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FRANCO NEMBRINI

UNA VITA D’AMORE E D’AVVENTURA

NICE,
BEATR
LE STELLE
I LUPI E
N
FRANCO NEMBRINI

DANTE
UNA VITA D’AMORE E D’AVVENTURA

BEATRICE,
I LUPI E LE STELLE

Illustrazioni di
Andrea Iacobuzio
Le cose tutte quante
hanno ordine tra loro, e questo è forma
che l'universo a Dio fa somigliante.
Paradiso, canto I

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TO DI DANTE
IL SEGRE Amore segnoreggiò la mia anima, la quale fu sì tosto a lui
disponsata, e cominciò a prendere sopra me tanta sicurtade

N
e tanta signoria per la vertù che li dava la mia imaginazione,
che me convenia fare tutti li suoi piaceri compiutamente.
Vita nova

Chi è Dante Alighieri?


Forse si potrebbe rispondere così: un uomo innamorato.
Innamorato di tutto: della sua città, dei suoi amici, dello studio;
P
«L’amore è stato il signore della mia anima, che divenne
innamorato di Beatrice e della poesia; e, per tutto questo e dentro prestissimo sua sposa, e cominciò a impadronirsi di me con
tutto questo, innamorato di Dio. tanta forza, per l’importanza che la mia mente gli riconosceva,
che ero trascinato a obbedirgli completamente.»
Innamorato della sua città, e perciò desideroso di contribuire
al suo bene.
Innamorato dei suoi amici, e perciò sempre pronto a dividere
con loro gioie, dolori e scoperte.
Innamorato del mondo, e perciò appassionato allo studio, ai li-
bri che permettono di scoprire anche quel che non si può incontra-
re direttamente.
Innamorato di Beatrice, la donna che gli ha cambiato la vi-
ta, e perciò pieno di desiderio di capire fino in fondo il mistero di
quell’amore così strano – si sono incontrati solo due volte! – e fini-
to così presto, con la morte di lei a ventiquattro anni.
Innamorato della poesia, della parola bella che permette di co-
municare a tutti la bellezza della vita.
Innamorato, perciò, di Dio, perché capisce che è Lui la sorgen-
te da cui tutto questo nasce e il porto a cui tutto questo tende; e
quindi desideroso di comprendere, per quanto a un uomo sia pos-
sibile, il Suo mistero, di godere della Sua bellezza, di abbandonarsi
al Suo abbraccio.
Nelle pagine che seguono cercheremo di ripercorrere i grandi
amori di Dante, che lui ha raccontato nella Commedia, una delle
opere più straordinarie di tutta la letteratura, tanto che i posteri
la chiameranno Divina.

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E LITIGIOSA
RICCA
FIRENZE
Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande
che per mare e per terra batti l’ali,

N
e per lo ‘nferno tuo nome si spande!
Commedia, Inferno, canto XXVI

P
Durante il suo viaggio immaginario all’inferno,
Dante ama moltissimo la sua città.
Nel Duecento è una delle città più popolate e più ricche d’Eu-
Dante lancia contro la sua città questa invettiva: ropa, forse è proprio la più ricca. I mercanti fiorentini comprano
«Rallegrati, Firenze, perché sei così grande che voli e vendono stoffe, spezie e altro ancora in tutto il mondo allora co-
su tutto il mare e su tutta la terra, e il tuo nome si nosciuto, guadagnando moltissimo; i banchieri della città presta-
diffonde per tutto l’inferno». Firenze era sì ricca e no denaro perfino ai re; la moneta di Firenze, il fiorino, è usata in
potente, ma anche piena di uomini malvagi.
Francia, in Germania, in Inghilterra... Certo, non tutti i fiorentini
sono ricchi, ci sono anche i poveri e tanti che semplicemente se la
cavano più o meno bene, ma nell’insieme la città è prospera.
I suoi abitanti sono riuniti in gruppi, chiamati ar-
ti o corporazioni, a seconda del mestiere che svolgono:
troviamo l’arte dei mercanti, l’arte dei medici, quella dei
fabbri... Le arti hanno come primo scopo favorire e so-
stenere il lavoro dei propri membri, però la loro azione
si allarga a tutti gli ambiti della vita: per esempio, se un
socio si ammala e non può lavorare l’arte gli dà un con-
tributo; quando un socio muore è l’arte che paga i fune-
rali; e così via.
Al tempo di Dante ci sono in tutto ventuno arti, di
cui sette maggiori e quattordici minori. I membri delle
arti maggiori hanno anche il controllo della città: tocca
a loro infatti scegliere i sei priori che formano il governo
e durano in carica due mesi.
Oltre che ricchi, i fiorentini sono anche – come in ge-
nere gli uomini del tempo – molto religiosi. In città tro-
viamo centodieci chiese e almeno trenta monasteri, i do-
cumenti pubblici si aprono con la formula “In nome della

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Ricchi e religiosi, i fiorentini sono anche
SS. Trinità”, ogni corporazione ha la sua chiesa e il suo santo pro- molto litigiosi. Le rivalità tra le arti e le famiglie,
tettore. Nei libri dove i mercanti tengono i loro conti c’è una pagi- tra i ricchi e i poveri, tra i quartieri e perfino tra gli ordini religiosi,
na intestata a “Messer Domineddio”, nella quale vengono registrate sono un elemento quotidiano della vita cittadina, e non è raro che
le donazioni fatte a chiese, conventi, orfanotrofi, ospedali; così, gra- finiscano con una rissa, una coltellata, o addirittura una vera e pro-
zie alla carità cristiana, la ricchezza dei benestanti arriva a sollevare pria guerra. Ricca, religiosa e litigiosa: ecco la Firenze in cui Dan-
almeno un po’ le miserie dei bisognosi. te Alighieri viene alla luce.

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A È ETERNA
OS
Per tal donna, giovinetto, in guerra

OGNI C del padre corse [...];

N
e dinanzi a la sua spirital corte
et coram patre le si fece unito;
poscia di dì in dì l’amò più forte.
Commedia, Paradiso, canto XI
Sulla religiosità del Medioevo occorre fermarsi ancora un mo-

P
mento. Che cosa vuol dire che il Medioevo è un’epoca religiosa?
Non significa che tutti gli uomini siano buoni, pii, onesti. Anche
durante questi secoli sono deboli, come tutti, e peccano, come tut- Una delle figure più straordinarie del Medioevo
ti: si fermano a desiderare le cose della terra, e molti rubano e am- è Francesco d’Assisi, vissuto circa un secolo
mazzano per averle. Hanno chiara, però, un’idea: che la loro vita prima di Dante, il quale nel Paradiso ne tesse uno
ha un destino eterno. Che cioè quel che fanno resta scritto per splendido elogio, presentandolo come innamorato
sempre, che ogni loro azione è compiuta sotto lo sguardo di Dio. di donna Povertà: «Per questa donna [la povertà]
fin da giovane si mise contro il padre, e davanti alle
E a volte qualcuno prende questo sguardo molto seriamente e
autorità religiose e al padre la prese in sposa, e da
cerca di vivere all’altezza dell’amore di Dio. E allora la amò di giorno in giorno sempre di più».
quando nasce un uomo così, come Francesco, in-
namorato di Dio, molti sono pronti a seguirlo.
Pensate: quando Francesco, poco più di una de-
cina d’anni dopo aver iniziato a vivere in pover-
tà e letizia, decide di radunare tutti quelli che in
varie parti d’Italia hanno cominciato a imitarlo,
ad Assisi arrivano circa cinquemila persone. Cin-
quemila! In un’epoca in cui non ci sono giornali,
televisioni, cellulari...
Che cosa li attira? Che cosa spinge uomini,
donne, giovani, vecchi, ricchi, poveri, a lasciare
tutto e a seguire un uomo come Francesco? Per noi oggi, che vi-
viamo in un tempo molto diverso, è difficile capire, ma proviamo
a immedesimarci. Gli uomini del Medioevo hanno chiaro che Dio
è tutto, e perciò che la santità è la vocazione di tutti, anche del più
incallito dei peccatori. Ecco, questa è la mentalità, ovvero l’idea
della vita, dentro cui Dante nasce.

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IL GIOVANE
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DANTE 13
Pareva alla gentile donna nel suo sonno essere sotto
uno altissimo alloro, sopra uno verde prato, allato ad
una chiarissima fonte, e quivi si sentia partorire uno
figliuolo, il quale in brevissimo tempo, nutricandosi
solo delle orbache, le quali dello alloro cadevano, e

OPOLO
delle onde della chiara fonte, le parea che divenisse

FIGLIO DEL P un pastore, e s’ingegnasse a suo potere d’avere delle


fronde dell’albero, il cui frutto l’avea nudrito; e, a ciò

N
sforzandosi, le parea vederlo cadere, e nel rilevarsi
non uomo più, ma uno paone il vedea divenuto.
Giovanni Boccaccio, Trattatello in laude di Dante

P
Dante Alighieri nasce tra la metà di maggio e gli inizi di giu-
gno del 1265. In che giorno non sappiamo, allora non c’era l’uffi-
cio anagrafe che registrava le nascite; la prima data certa della vita
della maggior parte delle persone era quella del battesimo. Così, di Cinquant’anni dopo la morte di Dante, un altro grande scrittore fiorentino, Giovanni
Boccaccio, ne scrive la vita e racconta che sua madre, mentre era incinta di lui, fece
Dante sappiamo che viene battezzato il 26 marzo del 1266 in-
questo sogno: «Nel sonno la brava donna credeva di essere su un prato verde, sotto
sieme a tutti i bimbi nati nell’anno nel meraviglioso battistero de- un altissimo alloro, accanto a una fonte di acqua purissima, e qui dava alla luce
dicato a San Giovanni, patrono della città. un figlio, il quale in brevissimo tempo, nutrendosi solo delle bacche che cadevano
Della mamma sappiamo poco, solo che morì quando il piccolo dall’alloro e delle acque della chiara fonte, le sembrava che diventasse un pastore,
Dante aveva forse cinque o sei anni; il papà, Alighiero, era uno dei e cercasse di raggiungere le fronde dell’albero che l’aveva nutrito; e mentre
tanti fiorentini che se la passavano più o meno bene, occupandosi cercava di arrampicarsi le pareva di vederlo cadere, e quando si rialzò lo vedeva
non più un uomo, ma trasformato in pavone». È un’invenzione, naturalmente,
di piccoli commerci e di prestiti di modesto importo. La famiglia
ma ci fa riflettere sulla grande ammirazione di cui già allora godevano Dante e la
in cui Dante cresce non è ricca ma neanche povera, ci appare co- sua poesia. L’alloro infatti è, dai tempi antichi, simbolo della poesia, perciò il fatto
me una dalle tante famiglie che formano il laborioso e tenace che Dante fin da piccolo si sia nutrito di bacche d’alloro rappresenta il suo amore
“popolo minuto” della città. profondo per la poesia. Il pavone è da sempre segno di gloria e di splendore.

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DA SEGUIRE
UN MAESTRO
N
Anche dell’infanzia di Dante abbiamo ben poche notizie. Sicu-
ramente è un ragazzino intelligente, curioso, che impara facil-
mente; che cosa e da chi, non sappiamo.
Salvo per un particolare, fondamentale, che Dante racconta: ha
incontrato un maestro. Si chiama Brunetto Latini, è uno degli uo-
mini più colti della Firenze del tempo. Per Dante è molto più che
un semplice insegnante: è un amico più grande, una guida più
saggia, che racconta cose, suggerisce letture, incoraggia e corregge
i tentativi del giovane. Insomma, un vero maestro.

Ché ‘n la mente m’è fitta, e or m’accora,


la cara e buona imagine paterna
di voi quando nel mondo ad ora ad ora
m’insegnavate come l’uom s’etterna.
Commedia, Inferno, canto XV

P
Nell’aldilà Dante incontra l’ombra del suo maestro e gli rivolge queste
parole: «Ho impressa nella memoria, e adesso mi addolora, l’immagine
paterna, buona e dolce, di voi, quando nel mondo poco a poco mi
insegnavate che l’uomo ha un destino eterno». Dante è addolorato perché
trova il suo maestro all’inferno, dato che ha commesso gravi peccati, ma
gli dice che comunque gli è grato per come lo ha aiutato a diventare uomo.

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AMORE
IL PRIMO
N
A un certo punto un avvenimento, semplice e inaspettato, se-
gna la sua esistenza in modo così profondo che da allora in avanti
vivrà sempre nel ricordo di quel momento, e tutto quel che gli ac-
cadrà gli servirà per comprenderne sempre di più il valore.
Dante ha nove anni e sta partecipando come tutti i fiorentini
alle feste di Calendimaggio, per l’arrivo della primavera, quan-
do viene folgorato dalla vista di una fanciulla poco più giovane
di lui, figlia di suoi vicini di casa: Beatrice. Dell’incontro Dan-
te non ci dice niente di più, se non che il suo cuore «cominciò a
tremare sì fortemente» che il tremito si trasmise a tutto il corpo.
Da allora Dante cerca tutte le occasioni per rivederla. Non è
facile, perché una ragazza di buona famiglia, come Beatrice, non
esce mai di casa da sola, soprattutto se è stata promessa in sposa
a uno dei banchieri più ricchi della città. A quel tempo infatti è
normale che i matrimoni vengano combinati quando gli sposi so-
no ancora bambini, tanto che lo stesso Dante a dodici anni viene
ufficialmente fidanzato a un’altra ragazza, Gemma Donati.
Così, l’unico posto in cui Dante può vedere Beatrice è la chiesa:
sa dove lei va a messa e fa in modo di essere lì, un po’ in disparte,
così da osservarla senza essere notato.

Apparve vestita di nobilissimo colore, umile ed onesto,


sanguigno, cinta e ornata a la guisa che a la sua
giovanissima etade si convenia. [...] D’allora innanzi
dico che Amore segnoreggiò la mia anima.
Vita nova

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UA RD O,
UNO SG
UN SA LU TO
N
Solo un’altra volta Dante riuscirà a incro- Passando per una via, volse
ciare lo sguardo di Beatrice. Sono passati altri
li occhi verso quella parte
nove anni. Dante sta andando per i fatti suoi
e improvvisamente se la vede venire incontro, ov’io era molto pauroso,
sull’altro lato della strada, scortata da due an- e [...] mi salutoe molto
ziane dame di compagnia. Lui si confonde, si virtuosamente, tanto che me
appiattisce contro il muro, ma lei lo guarda e parve allora vedere tutti li
gli fa un cenno di saluto.
termini de la beatitudine.
Un cenno di saluto, uno sguardo: è poco,
a noi sembra poco, ma per Dante è tutto. Be- Vita nova

P
atrice lo ha guardato, lo ha salutato: significa
che sa chi è – non avrebbe mai fatto un cen-
no a uno sconosciuto –, non è uno qualsiasi.
Come accade anche a noi quando qualcu-
«Mentre camminavo lungo una strada,
no che per noi è importante ci nota, ci prende
[Beatrice] volse lo sguardo verso il punto
in considerazione. Per Dante quello sguardo è in cui mi trovavo tutto confuso, e mi salutò
tutto: a esso resterà fedele, pur fra mille debo- in modo molto cortese, tanto che mi
lezze, per tutta la vita. sembrò di provare una felicità assoluta.»

20 21
GENTILE
LA POESIA
N
Intanto sta crescendo anche l’altro grande amore di Dante, la
poesia. Come abbiamo visto, fin da piccolo a Dante piace leg-
gere e studiare, e impara in fretta. Proprio nel periodo in cui lui
cresce, a Firenze sta nascendo un linguaggio poetico nuovo, che
Dante stesso chiamerà «dolce stil novo».
Che cosa c’è di “nuovo” e di “dolce” in questo stile? Il mo-
do in cui i poeti parlano della donna. La donna e l’amore, è ov-
vio, sono sempre stati fra i temi principali della poesia. Ma per
gli stilnovisti – così verranno chiamati questi poeti – la donna ha
qualche cosa di più. Non è solo, come era sempre stata, l’ogget-
to di un desiderio: è la fonte della salvezza. La bellezza, la no-
biltà d’animo, la “gentilezza” – come si comincia a dire proprio
allora – della donna sono segno di una Bellezza
più grande, di un Amore più grande: dell’amore
di Dio.
È un’idea della donna che affonda le radici nel-
la tradizione cristiana: come Maria, una donna, è
stata lo strumento che ha reso possibile a Dio di
Ancor l’ha Dio per maggior grazia dato
incarnarsi, di rendersi presente agli uomini, così la
bellezza e la dolcezza di ogni donna “gentile” ren- che non pò mal finir chi l’ha parlato.
dono possibile a chi la guarda di intravedere qual- Vita nova

P
cosa della bellezza e dell’amore di Dio.
Dante capisce subito che questo stile poetico
corrisponde a quel che è successo a lui con Beatri- Dante dice di Beatrice che «Dio le ha fatto anche questo
ce, e anche lui comincia a scrivere le lodi della grandissimo dono: nessuno che abbia parlato con lei può
sua donna. finire all’inferno». La donna è quindi strada alla salvezza.

22 23
IL CIRCOLO
Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io
fossimo presi per incantamento

ICI
e messi in un vasel, [...]

sì che [...],
DEG LI AM
POETI
vivendo sempre in un talento,
di stare insieme crescesse ’l disio.
Rime

P
Ecco la poesia in cui Dante dice quanto è bella
l’amicizia che vive: «Guido, io vorrei che tu e Lapo e io
fossimo presi da un incantesimo e messi su una nave,
N
Dante non scrive solo poesie in lode di Beatrice, scrive
dove potessimo godere in pace della compagnia anche di tanti altri argomenti. Il fatto è che all’epoca la
l’uno dell’altro, così che il desiderio di stare poesia a Firenze è quasi una moda: per ogni evento poli-
insieme crescesse continuamente». Perché quando
tico, per ogni fatto di cronaca, per ogni fenomeno natu-
un’esperienza è bella non si consuma, non ci si stufa;
anzi, più la si vive più il desiderio di viverla aumenta.
rale, qualcuno compone un’ode, una ballata, un sonetto.
Uno scrive, un altro risponde, i versi sono un po’ come
i tweet e i whatsapp di oggi. A furia di botta e risposta,
anche fra i poeti si creano amici e nemici, i tifosi di
questo e i sostenitori di quell’altro; e anche Dante si fa il
suo giro di amici.
Dopo il suo secondo incontro con Beatrice, infatti,
Dante fa un sogno. Scrive allora una poesia, chiedendo
che qualcuno lo aiuti a interpretarlo. Il primo a rispon-
dergli è Guido Cavalcanti, il più famoso degli stilnovi-
sti: è l’inizio di un’amicizia che durerà fino alla morte
di Guido. Ai due si aggiunge quindi Lapo Gianni, un
altro giovane letterato. I tre sono spesso insieme, si ritro-
vano a bere, parlano di tutto: di poesia, di politica, di
donne. Sanno scherzare, ma anche affrontare seriamen-
te le sfide della vita.

24 25
A PROMESSA
IVIN
Io vidi cose che mi fecero proporre di non dire più di

LA D questa benedetta, infino a tanto che io potesse più

N
degnamente trattare di lei. [...] Sì che, se piacere sarà
di colui a cui tutte le cose vivono, che la mia vita duri
per alquanti anni, io spero di dicer di lei quello che mai
non fue detto d’alcuna.

P
Nel 1290 ecco la svolta: Beatrice muore. Vita nova
Nel frattempo Dante ha sposato Gemma,
e Beatrice il suo banchiere, ma non è questo il
punto. Il problema di Dante non era sposare Be- Alla fine della Vita nova, Dante scrive di Beatrice: «Ho visto cose talmente grandi
atrice, averla per sé; era che la presenza, lo sguar- che ho deciso di non dir più niente di questa donna benedetta finché non ne
do, la figura di lei erano per lui come un antici- potrò parlare in modo più degno. Così, se Dio vorrà che io possa vivere abbastanza
po di paradiso. E adesso? a lungo, spero di parlare di lei come non si è mai parlato di nessun’altra».

Adesso, per prima cosa Dante cerca di rimet-


tere in ordine le idee. E lo fa da letterato, scri-
vendo un libro: la Vita nova. È una specie di
autobiografia, dove ripercorre gli episodi fon-
damentali della sua vita, cercando di dar loro un
significato, e inserendo le poesie che a questi episodi sono legate.
L’idea che tiene insieme tutto è quella del titolo: dall’incontro
con Beatrice per Dante è nata una vita nuova, più lieta, più ap-
passionata di quella di prima. Non è solo un’immagine poetica, è
proprio l’esistenza che è cambiata; e il segno più grande di que-
sta vita nuova è una capacità di perdono mai sperimentata prima:
nessuno più gli è nemico, anzi Dante si sente afferrato da un amore
che lo «facea perdonare a chiunque m’avesse offeso».
Mentre scrive però si rende conto che quel che sta dicendo è
troppo poco, non riesce a rendere l’idea della grandezza che ha vis-
suto. Così conclude con una promessa, fatta più a se stesso che
agli altri: non dirà più niente di lei, fino a che non ne potrà parlare
in modo più degno, più adeguato. È la promessa da cui nascerà, di-
versi anni più tardi, la Commedia.

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D ON NA:
UN’ALTRA
Io, che cercava di consolarme, [...] giudicava bene
che la filosofia [...] fosse somma cosa. E imaginava

FIA
lei fatta come una donna gentile, e non la poteva
imaginare in atto alcuno, se non misericordioso; [...]
sì che in picciol tempo [...] cominciai tanto a sentire
LA FILOSO
N
de la sua dolcezza, che lo suo amore cacciava e
distruggeva ogni altro pensiero.
Convivio

P Dante intanto cerca di consolarsi. Forse – ma non siamo sicuri, le


fonti sono incerte – lo fa anche gettandosi fra le braccia di qualche
donna in carne e ossa. È possibile: può capitare a tutti di provare
Dante spiega come si è innamorato della filosofia: «Io, che cercavo di a dimenticare il dolore di un amore finito cercandone un altro. In
consolarmi, pensai che la cosa più grande fosse la filosofia. E me la immaginavo
ogni caso, anche se fosse successo, è certamente durato poco: Dan-
come una donna gentile, e non potevo pensarla intenta ad alcuna azione che
non fosse misericordiosa, così che in breve tempo cominciai a sperimentarne la
te si accorge presto che non è quella la strada.
dolcezza a tal punto che l’amore per lei mi liberava da tutti gli altri pensieri». Si rivolge allora a un’altra donna, fatta non di carne e ossa, ma
di idee e di libri: la filosofia. Questa è una parola importante per
dire una cosa semplice: il desiderio di sapere, di conoscere, di ca-
pire com’è fatto il mondo. Capendo com’è fatto il mondo, pensa,
forse avrebbe capito anche il senso di quel che gli è successo. Così
si immerge nello studio dei libri degli uomini che di più, nei secoli,
hanno coltivato questo desiderio.
Anche della filosofia Dante si innamora, e ne prova una grande
dolcezza. Presto si accorge, però, che anche questo non basta.

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LE BATTAGLIE

DEL
GUELFO
BIANCO

30 31
POLITICA
LA VITA
N
Dante è diventato adulto e ha cominciato a partecipare alla vi-
ta della città.
Per capire quel che gli succede poi, bisogna soffermarsi sulla si-
tuazione politica del tempo.
Nel Medioevo le due figure principali dell’Europa occidentale
sono il Papa e l’imperatore. In teoria i ruoli sono chiari e i compi-
ti distinti. Il Papa, capo della Chiesa, ha l’autorità spirituale, cioè
L’ineffabile Provvidenza ha posto dunque innanzi stabilisce che cosa è bene e che cosa è male secondo la legge di Dio;
all’uomo due fini cui tendere: la felicità di questa decide quali sono i peccati e quali le penitenze per essere perdonati;
esercita il potere sui vescovi, i preti, i monaci... L’imperatore invece
vita, [...] e la felicità della vita eterna. [..]. A queste
ha l’autorità temporale, cioè comanda l’esercito; deve difendere i
beatitudini occorre giungere con mezzi diversi. Per confini dell’impero dai nemici esterni e far rispettare le leggi all’in-
questo l’uomo ebbe bisogno di una duplice guida, terno; esercita il potere sui re, i conti, i comuni. In sostanza deve
in corrispondenza del duplice fine, cioè del Sommo garantire la pace, condizione necessaria perché ciascuno possa oc-
Pontefice, per condurre il genere umano alla vita
cuparsi liberamente della propria santificazione.
eterna mediante la dottrina rivelata, e dell’Imperatore,
Guelfi Ghibellini
per dirigere il genere umano alla felicità terrena
attraverso gli insegnamenti della filosofia.
De monarchia

P
Dante riassume la convinzione del suo tempo che Dio ha dato agli uomini due
guide da seguire, il Papa per arrivare alla felicità eterna e l’imperatore per vivere
ordinatamente sulla terra.

32 33
In pratica, però, le cose vanno di-
versamente. Qual è il rapporto fra
le norme della Chiesa e le leggi del-
lo Stato? Se un governante va contro
le leggi della Chiesa, non ha il Papa il
diritto di togliergli il potere? Il Papa,
che è re di uno Stato, non deve com-
battere come tutti gli altri sovrani?
Visto che spesso i vescovi e gli aba-
ti sono anche signori di un territorio,
non ha l’imperatore il diritto di no-
minarli lui? E così via.
Il risultato è che spessissimo, du-
rante il Medioevo, Papi e imperatori
si combattono per affermare ciascuno
la propria superiorità.

Così nel Duecento gli europei han-


no finito per essere divisi in due
partiti. I sostenitori del Papa sono
detti guelfi; i seguaci dell’imperatore si
chiamano ghibellini. In realtà, spesso
a guelfi e ghibellini delle sorti del Papa
e dell’imperatore interessa poco, sem-
plicemente stanno con quello da cui
sperano un aiuto. Se una città è guelfa
automaticamente la sua rivale si mette
con i ghibellini, e anche all’interno di
ogni città ci sono un partito guelfo e
uno ghibellino, pronti a ogni minima
occasione a darsele di santa ragione e a
chiamare in aiuto il potente protettore.

34 35
O VALOROSO
OM
La battaglia di Campaldino, nella quale la parte

UN U ghibellina fu quasi al tutto morta e disfatta; dove mi

N
trovai non fanciullo nell’armi, dove ebbi temenza
molta, e nella fine allegrezza grandissima.
Epistola Popolo mio, che mai ti ho fatto?

Alla fine del Duecento, a Firenze coman- P


Così in una lettera Dante ricorda la sua partecipazione alla «battaglia di
dano i guelfi, nella vicina Arezzo i ghibellini. Campaldino, nella quale i ghibellini furono sconfitti e quasi tutti uccisi; dove
L’11 giugno del 1289, nella piana di Campal- mi trovai a combattere non per la prima volta, dove ebbi molta paura, ma
dino, le due città si scontrano. In campo c’è alla fine provai una grandissima contentezza».

anche Dante. Probabilmente non è la prima


volta che combatte, ma certo è la sua prima
battaglia importante.
Il combattimento si conclude con il trionfo
di Firenze e Dante, uno dei cavalieri della pri-
ma linea che sostengono l’urto iniziale con gli
avversari, dà buona prova di sé. Così i concit-
tadini cominciano a stimarlo non solo come
poeta, ma anche come uomo valoroso.
Dopo aver combattuto i nemici esterni del-
la città, Dante si impegna anche nelle vicende
interne. Per aver diritto a prendere parte alla
vita pubblica però, come abbiamo detto, oc-
corre far parte di un’arte: Dante si iscrive a
quella dei medici e degli speziali. Come mai
proprio a questa? Gli speziali sono gli ante-
nati dei moderni farmacisti, si occupano di per partecipare alla vita politica, entra fra gli speziali.
erbe curative, pomate, pozioni, veleni; secon- È intelligente, abile, appassionato; a differenza di molti è anche
do la mentalità del tempo, la conoscenza delle interessato più al bene della città che al proprio. In questo modo,
piante medicinali è un capitolo della filosofia si mette sempre più in luce, fino a che, il 13 giugno del 1300, vie-
che Dante ha studiato. Ecco così che Dante, ne eletto fra i priori che governano la città.

36 37
ND A NNA
LA CO
Tutti li mali e tutti gli inconvenienti miei dalli infausti
comizi del mio Priorato ebbero cagione e principio.

TE
Epistola Popolo mio, che mai ti ho fatto?

A M OR P
N
«Tutti i miei guai e le mie sventure ebbero origine dalle infelici vicende del
periodo in cui fui priore.»

punto: l’indipendenza di Firenze viene prima. E i Neri sono subito


pronti ad accusarli di essere, di nascosto, ghibellini.
Dante è un guelfo bianco. Durante il suo governo, tuttavia, si
mostra assai equilibrato; tra l’altro partecipa all’approvazione di
un decreto che condanna all’esilio sia i più aggressivi fra i capi dei
Neri sia i più turbolenti dei Bianchi. Fra i primi troviamo Corso
Donati, cugino della moglie Gemma; fra i secondi perfino il gran-
de amico Guido Cavalcanti. È chiaro che più che l’interesse della
propria parte Dante cerca il bene della città, ma forse finisce con
l’inimicarsi tutti.
Scaduto il mandato come priore, i fiorentini lo scelgono fra gli
ambasciatori che andranno a Roma a cercare un accordo con il
Papa. Mentre Dante è a Roma arriva però a Firenze con i suoi sol-
dati Carlo di Valois, fratello del re di Francia. Ha l’appoggio del
Papa, che in teoria gli ha affidato il compito di mantenere la pace;
in realtà sta apertamente dalla parte dei Neri. Così i Neri ripren-
Ma i fiorentini, l’abbiamo detto, sono litigiosi. Anche se i ghi- dono il controllo della città e si vendicano dei propri avversari:
bellini sono stati cacciati, i guelfi sono divisi in due fazioni: i tutti i Bianchi più in vista vengono uccisi o costretti alla fuga, le
Bianchi e i Neri. I Neri, fra i quali ci sono i banchieri che ammi- loro case bruciate, i loro beni confiscati.
nistrano i denari del Papa, sono legatissimi al Pontefice e, per non Nel 1302 anche Dante, che non è ancora tornato a Firenze, ri-
perdere il suo appoggio, sono anche disposti a concedergli la signo- ceve la notizia che è stato condannato a morte: se rimette piede
ria sulla città. I Bianchi stanno con il Papa, sì, ma fino a un certo in città lo attende il rogo.

38 39
Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e ’l salir per l’altrui scale.
Commedia, Paradiso, canto XVII

P
Cacciaguida, un antenato di Dante, gli predice l’esilio che lo
attende: «Tu scoprirai com’è amaro il pane degli stranieri, e
quanto è duro scendere e salire per le scale di estranei».

N TE RRE
L’ESILIO I
S TRA NIE RE
N
Inizia così per Dante un lungo e dolorosissimo esilio. Nei primi
tempi vive in città vicine a Firenze come Siena e Arezzo, frequen-
ta altri esiliati Bianchi, partecipa ai loro tentativi di riconquistare
la città con le armi o di trovare un accordo per essere riaccolti. Ma
tutti gli sforzi falliscono, e Dante si rende conto che tornare sarà
difficilissimo.
Non ha un soldo, e per vivere può contare su un’unica risorsa: la
sua cultura. Comincia a girare fra le mille corti dell’Italia del tempo,
si ferma dove trova un signore che apprezzi la sua poesia o che gli
affidi un incarico come ambasciatore, a volte semplicemente che lo
utilizzi come segretario. Lo troviamo così in Lunigiana alla corte dei
Malaspina, a Verona dai Della Scala, in diverse città della Romagna.

40 41
LITU DIN E
LA SO
...sì ch’a te fia bello
averti fatta parte per te stesso.

LO RIA
Commedia, Paradiso, canto XVII

E LA G P
N
Cacciaguida predice a Dante che nell’esilio si
ritroverà da solo, malvisto da tutti; ma gli altri non
sono alla sua altezza, per cui questa solitudine sarà
per lui motivo di gloria: «così che sarà bello per te
essere rimasto in compagnia solo di te stesso».
A Dante l’ambiente delle corti non piace. Sono piene di per-
sonaggi che fanno di tutto per compiacere i loro signori, scrivono
lodi esagerate, sono sempre pronti a sparlare gli uni degli altri. No,
non è proprio l’ambiente di Dante, abituato a dire e a scrivere quel le sue opere – è meglio del latino! Per spiegare, cioè, che se scrive in
che pensa senza preoccuparsi delle conseguenze. E allora che cosa volgare non è perché non conosca il latino – lo sa usare molto be-
fa? Sta per conto suo. Sta in disparte, e studia. ne, se vuole –, ma perché pensa che la letteratura, dovendo parlare
Studia e scrive. Spera che, se le sue opere lo renderanno famo- a tutti, debba usare la lingua di tutti.
so, magari i fiorentini si pentiranno di aver cacciato un uomo il- Eppure anche il nuovo libro rimane incompiuto. Come mai?
lustre e lo richiameranno in patria. Non lo sappiamo. Un’ipotesi tuttavia la possiamo fare. Mentre
Inizia così a scrivere il Convivio, dove affronta diversi grandi te- scrive gli altri libri Dante – di questo siamo certi – ha cominciato
mi, usando sia il linguaggio della poesia sia quello della filosofia. a mettere mano anche alla Commedia. E verosimilmente si è reso
Ben presto però lo abbandona, e si dedica al De vulgari eloquentia: conto che quella è la “sua” opera, lì può dire tutto quello che gli sta
un libro in latino, per dire che il “volgare” – cioè la lingua parlata a cuore con un linguaggio che è davvero il suo. Allora abbandona
dal volgo, ovvero dal popolo, quella che ha usato anche lui in tutte il resto, e si dedica completamente al nuovo lavoro.

42 43
E SOGNO
UN BREV
Rallegrati, povera Italia, perché il tuo sposo,
consolazione del mondo e gloria della tua gente,

N
il clementissimo Arrigo, divo Cesare e Augusto, si
prepara alle nozze. Asciuga le lacrime e distruggi
i segni del timore, dolcissima, perché chi ti
libererà dal carcere degli empi è vicino.

P
Epistola V Per Dante le porte di Firenze, intanto, rimangono chiuse. Una
speranza sembra riaccendersi con il nuovo imperatore, Arrigo VII,
che sogna di pacificare la penisola sotto lo scettro imperiale. Dante
si innamora del suo progetto, che porterebbe all’Italia la fine delle
Quando nel 1310 il nuovo imperatore, Arrigo VII, scende in Italia, Dante
spera che porti finalmente la pace, e che anche lui possa rientrare a
discordie e a sé la possibilità di rientrare nell’amata Firenze.
Firenze; perciò scrive diverse lettere ad amici e a personaggi importanti, Il bel sogno, però, dura poco. Molte città, Firenze in testa, si
invitandoli a sostenere Arrigo. In una di esse paragona addirittura l’arrivo oppongono; Arrigo si rivela poco abile e si disperde fra mille con-
del sovrano a un matrimonio fra l’imperatore (lo sposo) e l’Italia (la sposa). tese; alla fine, nel 1313, la malaria lo stronca. E l’avversione dei fio-
rentini per Dante, che si è schierato con il nemico, aumenta.
In realtà un paio d’anni dopo – siamo nel 1315 – Firenze offre un
gesto di pacificazione. Propone agli esuli di tornare: se sono dispo-
sti a fare un gesto di penitenza, mettendo il piede per un attimo in
carcere, saranno riaccolti in città.
Ma Dante non è tipo da sottomettersi. Vuole tornare a testa
alta, non riconoscere una colpa che non ha mai commesso. “Non
è in questo modo che voglio tornare in patria – scrive pressappo-
co a un amico fiorentino che lo esorta ad accettare il compromes-
so. – Se riuscirete a trovare un altro modo che rispetti il mio ono-
re l’accetterò ben volentieri; altrimenti «in Firenze non entrerò
giammai»”. Sull’amore per Firenze prevale quello per la verità. E a
Firenze, come ha scritto, non rientrerà «giammai».

44 45
IL VIAGGIO

DIVINO

46 47
Se mai continga che ’l poema sacro
al quale ha posto mano e cielo e terra,
sì che m’ha fatto per molti anni macro,

IL POEMA
vinca la crudeltà che fuor mi serra
del bello ovile ov’io dormi’ agnello,

SACRO
nimico ai lupi che li danno guerra;
con altra voce omai, con altro vello
ritornerò poeta, e in sul fonte

N
del mio battesmo prenderò ’l cappello;
Commedia, Paradiso, canto XXV

Peregrinando da una città all’altra, si dedica completamente al


suo poema. E poco a poco, canto dopo canto, viene alla luce la
Commedia.
P
«Se mai avvenga che la poesia che sto scrivendo [la Commedia],
un’opera che coinvolge insieme la terra e il cielo e che per anni
Che cos’è questa Commedia? Non è facile dirlo. Poesia d’amo- ha assorbito tutte le mie forze, riesca a piegare la crudeltà degli
re? Poesia religiosa? Poesia filosofica? Tutto questo, e molto di più. uomini che mi costringono a rimanere fuori dall’ovile dove ho
Certo, descriverla nella sua forma esterna è semplice. È un viag- dormito quando ero un agnello [cioè da Firenze], perché sono
gio – immaginario, naturalmente – nell’aldilà, attraverso inferno, nemico dei lupi che ora ne fanno strazio, forse un giorno vi
purgatorio e paradiso, fino a contemplare la luce splendente di Dio. tornerò, accolto come poeta, con una voce diversa da quella
di un tempo [la voce del poeta e non più quella del politico] e
Ma dentro, dentro c’è tutto. Ci sono la storia antica e quella re-
con i capelli bianchi, e in quello stesso luogo in cui sono stato
cente, l’amore e la morte, la fedeltà e il tradimento, la vendetta e il battezzato riceverò il cappello», cioè la corona di alloro con
perdono; ci sono la politica, l’astronomia, la fede, la letteratura; ci cui allora viene riconosciuta a uno scrittore la dignità di poeta.
sono tutte le passioni umane e tutti modi in cui possono essere vis- Dante affida a quest’opera straordinaria l’ultima possibilità di
sute; la storia del mondo e la vicenda personale di ognuno. commuovere i suoi concittadini per essere riaccolto in città.

48 49
E DI DIO
L'IMMAGIN
Tutti dicean: ‘Benedictus qui venis!’,
Commedia, Purgatorio, canto XXX

P
Arrivato alla sommità del purgatorio, Dante si vede venire
incontro Beatrice, e mentre lei arriva «tutti dicevano:
“Benedetto tu che vieni!”». È strano. I beati si rivolgono a
N
Beatrice, una donna, è lei che viene; l’aggettivo però è al
Da un capo all’altro del poema risplende l’immagine di Beatri-
maschile: «benedetto». Perché? Perché “Benedetto colui ce. Man mano che la vita e la stesura della Commedia procedono,
che viene” è l’acclamazione con cui viene accolto Gesù infatti, Dante riconosce che Beatrice è, per lui, l’immagine del vol-
quando entra a Gerusalemme la domenica delle Palme. to di Gesù e della Madonna che Dio gli ha mandato per salvarlo.
Perciò è come se Dante volesse dire: “questa che arriva L’identificazione con Gesù avviene nel verso del Purgatorio che
è Beatrice, ma al tempo stesso è Gesù“.
abbiamo appena visto; quella con Maria in alcune strofe dei canti
XXXI e XXXIII del Paradiso. Proviamo a leggerle:

Dante rivolto a Beatrice: San Bernardo rivolto alla Madonna:


O donna in cui la mia speranza vige, Or questi, che da l’ infima lacuna
e che soffristi per la mia salute de l’universo infin qui ha vedute
in inferno lasciar le tue vestige, le vite spiritali ad una ad una,
di tante cose quant’ i’ ho vedute, supplica a te, per grazia, di virtute
dal tuo podere e da la tua bontate tanto, che possa con li occhi levarsi
riconosco la grazia e la virtute. più alto verso l’ultima salute.

«Salute», «vedute», «virtute»: per parlare di Beatrice e di Maria,


sceglie le stesse parole! Dante non fa queste cose a caso, anzi:
spesso quando vuol attirare l’attenzione del lettore, quando vuol
dirgli “stai attento, qui sto parlando della stessa cosa di cui ho
parlato da un’altra parte”, usa proprio questo sistema. Allora il
messaggio è chiaro: adesso Dante capisce! Beatrice l’ha manda-
ta Maria, è lo strumento che Maria – per conto di Dio – ha scelto
per raggiungerlo, là, in fondo all’inferno dov’era.

50 51
IL D ESID ER IO
PIÙ G R AN D E E sì come peregrino che va per una via per la quale

N
mai non fue, che ogni casa che da lungi vede crede
che sia l’albergo, e non trovando ciò essere, dirizza la
credenza a l’altra, e così di casa in casa, tanto che a
l’albergo viene; così l’anima nostra, incontanente che
Perché Dio ha mandato a Dante Beatrice? Perché lui potesse ca-
nel nuovo e mai non fatto cammino di questa vita entra,
pire come mai tutte le cose che ha amato – Firenze, gli amici, la
poesia, la filosofia, le donne, la stessa Beatrice – non sono abba- dirizza li occhi al termine del suo sommo bene, e però,
stanza: perché il desiderio che abbiamo, il desiderio che ci fa ama- qualunque cosa vede che paia in sé avere alcuno bene,
re tutte le cose, ce l’ha messo dentro Dio, e non è soddisfatto fin- crede che sia esso.
ché non raggiunge Dio. Convivio

P
Non è che le cose – i soldi, la patria, gli amici, le donne – non
siano buone, anzi: le ha fatte Dio, sono tutte un riflesso della Sua
bellezza. Ma se il nostro desiderio si ferma alle cose tradisce, tra-
disce insieme se stesso e l’oggetto amato. Se invece lo sguardo si Dante spiega come gli uomini, tutti, sono mossi da un desiderio che parte dalle
alza, riusciamo ad amare insieme le cose e Dio che ce le dona. La cose che hanno intorno, ma non è soddisfatto finché non arriva fino a Dio:
«Come un viaggiatore che va per una strada sconosciuta, e ogni casa che vede
differenza fra chi sta all’inferno e chi è in purgatorio o in para-
da lontano crede che sia l’albergo, e quando scopre che non è così si dirige
diso è tutta qui. I primi hanno amato solo la cosa bella, e l’han- verso la successiva, e così passa di casa in casa finché arriva all’albergo; così la
no sciupata, hanno perso se stessi e la cosa amata. Gli altri hanno nostra anima, appena entra nel cammino sconosciuto della vita, alza lo sguardo
amato, dentro la cosa bella, anche il suo Autore, e hanno salvato cercando il bene più grande, però, qualunque cosa veda che sembri avere in sé
se stessi e le cose. un qualche bene, crede che il bene più grande sia quello».

52 53
E L'INIZIO
LA FINE
E s’io al vero son timido amico,
temo di perder viver tra coloro

N
che questo tempo chiameranno antico.
Commedia, Paradiso, canto XVII

Non sappiamo come e quando la Commedia cominci a circo-


P
Anche se affida alla Commedia le ultime speranze
di rientrare a Firenze, Dante non vuole per questo
lare. Certamente durante la vita di Dante alcuni canti sono già
mentire; perché, scrive, «se io sono un amico timido
noti. Altrettanto certamente, l’autore è molto in dubbio se pub- del vero [cioè se non dico tutta la verità, se ho paura
blicarla tutta. Da una parte, infatti, è a quest’opera che affida le di dire la verità], ho paura di non vivere tra coloro
ultime speranze di rientrare a Firenze. Dall’altra, alcuni dei per- che chiameranno questo tempo “antico”», cioè tra
gli uomini dei secoli a venire. Insomma, scrive sì per
il presente, ma soprattutto per il futuro, sa che la sua
opera resterà nel tempo.

sonaggi che mette all’inferno sono ancora vivi al tempo, di molti


sono vivi i figli, e i parenti sicuramente non sarebbero contenti di
leggere i giudizi durissimi che il poema ne dà. In realtà, Dante sa
bene che sta scrivendo un’opera che potrà essere apprezzata dav-
vero solo dopo la sua morte.
Morte che intanto si sta avvicinando. Dante non è vecchio – nel
1315 ha compiuto cinquant’anni –, ma la vita dura che ha vis-
suto si fa sentire. Nel 1319 si stabilisce a Ravenna, il cui signore,
Guido da Polenta, è un suo grande ammiratore. Tanto che nell’e-
state del 1321 lo manda come ambasciatore a Venezia. Sulla via
del ritorno però Dante, passando per una zona paludosa, si am-
mala di malaria. Il suo fisico, ormai indebolito, non riesce a re-
sistere. E così, accompagnato dall’affetto degli amici ravennati,
nella notte fra il 13 e il 14 settembre del 1321, Dante si spegne.
Ad assisterlo fino all’ultimo c’è la figlia, suor Beatrice.

54 55
PRESENZA
UNA
O donna in cui la mia speranza vige, [...]
Tu m’hai di servo tratto a libertate
per tutte quelle vie, per tutt’i modi

AMATA
che di ciò fare avei la potestate.
Commedia, Paradiso, canto XXXI

N P
Sono le ultime parole che Dante rivolge a Beatrice quando, in cima al
paradiso, lei lo affida a San Bernardo: «O donna che rendi salda la mia
speranza, tu mi hai condotto, da schiavo che ero, fino alla libertà, usando
tutti i modi, tutti i sistemi che potevi adoperare». È il grande inno di
gratitudine con cui Dante riconosce che a Beatrice deve la propria salvezza.

Eppure Antonia sceglie il nome di Beatrice. Scegliere il no-


me con cui si diventa frati o suore è una cosa seria: vuol dire che
la persona che ha portato quel nome è stata importante, fonda-
mentale per la vita di chi lo adotta. Se Beatrice fosse stata in casa
motivo di discordia, se per la madre fosse stata una presenza fa-
stidiosa, Antonia lo avrebbe saputo, ne avrebbe sofferto e non lo
avrebbe certo scelto.
Invece, fra tanti nomi illustri di sante a disposizione, proprio
Suor Beatrice? Sì, la figlia Antonia si è fatta suora, e ha scelto Beatrice. Perché? L’unica spiegazione plausibile è che Beatrice
proprio questo nome. Un fatto che forse ci permette di far luce su fosse, a casa Alighieri, una presenza amata. Cioè che Gemma e
un aspetto importante della vita di Dante, a cui finora abbiamo i figli abbiano capito che, se Dante era un buon padre, un buon
accennato solo di sfuggita: Gemma Donati, sua moglie. marito, era grazie all’influsso che Beatrice aveva avuto su di lui.
A qualcuno infatti sarà venuto da domandarsi: ma come? Lui ama Per dir la stessa cosa con altre parole: quell’amore che Dante
Beatrice, parla sempre di Beatrice, e intanto ha una moglie? Come imparava da Beatrice doveva averlo poi vissuto con chi gli stava
avrà fatto Dante a parlare di Beatrice e a voler bene a Gemma? E intorno. Ecco che cosa vuol dire che lei lo aveva «tratto a liber-
come avrà fatto Gemma a sopportare un marito che parla sempre di tate»: gli ha insegnato ad amare tutti. Ed ecco perché Antonia
un’altra? Di Gemma, invece, non parla proprio mai. Così molti stu- entra in convento con il nome di “suor Beatrice”.
diosi hanno immaginato sul loro rapporto le cose più strane.

56 57
LA RIC ER C A A favore della maggior parte dei cittadini della
città di Firenze che desiderano [...] essere istruiti

CITÀ
nel libro di Dante, dal quale tanto nella fuga dei vizi

DELLA FE LI quanto nell’acquisizione delle virtù quanto nella bella


eloquenza possono anche i non grammatici essere

N
informati, con reverenza si supplica voi, signori
Priori [...] , [che] possiate scegliere un uomo valente
e sapiente, bene dotto nella scienza di questo tipo di
poesia, per il tempo che volete, non maggiore di un
anno, perché legga il libro che volgarmente è chiamato
El Dante, nella città di Firenze, per tutti coloro che
vogliono ascoltare.
Petizione del popolo di Firenze, 1373

Dante non tornerà mai a Firenze, ma la Commedia sì. Negli an-


ni che seguono i fiorentini la leggono, se ne innamorano, vo-
gliono capirla sempre di più. Tanto che nel 1373 inviano ai pri-
ori una richiesta affinché scelgano un «uomo valente e sapiente»
(verrà poi scelto Giovanni Boccaccio, e sarà lui ad aggiungere al
semplice titolo Commedia voluto da Dante l’aggettivo Divina che
da allora l’ha sempre accompagnato) che la sappia spiegare a tutti.
Perché? Perché tutti possano essere aiutati dall’opera di Dante a
«fuggire i vizi e acquisire le virtù», cioè a vivere bene; tutti, anche
quelli che non sanno leggere e scrivere (cioè i «non grammatici»).
È questa, in sintesi, l’eredità che Dante lascia: un’opera straor-
dinaria – alla quale «ha posto mano cielo e terra», come scrive lui
stesso – che si rivolge a tutti.

58 59
Certo, il volgare del Trecen-
to per noi è un po’ difficile, la
Commedia è piena di espressioni
e di personaggi lontanissimi dal-
la nostra esperienza e dalla nostra
sensibilità; così, nel tempo, si è af-
fermata l’idea che sia una lettura
per dotti, per specialisti. Ma non era
questo l’intento di Dante. Perciò
vale la pena di provare anche oggi a
leggerla – magari con l’aiuto di qualche
«uomo valente e sapiente» che ci aiuti a
penetrarne le oscurità – come una com-
pagnia nel viaggio di ciascuno alla sco-
perta della vita.
Proprio come suggerisce Dante nei pri-
mi due versi del poema: «Nel mezzo del
cammin di nostra vita / mi ritrovai per una
selva oscura». Come per avvisare subito:
“guardate che sto raccontando di me («mi E quindi uscimmo a riveder le stelle.
ritrovai»), ma per parlare di tutti («nostra vi- Inferno, canto XXXIV
ta»)”. La Divina Commedia è il viaggio di tutti al-
la ricerca del compimento del proprio desiderio, Puro e disposto a salire a le stelle.
cioè della felicità.
Purgatorio, canto XXXIII
E per metterlo bene in chiaro, Dante ci mette una specie di
firma: chiude tutte e tre le cantiche con la stessa parola, «stelle».
In questo modo, ci fa guardare al desiderio che tutti abbiamo, che L’amor che move il sole e l’altre stelle.
ha la stessa meta: le stelle, Dio, la felicità per sempre. Paradiso, canto XXXIII

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INDICE
Il segreto di Dante 4
Firenze ricca e litigiosa 7
Ogni cosa è eterna 10
Il giovane Dante 12
Figlio del popolo 14
Un maestro da seguire 16
Il primo amore 18
Uno sguardo, un saluto 20
La poesia gentile 22
Il circolo degli amici poeti 25
La divina promessa 26
Un’altra donna: la filosofia 29
Le battaglie del guelfo bianco 30
La vita politica 33
Un uomo valoroso 36
La condanna a morte 38
L’esilio in terre straniere 41
La solitudine e la gloria 42
Un breve sogno 45
Il viaggio divino 46
Il poema sacro 48
L’immagine di Dio 51
Il desiderio più grande 52
La fine e l’inizio 54
Una presenza amata 56
La ricerca della felicità 58

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Finito di stampare: agosto 2015 Arti Grafiche Fiorin