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GV 3,8 —> «Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove

va: così è di chiunque è nato dallo Spirito».

Perché ascoltare il prossimo, quando tutto il dettato evangelico è innervato da un ascolto


“verticale”? Ascoltare è ascoltare Dio.

Certo: noi siamo Dei [salmo 82:6 —> ‘elohim ‘attem ; Gv 10:34]. Ma quando la nostra
parola è ‘da ascoltare’, quando introduce un discorso significativo?
Sempre, in quanto voce della nostra essenza divina?
Allora, si appiattirebbe l’errore. A meno che la nostra voce non ‘proceda dal
peccato’ [personale, o Strutturale - GPII].
Una voce di Gioia, è sempre divina?
E una voce di dolore, è il volto del Cristo sofferente, in ogni caso?
Un dolore umano, è sempre un dolore divino?

Se si, allora: dobbiamo ascoltare ogni dolore, e quindi ogni istanza che non proceda dalla
pienezza, che sia una richiesta [CHIEDETE, e vi sarà dato —> e l’invito è quello di aprirsi al
prossimo come Dio si è donato a noi; dunque, ogni richiesta che proceda dal dolore - nel
senso di incompletezza - e la pienezza è raggiunta solo nella Croce - ovvero: l’incompletezza
è IL SEGNO della nostra Esperienza, cioè è la nostra vita in itinere].

Se ogni incompletezza/dolore è “da ascoltarsi, in quanto voce del Figlio che ci chiama”,
dobbiamo scindere il contenuto della richiesta dall’esser-ci umano che chiama, o fare nostro
il contenuto stesso?

NON LO SO.

L’ “ascolto”, nel Vangelo, è assolutamente unidirezionale: tu devi ascoltare Dio, e Dio non-
deve ma GARANTISCE l’ascolto della tua preghiera. La Voce di Dio si incarna in Cristo,
che è certamente una Via aperta, non un consiglio di etica.
Cristo ha bisogno di noi, chiamandoci dal nostro prossimo? Direi di si.
Ma, ancora: è il dolore dell’Altro che ci chiama, o è IL CONTENUTO del suo dolore?

Chi mi chiama per qualcosa che GLI MANCA, per un dolore che, per esempio, io ritengo
assurdo in quanto impossibile per me assimilarlo in un progetto di vita cristiano, in
un’antropologia della donatività di sé, come devo ascoltarlo?

Il Vangelo è molto, molto duro su questo:


tanti sono i passi biblici in cui l’ASCOLTO nella sua qualità ‘verticale’ è descritto, invitato,
cantato, mostrato, vissuto, quanti pochi sono i passi in cui l’Uomo si mette in ascolto
dell’Uomo aprendosi alle sue istanze soggettive.

Cristo vive una ‘vita soggettiva’? Ci è impossibile dirlo, dato che il suo ‘stile’ li compendia
forse tutti.

L’invito è vivere una ‘vita soggettiva’ o no?


La mancanza da cui procede la scoperta di sé, declinata in senso cristiano, è assolutamente
differente dalla ‘esegesi di sé’ della Tradizione - di tutte le tradizioni - spirituali, culturali,
artistiche.

Il Sé cristiano è affinamento dell’esperienza di cancellazione, perché nel VUOTO della croce,


nell’orrore abissale dell’abbandono, lì e solo lì vi è l’INNALZAMENTO che chiama a sé
tutto il creato: la Pienezza Umana e Divina, la Pienezza Cristica, la Pienezza Cristiana.

Cancellazione dell’identità personale e Affermazione della stessa, coincidono.

Mi viene in mente il Pastore di Erma: Cristo sbozza le pietre per costruire la sua bianca torre.
Le sbozza tutte uguali, senza che questo sia una perdita.

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Chi “produce” le istanze problematiche di chi davanti a noi ci chiede? Cosa chiedono? Cosa
ascoltare?

Lo sviluppo individuale, la crescita, è certamente il dispiegarsi di un percorso di colmazione


di lacune. Fisiologiche, psicologiche, relazionali, esperienziali…

Dunque la domanda, l’incompletezza, la richiesta, sono certamente legittime ad ogni età.


Escludiamo praticamente e assumiamo in linea teorica l’apoteosi del ‘martirio’, dove l’atto
donativo totalizza l’esperienza, lasciando fuori la possibilità stessa del “mancare”: nel
martirio si “manca a sé stessi”, essenzialmente, ci si svuota di sé.

Allora, è la vita stessa a produrre l’istanza del ‘mancare’, del ‘chiedere’, del ‘desiderare’.

Ma tutte le ‘mancanze’ vanno ascoltate?


Ascoltare è UN’OPERAZIONE NEUTRA: non ho alcun dubbio che ciò sia buono.

Altra cosa è muoversi verso il ‘sanamento’ di queste mancanze.

Ho l’impressione che le “mancanze” della nostra modernità siano suggello di situazioni


perfettamente sradicate da un’ipotesi di vita relazionale in senso evangelico.
Il MAKARIOS non è pieno di mondo: anzi, il mondo nel senso di cosmo come lo
assumiamo, come ci viene insegnato a percepirlo, è solo morte per lui.
Il Regno è il suo mondo: e in questo Regno “vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e
scendere sopra il Figlio dell’Uomo”. Non “vedrete una civiltà concorde”, o “vedrete un
mondo dove è fatta la giustizia”.

La giustizia. Come “ascoltare” con giustizia? Dio è sommamente ingiusto, secondo il nostro
mondo.
Il premio di Saul per aver risparmiato donne e bambini - vi sfido: ditelo ingiusto - è il male
dello spirito, la depressione, l’invidia, e infine una morte orrenda.
Davide invece fa imbarazzare sua moglie ballando poco decorosamente di fronte all’arca
dell’alleanza, poi uccide il suo migliore amico per prendersi Bersabea.
E Dio lo elegge suo prediletto, radice santa, premiato.
Quale ‘giusta mancanza’ siamo pronti ad ascoltare, a suggellare con la dignità verificante
della replica, e a incontrare? Quella “in buona fede”, quella “giusta secondo il criterio etico
della nostra civiltà”, o quella divina?

A mio avviso, la sola colpa del non rendersi nemici evangelici del disastro inumano -
omicida, pervertito, doppio, lucido e gelido, assolutamente satanico - del desiderare (ovvero:
dell’ignorare) occidentale, è molte misure sopra il più riprovevole “no” che possiamo leggere
in tutta la Scrittura.
La Storia del costante rifiuto dell’alta ambizione umana, trasformatasi nel rifiuto del dettato
evangelico, ormai normalizzato, istituzionalizzato, inciso sugli scudi e sulle bandiere,
passando da Storia a Storia della Salvezza diventa una Struttura inclusiva di concorso,
perfettamente modellata su quel Peccato Originale che ha richiesto l’eccedenza sacramentale
del Battesimo.

Si può, chiudere un occhio, con il Vangelo in mano?

No.

La nostra esperienza non è “normale”.

Mettersi di fronte alla richiesta, al domandare, ASCOLTARE SENZA GIUDICARE, non è


rimandare ciò che è già stato DIVINAMENTE e SOVRABBONDANTEMENTE [a squillo
di Trombe pre-annunciate] ordinato all’UNICO ASCOLTO dell’UOMO?

SHEMA, ISHRAEL.

Non c’è una, una sola scena evangelica in cui Cristo si mostri maestro di ascolto. Ascolta per
insegnare utilizzando le parole di altri, non ascolta il problema degli altri.
Arriva anzi vicino a deriderlo: “Donna, cosa vuoi da me?” —> Divina alterigia?
Certo, l’acqua sarà trasformata. Ma è la sapienza mariana a indicarci la via: non discutere,
non convincere, non verificare la dignità di un punto di vista: agire. Il Regno dei cieli è dei
violenti [Mt 11].

GV 3,8 —> «Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove
va: così è di chiunque è nato dallo Spirito».

Nascere dallo Spirito: ecco cosa ci è chiesto.


Quale la “prova”, quale la “caratteristica”, la forza degli spirituali?
Non si sa da dove vengono, non si sa dove vanno.
Non puoi prevederli, non puoi camminare insieme a loro al TUO passo, se il TUO passo non
è il LORO. Questa è la prevaricazione a-logica di amore che Dio riserva a Davide su Saul,
che Maria mostra nei confronti di Gesù a Cana, e che Gesù incarna nel modo definitivo.
Non la filosofia dell’ascolto e della discussione, ma il Maestro dello svuotamento.
Beati I POVERI (altrove sono di Spirito, ma questo certamente non ESCLUDE la lettera del
testo Lucano).
Beati I PERSEGUITATI.
Pregate SEMPRE.
AMA IL NEMICO.

Allora, si: l’ascolto sia ascolto di uno Spirituale. Ascolto è presenza.


Ascoltare senza giudicare, significa presupporre la possibilità di un giudizio. Il capitombolo
logico dell’ateo, che non crede in quel Dio lì.
Ascoltare SENZA POSSIBILITA’ DI GIUDIZIO. Ascoltare “dal Regno”; ascoltare dal
rovesciamento, da quell’abisso nero senza luce dove splende la tenebra dell’Amore puro, che
è oscuro come la Croce.
Dalla ‘porta stretta’, non passa alcuna luce senza essere turbata dalla contraddizione.
PASSARE DI LA’: almeno fare l’impossibile. Almeno RINASCERE.

Non escludo “misticamente” la negazione dell’ascolto delle parole… Non escludo il


contenuto, come sintesi di un’esperienza che non può che essere di vita (per quanto “in
concorso di peccato” e sintesi di strutture esecrabili).

Ma che sia orientato esclusivamente a un fine: l’ascolto come presenza, l’ascolto DELLA
PERSONA.

La persona non coincide con le sue istanze, le quali possono essere assolutamente improprie,
in-segnate, scandalose.

Ascoltare la persona per porle lo “specchio, l’immagine di Cristo”, nel quale riconoscersi.
La Persona E’ Cristo. Tutto il resto, viene dal Maligno.