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Cartesio

La filosofia di Cartesio segna la svolta dal Rinascimento all’età moderna. Egli è il fondatore del
Razionalismo che vede nella ragione il fondamento della verità. Cartesio nacque nel 1596 e fu educato
nel collegio dei gesuiti di La Fleche, gli studi a cui si dedicò in questo periodo furono sottoposti a critica
da lui stesso nella prima parte del Discorso. Nel 1619 gli sembrò di aver trovato la sua via in modo
miracoloso, quasi per un’ispirazione divina. In una notte ebbe tre sogni e obbedì all’ingiunzione dei
sogni facendo voto di recarsi in pellegrinaggio al santuario di Loreto. La prima intuizione del suo metodo
la ebbe dunque nel 1619 che espresse nella sua opera composta tra 1619/30 “Le regole per dirigere
l’ingegno”. In questo periodo Cartesio partecipò anche alla guerra dei 30 anni, ma essendo nobile gli fu
permesso di viaggiare in tutta Europa e di dedicarsi agli studi di matematica e fisica. Nel 1628 fu in
Olanda dove potè godere della libertà filosofica e religiosa e nello stesso tempo potè lavorare, senza
alcuna distrazione, alla sua opera il “Mondo” o come fu poi pubblicato con il titolo “Trattato della luce”.
La condanna di Gallileo Gallilei lo sconsigliò dal pubblicare l’opera anche se divulgò il suo pensiero grazie
a tre saggi intitolati Diottrica, Le meteore e la Geometria ai quali premise una prefazione, che diventerà
la sua opera più importante, Discorso sul metodo. Nel 1649 invitato dalla regina Cristina si trasferì in
Svezia dove morì nel 1650. Il suo problema nasce dalla ricerca di un orientamento, una volta lasciata la
scuola di La Fleche, perché si accorge di non avere nessun requisito per distinguere il vero dal falso e
che tutto ciò che ha appreso gli serve poco nella vita. Il suo metodo è infatti proteso alla ricerca per
saper distinguere il vero dal falso e deve condurre ad una filosofia non puramente speculativa ma anche
pratica che permetta all’uomo di rendersi padrone della natura. Nel formulare le regole del metodo,
Cartesio si serve principalmente delle scienze matematiche per giustificare il metodo e per avere la
possibilità della sua universale applicazione a tutti i campi dello scibile. 1) Cartesio doveva formulare le
regole del metodo tenendo in considerazione il procedimento matematico 2) fondare con una ricerca
metafisica il valore assoluto universale di questo metodo 3) la fecondità del metodo in tutte le branche
del sapere. Il primo punto viene chiarito nella seconda parte del Discorso sul metodo. Le regole sono
quattro:
1) Non accogliere mai nulla per vero che non conoscessi esser tale con evidenza
2)Dividere, ogni difficoltà da esaminare, nel maggior numero di parti per poterla meglio analizzare
3) condurre i miei pensieri ordinatamente, cominciando dagli oggetti più semplici da conoscere fino a
risalire a quelli più complessi. Questa è la regola della sintesi

4) Fare l’enumerazione complete e revisioni generali per essere sicuro di non aver tralasciato nulla
perché essa controlla l’analisi, la sintesi e la revisione.

Ma tale regole non hanno in se stesse la loro giustificazione. Secondo Cartesio occorre sospendere il
giudizio su ogni conoscenza comunemente accettata e considerare, almeno in un primo momento, che
tutto sia falso; solo quando si giungerà ad un principio sul quale non si può dubitare dovrà essere
ritenuto vero. Da qui nasce la giustificazione del metodo e quello che Cartesio chiama Dubbio metodico.
Si deve dubitare di tutto perché spesso i sensi ci ingannano e perché l’uomo potrebbe esser stato
creato, non da un Dio buono e giusto, ma da una potenza maligna che si diverte ad ingannare l’uomo
facendogli credere che ciò che è falso e assurdo sia vero. In tal modo il dubbio diviene universale e viene
chiamato da Cartesio Dubbio Iperbolico. Ma proprio nel carattere di questo dubbio si presenta la prima
certezza e cioè se io posso ammettere di ingannarmi è perché esisto che è l’unica proposizione
assolutamente vera. (cogito ergo sum=io penso dunque esisto). Le cose pensate possono anche non
essere reali ma ciò che sicuramente reale è il mio pensare e sentire.

Il principio del cogito mi rende sicuro solo della mia esistenza ma non delle altre esistenze o evidenze.
Io sicuro che tali idee esistono nel mio spirito ma non posso essere altrettanto sicuro che esse esistano
al di fuori di me. Per venire fuori da questo dilemma, Cartesio divide le idee in tre tipologie: le innate a
cui appartiene la capacità di pensare e di avere idee; le avventizie che vengono dal di fuori e sono
comunque estranee alle quali appartengono le idee delle cose naturali e le fattizie che sono quelle idee
formate o create da me stesso che si riferiscono alle ide delle cose chimeriche e inventate. Per ciò che
riguarda le idee sugli altri uomini o cose naturali esse non contengono nulla di così perfetto che non
possano essere create da me; ma per quanto riguarda l’idea di Dio non si può pensare che l’abbia creata
io, in quanto io sono privo di quelle perfezioni che quell’idea rappresenta e la causa dell’idea deve avere
tanta perfezione quanta ve ne è nell’idea stessa. La causa di una sostanza infinita non può essere una
sostanza finita per tal motivo dobbiamo ammettere l’esistenza di una sostanza infinita. Questa è la
prima prova dell’esistenza di Dio. In secondo luogo se io dubito sono imperfetto, ma se fossi la causa di
me stesso mi sarei dato tutte le perfezioni contenute nell’idea di Dio, di conseguenza si deve accettare
che io sono stato creato da Dio il quale mi ha creato finito pur avendomi dato l’idea di infinito. A queste
due prove Cartesio ne aggiunge una terza che è quella ontologica e cioè non si può pensare un essere
perfetto senza ammettere che Egli esista. Dio essendo perfetto non può ingannarmi. Tutto ciò che
appare certo e sicuro deve essere vero perché lo garantisce Dio. Dio è per Cartesio quel terzo termine
che ci permette di passare dalla certezza del nostro io alla certezza delle altre evidenze. Ma come è
possibile allora l’errore? Esso dipende, secondo Cartesio, dall’intelletto e dalla volontà. Il nostro
intelletto è limitato; la volontà, invece, è libera e quindi assai più estesa dell’intelletto e può fare o non
fare, affermare o negare ed è in questa possibilità di affermare o di negare ciò che l’intelletto non riesce
a percepire chiaramente che risiede la possibilità dell’errore. L’errore non esisterebbe se io mi astenessi
dal giudicare intorno alle cose che non sono sufficientemente chiare. L’errore dipende dunque dal
libero arbitrio che Do ha dato all’uomo e si può evitare solo se ci atteniamo alla regola dell’evidenza.
Accanto alla sostanza pensante, che costituisce l’io, vi è la sostanza corporea divisibile in varie parti, che
è estesa. Tale sostanza non possiede, secondo Cartesio, tutte le qualità che noi percepiamo; egli infatti
ammette solo le determinazioni quantitative (grandezza) ma non le qualitative (sapore, colore, odore).
Cartesio ha spezzato la realtà in due zone distinte ed etereogenee: la sostanza pensante che è inestesa,
consapevole e libera e la sostanza estesa che è spaziale, inconsapevole e determinata da altro.
(dualismo cartesiano). Dopo avere diviso le due sostanze Cartesio si trova dinnanzi il problema di
spiegare il rapporto fra queste due sostanze, tra anima e corpo. La soluzione di Cartesio è posta nella
ghiandola pineale o ipofisi che è l’unica parte del cervello umano che non è doppia, potendo così
unificare le sensazioni che vengono dagli organi di senso.
Cartesio studia il mondo naturale e procede seguendo il metodo deduttivo (dal generale al particolare).
Cartesio ritiene che la prima causa del movimento sia Dio, principio che ha creato la materia con una
determinata quantità di quiete e di moto, tenendo immutabile tale quantità. Dall’immutabilità di Dio
Cartesio trae le seguenti leggi: 1) il principio di inerzia secondo il quale ogni cosa persevera nel suo stato
e non può essere mutata se non da una causa esterna 2) la seconda legge afferma che ogni cosa tende
a muoversi in linea retta 3) la terza legge è il principio della conservazione del movimento, secondo il
quale, quando due cose urtano tra di loro il movimento non viene perduto e la sua quantità resta
costante. Secondo Cartesio queste tre leggi spiegano tutto il mondo della natura e i vari fenomeni. Ma
ciò non significa che Dio ha creato l’universo a solo vantaggio dell’uomo. Secondo Cartesio il mondo si
è creato grazie alla materia primitiva che era composta da particelle con uguale movimento e grandezza
che si muovevano sia intorno al proprio centro le une rispetto alle altre dando origine a dei vortici fluidi
che hanno dato forma al sistema solare e alla terra con tutte le sue creature.( Democrito)
Cartesio perfezionò in campo matematico il sistema algebrico introducendo le incognite x e y e adoperò
= per indicare l’infinito. Ma il suo più grande contributo Cartesio lo diede alla geometria analitica.
Cartesio vide per primo che una retta è sempre un’equazione di primo grado e che un’equazione di
secondo grado è quella che corrisponde ad una circonferenza.
Nella terza parte del Discorso sul metodo, Cartesio dava anche delle regole di una morale provvisoria:
1)La prima regola era quella di obbedire alle regole e alle leggi del Paese religione compresa; questa
regola rispecchia il rispetto di Cartesio verso la tradizione religiosa e politica

2) La seconda affermava di essere quanto più risoluto possibile nell’azione di seguire con costanza
anche l’opinione più dubbiosa, una volta che fosse stata accettata

3) La terza regola asseriva che occorreva vincere piuttosto se stessi che la fortuna e di cambiare i propri
pensieri piuttosto che l’ordine del mondo. Questa regola rimase il caposaldo fondamentale della morale
di Cartesio.

Se facciamo tutto ciò che ci comanda la ragione non ci potremo mai pentire, anche quando gli
avvenimenti ci mostrano che ci siamo ingannati ma non per colpa nostra. È questo il solo mezzo per
giungere alla felicità della vita al bene supremo. Nonostante queste regole fossero di una morale
provvisoria, Cartesio non scriverà mai una morale definitiva anche se comporrà “Le passioni dell’anima”
in quest’opera Cartesio distingue azioni ed affezioni; le prime dipendono dalla volontà le seconde sono
involontarie e sono costituite da percezioni, sentimenti ed emozioni causate nell’anima dagli spiriti vitali
cioè dalle forze meccaniche che agiscono nel corpo. La forza dell’anima consiste nel vincere la debolezza
di lasciarsi dominare dalle emozioni, anche se esse non sono sempre nocive perché incitano l’anima alle
azioni che servono a conservare il corpo e renderlo più perfetto. In tal senso la tristezza e la gioia sono
le emozioni fondamentali, in quanto la prima mette in guardia l’anima dalle cose che nuocciono
all’anima facendole provare odio verso ciò che le causa tristezza, la seconda invece avverte l’anima
delle cose utili al corpo facendole provare amore verso di esse e il desiderio di conservarle. Nonostante
ciò l’uomo deve liberarsi dalla schiavitù delle emozioni perché tendono a mostrare il bene e il male che
rappresentano più grandi di quanto siano. L’uomo non deve lasciarsi guidare dalle emozioni ma dalla
ragione e dall’esperienza perché solo così darà la giusta importanza al male e al bene e riuscirà ad
evitare gli eccessi. Nel saper dominare le emozioni consiste la saggezza

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