi e il Maestro giaceva a terra, cadavere. Una chiazza di sangue si
allargava intorno al pugnale che gli era stato conficcato nel petto. Era morto
all’istante. Tra le mani stringeva ancora la fialetta con la pozione. Ingrid sentì un
sapore amaro in gola. Il suo Maestro era morto per causa sua.
“Dobbiamo andare, milady!” la esortò uno dei soldati. “Presto!” Il soldato
afferrò lo specchio. Ingrid esitò per qualche istante, poi gli diede il permesso di
prenderlo.
Guardò per un’ultima volta il corpo del suo Maestro, poi lo scavalcò. Si
chinò per prendere la pozione stretta nella mano ancora tiepida. Era un peccato
sprecarla.
Uscì per l’ultima volta da quella bottega a testa alta, orgogliosa: lo specchio
era finalmente suo.
Aveva sacrificato molte cose per averlo. E sapeva che il ricordo di quanto
accaduto l’avrebbe tormentata per il resto dei suoi giorni. E anche adesso che
viveva al castello (il corpo del Maestro era sottoterra, ogni traccia cancellata),
era irritata che la visione del futuro che lo specchio le aveva offerto fosse
sbagliata. Non le aveva forse mostrato che sarebbe stata lei a indossare la
corona? Non era forse lei quella destinata a essere regina?
“Lei indossa la corona inutilmente,” le disse lo specchio. “Ma finché la
regina vive, per te io non posso fare niente.”
Dopo aver udito quelle parole, le mancò tanto così per gettare via lo
specchio. E tuttavia non osò farlo. Una voce nella testa le risuonava ogni giorno
sempre più forte. Quella voce le diceva che se avesse compiuto l’azione che lo
specchio le suggeriva, sarebbe stata la fine anche per lei. Non sapeva dire se in
senso figurato o letterale, ma non voleva correre il rischio. Per il momento
cercava di starsene zitta e buona, pregando che le cose potessero cambiare da
sole.
Ma lo specchio si faceva insistente.
Sprechi il tempo, agisci adesso! Prenditi la corona senza chiedere il
permesso.
Ingrid fingeva di non sentire, di non capire. Era di sua sorella che si stava
parlando: quella era una linea da non oltrepassare. Non avrebbe mai fatto del
male all’unica persona a cui avesse davvero voluto bene. Era vero anche che
Katherine adesso amava qualcun altro, e lo amava più di quanto amasse sua
sorella. Ma Georg era solo una seccatura. Presto o tardi se ne sarebbe liberata.
Non immaginava che di lì a poco avrebbe dovuto competere con qualcun
altro per ottenere l’attenzione di Katherine. Qualcuno di cui non sarebbe stato
facile liberarsi.

Diciassette anni prima

“Prima o poi smetterà di piangere?” domandò Ingrid cullando la bambina. Nel


frattempo, un plotone di donne stava aiutando la regina a vestirsi.
“Certo che la smetterà!” rise Katherine. “Falle un po’ di coccole. I bambini
amano essere coccolati. E adorano sentirsi dire che andrà tutto bene.”
Coccolare? Quante pretese che aveva questa bambina egoista.
Erano passati due anni da quando Ingrid si era trasferita al castello. L’amore
tra Katherine e Georg anziché affievolirsi diventava sempre più forte. E, come se
non bastasse, adesso era arrivata pure una figlia. Grazie al cielo, la bambina
assomigliava a entrambi i genitori. (Katherine poteva anche trovare Georg
attraente, ma a Ingrid ricordava un rospo). L’avevano chiamata Biancaneve.
Quelle guance di porcellana, gli occhioni rotondi, le lunghe ciglia, i riccioli
neri… La principessina era adorata da tutti. Eccetto che da una persona.
Quando la piccola la guardava negli occhi, Ingrid avrebbe giurato che
Biancaneve riuscisse a vedere la sua anima tenebrosa. Ogni volta che la
prendeva in braccio (cosa che capitava fin troppo spesso, essendo dama di
compagnia della madre nonché zia della piccola), la bambina scoppiava a
piangere.
Le lacrime le scorrevano sulle guance e Ingrid cercava di calmarla cullandola
su e giù. Ma per quanto si impegnasse, fintanto che stava in braccio a lei,
Biancaneve sembrava non avere pace.
“Vieni, ti faccio vedere,” disse la regina. Prese la piccola, che aveva più o
meno sei mesi. Il modo che sua madre aveva di cullarla e il suo sorriso la
calmavano in un istante. Tempo un paio di minuti e Biancaneve già dormiva.
“La nostra regina è nata per essere madre,” commentò una delle domestiche,
una di cui Ingrid non sopportava nemmeno la vista.
Ingrid la spinse via. “Abbiamo finito, Katherine?” domandò alla sorella. “Se
non sbaglio stavamo parlando del fatto che secondo te occorre aggiungere altri
uomini alle miniere. La mia opinione però è che dovremmo semplicemente
costringere quelli che ci sono già a lavorare di più.” Una delle cameriere rivolse
a Ingrid uno sguardo di disapprovazione, ma lei non ci badò. “Così facendo
potremmo raddoppiare la quantità di diamanti estratti. Il profitto sarebbe
enorme.”
Katherine non le stava dando retta. Continuava a cullare Biancaneve. Quella
bambina abusava dell’attenzione di sua sorella, che invece avrebbe dovuto
ascoltare lei.
“Katherine?” La voce di Ingrid si fece più affilata. “I nostri appuntamenti
ormai durano mezz’ora o poco più. Oggi sarà una giornata intensa, quindi non
rimane molto tempo per discutere delle altre questioni.”
“Oh, Ingrid,” la fermò la regina, continuando a guardare Neve. “Le miniere
possono aspettare un altro giorno. Goditi un po’ la tua nipotina.”
“Ma…” fece per ribattere lei. Quell’atteggiamento la faceva imbestialire! Il
regno aveva bisogno di una guida forte, sicura. Avrebbero potuto nuotare
nell’oro se solo quell’essere patetico di Georg fosse stato in grado di imporsi! Se
avesse costretto i minatori a lavorare di più, senza badare alle loro lamentele,
avrebbero guadagnato ricchezze enormi!
Non esitare, l’ora è scoccata. Prendi il potere, regna incontrastata.
“Non lo farò mai!” gridò Ingrid. Tutti si voltarono a guardarla. Non si era
nemmeno accorta di avere urlato.
Poni la mano su questo vetro, dammi energia. Ti farò sedere su quel trono
da cui nessuno ti manderà via.
Lo specchio reclamava nuova linfa vitale. A Ingrid non piaceva toccare quel
vetro. Ogni volta che lo faceva la lastra diventava più brillante ma lei si svuotava
e si sentiva esausta. O forse era solo una sensazione. In fondo non era che uno
specchio… Uno specchio che però era in grado di parlare direttamente con la sua
anima. Lo aveva fatto tante volte, e ogni volta il loro legame si era fortificato.
Ingrid ora conosceva incantesimi di cui pochi avevano sentito parlare, e in quegli
anni aveva anche maturato pensieri brillanti e audaci su come si governa un
regno. Ma quel sentirsi spossata non le piaceva.
“Hai detto qualcosa, Ingrid?” le domandò Katherine. Non si era nemmeno
degnata di alzare la testa. Aveva occhi solo per la sua Biancaneve. E questo era
molto offensivo! Quella ridicola bambina assorbiva tutto il tempo di sua sorella,
nonché la sua attenzione. E quando non coccolava sua figlia, Katherine doveva
occuparsi delle questioni di governo. Per lei non aveva mai tempo.
“No, non ho detto niente,” bofonchiò Ingrid, anche se in quel momento
avrebbe voluto mettersi a urlare.
Tu sai cosa fare. Vuoi la corona indossare? Il suo cuore dovrai fermare.
Così le disse di nuovo lo specchio.
Ma Ingrid non era pronta. Non ancora.
CAPITOLO UNDICI

Neve

“Oggi ho imparato qualcosa che mi tornerà utile,” affermò Gongolo dopo che
l’ultimo piatto lavato e asciugato era stato riposto nella credenza.
Neve e gli altri alzarono lo sguardo. Lui e Dotto stavano asciugando i piatti,
mentre Cucciolo e Mammolo spazzavano il pavimento. Brontolo si era occupato
di accendere il fuoco nel camino e Neve, Eolo e Pisolo rimettevano a posto la
cucina.
Era ormai una settimana che la ragazza viveva con i sette nani, come loro
stessi si definivano, e già si era abituata a quella nuova routine. Nessuno di loro
voleva che lei si occupasse di pulire e cucinare (“Tu sei la principessa!” le
dicevano sempre) perciò era stato stipulato un accordo secondo il quale le
faccende domestiche sarebbero state equamente divise: Neve avrebbe preparato
la cena intanto che i nani erano in miniera. Durante il giorno non lasciava mai la
capanna. Brontolo glielo aveva fatto giurare.
“La regina ha occhi ovunque! Non devi aprire a nessuno!” le aveva ordinato.
Durante le lunghe giornate trascorse per conto suo, Neve elaborava piani su
piani per spodestare sua zia dal trono. Immaginava strategie e battaglie. Benché
capisse che era necessario, non le piaceva rimanere rinchiusa. Le ricordava
troppo la vita trascorsa al castello.
Quello della cena era il momento in cui sentiva di essere in una famiglia.
Quanto le piaceva! Chi immaginava che ci fossero tante cose di cui parlare ogni
sera? Adorava sentire i suoi nuovi amici che raccontavano la loro giornata in
miniera. Lei cercava di rallegrarli con vecchi aneddoti della vita al castello,
quando era piccola. Descriveva le specie di uccelli che vedeva volare quando si
affacciava alla finestra. A un certo punto arrivava anche il momento delle
domande. Neve aveva scoperto di averne un sacco! Dopo avere trascorso tutti
quegli anni senza poter parlare con nessuno, ora c’erano mille e più cose che
voleva conoscere. Voleva sapere tutto dei sette nani, della loro vita. Voleva
sapere chi avesse intagliato la splendida porta e tutti i mobili. Voleva sapere
come mai daini e uccellini si trattenevano fuori dalla finestra della cucina mentre
lei preparava da mangiare.
“Perché ti adorano, così come ti adoriamo noi,” disse Mammolo un po’
enfaticamente.
“E io adoro voi!” rispondeva sempre Neve. Continuavano a parlare fino a
che l’ultima candela non si spegneva.
Si sentiva come se si fosse finalmente risvegliata, come se avesse ritrovato la
voce dopo anni di buio e silenzio. E nonostante promettesse di non fare più di
quanto pattuito, cercava sempre nuovi modi per ripagarli della loro gentilezza.
Ogni giorno preparava per ciascuno un cestino con il pranzo da portare al lavoro.
Rammendava i minuscoli calzini. A loro insaputa, usava ago e filo trovati in giro
per cucire copertine per i letti. Era ancora estate, ma si era accorta che non
avevano coltri per l’inverno.
Cucire la aiutava a passare il tempo, ma la induceva anche a rif lettere.
Pensava a sua madre e non sapeva come poterla vendicare, e questo le
aumentava l’ansia. Mentre sua zia continuava a spadroneggiare al castello, lei se
ne stava in una graziosa capanna a fare niente. Ma come le ricordava sempre
Brontolo: “Agire senza un vero piano è come essere già morta. E da morta non
sarai utile a nessuno”.
Così, continuava ad aspettare e cercare risposte alle sue domande. Come
avrebbe potuto mettere fine al regno della Regina Cattiva e riprendersi il trono?
In fondo non era che una ragazzina.
Una voce sola può essere potente quando si fa sentire su tutte le altre.
Erano parole di sua madre. Quando un suddito aveva un problema, a volte
esitava a esporlo, temendo che nessuno gli avrebbe dato retta. Invece, la regina
Katherine, seduta sul suo trono, con Neve che le stava accanto, ascoltava e
diceva esattamente quelle parole. Una voce sola può essere potente quando si fa
sentire su tutte le altre. Così, i sudditi non avevano più timore di venire a
raccontare i loro problemi. Ma come avrebbe potuto Neve dire alla sua gente che
si sarebbe presa cura di loro quando nessuno sapeva neppure se lei era viva o
no?
Pisolo, seduto accanto a lei, sbadigliò rumorosamente, riportandola al
presente. Aveva gli occhi pesanti per la dura giornata di lavoro.
“Ho sentito dire a Frederick, quello di Knox Hills, che parecchia gente del
suo villaggio sta pensando di lasciare il regno,” cominciò Gongolo.
“Lasciare il regno?” chiese Neve. “Per quale ragione? Non hanno più
lavoro?”
“No,” rispose Gongolo. “Ne hanno troppo! Ma pagano troppe tasse. Non si
possono più permettere di rimanere qui.”
Neve mise giù lo straccio. Sembrava amareggiata ma anche decisa. “Devo
parlare con questo Frederick,” sbottò. “E non solo con lui. Voglio parlare con
tutti gli abitanti del suo villaggio. Non devono sentirsi costretti ad abbandonare
le loro case per colpa della regina.”
“Tu sei matta da legare!” gridò Brontolo sventolando l’attizzatoio. “Non hai
alcuna possibilità di cambiare il destino di quella gente.”
Neve spalancò gli occhi. Un pensiero le si era improvvisamente affacciato
alla coscienza. “A meno che io non riesca a radunare uomini come Frederick e
dia loro un buon motivo per lottare,” spiegò. “Se vado a parlare di persona dal
mio popolo, e dico loro che sono viva e intenzionata a riprendermi il trono per
poterli aiutare,” continuò guardandoli negli occhi, “forse quelle persone
aiuteranno me a sconfiggere la Regina Cattiva.”
“E se invece qualcuno andasse a riferirle quello che stai tramando?” chiese
Mammolo preoccupato.
Gli sguardi di tutti si spostarono verso la finestra della cucina. Negli ultimi
giorni un corvo aveva cominciato a presentarsi con una certa frequenza alla
casetta. I sette nani si chiedevano se per caso la regina non li stesse tenendo
d’occhio. Ma, obiettò Gongolo, se la regina sapeva dove Neve si trovava come
mai non si era ancora fatta viva?
“I soldati non si fanno vedere da queste parti,” spiegò Dotto. “Si presentano
solo quando devono riscuotere tasse. Fintanto che evitiamo le guardie, Neve può
andare a parlare con chi vuole, senza rischio.”
“E se la regina venisse a saperlo?” intervenne Eolo soffiandosi il naso.
Ultimamente le sue allergie erano peggiorate.
Neve respirò profondamente. “Prima o poi scoprirà che sono ancora viva,”
disse. “Pertanto, devo fare in fretta e andare a parlare con quante più persone
possibile. Almeno, con quelli disposti ad ascoltarmi. Se trovo abbastanza gente
disposta a mettersi al mio fianco, potremmo anche riuscire a spodestarla dal
trono.”
Brontolo si accarezzò la lunga barba bianca. “È rischioso, ma potrebbe
funzionare,” ammise. “Ci potrebbero essere centinaia di persone pronte a unirsi a
noi. Dovremmo provare a organizzarle e a tenerle pronte ad assaltare il castello
nel giorno che decideremo.”
“Due settimane a partire da oggi,” affermò Neve, risoluta.
La guardarono perplessi. “Non è tanto tempo,” si preoccupò Pisolo.
“È quello che abbiamo a disposizione,” replicò lei. “La regina ben presto
saprà che sono viva e da allora il tempo sarà ancora di meno. Dobbiamo essere
pronti in due settimane,” ribadì, cercando di mostrarsi più convinta di quanto in
effetti fosse. “È tutto ciò che abbiamo per radunare quante più persone
possibile.”
“Dove potremmo trovare gente disposta a darci una mano?” si domandò
Dotto.
Gongolo diede un pugno sul tavolo, esaltato. “Alla miniera ho sentito un
sacco di persone discutere di questa questione!” affermò. “I villaggi dove vivono
non sono lontani da qui.”
Brontolo si avvicinò a una credenza del soggiorno. Aprì un cassetto chiuso a
chiave da cui estrasse una pergamena arrotolata. La dispiegò sul tavolo. Gli altri
si avvicinarono per guardare di cosa si trattasse. Lui raddrizzò il foglio con le
mani. Era una mappa del regno dipinta a mano. Al centro c’era il castello. Il
territorio era diviso in quattro spicchi. Era visibile la fattoria dove la madre di
Neve aveva trascorso la giovinezza, poi la zona delle miniere dove loro si
trovavano in questo momento. C’era poi una zona interamente coperta da alberi
e un’altra circondata dai laghi. Sulla mappa spuntavano nomi di villaggi e
casette che sembravano funghetti pronti per essere raccolti. La pergamena era
ingiallita e un po’ rovinata, ma una mappa in questo momento era l’arma più
potente a disposizione di Neve. Se voleva davvero porre fine al regno di terrore
instaurato da sua zia, aveva bisogno di ben più che sette uomini. Avrebbe dovuto
convincere una grande quantità di persone, parlando con loro a uno a uno, se
fosse stato necessario. Avrebbe dovuto esortarli a mettersi al suo fianco e
combattere insieme a lei. Una voce sola può essere potente quando si fa sentire
su tutte le altre.
Neve sfiorò i bordi della mappa. Si rese conto che tutti i bellissimi luoghi che
vi erano raffigurati, luoghi che lei peraltro non aveva mai visto, formavano il suo
regno. Era una sensazione meravigliosa ma che un po’ la sopraffaceva. “Da dove
cominciamo?” domandò.
“Da qui,” affermò Gongolo puntando l’indice su un gruppo di case non
lontano dalle cascate. “È il villaggio di Frederick,” spiegò. “Da quelle parti
ultimamente ci sono stati molti temporali. Per via del cattivo tempo il nostro
amico ha perso parecchio lavoro.”
Il giorno prima anche i sette nani erano stati costretti ad andare al lavoro più
tardi del solito, per la stessa ragione.
“Da quanto ho sentito, la gran parte del regno è stato flagellato dalle piogge,”
aggiunse Dotto.
“Il tempo è cupo come l’umore della gente,” commentò Brontolo.
“Aspettiamo che cali la notte, così passerai inosservata,” le suggerì Gongolo.
“Abbiamo bisogno di armi,” aggiunse Brontolo. “Non possiamo combattere
contro i soldati della regina a mani nude.”
“Abbiamo i picconi!” ricordò Dotto. Gli altri annuirono. Era una buona idea.
“Non bastano!” esclamò invece Brontolo, sferrando anche lui un pugno sul
tavolo. “Non avete sentito di che cosa è capace la regina? Ha a sua disposizione
un intero esercito. Un esercito che ubbidisce ai suoi ordini, non ai tuoi,”
aggiunse, rivolgendosi a Neve. “Non stai affrontando semplicemente una regina
un po’ prepotente. Stai per scontrarti contro una potente strega esperta di magia
nera.”
“Brontolo ha ragione,” ammise Gongolo, con lo sguardo perso chissà dove.
“Dobbiamo anche noi procurarci delle pozioni magiche se vogliamo combattere
ad armi pari.”
“So che al mercato c’è una bottega dove praticavano magia nera. Forse c’è
ancora,” suggerì Eolo. “Dicono che la regina da ragazza lavorasse lì.”
Brontolo gli lanciò contro il cappello. “Sei uno sciocco!” disse. “Se è così,
quello è il primo posto dove non andare! Chiunque lavori in quella bottega sarà
in combutta con lei, non lo capisci?” Quindi guardò gli altri. “Dove possiamo
procurarci un po’ di magia, ma che non sia lì?”
Guardarono la mappa come se ci potessero trovare le risposte che cercavano.
Ma, da quello che si riusciva a vedere, non c’era nessuna costruzione con sopra
scritto “Stregonerie”.
Mammolo si mostrava inquieto. “I minatori parlano sempre di cosa farebbero
nel caso si trovassero intrappolati in una galleria o in una grotta,” raccontò.
“Come riuscire a liberarsi. Ho sentito parlare di una specie di elisir ricavato dalla
linfa di un albero che cresce nella Foresta Stregata. È una pozione in grado di
cambiare le sembianze di una persona. A seconda delle necessità, ti fa diventare
enorme oppure piccolissimo. Ti trasforma in uccello oppure in un bue. Quindi ti
può fare assumere la forma utile per uscire da una galleria.”
“Un albero?” domandò Brontolo perplesso. “Nella foresta ci sono centinaia
di alberi.”
Mammolo si spinse all’indietro sulla seggiola. “Questo è un albero che ha
una faccia,” disse. “E fa un verso simile a un ululato.”
Neve chiuse gli occhi. Nella mente le affiorò il ricordo di qualcosa che
somigliava a quello di cui aveva appena parlato Mammolo. “Io ho visto
quell’albero,” esclamò. Poi riaprì gli occhi. Il battito del cuore le si era
accelerato. “Mi ero persa nella Foresta Stregata,” spiegò ai suoi amici. “Dopo
essere scappata dal cacciatore mi ero ritrovata lì. È un luogo che mette davvero
paura.” Ebbe un brivido. “Temevo di non rivedere mai più la luce del sole,”
aggiunse.
La sola idea di tornare in quel posto orrendo le faceva gelare il sangue nelle
vene. I pensieri che le correvano nella testa mentre si trovava lì, le immagini che
le si formavano, la sensazione di assoluta solitudine… Tutto questo l’aveva
quasi completamente consumata. Ritornarci sarebbe stato un po’ troppo. Si
domandò se anche quelle sensazioni non fossero state causate da quell’albero.
“Be’, eri da sola,” intervenne Brontolo, con un tono che adesso era un po’
più conciliante. “Stavolta insieme a te ci saremmo noi.”
“Gli spiriti non possono avere la meglio su di te quando sei insieme a
qualcuno,” spiegò Gongolo con aria sapiente. E gli altri annuirono.
Neve non era certa che fosse vero, e tuttavia quelle parole le diedero un po’
di coraggio. Fece un respiro bello lungo. Brontolo aveva probabilmente ragione
sul fatto che avessero bisogno della magia per contrastare la regina. Non poteva
trascinare i sudditi che avessero accettato di seguirla senza difese adeguate.
Avrebbero lottato per le loro vite, certo, ma avrebbero lottato anche per lei.
“D’accordo,” acconsentì finalmente. “Tornerò nella Foresta Stregata. E
troveremo quell’albero.”

_____

Il giorno dopo i sette nani avevano il turno di riposo. Non persero un solo istante
e si prepararono ad andare alla Foresta Stregata insieme a Neve. Lungo quasi
tutto il tragitto camminarono senza dirsi niente. Neve non amava il silenzio, ce
n’era stato troppo nel suo passato, ma quella mattina nemmeno lei aveva molta
voglia di parlare. Era nervosa. Si domandava dove la sua mente l’avrebbe
portata, trovandosi di nuovo in quel luogo spaventoso. Adesso basta! ordinò a
quei suoi pensieri inquieti. Cercò di riprendere il controllo sul battito del cuore e
sul tremore delle mani. No, questa volta non si sarebbe lasciata sopraffare.
Stavolta sarò coraggiosa, si disse.
Quando vide la foschia salire dalla vegetazione capì che erano arrivati. Ecco
la Foresta Stregata. Le foglie degli alberi avevano cambiato colore, passando dal
verde al giallo. L’erba sul limitare del bosco sembrava invece sbiadita. Un
uccello lanciò un richiamo solitario, come a invitarli a stare lontani da quel luogo
tenebroso. Loro invece continuarono ad avanzare.
“Non ti fidare delle cose che vedrai là dentro,” le spiegò Brontolo che
comprendeva la sua ansia. “Fidati solo dei tuoi pensieri.”
Un corvo volò sopra le loro teste. Si fermarono. Era lo stesso uccello che
poco tempo prima si era posato sul davanzale di casa. Era un pessimo presagio.
Neve sentì come se una clessidra stesse segnando il suo tempo. Sapeva che a
breve la Regina Cattiva li avrebbe trovati. Riusciva a sentire il rumore della
sabbia che scendeva.
Brontolo lanciò un’occhiata a quel corvo. “E non ti fidare neppure degli
animali,” aggiunse.
“Farò come dite,” rispose Neve. Una volta entrata nel bosco il sole parve
scomparire in un istante e così anche il suo tepore.
Regnava l’oscurità, l’aria era diventata fredda. A un certo punto sentì un
soffio ghiacciato sulla nuca. Attese che gli occhi si abituassero all’oscurità e
quindi udì gli stessi sospiri dell’altra volta. Non volle cercare di capire se le
stessero dicendo qualcosa né che cosa fosse. Si concentrò sui suoi passi. Davanti
a sé vide la radura che aveva attraversato di corsa alla ricerca di una via di uscita.
Oltre quella radura, ricordava, c’era un lago gelido, e quegli alberi che sembrava
volessero strapparle gli abiti di dosso. E il buio più profondo e impenetrabile. Ne
era certa. “Da quella parte,” disse, cercando di tenere la voce ferma.
“È davvero buio lì dentro,” sospirò Mammolo.
“E allora?” lo rimproverò Eolo. “Lavori in una miniera, dovresti esserci
abituato al buio.”
“Sì, ma lì dentro ci sono gli spiriti,” obiettò Pisolo indicando davanti a sé. La
voce gli si era fatta più preoccupata del solito.
“Spiriti?” intervenne Dotto. “Si tratta sicuramente di una diceria messa in
giro dalla regina per tenere lontano la gente dall’albero che ulula. Una pianta che
ha un potere come quello ha bisogno di essere protetta dalla curiosità della gente.
E quale luogo migliore che un immaginario bosco stregato?”
L’argomentazione di Dotto era impeccabile. Tuttavia… Neve teneva la mano
davanti a sé, come per proteggersi. “È molto buio,” disse. “Stiamo vicini,
altrimenti rischiamo di perderci.”
“Mettiamoci in fila uno dietro l’altro,” propose Brontolo. Era, come sempre,
pronto a prendere il comando delle operazioni. “Forza, gente!” li esortò.
“Seguitemi,” ordinò Neve con voce salda, guidandoli dentro quelle tenebre
che sembravano aspettarli. L’aria era immobile. Quella quiete apparente
amplificava ogni suono. Il calpestio sulle foglie cadute rimandava eco
inquietanti. La ragazza era concentratissima nel cercare di distinguere le ombre
che le si materializzavano davanti, ma diventava sempre più difficile man mano
che la nebbia si infittiva. Ogni albero morto, deformato e contorto sembrava
identico all’altro. Pareva che i rami cercassero di ghermirli. Lei cercava di
convincersi che si trattava solo di un inganno della sua immaginazione.
“Allora, hai visto qualcosa o no?” le domandò Brontolo tradendo una certa
urgenza nella voce.
“Ancora nulla,” ammise Neve. C’era davvero un albero che le aveva ululato?
Non è che se l’era solo sognato? No, era certa di averlo visto. E se invece fosse
stata una suggestione, come le tante che questo luogo ispirava? Li aveva indotti
ad accompagnarla qui per niente?
Crak! A sentire quel rumore secco si voltarono tutti di scatto. Neve si mise in
attento ascolto. Avrebbe giurato di avere sentito il richiamo di un uccello. Un
canto familiare.
“Cos’è stato?” esclamò Dotto.
“Uno spettro?” domandò Pisolo spaventato.
Neve sentì che Dotto stava per essere preso dal panico e staccava la mano
dalla sua. Si udì un urlo. Poi altri richiami.
“È solo un gufo!” spiegò allora, cercando di coprire quei suoni spettrali con
la sua voce. Voleva rassicurare i suoi compagni di viaggio e fu sorpresa di come
lei stessa riuscisse a mantenere la calma. Aveva riconosciuto quel richiamo. Sua
madre le aveva insegnato a riconoscere il canto degli uccelli notturni. “Non c’è
niente da temere,” riprese. “Vi dico che è solo un…”
“No!” Riconobbe la voce di Gongolo. Aveva urlato. Si voltò di scatto. “No!”
gridò ancora Gongolo. “Vattene! Lasciami andare!”
Udì altre urla e poi un suono di passi. Qualcuno stava correndo. Le voci dei
suoi amici si facevano sempre più flebili. Cosa stava accadendo?
“C’è qualcuno!” urlò Brontolo. “Corri, Neve! Corri!”
Neve sentì il sangue gelarsi nelle vene. Aveva già sentito quelle parole. Le
aveva pronunciate il cacciatore. Forse era tornato per terminare il lavoro che gli
era stato assegnato? Avrebbe fatto del male anche ai suoi amici?
“Torna indietro, Neve!” urlò Dotto. “Corri, non fermarti!”
No. Stavolta non sarebbe scappata. Non più. “No!” esclamò lei, invece. “Non
permetterò a nessuno di farvi del male!” Si precipitò verso il punto da cui
proveniva il trambusto, dove il buio era più profondo e la nebbia più fitta. Pochi
passi e andò a sbattere violentemente contro qualcosa che era molto più grosso
di lei. Cadde sulle ginocchia e cercò subito di rialzarsi. Cercò nella terra
qualcosa con cui difendere se stessa e i suoi amici. Foglie e terra le penetrarono
nelle unghie. Trovò un grosso bastone, scattò in piedi e cominciò a mulinarlo in
aria. Poi seppe di avere colpito qualcosa.
“Ahio!”
Era una voce maschile. Non poteva che essere il cacciatore. Non aveva
intenzione di fargli del male, dato che, in fondo, le aveva risparmiato la vita. Ma
era necessario spaventarlo, nel caso in cui non fosse stato possibile ragionarci.
“Vattene adesso e ti risparmierò, cacciatore!” gridò decisa. Nel momento in
cui la pronunciava, si rendeva conto di quanto sciocca fosse quella frase.
“Cacciatore?” ripeté Brontolo. La sua voce arrivava da qualche parte in
mezzo al buio. “Ehi, ragazzi, è l’uomo che ha cercato di uccidere la
principessa!” esclamò poi. “Prendiamolo!”
Neve fece roteare di nuovo il bastone e colpì una seconda volta il suo
assalitore. Lo sentì cominciare a tossire e quindi udì il rumore del suo corpo che
cadeva tra le foglie. “Vattene adesso e non ti sarà fatto del male!” riprese,
facendo un passo avanti. Ma un piede le scivolò sulle foglie bagnate e anche lei
perse l’equilibrio. Stavolta l’atterraggio fu ancora più brusco e duro del
precedente. Neve cominciò a rotolare sul terreno, andando a sbattere contro la
persona che giaceva al suolo. Aveva le mani sempre strette saldamente sul
bastone. Lo sollevò, decisa a usare ancora quel legno, quando un raggio di luce
riuscì a farsi largo tra gli alberi bucando l’oscurità.
“Per favore, fermati!” la supplicò il ragazzo. “Non sono un cacciatore!”
“Neve!” esclamò Gongolo raggiungendola e aiutandola a rialzarsi. “Stai
bene?”
“Legate questo tizio!” ordinò Brontolo. “Lo lasceremo qui, così che ci pensi
il bosco a sistemarlo.”
“Aspettate!” li fermò Neve, mentre i sette nani la sorreggevano.
“Aspettate!” fece eco la voce dello sconosciuto. Ma il suo tono era diverso,
ora che il pericolo di essere colpito non esisteva più. “Vi prego! Non so di chi
stiate parlando.” Tossì forte. “Non voglio fare del male a nessuno. Mi sono perso
nel bosco. Questo posto è stranissimo. È come se non fossi me stesso. Vi prego,
è importante che io riesca a…” A quel punto cominciò a imbrogliarsi con le
parole. Sembrava borbottasse. “Sto cercando una persona,” riprese. “Vi prego,
aiutatemi.”
Quella voce, pensò Neve. Le era familiare. Dove l’aveva già sentita?
Incuriosita, si avvicinò per vederci meglio, muovendosi prima che i suoi amici
riuscissero a fermarla. Gli tolse il cappello e quando vide il suo viso fu travolta
dalla sorpresa e dall’emozione. “Henri?” esclamò.
Il ragazzo cercò di rialzarsi, ma scivolò e cadde di nuovo a terra. Si passò
una mano sui capelli e sbatté le palpebre un paio di volte, anch’egli sorpreso.
“Biancaneve?”
“Conosci questo tizio?” domandò Brontolo a Neve, mentre puntava un lungo
bastone contro il ragazzo.
“Sì, lo conosco!” esclamò Neve piena di gioia. Non credeva ai propri occhi.
Era il principe Henrich. Ed era davvero qui, l’ultimo dei posti dove si sarebbe
immaginata di rivederlo. “Che cosa ci fai nella Foresta Stregata?”
Henri era malfermo sulle gambe, così Neve lo prese per un braccio per
aiutarlo, anche se le sembrava strano sostenere un uomo in quel modo. “Ti stavo
cercando, Neve!” esclamò lui.
“Cercavi me? E perché?” domandò la ragazza, mentre il cuore cominciava a
batterle fortissimo.
“Sono stato inviato in missione al castello per trovarti. Ho preso una
scorciatoia, ma il mio cavallo si è spaventato per il buio,” spiegò lui. “Sono
tornato indietro ma a quel punto non sono più riuscito a trovare l’uscita.”
“Umpf… Bella pensata,” borbottò Brontolo.
“Inviato in missione?” chiese Neve stupita. “È per via della regina? Ha già
diffuso la notizia che io sarei morta?”
“Morta? Tu?” domandò Henri. Spalancò quegli occhioni blu, perplesso.
“Intendi dire lui? Non pensavamo che lei credesse che lui fosse una minaccia.
Però poteva anche essere…”
Quello che diceva non aveva alcun senso. Neve si avvicinò e gli sfiorò la
testa, poi ritrasse la mano. I sette nani la guardavano attenti. Le guance le erano
diventate paonazze. “Hai sbattuto la testa?” gli domandò, cercando di tenere un
tono di voce leggero. “Di cosa stai parlando?”
Henri le prese la mano tra le sue. “Neve,” le disse. “Ho trovato tuo padre!”
CAPITOLO DODICI

Ingrid

Dieci anni prima

Nell’esatto istante in cui la punta delle dita sfiorò il vetro, Ingrid sentì il corpo
svuotarsi di energia. Le mani le si fecero tiepide, poi decisamente calde. Quella
sensazione le salì lungo il braccio, le attraversò le spalle e da lì si diffuse su tutto
il corpo.
Mentre tutto questo avveniva, evitava di guardare lo specchio. Per qualche
ragione, teneva sempre gli occhi chiusi e preferiva ascoltare il flebile rombo
emesso dal vetro. Le ricordava il rumore di un tuono in lontananza, che si
abbatteva sulle colline visibili dal castello.
Dargli più linfa vitale, così come lo specchio aveva richiesto, era stata una
mossa disperata. Dopo l’ultima volta aveva giurato che non lo avrebbe più fatto.
Era costretta a smentirsi, ma davvero quella sarebbe stata l’ultima volta.
Quell’atto la indeboliva profondamente, dandole la sensazione di essersi
ammalata. Si sentiva talmente spossata dopo, da dover rimanere a letto per giorni
per recuperare le energie. Teneva le tende chiuse in modo da bloccare ogni
raggio di luce e ogni minimo rumore. Perfino il tintinnio di un ditale che cadeva
sul pavimento le pareva un terremoto. Gli occhi le facevano male come se
guardasse direttamente il sole. Le bastava spostarsi di un centimetro perché ogni
fibra del corpo le rimandasse fitte di dolore. La testa le pulsava di un’emicrania
mai provata prima. Ci voleva un tempo infinito prima che riuscisse anche solo a
stare seduta e a mettere nello stomaco un pezzo di pane.
Ma appena il corpo recuperava le forze, sentiva la differenza. La sentiva
scorrere nel sangue. Lo specchio aveva ragione: ogni volta diventava più
potente, più intelligente. E anche più bella di prima.
Quando finalmente usciva dai suoi appartamenti, le domestiche rimanevano
meravigliate dalla lucentezza della sua pelle. Dimostrava la metà dei suoi anni.
“Una sola notte di riposo fa miracoli per voi, lady Ingrid,” le dicevano.
Lei nemmeno rispondeva e andava per la sua strada, ma sentiva quei bisbigli
di ammirazione e ne godeva.
“Sembra più giovane della regina!” sentiva dire da una domestica. “Ma come
è possibile?”
“Stregoneria!” rispondeva inevitabilmente un’altra.
Volevano fare pettegolezzi? Che li facessero. Era solo invidia, la loro. Del
resto, come avrebbero potuto non essere invidiose? Ingrid non era mai stata tanto
in forma come adesso. Tanto bella, tanto attraente. I calli procurati dai lunghi
anni di lavoro prima nei campi e poi alla bottega erano scomparsi. La pelle era
bianca come il latte, luminosa. I capelli parevano di seta. Per non parlare della
forza che sentiva di avere. Non solo fisica, soprattutto mentale. Una forza mai
sentita prima. Lo specchio aveva ragione: valeva la pena di affrontare
quell’angoscioso e doloroso processo.
O, quanto meno, questo è ciò che lei stessa si ripeteva ogni volta che si
accingeva a ricominciare da capo. Non aveva in programma nell’immediato
futuro di dare allo specchio più di quanto gli stesse già offrendo. Il fatto è che
negli ultimi tempi Katherine era diventata davvero insopportabile. Ogni
momento che aveva a disposizione lo dedicava a Biancaneve. La bambina non
era più così piccola da necessitare tutta quella attenzione. Ma nonostante questo,
la regina preferiva la compagnia della figlioletta alla sua.
“Rimani un po’ con noi,” le diceva sempre sua sorella ogni volta che lei si
lamentava del poco tempo che trascorrevano insieme. “Gioca un po’ con la tua
nipotina.” Ma a Ingrid non andava di giocare. L’unica cosa che le interessava era
cambiare il modo in cui veniva amministrato il regno. Avrebbe voluto poter
intervenire sia fuori che dentro le mura del castello. Sperava anzitutto che Georg
diventasse più risoluto, che la smettesse di farsi mettere i piedi in testa dai
sovrani degli altri regni. Katherine, invece, non si occupava di politica. Lei era la
regina del popolo. Trascorreva tutto il suo tempo ad ascoltare i problemi dei
sudditi, le loro lamentele, si preoccupava di rendere le condizioni di lavoro per
gli agricoltori le migliori possibili. Essendo stata allevata da un contadino, il suo
principale interesse era lo scambio dei prodotti della terra, anziché di quelli che
piacevano a Ingrid. Per esempio, i diamanti.
Ci sarebbero stati tanti di quei soldi da fare, se solo Katherine si fosse decisa
a ordinare l’apertura di nuove miniere. E invece no. Lei preferiva che dei
diamanti si occupasse Georg. Peccato che anche il re, anziché accorgersi di
quanto potessero rendere le pietre preziose, si preoccupasse delle condizioni di
lavoro dei minatori. Come sovrano non valeva davvero niente.
Ma se Katherine non capiva perché fosse necessario cambiare la gestione
delle miniere, allora Ingrid avrebbe trovato un altro modo per convincere Georg.
Tutto ha un prezzo, compreso il tuo sogno. Di altra linfa vitale ho bisogno, le
disse lo specchio.
E rieccoci di nuovo qui.
Ingrid aveva notato che pronunciando formule magiche mentre la cerimonia
della linfa vitale era in atto, tutto il processo accelerava. E fu per questa ragione
che non si accorse che qualcuno aveva aperto la porta della camera. Katherine la
stava chiamando, ma fu solo quando la porta si spalancò completamente,
lasciando entrare la luce del giorno, che si rese conto di avere compagnia.
“Ingrid?” balbettò la regina. La guardava con l’aria di un bambino
spaventato. Si era stretta nelle spalle e quella sua boccuccia perfetta stava
spalancata per la sorpresa. “Che… che cosa stai facendo?”
Katherine guardò prima Ingrid, poi lo specchio. Vide il lampo che si
sprigionava dalla lastra di vetro e attraversava interamente il corpo di sua sorella
e corse via in preda al terrore.
“Aspetta!” urlò Ingrid.
Lasciala andare, le disse lo specchio. Quello che abbiamo cominciato non lo
puoi fermare.
“Aspetta!” urlò più forte Ingrid. Sentiva di essere imprigionata nel suo stesso
corpo. Katherine gemeva nell’altra stanza. Da un momento all’altro le guardie
avrebbero fatto irruzione e il suo segreto sarebbe stato rivelato. Nessuno doveva
sapere dello specchio e del suo potere. Qualcuno avrebbe tentato di rubarglielo,
appena avessero scoperto che cos’era in grado di fare.
Cosa doveva fare? Restare dov’era e terminare il processo iniziato o correre
dalla sorella? Non aveva mai visto Katherine tanto turbata. Si sentiva come se il
corpo le si strappasse in due metà.
Ingrid, ascoltami e usa la testa. Resta, resta, resta, resta…
Ma lei non voleva stare ad ascoltarlo. Doveva andare da Katherine. Staccò la
mano dallo specchio e la luce subito si spense. Si sentiva debilitata, quasi non ce
la faceva a raggiungere l’altra stanza. Quando ci riuscì trovò sua sorella
accasciata sul pavimento. Singhiozzava come mai l’aveva vista fare, se non
quando erano bambine. “Katherine, ascolta…” cominciò a dire.
Lei alzò di scatto lo sguardo, il viso trasfigurato dalla rabbia. “Tu sei una
strega!” esclamò.
Ingrid arretrò, vacillando. “No, io…” La sua voce era poco più che un
sussurro. Dormire. Tutto ciò che desiderava in quel momento era dormire.
“E invece lo sei!” ripeté la regina, senza riuscire a fermare il pianto. “Georg
mi aveva messa in guardia. Aveva sentito dicerie su quello che facevi chiusa
nelle tue stanze. Ma io non gli credevo. Gli dicevo che ti eri lasciata l’intero tuo
mondo alle spalle per trasferirti al castello e diventare la mia dama di
compagnia. Gli dicevo che tu non avresti mai e poi mai praticato magia nera.
Non sotto lo stesso tetto dove dorme tua nipote!”
“Non è magia nera,” rispose Ingrid. La sua voce non era potente e ferma
come di solito. Era debole e questo non le piaceva affatto. “È qualcosa con cui
mi diletto nel mio tempo libero. Del resto ne ho tanto, dato che tu non hai certo
bisogno di me per risolvere le questioni importanti.”
“Sei una bugiarda!” urlò Katherine, mentre le lacrime le scendevano lungo le
guance. “Quello non è un diletto. È la tua arte. Ti ho sentito pronunciare formule
magiche, prepari azioni malvagie, pratichi il controllo della mente. Ma non ho
mai voluto credere che fosse vero.”
Ingrid alzò gli occhi al cielo. “Controllo della mente?” ripeté ironica. “Ma
per favore…”
“Georg aveva ragione,” la interruppe Katherine, cominciando ad arretrare.
“La magia nera ti ha avvelenato il cuore. Cosa stavi facendo con quello
specchio? Quelle formule magiche e quel freddo. Quello strano lampo, la nebbia
scura… È contro natura, è qualcosa di malvagio.”
“Stai esagerando,” ribatté Ingrid. “E comunque, quello che faccio nel mio
tempo libero sono solo affari miei. Non ti riguarda né ti tocca né ti danneggia. La
tua vita è perfetta, la tua famiglia è perfetta! Che diritto hai per dirmi cosa posso
o non posso fare?”
“Quello che fai potrebbe nuocere a Neve! Non voglio che quello specchio
rimanga al castello,” ordinò la regina. “Devi portarlo via! Sta oscurando il tuo
cuore rendendolo nero come la tenebra!”
“Quello specchio è mio!” urlò Ingrid. Sentì sapore di sangue: si era morsa la
lingua. Gocce di sangue le colavano giù dal mento. Katherine si allontanò
ancora. “Non ti permetterò di toccarlo. Non hai diritto di portarlo da nessuna
parte!” La voce le stava tornando forte, ridiventava veleno. Anche il suo Maestro
aveva tentato di separarla dallo specchio e guarda che fine aveva fatto. Se ne
stava sottoterra. “Ti sei già presa tutto quello che mi apparteneva. Non sei
l’unica ad avere diritto a essere amata.”
“Amore?” domandò Katherine. “Ingrid, quello è uno specchio. Non può
amarti.”
Il petto di Ingrid si sollevò e un istante dopo si riabbassò. Non aveva il
dovere di spiegarle un bel niente. “Tu non puoi darmi ordini!” affermò.
La regina raddrizzò le spalle e indurì il viso. “E invece posso, eccome,”
rispose. “Sono la tua regina. E se dico che quello specchio deve sparire, allora
quello specchio sparirà. Oppure te ne andrai tu.”
“Stai forse minacciando di mandarmi via?” esclamò Ingrid incredula. Come
osava comportarsi così? Era sua sorella minore. Ingrid l’aveva allevata, l’aveva
fatta crescere. Si era occupata di lei come una madre. Le aveva dato tutto senza
ricevere in cambio nulla. Katherine amava la sua nuova famiglia molto di più di
quanto avesse mai amato lei. E questo non sarebbe mai cambiato. E ora che
aveva finalmente stabilito un legame intimo e profondo con qualcosa – perché
quello specchio aveva bisogno di lei come sua sorella non aveva mai fatto –
voleva portarle via tutto questo?
Katherine esitò qualche istante prima di rispondere. “È per il tuo bene,”
concluse. Si diresse verso la porta. “Devo riferire a Georg quanto accaduto. Mi
spiace.” Chiuse la porta alle sue spalle e Ingrid crollò sul pavimento.
Hai rifiutato di vedere la verità. E ora lei il nostro segreto svelerà.
Ingrid chiuse gli occhi. Sentiva fitte di dolore partire dal fondo del cranio per
poi diffondersi a tutta la testa. Anche se il rito era stato interrotto, si sentiva lo
stesso debolissima. Non riusciva neppure a rispondere alle parole dello specchio.
Ora il tempo è poco e tu lo sai. Dimmi, Ingrid, quale futuro sceglierai?
Quale futuro? pensò Ingrid. Aveva paura di rispondere.
Una sola lacrima le rigò il viso pensando a ciò che lo specchio le suggeriva
di fare. Per consentire all’oggetto magico di vivere, Katherine doveva morire.
Ingrid aveva lottato contro questa idea troppo a lungo. Arrivati a questo punto,
però, lo specchio aveva ragione. Che cosa le aveva donato sua sorella? Un titolo
senza importanza. Sì, Ingrid aveva resistito troppo a lungo ma non poteva più
continuare a fingere. La regina minacciava di denunciare lei e lo specchio, e
qualcosa andava fatto. Del resto, era sempre stata lei quella che faceva in modo
che le cose accadessero. Era stata lei ad averla trascinata fuori dalla capanna del
padre. Era stata lei ad avere trovato rifugio presso quel contadino. Erano state le
sue azioni che l’avevano portata a diventare regina. Lei aveva allevato Katherine
e adesso Katherine voleva portarle via l’unica cosa che contasse per lei. Sua
sorella aveva avuto tutto, mentre lei aveva dovuto combattere ogni istante della
sua vita. Era giusto che fosse Katherine a vivere la vita che Ingrid aveva sognato
per sé?
Scegli te stessa. Non esitare. Se vuoi essere regina, sai cosa devi fare.
“Sì,” sospirò Ingrid. Un piano già le si formava nella mente. Katherine
doveva sparire e lei sapeva esattamente come fare. Forse quel piano lo aveva già
in qualche modo elaborato da tempo, giacché nell’istante esatto in cui Ingrid
accettava il destino di sua sorella, il dolore cessò. Gli ingredienti di cui aveva
bisogno per risolvere la faccenda li aveva molto chiari in testa. Se solo pochi
istanti prima Ingrid provava senso di colpa e tristezza, ora provava solo rabbia.
Katherine avrebbe finalmente avuto ciò che meritava.
Ci sarebbe stata una sola regina in quel castello. Sua sorella non avrebbe mai
più indossato la corona.
Ingrid fece un sorriso cattivo. Il suo regno sarebbe durato molto a lungo.
CAPITOLO TREDICI

Neve

Neve si raggelò. “Hai trovato mio padre?” chiese a Henri.


“Sì,” rispose lui senza esitare.
La ragazza sentì che il suolo si faceva instabile, come sabbie mobili, e che da
un momento all’altro l’avrebbe ingoiata. In quegli ultimi giorni si era andata
convincendo che sua zia avesse ucciso o fatto uccidere anche suo padre. Le
sembrava alquanto improbabile che lui si trovasse nascosto da qualche parte.
“Mio padre?” gli domandò ancora. “Ne sei certo?”
“Certissimo,” rispose Henri. “Mi ha raccontato di tua madre e anche di te.
Della voliera che lei aveva fatto costruire e di tutti gli uccelli che ospitava. Mi ha
detto anche del pozzo dei desideri e dei giardini del castello.” I suoi occhi
azzurri brillavano. “Conosceva il castello e i suoi dintorni come il palmo della
sua mano,” riprese. “Sono assolutamente certo che sia lui.” I sette nani gli si
erano radunati intorno per ascoltarlo. “Re Georg è vivo,” concluse Henri. “E tu
gli manchi tantissimo.”
Alle parole “Re Georg” i sette nani cominciarono a parlare tutti insieme,
dandosi sulla voce.
“È vivo?”
“Lo sapevamo che non ci avrebbe mai abbandonato!”
“Dove si trova?”
“Sta tornando al castello?”
Neve non riusciva a sentire la stessa felice ansia. Era anzi preda di un
conflitto interiore. “Se veramente gli manco tanto, perché mi ha lasciato tra le
grinfie della Regina Cattiva?” esclamò. I sette nani fecero immediatamente
silenzio. “Perché ha abbandonato il suo regno?” continuò. “Come ha potuto fare
questo al suo popolo?” Adesso la voce le tremava.
Henri le prese la mano e la avvicinò a sé. Adesso erano a pochi centimetri
uno dall’altra, il viso di lui contro il viso di lei. Neve inspirò profondamente.
“Non è stato per sua volontà,” spiegò lui. “Non ha abbandonato il suo popolo
perché avesse deciso di farlo. Devi capire: non aveva altra scelta.”
“Perché, che cosa è successo davvero?” domandò Neve.
Henri abbassò lo sguardo. Lei ne fu felice, perché diventava sempre più
difficile riuscire a guardarlo negli occhi. “Non avrei dovuto darti questa notizia
in modo così repentino,” disse il principe. “Ci sono molte cose che ti devo
raccontare, ma non posso farlo qui.” Osservò quel bosco minaccioso con uno
sguardo tagliente, uno sguardo che lei non gli aveva mai visto.
“Non possiamo andare da nessuna parte fin quando non troveremo l’albero
che ulula,” intervenne Dotto.
Henri e Neve si scostarono un po’ l’uno dall’altra. “L’albero che ulula?”
domandò lui, perplesso.
“I miei amici hanno sentito parlare di un albero la cui resina può essere
utilizzata per realizzare un elisir,” spiegò la ragazza. “Una pozione in grado di
fare cambiare forma alle persone. Potrebbe servirci ad avvicinare la Regina
Cattiva senza essere visti. Potrebbe essere l’arma ideale per sconfiggerla.”
Henri spalancò gli occhi. “Volete davvero combattere contro la regina?”
domandò.
“Con il nostro aiuto,” intervenne Dotto. Gli altri annuirono, convinti. “Ecco
perché dobbiamo trovare quell’albero.”
“State per caso parlando di questo albero?” domandò Henri. Li condusse
davanti a una pianta a pochi metri di distanza che in effetti sembrava avesse
davvero un volto. Ma guardando più da vicino Neve si rese conto che gli occhi
incavati e la bocca ululante altro non erano che semplici cavità. E gli artigli
nodosi erano solo rami secchi. Chiuse gli occhi per un istante e si rivide scappare
via da quell’albero, temendo che le stesse davvero dando la caccia. “Sì, è questo
l’albero che ho visto,” ammise.
Gongolo e Dotto cominciarono a esaminare la pianta. Bussarono sul tronco e
con le lanterne illuminarono quelle spaventose cavità.
Brontolo usò il coltello per incidere la corteccia così da vedere se ne sarebbe
uscita davvero della resina. “Questo albero è morto,” dichiarò. “Non c’è nessuna
linfa di nessun tipo.”
Il cuore di Neve perse un battito.
“Ne sei sicuro?” domandò Pisolo.
“Sì, è così,” ammise tristemente Neve. Era certa che avessero trovato la
soluzione e invece… “Era solo una diceria. La regina non trae poteri magici da
questo luogo.”
Da qualche parte nel fitto del bosco udirono un borbottio cupo. Henri prese
la mano di Neve. “Dobbiamo andarcene,” le disse.
“Sì, hai ragione,” rispose lei. “Perché non vieni con noi alla capanna?”
suggerì poi. Brontolo emise un gemito. “Abbiamo molte cose di cui parlare e tu
sarai certamente stanco del viaggio. Dove hai trovato mio padre?”
“Lungo il confine del mio regno,” rispose Henri. A Neve i capelli si
rizzarono sulla nuca. “È a un giorno di cammino da qui.”
“Non è lontano!” esclamò. Le sembrava incredibile che per tutto questo
tempo suo padre fosse rimasto così vicino a lei. Ma perché non era mai tornato?
Henri sembrò comprendere i dubbi di Neve. Le prese di nuovo la mano. Le
dita di lui erano indurite, ma la mano era tiepida. Sentì che si stava un po’
rilassando. Erano tante le cose che non sapeva riguardo al giovane che le stava di
fronte. “Ti garantisco che tutto ti sarà più chiaro una volta che ti avrò riferito
quello che tuo padre mi ha raccontato,” le assicurò.
Si guardarono. I sette nani li osservavano in silenzio. In lontananza si sentì
un corvo gracchiare. “D’accordo,” si arrese finalmente Neve.
“Che ne dite di uscire da questa foresta e andare a mangiare?” intervenne
Brontolo.
La ragazza sospirò. “Certo, sicuro. Andiamo a casa,” rispose. Si rese conto in
quel momento che la capanna dei sette nani era diventata per lei quello che il
castello non era mai stato: casa.
Uscire dal bosco non sarebbe stata una faccenda rapida. E, difatti, quando
giunsero alla capanna il sole già cominciava a tramontare. Mentre Henri si dava
una ripulita, Neve e i sette nani si spostarono in cucina per preparare la zuppa.
Ben presto il fuoco fu acceso. Gli uomini svolsero le faccende e Henri osservò
con ammirazione con quanta armonia si muovessero. Poi si alzò, prese un
coltello, si avvicinò a loro e cominciò anche lui ad affettare cipolle. I capelli
bagnati gli ricadevano sulla fronte. Indossava una camicia di lino chiara
allacciata solo per metà. Aveva il petto scoperto e, guardandolo, Neve arrossì.
Per qualche minuto nessuno disse niente. La ragazza pulì e tagliò le carote,
Henri sminuzzava il prezzemolo e tagliava la pastinaca. Lavorarono tutti insieme
a preparare l’arrosto finché non rimase altro da fare che aspettare che si
cuocesse.
Neve si sistemò su una sedia, una tazza di tè in mano. Era ansiosa di
ascoltare il racconto di Henri. Anche se non si sarebbe mai e poi mai aspettata di
rivederlo, lui era davvero lì. Ed era tornato a cercarla. Si domandò che cosa gli
sarebbe successo se anziché la scorciatoia avesse preso la strada principale per
arrivare al castello. La Regina Cattiva lo avrebbe catturato e messo a morte? Il
fatto che lui l’avesse incontrata in mezzo al bosco sembrava un segno del
destino, se solo lei avesse creduto a quelle cose. Era stato forse il destino a
volere che lei perdesse entrambi i genitori e fosse allevata da una zia incapace di
provare amore? Non poteva giurarci, ma il cuore le diceva che poteva fidarsi di
Henri. Si domandò se anche lui sentisse le stesse cose che lei sentiva.
“Ti prego, raccontami di come hai trovato mio padre,” lo supplicò.
“E vedi di dire la verità,” aggiunse Brontolo minaccioso.
“Non si mente a una principessa!” concordò Dotto. Gli altri, seduti chi su
una sedia chi sul pavimento, annuirono. Anche loro non aspettavano altro che
sentire la storia.
Henri respirò profondamente guardando prima la ragazza e poi gli altri. “Non
c’è motivo che io vi menta,” iniziò. “Non stavo cercando il padre di Neve. Non
sapevo nulla riguardo alla scomparsa di re Georg.”
“Non è scomparso,” lo corresse Eolo. “Ha abbandonato il regno e anche sua
figlia!”
Henri annuì. Gli occhi azzurri guardarono in basso. “Va bene,” ammise.
“Dopo avere conosciuto Neve alla voliera cercai di incontrare la regina Ingrid.
Lei non aveva intenzione di ricevermi, dato che io non avevo un appuntamento.
E, tuttavia, ottenere un appuntamento con la regina era praticamente impossibile.
Mi era stato detto che avrei dovuto aspettare mesi prima di essere ricevuto in
udienza. E, anche in quel caso, nessuno poteva assicurarmi che l’avrei davvero
incontrata. Così, decisi di tornarmene a casa. Sentivo di avere deluso il mio
popolo.” Guardò verso la principessa. “Ero angosciato, non sapevo che cosa
avrei dovuto raccontare. Forse fu questa la ragione che mi spinse ad accelerare il
più possibile il passo. Cavalcai notte e giorno, senza preoccuparmi del tempo che
avrei potuto incontrare. E il tempo fu davvero inclemente. Piovve fortissimo, ero
inzuppato fino alle ossa. Non c’è da stupirsi se alla fine mi ammalai.” Henri
sorrise amaramente. “Stavo talmente male che sono ruzzolato dentro il lago e ho
rischiato di annegare.”
Neve gli si avvicinò. “Com’è successo?” gli domandò.
“Pioveva talmente forte che non riuscivo a vedere la riva,” rispose lui. “Il
cavallo invece la vide e si arrestò di colpo sbalzandomi di sella. Poi scappò via,
il che fu una buona cosa, perché fu così che Georg mi trovò. Tuo padre avvistò il
cavallo e controllò il bagaglio. Capì che doveva esserci anche un cavaliere da
qualche parte. E così venne a cercarmi.”
“Piuttosto coraggioso da parte sua,” commentò Eolo sarcastico. Guardò
Neve ma lei non disse niente.
“Proprio così,” ribadì Henri con convinzione. “La corrente era impetuosa.
Lottavo per riguadagnare la riva ma stavo per annegare. Ero talmente esausto
che mi aggrappai a un tronco galleggiante. Ormai ero rassegnato a soccombere,
quando Georg arrivò e mi aiutò a tornare a riva. Mi ha salvato.”
“Avresti potuto prendere un gran raffreddore o forse perfino una polmonite
in quelle acque gelide,” ipotizzò Dotto. “Ultimamente, il tempo è stato pessimo
da queste parti.”
“Infatti,” confermò Henri. “Avrei dovuto prepararmi meglio prima di
affrontare il viaggio.” Il viso gli si era fatto serio. “Georg disse che poi mi venne
la febbre alta e dormii per due giorni. Se non mi avesse portato a casa sua e non
mi avesse curato, non ce l’avrei mai fatta. Poco ma sicuro.”
Calò il silenzio. A sentire quel racconto a Neve era tornato in mente un
episodio di quando era bambina. Era insieme a suo padre. Un uccello della
voliera era caduto e si era spezzato le ali. Lei era corsa in lacrime per cercare di
salvarlo. Suo padre l’aveva aiutata a costruire un nido dove la bestiola potesse
rimettersi. Un mattino, uscirono per controllare come stava e videro che
l’uccellino se n’era andato. “Gli abbiamo dato tutto l’aiuto possibile,” aveva
detto suo padre. “E finalmente ce l’ha fatta da solo.” E se avesse pensato la
stessa cosa di lei? Magari credeva che anche Neve fosse ormai abbastanza
grande e forte per cavarsela da sola…
“Ero pronto a ripartire, ma non mi ero del tutto ristabilito,” riprese a
raccontare Henri. “Il tempo era ancora cattivo, così Georg mi invitò a rimanere
ancora qualche giorno. Fu solo quando tornai un po’ in forma che cominciammo
a parlare. E allora gli raccontai del mio viaggio verso il vostro regno. Appena ne
feci cenno, vidi cambiare la sua espressione. Improvvisamente sembrava
affranto, angosciato. Ma poi era anche infuriato, sconvolto, consumato dalla
rabbia. Cominciò a camminare nervosamente lungo la stanza. Gli domandai
quale fosse il problema, ma lui non rispose. Anzi, fu lui a chiedermi di
raccontargli il resto. Così gli dissi del rifiuto da parte della regina di incontrarmi
e anche…” Henri esitò, arrossendo leggermente, “… gli dissi anche della
bellissima cameriera che avevo incontrato ai giardini del castello.”
“Davvero? Glielo hai detto?” domandò Neve, non riuscendo a capire come
mai fosse così turbata dal fatto che Henri avesse fatto cenno di lei a suo padre.
“Certo,” rispose Henri sorridendo timido.
“Oh, ma senti questo,” mormorò Brontolo.
“Dopo avergli parlato di te, lui cominciò a farmi un sacco di domande
riguardo alla principessa e ai suoi rapporti con la regina. Gli risposi che non ne
sapevo nulla, così mi domandò se secondo me la principessa fosse felice.”
“E tu che cosa gli hai detto?” chiese Neve.
Henri esitò. “Gli ho detto che se tu fossi stata la principessa, saresti stata
bellissima ma mi saresti sembrata triste.”
“Questo non è del tutto sbagliato,” rispose Neve. In effetti, la sua vita al
castello era piuttosto deprimente. Ma, ciò nonostante, lei aveva sempre cercato
di trarre il meglio che poteva, cercando di non farsi travolgere e consumare
dall’angoscia. Si sforzava di ottenere soddisfazione dalle azioni più semplici:
lucidare le armature, dare da mangiare agli uccellini della voliera. “Ma ho
sempre cercato di rimanere positiva,” aggiunse.
“Tuo padre sarebbe felice di sentirti parlare così,” la confortò Henri
sorridendo. “Quando non ebbi più nulla da raccontare, lui si congedò e disse che
sarebbe andato a letto. Ero un po’ confuso dalla sua reazione quando gli avevo
parlato di te. Così cercai di tornare sull’argomento, ma la sua risposta era sempre
la stessa. ‘Se tu sapessi chi sono davvero, saresti in grave pericolo’ diceva. Era
passato tanto tempo dall’ultima volta che aveva parlato del suo regno, al punto
da pensare che la sua precedente vita fosse stata solo un sogno.”
Henri fece una pausa. Nella capanna non si sentiva altro rumore che quello
gradevole del pentolone sul fuoco. “Neve, tuo padre non avrebbe mai
abbandonato il suo popolo,” riprese il principe. “Se n’è andato perché la regina
Ingrid lo ha cacciato.”
“Cosa?” esclamò Neve, sorpresa.
“Proprio così,” disse Henri. “Un giorno lo convinse a uscire dal castello. Ma
era una trappola. Tuo padre mi disse di non ricordare il momento in cui se ne
andava né perché avesse acconsentito a farlo. A dire la verità, lui dice di non
ricordare nemmeno che cosa lo avesse spinto a sposarla.”
“Magia nera.” Neve solo ora cominciava a rendersi conto dei poteri di sua
zia. Chiuse gli occhi. Si sentì un po’ sollevata. Non era mai riuscita a capire
come avesse fatto suo padre a sposare quella donna.
“Tutto quello che sa è che ogni volta che cercava di tornare da te, una strana
forza glielo impediva,” riprese Henri. “Cercò di trovare altre vie di accesso,
tentò di penetrare ogni punto della frontiera. Niente da fare. Ogni volta accadeva
la stessa cosa: sentiva una scarica elettrica talmente forte che quasi gli fermava il
cuore.”
“Ma-ma-ma-magia nera… Etciù!” sbottò Eolo. Gli altri annuirono, tutti
d’accordo.
“Non ha mai smesso di tentare di tornare da te,” aggiunse Henri. “Non
sopportava l’idea che tu crescessi in un castello abitato da una donna tanto
malvagia. Implorò pietà, sperando che la regina Ingrid potesse ascoltarlo. Sperò
nella sua benevolenza, le promise che le avrebbe ceduto il trono se solo lei gli
avesse restituito sua figlia. Non so se la regina abbia mai sentito le sue suppliche,
sta di fatto che comunque non accadde nulla. Dopo anni e anni di tentativi, alla
fine si arrese. Si rassegnò a dover vivere nella sua prigione per il resto dei suoi
giorni.”
Alcuni dei sette nani ora piangevano.
“Lo sapevo che re Georg non poteva abbandonarci,” sospirò Mammolo
tirando su con il naso.
Le lacrime scendevano anche sul viso di Neve. Allora era vero: suo padre
non l’aveva mai abbandonata. Era stata la Regina Cattiva a dividerli,
costringendo lei e suo padre a vivere ciascuno nel proprio inferno. Nel
frattempo, Ingrid si godeva ricchezze e agi, seduta su un trono che non le
spettava. Se era stata capace di uccidere la madre di Neve, era tanto incredibile
pensare che avesse cacciato suo padre?
“Devo vederlo,” disse Neve. “Se lui non può venire qui, allora andrò io da
lui.”
Henri sorrise. “Lui sperava che tu dicessi una cosa del genere. Ti ci condurrò
io. Conosco la strada.”
“Allora, andiamo,” ribadì Neve. “Domani, appena il sole sorge.”
CAPITOLO QUATTORDICI

Ingrid

Finalmente aveva ottenuto ciò che aveva sempre desiderato.


Guardava quel cuore contenuto nella scatola rossa di legno che teneva in
mano e non poteva non pensare che lo specchio aveva sempre avuto ragione su
tutto. Quel cuore non batteva più, e questo significava non solo che lei era la
regina, ma che non c’era più nessuno in grado di minacciare il suo potere. E,
soprattutto, d’ora in avanti era lei anche la più bella del reame. Nessuno poteva
più mettersi di traverso. Finalmente.
Lo specchio era probabilmente già a conoscenza di ciò di cui era entrata in
possesso. Si sentiva così in sintonia con lui che le sembrava di sentire i suoi
pensieri senza nemmeno essergli vicino. E lo specchio, dal canto suo, sapeva che
cosa le passava per la testa senza necessità che lei parlasse. La psiche della
regina e quella dello specchio, dopo tutti questi anni, stavano diventando una
sola. Proprio come lo specchio le aveva predetto che sarebbe accaduto.
Proprio come il suo Maestro sapeva che sarebbe accaduto.
Ma non c’era niente che lei potesse temere dal suo specchio. Lui esisteva
grazie a lei.
Così, non le pesava più il fatto di avere dovuto aspettare in angoscia una
settimana prima che il cacciatore le portasse notizie. La sua mente pragmatica le
suggeriva che c’erano voluti giorni prima che il cacciatore riuscisse a sbarazzarsi
del corpo della ragazza. Inoltre, quella settimana di attesa le aveva dato modo di
programmare un piano per giustificare l’assenza della principessa. Era stata
molto astuta nel consentire a quella svenevole di Mila di aiutare Neve a
prepararsi per la giornata da trascorrere insieme al cacciatore. Quella mossa
l’aveva fatta sembrare una zietta premurosa. Quando, dopo il tramonto, i due
non erano ancora tornati, Ingrid fece chiamare Mila chiedendole se alla
principessa fosse piaciuta la giornata all’aria aperta. Continuava a recitare la sua
parte. Mise su una faccia preoccupata quando la cameriera la informò che la
ragazza non era ancora tornata. Aveva perfino finto di ordinare a Brutus di
organizzare delle ricerche, chiedendo poi alla corte di non dire niente riguardo
alla scomparsa di Neve, non prima di aver stabilito che cosa davvero fosse
successo.
E ora che Brutus finalmente le portava il dono del cacciatore, la regina
cercava di immaginare quale sarebbe stata la storiella migliore da raccontare al
popolo: che la ragazzina era morta o, come aveva già fatto il padre molti anni
prima, che aveva abbandonato i suoi sudditi?
“Avete altri ordini, mia regina?” le domandò il soldato.
“No,” rispose lei, cercando di non fare trasparire l’euforia che provava.
Strinse più forte la scatola tra le mani. Non vedeva l’ora di tornare dal suo
specchio per mostrargli il frutto del loro impegno. “Tenete nascosto il cacciatore
finché deciderò cosa fare di lui.”
Brutus si inchinò. “Sarà fatto, mia regina.”
Si spostò rapida dalla sala del trono alle sue camere. Non rivolse un solo
sguardo a cameriere e servitù. E, comunque, nessuno di quegli sciocchi avrebbe
osato fermarla né rivolgerle la parola. Sapevano bene che ogni volta che
incontravano la regina, l’unica cosa da fare era inchinarsi e tornare subito alle
rispettive incombenze. Si richiuse la porta alle spalle ed entrò nella camera
segreta. Salì sulla pedana. Appoggiò la scatola sul pavimento e allargò le
braccia, evocando la maschera. Lo specchio cominciò a emettere fumo, un tuono
rimbombò nella stanza, finché il volto magico apparve sulla lastra di vetro.
Ingrid mostrò un sorriso perfido.
“Magico specchio, servo delle mie brame, ora chi è la più bella del reame?”
Aveva fatto quanto doveva affinché lo specchio le dicesse di nuovo ciò che
lei più voleva sentirsi dire. Non sopportava l’idea che qualcuno la sopravanzasse
per bellezza. Trattenne il fiato e si preparò a sentire con quanta più attenzione
possibile.
La maschera la guardò con aria beffarda. “Oltre le sette colline fatate, oltre le
sette cascate, nella casetta dei sette nani, c’è Biancaneve sfuggita alle tue mani,”
disse.
Gli occhi della regina si spalancarono per la rabbia. Come osava quello
specchio prendersi gioco di lei? Cercò di tenere sotto controllo il risentimento.
Prese la scatola e la sollevò davanti al vetro. “Biancaneve giace morta nel
bosco,” esclamò. “Il cacciatore mi ha portato la prova suprema. Guarda!” Con
grande soddisfazione aprì la scatola. “Questo è il suo cuore.”
“È viva, la tua bella rivale,” le rispose lo specchio. “Chiuso in quel cofanetto
c’è il cuore di un cinghiale.”
Le mani della regina cominciarono a tremare. Non poteva essere vero.
Eppure lo specchio non mentiva mai… “Il cuore di un cinghiale?” balbettò. “Ma
allora… allora sono stata ingannata!”
Uscì di corsa dalla stanza e si diresse di nuovo verso la sala del trono.
Convocò il cacciatore. Voleva vederlo immediatamente. Appena arrivò, la regina
gli consegnò la scatola. “Mostrami il cuore della ragazza,” gli ordinò.
Il cacciatore stava in piedi, tremante. Aprì il coperchio della scatola e le
mostrò il contenuto. Il cuore era ormai diventato grigio, senza vita. Per un
istante, la regina sorrise, poi si ricordò di quello che aveva detto lo specchio. Era
davvero il cuore di un cinghiale? C’era solo un modo per scoprirlo.
Ingrid si riprese bruscamente la scatola dalle mani del cacciatore.
“Bugiardo!” urlò. “Questo non è il cuore della ragazza, questo è il cuore di un
cinghiale!” Si voltò verso Brutus. “Prendilo e chiudilo nelle segrete. Lascialo lì
finché non marcirà!” Il soldato afferrò bruscamente il cacciatore trascinandolo
fuori dalla sala. Ingrid osservò la scena. Era certa che quell’uomo avrebbe
cercato di perorare la propria innocenza.
“Lunga vita alla legittima erede al trono!” urlò invece il cacciatore. “Lunga
vita alla futura regina!”
Legittima erede? Futura regina?
Ingrid cominciò a tirarsi i capelli, a strapparsi ciocche su ciocche senza
nemmeno sentire dolore. “No, no, NO!” Cacciò un urlo talmente tremendo che
capì il danno che stava provocando senza che neppure fosse necessario vederlo.
Lo specchio, nascosto nella camera segreta, cominciava a incrinarsi.
CAPITOLO QUINDICI

Neve

Neve e Henri stabilirono di raggiungere il confine del regno da soli.


All’inizio, i sette nani non erano entusiasti di quella decisione. Il periodo
trascorso insieme li aveva fatti diventare un gruppo molto unito. Avevano
obiettato che c’era ancora un sacco di lavoro da fare se davvero volevano
mettere a punto un piano per rovesciare la regina. Su una cosa Neve e Brontolo
erano d’accordo: i sette nani erano tenuti ogni giorno a estrarre una quota di
diamanti per soddisfare le richieste della regina. Continuando nel loro lavoro
quotidiano avrebbero potuto mettersi d’accordo con altri minatori insoddisfatti
delle tariffe imposte dalla sovrana. Intanto che la ragazza non c’era, potevano
raccogliere informazioni su quali villaggi visitare e dove trovare alleati per la
battaglia che si preparava. Senza dimenticare, come sottolineato dallo stesso
Brontolo, di mettere da parte un po’ di diamanti per i giorni difficili a venire. Se
la guerra alla regina fosse andata male, avrebbero avuto bisogno di qualcosa da
barattare per potersene andare dal regno. Neve però non voleva neppure
prendere in considerazione quell’ipotesi. Non solo per sé, ma per tutti quelli che
si sarebbero uniti a lei. Tra i quali adesso c’era anche Henri.
“Sei sicuro di non essere troppo stanco?” gli domandò. Lei stava seduta a
cavallo e Henri conduceva l’animale tenendolo per le briglie. Avevano a
disposizione un solo destriero e Henri aveva insistito affinché lo montasse la
principessa. Erano in viaggio da ore e quasi non si erano parlati.
“Sto bene così, mi piace camminare,” rispose il principe. Esistevano tragitti
ben più veloci di quello tra i boschi che avevano deciso di seguire. Ma erano
strade frequentate e Neve non poteva rischiare di essere vista. “Devi essere
riposata per quando incontrerai tuo padre,” aggiunse lui.
“E perché mai dovrebbe essere faticoso?” gli domandò Neve. Quello tra lei e
suo padre sarebbe stato senza dubbio un incontro emozionante. Forse perfino
travolgente. Ma faticoso?
Henri non rispose. Neve sentiva che lui non le aveva raccontato tutta la
storia, ma aveva deciso di non insistere. Quello che ancora non sapeva voleva
sentirlo direttamente dalla voce di suo padre, sempre che si trattasse davvero di
lui. La principessa pregava che il re avesse qualche suggerimento per affrontare
la Regina Cattiva. Ci contava proprio. Dopo che la missione per procurarsi
l’elisir era fallita, temeva che fossero rimaste ben poche armi a sua disposizione.
“Stiamo viaggiando da stamattina,” riprese Neve, come se glielo volesse
ricordare. “Sarai esausto.”
Henri rimaneva in silenzio. Lei avrebbe voluto sapere qualcosa di più su
questo quasi perfetto sconosciuto piovuto sulla sua vita. Cercava anche di
immaginare che cosa avrebbe detto sua madre su di lui. Ogni volta che doveva
affrontare qualcosa di nuovo, il suo pensiero era sempre lo stesso: immaginava
una conversazione su quello specifico argomento tra lei e sua madre.
Visualizzava loro due sedute accanto alla voliera, magari su una panchina dei
giardini reali. Parlavano come se avessero a disposizione tutto il tempo del
mondo. Neve era cresciuta con queste immagini mentali, nelle quali sua mamma
aveva sempre lo stesso aspetto di quando aveva lasciato questo mondo.
Parlavano finché il sole tramontava. Era certa che a lei Henri sarebbe piaciuto
molto. Un uomo che apprezza le creature del mondo ha un animo gemello al
tuo, immaginava che potesse dire. Avrebbe apprezzato anche il fatto che avesse
aiutato il re. Neve gettò una veloce occhiata sul principe. “Sei sicuro di non
essere stanco?” gli ripeté.
“Sto bene,” rispose nuovamente lui. Ma un istante dopo ricominciò a tossire.
Aveva tossito per tutta la mattinata, e Neve aveva dedotto che non si fosse
ripreso mai del tutto dalla malattia. Aveva chiesto troppo a sé stesso? “Non
accetterò che tu mi dica di no,” ribadì Neve risoluta. “Hai bisogno di riposare più
di me. E comunque in sella c’è posto per entrambi.”
“Non è necessario,” ripeté lui. E poi riprese a tossire.
“E invece io credo che lo sia,” insistette Neve. “In quanto principessa di
questo regno, nonché futura regina, ti ordino di salire su questa sella insieme a
me.” Henri fu sorpreso da quel tono. “Davvero,” riprese più gentilmente. “A me
non dà fastidio.”
Henri le sorrise. “Be’, principessa, se io ho bisogno di riposare, tu certamente
hai bisogno di mangiare,” ribatté. “Credo che tu non abbia messo niente nello
stomaco da quando siamo partiti. Anche Dotto aveva insistito affinché mandassi
giù qualcosa prima di incontrare tuo padre. E mi preoccupa che tu non dia retta
nemmeno ai tuoi amici, che mi sembrano molto affezionati a te.”
“E io a loro,” replicò Neve sorridendo. Immaginò Brontolo che, prima della
partenza, dava a Henri una lunga lista di istruzioni da seguire scrupolosamente.
All’accenno al cibo, lo stomaco in effetti le ruggì. “Magari possiamo fare una
breve pausa,” concesse.
Henri le tese la mano per aiutarla a scendere di sella. Le loro dita rimasero
intrecciate per qualche istante di più di quanto sarebbe stato necessario.
Neve distolse lo sguardo. “Stenderò una coperta per terra, così potremo
sederci come si deve,” disse, prendendo un sacchetto contenente il cibo – pane,
formaggio e frutta – preparato dai sette nani. Cominciarono a mangiare in
silenzio. Henri divorò letteralmente la sua parte.
“Mi spiace di avere mangiato così velocemente,” si scusò, finendo l’ultimo
pezzo di pane. “Ieri sera era la prima volta che mangiavo da quando avevo
lasciato tuo padre. E prima di allora stavo troppo male per riuscire a mandare giù
qualcosa. Prendevo solo del brodo caldo.”
“Se hai ancora fame, ho portato delle mele come dessert,” sorrise Neve.
Gliene diede una che era un misto di rosso e verde con striature oro. “Sono della
qualità Rossofuoco,” gli spiegò.
Henri diede un morso. “Sono buonissime,” ammise. “Come hai detto che si
chiamano? Rossofuoco? Non le conoscevo…”
“Crescono solo nel nostro regno,” disse Neve con orgoglio. “Le ha inventate
mia mamma.”
Quando era piccola, Neve chiedeva in continuazione ai suoi genitori di
raccontarle come e quando si erano conosciuti. Sua madre rideva sempre a
quella domanda. Neve, ci sarà pure qualcos’altro di cui vuoi parlare! diceva.
“Si ottengono dall’incrocio di mele rosse, mele verdi e pere,” spiegò Neve a
Henri. “Mia mamma inventò questo innesto quando lavorava presso un frutteto.
Aveva più o meno la mia età. A mio padre erano piaciute tantissimo e le aveva
fatte coltivare ovunque.” Prese un frutto e lo osservò attentamente. “Sono state
proprio queste mele che hanno fatto innamorare mio padre e mia madre,”
mormorò. “Re Georg le adorava.”
“Si potrebbe dire che è stato un amore al primo… morso,” rise Henri.
Anche Neve rise. “Sì, una cosa del genere!”
Il principe continuava a gustarsi la mela. “Non faccio fatica a immaginare
perché si siano innamorati. Sono davvero deliziose,” ammise. “E lo dico a ragion
veduta. Le mele sono i miei frutti preferiti.”
“Anche i miei,” replicò la principessa. Per qualche istante si guardarono
senza parlare. “Voglio conservarne qualcuna per papà,” disse poi. “Scommetto
che sarà felice di mangiarne una dopo tutto questo tempo.”
“Allora ci divideremo quello che resta della mia,” propose Henri, estraendo
dalla cintura un coltellino con una pietra preziosa incastonata nell’impugnatura.
Tagliò con attenzione la buccia facendone una lunga striscia intera. Appena
finito, prese la striscia e la arrotolò ricavandone una rosa. “Per voi, mia signora,”
sorrise porgendola a Neve.
“È bellissima!” esclamò la ragazza tenendo il fiore di mela sul palmo della
mano. “Dove hai imparato a farlo?”
“Me lo ha insegnato Kristopher, mio fratello maggiore,” spiegò Henri. Il
sorriso improvvisamente gli si smorzò. “Anche a lui piacevano le mele. Questo
coltello era suo.” Le mostrò la lama e l’impugnatura di pelle. Sul metallo erano
incise delle iniziali. “È morto in battaglia qualche anno fa e io ho ereditato il suo
coltello. Era il più fidato cavaliere di mio padre.”
“Mi dispiace molto,” disse Neve, sentendo un dolore a lei familiare. “Perdere
qualcuno così giovane…”
“Ti cambia la vita,” completò Henri. Di nuovo, si guardarono.
“Sì, è così,” concordò Neve. “Credo che la mia vita sia stata ben diversa da
quella che i miei genitori immaginavano per me. E tuttavia non ho mai perso la
speranza. Nemmeno quando…”
Esitò. Non aveva mai raccontato a nessuno la verità sulla morte di sua
madre, nemmeno ai sette nani. I sudditi ricordavano che la regina Katherine si
fosse ammalata, e ne avevano pianto la scomparsa continuando a pensare che
fosse morta a causa di quella malattia. Neve credeva che suo padre meritasse di
conoscere la verità. E forse sarebbe stato più facile se prima l’avesse condivisa
con Henri. “Ho saputo che la Regina Cattiva, mia zia, ha fatto uccidere mia
madre,” sbottò.
“Che cosa?” esclamò Henri sconvolto, raddrizzandosi sulla schiena. “E il
popolo lo sa? No, probabilmente non sanno niente. Altrimenti, come potrebbero
permetterle di continuare a sedere sul trono?”
“No, non sanno niente,” confermò Neve. “Nessuno sa niente al riguardo. È
stato il cacciatore che la regina aveva incaricato di eliminarmi a raccontarmi
tutto. L’uomo che ha ucciso mia madre era suo padre.”
“Ma quel cacciatore non voleva ripetere le stesse azioni malvagie compiute
da suo padre. È così?” domandò Henri, intuendo come fossero andate le cose.
“Mi spiace tantissimo,” aggiunse poi. “Da quanto sono riuscito a sapere, tua
madre era amatissima dal suo popolo.”
“Lo era. Tutti la adoravano,” confermò lei. Guardò il cielo gonfio di nubi.
“Tutti, tranne sua sorella… Ma pagherà per il male che ha commesso.”
Henri la guardò incuriosito. “Sei molto cambiata dalla timida ragazza che ho
conosciuto ai giardini del castello.”
“È così, sento di essere molto cambiata,” replicò Neve.
Henri scosse la testa. “Ancora non riesco a credere che la regina abbia
cercato di farti uccidere. Sapevo che era una donna spietata, ma arrivare
addirittura all’omicidio… Non vorrai affrontarla da sola, vero?”
“Alla fine la questione è o lei o me,” rispose la principessa. “Forse potrei
cercare di ragionarci. Dirle che so cosa è successo a mia madre e chiederle di
pentirsi.”
“Una donna tanto fredda e calcolatrice non si pentirà mai di nulla,” replicò
lui scettico.
Neve guardò di nuovo quel piccolo fiore fatto con una buccia di mela,
vedendo una bellezza che altri non avrebbero neppure notato. “Devo almeno
tentarci,” mormorò, pensosa.
“E come pensi di fare?” le domandò Henri.
“I miei amici stanno reclutando persone desiderose di unirsi a noi,” rispose la
principessa. “Ma è molto complicato. Si devono muovere in assoluta segretezza.
I sudditi sono terrorizzati dalla regina, qualcuno ha perfino paura di parlare.
Speriamo di convincerli che l’unione fa la forza.” Sospirò. “Come vedi, il piano
di battaglia è ancora alquanto fumoso.”
Un corvo si posò su un ramo vicino e cominciò a gracchiare. Neve e Henri
trasalirono. Lui aggrottò le sopracciglia. “Meglio non fermarsi troppo a lungo,”
disse.
Non esistevano uccelli che non le piacessero, ma le continue apparizioni di
quel corvo la mettevano a disagio. Forse era la regina sotto sembianze di
volatile? Se era così, quali altri pericoli aveva in serbo per lei e per Henri? La
ragazza raccolse in fretta le cose, mentre il principe sfamava il cavallo con
quanto restava della sua mela. Gli diede anche un po’ d’acqua. Quando Neve
ebbe finito, lui già aveva preso le briglie e si preparava a riprendere il cammino.
“Stavolta saliremo entrambi in sella,” affermò Neve decisa, anche se il
pensiero di loro due così vicini un po’ la agitava. Henri stava cominciando di
nuovo a protestare, ma lei sollevò l’indice per zittirlo.
“Come volete, Vostra Altezza,” disse, e lei gli sorrise. “Apprezzo molto il
tuo spirito di intraprendenza,” riprese il principe. “Mi ricordi mio fratello
Lorenz, che un giorno prenderà il posto di mio padre sul trono. Io sono il sesto in
linea di successione, pertanto posso permettermi il lusso di non preoccuparmi di
cosa significhi essere un sovrano.”
Essere un sovrano… Neve si era talmente concentrata su come rovesciare la
Regina Cattiva e ritrovare suo padre, che non si era soffermata a pensare a che
cosa sarebbe successo dopo. Il trono apparteneva a suo padre, sempre che lui lo
rivolesse. Il suo compito sarebbe stato mettersi a disposizione del re per aiutarlo
a governare e a sistemare le storture e le ingiustizie perpetrate per troppo tempo.
Ma non poteva evitare di immaginare cosa sarebbe accaduto se invece fosse stata
lei a dover indossare la corona. Che genere di regina sarebbe stata? Quali nuove
idee avrebbe messo in campo? Era al tempo stesso terrificante ed eccitante
immaginare ciò che sarebbe stata in grado di fare per il proprio popolo, ai
cambiamenti che avrebbe avuto il potere di mettere in atto. Poteva far tornare il
regno com’era quando a governare erano suo padre e sua madre. Forse sarebbe
riuscita a fare perfino meglio.
Henri teneva le redini ben salde. Il cavallo si arrestò per consentirgli di salire
in sella accanto a Neve. “Sono certa che sarai una grande sovrana,” affermò,
quasi che le avesse letto nei pensieri. Le passò le redini e si accinse a montare in
sella. Mentre lo faceva, doveva per forza abbracciarla.
“Scusa,” disse.
“Non fa niente,” si schermì Neve. Non si era mai trovata tanto vicino a un
giovane uomo. Certamente, non a uno carino quanto questo. I soldati del
castello, anche i più giovani, mostravano sempre sguardi corrucciati. Henri,
invece, che fosse arrabbiato, ammalato o semplicemente gentile, sorrideva
sempre.
Procedettero in silenzio per un tratto, poi Neve cominciò a canticchiare tra sé
un motivetto, così per passare il tempo. Henri si unì e di lì a poco stavano
entrambi cantando una canzone talmente bella che gli uccelli si posavano sui
rami per poterla ascoltare.
Mentre la sera stava per calare, giunsero al lago che divideva il regno di
Neve da quello di Henri. Sulla sponda opposta, Neve scorse una capanna dal cui
camino saliva un filo di fumo. Mentre circumnavigavano il lago, Neve notò che
quella casetta non era granché: sembrava costruita in fretta e furia, le finestre
erano chiuse, come in attesa di una tempesta in arrivo. Quando il loro cavallo si
avvicinò, la porta si aprì e dall’interno uscì un uomo anziano e malfermo sulle
gambe. Si appoggiava a un bastone.
Neve ebbe un sussulto.
Nella testa le si scatenò una tempesta di ricordi e immagini. Quell’uomo
poteva essere davvero suo padre? Aveva i capelli bianchi, più lunghi di quanto li
ricordasse. Ma si accorse del neo sulla guancia sinistra. Lo riconobbe. Si
aggrappò forte alla criniera del cavallo, temendo di cadere per l’emozione.
Doveva assolutamente avvicinarsi.
“Henrich?” chiese l’uomo titubante, vedendo il cavallo. Teneva una mano
appoggiata alla maniglia della porta e l’altra sul bastone. Strinse gli occhi per
vedere meglio. “Sei tu?”
“Sì, signore. L’ho trovata!” rispose Henri fermando il cavallo e scendendo
veloce di sella. Offrì di nuovo la mano a Neve per aiutarla a scendere.
Il cavallo faceva ombra e la ragazza rimase nascosta. Osservò Henri e il
vecchio stringersi la mano. Non riconobbe la voce, forse perché arrochita
dall’età. Non sembrava quella di suo papà. Ma davvero poteva ricordare una
voce che non sentiva da oltre dieci anni?
“Lascia che guardi mia figlia,” chiese l’uomo. Henri si spostò.
Neve e Georg adesso erano uno di fronte all’altra. Nessuno dei due si
muoveva. Si studiavano, come se si guardassero allo specchio.
La principessa studiava quell’uomo dalla barba bianca e dai capelli radi e
canuti. Non portava la corona. Nessuno scettro in mano e nessun abito di seta.
Indossava semplici stivali e indumenti da contadino. Aveva mani sporche e alle
dita non portava gli anelli che ricordava indossasse. Ma quando guardò meglio
quel viso rovinato dalle intemperie, sentì una scossa. Benché il blu degli occhi si
fosse offuscato per via dell’età, non c’era dubbio che fosse lui. “Padre?” chiese
con voce esitante.
L’uomo scoppiò a piangere. Grosse lacrime gli solcavano il viso. “Neve…
La mia Neve,” esclamò tra i singhiozzi. “Sei proprio tu!” Le prese il viso tra le
mani callose.
Lei fece lo stesso, accarezzandogli prima il volto e poi la barba. “Sei tu!”
ripeté. “Sei vivo! Sei davvero qui.” Era un’emozione talmente forte che quasi
non riusciva a sopportarla.
“Sì, sono qui, tesoro mio,” la consolò lui. “Sono qui.”
Si tuffarono una nelle braccia dell’altro. Ridevano e poi piangevano e poi
ridevano di nuovo, sorreggendosi a vicenda come marinai perduti nel naufragio e
che finalmente si ritrovavano dopo avere temuto di morire. Neve non sapeva per
quanto tempo fossero rimasti così stretti, prima che Henri riuscisse a convincerli
a entrare in casa. Sapeva che la regina forse li stava tenendo d’occhio, ma era
difficile sentirsi in pericolo ora che suo padre era di nuovo insieme a lei.
All’interno della capanna il fuoco era acceso. La stanza era piena di mobili di
legno. Georg disse con orgoglio di averli costruiti con le sue mani. Per un
momento pensò che avrebbe voluto rimanere per sempre in quella casa, e parlare
con il papà che pensava di avere perduto.

“Mi spiace così tanto, tesoro mio. Mi spiace così tanto,” continuava a ripetere
Georg. E intanto offriva a Neve del pane e del vino e un giaciglio dove
appoggiare la testa. Ma lei era troppo agitata per poter prendere sonno. Mentre
Henri si occupava del cavallo, si sedette accanto a suo padre e cominciò a fargli
domande su domande. Voleva che le raccontasse tutto. Il fatto è che lui sapeva
poco più di quanto lei già non sapesse.
“Non ti ho mai abbandonato, Neve,” le spiegò stringendole la mano. “Voglio
che tu lo sappia. Non avrei abbandonato mai mia figlia! Al contrario, per più di
dieci anni ho tentato in tutti i modi di tornare da te, sapendoti in balia di quella
donna malvagia.” Il viso mostrò una possente rabbia che gli saliva dal petto.
“Sono stato un pazzo a pensare che Ingrid potesse diventare una specie di madre
per te,” continuò. “Sono stato un pazzo a pensare che potesse assomigliare alla
mia Katherine. Dopo tutto questo tempo, ora so che invece non ero pazzo.”
Allentò la stretta, mentre sul viso gli si disegnava un’ombra di rassegnazione.
Sembrava esausto. “Ero sotto il suo incantesimo,” riprese. “Un incantesimo che
mi ha tenuto prigioniero per dieci anni.”
“Che tipo di incantesimo?” domandò Neve incuriosita. Le parole di suo
padre le avevano recato un certo, vago sollievo. Non aveva mai capito,
nonostante la giovane età, come lui avesse potuto innamorarsi di una donna
come la Regina Cattiva. Una donna che più diversa da sua madre non si poteva
immaginare.
“Un incantesimo d’amore,” rispose Georg. Pronunciando quelle parole, suo
padre sembrò sprofondare nell’imbarazzo. “Del resto, era l’unico modo che
aveva per indurmi a sposarla,” aggiunse. “Ingrid e io non sopportavamo
nemmeno di guardarci negli occhi. È stato l’amore che tua madre nutriva per sua
sorella a consentirle di entrare al castello e di rimanerci. Per mio conto, più
conoscevo Ingrid, più la vedevo per quello che era veramente: una donna
affamata di potere, resa folle dall’invidia. Consumata dal bisogno di avere il
controllo su chiunque, compresa tua madre. Ne parlai con Katherine, ma lei
continuava a dire che aveva semplicemente una personalità molto forte, e così
cercava di tranquillizzarmi. Per tua madre era importante che Ingrid vivesse al
castello, che le facesse da dama di compagnia. Quando anche lei finalmente
scoprì il suo vero volto era ormai troppo tardi.” Georg abbassò lo sguardo. “Di lì
a poco si ammalò.”
Neve incrociò lo sguardo di Henri, che era appena entrato nella stanza. Non
si dissero niente. Lei doveva conoscere il resto di quella storia, prima di dire
quello che aveva scoperto. “Se ti ha fatto un incantesimo d’amore, come sei
finito qui?” gli domandò.
Georg lasciò le mani di Neve e si mosse verso l’altra stanza, dove entrambi
si sedettero al tavolo. “Ho avuto molto tempo per pensarci,” continuò. “I dettagli
di quanto mi è successo sono tuttora sfocati. Ma, incantesimo o no, sono certo
che una parte di me le abbia sempre resistito. E forse anche Ingrid doveva aver
capito che avevo deciso di liberarmi di lei. Perché non mi abbia semplicemente
ucciso, non te lo so proprio dire. Tutto ciò che ricordo è che ero partito per una
missione diplomatica. E poi mi sono ritrovato qui. Non ricordavo come ci fossi
arrivato né che cosa avrei dovuto fare. Gli uomini che mi avevano scortato nel
frattempo erano scomparsi.”
Il viso gli si rabbuiò. “Fui travolto da un’improvvisa tempesta di ricordi. Mi
tornò alla mente che avevo sposato Ingrid e che ti avevo abbandonato. Ma non
capivo se lo avessi fatto davvero, non sapevo cosa fosse vero e che cosa invece
frutto della mia immaginazione. Mi procurai un cavallo e cercai di tornare, ma
ogni volta che ci provavo, un lampo mi riportava in questa capanna!” Georg
parlava con evidente frustrazione. “Anche Henri ha cercato di farmi entrare di
nascosto all’interno dei confini del regno,” continuò. “Ma invano. Dopo tutti
questi anni non sono mai riuscito a tornare!”
Con un gesto di rabbia, spinse via una tazza facendola cadere a terra. “Ero
disperato, volevo tornare da te a tutti i costi.” Sollevò lo sguardo verso il soffitto
e sospirò. “Per riuscire a sopravvivere ho dovuto rassegnarmi al fatto che non ti
avrei mai più rivisto. In questi anni ho fatto amicizia con gli abitanti di questo
villaggio. Costruisco mobili di legno, come questo tavolo. Così posso comprarmi
da mangiare.” Indicò il tavolino. “È una vita semplice, ma onesta e dignitosa. Ho
convinto una maga che passava da queste parti a fare un incantesimo che
impedisse a Ingrid di sapere dove mi trovavo.”
“Una maga?” domandò Neve.
“Sì,” rispose lui. “L’ho conosciuta al villaggio, ma non so dove viva… Non
so nemmeno se il suo incantesimo funzioni davvero, perciò prendo sempre
precauzioni. A volte temo che la regina mi tenga ancora d’occhio. Ho chiesto a
Henrich di farti arrivare qui passando attraverso la foresta così che nessuno ti
potesse vedere. So che ti ho messo in pericolo conducendoti da me. Ma quando
Henrich mi ha descritto il castello e la bella fanciulla che aveva conosciuto,
sapevo che stava parlando di te. Non potevo fare altro che supplicarlo di portarti
qui. Per metterti in guardia rispetto a Ingrid. Come sei riuscita a sfuggirle?”
Neve gli prese le mani tra le sue. “Padre, la regina ha cercato di farmi
uccidere. Ha ingaggiato un cacciatore, ma quello non se l’è sentita. Lui…” si
fermò. Aveva la voce soffocata dall’emozione. “La mamma non è morta per
malattia. Ingrid l’ha fatta uccidere, così come ha cercato di uccidere me.”
“No!” urlò suo padre. E gli occhi gli si riempirono di nuovo di lacrime. “Tua
madre si era ammalata. L’ho vista con i miei occhi. È così, vero? Ditemi che è
così…”
Neve capì che suo padre era caduto in uno stato di confusione. La stessa
confusione che aveva provato lei quando aveva saputo la verità. Tanti ricordi
presero ad affollarle la mente. Ricordi che non era neppure certa fossero davvero
suoi. Era come se qualcuno glieli cacciasse a forza nella mente. “Purtroppo è
andata davvero così,” confermò. “Credo che la mamma sia stata avvelenata. Zia
Ingrid ci ha ingannato.”
Suo padre scoppiò a piangere a dirotto e per qualche minuto non riuscì
nemmeno a parlare. Neve lo accarezzò sulla mano. Anche lei non riusciva a dire
niente. “Katherine… Mia cara, amata Katherine,” sussurrò Georg. “Povero
amore mio! Mi dispiace tanto di averti deluso.” Poi lo sguardo gli si fece
tagliente e nella voce gli tornò la collera. “Quella donna è il male!” esclamò.
“Dopo tutto quello che sua sorella aveva fatto per lei. Glielo dicevo che non si
poteva fidare! La notte prima di morire tua madre venne da me. Era angosciata a
causa dello specchio incantato di Ingrid. Avrei voluto cacciarla in quel
momento! Ma lei non me lo ha permesso. L’amore che provava per sua sorella è
stato la sua rovina.”
“Uno specchio?” domandò Neve, incuriosita. “La mamma era preoccupata
per uno specchio? Perché?”
Georg sembrò ripiombare di nuovo nella confusione. “Quello specchio aveva
qualcosa di strano…” provò a spiegare, incerto. “Katherine diceva che lui e
Ingrid si parlavano. Come se fosse un essere umano. Mi diceva che secondo lei
era un oggetto malvagio. Diceva anche che Ingrid ci teneva moltissimo… Io e lei
ne avevamo spesso parlato. Eravamo certi che sua sorella praticasse la magia
nera. Ma Katherine in lei vedeva sempre un lato buono. Fino a quella sera. Temo
che Ingrid non abbia mai voluto bene nemmeno a te.”
“Sì, quello in effetti lo avevo capito,” sospirò Neve.
Suo padre annuì tristemente. “Ingrid è stata gelosa di te fin dall’inizio. Non ti
teneva in braccio né giocava con te come facevano tua madre o le domestiche.
Rimaneva sempre chiusa nelle sue stanze a fare nessuno sa cosa. Quando
Katherine mi raccontò quello che aveva scoperto, era sconvolta. Voleva che
quello specchio fosse immediatamente portato via. Continuava a dire che Ingrid
e quel malefico oggetto fossero diventati una cosa sola. Non capivo cosa
intendesse. Le aveva ordinato di disfarsene subito. Ma poi…” Distolse lo
sguardo e si prese il viso tra le mani. “Avrei dovuto farlo nel momento esatto in
cui Katherine me lo chiedeva. Perché non le ho dato ascolto?”
“Non potevate sapere di cosa quella donna fosse capace,” intervenne Henri,
parlandogli con tono dolce. “Chi immaginava che avrebbe fatto uccidere sua
sorella?”
“Uno specchio incantato…” ripeté Neve. C’era qualcosa che le suonava
familiare riguardo a quella faccenda, ma non riusciva a ricordare cosa. “Non ho
mai sentito nessuno parlare di specchi incantati.”
“Probabilmente nessuno ne sapeva niente,” spiegò suo padre. “Ingrid è
sempre stata molto sospettosa di tutti. Tua madre diceva che teneva tutto per sé.”
Parlarono tutta la notte. Georg voleva sapere come Neve avesse trascorso le
giornate al castello, che cosa avesse fatto per tutti quegli anni. Fu preso dalla
rabbia quando lei gli raccontò che passava il tempo a fare pulizie. Poi gli scappò
un sorriso malinconico quando la ragazza disse che la voliera si era conservata
intatta. “Tua madre sarebbe felice di saperlo,” si commosse. Lei gli porse la mela
Rossofuoco che aveva tenuto in tasca. E di nuovo le lacrime sgorgarono come un
fiume in piena.
“Penso che dovremmo riposare,” suggerì Henri, mentre Neve cercava di
consolare Georg. “È stata una giornata lunghissima. E domani dobbiamo iniziare
un nuovo, lungo viaggio.”
“Sì, hai ragione,” rispose la principessa. Un po’ le dispiaceva. Aveva potuto
trascorrere così poco tempo con suo padre. E ancora non sapeva nemmeno se
fosse in possesso delle armi giuste per combattere contro la regina. Dato che
nessuno era a conoscenza dell’esistenza di quello specchio, come avrebbero
potuto servirsene?
Poi anche quei pensieri svanirono, e Neve cadde in un sonno profondo.
CAPITOLO SEDICI

Ingrid

Dieci anni prima

Benché si trovasse nell’ala opposta del castello, Ingrid sentì che lo specchio si
era svegliato. Ormai il ritorno alla vita di quell’oggetto magico le era familiare
come il flusso del suo stesso sangue nelle vene.
Il fatto è che lo specchio non si svegliava se lei non gli era vicino. E nessuno
era a conoscenza della sua esistenza. Solo lei lo poteva evocare. Eppure Ingrid
sentiva che in quel momento lo specchio stava parlando con qualcuno. Qualcuno
che non era lei.
Chiunque fosse, se ne sarebbe pentito.
“Vostra Maestà?” la chiamò il suo consigliere personale strappandola a quei
pensieri. L’uomo consultava un documento che teneva tra le mani. “Mi stavate
dicendo che è ora che la bandiera del regno torni a sventolare a tutta altezza. È
così, mia regina?”
“Cosa?” replicò Ingrid, un po’ confusa. Le sue dita avevano afferrato i bordi
del trono al punto che le unghie avevano graffiato le foglie scolpite.
Doveva uscire da quella stanza prima possibile. Doveva tornare nella camera
segreta e capire cosa stesse succedendo. Notò la reazione che la corte aveva
avuto guardandola. All’inizio nessuno aveva capito perché lei, che non era di
sangue reale, potesse sedere sul trono. Ma quei timori si erano dissolti una volta
saputo che Georg aveva “abbandonato” trono e popolo. Ingrid sosteneva che
Neve fosse troppo giovane per governare, il che era vero. E poiché i fratelli di
Georg erano morti di peste molti anni prima, non esisteva altro erede al trono.
Pertanto, sarebbe stata Ingrid, e nessun altro, a governare finché la principessa
non avesse raggiunto la maggiore età. La gran parte della corte si era dichiarata
d’accordo. Erano gli stessi cortigiani che le stavano davanti in quel momento. E
lì sarebbero rimasti, almeno per ora. Se Ingrid avesse voluto apportare i
cambiamenti che aveva in mente, avrebbe avuto bisogno di alleati. Aveva fatto
in modo di suscitare comprensione per aver perso in così poco tempo prima sua
sorella e poi il nuovo marito.
“Vi chiedo scusa per la mia distrazione,” disse Ingrid. Si teneva la testa. “Mi
è venuta una terribile emicrania.”
“Oh, Maestà!” esclamò Mila, la sua nuova dama di compagnia, mettendosi
immediatamente al suo fianco. “Lasciate che vi accompagni in camera vostra.
Avete bisogno di sdraiarvi. Non possiamo permettere che vi ammaliate.”
Questa insignificante cameriera sembrava un falco. La seguiva per tutto il
castello, chiedendole in continuazione se avesse bisogno di qualcosa. L’unica
cosa di cui aveva bisogno era di essere lasciata in pace! E, tuttavia, qualcuno
doveva pure prendersi cura delle sue esigenze, esaudire le sue richieste. Pertanto,
Ingrid aveva consentito a questa sciocca, che però le era tanto devota, di
rimanerle accanto. Doveva solo imparare quali fossero i limiti da non superare
mai. Come avevano fatto gli altri. La regina aveva già licenziato metà del
personale. Non aveva bisogno di tutta questa gente perennemente in agguato,
ansiosa di conoscere gli affari suoi. Cosa sarebbe successo se uno qualsiasi di
loro avesse trovato lo specchio? No, meglio ridurre al minimo il personale del
castello. E, se necessario, azzerarlo del tutto.
“No, Mila, come già ti ho detto, se ho bisogno di qualcosa, ti chiamo,” la
bloccò. “Credo di essere abbastanza autosufficiente.” Il sorriso di Mila svanì
all’istante e la donna si ritirò nel suo angolo. “Eravamo nel mezzo di una
discussione,” aggiunse rivolgendosi al resto della corte. “Credo che
completeremo più tardi ciò che rimane da fare. Intanto mi occuperò del mio mal
di testa.”
“Possiamo aspettare, mia regina,” disse uno dei consiglieri. “La vostra salute
viene prima di tutto. Il regno ha bisogno di voi. Siete voi la nostra guida.”
“Finché la giovane Neve non raggiungerà la maggiore età,” fece eco un altro.
Ingrid guardò l’uomo che aveva parlato per ultimo. Davvero credevano che
un giorno lei avrebbe consentito a una mocciosa senza arte né parte di prendere
il suo posto? Non ci pensava nemmeno di striscio. E, comunque, aveva tutto il
tempo per sistemare quel problemuccio. Addolcì l’espressione del viso. “Adesso
devo andare,” riprese. “Ma, prima, vi prego, ricordatemi cosa stavamo dicendo a
proposito della bandiera.”
Ogni fibra del suo corpo vibrava. Doveva tornare prima possibile nelle sue
stanze per capire cosa stesse succedendo al suo specchio. Ma doveva anche
mostrarsi paziente. Non poteva fare arrabbiare la corte e rischiare così di perdere
il potere appena ottenuto.
“Sì, mia regina,” rispose il consigliere, grattandosi la testa. La parrucca
bianca che indossava gli si spostò leggermente. Aveva ordinato che tutta la corte
indossasse gli stessi abiti, parrucche bianche comprese. Oltre a essere una cosa
molto elegante, le evitava la seccatura di capire chi era chi. Vestiti in questo
modo, non erano persone: erano poco più che numeri. “Dicevo che la bandiera
ha sventolato a mezz’asta dal giorno della morte della regina Katherine, sei mesi
fa,” disse quello.
La morte della regina Katherine. Quelle parole le si infilzarono come un
coltello nel cuore. Scrutò ogni angolo della sala. Continuava a vedere l’aura di
sua sorella, la vedeva sempre giovane e bella com’era un giorno prima di morire.
Era solo immaginazione, non poteva essere altro che quella. I fantasmi non
esistono. A volte quella presenza la confortava, altre volte la faceva stare male.
Nessuno avrebbe mai potuto trovare il veleno che il cacciatore, suo fedele
servitore, aveva versato su suo ordine nel piatto di Katherine. Nessuno avrebbe
potuto immaginare che fosse stato quel veleno a farla ammalare.
Ingrid vedeva sua sorella ovunque andasse. Esattamente come l’immagine
del suo Maestro le compariva davanti agli occhi ogni volta che le cose con lo
specchio non andavano secondo le sue aspettative. Era come se quei due, la
sorella e il Maestro, le volessero ricordare quello che aveva fatto per ottenere il
potere. Ma che altra scelta aveva? Ingrid non poteva certo consentire che il
Maestro si tenesse quell’oggetto. E, allo stesso modo, non poteva permettere a
Katherine di distruggerlo. Eppure, sentiva uno strano disagio ogni volta che
vedeva la piccola Neve piangere o quando si rifiutava di cenare insieme a lei. Le
mani di Ingrid grondavano del sangue di Katherine e così sarebbe sempre stato,
benché lei cercasse di convincersi del contrario.
“Immagino che sia tempo di porre fine al lutto,” affermò Ingrid. “Sappiamo
tutti che la nostra ex regina rimarrà per sempre nei nostri cuori.”
Sentì parlare di nuovo lo specchio. Nel cuore di chi?
L’uomo rivolse uno sguardo turbato agli altri consiglieri. “Non sarebbe più
giusto tenere la nostra bandiera a mezz’asta un po’ più a lungo, mentre re Georg
è assente? Potrebbe sempre tornare.”
Ingrid si sporse in avanti. Il suo sguardo era colmo di collera. “Il re è un
traditore!” esclamò minacciosa. “Ha abbandonato il suo trono, il suo popolo e
perfino sua figlia, per non parlare della sua nuova moglie. Non merita la nostra
comprensione. E non tornerà mai. Ve lo assicuro!”
L’uomo abbassò lo sguardo. “Come volete, Vostra Maestà,” mormorò.
Ingrid si guardò intorno. Il suo tono duro aveva sconvolto tutti. Be’, peggio
per loro. Doveva mostrarsi risoluta riguardo alla questione di re Georg. “Mi
dispiace molto,” si sentì di dire. Si prese di nuovo la testa tra le mani. “È una
situazione stressante per tutti. E soprattutto per la piccola Neve.” Si alzò. Tutti
chinarono la testa. “La bandiera sventolerà a tutta asta,” ordinò. “Date
comunicato in ogni angolo del regno che il periodo di lutto è terminato.
Chiunque stia ancora cercando re Georg smetta immediatamente o patirà gravi
conseguenze. Quell’uomo ha perso la ragione e non è più degno di governare.
Ricordate al popolo ciò che ha fatto e in quali condizioni ha lasciato il regno.”
“Sì, Maestà,” dissero i cortigiani.
Ingrid uscì di corsa dalla sala del trono e attraversò tutto il castello senza
guardare nessuno. Non aveva alcuna voglia di fermarsi a chiacchierare. Sentì che
lo specchio si muoveva e i capelli le si rizzarono sulla nuca. Chi aveva osato
entrare nelle sue camere? Chi si era permesso di parlare con il suo specchio?
Non aveva forse detto che l’ingresso era vietato? Aveva dato disposizioni
affinché nemmeno la cena le venisse portata in camera. Le cameriere dovevano
lasciarla fuori dalla porta e andarsene subito. Non voleva nemmeno che
facessero pulizie. Nessuno doveva vedere il suo specchio. Era suo, solo suo.
Chiunque avesse osato entrare, avrebbe pagato a caro prezzo
quell’impudenza.
Chiuse a chiave la porta della camera da letto ed entrò alla ricerca del
colpevole che aveva osato invadere il suo spazio privato. A parte qualche
cuscino fuori posto, la stanza era vuota. Andò verso l’armadio e fece per
abbassare la leva che nascondeva la stanza segreta. Quella stanza così simile a
una cella. La porta era aperta.
Entrò nella stanza buia preparandosi a mandare a morte l’intruso. Ma le
parole le morirono sulle labbra appena si rese conto di ciò che stava accadendo.
Attraverso la foschia verdastra e il bagliore proveniente dallo specchio, scorse il
profilo di qualcuno. La figura tendeva una mano verso il vetro liscio. Stava per
toccarlo. Non capiva chi fosse, era una figura minuta, tant’è che doveva mettersi
in punta di piedi per arrivare a toccare lo specchio. Infine capì…
“Neve!” gridò. Corse verso la bambina allontanandola dallo specchio un
istante prima che la punta delle ditine sfiorasse la superficie. “Come sei entrata
qui?” le urlò. La prese in braccio e cominciò a scrollarla così forte che non si
capiva chi fosse più sconvolto, se la bambina o lei stessa.
La piccola scoppiò a piangere. Le lacrime le scendevano lungo quelle guance
paffute, del colore della porcellana. L’abito candido che indossava era tutto
sporco, avendo girellato nella stanza segreta di Ingrid. Nel castello c’erano
passaggi segreti ovunque. Passaggi che Ingrid avrebbe fatto chiudere domani
stesso. Il fiocco che Neve portava sopra la corona di capelli neri era tutto storto.
Ingrid si domandò chi glielo avesse sistemato quella mattina. Di solito lo faceva
Katherine; certamente, non lei. Non sapeva se fossero passati pochi giorni o più
di una settimana da quando aveva visto la bambina l’ultima volta. A dire la
verità, era lei che la evitava. Per diversi mesi aveva tentato, su ordine di Georg,
di farci amicizia. Poi aveva rinunciato. Ogni volta che le si avvicinava, la
bambina scoppiava a piangere. Prima piangeva per sua madre, ora piangeva
anche per suo padre. Le lacrime quel giorno sembravano inarrestabili, il
singhiozzo le partiva dalla gola talmente aspro che Ingrid dovette abbassare un
po’ la guardia. “Oh, piccola…” cominciò a dire.
“Lo specchio diceva che potevo vedere la mamma!” esclamò Neve
guardando Ingrid con quegli occhioni castani che erano l’immagine sputata di
sua sorella. “Diceva che dovevo solo toccarlo.”
“Che cosa?” In quel momento Ingrid non sapeva contro chi scatenare la
propria rabbia: sullo specchio che l’aveva tradita o su quella stupida bambina
che per poco non distruggeva tutto ciò per cui aveva lavorato in quegli anni.
“Neve, usciamo da qui,” disse infine.
“No!” strillò la bambina. Le lacrime erano state sostituite da un lampo di
rabbia. Neve cominciò a picchiare pugni sul petto di sua zia. “Voglio vedere la
mamma! Lo specchio lo ha promesso! Devo solo toccarlo!”
Finché lei vive, la tua sorte non sarà mai buona. Crescerà e ti porterà via la
corona.
“Bugiardo!” urlò Ingrid allo specchio. “La stavi usando solo per tuo
interesse!” Neve smise di picchiare sul petto della zia e la guardò sorpresa. Dopo
di che, si avvicinò alla porta della camera.
Ingrid cercò di fermarla prima che uscisse. Non fu difficile. La piccola Neve
si accartocciò come un foglio di carta non appena Ingrid la sfiorò. Per un istante,
la bambina scoppiò di nuovo in lacrime e affondò la testa nel petto della zia che
si sentì di nuovo presa alla sprovvista. Neve non l’aveva mai abbracciata prima
di allora. Né dopo la morte di Katherine e nemmeno dopo le frettolose nozze tra
lei e Georg. La ragazzina aveva solo sette anni e non riusciva neppure a capire
cosa stesse succedendo.
Ingrid stessa si era ben presto stancata di quel nuovo ruolo. Inizialmente,
l’idea di sposare Georg era stata una necessità: per ottenere il potere aveva
bisogno della corona. Ma presto si era resa conto che non le bastava governare al
fianco di un uomo, voleva governare da sola, non fare da spalla a qualcuno.
All’inizio sperava che l’adorazione che Georg le riservava le sarebbe bastata. Ma
l’idea che quello sciocco non riuscisse a capire di essere vittima di un
incantesimo ben presto la portò a provare repulsione per lui.
Ogni notte Ingrid mescolava attentamente la pozione che gli dava da bere
prima che si coricasse. Finché un giorno decise che ne aveva abbastanza. Lei
non lo amava e l’amore di lui era solo frutto della magia. Per fortuna trovò un
soldato disposto a portare via re Georg dopo che lei lo aveva condannato a un
esilio dal quale non sarebbe mai tornato. Ovviamente subito dopo aveva fatto
uccidere quel soldato, mentre invece a Georg era stato consentito di vivere.
Non lo aveva certo fatto per pietà, ma, anche qui, per necessità. Come le
ricordava lo specchio, un giorno Ingrid avrebbe potuto avere bisogno di sangue
reale. È un ingrediente potente, utilissimo per determinati incantesimi.
Sfortunatamente, il sangue di Ingrid non era blu, a prescindere dal fatto che
indossasse una corona. Così, aveva pensato che era meglio tenere in attesa il re
per quando le sarebbe tornato utile.
Ma tutto ciò cosa avrebbe comportato per Neve? Lo specchio le suggeriva di
uccidere anche la bambina. Eppure ogni volta che Ingrid ci pensava, le appariva
il fantasma di Katherine. Gli rispose che secondo lei era meglio lasciare che la
bambina crescesse affinché potesse vedere con i suoi occhi quanto fosse difficile
governare. Forse Neve avrebbe deciso che sarebbe stato meglio se il regno
rimanesse nelle mani di Ingrid, magari accettando di mettersi al fianco della zia,
zitta e buona.
Non essere sciocca. Regina solo per ora tu sei. È la tua peggior nemica,
liberati di lei.
Ingrid cancellò di nuovo dalla mente le parole dello specchio. Non era affatto
una sciocca. Ma non era pronta per uccidere una bambina, nonostante detestasse
l’idea di farle da madre. Lo aveva fatto con Katherine, e guarda come era andata
a finire.
Ma ora, questa bambina che lei non voleva, le stava tra le braccia e le
chiedeva di essere consolata. Ingrid sentì che la sua mano le accarezzava i
capelli. Così, piano piano, carezza dopo carezza, Neve si rasserenò. “Tua madre
non c’è più,” le disse piano. “Nessuno specchio potrà riportarla indietro. E tuo
padre ci ha tradito. Ha perso il senno dopo la morte di tua madre. Ci ha lasciato
sole, io e te. Dobbiamo badare a noi stesse. Tuo padre e mio padre hanno fatto la
stessa cosa. Katherine e io abbiamo perso nostra madre quando eravamo piccole.
Te lo ha mai raccontato?” Neve scosse la testa. “Nostro padre non ci ha allevato
come avrebbe dovuto. Così un giorno siamo scappate.”
Anche se erano passati tanti anni, il ricordo di quella storia ancora la feriva.
“Potevamo contare solo su noi stesse. Io su di lei e lei su di me. Lo abbiamo
fatto insieme per molto tempo finché…” Un altro uomo si era intromesso tra di
noi, voleva dire. “Il punto è che non abbiamo bisogno di nessuno che ci dica
cosa fare,” scelse di dire. “Possiamo fare da sole. Tuo padre ha commesso un
grave errore a sottovalutarci.”
Il pianto di Neve si placò. Forse zia e nipote avevano trovato un terreno
comune.
“Ma nessuno ci sottovaluterà più,” continuò Ingrid. “Noi siamo sovrani. E
siamo bravi a governare. Lo sciocco che intende minacciarci…” Questa parte del
discorso valeva tanto per lo specchio quanto per sua nipote. “Lo sciocco che
intende minacciarci subirà un destino peggiore della morte.”
Neve si allontanò, camminando all’indietro su mani e piedi come un ragno.
Sullo sguardo le si era dipinta un’espressione di puro terrore. Cosa l’aveva
spaventata? La parola morte? Che bambina sciocca. Spaventarsi per così poco…
“Neve, torna qui,” le ordinò Ingrid, già arrabbiata. “Non ho ancora finito di
parlarti.” Si diede una lieve pacca sul ginocchio dove Neve stava comodamente
raggomitolata fino a un istante prima.
“No!” urlò Neve ricominciando a piangere. Continuava a indietreggiare
verso la porta. Appena l’ebbe raggiunta la aprì. “Tu non sei mia madre e non lo
sarai mai!” Uscì, sbattendo la porta così forte che un vaso cadde e andò in
frantumi.
Ingrid sentì la rabbia montarle dentro. Chiuse gli occhi e si accorse che le
stava arrivando una vera emicrania. Quando riaprì gli occhi, se li ritrovò davanti.
Tutti e due. Katherine. Il Maestro. La fissavano entrambi senza espressione. Poi
attraversarono la stanza e superarono la porta attraverso la quale Neve era
appena uscita e sparirono alla vista.
Gli stracci non nascondono la sua grazia gentile. Ahimè, lei è assai più bella
di te, ripeté lo specchio, come se la volesse deridere. Labbra rosse come la rosa,
capelli neri come l’ebano, pelle bianca come la neve. Biancaneve.
CAPITOLO DICIASSETTE

Neve

I sogni che Neve fece quella notte nella capanna del padre furono inquieti.
Di solito il sonno era suo amico. Non solo rappresentava una tregua dalla
monotona e deprimente esistenza quotidiana, ma le consentiva di ritrovare sua
madre. È vero, i sogni non potevano certo sostituire la sua presenza in vita, ma
erano così vividi che a volte sembravano reali. Stanotte, però, più che sogni
erano incubi.
Neve era con sua madre, però stavolta non sembrava un’occasione felice.
Sentiva un senso di urgenza. E sentiva anche freddo. Era come se il tempo stesse
per finire, ma non capiva perché. Nei sogni di solito il castello era come nei
ricordi della sua infanzia, felice, pieno di fiori e di gioia. Adesso era diverso. Sua
madre le camminava davanti, era tutto buio. Stavano attraversando un corridoio
avvolto dal fumo.
“Seguimi,” continuava a dire la mamma, facendole strada con una candela in
mano.
Lei però non voleva. Quel corridoio non lo riconosceva. Le sembrava di non
essere mai stata in quella parte del castello. Sentiva intorno una presenza
malvagia. Le gambe erano come conficcate al suolo e intorno alle caviglie le si
attorcigliavano rami di vite. Cercava di muoversi ma faceva grande fatica.
“Seguimi,” la esortava sua madre, ignorando i rami che le impedivano di
muoversi. “Fa’ presto! È importante.”
I rami scomparvero. Neve non poté fare altro che obbedire a sua madre.
Riprese a camminare quando improvvisamente si rese conto di trovarsi nell’ala
del castello dove viveva zia Ingrid.
“Non dovremmo stare qui,” piagnucolò. “Lei potrebbe venire a prenderci.”
Sua madre si voltò e le sorrise tristemente. “Lo ha già fatto,” disse. “Vieni a
vedere. È importante.”
Condusse Neve attraverso la camera da letto di sua zia fino al muro contro il
quale trovava posto un armadio. Katherine appoggiò la mano su un cuore di
legno intagliato nello stipite della porta e il muro scattò, rivelando un passaggio
segreto. Le fece segno di seguirla. Neve ubbidì e si ritrovò in una stanza buia,
simile a una cella.
“Guarda,” le disse sua madre indicando qualcosa nascosto nell’oscurità.
Neve non voleva guardare, ma la mamma continuava a chiamarla finché fu
costretta ad aprire gli occhi.
Su una pedana era sistemato un grande specchio. Sul vetro era apparso un
viso orribile, una sorta di maschera. Sembrava umana e tuttavia non lo era. Un
tuono rimbombava all’interno della camera, il fumo si addensava.
La ragazza fissò meravigliata lo specchio e sentì l’impulso di toccarlo. Le
pareva di averlo già visto. Era già stata in quella stanza? Perché lo specchio
sembrava chiamarla?
“Lei sa che sei ancora viva, il cacciatore ha confessato,” disse la maschera
sullo specchio. “Verrà a prendere te e anche il tuo amato.”
Si svegliò di colpo, ansimando.
“Neve!” Henri dormiva per terra vicino al camino. Si era svegliato anche lui
di soprassalto. Le andò vicino e la scosse per farla tornare in sé. Anche Georg
era accorso. “Stai bene?” le domandò il ragazzo.
Lei guardò Henri. “L’ho visto!” esclamò. “Lo specchio della regina! Quello
di cui parlava mia madre!”
Il principe e suo padre la osservavano preoccupati.
“L’ho visto, vi dico. In sogno!” insistette Neve. “Mi ci ha portato la
mamma.” Guardò suo padre sperando che lui le credesse. “So dove la regina ha
nascosto lo specchio. È nella camera segreta.” Abbassò gli occhi. “Lui mi
conosce, sa chi sono. Ricordo di averlo già visto.”
“Cosa?” esclamò suo padre con la voce che gli si faceva tagliente. “Ti aveva
portato a vedere la magia nera?”
“No, ci ero andata da sola,” spiegò lei, finalmente mettendo a fuoco quel
lontano ricordo. “Anche quella volta lo specchio mi aveva chiamato, proprio
come nel sogno. Ero bambina. Credo che fosse successo poco dopo la morte
della mamma. Mi attirò verso di lui e sembrava che volesse che io rimanessi lì.
Poi zia Ingrid era entrata, un istante prima che toccassi il vetro. Mi aveva portato
via. Era furibonda.” Neve si rivolse a Henri cercando di non mostrarsi
spaventata. “Questo sogno però è diverso. La regina sa che sono viva. Me lo ha
detto lo specchio. E sta venendo a cercarmi.”
Henri espirò lentamente.
“Quand’è così, resterai qui,” concluse suo padre. “Non preoccuparti, ti
difenderò io.”
Neve gli sfiorò il braccio. “No, papà,” disse. “Sai bene che non è possibile.
Se la regina sa che sono viva, mi cercherà. E il primo posto dove verrà sarà
proprio qui.”
“Lascia che ti accompagni!” esclamò Georg con voce tonante. “Sono pronto
ad affrontarla.”
Henri e Neve lo guardarono. Stavano pensando la stessa cosa. Suo padre era
invecchiato e la regina sapeva usare la magia. Se c’era una cosa buona che sua
zia le aveva insegnato, era che non è necessario avere un uomo al proprio fianco
per combattere. Neve aveva vissuto a lungo nell’ombra di Ingrid. Adesso
toccava a lei. Era lei che doveva proteggere suo padre. Lo aveva appena
ritrovato, non voleva perderlo di nuovo. Questa battaglia era solo sua.
“Dobbiamo impadronirci di quello specchio,” affermò risoluta.
“Sì, prima che lui trovi voi,” aggiunse Henri.
Suo padre stava per protestare, ma Neve lo fermò. “È la migliore strategia
per fermarla,” gli disse. “Se riuscirò a impadronirmi di quello specchio, lo userò
per trattare la sua resa. Le chiederò di cancellare l’incantesimo che ha fatto su di
te. Forse accetterà e lascerà il regno per sempre…”
“No!” replicò suo padre bruscamente. “Non puoi consentirle di andarsene e
farla franca. È una donna pericolosa, spietata. Ha già seminato troppo dolore, ha
distrutto il nostro regno.” La voce gli si indebolì. “Occhio per occhio,” aggiunse,
piano. “Dobbiamo vendicare tua madre. La regina deve morire.”
“Due sbagli non fanno una ragione,” ribatté Neve. “Non siete stati tu e la
mamma a insegnarmelo?”
Georg era furibondo. “Ha ucciso tua madre!” urlò. “Ha cercato di uccidere
te! La Regina Cattiva deve morire!”
Morire? Neve non era certa di poter uccidere qualcuno a sangue freddo. Ora
però non era il momento di discutere di questo aspetto della vicenda. Il tempo
era agli sgoccioli. “Anzitutto devo prendere lo specchio,” concluse. “E la
minaccerò di distruggerlo.”
“Se la regina e lo specchio sono tanto legati, lei non te lo permetterà,”
intervenne Henri. “Forse accetterà davvero di andarsene se le consentirai di
tenerselo.”
“Non accetterà mai di andarsene,” disse tristemente Georg. “Questo è poco
ma sicuro.” Poi guardò Neve. “Se non rimarrai qui, non potrò aiutarti a
combatterla, tesoro mio,” aggiunse. “Non finché mi terrà prigioniero.”
Lei gli prese di nuovo le mani. “Non rimarrai prigioniero ancora a lungo,”
promise. “Spezzerò l’incantesimo. Metterò fine al regno della Regina Cattiva e
salverò il nostro popolo. Non le consentirò di fare altro male alle persone che
amo. Te lo giuro.”
Georg le teneva il viso tra le mani. Neve vide i suoi occhi colmarsi di
lacrime. “Bada sempre a ciò che prometti, mia Biancaneve,” le disse.
CAPITOLO DICIOTTO

Ingrid

Biancaneve era viva.


E lo specchio si stava spezzando.
In un impeto di rabbia, Ingrid uscì di corsa dal suo alloggio e scese i gradini
del castello fino al primo piano senza essere vista. Non le fu difficile.
Recentemente aveva licenziato altri domestici sorpresi nella sua ala privata. Non
si fidava più di nessuno. Ora anche lo specchio le aveva voltato le spalle. Come
aveva potuto Biancaneve scampare alla morte? Il cacciatore era figlio di
quell’uomo che l’aveva aiutata ad avvelenare la madre. Come aveva fatto quella
ragazzina a convincerlo a lasciarla andare?
Era davvero furibonda. Si recò nell’antro che si trovava nelle segrete del
castello. Esistevano due sotterranei: quello in cui le guardie mettevano i nemici
del regno lasciandoli lì a marcire, e quello che lei aveva fatto murare dotandolo
di una scala di accesso privata. Quella scala conduceva ad alcune celle che lei
aveva destinato per sé, più una che utilizzava per custodire le pozioni. Nessuno
sapeva della loro esistenza, sicché nessuno poteva venire a pulirle. Spesse
ragnatele decoravano le pareti e sul pavimento i topi si inseguivano. Anche
quelle bestie immonde erano utili per produrre certe pozioni. L’importante era
che lei fosse l’unica a conoscere l’esistenza di questo posto.
Ingrid scagliò la scatola contenente il cuore in un angolo della stanza,
disgustata. “È di un cinghiale!” urlò rivolgendosi all’unico essere vivente che
potesse ascoltarla: un corvo. Non poteva giurare che fosse lo stesso uccello che
nell’ultima settimana veniva ogni giorno a posarsi sul davanzale della sua
finestra. Tuttavia, la sua presenza la consolava. Quell’uccello condivideva con
lei l’oscurità di quel luogo e dava ascolto alle sue lamentele, cosa che lo
specchio non faceva più.
Alcune pozioni sobbollivano all’interno di boccette e bottiglie. Nessuna di
queste era adatta per sistemare la ragazza. C’erano incantesimi per far perdere la
memoria, ideali per coloro che dovevano essere ingannati. C’erano lozioni per
mantenersi giovani e altri ritrovati su cui lei e lo specchio avevano lavorato
insieme, ma niente che potesse funzionare per Neve. Non poteva fidarsi di
nessuno: né dello specchio né del cacciatore né di nessun altro. Se voleva che la
ragazza scomparisse di scena, doveva occuparsene personalmente.
Già. Ma come?
Cercando ispirazione, gli occhi le si posarono su uno scaffale tutto
impolverato che si trovava in un angolo della stanza. Il dorso di un libro attirò la
sua attenzione. Vi era scritta una sola parola. Trasformazioni.
Sì! Capì subito quello che doveva fare.
Anzitutto, sapeva dove si trovava la ragazza. Non restava che andare alla
capanna dei sette nani sotto mentite spoglie e prendersi cura di Biancaneve una
volta per tutte. Ma aveva bisogno di una buona trasformazione, qualcosa che
mascherasse la bellezza per la quale aveva lavorato così duramente. Una
trasformazione provvisoria, che fosse credibile.
Prese il libro e lo sfogliò fino a trovare la ricetta della pozione giusta. Sì.
Ecco quello che le ci voleva. Si sarebbe trasformata in una vecchia. Quei nanetti
avevano probabilmente avvertito la ragazza di non aprire la porta agli estranei.
Ma se Neve assomigliava a sua madre, avrebbe certamente avuto pietà di una
vecchina capitata alla sua porta. Lesse rapidamente la ricetta. Era un incantesimo
di livello alto, che richiedeva ingredienti molto rari. Dopo la morte del Maestro,
Ingrid aveva fatto incetta di quello che c’era sugli scaffali del laboratorio,
prendendo tutto ciò che pensava le sarebbe stato utile. Ma le sostanze necessarie
per questa specifica pozione erano così rare che avrebbe avuto bisogno di ogni
singola fiala in suo possesso. Ingrid lesse anche la lista di ciò che sarebbe servito
per cancellare l’incantesimo e tornare alle sue fattezze normali, a missione
conclusa. Molti ingredienti erano gli stessi. Si domandò se ne avesse abbastanza.
Dove avrebbe potuto procurarsi un po’ di polvere di mummia? Le ci voleva
anche una manciata di nero della notte.
Il corvo gracchiò di nuovo. Aveva sentito il rumore di un tuono in
lontananza. L’antro aveva una finestrella che si apriva sull’oscurità. Stava per
piovere.
È Biancaneve la più bella del reame, sentì dire lo specchio.
Non aveva tempo per procurarsi tutte le materie prime necessarie ad
annullare l’incantesimo. Aveva bisogno di muoversi prima che quella ragazza
arrivasse a reclamare la corona.
Ingrid raccolse ogni fiala dagli scaffali e si avvicinò al calderone. A uno a
uno eseguì i passaggi elencati nella formula dell’incantesimo. Versò gli
ingredienti declamando ad alta voce ciò che voleva ottenere. Come diceva
sempre il Maestro, fare appello alle forze oscure rende possibile ogni magia.
“Cambia i miei abiti da regina in un mantello da mendicante,” chiese Ingrid.
Versò la polvere nel calderone sempre pieno di oli. “La polvere di mummia per
farmi invecchiare. Per avvolgere i miei vestiti, il nero della notte. Per invecchiare
la mia voce, il ghigno di vecchia strega. Per fare incanutire i capelli, un grido di
paura!” La pozione si addensava e gorgogliava sempre di più. Iniziava a
diventare verde, proprio come indicato dal libro degli incantesimi. Ed ecco il
tocco finale… “Per mescolare tutto, il potente fulmine!” Un tuono rimbombò,
quasi nello stesso istante in cui Ingrid lo evocava.
Raccolse veloce il liquido in un calice e si avvicinò il gorgogliante intruglio
verde alle labbra. Esitò per un istante osservandosi le mani che aveva impiegato
anni a ringiovanire così. In un attimo sarebbero diventate rugose e piene di vene.
Sperava di poter sopportare quella vista.
È Biancaneve la più bella del reame.
Trattenne il fiato e mandò giù la pozione in un solo sorso. Sapeva di bile, un
sapore talmente disgustoso che quasi la soffocava. Per un attimo avrebbe voluto
non averlo fatto. La vista le si offuscò e la stanza cominciò a girare su se stessa.
Il bicchiere le scivolò dalle mani e si frantumò sul pavimento. Sentì che il fiato
le mancava, non riusciva a respirare. Qualcosa non stava funzionando come
previsto. Stava per perdere conoscenza, si afferrò la gola e si sentì cadere.
Ma poi si accorse che dentro di lei stava avvenendo un cambiamento.
Lentamente, la mano intorno alla gola cominciava a deformarsi. Il bellissimo
abito spariva, sostituito da un miserabile mantello nero, simile a quello indossato
dalla moglie del contadino. I capelli le si allungarono e si sfaldarono,
incanutendo dalle radici alle punte. Il naso le si allungò e sopra ci germogliarono
alcune verruche. Vene varicose le erano spuntate ovunque, ma lei era felice! Non
era morta né stava morendo. La trasformazione aveva funzionato! Si lasciò
andare a una risata ma quello che venne fuori fu un ghigno.
“La mia voce! La mia voce!” si mise a gridare. Biancaneve non l’avrebbe
mai riconosciuta.
Un attimo: che cosa avrebbe fatto una volta davanti alla ragazza? Doveva
decidere in fretta, ci voleva un’azione semplice ed efficace, anche perché
avrebbe agito da sola. Preparare un veleno come quello usato per sua sorella
avrebbe richiesto giorni. Ci voleva qualcosa di più veloce. Qualcosa di gustoso,
qualcosa a cui la ragazza non avrebbe saputo resistere. Doveva elaborare una
morte speciale per una ragazza tanto carina.
Prese un altro libro di incantesimi – le mani rugose e macchiate sembravano
quelle di qualcun altro – e ne scorse le pagine. Trovò il “Sonno della morte”
sotto forma di mela. Quanto era poetico tutto ciò… La vita di Katherine era
cambiata a causa delle mele Rossofuoco e ora la vita di sua figlia sarebbe finita a
causa di una mela. Lesse i passi nel libro degli incantesimi. “Un assaggio della
mela avvelenata e gli occhi della vittima si chiuderanno per sempre nel sonno
della morte.” Perfetto.
Sospirò. Era frustrante che il corpo si muovesse tanto lentamente a causa
della sua nuova età. Essere giovani è molto meglio. Raccolse più in fretta che
poté gli ingredienti e li versò nel calderone facendoli fermentare. Per fortuna
aveva qualche frutto a portata di mano. Afferrò una mela Rossofuoco mezza
marcia e la immerse nel calderone.
“Immergi la mela nel composto!” declamò Ingrid. “Lascia che il sonno della
morte ti metta per sempre a posto!”
Un minuto dopo estrasse la mela e controllò che l’incantesimo avesse fatto
effetto. Mentre la pozione verde gocciolava, a Ingrid parve di vedere
materializzarsi sul frutto il simbolo del veleno.
“Guarda!” si rivolse al corvo, “sulla buccia. Un morso e andrai a cuccia.
Biancaneve, addenta forte e andrai incontro alla tua morte!” Lentamente la mela
cambiò colore. Ingrid scoppiò in una risata e mostrò la mela al corvo.
“Assaggia!” L’uccello volò via. Lei ridacchiò. “Non è per te! È per Biancaneve,
la più bella che c’è. Appena questa buccia tenera morderà, il respiro le si
fermerà, il cuore più non batterà e il sangue le si congelerà. E io soddisferò le
mie brame, diventando la più bella del reame!”
Che strano… Aveva cominciato anche lei a parlare in rima, come lo
specchio. Era come se lo specchio parlasse attraverso di lei. Sollevò di nuovo la
mela per ammirare la sua opera.
Perfino Katherine avrebbe detto che questa mela era degna di un re. E anche
di una principessa. Rosso rubino, striature verdi, a forma di cuore. La sistemò in
un cestino con altre mele, mettendola in cima in modo che Neve la vedesse
subito. Se fosse partita immediatamente, passando attraverso la botola del
sotterraneo, con l’aiuto dell’oscurità sarebbe arrivata alla capanna dei sette nani
poco prima dell’alba, quando gli uomini partivano per la miniera. Chi ha bisogno
di uno stupido specchio? Poteva cavarsela benissimo da sola! Si diresse verso la
botola quando un pensiero improvviso la fermò. Guardò di nuovo il corvo che
era tornato e la osservava incuriosito.
“E se ci fosse un antidoto?” si domandò all’improvviso Ingrid. Tornò al libro
polveroso e lesse di nuovo l’incantesimo. “Nulla deve essere trascurato,”
continuò, parlando tra sé. Trovò la nota a piè di pagina che cercava: Chi è
colpito dal sonno della morte può ritornare in vita con un bacio d’amore. Ingrid
richiuse il libro e ridacchiò. Raccolse il cesto di mele e aprì la botola. Poteva
stare tranquilla. I sette nani avrebbero pensato che Neve fosse morta e
l’avrebbero seppellita viva!
Soddisfatta, scomparve attraverso la botola senza lasciare traccia.
CAPITOLO DICIANNOVE

Neve

Lasciare suo padre era come perdere un pezzo della propria anima. Dopo essere
rimasti lontani per dieci anni, la serata trascorsa insieme a lui le era sembrata
troppo breve. E il futuro le appariva incerto. Papà temeva che non si sarebbero
più rivisti. Neve invece giurò che sarebbe successo molto presto.
“Tornerò da te,” gli disse abbracciandolo.
Lui non si oppose più a quella decisione, come aveva fatto la sera prima.
“Abbiate cura uno dell’altra,” pregò, invece, i due ragazzi.
“Lo faremo, Maestà,” lo rassicurò Henri. Neve sorrise. Nonostante Georg
fosse in esilio, senza corona né sudditi, il principe continuava a onorarlo con il
titolo che gli spettava. La ragazza aveva pensato che, dopo avere mantenuto la
promessa di farla incontrare con suo padre, Henri se ne sarebbe tornato a casa.
Invece aveva insistito per accompagnarla alla capanna dei sette nani e lei non
aveva protestato. Le piaceva la sua compagnia, era felice di poter trascorrere
altro tempo insieme a lui.
Suo padre le mise in mano qualcosa, un piccolo oggetto. Poi le richiuse le
dita. “Porta questo con te,” sussurrò.
Aprì la mano e guardò: vide una piccola collana di gioielli blu.
“Era di tua madre,” le spiegò Georg. “È il primo regalo che le ho fatto.
Avevo appena iniziato a corteggiarla. Lei la portò ogni giorno fino al nostro
matrimonio.” Sorrise ricordando quei momenti. “Dopo la sua morte…” le parole
gli si spezzarono in gola. Neve gli prese la mano. “L’ho sempre tenuta nel
taschino,” riprese. “Potrà sembrare sciocco, ma era come avere un po’ di lei
vicino al cuore. Anche quando Ingrid mi cacciò dal regno l’avevo con me; lei
non se n’era accorta. Era come se tua madre mi avesse fatto l’ultimo regalo. Ho
sempre sperato di potertela dare un giorno.”
“È bellissima,” si commosse Neve. Le dita sfioravano le incisioni sulle pietre
preziose, che al tatto erano lisce e fresche.
“Anche se non posso accompagnarti, questa collana ti proteggerà,” le disse
suo padre. “Chiunque la vedrà la riconoscerà. Anche la maga di cui ti ho parlato
l’aveva riconosciuta.” Georg sorrise. “Quella collana mi ha protetto e farà lo
stesso con te,” concluse.
Neve voleva indossarla, ma era un gioiello troppo bello per una contadina. E
lei adesso aveva proprio l’aspetto di una contadina. Quelle pietre erano troppo
appariscenti, chiunque l’avesse incontrata lungo la strada le avrebbe notate.
Così, infilò la collana in una tasca della camicia, come faceva suo padre. In
questo modo, anche lei avrebbe avuto sua madre vicino al cuore. “Grazie,”
mormorò. E lo abbracciò di nuovo. “Un giorno la indosserò. Quando la regina
sarà stata scacciata e tu tornerai, sano e salvo al castello. E io sarò…”
Io sarò cosa? Incoronata? Neve non concluse la frase. Non sapeva cosa
avrebbe dovuto dire. Suo padre reclamerà la corona quando tutto sarà finito?
Georg sorrise. Aveva compreso l’esitazione di Neve. “Sì, tesoro mio,” le
disse. “Indosserai quella collana quando sarai proclamata regina. Il mio tempo è
passato. Il futuro di questo regno sei tu. E se porrai fine alla tirannia della Regina
Cattiva, come hai intenzione di fare, sarà il tuo popolo a chiederti di diventare
loro sovrana.” Le accarezzò la mano. “Io ti farò da consigliere, se vorrai. Ma
solo all’inizio. Sarò al tuo fianco. Poi toccherà a te.”
Toccherà a te. Quelle parole le echeggiavano nella mente, gravi e solenni.
Sarebbe riuscita a trovare la forza per essere una buona sovrana? Ci pensò, ma
già conosceva la risposta. Sì, l’avrebbe trovata, eccome. L’immaginazione
cominciò a correre. Avrebbe riportato il regno alla prosperità, com’era quando
governavano suo padre e sua madre. Avrebbe reso giustizia ai torti subiti dai
minatori. Avrebbe creato nuove infrastrutture, così che l’agricoltura potesse
ricominciare a prosperare. Avrebbe aperto accordi commerciali con altri regni,
compreso quello di Henri. Le possibilità erano infinite.
Se solo fosse riuscita a convincere sua zia a rinunciare al trono…
La turbava ancora l’affermazione di suo padre: secondo lui la Regina Cattiva
doveva morire. Non importa quanta rabbia potesse provare per quello che aveva
fatto, Neve non era sicura che sarebbe stata in grado di porre fine a una vita. Era
sicurissima che sua madre l’avrebbe pensata allo stesso modo.
Il viaggio di ritorno verso la capanna dei sette nani sembrò molto più lungo
di quello compiuto per arrivare da suo padre. Non vedeva l’ora di raccontare
dello specchio e dell’elaborazione del piano di battaglia. Durante il tragitto, lei e
Henri si erano confidati l’uno con l’altra, avevano parlato a lungo di un sacco di
cose. Lei gli aveva raccontato della vita con i suoi nuovi amici minatori, e lui
aveva ricambiato con la storia di quando Georg lo aveva salvato e gli aveva
restituito la salute. Il padre di Neve non avrebbe lasciato che Henri morisse. Lo
svegliava ogni ora per farlo mangiare o bere. Per tenerlo sveglio gli raccontava
dell’infanzia di Neve.
“Ormai penso di sapere più cose di te di quanto ne conosca tu stessa,”
ammise il principe divertito.
“Ma davvero?” replicò lei. Per fortuna, essendo seduta davanti, lui non
poteva vederla arrossire.
“Davvero,” confermò Henri. “So che i tuoi colori preferiti sono il blu e il
giallo. So che eri bravissima a giocare a nascondino. So che detestavi il porridge
freddo. E poi c’è l’informazione che in assoluto preferisco. So che avevi dato un
nome a tutti i cavalli delle scuderie reali. E non è tutto: a quanto pare, ti piaceva
mettere dei fiocchi sulla testa a quei poveri animali, ovviamente quando te lo
permettevano.”
Lei arrossì ancora di più e poi scoppiò a ridere. Quella cosa proprio non se la
ricordava. “Non ho mai fatto una cosa del genere!” esclamò. Poi finse di
pensarci su. “Aspetta… L’ho fatto davvero?”
Anche Henri rise. “L’hai fatto, eccome. La sarta reale stava impazzendo per
le tue continue richieste di nastri e fiocchi per i cavalli.”
“E di te che cosa mi dici?” gli domandò Neve. “Visto che conosci tante cose
sul mio conto, mi sembra giusto che anch’io sappia com’eri da bambino.”
Mentre attraversavano la foresta, lei sentiva le braccia di lui cingerle la vita.
“Mi pare giusto,” rispose Henri. “Vediamo un po’… Ah, sì! Una volta ho trovato
un topo nel castello e l’ho tenuto come animale domestico. Gli davo da
mangiare, lo accudivo. A mia madre per poco non venne un colpo quando mi
vide dargli del formaggio. Mi disse di liberarmene, ma io non me la sentivo di
abbandonare il vecchio Croxley.”
“Croxley?” ripeté Neve fingendosi incredula. In realtà, pensava che fosse
una cosa molto tenera prendersi cura di un topo. Anche lei implorava i suoi
genitori di prenderle un animaletto. Sua madre ribatteva che c’era una voliera
piena di uccelli, e questo era più che sufficiente. “L’hai chiamato davvero
Croxley?”
“Be’, che c’è di male?” si difese Henri fingendosi piccato. “Non è che gli
cucissi vestiti o gli insegnassi a cantare. Poi ti posso raccontare che mi mettevo
sempre nei guai. Una volta Kristopher e io organizzammo una gara di scherma in
una sala del castello e rompemmo una finestra. Le spade appartenevano alle
guardie che in quel momento stavano pranzando. Non si erano accorti che gliele
avevamo prese. Non ricordo chi fosse stato rimproverato più duramente, se noi o
loro. Probabilmente noi, per via della finestra rotta. Quella volta mia madre
riuscì a convincere mio padre a chiudere un occhio.”
“Perché, ci sono state altre volte?” domandò Neve.
“Be’, quando avevo dieci anni rubai la corona a mio padre e cercai di
venderla al mercato del villaggio,” raccontò Henri ridacchiando. “Dissi a mio
padre che ero stufo che fosse sempre occupato. Volevo che smettesse di essere re
così io e lui potevamo giocare.”
“Ma dai!” esclamò Neve scoppiando a ridere. “Non posso credere che tu
abbia fatto una cosa del genere.”
“Alla fine anche lui l’aveva trovata un’idea divertente,” ammise Henri.
“Nessuno dei miei fratelli ha mai osato fare una bravata come quella. Mia madre
diceva che ero una vera peste. Anche adesso sostiene che sono una testa dura.”
“Non c’è niente di male a essere tenace,” osservò Neve. “Avrei voluto
esserlo io in tutti questi anni.”
Henri tacque per qualche istante. “Be’, ma tu non potevi immaginare quello
che era successo e che stava succedendo,” disse poi. “Non puoi continuare a
torturarti così.”
“Lo so,” rispose la ragazza cercando di mostrarsi positiva. “Il passato è
passato. Adesso devo impegnarmi a cambiare il futuro. Devo solo capire come.”
“Ho la sensazione che lo saprai presto,” la consolò Henri.
Aveva ragione: lo avrebbe capito, ce l’avrebbe fatta. Ancora prima di
arrivare alla capanna, Neve aveva già elaborato un piano. Quando ritrovò i suoi
amici, fu subito festa grande. I sette nani erano felicissimi che lei e Henri fossero
tornati sani e salvi. Furono lieti anche di sapere che il re stava bene. Informarono
quindi la ragazza di aver parlato con un paio di minatori loro amici – si
chiamavano Kurt e Fritz – e che la chiacchierata era andata piuttosto bene. I due
colleghi avevano suggerito ai sette nani di andare villaggio per villaggio ed
esporre a tutti il piano per rovesciare la regina. Gongolo disse che avrebbero
definito i dettagli dopo cena.
Tutti erano di buon umore, tant’è che, appena finito di mangiare, Mammolo
e Pisolo tirarono fuori i loro violini e cominciarono a suonare. Neve, che non
danzava più da chissà quanto tempo, balzò in piedi e raggiunse Cucciolo sulla
“pista da ballo”. Volteggiò insieme a lui lungo tutta la piccola stanza
abbandonandosi al suono della musica. Poi Cucciolo si stancò e tornò a sedersi.
Allora si alzò Henri offrendo la mano a Neve che per un istante esitò. Aveva
sentito Brontolo sbuffare. Poi si decise ad accettare l’invito del principe e
cominciarono a ballare. A ogni volteggio il cuore le accelerava il battito. Faceva
fatica a sostenere lo sguardo di Henri. Ogni volta che lui la guardava, il viso di
lei avvampava. Ma ben presto decise di abbandonarsi a quel momento,
dimenticò ogni tensione e si lasciò andare. Era appena iniziata una nuova
canzone, quando Brontolo interruppe quel momento di festa.
“Ora basta con musica e balli!” li ammonì, severo. “Non abbiamo ancora
vinto. C’è una Regina Cattiva da rovesciare!” Guardò prima Neve e poi Henri.
“Raccontateci cosa avete saputo,” li esortò.
“Diteci anche come sta re Georg,” aggiunse Mammolo.
Neve fece un sorriso dolce, le guance un po’ pallide luccicavano alla luce del
fuoco. “Il re sta bene,” iniziò. A quell’annuncio tutti parvero sollevati. “Quando
l’ho rivisto, era come se il tempo non fosse mai passato. E invece è passato, e ne
è passato tanto. Troppo. Per tutti questi anni mio padre ha sofferto terribilmente
per la mancanza del suo regno. La regina Ingrid gli ha fatto un incantesimo che
gli impedisce di tornarci.” Raccontò poi del terribile inganno perpetrato ai danni
del padre. E infine parlò dello specchio magico.
“Vuoi dire che tua madre ti è apparsa in sogno e ti ha mostrato dove si
trova?” le domandò Dotto, massaggiandosi il mento. “Interessante.”
“Che vuoi dire?” gli chiese Gongolo.
“Be’, è come se la regina, pur trovandosi nell’aldilà, volesse aiutare Neve a
riprendersi ciò che le appartiene,” rispose Dotto.
Non era niente male come idea. La principessa sperava che fosse vera. In
quell’ultima settimana si era sentita vicina a sua madre come non mai. Avrebbe
dato qualsiasi cosa per averla al suo fianco. Se apparirle in sogno era davvero un
tentativo di aiutarla, non poteva che essergliene grata. Guardò Henri. “È meglio
che racconti loro anche quello che è successo a mia madre,” gli disse. Lui annuì
e si fece subito triste.
Ai sette uomini si spezzò il cuore sentendo di come la Regina Cattiva avesse
avvelenato Katherine. Ciò li spinse a odiarla ancora più di quanto già non
facessero.
“Lo specchio deve essere lo strumento che le consente di utilizzare la magia
nera,” spiegò Brontolo. “Da quel che dite, deve essere ossessionata da
quell’oggetto. Se non voleva che Neve nemmeno ci si avvicinasse,
evidentemente deve possedere una forza straordinaria.”
“A me pare che sia anche un oggetto pericoloso,” si preoccupò Mammolo.
“È vero, sembra che la regina ne sia posseduta,” intervenne Dotto.
Posseduta. Ossessionata. Invidiosa. Zia Ingrid era tutte quelle cose e lo
specchio sembrava non fare altro che esaltare le sue peggiori qualità. Era come
se… “Dotto, tu pensi che sia davvero possibile che una persona diventi una cosa
sola con un oggetto?” domandò all’improvviso Neve.
“Cosa intendi dire?”
“La Regina Cattiva sembra essersi consegnata completamente allo
specchio,” spiegò la ragazza. “Forse è lei a prendere ordini da lui.”
“Non credere che lei sia innocente,” la redarguì Brontolo. “Tutto quello che
ha fatto, lo ha fatto perché lo ha deciso!”
“È vero, ma quello specchio l’ha aiutata,” replicò Neve. “Forse la ragione
per cui è così legata a quell’oggetto è perché senza di lui non ha alcun potere.
Lei ottiene forza da lui. Ma anche lui ottiene forza da lei,” ipotizzò. “Se è così,
significa che uno non può vivere senza l’altro.”
Questo significava anche che, se lei avesse distrutto lo specchio, avrebbe
ucciso anche la Regina Cattiva? Ancora lottava con l’idea di salire al trono a
seguito della morte di sua zia. Non intendeva abbassarsi al suo stesso livello.
Doveva esserci un altro modo.
“Neve potrebbe avere ragione,” intervenne Henri. “Ho sentito dire che maghi
e streghe fondono parti di se stessi nei loro oggetti magici.”
“Ed è esattamente la ragione per cui dobbiamo rubare quello specchio,” lo
interruppe Neve, decisa. “Lo useremo come riscatto. La regina non avrà altra
scelta che andarsene dal castello consentendo a mio padre di tornare sul trono.”
“Non puoi lasciare che quell’affare continui a fare danni!” esclamò Brontolo.
Sembrava di sentire il padre di Neve. “Lo specchio deve essere distrutto e stop.”
“Ma questo potrebbe uccidere la regina!” osservò Gongolo.
“E con questo?” replicò Brontolo, ostile. “Pensa a tutte le persone che lei ha
ucciso, fatto uccidere e tentato di uccidere. Voleva ammazzare anche Neve!”
“Ma…” tentò di nuovo Gongolo.
“Per adesso concentriamoci su come raggiungere lo specchio,” intervenne
Neve per interrompere la polemica. “Impadronircene potrebbe essere l’unico
modo per convincere la regina a liberare mio padre dall’incantesimo.”
“Che cosa vorresti fare?” domandò Pisolo sbadigliando. “Entrare al castello
e staccarlo dal muro?”
“Lo specchio si accorgerà che stai arrivando,” osservò Brontolo.
“Lui sa già che sono viva,” ribatté la ragazza. “Potremmo avere ancora meno
tempo di quanto pensiamo.”
“Ecco perché tutti noi dobbiamo sbrigarci,” concluse Henri.
Neve lo guardò. “Noi?” domandò.
Henri sorrise. “Non penserai che me la svigni proprio adesso, vero? Il mio
popolo ha bisogno che quella regina se ne vada quanto il tuo. È l’unico modo per
alleare i nostri due regni. Un pericolo come questo va fermato. Lascia che ti
aiuti.”
Neve sentì una vampata di eccitazione al pensiero che Henri sarebbe stato al
suo fianco durante la battaglia. “Grazie,” gli disse. “In effetti abbiamo bisogno
dell’aiuto di tutti.” Poi si rivolse ai sette nani. “Dovete andare dai vostri amici e
convincere quanta più gente possibile a unirsi alla nostra causa!”
“Partiremo alle prime luci del giorno,” stabilì Brontolo. “Non c’è un minuto
da perdere.”
“Domattina,” concluse Neve. “Andremo al castello domani mattina.”
CAPITOLO VENTI

Ingrid

Aveva viaggiato per tutta una notte invano: la ragazzina non era alla capanna dei
sette nani.
Dopo aver lasciato l’antro, Ingrid aveva superato un passaggio segreto per
poi allontanarsi dal castello su una barca. Aveva quindi proseguito a piedi
attraverso il bosco. Non era sola. Il corvo che aveva trovato nei sotterranei
l’aveva seguita. In alcuni punti sembrava addirittura indicarle la direzione da
prendere. Il corpo da vecchia megera nel quale si era trasformata le rendeva
difficoltoso camminare. Arrivò che si era già fatto giorno. Ma la capanna era
vuota.
Sapeva che gli uomini erano usciti. Anzi, era contenta che fossero già in
miniera. Apprezzava l’etica del lavoro, specie quando tornava a suo vantaggio.
Ma Neve? Dov’era finita? Perché non era lì? Ingrid fece il giro della capanna e
cacciò via dal davanzale gli uccellini cinguettanti. Cercò di guardare dentro
attraverso la finestra. Chissà per quale ragione, alcuni cervi erano arrivati a
brucare l’erba davanti alla casetta. Cacciò via anche loro e si sedette da una parte
per riprendere le forze e rilassarsi. Ma dopo un po’, vedendo che la ragazza non
tornava, ricominciò a innervosirsi. Finché decise di entrare.
La capanna era linda e pulita: non una ciotola fuori posto, sul lungo tavolo da
pranzo non c’era neppure una briciolina. Le sedie, tutte sistemate con ordine.
L’acquaio era sgombro di piatti, i pavimenti immacolati e, in soffitta, i sette
minuscoli letti perfettamente rifatti. Zoppicando, tornò al piano di sotto. Le
ginocchia le scricchiolavano. Si avvicinò al camino. Le braci mandavano ancora
bagliori rossastri. Sentì insinuarsi dentro una sensazione di angoscia. Un
pensiero le si formava nella mente: e se quei miserabili ometti avessero saputo,
chissà come, che lei stava arrivando e avessero nascosto la ragazza? Appoggiò il
cestino sul tavolo e al solo pensiero che Neve fosse in salvo, lanciò un urlò
rabbioso. La voce le era diventata roca, alterata, innaturale. Se era andata così,
tutto l’elaborato incantesimo che aveva realizzato risultava inutile! La ragazza
era già al sicuro.
Il suo cuore ancora batte, la sua pelle è candida come latte. Muoviti come il
lampo o per te non ci sarà più scampo.
Lo specchio? Le stava parlando. Ingrid spalancò gli occhi. Lo specchio si era
risvegliato! In un istante, tutta la rabbia che in quell’ultimo periodo aveva
provato per lui era svanita. Doveva assolutamente tornare dal suo fedele
compagno, dal suo migliore amico, dal suo complice, e porre rimedio alle loro
incomprensioni. Come aveva potuto essere tanto sciocca da pensare di fare a
meno di lui? Afferrò il cestino e si accinse a riprendere la lunga e faticosa strada
di ritorno al castello. Maledisse quelle sue vecchie gambe.
Le ci volle una giornata di cammino per tornare. Quando finalmente arrivò,
non sarebbe stata in grado di muovere un solo altro passo. Non vedeva l’ora di
trovare gli ingredienti per annullare l’incantesimo e tornare al suo aspetto
normale. Muovendosi di soppiatto riuscì ad attraversare il castello. Giunse alle
sue stanze senza che nessuno la vedesse in quelle orribili sembianze.
Si diresse verso lo specchio e fece scorrere la mano lungo la crepa che
attraversava tutto il vetro. Prese la lozione rigenerante che conservava proprio
per un’evenienza di questo genere e la stese sulla fredda superficie. La
profondità della crepa si ridusse, ma non si riparò del tutto. Avrebbe dovuto
preparare una pozione più potente. Per ora, però, andava bene così. Lo specchio
aveva ripreso vita, il vetro turbinava di nuovo di nero e verde, il fumo aveva
ricominciato a uscire e sulla lastra era comparsa la maschera. Forse lo specchio
aveva notato il suo nuovo aspetto, ma non lo diede a vedere.
“Mia regina,” la salutò.
“Specchio,” esordì Ingrid. “Dimmi, per caso hai voluto ingannarmi? Dicevi
che Biancaneve doveva morire, e tuttavia ella vive e respira ancora! E come se
non bastasse, nella capanna dei nani lei non c’era!”
“Mia regina, del nostro destino ciascuno è l’autore,” rispose lo specchio.
“L’hai fatta crescere e questo è stato un grave errore.”
“Ma era solo una bambina!” esclamò la Regina Cattiva, sentendo che le sue
speranze stavano per terminare. “Come potevo saperlo?”
“Ora lei è diventata grande e vuole la tua corona,” riprese lo specchio.
“Avresti dovuto ucciderla, e per te la sorte sarebbe stata buona.”
“Come devo agire?” domandò Ingrid. Perché lo specchio continuava a
sbatterle in faccia il suo fallimento? “Ho inventato il più potente dei veleni e l’ho
instillato in una mela che la ucciderà appena darà un piccolo morso! Ma se non
riesco a trovarla, sarà stato tutto inutile.”
“Se lei morisse tutti sarebbero sopraffatti dal dolore. Non lei dovrai colpire,
bensì il suo amore.”
Amore? Neve aveva trovato l’amore? E chi era costui? Forse quell’insipido
ragazzotto? Sì, doveva essere lui. Avrebbe dovuto farlo fuori la prima volta che
lo aveva visto, altro che. Ingrid cacciò un urlo così brutale che la crepa sulla
lastra si allargò di nuovo. Allora tacque, mentre il cuore le batteva come un
tamburo. Sentì che le mani le si erano indebolite. Era una vecchia, se non avesse
fatto attenzione, avrebbe anche potuto collassare. Sorreggendosi al muro voltò lo
sguardo verso l’angolo più buio della stanza.
Katherine e il Maestro la stavano guardando. Il Maestro sembrava arrabbiato,
mentre Katherine non pareva spaventata. Anzi, mostrava un sorriso compiaciuto.
Forse sua sorella sapeva qualcosa che lei stessa ignorava?
“La sua speranza cresce e diventa sempre più forte,” continuò lo specchio.
“Ora sa che suo padre vive, e per te potrebbe essere la morte.”
Ingrid cercò di non vacillare. Questa era un’informazione che non si sarebbe
mai aspettata di ricevere. “L’ha trovato?” balbettò, sbigottita. “Come? Dove?”
Lo sguardo tornò su Katherine e sul suo Maestro. Entrambi la osservavano con
una sorta di apparente interesse. Di nuovo lei distolse rapidamente lo sguardo dai
due spettri.
“Lei ora conosce ciò che prima non poteva vedere. E vuole portarti via la
fonte del tuo potere.”
La Regina Cattiva mise da parte per il momento l’inversione
dell’incantesimo. Se Neve aveva intenzione di impossessarsi dello specchio,
voleva dire che sarebbe arrivata al castello insieme a quel ragazzo. Quand’è così,
doveva guadagnare tempo. “Mostrami dove si trova la ragazza,” ordinò.
Il fumò si diradò e sullo specchio comparvero Biancaneve e il suo principe.
Cavalcavano nella foresta. Dietro di loro, i sette nani. Anche loro a cavallo. Non
erano lontani dalla regione delle miniere. Ingrid sorrise. L’idea che avrebbe
sistemato tutto stava già prendendo corpo. Non era semplice e, date le sue attuali
condizioni, non era neppure certa di poterla realizzare. Ma era di importanza
capitale che ci riuscisse. “Forse esiste un modo per seppellire una volta per tutte
la ragazza…” disse tra sé. “Per seppellirla viva insieme al suo principe e ai
nanetti!”
CAPITOLO VENTUNO

Neve

Stava tornando al castello. Ma stavolta non era sola. Per la prima volta nella sua
vita aveva degli amici al fianco. Amici e anche qualcuno che un giorno forse
sarebbe diventato qualcosa di più… Chi lo sa se davvero sarebbe successo… Ora
però c’erano cose più urgenti su cui concentrarsi.
“A cosa pensi?” le domandò Henri, mentre cavalcavano fianco a fianco
attraverso la campagna.
Neve si abbassò il cappuccio blu. “A troppe cose,” rispose. “Ho la mente
piena zeppa di preoccupazioni di ogni genere.”
I sette nani avevano scambiato un paio di diamanti per procurarsi cavalli per
tutti. Erano diretti al villaggio di Kurt e Fritz. Erano stati costretti a prendere gli
animali presso una fattoria distante mezza giornata di cammino. Ne era
comunque valsa la pena. Si erano fermati a parlare con alcuni contadini – un
uomo di nome Moritz e sua moglie, Lina – a cui avevano raccontato che cosa
stesse succedendo nel regno e che cosa sarebbe accaduto di lì a breve. Lina
pianse per la felicità quando Neve rivelò la sua identità. “Abbiamo tanto bisogno
di voi, principessa,” le disse. “Ora più che mai.” Le spiegò quanto difficile fosse
diventato guadagnare anche ciò che serviva appena per sopravvivere. La regina
esigeva tasse sempre più alte. Nel giro di un’ora, Moritz era tornato insieme ad
alcuni minatori della zona. Neve, Henri e i sette nani avevano spiegato anche a
loro che cosa avevano intenzione di fare. Quelli si erano immediatamente
dichiarati d’accordo a unirsi alla battaglia e avevano raccolto le provviste e le
attrezzature necessarie. Aspettavano solo l’ordine per attaccare il castello e lo
avrebbero fatto. Neve aveva il cuore colmo di gratitudine, tanto che le venne
quasi da piangere.
Ma il giorno impiegato per procurarsi i cavalli e il resto, era anche un giorno
in meno a disposizione per compiere quell’impresa. La regina forse ci tiene già
d’occhio, pensò Neve vedendo un corvo volare in circolo sopra le loro teste. Il
tempo era un fattore essenziale per la riuscita del piano.
Avevano urgente bisogno di andare al villaggio di Kurt e Fritz e radunare
altra gente. I sette nani inizialmente avevano suggerito di battere le strade di
campagna e passare dai paesini più piccoli così da evitare di attirare l’attenzione.
Il fatto è che un gruppo di nove persone in viaggio da villaggio a villaggio
attirava comunque l’attenzione. Così, Brontolo aveva insistito affinché
seguissero il più possibile la strada che loro stessi prendevano ogni giorno per
andare in miniera. “Così, se fossimo costretti a tornare indietro, almeno sapremo
esattamente dove ci troviamo,” aveva spiegato. Gli altri si erano detti d’accordo.
Cavalcarono per qualche ora e finalmente furono vicini alle miniere. Ormai
Neve doveva essersi abituata a viaggiare tanto a lungo, e tuttavia era sfinita. Non
le era di aiuto lo stato di costante tensione nel quale si trovava. Si sfiorò la tasca
sul petto dove aveva riposto la collana di sua madre. Continuava a domandarsi
perché le fosse apparsa in sogno e l’avesse condotta nella stanza dello specchio.
Forse anche lei le chiedeva di uccidere la sorella? O stava semplicemente
aiutandola a trovare un modo per fermare zia Ingrid? Purtroppo sua madre non
c’era, non poteva parlarle, farle domande, chiederle spiegazioni. Neve si sentiva
insicura su tante, troppe cose. Ricordava però che lei le diceva sempre che si
deve fare ciò che va bene per tutti. Voleva che Neve trovasse un modo per
riprendersi ciò che le spettava, ma che fosse un modo pacifico. Di questo, era più
che sicura. Certo, essendoci di mezzo la Regina Cattiva, tutto poteva accadere e
non era possibile fare alcuna previsione…
Neve guardava incantata la campagna. Da quando avevano lasciato la
fattoria di Moritz e Lina, per miglia e miglia non avevano visto una singola casa,
né incontrato una sola persona. Avevano già superato l’ingresso della miniera
dove lavoravano i nani. Dotto le spiegò che c’erano tantissime gallerie. Lei non
immaginava che esistessero tante montagne in questa parte del regno. Come
poteva zia Ingrid sostenere che le miniere di diamanti fossero ormai
praticamente esaurite?
“Stai bene?” le domandò Henri.
“Sì, ma ci sono tantissime cose da tenere presente,” rispose lei. “Mi sento
responsabile per tutti voi e per tutto il mio popolo. Non voglio che nessuno
soffra per causa mia.”
Henri sorrise dolcemente. “Andrà tutto bene,” la rassicurò. “Tutti noi
sappiamo benissimo perché abbiamo deciso di unirci a questa impresa.”
E il cacciatore che l’aveva risparmiata? Neve non poteva fare a meno di
pensare anche che quell’uomo forse aveva sacrificato la propria vita per salvare
la sua. Occhio per occhio, in un certo senso, considerando ciò che suo padre
aveva fatto.
Neve sentì un brivido, poi fece un respiro profondo. Doveva rimanere
concentrata sul da farsi. Da tutto quel rimuginare non sarebbe saltato fuori nulla
di buono. “D’accordo, affrontiamo una cosa alla volta,” si riprese. “Oggi, si va al
villaggio. Domani, raduneremo altra gente. Dobbiamo agire in fretta, se non
vogliamo rischiare di ritrovarci davanti la regina.”
“Dubito che Ingrid lascerà il suo castello per venire a cercarti,” commentò
Henri. “È la sua fortezza, il luogo nel quale custodisce il suo specchio.
Probabilmente non incontreremo alcun ostacolo finché non arriveremo alle porte
di ingresso.”
“Vedo del fumo lì davanti!” gridò Dotto, indicando le sagome di alberi in
lontananza. “Dobbiamo cambiare percorso?”
“No, proseguiamo nella nostra direzione,” rispose Brontolo. “Deve essere
qualcuno che si è accampato. In questa zona non abita nessuno. Mancano diverse
miglia prima di arrivare da Kurt e Fritz. Abbiamo appena raggiunto la zona delle
miniere.”
Henri e Neve si guardarono. Entrambi pensavano alla stessa cosa… quel
fumo era alquanto strano. Non si alzava in un singolo pennacchio né si
attorcigliava in una spirale. Sembrava invece espandersi, e man mano che
diventava più grande si faceva anche più scuro. In pochi secondi superò la cima
degli alberi per poi riempire tutto il cielo di oscurità.
“Non credo che sia fumo…” disse Gongolo. “Sembrano nuvole scure. Sta
arrivando una tempesta.”
I cavalli si erano innervositi. Quello di Dotto si era addirittura alzato sulle
zampe posteriori e quasi lo disarcionava. Il vento aumentò di intensità. Raffiche
improvvise facevano volare rami ovunque. I pezzi di legno caduti al suolo si
piegavano e si contorcevano, quasi che cercassero di ghermire Henri e gli altri.
Un ramo puntò verso Neve come volesse colpirla. A lei tornò in mente il
momento in cui si era persa nella Foresta Stregata. Stava accadendo qualcosa di
molto brutto.
“Dobbiamo trovare immediatamente rifugio!” urlò cercando di sopravanzare
con la sua voce la furia del vento.
Ma ormai era tardi.
Le nuvole si dirigevano verso di loro come una nebbia velenosa. In pochi
istanti il cielo divenne nero come pece. L’ululato del vento rendeva pressoché
impossibile ascoltare ciò che chiunque stesse dicendo. Un gigantesco tuono
esplose e un fulmine colpì il suolo a pochi passi dal cavallo di Mammolo. Gli
altri si imbizzarrirono e scattarono in tutte le direzioni. Quello di Cucciolo partì
talmente veloce che non sbalzò il suo cavaliere solo perché, fortunatamente, si
era tenuto stretto alle staffe.
“Resisti!” gli urlò Henri.
Neve guardò prima Cucciolo, poi il principe e infine decise di scendere di
sella. Da terra avrebbe potuto agire con più efficacia. Gli altri fecero lo stesso. Si
misero tutti insieme ad aiutare Cucciolo per consentirgli di calmare il suo
cavallo. Gli altri erano intanto scomparsi nell’oscurità. L’aria si era riempita di
foglie, polvere e frammenti di legno sollevati dal vento. Non si vedeva quasi più
niente. Poi cominciò a piovere. L’acqua scendeva talmente forte da sembrare
grandine. Dovevano trovare un riparo… Ma dove?
“Alle miniere!” gridò Brontolo mentre un altro tuono esplodeva nel cielo.
“Da questa parte!”
Neve seguì il suono della voce del suo amico. Doveva mettere tutta la sua
forza per riuscire a camminare controvento. Cercava Henri senza riuscire a
vedere nessuno. Usava come riferimento la montagna davanti a lei, sperando di
riuscire a trovare l’ingresso della grotta.
Un fulmine colpì un albero lì accanto, facendo precipitare i rami in ogni
direzione. Qualcuno allungò una mano e la afferrò, mettendola al sicuro prima
che fosse troppo tardi.
Neve alzò lo sguardo. “Henri!” esclamò, aggrappandosi a lui e cercando di
resistere il più possibile.
“L’ingresso alla grotta è da quella parte,” gridò il principe. “Non lasciare mai
la mia mano!”
“Né tu la mia!” le urlò lei a sua volta. Dovevano stare insieme se volevano
trovare una via d’uscita da quell’oscurità. Neve sentiva che qualcuno chiamava il
suo nome a gran voce. La voce proveniva dal buio, ma il vento era troppo forte
per voltarsi e vedere chi fosse. Neve e Henri si aggrapparono l’uno all’altra,
avanzando lentamente verso quella grande ombra che si profilava davanti. La
ragazza si alzò il mantello cercando di ripararsi dalla pioggia battente. Poi
scivolò e cadde pesantemente, sbattendo la schiena e procurandosi diversi lividi.
Si abbatté un altro fulmine e poi un altro ancora, sempre più vicini. Neve e Henri
camminavano faticosamente cercando un riparo dalla tempesta.
Improvvisamente, la ragazza individuò l’ingresso alla grotta. Brontolo era già
dentro.
“Da questa parte!” urlò Neve a Henri. Si mossero un passo dopo l’altro.
Erano esausti e avevano dolore dappertutto. Finalmente superarono l’entrata e
crollarono a terra, appoggiando la schiena contro una parete di roccia. Potevano
riprendere fiato. La principessa si asciugò gli occhi e si guardò attorno. C’erano
anche Dotto, Gongolo e Cucciolo. Pochi secondi dopo entrarono anche
Mammolo, Eolo e Pisolo.
“Grazie al cielo, siete tutti sani e salvi,” esclamò sollevata.
Il rombo di un altro tuono fece precipitare un enorme ramo davanti
all’ingresso della caverna. Fecero un salto per lo spavento.
“Questa è stregoneria!” affermò Brontolo. “Non ho mai visto una tempesta
come questa.”
“È la regina! Ci sta braccando!” urlò Mammolo.
“Allontaniamoci dall’entrata,” propose Neve, temendo che avessero ragione.
“Qui non siamo al sicuro.”
Brontolo prese una lanterna che si trovava nella grotta e la accese. Le mani
gli tremavano. “Seguitemi da questa parte,” disse indicando verso il basso. Il
gruppo obbedì e cominciò a scendere nelle profondità della caverna. Ciascuno
aveva preso una lanterna così da vedere dove metteva i piedi. La tempesta
infuriava, pareva che da un momento all’altro li avrebbe travolti. “Veloci!
Veloci!” li esortava Brontolo, sinceramente preoccupato.
Tenendo alta la lanterna davanti a loro, anche Neve e Henri avanzavano a
fatica. Man mano che scendevano l’aria si faceva più fredda. Dentro quella
oscurità la principessa sentiva il respiro farsi più corto. Brontolo continuava a
urlare indicazioni. Le deviazioni e le svolte erano talmente tante che Neve
temeva di perdersi.
“Quaggiù saremo al riparo dalla tempesta,” disse finalmente Brontolo
raggiungendo un’area cava. Lì erano parcheggiati alcuni vagoni carichi di
diamanti che risplendevano nell’oscurità. Ovunque erano sparsi picconi e
cassette che sembravano tavolini. Era come se i minatori che lavoravano qui
fossero scappati in fretta e furia la sera prima. Una fila di tavolacci era disposta
lungo una parete di roccia. Era qui che venivano sistemati i diamanti per essere
ripuliti prima di essere caricati sui vagoni. Lo spazio era umido e puzzava di
muffa. La condensa gocciolava dalle rocce e dalla volta le stalattiti pendevano
come grossi pugnali. Neve avrebbe potuto perfino dire che era uno spettacolo
meraviglioso, se non fosse stata così preoccupata per la tempesta che ancora
infuriava all’esterno. Era davvero sua zia che la stava provocando? Sentiva il
vento ululare e infilarsi negli anfratti della caverna, come se stesse dando loro la
caccia fino alle viscere della terra. Neve e Henri si sedettero su un paio di casse
all’imboccatura di un tunnel e posarono le lanterne per terra.
Dotto le sorrise, e la confortò: “Qui siamo al sicuro”.
Furono le ultime parole che Neve riuscì a sentire prima che il terreno
cominciasse a tremare e a scuotersi, mandando suoni cupi. Pezzi di roccia
cominciarono a cadere dalla volta della caverna. La principessa e Henri si
ficcarono nel tunnel per non essere colpiti dai detriti che precipitavano ovunque.
“Al riparò!” urlò qualcuno.
Arrivò la voce ovattata di Brontolo. “Mettetevi contro le pareti!” urlò.
Neve e Henri si ripararono la testa e si accovacciarono, sperando che la
valanga di pietre cessasse. I detriti però continuavano a precipitare, rendendo
difficile perfino respirare.
Quindi è così che morirò, pensò la principessa, mentre tutto intorno a lei si
faceva nero. Il desiderio della Regina Cattiva finalmente viene esaudito.
CAPITOLO VENTIDUE

Ingrid

Ingrid si allontanò di qualche passo dallo specchio. L’ultima goccia di energia


che le era rimasta in corpo l’aveva ormai abbandonata. Aveva donato all’oggetto
magico tutta la propria linfa vitale e forse anche di più. La sua attuale condizione
di vecchia l’aveva prostrata ben più di quanto si aspettasse. Le si scatenò subito
una fortissima emicrania, le mani adunche tremavano. E, tuttavia, ne era valsa la
pena. Lo specchio le aveva dato la forza necessaria per evocare quella
spaventosa tempesta. Una tempesta come mai se ne erano viste, pensata e
realizzata al solo scopo di individuare il punto in cui la ragazzina si era nascosta.
Aveva funzionato alla grande.
Anche il tempismo era stato perfetto: appena la tempesta era iniziata, Neve,
quel suo principe da quattro soldi e i nanetti con cui si accompagnava non
avevano avuto altra scelta se non rifugiarsi dentro quella caverna. A quel punto,
Ingrid aveva scatenato una quantità di fulmini che si erano abbattuti all’ingresso
della grotta, finché la volta non aveva ceduto. E così, finalmente la ragazzina era
rimasta sepolta viva.
Emise una specie di risata che però le si strozzò in gola per via delle fitte di
dolore che le attraversavano la testa. Si afflosciò sul pavimento, incapace di
trovare perfino la forza minima per raggiungere le sue camere.
“Specchio, specchio delle mie brame,” sussurrò. “Dimmi, chi è ora la più
bella del reame?”
In un angolo della stanza lo spettro di Katherine iniziò a prendere forma. Ma
stavolta la sua espressione non era affatto assente. Lo spirito di mia sorella non
cambierà la storia, pensò Ingrid. Le palpebre le si erano fatte pesanti e faticava a
tenere aperti gli occhi. Era sfinita. Alla fine, la vittoria è solo mia!
Poi parlò lo specchio. “Labbra rosse come la rosa, capelli neri come ebano,
pelle bianca come neve,” disse. “La fanciulla vive, della miniera non giace sul
fondo. Rimane lei la più bella di questo mondo.”
Ingrid lanciò un urlo soffocato. “No!” Ma la voce non le uscì. Non riusciva a
muovere né braccia né gambe.
Katherine continuava a fissarla, finché la Regina Cattiva cedette al dolore e
sprofondò in un sonno pesante, riversa su quel freddo pavimento.
CAPITOLO VENTITRÉ

Neve

Quando finalmente i detriti smisero di cadere, il silenzio che avvolgeva Neve


pareva gravido di morte.
“Henri!” urlò. Tossì forte. Tutto era coperto di polvere. La spalla destra le
pulsava di dolore, ma per fortuna era ancora tutta intera.
Sentì la voce del principe. “Neve!” Anche lui tossiva fortissimo. Le si
avvicinò inciampando più volte nelle macerie. Appena le fu accanto, lei notò lo
squarcio sulla fronte. Caddero uno tra le braccia dell’altra e si strinsero forte.
Siamo vivi! Grazie madre! pensò la principessa un istante prima di
accorgersi del muro di rocce franate che le stava di fronte.
Henri cercò di rimuovere i sassi caduti, ma quelli che riusciva a spostare
erano piccoli, così che lo sforzo era pressoché inutile. Allora cambiò tattica,
spingendo con tutte le sue forze un masso più grande. Ce la mise tutta, sbuffando
e grugnendo, dopo di che si arrese e appoggiò la schiena alla parete, esausto.
Erano in trappola, ecco la verità.
“Brontolo!” chiamò Neve più forte che poteva. Cercava di scorgere qualcosa
in tutta quella oscurità. Si muoveva inciampando nelle rocce disseminate al
suolo. “Dotto? Pisolo? Eolo? Mammolo?” La voce le si faceva sempre più
ansiosa.
All’improvviso una luce illuminò la parete di roccia. Grazie al cielo, Henri
aveva ancora la sua lanterna. Il bagliore illuminò il piccolo perimetro nel quale si
trovavano. Tutto intorno c’era solo buio.
“Dove sono tutti?” chiese lei con voce angosciata. Aveva la sensazione che
le pareti della caverna si richiudessero su di loro. “Cucciolo! Dove sei,
Cucciolo?” provò a chiamare anche lui, consapevole del fatto che probabilmente
non avrebbe potuto risponderle anche se avesse voluto. Non gli aveva mai
sentito dire una sola parola e si era convinta che fosse muto.
Tutti scomparsi. Lei e Henri erano intrappolati in un tunnel buio. L’ingresso
alla grotta si trovava dalla parte opposta rispetto a questo muro di roccia. Suo
padre non aveva idea di dove fosse finita e non avrebbe mai saputo perché non
era mai tornata. Il respiro le si accorciò. Si sforzò di non farsi sopraffare dalla
consapevolezza del proprio fallimento.
Henri la prese di nuovo tra le sue braccia. “Neve, andrà tutto bene,” cercò di
confortarla.
Lei gli si aggrappò alla spalla. “Non conosciamo queste gallerie,” disse
preoccupata. “Dobbiamo trovare un modo per tornare da loro.”
Provarono di nuovo a spostare qualche pietra franata davanti all’ingresso del
tunnel, sperando di riuscire ad aprirsi un passaggio che permettesse loro di
uscire.
Henri ebbe un altro attacco di tosse.
“Ti prego,” lo fermò lei, porgendogli la mano. “Siediti. Continuerò io a
cercare. Tu devi riposarti.”
“Se non riusciremo a uscire, la mia vita non sarà comunque trascorsa
invano,” disse con un filo di voce.
Lei lo guardò nella fioca luce della lanterna. “Cosa vuoi dire?”
“Quando Kristopher è morto, mi presi la responsabilità di sostituirlo nella
mia famiglia,” rispose Henri. “Purtroppo, qualsiasi cosa facessi non potevo mai
arrivare al suo livello.” Mostrò un sorriso triste. “Il viaggio che ho fatto insieme
a te, cercare di aiutarti a cambiare le cose nel tuo regno, mi ha dato uno scopo,”
riprese. “Se morirò qui, volevo che tu lo sapessi.”
“Oh, Henri…” sospirò Neve, travolta dall’emozione. Senza nemmeno
rendersene conto, gli aveva gettato le braccia al collo mentre lui la cingeva alla
vita. Era molto vicina, vedeva i suoi capelli ricoperti di fuliggine e polvere.
Aveva anche una striscia di sporco sulla guancia sinistra, era stremato eppure
non era mai stato più bello di così.
Henri le asciugò le lacrime che le colavano sulle guance e le si fece più
vicino. Le labbra di lui erano a pochi centimetri da quelle di lei. Neve chiuse gli
occhi e attese che si toccassero. Invece, udì un rumore simile a un tintinnio. Si
voltarono di scatto, sorpresi.
Il tintinnio si faceva sempre più forte, finché un masso nella parete di roccia
cominciò a muoversi rivelando un’apertura dalla quale filtrò la luce del giorno.
Apparve la metà di un viso.
“Cucciolo!” urlò Neve piena di gioia. Si avvicinò alla piccola crepa e sfiorò
le guance all’amico ritrovato.
Ma all’improvviso Cucciolo scomparve e al suo posto si presentò il familiare
cipiglio di Brontolo. “Tutto bene, lì?” domandò brusco. “C’è anche Henrich?”
“Stiamo tutti e due bene!” rispose lei sollevata. “E voi come state?”
“Ammaccati, ma bene,” disse Brontolo. “Per fortuna Cucciolo un attimo
prima che la volta della caverna cedesse era riuscito a prendere un piccone. È
l’unico attrezzo che siamo riusciti a trovare. L’ingresso alla grotta è sbarrato
dalle rocce. Ci vorrà un po’ per liberarlo. È meglio che tu e Henrich raggiungiate
l’accesso sul retro.”
“Accesso sul retro?” chiese il principe perplesso e si avvicinò per accertarsi
di aver capito bene. “Vuoi dire che questa galleria ha anche una via d’uscita?”
“Certo che ce l’ha,” rispose Brontolo scontroso. “Non penserai che entriamo
in una miniera senza un’uscita di emergenza, vero? Seguite il percorso fino a
quando non arriverete al lago. Troverete un tunnel illuminato che vi condurrà
esattamente dall’altro lato della montagna.”
“E voi che cosa farete?” domandò Neve.
“Questa galleria ormai è inaccessibile,” rispose Brontolo. “Ci vorrebbe più
tempo per scavare un passaggio fino a voi due che aprire una via d’uscita dalla
parte in cui siamo entrati. Andate dall’altro lato. Ci incontreremo di nuovo, sta’
tranquilla. Il villaggio di Fritz e Kurt, non è lontano.”
Neve sporse la mano il più possibile per sfiorare quella di Brontolo. L’idea di
lasciarli non le piaceva. “Sei sicuro che sia la cosa giusta da fare?” gli chiese.
“Sicuro che sono sicuro!” rispose Brontolo, fingendo di essere seccato da
quella domanda. “Ora andate! Prima che la Regina Cattiva faccia crollare
un’altra galleria. E mi raccomando, principe. Prenditi cura di Neve. Ci siamo
intesi?”
“Lo farò,” rispose Henri. “Te lo prometto. Arrivederci, amici.”
“Arrivederci,” si dissero all’unisono Neve e Brontolo. Poi lei sciolse le dita
dalla mano di lui.
Henri sollevò la lanterna e porse l’altra mano alla principessa. Ora erano
pronti ad affrontare insieme l’oscurità.
CAPITOLO VENTIQUATTRO

Ingrid

Quando finalmente riaprì gli occhi, la prima cosa che fece fu cacciare un urlo
talmente forte e spaventoso che svegliò tutti quelli che si trovavano al castello.
Peggio per loro. Lascia che si sveglino nel cuore della notte. Anche lei del
resto era sveglia, e non avrebbe più dormito, non si sarebbe più riposata, non si
sarebbe più fermata finché quella ragazza non fosse morta.
Si sollevò appoggiandosi sulle braccia e lentamente riuscì ad alzarsi.
Katherine era ancora lì e la fissava. Continuava a fissarla. E la stessa cosa faceva
lo specchio. La lastra di vetro si illuminò mostrandole l’immagine di Neve
insieme al principe. Camminavano uno accanto all’altra, circondati dall’oscurità
ma guidati dalla luce di una lanterna.
“Mentre dormivi, la bella e il principe hanno trovato una via d’uscita.
Raccogli le forze oppure la tua avventura sarà già finita.”
Le parole dello specchio le fecero venire voglia di gridare ancora più forte.
Ma l’urlo stavolta si trasformò in un attacco di tosse profonda e rauca.
Non riusciva a credere ai propri occhi. Aveva offerto allo specchio l’ultima
stilla di linfa vitale che le rimaneva e adesso saltava fuori che la ragazza era
ancora viva e stava puntando al castello? Com’era possibile che la terrificante
tempesta che aveva evocato e il crollo della caverna non fossero stati sufficienti
per toglierla di mezzo? Eppure, era così: lo specchio le mostrava Neve e il
principe percorrere un tunnel in fondo al quale si scorgeva la luce del giorno. E i
nanetti? Dov’erano finiti? Almeno loro erano morti? Non li vedeva. Bene, molto
bene. Almeno una cosa giusta la tempesta l’aveva combinata. Neve e il principe
parlavano con aria preoccupata.
“Fammi sentire cosa stanno dicendo!” ordinò Ingrid allo specchio. Ma già
conosceva la risposta che le avrebbe dato.
“Mia regina, questa è una cosa che non posso fare,” rispose l’oggetto
magico. “Quel che posso dirti è che è te che vengono a cercare.”
“Continui a ripetere le stesse cose, ma non mi dici come fermarla!” Per la
rabbia, Ingrid scaraventò a terra alcune fiale che stavano sul tavolo. Katherine le
si mise davanti. Dopo pochi istanti apparve anche lo spettro del Maestro. Ingrid
poteva vedere lo specchio attraverso il fantasma di sua sorella. Doveva
controllare la rabbia. Solo così avrebbe potuto pensare al da farsi.
Dall’oggetto magico fuoriuscivano volute di fumo. La maschera aveva
un’espressione grave. “Hai ignorato la mia parola. Ora a decidere del tuo destino
sei rimasta da sola.”
“Basta così!” urlò Ingrid. Quella ragazzetta non avrebbe mai e poi mai avuto
la sua corona. Alzò la mano preparandosi a distruggere altri oggetti. Poi invece
si fermò. “Forse pioggia e vento non scoraggiano la principessa, ma
qualcos’altro potrebbe farlo,” disse tra sé. Mostrò un sorriso sinistro. Considerò
quel poco che sapeva riguardo alla miserabile vita quotidiana di Neve. Quel
poco che sapeva, però, era sufficiente. Si precipitò fuori dall’antro, spalancò la
porta della camera e con un urlo chiamò il soldato che stava fuori di guardia. Si
nascose il viso nel cappuccio per non mostrare il suo aspetto.
“Guardia!” gli disse. “Ho un editto reale che deve essere emesso
immediatamente.”
“Ai vostri ordini, mia regina,” rispose quello un po’ perplesso. Non
sembrava la voce della regina, ma non si sarebbe mai azzardato a mettersi a
questionare.
“Convoca la corte e chiedi di fare affiggere questo avviso,” continuò Ingrid.
“La principessa non è scomparsa. È scappata. La principessa è una vigliacca
esattamente come suo padre.”
Il soldato spalancò gli occhi per la sorpresa.
“Voglio che sia emanato un proclama secondo cui chiunque giuri fedeltà alla
principessa traditrice pagherà con la propria vita.” Fece tra sé un sorriso
maligno. “Sarà invece offerta una generosa ricompensa a chiunque porterà lei e i
suoi amici al mio cospetto,” aggiunse.

Quando Neve e Henrich finalmente uscirono dalla grotta, la tempesta era cessata
e l’aria odorava di pino. I cavalli erano dall’altra parte della montagna. Sempre
che non fossero scappati, cosa di cui Neve dubitava. Per arrivare al villaggio di
Fritz e Kurt l’unica possibilità era farsela a piedi. Senza cibo né acqua, il viaggio
fu piuttosto lungo e faticoso. Fu quando il sole cominciava a calare dietro le
montagne che finalmente avvistarono del fumo. Questa volta, però, non era
niente di apocalittico. Era fumo che usciva dai camini delle case.
“Ci siamo,” sospirò Henri sollevato. Indicò la fila di casette sulla sommità
della collina. “Speriamo che sia gente ospitale. Abbiamo bisogno di dissetarci.”
“Sono certa che lo siano,” disse Neve, chinandosi per raccogliere dei fiori di
campo.
“Cosa stai facendo?” le domandò Henri, incuriosito.
“Voglio portare un regalo a quelle persone,” rispose la principessa. “Non ci
si deve presentare in casa di qualcuno senza portare niente. Purtroppo, le vivande
che avevamo preparato sono andate tutte perdute. Ma i fiori sono sempre un bel
regalo.” Compose un mazzetto di viole e glielo avvicinò al viso perché sentisse il
profumo.
Lui annusò a fondo poi la guardò con aria un po’ sorpresa. “Sono bellissimi,”
ammise.
Si guardarono negli occhi, un po’ imbarazzati. Neve sentiva che le guance le
stavano avvampando. Il cuore le batteva più forte ogni volta che si avvicinava a
lui.
“Ehi, voi!” li apostrofò un tale. I due si voltarono. L’uomo conduceva alla
briglia un asino carico di provviste. “Cercate qualcuno?” domandò.
“Sì,” disse Neve, avvicinandosi. “Dobbiamo incontrare Fritz e Kurt. Ci
stanno aspettando.”
“Io sono Kurt,” si presentò l’uomo. Aveva un fisico minuto ed era basso di
statura. Aveva una chiazza di lentiggini sul naso e capelli rosso vivo. “Dove
sono Brontolo, Dotto, e gli altri?” domandò poi.
“Io sono Neve,” rispose la ragazza, porgendogli il mazzetto di fiori.
“Purtroppo siamo soli.”
“Tu saresti la principessa?” le domandò Kurt inarcando un sopracciglio.
Lei fece cenno di sì. Immaginava che impressione potessero fare su chi li
incontrasse: entrambi sporchi di terra e polvere e Henri con un taglio sulla
fronte. Nessuno dei due assomigliava granché a una persona di sangue blu.
“Perché gli altri non ci sono?” domandò di nuovo Kurt. “Dicevano che
sarebbero arrivati insieme a te.”
La principessa corrugò la fronte. Come spiegare l’accaduto senza suscitare in
quell’uomo preoccupazione o spavento? “Non ce l’hanno fatta a venire anche
loro,” scelse di dire. “Ma ci hanno dato il permesso di venire a parlare con voi.”
Kurt sembrò rimuginare quanto gli era stato detto. “E i vostri cavalli dove
sono finiti?” chiese.
Henri e Neve si scambiarono un’occhiata. Nessuno dei due voleva spiegare
cosa fosse esattamente accaduto.
“Sono scappati,” rispose Henri. Un tuono lontano li fece sobbalzare. Henri e
Neve si scambiarono uno sguardo. Stava forse per arrivare un’altra tempesta?
“Purtroppo abbiamo poco tempo,” riprese lui lasciando trapelare la
preoccupazione. “Possiamo andare da qualche parte e parlare?”
Kurt li guardò per qualche secondo. Poi annuì. “Seguitemi.”
Non doveva essere l’uomo più loquace del mondo, perciò Neve non insistette
per farlo parlare. Si limitarono a seguirlo finché non giunsero al villaggio. Era un
piccolo borgo, con una sola fattoria in lontananza e un gruppo di casette che
avevano conosciuto giorni migliori. Mentre entravano nell’abitato, la principessa
vedeva gente sbirciare dalle finestre o da dietro le porte. Non essendo certa di
cosa dovesse fare, si limitò a sorridere loro. Ma quelli, anziché ricambiare il
sorriso, preferivano tornare a nascondersi nell’ombra. Li capiva. Anche lei un
tempo aveva usato la stessa tecnica quando si sentiva a disagio. Ora però le cose
erano cambiate. Doveva mostrare di essere la leader di cui il suo popolo aveva
bisogno. Potenzialmente lei sarebbe stata regina anche di questo villaggio. O,
quanto meno, lo sarebbe stata se glielo avessero permesso.
“Vado a riunire gli altri. Ci troviamo dentro quel fienile, lassù,” spiegò Kurt.
Indicò la fattoria che si vedeva in lontananza. La sua espressione si era indurita.
“È l’unico posto dove possiamo incontrarci senza farci notare. Le guardie della
Regina Cattiva hanno appiccato il fuoco a tutte le fattorie ogni volta che non
siamo riusciti a soddisfare le sue richieste.”
“Mi spiace molto,” disse Neve.
Kurt distolse lo sguardo. “Adesso facciamo il possibile per evitare di averci a
che fare,” rispose. Indicò di nuovo la fattoria, poi si udì un altro tuono. “Te ne
dovresti andare prima che ti veda,” aggiunse rivolgendosi alla principessa.
“Quella ha occhi dappertutto. Oggi il tempo è stato alquanto insolito, per non
dire peggio.”
“Oh, sì, lo sappiamo,” replicò subito lei. Kurt aspettava che si spiegasse
meglio. Ma non aggiunse altro.
“Grazie per la vostra ospitalità,” intervenne invece Henri. “Vi aspetteremo
lì.” Si tirò su il cappuccio. Lo stesso fece Neve.
Il tempo tenne finché non arrivarono al fienile. All’interno, alcune mucche
ruminavano in silenzio in un angolo. Loro erano meno preoccupate degli umani
della tempesta in arrivo. Alcuni cavalli pestavano nervosamente gli zoccoli al
suolo. Le mangiatoie erano piene di fieno. C’era anche una gabbia con dentro
delle galline che chiocciavano sommessamente. Accanto alla gabbia c’era una
brocca d’acqua. Neve e Henri vi si avvicinarono, presero due tazze di latta e si
dissetarono, quindi crollarono esausti su alcune balle di fieno. Un tuono
rimbombò in lontananza, e dopo qualche istante ecco il rumore della pioggia che
batteva sul tetto. Il tempo passava lentamente, le palpebre di Neve si facevano
pesanti. Voleva rimanere sveglia, ma le conseguenze di quella faticosissima
giornata si stavano facendo sentire.
Quando pochi minuti dopo si svegliò si accorse di avere dormito con la testa
appoggiata sulla spalla di Henri. Aprì del tutto gli occhi e si mise seduta.
“Ciao,” le sorrise lui.
“Ciao,” rispose Neve. “Ci siamo addormentati.”
“Già.” Si guardò intorno. Fuori continuava a piovere e il fienile era avvolto
dall’oscurità. Era calata la sera. “Non c’è ancora nessuno,” constatò poi.
La principessa si accigliò. “Dove saranno?”
“Non lo so,” ammise Henri. Si alzò e si diresse verso la porta della stalla.
In quel preciso momento un gruppo di persone entrò. Con loro c’era anche
Kurt. Tenevano tutti una lanterna in mano. Saranno stati una dozzina tra uomini
e donne. C’erano anche dei bambini che si nascondevano tra le pieghe delle
gonne delle mamme. Gli occhi erano tutti puntati su Neve e Henri.
La principessa si alzò. “Salve a tutti,” esordì. “Vi ringrazio per essere
venuti.”
Kurt li indicò ai presenti. “Lei sarebbe Biancaneve e tu invece?” chiese,
rivolto a Henri.
“Henrich,” si presentò lui. “Sono il compagno di viaggio della principessa.”
“Avevamo capito che i compagni di viaggio della principessa fossero
Brontolo e i suoi uomini,” intervenne un uomo. Anche costui era basso di
statura, capelli neri e barba lunga. Neve immaginò che potesse essere Fritz. Il
bagliore delle lanterne gli illuminò il viso. Aveva un’aria burbera…
Neve fece un passo avanti. “Sì, è come dite,” rispose. “Purtroppo ci siamo
separati a causa della tempesta. Ci hanno chiesto loro di andare avanti. Ci
incontreremo al castello.” Fritz non disse niente.
In quel momento, una donna con un bambino piccolo si avvicinò alla
principessa e le porse delle coperte. “Tenete, Vostra Altezza,” disse. “Queste
sono per voi. Sarete stanchissima dopo questo viaggio.”
“Vi ringrazio per la vostra gentilezza,” rispose Neve. Si rivolgeva alla donna
ma anche a tutti i presenti. “Vi siamo grati per averci accolto in questo granaio.
E grazie a tutti voi per aver accettato di incontrarci. È vero, Brontolo e gli altri
non sono con noi, ma è importante che io vi parli a proposito della regina.”
Nessuno faceva domande, il silenzio era totale. Così proseguì. “So che vivete
tempi difficili. Io stessa non avevo idea di quanto stesse accadendo nel regno
finché non ho lasciato il castello. Ma ora che so che cosa ha fatto la regina, so
che il mio dovere è riprendere la guida del mio popolo.” Ancora nessuno
replicava. “Ma per riuscirci ho bisogno del vostro aiuto.”
“Aiuto?” domandò Fritz.
“Proprio così,” insistette Neve. Henri le prese la mano per incoraggiarla. “Mi
sento pronta a guidare la mia gente. La regina avrebbe comunque potuto regnare
solo finché io non avessi raggiunto la maggiore età. Ma non credo che accetterà
di lasciare il trono senza opporsi. Dobbiamo pertanto agire con la forza.
Costringerla a lasciare il castello e riprenderne il possesso.”
Fritz fece un passo avanti. “Vi aspettate davvero che mettiamo a rischio le
nostre vite per salvare la vostra?” domandò.
“No, non è quello che vi sto chiedendo…” cercò di spiegare lei.
“Dovremmo fidarci delle vostre capacità di comando anche se non avete mai
comandato niente in vita vostra?” domandò a sua volta Kurt. “E se saltasse fuori
che siete uguale a vostro padre?”
“Vorrei tanto esserlo,” rispose Neve, decisa. “Mio padre è stato un eccellente
sovrano.” Tutti scoppiarono a ridere, impedendole di spiegare cosa fosse
davvero successo a suo padre.
Alcuni uomini le si avvicinarono. La principessa si rese conto che adesso lei
e Henri erano circondati. Un bambino cominciò a piangere, ma il suo lamento si
sentiva a malapena, coperto dai tuoni che ormai si susseguivano uno dietro
l’altro.
“Brava gente,” intervenne Henri. “Siete al cospetto della principessa. Vi
prego di mostrare rispetto.”
“Rispetto?” gridò uno dei presenti. “Lo stesso rispetto che lei ha mostrato per
noi? Ha abbandonato il suo regno. Lei non ha nessuna intenzione di aiutarci!”
“E invece è quello che voglio fare!” protestò Neve.
L’uomo sollevò il coltello. “Bugiarda!” urlò. La principessa ebbe un brivido
di paura e si avvicinò a Henri. “Ti presenti qui da sola, a piedi e appena arrivi si
scatena un’altra tempesta,” continuò l’uomo. “Forse sei tu che ci stai mandando
addosso altre sciagure! Dove sono Brontolo e gli altri? Che cosa ne hai fatto di
loro?”
“Sono al sicuro,” rispose Henri. “Ve lo possiamo giurare.”
“E allora perché non sono qui per garantire sul vostro conto?” domandò
Fritz.
Kurt estrasse un rotolo di carta. Lo aprì e quando Neve vide di che cosa si
trattava rimase di stucco. Sul foglio c’era il suo viso dipinto. E sopra una scritta
diceva RICERCATA. “C’è una taglia sulla tua testa, principessa,” la minacciò
Fritz. “Hai abbandonato il tuo popolo, fatto del male ai nostri amici e rifiutato la
corona. E io ora ti porterò dalla regina prima che lei metta a ferro e fuoco l’intero
regno per trovarti! Le tempeste che si susseguono non arrivano per caso. Tutto
questo accade perché tu sei arrivata al nostro villaggio!”
“Lasciate che vi spieghi,” tentò di dire Neve mentre tutti le si avvicinavano.
Non c’era posto dove nascondersi. “La regina vi sta ingannando.”
“La regina comanda su questo regno!” tuonò Fritz. “È stato tuo padre a
permettere che ciò accadesse. E ora siamo sotto il suo dominio! Lo sai che
pratica la magia nera? Non possiamo proteggerti e al tempo stesso sperare di
continuare a vivere. Legateli!”
“Vi prego, aspettate!” gridò Neve. Ma già qualcuno l’aveva afferrata dalle
braccia e gliele stava legando dietro la schiena.
Henri cercò di liberarla dalla presa. “Lasciatela andare!” urlò agli assalitori.
Il prezioso coltello gli cadde in mezzo al fieno. Fritz lo raccolse e glielo puntò
contro.
“Mi dispiace, mi dispiace tanto,” piagnucolava la donna che poco prima
aveva dato la coperta a Neve. Gli occhi le luccicavano dal rimorso. “Non
abbiamo scelta. La regina è spietata. Dobbiamo portarvi da lei.”
“E ci pagherà anche molto bene,” aggiunse Kurt.
Neve sentiva che le cose sarebbero finite male. Vide un lampo di luce tra le
fessure del granaio e poi udì il ruggito di un tuono. Si guardò intorno alla ricerca
di una via di fuga. Mentre alcuni degli uomini litigavano tra di loro altri, insieme
ad alcune donne, cercavano di farli ragionare, inutilmente. La principessa sentiva
la testa girarle come una trottola. Madre, aiutami, pregava. Il bambino tra le
braccia della donna piangeva sempre più forte.
All’improvviso, in tutto quel trambusto di urla e odio, ebbe un momento di
lucidità: Questa gente ha paura, pensò. Non vogliono farmi del male. Temono di
non avere scelta. Non erano persone malvagie e comunque quello era il suo
popolo. Ripensò alla mendicante incontrata insieme a sua madre tanti anni
prima. Ricorda sempre il tuo passato, Neve. Lascia che il passato ti aiuti a
capire come governare il tuo futuro.
“Vi prego!” insistette Neve. “Lasciate andare Henrich e vi permetterò di
condurmi dalla regina. Non voglio che nessuno si faccia male.”
“Neve, no!” fece per dire Henri, ma lei lo zittì. Si rivolse al solo Kurt, il cui
volto pallido era stato per un istante illuminato dal bagliore di un lampo.
“Tutto ciò che chiedo è che mi ascoltiate ancora per un momento,” li
implorò.
“No! Vuoi solo raccontarci altre bugie!” ribatté Kurt.
“Lasciatela parlare!” urlò qualcuno. Tutti si voltarono per vedere chi avesse
parlato.
Quel qualcuno si fece avanti. Si tolse il pesante cappuccio rivelando un viso
olivastro, lunghi capelli ricci e grandi occhi castani.
Neve la guardò sorpresa. “Anne?” esclamò.
La ragazza sorrise. “Conoscete il mio nome?”
“Certo che lo conosco,” rispose lei. “Sei la figlia della sarta di corte.”
“Non ascoltarla, Anne,” la apostrofò Fritz. “Dice solo menzogne.”
Lei gli fece segno di tacere. “Conosco la principessa da sempre,” spiegò ai
presenti, “E posso assicurarvi che non è malvagia. Ha vissuto sempre da sola. La
regina non le ha permesso di stare vicino a nessuno. È stata abbandonata, come
tutti noi.” Anne si voltò e le rivolse uno sguardo. “Se dice che vuole aiutare la
gente di questo regno, io le credo.”
Gli occhi di Neve si riempirono di lacrime. Per un sacco di tempo, al
castello, aveva guardato da lontano quella ragazza. E adesso saltava fuori che lei
aveva fatto la stessa cosa. “Grazie,” le sussurrò.
Anne annuì. “Fatemi capire, gente,” chiese ai presenti con tono severo.
“Davvero non potete concedere qualche minuto della vostra attenzione alla
principessa del vostro regno? Avete tutta questa fretta di consegnarla alla regina
in cambio di denaro?”
Quelle parole fecero vergognare Kurt, Fritz e gli altri. Abbassarono tutti la
testa. Le donne guardavano i loro uomini con palese disprezzo.
Rincuorata da quelle parole, Neve ritrovò coraggio e ricominciò a parlare. “È
vero che sono scappata, ma non vi ho mai abbandonato,” disse. “La regina ha
cercato di farmi uccidere, pensando che fossi una minaccia per lei.” Adesso si
era fatto di nuovo silenzio totale. Si udiva solo il suono della pioggia. “Sono
fuggita ma ho un piano per tornare al castello,” aggiunse. “Lo farò con l’aiuto di
Brontolo e dei suoi uomini. E anche di Henri.” Lo guardò e gli sorrise. “Anziché
fuggire, ho scelto di lottare per la vostra libertà che poi è anche la mia. Per
troppo tempo avete dovuto sopportare le angherie della regina Ingrid. Lei ha
interesse solo per se stessa. Non le importa nulla del suo popolo.”
“È vero,” mormorò uno degli uomini.
“A lei non importa che lavoriate fino allo sfinimento con qualsiasi tempo, né
che siate costretti a consegnarle tutto il vostro raccolto,” proseguì Neve. “Vi
impone tasse eccessive lasciandovi appena di che vivere. I miei genitori mi
hanno insegnato che il castello debba essere condiviso con quanti hanno bisogno
di un riparo. Se voi avevate un problema, loro avrebbero voluto conoscerlo e
risolverlo. Se avevate bisogno di allegria, ci sarebbe stata sempre una festa per
celebrare le fortune del nostro regno.”
“Me lo ricordo,” mormorò la donna con il bambino, cullandolo così da
calmarne il pianto. I tuoni si susseguivano. La donna parlava con voce
sommessa, e Neve doveva aguzzare l’udito per riuscire a sentirla. “La regina
Katherine ha sempre fatto felici i propri sudditi. Aveva una parola cortese per
tutti. Ricordo che quando ero bambina mi regalò un fiore. Era una donna molto
gentile.”
“Si, lo era,” confermò Neve. Adesso il suo viso era meno teso. “Ma la nuova
regina non lo è affatto. Si è impadronita delle ricchezze del regno e le ha
sperperate. Ha distrutto le relazioni con i sovrani confinanti. Affinché il nostro
reame possa sopravvivere, il suo dominio deve finire.”
“E come intendete farlo?” domandò Kurt, il quale non sembrava ancora
convinto della sincerità delle sue parole. “Voi siete solo una giovane ragazza.”
“Forse sono solo una giovane ragazza, ma ho anche degli amici, e questo fa
una bella differenza,” spiegò Neve. “In questo momento Brontolo e gli altri si
stanno dirigendo verso il castello. Il nostro piano è di sorprendere le guardie in
modo che io riesca a penetrare all’interno e affrontare la regina. Siamo piccoli
per numero, ma i nostri cuori sono grandi e le nostre parole sincere. Faremo il
possibile per rimettere il regno in mani degne e capaci.” Fritz appariva ancora
pensieroso. Guardò gli altri.
“Tutto ciò non ha alcuna importanza,” intervenne Kurt. “C’è una taglia sopra
la vostra testa. Non riuscirete ad andare lontano.”
La principessa sentì il cuore battere forte. Era innegabile che l’editto della
regina rendeva il compito ancora più difficile di quanto sperasse. Tutti avrebbero
cercato di catturarla. Come poteva entrare nel villaggio senza essere vista?
“Nessuno può entrare al castello,” insistette un uomo. “Nessuno.”
“Dimenticate che quel castello è casa mia… O almeno lo era,” riprese Neve.
“Conosco tutti i suoi meandri. Posso entrare senza che nessuno mi veda. Se voi
me lo permetterete, se sarete al mio fianco, non lo dimenticherò. Vi prometto che
non vi deluderò.”
Kurt lanciò un’occhiata a sua moglie. “Lasciala provare,” lo supplicò la
donna. “Lei è il nostro futuro.”
Il nostro futuro. Neve sorrise. A sua madre sarebbe piaciuto quello spirito.
“Aiutateci a riprendere ciò che è nostro,” chiese. “Chi ci sta?”
All’inizio, nessuno parlò.
“Io ci sto.” Era la voce di Anne che sorrideva convinta.
Neve era raggiante. “Uno è sempre meglio di nessuno,” disse. “Grazie,
amica mia.”
“Non possiamo lasciare che la regina continui a rovinarci la vita,” riprese la
ragazza rivolgendosi agli altri.
“Tua madre non vorrebbe che tu rischiassi la vita, Anne,” le disse un uomo.
“Questa è una lotta per la vita,” gli rispose lei. “E vale la pena rischiare.
Sono sicura che mia madre sarebbe d’accordo.”
Fritz si avvicinò. Aveva in mano il coltello di Henri, ma lo usò per tagliare la
corda che lo legava. Il principe liberò anche Neve.
“D’accordo, vi aiuterò,” disse Fritz, inginocchiandosi.
“Anch’io,” esclamò Kurt, inchinandosi davanti a Neve. Tutti gli altri fecero
lo stesso.
La principessa rideva e piangeva al tempo stesso. “Vi prego, alzatevi!” li
esortò. “Abbiamo un sacco di lavoro da fare. Non potrò mai ringraziarvi
abbastanza per la fiducia che mi dimostrate.” A quel punto tutti applaudirono.
Un applauso che le riscaldò il cuore.
“Combatteremo al tuo fianco, principessa,” disse Kurt. “Ma tu bada a non
deluderci.”
“Non vi deluderò,” rispose lei convinta.
CAPITOLO VENTICINQUE

Ingrid

Per ore e ore Ingrid non aveva fatto altro che guardare ossessivamente lo
specchio nella speranza di cogliere una parola. Ma non c’era stato verso di farlo.
“Mostrami di nuovo la ragazza!” continuava a ordinare allo specchio, con
quella nuova voce da vecchia che cominciava davvero a odiare. Finché non
avesse avuto in mano la ragazza, non si sarebbe trasformata. Non poteva
permettersi perdite di tempo né distrazioni.
“La ragazza riposa al villaggio ma tra poco si sveglierà. Marcerà dritta fino
al suo obiettivo e ti sorprenderà.” Lo specchio le mostrò l’immagine di Neve e
del principe che dormivano su un letto di fieno. Perché nessuno l’aveva ancora
catturata e portata al suo cospetto?
“Non andrà lontano,” sibilò Ingrid. “Mi porteranno la sua testa su un piatto!”
“La principessa è amata dalla gente,” riprese lo specchio. “Escogita qualcosa
o il tuo regno tra poco non varrà più niente.” La nebbia si sollevò e un istante
dopo nel vetro apparve l’immagine dei sette nani.
Ingrid rimase a bocca aperta. “Sono vivi!” esclamò incredula. I sette piccoli
uomini marciavano in fila su una collina. Erano sudici e stanchi, ma sani e
salvi… E a quanto pareva non erano soli. Insieme a loro marciavano molti altri
uomini. Trasportavano picconi e altre armi rudimentali. Non erano tantissimi,
ma sembrava aumentassero di secondo in secondo. “Quegli straccioni non mi
fanno paura,” ringhiò la Regina Cattiva che in realtà, dentro di sé era molto,
molto preoccupata.
“Sai bene che non è vero,” replicò lo specchio. “Hai paura, stavolta hai paura
davvero.”
Ingrid non rispose, persa nei suoi pensieri. Come avevano fatto a
sopravvivere alla tempesta che gli aveva scatenato contro? Perché quei contadini
non si erano fatti ingolosire dalla generosa ricompensa che aveva promesso?
Sono il denaro e il potere che cambiano la mente degli uomini.
“L’amore è l’unica sua debolezza,” le spiegò allora lo specchio. “Uccidi chi
lei ama e tutti continueranno a chiamarti Vostra Altezza.” Il fumo si dissolse e
sulla lastra di vetro apparve di nuovo il volto di Neve. I suoi piccoli amici non
erano più al suo fianco, ma c’era il principe. Quel babbeo cominciava davvero a
infastidirla. Sì, lo specchio aveva ragione…
Era di quel ragazzo che doveva occuparsi. E lo avrebbe fatto subito.
CAPITOLO VENTISEI

Neve

I nuovi amici non avevano cavalli da offrire. In compenso avevano frutta, pane e
acqua. Prepararono i viveri per il viaggio e li diedero a Neve e Henri. Kurt e
Fritz assicurarono che avrebbero radunato altri uomini che poi si sarebbero
incontrati con i sette nani al castello. Il piano era di fare sosta presso i villaggi
lungo la strada per convincere più gente possibile a unirsi a loro. La principessa
era felice che quelle persone avessero cambiato atteggiamento nei confronti suoi
e del suo progetto. Sperava che quella partecipazione facesse la differenza ai fini
dell’esito finale della battaglia. Anche se doveva ammettere che numericamente
non avrebbero mai potuto contrapporsi all’esercito della regina. Ed era questo il
problema da risolvere, ancora prima che iniziasse la battaglia.
Anne si avvicinò a Neve e Henri che ormai stavano per partire. “Io vengo
con voi,” annunciò rivolgendosi alla principessa.
Lei sbatté le palpebre, sorpresa. “E tua madre?” le domandò. “E il tuo lavoro
nel castello? La regina andrà su tutte le furie vedendo che non ti sei presentata
come previsto.”
“Ho detto a mia madre che mi sono ammalata e non posso raggiungerla,”
spiegò Anne. “Mi coprirà, Vostra Altezza.”
Arrossì sentendo quel termine. “Per favore, chiamami Neve.”
“D’accordo, Neve,” ripeté Anne timidamente. “Dobbiamo assicurarci che
arriviate al castello tutta intera, data la taglia che la regina ha messo sulla vostra
testa. Vi sarà molto difficile passare inosservata.”
“Se la gente del tuo villaggio ha già visto il cartello con sopra scritto
RICERCATA, sospetto che ne siano stati affissi a dozzine in tutto il regno,”
considerò Neve. “Quindi, non esiste un posto dove possa nascondermi.”
Henri si mordeva il labbro e guardava il cielo sgombro di nuvole. “E la
regina sta già controllando ogni nostra mossa. Da un momento all’altro potrebbe
scatenarsi una nuova tempesta. Come potremmo evitarla?”
“Forse ho un’idea,” propose Anne. “Sia per permettervi di diffondere il
vostro appello, sia per rendervi invisibile fino al castello. Non solo voi, anche il
vostro principe.”
Neve arrossì. Henri non era esattamente il suo principe, vero? “Sentiamo
l’idea,” disse.
Anne fece un’espressione furbetta. “Ve l’ho detto: dovete diventare
invisibili. Conosco la persona in grado di farlo. Maga Leonetta. A volte la gente
del villaggio si rivolge a lei in caso di necessità.”
“Una maga…” mormorò Neve, sorpresa. “Anche mio padre parlava di una
maga.” Raccontò velocemente ad Anne cosa gli fosse accaduto.
“Questo spiega tutto. Se si tratta della stessa maga, allora aiuterà anche voi
come ha fatto con vostro padre. Abita un po’ lontano dal castello, ma vale la
pena di andarci a parlare.”
“E va bene, andiamo a conoscere questa Maga Leonetta,” accettò la
principessa.
Anne le porse un sacco. “Vi ho portato degli abiti. Per voi e anche per Henri.
Uno degli uomini mi ha prestato degli indumenti per il principe. I vostri, Neve, li
ho fatti con le mie mani. Ho usato la stoffa scartata dalla regina. Mia madre di
solito mi dice di gettare via gli abiti che lei non vuole. Ma io detesto vedere
buttato via il mio lavoro.” Adesso gli occhi della ragazza scintillavano.
Neve estrasse dal sacco un delizioso vestito blu con una fascia d’oro. C’era
persino un mantello da viaggio marrone chiaro che si intonava perfettamente.
“Anne, tu possiedi un grande talento,” le disse. “L’ho capito fin da quando vidi
quel vestito di velluto verde che avevi cucito, quello con il mantello rosso.”
Gli occhi di Anne si spalancarono. “Come avete fatto a vederlo? La regina lo
detestava!”
La principessa sorrise. “Ti avevo sentito parlare con tua mamma il giorno in
cui la regina ti aveva detto di gettarlo via. Era troppo bello per andare sprecato.
Così sono riuscita a recuperarlo e con il tessuto ci ho fatto una tenda.”
“E infatti mi sembrava di avere riconosciuto il tessuto in camera vostra! Ma
voi chiudevate sempre la porta.”
Neve arrossì. “Mia zia si arrabbiava quando mi vedeva parlare con gli altri,
così preferivo rimanere chiusa in camera. Ma ho sempre pensato che mi sarebbe
piaciuto un sacco conoscerti.”
“Anch’io pensavo la stessa cosa…” Si sorrisero complici.
Una volta rivestiti, Neve, Anne e Henri partirono. Nel giro di poco tempo, la
principessa aveva già saputo un sacco di cose su Anne. Suo padre era morto
quando era ancora bambina e lei era cresciuta con la madre a cui era molto
affezionata. Anne non conosceva i richiami degli uccelli come Neve o Henri. E
così la principessa gliene insegnò alcuni. Nemmeno si accorsero di essere
praticamente già arrivati a destinazione.
“Nel corso degli anni ho sentito molte dicerie sul conto di questa maga, ma
non trovavo mai il coraggio di andare a vedere di persona come stessero le
cose,” spiegò Anne. “Quando siete arrivata al villaggio, ho chiesto ad alcuni che
la conoscevano di indicarmi la strada. Credo che Leonetta viva qui.”
Si erano fermati davanti a una casupola costruita sul fianco di una collinetta,
ricoperta di muschio verde. Sul tetto era cresciuta dell’erba, tanto che pareva
confondersi con la montagna e sparire alla vista. Anne estrasse di tasca una
mappa arrotolata e la consultò.
“Vediamo un po’. Sequoie disposte in cerchio,” cominciò a dire. “Il
boschetto di salici piangenti in cima alla collina… Sì, è questo il posto.
Andiamo!”
Anne si avvicinò alla porta e bussò tre volte. Tre colpi in rapida successione.
Pochi secondi e la porta si aprì. Si presentò una donna piccola piccola, con
lunghi capelli bianchi e una pelle talmente rugosa che pareva finta. Gli occhi
blu-grigiastri erano offuscati, al punto che Neve pensò che potesse essere cieca.
“Che cosa vuoi, principessa?” domandò, rivelando una bocca piena di denti
mezzi marci e ingialliti.
Gli occhi di Neve si spalancarono. Anne si inchinò e fece cenno a Henri e
Neve di fare lo stesso. “Maga Leonetta, la principessa, il suo principe e io siamo
qui perché abbiamo bisogno della tua saggezza.”
“Umpf!” grugnì Leonetta, accingendosi a richiudere la porta. “Non ce la
farai mai ad arrivare al castello così conciata, questo è poco ma sicuro.”
“Aspetta!” urlò Anne. “Questo lo sappiamo. Ecco perché abbiamo bisogno
del tuo aiuto.”
“Non voglio essere coinvolta in faccende politiche,” sentenziò Leonetta,
guardando fissa Neve. “E tu, signorina, a quest’ora dovresti essere già morta,
proprio come tua madre.”
Neve sentì un brivido lungo la schiena. “Per poco non accadeva,” confermò.
“Ma sono riuscita a scappare. Per favore, aiutaci a trovare un modo per arrivare
al castello senza essere visti. Mi hanno detto che puoi fare in modo che accada.”
“Certo che posso, ma è molto difficile,” rispose la donna. “C’è una taglia
sulla tua testa. Anzi, su tutte e due,” disse, indicando prima Neve e poi Henri. “E
né l’una né l’altra testa se la passeranno bene, credetemi.”
“Aspetta, ti prego,” riprovò Neve. Le mostrò la collana blu che teneva nel
taschino. “Se non sbaglio, tempo fa hai aiutato mio padre. Re Georg.”
La donna sollevò un sopracciglio. “È la collana che lui teneva vicino al
cuore!” esclamò, sorpresa. “Se il re ha deciso di donarla a te, allora hai davvero
bisogno del mio aiuto. Quella collana lo ha protetto per molti anni. Forza, venite
dentro.” Guardò di nuovo il cielo. “Prima che la regina ci veda. Fate presto!”
Li fece entrare nella sua angusta dimora. C’era una sola camera. Dal soffitto
pendevano erbe e radici, alcune naturali altre realizzate con la magia. Un
calderone sobbolliva al centro della stanza. C’era un grande tavolo pieno di vasi
e altri contenitori dentro ai quali erano custoditi vermi e altre creature. Alcune
erano vive, altre morte.
“Ho conosciuto il re viaggiando lungo il regno da cui era stato cacciato,”
spiegò Leonetta. Si avvicinò al tavolo ed esaminò un barattolo pieno di vermi.
“La sua vita è stata colma di dolore. Eppure lui non ha mai perso la speranza.”
Guardò Neve. “Sapeva che saresti stata una eccellente regina, qualora avessi
avuto la possibilità di regnare. Mi ha implorato di sorvegliarti da lontano e di
proteggerti. Ho fatto del mio meglio, ma la regina rendeva molto complicato il
mio lavoro. La magia nera che ha esercitato su di te è stata molto potente. Sei
rimasta rinchiusa per un sacco di tempo. E tu che ne dici? Tuo padre fa bene a
riporre la sua fiducia in te?”
“Sì, fa bene,” rispose Neve. “E io non deluderò il mio popolo.”
Leonetta la studiò per un momento. “Ti credo,” disse poi. Iniziò a versare
alcuni ingredienti in una pentola. Il liquido diventava blu man mano che ci
aggiungeva acqua. “E ho creduto anche a lui. Altrimenti, perché credi che abbia
usato la mia magia su quella collana così da nascondere i suoi movimenti alla
regina? Ho lanciato un incantesimo che avrebbe impedito a tuo padre di essere
visto anche all’interno della casetta dove si era rifugiato. Il re merita un po’ di
privacy fino a quando non sarà completamente libero.” Puntò un dito verso
Neve. “E tu sei colei che può liberarlo.”
“Lo so. E non fallirò,” affermò Neve. Poi fece una pausa. “Mi impadronirò
dell’oggetto che consente alla regina di usare la magia nera e lo userò per
spodestarla dal trono e consentire a mio padre di tornare a casa,” concluse poi,
decisa.
Leonetta si grattò una verruca sul mento. “E se ci riuscirai e indosserai la
corona, mi offrirai il tuo aiuto, se te lo dovessi chiedere? Aiuterai me come io sto
cercando di aiutare te?”
Neve non sapeva come rispondere a quella richiesta. Cosa le avrebbe
domandato Leonetta? Era una decisione difficile da prendere, ma il suo istinto le
disse che poteva fidarsi di quella donna. “Lo farò,” promise.
Leonetta mostrò un sorriso che mandò bagliori giallastri. “E io sono certa
che lo farai, mia futura regina,” rispose. “Forza, facciamo in modo che tu e il tuo
principe arriviate al castello invisibili.” Tritò alcune erbe e le gettò nella pentola.
Ci fu una piccola esplosione, ma lei non ci badò.
“Maga Leonetta, quanto ci vorrà per realizzare il tuo incantesimo?” le
domandò Anne. “Sai com’è, non abbiamo tantissimo tempo. Mi pare di capire
che un incantesimo come questo sia piuttosto lungo e complicato.”
“E infatti lo è!” rispose Leonetta seccata. “Ecco perché non devo essere
interrotta!” Puntò minacciosa un dito davanti al viso di Anne. “Ma arriverà un
giorno in cui anche tu avrai bisogno di me. Quel giorno non è oggi. Ragion per
cui, va’ fuori ad aspettare che finisca il mio lavoro. Mi impedisci di
concentrarmi.”
Anne guardò Neve che le fece segno di esaudire la richiesta della maga. E
così, la ragazza si diresse verso l’uscita.
“Vi avverto, rimarrete invisibili solo fino a quando non metterete piede
all’interno del castello,” spiegò Leonetta una volta che Anne ebbe richiuso la
porta. “Varcata la soglia, sarete davvero da soli.” La maga mostrava
un’espressione seria, cupa. “All’interno di quelle mura è la regina a controllare
la magia. Vi suggerisco di non fidarvi di nessuno, se non uno dell’altra. Ma
anche in quel caso, non fatevi ingannare dalle apparenze.”
Neve non capiva che cosa intendesse dire Leonetta con quelle parole, ma
annuì lo stesso. “Come riuscirai a renderci invisibili?” le domandò. In quel
momento le sembrava l’idea più assurda del mondo.
Leonetta sorrise e lasciò cadere quattro vermi nella pentola. Henri sentì un
leggero conato di vomito. “Non sto dicendo invisibile nel senso letterale della
parola, mia cara principessa,” spiegò. “Diciamo che ti nasconderò alla vista della
regina. Non potrà riconoscerti, dal momento che ai suoi occhi apparirai
completamente diversa da come ti vedo io o da come ti vedrà chiunque altro.”
Versò il miscuglio gorgogliante dentro le tazze e le porse ai due. “Bevete!”
ordinò.
Henri guardò nella sua tazza. Vermi morti facevano capolino tra il brodo
fumante. Gli venne di nuovo da vomitare. “Bevo io per primo,” annunciò,
facendosi coraggio.
“No, lascia che lo beva io,” lo fermò Neve. Lui era qui solo per aiutarla,
pertanto le sembrava giusto che fosse lei a correre per prima il rischio. Un passo
alla volta. Con quel pensiero nella mente, bevve l’intruglio. Aveva un sapore
piccante, simile allo zenzero, ma non così terribile come pensava.
Guardò Henri. Lui fece un respiro profondo e bevve tutto d’un fiato. Quindi
si guardarono. L’aspetto di lui non era cambiato e nemmeno quello di lei.
“Non ha funzionato,” commentò Neve.
Leonetta fece un gesto di fastidio. “Gente di poca fede!” esclamò.
“Guardatevi qui!” Rovistò dentro una scatola che giaceva sul pavimento e ne
cavò fuori uno specchietto tutto sporco. Pulì il vetro sul grembiule e lo porse a
Neve. Henri le si avvicinò. I due ragazzi osservarono le loro immagini riflesse.
O, almeno, quelle che dovevano essere le loro immagini riflesse.
Neve adesso aveva gli occhi verdi anziché colore dell’ambra. I capelli le si
erano disposti in lunghe ciocche bionde. Il corpo era più tondo e pingue ed era
più bassa di statura. Henri invece sembrava essere cresciuto di venti centimetri e
aveva i capelli neri come la pece anziché castani. Gli occhi erano diventati
marrone scuro e aveva lunghe ciglia che sbattevano ansiosamente, mentre
fissava il viso dello sconosciuto allo specchio.
“Be’… Sarà difficile abituarsi,” commentò lui, sfiorandosi i capelli.
“Godetevi il vostro nuovo aspetto!” esclamò Leonetta divertita. “Da domani
affronterete le conseguenze della sfida che avete deciso di lanciare alla regina.
Avrete bisogno di tutta la vostra astuzia e di tutta la vostra forza. Pertanto, oggi
fate in modo che la vostra intesa sia più forte possibile. Vi sarà utile per
contrastare il potere di Ingrid.”
Di nuovo, Neve non capì cosa intendesse dire Leonetta. Sentiva che qualcosa
poteva andare storto. E in quel caso… “Se tu fossi in grado di vedere che cosa
succederà, ce lo diresti?” le domandò.
Leonetta era impegnata a ripulire il calderone. “E come? Non posso
prevedere il futuro!” rispose. “Il futuro cambia in funzione di chi cerca di
cambiarlo.” Indicò entrambi. “Non dimenticate mai il sentimento che vi lega.”
Neve e Henri si guardarono l’un l’altra. Poi si voltarono di nuovo verso
Leonetta. Il viso della principessa era rosso, accaldato.
“Il vostro legame è molto più forte di quanto voi stessi pensiate,” aggiunse la
maga. Detto ciò, li spinse senza tante cerimonie fuori da casa sua. Nel giro di
pochi secondi, le viti crebbero a vista d’occhio, nascondendo l’entrata della
capanna.
Appena li vide, Anne non poté nascondere la sorpresa. “Neve… Henri…”
esclamò. “Siete davvero voi?”
La principessa prese la mano della ragazza in maniera che non si
spaventasse. “Sì, Anne,” rispose. “Siamo proprio noi, te lo giuro!” Scoppiarono
tutti e tre a ridere. Nessuno credeva ai propri occhi.
“Questo sì che è un travestimento con i fiocchi!” esclamò Anne. “Appena
usciti dal villaggio c’è un piccolo borgo dove possiamo festeggiare. Speriamo
che domani gli altri arrivino così potremo discutere di come avvicinarci al
castello.”
Dopo tutta quella pioggia, il calore del sole sulla pelle dava una bellissima
sensazione.
“Muovetevi, voi due,” li esortò la ragazza, invitandoli a seguirla lungo il
sentiero che li avrebbe condotti a destinazione. Una ghiandaia blu volò e fece
loro strada. Neve e Henri raccontarono ad Anne quello che Maga Leonetta aveva
detto, compreso il fatto che l’incantesimo sarebbe cessato una volta entrati al
castello. Ma nessuno dei due fece il minimo cenno a quella osservazione
riguardo al sentimento destinato a crescere e a legarli sempre di più.
Si stava facendo buio. Erano arrivati nei pressi di una locanda, sulla porta
della quale era affisso l’avviso che offriva una ricompensa per la cattura di Neve.
Il foglio, però, era stato strappato. Neve si domandò cosa significasse: le persone
all’interno della locanda erano amiche? O nemiche? In ogni caso, nessuno
avrebbe potuto riconoscerla. Concordarono che sarebbe stato più sicuro se fosse
stata Anne a condurre la conversazione con i presenti. Avrebbe cercato di capire
se fossero disposti a unirsi a loro. Henri nel frattempo chiese due stanze per
passare la notte. In una avrebbero dormito Neve e Anne mentre lui avrebbe
occupato l’altra. Alla principessa sembrava strano essere così vicino al castello e
tuttavia dormire su un letto che non era il suo. Nella taverna c’era un gran
chiasso.
“Ho già conosciuto due uomini che dicono di essere qui per unirsi alla
principessa,” spiegò Anne a Neve. Gli occhi le luccicavano. “Dicono che sta
arrivando altra gente. Si stanno accampando nei boschi. Dicono anche che a
guidare la carica sarà un gruppo di sette uomini di piccola statura. Ma tutti
attendono che sia la principessa a dare l’ordine di assaltare il castello.”
I sette nani erano al sicuro. Grazie al cielo. “Dovremmo diffondere la notizia
che la principessa è viva e vegeta e che a mezzogiorno di domani si riprenderà il
trono,” annunciò Neve. Mezzogiorno era di solito l’ora in cui la gran parte delle
guardie pranzava, sempre che avessero qualcosa da mangiare. Forse indicare
l’ora poteva essere un vantaggio per i suoi amici.
“Allora posso dire anche agli altri di tenersi pronti,” riprese Anne
rivolgendosi a Neve. “Però dovrete stare attenti a non farvi notare quando sarete
nei dintorni del castello.”
“Potresti condurci alla fortezza separatamente,” propose Henri ad Anne. “Io
potrei cominciare a entrare e, se necessario, distrarre l’attenzione consentendo
così a Neve di muoversi senza essere notata.”
“È troppo pericoloso,” obiettò la principessa. “Hai già fatto tanto fino a ora.”
Lui le prese la mano. “E vorrei fare anche di più,” insistette. “Io credo in te,
Neve. Ti prego, credi anche tu in me. Consentimi di fare come ti dico.” Mentre
parlava, la guardava dritto negli occhi.
“Anch’io credo in te,” disse Neve dolcemente. Non voleva lasciare la sua
mano. “Ma tu devi giurare che starai attento. Rimani al sicuro finché non sarà
assolutamente necessario che tu intervenga.”
“Rimarrò al sicuro,” promise lui.
“La cucina!” esclamò Neve, pensando alla signora Kindred. “Potresti dire di
essere il nuovo fornaio. Quello vecchio è stato licenziato dalla regina. In quel
caso non correrai alcun rischio.”
“Allora d’accordo,” disse Anne. “Stasera andrò a cercare gli altri e gli
esporrò il piano. Poi tornerò e alle prime luci dell’alba condurrò Henri al
castello, così entreremo senza essere visti. Dopo di che uscirò e verrò a prendere
voi,” aggiunse, rivolta a Neve.
“Va bene,” confermò Neve. Quella ragazza si stava prendendo un’enorme
responsabilità, ma Neve aveva fiducia in lei. Ce l’avrebbe fatta.
Anne si rimise il cappuccio sulla testa. “Ci vediamo in stanza più tardi, dopo
che avrò incontrato gli uomini disposti a unirsi a noi. Cercate di riposarvi mentre
sono via.”
Neve la abbracciò. “Fa’ attenzione, amica mia.”
Henri accompagnò Neve al tavolo. Il cibo era già pronto ancora prima che lo
ordinassero. E lo stesso fu per le bevande. Man mano che altra gente entrava, la
taverna si faceva sempre più chiassosa. Arrivavano viaggiatori, gente del posto,
persino qualche mendicante. Alcuni venivano allontanati e ad altri veniva
consentito di rimanere. Henri alzò il bicchiere.
“A domani, quando assalteremo il castello,” disse a Neve.
Anche lei sollevò il suo bicchiere. “A domani, e a tutti i giorni che
seguiranno!”
CAPITOLO VENTISETTE

Ingrid

Chi era quel ragazzo? Un principe di un regno confinante. Questo già lo sapeva.
Quanto si pentiva di avergli rifiutato un incontro quando era arrivato al castello.
Ma era preoccupata che fosse venuto a chiedere la mano di Neve. Pertanto,
l’aveva cacciato in malo modo, senza sospettare che lui e la principessa si
sarebbero comunque ritrovati. Com’era stato possibile? Come ci era riuscito?
Un sacco di cose che pensava di avere programmato alla perfezione erano
invece andate male.
Prima il cacciatore aveva disobbedito al suo ordine.
Poi Neve era scappata e si era messa al sicuro.
E ora, incredibile ma vero, la principessa stava tornando al castello per
reclamare la corona.
Si domandava cosa si aspettasse di ottenere quel ragazzo per aver accettato
di aiutare Neve. Ingrid li aveva tenuti d’occhio fin da quando erano usciti
incolumi dalla grotta crollata per poi incamminarsi verso il vicino villaggio. Era
certa che chiunque avesse letto i generosi avvisi di ricompensa che aveva fatto
affiggere ovunque avrebbe catturato la principessa e gliela avrebbe consegnata.
E invece no.
Neve aveva ripreso il cammino, e ogni passo la avvicinava al castello.
Adesso non c’era più solo quel ragazzetto insieme a lei. C’era anche una
ragazza. Era difficile capire chi fosse, dato che teneva sempre un cappuccio sulla
testa, ma la regina era certa che prima o poi ne avrebbe scoperto l’identità.
Ormai non riusciva più a dormire né a mangiare. Aveva la sensazione che non
avrebbe più potuto nemmeno respirare se non avesse capito cosa fare della
principessa e di quel suo principe.
“Mostrami Biancaneve,” ordinò allo specchio per la decima volta quel
giorno.
Dal vetro cominciò a fuoriuscire il solito fumo. Ingrid osservò le volute
turbinare sulla lastra. Il viola diventò verde pallido. Infine apparve la maschera.
“Ahimè, accade qualcosa di strano,” ammise lo specchio. “La bella e il
principe sono svaniti. Non so dire se siano vicino o lontano.”
“Non riesci a trovarli?” esclamò Ingrid sentendo il corpo irrigidirsi. “Com’è
possibile?” Prese a camminare avanti e indietro, come un grosso felino in
procinto di spiccare un balzo verso la preda. In quel momento, apparve
Katherine e cominciò anche lei a camminare seguendo i passi di Ingrid. Ma
bastò che Ingrid muovesse il mantello e lo spettro di sua sorella scomparve.
Almeno per il momento.
“Come la neve, da cui ella prende il nome, svanisce al calore del sole. La sua
immagine mostrarsi non vuole. Non è un caso, non è una pazzia: anche lei
adesso usa la magia,” rispose lo specchio.
“No!” Ingrid diede una manata ad alcune ampolle che stavano sul tavolo
facendole cadere a terra. Si fracassarono tutte. “Presto, dimmi, come posso
spezzare quell’incantesimo!”
“Appena oltrepasseranno la soglia del castello, vedrai di lei il volto bello.”
“Qualcuno li ha aiutati! Voglio sapere chi è!” sbottò la Regina Cattiva. “C’è
una taglia sulla testa della principessa. Lo sanno tutti! Chi osa disobbedire ai
miei ordini? Quando saranno al mio cospetto?”
“Una maga li ha aiutati,” rispose lo specchio. A quella rivelazione Ingrid
emise un ringhio quasi belluino. Il ringhio si trasformò in un accesso di tosse. La
sua voce era sempre quella di una vecchia strega. “La stessa maga che prese in
simpatia il re che tu cacciasti via.”
Ingrid sentì l’impulso improvviso di scagliare oggetti contro il muro. Invece
trattenne il respiro. “Georg?” disse tra sé. “Che c’entra Georg con una maga?”
In quell’istante Katherine apparve di nuovo. Sua sorella era come una spina
che non riusciva a togliersi dalla carne. “Come è possibile?” ripeté, incredula.
“Lui non può entrare all’interno dei confini del regno! È sotto un incantesimo.
Mostramelo! Mostrami il re!”
Sullo specchio apparve un’immagine sfocata. Ingrid emise finalmente un
sospiro di sollievo. Eccolo lì, passeggiare chiuso nella capanna ammuffita dove
l’aveva confinato. Aveva un aspetto pessimo. Si rese conto che erano passati
molti anni dall’ultima volta che lo aveva visto. Ma stava sempre dove l’aveva
lasciato. Eppure, in qualche modo, il re prigioniero aveva escogitato il modo di
aiutare Neve…
“Cosa devo fare?” domandò allo specchio.
“Devi scegliere,” rispose semplicemente lo specchio.
“Scegliere?” Ingrid ripeté, confusa. “Cosa dovrei scegliere?”
“Corona o specchio. Cosa sceglierai?” chiese la maschera sul vetro. “Se vuoi
avere tutto, tutto perderai.”
“Non ho intenzione di scegliere un bel niente!” tuonò Ingrid. “Questa corona
è mia perché me la sono guadagnata! E anche tu sei mio perché ti ho dato tutto
quello che avevo. Non sarò spodestata dal trono da una ragazzina indegna di
governare!”
“La vita non è giusta, questo lo sai,” rispose lo specchio. “Se vuoi avere
tutto, tutto perderai. La tua corona e il tuo specchio a Biancaneve cederai.”
“Come può essere?” gridò la Regina Cattiva. “Ti ha visto una sola volta. Ed
era solo una bambina. Nessuno sa che tu sei qui. Come ha potuto capire ciò di
cui sei capace?” Smise di andare avanti e indietro e afferrò i bordi della cornice
dorata. “A meno che…” cominciò a dire. Si fermò. L’idea le arrivò talmente
vivida che le sembrava di vederla. “Ma certo!” esclamò. “Glielo ha detto
Georg.”
“La più bella del reame ha parlato con il re,” confermò lo specchio. “Il
popolo ora sta con lei, non più con te.”
“Smetti di chiamarla così!” urlò Ingrid. Sentì che sul vetro si apriva una
nuova crepa. Lo seppe ancora prima di vederla. Sollevò lo sguardo e osservò
l’incrinatura avanzare lungo la lastra. Poi avvertì un’improvvisa e acutissima
fitta di dolore al braccio destro. Se lo strinse e vide con orrore una vena bluastra
correrle dalle dita e raggiungere il gomito. La vena cresceva e si allargava come
un filo di erba maligna. “Che cosa mi sta succedendo?” chiese, spaventata.
“Io e te stiamo diventando una cosa sola,” rispose lo specchio. “Insieme
vivremo, insieme moriremo.”
Che cosa voleva dire? Un’altra crepa sullo specchio e lei sarebbe morta? Era
questo ciò che intendeva dire?
Non voleva saperlo, ma sospettava che fosse così. Lei e lo specchio si erano
compenetrati troppo una nell’altro. Dentro di sé, Ingrid rimaneva sempre attonita
di come lo specchio riuscisse a leggerle ogni pensiero. Lui conosceva ogni sua
intenzione, ogni sua emozione. Ma adesso aveva capito: era stata lei a
consentirglielo. E ora il suo corpo stava pagando il prezzo di quella scelta. “Cosa
dobbiamo fare?” lo supplicò Ingrid a voce bassa. Si stringeva il braccio, che
pareva bruciarle.
“Devi scegliere,” ripeté lo specchio.
“No!” rispose Ingrid risoluta. “Non lo farò mai. Ho bisogno di te come della
corona.” Si sfiorò il mento, dal quale era spuntato un pelo ispido. “Ci deve
essere un altro modo.” Lanciò un’occhiata allo specchio fumante e le venne
un’idea.
Stanare la ragazza. Attirarla nel castello.
Sì.
Neve stava già arrivando e a quanto pare non c’era più modo di poterla
fermare. Va bene, lasciamo che venga. Lei era pronta ad accoglierla.
Ingrid guardò la mela avvelenata rimasta inutilizzata. Era sistemata in un
cesto di frutta. Il suo potere era rimasto intatto.
Neve sapeva ciò a cui Ingrid teneva di più: lo specchio e la corona. Ma qual
era la cosa a cui Neve teneva di più? Non certo la corona. No, la ragazza non
aveva la stessa brama di potere della zietta. Aveva perso sua madre e suo padre.
Era cresciuta da sola, senza nessuno al suo fianco. La cosa a cui lei teneva di più
era…
“L’amore,” disse lo specchio, come rispondendo a una domanda.
Esatto. L’amore. La cosa più stupida del mondo. Amare altri anziché se
stessi. L’amore rende debole chiunque.
E la debolezza di Neve era ciò su cui Ingrid avrebbe puntato.
Non poteva arrivare a lei tramite i nani o il principe? Non importa, c’era
un’altra persona a lei cara che avrebbe potuto usare a proprio vantaggio.
Insomma, era giunto il momento di consentire a re Georg di tornare al suo
castello… O, più precisamente, di farlo alloggiare comodamente presso una
delle segrete. Una cella sotterranea, dove la principessa non lo avrebbe mai
trovato.
Prese la mela avvelenata e la osservò attentamente. Se la ragazza avesse
saputo che suo padre si trovava al castello sarebbe corsa a liberarlo. E a quel
punto, se fosse riuscita a darle la mela, il veleno avrebbe fatto il resto.
La regina sorrise. Aveva elaborato un ottimo piano ed era pronta a portarlo a
compimento.
“Specchio magico, tieni d’occhio la principessa,” ordinò. “Per la prima volta
da un sacco di tempo, non vedo l’ora di avere ospiti a cena.”
CAPITOLO VENTOTTO

Neve

Poco prima dell’alba, mentre gli avventori della locanda e tutto il resto degli
abitanti del regno ancora dormivano, Neve, Henri e Anne si dirigevano verso il
limitare del bosco, dove il loro esercito li aspettava nella luce del primo mattino.
C’era una nebbiolina che impediva alla principessa una visuale completa.
Continuò ad avvicinarsi al gruppo di persone in attesa. Non vedeva l’ora di
ritrovare i suoi amici e di conoscere la gente che erano riusciti a radunare.
Pensava che sarebbero stati una ventina. Ma una volta raggiunta la cima della
collina rimase a bocca aperta.
Non erano una ventina.
Erano centinaia. Uomini, donne, vecchi, giovani.
Appena videro Neve, non riconoscendola, le puntarono contro le armi.
“E tu chi sei?” le ringhiò Brontolo.
Fu solo allora che lei si ricordò del suo nuovo aspetto.
Henri appoggiò una mano al fodero dove teneva il coltello. Neve gli sfiorò il
braccio. “Sta’ tranquillo, va tutto bene,” gli disse.
“Vi ho portato la persona che voi tutti aspettavate,” annunciò Anne,
facendosi strada nella folla. “Forse non la riconoscete, ma posso assicurarvi che
è qui di fronte a voi. Tutto quello che dovete fare è ascoltare il suono della sua
voce.”
“Si può sapere cosa stai farneticando?” ribatté Brontolo, ostile. “Io non ho
idea di chi siano questi due! E tu chi saresti? Cosa ci fai qui?”
“Dov’è la principessa?” urlò qualcuno dalla folla.
Neve temette che quel vociare li avrebbe fatti scoprire. Così, prima che la
situazione sfuggisse di mano, si fece avanti. “La principessa è qui davanti a te,”
disse rivolgendosi a Brontolo. Tutti si voltarono a guardarla. “È la stessa persona
che ha cucinato e pulito insieme a te nella capanna dove vivi. Quella persona ti
sta davanti. È bastata un po’ di magia a farmi cambiare aspetto. Ma così potrò
muovermi senza essere notata.” Quasi come una ulteriore prova che stesse
dicendo la verità, un cardinale le atterrò sulla spalla e cominciò a cinguettare,
tutto allegro.
“Neve?” esclamò Brontolo, incredulo.
“Proprio così!” rispose lei scoppiando a ridere. La voce era senza dubbio la
sua. “Sono proprio io! E sono così felice di rivedervi. Dopo che la caverna era
crollata non sapevo più cosa pensare. Dov’è Cucciolo? Sta bene?”
Lui uscì dalla folla e corse ad abbracciarla forte alla vita.
“Eccoti qua!” esclamò lei. “Sono così felice che tu stia bene!”
“Sei proprio tu!” urlò Gongolo, correndo anche lui ad abbracciarla.
“Stai meglio con i capelli castani,” disse Brontolo a Henri stringendogli la
mano. “Ti ringrazio per averla conservata sana e salva.”
Henri lanciò un’occhiata a Neve. “Ti assicuro che lei è perfettamente in
grado di conservarsi da sola,” rispose.
Brontolo si rivolse di nuovo alla principessa. “È bello rivedere il tuo viso…
Be’, più o meno.”
“L’incantesimo durerà solo finché non avremo raggiunto le porte del
castello,” spiegò lei. “Ci ha aiutati una maga. È stata un’idea di Anne.”
“E chi sarebbe questa Anne?” domandò Dotto.
Neve indicò la ragazza che stava ancora nascosta sotto il cappuccio per non
essere vista. “È una mia carissima amica.” Le ragazze si sorrisero. “Ha accettato
di condurre Henri al castello. Lui rimarrà all’interno, qualora avessi bisogno di
aiuto per arrivare alle camere della regina. Appena comincerà la battaglia,
entrerò anch’io. Approfitterò della confusione per non essere notata e
raggiungere la regina.”
Brontolo sospirò. “Sei sicura che non vuoi che veniamo con te?”
Neve gli prese la mano tra le sue. “È più utile se guidi gli uomini all’interno
della fortezza,” gli spiegò. “È stato grazie a te e agli altri se questo gruppo si è
unito a noi. È necessario che li comandi una voce autorevole.”
Brontolo arrossì. “Be’, ho solo detto la verità… E cioè che è indispensabile
che la Regina Cattiva se ne vada fuori dai piedi.”
“Ti andrebbe di parlare con queste persone?” le chiese Dotto.
Neve guardò tutta quella gente, quei visi così diversi uno dall’altro. Alcuni
non avevano altro che una fionda, eppure erano lì, pronti a combattere per lei. Si
sentì quasi sopraffatta dall’emozione.
“Miei fedeli sudditi,” esordì. “Benché non le assomigli, vi assicuro che sono
la principessa perduta. Dico perduta, perché è così che mi sono sentita nei lunghi
anni trascorsi sotto il giogo della Regina Cattiva. Avevo accettato il mio destino,
ritenendo che nulla potesse cambiarlo. Ora mi rendo conto che mi sbagliavo. In
quanto unica figlia di re Georg e della regina Katherine, io sono la legittima
erede di questo regno. E il mio dovere è lottare per il bene del mio popolo.
Voglio che tutti voi viviate nella felicità e nell’armonia. Ma non può accadere
con questa sovrana. Farò il possibile affinché tutto cambi.” Si guardò intorno e
vide solo volti seri, austeri e solenni. “La vostra presenza significa più di quanto
io riesca a dirvi. Sappiate che noi possediamo qualcosa che la Regina Cattiva
non potrà mai avere. L’amicizia, il senso della famiglia, la nostra alleanza. In
altre parole, noi abbiamo tutti noi.”
Non poteva esserci alcun applauso, a meno che non volessero farsi scoprire.
E, tuttavia, uno dopo l’altro, tutti si avvicinarono alla principessa per stringerle
la mano. Quando Neve tornò da Henri e Anne, vide che entrambi piangevano.
Anche Brontolo si asciugava gli occhi con un fazzoletto.
“È stato bellissimo,” sussurrò la ragazza.
“Hai parlato come una vera regina,” concordò Henri.
A questo punto, Brontolo lanciò una specie di grugnito. “Adesso basta
battere la fiacca. Facciamo in modo che Neve diventi regina per davvero.
Quando vogliamo partire?”
“Ha ragione,” intervenne Anne. “È arrivata l’ora che conduca Henri al
castello.”
“Brontolo, raduna il resto degli uomini e nascondetevi nei pressi del portone.
Quando il campanile suonerà mezzogiorno, sarà il momento in cui tutti voi
uscirete allo scoperto e invaderete il castello. Una volta iniziata la battaglia,
anche io e Anne entreremo senza farci vedere,” ordinò allora Neve risoluta.
Il nano approvò il piano annuendo.
La principessa rivolse quindi uno sguardo al principe. “Henri,” gli disse.
“Questo significa che per qualche ora dovrai rimanere solo.”
“Lo so,” rispose lui. “Ma mi è venuta un’idea. Anne, credi che potremmo
procurarci un’uniforme? Così potrei rimanere camuffato anche una volta dentro
le mura del castello.”
“Le guardie potrebbero anche cascarci, ma lo specchio saprà che sei entrato,”
obiettò Neve. “Dovrai comunque rimanere nascosto.”
“Lo farò,” la rassicurò Henri. “Troverò un nascondiglio sicuro. Ma
l’uniforme mi aiuterà.”
“La cucina,” gli ricordò Neve. “Cerca la signora Kindred. È una persona
molto gentile. E poi lì non va mai nessuno.”
“Allora starò in cucina,” promise Henri. I suoi occhi non si staccavano mai
dal viso di Neve.
Il cielo era di un rosa brillante e la nebbia cominciava ad alzarsi. Le nuvole si
dileguavano e il blu scuro della notte cedeva il passo alla luce del mattino.
Anne si allacciò il cappuccio ben stretto. “Dobbiamo muoverci,” disse. “Tra
poco saranno tutti in piedi.” Abbracciò forte Neve. “Fate attenzione,” le
raccomandò. “Tornerò presto.”
“Fa’ attenzione anche tu, amica mia,” le disse la principessa. Poi guardò
Henri. Non sapeva cosa fare. Abbracciarlo? Stringergli la mano? Che cosa mai
poteva dire all’uomo che l’aveva protetta e che era diventato la persona di cui
più si fidava? Vederlo prepararsi le procurava una fitta al cuore. Un dolore mai
provato prima d’ora. “Sta’ attento,” gli raccomandò semplicemente.
“Anche tu,” rispose lui con un vago sorriso. “Voglio che questo lo tenga tu,”
aggiunse. Le appoggiò sul palmo della mano un oggetto freddo. Era il suo
coltello. Le dita di Neve sfiorarono le iniziali del fratello di Henri incise sul
manico. “Ti proteggerà mentre io sono via.”
“No,” esclamò Neve tentando di restituirglielo. “Non posso accettare.
Altrimenti rimarrai disarmato.”
Henri scosse la testa. “Non ho bisogno di armi,” disse. “So che tu arriverai e
mi proteggerai.” Le sfiorò i capelli. Lei si sentì le guance avvampare. “Sei una
persona gentile e intelligente, Neve. Una delle migliori persone che abbia mai
conosciuto. Mi sento al sicuro con te.”
Neve mise il coltello in una tasca della gonna. “E io con te,” rispose. “Ti
andrebbe di tenere una cosa per me?” Estrasse dalla tasca la collana di sua madre
e gliela porse. “Me la restituirai più tardi.”
Lui la infilò nella tasca del giubbotto di pelle. “La difenderò a costo della
mia stessa vita,” le giurò. “Ci rivedremo presto.” Si sporse verso di lei e le baciò
la mano.
Lei arrossì. “Ci rivedremo presto.”
Neve guardò Anne e Henri sparire nel fitto degli alberi, sapendo che avrebbe
contato ogni singolo minuto da qui a quando si sarebbero rivisti.
CAPITOLO VENTINOVE

Ingrid

La situazione stava finalmente volgendo in suo favore.


Re Georg era rinchiuso nelle segrete del castello, in una cella in cui a fargli
compagnia c’era lo scheletro di un tizio a cui evidentemente era andata peggio di
lui. Ingrid non riusciva nemmeno a ricordare il nome di quel poveraccio,
riconobbe invece Georg nell’attimo stesso in cui lo vide, benché fossero trascorsi
molti anni. Quegli occhi azzurri erano ancora sfrontati.
“E tu chi sei?” le chiese.
Ingrid ridacchiò. Quanto era diversa la sua voce rispetto a quella che aveva
sempre avuto. “Chi pensi che io sia, Georg caro? Sono tua moglie.”
“Mia moglie è morta per mano della vostra regina quando Neve era ancora
bambina!” tuonò Georg.
Ingrid fece tintinnare le sbarre. “Questo è vero. Ma la tua nuova moglie si
trova proprio davanti a te, camuffata dal suo ultimo travestimento.”
Lui le puntò contro un dito tremante. “Magia nera!” esclamò. “Tu sei una
strega!”
“Certo che lo sono. Che scoperta,” rise Ingrid. “Dimmi, ti sono mancata?”
“Non vincerai questa battaglia,” replicò Georg. “Lei ti ucciderà.”
“Mi piacerà tanto vederla provare,” rispose lei perfida. Poi si voltò e lo lasciò
lì a marcire.
Quando raggiunse camera sua, lo specchio aveva delle notizie per lei. “La
bella principessa ancora non si vede,” le annunciò. “Ma il principe è arrivato,
pieno d’amore e fede.” Lo specchio mostrò Henri entrare furtivamente da una
porta laterale, con l’aiuto della stessa ragazza che era con Neve il giorno prima.
Ingrid continuò a guardare finché la ragazza non si abbassò il cappuccio. La
riconobbe subito. La figlia della sarta. Lei e sua madre avrebbero pagato cara la
loro slealtà. Ma non adesso. Ogni cosa a suo tempo.
E così, la principessa vigliacca aveva mandato il suo ragazzo in
avanscoperta. Ingrid guardò di nuovo la mela che aveva preparato per lei.
Chissà, forse poteva anche non usarla sulla principessa, pensò. Il fidanzatino non
avrebbe sospettato di niente. Poteva disfarsi di lui, dopo di che avrebbe eliminato
i complici di Neve a uno a uno. Questo non avrebbe fatto altro che spingerla a
entrare al castello prima possibile. E così la sua fine sarebbe arrivata prima di
quanto lei stessa si aspettasse.
Avvelena il ragazzo, le disse una voce nella testa. Di chi era? Forse dello
specchio. Non poteva più essere sicura di niente, ormai.
Katherine ricomparve. Un’immagine avvolta dal fumo. Fissava Ingrid con
sguardo cupo. E lei si sentì a disagio. Ormai non c’era un solo momento della
giornata in cui non vedesse la sorella morta. Stava impazzendo, vero?
Probabilmente sì. Ed era stata Neve a farla impazzire.
Ingrid guardò sullo specchio l’immagine del ragazzo che scendeva i gradini
verso la cucina. La figlia della sarta riapparve dalle scale e poi sparì.
Probabilmente stava tornando da Neve, il che significava che il ragazzo adesso
era solo. Situazione migliore non poteva esserci.
“La fine è vicina, siamo entrambi allo stremo,” mormorò lo specchio. “Se
non scegli, io e te presto moriremo.”
Mai.
Ingrid aveva un piano migliore. Incrociò le dita e si lasciò andare a un sorriso
maligno. “Credo sia arrivato il momento di conoscere il bel principe di
Biancaneve,” disse tra sé.
CAPITOLO TRENTA

Neve

Qualcosa non stava funzionando.


Il sole era alto e Anne non era ancora tornata. Erano tutti ansiosi, soprattutto
la principessa.
Forse era stata sorpresa mentre faceva entrare di soppiatto Henri al castello?
Forse si trovava in pericolo? Forse era Henri a essere in pericolo? Neve cercava
di non farsi travolgere dal terribile pensiero di uno dei suoi amici caduti nelle
grinfie della regina.
“Dobbiamo cominciare ad avvicinarci al castello,” propose Brontolo.
“Ma Anne non è ancora tornata,” gli fece notare Neve. Il bosco era talmente
silenzioso che le sembrava di udire anche i sospiri di chi era vicino a lei.
Ogni volta che sentiva una voce, pensava che fosse Anne. Sentì l’improvviso
impulso di andare da sola al castello e vedere come stessero le cose, ma si rese
conto che era un’idea stupida. Attraversando la soglia avrebbe rivelato la propria
presenza. Doveva avere fiducia e aspettare il ritorno di Anne.
“Qui comincia a esserci troppa gente,” riprese Brontolo. “Dobbiamo
disperderci e dirigerci verso il villaggio per non destare sospetti.”
Era un’idea assolutamente sensata. Ma dov’era Anne? Finalmente si udì un
fruscio tra i cespugli. Tutti si voltarono di scatto. Si stavano avvicinando alcuni
uomini armati. Anne sbucò di corsa tra gli alberi. Era quasi senza respiro.
“Amica mia!” Neve corse verso di lei e l’abbracciò. “Sono così felice che tu
sia sana e salva.”
“Sì, lo sono,” rispose la ragazza tenendola stretta. “Anche Henri sta bene. Si
è nascosto nelle cucine.”
Neve fece un sospiro di sollievo. “Bene!”
Anne si scostò. “Ho cercato di tornare subito, ma intorno al castello c’era
agitazione,” spiegò riprendendo fiato. “Le guardie correvano da una parte
all’altra per raccogliere le armi. Per un momento ho temuto che sapessero che
voi stavate arrivando.” Brontolo e Neve si guardarono. “Ma poi li ho visti
portare un uomo giù, nei sotterranei.” Anne si morse nervosamente le labbra.
“Penso fosse re Georg!”
Neve si irrigidì. Sapeva che la regina non si sarebbe arresa senza combattere.
Aveva tentato di ucciderla, aveva evocato una tempesta per annientarla e alla
fine aveva addirittura messo una taglia sulla sua testa. Ora aveva imprigionato
suo padre. Certo, era molto preoccupata che re Georg fosse nelle sue mani. Ma
c’era anche una parte di lei a cui quest’ultimo sviluppo faceva piacere. Dato che
il re era tornato, voleva dire che l’incantesimo che lo condannava a stare lontano
dal castello era stato cancellato.
Sì, suo padre era tenuto prigioniero nei sotterranei del castello, ma Neve era
certa che zia Ingrid non lo avrebbe ucciso. Sapeva che stava arrivando e di
sicuro intendeva usarlo come esca.
“Andrà tutto bene,” Neve rassicurò Anne. “E quando questa storia sarà
conclusa, andrà tutto benissimo.” La ragazza sembrava confusa. “Andiamo al
castello,” concluse la principessa.
CAPITOLO TRENTUNO

Ingrid

Il mantello lacero che indossava non andava bene, ma era un problema che si
poteva facilmente risolvere. Si diresse verso la pila degli abiti che la sarta le
aveva portato e che lei aveva scartato. Mise insieme qualche indumento che
potesse farla assomigliare a una donna del popolo. Raccolse i capelli bianchi e
rinsecchiti sotto un fazzoletto e sperò che il vestito simile a un sacco marrone
che indossava fosse adatto per farla passare come un’addetta alle cucine. Quel
tessuto prudeva da morire. Come faceva la gente a indossare roba simile? Aveva
dimenticato da tempo l’effetto che facevano certe stoffe sulla pelle.
Percorse velocemente il corridoio dove si imbatté in una guardia. Finse di
essere una di quelle petulanti cameriere sempre sul punto di essere cacciate.
“Ehi, tu!” lo chiamò. “La regina vuole che accompagni la signora Kindred al
mercato per comprare verdura fresca. A cena Sua Maestà vuole anatra arrosto e
non sente ragioni.”
“Va bene, signora,” rispose il soldato un po’ confuso, affrettandosi a eseguire
l’ordine.
Se alla fine la cuoca le avesse preparato davvero anatra arrosto, sarebbe stata
un’ottima cenetta. E il trionfo di Ingrid sarebbe stato completo. Lo specchio
avrebbe dovuto ammettere che aveva avuto ragione a volersi tenere tutto: corona
e specchio.
Si infilò al braccio il cesto delle mele e si mosse tra le ombre del castello.
Scendendo le scale, verso i sotterranei, sentì l’aria farsi più fresca. Entrata in
cucina, avvertì l’odore di uno stufato che sobbolliva nel focolare. La signora
Kindred non c’era, la stanza era vuota. O almeno così sembrava. Controllò con
calma i posti dove un principe avrebbe potuto eventualmente nascondersi.
Gli occhi le si posarono su una grossa credenza. Ne avevano una simile nella
casa dove lei e Katherine erano cresciute. Era sempre quasi vuota, non c’era mai
niente con cui preparare la cena per loro due e per il padre. Questa invece era
sempre piena zeppa di farina, zucchero e tutto il resto. Ingrid osservò il tavolo.
Guarda che combinazione: vivande e stoviglie erano disposte sul piano anziché
stipate nella credenza. Vuoi vedere che…
Andò verso il mobile e ne aprì l’anta. Dentro c’era il principe, tutto
rannicchiato, sudato e preoccupato. Perfetto. “E tu che ci fai qui?” domandò
Ingrid fingendosi arrabbiata.
Il principe saltò fuori. Indossava una divisa da soldato. E quella dove se l’era
procurata?
“Per favore, signora, non dite niente,” la implorò. “Non sono un ladro, non
ho rubato niente. La signora Kindred mi ha detto che potevo rimanere qui per via
di un incantesimo.”
Decise che avrebbe licenziato quella donna immediatamente.
Be’, ovviamente subito dopo che l’anatra arrosto fosse stata servita.
“Ma certo, lo so!” disse con voce roca. “Ma starete molto più comodo fuori
che dentro una credenza. Venite!”
Il ragazzo esitava. “Sarebbe meglio se nessuno mi vedesse,” rispose,
guardingo.
“Che sciocchezze!” esclamò Ingrid. “Io sono l’assistente della signora
Kindred, l’unica persona autorizzata a stare qui mentre lei è via. Venite,
sedetevi. Mangiate qualcosa! Avete un aspetto terribile.”
Henri rise. “Be’, in effetti là dentro faceva piuttosto caldo. Vi ringrazio
molto, buona donna.”
“Non c’è di che,” rispose Ingrid fingendo di mostrarsi indaffarata. Prese a
spostare cucchiai e scodelle. In realtà non faceva molto altro che quello. I suoi
occhi non abbandonavano mai il cestino di mele appoggiato sul tavolo. “Allora,
avete fame?”
“Un po’,” ammise Henri. “Ma, vi prego, non datevi pena per me. Indicatemi
solo un posto dove potrei stare. In questo momento è tutto ciò di cui ho
bisogno.”
La Regina Cattiva sollevò le braccia e il movimento le procurò una fitta di
dolore. Il braccio ancora le bruciava. “Insisto,” disse. Si avvicinò al cesto di
mele e avvistò il frutto avvelenato. Lo aveva messo in cima.
Devi scegliere, le stava dicendo lo specchio.
Ingrid ignorò quella voce. Le mani le tremavano mentre prendeva il cestino.
Afferrò con le mani rugose la mela avvelenata e gliela mostrò. “Ecco qui. Una
deliziosa mela tutta per voi. Dite, vi piacciono le mele?”
Il principe sorrideva e fissava la mano che gli porgeva il frutto. Era davvero
un bel ragazzo. Un vero peccato che la principessa lo avesse trascinato in questo
pasticcio. “Sì, molto,” rispose. “Sembra deliziosa.”
“Aspettate di assaggiarla, mio caro.” La voce di Ingrid si era ridotta a un
sussurro. Il cuore aveva cominciato a batterle forte. Si sentiva vibrare ogni fibra
del corpo. “Forza, prendetela.”
Il principe acconsentì. “Grazie per la vostra gentilezza,” disse.
“Ma vi pare! Queste sono le mele più belle del reame.” Già. Buone da
morire.
Mentre Henri avvicinava la mela alla bocca, Ingrid trattenne il respiro. Lo
guardò attentamente dare il primo, e anche ultimo, morso a quel frutto. Il viso gli
si stravolse all’istante.
“C’è… qualcosa che non va…” riuscì a dire.
Cadde all’indietro finendo sopra una catasta di pentole, i cui coperchi
rotolarono sul pavimento. Fece per prendere qualcosa dalla tasca, ma non trovò
niente. Se cercava un’arma, doveva essergli caduta da qualche parte. Ingrid
rimase a guardarlo, le dita intrecciate, sul viso un’espressione soddisfatta. Lo
guardò accasciarsi sul pavimento.
“Mi sento strano,” mormorò Henri. Poi la guardò. “Vi prego, aiutatemi.”
Ingrid continuò a fissarlo mentre la mela gli cadeva dalla mano e rotolava sul
pavimento. Quando si fermò, il segno del morso era visibile. Stava già iniziando
a diventare scuro.
La Regina Cattiva fece una risata talmente forte che avrebbe potuto svegliare
un morto.
CAPITOLO TRENTADUE

Neve

Neve aveva seguito Anne attraverso tutta la foresta. La mente sempre rivolta a
suo padre e a Henri. E al castello che si stagliava in lontananza.
Avevano pianificato tutto il possibile. Ma il resto era nelle mani del destino.
Rimani al mio fianco, Madre, pensò osservando uno stormo di uccelli volare
sopra di lei diretto verso il castello. Forse verso la voliera. Aiutami a salvare il
nostro regno.
La mamma ovviamente non le rispose. Non l’aveva più vista in sogno dalla
notte in cui aveva rivisto lo specchio… Suo padre era ora prigioniero, mentre
Henri stava nascosto da qualche parte nel castello, mettendo a rischio la propria
vita. Tutte le vite erano a rischio. Anche quelle dei tanti che si erano uniti a lei e
adesso si erano sparpagliati in modo da attraversare inosservati il villaggio. Tutti
erano pronti a combattere. Tutti si erano messi in pericolo. C’era una sola
opzione in campo: vincere.
Ma quale sapore avrebbe davvero avuto la vittoria? Sentì il coltello di Henri
nella tasca e lo sfiorò come volesse ricordare a se stessa che quell’oggetto era
ancora lì. Suo padre voleva che la Regina Cattiva morisse. Lei era disposta ad
arrivare a tanto? Non riusciva a immaginarsi con un coltello in mano,
figuriamoci usarlo per fare del male a qualcuno. Non era come sua zia. Non
avrebbe mai potuto uccidere nessuno a sangue freddo. Per la millesima volta
sperò che impadronirsi dello specchio potesse bastare a convincerla ad andare
via senza voltarsi indietro. In caso contrario, occorreva riconsiderare tutto.
Neve e Anne percorrevano un sentiero tutto sassi e terra, attraverso erbe e
rovi. Sembravano camminare da un’eternità. Il castello incombeva su di loro.
“Da questa parte,” mormorò la ragazza. Indicò un punto e guidò Neve
all’interno del villaggio che appariva insolitamente silenzioso. Le strade che lei
pensava sarebbero state affollate erano deserte. Vide un avviso appeso a un palo.
A mezzogiorno ci sarebbe stata una celebrazione a cui tutti gli abitanti del
villaggio erano tenuti a partecipare. La tempestività con cui era stato annunciato
quell’evento le riempì il cuore di paura. Era forse qualcosa che aveva a che fare
con suo padre?
Prima ancora che Neve potesse davvero capire di cosa si trattasse, udirono le
urla di qualcuno che si avvicinava correndo. Che cosa stava succedendo?
Brontolo aveva dato il via all’attacco prima del previsto?
Un uomo passò loro davanti correndo con uno sguardo terrorizzato. “La
regina è una strega!” gridò proprio in faccia a Neve. “State alla larga dalla
piazza! Nascondetevi! O Ingrid manderà un maleficio anche su di voi.”
Maleficio?
La principessa cominciò a correre verso il castello, incurante di Anne che le
urlava di fermarsi. Lungo le strade del villaggio adesso si levavano grida. Si fece
largo tra la folla e lo vide. Giaceva con gli occhi chiusi.
Ma non era suo padre. Era Henri.
Il suo Henri. Sdraiato dentro una bara di vetro.
“No!” urlò. Superò il cancello e salì sul catafalco dove lui si trovava, pallido
come un morto. Il suo corpo era esposto in una tomba trasparente. Mentre gli si
avvicinava, Neve cercò di soffocare un singhiozzo. Sapeva che a questo punto,
nel momento in cui aveva superato le porte del castello, l’incantesimo che la
proteggeva era svanito.
“È la principessa!” esclamò qualcuno.
Poi sentì la voce di Anne. “Neve, aspettate!” la supplicava.
Lei non poteva aspettare. Doveva raggiungere Henri. Aprì il coperchio della
bara di vetro e gli appoggiò la testa sul petto. Si concentrò per ascoltare l’unico
suono che volesse udire: il battito del suo cuore.
Non riusciva a sentirlo. Sentì invece qualcuno che la afferrava e la
allontanava dalla pedana per poi trascinarla verso il castello. Era un soldato e le
rideva in faccia. “Bentornata a casa, Biancaneve,” le disse.
CAPITOLO TRENTATRÉ

Ingrid

Dalla sua finestra la regina osservava quel pandemonio e lo assaporava come


fosse l’elisir più delizioso del mondo. Il corpo del ragazzo era esposto in modo
che tutti potessero vederlo. La paura sui volti di ciascuno era palpabile. Si gustò
la scena di Biancaneve trascinata via dalla bara di vetro. Di lì a poco gliela
avrebbero consegnata direttamente nelle sue stanze. Il cosiddetto “esercito” di
Biancaneve, sempre che si potesse chiamarlo così, era in preda al terrore.
Ingrid si allontanò dalla finestra con una sensazione di grande appagamento.
Lo specchio si sbagliava. Lei poteva avere tutto quello che desiderava.
Scegli! sentì di nuovo dire dallo specchio. Un avvertimento inaspettato.
Ingrid guardò verso la stanza dove si trovava l’oggetto magico. Vide Katherine e
il Maestro che la guardavano con tristezza. Scelse di ignorarli e si diresse verso
la porta, oltre la quale sentiva una concitazione crescente. Pochi secondi e un
soldato la aprì, spingendo Biancaneve dentro la stanza. Dopo di che richiuse
velocemente la porta alle sue spalle, come gli era stato ordinato.
Ingrid guardò la principessa cadere a terra con un’espressione di orrore
dipinta sul viso. Il suo piano aveva funzionato. Biancaneve era spacciata. Era il
momento di darle il colpo di grazia.
“Alzati!” le ordinò.
Lei sollevò la testa, sorpresa. “Chi sei?” mormorò fissando Ingrid.
La Regina Cattiva alzò gli occhi al cielo, seccata. Non aveva ancora avuto il
tempo di invertire l’incantesimo, malgrado non riuscisse a distogliere lo sguardo
dalle sue orribili mani rugose. “Sono colei che ha lanciato il maleficio sul tuo
principe,” rispose ridacchiando. Neve impallidì. La voce di Ingrid si fece più
cupa. “Sì, sono proprio io,” continuò. “Sono la tua regina, ragazzina! A quanto
pare, non sei la sola in grado di celare il proprio aspetto grazie alla magia.
Adesso alzati e mostrami rispetto.”
Biancaneve si rimise in piedi. “Vieni con me!” le ordinò Ingrid facendole un
cenno. Katherine e il Maestro le camminavano silenziosamente al fianco, ma lei
non sembrava preoccupata. Voglio che lo specchio veda come finisce questa
storia, pensava. Dopo di che anche lui non oserà mai più contraddirmi.
La stanza era buia, eccetto i bagliori verdi e gialli emanati dallo specchio, da
cui saliva anche il solito fumo.
Neve lo fissò con sgomento. “Allora è vero,” mormorò. “È questo oggetto la
fonte del tuo potere. Uno specchio magico.”
“La fonte del mio potere sono solo io!” ribatté Ingrid in collera. “Ho
impiegato decenni per avere questa corona! E tu mi credi tanto sciocca da
consentire a una ragazzina di portarmela via?”
“Henri è morto?” domandò Neve. Attese la risposta trattenendo il fiato.
Ingrid strinse le labbra. “È come se lo fosse,” rispose. “Non aveva alcun
diritto di introdursi al castello e congiurare insieme a te per togliermi il trono.”
Gli occhi le fiammeggiavano. “Come hai osato sfidarmi?”
“Quel trono appartiene alla mia famiglia,” ribatté Neve con voce tremante
ma senza arretrare di un passo. Katherine si mosse e le si mise accanto. “So cosa
hai fatto a mio padre,” continuò la principessa. “So che lui non mi ha mai
abbandonato.”
“Quello sciocco non era degno di essere re! Era un debole!” Le si avvicinò
zoppicando. Aveva gli occhi fiammeggianti come brace.
Neve inspirò profondamente. “Se proverai a fargli del male…” la minacciò.
“Se gli farai del male come hai fatto a mia madre, io…”
Sentendo quelle parole Ingrid scoppiò a ridere. “Non ho nessun bisogno di
fargli del male,” ribatté. “Si farà del male da solo, una volta che non gli sarà
rimasto più nessuno e non avrà più una ragione per cui vivere! Non riusciva a
resistere nemmeno senza tua madre!”
“Tu hai ucciso mia madre!” urlò Neve.
Ingrid sentì una fitta violentissima sul lato destro del corpo che le impedì di
rispondere. Guardò prima Neve e poi il fantasma di Katherine; era così vicino
alla figlia che avrebbe potuto toccarla, se solo fosse stato possibile. La Regina
Cattiva aveva un solo rimpianto, ed era l’aver causato la morte di sua sorella. Ma
Katherine, esattamente come sua figlia, non se ne sarebbe mai andata da sola.
“Non è stato semplice come pensi,” ribatté la regina, con voce sommessa.
“Era tua sorella,” la incalzò Neve. “Ti aveva portato con sé al castello per
permetterti di avere una vita migliore di quella che avevate vissuto. E malgrado
questo l’hai tradita. Mi hai lasciato senza madre quando ero ancora piccola. Hai
spezzato il cuore di mio padre, poi gli hai praticato un incantesimo d’amore e
alla fine lo hai cacciato!”
Ingrid evitava di guardare sia Neve sia Katherine. “Eri solo una bambina,”
rispose tenendo lo sguardo basso. “Non avevi nessuna idea di come funziona il
mondo. Tua madre minacciava il mio futuro, non mi ha dato scelta.”
Si sentì bussare alla porta. Neve e Ingrid si voltarono di scatto. Nessuno
aveva mai osato entrare nelle sue camere. Figuriamoci provare a penetrare nella
sua stanza segreta.
Ingrid sentì una voce ovattata chiamarla “Mia regina!” Era un soldato. “I
ribelli hanno sfondato il portone del castello! Non riusciamo a trattenerli. Sono
troppi. Dobbiamo mettervi in salvo.”
La Regina Cattiva guardò Neve che adesso, improvvisamente, sembrava
molto più grande dei suoi anni.
“C’è sempre la possibilità di decidere che cosa fare,” affermò la principessa,
con voce ferma. “Tu hai scelto di uccidere la regina Katherine solo per
proteggere il tuo prezioso specchio.”
Ingrid si scagliò su Neve. Il suo viso era a pochi centimetri da quello della
principessa. “Non pronunciare il nome di mia sorella!” la minacciò.
“Mia regina! Dovete fare in fretta!” ripeté la voce del soldato.
“Scegli!” urlò lo specchio, in modo che tutti potessero sentire.
“Quello specchio parla?” chiese Neve, incantata dalla maschera che
compariva sul vetro.
“Tra poco sarà tardi e non potrai più rimediare,” insistette lo specchio
rivolgendosi a Ingrid. “Agisci ora. Non esitare!”
Ingrid si tappò le orecchie. Quella confusione le impediva di pensare. Neve
le si mise davanti. “Ora so la verità e presto tutto il popolo la conoscerà,” le
disse. “Su di me, su re Georg e sulla regina Katherine!”
La Regina Cattiva si strappò ciocche di capelli bianchi e ispidi, il viso rugoso
era sconvolto dalla collera. “Ti ho detto di non pronunciare il nome di mia
sorella davanti a me!” urlò.
“Mia regina! Vi prego, fate in fretta!” continuava a pregarla il soldato fuori
dalla porta.
“Katherine!” gridò Neve, la cui voce era forte e limpida come mai era stata.
“Katherine!” continuò. “Katherine! Katherine!”
Ingrid stava per cedere. Cominciò a urlare, e le sue urla facevano vibrare le
pareti della stanza. Sullo specchio si aprirono crepe sempre più profonde.
CAPITOLO TRENTAQUATTRO

Neve

Le urla di sua zia erano così acute da costringere Neve a tapparsi le orecchie con
le mani. E anche Ingrid stava facendo la stessa cosa, come se il suono della sua
voce potesse lacerare quel fragile corpo.
Colei che un tempo era stata la potente Regina Cattiva adesso si era
trasformata in una vecchia strega. Neve non capiva perché non fosse tornata al
suo aspetto normale. Poi fu chiaro: quell’incantesimo le aveva prosciugato ogni
residua energia.
Adesso, Neve. Adesso! le ordinava una voce dentro di lei. Adesso? Adesso
cosa? avrebbe voluto chiedere. La voce sembrava quella di sua madre. Anzi era
proprio la sua. Per qualche ragione, dentro quella stanza fredda e buia dove
regnava il male, sentiva che la presenza di sua mamma la stava guidando. Si
sentiva sicura di sé come mai prima. Nonostante la situazione di estremo
pericolo. Nonostante il senso di una possibile sconfitta. Neve non aveva più
paura di niente.
La guardia annunciò che i ribelli avevano invaso il castello. Qualcuno
avrebbe trovato suo padre imprigionato nei sotterranei e lo avrebbe liberato. A
Zia Ingrid avrebbero tolto la corona. E lo specchio? Che cosa ne sarebbe stato di
lui? Nel momento in cui Neve era entrata nella stanza, aveva sentito che
quell’oggetto la guardava, la invitava ad avvicinarsi. Quella maschera magica
aveva trascinato nell’oscurità l’anima di sua zia. L’aveva convinta ad uccidere la
sorella, a ingannare il padre di Neve e a condannare la stessa Neve a morte. Sì,
erano state tutte azioni compiute da zia Ingrid, ma era lo specchio che l’aveva
indotta ad agire. Un oggetto tanto atroce doveva essere distrutto. Adesso, Neve!
Adesso! Sentì ripetere quella voce.
Sollevò lo sguardo e vide le profonde crepe sulla lastra di vetro. La fessura si
allargava in varie direzioni, come una ragnatela. Man mano che il vetro si
spezzava, i lamenti di Ingrid si facevano più acuti. Era come se fosse lo specchio
a farla a pezzi. Nonostante tutto, adesso, Neve provava pietà per la donna che
aveva davanti.
Sarebbe bastato distruggere quello specchio prima che lo specchio
distruggesse zia Ingrid?
Il cuore di Neve cominciò a battere fortissimo. Infilò una mano in tasca per
sentire se il coltello di Henri fosse ancora lì. Sentì il freddo della lama. Le dita si
strinsero intorno al manico.
Adesso, Neve! Adesso!
Non sarebbe mai stata in grado di conficcare un coltello nel cuore di sua zia,
ma non aveva alcuno scrupolo a fracassare uno specchio. Fece un passo avanti, il
coltello sollevato sopra la testa.
Ingrid si voltò verso di lei. “Cosa stai facendo?” urlò.
“Biancaneve, sei tu la più bella del reame,” disse lo specchio. Sentendo
quella voce Neve vacillò. “Lo sarai ancora di più se mi affiderai le tue brame.”
Per un istante, Neve parve esitare.
“Non le parlare!” urlò Ingrid. Le gambe le vacillavano. Finché cadde sulle
ginocchia.
“Tocca questo vetro, lascia che ti indichi la via,” continuò lo specchio. “Tu
sei assai più forte della donna che fu tua zia.”
“NO!” gridò Ingrid. Si avvicinò a Neve strisciando sulle ginocchia. “Non
toccarlo!” la supplicò.
Neve non aveva bisogno che sua zia le spiegasse cosa fare, lo sapeva
benissimo da sola. Non si sarebbe fatta ingannare dalle menzogne di un oggetto
tanto malvagio.
Affondò il coltello nel vetro crepato, allargando ancora di più la fessura. Il
bagliore si affievolì all’istante, e mentre Neve colpiva ancora e ancora, il verde
diventava rosso. Ingrid urlò, ma lei continuò a colpire, finché lo specchio andò
definitivamente in un milione di pezzi. Il vetro esplose. Il ruggito di un
fortissimo vento ne accompagnò la distruzione. Lo spostamento d’aria sbatté
all’indietro la Regina Cattiva e fece cadere Neve sul pavimento. La principessa
si riparò la faccia, mentre un frammento di vetro rosso volava attraverso la
stanza, mandando in frantumi le finestre e gettando l’intero castello nella più
profonda oscurità.
CAPITOLO TRENTACINQUE

Ingrid

Quando riaprì gli occhi, tutto ciò che riusciva a sentire era dolore. Un dolore
fortissimo. Sollevò le mani e vide il sangue gocciolarle lungo le braccia rugose.
Non sapeva dire nemmeno dove si trovasse.
Sollevò lo sguardo e fu sorpresa nel vedere il viso di quella donna
torreggiare sopra di lei.
“Katherine…” mormorò. La sua voce era roca, non riusciva a riconoscersela.
“No, mi chiamo Biancaneve,” rispose Neve. “E tu sarai processata per i tuoi
crimini. Guardie, portatela via.”
“Che cosa?” urlò, mentre due soldati la sollevavano di peso rimettendola in
piedi e trascinandola via… I due soldati però non erano in uniforme. A dirla
tutta, non sembravano nemmeno soldati, erano contadini. Cercò di divincolarsi,
ma quelli la tenevano ben ferma. Quanto le dava fastidio essere toccata!
I vetri delle finestre erano andati in frantumi, consentendo così alla luce del
giorno di entrare liberamente. Quando gli occhi le si abituarono al sole vide i
frammenti dello specchio disseminati sul pavimento. Guardò poi la preziosa
cornice. Era vuota. Lo specchio era stato completamente distrutto.
Dopo tutti i sacrifici che aveva fatto per arrivare fin qui – abbandonare il
Maestro e guardarlo morire, avvelenare Katherine, cacciare Georg, ordinare al
cacciatore di uccidere Biancaneve, avvelenare il principe – non le era rimasto
nulla. Il suo specchio, il compagno più fidato, il suo più fedele servitore, era
perduto. L’intera sua vita era ormai rovinata. Abbassò lo sguardo e si vide quelle
vecchie mani tremanti. Non sopportava di rimanere un solo altro istante nelle
sembianze di vecchia strega. Lo sguardo le guizzò sul tavolo dove erano disposte
le fiale delle pozioni. Alcune bottiglie erano rovesciate e il liquido gocciolava
sul pavimento. “Datemi solo un momento,” disse. Aveva bisogno di annullare
l’incantesimo e tornare alle sue sembianze normali.
Ma i due non avevano nessuna intenzione di lasciarla andare. “Sono la
regina!” urlò. “Mi dovete rispetto!”
Quelli ridacchiarono. “A me questa megera tutto sembra fuorché una regina.
Voi la conoscete, principessa?”
“No, non la conosco,” rispose Neve guardandola attentamente. “Questa
donna ha ucciso la regina. Vi prego di condurla nei sotterranei, dove avrà modo
di riflettere sui crimini che ha commesso. In isolamento.”
Quindi non era stata condannata a morte…
L’isolamento non la spaventava. Aveva trascorso tutta la sua vita da sola.
Ma prima lo specchio era al suo fianco.
Neve osservava in silenzio. Fuori da quelle stanze, i soldati fedeli a Ingrid
venivano portati via. I saloni del castello erano stati invasi dagli abitanti del
villaggio che si congratulavano l’uno con l’altro e lanciavano grida di gioia. La
Regina Cattiva avrebbe voluto urlare a tutta quella gente che non avevano il
diritto di rimanere nel suo castello, ma sapeva che nessuno le avrebbe dato
ascolto. Nessuno degnava di uno sguardo la vecchia strega che veniva condotta
nelle segrete. I due che l’avevano chiusa nella stessa cella dove solo poche ore
prima lei aveva fatto imprigionare Georg non le rivolsero neppure una parola.
Era sola.
Almeno per il momento.
Quando gli occhi di Ingrid si adattarono al buio, rivide apparire accanto a lei
il Maestro e Katherine. I loro fantasmi – il prodotto della sua immaginazione,
della sua mente sconvolta, o qualunque cosa fossero. Erano lì per tenerle
compagnia. Lo spettro del Maestro scomparve rapidamente, mentre quello di
Katherine rimase.
Che cosa poetica che sua sorella le fosse rimasta accanto. Il cuore ebbe un
sussulto quando si rese finalmente conto di ciò che aveva fatto e a cui non era
più possibile porre rimedio. Eppure, lei era al suo fianco. Ingrid allungò la mano
per toccarla. Osservò lentamente il volto di Katherine sorridere tristemente, per
poi scomparire come nebbia. Non l’avrebbe rivista mai più.
CAPITOLO TRENTASEI

Neve

Neve uscì dalle stanze di Ingrid scossa ma ancora viva. Nella sala trovò tutti
intenti a festeggiare. C’era chi riaccendeva torce e lanterne inondando i corridoi
di luce. Lei però non voleva trattenersi. Anzi, non vedeva l’ora di allontanarsi il
più possibile dagli alloggi di sua zia. Era esausta.
Poi si sentì chiamare. “Principessa!” Anne correva verso di lei. Quando la
raggiunse, Neve le crollò tra le braccia. Scoppiarono a piangere entrambe. “Per
fortuna state bene,” sospirò Anne. “Quando abbiamo sentito il rumore delle
finestre che andavano in frantumi, abbiamo temuto il peggio.”
“Sto bene,” la rassicurò Neve. Si scostò un po’ per poter guardare negli occhi
la sua amica. “Henri, purtroppo…” fece per dire.
Anne la abbracciò più stretta. “Sì, lo so,” disse, e un istante dopo gli occhi di
entrambe si riempirono di lacrime.
“Siete ferita,” constatò Anne, guardandole le braccia. I vetri le avevano
procurato dei tagli. Le colavano alcune gocce di sangue. “Rimanete qui, vado a
prendere qualcosa per disinfettarvi.”
“No,” rispose Neve. “Le mie ferite possono aspettare. Voglio vederlo.”
“Intendete dire vostro padre?” domandò Anne. “Lui è già qui.”
La principessa in realtà si riferiva a Henri, ma poi lo guardò. Era lui, suo
padre. Era tornato al castello. Georg si precipitò verso di lei, seguita da Brontolo,
Dotto e dagli altri amici. Anne la lasciò andare e Neve corse tra le sue braccia.
“Sei viva!” esclamò Georg, accarezzandole i capelli, come faceva quando era
bambina. “Ero così preoccupato.”
“Anch’io lo ero per te,” pianse Neve. “Quando ho saputo che la regina ti
aveva catturato, non sapevo cosa pensare.”
“Sto bene. Però, ecco…” fece per dire. Suo padre la guardava fisso negli
occhi. Esitò prima di concludere la frase. “Ecco, Henrich è…”
Morto. “Sì, lo so,” lo interruppe Neve. Non riusciva nemmeno a sopportare
la parola.
“È il vecchio re?” intervenne qualcuno. Georg e Neve si voltarono.
“Siete re Georg? Siete tornato per noi?” chiese qualcun altro. La folla prese a
radunarsi intorno al re e alla figlia.
“Sì, sono tornato!” rispose Georg. “La Regina Cattiva mi aveva cacciato,
tanto tempo fa. Ma adesso sono libero dal suo incantesimo. E questo, grazie a
mia figlia.”
“Portate al re degli abiti puliti,” urlò una voce.
La gente intorno cominciò a piangere. Si abbracciavano l’uno con l’altro e
urlavano di gioia. Ma lei, nonostante fosse felice per loro, si sentiva inerte.
“Neve?”
La principessa si voltò e vide Gongolo, Pisolo, Eolo e Cucciolo. Le si erano
avvicinati e si erano tolti i cappucci.
“Quando abbiamo saputo quello che è successo al nostro Henrich, non
riuscivamo a crederci,” commentò Pisolo. “Ho dovuto vederlo con i miei occhi.”
“Una bara di vetro,” mormorò Eolo scuotendo la testa. “Neve, ci dispiace
tantissimo. I soldati ci hanno detto che l’hanno trovato in cucina. Deve essere
successo laggiù. Cucciolo ha una cosa. Voleva che la vedessi.”
Cucciolo fece un passo avanti. Teneva una mela di colore rosso brillante con
il segno di un morso, ormai diventato nero come carbone. Neve capì che Ingrid
aveva convinto Henri a mangiare una mela avvelenata. E così lo aveva ucciso.
“Ci dispiace tanto…” A Gongolo scappò una lacrima. Lei aveva un nodo in
gola.
“Qualcuno dovrebbe avvertire il suo regno, così che possano venire a
prendere il corpo,” suggerì Dotto.
“Henrich merita una sepoltura da eroe,” concordò Brontolo. “Era una
bellissima persona.” Lui, Dotto e Gongolo si erano tolti i cappucci. Eolo si soffiò
il naso in un fazzoletto e pianse. Cucciolo, tuttavia, continuava a indicarle la
mela. Neve non capiva cosa volesse dire. Henri era stato avvelenato, questo le
era chiaro. La regina l’aveva ucciso. Cos’altro c’era da sapere?
Come se fosse morto. Si ricordò delle parole pronunciate dalla vecchia
strega. E quelle parole adesso le sembravano alquanto strane. Come se fosse
morto.
Come morto non significa davvero morto. Vero? Cucciolo le sorrise, mentre
a Neve pian piano si illuminava il viso.
Corse fuori dal corridoio.
“Principessa! Dove state andando?” gridò Anne.
Anche i sette nani la chiamavano, ma lei continuava a correre.
Doveva essere certa. Spinse il portone del castello e corse verso il catafalco
dove il corpo inerte di Henri giaceva dentro la bara di vetro. Era rimasta ancora
una gran folla a guardare.
“È Biancaneve!” esclamarono tutti, felici. “È la principessa! Lei ci ha
salvato!”
Avrebbe voluto fermarsi a parlare con quelle persone, rassicurarli che la
Regina Cattiva era sconfitta e non avrebbe mai più fatto loro del male. Ma in
quel momento l’unica cosa a cui pensava era Henri. Avvicinandosi alla bara di
vetro, il passo le si fece più pesante e dovette rallentare. La vista di lui sdraiato
dentro quel sarcofago la riempì di paura e pena. Sentiva però anche un barlume
di speranza. Se esisteva ancora una remota possibilità che lui potesse essere
vivo, doveva saperlo.
Aprì il coperchio di vetro e ancora una volta gli appoggiò l’orecchio sul
petto. Trattenne il respiro e attese un segno. Qualcosa, qualsiasi cosa che le
dicesse che “come morto” non voleva dire davvero morto. Se avesse avuto un
segnale, anche minimo, sarebbe andata dalla maga. Le avrebbe chiesto un
rimedio per questo maleficio. Ma non sentiva nulla. Le lacrime cominciarono a
rigarle le guance.
“Henri, mi dispiace tanto,” singhiozzò. Gli rimise il coltello in tasca. Infilò la
mano nella tasca della giacca di lui e sentì la collana della madre. La tirò fuori e
la tenne tra le mani. Il coltello l’aveva aiutata, ma la collana non era riuscita a
proteggerlo.
Sua madre amava suo padre al punto che avrebbe fatto qualsiasi cosa per lui
e per Neve. Il vero amore è così. Il vero amore è quello che lei aveva iniziato a
provare per Henri ben prima che lui le fosse strappato via. Adesso sembrava così
bello e sereno, come se dormisse. Sentì un impulso che non poté trattenere.
“A presto rivederti, Henri,” gli sussurrò all’orecchio. Poi si chinò e lo baciò
dolcemente sulla bocca. Quando le labbra si staccarono, Neve si accinse a
chiudere il coperchio della bara per l’ultima volta.
Poi udì un fremito, come quello di un pesciolino che cerca di tornare in
acqua.
Gli occhi di Henri si aprirono piano. E trovarono i suoi.
“Neve?” chiese con voce incerta.
“Henri!” urlò lei. Le lacrime presero a scorrerle forte. Lo aiutò a rimettersi
seduto. Intorno a loro si levavano rumore e grida delle persone presenti. I sette
nani arrivarono di corsa, e così anche suo padre e poi Anne. Quando la notizia
che il principe si era svegliato si diffuse, canti di gioia presero a risuonare prima
dentro le mura del castello e poi anche fuori.
Il principe si guardava intorno stupito, meravigliato e confuso. Lei lo aiutò a
uscire dalla bara di vetro.
“Lo ha salvato!” esclamò Gongolo, piangendo di gioia.
Henri guardò Neve. Anche lei stava piangendo. “Mi hai salvato,” ripeté.
“È stato l’amore a salvarti,” gli disse Dotto, mentre Georg li guardava con
occhi pieni di lacrime.
Neve e Henri si sorrisero.
Forse era davvero così. Forse era stato davvero l’amore.
CAPITOLO TRENTASETTE

Neve

Qualche mese dopo…

“Eccovi Sua Maestà, la Regina Biancaneve!”


La sala del trono scoppiò in un fragoroso applauso.
Il padre di Neve indossava un abito del più finissimo velluto e la corona che
gli spettava. Ma ecco che se la tolse e l’appoggiò sul capo di Neve, sua figlia. Le
prese la mano e lei si alzò sul podio della sala del trono. Ricambiò lo sguardo
delle centinaia di persone che le stavano davanti. Anne era lì insieme a sua
madre, nominate ufficialmente sarte reali. La signora Kindred era insieme alla
sua famiglia, che d’ora in avanti avrebbe lavorato insieme a lei in cucina.
C’erano anche Brontolo, Pisolo, Eolo, Mammolo, Cucciolo, Gongolo e Dotto.
Le stavano tutti e sette di fronte e applaudivano, orgogliosi delle nuove
uniformi che indossavano. Erano stati nominati inviati ufficiali della regina. Il
compito a loro assegnato, e che avevano accolto con gioia, era accertarsi che
tutti gli abitanti del regno vedessero ascoltati i loro bisogni e i loro problemi.
Neve sapeva che lo avrebbero svolto benissimo (forse sarebbe stato necessario di
tanto in tanto tenere a freno l’irruenza di Brontolo…). Dopo i tanti anni trascorsi
nelle miniere più buie, i suoi amici meritavano di risalire alla luce.
Trovandosi di fronte al suo popolo e immersa in quella nuova felicità, Neve
aveva la sensazione che tutto questo lo avesse già vissuto in un tempo
precedente. Riusciva a vedere se stessa bambina, in piedi accanto ai suoi
genitori. La sensazione era molto simile a quella provata tanto tempo prima:
sentiva di essere amata.
Trascorsi alcuni mesi di transizione, adesso doveva cavarsela da sola.
Neve era pronta. Suo padre l’aveva preparata per questo momento.
Ora che la Regina Cattiva non c’era più, il regno poteva accogliere il
cambiamento. Neve e re Georg avevano lavorato per mesi per correggere errori e
crimini commessi dalla regina Ingrid. Le idee di Neve per migliorare la vita di
tutti sarebbero state ben presto messe in pratica. I confini erano già stati riaperti,
il commercio aveva ripreso a fiorire. Persone provenienti da ogni parte del
mondo arrivavano per proporre scambi fruttuosi per tutti. Le imposte erano state
alleggerite, agricoltori e minatori potevano godere dei frutti di ciò che
coltivavano nelle loro terre o estraevano dalle miniere. Erano state messe in atto
misure per renderle luoghi di lavoro sicuri. Erano stati anche istituiti luoghi di
discussione così che la comunicazione tra villaggio e villaggio fosse più aperta e
libera possibile e la gente traesse beneficio dal sentirsi parte di una comunità.
Ma il più importante cambiamento voluto da Neve era stato riaprire il
castello. Tutti adesso potevano tornare a frequentarlo. Quelli che cercavano
lavoro sarebbero stati accolti a braccia aperte. Neve sorrideva felice nel vedere i
volti nuovi che passeggiavano lungo le sale della fortezza. Le feste nei giardini
di sua mamma erano state ripristinate, i bambini correvano felici e ammiravano
gli uccelli che Katherine e Neve avevano amato tanto. Non stavano più nella
voliera: sentiva che era arrivato il tempo che nessuno vivesse più in gabbia, che
tutti fossero liberi. Questo valeva per tutti, uccelli compresi. Eppure, Neve era
sorpresa di quanti uccelli avessero deciso di non lasciare il castello, rimanendo lì
ad abbellire quel giardino e a posarsi sulle finestre. Insieme alla libertà, avevano
trovato una casa. Proprio come era successo a lei.
Oggi era un giorno di festa. E questa festa era per lei.
Dopo gli anni in cui era stata la principessa dimenticata, ora era la regina.
“Siete pronta a incontrare il vostro popolo, Altezza?”
Neve guardò il bel giovanotto che l’aspettava sulla scala, un gradino sotto di
lei. Indossava una regale giacca blu e un mantello rosso. Ed era bello come il
giorno in cui l’aveva visto per la prima volta dalla finestra del castello. Quel
giorno in cui lui le aveva rivolto la parola. Anche ora lui le tendeva la mano, ma
questa volta lei non esitò e gliela prese.
“Sì, sono pronta,” rispose Neve. Gli sorrise, mentre percorrevano l’ampia
sala del trono, accompagnati da un grande applauso.
Henri la guardò orgoglioso. “Sì, lo sei davvero,” le disse.
Neve non riuscì a trattenere una risata. Henri la rendeva infinitamente felice.
Era grata che avesse accettato di rimanere accanto a lei, nel suo regno. Il suo
incarico ufficiale era fare da collegamento con i regni vicini, ma in realtà Henri
era il suo cuore e la sua anima. Non era impensabile che un giorno, in un futuro
non troppo lontano, potessero annunciare il loro matrimonio.
Per ora, però, Henri aveva un importante compito da svolgere. E lo avrebbe
svolto alla perfezione.
Raggiunto l’ingresso dei giardini, videro altri sudditi in attesa. Un cardinale
volò e si posò sui gradini di pietra che Neve aveva pulito tante volte. L’uccello
cinguettò una canzone allegra di cui Neve immaginava il testo. Quella canzone
diceva tre sole parole: Ti voglio bene. Era sua madre a cantargliele. Lei sarebbe
sempre stata al suo fianco.
“È come se avessi aspettato da sempre questo momento,” confessò a Henri.
Ma il tempo dell’attesa era finito.
Era arrivato il tempo di Biancaneve.
E se questo non era ancora un “E vissero per sempre felici e contenti”, be’, ci
eravamo molto vicini.
Sommario

Il libro
Frontespizio
Copyright
Prologo

Capitolo uno – Neve


Capitolo due – Neve
Capitolo tre – Ingrid
Capitolo quattro – Ingrid
Capitolo cinque – Neve
Capitolo sei – Ingrid
Capitolo sette – Neve
Capitolo otto – Ingrid
Capitolo nove – Neve
Capitolo dieci – Ingrid
Capitolo undici – Neve
Capitolo dodici – Ingrid
Capitolo tredici – Neve
Capitolo quattordici – Ingrid
Capitolo quindici – Neve
Capitolo sedici – Ingrid
Capitolo diciassette – Neve
Capitolo diciotto – Ingrid
Capitolo diciannove – Neve
Capitolo venti – Ingrid
Capitolo ventuno – Neve
Capitolo ventidue – Ingrid
Capitolo ventitré – Neve
Capitolo ventiquattro – Ingrid
Capitolo venticinque – Ingrid
Capitolo ventisei – Neve
Capitolo ventisette – Ingrid
Capitolo ventotto – Neve
Capitolo ventinove – Ingrid
Capitolo trenta – Neve
Capitolo trentuno – Ingrid
Capitolo trentadue – Neve
Capitolo trentatré – Ingrid
Capitolo trentaquattro – Neve
Capitolo trentacinque – Ingrid
Capitolo trentasei – Neve
Capitolo trentasette – Neve