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2) leggi l'articolo "le donne musulmane hanno davvero bisogno di essere salvate?

" rintracciando in esso la risposta


alle seguenti domande:

a) che cos'è il femminismo coloniale e quali esempi vengono addotti?

b) come nasce il burqa e qual è la sua valenza sociale?

c) qual è la tesi di fondo dell'autrice? (cerca informazioni sull'autrice)

a) A inizio secolo il “femminismo coloniale” (Leila Ahmed, 1992) operava con forza. Si trattava di una
preoccupazione selettiva per la sorte delle donne egiziane, che stigmatizzava il velo in quanto simbolo di
oppressione non supportando tuttavia in alcun modo l’educazione femminile e veementemente professata
dall’inglese Lord Cromer, che in patria si opponeva al suffragio femminile. La sociologa Marnia Lazreg
(1994) ha offerto alcuni vividi esempi di come il colonialismo francese arruolava le donne alla propria causa
in Algeria. Forse l’esempio più spettacolare dell’appropriazione delle voci delle donne da parte del
colonialismo fu l’evento del 6 maggio 1958 (solo 4 anni prima della conquista definitiva dell’indipendenza
dalla Francia da parte dell’Algeria, dopo una lunga e sanguinosa lotta e 130 anni di dominio francese) Quel
giorno i generali francesi ribelli avevano organizzato una manifestazione ad Algeri come segno della propria
determinazione a mantenere l’Algeria sotto l’egida della Francia. Per dare al governo francese la prova
dell’appoggio della popolazione, i generali avevano portato qualche centinaia di uomini dai villaggi vicini,
insieme a poche donne cui le donne Francesi tolsero solennemente il velo... Durante il periodo coloniale non
era inusuale prendere e portare gli Algerini a manifestazioni di fedeltà alla Francia. Ma togliere il velo alle
donne durante una cerimonia ben orchestrata aggiunse all’evento una dimensione simbolica che
drammatizzava l’unica caratteristica costante dell’occupazione francese in Algeria: la sua ossessione per le
donne.
b) È un luogo comune che l’ultimo segno dell’oppressione delle donne afghane da parte dei Taleban-Terroristi
sia l’obbligo di indossare il burqa. I Talebani non hanno inventato il burqa. Era il modo locale di coprirsi: le
donne Pashtun, nella loro regione, lo indossavano uscendo. I Pashtun sono uno dei numerosi gruppi etnici in
Afghanistan, e il burqa era uno dei molti modi di coprirsi nel subcontinente e nell’Asia sud-occidentale,
sviluppatosi come simbolo convenzionale della modestia e della rispettabilità delle donne. Il Burqa, come
altre forme di “copertura” ha, in molte situazioni, marcato la separazione simbolica della sfera maschile da
quella femminile, come parte del rapporto generale delle donne con la famiglia e la casa, e non con lo spazio
pubblico, in cui ci si mescola con gli estranei.
c) Non dobbiamo chiamarci fuori dal mondo, guardando al di là di questo mare di povera gente arretrata, che
vive all’ombra- o sotto il velo- di culture oppressive; noi siamo parte di quel mondo. Gli stessi movimenti
islamici si sono costituiti in un mondo condizionato dalle intense influenze occidentali in Medio Oriente. Più
proficuo, mi pare, è chiedersi come dovremmo contribuire a fare del mondo un posto più giusto. Un mondo
non organizzato secondo strategie militari ed esigenze economiche; un posto in cui certe forze e certi valori
che possiamo ancora considerare importanti, potrebbero avere ancora la propria capacità di attrarre, e dove si
trovi pace abbastanza per la discussione, il dibattito, e le trasformazioni che avvengono nelle comunità.
Dobbiamo domandarci quali condizioni potremmo contribuire a creare nel mondo, tali che i desideri popolari
non risultino surdeterminati da uno schiacciante senso di impotenza, a dispetto delle forme dell’ingiustizia
globale. E laddove cerchiamo di attivarci per le condizioni di luoghi distanti, possiamo farlo con lo spirito di
chi sostiene coloro che, all’interno di quelle comunità, si pongono l’obiettivo di rendere la vita delle donne -e
degli uomini- migliore? (come ha sostenuto Walley in relazione alla pratica delle mutilazioni genitali in
Africa, 1997) Possiamo optare per un linguaggio più egualitario, fatto di alleanze, coalizioni, e solidarietà,
piuttosto che di salvezza? Anche RAWA, l’oggi celebrata Associazione Rivoluzionaria delle Donne
dell’Afghanistan, così strumentalizzata nel portare all’attenzione delle donne americane gli abusi dei Talebani,
si è opposta, fin dal principio, ai bombardamenti, non considerandoli una salvezza per le donne afghane ma
causa di povertà crescente e di morte.