Sei sulla pagina 1di 3

NICCOLÒ MACHIAVELLI

Niccolò Machiavelli nasce a Firenze nel 1469: vive perciò in un periodo storico in cui l'Italia, divisa in molti regni, era
diventata dal 1494 oggetto di contesa tra Francia e Spagna, e in cui la Repubblica fiorentina,la cui libertà è
continuamente minacciata, va incontro ad una progressiva decadenza. Le sue opere maggiori, il Principe e i Discorsi
sopra la prima deca di Tito Livio,costituiscono una riflessione ed un'analisi storico-politica che mira a trovare una
soluzione al problema della mancanza di libertà e allo stato di decadenza dell'Italia e di Firenze, i cui strumenti
istituzionali non sono in grado di fronteggiare i problemi che la rovinano.

Il principe: Nella sua opera più celebre, De principatibus del 1513, Machiavelli delinea la figura di un principe nuovo,
che per mezzo della sua virtù e con armi proprie,sia in grado di fondare un principato del tutto nuovo, partendo dal
presupposto che il passaggio a questa forma di governo sia necessario per ristabilire le sorti di una repubblica in crisi.
La legge fondamentale della politica individuata nel Principe consiste nel rapporto antitetico tra fortuna e virtù: Il
concetto di fortuna è frutto di una lunga tradizione di riflessione politica,essendo considerata in epoca romana come
una dea benevola per poi perdere questi connotati positivi con il passaggio attraverso la cultura cristiana: la fortuna
machiavelliana è l'imponderabile, l'imprevedibile ed inaspettato che modifica e stravolge le situazioni, in positivo o in
negativo. La fortuna, per Machiavelli, è arbitra delle azioni umane solo per metà, mentre l'altra metà è affidata al
controllo e alle abilità dell'uomo. La virtù delineata da Machiavelli è proprio la capacità di fronteggiare la fortuna,
prevedendone i colpi e contenendone l'impeto; è una capacità innata che il principe nuovo deve possedere,
strettamente legata al tempo, variabile fondamentale nell'azione politica, di cui prevale in questa dimensione l'aspetto
puntuale e qualitativo: La virtù si esplica soprattutto in una consonanza con i tempi, per cui il politico,spinto dalla
necessità, deve saper cogliere l'occasione: deve comprendere quale sia la decisione migliore che un determinato
momento richiede,e prendere la decisione giusta al momento giusto,senza avvalersi esclusivamente dei modelli
ereditati dal passato, dal momento che la storia non si ripete mai identica a se stessa,a causa della costante volubilità
umana e all'imprevedibilità della fortuna. In questo senso Cesare Borgia incarna questa figura di principe virtuoso, per
la sua abilità nel cogliere il momento giusto in cui intraprendere una determinata azione politica, ma il successo di tali
azioni è dipeso anche e soprattutto dal sostegno militare del padre pontefice. Nella trattazione machiavelliana si ha un
rovesciamento dei principi tradizionali in base ai quali si concepiva e praticava la politica, tanto da far parlare di una
vera e propria rivoluzione machiavelliana: nell'antichità, sulla base della concezione aristotelica dell'uomo come
animale politico, la politica veniva considerata la dimensione nella quale si esprimevano e realizzavano pienamente le
potenzialità dell'uomo, attraverso l'esercizio delle virtù etiche,esplicate nella vita teoretica, e delle virtù dianoetiche,
legate alla vita pratica, per Machiavelli la politica persegue e deve perseguire obiettivi, ed essi solo devono guidare ed
orientare l'azione politica,che prescinde dalle virtù ed ha leggi proprie, autonome dalla sfera morale e religiosa. Tutti i
modelli idealistici tradizionali si basano sul presupposto che l'uomo sia buono, per cui perdono di validità in
Machiavelli, che ritiene che l'uomo sia "tristo", cioè malvagio. Un uomo che voglia essere in tutto e per tutto buono,
finirebbe per rovinare in mezzo a tanti che non sono buoni. Il principe nuovo non deve necessariamente osservare
quei comportamenti e quei precetti per i quali gli uomini sono ritenuti buoni: l'essere buono e il rispetto dei precetti
religiosi e morali non rientrano nelle leggi della politica, non sono giusti in senso generale e assoluto ma sono
dipendenti dagli obiettivi della politica e ad essi subordinati: sono considerati positivamente se aiutano il principe nel
processo di consolidamento del suo potere, sono invece considerati negativamente e devono essere evitati se lo
ostacolano; il principe, se possibile, non deve discostarsi dal bene, ma se necessario per consolidare e mantenere il
suo potere e lo stato, deve agire contro l'umanità, la carità e in generale contro i principi morali e religiosi, avendo
come unica guida del suo operare gli obiettivi della politica. Per un principe è necessario "saper usare bene la besta e
l'uomo", deve cioè saper agire nella dimensione umana quando questo sia compatibile con gli obiettivi della politica
ed agire a prescindere dalla bontà e dall'umanità quando questo sia necessario. Il principe nuovo machiavelliano
presenta dei tratti propri del tiranno in Aristotele, privati della loro connotazione negativa in quanto viene meno
quell'elemento di giudizio morale. Il principe deve saper dosare vizi e virtù: deve guardarsi da quei vizi che
indeboliscono il suo potere e dare spazio senza remore a quelli che invece lo rafforzano, anche sotto il profilo del
rapporto con la violenza: un eccesso di violenza che non risponda ad alcun obiettivo politico è crudeltà e produce
l'effetto di indebolire ed ostacolare il suo potere, ma deve ricorrere alla violenza come strumento ultimo per il
perseguimento di obiettivi politici.
GUERRA: Nella concezione machiavelliana, in un mondo in cui i rapporti sono determinati dalla forza e la libertà è
instabile e sempre minacciata, la guerra è necessaria e non può essere completamente eliminata, per cui gli Stati
devono essere sempre pronti ad affrontarla. Secondo Machiavelli tutti gli Stati, vecchi e nuovi, hanno avuto ed hanno
come fondamento due elementi: delle buone armi e delle buone leggi. La presenza di un esercito forte è
fondamentale per uno stato che voglia rendersi e mantenersi libero, e dove c'è un buon esercito che garantisca libertà
e stabilità, si produrranno buone leggi. Machiavelli ritiene che il peggior male per l'organizzazione militare sia
l'impiego eccessivo di truppe mercenarie e sostiene la necessità,per uno Stato, di possedere armi proprie, cioè soldati
provenienti dallo Stato stesso, un esercito popolare: i soldati mercenari infatti sono motivati solo dal compenso che
ricevono in cambio del loro servizio,sono indisciplinati e non hanno dentro di loro un senso di fedeltà nei confronti
dello Stato, per cui è più facile che siano corrotti rispetto ai soldati appartenenti allo Stato stesso, per i quali la milizia
è una forma di esistenza civile:Firenze e l'Italia tutta avevano perso la loro libertà a causa di una cattiva organizzazione
militare, dovuta soprattutto ad un eccessivo impiego di truppe mercenarie e per l'inadeguatezza degli eserciti, che
seguivano ancora un'impostazione medievale. L'attività militare e l'esercizio dell'attività politica devono essere invece
strettamente connessi, in quanto la disciplina permette di acquisire virtù e così imparare a contrastare i colpi della
fortuna, singolarmente e collettivamente.

I discorsi: Nell'altra grande opera di Machiavelli, Discorsi sulla prima deca di Tito Livio, emergono posizioni
apparentemente molto distanti se non contrastanti con quelle espresse nel Principe, ma la tesi più accreditata della
critica vede le idee espresse in quest'opera come una seconda parte del processo politico individuato da Machiavelli
per risolvere i problemi e la decadenza di Firenze e dell'Italia tutta, privata della sua libertà. Si tratta di un'opera di
critica storica, che prende il nome dai primi 10 libri delle Storie di Tito Livio, nei quali viene narrata l'ascesa di Roma,
che costituisce un modello da cui trarre insegnamenti validi per risolver la situazione presente. Rispetto al Principe si
ha dunque una diversa concezione della storia, considerata una "magistra vitae". Nel momento iniziale della
fondazione di una città il potere dev'essere attribuito ad un solo individuo,nella forma di un principato, ma si tratta di
un potere instabile, in quanto le decisioni prese dal principe nei suoi interessi danneggiano la città, e le decisioni per il
bene della città danneggiano il sovrano. Ė preferibile dunque una forma di autogoverno civico, una Repubblica in cui il
benessere della città coincida con il benessere della collettività che esercita il potere. Una condizione fondamentale
per lo sviluppo di una città e per l'incremento della sua ricchezza e potere è la libertà, intesa come autogoverno, come
controllo delle sorti della città da parte del popolo. La libertà può essere raggiunta e mantenuta se il potere assoluto di
un solo individuo,necessario nella fondazione ex novo di uno Stato, nella fase seguente di consolidamento e
stabilizzazione del potere cessi e si verifichi un riconoscimento del popolo, garantito dalla produzione di buone leggi
che consentano l'autogoverno, come accadde nel caso di potenti città come Roma o Sparta che furono fondate da un
solo uomo ma in seguito, in un processo di consolidamento e stabilizzazione del potere, diedero vita ad ordinamenti
misti, caratterizzati da molteplici centri di potere indipendenti l'uno dall'altro e furono capaci di dotarsi di istituzioni e
leggi proprie. Un requisito fondamentale affinché vi sia un buon governo del popolo, inteso nella sua accezione
positiva di moltitudine regolata dalle leggi, è che la virtù non sia una qualità propria solo del sovrano, del principe, ma
sia estesa a tutti: L'idea di virtù espressa nei Discorsi si distingue da quella che emerge dal Principe e, basandosi su
un'etica di benessere comune, può essere definita come la capacità di perseguire il bene comune, secondo l'antico
principio "Salus publica suprema lex" di cui l'intera opera machiavelliana costituisce una forte espressione. Nel
processo di estensione della virtù dal sovrano al tutti i cittadini, nei Discorsi svolgono un ruolo fondamentale le
istituzioni, e in particolare la religione, elemento assente nel Principe: si tratta di una religione priva di ogni
connotazione personale, una religione civile fortemente sostenuta da Machiavelli come strumento della politica, utile
a veicolare ordini e precetti fondamentali per il raggiungimento del bene comune, che spingano l'uomo ad evitare
comportamenti dannosi per la comunità per paura della divinità. Accanto alla religione sono fondamentali le leggi e le
istituzioni, che consentono un'armonia tra le diverse parti che compongono la città ,in particolare tra i pochi e i molti,
o tra i ricchi e i poveri, che perseguono finalità diverse, in quanto i pochi desiderano l'arricchimento e la conquista del
potere, mentre i molti perseguono l'uguaglianza; per il bene di una città, dev'esserci un equilibrio tra queste due
componenti in quanto il prevalere dei pochi produce il rischio di un assetto oligarchico e il prevalere dei molti si
presenta il rischio di anarchia, ed entrambe le forme sono dannose per la città. Un punto di contatto con il Principe è
costituito invece sicuramente dall'approccio metodologico, che riafferma l'autonomia della politica dalla sfera morale
e religiosa e l'esistenza di leggi proprie della politica, finalizzata al perseguimento di obiettivi; mentre nel Principe
l'obiettivo della politica coincideva con la conquista del potere e il suo mantenimento, nei Discorsi la politica deve
avere come fine il bene pubblico; nel perseguire questa finalità, l'uomo politico deve agire indipendentemente dalla
sfera morale e religiosa, conformandosi ai precetti morali, alla bontà ed umanità se questo aiuta il raggiungimento di
tale fine, discostarsene se invece lo ostacola. Un requisito che Machiavelli reputa fondamentale affinché una città
consolidi e stabilizzi il suo potere è la capacità di recepire e regolare le fratture e i conflitti naturalmente presenti nella
città, a causa della diversità e conflittualità di desideri e finalità delle diverse componenti della città stessa: Machiavelli
può essere considerato come un teorico della positività del conflitto: ritiene infatti che i conflitti siano positivi, e non
debbano essere negati e soppressi, quando la città possegga gli strumenti necessari idonei a regolarli ed arginarli, per
evitare che rovinino la città come un fiume in piena senza argini. Ė questo uno dei principali problemi della Repubblica
fiorentina ai tempi dell'autore, travolta da discordie e inimicizie che vengono risolte con l'esilio e la morte di molti
cittadini, e non vi è una forma di governo adatta a gestire la conflittualità che la costituisce. Un modello positivo è
costituito invece dalla Roma antica, la cui grandezza è dovuta anche e soprattutto alla capacità di regolare i tumulti in
via istituzionale,con le leggi. Machiavelli si distanzia da posizioni rivoluzionarie, distinguendo i tumulti, conflitti tra
interessi contrapposti di componenti diversi la città ma finalizzati al bene comune, dagli scandali, conflitti egoistici
finalizzati al bene dei singoli soggetti contrapposti.