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Storia Minima d'Europa -

Andrea Zannini
Storia
Università degli Studi di Udine
101 pag.

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STORIA E CULTURA D’EUROPA – ZANNINI (12 CFU)
Riassunti libro: storia minima d’Europa, dal neolitico ad oggi
CAP.1: è possibile una storia d’Europa?
Secondo Alan Taylor, non possiamo sapere cosa sia l’Europa, e definirla a priori limita il
senso dell’argomentazione. Il principio basilare di CONTINENTE: l’isolamento di una
massa terrestre per una porzione consistente di mare, per l’Europa non regge.
Il CONTINENTE EUROPEO è una convenzione che non ha molti punti d’appoggio da
parte della geografia fisica, in quanto secondo la teoria della DERIVA DEI CONTINENTI:
la massa emersa formava un’unica unità che poi si è divisa, quindi il concetto di
continente deve essere usato come pura convenzione.
La questione se l’Europa sia o meno un continente, e perché per lungo tempo è stata
considerata tale, è molto complessa e riguarda da vicino la stessa idea di Europa così
come è venuta a crearsi dall’antichità ad oggi.
Sull’etimologia della parola Europa c’è disaccordo tra gli studiosi: se si fa riferimento al
greco “eurus” significa ampio e potrebbe richiamare l’immagine di una donna dal volto
ampio, secondo l’origine semitica “eref” starebbe ad indicare la sera e quindi
l’Occidente. I contesti in cui la parola comincia ad essere utilizzata sono due:
mitologico e etnografico.
• Mitologico: Europa era una principessa fenicia rapita da Zeus nelle sembianze di
un toro e portata a Creta dove generarono vari figli tra cui Minosse, costruttore
del labirinto.
• Etnografico: un concetto che venne precisandosi lentamente con la progressiva
presa di consapevolezza degli spazi mediterranei nell’inno ad Apollo si
distingue tra Europa, Peloponneso e isole circondate dal mare, dunque l’Europa
intesa come parte continentale della Grecia (VII – VI secolo a.C)
Anche il grande storico Erodoto riferisce che tra i suoi contemporanei era in uso
dividere il mondo in Europa, Asia e Libia (Africa) anche se non sapeva chi avesse
scelto queste denominazioni.
I confini dell’Europa erano già chiari: il mare del Nord a settentrione, a oriente il fiume
Don (Russia) il Bosforo (Stretto in Turchia) e il mar d’Azov.La delimitazione geografica
dell’Europa avvenne contestualmente alla sua precisazione etnografica e politica:
Erodoto contrapponeva l’Asia popolata da barbari sotto il dominio di un re, all’Europa
e ai greci come padroni di sé o sotto il dominio di leggi. Anche se i greci non si
considerarono europei, e un secolo dopo Aristotele distingueva in tre categorie: i
popoli che vivevano nelle regioni fredde e d’Europa coraggiosi ma poco intelligenti, i
popoli dell’Asia intelligenti ma poco coraggiosi, e i greci che erano entrambi.

Il concetto geografico d’Europa continuò ad affinarsi in età romana: la tripartizione


continentale venne confermata dal più grande geografo dell’antichità Tolomeo (II
secolo a.C). le colonne d’Ercole scomparvero come limite conosciuto a ovest, mentre
ad est i Dardanelli e il Mar Nero continuavano a marcare il confine sud-orientale.
Oltre agli antichi, a giustificare i tre continenti si aggiunsero i padri della chiesa
secondo il racconto biblico del diluvio universale: tutte le persone derivano dai 3 figli
di Noè SEM, IAFET E CAM, il primo diede origine agli ebrei (Asia), il secondo ai greci
(Europa) e il terzo all’Africa. il nostro modo di vedere la Terra risale ad almeno 25

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secoli fa, e le scoperte successive (America, Australia) hanno solo aggiunto pezzi di
mondo all’ELLADE.
Nell’età medievale e moderna l’idea geografica di Europa ha inglobato nuove terre,
così che i confini apparivano già definiti: il Mediterraneo a sud, l’Atlantico ad ovest, il
mar Artico a nord. Il mappamondo di fra Mauro del 1459 disegnato senza l’uso di
coordinate rappresenta già l’Europa in modo preciso e proporzionato.
Il confine orientale per molti secoli è stato difficile da determinare: tra settecento e
ottocento mentre avanzava la colonizzazione russa si escogitò la soluzione che entrò
convenzionalmente in uso: separare la Russia in una parte europea e in una asiatica
sulla base di una linea immaginaria che dal mar di Kara segue gli Urali fino al Caucaso.

Gli Urali come “pilastro di una porta” che nei millenni ha fatto entrare i popoli asiatici
in Europa.
Questa Europa è un insieme di significati culturali e storici trasmessi attraverso lo
sguardo apparentemente oggettivo della geografia. Questa concezione rientra in una
organizzazione spaziale della Terra sulla scia dell’imposizione della supremazia
europea sul pianeta. (calendario, ora in base a Greenwich)

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La nozione geografica di Europa come una nozione storica.
Difatti la visione degli spazi terrestri dove l’Europa ha un ruolo centrale distorce in
maniera crescente gli altri spazi, come è evidenziato benissimo nella proiezione di
Mercatore: fa apparire i paesi europei e l’America del nord più grande,
ridimensionando i paesi attorno all’equatore (quelli più poveri)
Varie proiezioni alternative sono stata avanzate nel tempo: negli anni 70 in un clima
crescente di terzomondismo la proiezione GALL-PETERS è stata adottata
dall’Unesco e promossa nelle scuole di tutto il mondo. Mostra chiaramente un Europa
ridimensionata che dimostra come una parte così piccola di mondo sia riuscita a
controllare vastità immense.
A partire dalla sua nozione geografica (l’Europa come habitat favorevole alla vita della
specie umana per il clima, la presenza di fiumi navigabili, la vicinanza ai mari, ecc)
anche l’idea di Europa come unità culturale e storica può essere ricostruita nelle sue
linee evolutive generali. il meccanismo che ha maggiormente contribuito alla sua
formazione è la contrapposizione etnografica (greci – barbari, romani – barbari,
cristiani – infedeli). È tuttavia difficile considerare le civiltà classiche come civiltà
europee in quanto la loro natura era prettamente mediterranea.
È piuttosto il medioevo l’epoca in cui gli storici considerano l’inizio dell’idea di
Europa: le opinioni sulla tempistica di questo avvenimento divergono e nascita
d’Europa come entità storico-culturale e come realizzazione politica si confondono. Per
lo storico Marc Bloch l’Europa sorge quando l’Impero Romano crolla, per altri con
l’espansione islamica, ecc.
Alcuni elementi che si svilupparono nell’Europa medievale contribuirono a dare
sostanza all’idea di un gruppo di popoli e territori con caratteri comuni : l’uso del latino,
la formazione di università, il linguaggio estetico gotico, il rinascimento, ecc.
L’elemento che più di ogni altro contò per la formazione di una prima coscienza
europea fu il CRISTIANESIMO: la religione che si irradiò dal bacino del Mediterraneo
fino alla Scandinavia e alle steppe russe, al punto che “christianitas” ed Europa
divennero termini interscambiali per indicare lo stesso spazio sociale e politico la
costruzione di un Europa cristiana si basò sulla diffusione di un insieme omogeno di
culti e di riti che penetravano fino ai momenti più intimi della vita quotidiana, e si
venne a creare anche una differenziazione e scontro rispetto a soggetti diversi “gli
infedeli” e gli eretici, soprattutto dopo la conquista ottomana di Costantinopoli nel
1453 quando gli stati europei devono confrontarsi con gli ottomani stabiliti nei Balcani
(cuore dell’Europa). Questo nemico spinse gli stati europei più volte a coalizzarsi sotto
la comune bandiera della cristianità. Invece il nemico interno, l’eresia, portò a
disgregazione e non coesione: la tendenza all’autoriforma cioè riportare il
cristianesimo a un’originaria purezza fu combattuta nei secoli appunto con lo
strumento dell’eresia, ma agli inizi del 16 esimo secolo spaccarono la cristianità.

La scoperta delle popolazioni del Nuovo Mondo, gli INDIOS, portò gli europei a
considerare una superiorità la razza bianca europea: questo incontro trasformò
l’Europa in una conferma della propria missione civilizzatrice, dandogli autostima.
L’esito stesso, il genocidio di queste popolazioni, venne interpretato come un segnale
dalla superiorità europea.
È quindi attraverso una contrapposizione ideologica che l’idea di cosa fosse l’Europa e
di cosa fossero gli europei si è evoluta per millenni fino all’età dei Lumi. Questo non

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servì per fermare i conflitti bellici infra-europei. Gli appelli alla pace si idearono in
concomitanza con l’abbozzo di idea secondo cui solo l’unità degli stati europei avrebbe
potuto garantire una concordia perpetua. la spinta intellettuale dell’illuminismo portò
ad un’idea ottimistica di Europa come terra d’elezione della libertà politica ed
economica, della liberazione dall’intolleranza e ignoranza.
Voltaire descriveva l’Europa come una grande repubblica divisa in molti stati, tutti
simili fra loro, rimanendo una “società degli spiriti” cioè un alto e nobile ideale
condiviso da menti superiori destinato a indicare a tutti la via per il futuro.
Nel Settecento a causa dei continui conflitti incominciò a riscuotere successo un nuovo
valore per cui combattere e morire: la NAZIONE, da cui l’idea di Europa si poté
risollevare solo alla fine del secondo conflitto mondiale.

Nell’Ottocento lo storico francese Guizot rilanciò un modello destinato ad avere molta


popolarità: l’Europa è una civiltà, cioè un insieme complesso di costumi, vita
intellettuale, avanzamento politico ed economico che può essere definito in termini di
progresso e sviluppo. Sulla base dell’eredità lasciata dalla concezione illuministica di
“civiltà” come processoGuizot ricostruisce la storia dell’Europa dall’età romana fino
all’Ottocento.
La concezione della civiltà europea ispirata da una superiorità aveva un’origine
classica che si è irrobustita con le espansioni coloniali della prima età moderna, e
sfocerà nel fondamento ideologico utilizzato dalle potenze europee per giustificare il
colonialismo ottocentesco: secondo loro la missione dei grandi paesi europei era
consentire al resto del mondo di raggiungere il loro stesso grado di sviluppo e
progresso. per questo nell’ottocento il termine CIVILTÀ ha mantenuto la valenza
gerarchica europea anche in storici ideologicamente contrari ad ogni forma di
imperialismo.

L’EUROCENTRISMO è il termine con cui oggi si indica la prospettiva secondo cui la


storia e il mondo attuale non possono essere compresi se non a partire dall’esperienza
europea e occidentale, un termine che implica l’accusa di imperialismo culturale.

Una delle prospettive invece più corrette e seguite negli ultimi anni è quella della
POLIENDRICITÀ DELL’ESPERIENZA STORICA EUROPEA:la caratteristica peculiare
dell’Europa sarebbe stata a differenza di altre civiltà la sua diversità interna, l’essere il
risultato di vari popoli e delle relative tradizioni.

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CAP.2: le radici prime dell’Europa
Ricerche recenti incrociando analisi di DNA MITOCONDRIALE di individui di tutti i
continenti sono giunte alla conclusione che tutti gli esseri umani provengono da un
numero relativamente ridotto di antenati vissuti nell’Africa Subsahariana tra 200 e 150
mila anni fa. Secondo questa teoria: OUT OF AFRICA, una popolazione di qualche
decina di migliaia di individui cominciò ad espandersi 80-70 mila anni fa dall’Africa in
Asia e quindi in altri continenti, sostituendo i vari gruppi di ominidi autoctoni.
Secondo un’ipotesi recente un gruppo dotato di abilità superiori di linguaggio,
tecnologie sviluppate e capace di costruire mezzi nautici avrebbe raggiunto la penisola
arabica attraverso il mar Rosso e da qui sarebbe partita la diffusione dell’HOMO
SAPIENS SAPIENS in Asia e Europa, 40 mila anni fa. (PRIMA MIGRAZIONE)

Prima di costoro tuttavia l’Europa era abitata da un’altra sottospecie: l’homo sapiens
neanderthalensis, così chiamato per i resti rinvenuti in una valle dal medesimo
nome. Sono state avanzate varie teorie secondo la sua estinzione, che ebbe luogo
nello stesso arco temporale durante il quale si diffuse in Europa l’uomo di Cro-Magnon
(homo sapiens sapiens). L’ipotesi più accreditata è quella di un conflitto tra le due
specie dai quali sarebbe sopravvissuta quella tecnologicamente più evoluta.
La struttura sociale dell’homo di Cro-Magnon sarebbe stata rinforzata dall’arte, da riti
e cerimonie.
Il lungo periodo che intercorre tra l’affermazione dell’homo sapiens sapiens e il
Neolitico è una delle fasi più affascinanti della storia d’Europa: i reperti consentono di
ricostruire a grandi linee le diverse fasi di sviluppo della società di cacciatori-
raccoglitori che abitarono il continente. Le pitture rupestri databili a oltre 30 mila anni
fa fanno intuire qualcosa sul pensiero e l’arte di questi popoli: una dimensione di
intimità con la natura che doveva essere l’elemento fondamentale della vita di questi
gruppi.
• Venere di Hohle Fels: databile tra 35 mila e 40 mila anni fa costituisce il più
antico esempio di scultura
Il secondo grande fenomeno di mobilità si ebbe 10.000 anni fa, legato alla
NEOLITIZZAZIONE/TRANSAZIONE NEOLITICA. Questo fu uno dei due grandi
processi comuni a tutta l’Europa, il secondo fu la rivoluzione industriale.
La Neolitizzazione indica il passaggio delle comunità originarie che vivevano di caccia
e raccolto, alla sedentarietà, l’agricoltura e l’allevamento. La coltivazione dei cereali si
sviluppò separatamente per motivi ancora ignoti, in varie parti del globo non prima di
10-12 mila anni fa. L’addomesticamento del farro ebbe luogo tra 7000 e 9000 anni fa
nell’area che va dall’Anatolia alla penisola arabica: LA MEZZALUNA FERTILE. Le
ricerche hanno consentito di individuare come da quest’area originaria la
cerealicoltura ha attraversato il Bosforo e conquistato l’Europa tra gli 8500 e 6000 anni
fa è probabile si tratti di una diffusione demica cioè dello spostamento degli
agricoltori, e di una diffusione culturale cioè della trasmissione di tecnologie senza
movimento di individui.

La velocità di penetrazione del nuovo sistema di vita è stata stimata di un chilometro


all’anno; la neolitizzazione dell’Europa si ebbe in un arco di tempo di 2500 anni. Fu un
lento cambiamento quasi impercettibile e per questo chiamato TRANSIZIONE, e non
rivoluzione.

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Questi sono i vari FOCOLAI mondiali in cui ha avuto luogo questo processo.

Grazie a questo processo vennero consentite maggiori calorie a disposizione che


fecero aumentare demograficamente la popolazione, e i gruppi umani più popolosi
prevalsero su quelli minori che vennero quindi sostituiti. Le popolazioni stabili inoltre
mettevano meno a rischio i figli appena nati rispetto i nomadi.
Quindi l’agricoltura favorì l’aumento della popolazione e di conseguenza
l’ESPANSIONE.
Ci fu anche un’altra novità che giunse in Europa dall’est: una nuova lingua e un nuovo
popolo, l’INDOEUROPEO che avrebbe conquistato il continente cambiandone il
linguaggio, i costumi, la struttura sociale e religiosa.
Salto in avanti nel 1783 a Calcutta sbarca l’inglese William Jones, studioso di lingue,
che fondò una società scientifica nel 1786, dove espose le sue ricerche. In india si
accorge che la lingua principale SANSCRITO ha dei caratteri molto simili a molto lingue
europee. da questo inizia a confrontare l’etimologia di diverse parole e numeri tra le
varie lingue per arrivare alla conclusione che sia il sanscrito che le lingue europee
derivano da un antenato comune, chiamato: INDO-EUROPEO.
A questo problema scientifico venne data una risposta culturale e politica nella metà
dell’800, quando degli studiosi che lavoravano sul concetto scientifico della razza, con
la teoria che quelle umane siano razze e che ci sia una RAZZA EUROPEA più pura delle
altre: quella che arriva direttamente dall’indoeuropeo, perché se fosse esistito come
lingua avrebbe dovuto esserci anche una razza che la parlava.
Con la TEORIA DARWINIANA e il POSITIVISMO (secondo cui i comportamenti umani
hanno derivazione fisica) si teorizza che ci siano razze più o meno pure, quelle meno
pure sono più distanti dall’indoeuropeo. Lo studioso inglese Chamberlaindefinì la più
pura la RAZZA ARIANA, di cui i tedeschi incarnavano questa purezza. Hitler poggiò
queste idee come suo progetto politico perché la razza ariana ha diritto di imporsi su

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quelle inferiori, come quella slava, o quella semita perché non derivava
dall’indoeuropeo.
Dopo il nazzismo, lo studio dell’indoeuropeo è stato ripreso in termini scientifici la
studiosa Marija Gimbutasformula l’IPOTESI KURGAN: una teoria che cerca di
descrivere la diffusione dell’indoeuropeo in Eurasia a partire da una PATRIA
ORIGINARIA: Urheimat, individuata nelle steppe tra Mar Nero e Caucaso. Nel 900
proprio in questa zona vennero trovate dei tumoli che contenevano ossa di cavallo e
anche sepolture di uomini, che stette ad indicare una popolazione di possibili
guerrieri. I popoli Kurgan quindi sono popoli indoeuropei che dalle steppe asiatiche
portarono l’indoeuropeo in Europa, sovrapponendosi in tre successive ondate
migratorie alle popolazioni neolitiche che abitavano l’Europa orientale e balcanica,
diffondendosi progressivamente. Questa cultura avrebbe impiegato 2 millenni per
diffondersi completamente.

I Kurgan erano pastori nomadi o seminomadi che praticavano un’agricoltura


rudimentale, era una società patriarcale, la guerra e la conquista rivestivano un ruolo
fondamentale di gerarchizzazione dei ruoli sociali. Questa cultura era completamente
diversa da quella con cui entrarono in contatto, soprattutto nel corso della prima
ondata migratoria quando giunsero tra le pianure europee centro-orientali, l’area
chiamata dalla Gimbutas “Europa antica”.
Gli studi della Gimbutas rappresentano gli abitanti dell’Europa antica tra il VII e V
millennio a.C come una civiltà pacifica a base agricola, che viveva in villaggi senza
particolari sistemi difensivi, e dove le donne rivestivano un ruolo di particolare
importanza (società matriarcale e paritaria). È evidente infatti, in ambito archeologico,
dell’età neolitica, la frequenza di rappresentazioni di figure di donna dai caratteri
sessuali accentuati. Questa sorta di adorazione sarebbe finita con l’arrivo dei primi
invasori indoeuropei, dando spazio alle divinità maschili. da questo scontro sarebbe
nata l’Europa arcaica e classica, che avrebbe conservato fin nelle sue forme più
profonde questa contrapposizione fondamentale.

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Negli anni 80 è stata avanzata una contro-ipotesi al modello Kurgan, con una
descrizione più chiara del processo che ha consentito alla prima agricoltura di
diffondersi dall’Egeo alla Scandinavia: SURPLUS DI POPOLAZIONE. Questo fu il
motore, che consentì maggiore disponibilità di risorse alimentari. Questa espansione
non avrebbe avuto luogo prima dell’indo europeizzazione del continente europeo come
nell’ipotesi Kurgan, ma sarebbe stata essa stessa il veicolo della penetrazione dalla
lingua indoeuropea in Europa a partire dal VII millennio a.C . secondo questa IPOTESI
ANATOLICA gli indoeuropei non sarebbero stati originari delle pianure a nord del
Caucaso bensì dell’Anatolia centrale (Turchia). I presupposti di questa teoria erano già
stati gettati agli inizi del Novecento, quando vennero decifrate le lingue anatoliche e si
scoprì che appartenevano in maggioranza alla medesima famiglia indoeuropea. La
civiltà Kurgan allora rappresenterebbe una popolazione a sua volta indo-europeizzata
dai contadini anatolici, e in un secondo momento avrebbe originato un’espansione.
Le conclusioni recenti di un antropologo americano confermano sia l’ipotesi che la
lingua “proto-indo-europeo” fosse parlata belle steppe ponto-caspiche 6000 anni fa,
sia che il collasso dell’Europa antica in quei secoli sia dovuto alle popolazioni che
venivano da quell’area, ma non tramite una conquista violenta, piuttosto una lenta
conquista grazie ad un sistema di alleanze, miti e rituali.
Tutta la ricchezza culturale e umana, risultano esemplari nel caso della CRETA
PREISTORICA. (particolare valore simbolico dell’isola). Grazie ai ritrovamenti
sappiano che era una civiltà ricca e gioisa, sofisticata. Dopo una scrittura pittografica,
si sarebbe sviluppato a Creta nella prima metà del II millennio un sistema di scrittura
chiamato LINEARE A, che avrebbe contribuito alla formazione della civiltà micenea
nella Grecia continentale, e quindi un sistema LINEARE B. negli affreschi del palazzo di
Cnosso spesso viene rappresentata al centro una donna, molto spesso uomini e donne
paiono condividere gli stessi ruoli, come è evidenziato nel SALTO DEL TORO.
Purtroppo, la civiltà cretese venne sostituita a causa dell’eruzione del vulcano Thera
dai micenei, che invasero l’isola imponendo una cultura guerriera e patriarcale
tipicamente indoeuropea.
Le radici dell’Europa sono di incroci, sovrapposizioni non pacifiche, radici di conflitti e
confronti. Non esistette mai un’Europa originaria, siamo il frutto di processi diversi e
tutti quelli che hanno cercato un’originaria purezza si sono scontrati con la realtà:
siamo esito di sovrapposizioni. Questo ha, oltretutto, migliorato la genetica.

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CAP.3: libertà e impero nel mondo antico
13 secoli che vanno dall’inizio del I millennio a.C al IV secolo d.C: comprendendo due
grandi civiltà europee dell’età classica o antica: Grecia e Roma.
La civiltà greca e quella romana sono considerate il patrimonio genetico costitutivo
dell’Europa perché si tratta delle vicende di storia antica meglio documentate e
ricostruite dell’intero pianeta. La grande disponibilità di fonti documentate è dovuta ad
uno dei fattori decisivi per il loro successo: l’invenzione in Grecia, 3000 anni fa, di un
ALFABETO di 25 caratteri, molto più intuitivo dell’antica scrittura lineare B che era
riservato agli scribi, intellettuali o potenti.
La storia della civiltà che fiorì in Grecia inizia con un mistero: verso il 1200 a.C crolla il
sistema dei regni del Mediterraneo orientale (hittita, egizio, miceneo, minoico),
responsabile di questa catastrofe furono agenti diversi: popoli indoeuropei proveniente
dal continente come gli stessi micenei a Creta, i popoli del mare “xios”, epidemie,
contrasti interni. Le sue conseguenze si propagarono ovunque. Dopo il periodo di
“secoli bui” (XII-VIII secolo) la società e l’economia dell’Ellade si ripresero. L’alfabeto
greco, detto “fenicio” si trasformò in un potente MEDIUM di sviluppo culturale. I primi
documenti noti con questo alfabeto risalgono alla prima metà del VIII secolo a.C.
Dal punto di vista dell’organizzazione della società i greci rivendicavano l’originalità
del loro sistema la cui caratteristica principale era la LIBERTÀ, a differenza dei regni
diffusi sotto un monarca che viveva in un palazzo.
Nel VIII secolo in uno spazio che andava dallo Ionio all’Anatolia cominciò ad emergere
una nuova organizzazione politica autonoma che consentiva di vivere liberi: LA
POLIS. Viene tradotta come “città-stato” ma non rispecchia quello che i greci
attribuivano a questa forma: la polis erano i cittadini, la comunità stessa che si auto-
governava. Lo “stato” come noi lo intendiamo era già presente in altre civiltà e si
intendeva una forma di autorità superiore al singolo tipica delle società complesse in
cui vivono migliaia di individui.
Il concetto di libertà era relativo e sociale: esistevano fasce sociali diverse e differenti
gradi di libertà. La ricchezza di basava sulla proprietà fondiaria, ma questo non era
sufficiente per essere considerati ARISTOI (da cui aristocrazia). Bisogna combattere
con onore in guerra, partecipare a gare atletiche, essere intellettualmente brillanti. Il
luogo dove si svolgeva la vita degli aristoi era L’OIKOS (casa) che fungeva da centro
di produzione e gestione delle risorse, per questo la parola economia deriva da oikos.
Gli aristocratici non formarono tuttavia mai un ceto separato ne assegnarono una
valenza giuridica al proprio titolo. Si confrontavano nell’AGORÀ: il centro politico e
religioso che in un secondo momento sarebbe diventato anche il centro economico.
Una indiretta rappresentazione dell’agorà è narrata nell’ILIADE di Omero: la storia
dell’assedio alla città di Troia da parte degli achei, precisamente un solo episodio l’ira
funesta dell’eroe greco Achille a cui il re Agamennone aveva sottratto Biseide,
sacerdotessa troiana. Tutta la narrazione ruota intorno alle dispute degli eroi greci, e
questo riproduce alcune dinamiche politiche di base della società greca aristocratica.
Nel corso del VII secolo la contesa tra aristocratici si acuì all’interno di molte poleis,
che erano frequentemente in guerra tra loro a causa delle RAZZIE compiute dagli
stessi aristocratici. In questi conflitti oltre alla classica figura del FANTE si assoldarono
truppe di uomini a piedi: OPLITI che si univano in un corpo unico detto FALANGE.

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Richiedendo un maggior numero di uomini vennero reclutati anche contadini
benestanti, che richiedevano in cambio del loro ruolo maggiore spazio civile e politico.
In cosa consiste la democrazia di Atene? Allargò i diritti di partecipazione politica,
precedentemente riservata agli aristocratici, ad un più ampio numero di abitanti della
regione dominata da Atene: l’Attica. La base del loro sistema di ripartizione era un
consiglio composto da 500 membri che sostituì l’AREOPAGO (consigli degli
aristocratici). Chi lo componeva veniva sorteggiato per breve periodo e non più di due
volte nella vita, in modo che quasi tutti i cittadini contribuissero al governo della
poleis, nonostante avendo una specializzazione scarsa si preferiva questo ai pericoli
derivanti dall’accumolo di poteri di pochi uomini.
La democrazia ateniese si basava sull’esclusione: mancava di un elemento che oggi è
fondamentale per definire democratico un sistema di convivenza e che si sarebbe
sviluppato a partire dal XVIII secolo: l’idea di eguaglianza naturale di tutti gli esseri
umani.
SPARTA fu invece la polis che più a lungo esercitò una supremazia nel mondo ellenico:
con una monarchia governata da una ristretta cerchia di persone, eppure sia sparta
che atene concepivano che la fonte dell’autorità fosse insita nella legge e
nell’osservanza di tali leggi, non nella subordinazione ad un sovrano.

La consapevolezza di una diversità greca si rafforzò nel corso delle guerre persiane la
descrizione di Erodoto che fece della vittoria greca come il trionfo sul dispotismo
asiatico dei popoli ellenici che si reggevano sull’obbedienza alla legge testimonia il
senso di superiorità che andava crescendo. Si diffuse inoltre il concetto di BARBARO:
parola onomatopeica che stava ad indicare colui che balbetta, cioè parla una lingua
diversa. Si sviluppò attraverso questo meccanismo di contrapposizione con l’altro un
senso di appartenenza ad un universo culturale comune.
Cosa succedeva nella stessa epoca, l’età del ferro, nel resto d’Europa? Una serie di
culture si avvicinarono nel I millennio a.C nell’Europa centrale, inglobando o
annientando popolazioni indigene di cui sembra che i baschi siano gli unici superstiti,
e organizzandosi in una società a base tribale al cui vertice vi era un capo militare. Si
trattava di molti popoli diversi che complessivamente possono essere definiti CELTI.
Abitavano un territorio ampissimo: dalla Polonia all’Irlanda, di cui rimangono
pochissime testimonianza scritte, a parte la lingua parlata tutt’ora.

Ciò che colpisce dell’Impero Romano è la sofisticatezza del suo ordinamento politico,
che variò nei grandi periodi in cui si suole dividere la sua storia: monarchia,
repubblica, impero.
La parola che meglio definisce quello romano è IMPERO: che rinvia alla esperienza di
un dominio mediterraneo della civiltà romana che rappresenta meglio il legame
complessivo della storia di Roma. Prima di quello romano, l’impero per antonomasia
dell’antichità fu quello macedone di Alessandro Magno.
Va ricordato che buona parte dello sviluppo della società romana ebbe luogo
contemporaneamente e non successivamente alla greca classica.
La fondazione di roma, secondo la mitologia, ebbe luogo nel 753 a.C quando nell’Italia
centro occidentale esisteva già una civiltà lineata: quella degli ETRUSCHI. Si trattava
di una popolazione di origine anatolica che parlava una lingua non indoeuropea scritta
con un alfabeto di matrice greca. Gli etruschi erano in competizione con le colonie
greche nell’Italia Meridionale e con Cartagine ma non diedero vita ad uno stato
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unitario. Roma si sviluppò a sud dell’area etrusca, in una posizione strategica lungo il
fiume Tevere e secondo la tradizione il suo primo ordinamento ebbe forma
monarchica. Con l’inizio del V secolo a.C terminava l’egemonia etrusca sul Lazio e si
apriva la stagione della REPUBBLICA ROMANA, con un ordinamento che avrebbe
rappresentato un modello esemplare per il discorso politico europeo dei successivi
duemila anni. In tempo di pace la RES PUBLICA era affidata ad un insieme di cariche
politiche che venivano distribuite per un tempo limitato ad alcune assemblee popolari
e del senato. Il SENATO era il perno della repubblica aristocratica: un’assemblea che
derivava dal vecchio consiglio regio nel quale stavano gli ex magistrati appartenenti a
famiglie patrizie. A differenza della rotazione delle altre cariche, il senato aveva la
striscia color porpora sulla tunica che stava ad indicare l’assegnazione a vita: in
questo risiedeva il suo potere.
Le cariche più importanti erano elette da un’assemblea popolare: COMIZI
CENTURIATI che riunivano con un sistema di rappresentanza i cittadini, cioè gli
uomini liberi e legittimi. Il concetto di CITTADINANZA è tuttavia diverso da quello
greco, più aperto. Potevano diventare cittadini anche uomini proveniente da altre città
latine, o regioni sottodominio romano. La dialettica fondamentale della Roma
repubblicana fu infatti tra i patrizi e la plebe. Vennero così istituiti i TRIBUNI DELLA
PLEBE che come rappresentanti assecondarono la crescita di potere e le conquiste
militari dei latini dipendenti sempre di più da questa componente plebea diede vita ad
una nuova aristocrazia, una nobiltà nuova.
Il processo che portò alla costituzione dell’Impero Romano non fu programmato: fu
l’esito di una serie di iniziative individuali, originate da una conflittualità interna al
sistema politico romano, il quale dimostrava una considerevole capacità di
adattamento e innovazione. Così Roma giunse nel 264 a.C a controllare tutta l’Italia
peninsulare. A questa prima fase seguì una serie di scontri con altre civiltà: egizie,
cartaginesi, ellenica, sottomettendo tutti questi territori. I romani a causa della
grandezza del loro impero dovettero introdurre nuove forme di governo più stretto
delle provincie affidandosi ai condottieri dei quadranti di guerra.
Le evidenti disparità tra cittadini romani e alleati italici (SOCII) portarono alla guerra
sociale che si concluse con l’unificazione politica della penisola sotto le insegne del
senato e del popolo romano. Per far fronte a tutti i fronti bellici venne abbandonato il
tradizionale reclutamento militare aprendo l’esercito ai nullatenenti che trovavano in
questo titolo soldi. I nuovi soldati si legarono sempre di più al proprio comandante,
combattendo per lui più che per lo stato. Questo portò la vincita di Ottaviano su
Marco Antonio e la sua proclamazione da parte del senato quale AUGUSTO “innalzato,
sacro” nel 27 a.C: inizia l’età imperiale.
• Dare regolarità alla successione del principe affinchè alla morte dell’imperatore
l’impero non sprofondasse in guerre civili.
Sotto Traiano l’impero giunse alla sua massima estensione.
Si pensa che il successo dell’Impero Romano si debba alla potenza militare, oltre alla
capacità dei romani di appropriarsi della cultura ellenistica e di trasformarla in quello
che fu il linguaggio di tutto l’impero che costituì uno degli eventi più significativi per la
storia Europea: la cultura greco-romana ha funzionato per millenni assieme al
cristianesimo come unificatore delle matrici originarie della cultura europea.

CAP.4: la formazione dell’Europa cristiana


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l’uomo più importante per la storia d’Europa probabilmente fu Gesù: nacque in un
angolo remoto dell’impero romano: la PALESTINA, al tempo del regno giudaico dal re
Erode, e fu crocifisso a Gerusalemme sotto il procuratore romano Ponzio Pilato. Le
notizie su di lui provengono da opere composte 40 anni dopo la sua morte da persone
che non lo hanno conosciuto direttamente. Gesù in queste narrazioni viene descritto
come un RABBI: maestro che impartiva ad un gruppo di discepoli vari insegnamenti
come l’amore verso il prossimo. Si autodefiniva il figlio di Dio e il MESSIA : cioè colui
che secondo la Bibbia Dio avrebbe mandato in terra per salvare il popolo eletto.
Gesù era un giudeo e la religione ebraica costituiva qualcosa di originale nell’impero
romano e nell’intero mediterraneo: i culti che si praticavano erano indirizzati a varie
divinità, convivevano insieme ognuno con la propria “religio” cioè un insieme di
pratiche di culto che non assumevano la forma di sistema teologico rigoroso e
vincolante di obblighi comportamentali. Il GIUDAISMO aveva invece un’evoluzione
diversa: quando la Palestina venne conquistata dai babilonesi e i suoi abitanti furono
deportati a Babilonia i giudei svilupparono una religione basata su un testo scritto che
obbligava a comportamenti precisi, soprattutto si dichiarava valida per tutti gli esseri
umani, negando l’esistenza di altre divinità se non JAHVÈ (monoteismo). All’interno
dell’impero romano i giudei poterono godere di una considerevole autonomia.
Da Gerusalemme il culto di Gesù si diffuse nel I secolo d.C in tutta l’Asia occidentale,
nelle grandi capitali dell’impero e a Roma. Tra i suoi promotori spicca la figura di
PAOLO DI TARSO: un ebreo ellenizzato che era stato un oppositore e persecutore
della primitiva comunità locale cristiana, convertitosi poi alla fede in Gesù CRISTO
(unto, prescelto) Paolo visitò molto delle prime comunità cristiane (ECCLESIAE). Le
sue lettere forniscono informazioni sulla diffusione iniziale del cristianesimo. Egli fu tra
i primi adepti tra i non circoncisi (giudei) rafforzando il distacco tra culto in Gesù e le
radici giudaiche. Il termine “cristiani” comparirà negli ATTI degli apostoli verso la fine
del I secolo d.C.
A Roma la devozione per Gesù Cristo entrò in conflitto con il nuovo culto
dell’imperatore inaugurato dai successori di Augusto. I Giudei, egizi e cristiani vennero
espulsi dalla capitale. Comunque, alla fine del I secolo la distinzione tra giudaismo e
cristianesimo era abbastanza chiara.
Favorita dalla distruzione del tempio di Gerusalemme nel 70 d.C che chiuse due grandi
rivolte antiromane e provocò la DIASPORA degli ebrei, la diffusione della nuova
religione cristiana proseguì per tutto il II secolo. È difficile capire perché il cristianesimo
sia riuscito a esprimere una tale capacità di penetrazione nella società del tempo in
quanto rispetto alle altre credenze politeiste, era una religione fortemente esclusiva:
non ammetteva nessun altro dio, ed era molto rigorosa sulle pratiche del culto
(ortoprassia). Alcuni dei suoi punti forti erano allo stesso tempo punti deboli: il fatto
che si trattasse di una religione rivelata ma non scritta direttamente dal suo fondatore
obbligò a prendere posizione sulla proliferazione di testi che narravano la vita di Gesù
e degli apostoli, fissando a partire della metà del I secolo un perimetro di scritture
sacre “CANONE”. Inoltre, per i fedeli era difficile comprendere perché tardasse così
tanto la PARUSIA: il ritorno di Cristo sulla terra alla fine dei tempi, che si considerava
imminente.
Se all’inizio le ECCLESIAE erano gestite da organi collegiali in cui le donne pare
avessero un ruolo importante, poco per volta la loro guida venne affidata ad un
VESCOVO (dalla parola greca che significa “ispettore, custode”) maschio, seguito da
un certo numero di sacerdoti.

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I cristiani rimanevano sudditi scomodi per il regno romano, soprattutto per la saldezza
con cui difendevano il loro credo. Così, alla metà del III secolo, a causa di una crisi
economica l’imperatore Decio impose a tutti la prassi dei sacrifici agli dei, a cui i
cristiani si opposero, creando ondate di persecuzione da parte dei romani.
Il successivo passaggio per la storia del cristianesimo è legato alla figura
dell’Imperatore Costantino: l’evento determinante fu la battaglia presso il monte
Milvio a Roma nel 312 un episodio illuminante di come l’Impero si stesse trasformando
e un ruolo ormai preponderante dell’esercito nel determinare le scelte politiche. Per
porre fine a questi problemi l’imperatore DIOCLEZIANO aveva pensato di suddividere
il potere tra i due imperatori con un sistema di successione (tetrarchia) per evitare che
fosse l’esercito a nominare gli imperatori: la soluzione si rivelò inefficace e
COSTANTINO E MASSENZIO rivendicando entrambi il titolo imperiale si scontrarono
sul ponte Milvio. Secondo la versione che ebbe più fortuna mentre Costantino
scendeva verso Roma per la battaglia vide in cielo una croce con la scritta “in questo
segno vincerai” che gli preannunciò la vittoria. Costantino poi aderì pubblicamente al
cristianesimo, portando nella nuova religione le prerogative tipiche del culto e del
ruolo dell’imperatore: la sua conversione assieme alla riorganizzazione dell’impero
effettuata da DIOCLEZIANO è il segno che si era aperta una nuova fase della storia
dell’impero, definita oggi: la TARDA ANTICHITÀ.
Costantino in qualità di PONTEFICE MASSIMO cioè capo della religione e primo
rappresentante di Dio sulla terra, convocò nel 325 a Nicea il primo concilio ecumenico
(universale) della religione cristiana. L’obiettivo era il rafforzamento dottrinale e
liturgico delle chiese. Ci fu anche una controversia con il prete ARIO riguardò il
concetto di trinità.

La religione cristiana che ormai contava più di 3 secoli di vita, influenzava a fondo la
vita in molte regioni europee fin nella quotidianità. L’affermazione definitiva del
cristianesimo in area mediterranea ebbe luogo con TEODOSIO che nel 380 lo elevò a
religione ufficiale dell’impero. In questo periodo si diffuse il termine PAGANO per
identificare il credente delle vecchie religioni politeiste; poiché pagus era il villaggio,
pagano era il contadino ignorante che seguiva le vecchie superstizioni.
Sul piano dell’organizzazione imperiale Diocleziano e Costantino attuarono delle
riforme che contribuirono a far uscire l’impero dalla crisi che lo aveva colpito nel 3
secolo. Il SISTEMA FISCALE venne riorganizzato, venne creata una burocrazia stabile e
si consolidò una nuova moneta d’oro: SOLIDUS che portò buoni effetti. Costantino,
com’era accaduto in precedenza, volle legare il suo nome a quello di una città:
COSTANTINOPOLI (Istanbul) che sorse sul sito dell’antica città greca di Bisanzio e
venne edificata come una “nuova Roma”. L’imperatore iniziò a risiedersi, rendendo
chiaro il ruolo preponderante dell’Oriente sull’Occidente .

Dall’edificazione di Costantinopoli fino al 476 quando le insegne imperiali vennero


definitivamente trasferite, solo per 23 anni il titolo imperiale si trovò riunito in un’unica
persona: per la maggior parte del tempo l’impero era diviso in una parte greca retta
dall’imperatore d’Oriente e una parte latina retta dall’imperatore d’Occidente.
L’originaria fonte del potere repubblicano (Roma) governava ormai quasi
esclusivamente la vita di una città che perdeva progressivamente abitanti, oltre al
fatto che la corte occidentale si trasferì a Ravenna. La stessa composizione del concilio
costantiniano di Nicea rifletteva l’orientalizzazione dell’impero e il carattere asiatico
del cristianesimo dei primi secoli. Dei circa 300 vescovi presenti uno solo proveniva da

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Italia, Gallia, Spagna e Africa. Anche una popolazione barbarica aveva già un proprio
rappresentante: TEOFILO, vescovo VISIGOTO.
I GOTI, suddivisi in orientali (ostrogoti) e occidentali (visigoti) erano comparsi a nord
della frontiera danubiana penetrando alla metà del III secolo, ed erano stati
parzialmente cristianizzati. Questa opera di cristianizzazione venne proseguita da
WULFILA: che tradusse nella lingua del suo popolo la Bibbia e la liturgia cristiana.
Quando i Goti sotto la spinta delle incursioni della popolazione nomade degli UNNI si
scontrarono con l’esercito romano essi erano in parte convertiti al cristianesimo
l’imperatore VALENTE li affrontò in una battaglia a Adrianopoli (378) e venne sconfitto.
Il suo successore TEODOSIO dovette risolvere la questione: i goti vennero federati
all’impero, ricevendo terre in Tracia come popolazione autoctona, essendo tenuti
solamente a fornire soldati in caso di necessità.
A questo punto chi erano i BARBARI per i romani? Fino alla sottomissione a seguito
delle campagne di Cesare tra il 58 e il 50 a.C i barbari per antonomasia erano i GALLI:
la popolazione celtica descritta con caratteri inferiori. Venuto meno il periodo gallico,
fu Cesare a individuare un nuovo pericolo etnico: i GERMANI, un insieme di popoli
mobili con i quali i romani erano entrati in contatto da lungo tempo e la cui
identificazione con un territorio preciso d’origine è impossibile. La sconfitta delle
armate di Augusto fermò le legioni romane al confine sul Reno e stabilì anche
simbolicamente che la terra dei barbari stava oltre quel fiume e oltre il Danubio. Fu
Tacito, e poi nel 700 Edward Gibbon ad interpretare la formazione dell’Europa cristiana
come il salvataggio della cultura latina da parte della chiesa cristiana dal mare delle
barbarie in cui era naufragata dal IV secolo in poi.

I POPOLI che nel 3 secolo cominciavano a premere sulle frontiere imperiali erano
gruppi di origini culturali e linguistiche diverse che si riunivano a scopi di scorreria e
guerra, unificandosi sotto l’autorità di famiglie guerriere e il comando di uno o più re-
comandanti. Il nome a loro assegnato (unni, slavi, franchi) era quasi sempre
un’etichetta che non corrispondeva alla loro identità che era multipla e instabile.
Questi popoli avevano un’economia fondata sull’allevamento e agricoltura, era una
società guerriera. Queste caratteristiche attiravano i romani che avevano bisogno di
difendere la frontiera e di avere carni, pelli e grano. Da linee di separazione perciò le
frontiere divennero calamite in grado di attirare entrambi gli interessi, con scambi e
talvolta razzie: la romanizzazione dei barbi e la barbarizzazione dell’esercito romano,
che divenne sempre più regionale. Queste aree di scambio materiale e culturale si
dilatarono a nord e a sud della frontiera nel corso del IV secolo quando i generali
romani si appoggiavano sempre di più a truppe barbariche e ai loro capi: questo
processo di osmosi tra i due popoli fu favorito anche da altri elementi: la perdita del
significato del termine “cittadino romano” che venne esteso per motivi militari a tutti
gli abitanti dell’impero (EDITTO DI CARACALLA) dal 212 d.C. la diffusione del
cristianesimo tra molti barbari, la disintegrazione della costruzione imperiale che
accelerò dopo che Teodosio divise la parte occidentale e la parte orientale dell’impero
tra i due figli.
Anche i nemici cambiarono: mentre l’impero d’Oriente dovette guardarsi dai PERSIANI,
a partire dal 406 una serie di migrazioni di popolazioni germaniche e dell’Asia centrale
sconvolse la geografia dell’Europa occidentale. Esemplare del MELTING POT europeo fu
la battaglia dei CAMPI CATALAUNICI (Chalons, 451) grazie alla quale il generale Ezio
con un esercito di diversi popoli riuscì a fermare Attila re degli Unni.

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A Roma giunsero nel 410 i visigoti di ALARICO: tutto il mondo latino ne fu sconvolto.
Le truppe visigote combattevano da decenni nelle fila dell’impero, sotto Teodosio ad
esempio. Considerando che erano anche cristiani, sarebbe più corretto considerarli
alleati dei romani piuttosto che nemici. Ciò che determinò la formazione delle nuove
entità politiche: REGNO ROMANO-BARBARICI furono il collasso del sistema statale
romano-occidentale e il vuoto di potere che ne conseguì. Esemplare è il caso della
Britannia che venne abbandonata dalle guarnigioni romane nel 407 e
progressivamente occupata da altri popoli. La formazione dei regni romano-barbarici in
Europa occidentale e la dissoluzione della frontiera condussero congiuntamente allo
sfaldamento dell’autorità dell’impero romano d’Occidente che cadde quando nel 476 il
giovano imperatore ROMOLO AUGUSTOLO fu scacciato da Odoacre. (generale unno)
L’Europa del V e VI secolo può apparire come un continente disarticolato per il crollo
delle strade, delle comunicazioni, per la sostituzione dell’economia monetaria con
quella naturale, l’arretramento dell’agricoltura. Ciò che venne a mancare più di ogni
altra cosa fu una CAPITALE, ciò portò a sistemi politici ed economici a dimensione
REGIONALE, com’era stato prima di Roma. Le città assunsero una nuova fisionomia
modellata dal cristianesimo e dalla sua impalcatura amministrativa: al centro protetti
da mura sorgeva la basilica e il palazzo vescovile, i nuovi nuclei della vita spirituale,
politica e di assistenza pubblica. Il vescovo delle nuove monarchie barbare assunse
un’importanza inaspettata.
Le tensioni filosofiche e dottrinali a cui il cristianesimo era soggetto soprattutto in Asia
vennero affrontate mediante il concilio ecumenico, che assunse la funzione di evento-
guido per stabilire il confine della dottrina della chiesa con l’ERESIA: che assunse
significato denigratorio e oppositivo alla chiesa, che cominciò a sua volta a definirsi
CATTOLICA, universale.
Per risolvere la questione della Parusia in maniera definitiva AGOSTINO divise la storia
in sette età, la sesta andava dalla venuta di Cristo al giudizio universale, un intervallo
che veniva interpretato a piacimento.
Nell’esperienza monostica che ebbe inizio in Europa a partire dai modelli egiziani
del IV secolo, comunità di donne e uomini cominciarono a vivere isolati cominciava a
formarsi la vita nei monasteri e nei conventi di suore, che erano ispirati dalla povertà
e si basava su norme complesse, le REGOLE. La più famosa quella di BENEDETTO DA
NORCIA. Un tratto significativo dell’esperienza monastica divenne la castità, e la
verginità. Grandi monasteri e conventi cominciarono a nascere nell’Europa del VII
secolo. Incominciò a dilagarsi anche il culto dei santi e delle reliquie.
Nonostante l’importanza crescente del vescovo di Roma, l’unico grande progetto
politico-religioso di questi secoli rimase quello dell’imperatore Giustiniano, la cui
continuità con la tradizione romana viene sminuita col nominativo “bizantino” per
l’impero romano d’Oriente dal V secolo in poi. Nel 529 egli impose il battesimo a tutti i
pagani dell’impero e vietò ogni insegnamento non cristiano. la sua concezione sacrale
del potere imperiale superava la tradizione romana in una direzione asiatica, anche
per questo motivo fece stilare una SUMMA dell’intero corpus del diritto romano, il
CODICE GIUSTINIANO che è alla base delle legislazioni civili moderne europee e
americane.
Tra il VI e il VII secolo venne affrontato uno dei problemi principali della religione
cristiana: come regolarsi col peccato e salvarsi. Nacque un sistema di penitenza
calibrato sulla gravità del peccato da chi riceveva la confessione. L’insistenza sul
peccato assunse i caratteri di un’ECONOMIA DEL PECCATO, con donazioni fatti per
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la remissione dei peccati. Dal VII secolo il clero cominciò a controllare i rituali di morte
e sepoltura, richiedendo preghiere per favorire il viaggio del defunto verso il Padre. Tra
VI e VII secolo il cristianesimo occidentale assunse molti dei caratteri che avrebbero
contrassegnato il Medioevo e che sarebbero rimasti presenti fino ad oggi.

CAP.5: Maometto e Carlo Magno


Come per Gesù, anche le notizie sulla vita di Maometto provengono da testi sacri che
dopo la sua morte fissarono per iscritto una tradizione orale. I più importanti sono il
Corano elaborato nel corso del VII secolo e la Sira, la biografia del Profeta, scritta nel
VIII secolo.
Maometto nacque a Mecca nel 570, in una tribù di carovanieri. Si sa poco della sua
vita fino ai 40 anni, quando cominciò a ricevere la rivelazione per opera dell’angelo
Gabriele. Egli cercò di far partecipe della sua rivelazione la comunità della sua città,
ma riuscì ad attirare a sé solo giovani. In Arabia a quel tempo vigevano culti politeisti
che veneravano vari dei tra cui quello dal rango più elevato era ALLAH. Il messaggio
di Maometto era rivoluzionario: vi è un solo dio, Allah, ed egli stesso Maometto ne era
l’inviato, il Profeta. Venne rifiutato dalla sua comunità nel 622, compiendo
l’emigrazione (egira) verso un’oasi a 350 chilometri da Mecca; Medina. Qui vi erano
anche tribù giudaiche, e la sua predicazione raccolse un grande seguito. Egli si
impose come capo politico-militare e religioso estendendo la propria sovranità su
altre tribù arabe tanto che alla sua morte nel 632 tutta la penisola arabica era
sottomessa all’Islam.
La nuova religione si rifaceva al giudaismo e il cristianesimo, ma con elementi
provenienti dal pensiero greco. Rispetto alla Bibbia e al Vangelo intendeva svolgere
un’opera di purificazione. Il cardine di questa religione è la sottomissione a Dio (Islam
significa sottomissione). Fondamentale era l’osservanza del culto, sorretto dai 5
pilastri della fede. La fede in Allah si esprime con l’obbedienza alla Legge (sharia) che
comprende norme di diritto civile e penale per questo motivo autorità politica e
religiosa furono da sempre riunite nella figura di Maometto e dei suoi successori, i
CALIFFI.
Rispetto al Cristianesimo, l’Islam mostrò una velocità espansiva maggiore, dovuta al
fatto che diffuse sulla spada il verso coranico che incita al combattimento sulla via di
Allah, venne infatti interpretato secondo la dottrina del GIHAD (sforzo) nel senso di
guerra legale contro gli infedeli. Entro il 638 lo stato arabo si estese alla Siria, alla
Palestina, nonostante la resistenza opposta dell’imperatore bizantino Eraclio.
A quanto sembra gli arabi non godevano di vantaggi militari in grado di spiegare
l’eccezionale diffusione, ma a differenza di altri regni e impegni, avevano eserciti che
combattevano e morivano in nome di Allah. La conquista riprese dopo alcuni decenni
dovuti a forti lotte interne per il potere califfale e si espanse in 3 direzioni: l’asia
centrale, la capitale dell’impero bizantino, e l’occidente. Non riuscendo a penetrare
nella capitale bizantina, si stabilizzò il confine verso il 750 sulla catena del Tauro, nella
Turchia meridionale. Inglobarono anche il Maghreb fino all’Atlantico: un liberto berbero
guidò nel 711 le armate arabo-berbere oltre lo stesso di Gibilterra (dall’arabo
“montagna di Tariq) che sconfisse l’esercito del regno visigoto e dilagò nella penisola
iberica, conquistandola in pochi anni e proseguendo fino oltre i Pirenei. La capitale
dello stato di Maometto che andava dall’Oceano Indiano all’Atlantico fu Baghdad.
Nel 732 l’esercito musulmano venne sconfitto nella Francia centrale a
Poitiers dai franchi: questa battaglia per Edward Gibbon avrebbe annullato la
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possibilità che il Corano venisse insegnato nell’Europa di oggi. Ci vollero 30 anni
perché i moros fossero scacciati dalla Gallia. La lotta contro gli islamici servì a Pipino il
Breve e suo padre per diventare re dei franchi, ed elevarsi a difensori della civiltà
cristiana occidentale contro gli infedeli. È da questo periodo che si definì
“EUROPEENSES” i soldati che fermarono gli arabi: era la prima volta che veniva
usato questo termine.

Un secondo episodio emblematico del significato che sarebbe stato assegnato


all’espansione islamica in Occidente avvenne qualche decennio dopo e coinvolse il
figlio di Pipino il Breve e futuro imperatore: CARLO MAGNO. Chiamato ad abbattere la
tirannide dei principi mori entrò in Spagna dove rimase invischiato nel caos politico-
religioso iberico: deciso di ritornare a casa la sua retroguardia venne sterminata a
Roncisvalle, da qui prese corpo la CHANSON DE ROLAND il primo poema epico delle
CHANSON DE GESTE composto nel XII secolo dove si narra la sconfitta patita a
Roncisvalle dall’esercito cristiano ad opera dei saraceni. In realtà furono dei baschi di
religione cristiana e non dei musulmani ad attaccare la retroguardia di Carlo Magno.
Ma chi erano i franchi? Erano tra i nuovi popoli comparsi nel III secolo alla frontiera del
Reno e che i romani avevano chiamato “germani” assieme ad altri gruppi come gli
alemanni (alle mannen “tutti gli uomini”) che in guerra assumevano il nome collettivo
di FRANCI (coraggiosi) e in seguito estesero il concetto a “liberi”. Dopo aver attaccato
la Gallia, trovarono un accordo con i generali romani e ricevettero terre in cambio
dell’impegno a difendere la frontiera dai barbari. Quando l’impero d’Occidente si
dissolse, il franco CLODOVEO consolidò un regno che ottenne riconoscimenti ufficiali
sia dall’imperatore d’Oriente che dalla chiesa gallo-romano. Clodoveo si convertì al
cattolicesimo ma accreditò la discendenza della sua stirpe ai troiani, ad imitazione dei
romani, favorendo la molteplicità culturale della società FRANCO-GALLO-ROMANA.
La dinastia merovingia (dal nome di un antenato di Clodoveo) stentò a dar vita ad un
regno unitario poiché la tradizione successoria franca obbligava a dividere il regno tra
i figli maschi. Nel VII secolo salirono al trono i sovrani convenzionalmente chiamati
“carolingi”. L’identità franca è dunque l’esito di un processo continuo di aggregazione
e suddivisione che durò secoli e coinvolse la popolazione gallo-romana e tutti i popoli
barbarici che transitarono per la Gallia.
Uno degli aspetti che avrebbe avuto un ruolo determinante nella formazione
dell’impero carolingio e che si cominciava a delineare già con Pipino Il Breve è la
relazione privilegiata dei franchi con il capo della Chiesa romana cioè il Papa: una
figura che stava diventando centrale per i destini del continente. A partire dal III secolo
i vescovi di Roma cominciarono a definirsi successori dell’apostolo Pietro, che secondo
le scritture era stato prescelto da Gesù come fondamento della chiesa cristiana.
Pretesero che Roma fosse una delle 5 sedi apostoliche ma che venisse riconosciuta la
supremazia romana tanto che alla fine del V secolo iniziarono ad essere chiamati col
nome di papa (padre). Nello stesso periodo formularono la teoria secondo cui dopo
Cristo, re e sacerdote al tempo stesso, nessuno poteva più comandare
contemporaneamente ecclesia e respublica, potere religioso e potere civile, che
dunque doveva essere diviso fra papa e imperatore. Nel frattempo, l’Italia era stata
invasa, dopo il crollo dell’impero d’Occidente e mancava qualsiasi tipo di autorità
sovrana. Chi doveva esercitare la potestà temporale in assenza dell’imperatore? I papi
iniziarono a governare come dei principi Roma. Per fare questo organizzarono
un’amministrazione in grado di curare il patrimonio di San Pietro: il futuro stato della
chiesa. L’imperatore Giustiniano però non si fece scrupoli nè a indire i concili
ecumenici sia a nominare papi diminuendo il potere pontificio e creando rapporti tesi

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tra Costantinopoli e i papi. Nel 726 l’imperatore Leone III decise di far rimuovere
l’icona di Cristo dalla facciata del palazzo di Costantinopoli perché andava contro il
divieto biblico di raffigurare Dio. A queste decisioni imperiali si scontrarono tutti i
regni occidentali e tutta la gerarchia ecclesiastica che non stava a Costantinopoli i
longobardi durante questa crisi conquistarono Ravenna minacciando la stessa
presenza pontificia che ricercò un appoggio cristiano più autorevole di quello
d’Oriente: i sovrani cattolici franchi.
Fu così che papa Orsini, si rivolse a Pipino il Breve affinché intervenisse in Italia in
protezione della Chiesa, in cambio il papa andò in Gallia a sancire la nomina a re dei
franchi di Pipino ungendolo con l’olio santo (754): si trattava di un nuovo rituale di
grande valenza evocativa: il sovrano, che succedeva per principio dinastico era tale
sia per il sangue reale che per l’unzione dal Signore, e quindi predestinato al trono. Il
fatto che il pontefice assegnasse questo titolo affermava un’ implicita superiorità dei
papi sui regnanti. Si parlava latino, anche dopo il crollo dell’impero romano, nacque un
latino popolare (volgare) dal quale sarebbero nate le lingue romanze. Stavano
nascendo le lingue europee moderne.
Carlo Magno salì al trono nel 768 e divenne unico re dei franchi per la morte del
fratello. Tra i suoi nemici c’erano i LONGOBARDI insediati da due secoli in Italia, e
nonostante il matrimonio con la figlia del re longobardo ci fu una guerra, sconfiggendo
i longobardi e dichiarandosi loro re. In questo periodo nasce lo STATO DELLA CHIESA:
nella configurazione che sarebbe durata fino all’800.
Carlo Magno si ritrovò di fatto ad essere l’unico re cristiano d’Occidente, circondato da
pagani e infedeli: le tribù pagane risiedevano nelle pianure dell’Europa centrale, alle
cui confederazioni si davano il nome di sassoni, danesi, avari e slavi. Non erano popoli
sconosciuti, ad esempio i sassoni avevano da tempo un rapporto di subordinazione
con i franchi. Oltre i Pirenei c’erano i regni musulmani iberici. contro tutti i suoi nemici
Carlo Magno combatté una guerra ininterrotta, radunando ogni primavera delle armate
che combattessero contro i vari fronti al fine di allargare l’impero e imporre la
cristianità. Il conflitto più crudele fu quello con i sassoni: combattuto con stragi e
battesimi forzati. Per avere la meglio Carlo dovette occupare i territori delle pianure
tedesche, boscose e paludose, costruendovi fortezze e città. La guerra durò un
ventennio e si concluse con l’annessione al regno dei franchi e alla cristianizzazione di
tutto il territorio a ovest del fiume Elba: tutto lo spazio tedesco occidentale. Quello che
non era riuscito agli imperatori romani e cioè sottomettere la Germania riuscì a Carlo.
Contro i musulmani invece Carlo si limitò a consolidare il sud della Francia, anche in
una prospettiva difensiva, creando un regno autonomo: L’AQUITANIA, affidato nel
781 al figlio Ludovico, nello stesso anno in cui all’altro figlio Pipino veniva assegnato
il regno longobardo. La situazione iberica, dove gli arabi erano in perenne lotta tra loro
e dove sopravvivevano comunità cristiane, lasciava intravedere la possibilità per Carlo
di espandersi. L’opportunità si presentò al figlio Ludovico nell’800 l’esercito franco
entrò in Spagna, conquistò Barcellona e altri territori costruendo una regione di confine
dell’impero: la MARCA HISPANICA, che è all’origine della Catalogna e della sua
capitale.
Alla fine degli anni 790-800 Carlo aveva stabilizzato il suo regno, proteggendosi con
regni e territori associati. In questi anni il papa corrotto Leone III ricercava appoggi
politici, mentre a Costantinopoli l’imperatore Costantino VI venne detronizzato e
accecato da sua madre che si sostituì a lui incoronandosi imperatrice che una donna
fosse a capo dell’impero era una causa inaudita, e questo legittimava papa Leone a

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compiere qualsiasi passo: si recò da Carlo implorandolo di scendere a Roma dove
sarebbe stato incoronato capo della cristianità, in cambio Carlo avrebbe indetto un
concilio che doveva tra l’altro eliminare le accuse che pendevano sul papa. Questo
accade la mattina di natale dell’800: Carlo Magno fu acclamato imperatore e
“Augusto” a San Pietro, ma Costantinopoli non prese bene la notizia che Roma era
sotto un imperatore “barbaro”. Carlo era detentore del potere assoluto, che si
esprimeva in una sovranità territoriale, l’organo fondamentale del regno era
l’assemblea annuale che venne tuttavia trasformata in una riunione di vescovi e abati,
che venivano sempre più spesso nominati dal re e dall’aristocrazia a lui fedele, e i
CONTI cioè i governatori delle province in cui era diviso l’impero. Il regno franco non
ebbe mai una vera capitale, il re e la sua corte si spostavano facendosi ospitare nelle
residenze di personaggi importanti.
Come poteva essere governato l’impero di Carlo? La politica di Carlo fu di estendere il
sistema amministrativo e di governo a tutto l’impero: trasformando i territori
conquistati in CONTEE rette da un conte, che era rappresentante del governo. Inoltre,
creò delle figure di raccordo (VASSALLI REGI) deputate a controllare i conti. Per tutti
questi ruoli Carlo utilizzava i suoi uomini, oppure arcivescovi, vescovi, abati e badasse.
Una maggiore compattezza del sistema imperiale fu ottenuta con la diffusione di
vincoli personali espressi mediante giuramento che crearono una rete di fedeltà
personali dei funzionari rispetto al sovrano (VASSALLAGGIO), questa subordinazione
si rinforzò con la concessione da parte del signore di un beneficio, solitamente un
possedimento fondiario, che in seguito prenderà il nome di FEUDO.
Il compito principale dei conti e dei rappresentanti nell’impero era quello di
amministrare la giustizia. Le risorse per mantenere la corte di Carlo provenivano
principalmente da grandi aziende regie, e dai beni della chiesa. Suoi proprietari e
uomini liberi gravavano delle prestazioni obbligatorie e indirettamente delle imposte
sui beni di consumo.
Le spese maggiori erano comunque le annuali campagne di conquista. In epoca
carolingia il cuore dell’esercito divenne la CAVALLERIA, che cambiò i termini di
reclutamento che era normalmente esteso a tutti i gli uomini liberi, ora invece i signori
che avevano ricevuto benefici dal signore avevano l’obbligo di procurare e armare
gruppi di cavalieri. ciò permise a Carlo di radunare truppe ogni primavera, quando
l’erba nuova assicurava il mantenimento dei cavalli.
L’età di Carlo andò verso un rinnovamento significativo della società occidentale sotto
vari aspetti, come ad esempio l’economia.
Quale epoca o data può contrassegnare la fine del mondo antico e quando è nata
l’Europa? Secondo lo storico Pirenne l’unità del mondo romano non si sarebbe basata
sulla sopravvivenza politica dell’impero ma su fondamenti più profondi, come la
diffusione della cultura latina (che venne adottata dai nuovi barbari) oppure dal
commercio a lunga distanza. Questi elementi portanti non finirono con le invasioni
barbariche, ma solo con le conquiste arabe. La fine del mondo antico e l’inizio del
Medioevo non avrebbe quindi avuto luogo nel 476, ma simbolicamente nel 698 con
la conquista araba di Cartagine, che avrebbe spostato il baricentro
dell’Europa tra la Senna e il Reno, nell’impero di Carlo. È anche ormai condiviso
che con la perdita del Mediterraneo meridionale e la continentalizzazione del mondo
europeo si entrò in una nuova fase.
Che ruolo bisogna dare a Carlo Magno nella storia d’Europa? Sicuramente il suo impero
avrebbe rappresentato per mille anni, fino a Napoleone, quanto più simile si può
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immaginare a un’Europa unita, anche se dopo la sua morte l’impero fu smembrato tra
i nipoti. Secondo lo storico Jacques le Goff quella di Carlo Magno è stata “un’Europa
abortita” in quanto la sua visione sarebbe stata nazionalista, e quindi franca, anche se
i suoi tentativi di unificazione giuridica e monetaria contribuiscono a gettare la basi
della futura Europa.
L’Europa dominata da un solo popolo è anti Europa.
L’impero carolingio rappresenta un tentativo d’Europa unita con alcuni tratti di fondo
che unificavano l’Europa centro-occidentale: l’uso della lingua latina, la religione
cattolica, il diritto comune, la moneta, ecc. lo sforzo unificatorio dei carolingi contribuì
allo stesso tempo a creare delle diversità interne europee, in termini etnici e giuridici.
Sia Carlo, che prima di lui suo padre, accettarono come legittimi i diversi sistemi
giuridici regionali, promossi e fissati per iscritto da elitè regionali, favorendo la
creazione di nuove identità etniche a base giuridica.

CAP.6: l’Europa dei castelli


Il Medioevo come età di mezzo è una periodizzazione storica da considerare come
concetto euristico: serve agli uomini per interpretare e comprendere il passato. È stata
un’età di mezzo tra l’epoca classica e il Rinascimento, per questo il Medioevo nasce
con connotati negativo, soprattutto coll’Illuminismo secondo cui l’idea è che la ragione
combatte le tenebre del medioevo. l’800 accresce poi una visione romantica di esso, si
formalizza lo stile gotico che incarna la spiritualità del medioevo.
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Dal VIII al IX l’Europa entra in una serie di processi storici che caratterizzano la sua
storia. Gli elementi sono prima di tutto demografici. Nell’impero romano d’Occidente
tutti i beni provenivano dalla campagna, dove il 90% della popolazione risiedeva e
lavorava per mantenere agricoltura e allevamento. Vi risiedevano inoltre i proprietari
terrieri che reggevano il governo e utilizzavano il surplus delle campagne per pagare le
tasse e mantenere l’apparato religioso urbano. In questo sistema il commercio aveva
avuto un enorme sviluppo, attorno al Mediterraneo. Ma con le migrazioni germaniche
e la perdita progressiva dell’autorità imperiale l’impero cominciò a rallentare il suo
funzionamento. Tra il V e il VIII secolo la popolazione dell’Europa centro occidentale si
dimezzò a causa delle guerre, pestilenze e di una crisi economica generale il calo
della popolazione fu all’origine della trasformazione dell’ambiente dell’alto medioevo.
meno uomini significava meno terre da coltivare, potendo allevare più animali, per
questo la dieta medioevale era ricca da carne.
Nel 700 si hanno segnali di riprese in Germania e nell’Europa latina. L’età carolingia
favorì la ripresa. In questo contesto la manodopera un tempo esclusivamente schiavile
dell’età imperiale si era modificata, soprattutto per la nuova difficoltà di reperire
schiavi, venuta meno per le minori campagne di conquista. La produzione comincia
così ad essere orientata più al mercato locale, e i contadini si differenziano tra loro per
il grado di dipendenza col proprietario terriero e gli oneri che gli dovevano (piccolo
proprietario indipendente delle sue terre, affittuario libero che pagava un canone
d’affitto più le prestazioni di lavoro obbligatorio – corvée –, il servo legato alla terra, i
pochi schiavi rimasti). Questo tipo di relazioni sociali rimase stabile dal III al X secolo
nell’Europa centro occidentale. Ci sono testimonianze del 750 di tenute suddivise in
una parte data in affitto, e in una gestita direttamente dal proprietario lavorata grazie
alle corvée. Questo sistema si limitò all’Inghilterra, Gallia del nord, Italia settentrionale.
(si definisce il medioevo con questo sistema economico solamente perché ha
conservato una documentazione migliore).
Nei secoli di transizione del potere imperiale la ricchezza dei grandi proprietari terrieri
era inferiore rispetto al tempo dell’età imperiale. A partire dall’età carolingia questa
tendenza si inverte le famiglie chiamate dai sovrani franchi a svolgere il ruolo di
COMITES e i vassalli con i quali il re spartiva i bottini di guerra, ingrossarono i loro
possedimenti, e grazie alle donazioni fatte dal re anche abati e vescovi vedono
crescere i beni fondiari della chiesa che si stima raggiungesse 1/3 di tutta la terra. I
potenti diventarono ancora più ricchi, e la classe dei piccoli proprietari diminuì.
La rottura dello spazio mediterraneo a seguito dell’espansione islamica non portò alla
chiusura del commercio nel mare interno, ma l’inizio di una fase di riequilibrio con
nuovi attori: l’ascesa di VENEZIA sorta nel VI secolo a seguito di migrazioni di
popolazioni dalla terra ferma verso le lagune nel IX secolo voleva il ruolo di
intermediaria tra Oriente e Occidente, che avrebbe poi rivestito in tutto il basso
Medioevo.
A partire dal VII secolo decollò in età carolingia il Mare del Nord grazie a dei mercanti,
e cominciarono in tutte le coste ad attivarsi porti che funzionavano da interscambio
internazionale di beni.
Uno degli atti significativi dei sovrani carolingi fu la RIFORMA MONETARIA:
consistente nell’affermazione della sovranità regia sulla moneta (mentre prima la
coniazione della moneta aveva avuto luogo localmente) e nella sostituzione di vecchie
monete con una nuova moneta d’argento: il DENARO. Carlo Magno cercò di imporre il
MOGGIO PUBBLICO, una nuova misura di capacità, l’introduzione del nuovo sistema

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monetario rappresentò un tentativo di dara uniformità e coerenza ad un sistema
economico che stava andando verso la specializzazione regionale. Gran parte della
popolazione comunque rimaneva legata alla semplice sussistenza: le tasse verso lo
stato si ridussero, ma aumentarono gli obblighi verso il signore o l’ente ecclesiastico
da cui si dipendeva.
Tra il IX e il X secolo ci fu una nuova invasione da parte di popoli del nord e dell’est
verso l’Europa centrale e meridionale. I primi furono gli SCANDINAVI (vichinghi,
normanni) che vivevano di pirateria, razzia e commercio. Si cristianizzarono,
fermandosi nella regione costiera francese che prese appunto il nome di NORMANDIA,
stringendo nel X secolo alleanze con i sovrani francesi e mischiandosi alla popolazione
gallica. Nel 1066 GUGLIELMO DI NORMANDIA (il Conquistatore) invase la Gran
Bretagna grazie alla vittoria ad HASTINGS e divenne re anglo-sassone.
Nel Meridione italiano, nel IX secolo resistevano i principati longobardi come
Benevento, territori bizantini, città libere come Napoli. Ma tutti loro divennero vittime
delle scorrerie dei pirati SARACENI:popolazioni musulmane che tra l’827 e il 902
avevano conquistato la Sicilia. Contro di loro vennero assoldati nell’XI secolo soldati
normanni sotto la guida della famiglia Altavilla per conquistare l’Italia meridionale,
riuscendo a suddividerla in vari ducati e dichiarandosi vassalli del papa. Gli Altavilla
inoltre tolsero la Sicilia ai musulmani creando il REGNO DI SICILIA che sarebbe
durato fino al 1860.

Nel 846 i saraceni giunsero a Roma, razziandola, e il papa fu costretto ad erigere delle
mura attorno al Vaticano.
Alla fine del IX gli UNGARI (popolo nomade proveniente dalle steppe russe) si insediò
nella pianura pannonica (attuale Ungheria) da dove mossero incursioni verso la
Germania, la Gallia e l’Italia settentrionale nel 955 il re di Germania futuro
imperatore OTTONE I li sconfisse stanziandoli nella regione che prende il loro nome.
Le invasioni dei secoli IX e X sarebbero state l’origine di uno dei fenomeni che
cambiarono il volto dell’Europa: la costruzione dei CASTELLI. In realtà
l’incastellamento nasce per ragioni diverse, soprattutto perché in quel periodo
vengono meno le migrazioni. C’erano piuttosto lotte interne che dissolsero molti regni,
oppure iniziative di colonizzazione che necessitavano di strutture militari su cui
poggiarsi. Inoltre, erano legate all’esigenza dei grandi proprietari terrieri di garantire il
potere locale, erigendo un castello per accogliere la popolazione da proteggere in caso
di guerre, in cambio di un’egemonia sugli uomini e sulle loro terre, creando quella che
viene chiamata una SIGNORIA. Il signore aveva potere su un territorio preciso e le
persone che ci abitavano. Aveva ricevuto i poteri da un principe o ne disponeva già di
fatto. C’erano le signorie ecclesiastiche (abazia) o laiche. C’erano inoltre signorie che
sostituivano quasi del tutto i poteri dello stato.
Perché si forma questa organizzazione territoriale in molte regioni europee?

Nell’impero carolingio, che si disgregò con i figli di Ludovico, alla morte di Carlo il
Calvo (877) l’impero cessò di fatto di esistere, e il suo territorio venne smembrato
in regni, contee, marche e ducati, a capo delle stesse famiglie che erano state
installate da Carlo grazie agli scambi per le campagne militari. Queste famiglie
avevano progressivamente abbandonato la successione paritaria tra i figli per adottare
una trasmissione di patrimonio che privilegiava un figlio (il primogenito): l’aristocrazia
si organizzò in LIGNAGGIO. Le strategie successorie determinarono la vita dei castelli.
Mentre a livello centrale si instaurava un’idea di monarchia, a livello locale si struttura
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l’idea di un’ARISTOCRAZIA RURALE che ha nel castello e nella signoria (il potere
legato al castello) il proprio centro.
Fino a qualche tempo fa si credeva che questo processo di frantumazione dei poteri
pubblici centrali e di compattamento territoriale dei poteri signorili fosse stato
generato dall’epoca carolingia in forma feudale (cioè che i rapporti vassallatici delle
clientele militari alle quali erano accompagnato il beneficio del feudo, fosse esteso a
tutta la società) per i secoli dal IX al XII è più opportuno parlare di
ORDINAMENTO SIGNORILE: individuando nella signoria (assetto economico e
sociale) l’elemento caratterizzante, e non nel feudo (rapporto giuridico).
Comunque, i rapporti vassallatici si diffusero progressivamente fino a raggiungere nel
1100 la massima diffusione. Da quel momento in poi i poteri locali trovano come punto
di riferimento organi di livello superiore inquadrati in un sistema di gerarchie basate
sulla fedeltà dal re al duca, da questo ai titolari delle grandi signorie e da queste a
quelle più piccole. Solo dalla seconda metà del XII secolo con la formazione di forme
statali chiamate MONARCHIE FEUDALI si può parlare di un’estensione della
gerarchizzazione della società.
La disgregazione dei poteri centrali in Europa ad un certo punto si ferma. Nella parte
orientale dell’ex impero carolingio OTTONE I DI SASSONIA rilancia la monarchia con
varie alleanze e intervenendo militarmente in Italia riuscendo ad ottenere anche la
corona. Fu incoronato imperatore dal papa nel 962, ma non si trattava di una
rinnovazione dell’impero, quanto della nascita di una nuova forma politica il cui
baricentro era definitivamente spostato a nord, che fungeva da contenitore di
principati autonomi nell’area tedesca.
L’affermarsi di casate desiderose di emergere sulla massa dei poteri locali fu un
fenomeno comune. In Francia la famiglia dei conti di Parigi riuscì ad impossessarsi del
titolo regio nel 987 con UGO CAPETO, ma l’autorità monarchica aveva solamente un
valore morale e religioso rispetto agli ampi domini regionali autonomi. Solo con LUIGI
VI inizia un rafforzamento territoriale e politico della figura del sovrano che proseguì
con i suoi successori attraverso guerre e annessioni. I capetingi al tempo stesso
costruirono la base di un’organizzazione statale finalizzata alla riscossione delle
imposte, della raccolta di omaggi per il re, dell’amministrazione della giustizia: ciò
allargo i rapporti feudali, che erano inoltre indispensabili per la conduzione della
guerra.
In Inghilterra Guglielmo il Conquistatore organizzò il suo regno, che era già saldo,
una fitta rete di castelli e possedimenti fondiari concessi in feudo in cambio
dell’omaggio vassallatico al re. Per tassarli li censì con un inventario prezioso, il
DOMESDAY BOOK. È col suo regno che risale la sanguinosa conquista dell’Irlanda.
L’aumento del carico fiscale a seguito delle guerre costrinse il re a concedere una
MAGNA CARTA (1215): un documento che fissava i diritti e i doveri di sovrano e
sudditi, soprattutto nel caso di imposizioni fiscali straordinarie, e si istituì un comitato
di 25 baroni che dovevano ribellarsi in caso di decisioni ingiuste del sovrano. Questo
documento è stato a lungo considerato l’atto di nascita di istituzioni in grado di
contenere il potere monarchico, segnò la svolta il fatto che avvenisse in un’assemblea
generale. Con EDOARDO III la corona inglese sottomise anche il Galles e la Scozia.
A partire dal XI – XII secolo la Francia e l’Inghilterra gettano le basi grazie alle
monarchie feudali, delle future monarchie nazionali, altrove la situazione è diversa.
Nella penisola iberica la RECONQUISTA procedette nel X e XI secolo di pari passo con
la crisi dei califfi musulmani a opera di regni e contee cristiani, di cui tra di essi
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cominciarono ad emergere il Regno di Castiglia e Leon, dal quale si staccò la contea
del Portogallo e quella di Aragona.
La frammentazione dell’Italia era accentuata dalla crisi del papato, che ridisegnò la
propria funzione e l’organizzazione dello stato della chiesa dando vita soprattutto con
GREGORIO VII ad una struttura fortemente gerarchizzata. Il tentativo portato avanti
da questo pontefice di controllare la cristianità e le elezioni dei vescovi aveva il proprio
limite nel potere politico ed economico rappresentato da tali cariche, che
interessavano ardentemente i sovrani. Lo scontro che seguì con l’imperatore del
SACRO ROMANO IMPERO GERMANICO (ENRICO IV) della LOTTA PER LE
INVESTITURE che si concluse nel 1122 con un accordo stretto a Worms, ma
che non risolse granchè.
Nel X secolo, con tempi e ritmi diversi per le varie regioni, la popolazione europea
comincia a crescere in modo deciso. Tra l’anno Mille e il 1300 la popolazione
raddoppia, grazie all’assenza di epidemie o guerre.
Il limite principale allo sfruttamento delle risorse naturali era dato dalla disponibilità di
energia: gli schiavi. Per questo a partire dal VIII secolo si intensifica l’uso del CAVALLO
come mezzo di trasporto e nell’industria, oltre ad una serie di innovazioni come
l’aratro pesante e i sistemi di coltivazioni triennale, che spiega come l’Europa centro-
settentrionale era nettamente più avanzata del sottosviluppo strutturale del sud, oltre
al fatto che queste evoluzioni avrebbe creato la base delle prossime espansioni e
scoperte oceaniche.
Queste trasformazioni determinarono cambiamenti anche a livello sociale: la classe
aristocratica-signorile divenne uno stato giuridico protetto da appositi titoli, che si
trasmettevano col sangue, e che presupponeva che questa classe fosse migliore di
tutti gli altri uomini. (nobiltà di diritto). Attorno ai castelli e alle signorie si sviluppò la
figura dei CAVALIERI: simbolo del potere signorile, che proteggeva le donne e i più
deboli dagli infedeli (indirizzati dalla chiesa), i cavalieri diventeranno l’emblema
dell’Europa feudale i cui valori sarebbero stati la fedeltà al proprio signore e
l’altruismo.
Tra il VIII e il XI la situazione dei contadini peggiorò quasi ovunque, dovuta all’aumento
del carico degli obblighi. Nacque anche la figura dei SERVI DELLA GLEBA, la
trasformazione della vecchia schiavitù.

Secondo KARL MARX il FEUDALESIMO era un sistema di rapporti di produzione


caratterizzato dallo sfruttamento dei contadini, che rimase in vigore dal crollo della
società classica al trionfo della borghesia nel XIX, è per questo che l’idea di feudalismo
da stadio di evoluzione delle società è diventato un’idea diffusa associata al Medioevo
come età di arretratezza. Vari aspetti della storiografia suggeriscono invece che i
rapporti di fedeltà personale che stanno dietro al concetto giuridico del feudo sono
solo una delle componenti che caratterizzano questa società, tanto che si può parlare
di Europa feudale solo per pochi secoli dopo il XII i rivoluzionari francesi del 1700
abolirono i diritti feudali, sapendo che le corvees e i censi facevano parte di vecchie
istituzioni che definirono ANCIEN REGIME. Inoltre, è sbagliato considerare le
trasformazioni medioevali come delle RIVOLUZIONI, in quanto sono state delle
trasformazioni lente e progressive e che richiesero secoli per manifestarsi.

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CAP.7: L’Europa delle città
Nella storia del mondo è stato detto che le città europee rappresentano qualcosa di
unico come l’alta concentrazione, il rapporto che legava la città alla campagna,
l’indipendenza; nessuno di questi elementi è però tipicamente europeo in quanto si
possono ritrovare in diverse epoche del mondo antico quello che rende unica
l’esperienza europea è il MIX di questi elementi che ha assegnato a loro un ruolo
centrale nello sviluppo della civilizzazione europea soprattutto dopo l’anno Mille.
Si può dividere la storia delle città europee tra età antica ed età moderna in due fasi:
1) che corrisponde alla tarda antichità e all’alto Medioevo: la città perse il suo ruolo di
centro militare e amministrativo, mentre poteri forti come le SIGNORIE si insediarono
nelle campagne, e la difesa dai barbari o dai vicini venne organizzata nei CASTELLI. La
funzione principale della città rimase RELIGIOSA: il ruolo delle istituzioni romane venne
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ereditato dal vescovo. In questa epoca di declino molte città andarono in rovina
mentre altre si rinnovarono. Dove non c’era stata presenza romana come nell’Europa
del nord e dell’est i centri urbani medioevali si svilupparono in continuità con
insediamenti primitivi.
2) nella seconda fase, dopo l’anno Mille ci fu un processo di RIVITALIZZAZIONE delle
città, che si consolidò e si espanse. Secondo uno studio che ha provato a considerare
i centri europei che avevano più di 10 mila abitanti (grande città) queste erano circa
80. La loro collocazione andava tra la costa atlantica francese e la Germania centrale:
il regno di Carlo Magno, l’altra era attorno al vecchio mediterraneo. 500 anni dopo,
verso il 1500 le città con più di 10 mila abitanti sarebbero arrivate a 220. La penisola
iberica e italiana continuavano ad essere aree urbane ma spostate nel centro terra e
non più nelle coste. Se però si paragona l’Europa di quei tempi con la Cina dove
c’erano città che arrivavano a 1 milione di abitanti e dove i centri urbani avevo circa il
20% della popolazione l’Europa sembra meno urbanizzata nel “milione” di MARCO
POLO cioè la prima descrizione occidentale dell’impero cinese dalla fine del XIII c’è
grande ammirazione per questo popolo.
Nel 1500 questo divario europeo venne recuperato con tassi d’urbanizzazione del
10-15%. Non si può parlare di una rivoluzione urbana europea: la modesta crescita del
tasso di urbanizzazione è la conseguenza e la conferma che il miglioramento
produttivo del sistema agrario era modesto. La fase di crescita dell’economia europea
che iniziò nel XI secolo si interruppe agli inizi del ‘300 con delle crisi agricole che
portaronoCARESTIE. La causa fu probabilmente un peggioramento climatico, una
piccola era glaciale che fece diminuire le rese. Alcune aree demografiche erano poi
giunte ad un livello demografico poco sostenibile. Inoltre, nel 1300-1450 ci fu un'altra
registrazione di GUERRE, come la guerra dei Cent’anni (1337-1453) e conflitti in tutta
l’area europea.
Si presentò in questo periodo qualcosa di sconosciuto fino ad allora: LA PESTE (che
era comparsa nel continente nella tarda antichità quindi scomparsa da 600 anni)
questa volta durò per circa 4 secoli. Il suo arrivo fu una conseguenza indiretta dei
nuovi traffici intercontinentali europei: giunse nel 1347 sulle navi genovesi proveniente
da mar Nero. In tutta la penisola la mortalità fu tra il 30 e il 50 %, si estese poi al resto
dell’Europa. Nella prima ondata (1347-50) il morbo uccise 25 milioni di persone (1 un
terzo della popolazione europea). gli effetti sulla società furono devastanti, e gli
uomini cominciarono a pensare che fosse una punizione di Dio.
Le campagne europee di colpo dovettero sfamare meno persone, intensificando altre
coltivazioni e l’allevamento di bestiame, creando condizioni di vita migliori. Si formò il
contratto di MEZZADRIA con il signore, ma la riorganizzazione agraria generò
un’instabilità che portò nel 1358 in Francia ad una rivolta contadina chiamata
JACQUERIE, finita con il loro sterminio.
Uomini e donne dopo tutte questo periodo manifestarono nuove forme di devozione,
anche con la diffusione di rappresentazione della morte e nell’incremento di donazioni
alla Chiesa.
Le città erano come grandi polmoni che durante le carestie si riempivano di persone
che cercavano aiuto, mentre nei periodi di raccolta abbondanti si riempivano nelle
campagne. L’interdipendenza tra città e campagna era qualcosa che alimentò la
rinascita cittadina medioevale europea. Interdipendenza non significa equivalenza : nei
secoli successivi al Mille la distinzione tra spazio economico urbano e rurale si fece più
marcata e la divisione del lavoro tra città e campagna aumentò: gli spazi urbani
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aumentarono la presenza di artigiani e commercianti. Aumento anche il numero di
coloro che esercitava mestieri disonorevoli come gli usurai ebrei le figure sociali si
ampliano e anche il mondo dei mestieri, tanto da giungere a forme di associazione
corporative chiamate ARTI. (stava aumentando il numero dello strato intermedio della
società). Un nuovo personaggio che esercitò un primato sul piano della rinascita
urbana europea fu il MERCANTE-FINANZIERIE (nel XI-XIII i commerci fiorirono, e le
corti alimentavano la domanda di beni di lusso e prodotti del commercio internazionale
come le spezi o le sete). Le stesse CROCIATE rappresentavano una spedizione per
conquistare nuovi mercati, e anche la diffusione del PELLEGRINAGGIO in luoghi sacri
contribuì al rilancio dei traffici. In questo fenomeno emerse le città portuali italiane:
Venezia, Genova e Pisa che tra il XI e il XV secolo acquisirono colonie in tutto il
Mediterraneo, diventando intermediari tra l’Oriente e l’Occidente. Si venne a formare
tra 200 e 300 la LEGA ANSEATICA: un’associazione di città libere e di mercanti
dall’Estonia all’Inghilterra allo scopo di proteggere ed espandere il commercio tra i
due mari. Nel XIII se creò un nuovo strumento di scambio: LE FIERE DELLA
CHAMPAGNE: durante tutto l’anno a rotazione i mercanti di tutta l’Europa
scambiavano beni provenienti dal Mediterraneo e dall’Oriente con prodotti dell’Europa
centro-settentrionale. Queste fiere cambiarono anche il ruolo del mercante che non
dovette più seguire personalmente le merci ma guidava gli affari dalle proprie sedi,
questo fatto è dovuto alla RIVOLUZIONE COMMERCIALE comprendeva la
riorganizzazione del commercio marittimo con rotte regolari, l’assicurazione marittima,
la LETTERA DI CAMBIO tramite la quale erano possibili i trasferimenti monetari su
qualsiasi distanza, la CONTABILITà A PARTITA DOPPIA che valutava l’economicità di
ogni attività.
Nelle città la figura dei mercanti-finanzieri rappresentava uno strato superiore del ceto
medio che acquisì visibilità.
Anche Venezia deve essere considerata una città urbana in quanto possedeva tutti gli
elementi per essere considerata tale. La sua organizzazione spaziale e lo spazio
politico delle libertà cittadine coincidono. La Serenissima si definiva una Repubblica
aperta fatta di cittadini uguali (che teneva conto solo dei nobili aristocratici maschi che
risiedevano nell’assemblea repubblicana: il MAGGIOR CONSIGLIO). Nell’area IN
BROLO i patrizi discutevano delle elezioni negli uffici statali e concordavano nomine e
scambi di favori: IMBROGLIO rimasto oggi nella lingua italiana.

Leonardo Benevolo ha riassunto le innovazioni costruttive delle città europee


medioevali come organismi in cui diversi elementi pubblici e privati si adattano gli uni
agli altri, questo equilibrio è dato dalla compresenza di poteri diversi religiosi civili e
professionali, e sociali, e il loro carattere chiuso determina una costipazione degli spazi
per cui gli edifici pubblici sono costretti a svilupparsi verso l’alto. tra XII e XIII nasce
uno stile che rappresenta questa descrizione, lo STILE GOTICO che stabilisce per la
prima volta un livello unitario europeo. Le città europee diventano riconoscibili.

Lo slancio delle città dopo il Mille ebbe luogo contemporaneamente alla formazione del
sistema signorile nelle campagne, per questo non si può parlare di “Europa comunale”
o “Europa feudale” una civiltà comunale si ebbe in alcune zone ristrette dell’Europa
centro-occidentale dove a partire dal XI secolo comparve una nuova forma di
organizzazione politica autonoma della città: il COMUNE. Ebbe origine dalle condizioni
di debolezza dei poteri superiori, soprattutto nel regno italico. Questa nascita
comportò una nuova magistratura di cui i componenti prendeva il nome di
CONSULES, che esercitavano il governo della città dal palazzo comunale. Erano eletti
periodicamente da un’assemblea a cui partecipavano tutti i titolari di diritti politici
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tranne i lavoratori manuali, i servi e le donne. Nell’Italia centro-settentrionale, nella
Francia meridionale, e in Spagna l’autogoverno comunale fu promosso dai ceti
artigiani e mercantili che miravano a distinguere la propria condizione da quella dei
sudditi rurali: veniva indicati col termine BURGENSES derivato dal latino “burg” che
significa “città” e avrebbe dato origine alla parola moderna BORGHESE.
In Italia l’autonomia del comune si affermò contro i poteri superiori, questo urtò
FEDERICO I BARBAROSSA: imperatore della casata sveva degli Hohenstaufen che era
riuscita ad emergere dalle lotte dinastiche e che deteneva la corona del regno italico.
Con il pretesto di difendere alcuni centri minori dalle mire espansionistiche di comuni
come Milano Federico I scese in Italia e per imporre la propria autorità affrontò una
lega di comuni lombardi la sconfitta nella battaglia di Legnano (1176) lo costrinse a
riconoscergli numerosi privilegi in cambio del riconoscimento formale della propria
autorità. Il comune ne uscì legittimato e questo funse da potente messaggio ideologico
di esaltazione delle libertà cittadine.
Il grado di autonomia raggiunto dalle città tedesche era vicino a quello dei comuni
italiani. In Italia la presenza entro le mura cittadine di famiglie aristocratiche che
detenevano proprietà e interessi in campagna spinse i comuni italiani a sottomettere il
circondario fu un processo rapido e violento che ebbe luogo nella prima metà del XII
secolo. Esercizio dei diritti politici e condivisione degli oneri fiscali e della difesa delle
mura diventarono parte fondante di un sentimento di identità collettiva che si
alimentava nell’orgoglio cittadino, nel culto del santo patrono, nella partecipazione alla
ritualità pubblica, alla produzione di documentazione scritta che attestava i diritti
acquisiti. Le città divennero delle piccole PATRIE e i loro abitanti si sentirono per secoli
milanesi, barcellonesi, ecc.

La città medioevale per vari autori è stata interpretata come uno stato d’animo, la sua
essenza non stava solo nell’autogoverno, L’URBANITÀ è un modo di pensare e di
essere, una forma di civilizzazione in particolare europea.

Secondo Fernand Braudel durante l’ultima parte del Medioevo le città europee
passarono sotto tutela, dopo essersi imposte sullo stato. Questo rappresenta
l’adattamento del potere monarchico nelle 3 grandi monarchie europee: Francia,
Inghilterra e Spagna. Iniziato nel XII secolo il rafforzamento e accentramento del
potere monarchico proseguì quando questi 3 regni estesero il loro dominio diretto a
spese dei signori locali o acquisendo nuovi territori. A questo scopo vennero utilizzati
nuovi soldati di tipo MERCENARIO che sostituirono progressivamente gli eserciti
feudali dai vassalli fedeli al sovrano. Con la sostituzione dei vincoli vassallatico-
beneficiari per nuove logiche amministrative e burocratiche inizia il lungo processo di
costruzione chiamato FORMAZIONE DELLO STATO MODERNO.
Le città europee non dovettero solo arruolarsi allo stato monarchico. Nel XIV e XV
secolo c’erano anche modelli alternativi allo stato retto dal sovrano: in Germania le
città che si resero indipendenti alla fine del Medioevo furono centinaia, in Italia alcuni
tra i maggiori comuni come Milano Firenze e Venezia si trasformarono in signorie
territoriali in grado di governare stati regionali stabiliti. C’erano anche REPUBBLICHE
ARISTOCRATICHE come Genova, Lucca o Venezia, che rappresenteranno un percorso
simbolico nell’evoluzione dello stato occidentale.
La vita urbana richiese conoscenze sempre più specializzate e tecniche, un numero
crescente di burocrati, professionisti e lavoratori alfabetizzati. Oltre al latino si
regolarizzò le parlate volgari. Contribuì a questo slancio culturale la riscoperta degli
antichi: un fenomeno che percorse tutti i secoli del tardo Medioevo, dal XIV
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l’UMANESIMO cioè la rivalutazione dei classici e dello studio delle humanitates come
fondamento dell’educazione dell’uomo virtuoso. Il contributo della cultura araba ebbe
importanti ricadute pratiche nell’Europa dei commerci: i numeri arabi che furono
introdotti agli inizi del ‘200. Il sistema educativo dell’Europa prima del Mille era nelle
mani della Chiesa che dava più importanza agli studi teologici le nuove esigenze della
cultura laica cittadina portarono alla nascita nel XII secolo delle UNIVERSITÀ:
istituzioni per gli studi superiori nelle quali si insegnavano la teologia, il diritto, le arti
liberali ecc. l’insegnamento veniva impartito in latino in tutta Europa, e questo favorì
la MOBILITÀ INTERNAZIONALEdei docenti e degli studenti delle classi privilegiate.
Dopo il Mille e la paura dei barbari, emerse l’ossessione verso gli ebrei scatenando
POGROM (sommosse popolari antisemite), e contro gli eretici. In questo periodo la
religiosità cristiana fu percorsa da inquietudini alimentate dal richiamo alla necessità
di una spiritualità più profonda e di una azione evangelica nei confronti dei meno
fortunati, ed una crescente polemica contro la ricchezza della Chiesa e il suo potere.
Queste tensioni diedero vita a movimenti che in varie regioni fecero propri i motivi di
insoddisfazione sociale e politica. Gli strumenti per sedare questi movimenti furono
l’indizione di concili ecumenici, la creazione del tribunale ecclesiastico
dell’Inquisizione (1215) e alla repressione violenta come nel caso delle crociate
contro i CATARI che vennero sterminati nel 1208.
Dagli inizi del XIII secolo due nuovi ordini religiosi cercarono di farsi carico ad un
ritorno della povertà evangelica, di un nuovo modo di diffondere la parola di Cristo: gli
ordini mendicanti dei DOMENICANI e dei FRANCESCANI, fondati da Domenico di
Guzaman, e da Francesco d’Assisi, si rivolsero soprattutto alle comunità urbane. Se
nell’alto Medioevo i valori per i quali gli uomini vivevano e combattevano (la città di
Dio, il paradiso, ecc) spingevano a guardare verso il cielo, con la rinascita urbana
acquisirono peso il lavoro, il benessere, la considerazione del singolo da parte della
sua comunità. La diffusione inoltre dell’OROLOGIO MECCANICO alimentò una
mentalità empirica tipica dell’uomo europeo.
Nella prima metà del ‘400 si fece strada tra elitè di intellettuali italiane l’idea che un
rinnovamento profondo fosse vicino e che l’uomo, essere razionale creato da Dio a
propria immagine e somiglianza, ne sarebbe stato il fulcro. Si apre l’era del
RINASCIMENTO, esaltata dai capolavori dell’arte italiana, dove viveva l’idea di
armonia e centralità dell’uomo nell’universo rafforzò lo sguardo alla vita terrena. Un
aiuto derivò da una delle scoperte più importanti nella storia del mondo: l’invenzione
della stampa a caratteri mobili da parte di un orafo tedesco, Johann Gutenberg che
nel 1455 fece uscire la prima edizione della Bibbia.
Nel 1453 cadde l’ultima impronta dell’antichità classica: i turchi ottomani assediarono
e occuparono Costantinopoli, ponendo fine all’impero bizantino. Nel 1492 la regina
Isabella di Castiglia conquistava l’ultimo territorio musulmano in terra europea, mentre
pochi mesi dopo ci sarebbe stata la scoperta dell’America.
CAP.8: L’Europa fuori Europa
Negli ultimi anni del ‘400 si accese in Europa una competizione per raggiungere via
mare l’Asia. Nel 1492 il navigatore genovese Cristoforo Colombo aveva ottenuto
dalla regina di Castiglia il finanziamento dell’impresa di giungere in Asia andando
verso ovest, cioè attraversando l’Atlantico. Colombo come prova del suo successo
tornò in Spagna con sette INDIOS piumati che portavano pappagalli e oggetti d’oro. Al
secondo posto Giovanni Caboto finanziato da alcuni mercanti scelse una rotta più
settentrionale e toccò nel 1497 la Cina. Nel frattempo, il portoghese Vasco da Gama
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arrivò nel 1498 nell’India Occidentale circumnavigando l’Africa, lui fu l’unico a
raggiungere effettivamente la meta. I primi due avevano solo scoperto dei nuovi
continenti.
Cosa spinse gli europei oltre mare? Come poterono i paesi europei nei successivi 3
secoli giungere a controllare metà del globo? La nascita del COLONIALISMO cioè il
dominio economico, politico e ideologico che alcuni paesi europei esercitarono su altri
popoli e continenti sarà un fenomeno nato in questo periodo che durerà fino al XX
secolo.
Un precedente significativo per l’avvio di questo processo consistette nell’acquisizione
di possedimenti e basi commerciali nel Mediterraneo centrale e orientale, tra il XIII e il
XV secolo da parte di alcuni stati tra cui Genova e Venezia. Il loro desiderio era
quello di governare i traffici intercontinentali. Questa tendenza espansiva non era un
atteggiamento nuovo né esclusivamente europeo, visto che negli stessi secoli si
sviluppò il più grande impero nella storia dell’uomo: l’impero mongolo di Gengis
Khan e dei suoi successori.
La storiografia occidentale ha da tempo diversificato il significato ideologico delle
spedizioni militari che tra XI e XV secolo furono legittimate da un bando pontificio. Le
crociate non furono dirette solo alla liberazione della Terrasanta, ma anche verso
l’Egitto, verso i regni musulmani dell’Africa, contro gli slavi e i balti nell’Europa nord
orientale, contro varie comunità di eretici europei. l’esempio del miscuglio di
motivazioni sociali ed economiche che stava dietro le crociate è evidente nella quarta
crociata: dirottata dai veneziani per motivi commerciali alla conquista di Costantinopoli
e alla divisione dell’impero bizantino combattuta quindi contro gli stessi cristiani. Le
crociate non possono considerarsi guerre di religione perché non miravano a
convertire gli infedeli, l’ideologia delle crociate legittimate dal papato all’uso della
forza contro i nemici del cristianesimo avrebbe influenzato profondamento la prima
espansione europea.

La storia della prima espansione europea inizia nel Regno di Portogallo la cui
popolazione poco numerosa trovò verso l’Atlantico la sua via d’espansione. Nel 1415 la
flotta conquistò la citta marocchina di CEUTA che era il terminale delle vie carovaniere
trans-sahariane e sembrava garantire buoni rifornimenti per due merci di scambio che
erano molto richieste in Europa; l’oro e gli schiavi. L’oro svolgeva una funzione
economica insostituibile e la sua scarsità dovuta all’esaurirsi delle miniere europee e
al suo continuo defluire verso Oriente per i traffici mercantili costituiva una limitazione
allo sviluppo economico del continente.
Nel corso del primo ‘400 alcune spedizioni marittime portoghesi pianificate da
ENRICO IL NAVIGATORE con l’appoggio dell’”ordine militare di Cristo” esplorarono la
costa africana occidentale fino al Golfo di Guinea e oltre il loro obiettivo era
instituire una nuova rete di scali per acquisire oro e schiavi neri da inviare a Lisbona.
Dopo la metà del secolo divenne prevalente verificare se a differenza della geografia
dell’epoca l’oceano Atlantico e l’oceano Indiano fossero collegati, se fosse così si
sarebbe aperta la strada per raggiungere via mare le Indie: il luogo da cui proveniva
un prodotto estremamente richiesto in Occidente, le SPEZIE. La loro provenienza dalle
ignote isole delle spezie, che si ritenevano vicine al giardino dell’Eden, caricava questi
prodotti di un prezzo elevato per la loro ricercatezza. Inoltre, nell’immaginario europeo
l’ASIA rappresentava un mondo fantastico. La sua superiorità economica comprovata
dalla qualità dei prodotti che vi provenivano era qualcosa di accertato nella cultura
europea che era fortemente attratta dalle leggende che circolavano sull’Oriente. Nel
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XII erano cominciate a circolare notizie di un imperatore cristiano che regnava su una
terra orientale nei pressi del paradiso terrestre circondato da animali esotici gioielli e
spezie: IL PRETE GIANNI, che avrebbe rappresentato la superiorità di Dio su
Maometto.
La possibilità per i mercanti portoghesi e spagnoli di bypassare la fila di intermediari
indiani arabi e mediterranei che concorrevano a moltiplicare il prezzo delle spezie
funzionò da stimolo per cercare una via delle spezie esclusivamente marittima. La
conquista di Costantinopoli da parte degli ottomani nel 1453 non cambiò una
situazione già stabilizzata da secoli: dopo una lunga serie di passaggi le spezie
arrivavano nelle città islamiche di Alessandria, Damasco dove i mercanti arabi le
scambiavano con manufatti degli europei (oro e argento). prima di essere un attacco
dell’Occidente cristiano ai traffici musulmani, la competizione per LA VIA DELLE
INDIE fu una sfida lanciata dai paesi atlantici contro le vecchie potenze mercantili
mediterranee che controllavano lo smercio delle spezie in Europa.
L’esplorazione della costa occidentale dell’Africa si rivelò difficile tanto che ad un
certo punto il re del Portogallo stava per cedere e finanziare il capitano genovese
Cristoforo Colombo il quale proponeva sulle basi di aneddoti raccolti che fosse
possibile cercare la via delle Indie andando verso occidente. Quando nel 1458
giunse la notizia del raggiungimento del CAPO DI BUONA SPERANZA
(Sudafrica) da parte di Bartolomeo Diaz che quindi concretizzava l’idea di arrivare
in oriente circumnavigando l’Africa, la proposta di Colombo venne scartata.
Colombo richiese allora alla corte castigliana di finanziare il suo progetto, la regina
Isabella di Castiglia accettò, avendo appena concluso la reconquista ispanica e
cattolica della penisola. Colombo armò una spedizione che in 36 giorni di calma arrivò
nell’ottobre 1492 nelle ANTILLE (arcipelago dell’America centrale caraibica) e ne
prese possesso. Dopo aver esplorato le coste di Haiti e Cuba, Colombo tornò in
Spagna e raccontò della forza lavoro che potevano rappresentare gli uomini che
vivevano lì: GLI INDIOS(che lui riconosce come asiatici e che effettivamente
provenivano dall’Asia). Solo VASCO DE BALBOA sarà colui a capire che quello
raggiunto da Colombo era un nuovo continente che si frapponeva fra l’Atlantico e il
nuovo oceano per raggiungere l’Asia.

L’idea che le scoperte spagnole e portoghesi di fine ‘400 siano dipese da una
supremazia tecnologica europea della CARAVELLA è stata scartata dopo aver
scoperto che già tra 1405 e 1433 alcune spedizioni cinesi avevano esplorato l’oceano
Indiano e la costa africana orientale spingendosi fino al Capo di Buona Speranza.
Anche la scienza della navigazione araba di fine ‘400 secondo i manuali di un
navigatore sarebbe stata nettamente superiore a quella occidentale. Ma la tecnologia
da sola può essere un vantaggio solo si ci sono le condizioni e le motivazioni che
spingano a concretizzarlo i cinesi si procuravano spezie ad un presso accessibile e non
avevano interesse ad imporsi in un mercato esteso e difficile, mentre gli europei si.
Il motore delle scoperte europee furono l’audacia e la bramosia di ricchezza. Ciò che
rese possibile la creazione di vasti imperi d’oltremare furono altri due fattori: la
supremazia militare e la determinazione degli europei ad imporre la propria
cultura. Nel suo secondo viaggio in India Vasco da Gama (portoghese) adottò la
strategia di presentarsi agli indiani armati e con cannoni, sparando a chiunque si
opponesse. l’artiglieria portoghese era poi incomparabilmente più distruttiva di quella
a disposizione dei locali o dei mercanti musulmani, apparendo per gli indiani invasori
avidi e spietati. In virtù di accordi o di conflitti locali i portoghesi conquistarono una 50

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di basi commerciali dov’era possibile controllare il commercio delle spezie (Malacca,
Ceylon), e nel 1557 stabilirono in Cina il loro più lontano insediamento: MACAO che
sarebbe rimasta portoghese fino al 1999. In ogni scalo i portoghesi costruivano un
FONDACO FORTIFICATO (luogo dove i mercanti forestieri per concessione
dell’autorità del luogo depositavano le loro merci, esercitavano i loro traffici e spesso
vi dimoravano) e una chiesa con una grande croce di pietra. In questa loro espansione
i portoghesi furono appoggiati dalla Chiesa che già in precedenza aveva accordato il
loro diritto esclusivo di sottomettere musulmani e pagani la conquista si avvolse della
grazia dell’evangelizzazione.
Già prima di Vasco da Gama, i sovrani spagnoli avevano aperto una contesa per
evitare che dopo l’Africa, anche le terre scoperte da Colombo, potessero essere
rivendicate dai sovrani portoghesi. Così nel 1494 spagnoli e portoghesi stabilirono che
le terre a ovest di una linea immaginaria oltre le Azzorre fossero degli spagnoli, mentre
quelle a est dei portoghesi (per questo il Brasile è l’unico a parlare in portoghese). Il
TRATTATO DI TORDESILLAS venne stipulato nel 1494 mentre non si conosceva
l’esatta dimensione del continente americano per cui quando nel 1500 nel secondo
viaggio verso l’India PEDRO CABRAL toccò casualmente le coste del Brasilepoté
legittimamente prenderne possesso in nome del Portogallo. La linea che spartiva il
globo tra le due potenze fu poi concordata prima che ci si rendesse conto che tra
Europa e le Indie vi era un grande oceano e un intero continente quando questo fu
chiaro gli spagnoli realizzarono che probabilmente le MOLUCCHE (isole delle spezie)
rientravano nel territorio di loro competenza.

Il comandante portoghese FERNANDO MAGELLANO riuscì a farsi sponsorizzare dal


re di Spagna Carlo V una spedizione che in circa due anni di navigazione scoprì il
passaggio a sud del continente americano e attraversò il Pacifico: LO STRETTO DI
MAGELLANO, riuscendo a raggiungere le Indie da ovest attraversando l’oceano. Tra i
suoi obiettivi vi era anche quello di verificare se le Molucche (gruppo di isole
dell’Indonesia) fossero o meno spagnole di diritto.
La linea di Tordesillas non venne riconosciuta da altri sovrani il re d’Inghilterra
ENRICO VII autorizzò una missione nel 1498 ma di cui si perse ogni traccia. Il re di
Francia FRANCESCO I non si fece scrupoli a inviare spedizioni in America.

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La colonizzazione delle Americhe ebbe caratteri totalmente diversi da quelle create dai
portoghesi in Africa e Asia nel ‘500. Gli spagnoli impiegarono alcuni anni per realizzare
che la terra scoperta da Colombo era un nuovo continente con una civiltà popolosa
ben organizzata. I nobili spagnoli cresciuti nell’ideologia della reconquista iberica e
soldati furono coloro che attuarono il più grande progetto di colonizzazione mai
concepito. La conquista dell’America centro-meridionale avvenne con piccole
spedizioni militari, le più significative quelle dirette da HERNAN CORTES che
distrusse l’impero azteco e da FRANCISCO PIZARRO che sottomise l’impero Inca a
metà ‘500 il subcontinente meridionale erano in mano agli europei.
La facilità con qui pochi uomini ebbe la meglio su imperi popolati da anche un milione
di uomini lasciò increduli gli stessi spagnoli che utilizzarono questo pretesto per
dimostrare l’inferiorità naturale dell’Indio, effetto di un differenziale tecnologico bellico.
Un ulteriore fattore che contribuì ad eliminare queste civiltà furono le MALATTIE. I
nativi si rivelarono del tutto indifesi dalle malattie degli europei e questo ne fece
strage. La catastrofe demografica dovuta alle guerre, alle malattie e alla
schiavizzazione ridusse in un secolo la popolazione nativa americana centro-
meridionale dal 50 al 9%. La scomparsa di intere popolazioni spianò la strada alla
riorganizzazione spagnola dell’America centro-meridionale in due vicereami e 40
episcopati.
In quanto vassalli della regina di Spagna gli indios non potevano essere ridotti in
schiavitù, furono quindi assoggettati al sistema della ENCOMIENDA: in base al quale
un colono veniva assegnato a dei nativi a cui doveva fornire sostentamento, salario ed
educazione cristiana in cambio del loro lavoro. Questo sistema si trasformò quasi
ovunque in forme di sfruttamento e schiavitù. Il trattamento degli indios da parte degli
spagnoli sollevò diverse critiche soprattutto dalla Chiesa che sin dall’inizio aveva
appoggiato i CONQUISTADORES come evangelizzatori si crearono due posizioni: 1)
quelli che ritenevano che al pari dei neri i nativi americani non potessero essere
considerati esseri umani e fosse quindi lecito trattarli in schiavitù 2) coloro che
denunciavano le atrocità commesse dagli spagnoli e descrivevano gli indios come
esseri miti che andavano educati al cristianesimo e non sfruttati. Le accuse del padre
domenicano LAS CASAS mettevano in discussione l’essenza stessa del colonialismo
europeo ma non arrestarono la sottrazione delle risorse naturali e umane americane.
Finito l’oro delle popolazioni precolombiane gli spagnoli faticarono a trovare altro
metallo e il sogno di EL DORADO svanì. Nel 1545 venne però scoperto in Messico e in
Bolivia: l’argento. Fu allora organizzato un gigantesco sistema di sfruttamento
minerario e l’argento americano cominciò a spopolare in Europa. Le condizioni terribili
in cui lavoravano le popolazioni portarono alla morte tanto che all’inizio del ‘600 fu
necessario importarvi gli schiavi africani.
A fine ‘600 i portoghesi scoprirono la più importante miniera d’oro in Sudamerica,
attivando un nuovo ciclo economico minerario che sarebbe proseguito fino al ‘700 con
l’estrazione dei DIAMANTI.
Agli inizi del ‘600 altre nazioni atlantiche entrarono nella scena mondiale: Paesi
Bassi, Francia e Inghilterra. Nel 1581 la corona portoghese fu assunta da FILIPPO
II re di Spagna e l’impero ispano-portoghese entrò nel mirino di una nazione
mercantile che stava combattendo in Europa una guerra di indipendenza dalla stessa
Spagna: i Paesi Bassi. Ciò che consentì agli olandesi in pochi decenni di sostituire i
portoghesi nei loro traffici asiatici fu un nuovo tipo di società commerciale: LA
COMPAGNIA OLANDESE DELLE INDIE ORIENTALI sorta nel 1602 sulla stessa
direzione dell’omonima compagnia inglese voluta dalla regina Elisabetta I. la VOC era
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di fatto una società per azioni che godeva del monopolio dei commerci asiatici, con la
possibilità di stipulare trattati internazionali armare flotte ed eserciti e portare la
guerra nei territori coloniali. Dalla base indonesiana di BATAVIA in pochi anni la Voc
acquisì spesso con la forza il controllo della rete dei traffici portoghese-spagnoli e la
produzione di spezie nelle Molucche. Tuttavia, anche la supremazia olandese nei
commerci intercontinentali non durò a lungo la passione per le spezie si placò
improvvisamente nel XVI secolo per motivi ancora ignoti. Gli olandesi si trovarono un
costoso impero coloniale che non rendeva più, e un nuovo concorrente: LA FLOTTA
COMMERCIALE INGLESE.
Dopo essersi affermati nel Mediterraneo orientale i mercanti inglesi cominciarono a
penetrare nei mercati indiani, prima affiancandosi agli olandesi contro gli ispano-
portoghesi e poi dalle loro basi in India, da dove acquisirono peso crescente nel
COUNTRY TRADE (commercio interno asiatico) e nell’esportazione del cotone
indiano. Due altri prodotti asiatici cominciarono ad essere richiesti in Europa a fine del
‘600: il caffè di origine arabica coltivato dagli olandesi in Indonesia, e il tè cinese. Si
aprì un nuovo commercio asiatico capitanato dagli inglesi. Il declino dell’impero
Moghul nel XVIII in India favorì la trasformazione delle basi commerciali inglesi in un
dominio di fatto e dopo la vittoria sui francesi nella guerra dei Sette anni (1756-1763)
l’espansione britannica proseguì fino alla sottomissione del subcontinente indiano che
venne governato sulla base dell’INDIA ACT del 1784. Si trattava del primo dominio
coloniale europeo a carattere imperialista.

Il dominio inglese ottocentesco


sull’India avrebbe compensato la
perdita della più importante
colonia britannica
settecentesca: quella
nordamericana, che si separò
dalla madrepatria con una
guerra d’indipendenza
(1775-83).

Nell’America settentrionale a
partire dagli inizi del ‘600 francesi
e inglesi avevano creato lungo la
costa atlantica a colonie di
popolamento che nel corso del
secolo si infoltirono raccogliendo
scozzesi, tedeschi, olandesi, e
comunità di religioni diverse. Si
trattava in larga parte di
agricoltori che si fecero largo a
spese dei nativi americani, che
praticavano la caccia e
un’agricoltura itinerante. Agli inizi
del ‘700 le 13 colonie inglesi con una popolazione di 250 mila persone circa aveva
raggiunto una fisionomia economica abbastanza evidente nella parte settentrionale
prevaleva il podere agricolo e le attività manifatturiere, in quella meridionale le grandi
piantagioni agricole a manodopera schiavista per la produzione di riso, indaco e
tabacco. Le colonie francesi nella regione del QUEBEC dimostrarono minore capacità
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attrattiva e i pessimi rapporti con le popolazioni locali e l’impossibilità di produrre beni
da esportare se non pellicce ne limitò l’espansione.
L’importazione di schiavi in America ebbe inizio nel ‘600 stimolata dalla richiesta di
manodopera per le miniere spagnole e per le coltivazioni di canna da zucchero
brasiliane. La domanda crescente di questo prodotto rese possibile la nascita di una
fiorente agro-industria schiavistica prima in Brasile, e poi nelle colonie francesi e
inglesi delle isole caraibiche dove venivano coltivati cotone, tabacco e indaco. La
schiavitù era una pratica diffusa in ogni continente. Gli europei, soprattutto inglesi del
‘700, dominarono questo commercio dandogli una dimensione intercontinentale di
massa: LA TRATTA DEGLI SCHIAVI che portò in America nell’arco di 250 anni circa
11 milioni di persone.
A partire dal XVI secolo e definitivamente nel XVIII secolo si strutturò un sistema
policentrico e multidirezionale di commerci globali che aveva uno dei propri fulcri in
Europa. Dall’India e dai mari asiatici l’Europa importava spezie, caffe, tè, cotone. Parte
di questi prodotti veniva riesportata verso le colonie britanniche americane mentre in
cambio continuava verso l’Asia il commercio di oro e argento di provenienza
americana. Dopo il 1565 e la colonizzazione spagnola delle FILIPPINE una spedizione
annuale portava l’argento americano direttamente in Asia attraverso il Pacifico. In
Africa gli europei acquistavano: schiavi, oro, rame, avorio, stoffe – in cambio di armi,
tessuti, utensili in ferro e liquori. Grazie alla manodopera africana, dall’America
partiva: cacao, zucchero, indaco, rum e tabacco che trovò larga diffusione in Europa.
Nell’America del nord gli europei scambiavano armi da fuoco, alcol, utensili di ferro e
perline in cambio di cuoio, e pregiate pellicce di volpe, castoro e scoiattolo molto
richieste in Europa. I PELLEROSSA che le procuravano furono trattati meglio degli
indios, ma l’alcool fu la loro rovina.
Tutta l’Europa fu coinvolta in questa espansione globale che iniziò a metà ‘400 e
sarebbe durata fino al ‘900. Francia e Regno Unito completarono nel XVIII secolo l’età
delle scoperte geografiche esplorando e dividendosi l’Oceani dal 1770 gli inglesi
trasformarono l’Australia in un continente-penitenziario.
Dopo quella americana, e prima della spartizione europea dell’Africa nel XIX secolo, il
caso più significativo di espansionismo coloniale europeo fu quello russo in SIBERIA.
Tra la fine del XVI e l’inizio del XVIII gli zar russi grazie ai servigi dei cosacchi
conquistarono i territori siberiani fino al Pacifico. La modalità di colonizzazione fu simile
a quella sudamericana finalizzata quindi all’espropriazione delle risorse locali: pellicce
di zibellino e volpe. Quando lo zibellino fu estinto, cominciò lo sfruttamento delle
miniere siberiane. La decimazione dei popoli nativi e l’immigrazione di massa degli
invasori europei avrebbero mutato per sempre la composizione demografica dei
territori conquistati.

Recentemente la tesi secondo la quale le conquiste della prima età moderna sarebbe
state l’effetto di una supremazia economica e tecnologica europea è stata attaccata,
argomentato che agli inizi dell’800 la CINA era sullo stesso piano dell’Europa
occidentale in termini di efficienza produttiva e ricchezza prodotta. Solo la rivoluzione
industriale avrebbe creato un gap economico e tecnologico tra Europa e resto del
mondo.

Già nel 1770 gli europei, però, avevano sottomesso metà delle terre emerse abitabili,
oltre ad avere il primato per aver combattuto la prima guerra “mondiale” cioè la
GUERRA DEI SETTE ANNI combattuta dagli inglesi e dai francesi, oltre che in Europa
in India, America con eserciti reclutati sul posto.
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Le conquiste europee del XVI secolo accelerarono le relazioni globali e produssero un
primo momento di integrazione planetaria. Si ampliarono i traffici intercontinentali, si
condivisero malattia e nuove grandi masse di popolazione emigrarono da un
continente all’altro. Quello che viene definito SCAMBIO COLOMBIANO nel 1492
innescò la più grande disseminazione planetaria di prodotti agricoli e animali domestici
dopo la rivoluzione neolitica (patata, pomodoro, cacao, mais, tabacco, cavallo, maiale,
riso). L’importazione di nuove colture adatte ai climi europei contribuì ad aumentare
l’efficienza agricola nel continente.
Gli europei non solo ampliarono la conoscenza del globo giungendo a una diversa
consapevolezza della presenza dell’uomo sulla terra, ma poterono o furono costretti a
riorganizzare il loro orizzonte mentale ponendosi nuove domande come: da dove
venivano gli indios e perché la Bibbia non ne parla? Come possono vivere comunità
senza stato in una dimensione di convivenza che nemmeno Aristotele aveva previsto?
Cominciarono a rompersi antiche certezze ormai consolidate, che sarebbero poi state
attaccate da Copernico, Bacone e Galilei, e altri promotori di una visione scientifica del
mondo che rifiutava un’interpretazione letterale delle Scritture.

CAP.9: L’Età delle religioni armate


In questo periodo si definisce un’Europa più moderna: quella del centro-nord, che
avrebbe confermato il successo economico dei Paesi Bassi e l’industrializzazione di
Inghilterra, Germania, e Stati Uniti.
Nei due secoli, dal 1417 al 1648 l’Europa fu sconvolta da conflitti religiosi che
portarono ad un assestamento religioso e politico. Per osservare la situazione della
cristianità occidentale nel tardo Medioevo bisogna tornare all’anno 1300: quando il
sogno originario di un’unica autorità spirituale della religione era svanita. Il
cristianesimo romano e quello di Costantinopoli, dopo secoli di progressivo
allontanamento, si separarono ufficialmente nel XI secolo (GRANDE SCISMA, 1054)
il continente si era quindi diviso tra fede alla CHIESA CATTOLICA (universale) a
ovest, e quella ORTODOSSA (di corretta opinione) greca e russa a est, secondo
una linea di separazione destinata a durare a lungo. Nella parte cristiana rimasero
pochissime comunità islamiche: la penisola iberica, fino all’intera cristianizzazione nel
XV secolo, e alcuni regioni balcaniche (Bosnia, Albania, Macedonia).
La CHIESA DI ROMA nel 1300 era forte, e il papato si era consolidato nell’Italia
centrale, diventando la guida riconosciuta. Le eresie tra il XII e il XIII secolo
sembravano cancellate, e il tribunale dell’Inquisizione che processava e condannava
gli eretici, affidato agli ordini mendicanti dei domenicani e dei francescani, funzionava
a dovere. Anche la questione della lotta alle investiture sembrava essersi risolta a
favore della Chiesa. Il papato appariva il fulcro della “repubblica cristiana” e
l’istituzione dell’ANNO SANTO nel 1300 da parte di Bonifacio VIII e l’arrivo a Roma
di centinaia di pellegrini ne fu la prova.
Pochi anno dopo la situazione sarebbe cambiata: il vecchio pontefice fu fatto
prigioniero dal re di Francia FILIPPO IL BELLO e il papato fu trasferito per 78 anni e 7
papi ad Avignone (CATTIVITà AVIGNONESE) subordinato di fatto alla monarchia
francese. Quando GREGORIO X riportò la sede a Roma si aprì un nuovo periodo di
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instabilità e scismi ed elezione di antipapi: la nuova realtà delle monarchie occidentali
e dei loro apparati entravano in conflitto con il sistema ecclesiastico per
l’appropriazione di TASSE e benefici si riformò l’idea che il primato nella Chiesa non
spettasse al papa bensì al CONCILIO: l’organo collegiale che aveva avuto la sua
apoteosi nell’età tardo-antica. Fu il concilio indetto a Costanza nel 1414 a porre fine
ai vari scismi ed eleggere un solo pontefice: sarebbe stata una nuova fase dove il
concilio, convocato regolarmente, e non la figura del papa, avrebbe retto il governo
della Chiesa.
Poteri laici e aristocratici avevano profondamente intaccato l’autorità centrale della
Chiesa, soprattutto riguardo i benefici ecclesiastici di cui il re, le città-stato e i signori
territoriali si appropriavano regolarmente. Invece di contrastare questa tendenza i papi
del ‘400 l’assecondarono, anche attraverso accordi formali (CONCORDATI) con le
diverse casate regnanti: il corpo ecclesiastico selezionato dal potere politico era
sottomesso. I papi Rinascimentali riuscirono ad imporsi di nuovo sul concilio come
principi della cristianità, ma indebolendo la Chiesa.
Anche sul piano del governo i papi rinascimentali ribaltarono le decisioni del concilio:
rinforzarono la curia romana che assunse caratteri di una corte principesca e
piazzarono parenti e amici nei posti di comando (NEPOTISMO), si fecero coinvolgere
in lotte di potere per la penisola italiana come Giulio II che scese armato di corazza
con le sue truppe pontificie come un vero principe. In quest’epoca di contrasti ci
furono vari episodi di DISSENSO RELIGIOSO che scoppiarono nei paesi europei
richiamando la povertà evangelica o il mito delle comunità originarie cristiane,
mostrando però caratteri NAZIONALI. Il filosofo inglese JOHN WYCLIF (1330-84) che
insegnava ad Oxford, attaccò duramente la Chiesa e il suo ruolo contrapponendovi le
parole delle Scritture, e iniziò a tradurre la Bibbia in inglese. Rifacendosi alle idee di
Sant’Agostino, sostenne che siamo predestinati alla salvezza sin dalla nascita e che
nel rito dell’eucarestia il corpo e il sangue di Cristo non si manifestano concretamente
come affermava la dottrina della TRANSUSTANZIAZIONE. Le sue idee circolarono
manoscritte alimentando movimenti come quello inglese dei LOLLARDI che fece una
gran rivolta nel 1381, repressa col sangue.
Negli stessi anni un professore e predicatore boemo JAN HUS (1369-1415) cominciò a
diffondere da Praga una denuncia contro la Chiesa e l’avidità dei preti, questo fece
presa sulla popolazione e fu trasformata in un messaggio di riforma sociale e nazionale
contro l’imperatore e la locale burocrazia civile ed ecclesiastica. Venne convocato al
concilio di Costanza per giustificarsi, fu processato e mandato al rogo. Nel 1419 gli
HUSSITI boemi insorsero chiedendo autonomia dottrinale e rifiutando l’autorità
imperiale: rivolta religiosa e nazionale erano un tutt’uno. L’esercito imperiale non
riuscì ad avere la meglio ma il movimento si spaccò un’ala radicale, i TABORITI (dal
monte Tabor dove si riunivano) diede origine a piccole comunità sparse, mentre la
parte più moderata gli ULTRAQUISTI finì per essere tollerata: era una prima crepa della
Chiesa occidentale.
Gli studiosi si chiedono se la crisi della Chiesa ci fosse già prima di Lutero, se l’attesa
di una riforma fosse particolarmente richiesta o se invece non si trattasse di una
condizione così ingigantita, sta di fatto che c’erano segnali di allontanamento da una
pratica di religione attiva soprattutto nelle campagne dove il basso clero era poco
autorevole. Dava fastidio lo sfarzo della chiesa, e la dottrina delle indulgenze diventata
una vera attività redditizia. Ma le grandi tensioni che attraversarono la cristianità fra
3/400 testimoniano che anche la religione manteneva un ruolo fondamentale nella vita

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quotidiana: la sacralizzazione dei riti di passaggio della nascita, matrimonio, morte, le
fese religiose, i codici di comportamento, continuavano ad avere molta importanza.
La risposta nel mondo cristiano a molti problemi e tensioni venne da un movimento
olandese della Devotio moderna, che si diffuse tra XIV e XV secolo proponendo una
religione semplice, basata sul raccoglimento e la meditazione. Ci fu una risposta colta
che proveniva dall’Umanesimo con LORENZO VALLA che dimostrò con argomenti
filologici e testuali che la “DONAZIONE DI COSTANTINO” (documento che giustificava il
potere temporale della Chiesa) era un falso. ERASMO DA ROTTERDAM unì queste
due tendenze dando vita ad un pensiero originale e innovatore nell’”Elogio alla follia”
Erasmo condanno la corruzione della Chiesa, dicendo che la sua idea morale e
spirituale della religione: un umanesimo cristiano di pace, basato su un’idea positiva
della natura e dell’uomo, e sulla lettura diretta della parola di Dio. Si adoperò per
cercare una versione quanto più corretta del Nuovo Testamento grazie ai codici antichi
che arrivavano dalla Grecia dopo la caduta di Costantinopoli la proposta di
rinnovamento di umanisti come Erasmo e TOMMASO MORO che fu tuttavia difensore
della chiesa cattolica, era tuttavia destinata a raggiungere solo i pochi che leggevano
il latino o il greco e finì per essere dimenticata.

Molte delle idee che avevano agitato il cristianesimo fra 3/400 si ritrovano nell’opera di
MARTIN LUTERO: che ebbe a disposizione un medium infinitamente più potente per
diffondere le sue idee a differenza di Wyclif o Hus: la stampa a caratteri mobili.
Lutero nacque nel 1483 in Germania, a vent’anni decise di farsi monaco agostiniano,
fatto sacerdote conseguì il titolo dottorale in teologia e iniziò ad insegnare a
Wittenberg in Sassonia trovò la soluzione all’angoscia che lo tormentava: poiché tutti
hanno peccato è solo la grazia di Dio che può giustificarci cioè salvarci gratuitamente.
Il 31 ottobre 1517 affisse alla porta del duomo di Wittenberg le 95 TESI in cui spiega
che la salvezza dell’uomo non deriva dalle buone opere o dall’intermediazione della
Chiesa ma solamente dalla grazia divina, alla quale si perviene grazie fede e alla
lettura delle Scritture. Le idee di Lutero cominciarono a circolare sui fogli da stampa,
smontando tutti i presupposti su cui si basava la Chiesa cattolica fino a delegittimare i
7 sacramenti affermando che solo 2 sono presenti nel Vangelo.
Il papa all’inizio non fece nulla, per due anni la sua attenzione fu tra l'altro rivolta
all’elezione dell’imperatore: CARLO D’ASBURGO che aveva ereditato un numero
straordinario di regioni e più di qualcuno, come il re di Francia avversario, temeva che
la nomina ad imperatore del SACRO ROMANO IMPERO fosse eccessiva.
nel 1520 il papa decise di scomunicare Lutero il quale rispose con una serie di scritti
che richiamavano la nobiltà tedesca a insorgere contro Roma: questi scritti si diffusero
in migliaia di copie e il messaggio cominciò ad essere ascoltato: alle classe popolari
parlava della libertà assoluta del cristiano, ai proprietari e ai contadini spiegava che il
sacerdozio e la Chiesa non dovevano esistere e dunque nemmeno i tributi
ecclesiastici, ai principi e signori tutto questo li faceva pensare alla possibilità di
appropriarsi dei beni della Chiesa. Le idee di Lutero liberarono forze profonde della
società tedesca, facendo prendere le armi prima ai cavalieri imperiali contro i
vescovi-principi, e poi i contadini invocando giustizia sociale. Lutero e i capi del
movimento appoggiarono la repressione violenta dei MOTI (GUERRA DEI
CONTADINI – 1524) e nell'aprile del 1525 Lutero pubblicò “l'Esortazione alla pace a
proposito dei dodici articoli dei contadini di Svevia”. in questo scritto, con cui
dimostrava di aver scelto ormai definitivamente l'alleanza coi signori feudali, egli
prendeva le distanze da quel movimento, esortando i principi tedeschi alla
soppressione delle "bande brigantesche ed assassine dei contadini” con esso Lutero
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aveva garantito la sopravvivenza della Riforma, ponendola al riparo dalle posizioni
estremiste e garantendole la protezione di un buon numero di prìncipi tedeschi. questa
risposta costò a Lutero la perdita della straordinaria popolarità di cui aveva goduto fino
a quel momento tra la gente. Sempre per la necessità di proteggere la sua Riforma,
Lutero, che pure aveva proclamato l'inutilità della Chiesa come mediatrice e il
principio che ognuno poteva essere "il sacerdote di sé stesso", acconsentì alla
formazione delle Landeskirchen: delle Chiese territoriali tedesche con le quali i
principi potranno esercitare la loro autorità anche sulle faccende religiose.
Però in molte città si cominciò a riformare il culto, abolire gli ordini religiosi e
incamerare i beni della Chiesa: la pace religiosa che seguì sancì per la prima volta in
Europa la compresenza di più religioni in uno stesso paese: la CONFEDERAZIONE
ELVETICA (Svizzera).
In Germania le cose furono più difficili. Per l’imperatore in guerra per la supremazia
continentale contro la Francia e per l’egemonia mediterranea contro il sultano una
soluzione simili era politicamente e ideologicamente inaccettabile: lo stesso fronte dei
PROTESTANTI (così vennero chiamati i luterani che protestarono la propria libertà di
confessione) non era unito, c’erano idee diverse su questioni teologiche centrali e
frange radicali che abolivano ogni organizzazione religiosa che non fosse quella dal
basso delle singole comunità: una delle più famose quella degli ANABATTISTIche
credevano possibile la creazione già sulla terra di una società di santi alla quale si
veniva ammessi con un secondo battesimo da adulti. Nel 1534 in Westfalia le truppe
luterane e cattoliche coalizzate sterminarono migliaia di anabattisti che intendevano
crearvi una “Nuova Gerusalemme”.
Nel mentre in Inghilterra la moglie CATERINA D’ARAGONA (Spagna) non riusciva ad
avere figli maschi come eredi di re ENRICO VIII TUDOR (il secondo della dinastia
Tudor), così che egli chiese al papa di annullare il matrimonio per sposare la sua
amante ANNA BOLENA. Il papa rifiutò perché Caterina era la zia dell’imperatore
CARLO D’ASBURGO (Sacro Romano Impero molto cattolico che quindi aveva
influenza sul papa). Il re inglese allora disconobbe la Chiesa di Roma e si autoproclamò
capo della Chiesa d’Inghilterra (1534) senza modificare nella forma e nei riti il culto
cattolico, ma iniziando a incamerare i beni ecclesiastici (Chiesa anglicana). La riforma
inglese avanzò poco sotto il figlio di Enrico, Edoardo VI che morì giovanissimo, e per
nulla sotto la sorellastra di questi Maria (bloody mary) che era contro il
protestantesimo. Solo ELISABETTA I, avuta da Anna Bolena, stabilizzò dal punto di
vista liturgico e organizzativo l’ANGLICANESIMO avvicinandolo al protestantesimo. È
grazie a Elisabetta, cugina di Maria Stuarda regina di Scozia, che con il figlio Giacomo
VI l’Inghilterra diventerà Regno Unito.
Negli anni 1540 larga parte del mondo tedesco, di quello scandinavo, di quello baltico
stavano passando al luteranesimo. Tutti i tentativi di compromesso dottrinale tra
cattolici e protestanti erano falliti, e si erano formate due leghe militari opposte di stati
tedeschi. Fu CARLO V a prendere in mano la situazione: quando il papa aprì a Trento
un nuovo concilio ecumenico (1545) e risultò evidente che il suo scopo non era
riconciliarsi con i protestanti, Carlo V dichiarò guerra ai protestanti. Ebbe un
importante successo militare ma decise di non continuare perché la religione
protestante era ormai troppo radicata, capendo che era ora di porre fine allo scontro
religioso in terra tedesca la PACIFICAZIONE DI AUGUSTA (1555) è passata alla
storia per il principio “cuius regio eius religio” questa formula stava a significare
che spettava al titolare della sovranità decidere le forme di culto che dovevano essere
professate sul proprio territorio. Non era un principio di tolleranza religiosa: tutte le
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confessioni diverse da cattolicesimo e luteranesimo venivano messe fuori legge e chi
non lo accettava era destinato ad emigrare. Era piuttosto il riconoscimento che
all’interno del Sacro Romano Impero la nuova versione di cristianesimo proposta da
Lutero aveva diritto di esistere.
Mentre si stringevano questi accordi, a GINEVRA era maturata una nuova dottrina
religiosa che avrebbe contribuito a rendere la pace di Augusta solo una tregua:
GIOVANNI CALVINO (1509-64) aveva trovato a Ginevra l’ambiente adatto per
predicare il suo pensiero che aveva esposto nell’opera “Istituzione della religione
cristiana” rispetto a Lutero, Calvino si distingueva per la dottrina della
PREDESTINAZIONE. Dio ha già prescelto chi doveva essere salvato e chi no, e il
cristiano che opera per il bene glorificando il Signore e incontrando la stima della
propria comunità riceve il segnale di essere stato prescelto. Rispetto all’esaltazione
medioevale del distacco dalle cose terrene come condizione ideale del cristianesimo si
trattava di una rivoluzione. Riuscì ad imporre la propria visione religiosa
trasformandola in una serie di norme che vietavano feste, balli e alcool e avevano
come fine vincere la battaglia contro Satana. Un concistoro (riunione di ecclesiastici)
composto da laici e religiosi regolava tutti gli aspetti della vita civile: era una vera
TEOCRAZIA. Il calvinismo dilagò in tutta Europa, soprattutto in Inghilterra, Francia e
Paesi Bassi.
Il papato aveva aperto nel 1545 il CONCILIO DI TRENTO, chiuso nel 1563 aveva
ridefinito la dottrina sacramentale e della transustanziazione, e tutti gli altri punti
messi in dubbio da Lutero inizio della CONTRORIFORMA/RIFORMA CATTOLICA a
seguito della RIFORMA PROTESTANTE. Attuarono inoltre un nuovo catechismo e
l’istituzione di un INDICE DEI LIBRI PROIBITI che poneva fuori legge tutti gli autori della
Riforma (e anche molti classici della letteratura). La reazione cattolica aveva tuttavia
anche contenuti di autoriforma e rinnovamento, nacquero nuovi ordini regolari di
assistenza ai poveri e bisognosi, ecc.
Uno dei principali strumenti per mettere a punto le decisioni del concilio fu sul modello
dell’Inquisizione spagnola, nel 1542 un nuovo istituto: il Sant’Uffizio
dell’Inquisizione: un tribunale che doveva accentrare in Roma tutti i processi per
eresia. Da un ex militare spagnolo IGNAZIO DI LOYOLA era stata fondata la
COMPAGNIA DI GESÙ: un nuovo ordine i cui chierici erano tenuti all’obbedienza
papale. I GESUITIsi distinsero per l’organizzazione di collegi in tutta Europa e per
l’evangelizzazione delle popolazioni extraeuropee.
Il tribunale dell’Inquisizione dopo i falsi convertiti ebrei, e i musulmani, si dedicò dopo
un volume scritto da due francescani tedeschi “il martello delle streghe” alla caccia
alle streghe che secondo loro era un complotto satanico contro la religione cristiana.
La maggior parte delle accuse di stregoneria era rivolta alle DONNE, così come tutta
l’azione di confessionalizzazione e disciplinamento messa in atto sia dalle nuove
comunità protestanti che dalla Chiesa della CONTRORIFORMA per controllare e
sottomettere la donna questo perché la donna controllava la produttività, era il cuore
della famiglia, e in quest’epoca la società maschile decise che c’era spazio solo per
madri esemplari, sante, o eretiche.
Dal 1560 al 1650 il SECOLO DI FERRO: religione e politica si mischiarono in tutta
Europa. In Francia verso il 1560 gli UGONOTTI (calvinisti) erano circa due milioni,
troppi per essere eliminati. I sovrani di VALOIS non riuscirono ad evitare che il paese
scivolasse verso una guerra dinastica e religiosa. Solo quando il capo della fazione
ugonotta ENRICO II BORBONE salì al trono e si convertì al cattolicesimo gli scontri

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cessarono. L’EDITTO DI NANTES (1598) con il quale il re dava libertà agli ugonotti di
professare il loro culto in una serie di territori creò uno stato confessionalmente misto.
La pace durò poco: negli anni 1620 ci furono nuovi scontri armati. La revoca dell’Editto
di Nantes nel 1685 da parte di LUIGI XIVsancì il ritorno alla religione cattolica e gli
ugonotti dovettero emigrare.
Nei Paesi Bassi spagnoli, nella prima metà del XVI secolo, l’Inquisizione aveva
contrastato la diffusione dell’anabattismo, ma non riuscì a fermare il successo del
calvinismo. La nobiltà delle province settentrionali, di lingua tedesca, si pose a capo di
un movimento politico che con una dura lotta di indipendenza riuscì a staccarsi dalla
sovranità spagnola dando vita alla REPUBBLICA DELLE SETTE PROVINCE UNITE:
regione di tolleranza religiosa a maggioranza calvinista.
In Inghilterra il processo di stabilizzazione religiosa promosso da Elisabetta I consentì
la convivenza tra varie confessioni e tendenze: gli anglicani, la minoranza cattolica, i
PURITANI (ala anglicana che spingeva per un avvicinamento al calvinismo) e vari
gruppi radicali. Una congiura cattolica che doveva eliminare il successo di Elisabetta,
GIACOMO I STUART (Giacomo VI) e il suo governo fu stroncata duramente e i cattolici
vennero discriminati.
In Scozia, sin dalla metà del 500 si era diffuso il calvinismo in una versione basata su
consigli locali retti da PRESBITERI (anziani) e detta BRESBITERIANESIMO. Ciò
nonostante i successori Stuart di Elisabetta I al trono inglese, che erano anche sovrani
di Scozia, ebbero comportamenti moderati che andavano contro la progressiva
radicalizzazione protestante della popolazione. La spaccatura tra re e paese in campo
religioso aggravò il conflitto tra corona e parlamento poi sfociato nella guerra civile
che avrebbe portato alla messa a morte del re. Anche in Irlanda le istanze
indipendentistiche si sommarono a quelle religiose. L’isola era stata conquistata dagli
inglesi nel corso del ‘500 ma rimase in larghissima parte cattolica, e la rivendicazione
della fedeltà alla chiesa di Roma fu presente in tutti gli episodi di resistenza alla
colonizzazione (RIVOLTE DEI DESMOND / GUERRA DEI NOVE ANNI 1594-1603).
Agli inizi del ‘600 il luteranesimo aveva esaurito la sua espansione mentre il
cattolicesimo e calvinismo continuavano a dilagarsi. Le dieci province meridionali dei
Paesi Bassi spagnoli (Belgio, Lussemburgo, e parte della Francia settentrionale) grazie
alla presenza della Compagna di Gesù acquisirono nel ‘600 una forte identità cattolica.
In area tedesca dopo la pace di Augusta continuò la penetrazione del calvinismo al
quale si convertirono importanti principi territoriali come gli HOHENZOLLERN duchi
di Prussia. La notte di natale del 1613 costoro annunciarono al paese di passare al
calvinismo ma aggiunsero che non avrebbero imposto ai propri sudditi la regola della
religione in base al sovrano. Alcuni stati calvinisti promossero un’unione militare:
UNIONE EVANGELICA a cui si contrappose l’anno dopo la LEGA SANTA.
L’insofferenza da parte degli Asburgo verso i vecchi privilegi religiosi in Boemia, ormai
persi insieme ad altri domini che l’Austria stava compattando sull’uniformità cattolica,
fece sprofondare nuovamente il continente in una guerra europea: la GUERRA DEI
TRENT’ANNI (1618-48). Le trattative di Westfalia la chiusero con il riconoscimento di
fatto del calvinismo e premiarono la politica controriformista degli Asburgo, ma il
nonconformismo religioso acquisì maggiore spazio. WESTFALIA segnò il cambio di
un’epoca: dopo oltre due secoli di guerre confessionali, la religione non avrebbe più
svolto un ruolo determinante nelle controversie interne e internazionale degli stati.

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Sotto il profilo delle istituzioni il papa perse d’importanza: con i 27 papi italiani che si
succedettero tra il 1540 e il 1758 il papato divenne solo una potenza regionale
italiana. Furono piuttosto i nuovi ordini religiosi a imporsi come forza trainante del
cattolicesimo: i CAPPUCCINI, I GESUITI.
Il calvinismo che si era trasformato in un movimento più aperto a causa delle
persecuzioni cui era stato soggetto incontrò il favore delle classi artigianali e mercantili
che avrebbero adottato orientamenti politici antiassolutistici e per questo motivo i
calvinisti sono associati alla nascita delle idee liberi e del capitalismo.
Le lotte religiose europee contribuirono alla formazione di un’idea di tolleranza
religiosa. Rimase incerta la situazione delle correnti radicali come gli anabattisti o gli
atei, creando migrazioni verso il nord America per creare comunità religiose dove
professare liberamente il proprio credo.
Le nuove scoperte scientifiche con Copernico, Galilei e Newton non miravano ad
intaccare l’autorità religiosa ma spiegare l’universo per ammirare la grandezza divina.
Solo con l’Illuminismo maturo e la Rivoluzione francese inizierà la conversione.

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CAP.10: La metamorfosi dello stato
Se si paragona l’Europa del XVI con quella odierna il dato che si nota subito è la forte
riduzione delle entità politiche esistenti, da 500 il loro numero si è ridotto di circa 10
volte. Questa semplificazione radicale della carta politica e istituzionale dello spazio
europeo è l’effetto del successo dello STATO MODERNO A CARATTERE
NAZIONALE: una forma di organizzazione politica che si è stabilizzata tra 800 e 900.
Si è trattato di un percorso ricco di eventi piò o meno casuali con soggetti diversi
economici, sociali e politici.
Tra le molte forme di dominio esistenti nell’Europa del ‘300 il principe ritenuto più
potente era l’imperatore del sacro romano impero germanico, erede di Carlo Magno e
Federico Barbarossa, era considerato una SOVRANITÀ UNIVERSALEcioè superiore a
quella di tutti gli altri principi, salvo il papa. Secondo la tradizione spettava
all’imperatore garantire che la società terrena si reggesse secondo le leggi di Dio, ma
questo compito era complicato dal fatto che il suo titolo e il suo dominio erano vaghi.
L’impero comprendeva enormi territori esclusivamente di area tedesca organizzati in
principati, vescovati e città autonome. Non disponendo più di rendite e possedimenti
imperiali egli doveva reggersi sulle proprie risorse. Ad ostacolare la stabilità imperiale
vi era poi il fatto che il TITOLO non era ereditario bensì elettivo nonostante alcune
regole vennero fissate già a metà ‘300 fu solo con l’elezione di FEDERICO III
D’ASBURGO che la corona cominciò ad essere assegnata solo ai membri della casata
d’Austria, iniziando una fase di stabilità. Entrò allora in uso il termine: Sacro romano
impero della nazione germanica.

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Mentre nel ‘3/400 la parola IMPERO evocava anche altre sovranità: l’impero bizantino
che nella BATTAGLIA DI KOSOVO sconfisse il regno cristiano dei serbi. Sotto
STEFANO IV DUSAN NEMANJIC autoproclamatosi ZAR (cesare, imperatore) dei serbi
e dei romani, la Serbia era divenuta lo stato più importante della penisola balcanica.
Sottomessa la Serbia, gli ottomani completarono la loro avanzata con la VITTORIA DI
NICOPOLI (1396) che aprì per le porte per la conquista di Costantinopoli ribattezzata
Istanbul (1453).
Nonostante la longevità che dimostrarono gli imperi asburgico e ottomano gli stati che
danno inizio al processo di formazione dello stato moderno sono quelli della monarchia
francese e inglese.
In Inghilterra erano presenti sin dal XII secolo strutture centrali amministrative e
giudiziarie del governo, un ordinamento giuridico formalizzato (common law) e una
rete di ufficiali regi su un territorio diviso in circoscrizioni amministrative ben definite:
CONTEE. La prima conquista dell’Irlanda nel XII secolo e quella del Galles nel XIII
consolidarono il regno che aveva la capitale a WESTMINSTER. Tutto questo era stato
possibile grazie all’autorità dei SOVRANI PLANTAGENETI che si confrontavano con
potenti elitè territoriali che si erano guadagnate già all’inizio del ‘200 le garanzie della
MAGNA CHARTA e la possibilità di discutere col re su varie questioni amministrative in
specifiche riunioni queste assemblee si trasformarono in un PARLAMENTO composto
da una camera alta dove sedevano i membri del clero e della nobiltà maggiore:
LORDS, e una camera bassa per la nobiltà locale e i rappresentanti delle città:
COMMONS. Questo sistema resistette sia alla guerra dei cent’anni contro la Francia,
che alla guerra delle Due Rose (lo scontro dinastico al termine del quale ebbe inizio la
nuova dinastia TUDOR).
Solo in parte simile fu la trasformazione del sistema politico amministrativo francese
nel quale tra XII e XV secolo si rafforzò la figura e l’ideologia regia e si diversificarono
gli apparati amministrativi centrali. Era necessario il controllo amministrativo e militare
del territorio: ampie parti che erano sotto il controllo di potenti principati locali.
Sebbene anche in Francia fossero sorte delle assemblee: STATI GENERALI dove il re
ascoltava i rappresentanti del clero della nobiltà e delle città riconosciute dal re
(BONNESVILLES), il confronto politico tra sovrano e la sua struttura di governo, oltre
che le elitè territoriali si svolgeva nella CORTE. Per la gestione della tassazione e per
l’amministrazione della giustizia regia si formò un corpo di UFFICIALIREGI sempre più
spesso universitari e meno ecclesiastici.
Così come nel Balcani, anche per queste due monarchie fu la GUERRA il contesto
entro il quale maturarono importanti trasformazioni: i conflitti fra ‘3/400 denominati
GUERRA DEI CENT’ANNI ebbero origine dai rapporti feudali che legavano il re
d’Inghilterra a quello di Francia e dei diritti che il primo vantava sul continente
francese dopo una prima fase dove il sovrano francese perse quasi completamente il
controllo del proprio territorio, grazie a GIOVANNA D’ARCO e all’incoronazione di
CARLO VII a Reims con l’antico cerimoniale capetingio, la dinastia dei VALOIS riuscì
a risollevarsi ed imporre più autorità. Nel 1445 si compì un passo successivo al
rafforzamento statale: venne mantenuto un esercito stabile e retribuito, antichi
principati furono inseriti nel regno e prese corpo una NOBILTÀ DI SERVIZIOalla
corona che sostituiva l’aristocrazia feudale.
La centralizzazione del controllo amministrativo e la crescita progressiva dell’autorità
regia sono stati assunti per la storiografia come le fondamento dello stato moderno.
Tuttavia, non si deve pensare che più uno stato era moderno più era avanzato e di

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conseguenza migliore: nell’Europa tardo-medioevale e moderna c’erano stati diversi
l’uno dall’altro nei quali le differenti componenti si mescolavano in maniera unica. Ad
esempio, nella Penisola Iberica non si era formata una monarchia ma 4 regni diversi, e
nel XV secolo il rafforzamento delle strutture di governo centrali e locali non avvenne
a scapito delle autonomie locali ma a pari passo con esse: le CITTÀ, come
l’aristocrazia, acquisirono un’importanza crescente.

In ogni caso le monarchie inglesi francesi e spagnole non erano “nazionali” in quanto
questo all’epoca non c’erano sentimenti d’identità collettiva paragonabili a quelli che
si svilupperanno in seguito: il singolo individuo tendeva piuttosto ad identificarsi nel
villaggio o nella città d’origine. Si rafforzò il senso di devozione al sovrano quale padre
di tutti a cui Dio aveva affidato il compito di garantire il benessere dei sudditi e di
salvaguardare la loro fede, e in alcuni gruppi sociali superiori come l’aristocrazia o i
funzionari della burocrazia cominciò a formarsi l’idea di condividere riferimenti
linguistici e culturali, tradizioni comuni.
L’autorevolezza crescente del re fu resa possibile dalla soluzione ad un problema
antichissimo dell’istituzione monarchica: come porre rimedio al vuoto che si viene a
creare quando muore un sovrano furono precisate regole di successione dinastica,
ammettendo od escludendo la discendenza femminile (legge salica) e si evitò quasi
ovunque la soluzione della monarchia elettiva tranne nello stato della Chiesa dove
l’assemblea elettiva del papa cominciò ad essere chiusa a chiave (CONCLAVE). Si
affermò l’idea che solo il corpo naturale del re fosse mortale mentre la sua essenza
mistica restasse integra fino all’incoronazione del nuovo sovrano. Insistendo sul diritto
divino del re si rinforzò l’idea della FEDELTÀ DINASTICAnel senso di devozione alla
sua famiglia: una sovranità policentrica detta MONARCHIA COMPOSITA.

L’idea che uno stato retto da un re rappresentasse la soluzione migliore per reggere
una società complessa non è scontata il pensiero degli antichi, le poleis greche o la
repubblica romana esaltavano la dimensione politica cittadina più consona al singolo
individuo dove erano possibili sistemi di governo che consentivano una partecipazione
più larga come quello REPUBBLICANO. L’esempio di città come Firenze, Venezia o
Genova. Il principio dell’autonomia locale guidò l’unione dei cantoni svizzeri che a
partire dalla fine del XIII secolo si affrancarono alla tutela imperiale e si
autogovernarono con proprie istituzioni prima che il ‘500 provocasse guerre di
religioni.
Quale ruolo ha avuto la guerra nel processo di trasformazione degli stati europei?
secondo il sociologo Charles Tilly è la guerra che ha fatto lo stato, così come è lo
stato che ha fatto la guerra. Nel ‘400 dopo secoli giunsero a maturazione due
cambiamenti fondamentali nell’arte della guerra. L’abbattimento delle mura di
Costantinopoli da parte degli ottomani grazie a bombarde fuse sul posto e degli ultimi
castelli inglesi sul continente nel corso della guerra dei cent’anni che consacrò
l’ARTIGLIERIA come fattore strategico decisivo, oltre alla CAVALLERIA PESANTE.
Le GUERRE D’ITALIA (1494-1559) può considerarsi la prima guerra europea
moderna, di cui all’origine ci fu la diversa velocità con la quale gli stati si stavano
trasformando. Nella seconda metà del XV secolo le maggiori potenze europee
rafforzarono la propria sovranità
• ENRICO VII TUDOR riformò il sistema fiscale inglese e si dotò di un potente
strumento di controllo politico dell’opposizione: il tribunale della Camera stellata

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• FERDINANDO RE DI ARAGONA e Isabella regina di Castiglia si sposarono
nel 1469 unendo i due regni, imponendo al tribunale dell’Inquisizione un forte
controllo etnico e religioso e crearono un unico grande esercito che consentì di
completare la reconquista cristiana nella penisola iberica
• I VALOIS annessero al regno importanti territori grazie alle guerre e acquisizioni
ereditarie
• Gli ASBURGO grazie ad una politica di alleanze militari e matrimoniali
ampliarono i propri domini diretti rafforzando il ruolo imperiale
Mentre succedeva tutto questo, in Italia, una delle aree più appetibili d’Europa, non si
affermò nessuna entità statale oltre a principati e città autonome, c’erano 5 stati di
dimensione regionale con a capo le città di Napoli, Roma, Firenze, Milano e
Venezia. Stati non abbastanza potenti da unificare la penisola ma abbastanza grandi
da impedire ad altri di farlo.
Per rivendicare i suoi territori a Napoli il re di Francia CARLOVIII scese nel 1494 in
Italia con il suo esercito senza incontrare una resistenza efficace: il vuoto di potere
dello spazio politico italiano funzionò da calamita degli interessi di molti regni in
ascesa. Solo con l’elezione nel 1519 di CARLO V D’ASBURGO a imperatore che la
dimensione del conflitto si ampliò a tutti i principali stati europei che si schierarono
con i francesi o con gli Asburgo. Unificando i possedimenti austriaci le corone spagnole
con i relativi territori italiani e americani, la Francia Contea e i Paesi Bassi, Carlo V
fece ricredere nella rinascita di un sistema imperiale in grado di inglobare l’intero
continente le guerre d’Italia si trasformarono in una disputa per la supremazia
continentale il tutto durante i conflitti religiosi che stavano dividendo il mondo tedesco
e lo scontro tra cristiani e ottomani sul Mediterraneo e Balcani.
60 anni di guerre produssero distruzioni. Una delle vicende che scioccò di più la
popolazione fu il SACCO DI ROMA del 1527 quando i militari svizzeri e tedeschi di
religioni riformata saccheggiarono Roma per mesi, evocando l’immagine dei barbari.
Le guerre d’Italia applicarono su larga scala tutte le novità militari. Tutte queste
innovazioni comportarono un aumento del costo della guerra che obbligò gli stati ad
utilizzare nuovi strumenti di organizzazione amministrativa e politica: vennero imposte
nuove tasse, mentre l’organizzazione e il controllo del territorio fu affidato a più organi.
Inoltre, tra ‘4/500 si codificarono i DIRITTI NAZIONALI che sancivano il superamento
del diritto comune di base romana: ogni potere che non si lasciava coinvolgere da
quello dell’autorità centrale veniva contrastato (feudatari, città, Chiesa) ma la
tendenza dei sovrani era di cercare più consenso che scontro, soprattutto per la
necessità di denaro per mantenere le amministrazioni e gli eserciti.

Il modo in cui si conclusero le guerre d’Italia segnò un vantaggio per le monarchie


nazionali e per il modello di stato che rappresentavano Carlo V d’Asburgo dovette
riconoscere l’impossibilità di ricreare un grande impero (repubblica cristiana) anche
perché nel frattempo il cristianesimo si era diviso, e l’impossibilità di governare i
grandi domini tenendoli uniti: perciò pose fine alle lotte in Germania legittimando il
protestantesimo con la PACE DI AUGUSTA (1555) lasciò il titolo imperiale al fratello
FERDINANDO, i suoi possedimenti spagnoli al figlio FILIPPOII e pose fine al conflitto
con la Francia (Pace di Cateau – Cambresis)
Sul piano internazionale le guerre d’Italia iniziarono a formulare un principio che si
sarebbe affermato nel secolo successivo: l’equilibrio continentale in grado di
scongiurare la supremazia di una potenza sulle altre (BALANCE OF POWER): per uno
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stato era conveniente basare l’equilibrio sulle relazioni diplomatiche più che su
eserciti. Nel ‘500 decollò la DIPLOMAZIAMODERNA come un sistema di
rappresentanze stabili e di codici formali.
I nuovi sovrani uscirono rafforzati dalle guerre d’Italia perché avevano dimostrato di
saper imporsi sui vecchi poteri universali a carattere medioevale: il re di Francia contro
l’impero, il re d’Inghilterra contro il papa. Il PRINCIPATO A SOVRANITÀ
MONARCHICAfu la forma di potere che si consolidò nell’Europa del ‘500. Anche in
quella orientale e scandinava: l’UNIONE DI KALMAR che legava tutti i paesi
scandinavi si dissolse nel 1523 dando vita a due regni: quello di Danimarca e quello di
Norvegia.
Il processo di consolidamento statale ebbe esiti alterni in oriente:

• In Polonia la dinastia degli Jagelloni fu indebolita dall’obbligo di deliberazione


all’unanimità, che indebolì il potere del re fino alla successione per elezione
• In Russia nella seconda metà del XV IVANIII aveva unificato i vari principati
della pianura russa e grazie al suo matrimonio con Sofia Paleologa si era
proclamato zar di tutte le Russie e protettore della Chiesa greco-ortodossa. La
vecchia nobiltà di sangue (BOIARDI) furono obbligati a prestare servizio militare
o civile al sovrano.
La sistemazione territoriale dell’Europa centro-orientale era instabile: la Russia la
Polonia-Lituania e Svezia furono coinvolte in una serie quasi ininterrotta di conflitti.
Il percorso di trasformazione dei poteri politici tra XIV e XVI secolo presentava quindi
diversi elementi comuni come l’affermazione dell’autorità monarchica, la
centralizzazione delle funzioni stati e l’elaborazione di specifici diritti nazionali. Le
differenze erano evidenti nell’assetto socioeconomico (ad oriente si mantenne
l’aristocrazia fondiaria).
Uno dei sostegni teorici più efficaci all’irrobustimento dello stato monarchico giunse da
un sostenitore del regime repubblicano: NICCOLÒ MACHIAVELLI negli anni delle
guerre d’Italia egli analizzò la crisi degli stati italiani considerando i meccanismi con i
quali si conquistava e manteneva il potere: nel suo trattato “Il principe” (1513)
giunse a giustificare l’uso della forza e dell’assassinio per difendere l’autonomia dello
stato. Queste idee si svilupparono soprattutto nella Francia della seconda metà del
‘500.
Dagli anni 1550 la Francia si ritrovò coinvolta in violenti scontri civili e religiosi, così
che si fece strada un gruppo di intellettuali e uomini di governo “POLITICI” che
ritenevano opportuno scongiurare il pericolo della dissoluzione dello stato: il principio
secondo cui i governanti per garantire la sicurezza dello stato siano legittimati a
violare norme legislative morali e politiche venne riassunto nella formula “RAGION DI
STATO”. L’opera più fondamentale di questa tendenza scritta da Jean Bodin descrive
la sovranità come un potere assoluto che è proprio dello stato, un potere senza
limitazioni temporali che può disporre dei beni dei suoi sudditi e che non riconosce
autorità terrena al di sopra di sé. Il suo potere è vincolato solo dalla legge di Dio e
deve rispettare la sfera della famiglia e della proprietà privata.
Alla fine del ‘500 erano disponibili i principali strumenti concettuali che renderanno
possibile le istituzioni assolutistiche del XVII e XVIII secolo.

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Nel corso del ‘600 avevano stabilito quasi ovunque stabilità istituzionale le
ASSEMBLEE (il parlamento d’Inghilterra, le cortes in Spagna ecc) nelle quali il principe
si confrontava con vari ceti sulla questione delle TASSE. Oltre a questioni sul territorio,
i suoi ceti, immunità, feudi, comunità ecc. Proprio per la capacità di mantenere un
equilibrio tra le varie forze esistenti, piuttosto che nella forza con cui si imponeva
uniformità, che risiede secondo alcuni l’essenza dello stato europeo tanto che si
definisce “STATO GIURISDIZIONALE” per evidenziare la capacità distributiva.

Nella sua continua metamorfosi lo stato era soggetto a crisi ricorrenti dovute anche al
contesto delle relazioni internazionali:
• in Francia dopo la fine delle guerre di religione si fu per mezzo secolo una
sovranità regia molto debole, a cui posero rimedio due grandi PRIMI
MINISTRI: Richelieu e Mazarino.
• In Russia dopo una fase di crescente instabilità che culminò con l’era dei torbidi
vari zar si contesero il paese invaso da eserciti nemici, fino all’ascesa di
MICHELE ROMANOV (1613) che riuscì a ristabilire l’ordine interno.
La sovranità incerta o minacciata era presente in vari stati, e finì col caso più
clamoroso: la messa a morte del re inglese per atto del suo parlamento nel 1649.

Nella prima metà del ‘600 un nuovo conflitto internazionale sconvolse il continente: le
irrisolte divisioni religiose e la crescente aggressività di varie entità nazionali come
l’Austria asburgica condussero allo scoppio della GUERRA DEI TRENT’ANNI
(1618-48) che provocò devastazioni in tutta l’Europa centrale ne furono protagonisti
eserciti di dimensioni imponenti, come quello del re di Svezia GUSTAVO ADOLFO:
aveva un esercito misto composto da militari di leva e mercenari, tra i quali spiccava
la figura dei MOSCHETTIERI. Si apriva l’età dei grandi eserciti permanenti composti
da soldati con armi standardizzate. Dopo la conclusione della guerra e la PACE DI
WESTFALIA nel 1648ci fu una nuova accelerazione del processo di consolidamento
istituzionale degli stati e di rafforzamento dell’autorità sovrana.

• Il nuovo stato di Brandeburgo-Prussia sotto FEDERICO GUGLIELMO I e i suoi


successori riuscì a svincolarsi dal controllo delle assemblee di ceto e imporre
elementi innovativi: una burocrazia efficiente, un grande esercito, una società
multiconfessionale dominata da una classe di proprietari fondiari al servizio
della corona (JUNKER).
I sovrani europei del ‘6/700 erano, si ritenevano, o volevano far credere di essere
assoluti (cioè sciolti dalle leggi)? Il RE SOLE in Francia e PIETRO I IL GRANDE in
Russia rappresentarono gli estremi della tendenza assolutistica seicentesca.
Nonostante le incisive riforme fiscale ed economiche dovute al suo ministro delle
finanze COLBERT Luigi XIV non cercò di imporre un’autorità sciolta dalle leggi che
governavano il suo regno. Pietro I il grande riorganizzò l’impero secondo i modelli
occidentali, nonostante il sistema burocratico rimase subordinato allo stato.
In questo clima cominciò a intravvedersi un’altra possibile via di trasformazione delle
istituzioni e dello stato: quella parlamentare in Inghilterra e della Svezia dell’età delle
libertà.
Sebbene sia impossibile delineare un modello unico di costruzione dello stato moderno
europeo tra XIV e XVIII secolo, gli elementi che su lungo periodo rendono confrontabili
le singole esperienze statali sembrano maggiori dei caratteri che invece li dividono: la
progressiva formazione di un’idea astratta di stato come entità regolatrice della vita
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pubblica, il concetto di principe come fonte di autorità che non può essere sciolta dal
vincolo delle leggi, la non identificazione del potere con l’autorità religiosa, le
innovazioni tecniche e scientifiche della guerra, l’affermazione del DIRITTO EUROPEO.

CAP.11: il miracolo europeo(trasformazioni economiche del ‘700)

L’economia europea, come l’espansione europea, la religione e la costruzione dello


stato sono argomenti che condividono aspetti generali di fondo comuni a tutte le
grandi svolte epocali, che rapporto vi è allora tra la continuità e il mutamento? In cosa
differisce la modernità rispetto alla condizione precedente?
La RIVOLUZIONEINDUSTRIALE è considerata dopo la transizione neolitica il secondo
grande cambiamento nella storia dell’uomo, una rottura che ha mutato alla radice il
rapporto della specie umana con il pianeta. Mentre però la coltivazione delle piante e
l’allevamento è stata una scoperta autonoma in diversi focolai, il passaggio ad un
sistema economico industriale si sviluppa nell’Europa occidentale della seconda metà
del ‘700 in particolare in Inghilterra. Da lì si è innescato un processo che si sarebbe
diffuso progressivamente in tutto il pianeta. Per descrivere il primato europeo di
questo avvenimento si parla infatti di MIRACOLO EUROPEO. Per comprendere le
ragioni bisogna capire i caratteri dell’economia PREINDUSTRIALE il sistema economico
preindustriale si basava sull’agricoltura, e la TERRA costituiva il fattore produttivo
essenziale. La gran parte della forza lavoro era impiegata nell’agricoltura e il settore
primario contribuiva a produrre il reddito generale. La produttiva dell’agricoltura era
scarsa, e la tecnologia impiegata era immutata nei secoli. Le uniche novità rilevanti
furono in alcune regioni europee del mais e della patata provenienti dall’America. Una
parte considerevole delle masse rurali continuava a vivere della propria produzione
(autoconsumo) e la quota di prodotti agricoli destinata al mercato era ridotta , anche
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a causa della condizione delle vie di comunicazione e del sistema dei trasporti. Il
settore secondario era bloccato da fattori limitanti: tecnologie rudimentali, energie
ad alto costo, scarsi investimenti e soprattutto domanda di manufatti contenuta che
limitava il processo di crescita. Il settore terziario invece era più avanzato: dal
Medioevo il commercio internazionale aveva contribuito a perfezionare gli strumenti
finanziari, crediti e contabili, e si era raggiunto un primo livello di globalizzazione degli
scambi.
I limiti del sistema economico preindustriale sono evidenti se li si mette in rapporto
con il sistema demografico: il sistema demografico era caratterizzato da alti livelli di
mortalità natalità e nuzialità, e una forte incidenza di mortalità straordinaria dovuta
alle crisi alimentari e pestilenziali. L’economista ROBERT MALTHUS a fine ‘700 spiegò
le cause di questo meccanismo basilare secondo la sua TESI MALTHUSIANA: ogni
volta che il sistema economico generava surplus la popolazione reagiva crescendo più
di quanto erano cresciute le risorse, fino a che scattavano i freni repressivi (trappola
malthusiana) e le crisi demografiche decimavano la popolazione riportando il rapporto
di risorse e popolazione al livello precedente alla crescita.

Dal medioevo l’economia europea non rimase immobile: dopo la crisi di metà ‘300 la
ripresa economica era proceduta lentamente nel XV secolo e con maggiore velocità
nel XVI. Agli inizi del ‘500 le aree più ricche e avanzate d’Europa erano le Fiandre e
l’Italia centro-settentrionale, finchè gli inglesi e olandesi cominciarono ad esportare
nuovi prodotti tessili in Oriente sottraendo quote di mercato alle vecchie economie
mediterranee. I manufatti venivano spesso prodotti nelle campagne utilizzando il
lavoro a domicilio dei contadini secondo il sistema PROTOINDUSTRIALE (di
produzione decentrata) che faceva capo ad un mercante-imprenditore. (forma di
intensificazione produttiva).
La scoperta di nuove rotte intercontinentali contribuì all’emergere delle nuove
economie atlantiche. Fu il SECOLO D’ORO per l’Inghilterra e l’Olanda. L’indicatore più
significativo per evidenziare il grado di maturità di un’economia preindustriale è la
quota di popolazione che vive entro le mura cittadine e che si considera non impiegata
nell’agricoltura. Tra il ‘500 e il ‘700 la percentuale di questi due paesi si raddoppio.
Paesi Bassi e Inghilterra avevano tratti comuni: entrambi controllavano un impero
coloniale, avevano migliorato l’assetto agrario (polder / recinzioni e bonifiche)
disponevano di un’agricoltura sviluppata e integrata con l’allevamento che permetteva
buone rese ed esportazioni. Cominciarono ad utilizzare il CARBONE come fonte di
energia (quello vegetale nei Paesi Bassi quello minerale in Inghilterra) ed entrambi
avevano sistemi politici non assolutistici e società dinamiche aperte alla mobilità
sociale dal basso. Avevano quindi caratteristiche che gli studiosi a posteriori hanno
identificato come fondamentali per l’avvio della rivoluzione industriale.
La caratteristica essenziale della prima rivoluzione industriale fu L’INNOVAZIONE
TECNOLOGICA in 3 settori decisivi:
• LA MACCHINA A VAPORE ideata da un inglese, cominciò ad essere utilizzata
nel 1712 per drenare l’acqua nelle miniere di carbone dove gli scarti venivano
usati come combustibile della stessa. Fu una MACROINVENZIONE destinata a
creare nuove strade nella tecnologia, sulla quale fu possibile investire perché
sfruttava una risorse disponibile in grandi quantità e a prezzo basso. All’inizio i
macchinari consumavano enormi quantità di minerale, fu solo grazie a vari
perfezionamenti (microinvenzioni) che fu possibile renderla più efficiente. Il salto
di qualità si ebbe con IL CONDENSATORE SEPARATO: un dispositivo introdotto

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da James Watt inventore specializzato nella riparazione di strumenti e
macchinari che brevettò l’invenzione nel 1769 e fondò una società di produzione
di nuovi motori riuscendo ad ottenere un motore a vapore rotativo in grado di
azionare macchinari, applicabile quindi alle officine industriali come il
cotonificio. La diffusione della macchina a vapore fu comunque un processo
lento che solo dopo il 1830 superò quello derivante dall’acqua o dal vento. Il
carbone cominciò ad essere usato anche per il riscaldamento domestico, e
questo consentì di superare la carenza di energia della società preindustriale,
che utilizzava un’energia ORGANICA basata sulla terra come produttrice di cibo
e sulle materie prime ed energia con il legno, il lavoro umano e animale.

• Il COTONIFICIO: il Regno Unito era un grosso importatore di filati soprattutto


dal Bengala, dove erano prodotti a bassissimo prezzo per la grande disponibilità
di manodopera e la presenza di materia prima. Visto che i salari in Inghilterra
erano alti, si puntò all’importazione per questo motivo.
Grazie a Samuel Crompton che mise assieme delle invenzioni di quegli anni,
venne meccanizzato l’intero processo di filatura con un enorme risparmio in
termini di manodopera. Nell’800 anche la tessitura venne progressivamente
meccanizzata e i tessuti di cotone più confortevoli e leggeri sostituirono il resto.
Il costo di produzione dei filati di cotone si dimezzò, e la produttività di
conseguenza raddoppiò. I mercanti britannici cominciarono a vendere i loro
prodotti in tutto il mondo, addirittura in India a prezzi inferiori dei produttori
indiani. Dagli inizi dell’800 cominciarono a vendere in tutta Europa anche i loro
macchinari tessili.
• PRODUZIONE DEL FERRO: anche in questo caso la macro invenzione che
innescò la sperimentazione ebbe luogo agli inizi del XVIII secolo quando
Abraham Darby sostituì negli altiforni per la fusione del ferro il carbone di legna
con il carbone chiamato COKE ottenuto dalla cottura del minerale per eliminare
lo zolfo e altre impurità, con il risultato che si produceva ferro maggiore, che a
sua volta produceva macchinari migliori.
Per un periodo il vecchio e il nuovo convissero assieme tanto che gli storici si
domandano quanto è stata rivoluzionaria la rivoluzione industriale. Se si guarda il PIL
della Gran Bretagna questo registrò solo un lieve incremento nella seconda metà del
‘700 per migliorare solo nel 1800. Anche il tenero di vita delle classi popolari era
peggiorato. Il dato che mostra invece con evidenza la rottura della prima rivoluzione
industriale proviene dall’indicatore più semplice per giudicare l’assetto di una struttura
economica: la composizione dell’occupazione. Nel 1820 gli occupati in agricoltura in
G.B erano già scesi di molto. Questo non significava che tutta l’occupazione
manifatturiera ‘7/800 fosse impiegata nelle nuove fabbriche, ma a fianco dei nuovi
opifici sorsero laboratori che impiegavano poco personale e fabbricavano con metodi
tradizionali oggetti di ogni tipo.
Una volta che alcuni processi industriali furono sufficientemente sofisticati da risultare
convenienti in altri contesti economici cominciarono ad essere importati da
imprenditori in altri paesi. Il primo paese ad accogliere le innovazioni tecnologiche fu
verso il 1830 il BELGIO che aveva grandi disponibilità di carbone, seguirono Francia,
Svizzera, Germania e Stati Uniti.
Nel frattempo, con il perfezionamento della LOCOMOTIVA A VAPORE iniziò la
costruzione delle strade ferrate, che dall’Inghilterra si estesero fino in Russia. Era
iniziata anche la sperimentazione della macchina a vapore per la navigazione fluviale,
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che venne dal 1870 applicata a larga scala alla navigazione transoceanica. A fianco
dei binari vennero posti i CAVI DEL TELEGRAFO. La possibilità di spostare
velocemente uomini animali soldati e informazioni fu determinate per la formazione
degli stati nazionali moderni Se si considerano i 3 FATTORI PRODUTTIVI CLASSICI
(terra, lavoro, capitale) la complessità tecnologica dei nuovi macchinari richiese
investimenti considerevoli tali da assegnare al CAPITALE il ruolo di fattore produttivo
strategico: secondo KARL MARX un passo decisivo per la formazione del modo di
produzione CAPITALISTICO e dell’affermazione del suo ceto sociale principale: la
BORGHESIA. L’utilizzo di macchinari costosi in un processo produttivo continuo
determinò la necessità di riunire in un solo luogo fasi di produzione diverse: nacque la
FABBRICA. La necessità di non interrompere il processo produttivo e di garantire
qualità di lavoro standard per non pregiudicare la riuscita dei manufatti comportò una
DISCIPLINA DEL LAVORO che si tradusse di fatto in una militarizzazione ottenuta con
metodi autoritari, per questo sin dalla nascita delle industrie fu accompagnata da
rivolte sociali del nuovo soggetto sociale collettivo: LA CLASSE OPERAIA.
Si ebbero anche cambiamenti demografici: grazie alla vitalità dell’economie le coppie
si sposavano prima e la natalità era aumentata senza il consueto aumento della
mortalità, la peste scomparve dal 1721 per cause ignote. Con l’avvio della rivoluzione
industriale le condizioni di vita della popolazione non migliorarono ma neanche questo
fermò l’incremento demografico. Nei decenni a seguire dell’800, quando la
popolazione inglese era passata a 9 milioni, migliorarono anche l’alimentazione,
l’igiene, e le condizioni abitative delle classi popolari. Non scattando più la trappola
malthusiana si diede inizio ad una TRANSAZIONE DEMOGRAFICA che ha portato a
livelli di mortalità contenuti.
Si ebbero anche cambiamenti della nozione del tempo del lavoro, inteso come
orario controllato e finalizzato al funzionamento delle macchine, e che allo stesso
tempo mutò l’idea di tempo libero: la diffusione delle ferrovie e la facilità degli
spostamenti favorirono nell’800 una nuova forma di sociabilità: il TURISMO.
L’allontamento da parte della popolazione dalle comunità tradizionali come la
parentela o il villaggio, favorì il progredire dell’INDIVIDUALISMO: il nuovo senso di
indipendenza dell’uomo e della donna che si riflesse in una nuova concezione del
matrimonio basato sull’affetto (matrimonio romantico) e a seguito del calo della
mortalità infantile anche ad un rapporto più affettivo con i figli. In tutto questo c’era
l’espansione delle classi medie, uno dei cambiamenti sociali più importanti delle
società europee ‘7/800tesche.
Il significato della prima rivoluzione industriale per la storia del pianeta è cambiato
negli ultimi anni. A lungo gli storici l’hanno considerata l’esito della supremazia
economica e tecnologia europea derivante dalla rivoluzione urbana medioevale, dal
rinascimento, dalla rivoluzione scientifica del ‘600, dai commerci internazionali ecc.
secondo l’idea insomma che poiché l’Europa era la regione più avanzata del mondo,
era naturale che fosse anche quella che maturasse uno sviluppo economico moderno.
Questa lettura è stata messa in discussione da studi recenti che hanno dimostrato
come nel 1750 anche la Cina presentava gli stessi standard europei, solo XIX secolo si
sarebbe verificata la GRANDE DIVERGENZA tra Cina ed Europa.

Perché la rivoluzione industriale ha avuto luogo in Europa e non in Cina? Alcuni


sostengono che in genere si è portati a sperimentare quando le condizioni
socioeconomiche sono più favorevoli. Tuttavia, il nucleo innovativo non si è formato in
tutta Europa ma precisamente in Inghilterra. Perché a parità di condizioni con i Paesi
Bassi la rivoluzione si è verificata in Inghilterra? 4 nodi problematici
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• Rapporto tra commercio e industria
• Rapporto tra agricoltura e industria
• Relazione tra scienza e innovazioni
• Relazione tra istituzioni e innovazioni
1 il fatto che l’Inghilterra agli inizi del ‘700 si stesse affermando come una
superpotenza coloniale e commerciale è sembrato per Adam Smith l’elemento che
spiegherebbe da dove provenivano i capitali necessari a finanziare la
industrializzazione e il fattore che avrebbe trainato lo sviluppo di questa ovvero la
domanda estera. Ricerche più approfondite hanno dimostrato che le cose non
andarono così i guadagni del commercio internazionale come della tratta degli
schiavi, finirono per l’acquisto di terre, mentre i capitali derivanti dall’agricoltura o
dalla proto industria fornivano la base delle prime iniziative industriali. Fu
l’industrializzazione a favorire il commercio internazionale e non viceversa.
tra ‘6/700 in Inghilterra ci fu una vera rivoluzione dei consumi (prodotti coloniali e
manufatti asiatici con beni di lusso prodotti in Inghilterra) che produsse una diffusione
crescente non solo tra le classi superiori. Questo cambiamento dei consumi fu favorito
dal fatto che i mercanti inglesi importavano prodotti da molti continenti e potevano
esportare manufatti di pregio in tutto il mondo. Il desiderio di possedere questi nuovi
beni alimentò nella popolazione il desiderio di guadagno, e quindi la disponibilità a
lavorare di più per avere più denaro da spendere. (RIVOLUZIONE INDUSTRIOSA)
2i traffici marini inoltre accelerarono l’urbanesimo, costringendo l’agricoltura ad
aumentare la produttività. La RIVOLUZIONE AGRARIA inglese ‘700 è stata sopposta
a varie revisioni storiche. Secondo una tradizione che risale a Marx il motore primo del
cambiamento sarebbero state le recinzioni agrarie che avrebbero innescato una
trasformazione capitalistica e intensiva dell’agricoltura, aumentando la produttività e
liberando la forza lavoro per l’industria nascente. Nuove ricerche hanno messo in crisi
questa interpretazione, in primo luogo perché la crescita dell’economia agraria
britannica cominciò prima delle recinzioni tanto che a fine ‘600 l’Inghilterra era un
paese esportatore di prodotti agricoli e nel 1750 vendeva all’estero ¼ di più del suo
fabbisogno di cereali. Prima della rivoluzione industriale non aumentò solo la
produzione ma anche la PRODUTTIVITÀottennero maggiori quantità di beni con
minor numero di lavoratori. Questo fu possibile inserendo nei piani colturali piante
foraggere che permettevano il mantenimento di più bestiame, migliorando le rotazioni,
aumentando la concimazione, adottando macchine come la seminatrice. Lo stimolo
ad aumentare la produttività dell’agricoltura avviene ancora una volta dalla
domanda interna: grazie allo sviluppo dei commerci internazionali Londra arrivo nel
XVIII a 1 milione di abitanti. Questa urbanizzazione innalzò i salari urbani invogliando
la popolazione agraria a trasferirsi in città o a migliorare la produttività agricola.
3 visto che la rivoluzione industriale inglese non si ebbe nelle università ma in
laboratori di campagna per mano di artigiani, inventori e imprenditori spesso privi di
una formazione scientifica, gli storici hanno dedotto che ciò che li ha spinti a
sperimentare le loro invenzioni fu il desiderio di fare soldi, o recuperare almeno i propri
investimenti. L’ILLUMINISMO INDUSTRIALE: l’idea che il metodo scientifico e
sperimentale avrebbero migliorato la vita umana si è diffusa tra ‘6/700 in ampi strati
della popolazione giungendo fino a nuove istituzioni culturali (società scientifiche,
caffè, accademie) grazie ad un’industria editoriale e alla crescente alfabetizzazione. In
questo modo una visione positiva delle possibilità dell’uomo si sarebbe unita ad una

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crescita generalizzata delle conoscenze matematiche, scientifiche di base, dando
luogo ad una maggiore creatività tecnologica (conoscenza utile).
4 le TEORIE ISTITUZIONALISTE hanno creato ancora più obiezioni sul perché la
rivoluzione industriale sia nata in Inghilterra, considerando anche che situazioni simili
all’illuminismo industriale erano presenti anche in Francia. Secondo queste teorie la
superiorità stava nelle peculiarità del sistema politico e istituzionale inglese che ha
creato le precondizioni per lo sviluppo industriale. La seconda rivoluzione inglese
(1688-89) non diede vita ad una situazione particolarmente favorevole all’erogazione
di credito da parte delle istituzioni finanziarie, ne protesse particolarmente la proprietà
privata. Incerto era anche il contributo che avrebbe fornito la legislazione inglese sui
brevetti. Nel ‘700 l’Inghilterra fu continuamente impegnata in conflitti internazionali.
Quando alcuni uomini investirono i loro risparmi per sperimentare nuovi sistemi di
produzione industriale il carico fiscale che avrebbe pesato sui profitti che ne avrebbero
ricavato era il più alto di tutta Europa. Nel complesso però la società e le istituzioni
inglesi erano aperte alle innovazioni e a riconoscere il merito agli individui a
prescindere dalla loro classe sociale.
La rivoluzione industriale inglese fu un processo di lungo periodo, iniziato nel XVI
secolo quando i mercanti inglesi cominciarono a smerciare i loro panni a buon mercato
sul continente e nel Mediterraneo, favorendo la creazione di distretti proto industriali e
stimolando l’urbanizzazione. L’espansione marittima e coloniale inglese nel ‘600
spinse al rialzo i salari urbani, alimentò la crescita di Londra e procurò prodotti nuovi di
consumo, innescando un processo virtuoso nell’agricoltura e maggiore disponibilità
all’intensificazione del lavoro. Questo circolo virtuoso proseguì nel ‘700 con
l’espansione del ruolo internazionale del Regno Unito. Questi prerequisiti non
avrebbero però potuto trasformarsi nella rivoluzione senza altri 3 fattori decisivi: salari
nazionali elevati che invogliarono a inventare macchine per risparmiare manodopera,
carbone minerale a basso costo che permise di sperimentare macchine molto
dispendiose (che non c’era nei Paesi Bassi) e una cultura sperimentale diffusa tra
artigiani e operai specializzati.
Per spiegare invece quali furono i meccanismi che permisero all’industrializzazione di
arrivare negli altri paesi europei bisogna far riferimento all’adattamento delle
innovazioni alla realtà di ogni singolo paese che non si è svolto solamente con una
semplice imitazione del modello inglese ogni singola realtà ha interpretato lo sviluppo
industriale nei limiti concessi dalle risorse disponibili, dal patrimonio culturale e
scientifico, dall’assetto istituzionale e politico, ecc. l’élite economiche e le classi
dirigenti politiche promossero l’industrializzazione come forma di egemonia economica
verso l’esterno e di rafforzamento del potere verso l’interno (simbiosi tra
industrializzazione e colonialismo).
Dal 1870 presero vita nuove innovazioni tecnologiche e scientifiche che portarono alla
seconda rivoluzione caratterizzata a livello globale dall’elettricità, acciaio, chimica,
l’automobile, la produzione di massa. La leadership economica passo in questo caso
agli Stati Uniti.
CAP.12: l’età delle rivoluzioni
Gli avvenimenti politici che si succedettero in Europa tra ‘6/700 sono parsi talmente
veloci da assegnare a questo secolo l’etichetta di “età delle rivoluzioni”. Tra il 1680 e il
1815 si è creata un’Europa nuova. Tra ‘500 e ‘700 maturarono 3 condizioni basilari per
la nascita di una nuova idea di politica: 1) venne sancita la sua autonomia soprattutto
rispetto alla teologia 2) le singole entità statali quindi persero ogni forma di
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dipendenza da istituzioni come il papato o il sacro romano impero 3) si affermò
sempre più l’idea che lo stato avesse il monopolio esclusivo del potere sia come
esercizio legittimo della forza che come capacità legislativa.
Secondo una interpretazione diffusa nota come TRADIZIONE WHIG dal nome di una
corrente politica nata nell’Inghilterra del ‘600, le due rivoluzioni che ebbero luogo nella
Gran Bretagna nel XVII secolo rappresenterebbero un passaggio fondamentale
nell’affermazione di questi principi. Agli inizi del ‘600 l’Inghilterra era un paese meno
popolato e urbanizzato di altre aree europee, con uno stato e delle articolazioni sociali
paragonabili a quelle degli altri stati. Lo SCISMA ANGLICANO in Inghilterra e la
diffusione del calvinismo in Scozia avevano creato tensioni considerevoli che non
erano tuttavia sfociate in conflitti come quelli tedeschi o francesi. Il PARLAMENTO
INGLESE era un’assemblea di ceto simile alle altre, con i lords e i commos. il
parlamento inglese veniva convocato dal re quasi esclusivamente per approvare tasse
e tributi straordinari, per la guerra. Nel corso del ‘600 tuttavia il parlamento si assunse
l’onere di rappresentare il paese, interpretando in alcuni momenti i sentimenti diffusi
nel paese in modo più efficace delle altre istituzioni. Fu questo il fattore cardine
dell’Inghilterra del ‘600.

Sotto i due sovrani scozzesi successori di Elisabetta I: Giacomo I e Carlo I Stuart si


aprì la spaccatura fra il re e la sua corte da una parte, e il paese dall’altra, su varie
questioni. Gli Stuart mantennero una condotta moderata in campo religioso, evitarono
il coinvolgimento alla guerra dei trent’anni, misero in piedi un sistema corrotto nella
corte, il paese venne lasciato a radicalizzarsi in ambito religioso, ideologico e sociale
tanto che vennero considerati sovrani che minacciavano le leggi fondamentali del
regno e non intendevano rispettare il ruolo del parlamento. Come Luigi XVI di Borbone,
anche Carlo I Stuart commise degli errori come voler imporre la gerarchia episcopale
anglicana alla Scozia presbiteriana, o far arrestare i capi del parlamento. Quest’ultimo
episodio diede inizio alla GUERRA CIVILE (GREAT REVOLUTION) con due eserciti
contrapposti: quello del re e quello del parlamento, e si concluse con la sconfitta del
primo e la messa a morte del sovrano per tirannia e tradimento. L’esecuzione di Carlo
I nel gennaio 1649 fu un evento che secondo la TRADIZIONE PROGRESSISTA
interpreta come l’atto di nascita della sovranità popolare, la TRADIZIONE
CONSERVATRICE come frutto di ribellione e l’esito di una catena di eventi
imprevedibili, ma è innegabile che questo comportò la fine dell’assolutismo del potere
monarchico.

La nascita del Commonwealth da parte di Oliver Cromwell, la sua caduta e la


restaurazione della monarchia nella figura di Carlo II Stuart testimoniano le
incertezze della strada che il paese aveva intrapreso. Carlo II e suo fratello Giacomo II
dimostrarono tuttavia di non aver imparato la lezione, trattando il parlamento come se
nulla fosse accaduto, convertendosi al cattolicesimo volevo riportare il paese vicino a
Roma quando a Giacomo II nacque un figlio maschio erede che avrebbe costituito una
dinastia cattolica, GUGLIELMO D’ORANGE organizzò una spedizione per invadere la
Gran Bretagna e incoronarsi re. Sia i sostenitori del parlamento (WHIGS) che i
sostenitori della monarchia e della Chiesa anglicana (TORIES) lo sostennero, facendo
cadere per la seconda volta un re regnante. Guglielmo venne nominato re d’Inghilterra
assieme a sua moglie Maria II Stuart dando così l’approvazione ad una nuova
dinastia. Per i deputati inglesi questa seconda rivoluzione (GLORIOUS) fu una
rivoluzione in senso proprio cioè il ritorno ad un ordine originario e legittimo che era
stato rovesciato dal tentativo degli Stuart di imporre il cattolicesimo e l’assolutismo.

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Gli atti che dovettero firmare i due reali tra il 1689 e 1690 (DECLARATION OF
RIGHTS, BILLS OF RIGHTS) mutavano il senso della formula KING-IN PARLAMENT
che regolava il funzionamento del potere monarchico: il re non poteva più sospendere
le leggi, né interferire con il potere giudiziario o con la composizione del parlamento,
ne mantenere un esercito senza il consenso dell’assemblea. Non poteva più convocare
a piacimento le due camere, che si riunivano a scadenze fisse e venivano rinnovate
ogni 3 anni. Con il 1689 si formò in Inghilterra una MONARCHIA COSTITUZIONALE.
Questo fu possibile grazie all’iniziativa whig, all’adesione dell’intera classe dirigente
inglese, alla grande proprietà fondiaria (GENTRY).
Il nuovo contratto che legò la corona e parlamento portò nel 1707 alla formazione del
REGNO UNITO e nel 1714 alla sostituzione degli Orange con la casa regnante degli
Hannover, quindi all’affermazione di una leadership mercantile e politica di raggio
mondiale e all’avvio della prima rivoluzione industriale. Questo accadde senza che gli
equilibri interni mutassero. Questo fu possibile nonostante la nascita di caratteri del
moderno parlamentarismo: la nascita di partiti abbastanza delineati di governo e di
opposizione.
Assieme alla stabilizzazione religiosa il maggior successo delle rivoluzioni inglesi fu
quello di aver trovato una nuova soluzione al problema del rapporto fra potere
monarchico ed elitè politico-economiche nei vari stati si diedero risposte diverse. Luigi
XIV in Francia ridusse il peso di corti giudiziarie, rafforzò lo stato centrale e la sua
amministrazione, gestì con autorità il potere esecutivo e attirò a sé i grandi nobili di
Francia nella sua corte: il luogo di fidelizzazione e neutralizzazione, praticata anche in
Spagna o nei principati italiani. Anche gli Asburgo misero in atto una
TEATRALIZZAZIONE del potere: la necessità di rafforzare il ruolo centrale del
monarca era per la dinastia austriaca un’esigenza importante a causa della
composizione del suo enorme dominio. L’operazione di rinnovamento portata avanti
da LEOPOLDO I e dai suoi figli GIUSEPPE I e CARLO VI fu possibile rinsaldando il
legame tra la casa reale e la grande nobiltà terriera (il CETO DEI SIGNORI) in Austria
e Boemia, i MAGNATI in Ungheria e utilizzando la religione cattolica come elemento
unificatore.
Prussia e Russia assieme all’Austria in ascesa tra ‘600/700 seguirono strade diverse
per assicurarsi i favori dell’elitè: i sovrani prussiani HOHENZOLLERN regnavano su un
territorio disomogeneo diviso in due corpi separati e multiconfessionale. Riuscirono a
creare uno degli stati più potenti d’Europa grazie al patto stretto con il ceto fondiario
deiJUNKER ai quali garantirono privilegi particolari (diritti personali sui contadini) in
cambio di un’adesione totale al progetto di rafforzamento del paese e il pagamento
delle imposte necessarie a mantenere un esercito permanente. I junker divennero la
forza sociale dello stato e contribuirono alla formazione di un’ideologia laica di
dedizione allo stato di cui lo stesso RE FEDERICO II si definiva il primo servitore.
Caratteri più autocratici aveva il governo di Pietro I il Grande in Russia, che tentò una
soluzione simile di fondamenta delle classi superiori per lo stato creando un’apposita
gerarchia sociale articolata su diversi gradi di servizio allo stato (TABELLA DEI
RANGHI, 1722) ma ottenendo solo un irrigidimento della società russa.
L’aristocrazia mantenne una posizione politica centrale anche nei paesi dove il tasso di
assolutismo era inferiore come in Svezia la Svezia venne portata alla rovina dalle
aspirazioni di espansione di Carlo XII, e sperimentò una RIVOLUZIONE
PARLAMENTARE che trasformò il paese in una monarchia costituzionale controllata
dal Parlamento e dall’apparato amministrativo, entrambi dominati dalla nobiltà.

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NELL’ETÀ DELLE LIBERTÀ (1718-72) la lotta politica prese la forma del confronto tra
due partiti: i CAPPELLI e le GIOVANI BERRETTE che diede vita a una rissosa
contrapposizione.
Nei Paesi Bassi la situazione era originale: il blocco sociale era guidato da un
patriziato di origine mercantile, e nonostante l’assetto repubblicano non venisse meno
in discussione tra il 1647 e il 1747 (secolo di guerre mercantili con il Regno Unito) si
alternarono periodi in cui la carica di STADHOUDER assegnata a membri della casa
d’Orange fu ricoperta e in altri lasciata vacante per evitare il formarsi di un potere di
tipo personale. Nella seconda metà del ‘700 la tendenza monarchica sfociò in
occasione del Congresso di Vienna nella trasformazione della repubblica in una
monarchia con a capo la dinastia degli Orange.
Il secondo elemento che modellò il panorama politico europeo tra ‘600/700 fu
l’incapacità del principio della BALANCE OF POWER di garantire stabilità alle
relazioni internazionali nell’arco di 150 anni dalla prima guerra contro la Francia
rivoluzionaria, ci furono solamente 52 anni di non conflitti. Ma perché si continuava a
combattere così tanto nell’Europa dell’Ancien Regime? Le guerre del ‘600/700 erano
dovute a
• problemi delle successioni dinastiche (guerra di successione spagnola, polacca,
austriaca)
• di rivendicazioni territoriali (Luigi XIV, guerre del Nord)
• di conflitti commerciali e mercantilistici (tra Inghilterra e Paesi Bassi)
• per distaccarsi dalla madrepatria (guerra di indipendenza americana)
dopo il conflitto franco-spagnolo del 1494-1648, dal 1688 al 1815 si combatté una
seconda guerra dei cent’anni tra Gran Bretagna e Francia per la supremazia
continentale.
La tendenza naturale degli stati di acquisire risorse crescenti si trasformò in uno stato
di guerra per 3 motivi principali:

1. La grande frammentazione territoriale esistente che poneva in competizione un


numero rilevante di entità statali
2. I limiti dell’economia preindustriale (prima della rivoluzione industriale della
seconda metà del ‘700 le risorse non erano espandibili e dunque ogni stato se
voleva crescere era costretto a conquistare nuovi territori)

3. Il processo di costruzione dello stato che si alimentava di guerre (tra cui anche i
conflitti interni al continente che grazie al perfezionamento tra ‘600/700 dipese
anche dal fatto che eserciti sempre più grandi e flotte più potenti servivano ad
ampliare i possedimenti extra continentali)
Le guerre intraeuropee come altra faccia del processo di espansione coloniale
europea.

Il CAPITALISMO COMMERCIALE e la crescita della potenza militare si affermarono


sempre più come acceleratori della modernità ciò portò alla tendenza dei piccoli stati
a scomparire a vantaggio di entità nazionali più ampie, ma ebbe ricadute anche sul
funzionamento degli stati. L’età degli eserciti permanenti (l’era della guerra dei
Trent’anni in poi) richiedeva una mobilitazione straordinaria di risorse che costrinsero

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gli stati ad aumentare il prelievo fiscale (tasse) e contrarre debiti pubblici. I conflitti
obbligarono a far lavorare in modo diverso lo stato:
• gli apparati amministrativi che tendevano a crescere furono disciplinati e
gerarchizzati

• si cercò di aumentare la capacità impositiva centrale e si mirò ad eliminare i


corpi intermedi locali o regionali nel processo decisionale
• sì favorì la centralizzazione
• si cominciò ad organizzare l’esecutivo in ambiti ben definiti e a concepire in
termini scientifici la disciplina dell’amministrazione (CAMERALISMO: insieme
delle dottrine relative all’amministrazione dello stato e il benessere generale)
molte di queste iniziative furono promosse grazie alla diffusione del pensiero
illuminista tanto che per indicare le esperienze di ammodernamento di Austria Prussia
e Russia si usa il termine “ASSOLUTISMO ILLUMINATO”. Solo alcune di queste riforme
vennero effettivamente attuate e questo dipese soprattutto dal grado di
coinvolgimento delle classi dirigenti. I risultati migliori si ebbero dove furono promosse
politiche di “bene comune” “buon governo” “benessere della popolazione” ecc.
tuttavia anche in questi casi i vantaggi economico-finanziari che se ne trassero furono
trasformati in budget militari.
Tutti questi problemi funsero da forza propulsiva per lo scoppio della RIVOLUZIONE
AMERICANA Nel 1763 al termine della guerra dei Setti anni la Gran Bretagna si trovò
padrona dell’America settentrionale ma con un grande debito pubblico. Fino a quel
momento non aveva avuto interesse per le 13 colonie americane, ma il debito
accumulato e l’inopportunità di scaricarlo su un paese appena uscito dalla guerra
spinse il governo a cercare di distribuire il carico fiscale anche alle colonie dell’impero.
Questo atteggiamento produsse una serie di provvedimenti che limitavano
l’autonomia delle colonie, che iniziarono a protestare sostenendo che ogni decisione
fiscale che le riguardava era illegittima dato che non avevano nessun rappresentante
nella camera dei Comuni (no taxation without representation). Il fatto che il
parlamento dovesse rappresentare tutto il paese era uno dei pilastri del pensiero dei
Whig che aveva prodotto la Gloriosa rivoluzione ma non era mai stato fatto proprio dai
sudditi dell’impero, e gli americani lo spinsero fino alla posizione radicale della
DEMOCRAZIA PARTECIPATIVA. Un’ulteriore aumento della tassazione sulle colonie
portò alle prime sommosse (massacro di Boston 1770, Boston Tea Party 1773) alla
riunione di un Congresso continentale con i rappresentanti delle colonie (Filadelfia
1774) e ai primi scontri armati tra formazioni americane ed esercito britannico. Con la
guerra di indipendenza americana si diede vita ad un nuovo stato indipendente e
repubblicano, realizzato secondo gli ideali illuministici europei che fino ad allora erano
rimasti solamente scritti. La dichiarazione di indipendenza del 4 luglio 1776
trasformò questi ideali astratti in un programma politico alla portata di quasi tutti.
Dopo qualche anno, grazie alla spinta ideologica di questi ideali, il crescente
patriottismo, l’appoggio della Francia e Spagna interessate a trasformare la guerra in
uno scontro transoceanico riuscirono a costringere il Regno Unito nel 1783 ad
accettare la loro indipendenza. La costruzione della nazione e la nascita della
repubblica nel 1791 furono altre due sfide che furono vinte. Per gli illuministi
europei la rivoluzione americana rappresentava la prova che il progresso dei Lumi
avesse un significato universale, per i radicali era la testimonianza che un governo di
popolo poteva esistere e che l’istituto monarchico era superfluo, per i

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monarchiciconservatori era la conferma che la limitazione del potere monarchico
scatenava forze incontrollabili.
Gli anni che precedettero la rivoluzione francese furono anni di instabilità politica in
vari paesi europei, ma niente lasciava pensare che il sistema monarchico sarebbe
crollato proprio in Francia, il paese considerato il più grande e potente d’Europa. Alla
metà del ‘700 lo stato francese era in crisi, anche alla sconfitta nella guerra dei Setti
anni e all’appoggio infruttuoso alle colonie americane. Il re per rimediare fece
elaborare un progetto di riforma del sistema fiscale eliminando le esenzioni alle quali
avevano diritto il clero e la nobiltà, che però si opposero. In questo clima di tensione le
classi popolari erano in una fase di grave crisi di sussistenza e nel maggio del 1789
Luigi XVI volle convocare gli stati generali (la vecchia assemblea di ceto) che non
venivano convocati da quasi due secoli e dove erano rappresentati clero nobiltà e
terzo stato pochi giorni dopo l’apertura degli stati generali i membri del terzo stato si
staccarono autoproclamandosi ASSEMBLEA NAZIONALE e giurando di non separarsi
fino a quando non fosse stata ottenuta la costituzione (giuramento della
Pallacorda). Ci fu la presa della Bastiglia a Parigi e in quasi tutte le città del regno la
popolazione insorse instaurando delle municipalità rivoluzionarie mentre nelle
campagne i contadini assaltavano i castelli. L’assemblea nazionale nel frattempo si
rinominò ASSEMBLEA COSTITUENTE abolendo il sistema feudale e tutti i rimanenti
privilegi connessi, approvando una Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del
cittadino il 26 agosto 1789 che sanciva l’uguaglianza di tutti gli esseri umani e
affermava le libertà civili.
Nei mesi che seguirono si procedette ad una serie di riforme. Il re in tutto questo
sosteneva apparentemente la rivoluzione ma segretamente invocava l’intervento delle
potenze straniere e quando venne scoperto nel 1791 a tentare una fuga dal paese
venne smascherato il suo doppio gioco. La libertà di stampa aveva fatto diventare la
politica un argomento quotidiano di discussione tra tutti gli strati sociali, e
nell’assemblea costituente si erano venuti a creare schieramenti diversi riguardo alla
questione del re e della monarchia: i NERI contrari alla rivoluzione che sedevano sulla
destra rispetto alla tribuna del presidente, poi i monarchici, i patrioti fino ai
DEMOCRATICI che sedeva sulla sinistra. nasce lo schieramento ideologico che da
allora in poi avrebbe contraddistinto la politica europea.
La tentata fuga del re rinforzò il partito democratico repubblicano nel quale
acquisirono peso due parti politiche: i GIACOBINI e i CORDIGLIERI, che godevano di
un forte sostegno popolare.
Nel 1792 per rompere l’accerchiamento degli altri stati l’assemblea che si rinominò di
nuovo legislativa (perché il re aveva firmato la costituzione) dichiarò guerra
all’imperatore al fianco del quale si schierarono Prussia Russia Spagna e Regno di
Sardegna la guerra mobilitò l’intera popolazione nel nome della nuova ideologia del
PATRIOTTISMO che funzionò da forza per un’ulteriore radicalizzazione politica. Nel
settembre del 1792 la folla parigina uccise tutti coloro che erano considerati
antirivoluzionari e arrestò il re. I deputati dell’assemblea legislativa proclamarono la
repubblica e furono incaricati di scrivere una nuova costituzione repubblicana: la
monarchia francese era caduta.
La nuova assemblea rappresentativa detta CONVENZIONE NAZIONALE sul modello
americano dovette tra le prime cose decidere per le sorti del re, e fu votata la messa
a morte. (1793 nella piazza degli Champs-Elysees). Altri paesi dichiararono guerra alla
Francia come i Paesi Bassi, la Spagna e l’Inghilterra: prendeva forma la coalizione

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internazionale che nei successivi 20 anni avrebbe inglobato l’Europa intera per
combattere la Francia.
La pressione militare degli eserciti stranieri e la controrivoluzione interna indussero i
capi giacobini che ormai guidavano la rivoluzione a sospendere le conquiste liberali:
si instaurò una dittatura rivoluzionaria che si poggiava su un clima di sospetto e
persecuzione e che prese il nome di TERRORE. Il bisogno di ordine e allo stesso tempo
il caos politicodeterminarono il periodo successivo (i 5 anni 1794-99). L’economia
inoltre non riuscì a riprendersi e il paese sprofondò in una crisi economica e finanziaria
aggravata dall’esigenza di mantenere l’esercito. La terza costituzione assegnò un forte
peso all’esecutivo ma tra tutto il caos l’unico soggetto in grado di garantire stabilità e
sicurezza si rivelò l’ESERCITO. Fu in questo clima che sorse la figura di NAPOLEONE
BONAPARTE.
Napoleone nacque in Corsica da una famiglia di piccola nobiltà, giovane ufficiale
sostenitore del regime di Robespierre emerse nel clima del Direttorio facendosi
nominare nel 1796 a soli 27 anni generale dell’armata d’Italia. Era invocato come un
liberatore di popoli, ma in realtà era uno spregiudicato conquistatore. Nel 1798 mentre
doveva completare la conquista della penisola italiana decise di invadere l’Egitto
puntando ad attaccare i domini indiani della Gran Bretagna con cui era ancora in
guerra, ma la spedizione si rivelò una sconfitta. Napoleone si trovò bloccato in Egitto
mentre la situazione politica francese precipitava, solo nel 1799 riuscì a sbarcare di
nuovo in Francia e sciolse a Parigi i due consigli elettivi eredi del terzo stato: il 9
novembre 1799 la rivoluzione francese era finita.
sul piano politico il percorso di Napoleone dal 1799 in poi può sembrare un ritorno
all’ancien regime in quanto egli accentrò su di sé il potere fino ad autoincoronarsi
imperatore, abolì il principio di rappresentanza, instaurò un regime autocratico e
autoritario, creò una dinastia ereditaria con fratelli e cognati a capo dei principali stati
Europei e ricreò una nobiltà di impero e una corta sfarzosa.

Nel 1810 per assicurarsi un erede maschio sposò MARIALUISA figlia dell’imperatore
Francesco d’Asburgo riprese la più classica politica assolutistica: quella matrimoniale.
La RESTAURAZIONE del vecchio regime monarchico operata dal congresso di Vienna
(1814-15) dopo la sua caduta e il suo esilio a Sant’Elena fu il completamento del
processo intrapreso da Napoleone. Al tempo stesso il regime napoleonico fu
assolutamente nuovo, qualcosa che anticipò i caratteri delle società e degli stati dei
secoli a seguire. Fu nuova l’arma dell’esercito di massa basato sulla leva generale
obbligatoria, i PLEBISCITO (consultazione diretta del popolo su questioni di notevole
importanza politica), l’uso della propaganda attraverso i mezzi di informazione, l’uso
pubblico della storia (carolingia, romana) per accrescere e mantenere il consenso.
Al culmine della sua espansione nel 1811 l’impero francese superava quello di Carlo
Magno. Nell’impero e negli stati vicini Napoleone impose il modello amministrativo e
sociale che si era evoluto in Francia durante i 10 anni della rivoluzione: uno stato
gerarchico e centralizzato basato su criteri razionali che utilizzava a fine amministrativi
la statistica, la scuola superiore e università pubbliche, e dove scomparso il principio di
rappresentanza era l’apparato amministrativo ad assumere il ruolo di istituzione
rappresentativa della nazione. Questa piramide gerarchica si reggeva secondo regole
precise e uniformi, e da qui la necessità di una codificazione omogenea del diritto: IL
CODICE NAPOLEONICO del 1804.

Attraverso l’amministrazione napoleonica furono diffusi in larga parte dell’Europa


centro-settentrionale dei principi fondamentali dell’Europa illuminista: l’uguaglianza
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dei cittadini davanti alla legge, il diritto di proprietà assoluta, la sicurezza
dell’individuo, la possibilità di chiunque di fare carriera al servizio dello stato. Non fu il
progetto a creare un’Europa unita come Napoleone cercò di accreditare nelle sue
memorie, ma il tentativo di ridurre la varietà europea in un unico comune
denominatore: la Francia. Proprio per questo il suo tentativo fallì.
Le rivoluzioni ‘600/700 non hanno contato solo in quanto tali, ma anche in quanto miti.
Nell’800 hanno iniziato ad essere studiate ed interpretate in termini sociali: come la
nascita della classe sociale della borghesia. La visione liberale e marxista dopo che
hanno portato alla rivoluzione russa, ecc. è innegabile che le rivoluzioni abbiano
rimescolato nel profondo la storia dell’Europa (non per niente sia la rivoluzione
francese che l’età napoleonica apparvero già ai contemporanei come qualcosa di
nuovo dal prima). Le rivoluzioni cambiarono molte cose a partire dalla politica, tra cui
anche la fine del sacro romano impero nel 1806. Inventarono una nuova simbologia
del potere, l’uso pubblico della storia e della memoria, cambiarono il linguaggio della
comunicazione.

CAP.13: L’Europa dei diritti


I diritti individuali, collettivi o universali si sono trasformati nel tempo e la loro
evoluzione è un processo continuo, provvisorio e parziale. Per questo ha poco senso
limitare la descrizione del percorso della storia del diritto che la sola idea di diritto
inteso in senso soggettivo ha compiuto nel pensiero occidentale. I diritti non nascono
quasi mai da speculazioni teoriche quanto da esperienze storiche concrete che sono
state rielaborate e definite nel corso degli eventi stessi. La stretta interdipendenza fra
teoria e prassi è una delle caratteristiche della storia dei diritti in Europa.
Esistono inoltre vari livelli di effettività dei diritti positivi: dopo la definizione filosofica
e giuridica di un diritto c’è la sua affermazione legislativa quindi la fase
dell’attuazione, quella della giustiziabilità: cioè della possibilità per un soggetto che
ritenga leso un proprio diritto di avere giustizia. Non tutti i diritti compiono tutto il
percorso, come la condizione attuale delle donne nelle società europee. Fermarsi
all’idea di diritto e alla sua acquisizione normativa non è sufficiente.
Una storia dei diritti d’Europa deve accennare all’età antica: quanto nella civiltà
greca con il concetto di libertà, che nel mondo romano dove era ugualmente
importante il concetto di libertà e uguaglianza c’era comunque una concezione

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aristocratica di potere che creava una disuguaglianza nell’accesso alla partecipazione
politica.
Il giudaismo e il cristianesimo spostarono la concezione di libertà e uguaglianza su
un piano diverso. Con la dottrina della creazione dell’uomo ad immagine e somiglianza
di Dio si compiva un passo fondamentale nell’affermazione dell’uguaglianza naturale
degli uomini, nonostante sia i Padri della Chiesa che i teologi utilizzarono questa
somiglianza tra uomo e Dio per movimenti ereticali e radicali in termini di dottrina di
liberazione.
La concezione politica della sovranità nel Medioevo affidava al RE (che aveva il diritto
divino di governare) il compito di tutore e garante dei diritti dei singoli (diritto alla
proprietà, alla sicurezza). Questi furono oggetto di codificazione ma solo a partire dal
basso Medioevo acquisirono un profilo più preciso di cui il caso più noto è quello della
MAGNA CHARTA concessa nel 1215 da Giovanni Senzaterra nella quale si metteva
nero su bianco che nessun uomo libero poteva essere arrestato, imprigionato della sua
libertà o libere usanze, messo fuori legge o esiliato. Questa affermazione della libertà
personale era riservata ad una sola categoria di persone cioè gli uomini liberi, ed era
concessa a un ceto ben definito cioè i BARONI FEUDALI.
Una prima grande accelerazione nell’affermazione dell’universalità dei diritti ebbe
luogo a partire dal XVI secolo per il concorso contemporaneo di tre grandi processi
storici: la colonizzazione extra europea, la costruzione dello stato, le lotte religiose e
confessionali.
La conquista dell’America e la sopraffazione dei popoli nativi scossero le coscienze
europee: il dibattito sulla natura degli INDIOS innescò una riflessione profonda su cosa
fosse una guerra giusta e sul diritto degli europei a sottomettere altri popoli. Al
domenicano Francesco de Vitoria si fa risalire una prima formulazione del diritto
naturale in termini soggettivi e universali: il diritto di conservare la vita, la terra e i
beni appartiene all’essere umano a prescindere dalla sua religione, dalla sua
collocazione geografica o economica. Secondo altri invece Vitoria avrebbe fornito una
base legale alle guerre di colonizzazione. l’incontro con l’altro mise in crisi la
concezione aristotelica di schiavitù naturale aprendo la strada a prospettive nuove
Questa riflessione si incrociò con le lotte confessionali che seguirono la riforma in
Germania. Lutero concepiva il cristianesimo come una forza liberatrice spirituale ma
appoggiò sempre il mantenimento dell’ordine costituito. Il suo messaggio tuttavia
riaccese una tendenza mai venuta meno nel cristianesimo popolare: l’idea che la
parola di Cristo sia un messaggio di eguaglianza e libertà già qui sulla terra. Nella
GUERRA DEI CONTADINI tedeschi le rivendicazioni della classe rurale sfociarono
nella stesura del documento dei “dodici articoli” (1525) in cui l’abolizione del
servaggio era avanzata perché cristo li aveva riscattati tutti era un argomento
luterano trasformato in un’istanza di eguaglianza universale. Altre immunità e diritti
come la restituzione delle terre comunitarie, la revisione dei canoni d’affitto ecc, era
concepiti non come dei principi di rinnovamento ma per restaurare un diritto antico
spodestato nei tempi recenti: questo richiamo ad un ordine originario e legittimo
ricorrerà in molte insorgenze popolari della prima età moderna.
Dai conflitti religiosi nell’Europa del ‘5/600 nacquero alcuni stati multiconfessionali
come la Confederazione Elvetica o la Repubblica delle Province Unite. Non bisogna
confondere la tolleranza religiosa con la libertà religiosa. L’ATTO DI TOLLERENZA che
il parlamento inglese redò dopo la Gloriosa Rivoluzione del 1689 e che è considerato
uno degli eventi fondatori della moderna società dei diritti concedeva libertà di culto a
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tutte le Chiese nonconformiste e dissenzienti, ma non ai cattolici o gli atei. Solo nel
XVIII con la riflessione sull’uguaglianza naturale degli uomini e la critica alla teoria del
diritto divino dei monarchi si sarebbe formata un’idea compiuta di libertà religiosa.
Nell’Europa della prima età moderna dello stato e dell’anti assolutismo si concentra il
terzo “laboratorio” dei diritti. Nell’ambito delle guerre civili e religiose della Francia del
secondo ‘500 fu posta la domanda a cosa sia giusto ricorrere quando il sovrano si
trasforma in un tiranno e contemporaneamente se sia lecito che la lotta per
l’affermazione della propria confessione religiosa giunga a mettere in discussione
l’unità e quindi la sopravvivenza del paese sul DIRITTO ALLA RESISTENZA alcuni
pensatori ugonotti e cattolici svilupparono teorie parallele fino a considerare possibile
l’uccisione del re diventato tiranno. Le teorie dei MONARCOMACHI che implicavano
un’idea di contratto tra sovrano e popolo non rimasero teorie e sia il re Enrico III che
Enrico IV di Borbone vennero uccisi da fanatici cattolici.

Alla trasformazione di questo insieme di problemi nella base del pensiero


GIUNSNATURALISTICO contribuirono diverse figure tra cui l’olandese UGO GROZIO
che compì un passo fondamentale qualificando il diritto naturale come un insieme di
norme valide indipendentemente dalla volontà divina, prefigurando il DIRITTO
NAZIONALE valido per qualsiasi stato e qualsiasi religione.
Il contributo dei movimenti religiosi all’elaborazione delle idee di libertà non si era
esaurito: nella rivoluzione inglese vennero messe assieme istanze di libertà religiosa e
libertà politica, la PETITION OF RIGHTS richiesta dal parlamento inglese nel 1627 a
Carlo I era un vero abbozzo di costituzione contenente uno schema di relazioni tra
monarchia e parlamento che prefigurava una monarchia costituzionale, e una lista di
diritti relativi alla persona e alla proprietà che il re doveva rispettare. Il re la firmò ma il
suo mancato rispetto portò il paese alla guerra civile.

Nel contesto della rivoluzione, la discussione dei diritti e il disegno di una costituzione
portarono a coinvolgere tutti gli strati sociali: la necessità di garantire a tutti la libertà
religiosa era argomento di dibattiti tenuti nel parlamento e sfociarono in una serie di
manifesti, AGREEMENT OF THE PEOPLE, che chiedeva libertà religiosa, uguaglianza
davanti alla legge e diritto di voto per tutti i maschi adulti possessori di terre. La
seconda gloriosa rivoluzione portò lo stato britannico alla forma di una monarchia
costituzionale la dichiarazione dei diritti (Bill of Rights 1689) sottoscritta dai nuovi
sovrani garantì definitivamente alcuni diritti fondamentali come quelli di parola,
espressione, sicurezza.

Il pensiero del filosofo JOHN LOCKE appartenente ai whig sosteneva dal punto di vista
religioso la necessità della separazione tra le Chiese e lo stato, il suo pensiero politico
era invece basato sull’idea di stato quale garante dei diritti naturali degli uomini
riassumibili nella forma di PROPRIETÀ che comprendeva la vita, la libertà e il
patrimonio. lo stato essendo basato sul consenso popolare non poteva essere
arbitrario (che dipende dalla volontà del singolo senza riferimento alla legge,
ingiustificato) nel caso di rivolte. questa formulazione dei diritti ha fornito le basi
tradizionali al LIBERALISMO (considerato nell’ambito della società del tempo e delle
sue concezioni – nello stesso periodo l’Inghilterra avrebbe acquisito il monopolio della
vendita degli schiavi africani)

Agli inizi del ‘700 si era giunti ad una definizione abbastanza compiuta di cosa fossero
i diritti naturali (individuali, innati ed eguali per tutti gli uomini) e ilimiti oltre il quale
non potevano spingersi i sovrani, dando quindi una prima forma concreta alla nozione
di STATO DI DIRITTO. Ma i principi su cui si basavano i diritti erano sostenuti in modo
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consapevole da un numero ristretto di persone quello che mancava era un grande
movimento di opinione che li diffondesse tramite nuovi mezzi di comunicazione in
grado di penetrare ad un pubblico più ampio.
L’ILLUMINISMO fornì questo elemento mancante, a partire da Parigi nei suoi anni
iniziali (1720) il movimento illuminista prese le grandi idee-forza del giusnaturalismo
e del contrattualismo, come la libertà o le leggi di natura, secondo l’ideale della
ragione come una spada, trasformandolo in una campagna per la liberazione
dell’umanità. In questo progetto c’era l’uomo nella sua universalità: i diritti che si
cercarono di affermare erano universali e inalienabili (diritto alla vita, all’integrità della
persona, libertà di pensiero, ecc). alla base di questo pensiero ci furono grandi
pensatori come Voltaire, Montesquieu, Rousseau, fino all’opera che segna un
avanzamento nello spirito umano e che riassume tutto questo movimento di pensiero:
l’ENCICLOPEDIA di Diderot e Alambert.

Ci furono anche contraddizioni come sullo schiavismo o sugli ebrei, o sulla condizione
della donna. Ma è innegabile che il merito del pensiero dei Lumi nell’aprire la strada a
processi di eguaglianza civile durano ancora oggi.
Il progetto illuminista fu promosso con nuovi meccanismi di diffusione culturale:
l’espansione economica stava aumentando il numero di persone in grado di leggere e
scrivere favorendo MEDIA come teatro, musica, la letteratura soprattutto nella forma
del romanzo. Si imposero nuove forme di comunicazione come i giornali la mania della
lettura si diffuse ovunque: sia nelle accademie, che in nuove istituzioni informali come
i CAFFÈ dove era possibile leggere i giornali e libri o come la società di lettura dove
potevano essere ammessi anche membri della classe media. Le società filantropiche
come la massoneria che aveva carattere segreto, ebbero nell’eguaglianza e nella
solidarietà i propri principi ispiratori. Uno dei più potenti veicoli di diffusione
dell’illuminismo fu il SALOTTO: quasi sempre gestito da una donna, era l’occasione
per conversare e scambiare opinioni anche politiche tra persone di estrazione sociale
diversa.
Furono gli illuministi a indicare questa nuova realtà sociale con l’espressione di
OPINIONE PUBBLICA per indicare la nascita di spazi di espressione aperta e
egualitaria contrapposta al potere monarchico e assolutistico.
Prima della rivoluzione francese i cambiamenti reali nella vita degli stati e delle
persone a cui condusse l’illuminismo erano contenuti, fu nell’ambito
dell’ASSOLUTISMO ILLUMINATO cioè nella politica influenzata dalle idee dei Lumi
portata avanti da sovrani, che non accettarono però di condividere il proprio potere,
che alcuni risultati vennero raggiunti nel contesto della sua politica di sottomissione
della Chiesa cattolica allo stato (GIUSEPPINISMO) l’imperatore Giuseppe II d’Asburgo
abolì con LA PATENTE DI TOLLERENZA le discriminazioni religiose nei confronti dei
protestanti e ortodossi ed emancipò gli ebrei. Eliminò la servitù della gleba nei suoi
territori e con un nuovo codice penale introdusse vari elementi innovativi ma anche
autoritari e punitivi. La pena di morte ad esempio non venne eliminata in quanto
ingiusta e inutile (secondo quanto aveva sostenuto CESARE BECCARIA nel suo Dei
delitti e delle pene – 1764) ma perché la popolazione se ne dimentica più in fretta
rispetto a pene lunghe e afflittive.
Una prima realizzazione della concezione illuministica dei diritti si ebbe con la
Dichiarazione dei diritti della Virginia del 1776 e la Dichiarazione d’indipendenza
americana del 4 luglio 1776 veniva affermato inequivocabilmente il carattere naturale
e universale di alcuni diritti fondamentali (la vita, la libertà, la proprietà, la tolleranza
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religiosa, la sicurezza) ma anche la dipendenza di questi diritti dalla sovranità
popolare. Si trattava di costituzioni che non servivano solo a definire l’identità delle
colonie ribelli alla madrepatria ma anche a porre le basi ideologiche e costituzionali
della futura unione. L’unione “re-parlamento” uscito potenziato dalla seconda
rivoluzione inglese, risultava superato da una prospettiva REPUBBLICANA. In ogni
caso anche le dichiarazioni dei diritti americane furono all’inizio inapplicate.

Escluse dai diritti politici e mantenute in uno stato di subordinazione legale rispetto al
marito alle donne americane rimase la cura della famiglia nata secondo l’ideale
repubblicano. Peggio ancora fu la condizione degli schiavi e dei nativi americani
rappresentando la più grande contraddizione con i principi fissati sulla dichiarazione.
La costituzione del 1787 e i primi dieci emendamenti del 1791 ribadirono i principi
dell’eguaglianza civile, giuridica e religiosa ma per la trasformazione di queste
affermazioni in norme effettive si sarebbe dovuto aspettare l’abolizione della schiavitù
in tutti gli stati, il suffragio femminile ecc.
Rispetto al Regno Unito, ai Paesi Bassi o anche ai vari paesi dove le riforme dell’età dei
Lumi avevano introdotto qualche principio di carattere universale, la situazione dei
diritti in Francia (il paese in cui era nato il movimento illuministico) era alla fine del
‘700 arretrata. Il fatto che le idee più avanzate circolassero liberamente e che la figura
del sovrano o della monarchia stessa godesse di un discredito crescente non facevano
che accentuare la distanza tra il sistema monarchico e le aspettative dell’opinione
pubblica. La RIVOLUZIONE recuperò questo ritardo la dichiarazione dei diritti
dell’uomo e del cittadino approvata dall’Assemblea nazionale nel 1789
rimane uno dei stati fondamentali della storia dell’Europa. Composta da 17 articoli la
Dichiarazione fu il frutto della mediazione tra diverse componenti di pensiero e
numerosi progetti che vedono il marchese La Fayette o l’eroe dell’indipendenza
americana Thomas Jefferson. Come i bills americani; si affermava la natura universale
e intangibile di diritti come la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza
all’oppressione, la presunzione di innocenza, la libertà di opinione, anche religiosa, di
espressione e di stampa. Introduceva anche nuovi elementi a carattere politico come
la separazione dei poteri, l’affermazione che la sovranità risiede essenzialmente nella
nazione.

Il nuovo rapporto tra soggetti, diritti e comunità politica aveva nel concetto di
CITTADINANZA il suo fulcro. Questo distingueva una cittadinanza passiva che copriva
tutti i componenti della nazione e assicurava loro i diritti fondamentali, e una
cittadinanza attiva che dava la possibilità di accedere ai diritti politici (come il diritto al
voto). La costituzione in ogni caso non si curava affatto della condizione della donna.
Con i GIACOBINI che affermavano l’incongruenza palese tra l’affermazione
dell’eguaglianza naturale degli esseri umani e il suffragio censitario costituirono buona
parte della loro crescente fortuna politica tanto che la giornata rivoluzionaria del 1792
coincide con il suffragio universale. La Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del
cittadino approvata dalla Convezione montagnarda nell’estate del 1793
privilegiava il diritto di eguaglianza aprendo la strada all’enunciazione di diritti sociali
quali il diritto al lavoro, all’assistenza, all’istruzione che trovavano per la prima volta
posto in un documento costituzionale. Questa prospettiva innovativa, che rimase
inattuata perché l’entrata in vigore della costituzione fu rinviata al termine della
guerra, comportò l’assunzione della DIFFERENZA come nuovo termine di paragone dei
diritti.

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la Dichiarazione dei diritti e dei doveri termidoriana del 1795 che rispondeva a
una diffusa esigenza di ordine, accanto alla nuova elencazione dei diritti, enunciava
specifici doveri come il rispetto delle leggi e della proprietà: mantenendo l’eguaglianza
tra i diritti dell’uomo, subordinandola però alla libertà da intendersi come “la legge è
uguale per tutti”. La prima vittima del regime napoleonico fu proprio la libertà.
L’eguaglianza invece e soprattutto la proprietà trovarono piena legittimità nel codice
civile napoleonico (1804) che è tutt’ora in vigore in Francia, e che ha ispirato i codici
di mezza Europa.
Anche per i diritti, oltre che per la politica, la Rivoluzione francese costituì l’evento a
partire dal quale si precisarono le diverse posizioni ideologiche Ottocentesche, che si
possono riassumere in 3 filoni:

• CONSERVATORE: la rivoluzione è stata il male assoluto, il castigo mandato da


Dio per punire la mancanza di fede
• LIBERALE: si rifaceva al pensiero illuministico settecentesco e ai principi della
rivoluzione dell’89 secondo cui la rivoluzione era stata un avanzamento epocale
e il Terrore la sua degenerazione.
Lo strumento per riaffermare in modo stabile i diritti inalienabili dell’uomo, primi
la libertà e la proprietà, venne individuato nelle carte costituzionali attraverso le
quali potevano essere garantiti sia i diritti civili che quelli di partecipazione alla
vita pubblica cioè i diritti politici (uno dei documenti esemplari di questa
tendenza fu la costituzione con cui il Belgio sancì nel 1831 la propria
indipendenza rispetto al Regno Unito dei Paesi Bassi creato dal congresso di
Vienna).
Diritti, costituzione e nazione furono legati nel pensiero e nella politica liberali
dell’800. Questo legame fu alla base di una riconsiderazione concettuale del
giusnaturalismo: l’idea che i diritti umani siano qualcosa di naturale; che
venne sostituita dal POSITIVISMO GIURIDICO in base al quale i diritti esistono
solo in quanto diritti vigenti, validi in un dato momento e in un dato luogo che
non possono essere concepiti astrattamente ma solo come legge positiva
emanata dallo stato.
I diritti di conseguenza non esistono se non vi è un codice unico per la nazione
intera che raccoglie tutte le normi vigenti. (codificazione a base nazionale)
• SOCIALISTA: si rifaceva allo spirito della costituzione del 1793 e alla sua
affermazione dei diritti sociali.
L’industrializzazione portò con sé nuovi problemi sociali legati alla formazione
della classe operaia alimentando un discorso politico che facendo leva sulla
questione sociale proponeva una nuova visione dei soggetti e dei diritti. Questa
tendenza si espresse da un lato in opere, progetti e tentativi di immaginare un
futuro oltre la rivoluzione, dall’altro si confrontò con i problemi concreti
dell’industrialismo dando vita per esempio in Gran Bretagna alle prime forme di
organizzazione e rappresentanza dei lavoratori e l’ottenimento ad una
legislazione protettiva.
Dall’interno del movimento socialista giunse un attacco diretto all’idea settecentesca
di diritti umani Per KARL MARX i diritti naturali di libertà, eguaglianza e proprietà non
erano altro che prodotti dello sviluppo dell’economia capitalistica, funzionali
all’egemonia politica e sociale della classe borghese. Dietro all’”uomo universale”
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secondo Marx altro non c’era se non il cittadino borghese, proprietario ed egoista, e i
diritti erano solo una manifestazione individualistica di una società basata sulla
proprietà privata. I diritti dell’uomo così come erano stati riformulati dopo il 1789
funsero da acceleratore per le forze che esplosero nella rivoluzione del 1848: le
numerose insurrezioni che avevano obiettivi politici comuni come l’ottenimento di
istituzioni rappresentative, la libertà di associazione e di stampa, e trovarono riflesso
in costituzioni e progetti di costituzione. Tra le carte più avanzate vi fu quella francese
che dava vita ad una repubblica democratica riconoscendo il diritto all’istruzione,
all’obbligo della repubblica di assicurare un lavoro o dei sussidi per quelli che non
erano in grado di lavorare: un primo abbozzo di WELFARE STATE. Era stata redatta
una prima assemblea costituente eletta per la prima volta in Europa a suffragio
universale maschiale ma sarebbe durata solo 4 anni, fino al colpo di stato di Luigi
Napoleone.
I diritti furono oggetto di un’incessante dialettica in tutto il XIX secolo, dove
confluivano istante politiche, tensioni sociali e differenziazioni ideologiche. Se alla fine
del XIX secolo la strada per l’affermazione dei diritti appariva ancora incompiuta, nel
1950 la situazione sarebbe stata totalmente diversa: nel 1950 il suffragio universale
per tutti gli adulti era quasi ovunque in Europa la norma, lo stato sociale aveva fatto
passi avanti a est e a ovest, e i diritti dei lavoratori e la lotta per libertà, il diritto allo
sciopero ecc aveva registrato successi. Molti di questi diritti si erano, o si sarebbero
presto, trasformati in SERVIZI PUBBLICI di cui lo stato si faceva carico. Non ovunque
però erano garantiti i diritti all’organizzazione e alla rappresentazione politica, alla
libertà di espressione (Jugoslavia, Albania, Grecia). Nelle costituzioni delle democrazie
liberali occidentali uscite dal secondo conflitto mondiale ai diritti era stata assegnata
una posizione in primo piano.
La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 ha rappresentato un
momento essenziale nel processo di internazionalizzazione dei diritti, ma è stata
sottoscritta e adottata solo da un numero relativo di nazioni. Più effettiva è la
promozione dei diritti in Europa che è l’obiettivo che ha portato all’istituzione della:
corte europea dei diritti dell’uomo; alla convenzione europea per la salvaguardia dei
diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali; all’Unione Europea con la carta dei diritti
fondamentali dei diritti dell’Unione europea. Anche in questo caso si enunciano i diritti
e i principi che devono essere osservati dagli stati membri, ma la sua applicazione non
è uniforme, alcuni stati hanno ottenuto la possibilità di essere esclusi della sua
applicazione. I diritti quindi, intesi come aspirazioni, istanze di riconsiderazione della
società e delle sue regole, sono stati e sono una delle forze modellatrici della storia
dell’Europa. La loro storia consente di cogliere sia il come, che il perché si è formata
l’Europa e trasformata nella sua forma attuale. La storia dei diritti è quindi la storia
stessa dell’Europa.
CAP.14: L’Europa delle nazioni
nella radice etimologica della parola “nazione”c’è il verbo nascere, generare. Per secoli
la parola nazione è stata infatti utilizzata per indicare il luogo di provenienza e origine
degli individui, poi a partire da un certo momento si è caricata di significati più
complessi a segnalare che la nazione era diventata un soggetto storico e politico di
grande rilevanza e un insieme di credenza potentissimo. Il termine “nazionalismo”
assume nella letteratura scientifica un valore neutro che indica il sistema concettuale
al cui interno si sono sviluppate l’idea e la pratica della nazione.

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Nel medioevo e nella prima età moderna per nazione si intendeva una comunità
incerta a cui non interessava precisare i limiti, a meno che non ci si trovasse in
condizioni di confronto o contrapposizione (nelle università erano i gruppi studenteschi
di provenienza diversa, nelle città portuali comunità di mercanti, ecc.) al di fuori di
questa situazione gli individui esprimevano sentimenti di fedeltà o appartenenza per il
villaggio, il santo patrono, la Chiesa, un clan nobiliare.

• Due casi interessanti che indicano un’evoluzione del concetto di nazione sono
quello tedesco (dalla seconda metà del ‘400 entra in uso l’espressione sacro
romano impero della nazione tedesca, anche se era pieno di entità politiche
diverse che componevano l’impero) e quello olandese (la lotta di indipendenza
che portò le province settentrionali dei Paesi Bassi ad affrancarsi dalla
dominazione spagnola).
Questi concetti erano le prime forme di IDENTITÀ COLLETTIVAche cominciò a
formarsi attorno al concetto di nazione di alcuni ceti sociali quali l’aristocrazia di
governo, intellettuali, funzionari pubblici, uomini di Chiesa, ecc. che tra il XVI e il XVII
secolo iniziarono a pensarsi e dichiararsi inglesi, francesi, spagnoli ecc. Questo
processo procedette dove l’apparato statale e la successione dinastica avevano
maggiore stabilità quindi appunto in Inghilterra Francia e Spagna alle quali ci si
riferisce col termine MONARCHIE NAZIONALI.
Ci si chiede in quale misura le due rivoluzioni del ‘600 abbiano contribuito a sviluppare
un sentimento proto nazionale inglese: a differenza della lotta che portò alla nascita
della Repubblica delle Province Unite, la Grande Rivoluzione fu un conflitto tra parti di
uno stesso paese che coinvolse un paese diverso suddito (Scozia) e dove ebbe un
ruolo importante l’insurrezione dell’Irlanda da secoli sottomesso alla corona. Quanto
alla Gloriosa rivoluzione essa si concluse con la cacciata di un re britannico e la
chiamata al trono di una dinastia olandese e poi tedesca. Per uscire da questa
situazione gli storici preferiscono concludere che in Inghilterra, a differenza che
altrove, si sia assistito alla formazione di uno stato prima che di una nazione.
Anche la nazione ebbe il suo primo vero laboratorio di sviluppo fuori dall’Europa, con
l’indipendenza delle tredici colonie americane che rappresentò per l’opinione pubblica
illuminata europea una rivelazione inattesa destinata a diventare nell’800 un
MODELLO ARCHETIPICO di nascita di una nazione. Sia nella Dichiarazione di
indipendenza che nella costituzione la parola nazione era assente o usata in forma
neutra: i concetti chiave erano quelli di popolo, stati liberi e indipendenti, unione. Si
trattava di concetti che si rifacevano al pensiero politico europeo dei whig che aveva
guidato la Gloriosa rivoluzione al principio rousseauiano di VOLONTÀ GENERALE: i
principi che avevano trovato la possibilità di affermarsi perché erano stati fatti propri
e rielaborati in modo originale dagli americani.

Negli anni del 1760 si sviluppa un importante cambiamento di sensibilità che era
intervenuto nella cultura europea: l’inizio del primo ROMANTICISMO dove ebbe
successo “i canti di Ossian” un’epopea dell’antico popolo delle Highlands scozzesi
contata da un raccoglitore e traduttore di canti popolari che fece esplodere in tutta
Europa la mania per le poesie e le tradizioni popolari. Questa epopea era inventata ma
questo non importava in quanto dietro al gusto per i culti i canti e le lingue arcaiche
c’era un rifiuto verso l’egemonia culturale francese, ereditario del pensiero classico e
l’estetica neoclassica. Un’Europa che si autodefiniva più antica, autentica e popolare di
quella urbana che si riuniva nei salotti parigini o nei club londinesi.

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Questa nuova atmosfera culturale non ebbe un’influenza diretta sul successo che il
termine nazione ebbe in occasione della convocazione degli stati generali francesi del
1789 con la trasformazione degli stati generali in Assemblea nazionale e
l’affermazione che il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella Nazione
(art.3 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789) si compì in
modo definitivo il trasferimento di potere da un re di diritto divino ad un’assemblea
rappresentativa del paese. Non si può ancora dire che la NAZIONE MODERNA intesa
come: patto volontario tra cittadini eguali che rappresentano la fonte di una nuova
legittimazione del potere fosse nata, ma mancava poco.
Il definitivo e simbolico segno di vita fu un grido del generale Kellerman rivolto ai
suoi soldati il 20 settembre 1792 nei pressi di Valmy di fronte al più potente esercito
prussiano composto da professionisti. Kellermann lanciò all’assalto l’esercito volontario
che si opponeva all’invasione della Francia rivoluzionaria e gridò “viva la nazione” a
differenza dell’urlo dell’esercito monarchico “viva il re”. Questo incitamento sanciva la
comparsa di una nuova ragione per combattere. L’esercito prussiano si ritirò, la
convenzione decretò l’abolizione della monarchia e l’istituzione della repubblica. Per
Goethe che aveva assistito a questa battaglia era l’inizio di una nuova epoca.

Il meccanismo di reazione all’umiliazione e alla sopraffazione che agì da catalizzatore


del sentimento nazionale per i francesi nel 1792 iniziò a funzionare anche per altri
popolazioni. La leva generale di massa proclamata in Francia a partire dal 1793 fu
imitata da Austria e altri avversari della Francia.
La nuova idea di comunità nazionale che l’esercito napoleonico, mascherato da
esercito liberatore, esportava in tutta Europa fece crescere a tal punto da rivoltarsi
contro lo stesso Napoleone in mode del diritto dei popoli a disporre di sé stessi, che
era stato sancito dalla Convenzione.
• Nell’insurrezione spagnola, quella tirolese e nelle guerre di indipendenza
tedesche, dove agirano componenti ideologici e sociali diversi, per le prime due
ebbero una forte base cattolica e contadina, nelle seconde più del ceto urbano,
l’elemento comune era l’avversione, l’odio contro il nemico, in questo caso
l’imperatore dei francesi.
Le cancellerie europee riunite a Vienna (1814-15) non vollero riconoscere il nuovo
soggetto politico che risultava ingombrante (la nazione) e credettero che l’equilibrio
internazionale rotto nel 1789 potesse essere restaurato rimettendo sul trono le antiche
dinastie dell’ancien regime. A complicare questa situazione furono i nuovi stati
disegnati a tavolino, o come regioni storiche che cambiarono padrone. La sistemazione
instabile e ingiusta del congresso di Vienna creò i presupposti per alimentare nei
nascenti popoli europei nuove pretese: che ogni nazione fosse libera di
autogovernarsi, che a ogni nazione corrispondesse uno stato nazionale. Ricondurre al
silenzio e alla passività le masse che erano state mobilitate ideologicamente ed
emotivamente dalla rivoluzione e dalle guerre antinapoleoniche si rivelò difficile per i
ceti dirigenti che non si riconoscevano più nei vecchi stati assolutisti fu più semplice
provare a riconvertire alla nuova religione politica la libertà, l’unità e l’indipendenza
della nazione.
Come mai questo soggetto politico e ideologico ha preso forma tra il XVIII e il XIX
secolo?
• Secondo le teorie di Karl Marx e Friedrich Engels il nazionalismo fu la
conseguenza della centralizzazione dei mezzi di produzione da parte della
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borghesia a seguito dell’industrializzazione (manifesto del partito comunista).
Questa teoria è stata abbandonata da tempo
• Secondo l’antropologo Gellner la NAZIONE POLITICA sarebbe nata come
conseguenza dell’affermazione di un sistema basato sulla tecnologia e sulla
speranza di crescita continua che per potersi sviluppare richiedeva un’istruzione
generalizzata, un sistema di comunicazione esteso e un’unica lingua.
Il solo ente in grado di garantire questo era lo stato, dunque il nazionalismo
sarebbe stato un processo di adeguamento degli stati moderni alle esigenze di
standardizzazione e omogeneizzazione determinate dallo sviluppo e dalla
diffusione dell’industria.

• Altri studiosi hanno allargato l’attenzione a tutte le trasformazioni economiche


e sociali del processo di modernizzazione(l’aumento della produzione
industriale, l’avvio della transizione demografica, la rivoluzione dei trasporti, i
telegrafo, la diminuzione dell’analfabetismo ecc.) tutti questi cambiamenti
avrebbero rivoluzionato i valori e la realtà degli individui, che persi i punti di
riferimento tradizionali, avrebbero trovato una nuova identità individuale e
collettiva nel senso di appartenenza a una comunità immaginaria, la nazione.
Il culto della nazione si diffuse nella prima metà dell’Ottocento anche in moltissime
regioni d’Europa che non erano ancora state industrializzate ne modernizzate, e al
contrario il paese economicamente più avanzato, la Gran Bretagna, sperimentò nuove
forme di nazionalismo.

Una diversa ipotesi interpreta la nazione e il nazionalismo come fenomeni


prevalentemente politici il vecchio stato monarchico basato sul diritto divino del re e
sull’unione del re-padre con i sudditi perse nel ‘700 la sua credibilità. Di fronte a
questo vuoto si rese necessaria una nuova fonte di legittimazione del potere: la
SOVRANITÀ POPOLARE sotto l’aspetto politico, NAZIONE sotto quello ideologico e
culturale, COSTITUZIONE sotto quello istituzionale. L’unione di questi elementi aprì una
nuova fase in Europa: lo stato nazionale a base costituzionale, che ebbe la sua
prima sperimentazione in Inghilterra, e si affermò in Francia con la rivolta contro il
vecchio sistema e nel XIX secolo si diffuse ovunque.
Sia nell’idea di nazione come corpo formato dalla libera adesione dei cittadini che vi si
riconoscono, sia nella prospettiva secondo cui la nazione è una famiglia a cui si
appartiene per nascita e per sangue, la nazione si identifica nel POPOLO. Sia per
Herder che per Rousseau che espressero una sensibilità romantica e anti-illuminista.
La nazione come sistema Ikea: kit fai da te composto da elementi interscambiabili e
procedure standard necessarie alla loro elaborazione. Il formato era già disponibile:
quello della tradizione giudaico-cristiana con le idee di “popolo eletto” “terra
promessa” “fratellanza” tra co-religionari che erano state metabolizzate nei secoli.
Se la nazione è il popolo, la prima operazione da compiere fu identificare gli antenati ai
quali si deve l’essenza storica della nazione. Per quasi tutti i popoli era disponibile da
secoli elementi tra cui leggende, narrazioni storiche, tradizioni e simboli.
1. Individuazione di un popolo (preromano o barbarico)
2. Un territorio originario
3. Una lingua che consente una mediazione tra il passato etnico e la missione di
creare uno stato indipendente e sovrano
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La questione della lingua fu cruciale in quanto il quadro linguistico dell’Europa era un
mix di lingue diverse. Quasi da nessuna parte a uno stato corrispondeva una sola
lingua: il PLURILINGUISMO era la regola che non necessariamente ostacolava la
creazione di una coscienza nazionale (caso della Svizzera). Ad esempio, in Francia
dove il francese era stato definito istituzionalmente come lingua dello stato
monarchico sin dal XVIII secolo con la legge dell’ottobre 1789 si imponeva che tutti i
bambini imparassero a leggere e scrivere in francese, rappresentando un processo di
costruzione della nazione.
Il processo di individuazione e diffusione della LINGUA NAZIONALE costituì ovunque
una tappa fondamentale del processo di costruzione dello stato nazionale.
Oltre agli antenati e alla lingua, le nuove nazioni ottocentesche avevano bisogno di
una storia ricercatori si adoperarono per disseppellire catalogare e interpretare
documenti utili a ricostruire la storia dei popoli, cioè delle nazioni. Nacquero le STORIE
NAZIONALI, con tutta una serie di elementi simbolici e materiali che dovevano essere
ridefiniti come una mentalità particolare, un inno, una bandiera, un paesaggio tipico,
dei luoghi sacri, delle pietanze particolari, ecc.
Inoltre, serviva precisare quale fosse il territorio delle nuove nazioni, definire i
CONFINI. Se non erano messi a disposizione della natura bisognava inventarli.

L’idea della nazione era che questa esistesse già da secoli ma che avesse bisogno di
essere riconfigurata, e questo venne fatto in primo luogo dagli INTELLETTUALI:
componenti delle classi superiori, oltre ai ceti popolari e quelli rurali il cui
coinvolgimento negli ideali della nazione creò vari problemi.
La nazione divenne oggetto di un’opera di propaganda da parte di associazioni e
partiti politici. Nei paesi sottoposti a dominazione straniera si diffusero società segrete
come la CARBONERIA ITALIANA che aveva come ideale l’armonia tra le nazioni
europee.
Il liberalismo fu il movimento che in modo più consapevole si adoperò nel XIX secolo
per la promozione dello stato nazionale: l’idea che lo stato non debba prevaricare la
libertà dell’individuo, una concezione della sovranità popolare mediata da un sistema
rappresentativo, il libero esercizio delle libertà civili fondamentaliqueste idee trovarono
il loro completamento nell’idea di comunità politica nazionale.
Per tutta la prima metà del secolo invece si opposero all’idea di nazione il pensiero
conservatore che mantenne punto di riferimento la restaurazione, e il pensiero
socialista e comunista che vedeva nella costruzione delle nazioni solo una
affermazione dello stato nazionale borghese; era invece il concetto di classe e lotta di
classe i punti di riferimento identitari per i proletari di tutto il mondo, a prescindere
dalla loro appartenenza nazionale.
Nelle monarchie che erano state confermate a Vienna il nazionalismo funzionò da
acceleratore del processo di trasformazione dello stato: la sua mobilitazione ideologica
favorì la centralizzazione e gerarchizzazione dell’apparato statale con un forte
controllo da parte delle élite di governo. Le due prime nazioni a comparire in Europa
effettivamente dopo il 1815 sono la Grecia e il Belgio. Questi esempi alimentarono le
speranze dei liberali europei. in una larga fascia di territori crebbero le aspettative di
dar vita a stati indipendenti e sovrani. i moti che scoppiarono e furono repressi nel
1830-31 in Italia e in Polonia e il fallimento della primavera dei popoli del 1848
frustarono queste speranze. Da un lato la rivoluzione europea del 1848-49 convinse

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l’opinione pubblica europea che non vi era alternativa allo stato nazionale, mentre
dall’altra parte la grande partecipazione popolare alle insurrezioni che si batteva per il
suffragio universale e la democrazia spaventarono i moderati.
Tenendo conto che i tempi stavano cambiando, l’unificazione italiana fu uno dei
massimi successi del nazionalismo: l’Italia aveva un profilo culturale ben definito da
secoli con una tradizione, letteratura, arte e lingua comuni. Il problema stava nel fatto
che buona parte dei territori stava sotto casate o stati stranieri e non c’era ancora uno
stato indipendente. Il RISORGIMENTO (l’era della costruzione della nazione) si svolse
a tappe successive tra le insurrezioni del 1848, la spedizione dei Mille di Garibaldi del
1860, e le guerre che fecero annettere Veneto, Roma, Trieste, Trento e Tirolo. Il motore
fu la CLASSE LIBERALE piemontese che promosse il progetto unitario contenendo il
repubblicanesimo di Mazzini, le tendenze filosocialiste di Garibaldi entro il territorio dei
Savoia.

Più complessa fu l’unificazione tedesca che portò alla luce una contraddizione insita
nel nazionalismo: se ogni nazione è di per sé libera e naturalmente indipendente chi
ne stabilisce i confini? Quale sorte tocca ai territori contesi fra popoli? Se la nazione
tedesca coincideva con l’Europa germanofona essa avrebbe dovuto includere non solo
l’Austria ma anche tutte le regioni in cui si parlava tedesco. Con OTTO VON
BISMARCK e tre successive guerre contro la Danimarca, l’Austria e la Francia prese
forma il nuovo impero tedesco e aveva come sovrano ereditario un re di Prussia. Era
un insieme di autoritarismo e forza militare, completamente diverso dal sacro romano
impero che aveva una vocazione multiculturale e plurireligiosa.
Il decennio che va dall’unificazione italiana (1861) a quella tedesca (1871) segna il
passaggio dal nazionalismo di emancipazione e integrazione che reinventava popoli
europei come soggetti politici, all’ideologia di uno stato centralizzato e burocratico : il
pensiero liberale e democratico che aveva dato vita al nazionalismo lasciò posto a
ideologie illiberali, militati e aggressive che dagli anni 1880 furono l’inizio della destra
conservatrice e antidemocratica del ‘900.
Tuttavia, l’equilibrio europeo stabilito dal congresso di Vienna riuscì a reggere per un
periodo lungo, mentre la competizione tra gli stati cominciò a farsi sentire a fine ‘800
quando cominciò la corsa per l’occupazione coloniale.
Per affermarsi sulle altre ogni nazione doveva mettere a tacere quindi eliminare il
nemico interno: i comunisti e i socialisti che credevano nella solidarietà
internazionalista, l’opinione pubblica liberale o cattolica che cominciò a considerare le
guerre come un’opzione estrema. Oltre agli ebrei che rappresentavano un ottimo
bersaglio contro cui indirizzare il nazionalismo aggressivo (antisemitismo) dovuta
alla teoria lingua dell’indo europeizzazione e della nuova concezione scientifica della
razza che venne utilizzata per giustificare l’esistenza di popoli ariani più puri rispetto
ad altri.
Da soggetto culturale e politico la nazione comincia a caricarsi di valenze biologiche,
della questione delle razze. Il XIX secolo è passato alla storia come il secolo delle
nazioni, per quanto riguarda la costruzione della nazione politica invece fu un
fallimento: nel 1990 sarebbero soltanto 18 gli stati liberi e indipendenti, due di questi
sotto il controllo di grandi imperi russo e austro-ungarico che al loro interno
contenevano diversi popoli che chiedevano autonomia.
CAP. 15: La perdita del primato

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Attorno al 1900 ci furono diverse nuove invenzioni tecnologiche che preannunciarono
una rivoluzione nella vita degli europei (l’automobile, il volo dei fratelli Wright,
l’aspirina della Bayer, la trasmissione radio di Marconi, ecc.) non erano scoperte
isolate ma un’onda che era partita dal 1870 e che segnò l’inizio di una nuova fase di
sviluppo: la SECONDA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE. Questo modello di crescita
economica iniziò ad affermarsi anche in regioni come la Russia e l’Italia settentrionale
per questo motivo alcuni storici tendono a considerare l’ultimo trentennio
dell’Ottocento come parte integrante del XX secolo, mentre altri individuano nella
GRANDE GUERRA la vera divisione tra XIX e XX secolo.
il periodo che va da 1914 al 1991 viene chiamato SECOLO BREVE. (periodizzazione).
L’industrializzazione decollata in Inghilterra nel XVIII secolo di diffuse nella prima metà
dell’Ottocento oltre che negli Stati Uniti anche in Belgio, Svizzera, Francia e Germania.
Mentre alla base della prima grande rottura del sistema economico tradizionale
c’erano varie innovazioni tecnico-pratiche, l’avvio della seconda rivoluzione industriale
dipese direttamente dalle varie scoperte scientifiche che innescarono nuove invenzioni
(le ricerche sull’elettricità che resero possibile le comunicazioni a distanza, l’energia
elettrica anziché il vapore, l’illuminazione / la produzione di acciaio a basso costo che
diede via all’industria meccanica pesante e alla fabbricazione di armi più leggere / la
scienza chimica fu quella che registrò gli avanzamenti più eclatanti).
L’evoluzione produttiva richiese forme e strumenti economici particolari: la maggior
parte delle industrie europee erano in mano a PRIVATI che investivano i proprio
capitali o si finanziavano attraverso gli istituti di credito all’inizio del XX secolo si
crearono nuovi gruppi industriale sotto forma di SOCIETÀ PER AZIONIin grado di
sfruttare economie di scale e da sole di controllare interi settori di mercato. Il vertice
manageriale era distinto dalla proprietà e controllava il ciclo d’azienda che era spesso
distribuito in paesi differenti. La rilevanza economiche di questi gruppi era tale da
influenzare l’economia e la politica degli stati.

La seconda rivoluzione industriale diede vita a produzioni di massa fortemente


standardizzate, e la ricerca della massima efficienza condusse ad una riorganizzazione
scientifica della produzione chiamata dall’ingegnere Taylor: TAYLORISMO: le
operazioni manuali e meccaniche di assemblaggio di prodotti furono ordinate in un
flusso continuo, e prima della guerra l’industriale FORD sperimentò nella sua fabbrica
di automobili questo modello di CATENA DI MONTAGGIO, un sistema che avrebbe
caratterizzato la produzione industriale fino agli anni ’80.

Un’altra differenza rispetto alla prima industrializzazione fu il RUOLO DELLO STATO.


La ricerca scientifica era svolta da una rete di istituzioni come le università, laboratori
e fondazioni in una buona parte statali: senza l’istruzione pubblica sarebbe stato
impossibile formare la grande massa di operai specializzati per le produzioni. Lo stato
accompagnò questa fase di crescita con l’espansione dei sistemi pubblici di sicurezza
sociale (WELFARE) e aumentando la presenza nell’economia.
L’aumento vertiginoso della produzione industriale, la crescita del commercio
internazionale e l’espansione coloniale consentirono la formazione di grandi ricchezze:
aumentò la differenza tra grandi capitalisti e masse dei più poveri ma si creò una
nuova fascia di lavoratori manuali. Si formò uno strato sempre maggiori di
impiegati, contabili, militari, maestri ecc che conduceva una vita dignitosa e acquisì
sempre maggiore visibilità la BORGHESIA PROFESSIONALE COMMERCIALE E
INDUSTRIALE il benessere o la povertà diventarono da condizioni quasi naturale a
una questione sociale e un problema politico.
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L’espansione dell’industrializzazione aumentò i SALARI degli operai nell’industria più
di quanto non aumentassero i prezzi dei prodotti di prima necessità questo consentì di
indirizzare i consumi anche verso beni diversi da quelli alimentari. I PRODOTTI IN
SERIE
Durante la seconda rivoluzione industriale la produttività media del lavoro aumentò
considerevolmente, e questo consentì di ridurre progressivamente l’orario del lavoro
alle 8 ore giornaliere grazie alla conquista delle LOTTE OPERAIE. Il tempo libero
acquisì un’importanza crescente anche per le classi popolari con locali, sale da ballo,
cinema ecc la BELLE EPOQUEcon la quale si indicano i 20 anni precedenti alla
Grande Guerra segnata dall’ottimismo e fiducia nel progresso. Fenomeni culturali
come il turismo e lo sport divennero forme di intrattenimento di massa.

L’industrializzazione ebbe profonde conseguenze strutturali nell’Europa rurale. Nei


paesi già avviati all’industrializzazione delle campagne continuarono a svuotarsi per
l’aumento della produttività agricola grazie ai nuovi macchinari e fertilizzanti, e per la
forza di attrazione che esercitava la città e l’industria generando un incontrollato
URBANESIMO
La CRISI CEREALICOLA depresse i prezzi agricoli tra il 1873 e 1896 a causa
dell’arrivo dei grani americani e russi a basso prezzo trasportati su navi e treni a
vapore, tutte le campagne europee furono trascinate in una riorganizzazione mondiale
del mercato del lavoro che generò un’emigrazione di massa (60 milioni di europei
migrarono tra il 1815 e il 1930). I flussi migratori non furono solo causa dell’espulsione
attrazione di manodopera (la TEORIA DEL PUSH-PULL) dall’Europa centrale e
orientale si emigrava per questioni etniche e per discriminazioni politiche o religiose.
Non è stato un fattore prettamente negativo in quanto consentiva di acquisire le
risorse delle rimesse dei migranti
Ciò che contribuì alla grande emigrazione europea dell’800-900 fu la CRESCITA
DEMOGRAFICA: con ritmi e modalità differenti tutte le popolazioni europee
sperimentarono una caduta del tasso di mortalità. Le ragioni di questa trasformazione
(TRANSAZIONE DEMOGRAFICA) sono ancora poco chiare. I nuovi giovani contribuirono
alle nuove economie industriali e infoltirono la migrazione transcontinentale.
Le istituzioni statali e le ideologie politiche furono investita da queste trasformazioni
economiche e sociali, dando un nuovo senso al rapporto tra individuo e collettività:
l’idea di nazione ormai inseparabile da quella di stato nazionale territoriale divenne
una potente religione politica alla cui affermazione ogni interesse collettivo finì per
essere subordinato con le nuove teorie scientifiche sulla RAZZA e l’idea di progresso
tecnologico furono utilizzate per spiegare la superiorità culturale dell’uomo europeo e
legittimare la sua azione colonizzatrice. La competizione tecnologica ed economia
crescente negli stati favorì il riutilizzo del concetto di evoluzione elaborato da Charles
Darwin secondo cui la lotta tra gli stati migliorava la specie-stato.
Nel primo libro “il Capitale” Karl Marx diede compimento alla dottrina del
MATERIALISMO STORICO: la rivoluzione industriale, guidata dalla borghesia, aveva
segnato una nuova fase della storia umana: dopo aver espropriato il proletariato dei
suoi mezzi di produzione, il sistema capitalistico avrebbe comportato l’aumento
progressivo delle diseguaglianze fino a che la rivoluzione proletaria non avesse
abbattuto lo stato borghese e socializzato i mezzi di produzione la lotta di classe e
nazionalismo erano secondo questo pensiero incompatibili. Nel 1864 venne fondata la
PRIMA INTERNAZIONALE, un’associazione di lavoratori di vari paesi che aveva come
obiettivo la lotta internazionale di classe
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Tra il 1880 e il 1910 vennero fondati in tutta Europa i partiti socialisti e dopo la
rivoluzione russa anche quelli comunisti.
Le istanze dei lavoratori furono portate avanti da nuove forme di organizzazione
(sindacati, associazioni industriale, lobbies) che spostarono lo scontro economico sul
piano della contrattazione politica e istituzionale il diritto di sciopero venne
riconosciuto legalmente in molti paesi e grazie all’impulso delle lotte sindacali si formò
un nuovo uno scudo per il nuovo sistema economico industriale: LO STATO SOCIALE
(welfare state). Forniva istruzione pubblica, assistenza medica e per gli infortuni e
pensioni attutendo gli effetti negativi delle fluttuazioni cicliche dell’economia e
redistribuendo il reddito senza impedire la formazione di grandi capitali e grandi
profitti. Il successo dei mezzi di comunicazione come i GIORNALI e la radio favorì
maggiore interesse alla partecipazione politica e l’allargamento progressivo del
suffragio.

Il grande impulso della seconda industrializzazione fu accompagnato dall’affermazione


di una nuova SOCIETÀ DI MASSA: si indica il venir meno dei legami sociali
tradizionali per una crescita dell’autonomia e dell’indipendenza degli individui
(INDIVIDUALISMO) in un contesto che però conduceva all’omologazione degli
atteggiamenti culturali e di consumo.
L’affermazione nel periodo 1870-1914 dello stato nazionale come unità organizzativa
dotata di una politica economica si combinò con la stabilizzazione di istituti finanziari
in tutti i paesi (banca centrale, borsa valori) questo facilitò
l’INTERNAZIONALIZZAZIONE DELL’ECONOMIA: il lavoro e il capitale divennero più
mobili, gli stati in un primo momento adottarono una politica liberalista abbassando i
dazi secondo la politica del LAISSEZ FAIRE e poi dagli anni 1880-90 rialzarono le
barriere soprattutto a protezione delle produzioni agricole nazionali: il commercio
internazionale esplose tra il 1820-1913.
Questo sviluppo viene considerato eccezionale se si pensa che è stato ottenuto senza
organizzazioni economiche internazionali e solo grazie ad un’istituzione monetaria
informale, il GOLD STANDARD: si trattava di un sistema formatosi nel XVIII basato
sulla convertibilità delle diverse monete in oro e sul valore stabile della sterlina oro (la
valuta della massima potenza economica e politica mondiale all’epoca) fu adottato tra
il 1860 e il 1890 da tutti i paesi europei e generò un meccanismo automatico di
stabilizzazione delle bilance dei pagamenti e di mantenimento di ragioni fisse di
cambio tra monete. I cambi stabili significano possibilità di compensazioni incrociate di
pagamenti che contribuirono allo sviluppo dell’economia internazionale.
L’ESPANSIONE COLONIALE europea in AFRICA alla fine dell’800 fu la conseguenza
quasi naturale dei fenomeni di quel periodo (nuove generazioni di imprenditori,
necessita di nuove risorse per le economie avanzate, nazionalismo aggressivo,
tendenza della superiorità dell’uomo bianco) il pensiero marxista definì questa
espansione come IMPERIALISMO cioè fase suprema del capitalismo, in realtà il
termine è oggi usato per indicare l’epoca storica che dal 1870 arriva alla prima guerra
mondiale
A partire dagli anni 1870-80 Inghilterra e Francia passarono dal DOMINIO INFORMALE
economico all’occupazione militare e amministrativa di ampie porzioni di continente
africano (SCRAMBLE FOR AFRICA) fu un processo a catena che portò in pochi anni le
potenze europee dal controllo delle coste all’occupazione degli spazi interni.

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Nell’economia coloniale che era di fatto una rapina basata sull’esportazione delle
materie prime, acquisì importanza sempre maggiori l’esportazione mineraria di rame
oro e diamanti. Dall’altro lato gli stati europei fornivano la costruzione di sistemi
ferroviari allo scopo dell’esportazione, con il lavoro degli abitanti africani.
La spartizione dell’Africa si accompagnò alla trasformazione della presenza inglese in
India in un dominio diretto sotto il controllo di pochi uomini. Oltre alla colonizzazione
Russa in Siberia e l’ingrandimento dell’impero cinese: l’imperialismo degli stati europei
tra XIX e XX secolo può essere considerato la tappa di un fenomeno globale di
espansione delle economie più avanzate iniziato molto tempo prima. Questo processo
ha luogo contemporaneamente all’avvio della DECOLONIZZAZIONE che prese avvio
in America.
Il successo dell’imperialismo fu possibile grazie alla differenza delle economie
occidentali e il resto del mondo. Il fatto che l’occupazione coloniale sia stata dipinta
come una missione civilizzatrice fu un’elaborazione culturale europea, il “fardello
dell’uomo bianco” cioè l’obbligo morale addossato agli europei di portare la civiltà e il
progresso in giro per il mondo, a cui le popolazioni degli altri continenti non credettero
mai.
La REGINA VITTORIA che può essere il simbolo di quest’epoca dovette assistere
anche al tramonto dell’egemonia britannica le statistiche economiche dimostrano che
alla fine del XIX secolo gli Stati Uniti diventarono per capacità produttiva e reddito pro
capite il nuovo paese leader a livello mondiale. Assieme agli stati uniti assunse un
ruolo in primo piano anche la Germania che grazie alle materie prime della sua
conquista nell’Alsazia-Lorena e di un nuovo apparato industriale divenne la più potente
in Europa.
Il programma di riarmo navale intrapreso dalla Germania dal 1902 al 1912
testimonia che l’impero del Kaiser Guglielmo II potesse competere con il Regno
Unito nel settore in cui tradizionalmente era più forte e come la crescita della potenza
tedesca fosse diventata un problema politico.
La crescente rivalità economica tra paesi europei fu una delle cause che portarono allo
scoppio della guerra. La fine dell’ipotesi che la guerra sarebbe stata breve e regionale
con lo stabilimento nel 1915 della guerra di posizione cambiò il significato economico
del conflitto: a prevalere non era più una questione di scorte alimentari o di stock
disponibili negli arsenali, quanto alla capacità del singolo sistema produttivo di nutrire,
vestire, armare e spostare per anni milioni di soldati e produrre quindi enormi quantità
di armi. Tutta la tecnologia della seconda rivoluzione industriale venne indirizzata per
la guerra Lo scontro tra apparati industriali condusse allo smantellamento del
CAPITALISMO LIBERALE e all’imposizione dell’economia statale di guerra.
Il blocco navale imposto agli imperi centrali obbligò Austria e Germania sin dal
1914-15 al razionamento dei generi alimentari e al controllo dei prezzi con
conseguenze drammatiche sui livelli di vita delle popolazioni (inverno delle rape 1917).
In Russia le restrizioni dell’economia di guerra furono una delle ragioni che portarono
alla RIVOLUZIONE D’OTTOBRE del 1917.
La fine dell’ostilità nel novembre 1918 con 40 nazioni coinvolte, 10 milioni di morti,
distruzioni di intere regioni, smantellamento di interi settori industriali portarono ad un
crescente isolamento europeo dall’economia internazionale che accelerò l’ascesa del
Giappone e degli Stati Uniti, la cui economia era stata stimolata dalla partecipazione al

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conflitto. Il sistema del Gold standard e il ristabilimento di un equilibrio internazionale
apparivano nel 1918 un’ipotesi assurda.
Cruciale si rivelò la questione dei danni di guerra subiti dai paesi vincitori che vennero
addossati alla Germania e che furono stimati in una cifra assurda. Alla Germania
vennero tolte le colonie extraeuropee, l’Alsazia-Lorena tornarono alla Francia, varie
regioni orientali che servivano alla Polonia. Il peso insopportabile delle riparazioni
imposte alla Germania impedì allo stato di riprendersi, favorendo l’insorgere di
un’iperinflazione che portò alla disoccupazione e provocò la destabilizzazione della
repubblica di Weimar, alimentando sentimenti di vendetta che crearono le condizioni
per la salita al potere nel 1933 del nazionalsocialismo.
Quando verso il 1928 la situazione sembrò stabilizzarsi si abbatté sull’Europa la più
grande depressione dell’era capitalistica. Dopo il 1929 il valore delle azioni precipitò,
e il gold standard si dissolse, i prezzi crollarono, la produzione agricola e industriale
anche: l’impoverimento fu generale e si diffuse delinquenza e disperazione anche nelle
economie più avanzate.
La CRISI DEL ’29 ebbe origine dal sistema finanziario americano e arrivò
velocemente all’Europa a causa dei rapporti di influenza tra l’economia americana e
quella europea. La principale conseguenza della crisi portò le economie più avanzate
a chiudersi nel PROTEZIONISMO, nell’assenza di istituzioni di cooperazione al
sistema economico mondiale. La reazione dei vari paesi fu diversa ma nella stessa
direzione: aumentare il controllo e il ruolo dello stato nell’economia.

• Nell’Unione Sovietica questo significò l’abbandono di una politica economica


mista (quella di Lenin con la NEP) a favore di una super industrializzazione
forzata
• Le dittature di destra dell’Europa centro-meridionale si instaurarono anche
perché promisero di regolare l’economia a fini sociali e nazionali ottenendo
seguito e consenso
• Le democrazie liberali occidentali aumentarono l’intervento e il ruolo dello
stato nell’economia (NEW DEAL in Svezia e Stati Uniti)
La grande depressione tuttavia fu sconfitta solo quando il mondo andò a prepararsi
per la seconda guerra mondiale il sistema economico che si affermò a seguito
dell’occupazione tedesca in un gran parte dell’Europa continentale fu qualcosa di mai
visto. Il nuovo ordine di HITLER giunse a governare 230 milioni di europei, ottenendo
risorse minerarie e agricole, riducendo in schiavitù milioni di persone. Per difendersi,
gli altri stati dovettero ricorrere alla sospensione delle libertà economie: i prezzi
vennero controllati, i consumi razionati, la manodopera comandata militarmente,
l’intera economia subordinata alla guerra. Le condizioni di vita peggiorarono quasi
ovunque.
Gli storici dell’economia sono soliti distinguere tra gli effetti economici positivi e quelli
negativi del secondo conflitto mondiale:

• Effetti positivi: ammodernamento forzato dei sistemi industriali e agricoli,


sperimentazione di missili a reazione, silicone e penicillina, diffusione
dell’elettricità, della radio, dell’automobile, dei trasporti aerei e del lavoro
femminile

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• Effetti negativi: enorme spreco di ricchezze, numero imprecisato di morti,
migrazione forzata di intere popolazioni e scomparsa di tesori artistici e
paesaggistici
Gli esiti del complesso 75ennio che va dal 1870 e il 1945 sono diversi:

• L’Europa perse la sua centralità nell’economia mondiale e non l’avrebbe più


riacquistata per recuperare livelli accettabili di produzione e benessere gli stati
europei dovettero accettare gli aiuti americani del PIANO MARSHALL e legarsi
alla nuova superpotenza oppure stare dalla parte del secondo vincitore del
conflitto, l’Unione Sovietica
• I paesi coloniali europei ebbero difficoltà a mantenere i vasti imperi coloniali le
colonie intrapresero la strada dell’indipendenza con la data simbolo del 1947 e
la vittoria della lotta d’indipendenza dell’India

• L’intervento massiccio e prolungato dello stato nella vita economia lasciò in


eredità istituzioni, strutture, attitudini alla regolazione e alla gestione
dell’economia che influenzarono a fondo la vita degli stati dopo la fine della
guerra (comandi militari, banche centrali, regolazione di tasse) il legame tra
democrazia e stato sociale che decollerà nella seconda metà del ‘900 ha le sue
origini in questi fenomeni

CAP.16: L’Europa nel baratro


Le cause della prima guerra mondiale sono uno degli argomenti più seguiti; una delle
tesi principali è che la responsabilità sia della prima che della seconda guerra
mondiale è della Germania, ricostruendo la storia dell’aggressività tedesca
dall’autoritarismo di Bismarck al militarismo della Prussia nel ‘700. Altri si limitano a
pensare alla svolta della politica estera tedesca nell’ultimo decennio dell’800 con la
data simbolica del 1895 quando in un discorso pubblico Weber affermò che
l’unificazione era l’inizio di una politica di potenza della Germania.
In realtà l’ordine geopolitico europeo costruito nel 1815 era sottoposto da tempo ad un
logoramento progressivo, e guardando ai piani di guerra messi a punto dagli stati
maggiori e della continua espansione dell’industria militareagli inizi del ‘900 non
godeva più di molta stima. I principali fattori che ne avevano definitivamente minato
l’efficacia erano l’evoluzione del NAZIONALISMO in una rivoluzione industriale, che
aveva moltiplicato le occasioni di competizione per l’accaparramento delle materie
prime e per la conquista di nuovi mercati.

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Anche l’imperialismo europeo viene calcolato come una delle cause scatenanti del
conflitto.
Alla triplice alleanza tra Germania, Austria-Ungheria e Italia stretta già nel 1882 si
contrappone la triplice intesa tra Gran Bretagna Francia e Russia, chiusa nel 1907.
Questo accordo accentuò nella Germania la sindrome dell’accerchiamento.
Il deteriorarsi dell’equilibrio internazionale era segnalato anche un’insolita passione
pacifista nacquero nuove iniziativa a favore della collaborazione internazionale e della
pace, i moderni giochi olimpici, la prima edizione del premio nobel per la pace. Questo
ATTIVISMO PACIFISTA era facilitato dal ramificarsi delle comunicazioni,
dall’abitudine sempre più frequente anche alle classi medie di viaggiare all’estero,
dalla condivisione di stili di vita e consumi spinti dalla globalizzazione della seconda
rivoluzione industriale.
Non mancavano comunque segnali opposti come la diffusione dell’idea di violenza
come principio spiritualmente purificante e di una concezione della guerra come
liberazione di energia vitale. Nel “manifesto del futurismo” Marinetti glorificava la
guerra come la sola igiene del mondo assieme al militarismo, patriottismo, le belle
idee per cui si muore e il disprezzo per la donna. Un segnale ancora più esplicito
all’avvicinarsi della crescita degli apparati militar-industriali e degli organici degli
eserciti.
All’inizio del nuovo secolo dominavano in Europa 5 imperi: quello ottomano, la Gran
Bretagna, l’impero tedesco, l’impero austro-ungarico, l’impero zarista. Il resto del
panorama politico-istituzionale era costituito in prevalenza da monarchie parlamentari
con vari gradi di democrazia e da due sole repubbliche (Svizzera e Francia).
Il quadrante che si sarebbe rivelato cruciale per lo scoppio della guerra era quello
BALCANICO dove il dominio ottomano si stava disgregando: Romania, Serbia,
Montenegro e Bulgaria erano stati riconosciuti come stati indipendenti, mentre la
Bosnia-Erzegovina era stata messa sotto gli Asburgo.
Il 28 giugno 1914 l’arciduca austriaco Francesco Ferdinando erede al trono della
monarchia austro-ungarica venne assassinato a Sarajevo assieme alla moglie,
l’attentatore Gavrilo Princip, uno studente nazionalista bosniaco di etnia serba,
apparteneva ad un’associazione nazionalistico-rivoluzionaria che voleva l’annessione
della Bosnia al regno di Serbia. All’attentato seguì un mese di crisi politico-diplomatica
internazionale: Vienna pretese una punizione per la Serbia considerata la
corresponsabile o complice. Quando il 28 luglio appoggiato da Berlino, l’Austria
dichiarò guerra alla Serbia e il giorno successivo bombardò Belgrado, si mossero le
alleanze trasformando lo scontro che poteva rimanere regionale in un conflitto
continentale. Da lì a pochi giorni la Germania invase il Belgio e Lussemburgo neutrali
per arrivare a Parigi, a quel punto anche la Gran Bretagna entrò in guerra.
All’annuncio delle dichiarazioni di guerra Parigi Vienna e Berlino raccolsero folle
entusiaste e i treni si riempirono di milioni di giovani in partenza convinti che
sarebbero tornati per natale. c’era la patria da difendere e la guerra era considerata
una sfida maschile di coraggio e virilità. Crollarono i neutralismi, compresa
l’opposizione dei partiti socialisti che votarono per l’entrata in guerra.
L’Italia, pur avendo aderito alla Triplice Alleanze, rimase neutrale e il conflitto si aprì su
3 fronti:
• occidentale sul confine tra Paesi Bassi, Germania e Francia
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• balcanico tra Austro-Ungheria e Serbia
• quello orientale tra Carpazi e il Baltico dove si fronteggiavano gli imperi centrali
e russi.
La Francia del nord e il Belgio caddero subito di fronte all’artiglieria pesante tedesca,
mentre l’esercito austriaco perse quasi un milione di uomini dimostrando la propria
inadeguatezza.
Nel settembre 1914 i tedeschi inflissero pesanti perdite all’esercito russo che era
imponente per uomini ma a corto di munizioni e limitato nei movimenti.
Mentre ad oriente si combatté fino al 1917 una guerra di movimento, in occidente
nella prima battaglia della Marna per riparare le truppe dal martellamento
dell’artigliere furono scavate TRINCEE e la situazione giunse allo stallo. Le trincee non
erano un’invenzione nuova, erano usate da secoli per gli assedi, ma totalmente nuovi
furono le dimensioni di massa dell’intrinceramento: milioni di uomini vivevano lì
dentro, e dietro di essi c’era il bisogno di riorganizzare intere nazioni per produrre
rifornimenti, armi, munizioni e comunicazioni efficienti.
Ci fu una nuova alleanza tra scienza, tecnologia e guerra con nuove armi e nuovi
metodi di combattimento che furono sperimentanti durante il corso delle battaglie.
Tecnologicamente la guerra iniziò nel 1871 e finì nel 1940. Per ogni innovazione
veniva trovata la soluzione, ma uno dei grandi protagonisti della guerra fu un prodotto
industriale banale: il filo spinato. Cambiò inoltre il modo di addestrare le truppe che
furono oltre che preparate, indottrinate al FANATISMO cambiò l’idea stessa della
guerra che non era più combattuta da eserciti ma da nazioni, e divenne una guerra
totale dove l’obiettivo non era più conquistare un territorio ma distruggere il nemico in
tutti i sensi. Per fare questo non era più sufficiente coinvolgere la popolazione civile,
ma tutta la vita della nazione doveva essere subordinata alla guerra perché la posta in
gioco era la sopravvivenza della nazione stessa.
La stessa marina britannica impose il blocco navale alla Germania per spezzare i
rifornimenti di materie prime e derrate alimentari verso gli imperi centrali, e la
Germania decise di attaccare tutte le navi comprese quelle mercantili e dei paesi
neutrali che portavano rifornimenti agli inglesi.
Sul fronte orientale i tedeschi si dimostrarono in grado di gestire meglio gli uomini e i
rifornimenti per una guerra di movimento, mentre l’esercitò russo faceva difficoltà. Il
fattore cruciale nel conflitto si rivelò l’efficienza dei sistemi ferroviari che dovevano
movimentare migliaia di vagoni in poche ore. Tra maggio e settembre 1915 l’esercito
tedesco avanzò conquistando la Polonia e gli stati baltici, i russi persero in quattro
mesi 1,4 milioni di uomini.
Tra il 1914 e il 1915 si aprirono altri fronti: gli inglesi diedero il via alla campagna di
Mesopotamia e respinsero a Suez l’impero ottomano che era entrato in guerra a fianco
degli imperi centrali.
Il Giappone aveva nel frattempo occupato i possedimenti coloniali tedeschi nel
Pacifico, e anche le colonie africane tedesche crollarono quasi subito la guerra
europea si trasformò in una guerra per il mondo
Nel maggio 1915 il governo italiano entrò in guerra a fianco dell’Intesa, perché
pensava così di assicurarsi acquisizioni territoriali e impegnò l’esercito austroungarico
lungo le Alpi centro-orientali. Ben presto anche qui lo scontro si trasformò in una

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guerra di posizione, e in settembre entrò in guerra anche la Bulgaria a fianco degli
austriaci contribuendo al crollo della Serbia.
Le buone intenzioni e le convenzioni internazionali su come doveva essere condotto un
conflitto saltarono immediatamente: gli austroungarici in Serbia e i tedeschi in Belgio
compirono violenze e stragi di civili. Il governo nazionalista turco diede il via alla
deportazione degli ARMENI accusati di essere d’accordo con i russi, causando milioni
di vittime. Il blocco economico attuato dalla Gran Bretagna nel mare del Nord per
paralizzare l’economia tedesca provocò 770 mila morti.
La guerra peggiore si combatté sui mari, dove ogni regola scomparve. Il 7 maggio
1915 un sommergibile tedesco colpì il transatlantico britannico Lusitania affondando
mille passeggeri tra cui 128 americani.
Le grandi battaglie del 1916 così come l’entrata in guerra della Romani e della Grecia
entrambe a fianco dell’Intesa non aumentarono il potere di quest’ultima. Cominciò
tuttavia a farsi sentire ovunque il peso della guerra di cui non si vedeva la fine e il cui
costo materiale e umano continuava a salire Tra il 1916 e 1917 aumentarono
ovunque i casi di renitenza, diserzione, ammutinamento dei soldati. A occidente non ci
fu un rifiuto diffuso della guerra e dei suoi presupposti ideologici quanto piuttosto una
ribellione latente a causa del disprezzo della vita umana dimostrato dai comandi alle
loro truppe.
Anche tra la popolazione civile vi furono manifestazioni di insofferenza per
l’aggravarsi delle condizioni di vita, di cui l’Italia ebbe i fenomeni più diffusi, mentre in
Russia il rifiuto della guerra alimentato dalla propaganda comunista ebbe caratteri di
massa e creò un’avversione al regime zarista che condusse all’abdicazione dello zar e
alla RIVOLUZIONE D’OTTOBRE del 1917.
I due punti di svolta dell’anno 1917 furono l’entrata in guerra degli Stati Uniti in
aprile, e l’uscita dal conflitto della Russia rivoluzionaria, che fu forse ancora più
favorevole per gli imperi centrali che poterono concentrarsi su altri fronti.
L’intervento americano fu decisivo sia dal punto di vista psicologico e ideologico
perché rafforzò l’idea di uno scontro di civilizzazione tra liberismo e dispotismo, sia
soprattutto economicamente consentendo agli alleati di resistere e vincere la guerra.

Agli inizi del 1918 il potere sembrava ancora nelle mani della Germania il trattato di
pace di Brest-Litovsk tra Germania e Russia tolse a quest’ultima la Polonia, gli
stati baltici e tutte le conquiste sul Caucaso posteriori al 1878: Finlandia e Ucraina ne
approfittarono per dichiararsi indipendenti e i tedeschi acquisirono importanti bacini di
produzione agraria.
Ad occidente le forze tedesche che erano tornate ad essere superiori per numero
ripresero ad avanzare e bombardare Parigi. Alla metà di luglio 1918 il territorio
europeo controllato dagli austro-tedeschi raggiunse la sua massima estensione.
Nei successivi 110 giorni gli imperi centrali persero la guerra i motivi che posero fine
alla guerra sono semplici: le potenze dell’intesa e i loro alleati, in primo gli Stati Uniti,
che nel 1918 cominciarono a mettere in campo truppe addestrate ed equipaggiate,
costituivano un blocco industriale ed economico nettamente più potente della
Germania e dei suoi alleati. Il DENARO è sempre stato il fattore più importante in una
guerra, ancora di più se una guerra tecnologica.

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Alla fine di ottobre il Kaiser Guglielmo II fu privato dell’autorità mentre il paese
precipitava nel caos: l’11 novembre un governo provvisorio siglò l’armistizio che
l’Austria aveva già firmato 8 giorni prima.
La versione secondo cui l’esercito tedesco non sarebbe stato sconfitto sul campo ma
pugnalato alle spalle dai socialisti è un mito politico creato dalla destra nazionalista
tedesca. L’esercito non crollò sul fronte occidentale solo perché si pose fine ai
combattimenti. Emblematica è la vicenda dell’ammutinamento della flotta tedesca che
innescò la rivoluzione che portò alla repubblica: secondo la propagando postbellica
sarebbe stata opera di socialisti rivoluzionari, in realtà i marinai non volevano sollevare
uno scontro che sarebbe finito con un attacco suicida sulla Manica.
La prima guerra mondiale dissolse un ordine geopolitico che non è più stato sostituito:
il suo primo esito fu la scomparsa di 4 imperi, quello tedesco quello austro-ungarico,
quello ottomano e quello russo. La dissoluzione dei possedimenti asiatici ottomani
generò in Medio Oriente la nascita di protettorati e stati autonomi. Dallo
smembramento dell’impero austro-ungarico nacquero l’Austria, l’Ungheria, la
Cecoslovacchia e il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. Dal ritiro russo dal conflitto e
dalle guerre di indipendenza che ne seguirono nacquero o rinacquero l’Estonia,
Lettonia, Lituania, Polonia, Bielorussia, Ucraina, Georgia, Armenia.
Nel gennaio del 1918 il presidente americano Wilson aveva fissato in una bozza
d’accordo di pace (14 punti) le coordinate di un nuovo equilibrio mondiale per il
dopoguerra: uno dei punti cardine era il principio liberale di autodeterminazione dei
popoli, che era però impossibile attuare in Europa la gran parte dei nuovi stati si
basava su un’etnia dominante alla quale varie altre etnie erano sottomesse. Milioni di
persone si trovavano nella parte sbagliata dei confini, nei casi migliori furono costretti
a vivere in una nazione in cui non si riconosceva, nel peggiore dei casi furono deportati
e soggetti a pulizia etnica.
La SOCIETÀ DELLE NAZIONI, la prima organizzazione mondiale di nazioni della
storia, fondata dopo la guerra dallo stesso Wilson, ebbe qualche effetto positivo nei
suoi primi anni, ma negli anni ’30 si rivelò inutile, anche perché non vi partecipavano
gli stessi Stati Uniti.
Il presidente Wilson si era augurato che la guerra potesse concludersi con una pace
senza vittoria, mentre i TRATTATI DI VERSAILLES del 1919 stabilirono che la
responsabilità di tutti i danni e perdite di guerra era a carico della Germania e dei suoi
alleati. (vittoria senza pace)
Per alcuni paesi extraeuropei la prima guerra mondiale segnò la nascita della nazione.
Anche per gli africani, di cui due milioni morì combattendo o lavorando negli eserciti
coloniali, creò le basi per una acculturazione politica e nazionale che ebbe un’influenza
decisiva sulla nascita dei movimenti anticolonialisti.
Senza la costrizione, la censura e la propaganda non sarebbe stato possibile tenere
per anni milioni di uomini in una missione suicida. I principi di base dello stato liberale
furono sospesi durante la guerra in tutti i paesi, vennero sostituiti dalla nazione e il
potere dello stato.
A San Pietroburgo la sconfitta nella guerra russo-giapponese aveva condotto nel 1905
a una rivoluzione che aveva costretto il governo a nominare una DUMA (assemblea
elettiva) introducendo elementi per un’ipotetica svolta costituzionale le pessime
condizioni economiche, sociali e l’andamento della guerra con milioni di morti

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produssero un rifiuto generale contro la conduzione della guerra e il potere dello zar
Nicola II, e dopo la sua abdicazione e un governo provvisorio, un’insurrezione guidata
dal partitoBOLSCEVICO a capo di Vladimir Lenin instaurò nell’ottobre 1917 la
Repubblica socialista dei soviet: per la prima volta si avverava la profezia di Marx, in
un paese però dove non c’era un capitalismo avanzato, ma una società agricola e
arretrata.

La promessa di Lenin di portare il paese fuori dalla guerra venne mantenuta a costo
della pace che portò alla perdita di colonie. Rimasti soli al potere i bolscevichi
introdussero un controllo della produzione e della distribuzione agricola per bloccare la
borsa nera (comunismo di guerra) e iniziarono a eliminare gli avversari a partire dai
socialisti rivoluzionari. Per due anni la guerra civile tra esercito del nuovo stato
centrale e vari governi insurrezionali (bianchi – anticomunisti) sorse in Russia. Guerre,
epidemie e carestie provocarono dai 10 ai 20 milioni di morti, e alla fine del 1920 ogni
dissenso fu messo a tacere la rivoluzione era diventata una dittatura
Nei due anni successivi vari territori vennero occupati dall’ARMATA ROSSA e nacque
L’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche.

Lenin morì nel 1924, e per porre rimedio all’arretratezza dell’economia e delle società
russe il suo successore Iosif Stalin abbandonò il progetto di esportare il comunismo
a occidente per concentrarsi su una politica di collettivizzazione delle campagne e un
piano quinquennale di industrializzazione forzata.

A occidente la fine della prima guerra mondiale portò a vari conflitti regionali, e anche
il problema dei prigionieri di guerra e delle popolazioni che dovettero abbandonare la
propria terra per rispettare i nuovi confini degli stati nazionali contribuì a creare una
situazione generale di instabilità sociale creando l’attenzione delle aspettative
sollevate dalla rivoluzione sovietica l’illusione di trasformare il regime zarista in una
repubblica popolare democratica finì subito, e allo stesso modo in Occidente svanì in
pochi anni l’illusione che la democrazia potesse formarsi.
Se il 1918 segnò il tramonto della monarchia come sistema politico-istituzionale, le
nuove democrazie parlamentari che sorsero in quell’anno in tutta Europa non
sopravvissero agli anni ’20. Le immature democrazie postbelliche basate su sistemi
elettorali proporzionali diedero vita a parlamenti frammentati e a brevi governi di
coalizione.

In Italia BENITO MUSSOLINI, leader socialista che nel 1915 era diventato
interventista, fondò nel 1919 a Milano i FASCI DI COMBATTIMENTO: un movimento
dai contenuti progressisti. Nel BIENNIO ROSSO degli scioperi e delle occupazioni
delle fabbriche (1920-21) il fascismo creò un nazionalismo sempre più aggressivo, a
favore dei reduci e di chi aveva paura del comunismo, facendo leva sull’idea che i
sacrifici della guerra non erano stati adeguatamente ripagati (la vittoria mutilata), e
utilizzando la violenza come strumento politico contro la sinistra.

Il partito fascista ebbe buoni risultati elettorali nel 1920, e portarono nel 1922
Mussolini al potere. Il suo governo conservatore si trasformò ben presto in una
dittatura. Come più tardi il nazismo, e come era già successo per il bolscevismo, anche
il fascismo prevalse perché seppe dare risposte nuove al cambiamento radicale del
panorama politico provocato dalla prima guerra mondiale l’uso politico della violenza,
l’eliminazione fisica degli avversari, i nuovi mezzi di comunicazione e la guida
carismatica come forma vincente di leadership sono alcuni dei caratteri che
contraddistinsero la transizione europea post 1918.
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CAP.17: Il nuovo ordine europeo
Il modo migliore per spiegare la seconda guerra mondiale è partendo dal fallimento
della repubblica di Weimar, una cittadina dove venne scritta la COSTITUZIONE
DEMOCRATICA che la Germania si diede dopo l’insurrezione del novembre 1918 e
l’abdicazione del Kaiser. Danneggiato dalla conseguenza del conflitto e incapace di far
fronte alle conseguenze imposte dal TRATTATO DI VERSAIILES il paese si trovò in preda
ad una iperinflazione, con scioperi di massa che paralizzavano la produzione e i servizi.
La forma della costituzione che descriveva uno stato federale a rappresentanza
proporzionale e a suffragio universale creava ancora più instabilità politica. Tutti i
partiti erano profondamente divisi e i comunisti promossero vari tentativi di
insurrezione. Gli assassini politici divennero una forma di lotta politica e il paese era di
fatto in una GUERRA CIVILE.
Nel 1923 ci fu una prima stabilizzazione monetaria alla quale seguì un
ammorbidimento dei pagamenti dei debiti di guerra stabiliti da Versailles e degli aiuti
finanziari americani. La situazione economica e politica sembrava poter migliorare
nonostante la crescente divisione politica tra partiti di destra e quelli
FILOBOLSCEVICHI.

Nel 1923 inoltre i francesi avevano invaso la regione mineraria di Ruhr come ritorsione
per i mancati pagamenti dei debiti di guerra questo contribuì ad un senso di
frustrazione dell’opinione pubblica fomentato dalla propaganda della DESTRA
NAZIONALISTA secondo la quale la resa era stata una pugnalata alle spalle da parte

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dei “traditori di novembre”. In un paese pieno di reduci, orfani e vedove questa
dichiarazione scosse gli animi.
La Germania fu, dopo gli Stati Uniti quella che risentì di più della crisi del ’29, e alle
elezioni del 1930 il secondo partito fu quello NAZIONALSOCIALISTA: una formazione
di destra xenofoba che incolpava della crisi la finanza ebraica e i bolscevichi.
Nel gennaio 1933 il leader del partito nazionalsocialista Hitler venne nominato
cancelliere, e in pochi mesi le libertà politiche furono abolite instaurando una
DITTATURA PERSONALE.
Adolf Hitler era un austriaco che allo scoppio della prima guerra mondiale si arruolò
volontario e combatté per 4 anni sul fronte come caporale guadagnandosi la croce di
ferro. Alla fine della guerra si dedicò alla politica in una piccola formazione del partito
nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi (NSDAP) adottando il simbolo della svastica
celtica e il saluto romano dei fascisti italiani.
Le sue idee antiebraiche e anticomuniste cominciarono ad attirare seguaci, e dopo un
tentativo finito male di insurrezione in una birreria nel 1924 finì in prigione dove in
pochi mesi scrisse il MEIN KAMPF: un libro dove descriveva in dettaglio il suo
programma politico. Venne scarcerato perché considerato non pericoloso, e si dedicò
alla formazione e all’addestramento delle squadre militari del partito.
La crisi del ’29 e la paura del futuro gli diedero la possibilità di far conoscere il suo
piano di rinascita della Germania contro il sistema internazionale che l’aveva portata
alla sconfitta.
Negli anni in cui Hitler saliva al potere, prendeva forma il progetto di modernizzazione
dall’alto imposto da Stalin nell’Unione Sovietica. Tra il 1929 e il 1933 venne lanciata
nelle campagne la LIQUIDAZIONE DEI KULAKI (i contadini ricchi) per centralizzare la
produzione agricola in grandi aziende statali (kolchoz) al fine di accumulare le risorse
necessarie all’industrializzazione. Le resistenze contro la collettivizzazione agricola
furono enormi soprattutto nelle zone non russe, ma nel 1932 anche a causa di una
grande carestia che non poteva valersi degli aiuti internazionali che erano stati rifiutati
lo stato di prostrazione della popolazione favorì il processo di statalizzazione
dell’agricoltura.

Fu introdotto un sistema di deportazione ai lavori forzati per i dissidenti nei GULAG


controllato dalla polizia politica e sostenuto dalla collaborazione di nuovi funzionari e
partiti, servì per normalizzare la situazione sociale sia nelle campagne che
nell’industria. 10 milioni di persone sono stati deportati.
La lotta politica al vertice del partito fra i sostenitori di diverse prospettive di sviluppo
fu utilizzata da Stalin per imporsi come despota, e i vecchi dirigenti che avevano fatto
la rivoluzione d’ottobre e che erano sopravvissuti alle epurazioni di Lenin vennero
giustiziati.
La trasformazione del regime comunista in un despotismo assolutovenne
giustificata dalle esigenze di rispondere al riarmo tedesco e di subordinare ogni risorsa
a questa priorità. Nonostante nel 18esimo congresso del partito comunista sovietico
del 1939 sembrò annunciare un ammorbidimento della politica del terrore da lì a poco
sarebbe scoppiata la guerra.
Si discute da tempo se i regimi autoritari di destra che si imposero in Europa tra gli
anni Venti e Trenta avessero peculiarità tali da costituire uno specifico SISTEMA

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ECONOMICO FASCISTA esistette una politica economica fascista che presentava in
forma marcata caratteri presenti anche nei paesi liberali: l’intervento dello stato nel
campo economico (dirigismo) l’autarchia, l’abbandono del libero commercio, la politica
del riarmo. Facendo leva sull’aumento della spesa pubblica, appena salito al potere
Hitler riavviò il settore edile e quello dei trasporti, per poi attuare solo nel 1936 una
politica di riarmo.

Il sistema capitalistico non venne abolito ma piegato alla logica del terzo reich dove
grandi gruppi industriali collaborarono con il nazismo che dimostrava di saper
risollevare il paese e rilanciare una politica di potenza.
Il benessere delle classi popolari non aumentò di molto ma nel 1939 la disoccupazione
era praticamente scomparsa, e questo creò ancora maggior consenso alla politica di
Hitler.
Il successo della politica economica tedesca degli anni Trenta era dovuto a delle
condizioni politiche e istituzionali inaccettabili per delle democrazie liberali:
l’abolizione dei sindacati, il controllo statale di alcuni settori, la possibilità di gestire la
finanza pubblica, il ricatto della violenza a cui potevano essere sottomessi i soggetti
economici.
Gli stessi elementi erano presenti nel fascismo di Mussolini che dopo un primo slanciò
dovette affrontare le conseguenze economiche negativa di una maldestra
rivalutazione della lira, e dopo la crisi del ’29 l’introduzione del sistema delle
corporazioni nel 1928 doveva servire a mediare tra capitale e lavoro inaugurando una
via tra liberismo e collettivizzazione. Ma solo con l’avvio del riarmo la situazione
dell’economia italiana diede segni di risveglio, ma non riuscì in ogni caso a colmare il
divario economico che c’era con i maggiori stati europei: il problema stava che il
paese era profondamente rurale e aveva un’industrializzazione fragile, di cui il duce
era a conoscenza e l’avrebbe dimostrato con il rifiuto ad entrare in guerra, e poi con le
condizioni in cui la guerra fu condotta.
Due momenti della vita dello stato nazista dimostrarono un’efficienza superiore: la
propaganda e la repressione, con grandi manifestazioni, il controllo totale della
stampa, del cinema, della radio, l’organizzazione delle Olimpiadi, queste azioni
crearono un sistema di manipolazione delle coscienze finalizzato alla rifondazione
nazista della nazione tedesca.
Rispetto al progetto di Mussolini che parlava anch’esso di razza italica, il progetto
hitleriano era fortemente razzista. C’era l’idea della superiorità del popolo ariano che
sarebbe stato il discendente diretto delle popolazioni indoeuropee giunte in Europa, e
per Hitler questa superiorità era la base della comunità nazionale tedesca e
legittimava le aspirazioni ad acquisire uno spazio vitale, che doveva andare verso est
dove si trovavano la razza inferiore slava e il nemico peggiore ovvero il comunismo
bolscevico.
La figura dell’ebreo rappresentava invece il collegamento tra le diverse cause che
impedivano alla Germania di raggiungere la sua naturale grandezza: la razza ebraica
era semitica e quindi inferiore, inoltre controllava la finanza mondiale ed era quindi
responsabile di aver gettato nella miseria il popolo tedesco, oltre che per le supposte
origini ebraiche di Marx, che stava alla base del comunismo.
Le LEGGI DI NORIMBERGA del 1935 emarginarono gli ebrei dalla vita economica e
sociale tedesca.

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I regimi fascisti diedero vita a stati polizieschi basati sul sospetto, la deportazione e la
soppressione fisica degli oppositori. Un mese dopo la nomina di Hitler come
cancelliere, a Dachau fu aperto il primo campo di concentramento nazista.
Ci sono numerosi caratteri dei fascismi degli anni ’20 e ’30 che si ritrovano anche nello
STALINISMO SOVIETICO: un’ideologia totalizzante, il controllo dello stato sull’economia,
ecc. per enfatizzare le similitudini tra questi regimi ed evidenziare le differenze rispetto
ai semplici sistemi autoritari dopo la fine della guerra è stata elaborata la categoria del
TOTALITARISMO: l’essenza dello stato totalitario consisterebbe nella tendenza a
sottomettere l’intera vita degli individui al servizio del regime attraverso un mix di
ideologia e terrore.
Si può quindi parlare di un’Europa autoritaria nata nel 1917 – 1933. Alla fine
degli anni ’30 questa Europa aveva i suoi regimi dell’Urss staliniana e dei regimi di
destra tedesco e italiano, e comprendeva una serie di sistemi semi totalitari anche in
altri paesi come quello instaurato in Spagna con la vittoria del fronte nazionalistico
nella guerra civile del 1939.
Un confronto che si sarebbe trasformato in un conflitto si sarebbe riprodotto anche nel
Pacifico nella contrapposizione per il momento solo ideologica tra la democrazia
statunitense e il nazionalismo militarista del Giapponese.

La categoria del totalitarismo è stata invece ribaltata da alcuni storici che hanno
descritto la guerra novecentesca come uno scontro ideologico tra comunismo e
nazifascismo, allo stesso tempo ci sarebbe stato un nesso tra Stalin e Hitler: la politica
dei Gulag come quella dei Lager. Secondo questa impostazione lo sterminio degli ebrei
sarebbe solo la replica speculare ed eccessiva all’annientamento di interi gruppi sociali
(la borghesia dei kulaki) in Unione Sovietica, una risposta indirizzata contro un nemico
che aveva la stessa logica.

Non bisogna però ridurre il nazionalsocialismo ad una radice antibolscevica: prima che
anticomunisti, i movimenti della destra estrema erano antidemocratici e contrari
all’impianto politico culturale del liberalismo europeo, del parlamentarismo e la sua
idea di diritti civili come barriera fra individuo e stato fu proprio il fallimento del
liberalismo europeo dopo il 1918 con l’imposizione dei trattati di Versailles e
l’incapacità di mettere in campo un progetto di ripresa economica che il fascismo
prese potere, e i vari autoritarismi.

Un’altra polemica riguarda il comportamento dei governi occidentali che si trovarono


incapaci a fermare Hitler prima che si causasse un conflitto mondiale nella metà degli
anni ’30 si registrarono colpi di stato autoritari e un’accelerazione delle politiche
militariste
• il fronte nazionalista spagnolo sostenuto dalla Germania e dall’Italia, e quello
repubblicano da parte dell’Unione Sovietica e della Francia, si scontrarono in
una guerra civile (1936-39) senza che nessun alleato riconoscesse
apertamente il proprio coinvolgimento per non rompere l’apparente equilibrio
continentale.
La guerra civile spagnola che si concluse con l’instaurazione della dittatura di
Francisco Franco che sarebbe durata fino al 1975 funse da campo di
sperimentazione dell’arsenale militare delle nazioni, come si dimostrò il
bombardamento aereo che rase al suolo Guernica.

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Ci vollero un paio d’anni prima che le democrazie liberali realizzassero che Hitler non
poteva essere fermato diplomaticamente.
Nel 1937 scoppiò definitivamente la guerra tra Cina e Giappone, nel 1938 un colpo di
stato dei nazisti austriaci favorì l’annessione dell’Austria al Reich, e anche Mussolini fu
d’accordo all’annessione. La tappa successiva per Hitler sarebbe stata la riunificazione
di 3 milioni di tedesche che vivevano nella regione ceca dei Sudeti la CONFERENZA
DI MONACO del 1938 tra Hitler Mussolini il primo ministro inglese e francese si
risolse con un via libera all’annessione di questa regione, che poco dopo diventerà
l’intera Cecoslovacchia nonostante non era questo il patto.
La NOTTE DEI CRISTALLI (9-10 novembre 1938) ci fu un’ondata di violenze
deportazioni e espulsioni contro gli ebrei in Austria e Germania confermando
l’aggressività militare tedesca.
Dalla primavera del 1939 la politica dell’APPAESEMENT (pacificazione) cioè
l’accondiscenza rispetto alla Germania per evitare di ricadere nel conflitto era
definitivamente crollata.
Alla fine dell’agosto 1939 Hitler fece un patto con Stalin: PATTO MOLOTOV-
RIBBENTROP per spartirsi la Polonia, e quando il 1° settembre i tedeschi entrarono
in Polonia gli inglesi e francesi dichiararono guerra alla Germania.
Che ruolo aveva la violenza nella società europea del tempo? Il pacifismo aveva
raggiunto agli inizi del ‘900 i caratteri di un’ideologia politica ma per 30 anni sarebbe
stata sovrastata dal MILITARISMO.
La teoria della pace democratica che si rifà al trattato di Kant spiega che il rifiuto
della guerra come uno strumento di risoluzione dei conflitti internazionali sarebbe una
variabile dipendente dal grado di sviluppo economico, liberalismo e democratico di un
paese. Negli anni 30 la Francia e l’Inghilterra erano democrazie mature, di cui
l’opinione pubblica aveva generato dopo la grande guerra un’avversione verso di essa.
Questa tendenza fece rallentare la decisione di fermare Hitler che minacciava una
guerra devastante. E non a caso le altre democrazie occidentali erano rimaste neutrali.
Nelle prime settimane del conflitto Germania e Unione Sovietica si spartirono la
Polonia, l’ARMATA ROSSA occupò le repubbliche baltica ma incontrò la resistenza
della Finlandia, mentre nella primavera Hitler non ebbe difficoltà a invadere Finlandia
e Norvegia. La Francia aveva creato una potente linea difensiva sul lato nord-
occidentale contando di bloccare la Germania in una guerra d’assedio come era
successo nella prima guerra mondiale, ma nel 1940 l’esercito tedesco invasero la
Francia verso sud-est e in poche settimane raggiunsero Parigi conquistandola il 14
giugno 1940. Mussolini nel frattempo dichiarò guerra alla Francia dopo aver visto le
avanzate tedesche convinto che valesse la pena sacrificare i suoi uomini per vincere la
guerra.
Dopo aver inglobato metà Francia nel Reich e aver lasciato l’altra parte ad un governo
collaborazionista insediato nella città di Vichy, Hitler puntò su Londra. In Inghilterra
era stato nominato primo ministro Winston Churchill, dicendo al paese che doveva
resistere agli attacchi aerei e ai bombardamenti, che così fece. Svuotò le casse statali
e convinse il presidente americano Roosevelt a finanziarlo, iniziando così a coinvolgere
anche gli Stati Uniti.

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Nell’agosto del 1941 Regno Unito e Stati Uniti enunciarono nella CARTA ATLANTICA i
principi di democrazia e autodeterminazione dei popoli sui quali si sarebbe dovuto
basarsi l’ordine mondiale post bellico.
Hitler nel mentre all’asse Roma – Berlino – Tokyo aggregò Ungheria, Romania, Bulgaria
e la repubblica slovacca.
L’OPERAZIONE BARBAROSSA (invasione della Russia) partì il 22 giugno 1941 e i
tedeschi dopo un paio di mesi giunsero a Leningrado, e poi Mosca. Cominciarono a
manifestarsi i primi problemi di approvvigionamento del petrolio, in quanto i sovietici
avevano spostato a oriente tutte le fabbriche di armi, potendo riorganizzarsi in attesa
dell’inverno russo a cui erano abituati a differenza dei tedeschi.
Nelle Hawaii l’aviazione giapponese distrusse la marina americana a PEARL HARBOR
coinvolgendo gli Stati Uniti nel conflitto.
Ancora oggi ci si chiede quanti fossero a conoscenza dell’Olocausto, in quanto non
pochi governi si dimostrarono favorevoli all’espulsione degli ebrei dal paese. Sia i civili
che le SS tedesche collaborarono allo sterminio di massa degli ebrei, cercando di
mantenerlo segreto. Ci sono state varie conferme del fatto che gli alleati fossero a
conoscenza di questa situazione già dal 1943 ma non fecero nulla.
Il secondo conflitto mondiale fu ancora più disastroso del precedente: la distinzione fra
civili e militari scomparve, come il caso dei tedeschi con gli slavi, dei sovietici verso
Berlino, degli alleati contro le città tedesche, e le due atomiche lanciate nel giugno
1945 dagli Stati Uniti su Hiroshima e Nagasaki. Inoltre, è da contare il comportamento
inumano riservato ai prigionieri di guerra e alle conseguenze della risistemazione
postbellica dopo il 1945 12 milioni di tedeschi nell’Europa centro-orientale furono
scacciati verso ovest, con stime di morti altissime.
Le sorti della guerra svoltarono tra il 1942 e il 1943 dopo varie conquiste dei britannici
e la BATTAGLIA DI STALINGRADO che segnò l’inizio della riscossa sovietica. Gli
alleati anziché puntare direttamente all’impero tedesco dalla Francia sbarcarono in
Sicilia risalendo la penisola il regime di Mussolini cadde, il re fuggì e il paese si trovò
diviso al nord con il regime fantoccio dei tedeschi con a capo Mussolini e il centro-sud
con un governo nazionale provvisorio.
In Italia cominciò ad organizzarsi una RESISTENZA ARMATA contro l’occupazione
nazifascista, come era successo anche in altri paesi invasi.
La capacità produttiva americana, il contributo inglese e la capacità dell’Urss fecero
cadere il Reich, ad agosto 1944 Parigi fu liberata e ad ottobre gli americani misero
piede ad Aquisgrana (Germania) l’esercito tedesco e giapponese resistettero con una
crudeltà autodistruttiva sacrificando fino all’ultimo uomo disponibile, simbolo che per
gli ordini dei comandi militari non aveva alcuna importanza il proprio popolo. Mussolini
venne giustiziato dai partigiani e due giorni dopo Hitler si suicidò.
Alla fine della guerra un nuovo ordine mondiale basato sulla deterrenza atomica
cominciava a nascere.
Può essere utile chiedersi quali siano state le ragioni di lungo periodo che hanno
portato i paesi europei nel XX secolo a devastazioni e tragedie tali da mettere in
pericolo la loro stessa esistenza si possono avanzare due tesi:
• il motore che aveva da secoli alimentato la civiltà europea era unico e
irriproducibile ovvero l’UOMO EUROPEO che aveva accumulato nel tempo una
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straordinaria autostima basata su un’idea razionale dell’esistenza e una
superiorità razziale. L’uomo europeo del XX secolo era questa evoluzione:
spietato e colonizzatore. Conclusa la conquista agli inizi del ‘900 del mondo,
preso dal potere assegnatoli dalla scienza e dalla tecnologia e incapace di
trovare altre direzioni verso cui sfogare la propria aggressività cresciuta nei
secoli finì per aggredire sé stesso.

• L’evoluzione della civiltà europea come frutto di un contesto geografico


favorevole al popolamento nel quale l’evoluzione della civilizzazione portò al
formarsi di entità autonome, senza che nessun potere territorialmente esteso
potesse imporsi. Proprio grazie alla vicinanza, al confronto, e alla competizione
tra queste entità si sviluppò nei secoli una civiltà rivolta sempre verso l’esterno
(colonialismo) dalle particolari forme politiche (stato) ed economiche
(industrializzazione). Quando la tecnologia dell’industrializzazione mise nelle
mani degli stati europei un potere distruttivo immenso allora si fece avanti
NEMESI la dea della giustizia e dalla compensazione a presentare il conto: lo
scontro e la competizione hanno rischiato di portare la civiltà europea alla sua
fine.

CAP.18: Un’Europa ricca e divisa


nei primi 50 anni del Novecento i conflitti tra gli stati europei o interni a essi avevano
provocato 60 milioni di morti, mentre nella seconda metà del secolo ci fu un lungo
periodo di pace.
Nei mesi successivi alla seconda guerra mondiale gli europei si affidarono all’unica
soluzione che pareva in grado di allontanarli dal DISPOTISMO: la DEMOCRAZIA.
L’esperienza della guerra aveva dimostrato che quando lo stato si ergeva a principio
ordinatore della vita sociale e individuale era lo stesso individuo a perdere .
Ricomparvero i partiti, i parlamenti, le costituzioni, i diritti umani. Per alcuni paesi era
riconquista definitiva mentre per altri un’illusione temporanea.
La Germania venne divisa in 4 parti controllate dagli alleati, e i paesi cominciarono a
ricostruirsi. Le ultimi fasi del conflitto avevano fatto emergere la superiorità economica
e militare degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica ma mentre i primi si ergevano sui
valori della democrazia liberale e grazie alla guerra avevano goduto di un boom
economico, l’Urss aveva avuto devastazioni e milioni di morti, ma il socialismo si era
rilevato una forza trascinante e Stalin rappresentava per molti anche in occidente il
simbolo della libertà e di un possibile riscatto sociale.

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Tra il 1946-47 in Polonia, Bulgaria, Romania, Ungheria e nella parte di Germania
controllata dall’Urss i governi di coalizione usciti dalla guerra furono trasformati in
governi comunisti monopartitici allineati alle direttive di Mosca. In Cecoslovacchia la
sovietizzazione richiese un colpo di stato. Seguirono ovunque la collettivizzazione delle
campagne, l’avvio del processo di industrializzazione e eliminazione del dissenso con
epurazioni, processi e deportazioni.

Alla paura sovietica dell’accerchiamento capitalista rispose l’anticomunismo


angloamericano. Il presidente americano TRUMAN dopo la denuncia da parte di
CHURCHILL della “cortina di ferro” enunciò la dottrina che porta il suo nome, che
consisteva nell’impegnare l’America a contrastare il comunismo ovunque nel mondo,
a cominciare dalla Turchia e dalla Grecia nella prima erano forti le pressioni sovietiche,
mentre in Grecia si stava combattendo una guerra civile tra forze filo-occidentali e i
comunisti. Pochi mesi dopo il segretario di stato americano MARSHALL lanciò un piano
di aiuti all’Europa per favorire la ricostruzione economica del continente, per non
ripetere gli errori di Versailles (piano Marshall).
Nei mesi seguenti altri due fatti contribuirono a delineare l’Europa del dopoguerra: la
guerra di liberazione in Jugoslavia che era stata combattuta con ferocia etnica e si era
conclusa con il trionfo del generale TITO e la nascita della Repubblica socialista
federale jugoslava che comprendeva le repubbliche di Slovenia, Croazia, Serbia,
Bosnia-Erzegovina e Kosovo. Non voleva sottomettersi a Stalin, rivendicando la libertà
di azione politica interna e internazionale e per questo il Partito comunista jugoslavo
nel 1948 venne espulso dal COMINFORM (coordinamento politico dei partiti
comunisti).
Nel 1949 nella Germania dell’ovest venne creata la Repubblica federale tedesca
(Brd) filo occidentale, e ad est la Repubblica democratica tedesca (Ddr) sovietica
l’Europa si trovò divisa in due blocchi, quello delle democrazie parlamentari occidentali
alleate agli Stati Uniti con il patto militare della NATO; e le democrazie popolari alleate
all’Urss.
Il MURO DI BERLINO che verrà fatto costruire delle autorità della Germania dell’est
nel 1961 per impedire la circolazione tra le due parti della città sarebbe diventato il
simbolo dell’Europa divisa.
L’altra contrapposizione a livello globale fu la GUERRA FREDDA che segnò
profondamente gli anni ’50 e durò a fasi alterne fino al crollo del socialismo nel
1989-90. Dopo questa data la percezione di questa contrapposizione ideologica è
cambiata è stato osservato che le reciproche minacce hanno consentito lo sviluppo
economico e sociale senza precedenti: gli arsenali atomici che hanno finito per
garantire la pace, e la competizione che è sfociata nella corsa allo spazio, in campo
economico, scientifico, sportivo, ecc. questa ricostruzione dimentica però il clima di
paura nel quale il mondo ha vissuto per 40 anni nel rischio incombente di una
CATASTROFE NUCLEARE, con le repressioni e le persecuzioni soprattutto nell’Unione
Sovietica, armando gli alleati in tutto il mondo.

Gli ebrei non rappresentavano più un problema, mentre Tito proseguiva le lotte
etniche e religiose nei Balcani.

Nella parte occidentale dove non era stato fatto prima della guerra il voto venne
allargato alle donne e si prestò grande attenzione ai diritti umani e sociali, con alcuni
paesi che fondarono una democrazia ex novo, o in Francia dando vita alla QUINTA
REPUBBLICA (1958). Altrove le forze tradizionali che erano uscite indenni dal
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conflitto cioè i liberali, i cristiano-democratici e i socialdemocratici si alternarono
al governo mentre i partiti comunisti furono progressivamente allontanati.
Dal 1945 l’Europa intera attraversò la più grande crescita economica della sua storia,
favorita dalle distruzioni belliche che permisero di importare nuova tecnologia, grazie
anche ai fondi del piano Marshall, e una rapida industrializzazione si diffuse anche
nelle regioni che non erano state toccate a fine ‘800. Grazie anche al FORDISMO la
produttività aumentò in tutti i settori, e nonostante la guerra fredda e i conflitti per la
decolonizzazione e l’instabilità del Medio Oriente, i commerci mondiali ripresero e
l’Europa si distinse per importazioni di materie prime ed esportazione di manufatti
industriali.
Il cambio di marca dell’economia europea rispecchia la tendenza mondiale che
coinvolse anche i paesi in via di sviluppo (il terzo mondo) ed era dovuto sia alla
reazione postbellica che a ragioni generali: nel mondo non comunista la nascita di un
nuovo sistema internazionale di relazioni economiche basato sulla collaborazione e
non sulla competizione distruttiva. Questo assetto viene delineato nella conferenza
economica del luglio 1944 tenuto dagli alleati a BRETTON WOODS e si concretizzò
con la
• Creazione del fondo monetario internazionale (Fmi)

• Banca mondiale
• Accordo per la liberalizzazione del commercio mondiale (Wto)
Si trattava di una nuova filosofia di collaborazione internazionale che aveva dato vita
all’Organizzazione delle nazioni unite (ONU).
La via della cooperazione internazionale si ripropose a vari livelli: nel 1951 Francia,
Germania ovest, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo fondarono la Comunità europea
del carbone e dell’acciaio (CECA): un mercato comune per due componenti basilari di
ripresa economica industriale che avevano avuto un ruolo simbolico nella storia
europea (il controllo delle regioni produttrici dell’Alsazia-Lorena e della Ruhr). In questo
modo si chiariva che ogni guerra tra Francia e Germania era diventata impensabile. Il
passo successivo per l’integrazione economica europea fu la firma a Roma nel 1957
tra gli stessi paesi dei trattati per la fondazione della
• Comunità economica europea (CEE): l’area all’interno della quale le barriere
doganali erano abolite
• E della Comunità europea dell’energia atomica (EURATOM)
• Nel blocco comunista era sorto nel 1949 il Consiglio di mutua assistenza
economica (COMECON): organo di coordinamento delle economie pianificate
comuniste

Il secondo elemento decisivo fu da parte degli stati dell’ovest di OBIETTIVI


KEYNESIANI cioè politiche volte a favorire gli investimenti in modo da stimolare la
crescita e giungere alla piena occupazione, crebbe il campo di intervento dei servizi
sociali e gli investimenti pubblici nelle infrastrutture (scuole, ospedali, autostrade) e
nel sostegno all’industria e all’agricoltura.
La spesa pubblica civile aumentò considerevolmente, avvicinandosi al 50% del PIL
favorendo la piena occupazione, e la domanda di forza lavoro incentivò nuovi
trasferimenti dalle campagne alle città. La percentuale di donne che lavoravano anche

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fuori casa aumentò considerevolmente soprattutto nell’Europa centro-settentrionale e
orientale. La speranza di vita si allungò e la crescita demografica accelerò. Questi
risultati economici si riflessero sul tenore di vita: i ceti medi si ingrossarono e grazie al
sistema di scolarizzazione aumentò la mobilità sociale.
La modernizzazione, prosperità, fordismo, società dei consumi tramite la
contrattazione e welfare state furono alcuni dei tratti comuni sia ai paesi occidentali
che quelli sovietici, e questo ha fatto sostenere che l’economia europea della
ricostruzione sia stata qualcosa di unitario, che si prefisse e raggiunse obiettivi comuni
attraverso metodi differenti.
L’intervento dello stato nell’economia fu in effetti considerevole nelle democrazie
occidentali e alla morte di Stalin nel 1953 grazie alla DESTALINIZZAZIONE da parte
del suo successore anche nell’est. Tuttavia, lo sviluppo del blocco sovietico fu dovuto
in misura maggiore che all’ovest a causa delle condizioni arretrate di partenza. Il
tenero di vita rimase sempre al di sotto di quello occidentale anche se aveva il PIL più
alto d’Europa: la qualità dei prodotti rimase scarsa, i servizi scadenti, la qualità delle
abitazioni molto bassa.
Uno dei caratteri comuni tanto alla società capitalista quanto a quella comunista del
‘900 fu la progressiva e quasi scomparsa dell’EUROPEOTIPO: il contadino con
l’introduzione delle macchine agricole, dei concimi chimici e dell’allevamento
moderno, l’agricoltura si trasformò e richiese sempre meno manodopera mentre
l’industria il contrario. La divisione del lavoro trasformò le medie città in agglomerati
urbani e le capitali in metropoli.
L’economia consumistica trasformò radicalmente la vita quotidiana delle società
occidentali, e con l’affermazione della settimana lavorativa di 40 ore e la maggiore
disponibilità economica si affermarono nuovi modelli di impiego del tempo libero, si
diffuse il turismo e la vacanza estiva anche per le classi popolari.
La piena occupazione e l’urbanizzazione favorirono l’indipendenza delle giovani
coppie, e metter su famiglia diventò più semplice, con lo stato sociale che assicurava
assistenza crescente agli anziani e bambini.
Uno dei cambiamenti determinanti per comprendere l’Europa del boom riguarda i
GIOVANI: tra le nuove generazioni scomparve l’analfabetismo e le persone
continuavano i propri studi dopo la scuola di base, questo divenne indispensabile per
la società complessa che richiedeva professioni crescenti, con investimenti statali e
nuove leggi che consentirono l’università anche a chi non poteva permettersela la
scuola e l’università di massa cambiarono la concezione stessa della conoscenza
scientifica, della cultura e dell’arte che non furono più riservate ai circoli esclusivi. I
giovani contribuirono a rovesciare i presupposti di base della società tradizionale :
l’autorevolezza dell’età e l’autorità dei genitori e anziani, questo perché erano stati i
protagonisti della Resistenza.

La cultura europea occidentale fu profondamente influenzata da quella americana


“american way of life”: benessere, consumismo, individualismo, nuove relazioni
sociali, libertà sessuale. L’americanismo degli anni ’50 si trasformò alla fine del
decennio in un’ondata antiamericana, contraria al coinvolgimento degli Stati Uniti
nella GUERRA DEL VIETNAM (1960-75) i movimenti giovanili di protesta esplosero
in tutta Europa alla fine degli anni ’60 ed avevano diverse sfumature.

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Moti di rivolta esplosero sia nei democratici e paesi occidentali che nell’est, la
PRIMAVERA DI PRAGA cioè la stagione di riforme promossa dalla dirigenza ceca nel
1968 che finì con l’invasione dei carri armati sovietici i giovani dimostrarono per le
strade la loro protesta.
I moti giovanili del 1968 preannunciarono la fine dell’età dell’oro postbellica.
Una delle conseguenze delle guerre che l’Europa impose al mondo nel ‘900 fu il crollo
in pochi anni di un impero coloniale che era stato costruito nei secoli. Tra le due guerre
nacquero MOVIMENTI INDIPENDENTISTI e partiti nazionalisti in varie parti dell’Asia,
in primo luogo in INDIA con il suo leader GANDHI il ripudio del colonialismo fu uno dei
principi enunciati dalla carta atlantica del 1941 e su cui venne fondata l’ONU, ma
l’opinione pubblica occidentale non parve molto contenta a prendere in considerazione
l’indipendenza delle colonie, di cui gli stessi Stati Uniti che ostentavano i principi
dell’anticolonialismo all’inizio della guerra fredda intervennero militarmente nelle
Americhe e nell’Asia per arginare il comunismo.
In ogni caso le lotte di indipendenza quasi ovunque si svolsero in maniera pacifica,
lasciando piuttosto molti casi di guerre civili e conflitti entici.
Il processo di decolonizzazione fu favorito dal peso crescente che le colonie
rappresentavano per gli stati europei impegnati ad investire risorse nella ricostruzione
postbellica e nel welfare state.
Nei primi anni ’70 la fase di crescita economica e stabilità politica finì di colpo: l’inizio
della crisi del 1973fu segnalato da un’inflazione, alla quale contribuì una crisi
petrolifera dovuta all’embargo da parte dei paesi produttori, che fece moltiplicare il
prezzo all’origine della principale risorsa energetica delle economie moderne.
L’instabilità crebbe ancora di più quando il presidenteNIXON decise di sospendere la
convertibilità del dollaro che durava dagli accordi di Bretton Woods questo insieme di
fattori si riflesse immediatamente sulle economie europee occidentali che
dipendevano dai paesi arabi per il petrolio e avevano negli Stati Uniti il primo partner
commerciale e finanziario.

La risposta arrivò da un’inversione di rotta nelle politiche economiche: dopo 40 anni di


predominio degli orientamenti espansivi basati sullo stimolo della spesa pubblica,
tornò il liberalismo economico secondo la teoria del monetarismo (riduzione
dell’intervento dello stato nell’economia, controllo della spesa pubblica). Politicamente
questa fase passò sotto il controllo di due politici conservatori: il primo ministro inglese
THATCHER, e il 40° presidente degli Stati Uniti Reagan che si distinsero per il pugno
di ferro contro i sindacati considerati responsabili dell’aumento dell’inflazione, per la
privatizzazione e la deregolamentazione dell’attività economia.
Dietro alle variazioni d’economia si stava mettendo in moto una nuova macro-
trasformazione industriale, destinata a modificare alla radice il sistema economico e
sociale del continente: le nuove invenzioni del transitor, il circuito stampato, il
calcolatore, il microprocessore e il PERSONAL COMPUTER negli anni ’80 e tutte le
successive innovazioni nell’ambito delle comunicazioni che hanno condotto a
INTERNET questa si può considerare la terza fase della rivoluzione industriale
avviata nell’Inghilterra del 1760 che iniziò ad automatizzare e controllare i sistemi
produttivi, nei servizi finanziari e commerciali favorì la trasmissione e l’organizzazione
delle informazioni, risparmiando sui costi e dando quindi un impulso alla produttività.

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Le innovazioni nell’industria automobilistica funsero ancora una volta da modello: il
fordismo fu sostituito dal TOYOTISMO (perché introdotto per la prima volta nella casa
automobilistica della Toyota) detto anche “Fabbrica integrata” che consisteva in una
produzione calibrata sulla domanda, con tempi di produzione e scorte ridotti al minimo
e con una cultura diffusa della qualità della produzione - i nuovi sistemi di
comunicazione favorirono le piccole e medie aziende e suggerirono la delocalizzazione
degli impianti verso regioni con basso costo di manodopera, rafforzando l’aumento
della forza-lavoro nel settore terziario.
Il cambiamento più epocale di quegli anni fu alla fine degli anni ’80 con il crollo
dell’Unione Sovietica e del blocco dei paesi comunisti europei regimi comunisti
si erano imposti in Corea, Cina, Cuba e vari stati dell’Africa in seguito all’indipendenza.
Sul piano militare e diplomatico i rapporti dell’Unione Sovietica con gli Stati Uniti
alternarono fasi di distensione e di raffreddamento (come con la crisi di Cuba nel 1962,
o quando l’armata rossa intervenne militarmente in Afghanistan a favore del regime
comunista locale impegnato in una guerra civile). In Europa furono portati avanti vari
tentativi di riforma dell’interno del sistema comunista: Ungheria, Cecoslovacchia che
furono brutalmente interrotti dall’armata rossa. I partiti comunisti mantennero il loro
ruolo egemone basato su metodi repressivi polizieschi e la socializzazione dei mezzi di
produzione rimase lo schema economico.
Economisti e scienziati della politica si contendono la spiegazione dell’implosione del
blocco sovietico tra il 1989-1990 anche se l’Unione Sovietica venne ufficialmente
sciolta nel 1991:
• Per gli economisti il crollo fu dovuto a un deficit di concorrenza, all’incapacità
di adattarsi al post-fordismo e innovare, al declino della produttività del sistema
collettivistico e all’aprirsi del divario fra il tenore di vita orientale rispetto a
quello occidentale
• Gli scienziati tendono a sottolineare il conservatorismo del comunismo: la sua
incapacità di autoriformarsi e la progressiva separazione tra l’ideologia e la
realtà quotidiana fatta per il popolo
• Gli storici invece sottolineano che i grandi cambiamenti sono sempre multi-
casuali focalizzandosi invece sulla tempistica e i meccanismi del crollo: con un
nuovo capo del governo che aveva dimostrato tendenze riformistiche e che al
potere promosse una politica di rottura col passato basata sulla trasparenza e la
ricostruzione, dichiarando anche di abbandonare la politica del pugno di ferro
con i paesi del Patto di Varsavia
Dopo il crollo sovietico e l’indipendenza degli stati che ne facevano parte, in Europa
tornarono le NAZIONI e lo stato nazionale: ricomparvero gli antichi stati dell’est e se
ne aggiunsero di nuovi. Dalla fine della Federazione Jugoslava nacquero 6 stati
indipendenti.

Il nuovo stato nazionale europeo coincise temporalmente con il più originale


esperimento volto a superarne i limiti: la costruzione dell’Unione Europea.
CAP.19: La costruzione dell’Europa unita
Il processo di costruzione europea è iniziato dopo la fine della seconda guerra
mondiale ma già dal XVI al XIX secolo si moltiplicarono le voci che sostenevano
l’unitarietà culturale dell’Europa: una comunanza fatta di costumi, fede cristiana,
tradizione classica, basi del diritto romano e un retaggio storico condiviso . Tra i
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vantaggi secondo il filosofo inglese Penn c’era una maggiore facilità nel viaggiare e
nel commerciare.
Nell’Ottocento questa idea intellettuale d’Europa riuscì a non farsi sommergere dal
nazionalismo: il compito di sostenere che era possibile costruire l’Europa delle nazioni
quanto quella sovranazionale fu assunto, tra cui il democratico GIUSEPPE MAZZINI
che fondò il movimento Giovine Europa e promosse l’idea di un’Europa federale.
Grazie al successo della costruzione dal nulla degli Stati Uniti e nonostante la guerra
civile americana, il FEDERALISMO sembrava una buona formula per dare vita agli
Stati Uniti d’Europa nonostante ognuno degli stati europei erano gelosi della propria
lingua, cultura e istituzione.
Dopo il disastro della prima guerra mondiale nel quale era stato travolto
l’internazionalismo socialista, il discorso dell’Europa riprese ma due nuovi elementi
comparvero: il pericolo del bolscevismo e il declino economico del continente l’Europa
cominciò ad essere vista come il modo per sconfiggere entrambi

Nel maggio 1945 l’Europa era semidistrutta, e lo stato di prostrazione economica e la


prospettiva di diventare un intermediario fra le due superpotenze si rivelarono
involontariamente delle precondizioni per la ripresa dell’idea d’Europa: le iniziative si
moltiplicarono e il MOVIMENTO FEDERATIVO si ingrossò la nascita di vari organismi
di cooperazione come il Consiglio d’Europa sembrò alludere ad una crescita
federativa, ma al momento dei fatti le divisioni esplosero: la divisione della Germania,
la sovietizzazione dell’Europa centro-orientale e la nascita del PATTO ATLANTICO nel
1949 resero evidente che l’Europa occidentale poteva solo dipendere militarmente
dagli Stati Uniti.
La difficolta fu superata per iniziativa di alcuni uomini che condividevano un obiettivo
comune e una strategia per raggiungerlo: abbandonare l’idea di seguire un unico
piano preordinato e concordato tra le parti e costruire un’Europa economica in primis,
che sarebbe servita come incubatrice di un’unità politica alla quale ci si sarebbe
avvicinati attraverso realizzazioni successive. Questi uomini erano Monnet, Schuman
e De Gasperi.
Il primo risultato di questa svolta fu la costituzione nel 1951 della CECA che consentì
la condivisione delle politiche di produzione e smercio di due risorse fondamentali per
la ripresa post-bellica. L’accordo fu stretto tra 6 paesi a cui non partecipò la Gran
Bretagna che allora era la maggiore produttrice continentale il modello sembrò
funzionare e si pensò di applicarlo alla difesa: di fronte al Patto di Varsavia che
disponeva ormai dell’atomica, gli Stati Uniti riarmarono la Germania occidentale che
gli accordi post bellici avevano smilitarizzato.
Nel 1952 i SEI firmarono il trattato che istituiva la Comunità europea della difesa
(CED) che avrebbe funzionato come la CECA, pur essendo soggetta a livello operativo
alla NATO ma le resistenze del governo francese di fronte alla militarizzazione della
Germania bocciò la ratifica del trattato che si sciolse.
Il fallimento della CED dimostrò che i paesi europei non erano del tutto disposti a
rinunciare alla politica di difesa e che la prospettiva di proseguire con l’integrazione
economica era l’unica plausibile il passo successivo in questa direzione fu a Roma nel
1957 dove i Sei sottoscrissero l’istituzione di un’unione doganale: la Comunità
economia europea (CEE) e di un’agenzia per l’energia atomica (EURATOM).

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Favorirono il rilancio economico e industriale tanto che alla fine degli anni ’60 volle
aggiungersi la Gran Bretagna.
Negli anni ’60 spiccò fra tutti un uomo, il generale CHARLES DE GAULLE, fondatore
della Quinta Repubblica francese (1958), portatore di una visione nazionalistica del
ruolo della Francia e di un’idea dell’Europa come un “unione fra stati”. Egli tentò di
riproporre l’accordo militare e politico tra i Sei ma si rivelò una sconfitta, ed era
timoroso che la Gran Bretagna fungesse da espediente per la subordinazione del
continente da parte degli Stati Uniti, contrario quindi all’aggiunta nei Sei questa
tensione minacciò il processo di integrazione
La distanza dagli eventi consente di guardare a quei fatti con maggiore obiettività e
riconoscere che De Gaulle non fece altro che portare alla luce delle questioni
fondamentali: quale deve essere il ruolo militare dell’Europa nel rapporto con gli Stati
Uniti con quali criteri si deve pervenire alle decisioni in un gruppo di stati diversi l’uno
dall’altro senza che un unico rifiuto blocchi un’iniziativa generale . In ogni caso il
Trattato di fusione che entrò nel 1967 tra le tre istituzioni CECA CEE e EURATOM in
un unico organismo proseguì il processo di aggregazione dei paesi fondatori.
Nei primi 20 anni l’integrazione economica europea riuscì a dar vita ad uno spazio
doganale comune con alcuni settori condivisi come la POLITICA AGRICOLA, e si
dimostrò efficace ad assecondare l’espansione economica dei suoi paesi membri
anche se non sempre in modo efficiente o egualitario.
Per evitare che la crisi negli anni ’70 deprimesse le valute di alcuni paesi e
spingesse troppo in alto quelle di altri (favorendo le esportazioni dei primi a discapito
dei secondi) gli stati membri decisero di fare un altro passo di interdipendenza: legare
le valute l’una con l’altra e nel 1979 con la creazione del Sistema monetario
europeo (SME): all’interno del quale i tassi di cambio tra le monete non potevano
salire o scendere oltre un certo limite.
Venne anche creato un Fondo monetario europeo e fu ideata una moneta di conto
europea (che esisteva solo come ragione di calcolo) alla quale venne dato il nome di
European Currency Unit (ECU)
Visto che “ecu” era il nome di un’antica moneta francese, quando l’ECU fu trasformata
nel 1999 in una vera moneta, per non privilegiare nessuno si pensò di dargli il nome
“euro”. L’ecu (scudo) in realtà era una moneta in passato battuta da moltissimi stati e
che regolava gli scambi internazionali nelle fiere di Lione nel ‘500: per la ipocrisia
europea abbiamo adottato una moneta senza storia.
Gli anni ’70 furono un periodo di consolidamento istituzionale e di allargamento della
comunità: nel 1973 furono aggregati anche Regno Unito, Irlanda e Danimarca. Nel
1974 fu deciso di trasformare i vertici occasionali dei capi di governo nei quali
venivano trattate questioni di indirizzo generale in un consenso stabile: il CONSIGLIO
EUROPEO.
Anche il PARLAMENTO EUROPEO discende dalle prime assemblee comunitarie
composte di deputati nominati dai governi.
Nel frattempo, si unirono tre nuove democrazie mediterranee appena uscite dalla
dittatura: Grecia, Spagna e Portogallo.
Nel 1987 entrò in vigore l’ATTO UNICO EUROPEO: un insieme di norme che
ridisegnavano gli ambiti delle politiche comunitarie. Le competenze legislative si

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allargarono a comprendere nuovi settori (politica regionale, ambiente, ricerca, politica
sociale, sicurezza) ampliando la categoria delle questioni nelle quali la legislazione
europea aveva valore vincolante per gli stati e le sue norme conferivano diritti reali ai
cittadini europei.
Un cambiamento importante fu relativo all’applicazione del principio di maggioranza:
se prima dell’Atto unico solo 1/3 delle decisioni potevano essere prese a maggioranza
(e non all’unanimità) dopo l’Atto unico questo rapporto saliva a ¾ assegnando un
potere crescente alle istituzioni comunitarie rispetto al parere dei singoli governi.
Ciò che restava della fine della seconda guerra mondiale negli anni ’80 diede un aiuto
decisivo agli europeisti: il crollo del blocco sovietico aprì la questione della
riunificazione tedesca e in tutti gli altri la preoccupazione che una Germania potente
avrebbe causato una forte pressione alla Comunità europea la soluzione venne grazie
alla sintonia tra il presidente francese e il cancelliere tedesco e fu trovata col
TRATTATO DI MAASTRICHT del 1992 in Olanda: l’atto di nascita di un nuovo
organismo politico-economico e che sarebbe nato ufficialmente il 1° novembre 1993:
l’Unione Europea (UE).
Il punto centrale del sistema europeo prospettato a Maastricht era la creazione di un
sistema monetario unico e di un’unica valuta europea: per arrivare a questo i Dodici
dovevano far convergere le economie verso obiettivi comuni di stabilità.
Per governare l’euro fu ideata la Banca Centrale europea (BCE) incaricata di
condurre la politica monetaria dell’eurozona, mantenere la stabilità dei prezzi, e del
mercato finanziario.
Il Trattato di Maastricht allargava le categorie degli ambiti di competenza comunitaria
(campo dei diritti dei lavoratori, della protezione sociale). Un terzo ambito di interventi
riguarda una serie di diritti civili e di politiche relative alla sicurezza (la cittadinanza
europea, la libertà di circolazione e soggiorno, ecc.)
I capi di governo firmarono il trattato olandese nel 1991, mentre nei Balcani era
appena scoppiata la prima guerra europea dopo il 1945: il tentativo di pilotare la
Federazione jugoslava verso l’integrazione europea per evitarne l’esplosione era
fallito in pochi mesi, le spinte nazionaliste erano troppo forti e la Slovenia e Croazia si
erano dichiarate indipendenti. Mentre gli scontri tra sloveni e jugoslavi erano durati
solo una decina di giorni, nei territori croati a maggioranza serba i combattimenti si
erano moltiplicati: nella primavera del 1992 la dichiarazione di indipendenza della
Bosnia-Erzegovina avrebbe ulteriormente allargato il conflitto.
Nei confronti delle guerre jugoslave l’Unione Europea dimostrò tutta la sua
inadeguatezza: prima sostenne l’avvicinamento alla comunità della Jugoslavia, poi
spinta dalla Germania riconobbe la Slovenia e la Croazia, quando poi il conflitto fu
allargato alla Bosnia non fu in grado di attuare nessuna azione efficace e passò la
mano alla NATO.
Nel 1995 dopo l’eccidio di 8 mila musulmani di fronte ai soldati olandesi che facevano
parte dell’Onu, la NATO lanciò una campagna aerea e missilistica che costrinse le forze
serbe a ritirare l’assedio a Sarajevo. Gli ACCORDI DI DAYTON posero fine al conflitto
e stabilirono la nascita di due entità: la Federazione di Bosnia ed Erzegovina a
maggioranza musulmana e croata, e la Repubblica Serba di Bosnia e Erzegovina.

Il fatto che l’Unione Europea non fosse in grado di attuare una politica estera e di
sicurezza comune come impegnava il Trattato di Maastricht aveva radici profonde:
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risaliva alle divisioni postbelliche, alla scelta della Gran Bretagna e Francia di dotarsi di
un arsenale nucleare, all’opportunità di un’alleanza strategica antisovietica con gli
Stati Uniti, alla convenienza di investire le risorse statali in altri settori e non in quello
militare questo aveva portato i paesi comunitari a presentarsi divisi in tutte le
principali crisi internazionali (Suez, Golfo). L’incapacità degli europei d’agire da soli fu
confermata nel 1998 quando la guerra civile tra serbi e albanesi in Kosovo degenerò
con migliaia di profughi in fuga dalle violenze dei serbi (la NATO per 3 mesi bombardò
la Serbia).
Il 1° gennaio 2002 l’euro entrava definitivamente in uso in dodici dei 15 stati
dell’Unione Europea che aveva aggiunto Austria, Finlandia, Svezia. L’opportunità
politica di integrare nel percorso comunitario europeo i paesi sorti dalla frantumazione
dell’ex impero sovietico e della Jugoslavia scongiurando l’instabilità politica portò alla
aggregazione di altri 8 paesi nel 2004.
Con l’integrazione progettata a Maastricht e l’aggregazione all’Unione di luoghi
fondanti della storia e della cultura europea come Varsavia, Praga o Budapest, il
progetto nato dalle distruzioni della guerra comprendeva buona parte del continente
e oltre mezzo miliardo di abitanti, senza avere ancora una fisionomia definita.
111 giorni prima dell’entrata in vigore dell’euro, l’11 settembre 2001, i membri
dell’organizzazione sunnita al-Qaeda dirottarono 4 aerei di linea statunitensi
facendone schiantare due contro le torri gemelle a Manhattan e uno sul Pentagono si
aprì un nuovo capitolo delle relazioni internazionale dove i paesi europei sarebbero
stati coinvolti direttamente con gli attentati di marzo 2004 a Madrid e del 2005 a
Londra.
Attraverso l’organizzazione capeggiata dal saudita Osama bin Laden, l’estremismo
terroristico jihadista lanciava nel mondo occidentale un nuovo tipo di sfida
antioccidentale e fondamentalista.
Pochi giorni dopo l’11 settembre gli Stati Uniti iniziarono una campagna militare contro
il regime islamista afghano dei Talebani (studenti) che aveva preso il potere durante
la guerra civile degli anni ’90 ed era ritenuto responsabile di ospitare e coprire bin
Laden. Questa guerra al terrorismo condusse in breve tempo l’Afghanistan alla caduta
del regime dei Talebani, iniziata da Stati Uniti e Regno Unito e portata avanti da una
coalizione militare alla quale parteciparono varie nazioni europee.
Alla guerra preventiva di Bush contro l’Iraq e il regime di Saddam Hussein accusato
di fiancheggiare il terrorismo e di detenere armi di distruzione di massa, non aderirono
Francia Germania e Belgio, aprendo una crisi diplomatica nella NATO e una grave
spaccatura tra i paesi dell’Unione Europea, che avrebbe dovuto muoversi ai sensi del
recente TRATTATO DI AMSTERDAM (1997) sulla base di un nuovo strumento di
politica estera da aggiungersi all’azione comune e alla posizione comune: la strategia
comune.
Questo trattato aveva a tal fine introdotto la nuova figura dell’Alto rappresentante per
la politica estera e di sicurezza comune (PESC). Questo avveniva mentre si stava
dando attuazione alla decisione del Consiglio europeo di dotare l’UE di uno strumento
militare per fronteggiare emergenze in breve tempo.
Agli inizi del 2000 nonostante varie contraddizioni i FEDERALISTI riuscirono a far
passare l’idea che era giunto il momento di trasformare l’alleanza economica in
un’unione politica dopo un lungo periodo di preparazione, il 29 ottobre 2004 a Roma,

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i capi di stato dei 25 paesi sottoscrivevano il Trattato che adotta una Costituzione per
l’Europa il trattato costituzionale venne abbandonato prima ancora che arrivasse a
conclusione
Cosa non funzionò? in primo luogo non si trattava di una vera costituzione che definiva
quindi chiaramente un’area di sovranità, ma di un trattato che intendeva riordinare la
complessità europea senza spiegare cosa fosse o cosa volesse essere l’Unione.
Inoltre, nonostante gli evidenti benefici apportati dall’euro, la politica economica e
monetaria dell’Europa era giudicata impersonale e astratta, lontana dal cittadino
comune.
La domanda presentata dalla Turchia per entrare nell’Unione generava molte
inquietudini.
Per riorganizzare le istituzioni comunitarie, nel 2009 è stato comunque emanato il
TRATTATO DI LISBONA che ha riordinato i precedenti trattati e aumentato e
disciplinato nuovi campi di intervento dell’Unione, rafforzando i poteri di Parlamento e
Consiglio rispetto a quelli della Commissione.
Dietro al rigetto della costituzione vi erano infinite inquietudini: la nuova economia e
l’abbandono del modello industriale fordista, assieme a una nuova fase di
globalizzazione, stavano mostrando tutti gli aspetti negativi tipici delle trasformazioni
epocali deindustrializzazione, crescita dell’occupazione nei servizi e
ridimensionamento di quelli nell’industria, crescente precarietà nel lavoro, concorrenza
dei paesi emergenti, delocalizzazione della produzione nelle aree a basso costo. Tutti
questi fattori assieme generavano una profonda instabilità psicologica e sociale,
cambiamenti come il progressivo invecchiamento della popolazione o l’arrivo sempre
più numeroso di immigrati extraeuropei sollevavano dubbi sulla capacità degli stati
europei di saper mantenere il benessere raggiunto e di essere in grado di finanziare le
protezioni sociali conquistate nell’ultimo secolo. Per la prima volta dopo molto tempo
le generazioni adulte erano pessimiste sulla possibilità di garantire ai propri figli un
avvenire migliore.

Queste paure favorirono la crescita di movimenti scettici o contrari alla costruzione


dell’Europa, che erano destinati ad aumentare ulteriormente dopo lo scoppio della
CRISI FINANZIARIA negli Stati Uniti del 2007 che ha innescato una recessione
globale.

Nei paesi europei questa crisi si è manifestata nelle forme classiche di disoccupazione,
crisi bancarie, perdita di produttività, aumento delle fasce di popolazione a rischio
povertà.
La crisi ha avuto effetti prolungati in Europa e ha costretto gli stati europei ad
aumentare la spesa pubblica mettendo in luce le debolezze strutturali di alcuni
sistemi-paese. Le soluzioni per uscire dalla crisi tendono a ordinarsi secondo la
contrapposizione classica che ha segnato gran parte del XX secolo c’è chi propone
politiche di investimento pubblico a sostegno dei consumi e dell’occupazione, e chi
insiste sul ristabilimento della fiducia dei mercati, in primo luogo riducendo i deficit
pubblici.
Anche il quadro internazionale, all’inizio degli anni 10 del XXI secolo pone nuovi
interrogativi che sembrano destabilizzare alcune certezze raggiunte nel mondo
mediorientale e africano continuano a nascere nuovi focolai di
FONDAMENTALISMOISLAMISTA: la speranza occidentale che il consumismo e la
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secolarizzazione riuscissero a estinguere questa tendenza tradizionale ma marginale
dell’Islam si sta rivelando inutile come dimostrano i casi della Libia, Siria, Iraq, Nigeria.
Anche la convinzione che la stabilizzazione dell’est europeo e del Caucaso fosse solo
questione di attendere gli effetti benefici della democrazia si sta rivelando illusoria
(Crimea).
È stato giustamente osservato che il processo di costruzione dell’Unione europea è
proceduto grazie a un particolare intreccio di interessi e idealità: le spinte hanno
consentito di superare momenti difficili, ma dietro a molte decisioni apparentemente
disinteressate hanno giocato un ruolo decisivo interessi concreti. Dietro alla decisione
rivoluzionaria di condividere la produzione di carbone e acciaio agli inizi degli anni ’50
contò la necessità francese che le industrie di carbone tedesche rifornissero le proprie
industrie e l’accondiscendenza tedesca a condividere la politica monetaria a
Maastricht fu dovuta anche alla convenienza di appoggiarsi all’UE per sostenere
l’unificazione del paese.
Interessi e idealità devono cooperare per sbloccare la situazione attuale e costruire un
nuovo pilastro dell’integrazione economica: il coordinamento delle politiche fiscali, in
quanto sovranità politica e sovranità fiscale sono un tutt’uno.
È impossibile non porsi la domanda se la globalizzazione non stia conducendo alla fine
della esperienza europea sviluppata in secoli di storia che ha preso il nome di “stato
nazionale”. La nascita di unioni interstatali economiche e il peso crescente di
organismi sovranazionali stanno mostrando che è conveniente trasferire competenze
che un tempo erano proprie degli stati-nazioni a organismi più grandi e potenti.
Inoltre lo stesso processo di costruzione dell’UE sta generando reazioni contrarie a
carattere regionale, nazionale o neo patriottico (Catalogna, Scozia, Belgio); è stato
osservato che per reggere la competizione internazionale e il confronto con le nuove
superpotenze mondiali (Cina, Russia, India) ci vogliono macro-costruzioni sovra
nazionali, ma questo processo di adattamento al capitalismo globale genera
spaesamento e spinge a rivendicare comunità culturalmente, linguisticamente e
confessionalmente coese: COSMOPOLITISMO E PROVINCIALISMO sono
interconnessi e si rafforzano a vicenda.

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