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Centro Studi Cultura e Società

Associazione di Promozione Sociale (APS-ETS)

700° Anniversario di Dante


Stampato a Torino presso la Tipografia Agat – Ottobre 2021
Quaderno redatto a cura di Ernesto Vidotto e Pier Carlo Musso
Immagine riprodotta in copertina: La porta dell’Inferno di Gustave
Dorè, acquaforte 1857

Centro Studi Cultura e Società


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SOMMARIO
Pag. 5 Presentazione

Dante e la Commedia
Pag. 6L’Oltremondo Dantesco e la Cosmologia Medioevale.
Francesca RABAJOLI
Pag. 11 Dante e la commedia: tra natura, vite, vino, paesaggio e
campagna. Silvia SARZANINI
Pag. 17 Dante e la politica. Silvia SARZANINI
Pag. 20 Kologrivova e Dante. Liricita’ onomatopeica del sogno
trecentesco. Daniela M.A. GIACOMET
L’esilio
Pag. 25 Andar non vuole. Luisa DI FRANCESCO
L’inferno
Canto II
Pag. 26 Dante invoca le muse. Gianna COSTA
Canto III
Pag. 27 Inferno del 3° millennio. Stefano BORGOGNI
Pag. 28 Lasciate ogni speranza voi ch’entrate.
rancesca RABAJOLI
Pag. 29 Caronte. Andrea CIUTI
Pag. 30 Un novello Caronte. Attilio ROSSI
Canto IV
Pag. 31 Il Limbo. Angelica LUBRANO
Canto V
Pag. 32 Bufere. Gabriella MOCAFICO
Pag. 33 Dido. Luisa DI FRANCESCO
Pag. 34 Francesca: lettere d’amore immaginarie a Paolo.
Lucilla TRAPASSO
Pag. 39 Nel buio della notte. Alessandro MANNINA
Pag. 42 Amore impossibile. Vanessa RIINA

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Canto XIII
Pag. 43 La selva dei suicidi. Angelica LUBRANO
Canto XXVI
Pag. 44 Verrà un mattino. Stefania RASCHILLA’
Canto XXXII
Pag. 45 Il pescatore Ugolino. Stefano BORGOGNI
Omaggio al Sommo Poeta
Pag. 46 A Dante. Tiziana CALAMERA
Il Padre della lingua italiana
Pag. 48 Nell’anno di Dante, dare forza costituzionale alla lingua
italiana. Giuseppe LIMONE

Centro Studi Cultura e Società Dialoghi poetici con Dante: Inferno - Pag. 4 a 52
Presentazione
Il Centro Studi Cultura e Società, nella Stagione Culturale 2021-2022 ha
promosso Dialoghi Poetici con Dante, un progetto per celebrare il 700°
Anniversario di Dante. Il progetto si articola in tre Video Conferenze sulla
Divina Commedia e in uno Spettacolo con la partecipazione del M° Fabrizio
Sandretto che alternerà brani del proprio repertorio, alla lettura di una
selezione di testi letterari presentati nel corso delle tre serate precedenti.

Video Conferenza del 12 ottobre 2021


Stefano BORGOGNI
• Introduzione su La struttura dell’Inferno
• Chi fece il “gran rifiuto? - Ipotesi su uno dei più noti misteri della
Divina Commedia
Francesca RABAJOLI
• Il motivo d’Amore in Dante Alighieri. Citazioni e interpretazioni.
Canto IX Il messo celeste. Canto XXXIV vv 109-117
Silvia SARZANINI
• Dante e la Commedia, tra natura, vite, vino, paesaggio e campagna.
Citazioni dai Canti II; III; V; XII; XIV; XXIV dell’Inferno
Daniela GIACOMET
• La versione del 1842 in prosa russa dell'Inferno dantesco, trasposto in un
romanticismo cristallino e letterale, il cui risultato si realizza in una
traduzione del tutto sobria e di ampio respiro.
Il programma della Video Conferenza è completato da video ispirati
all’Inferno di Dante e dal Reading delle poesie e dei brevi dialoghi
sull’Inferno appositamente predisposti da
Stefano BORGOGNI; Tiziana CALAMERA; Andrea CIUTI; Gianna
COSTA; Luisa DI FRANCESCO; Giuseppe LIMONE; Angelica
LUBRANO; Alessandro MANNINA; Gabriella MOCAFICO;
Francesca RABAJOLI; Stefania RASCHILLA'; Vanessa RIINA;
Attilio ROSSI; Lucilla TRAPAZZO

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Dante e la Commedia

L’Oltremondo Dantesco e la Cosmologia Medioevale


Motivo di ispirazione e genio poetico del sommo poeta Dante Alighieri
La Cosmologia Dantesca
Dedichiamo un po' di attenzione al lavoro meticoloso e di studio del Poeta
Dante Alighieri in preparazione alla stesura della Divina Commedia.
Nei suoi studi Dante riscoprì e valutò le teorie che vorremo illustrare,
spiegando così la cosmologia nel Medioevo e ritrovando le definizioni degli
elementi universali di Tolomeo e del geocentrismo, Dio e uomo, dottrina
religiosa nell’aggettivo Divina e condizione dell’essere umano nel genere
Commedia. Come gli esseri umani si vedono e si considerano parte di un
universo fatto di pianeti e ed astri così la loro esistenza e il loro credo si
rifanno alle definizioni simboliche di bene e male relativamente ai cieli e alle
anime. Le descrizioni ad esempio nei capitoli della Commedia, di paesaggi,
scenari ed emisferi descrivono queste teorie e definizioni. Vedremo cantica
per cantica alcuni esempi.
Il sommo poeta si incaricò così di farsi portavoce dell’Oltremondo, guida e
indice dopo la morte di una condizione di vita che può smarrirsi. Il suo genio
creativo si traduce ne La Divina Commedia, in tre eccezionali Cantiche:
Inferno, Purgatorio, Paradiso.
La composizione dell’Opera è guidata per Dante da ragioni ben precise,
quali:
La ragione della sofferenza per il dolore e la perdita dell ‘amore,
nell’Immagine della bella Beatrice sua musa e ispiratrice di dolce Stilnovo,
la fanciulla incontrata in giovane età morì per una malattia, causando un
patimento d’amore in Dante, il poeta per reagire si convertì alla fede religiosa
del Cristianesimo e si incaricò a guida spirituale per gli altri esseri umani, in
questo troviamo la scelta del genere Commedia e di argomento Divino.
La ragione di Verso d’amore, in Lirica XXII de La Vita Nova di Dante
Alighieri

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“Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia, quand'ella altrui saluta,
ch'ogne lingua devèn, tremando, muta,
e li occhi no l'ardiscon di guardare”.
La ragione di smarrimento nella vita di fronte ai pericoli e alle avversità.
Nel corso della vita, gli esseri umani posso perdere la giusta strada da
percorrere per raggiungere la salvezza e aver bisogno di una guida per tenersi
lontani dalle avversità e dai pericoli. Lo smarrimento trova risposta
solamente nell’esempio degli antichi e nella ragione; in Virgilio, poeta
Latino, nelle Muse e nella poesia.
La ragione di Guida poetica nell’Oltremondo dopo la conversione
religiosa. Con la guida di Virgilio e Beatrice che elevano l’animo del poeta
e nella fede religiosa Dante trova la strada per condurre il genere umano in
una condizione di peccato e pena verso l’ascesa per la salvezza divina. La
suddivisione dell’Oltremondo Dantesco in tre Cantiche è uno schema
perfetto dell’agire umano, suddiviso per vizi e virtù. Il contesto storico del
poeta trova voce nei personaggi e nel loro agire, sia esso di buono che di
cattivo esempio.
Testi di riferimento del poeta nella sua ricerca per il componimento
Almegesto di Tolomeo:
L’ Almagesto è il Titolo tradizionale del grande trattato astronomico-
matematico di «Raccolta matematica», contenente l’esposizione completa
del sistema geocentrico. Già nell’antichità il titolo originario fu modificato
Grande raccolta matematica di astronomia. Specificando Il trattato è
costituito dalla descrizione matematica del moto del Sole, della Luna e dei
cinque pianeti allora conosciuti. Per il moto di ciascun astro è sviluppata una
particolare teoria, in grado di descrivere e prevedere con notevole precisione
i moti osservabili. Per ottenere questo risultato Tolomeo combina
l'ingrediente essenziale, costituito dalla considerazione di moti circolari
uniformi.
Aggregazioni de Le stelle:
Il termine fa parte del titolo dell'opera dell'astronomo Alfragano: “Liber de
aggregationibus scientiae stellarum” , nella versione latina di Gherardo da
Cremona cui Dante dimostra chiaramente di attenersi, quando cita dati
numerici sulle distanze e sulle dimensioni degli astri.
Elementi astronomici di Alfragano
Ne è stata conservata una versione latina degli Elementi astronomici di
Alfragano, la traduzione del cremonese, fu dal poeta Alighieri fiorentino

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utilizzata come fonte diretta, cui egli attinse dati e notizie di carattere
astronomico per la Commedia.
Quando leggiamo nelle Cantiche il riferimento al Sole come Dio, tutto gira
intorno al sole come l’essere umano ruota attorno a Dio. Esseri umani e
universo.
In questa definizione si ritrova uno degli assunti fondamentali della Divina
Commedia.
Quando osserviamo la descrizione dell’universo astrofisico e lo
immaginiamo nel significato esistenziale dell’essere umano paragonandolo
al moto degli astri. Il grande ingegno del poeta si ritrova nel meticoloso
lavoro metrico che ne trascrive l’ideologia e la fede religiosa.
Versi e commento al testo.
Le ragioni dei Dante e la Cosmologia nelle Tre Cantiche; ritroviamo
nel componimento i versi da noi trascritti secondo le ragioni indicate.
Inferno
Canto IX Il messo celeste, 67-105
Il suo arrivo è preannunciato da Virgilio alla fine del Canto VIII, come tal
che per lui ne fia la terra aperta. Dopo aver ammonito i lettori a intendere
bene il senso dell'allegoria, Dante descrive l'arrivo del messo come un vento
impetuoso, che travolge alberi e rami. Il messo attraversa la palude Stigia con
le piante asciutte, facendo fuggire i dannati e rimuovendo con la mano dal
viso gli spessi vapori del pantano
non altrimenti fatto che d’un vento
impetuoso per li avversi ardori,
che fier la selva e sanz’alcun rattento
li rami schianta, abbatte e porta fori;
dinanzi polveroso va superbo,
e fa fuggir le fiere e li pastori.
Li occhi mi sciolse e disse: "Or drizza il nerbo
del viso su per quella schiuma antica
per indi ove quel fummo è più acerbo".
Come le rane innanzi a la nimica
biscia per l’acqua si dileguan tutte,
fin ch’a la terra ciascuna s’abbica,

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vid’io più di mille anime distrutte
fuggir così dinanzi ad un ch’al passo
passava Stige con le piante asciutte.
Dal volto rimovea quell’aere grasso,
menando la sinistra innanzi spesso;
e sol di quell’angoscia parea lasso.
Ben m’accorsi ch’elli era da ciel messo,
e volsimi al maestro; e quei fé segno
ch’i’ stessi queto ed inchinassi ad esso.
Ahi quanto mi parea pien di disdegno!
Venne a la porta e con una verghetta
l’aperse, che non v’ebbe alcun ritegno.
"O cacciati del ciel, gente dispetta",
cominciò elli in su l’orribil soglia,
"ond’esta oltracotanza in voi s’alletta?
Perché recalcitrate a quella voglia
a cui non puote il fin mai esser mozzo,
e che più volte v’ha cresciuta doglia?
Che giova ne le fata dar di cozzo?
Cerbero vostro, se ben vi ricorda,
ne porta ancor pelato il mento e ’l gozzo".
Poi si rivolse per la strada lorda,
e non fé motto a noi, ma fé sembiante
d’omo cui altra cura stringa e morda
che quella di colui che li è davante;
e noi movemmo i piedi inver’ la terra,
sicuri appresso le parole sante.
Già arrivava lungo le acque fangose dello Stige un gran frastuono, che faceva
paura, per cui entrambe le sponde tremavano, proprio come un vento
impetuoso che per le temperature contrarie colpisce la selva e senza alcun
riguardo schianta, abbatte e trascina via i rami; procede superbo tra la
polvere, facendo scappare belve e pastori

Centro Studi Cultura e Società Dialoghi poetici con Dante: Inferno - Pag. 9 a 52
Canto XXXIV, 109-117
Di là fosti cotanto quant’io scesi;
quand’io mi volsi, tu passasti ’l punto
al qual si traggon d’ogne parte i pesi.
E se’ or sotto l’emisperio giunto
ch’è contraposto a quel che la gran secca
coverchia, e sotto ’l cui colmo consunto
fu l’uom che nacque e visse sanza pecca;
tu haï i piedi in su picciola spera
che l’altra faccia fa de la Giudecca.
E lui a me: «Tu pensi ancora di essere al di là del centro della Terra, dove
io mi sono aggrappato al pelo dell'orrendo animale che guasta il mondo.
Tu sei stato di là finché io sono disceso; quando mi sono girato, tu hai
oltrepassato il punto verso il quale tendono tutti i pesi del mondo.
E ora sei giunto sotto l'emisfero (australe) che è opposto a quello (boreale)
che copre le terre emerse, e dove, sotto il punto più alto dell'emisfero celeste
(Gerusalemme), fu ucciso l'uomo (Gesù) che nacque e visse senza peccato:
tu hai i piedi su una piccola sfera che ha la faccia opposta nella Giudecca.
Qui è mattino, quando nell'altro emisfero è sera; e Lucifero, che col suo pelo
ci ha fatto da scala, è confitto esattamente come lo era prima.
Cadde giù dal cielo da questa parte e la terra, che prima emergeva dalle
acque nell'emisfero australe, per paura di lui si nascose sotto il mare e venne
nel nostro emisfero; e forse, per rifuggire da lui, quella che appare di qua
lasciò questo spazio vuoto e riemerse nell'emisfero australe (formando il
Purgatorio)».

Francesca RABAJOLI

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Dante e la commedia:
tra natura, vite, vino, paesaggio e campagna.
In occasione dei 700 anni della scomparsa di Dante Alighieri riportiamo un
approfondimento che lega il celeberrimo poeta all’ agricoltura e offriamo una
disamina sui versi in cui vengono evocati il vino, la vite, il bosco, il
paesaggio e la natura nella Divina Commedia; iniziamo dall’Inferno .
La Commedia dev'essere esaminata e studiata nella sua struttura tripartita,
altrimenti il senso globale del viaggio di Dante perde di motivazione.
Nell’Inferno Dante ha aperto gli occhi su tutto il male del mondo.
Il geniale, straordinario, immortale e meraviglioso Dante fu anche un attento
osservatore della natura oltre che dell’animo umano e della società. Dante
Alighieri (1265d.C. – 1321d.C.) nella Divina Commedia è riuscito a
conferire materia allo spirito, descrivendo sentimenti universali e
commentando l’indicibile sempre utilizzando una descrizione minuziosa.
Nel canto XIV dell’Inferno, Dante e il suo “Duca” procedono pensosi
quando, al volgere di una curva sul sentiero, vedono non molto distante una
folla di anime che si accalca attorno ad un albero ricco di frutti; in seguito
una voce proviene dall’albero esortandoli ad allontanarsi, essa – dice –
quell’albero discende direttamente dall’albero della conoscenza del bene e
del male, a cui morse Eva, e che si trova nel Paradiso terrestre.
Dopodiché la voce continua enunciando esempi di gola punita: il primo
esempio è tratto dalle “Metamorfosi” di Ovidio e racconta dei centauri che,
ebbri di vino, (ecco il riferimento alla bevanda diffusa fin dall’antichità)
tentarono di violentare le donne dei loro ospiti alla cena di nozze di Piritoo e
Ippodamia, e vennero, per questo ragione, in gran parte uccisi da Teseo. Si
tratta di creature del mito classico, umani fino alla cintola e col resto del
corpo equino; essi erano spesso raffigurati come cacciatori armati di arco e
frecce, ma anche come esseri collegati all'Oltretomba: infatti Virgilio li
colloca all'ingresso dell'Ade, nel libro VI dell'Eneide.
Dante li pone nel primo girone del VII Cerchio dell'Inferno, dove sono i
condannati i violenti contro il prossimo: i centauri devono saettare i dannati
immersi nel Flegetonte, qualora questi emergano più del dovuto. Sono
introdotti nel Canto XII, dove vengono nominati tre di loro: Chirone, figlio
di Crono e Filira, mitico precettore di Achille; Nesso, che si era invaghito di
Deianira e aveva tentato di rapirla, venendo ucciso da Ercole (prima di
morire il centauro aveva dato alla donna la tunica pregna di sangue

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avvelenato che poi avrebbe ucciso Ercole stesso - “fè si sè vendetta egli
stessa”); Folo, che alle nozze di Ippodamia e Piritoo tentò (ubriaco-ancora
una volta viene narrato un vino malvagio) di rapire la sposa e scatenò la
guerra coi Lapiti. Il vino compare in questi versi come fonte di perdita di
senno che induce a azioni nefaste e brutali. Anche in questi canti la sapienza
narrativa e l'equilibrio del racconto è grandioso, Dante prova un sentimento
di sensibilità e condivisione per le ingiustizie subite dai miseri e dagli afflitti.
Ed ora un riferimento all’uva, nel canto quarto dell’Inferno, Virgilio si
incammina subito lungo un erto sentiero, più stretto di un'apertura nella siepe
che il contadino talvolta serra con delle spine per proteggere l'uva matura
(uva che imbruna), e Dante lo segue. Lungo sentieri montani più ripidi e
impervi d'Italia si procede a piedi, ma qui è necessario aiutarsi con le ali del
desiderio, come infatti fa Dante che si adopera per seguire la sua guida.
Questa scena ha il sapore di una scena vissuta nella vita reale, per la
descrizione minuziosa e i dettagli concreti.
La sua visione delle acque, delle terre, del sole e delle stelle era strettamente
legata alla sua opera. Gli elementi del cosmo gli servono per narrare la sua
illuminata, immaginifica e immortale creazione, poiché le menti umane non
potrebbero comprendere l’abissale fascino senza l’ausilio del linguaggio
della natura.
All’inizio della Commedia il sommo poeta si trova perso in un luogo non
coltivato, aspro e forte , che incute indicibile paura, difficile da percorrere,
tutti gli elementi della figurazione della celeberrima "selva oscura",
dall'intrico delle piante al sonno che coglie il viandante, dal colle che si
intravvede oltre di essa alle fiere che bloccano l'ascesa verso il sole, sono
immagini tipiche della letteratura religiosa e morale del Medioevo, che, a sua
volta, traeva ispirazione dalla tradizione biblica sia dalla letteratura classica.
Il buio della selva rappresenta la perdita della ragione e del discernimento
insito nella possibilità di scegliere, e di prediligere il Bene assoluto cioè Dio.
Gli occhi sollevati verso il colle illuminato dal sole, sono la richiesta di aiuto
alla Grazia divina. La superbia e l’arroganza delle fiere, cui l'uomo, privo di
difesa e fortitudo e di guida non riesce ad opporsi, rappresentano, infine, la
pervicacia della suggestione infida del peccato.
Quindi il paesaggio non è delineato nè coltivato, l’eccelso Poeta
continuando ad attraversare i gironi infernali, ci descriverà poi anche terreni
e suoli incolti, piante cariche di spine e i boschi intricati e perigliosi.
Incontriamo Nesso che non è ancora tornato sull'altra sponda del Flegetonte,
quando Dante e Virgilio si incamminano per una orrida selva, in cui il

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fogliame è oscuro, i rami sono contorti e al posto dei frutti ci sono spine
velenose. L’uso della similitudine che ci riporta alla vita reale è molto
frequente nella immaginifica narrazione; questa volta Egli ci riporta ai luoghi
più selvaggi della Maremma che non hanno una boscaglia così aspra, qui non
potrebbero vivere nemmeno le bestie selvagge che odiano i terreni coltivati
della Maremma, mentre qui le Arpie nidificano tra gli alberi e hanno grandi
ali, visi umani e zampe artigliate, con cui producono lamenti tra le piante.
Virgilio spiega a Dante che si trova nel secondo girone del VII Cerchio, dove
la selva si estende sino al sabbione infuocato del girone seguente. Lo invita
poi a osservare attentamente ciò che si trova nel bosco, perché vedrà cose
incredibili anche solo sentirne parlare. Anche nel canto seguente nessuna
pianta riesce a prosperare e vi è una landa desolata e orrida.
Nello stesso periodo in cui Dante compone quest’opera immortale, Pier de’
Crescenzi scrive un trattato sull’Agricoltura in cui si parla di paesaggio
agrario e in cui vengono indicati tutti gli obblighi di chi coltiva la terra e si
presume che Dante ne fosse a conoscenza per le descrizioni accurate che ci
offre e data la sua immensa conoscenza in ogni ambito del sapere umano.
Ancora una volta ci imbattiamo in una illuminante similitudine che ha come
riferimento l’agricoltura: nel canto XXIV Dante è meravigliato nel vedere
Virgilio corrucciato - per le parole di Catalano - come il contadino che alla
fine dell'inverno si alza al mattino e vede la terra coperta di brina, la scambia
per neve ed è affranto, poi però comprende che la brina si è sciolta e,
rasserenato e rassicurato, esce contento a pascolare le bestie. Allo stesso
modo, infatti, il Maestro ha fatto preoccupare Dante che lo ha visto turbato,
ma non appena i due giungono alla rovina del ponte roccioso Virgilio si
rivolge al discepolo con la stessa dolcezza e affabilità dimostrata ai piedi del
colle. La similitudine dell'esordio paragona lo sgomento di Dante di fronte
al Maestro a quello del contadino che una mattina di fine inverno scambia la
brina per neve, disperandosi per i propri animali e subito dopo rincuorandosi
quando capisce di essere stato indotto in errore.
Ancora un riferimento al paesaggio: Dante ci permette di conoscere il
paesaggio dell’Urbe nei pressi di san Pietro, in modo preciso e dettagliato
nel canto XVIII dell’Inferno, i dettagli minuziosi fanno ipotizzare la reale
presenza del Poeta in occasione del Giubileo indetto da Bonifacio VIII nel
1300.
Al termine del suo racconto, alla fine del secondo canto dell’Iunferno, ancora
un legame con il mondo vegetale; ivi Virgilio si rivolge nuovamente a Dante
per spronarlo a superare i suoi dubbi. Ribadisce il fatto che tre donne

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benedette (Maria, Lucia e Beatrice stessa) lo sosterranno in Cielo, quindi
deve vincere la sua paura e riacquistare forza, vigore e coraggio. Le parole
di Virgilio hanno il loro effetto: Dante si rinvigorisce proprio come dei
fiorellini che il gelo notturno ha chiuso e che sono riaperti dal sole del
mattino. Ricorre di nuovo un riferimento alla natura, con l’utilizzo della
solita figura retorica, si evoca il sole che dà la vita alle piante tutte .
Alla luce del sole, si aggiunge quella delle lucciole che vede il contadino in
estate, “Quante lucciole vede giù nella valle il contadino che si riposa sulla
collina, quando il sole che rischiara il mondo tiene meno nascosta a noi la
sua faccia, quando la mosca lascia il posto alla zanzara, forse nel posto dove
egli vendemmia oppure ara: di altrettante fiammelle risplendeva tutta l'ottava
bolgia, come io vidi non appena fui là da dove il fondo era visibile".
In Dante vi sono anche molti richiami alla semente, il celeberrimo verso:
“Considerate la vostra semenza: “ fatti non foste a viver come bruti, ma per
seguir virtute e canoscenza”, viene pronunciato qui, da quell’eroe che da
sempre ha rappresentato la sete di conoscenza. Nelle parole di Ulisse è
compresa e insita tutta la passione spasmodica che l’uomo deve avere verso
la conoscenza, il progresso sussiste solo se l’essere umano è capace di vedere
e perseguire nella costante ricerca la vera missione della propria vita.
Questo discorso dovrebbe essere il faro che illumina la strada dell’umanità
che, nel buio di questi tempi di virus , deve riscoprire la sfolgorante bellezza,
la forza indomita , la straordinaria vitalità e il perenne coraggio della ricerca
senza fine della conoscenza.
Ancora un riferimento alla semenza quando nel canto terzo leggiamo ed
apprendiamo:” Bestemmiavano Dio e i loro genitori (lor parenti – lat.), tutta
l'umana specie (spezie) e il luogo, il tempo, gli antenati della loro stirpe e il
seme da cui erano stati generati ('l seme di lor semenza e di lor nascimenti).
I dannati bestemmiano e maledicono il giorno in cui sono nati, secondo i
modelli biblici di Giobbe e di Geremia; hanno un aspetto corporeo, in quanto
le pene che dovranno subire provocheranno in loro un terribile dolore fisico.
Dante, ricordiamo, da acuto osservatore e onnisciente in ogni ambito, e
quindi anche in ambito naturalistico, cita spesso piante non degne di nota o
sconosciute al maggior parte delle persone, come la verbena, la spelta, il
giunco, l’ortica, la gramigna, l’edera, il papiro o il lino.
Nella Divina Commedia la parola autunno compare una sola volta. Siamo
nel terzo canto dell’Inferno e Dante ha appena appreso chi sia Caronte, il
traghettatore di anime. Qui il poeta elargisce un’altra prova del suo genio
poetico. Per rendere l’idea dell’innumerevole schiera di dannati che, uno

Centro Studi Cultura e Società Dialoghi poetici con Dante: Inferno - Pag. 14 a 52
dopo l’altro, ubbidendo a uno impulso divino, si staccano dalla riva e
scivolano sulla barca di Caronte per attraversare l’Acheronte sceglie e ci
regala la splendida similitudine delle foglie. Le anime appaiono a Dante
come foglie che, assecondando il richiamo inesorabile della natura, si
staccano dal ramo cui sono inutilmente aggrappate. Andando così incontro
al loro destino inesorabile di morte per il naturale alternarsi delle stagioni.
Siamo in autunno, nella stagione che precede l’inverno e ci troviamo sulla
sponda del fiume maledetto, nel luogo che precede l’inferno. Poi, nell’aldilà
come nella vita terrena, il ciclo si ripeterà ancora. “Come d’autunno si levan
le foglie/l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo/vede a la terra tutte le sue
spoglie,/ similemente il mal seme d’Adamo/ gittansi di quel lito ad una ad
una,/ per cenni come augel per suo richiamo”.
La sensibilità ecologica che il grande autore ebbe non può essere intesa in
senso moderno; ricordiamo che soprattutto nell’Inferno e nel Purgatorio
molti dei suoi personaggi, alcuni tratti peculiari, presentano come sfondo, un
bosco, un prato, un albero, una pianta, uno stagno, un fiore. Il grande poeta
si accosta alla Natura con meraviglia, entusiasmo e grande spirito di
osservazione analitica. La selva, abbiamo visto, è oscura, selvaggia ed aspra
e la natura appare possente, forte e intatta; all’interno si possono immaginare
con la fantasia animali, erbe e alberi secolari: querce, faggi, abeti, frassini e
platani.
Dante a volte evidenzia anche certi aspetti positivi di alcune piante, tra le
quali anche alcune infestanti: il loglio, la gramigna, l'ortica, la festuca, il
giunco, il trifoglio, la cannuccia di palude ed altre.
Attraverso le citazioni di tali piante Dante, come sempre, in tutta la
Commedia, palesa un’ottima conoscenza degli autori classici che le hanno in
precedenza utilizzate nelle loro opere , con dovizia di particolari botanici
narrando anche i legami con gli autori del passato e il Mito.
La spelta, una specie di grano, e la verbena, una pianta erbacea con fusto
rigido, vengono riportate, ad esempio, da Pier delle Vigne nel canto XIII
dell’Inferno, per spiegare la metamorfosi delle anime dei suicidi in alberi ;si
narra il cambiamento delle anime del suo girone che divengono alberi:
l’anima cade casualmente nella selva, come un seme, senza avere la
possibilità di preferire un luogo rispetto ad un altro. All’inizio nasce e
germoglia come la spelta (una graminacea) con qualche fogliolina, poi si
innalza e cresce come la verbena (una pianta da foraggio con stelo più
rigido), a cespuglio, e alla fine si trasforma in pianta da bosco, come in
particolare è lui: un «pruno».

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Noi spesso, su influenza evangelica, consideriamo il loglio come un qualcosa
di negativo, da bruciare e eliminare. Invece per Dante il primo utilizzo è
quello di dare cibo con i suoi semi agli uccelli, in particolare alle colombe.
Solo successivamente ne vede l’aspetto negativo in altro contesto.
Ricordiamo che il loglio è Pianta erbacea delle Graminacee - Lolium
temulentum- , detta anche zizzania, infestante le colture di cereali è simbolo
della malvagità e della discordia endemica, per influsso della nota parabola
evangelica. Oppure citiamo il giunco, pianta inutile, ma che in certi contesti
assume un alto valore simbolico. Non viene distrutto dalla piena del fiume,
ma solo raccolto per un fine superiore .
La festuca, un’erba da pascolo, quando si tramuta in secco stelo, viene usata
per realizzare un paragone con i dannati congelati nel ghiaccio del Cocito,
siamo nel canto XXXIV dell’Inferno, all’ingresso nella quarta zona di
Cocito, la Giudecca dove sono puniti i traditori dei benefattori e leggiamo”.
Già era, e con paura il metto in metro/là dove l’ombre tutte eran coperte/e
trasparien come festuca in vetro”. Dante vede i dannati interamente
imprigionati nel ghiaccio, da cui traspaiono come pagliuzze nel vetro: alcuni
sono rivolti verso il basso, altri verso l'alto con la testa o i piedi, altri ancora
sono avviluppati su se stessi.
Ricordiamo che sulle attività agricole, sugli animali e sulle piante coltivate
il poeta scrisse, come per ogni argomento trattato nelle tre cantiche, versi
immortali e ci regala immagini stupende come quella evocativa del Mincio
che uscendo dal Garda scorre in mezzo ai ‘verdi paschi’ (inferno canto XX);
altri versi richiamano le brinate dell’inverno, quando il contadino (‘lo
villanello a cui la roba manca’) si abbatte sino a quando il calore del sole non
dissipa il biancore steso sulla campagna (si leva, e guarda, e vede la
campagna biancheggiar tutta) ed egli, col suo bastoncello di salice, può
finalmente fare uscire il gregge al pascolo (veggendo ’l mondo aver cangiata
faccia in poco d’ora, e prende suo vincastro/e fuor le pecorelle a pascer
caccia. - Inferno canto XXIV )
Ed ora analizziamo il paesaggio in Dante e lo spazio. Lo spazio dell’Inferno
è contraddistinto dalla chiusura oppressiva, dalla mancanza di luce, dallo
stravolgimento degli elementi naturali. Emblematica è la visione della selva
che, partendo da quella oscura del proemio, arriva alla deformazione della
selva dei suicidi, una deformazione non semplicemente presentata dalle
figure di alberi-uomo, ma sottolineata dal poeta attraverso l’insistenza sulla
contrapposizione innaturale di colori, forme e vitalità. A volte vi sono
paragoni con paesaggi terrestri e comunque il buio è angosciante e

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terrorizzante, la natura non ha ovviamente le condizioni in origine volute da
Dio, si precipita verso il basso in una landa sempre più desolata e il senso del
tragico pervade ogni ambito spaziale.

Silvia SARZANINI

Dante e la politica.
Ciacco canto VI e Pier delle Vigne canto XIII
Il pensiero politico dantesco è strettamente legato alla sua vita, all’aver
svolto a Firenze politica attiva nella fazione “bianca” dei Guelfi, al profondo
dolore che provò quando dovette subire l’umiliazione dell’esilio .
Egli pone in essere riflessioni di ordine politico non solo nella Commedia
ma anche negli altri trattati da lui pensati e realizzati - Monarchia e Convivio
e in alcune lettere.
Il sommo Poeta è fautore della divisione che dovrebbe sussistere tra il potere
temporale e il potere spirituale ( cita la cosiddetta “teoria dei due soli”, nel
terzo libro nel Monarchia).
Dante attribuisce all’ istituzione imperiale un valore universale che promana
dal fatto di poter essere un giudice imparziale, proprio perché unico potere
al di sopra di tutto e tutti, con la capacità di riportare l’armonia e la giustizia
tra i popoli; anche Virgilio nell’Eneide aveva attribuito a Roma un valore
provvidenziale ed anche Dante si rifà a questa teoria .
Il presente storico a lui coevo è per Dante pieno di corruzione, faziosità,
violenza, avidità e divampano l’odio le lotte intestine e, quindi, cerca di
vagheggiare un’epoca felice sulla Terra proprio grazie alla divisione dei
poteri.
Nelle tre cantiche della commedia nei canti sesti viene approfondito, con
ancora maggiore attenzione, il tema politico di cui sicuramente vi è traccia
in tutto il poema attraverso la rievocazione di singoli personaggi o la storia
di singole città.
Siamo nel III Cerchio del VI Canto dell’Inferno in cui pone i Golosi; incontra
Ciacco che così si palesa “Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:/per la dannosa
colpa de la gola,/come tu vedi, a la pioggia mi fiacco”.

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Dante è molto ansioso di porre domande su Firenze, è angosciato sull’esito
delle lotte politiche e sulle discordie interne e sulla situazione ormai
degenerata e drammatica come emerge dalle parole del suo interlocutore (Ed
elli a me: "La tua città, ch’è piena/d’invidia sì che già trabocca il sacco,) e
anche sulla loro motivazione (Superbia, invidia e avarizia sono/le tre faville
c’hanno i cuori accesi – risponde Ciacco al quesito); vorrebbe sapere se
esistano cittadini giusti (Giusti son due, e non vi sono intesi - afferma Ciacco
aggiungendo che non sono ascoltati). Si è ipotizzato da parte della critica
letteraria che i due giusti fossero Dante stesso e Guido Cavalcanti o Dino
Compagni.
In tre terzine viene così tratteggiata infatti la storia della città di Firenze e
l’avvicendarsi al potere della parte Bianca, guidata dai Cerchi, e della parte
Nera, con a capo i Donati; “E quelli a me: Dopo lunga tencione | verranno al
sangue, e la parte selvaggia | caccerà l’altra con molta offensione “.
Ora ricordiamo una figura che ricoprì incarichi politici citata nel Canto XIII;
ci troviamo nel VII cerchio dell’Inferno, posto in cui trovano la punizione i
violenti, in particolare, nel secondo girone, scontano la pena loro inflitta i
suicidi, in quanto si macchiarono della colpa di essere stati violenti contro se
stessi.
Fin dallo studio della Divina commedia negli anni del liceo, poi approfondita
durante il percorso universitario, mi colpì profondamente questa figura molto
complessa e piena di articolate sfaccettature. Destò la mia attenzione, fino a
procurarmi un senso di angoscia, l’oscurità di questo bosco tenebroso, senza
sentieri; le piante sono scure, prive di frutti; i rami sono aggrovigliati e
coperti di spine avvelenate, solo le arpie possono nidificare: esse sono
creature mitologiche che destano orrore e indicibile paura, possiedono viso
umano e corpo di uccello e pare di udire i loro agghiaccianti e sinistri
lamenti.
È un posto orrido e terribile e Dante ipotizza che i dannati siano nascosti fra
i rovi, non vedendoli, ma quando rompe il ramo di un grande arbusto, dalla
pianta sgorga sangue scuro, accompagnato dal famoso grido e lamento:
«Perché mi schiante? Perché mi scerpi?/non hai tu spirto di pietade alcuno?
».
Chi proferisce parola dopo aver sentito un così atroce dolore è Pier delle
Vigne (o della Vigna); egli fu originario di Capua, dotato di indole molto
versatile nella sua vita terrena in quanto fu politico, giurista, scrittore e
letterato, vissuto alla corte di Federico II (detto“stupor mundi” per la sua
poliedrica personalità). Questo illustre politico diede il suo fondamentale

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contributo per la redazione della Costituzione di Menfi, svolse rilevanti
missioni diplomatiche, diramò importanti circolari, leggi e lettere per conto
dell’Imperatore , infatti ottenne la nomina di capo della cancelleria e nel 1239
di Logoteta del Regno di Sicilia; poi improvvisamente cadde in disgrazia, fu
atrocemente torturato ed accecato e la sua morte fu avvolta nel mistero
L’immagine dell’albero che pronuncia parole e sanguina è di virgiliana
memoria, si rifà all’Eneide di Virgilio ed in particolare al libro III,
all’episodio in cui Enea, per costruire un altare, rompe alcuni rami a una
pianta; dal legno fuoriescono il sangue e si ode la voce di Polidoro, figlio di
Priamo.
Il racconto di Pier delle Vigne diviene struggente e doloroso, (come ci
ricorda Francesca nel celeberrimo verso del canto V “Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice nella miseria.“), perché si rifà a momenti
gloriosi, a quando era all’apice del successo grazie alla autorevolezza di cui
godeva presso Federico II; egli fu l’unico confidente ascoltato e stimato da
Federico II, colui che teneva entrambe le chiavi del suo cuore, quella della
clemenza e quella della condanna “Io son colui che tenni ambo le chiavi/del
cor di Federigo, e che le volsi,/serrando e diserrando “.
Il fatto di essere così apprezzato dall’Imperatore scatenò un’ acerrima
invidia e infide gelosie da parte cortigiani che l’accusarono di tradimento.
Pare che Federico II giunse a definirlo “proditor”, traditore, ma il sommo
Poeta respinse indirettamente l’accezione di traditore, infatti questa categoria
è posta nel IX cerchio.
L’ eloquio che dispiega Pier delle Vigne è alto, complesso, articolato, proprio
perché in vita ricoprì importanti cariche e fu un illustre letterato e si nota un
grande ricorso alle figure retoriche e alle espressioni legate alla caccia, molto
in voga alla corte di Sicilia.
Il pensiero di Dante è quanto mai attuale soprattutto per quanto riguarda le
lotte politiche divisive , l’uso distorto della verità, l’acrimonia, le rivalità e
la malevolenza ma non possiamo non pensare all’Italia migliore, a coloro
che tutti i giorni in silenzio, senza voler assurgere all’onore delle cronache,
compiono con orgoglio il proprio dovere di cittadini.

Silvia SARZANINI

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Kologrivova e Dante:
Liricità onomatopeica del sogno trecentesco
1. Prefazione
Il dettaglio stilistico che emerge in assoluto dall’analisi testuale della
trasposizione in prosa russa dell’Inferno dantesco, opera del 1842
intitolata “ AD’ “, è essenzialmente l’incomparabile vivezza con cui
l’autrice ottocentesca, Elizaveta Vasil’evna KOLOGRIVOVA
(1809-1884), originaria del governatorato di Tula e pietroburghese
di adozione, utilizzando una traduzione coerente e semplice, ma
accorta e precisa, condita dalla notevole liricità espressiva, riesce a
realizzare un’opera del tutto fluida e sobria, originale e unica. La
considerevole preparazione linguistica dell’autrice, saccente ed
erudita, appassionata di letteratura italiana, trasforma le terzine della
Commedia dantesca in un elegante e straordinario esercizio
filologico di stampo figurativo, nulla a che vedere con le moderne e
scarne traduzioni istantanee del troppo efficiente “Google
Traduttore”, che abitua l’utente a trasformare l’idioma polivalente e
variegato, in accozzaglia di vocaboli accostati per inerzia, sortendo
una traduzione il più delle volte, piatta e banale, esasperatamente
letterale e tristemente inespressiva, quantomai sterile e inefficace.
2. Canto Primo – Pesn’ Pervaja
Partendo da quello che è l’esordio più famoso e recitato al mondo,
si percepisce immediatamente l’enfasi della narrazione, che assume
carattere dominante, soprattutto nella prima terzina, dove lo stile
curato trasmette direttamente la solennità dichiarativa dei versi
stessi:
“Nel mezzo del cammino dell’umana vita, io mi ritrovai in una
foresta impenetrabile: la traccia della diritta strada era perduta.
(vv.1-3)
“Non so come arrivai in questa giungla – gli occhi erano così avviliti
dal sonno in quel momento, quando io smarrii la veritiera via.
(vv.10-12)
“E così la mia anima timida e fuggitiva, si guardò indietro, per
gettare uno sguardo, ancora una volta, sul terribile cammino, che
nessuna anima viva aveva lasciato dietro di sé. (vv.25-27)

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Del tutto rilevante, la trasposizione della terzina 64-66, sia per la
mistica intensità accentuata dalla pia preghiera, sia per l’esclamativo
finale, tratto caratteristico della prosa kologrivoviana:
“Avendo visto quegli in mezzo al terrificante deserto, io esclamai: -
Abbi pietà, chiunque tu sia, vivo oppure solo spettro di viva persona,
abbi pietà di me!”
3. Canto Terzo – Pesn’ Tret’ja --- Canto Quarto – Pesn’ Cetvërtaja
Particolare attenzione meritano le esclamazioni di Kologrivova,
dettaglio interessante del carattere romantico di questa traduttrice
accorta e precisa. Dall’analisi della prima terzina del Canto III,
emerge immediatamente questa originale scelta stilistica, tesa
soprattutto ad accentuare il tono colloquiale della narrazione di per
sé cattedratica, che accorcia notevolmente la distanza col lettore,
anche quello un po' più sprovveduto:
“Io sono il primo anello della catena della creazione; quanto a me,
esistono solo eterni principi, e anche il mio principio è l’eternità!
Dietro di me, non c’è speranza! (vv.7-9,III)
“Il mondo si è dimenticato di loro; per essi, non c’è misericordia, né
punizione – la loro sorte è il disprezzo. Ma perché parlare di loro?
Getta uno sguardo e va’ avanti. (v.49-51,III)
“Per queste parole, un profondo dolore strinse il mio cuore: qui
soffrivano uomini di alto pregio nell’incertezza della futura sorte!
(v.43-45,IV)
4. Canto Quinto – Pesn’ Pjataja
Impossibile evitare di prendere in considerazione il famosissimo
Canto Quinto, dove si narra la più triste e tragica storia d’amore di
tutti i tempi, quella di Paolo e Francesca, gli amanti per eccellenza,
assassinati perché colti sul fatto e condannati alla pena eterna. In
questa analisi, emerge un tratto essenziale della stilistica
kologrivoviana: l’uso estremamente ad arte dell’onomatopea come
mezzo espressivo per rendere maggiormente la terrificante tragicità
della condanna, soprattutto attraverso la musicalità dei fonemi Z –Z-
-- S -S, che esprimono fin dai primi versi, l’orrore della figura del
boia:

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“Là troneggia il feroce Minosse e stridendo i denti, ascolta la
confessione dei peccatori entranti e proferisce il giudizio e il
tormento meritato. (vv.4-6,V)
Allo stesso modo, la nostra attempata traduttrice, rende l’assoluta
potenza della passione nel verso più recitato al mondo:
“ Amore – irresistibile chiamata dell’anima verso un’altra anima …
(vv.103,V)
E infine, intervenendo in quella che è la sua propria dissertazione
dantesca, si prende carico di interagire col lettore a difesa della
sventurata Francesca, nuovamente attraverso lo stratagemma
dell’esclamazione, unendolo all’effetto onomatopeico della
linguistica:
“… Il fascino di questa bellezza terrestre, che mi tolsero – e come
brutalmente mi tolsero!(vv102-103,V)
Il risultato finale di queste terzine in prosa è l’esatto identikit di
invincibile determinatezza del desiderio amoroso che guidò gli
amanti in vita, ma che continua a sostenerli dopo la morte, la potenza
della passione come “irresistibile chiamata”.
5. Conclusione
Dante e Kologrivova, Trecento e Ottocento, presente e futuro in un
passato di grande intensità letteraria: entrambi, artisti dal carattere
innovativo e dallo stile variegato, antesignani di una modernità
annunciata, tanto nella poesia quanto nella prosa…. Maestri
illuminati di narrativa e narrazione, cronisti perfetti dell’esistenza
umana e osservatori peculiari di caratteri e forme. Nulla da
aggiungere e nulla da sottrarre in entrambi i casi: semplicemente,
l’estremo piacere di farsi prendere per mano e lasciarsi trasportare
nello straordinario di un mondo ordinario!

Daniela M.A. Giacomet

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L’esilio

Il 10 marzo del 1302 Dante Alighieri viene esiliato da Firenze. “Alighieri Dante
è condannato per baratteria, frode, falsità, dolo, malizia, inique pratiche
estorsive, proventi illeciti, pederastia, e lo si condanna a 5.000 fiorini di multa,
interdizione perpetua dai pubblici uffici, esilio perpetuo (in contumacia) e se lo
si prende, al rogo, così che muoia”.

Andar non vuole


Cade la lacrima a pena sul volto
che lo sguardo volge all’orizzonte
a salutare il luogo in cui è nato
nella ruga che grigia fa la fronte.
E par che il passo spinga al ponte
che lontano condurrà l’uomo colto
a ricercar consiglio di corte in corte
fino al campanile che lo ha accolto.
Resta il tempo a rammentar eterno
quell’amore greve di lode e virtù
che lo indusse a celebrar col canto
peccati umani, aspri dolor d’avanzo
e il pentimento che spesso tardo fu
al motor dei cieli, di tutto il perno.
Luisa DI FRANCESCO

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L’inferno

Canto II
“O muse, o alto ingegno, or m’aiutate; / o mente che scrivesti ciò ch’io vidi, / qui si
parrà la tua nobilitate.” (7-9)

Dante invoca le muse


Mentre il giorno se ne va
entra Dante a capofitto
nel viaggio esplorativo
che la mente gli suggerisce
per trovare quiete e riposo
nel suo errare di vagabondo
mentre l’incipiente oscurità
toglie visione di movimento
di uomini e animali
vaganti sulla terra.
Lui, come pellegrino errante,
s’addentra nell’oscura selva
pronto a combattere
la sua personale intima guerra
per liberarsi da quelle passioni
che occupano la sua memoria.
Chiede il divin Poeta,
ispirazione alle Muse
per l’ardua impresa
per cui si accinge lasciare
indelebile segno ai posteri
del suo passaggio

Centro Studi Cultura e Società Dialoghi poetici con Dante: Inferno - Pag. 26 a 52
nell’infermale viaggio
in lotta per la libertà.

Gianna COSTA

Canto III
“Per me si va ne la città dolente, / Per me si va ne l’etterno dolore / Per me si va tra
la perduta gente” (1-3)

Inferno del 3° millennio


“Per mi si va nella città fetente,
per me si va nell’eterno fetore,
per me si va nel mondo puzzolente.
Monnezza mosse già il mio costruttore,
l’aria è pessima che voi respirate,
l’ingresso è qui, dell’inceneritore:
tappate bene il naso o voi ch’entrate.”
Queste parole, scritte in grigio scuro,
io vidi, minacciose, riportate
su una porta, nel mezzo all’alto muro.
Allor dissi al compagno ch’era meco:
“Non ce la fo, che il loco è troppo duro,
dunque, Virgilio, sai cosa ti dico?
riprendiamo la nostra bicicletta
corriamo via veloci, caro amico.“
E lasciammo quel posto in tutta fretta.
Stefano BORGOGNI

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“Queste parole di colore oscuro / vid’io scritte al sommo d’una porta; / per ch’io:
Maestro, il senso lor m’è duro” (10-12)

“Lasciate ogni speranza voi ch’entrate”


“Lasciate ogni speranza voi ch’entrate”
O anime dannate
tre fiere cantate
tre di versi metro in rima
in tre cantiche in terzina
del poema il fonema
incastonato in sillaba una ad una
uno e trino endecasillabo
l’esercizio di parola
O Divino epiteto
non tragedia ma Commedia
di Infernale patimento
ed oscuro smarrimento
Un cammin di vita
dal passato dove il verso si traduce
con Virgilio, che sia guida per gli umani
del peccato condannato
è l’Inferno che presenta
la penna del sommo poeta
Dante sognante
O anime senza eterna salvezza
l’infernale demone traghettatore
a strumento retorico di poetico metro
immerso in un forte fetore e di fango il calore

Francesca RABAJOLI

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“Ed ecco verso noi venir per nave / un vecchio, bianco per antico pelo, / gridando:
Guai a voi anime prave!” (82-84)

Caronte
Eterno,
l'oscuro m'avvolge
in quest'immane teatro,
dove scivolo nell'acqua
che pure è oscura,
par non essere.
Neppure
un esile batter d'ali
o il più misero scrosciare,
mai si avvertono
in quest'arida trama
del ciò che non è.
Navigo
da un molo all'altro
dell'ara che m'è concessa,
per accompagnar coloro
che risponder debbono
al mesto appello.
Sterile,
talvolta un miraggio
par covare un'illusione,
ma tutto è vano
in quest'acqua perpetua
che riflessi non ha.
Misero,
di penare mai cesso
in quest'infinito girone

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del compito che m'è dato,
portar le anime all'oblio
per una sola moneta.

Andrea CIUTI

“Caron dimonio, con occhi di bragia, / loro accennando, tutte le raccoglie; / batte
col remo qualunque s'adagia.” (109-111)

Un novello Caronte
Osservo dalla spiaggetta il defluire
dell’anime sulla riviera d’Acheronte:
molto sovente scorgo scomparire
la barca d’un nocchiero ch’è Caronte
che va a trasbordare anime dannate
mentre il sudore bagna la sua fronte.
Possiamo scorger genti condannate
che con viltà tanto hanno operato:
con modi abbietti spesso bidonate;
nel peggior modo hanno continuato
quell’esistenza senza redenzione
non rispettando i sensi del peccato
senza sentir vergogna nell’azione
che li portasse a veri pentimenti:
quasi a rincorrer tanta perdizione.
Lo scorrer d’anni senza sentimenti
porta a veder lo stesso traghettare;
ciò fa scorger l’arrivo de’ momenti

Centro Studi Cultura e Società Dialoghi poetici con Dante: Inferno - Pag. 30 a 52
con volti che non sai dimenticare;
così da quel giorno nient’è cambiato:
tanta viltà torna a imperversare.
Si staglia chiaro il volto del passato
che Padre Dante un di ha descritto:
va a presentarsi quasi com’è stato!
Forse quel pensar oggi va riscritto
da quel divulgar costruire il ponte
basterà lanciar un novello editto:
vedo il fiume: passa ancor Caronte!
(I vili, tanto osteggiati da Dante Alighieri, proseguono la loro attività, ancora
oggi, senza soluzione di continuità: è un virus che neppure l’effetto dello
scorrere del tempo è riuscito a debellare! È il mio umile e dovuto omaggio
a Dante Alighieri! –Per onorare, magari indegnamente, il sommo poeta,
a 700 anni dalla sua morte!)

Attilio ROSSI

Canto IV
“Andiam, chè la via lunga ne sospigne. / Così si mise e così mi fé intrare / nel primo
cerchio che l’abisso cigne” (22-24)

Il Limbo
Tema trattato a cura di Angelica LUBRANO

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Canto V
“Elena vedi, per cui tanto reo / tempo si volse, e vedi ‘l grande Achille, / che con
amore al fine combatteo” (64-66)

Bufere
(Personaggi femminili in 5 haiku, dimensione verticale)

Semiramide
regina lussuriosa
Bufera avvolge
Arse Didone
per tragica passione
Anima spenta
Va Cleopatra
sconfitta per amore
Scossa dal vento
La bella Elena
dai popoli contesa
Vaga nel pianto
Vola Francesca
con le ali d'amore
Nell'aria buia

Gabriella MOCAFICO

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“L’altra è colei che s’ancise amorosa, / e ruppe fede al cener di Sicheo” (61-62)

Dido
E nella bufera come di marosi a flutti
che li mena a rotear senza posa
per espiar l’amore di cui furon lutti
giunge la schiera di rei da peccato mossi.
Ne guida il vorticar fremente
Cleopatra e di presso, a lei poco discosta,
Didone, splendida regina d’Oriente
protettrice di Enea e quella stirpe
che accolse generosa, dalle onde spinte.
Dido, che nel cor avea ancor Sicheo,
al giovane offre rifugio ed il suo seno
perduta in quell’amore che bramava
di unir la carne sua a quella troiana.
La forza indomita di donna innamorata
non può fermare ciò che ha decreto il fato
e far suo l’uomo che il mare ha consegnato
opporsi a Mercurio, che l’Olimpo ha inviato
a rammentar il compito, in terra diversa
a lui destinato.
Così salpa di notte coi suoi compagni
vile, si sottrae agli abbracci
e, quando la regina le vele scorge spiegate a prua,
a quel dolor non può che opporre la mano sua
e trafigger di spada il suo cuore innamorato
affinché la sorte che ha segnato la storia
non vinca anche sulla volontà fiera
di essere amante e donna vera
che non teme la morte ovunque porti
l’anima sua, fin negli inferi nascosti.

Centro Studi Cultura e Società Dialoghi poetici con Dante: Inferno - Pag. 33 a 52
Perché a tutti sia dato ricordo
di quell’onore che nel vagar non riposa
l’ardore di cui fu ancella e sposa.

Luisa DI FRANCESCO

“I’ cominciai: Poeta, volentieri / parlerei a quei due che ‘nsieme vanno, / e paion sì
al vento esser leggieri” (73-75)

Francesca: lettere d’amore immaginarie a Paolo


Prologo
Trafitti d’azzurro e di nuvole
ballammo sul soffitto.
Frattura di sale la strada.
Piange il multiverso
in qualche dove la fine
di una stella. E la mia voce
implode
1
Vorrei sorprenderti in un aeroporto
in una stazione di campagna
in una camera d’albergo su un tatami
o qui ora
su quest’isola museo.
Raccontarti di un libro e tracciare il quadro
a occhi chiusi.
Contare i ragni per la strada
scalare le tue gambe lunghe
e ridere insieme dei miei piedi piccoli.

Centro Studi Cultura e Società Dialoghi poetici con Dante: Inferno - Pag. 34 a 52
Ti parlerei dei massimi sistemi
del tempo dello spazio della serie delle cifre
senza fine.
Vorrei tornare al mondo misurando
lo spazio sconfinato tra le cellule
e aspettare l’alba sulla stessa pagina
senza più parole.
2
Mi porgi una fragola. La sento
ingorda sulla lingua.
La stringo tra le labbra e d’improvviso
è nulla la distanza della pelle.
O forse invece è fatta d’infiniti punti
di spazio planetario - isomero
dell’infinitamente piccolo di cellule
E mai ti toccherò.
È un fotone il pensiero
e piega lo spazio.
3
ci vuole coraggio per vivere nudi
senza pelle trasparenti
al dileggio strisciante del giudizio
ci vuole coraggio o forse la follia
dei saggi e dei bambini
per infrangere il geode
e lasciare che brilli del chiarore dei cristalli
ma siamo seri noi e responsabili
restiamo quindi e custodiamo nel silenzio
questa sfera questo amore
a rate con la data di scadenza.

Centro Studi Cultura e Società Dialoghi poetici con Dante: Inferno - Pag. 35 a 52
4
Dove si compiono le mie labbra
il tuo sorriso. Dove terminano le tue dita
la mia pelle. Non so e non importa
chi di noi sia bocca che bacia per prima.
Il bacio è ora. Ancora l’ultimo
e poi un altro. Un morso disperato
prima che sia fine.
Siamo vivi ora. In questo tempo
di parole fiume (le tue, le prime)
e del mio silenzio.
È questo l’istante in cui esisti
ed esisto - con gli occhi negli occhi -
e si ripete in eterno in tutti gli universi
un balenio di stelle e di carta sottile
mangiata dal tempo
e dopo più niente e dopo
più niente.
5
Guarda, si fa giorno. Non andare
Non ancora. Ancora cantami la voce degli dei.
Il dardo d’oro luminoso che spezza l’arco
rosso della schiena.
Resta, non andare. La preghiera della notte
Ancora echeggia nelle stanze del tempio
E nei cortili.
La luce è ancora dietro la collina. Ancora
non ferisce. È ancora porpora
la notte E accende il cielo rosso
e accarezza i tetti
E le ginestre.

Centro Studi Cultura e Società Dialoghi poetici con Dante: Inferno - Pag. 36 a 52
Buongiorno e buonanotte ancora
Ancora all’infinito
E sono qui nel vento zafferano che danza
Sulla pelle e penetra la cellula
6
Forse non ci salva questa cosa
mitica e poetica
ma ci squassa e ci fa mare
luce foglie fuoco
e poi mani e corpi e carne.
Assoluti e transeunti.
Lo spazio di una notte liquida
di incroci e geometrie di gambe occhi
e lingue soffocate.
All’alba avremo solo un ramo e i gatti
e parole come fiume per cantare l’illusione
d’infinito.
Lasciami il sogno non ancora morto
e il rosso dei sorrisi e dei mirtilli.
Risposta Paolo
Oltre l’Acheronte
Non peccammo quando ci scoprimmo
essenza e paradosso nello specchio.
Eppure senza colpe condannati siamo
Sull’orlo tormentato dell’attesa
Sospesi tra la notte e il sole
Esclusi, non risolti
E sempre siamo fiume in piena
carne densa ancora
Siamo nomi e anelli e atomi di luce
Finale

Centro Studi Cultura e Società Dialoghi poetici con Dante: Inferno - Pag. 37 a 52
Sì, ti aspetto ancora al di là del fiume
e al di qua della ragione
Abitiamo lo spazio chiaro azzurro
delle mani al di là delle parole
già dette e lise
prima che tu nascessi.
E tu aspettami al di là del tempo
aspetta che io ritorni nella danza
di un fotone, nel lampo di un’iride
che per caso d’oro ti trafigge
senza carne nel vento
o incarnata nelle fronde del tuo albero
nell’oscena imperfezione dell’amore.
(Possibile Extra)
Amplificano e moltiplicano la voglia
d’infinito gli amori nuovi appena nati
e trattengono il bacio tra le dita
danzando sui segreti e le illusioni.
Si nutrono della parola ancora.
Viviamo oggi il giorno e l’ora
l’incognita del ragno e della tela
scalzi a piedi nudi.
(e aspettiamo che il domani trasparente
ricopra di fiori la mancanza.)

Lucilla TRAPAZZO
NdA. Francesca – lettere d’amore immaginarie a Paolo, un po’ performance
teatrale un po’ lettura di poesia, si sviluppa in un dialogo tra parola scritta e
musica, tra silenzi e gestualità. Francesca, attraverso una serie di poesie-lettere
d’amore scritte da Lucilla Trapazzo, ripercorre l’arco della storia con Paolo.
Come nel Canto V dell’Inferno, è solo Francesca ad avere la parola, la voce di
Paolo viene invece affidata alle note di Ermanno Dodaro, che le danzano
attorno, la vestono.

Centro Studi Cultura e Società Dialoghi poetici con Dante: Inferno - Pag. 38 a 52
“Amor, ch’a nullo amato amar perdona / mi prese del costui piacer sì forte / che,
come vedi, ancor non m’abbandona” (103-105)

Nel buio della notte


C'era una voce
che guidava i pensieri?
Nel buio della notte.
Qualcosa
ha illuminato i sentieri,
che nella penombra
mi pregavano
di alleggerire la mira
per non colpire
subito il bersaglio.
L'illusione
è il divertimento dei deboli
l'angoscia degli sconfitti,
esonerati dal cielo
e pronti a rubare
la mela al vicino.
Lascia a loro
quella col serpente,
tanto prima che
capiscono il tranello
hanno fatto in tempo
a mangiarne altre 100.
Da lontano
lei mi chiama
pronta per fare l’amore,
con un sorriso sognatore
che racconta vita.
Io gli chiederò

Centro Studi Cultura e Società Dialoghi poetici con Dante: Inferno - Pag. 39 a 52
con sguardo incantato:
'Che dolce sogno candido
vive nel tuo letto?'.
‘Nessun tranello,
solo amore immenso,
lei decisa ribatterà'.
‘Allora dolcezza,
potrò restare
ad ammirare i tuoi occhi?
Ma se diranno una bugia scappa via,
che io non ho visto niente
e per tutto il mio viaggio
non ho chiesto spiegazione'.
Con impazienza
l'uomo-artista continuò a dire:
' Andiamo via
verso nuovi mondi,
ma non chiedere a me dei resoconti,
hai due occhi
e due mani da usare,
se riesci prova a volare!
Non ti chiederò
che tranello gela nel tuo letto,
la tua infinita grazia e purezza
non lascia al mio cuore
il tempo per pensare male.
Lasciamo la mente
per stanotte
fino a quando
vuole la sorte,
perché il nostro amore
sarà più forte,
se non prevedi la caduta

Centro Studi Cultura e Società Dialoghi poetici con Dante: Inferno - Pag. 40 a 52
e ti affidi al cuore'.
Nel buio della notte
abbiamo contemplato
la vita e la morte,
ma c'è tempo per morire
l'emozione deve ancora finire.
Nella vita c'è la farsa,
ma il nostro amore è vita.
Vestiamoci ancora d’illusioni,
mettiamo le mani sull'amore
con il rischio di subire gravi ustioni,
tentiamo un'altra volta.
Viviamo ancora una volta
questo rischio accecante
non c'è causa o effetto,
basta solo l’intenzione.
Rimarranno nelle mie mani
e nella nostra mente
le sublimi parole
che non ti ho mai espresso.
Mia dolce ispiratrice,
saranno inchiostro
per i miei occhi.
Lasciamo sia così...

Alessandro MANNINA

Centro Studi Cultura e Società Dialoghi poetici con Dante: Inferno - Pag. 41 a 52
Amore impossibile
Oh Beatrice,
Mio Amore Grande e Unico,
Dolce Stilnovo per il Cuore
Purezza e Grazia Immensa.
Tu Beatrice,
Bella e Radiosa Dentro e Fuori
Con Grazia Innata e Angelica
Sei la mia giornata di sole
Dentro la Tempesta,
Il mio Unico Raggio di Luce
Dentro il grigiore della Vita.
Amore Prepotente
che Prende a pugni il Cuore,
Tu Passione
e Purezza Incantata
vieni ad addolcire
il mio Sogno Amoroso.
Amore Sottovoce,
Amore Maledetto,
che dipinge di Alloro
la mia Anima Incredula
Inebriata di noi.
Ti aspetto
nel nostro letto di Rose Bianche,
non tardare troppo
non Straziare il Cuore del Poeta
Folle di Amore per Te.
Oh Beatrice,
Occhi Puri di Maestosa Ingenuità,
Fiore che fa Ardere
la mia Passione

Centro Studi Cultura e Società Dialoghi poetici con Dante: Inferno - Pag. 42 a 52
Quando il deserto invade
la mia Anima Desolata
Perdutamente Innamorata di Te.

Vanessa RIINA

Canto XIII
“Non fronda verde, ma di color fosco; / non rami schietti, ma nodosi e ‘nvolti; / non
pomi v’eran, ma stecchi con tòsco” (4-6)

La selva dei suicidi

Opera realizzata con pennino e acrilici su tela di sughero

Angelica LUBRANO

Centro Studi Cultura e Società Dialoghi poetici con Dante: Inferno - Pag. 43 a 52
Canto XXVI
“ma misi me per l’alto mare aperto / sol con un legno e con quella compagna /
picciola da la qual non fui diserto” (100-102)

Verrà un mattino
Verrà un mattino in cui non mi vedrai
accanto a te, al risveglio.
Ogni giorno scruto il mare
non so staccarmi
da questa vastità, da quest’immenso
mistero d’acqua, smisurato
come la mia inquietudine.
Lo guardo e ho un fremito.
Ancora un poco e un mattino sarà vuoto
il mio posto nel letto.
Se allora guarderai l’orizzonte
t’apparirà una vela, già lontana.
Penelope, amor mio, non è per me
una vita tranquilla, una vita ordinaria
senza più solcare
la sconfinata azzurra distesa, senza palpiti
né tempeste,
senza scoprire nuovi porti, nuove genti.
E se nessuno vi sarà che voglia
seguirmi, da solo
solcherò il mare.
Verrà un mattino in cui non mi vedrai
accanto a te, destandoti.
Ma forse, amica mia,
tu sai da sempre.
Sai che il destino che ti fu serbato
è solitudine, è la mia assenza.
E quella vela sempre più lontana
non ti stupirà.
Stefania RASCHILLA’

Centro Studi Cultura e Società Dialoghi poetici con Dante: Inferno - Pag. 44 a 52
Canto XXXII
“e come ‘l pan per fame si manduca, / così ‘l sovran li denti a l’altro pose / là ‘ve ‘l
cervel s’aggiunge con la nuca” (127-129)

Il pescatore Ugolino
La bocca sollevò dal lauto pasto
quel pescator, che dopo aver mangiato
tre abbondanti porzioni d’antipasto
sugli altri piatti già s’era gettato:
spaghetti, riso, sarde, orate e poi
cozze, granchi e altri tipi di pescato.
Di lì passavo e vidi quei vassoi
pieni di pesci ch’eran proprio belli;
dissi: “Li avete presi tutti voi?”
Ed egli a me: “Tu vuoi ch’io rinnovelli
un gran dolor che mi fa vergognare:
per me sono passati i tempi belli
ch’ero considerato il re del mare.
Tutto ciò che c’è in tavola, perdio,
l’ha preso il socio con cui vo a pescare;
ha preso tutto questo ben di Dio
mentre poco più in là, vicino al molo,
con il cestino vuoto stavo io.
Perciò tu ora mi vedi qui; son solo
e triste, ché non riesco a non pensare,
ma, abbuffandomi, un poco mi consolo
e mangio e bevo… per dimenticare.”
Stefano BORGOGNI

Centro Studi Cultura e Società Dialoghi poetici con Dante: Inferno - Pag. 45 a 52
Omaggio al Sommo Poeta

A Dante
Dante è “colui che resiste”
è il caso di dirlo
Persiste in ogni luogo poetico
In ogni pensiero fluente
c’è il suo dantesco inferno
o l’idilliaco paradiso
I giorni e le notti si susseguono
senza che almeno una parola
sia tratta dalla sua Divina Commedia
Nonostante le scritture creative
e le abbreviazioni esasperate dei social
Dante esiste sempre
E’ il padre della Lingua
e ogni sua parola
apriva un mondo interiore e reale
e tante cose riusciva a significare
Certo il suo aspetto era il contrario del suo scrivere
naso aquilino e viso contratto
ma con un’anima dolce, aperta e sorridente
anche quando erano tragedie tra i fogli
Come ha visto lui la vita e la morte
Non le vedrà nessun altro
O forse solo Dio e il Diavolo

Centro Studi Cultura e Società Dialoghi poetici con Dante: Inferno - Pag. 46 a 52
Sei tu stesso un’ode caro Dante
e tanti giovani si affidano a te
indossando quella corona d’alloro
Che li eleva a quel sapere
frutto della tua immaginazione
che diventa coscienza reale
E’ bello leggerti e averti come avo
di un Italia che fu grembo del perfetto Stile
Grazie Dante, Sommo Poeta,
Uomo fra tutti.

Tiziana CALAMERA

Centro Studi Cultura e Società Dialoghi poetici con Dante: Inferno - Pag. 47 a 52
Il Padre della lingua italiana

Appello agli italiani: nell’anno di Dante, dare forza costituzionale


alla lingua italiana
Ѐ il settecentesimo anniversario della morte di Dante, poeta universale e
padre della lingua italiana. Moltissime celebrazioni sono programmate per
questo evento.
Ma quest’anno passerebbe invano, se non rivolgessimo tutti un pubblico
e solenne appello al Presidente della Repubblica e al Parlamento perché
venga inserita con urgenza nella Carta costituzionale la salvaguardia della
lingua italiana.
Siamo inondati da anglicismi assolutamente inutili, se non dannosi.
Conoscere le altre lingue del mondo è importante, ma ciò non significa
sostituirle alla propria. Una lingua, contrariamente a ciò che volgarmente si
pensa, non è semplicemente lo strumento con cui etichettare gli oggetti, ma
è il modo di incarnare la propria visione del mondo e di viverne gli affetti.
La lingua siamo noi.
Siamo arrivati al punto che si svolgono nelle Università italiane corsi
nella sola lingua inglese. Si sottolinea questo punto: non si tratta di corsi in
aggiunta alla lingua italiana, ma di corsi IN SOSTITUZIONE della lingua
italiana! Fra poco saremo espiantati della nostra lingua. Ciò significa che
saremo espiantati del nostro modo di sentire e di vedere il mondo. Ѐ una
vergogna aggravata dalla sudditanza e dalla viltà.
Ci stiamo facendo colonizzare linguisticamente e mentalmente. Ciò non
solo è gravissimo, ma è ancora più grave nell’anno in cui celebriamo Dante.
Ѐ necessario e urgente inserire SUBITO la salvaguardia della lingua
italiana nella nostra Carta costituzionale, con tutto ciò che ne segue.
Non farlo sarebbe rendere la nostra celebrazione dantesca un tradimento
a Dante e una caricatura della nostra stessa celebrazione.
Facciamo passare per la CRUNA del Parlamento il FILO del nostro
spirito italiano, a salvaguardia di una grande lingua e di una grande

Centro Studi Cultura e Società Dialoghi poetici con Dante: Inferno - Pag. 48 a 52
tradizione. QUESTO FILO DEVE DIVENTARE UNA INARRESTABILE
CASCATA.
Il presente appello è aperto a chiunque voglia liberamente e
convintamente sottoscriverlo. Un appello ai liberi e forti. Si accettano qui
adesioni, che saranno poi riversate in una formale petizione al Parlamento,
al Governo e al Presidente della Repubblica.
Facciamo SENTIRE e CIRCOLARE la nostra voce, anche
controcorrente, con coraggio e forza di verità.
Da tutti gli angoli d’Italia, tutti belli e importanti, ognuno scriva nei
commenti il suo libero e forte: «si, aderisco all’appello».

Motivazioni per la salvaguardia costituzionale


della lingua italiana
Cari amici,
difendere la lingua italiana potrebbe sembrare inutile. A che serve
difenderla? Già tutti gli italiani lo fanno, quando la parlano. E, poi, ogni
lingua deve essere in grado di difendersi da sé.
Difendere la lingua italiana potrebbe sembrare impossibile. A che scopo
tentare l’impossibile? Siamo inondati di forestierismi, e questo è anche un
bene, perché una lingua si arricchisce anche con gli apporti stranieri, ed è
andata sempre così.
Difendere la lingua italiana potrebbe sembrare fuori luogo. Ci sono
istituzioni già preposte a difenderla, e perciò farlo sarebbe sostituirsi alle loro
competenze.
Difendere la lingua italiana potrebbe sembrare un atto sciovinistico, perché
sembrerebbe riproporre la vieta e pericolosa questione dei nazionalismi, che
già tanto male hanno fatto al mondo.
Difendere la lingua italiana potrebbe sembrare un atteggiamento puristico, e
perciò repressivo, perché una lingua si evolve anche grazie ai preziosi apporti
che vengono dall’esterno.
Difendere la lingua italiana potrebbe sembrare atteggiamento chiuso e
sospettoso, perché impedisce di aprirsi al mondo globale, che è ricco di tanti
pensieri diversi e cresce per questo.
Difendere la lingua italiana potrebbe sembrare ornamentale, in questo
momento in cui più gravi problemi devastano la vita del paese, come la
pandemia, la crisi economica, il dissesto economico, la disoccupazione, la
depressione (in tutti i sensi).

Centro Studi Cultura e Società Dialoghi poetici con Dante: Inferno - Pag. 49 a 52
Eppure difendere – anzi salvaguardare – la lingua italiana non è atto inutile,
né impossibile, né fuori luogo, né atto sciovinistico, né atteggiamento
puristico, né atteggiamento chiuso e sospettoso, né problema ornamentale.
Perché non si tratta di difendersi dalle parole straniere, ma dalla loro
progressiva invadenza, che toglie respiro al nostro modo di pensare. La
lingua non è un puro strumento veicolare. Non è il semplice atto con cui
posso chiedere a un altro di darmi il pane o di porgermi il coltello, o di farmi
sapere che ora è. La lingua è la propria maniera di sentire e concepire il
mondo, ricco di sfumature interiori, col quale diamo il nostro personale
contributo alla storia della civiltà.
Che lo faccia una Costituzione non significa imporlo per legge, ma dare
un’indicazione di valore. La Carta costituzionale francese, per esempio, lo
fa, e ciò si dica a prescindere dagli strumenti esecutivi che dà a questa
indicazione.
Ogni volta che siamo investiti da questo fenomeno di invadenze, le apparenti
comodità proposteci semplicemente ci deprivano della nostra capacità e
ricchezza di pensare. Quante volte ci accorgiamo che, avendo dato posto a
questa invadenza, non riusciamo più nemmeno a parlare, se non a pensare,
in italiano. Sarebbe incredibile che nell’anno in cui celebriamo i 700 anni
dalla morte di Dante non ce ne fossimo ancora accorti. Il giorno in cui non
sapessimo più l’italiano, non potremmo leggere più Dante. Potrebbero solo
leggerlo gli stranieri, per elogiarlo al nostro posto.
Ci si potrebbe dire: lasciamo che lo facciano gli altri, i cosiddetti
“competenti”, o istituzionalmente competenti. Ma il problema è proprio
questo. Non lasciare solo agli “altri” l’iniziativa. Si tratta di partire da noi.
Partire dalle nostre responsabilità, ancor prima che dalle nostre competenze.
Partire dal “basso” e non dall’“alto”, se per “basso” si intende non un insulto
per qualcuno, ma l’insieme delle singole persone che noi siamo, senza
apparati di gradi, semplicemente come persone appartenenti a una comunità
civile.
Naturalmente, indicare la lingua italiana in costituzione non significa
semplicemente indicare la lingua ufficiale della nazione. Sarebbe riduttivo e
inutile.
Siamo arrivati al punto che nelle nostre Università – fin dai primi livelli di
studio – sono non solo raccomandati, ma istituiti corsi da svolgere
esclusivamente in lingua inglese! Potrebbe addirittura capitare che a un
professore di Letteratura italiana sia chiesto di insegnare a studenti (solo)

Centro Studi Cultura e Società Dialoghi poetici con Dante: Inferno - Pag. 50 a 52
italiani contenuti didattici e scientifici in lingua inglese! Ciò significa
espropriarci non solo della lingua, ma del nostro modo di sentire e concepire
la realtà. La lingua non è solo un modo per mettere le etichette agli oggetti
in una cristalleria. La cosa è oltremodo pericolosa, perfino devastante. Nulla
da dire per eventuali corsi di affiancamento in lingua straniera, tutto da
recriminare – invece – su corsi universitari che fin dai primi anni
SOSTITUISCANO la lingua italiana. Questo non è anti-provincialismo, ma
provincialismo dell'anti-provincialismo.
Nessuno riuscirà mai a spiegarci perché dovremmo dire location e non sede,
fake news e non notizie false, breathing e non appuntamento, e così via.
Nessuno riuscirà mai a spiegarci perché in molti testi giornalistici ogni dieci
parole italiane, ce n’è una in inglese, per giunta inutile, se non fuorviante. Il
fenomeno, però, non riguarda soltanto l’uso quotidiano che è pur sempre
libero di esprimersi come vuole, ma le leggi e i decreti della Repubblica, che
sono ormai zeppi di inutili termini stranieri.
La formulazione da inserire nella carta costituzionale, pur perfettibile,
potrebbe essere questa: “LA REPUBBLICA SALVAGUARDA E
PROMUOVE LA LINGUA ITALIANA IN TUTTE LE FORME
POSSIBILI, COME PATRIMONIO DELLA NAZIONE E COME SUO
CONTRIBUTO ORIGINALE ALLA CIVILTÀ DI TUTTI I POPOLI”.
Questo testo potrebbe fruttuosamente circolare anche nelle scuole. E
potrebbe essere accompagnato, perché no?, da una richiesta all’UNESCO
perché consideri la lingua italiana, insieme con quella greca e latina,
patrimonio immateriale della civiltà planetaria.
Sta a noi far sentire la nostra opinione, la nostra forza e la nostra voce.

P.S. Chi intenda aderire può, visitando all’homepage il sito


www.giuseppelimone.it , inserire la propria adesione nell’apposita casella,
insieme con proprie eventuali riflessioni.
Giuseppe LIMONE

Centro Studi Cultura e Società Dialoghi poetici con Dante: Inferno - Pag. 51 a 52
Illustrazione di Gustave Dorè (1857) – Canto IV – I virtuosi non battezzati
“quelli è Omero poeta sovrano / l’altro è Orazio satiro che vene; / Ovidio è
‘l terzo, e l’ultimo Lucano” (88-90)

Centro Studi Cultura e Società Dialoghi poetici con Dante: Inferno - Pag. 52 a 52

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