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Onu riassunto libro Marchisio

Diritti Umani
Università degli studi dell'Aquila
72 pag.

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S. Marchisio, L’Onu: il diritto delle Nazioni Unite

1) Il diritto delle Nazioni Unite: origini e caratteri generali


Il fenomeno dell’organizzazione internazionale, insieme delle forme associative della cooperazione
internazionale esistenti in un dato momento storico, create dagli Stati mediante accordi
internazionali e dotate di apparati organici permanenti al fine di realizzare obiettivi comuni
attraverso lo svolgimento di attività unitarie, si sviluppa rapidamente dopo il secondo conflitto
mondiale, seguendo lo strumento dell’accordo.

Gli Stati hanno dovuto superare i limiti della Comunità Internazionale quale “società paritaria”
risalente alla pace di Westfalia (rapporti tra Stati indipendenti in base al principio del superiorem
non recognoscentes). Essa infatti è una società sui generis in quanto l’individuo non ne fa parte in
qualità di membro: sono gli Stati i componenti primari. Ma essa è anche e soprattutto una
collettività egualitaria, senza sovrano, di semplice coordinazione, che traduce un ordinamento
giuridico a funzioni decentrate.

Distinguiamo tra due categorie di unioni tra Stati in relazione ai mezzi impiegati per il
conseguimento degli scopi comuni:

• Unioni semplici: coordinare le attività degli Stati membri, comiute da organi dei singoli
soggetti [organi comuni oriunioni di organi];
• Unioni istituzionali (o organizzate): provvedono all’attività unitaria mediante organi loro
propri creati dal trattato istitutivo [organi collettivi].
Il fenomeno si è manifestato con l’isituzione delle prime commissioni fluviali (es. Commissione
europea del Danubio, Commissione centrale per la navigazione del Reno... tutte dotate di poteri
regolamentari e funzioni amministrative) ed unioni amministrative internazionali (es. Unione
Internazionale delle Repubbliche americane alle origini del panamericanismo; Unione
Internazionale telegrafica). Il fenomeno si è poi consolidato nel XX sec. con la SdN e l’ILO (O.I del
Lavoro). La designazione delle unioni con il termine Ufficio traduce un impegno dell’attività
amministrativa degli Stati membri, prassi che all’epoca esaltava molto l’aspetto burocratico.

Abbiamo poi l’Istituto internazionale di agricoltura che pubblicava statistiche relative ai prodotti
agricoli, commercio, prezzi e malattie, cooperazione e credito agricolo. Erano escluse dalle sue
competenze (dominio riservato Stati) questioni riguardanti gli interessi economici, legislazioni ed
amministrazioni. Seguiva il modello tripartito: assemblea, comitato esecutivo, segretariato. La
volontà si basava sulla ponderazione dei voti scegliendo tra diverse classi di contributi finanziari.
SdN (1919): nata per moralizzare i rapporti internazionali all’indomani del primo conflitto
mondiale ma anche per garantire lo status quo territoriale raggiunto nei negoziati di Parigi. Era un
organo di cooperazione internazionale, di salvaguardia contro la guerra. Si pone in continuità con le
altre esperienze, ma in realtà non era nulla di così innovativo. Le novità riguardavano gli organi, in
particolar modo il Consiglio (potenze alleate= Francia, Giappone, Italia, G.B, USA= membri
permanenti + rappresentanti di altri Stati membri designati dall’Assemblea. Semplici deliberazioni
permettevano l’aumento dei membri permanenti e non) 1 ma soprattutto il tentativo di realizzare un

1 Gli USA non entrarono mai nel Patto a seguito di rifiutata ratifica del Senato.

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ente internazionale con fini politici genrali per garantire la pace, intesa come rispetto dell’ordine
internazionale politico e territoriale sancito dai Trattati di pace.
Art. 10 Gli Stati membri si impagnano a rispettare l’integrità territoriale e l’indipendenza politica di
membri contro aggressioni esterne.

Art. 227 del Trattato di Versailles: la Germania deve riparare i danni integralmente e il Kaiser
Guglielmo sarà giudicato da un Tribunale speciale per l’offesa contro la morale internazionale e la
santità dei trattati.

La guerra veniva, pertanto, esclusa come mezzo di risoluzione delle proprie rivendicazioni. Prima
andava esperito la soluzione arbitrale o giudiziale o comunque sottoporre la questione al Consiglio.

Art. 16 prevedeva in caso di violazione di tali obblighi da parte di uno Stato membro, l’interruzione
delle relazioni economiche e commerciali ed eventuali sanzioni militari, per cui il Consiglio poteva
effettuare raccomandazioni.

La problematica sull’aggressione sviluppa delle evoluzioni con: il Protocollo di Ginevra sulla


soluzione pacifica delle controversie internazionali e il Patto Briand-Kellog (1928) sancisce la
rinuncia alla guerra come strumento di politica nazionale.

E’ significativo anche ricordare la cooperazione nel settore culturale e scientifico. Nel 1942 la
Francia propose di creare un organismo internazionale nel campo della cultura che sfociò poi
nell’organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura (UNESCO).
Oppure la Conferenza di Bretton Woods con l’adozione degli statuti della Banca Mondiale (Bank)
e del FMI (Found). Fino ad arrivare alla carta istitutiva dell’ONU adottata il 26-06-1945 dalla
Conferenza di San Francisco.

L’ONU rientra quindi dal punto di vista giuridico, nell’ambito delle unioni di Stati istituzionali o
organizzate, denominate organizzazioni internazionali, le quali denotano un’organizzazione tra
governi . Gli elementi comuni delle O.I sono:

• Un accordo internazionale sugella un accordo tra Stati in cui è consegnata la loro volontà
per realizzare fini comuni mediante un’attività unitaria. Dunque delinea un ente indipendente
internazionalmente parlando dotato di ordinamento e struttura stabile.

[ L’accordo non deve essere per forza formale. Può anche consistere in comportamenti associativi e
tacite manifestazioni di volontà. Es: CSCE la conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in
Europa di Helsinki del 1975 che poi è diventata OSCE nel 1995].

Quanto alla soggettività internazionale, questa dipende da fattori rilevabili caso per caso (effettiva
partecipazione e conseguente titolarità di situazioni giuridiche soggettive nel diritto
internazionale).

• L’attività unitaria degli organi collettivi deve essere regolata da norme giuridiche
internazionali e non da norme appartenenti al diritto interno di uno degli Stati. Esistono anche
trattati multilaterali che si limitano a creare organismi la cui azione si svolge completamente
nell’ordinamento interno ma è ben altra cosa.
• Ordinamento stabile e permanente che nasca con l’accordo istitutivo e che si traduca nella
struttura organica efettiva. Stabilità non è durata.

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• Struttura organica solitamente tripartita: organo collegiale plenario di Stati, organo ristretto
esecutivo e un organo complesso, il segretariato, con al vertice un organo individuale da cui
dipende il complesso di uffici e funzionari.

• L’Onu è dunque un’organizzazione internazionale di Stati che ha mantenuto in larga misura


la sua originaria natura di strumento di coordinamento della cooperazione internazionale, senza
assumere quella di organizzazione giuridica della CI nel suo complesso. L’evoluzione è
significativa: a partire dagli anni 1960 si avvia il processo di universalizzazione con il processo di
decolonizzazione ed autoderminazione. E’ stato così sviluppato lo strumento della codificazione e
lo sviluppo progressivo del diritto internazionale e la Dichiarazione di principi dell’Assemblea
generale.

Poi con la caduta del Muro ed il nuovo ordine mondiale si è come dissolto lo Stato-nazione e sono
però apparsi nuovi particolarismi, conflitti locali e la mondializzazione dei problemi insieme a
dinamiche quali il degrado ambientale, la tutela dei diritti umani fondamentali. Nascono così i
tribunali penali internazionali, prima quelli ad hoc per l’ex Iugoslavia e il Ruanda e poi la CIG.
Nell’ultimo scorcio di secolo si registra invece una prassi destinata alla vigilanza di tregue ed
armistizi e alle operazioni per il mantenimento della pace. La sovranità non può sperare di
conservarsi se non costruendo poteri sovranazionali. E’ infatti l’epoca della global governance che
vede un’interazione mutevole di soggetti nella ricerca di possibili soluzioni a molteplici problemi di
convivenza.
FASI:

Nel 1939 la SdN smette di fatto di funzionare. Nel 1940 si delinea presso il Dipartimento di Stato
americano il Comitato consultivo per la pianificazione post-bellica (Trattati di pace, problemi
economici e sociali, sicurezza). Roosvelt prefigurava un’organizzazione basata sulla centralità delle
democrazie anglofone in mateira di pace e dell’altro alcuni principi basilari quali il rispetto del
diritto internazionale e così via.

Va così nominata la Carta Atlantica del 1941, dichiarazione firmata da Roosvelt e da Churchill
contenente un programma comune per le rispettive politiche nazionali e l’indicazione di scopi
condivisi per un mondo migliore. Elencava otto principi applicabili al dopoguerra:

• Nessun mutamento territoriale può aver luogo se non per consenso liberamente espresso
dalle popolazioni interessate;

• Diritto di tutti i popoli a scegliere la propria forma di governo e la reintegrazione della


sovranità e dell’autonomia di quanti per mezzo della forza ne furono privati;

• Accesso libero di tutte le nazioni al commercio e alle materia priem mondiali;

• Cooperazione in campo economico e sociale;

• Pace duratura contro la condizione di paura e di bisogno;

• Libertà dei mari;


• Abbandono all’uso della forza e disarmo delle nazioni che possono minare la pace.
Di una nuova organizzazione mondiale si inizia invece a parlare nel 1941 quando la Camera dei
rappresentanti degli USA si esprimeva a favore di un meccanismo internazionale volto a favorire

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una pace giusta e duratura tra le nazioni del mondo. Dopo Pearl Harbor l’alleanza atlantica venne
consacrata con la dichiarazione sottoscritta a Washington il 1-1-1942 e i membri si diedero il nome
di Nazioni Unite. I membri si impegnavano a mettere in pratica i principi di cui sopra. L’impegno
bellico era fondamentalmente contro l’Asse. La Dichiarazione non fu firmata dall’Unione sovietica
ma tramite Molotov chiarì che si sarebbe resa disponibile. Alla Conferenza di Mosca del 1943 le
quattro potenze alleate con la Dichiarazione sulla sicurezza collettiva si impegano a creare
un’organizzazione internazionale generale, fondata sul principio della sovrana uguaglianza di tutti
gli Stati amanti della pace. Nel Senato americano passa la risoluzione presentata dal senatore
Connally favorevole alla creazione di un’org. Int. Post-bellica.

Nel dicembre del 1943 con la Dichiarazione di Teheran, Roosvelt, Churchill e Stalin si
impegnarono infine a sollecitare la partecipazione attiva di tutte le nazioni per eliminare la tirannia,
l’oppressione e l’intolleranza. Alla fine del 1944 Corder Hull trasmise ai Governi alleati il progetto
statunitense, denominato Tentative Proposals for a general organisation ed avviò i negoziati con i 5
Gendarmi: Francia, Urss, UK e Cina (+USA). Giusto anche sottolineare come l’opinione pubblica
fece sentire la sua voce.

Le 4 potenze a Dumbarton Oaks nei sobborgi di Washington nel 1944 per elaborare il progetto
sull’organizzazione internazionale generale. Ci furono due round:
1) Agosto-settembre tra Urss, Uk e USA;

2) Settembre-ottobre tra Cina, USA e Uk;

Queste proposte delinearono in 10 capitoli la carta istituzionale delle Nazioni Unite:

Mantenimento della pace e sicurezza internazionale;

Principio della sovrana uguaglianza tra Stati, risolvere pacificamente le controversie, astenersi
dall’uso della forza e dalla minaccia, obbligo degli Stati ad assistere l’ONU in conformità alle
azioni intrprese nel rispetto della carta;

Struttura istituzionale dell’Assemblea generale in conformità al principio “uno stato, un voto”;

Consiglio di sicurezza composto da 11 membri tra cui 4 permanenti ai quali aggiungere al momento
opportuno la Francia.

La Conferenza non risolse tutte le divergenze. L’URSS ad esempio voleva far entrare tutte e 16 le
sue repubbliche federate e le potenze anglofone che volevano attribuire ai membri permanenti il
potere di veto nel C.S.

Bielorussia e Ucrania entrano in ONU prive di personalità internazionale e Stalin accettò per il CS
una formula di voto secondo la quale si sarebbe deliberato a maggioranza di 7 membri e sulle
questioni non procedurali sarebbe stato necessario il voto dei 5 membri permanenti. Fu chiarito che
tutti i membri, tutti tutti, si sarebbero astenuti dal votare se parti di una controversia sottoposta al
Consiglio. Gli statisti si accordarono anche per una convocazione della futura Conferenza
diplomatica di S. Francisco.

Quali requisiti servivano per farne parte? Avere dichiarato guerra alla Germania o al Giappone
prima del ’45 e aver firmato la dichiarazione del ’42. Cina (che si unì) e Francia furono invitate.

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La conferenza di S. Francisco (aprile-giugno 1945) vide l’esclusione degli Stati in guerra con le
Nazioni Unite, gli stati neutrali e l’Italia cobelligerante. Vi erano 50 paesi. 51 con la Polonia furuno
i membri originari. Di che cosa si parlò?

• Regime di amministrazione fiduciaria: compromesso tra il diritto di autoderminazione,


eguaglianza dei diritti, sviluppo dell’autogoverno delle popolazioni e avviamento dell’autonomia e
indipendenza del regime di amministrazione fiduciaria;

• Veto: si chiarì la formula di Yalta, nonché chiarire il non abuso del diritto di veto del membri
permanenti;
• Divieto generalizzato dell’uso della forza nelle relazioni internazionali integrato con il
principio delle legittima difesa individuale e collettiva contro un attacco armato;

• Rapporto tra universalismo e regionalismo che porta al capitolo VIII, incoraggiando gli
accordi regionali compatibili con i principi dell’ONU. Priorità degli organismi regionali rispetto
all’Onu nelle situazione regionali;

• Rafforzamento della CIG mediante il principio di giurisdizione obbligatoria in riferimento


ad alcune controversie;

• Limiti in campo economico: mero carattere promozionale in campo economico e sociale


con generico obbligo di collaborazione. Il Consiglio economico e sociale fu comunque elevato a
rango di organo principale delle Nazioni Unite;

• Diritti umani: il presidente Truman propose l’elaborazione di una dichiarazione universale


di diritti e venne istituita la Commissione dei diritti dell’uomo. Nel 1948 il progetto fu presentato
all’Assemblea generale che approvava la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo;

• Futuri emendamenti alla carta: eliminato il requisito dell’unanimità dei membri permanenti
per la convocazione della conferenza di revisione, anche se il procedimento di modifica resta molto
rigido.

Al termine dei negoziati, la Carta delle Nazioni Unite fu adottata per acclamazione nel giugno del
1945. Seguì la procedura di formazione utilizzata per la conclusione di Trattati istitutivi di
organizzazioni internazionali: vengono elaborati nell’ambito di una conferenza preparatoria a
carattere intergovernativo, precedente al progetto di statuto, il quale poi viene aperto alla firma.
Questa Carta è totalmente diversa ed indipendente rispetto ai trattati di pace del 1947 e al Patto
della SdN.

Art.5 Convenzione di Vienna che stabilisce che le norme in essa contenute si applicano ad ogni
Trattato che sia atto costitutivo di un’organizzazione internazionale con riserva di qualsiasi norma
pertinente dell’organizzazione. Le regole speciali di ciascuna organizzazione hanno così la
prevalenza sul regime comune dei trattati.

Nel diritto internazionale generale vige il principio della libertà delle forme: gli Stati contraenti
sono liberi di concordare il procedimento di stipulazione che ritengono più idoneo alle loro
esigenze. Per la Carta si è seguito il procedimento solenne: sottoscrizione + ratifica. E’ entrata
infatti in vigore a partire dal momento in cui sono state depositate presso il Governo USA le
ratifiche dei 5 Stati membri permanenti del CS. Per gli Stati firmatari che hanno ratificato la Carta
successivamente, essa è entrata in vigore dalla data di deposito delle ratifiche. La ratifica degli Stati
membri originari deve avvenire in conformità alle rispettive norme costituzionali. L’eventuale

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violazione di diritto interno sulla competenza a stipulare avrebbe potuto tradurre una causa di
invalidità.
Perché “Carta”? Denota l’intenzione degli Stati firmatari di sottolineare il duplice carattere: accordo
internazionale ed atto costitutivo ONU.

Lo Statuto è entrato in vigore il 24-10-1945. Ma la Conferenza già aveva posto in essere una serie
di accordi transitori (Interim Arrangements) che istituiva una Commissione a cui venne affidato il
compito di convocare la prima sessione dell’Assemblea oltre ai primi provvedimenti necessari
all’effettiva costituzione delle Nazioni Unite. Quando ci fu il primo inizio e funzionamento? Con la
prima riunione dell’Assemblea precedente alla nomina dei membri elettivi del CS e degli altri
organi. La fase di insediamento degli organi si concluse con l’elezione del primo segretario
generale: Trygve Lie.

Si avviò così il processo di estinzione e liquidazione della SdN e il trasferimento di funzioni e di


beni. L’URSS era molto contraria a considerare l’Onu come successore della prima e quindi fu
escluso a priori di trasferire in toto le funzioni. Vi furono assunte funzioni amministrative: deposito
e registrazione dei trattati multilaterali. Escluso quindi il trasferimento di funzioni a carattere
politico. Non va definito come il successore!

3) Il diritto delle Nazioni Unite: principi fondamentali della Carta e diritti e doveri degli
Stati membri

Il “Trattato internazionale” della Carta, formato nell’ordinamento internazionale in base alle norme
generali che regolano l’accordo, appartiene alla categoria di Trattati istitutivi di organizzazioni
internazionali. La CIG ha evidenziato anche il carattere multilaterale seppur questa categoria di
Trattati siano di un tipo particolare, a carattere nello stesso tempo convenzionale ed istituzionale. La
Carta viene inoltre in rilievo come Trattato-costituzione perché concepita come l’insieme delle
norme situate al livello più elevato nel sistema giuridico delle Nazioni Unite, ma comunque non è la
“costituzione” dell’ordinamento internazionale. E’ senza dubbio il riflesso di valori essenziali per la
CI ma è solo l’embione di una futura costituzione federale dell’umanità.

Quale interpretazione?

Ad essa si applicano le norme internazionali generali sull’interpretazione dei trattati, con riserva
delle norme pertinenti dell’Organizzazione in funzione di Lex specialis.

I mezzi primari di interpretazione includono sia i comportamenti dei singoli Stati membri che degli
organi sociali. Marginali sono i mezzi completari di interpretazione e cioè i lavori preparatori e le
circostanze nelle quali la carta è stata conclusa [prospettiva storica].

Abbiamo poi l’interpretazione politica fatta secondo considerazioni di opportunità e si è sempre


ispirata al criterio secondo il quale le restrizioni alla sovranità degli stati membri non possono
essere presunte. Anche l’interpretazione giudiziaria della carta utilizza il metodo testuale e quello
teleologico.

Chi è competente ad interpretare?


Ciascun organo nell’esercizio indipendente delle sue funzioni ha il potere di interpretare la Carta e
quindi la competenza a decidere sulla sua competenza alla stregua di essa. A San Francisco si è fatta
la scelta di non affidare ad un solo organo tale competenza esclusiva. Si sottolineò che l’Assemblea
generale e il Consiglio avrebbero potuto chiedere un parere alla CIG circa una disposizione

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controversa, ovvero creare un comitato di giuristi ad hoc. Oppure si può sottoporre alla Corte anche
quando due stati sono in disaccordo sull’interpretazione. E comunque il principio fu il seguente:
dall’interpretazione della corte a quella del comitato l’interpretazione non avrebbe potuto avere
valore vincolante di per sé ove gli stati membri non l’avessero generalmente accettata. Insomma, la
priorità interpretativa sarebbe spettata non ad un solo organo ma agli organi principali rispetto a
quelli secondari. Inoltre determinate interpretazioni della Carta possono consolidarsi per effetto
dell’acquiescenza degli Stati o per formazione di consuetudini ad esempio (come quella da
attribuire al membro permanente al Consiglio).
La Corte non è che può essere chiamata a sindacare la legittimità delle decisioni del Consiglio ma
può essere chiamata a interpretare ed applicare norme internazionali in contrasto con decisioni di
tale organo. Le sue decisioni muovono dal principio secondo cui ciascun organo nell’esercizio
indipendente delle sue funzioni, ha la competenza di decidere circa l’ambito della sua competenza.

RAPPORTO DIRITTO INTERNAZIONALE- DIRITTO NAZIONI UNITE

Abbiamo detto che la Carta non è una costituzione globale ma comunque stabilisce i principi
supremi del sistema giuridico delle Nazioni Unite, i diritti e gli obblighi fondamentali degli Stati
membri, funzione che è tipica delle costituzioni.

Dopo una sorta di iniziale “specialità”(es. status dei membri, deviazione) possiamo affermare che si
è affermata in seguito una sostanziale identità tra la Carta e il diritto internazionale generale in
termini di universalità e finalità di carattere generale.

A tal proposito la sentenza dell'86 sulle Attività militari a paramilitari in Nicaragua e contro il
Nicaragua esprime il rapporto tra la consuetudine internazionale e la Carta dell’ONU in cui è stato
chiarito il divieto della minaccia e dell’uso dell forza e il diritto di legittima difesa individuale e
collettiva. La Carta non solo ha consacrato i principi già consuetudinari ma ha sancito anche una
sorta di evoluzione perché molte regole enunciate nella Carta con il tempo hanno ottenuto una
Statuto indipendente da essa. L’interpretazione deve tener conto, pertanto, del diritto internazionale
non scritto.
L’Onu, contrariamente alla comunità internazionale universale –necessaria-, resta ancora una
comunità a base volontaria. Il preambolo (che è anche strumento interpretativo) e i primi due
articoli decretano sì i fini e i principi universali (mantenimento della pace e della sicurezza
internazionale). Pace non solo come assenza di guerra ma proprio come eliminazione di cause di
conflitto. E come si mantiene la pace? Adottando misure collettive efficaci e risolvendo
pacificamente le controversie, che sono poi i concetti di giustizia e diritto riscontrabili anche nella
risoluzione Uniting for peace. Mentre il diritto all’autodeterminazione è sì condizione per
l’esistenza di relazioni amichevoli tra Stati ma l’obbligo di promuoverlo e garantirlo a volte è visto
come ingerenza negli affari interni degli stati, quindi: dubbi nell’incoraggiamento.

Infine si sancisce che l’organizzazione costituisce un centro per il coordinamento delle attività
comuni: cooperazione tra Stati nell’ambito della CI e non strumento di governo della società umana
universale.

CONDIZIONE GIURIDICA DEGLI STATI MEMBRI

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Diritti soggettivi e poteri: diritti fondamentali riconosciuti dall’art.2 tra i quali il diritto al rispetto
della sovrana uguaglianza, astensione dalla minaccia e uso della forza, protezione dall’Onu in caso
di aggressione e potere di attivare gli organi ONU per la regolamentazione di controversie.

Obblighi: divieto della minaccia o dell’uso della forza, dovere di soluzione pacifica delle
controversie e di conformarsi alle decisioni della CIG, versare le quote di finanziamento e di
eseguire le misure decise del Consiglio in vista della pace, in materia economica e sociale, dei
diritti umani e secondo il principio di autodeterminazione dei popoli.

Il principio della sovrana uguaglianza di cui all’art.2 tra nazioni grandi e piccole richiama
l’uguaglianza di diritti e la Dichiarazione sulle relazioni amichevoli tra Stati del 1970. Cosa
comprende la sovrana uguaglianza?

• Gli stati sono giuridicamente eguali quindi le personalità vanno rispettate (uguaglianza di
fronte al diritto e uguale diritto di concorrere alla formazione della volontà dell’Organizzazione,
non uguaglianza delle condizioni di fatto);

• L’integrità territoriale e l’indipendenza politica dello stato sono iniolabili;


• Ogni Stato ha il diritto di scegliere e sviluppare liberamente il proprio sistema politico,
sociale, economico e culturale;
• Ogni Stato ha il dovere di adempiere pienamente e in buona fede i suoi obblighi
internazionali e di vivere in pace con gli altri Stati.

Mentre lo status di membro permanente del Consiglio di Sicurezza è speciale e comporta ulteriori
privilegi come appartenenza al CS e al Consiglio di amministrazione fiduciaria per un tempo
indefinito, la titolarità del potere di veto, ruolo preminente nelle procedure di emendamento e
revisione della Carta, si giustifica col fatto che queste potenze hanno avuto un ruolo preminente
nella conclusione del conflitto.

Sempre secondo l’art.2 gli Stati membri devono adempiere in buona fede gli obblighi assunti in
conformità allo Statuto, al fine di assicurare a ciascuno di essi i diritti e i benefici risultanti dalla
qualità di membro. E’ il generale dovere di correttezza e di lealtà nei rapporti reciproci e nei
confronti dell’Organizzazione, inteso come patto d’Unione. Infatti in caso di conflitto tra obblighi
scaturenti da accordi internazionali e obblighi dei membri in base alla Carta, i secondi prevarranno
sui primi.

1) L’obbligo di assistenza costituisce un dovere di contenuto generale, del quale tutti gli Stati
membri sono titolari nei confronti dell’organizzazione, di eseguire le prestazioni che concorrono ad
attuare i fini ONU e che sono loro richieste in via continuativa o in determinate circostanze [reale
cooperazione].

2) L’obbligo di astensione riguarda le azioni, preventive e coercitive, intraprese dal CS (misure


provvisorie, sanzioni economiche e misure implicanti l’uso della forza);

3) Obbligo degli Stati membri di risolvere le loro controversie con mezzi pacifici. Precede
dunque il divieto della minaccia e dell’uso della forza (carattere preliminare). Ci si deve astenere da
ogni comportamento suscettibile di aggravare il conflitto di interessi alla base della controversia al
punto di mettere in pericolo pace e sicurezza internazionali. In ogni caso, l’art. 2 sancisce un
obbligo di soluzione e non prevenzione, quindi di una condotta positiva come valutazione giuridica
del conflitto di interessi che sta alla base della controversia.

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Prevenzione: insieme di strumenti che mirano ad evitare l’insorgere di controversie e situazioni
pericolose per la pace, quali l’osservanza in buona fede degli obblighi internazionali, il ricorso a
consultazioni bilaterali e multilaterali, la diplomazia preventiva .

DIVIETO DELLA MINACCIA E DELL’USO DELLA FORZA

Gli Stati membri hanno l’obbligo di astenersi nelle loro relazioni internazionali dala minaccia o
dall’uso della forza sia contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi stao. Non
solo si vieta la forza armata (guerra, atti d’aggressione) ma anche la minaccia e questo deriva da
una opinio iuris generalizzata, anzi dello ius cogens.
Lo stesso art. 52 della Convenzione di Vienna assevera che qualsiasi Trattato la cui conclusione sia
stata ottenuta con la minaccia o con l’uso della forza è da ritenersi nullo.

La guerra d’aggressione viene qualificata come crimine contro la pace, la sovranità, l’integrità
territoriale e l’indipendenza politica di un altro Stato, atti di rappresaglia implicanti l’uso della
forza, occupazioni militare, annessioni realizzate con la forza, bombardamento, blocco dei porti.

Poi c’è l’aggressione indiretta, intesa come modi di pressioni o coercizione: sovversione,
organizzazione o incoraggiamento di froze irregolari o bande armate, atti di guerra civile o di
terrorismo sul territorio di un altro stato.

Sono invece da escludere da questo articolo l’assistenza finanziaria ai ribelli, nonché le semplici
pressioni di carattere economico o politico.

Va sancito poi l’uso illecito di armi nucleari. Diciamo quindi che la guerra d’aggressione è un
illecito di particolare gravità, riconducibile ai crimini internazionali, in particolare ai crimini contro
la pace. “La guerra d’aggressione è un crimine contro la pace implicante la responsabilità in base al
diritto internazionale”. Tra i crimini più gravi rientrano: il genocidio, crimini contro l’umanità e
crimini di guerra, crimine di aggressione.

Quali le eccezioni all’uso della forza? La legittima difesa, protezione dei propri cittadini all’estero
minacciati nella loro vita e nei beni, in caso di violazioni particolarmente gravi e massiccie.

NAZIONI UNITE E STATI TERZI

Secondo il par.6 l’Onu deve fare in modo che gli Stati non membri agiscano in conformità in
principi generali per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale.
L’AG ha infatti la competenza di discutere questioni relative al mantenimento della pace e della
sicurezza internazionale sottoposte anche da uno Stato non membro. La partecipazione di uno Stato
non membro al CS qualora sia parte di una controversia da esso trattata; la competenza del CS e
dell’AG di occuparsi di una controversia sottoposta da uno Stato terzo. Questo acquista allora una
forma limitata di partecipazione all’ONU, che lo renderà destinatario di tutte le norme della Carta
relative alla soluzione pacifica delle controversie. La qualità di uno Stato parte alla CIG, non
implica l’acquisto automatico della qualità di stato membro ONU.

Nel valutare il rapporto va considerata la possibilità che Stati non membri siano oggetto di misure
sanzionatorie o coercitive raccomandate o decise dall’Organizzazione, ove il loro contegno
costituisca una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionali o dia luogo a gravi violazioni dei
diritti umani.

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Nella maggior parte dei casi, le risoluzioni utilizzano l’espressione “tutti gli Stati” senza distinzione
tra membri e non; in un numero minore si parla di “Stati membri” o spesso “a tutti gli Stati/
Comunità internazionale” quando sollecita il rispetto di norme generali e di convenzioni
internazionali di portata universale. E comunque il più delle volte, gli Stati non membri si sono
sempre resi disponibili a collaborare.

L’art. 2 si chiude con il principio secondo cui, nessuna disposizione dello Statuto autorizza le
Nazioni Unite a intervenire in questioni che appartengono essenzialmente alla competenza interna
di uno Stato: obbligo di non intervenire negli affari interni di uno Stato (principio di dominio
riservato ratione materia). Si escludono quindi alcune materie intrinsecamente interne: forma di
governo, difesa nazionale, modi di acquisto e perdita della cttadinanza, istruzione. Non
costituiscono infatti ancora oggetto di obblighi internazionali e non suscitano interesse a livello
internazionale. In questi casi l’ONU potrà soltanto adottare al massimo deliberazioni di carattere
generale ed astratto o comunque occupandosi di tali questioni limitandosi ad esercitare funzioni
internazionali ed astenendosi dall’intervenire.

C’è poi la tesi del dominio riservato come delimitazione: protegge gli Stati dalle interferenze dirette
non richieste o non accettate, da parte degli organi ONU nell’ambito della sfera in cui si esplica la
sovranità dello Stato. Il limite è così verticale-interindividuale e non orizzontale.

Poi c’è la tesi secondo cui si considera che l’ONU ha il potere di studiare, dibattere, proporre e
raccomandare, decidere a livello internazionale su qualsiasi materia. Essa non ha viceversa poteri di
Governo.

Eccezioni: minaccia alla pace, violazione della pace, atti di aggressione, decidere misure coercitive
short of war (non implicanti l’uso della forza) o militari.
PREVALENZA DEGLI OBBLIGHI DERIVANTI DALLA CARTA

In caso di contrasto tra gli obblighi contratti dai membri ONU con lo Statuto e gli obblighi da essi
assunti in base a qualsiasi altro accordo internazionale, prevarranno gli obblighi derivanti dallo
Statuto, norme che vietano la minaccia e l’uso della forza nelle relazioni internazionali, decisioni
vincolanti adottate dal CS.

Gli accordi incompatibili con la Carta o con atti vincolanti delle Nazioni Unite conclusi dagli Stati
membri sono da considerare validi, ma illeciti, per cui gli Stati membri hanno il dovere di
estinguerli, se l’incompatibilità è permanente o assoluta, o disapplicarli se l’incompatibilità è
transitoria. Gli accordi incompatibili saranno da considerarsi nulli se gli obblighi pattizzi si
palesano incompatibili anche con norme imperative del diritto internazionale (minaccia, uso forza).
Né gli atti degli organi politici dell’ONU possono prevalere sulle norme imperative del diritto
internazionale generale. Gli obblighi degli Stati membri previsti dalla Carta prevalgono su altri
obblighi internazionali contemplati da norme consuetudinarie di natura dispositiva.

Il Consiglio di sicurezza può esentare gli Stati membri dall’osservanza di obblighi loro incombenti
in base al diritto internazionale generale, a condizione che non siano contemplati da norme
imperative.

3) Gli emendamenti alla Carta e la sua revisione

La modifica di un Trattato internazionale avviene di regola con il consenso di tutti gli Stati
contraenti. Nel caso di accordi multilaterali, ogni proposta di emendamento di un Trattato deve

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essere notificata a tutte le parti. L’accordo recante gli emendamenti non vincola gli Stati parti al
Trattato originario che non divengono parti di detto accordo, nei confronti dei quali si applica
invece il principio, di cui all’art. 30 della Convenzione di Vienne, secondo il quale, quando non vi
è piena coincidenza delle parti di un Trattato anteriore e quelle del Trattato posteriore in pari
materia, nelle relazioni tra uno Stato parte ed uno solo dei due, si applica il Trattato del quale
entrambi gli Stati sono parti.

Per quanto riguarda i Trattati istitutivi di organizzazioni internazionali vale il principio del principio
legislativo= modifica a maggioranza, in luogo dell’opposto principio consensuale. Quindi le
procedure di revisione ed emendamento presentano una certa rigidità sia per le maggioranze
qualificate richieste sia per il peso dei membri permanenti nel CS. Al processo di revisione ed
emendamento hanno comunque tutti i membri il diritto di partecipare.

Emendamenti: atto complesso costituito dalla deliberazione con la quale l’AG alla maggioranza dei
2/3 adotta l’emendamento e la ratifica da parte dei due terzi dei membri dell’Organizzazione,
inclusi i 5 membri permanenti del CS. L’emendamento sembra riferirsi a modifiche puntuali, aventi
ad oggetto singole disposizioni.

Revisione: la modifica della Carta richiede un’apposita conferenza generale convocata a


maggioranza dei 2/3 dei membri dell’Assemblea generale, compresi nove membri qualsiasi del
Consiglio. La proposta di modifica adottata dalla conferenza a maggioranza di due terzi entrerà poi
in vigore per tutti gli stati membri delle Nazioni Unite una volta ratificata dai 2/3 di essi, compresi
i 5 membri permanenti. Evoca un procedimento diretto ad introdurre profonde alterazioni della
carta.

Si tratta insomma di fonti di produzione giuridica subordinate all’accordo e che a determinate


condizioni, emendamento e revisione vincolano ance la minoranza degli stati eventualmente in
disaccordo. La line adi confine tra le due resta labile.

Sistema di voto: si richiede la maggioranza dei 2/3 dell’AG di tutti gli Stati componenti (non
dunque di quelli presenti e votanti). Stessa maggioranza è richiesta anche per l’adozione delle
proposte di revisione in sede di conferenza ad hoc. Gli Stati devono ratificare emendamenti e
proposte in conformità alle rispettive norme costituzionali.
Dal 1945 ad oggi ben pochi sono stati gli emendamenti. La fine del processo di decolonizzazione e
l’ingresso di Stati di nuova indipendenza hanno riproposto l’esigenza di una revisione dello Statuto
e l’AG ha istituito il Comitato ad hoc sulla Carta delle Nazioni Unite che poi è diventata “Comitato
speciale” sulla Carta. Il Comitato fino agli anni 80 ha discusso incisive proposte avanzate
soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Gli Stati occidentali si sono in generale opposti a modifiche
della Carta che alterassero gli equilibri istituzionali e conferissero maggiore peso, oltre a quello
derivante dal mero dato numerico, ai paesi in via di sviluppo.

PROPOSTE DI REVISIONE:

Il Comitato ha così iniziato ad occuparsi di aspetti rilevanti (ONU ed organismo regionali, peace
keeping…). Tra tutti assume rilievo il progetto di riforma del CS, che persegue due scopi condivisi
da tutti i membri: modifica dei metodi di lavoro, maggior trasparenza, efficienza ed interazione con
gli stati e l’AG, ampliamento della rappresentatività dell’organo e della sua composizione allargata.
Siamo di fronte ad un processo de lege ferenda (sulla legge che deve essere emanata).

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Modifiche consuetudinarie: concesse delle modifiche de facto, derivanti da comportamenti di Stati
membri e dall’azione ONU, senza alterazioni formali come le dichiarazioni di principio dell’AG e
le convenzioni promosse dall’ONU. Sono ammissibili, dunque, che modifiche della carta si
realizzino per via consuetudinaria.

4) L’ appartenenza degli Stati all’ONU

Ribadiamo come la natura sia universale ma non necessaria. Nel 1946 i membri salgono a 55 e nel
1955 si parla di “ammissione condizionata” per il blocco URSS all’ingresso (tra cui ingresso Italia).
Dopo il processo di decolonizazione si è realizzata una rinegoziazione progressiva del diritto
internazionale generale, data l’esigenza di ampie trasformazioni.

I paesi meno avanzati vengono identificati sulla base del reddito per abitante, del tasso di
alfabetizzazione e della capacità di produzione industriale. I least developed countries (LDCs) si
caratterizzano per estrema povertà e per il marginale ruolo nell’ambito di processi decisionali.

Negli anni 90 il processo di universalizzazione dell’ONU è divenuto completo.

Distinguiamo tra due categorie di membri:


• I membri originari o fondatori: la loro partecipazione è stata subordinata alla ratifica della
Carta;
• Altri membri che hanno aderito dopo il 45: la partecipazione è subordinata all’adempimento
di alcuno condizioni valutate dagli Stati membri.

Requisito comune è la soggettività internazionale dell’ente interessato. Lo Stato membro è l’ente


politico sovrano che costituisce il soggetto base della CI. Non sono ammessi enti soggetti diversi da
Stati, come avviene nel caso della FAO (che ammette ogni organizzazione d’integrazione
economica regionale). Nell’ipotesi che uno Stato fondatore lasci l’organizzazione, potrà in futuro
essere riammesso seguendo la procedura che si esegue per qualunque altro stato che chiede per la
prima volta di entrare.

AMMISSIONE DI NUOVI STATI

Abbastanza complesso: dichiarazione di uno Stato a voler entrare + pronuncia dell’ONU a cui
segue la qualità di membro.

Si invia così un atto di candidatura al Segretario generale. Tale atto deve promanare da un’autorità
competente e titolare del treaty-making power e deve contenere una dichiarazione resa con
strumento formale nella quale lo Stato accetta gli obblighi derivanti derivanti dalla Carta. Non si
può ritenere implicita. La competenza ad accettare la domanda è rimessa al CS che esamina ed
eisge il voto favorevole di almeno 9 membri compresi i pemanenti. Mentre la deliberazione
dell’AG contenente la pronuncia favorevole deve essere adottata alla maggioranza dei 2/3 dei
membri presenti e votanti. In realtà la procedura è stata superata e l’ammissione avviene per
consensu nel CS e l’AG decide per acclamazione.

In ogni caso la raccomandazione del CS costiuisce un presupposto necessario per la deliberazione


assembleare, in caso non lo faccia l’AG può richiedere l’esame della domanda.
REQUISITI:

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Art. 4 stabilisce che possono diventare membri dell’ONU tutti quegli Stati diversi dai membri
fondatori, che siano amanti della pace, che accettino gli obblighi derivanti dallo statuto e che a
giudizio dell’organizzazione siano capaci di adempiere a tali obblighi. La forma di governo deve
quindi essere democratica e vanno rispettati i diritti umani. L’ONU si è quasi sempre orientata a
favore dell’ammissione automatica di ogni candidato e alcune eccezioni sono state con il tempo
superate, come quella relativa agli stati divisi.

APPARTENENZA DI STATI IN CONDIZIONI PARTICOLATI

Per il principio dell'uguaglianza sovrana degli stati, le dimensioni del territorio o della popolazione
non costituiscono condizione per l'ammissione all'Onu. Ciò non toglie che nell'ambito delle Nazioni
Unite si sia discusso il problema dell'opportunità di diversificare lo status di membro in relazione ai
fattori indicati. In passato si sono sollevati dubbi sui ministati: l’esiguità dei loro elementi materiali
avrebbe potuto comportare l’incapacità di adempiere agli obblighi della carta relativi alla sicurezza
collettiva. Si è contestata la formula “uno Stato, un voto” e si è parlato di introdurre un voto
ponderato ma il problema è ancora aperto.
Un altro problema diverso pongono gli Stati Neutralizzati: titolari di una situazione giuridica prima
facie di quegli Stati che hanno concluso con altri soggetti internazionali un trattato di
neutralizzazione, comportante l’obbligo di astenersi da atti che possano coinvolgere in un conflitto
armato e non ad altre formule implicanti una semplice politica di netralismo (come l’Austria). Il
Trattato di neutralizzazione non è di per sé incompatibile con la Carta ma non può nemmeno
prevalere sulla Carta, in tal caso va disapplicato.

IL RICONOSCIMENTO E L’AMMISSIONE

L’ammissione non presuppone, come condizione necessaria, che lo Stato candidato sia stato
previamente riconosciuto da tutti gli Stati membri o che intrattenga con essi relazioni diplomatiche.

Il riconoscimento giuridico di un nuovo Stato è un atto unilaterale dichiarativo, equivalente alla


presa d’atto dell’esistenza di un nuovo soggetto e di regola implica l’intenzione di instaurare
rapporti diplomatici col nuovo Stato.

Il riconoscimento politico è l’atto discrezionale con cui uno Stato manifesta la volontà di entrare in
relazioni politiche e diplomatiche con l’altro stato.
Una questione diversa è invece quella delle risoluzioni con cui il CS e l’AG hanno chiesto agli Stati
membri di negare il riconoscimento individuale a talune entità che hanno acquistato l’indipendenza
in violazione di norme fondamentali del diritto internazionale, in base al principio generale ex
iniuria non oritur ius.

VERIFICA DEI POTERI DEI DELEGATI

La rappresentanza dei singoli Stati membri all’ONU è costituita da persone fisiche legittimate a
partecipare in loro nome negli organi collettivi (l’Assemblea è infatti un organo collegiale e i mebri
hanno diritto di voto).

Quali le funzioni delle rappresentanze permanenti? Assicurare la rappresentanza dello Stato presso
l’organizzazione, mantenere i legami tra i due enti, condurre negoziati nell’ambito di essa.

Qualità? Occorre che l’Assemblea accerti le qualità del delegato mediante la verifica delle
credenziali che vanno comunicate al Segretario generale, una volta rilasciate cal Capo di Stato o del

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Governo o dal ministro degli esteri. L’Assemblea elegge i novi membri che compongono il
Comitato delle credenziali, cui spetta esaminare i poteri dei delegati e fare rapporto all’Assemblea.
E’ contemplata l’ipotesi che uno Stato membro contesti la partecipazione del delegato di un altro
Stato ai lavori dell’organo. Di regola, siedono all’ONU come rappresentanti degli Stati membri i
delegati del Governo legittimo effettivamente al potere, che presentino credenziali rilasciate dalle
autorità competenti. La verifica si limita agli aspetti formali riguardanti i documenti presentati.

I problemi di rappresentanza sorgono se a seguito di un mutamento rivoluzionario di Governo, di


una guerra civile, più autorità antagoniste rivendicano di rappresentare lo Stato delle nazioni unite.
Come l’ammissione non equivale a riconoscimento, così l’accettazione delle credenziali non
implica riconoscimento del governo al potere in uno Stato.

SOSPENSIONE STATUS DI MEMBRO

La sospensione dello status di membro non comporta la decadenza dall’ONU, ma la temporanea


impossibilità di esercitare i connessi diritti e privilegi, dei quali lo stato resta comunque titolare.
Allora distinguiamo:

• Sospensione totale dell’esercizio dei diritti di membro quale sanzione addizionale rispetto
alle misure adottate nei confronti di uno Stato membro. Quando avviene? Azione preventiva o
coercitiva adottata dal CS nei confronti dello Stato; una proposta del CS adottata da 9 membri,
compresi quelli permanenti e una delibera a maggioranza dei 2/3 dell’AG. Perché nascenti da una
minaccia alla pace.

Significa quindi privare di voto lo Stato in tutti gli organi, privarlo del diritto di partecipare alle
discussioni, elettorato attivo e passivo, diritto ai benefici, eleggere i membri della CIG,
emendamento e revisione carta. Il ripristino può avvenire dal CS.

• Sospensione parziale che implica il non esercizio del diritto di voto in seno all’Assemblea
per lo Stato membro in ritardo nel pagamento dei conributi finanziari, se il suo arretrato è pari alle
somme dovute per i due anni precedenti. Si sospende il solo diritto di voto in assemblea.

ESPULSIONE

La perdita dello status può avvenire per:

• espulsione: uno Stato che abbia violato i principi enunciati nello Statuto può essere espulso
con decisione dell’AG adottata su proposta del CS (9 membri). L’espulsione è un atto discrezionale,
la cui pronuncia presuppone tuttavia l’accertamento di fatti imputabili a un membro che
costituiscono violazioni gravi e persistenti di obblighi derivanti dalla Carta. Non è esclusa la
riammissione. Prassi che tuttavia è inesistente (se uno Stato ha persistentemente violato la Carta, a
maggior ragione potrà rifiutarsi di adempiere i suoi obblighi quando non è più membro).

• Recesso: la Carta non lo prevede espressamente mancando una clausola che contempli la
dichiarazione unilaterale di volontà di uno degli Stati membri come idonea ad estinguere l’efficacia
della carta riguardo tale Stato. La facoltà di recesso deve ammettersi in circostanze eccezionali,
come il mutamento fondamentale delle circostanze, che fu base essenziale del consenso dello stato
al tempo della richiesta di ammissione all’ONU, tale da aver radicalmente trasformato la portata
degli obblighi da eseguire secondo la carta.

Alla Carta vanno dunque applicati i principi del diritto internazionale in tema di denuncia e recesso
unilaterali.

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• Estinzione della personalità internazionale dello Stato. Alcune circostanze dipendono dal
diritto internazionale generale, come la perdita dell’indipendenza e della personalità internazionale
dello Stato. Quando si ha estinzione? Per smembramento (lo Stato si estingue per dar luogo alla
formazione di due o più Stati nuovi –URSS-), fusione di Stati (lo Stato unificato deve chiedere
l’ammissione). Mentre la perdita, il distacco o la secessione di una parte del territorio non comporta
estinzione dello Stato e lo status di membro resta inalterato. Nel caso di incorporazione, lo stato
incorporante conserva il suo seggio, mentre viene meno quello dello stato incorporato.

SUCCESSIONE
Il regime generale in materia di successione tra Stati si applica anche ai Trattati istitutivi di
organizzazioni internazionali. I nuovi Stati possono divenire membri solo per ammissione e non per
successione. Se il Trattato istitutivo non prevede un formale processo di ammissione, i nuovi Stati
possono trasmettere la notifica di successione.

Se lo Stato si estingue viene meno anche la qualità di membro ed ogni nuovo Stato sorto sul
territorio potrà essere ammesso secondo l’art. 4. Se invece continui nella sua identità internazionale,
pur mutando l’ordinamento giuridico, si avrà continuità, anche sotto altra denominazione,
nell’appartenenza all’Organizzazione.

La prassi dimostra che la successione automatica nell’appartenenza all’ONU è in genere esclusa,


salvo che la pretesa di uno Stato di considerarsi continuatore della personalità internazionale di uno
stato predecessore e che si accolta dagli organi delle Nazioni Unite. Pienamente ammissibile è la
riammissione.

GLI OSSERVATORI PERMANENTI

Status di osservatore permanente è concesso agli Stati non membri ONU con concessione
unilaterale con cui l’AG invita un determinato ente a partecipare alle sue sessioni. Vi sono diritti di
partecipazione attiva: ammessi alle riunioni, prendere parola, ottenere la documentazione ufficiale.
E’ però escluso il diritto di votare, di concorrere alla formazione del consensus e di partecipare ai
negoziati in riunioni informali.

I movimenti di liberazioni nazionale quando ricevono tale status, si realizza una sorta di
legittimazione istituzionale del movimento e il diritto all’autodeterminazione può essere esercitato
mediante la partecipazione ai lavori ONU.

[Palestina: il suo status di osservatore è rafforzato: partecipa al dibattito, interviene e prende parola
su questioni riguardanti il popolo palestinese o il Medio Oriente, propone progetti di risoluzione.
Non ha però diritto di voto e non può proporre candudature].

Si consente anche la partecipazione di ONG, se si esclude il caso particolare del Comitato


internazionale della Croce Rossa, titolare dello status di osservatore permanente.

5) L’ONU come soggetto internazionale

L’ONU è un ente dotato di soggettività internazionale, avente diritti propri sia nei rapporti con gli
Stati membri sia con quelli estranei. Non è l’ONU uno Stato o un super-Stato, ma una persona del
diritto internazionale, avente la capacità di essere titolare di diritti e doveri internazionali.

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La soggettività internazionale è la conseguenza della partecipazione dell’ONU, al commercio
giuridico internazionale e dell’esercizio del potere di stipulare accordi. Non v’è dubbio che la
personalità internazionale si estrinseca in primo luogo attraverso la conclusione di Trattati.

Le relazioni diplomatiche con gli Stati membri fanno scaturire privilegi ed immunità e diritto di
protezione rispetto ai propri funzionari; il diritto alla riparazione, l’assunzione di responsabilità in
conseguenza della violazione di obblighi internazionali.

L’ONU esercita funzioni assimilabili a quelle di governo su popolazioni prive di strutture statali di
riferimento.
La personalità internazionale trova fondamento nell’effettivo grado di indipendenza
dell’Organizzazione sul piano dei rapporti internazionali. E’ destinataria di norme giuridiche
internazionali, consuetudinarie e pattizie. La soggettività è pertanto funzionale.

Le organizzazioni internazionali sono rette dal principio di specialità, dotate cioè degli Stati di
competenza di attribuzione; tali competenze sono normalmente formulate nell’atto istitutivo, anche
se le necessità della vita internazionale possono evidenziare l’esigenza, per le organizzazioni
internazionali, di disporre di altri poteri sussidiari.

• Capacità di concludere accordi internazionali e tale è disciplinata dalle regole di tale


organizzazione nello Statuto. All’Assemblea spetta l’approvazione degli accordi finanziari e di
bilancio con gli istituti specializzati; gli Stati membri sono tenuti a stipulare accordi per mettere a
disposizione del CS forze armate, accordi di collegamento tra il consiglio economico e sociale e gli
istituti specializzati, convenzioni di amministrazione fiduciaria.

• L’Onu oltre ad essere soggetto del diritto internazionale è anche persona giuridica negli
ordinamenti interni degli Stati. L’ONU gode nel territorio di ciascuno dei suoi membri della
capacità giuridica necessaria all’esercizio delle sue funzioni e al perseguimento dei suoi fini. Svolge
le proprie attività al pari di qualsiasi altra persona giuridica che opera nell’ordinamento interno. Ha
la capacità di stipulare contratti, acquisire e disporre di beni immobili e mobili, di stare in giudizio.
Questa soggettività si esplica anche nel territorio di stati non membri (es. accordo di sede con la
Svizzera).

IMMUNITA’ E PRIVILEGI
Del 1946 è la Convenzione sui privilegi e le immunità delle Nazioni Unite invitando gli Stati
membri ad aderirvi. Quali immunità? Inviolabilità di beni ed archivi ovunque si trovino, esenzione
dalla giurisdizione civile e fiscale (tranne i casi in cui l’Organizzazione vi abbia rinunciato
espressamente), l’inviolabilità della sede e dei locali, libertà di comunicazione e tutela della
corrispondenza ufficiale. Gode di un trattamento non meno favorevole di quello riservato ad ogni
governo estero. Esenzione fiscale immunità perché tipica del potere statale.
-funzionari: individui che svolgono funzioni alle dipendenze ovvero nell’interesse dell’ONU, in
totale autonomia da autorità estranee all’ente e, in particolare, da quelle dello Stato nazionale, del
quale, non perdono la cittadinanza. I funzionari di rango più elevato come il Segretario generale
godono di un trattamento equiparato agli agenti diplomatici. L’esenzione dalla giurisdizione di cui
gono, si estende anche agli atti della loro vita privata.

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Per tutti gli altri funzionari vi è esenzione dalla giurisdizione per le parole dette o scritte e per tutti
gli atti compiuti nell’esercizio delle lor funzioni, libertà di movimento, esenzione fiscale per i salari,
indennità. Le immunità nascono nell’interesse dell’ONU;

• Agenti, ovvero individui che lavorano per conto dell’ente in maniera temporanea e non
esclusiva (esperti, giudici del tribunale amministrativo, membri di missioni e commissioni).

• Rappresentanti permanenti degli stati membri accreditati presso l’ONU, equivalenti alle
missioni diplomatiche. In particolare il capo missione che gode di esenzioni da giurisdizione
penale, civile ed amministrativa.

ORGANI PRINCIPALI E SUSSIDIARI:

• Principali: sono coperti da garanzia costituzionale, in quanto lo Statuto ne stabilisce


direttamente la creazione ed il funzionamento come organi permanenti e fondamentali per la
stabilità dell’ONU.

• Sussidiari, che sono creati per far fronte alle molteplicità finalità dell'Organizzazione.

6) Assemblea generale: poteri e funzioni


L'A.G. I cui poteri sono stabiliti dal Cap. IV della Carta è il primo degli organi principali e l'unico a
composizione plenaria. Tutti gli Stati membri ONU sono di diritto membri dell’AG. Non va
comuque qualificata come parlamento dell’intera CI dato che in senso stretto è priva di poteri
normativi e resta organo di una specifica organizzazione intergovernativa.

Secondo le dichiarazioni di volontà unitaria, essa ha carattere di organo collettivo, ogni membro ha
un seggio e un voto. Ogni Stato membro può avere fino a 5 rappresentanti, ciò nonostante si ha un
solo voto. Gli Stati membri hanno istituito missioni permanenti presso ONU e il capo di tale
missione viene accreditato con lettere credenziali, mentre il personale diplomatico viene notificato
dallo Stato di invio. Gli Stati membri conferiscono poi poteri di rappresentanza a delegazioni
occasionali. La qualità di delegato avviene con un atto di nomina, a cui segue la verifica delle
credenziali formata o dal Capo di stato, di governo o dal ministro degli esteri.

Il diritto internazionale generale opera una presunzione di competenza a favore dei rappresentanti
presso le organizzazioni internazionali ai fini dell’adozione del testo di un trattato elaborato sotto
gli auspici dell’organizzazione e non per esprimere il consenso dello stato ad essere vincolato dal
trattato. Ciascuno stato, inoltre, determina il modo concreto in cui i suoi delegati esercitano le
proprie funzioni, soprattutto il voto.

SISTEMA DI VOTAZIONE

Il punto di partenza per il sistema di votazione all'A.G. È l'art. 18, il quale sancisce che ogni Stato
ha un solo voto. Con l’espressione “membri presenti e votanti” si ritiene che le astensioni non
rientrano nel computo dei voti. La procedura di voto da applicare è decisa dal Presidente di
Assemblea. Vi sono maggioranze diverse per due cetegorie che l’AG può decidere di tanto in tanto.
Art.18:

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• Questioni importanti (richiedono la maggioranza qualificata) sono le raccomandazioni in
materia di mantenimento della pace e della sicurezza internazionali, l’elezione dei membri non
permanenti del C.S. e dei membri del Consiglio economico e sociale, ammissione/sospensione/
espulsione membri non permanenti, regime di amministrazione fiduciaria e le questioni di bilancio

- Altre questioni (categorie addizionali) da decidersi a maggioranza dei 2/3.

L’eliminazione di una delle questoni elencate nell’art.18 non può avvenire se non mediante un
emendamento alla Carta. Ciò rende sostanzialmente equivalenti negli effetti le categorie addizionali
generali o la questione di una specifica questione come questione importante. La natura viene
decisa in base a considerazioni esclusivamente politiche e ci si è sempre regolati caso per caso.

Poi ci sono le – altre questioni procedurali, non importanti per definizione dove anche qui di volta
in volta l’AG ha adottato la maggioranza qualificata o semplice, a seconda della rilevanza.

CONSENSUS

L'applicazione dell'art. 18 è stata superata nella prassi dal ricorso sempre più frequente alla
procedura del consensus o a quella dell’acclamazione, espressione di un accordo incondizionato. Il
consensus va inteso come ricerca di posizioni fra gli Stati membri che conduce all’adozione di
delibere senza voto, le quali sono espressione di un accordo generalizzato. “Is there any objection?
If not, it is so approved”. Il consensus implica un accordo generale in assenza di voto, ma non
necessariamente l’unanimità. Spesso il consensus è più facilmente realizzabili su questioni di
carattere generale e di portata programmatica o per precisare posizioni su alcuni punti e la prassi ha
registrato l’adozione di consensus nonostante l’opposizione manifesta di uno Stato. E comunque va
respinta la tesi che il consensus sia una fonte del diritto internazionale.

SESSIONI
La procedura dell'A.G. È regolata dagli art. 20 e 22 della Carta che distinguono in matrie di
riunioni, sessioni ordinarie e speciali. L'A.G. Non è un organo permanente (il C.S. sì).

Le sessioni ordinarie che si tengono al palazzo di vetro di NY, hanno inizio ogni anno il terzo
martedì del mese di settembre e durano fino alla terza settimana di dicembre. Si considerano aperte
le questioni di cui non si ritiene esaurita la trattazione e può esser prolungata la sessione ordinaria.

Le sessioni speciali vanno convocate dal Segretario su richiesta del CS o della maggioranza dei
membri ONU. La richiesta può anche provenire da un solo stato membro, purché venga confermata
dalla maggioranza entro 30 giorni.

La sessione speciale d’emergenza è convocata dal SG entro 24 ore dalla richiesta del CS, adottata
con il voto di nove membri qualsiasi, o di uno stato membro se la maggioranza dei membri
concorda.

Altro potere dell’AG è lo stabilire il proprio regolamento ed eleggere il suo presidente per ogni
sessione ed è il potere di auto-organizzazione. Del resto le organizzazioni internazionali sono
portatrici di un proprio ordinamento giuridico interno, di un proprio diritto interno. Fonte primaria
sono i regolamenti di procedura degli organi principali e nell’ambito della potestà normativa rientra
anche il potere di stabilire il regolamento del personale dell’Organizzazione.

STRUTTURA INTERNA

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Distinguiamo allora tra gli organi istituiti dall’Assemblea in due categorie:

• Organi interni (uffici di presidenza, comitati procedurali, comitati permanenti e grandi


commissioni) che sono istituiti direttamente dalle pertinenti disposizioni del regolamento stesso.

• Organi sussidiari nell’adozione di regolamenti interni, questioni procedura, rispetto alla


quale le relative decisioni possono essere adottate a maggioranza dei mebri presenti e votanti. Le
regole relative alla procedura dei comitati di applicheranno alla procedura di tali organi, a meno che
non venga deciso altrimenti.

Gli organi interni si articolano in:


• Organi semplici che rappresentano un’inscindibile unità;

• Organi complessi, insieme di organi (es. diversi uffici, sezioni, parti. Si pensi al segretariato
composto da vari uffici subordinati al Segretario Generale).
Il primo degli organi interni è il Presidente dell’AG eletto all’inizio di ogni sessione, insieme a 21
vicepresidenti e ai presidenti delle 6 commissioni sulla base di criteri di competenza personali e di
quello della rappresenanza geografica. L’elezione ad acclamazione è divenuta la regola, il voto
l’eccezione. Funzioni: rappresentanza, poteri di nomina, direzione dei lavori ma no potere di voto.

In seno all’Assemblea opera due comitati procedurali: il Comitato Generale e il Comitato per le
credenziali. Il primo è composto da 28 membri e provvede all’organizzazione della sessione
annuale e alla formazione dell’ordine del giorno, l’altro è composto da 9 membri e fa rapporto sulle
credenziali presentate dai rappresentanti degli stati membri.

I due comitati permanenti sono invece quello consultivo sulle questioni amministrative e di bilancio
e il comitato per le contribuzioni. Il primo è composto da 16 esperti scelti in base a criteri di equa
distribuzione geografica e competenza personale, ha funzioni consultive in meteria amministrativa
e finanziaria ed ha il compito di facilitare l’esame delle questioni amministrative e di bilancio e
fare rapporto all’AG. Il secondo ha invece funzioni consultive in materia di ripartizione delle spese
ONU tra membri.

GRANDI COMMISSIONI

Le Grandi Commissioni articolano l’Assemblea e vi è attribuita la maggior parte delle questioni


iscritte annualmente all’ordine del giorno. Le eccezioni devono essere espressamente stabilite
dall’Assemblea. Fino al 1993 le commissioni erano 6: disarmo e sicurezza internazionale,
commissione economica e finanziaria, commissione sociale, umanitaria e culturale. I

Il potere di creare organi sussidiari è una competenza aggiuntiva rispetto al potere di auto-
organizzazione e per questo è necessari una norma espressa che lo contempli. Deve essere attribuita
una competenza compresa nelle sfera delle attribuzioni dell’Assemblea e l’organizzazione deve
presentare carattere “necessario”. Citiamone alcuni: comitati di studio, commissioni politiche,
organi di assistenza amministrativa. Spicca il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (UNICEF).
Chiaro è il rapporto di dipendenza nei confronti dell’AG, alla quale spetta il potere di indirizzare la
loro condotta, modificarne i compiti, la struttura e in caso estinguerli.
COMPETENZE ASSEMBLEA

Le funzioni dell'assemble possono essere suddivise in:

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• Funzione di studio, informazione e preparazione ha valore preparatorio e determina una
futura linea di condotta che si desidera venga seguita dai membri;
• Funzioni di indirizzo della condotta degli Stati membri attraverso la formulazione di
raccomandazioni e promuovendo la stipulazione di convenzioni internazionali;

• Funzione operativa ed esecutiva e quindi la precisazione mediante delibere organizzative


degli strumenti per la prestazione di asistenza agli Stati membri;

Altre competenze: ammissione di nuovi membri, sospensione, espulsione, partecipazione ad


emendamenti e revisioni oltre ai poteri di bilancio ed elettivi (la nomina dei giudici della CIG è
effettuata dall’AG insieme al CS, in votazioni separate. Il SG è eletto dell’AG su raccomandazione
del CS).

Competenze:

• Potere di discussione, potere di indirizzare raccomandazioni ai membri e non e a gli altri


organi principali e non soprattutto in tema di mantenimento della pace, della sicurezza
internazionale, lotta alla discriminazione razziale, all’apartheid, promuovere la decolonizzazione e
l’autoderminazione dei popoli. Ma comunque ha il compito di discutere qualsias tema che rientri
nei fini ONU.

Essa è però tenuta a deferire al CS qualsiasi questione per cui si renda necessaria un’azione
coercitiva. O comunque può richiamare la sua attenzione su questioni suscettibili di mettere in
pericolo la pace. Essa prende in considerazioni da subito le prime situazioni che possano
determinare qualche minaccia: disgregazione violenta di Stati, inviolabilità di confini
internazionali, integrità territoriale.

LIMITI:
Il mantenimento della pace è di competenza del CS che ha la responsabilità principale. Deve
deferire ad esso ogni questione che preveda un’azione coercitiva. Inoltre, durante l’esercizio da
parte del Consiglio delle funzioni assegnateli dalla Carta nei riguardi di una controversia o
situazione qualsiasi, l’Assemblea deve astenersi da qualsiasi raccomandazione rispetto a tale
controversia o situazione, salvo che non lo richieda il consiglio stesso.

Quanto alle raccomandazioni circa le sanzioni short of war, i destinatari possono essere il CS (in
questo caso è un atto non vincolante o comunque un incentivo affinché ad esempio revochi misure
coercitive adottate verso uno stato. Poi spetta al consiglio valutare) i membri e non membri (si
invitò nel 1946 a ritirare i capi delle missioni diplomatiche in Spagna presso il governo franchista).
Diciamo che quella dell’AG in campo di misure short of war è da ritenersi non come una funzione
concorrente al CS. E’ meglio interpretare il termine “azione” come comprensivo di tutte le misure
coercitive e lasciare la competenza al CS, salvaguardandone così le prerogative.
Arriviamo ora al limite procedurale (art.12) che preclude all’Assemblea, durante l’esercizio da
parte del CS delle funzioni assegnategli dalla Carta, di astenersi dall’adottare raccomandazioni
riguardo tale controversia o situazione. All’AG non è invece impedito di fare raccomandazioni su
questioni in merito alle quali il Consiglio si sia già pronunciato, e che abbia cessato di trattatre: la
restrizione delle competenza dell’Assemblea è dunque temporanea. Il divieto viene meno se il CS
stesso richiede raccomandazioni in modo espresso o implicitamente con l’eliminazione della
questione all’ordine del giorno. Il CS può inoltre chiedere la convocazione di una sessione

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straordinaria o d’emergenza dell’AG su una questione di cui esso si stia occupando. Essa allora si
deve astenere sussiste nel momento e per tutto il tempo in cui siano effettivamente in corso il
dibattito, ovvero l’azione conciliativa o coercitiva del CS.

REGOLAMENTO DI CONTROVERSIA E SANZIONI

Art. 14 essa ha facoltà di raccomandare misure per il regolamento pacifico di qualsiasi situazione
che, indipendentemente dalla sua origine, essa ritenga suscettibile di pregiudicare il benessere
generale o le relazioni amichevoli tra nazioni (anche il CS ha tale funzione, ma l’AG ce l’ha più
estesa): funzione conciliativa. In che consiste? Raccomandazioni a maggioranza qualificata,
indicazione di procedure per la soluzione delle controversie e situazioni.

Ha poi competenza ad effettuare inchieste, anche se espressamente la Carta attribuisce tale qualità
al CS) su una situazione suscettibile di mettere in pericolo la pace. Il suo potere è analogo e nasce
implicitamente dalla sua competenza pacifica. L’accertamento dei fatti è presupposto per
l’intervento conciliativo. Chiaro è il rispetto dei limiti stabiliti dall’art.12, vale a dire quando il
onsiglio non si stia occupando della medesima questione. L'A.G. Ha esercitato un potere d'inchiesta
e in questo contesto si colloca l'isttuzione di numerosi organi d'inchiesta per indagare sulle
violazioni dei diritti umani nel mondo come la commissione per lo studio della situazione razziale.

ESAME DELLE RELAZIONI ANNUALI CS


Il CS le sottopone relazioni annuali e se è il caso anche speciali. Ma l’AG esamina anche relazioni
di altri organi.
CODIFICAZIONE E SVILUPPO PROGRESSIVO DEL DI

Essa ha anche competenza nei due ambiti di cui sopra (art.13). Intraprende studi a fa
raccomandazioni allo scopo di incoraggiare lo sviluppo progressivo del diritto volto a favorire la
conslusione di Trattati internazionali che traducono per iscritto norme internazionali affermatesi in
via consuetudinaria. Il fenomeno si è impennato nel periodo delle decolonizzazione. E ogni Trattato
di norma contiene lo sviluppo progressivo del diritto, introducendo norme innovative. Limiti del
trattato di codificazione: se esso codifica norme consuetudinarie, queste continuano ad apllicarsi a
tutti i soggetti, se invece introduce nuove norme queste si applicheranno solo nei rapporti tra Stati.

Si avvale della Commissione del diritto internazionale, incaricato di predisporre progetti su materie
di diritto internazionale. Esempi del suo lavoro: 4 Convenzioni di Ginevra sul diritto del mare,
quella di Vienna sulle relazioni diplomatiche, quella sulle relazioni consolari e quella sul diritto dei
trattati.
ATTIVITA’ NEI CAMPI ECONOMICO E SOCIALE

Cooperazione economica, sociale e culturale e tutela dei diritti umani. Questo interesse è aumentato
rispetto alla SdN e strumentale. Non c’è sviluppo senza pace, ma non c’è pace senza sviluppo
economico e sociale sostenibile. Anche qui ha il potere di intraprendere studi e fare
raccomandazioni volte a condizionare il comportamento degli Stati.

TUTELA DEI DIRITTI UMANI


Promuove autonomamente o attraverso il Consiglio economico e sociale il rispetto e l’osservanza
dei diritti umani; discute ed elabora le linee generali che ispirano la politica ONU, esamina i
problemi connessi ai diritti umani che suscitino preoccupazione. Esamina i rapporti con tutti gli

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organi ONU, gli istituti specializzati e altri organizzazione intergovernative che si occupano di
diritti umani

ATTI:

Gli atti dell'A.G. sono denominati “risoluzioni”, nel senso generico di deliberazione finale adottata
dall’AG in quanto organo collegiale. Il termine “decisione” comprende tutte le deliberazioni che
l’AG adotta nell’espletamento delle sue funzioni (risoluzioni, deliberazioni…). Ad essere precisi il
termine “decisione” si indicano le delibere di natura procedurale o di minore importanza.

Le risoluzioni contengono di regola raccomandazioni, atti privi di forza vincolante nell’esercizio di


funzioni tipiche di un organo di attività internazionale. Si tratta di manifestazioni di desiderio che
invitano, ma non obbligano, i destinatari a uniformarsi a quanto in esse previsto [deriva comunque
l’obbligo di leale cooperazione con l’ONU]. L’Assemblea è titolare invece di un potere decisorio di
natura vincolante in casi limitati, in ordine alla ripartizione delle spese: la decisione è in questo caso
obligatorio.

Nelle raccomandazioni è tuttavia ricondotta una limitata efficacia giuridica, consistente nel così
detto effetto di liceità (buona fede e principio di cooperazione) ed esso provoca un’inversione
dell’onere della prova a carico dello Stato che tenga una condotta difforme da quella raccomandata.
Consideriamo se tale effetto possa essere inteso nel senso di consentire afli Stati membri di
derogare, nei rapporti reciproci, ad obblighi internazionali presistenti. L’ipotesi è cofigurabile solo
in relazione ad obblighi derivanti da norme dispositive. Prevalgono gli obblighi della Carta e da atti
vincolanti degli organi ONU rispetto a quelli posti da altre norme internazionali.
L’effetto sussiste solo per raccomandazioni legittimamente adottate, ma in genere si registra
l’assenza di specifici meccanismi di controllo giurisdizionale che non siano la richiesta di pareri
alla CIG o la sottoposizione ad essa di una controversia tra Stati membri.
L’unico modo per gli Stati dissenzienti di sottrarsi all’effetto di liceità sembra dunque quello di
opporsi, nel corso del procedimento formativo, all’adozione della risoluzione ritenuta illegittima.
• Raccomandazioni di principi, atti di particolare solennità inquadrati nella categoria di soft
law e si collocano in una prospettiva de lege ferenda. Spesso innestano un processo di modifica del
diritto vigente. Si pensi al diritto degli Stati di nazionalizzare, espropriare o trasferire la proprietà di
beni stranieri conformemente alle leggi nazionali, in contrasto con la regola classica del diritto
internazionale generale secondo la quale il quantum dell’indennizzo è determinato da una norma
internazionale che lo vuole equo.
In altri casi possono tradursi nel contenuto di norme convenzionali o assumere valore dichiarativo
rispetto a norme internazionali preesistenti, pattizie o consuetudinarie o a presentarsi come
autorevoli manifestazioni della prassi degli Stati al fine di formare il diritto internazionale non
scritto. Si parla di attività “quasi normativa”.

Quindi le risoluzioni anche se non hanno forza obbligatoria, possono talvolta avere valore
normativo.
DECISIONI OBBLIGATORIE:

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A volte le decisioni vincolanti per gli Stati destinatari vengono adottate. Oltre alle decisioni
organizzative, rientra tra le disposizioni della Carta che attribuiscono agli organi ONU un potere
normativo. Essa può determinare i criteri in base ai quali le spese ONU vanno ripartite tra i membri,
nonché l’adozione dell’atto che concreta la ripartizione (approvato alla maggoranza dei 2/3) e
imponendosi anche agl Stati dissenzienti. Si parla di procedimento di produzione giuridica
subordinato all’accordo. Tutto è determinato sulla base della capacità contributiva (conta il debito
estero e il basso reddito nazionale procapite, il PIL, i tassi di cambio…).

Clausola di garanzia: la contrinuzione di ciascun membro non può essere superiore ad una
determinata percentuale delle spese ONU, né essere inferiore ad una soglia minima.

Ritardo: nel pagamento dei contributi. Si verifica se non sono versati entro il 1-1 dell’anno seguente
all’esercizio cui si riferiscono. Prevista la sospensione in ritardo di due anni. Comunque, l’autorità
in materia finanziaria spetta solo all’assemblea che non solo ha il potere di esaminare il bilancio,
ma anche di approvarlo.

RIFORMA?
Non tanto in senso alla trasformazione in un parlamento mondiale dei popoli, che resta obiettivo di
lungo periodo, quanto agli aspetti connessi alla maggiore legittimazione democratica
dell’Assemblea, espressione della voce dei popoli. Un primo passo è stato il “Forum del millennio”
incontro mondiale di esponenti dei vari gruppi della società vicile.

Altre misure riguardano le delegazioni includendo oltre ai rappresentanti dei governi, i delegati
perlamentari, anche delle opposizioni, e gli esponenti di settori significativi della società civile.
Vanno risolti anche gli inconvenienti “uni Stato, un voto” e i meccanismi di ponderazione. E’ da
favorire una reale volontà comune agli Stati e non quando, al fine di trovare un ponto di incontro tra
posizioni confliggenti (consensus).

7) Il Consiglio di sicurezza: composizione e poteri generali

Responsabilità principale del mantenimento della pace e della sicurezza internazionale. Il numero
dei membri è stato portato a 15 e 5 sono i membri permanenti (Cina, Francia, Regno Unito, Russia
e Stati Uniti) e dieci eletti dall’AG a maggioranza dei 2/3. Deciderà in base al contributo dei
membri ONU al mantenimento della pace e della sicurezza internazionale e in base al cirterio
dell’equa distribuzione geografica. Quindi vengono eletti: 3 Stati dell’Africa, due dell’Asia, uno
dell’Europa orientale, due dell’America Latina e due dell’Europa occidentale ed altri. I membri
non permanenti sono eletti per un periodo di due anni e non sono rieleggibili per un secondo
mandato consecutivo. Ogni membro del Consiglio deve avere in qualsiasi momento un
rappresentante nella sede dell’Organizzazione e ognuno dei suoi membri può essere rappresentato
da un membro di governo o da un altro rappresentante appositamente designato. In un solo caso il
Consiglio si è riunito nella composizione solenne dei capi di Stato e di governo quando è stata
approvata la dichiarazione sulla responsabilità del Consiglio riguardo al mentenimento della pace e
sicurezza internazionale.
Procedura di voto (art.27): risulta dal compromesso tra UK, URSS, USA di Yalta. Si stabilisce che
ciascun membro del CS ha un voto per il principio di eguaglianza sovrana degli Stati. Le decisioni
su questioni di procedura sono prese con un voto favorevole di nove membri, ogni altra questione,
richiede il voto sempre il voto favorevole di 9 membri compreso quello dei membri permanenti. Il
potere di veto è motivato dalle speciali responsabilità di tali stati nel mantenimento della pace. Con
il veto si può impedire per voto contrario una decisione da parte del consiglio di sicurezza. Preclude

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sul nascere la formazione della volontà. I membri elettivi possono esercitare quello che, in
opposizione al veto individuale dei permanenti, è stato definito il veto collettivo o di blocco,
laddove almeno sette di essi si oppongano ad un deliberazione che il Consiglio si accince ad
adottare.

La Carta non precisa la distinzione tra questione procedurale ed altre, per chiarirle le potenze
adottarono lo Statement del 1945, che distingue le decisioni del consiglio relative all’esercizio di
funzioni implicanti misure dalle semplici decisioni procedurali. Quindi per le questioni procedurali
(adozione regolamento interno, elezione presidente, creazione di organi sussidiari) è sufficiente la
maggioranza semplice. Le altre richiedono una maggioranza qualificata con voto favorevole dei
permanenti.

Il principio del doppio veto: nei casi dubbi, la decisione sulla questione preliminare deve essere
sempre risolta a maggioranza qualificata, comprendente il voto favorevole di tutti i membri
permanenti.

Nel 49 l’AG ha raccomandato di considerare procedurali una serie di questioni, tra le quali la
richiesta al segretario generale di convocare una sessione speciale dell’Assemblea, l’approvazione
delle credenziali dei mebri del CS, l’approvazione dei rapporti annuali e speciali da sottoporre
all’Asseblea Generale, l’organizzazione del Consiglio per esercitare le funzioni in modo
continuativo, la decisione di riunirsi in luoghi diversi dalla sede centrale, la creazione di organi
sussidiari… In seguito si è consolidata la prassi per cui la qualificazione di una questione viene
lasciata aperta fino al termine dei negoziati in seno al Consiglio e a questo punto il Presidente del
Consiglio può dichiarare la natura procedurale e superare così il veto dei permanenti. Si è così
ridotto l’ambito del doppio veto, fino alla progressiva scomparsa. Lo Statement va così ritenuto
come una semplice opinione comune dei 5 membri permanenti, non obbligatoria per il CS e l’ONU
nel complesso.

Chi usò molto il veto nella storia, fu l’URSS mentre a partire dagli anni 60 fu usato meggioramente
dagli stati occidentali (USA verso Israele).

ASTENSIONE, NON PARTECIPAZIONE AL VOTO E ASSENZA

Parliamo ora della formazione della volontà del Consiglio in situazione come quelle del titolo da
parte dei membri permanenti. Se si considera l'astensionde del membro permanente possiamo
configurare due ipotesi

• Astensione obbligatoria: un membro che sia parte di una controversia anche locale deve
astenersi e quindi gli è negato il diritto di voto (non si applica per “semplici situazioni”);

• Astensione volontaria che non impedisce l’adozione della delibera consiliare proprio perché
solo un’obiezione esplicita si qualifica come veto;

• Non partecipazione al voto è priva di conseguenze sulla formazione della volontà collegiale.
Negli effetti va assimilata all’astensione;

• Analoga è l'ipotesi dell'assenza del membro permanente, anche se in questo caso


l'atteggiamento dello stato che lascia il seggio vuoto sembrerebbe dover avere conseguenze più
incisive (il caso più clamoroso è rappresentato dall’assenza per sei mesi dell’URSS nel 1950, come
protesta della Cina nazionalista, al posto di quella popolare nel CS).

PARTECIPAZIONE DI STATI NON MEMBRI

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Non concorre alla formazione della volontà collegiale lo Stato membro delle Nazioni Unite,
estraneo al CS che partecipi, senza diritto di voto, alla discussione di qualsiasi questione sottoposta
a tale organo, quando quest’ultimo ritenga che gli interessi di tale membro siano particolarmente
coinvolti. E’ l’invito a partecipare che non implica il diritto di voto, ma partecipano perché hanno
portato una questione a conoscenza del CS. Può inoltre partecipare ogni Stato appartenente
all’ONU che non sia membro del CS o ogni Stato non membro Onu che sia parte ad una
controversia in esame dinanzi al Consiglio stesso, sarà da questo invitato a partecipare senza diritto
di voto alla discussione relativa alla controversia.
Altre forme di partecipazione: membri del segretariato o altre persone qualificate a fornigli
informazioni o dargli altro genere di assistenza nelle questioni di sua competenza. Gli Stati
ammessi a partecipare alle riunioni possono oltreché discutere, anche presentare proposte e progetti
di risoluzione, dei quali non possono chiedere la votazione, che è possibile solo se richiesta da uno
stato membro del Consiglio.

POTERE D’ORGANIZZAZIONE INTERNA


Anche il Consiglio ha potere di auto-organizzazione che disciplina le riunioni, l’ordine del giorno,
la rappresentanza degli Stati, la verifica delle credenziali, le funzioni del segretario generale in
relazione al Consiglio, l’organizzazione dei lavori e il sistema di votazione. Altro importante
aspetto è il potere di istituire organi sussidiari come i tre comitati permanenti: Comitato di esperti
per l’esame del regolamento provvisorio di procedura, il Comitato sull’ammissione di nuovi
membri; il Comitato per le riunioni del Consiglio al di fuori della sede principale. Poi appartengono
a questo settore le missioni di fact-finding, le commissioni di inchiesta, le operazioni di peace-
keeping, i Tribunali per l’ex Iugoslavia e Ruanda.
Si creano organi necessari all’espletamento delle funzioni.

RIFORMA

Maggiore trasparenza ed efficacia, conseguire una maggiore rappresentatività dell’organo mediante


l’ampliamento della sua composizione. Concetto di rappresentatività: la maggioranza dei paesi in
via di sviluppo riconosce che il CS nell’espletare la sua responsabilità nel mantenimento della pace
e della sicurezza internazionali, agisce “in loro nome”. Il principio della delega allora imporrebbe
una composizione che rifletta in modo equilibrato le varie aree geografiche e i diversi
raggruppamenti politici a cui appartengono gli stati membri. Mentre un altro gruppo di Stati
(occidentali) intende la rappresentatività come attribuzione di adeguato peso agli stati che occupano
una posizione di rilievo a livello universale o regionale, per modo di mantenere la pace.

Le proposte di ampliamento configurano verie combinazioni: aumento dei soli membri permanenti,
aumento di soli membri non permanenti, aumento parallelo, nuova cetegoria di mebri semi-
permanenti. Si punta molto all’ingresso di nuovi membri permanenti come la Germani e il
Giappone.

L’Italia nel 1993 ha presentato all’AG un progetto di riforma che propone l’istituzione accanto agli
attuali membri permanenti e non permanenti a rotazione ordinaria, di una nuova categoria di dieci
seggi semi-permanenti, riservati ad un gruppo di 30 stati. Tali membri sarebbe scelti in base a criteri
oggettivi, quali l’area geografica di appartenenza e la capacità e disponibilità a contribuire al peace-
keeping e sui criteri demografici ed economici. Si prospetta così l’attribuzione di un seggio
permanente all’UE in rappresentanza di tutti i suoi membri ma vi è anche la prospettiva di un uso

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europeo del seggio da parte degli stati appartenenti all’UE che siedano in Consiglio come membri
permanenti o non.
L’ipotesi di abolire tuot court il potere di veto sembra improponibile (anche se in molti, tra cui
l’Italia, lo vedono anacronistico dopo la guerra fredda) ma si è delineata una tendenza a restringere
la portata del diritto di veto. Ancora si propone di eliminare l’intervento del Consiglio in alcune
procedure regolate dalla Carta, come l’ammissione, la sospensione o l’espulsione dei membri.

POTERI GENERALI DEL CONSIGLIO

L'organo ha la responsabilità principale del mantenimento della pace e della sicurezza


internazionale e che riconoscono come tale organo agisca in loro nome. Ha poteri specifici, generali
e d’azione.

Esso può qualificare una situazione come illecita rispetto alla Carta. I membri ONU convengono di
accettare e di eseguire le decisioni del Consiglio di sicurezza in conformità alla disposizioni della
Carta relative al mantenimento della pace e della sicurezza internazionale. Ha anche molte altre
competenze: disposizioni riguardanti l’appartenenza dei membri, l’elezione del segretario generale,
la modifica della carta e l’esecuzione delle sentenze della corte internazionale di giustizia.

PRINCIPIO DI LEGALITA’

Nell’adempimento dei suoi compiti il Consiglio agisce in conformità ai fini e ai principi ONU. Tale
organo è stato creato dalla Carta e nell’agire deve rispettare i principi in essa contenuti. I suoi atti
devono quindi prima facie ritenersi validi, ma se sono ultravires? La CIG non ha una funzione di
revisione giudiziaria. La possibilità di un sindacato è limitata a due ipotesi:

1) Controversia internazionale sottoposta alla Corte da stati membri dell’ONU avente ad


oggetto disposizioni disposizioni della Carta o atti adottati sulla sua base;
2) Richiesta di parere alla Corte su qualunque questione giuridica.

Altri mezzi per valutare la conformità delle deliberazioni degli organi politici rispetto alla Carta
potrebbero essere il ricorso ad un arbitrato o ad una commissione di esperti. Ma quale possibilità
resta al singolo Stato di contestare la legittimità di una decisione del CS? In assenza di un regime di
impugnative lo Stato singolo può senz’altro manifestare il suo dissenso nel corso del procedimento
formativo dell’atto ritenuto illegittimo, opponendosi alla sua adozione, atto che riveste un grande
significato politico. Qualora poi si adotti ugualmente lo stato dovrà conformarvisi continuando
legittimamente a contestare a livello politico.

8) Il ruolo del Consiglio di sicurezza nel regolamento pacifico di controversie e situazioni


Il sistema della Carta per il mantenimento della pace è basato su uno schema dualistico basato su
presupposti conciliativi e coercitivi.

Mezzi pacifici: giustizia e diritto internazionale, composizione e soluzione delle controversie che
potrebbero portare ad una violazione della pace. Gli Stati membri hanno così l’obbligo di risolvere
pacificamente le loro controversie. Un primo elemento positivo è la parziale estenzione di alcuni
dei mezzi istituzionali di regolamento in esso previsti per le controversie alle situazioni suscettibili
di mettere in pericolo la pace. Gli Stati hanno così l’obbligo di deferire al CS determinate
controversie di cui siano parti, mentre hanno la facoltà ma non l’obbligo di sottoporre all’attenzione
del Consiglio le situazioni suscittibili che sono sempre prese in considerazione insieme alle

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controversie, mentre non è vero il contrario. Le controversie sono controversie internazionali
caratterizzate da atteggiamenti di volontà degli stati diretti a far prevalere i propri interessi.
Vige il principio di libera scelta delle parti quanto ai mezzi di soluzione utilizzabili. Gli organi
ONU in forma di mediatori e conciliatori possono intervenire, quando la libera scelta delle parti non
pervenga ad alcun risultato. (Ricordiamo la Dichiarazione di Manila sulla soluzione pacifica delle
controversie internazionali e il fatto che si stia esaminando la proposta di istituire un servizio
permanente per la soluzione pacifica delle controversie).

LA SCELTA DEI MEZZI


• Negoziati diretti tra le parti che includono le consultazioni o lo scambio di informazioni;

• Inchiesta, accertamento attraverso un esame parziale degli elementi di fatto della


controversia ad opera di una commissione istituita dalle parti, il cui rapporto non ha carattere
vincolante;

• Mediazione che comporta l’interposizione di un terzo, talvolta il Segretario generale o un


suo rappresentante speciale. Essa si traduce sia in un’attività procedurale, sia nell’eventuale
predisposizione di un piano da sottoporre alle parti;

• Buoni uffici;
• Coinciliazione, la controversia è sottoposta ad una commissione incaricata di formulare una
valutazione nel merito, in forma di raccomandazione alle parti;

• Mezzi giudiziari, arbitrato e il regolamento giudiziario che consentono di pervenire alla


soluzione della controversia mediante sentenza con efficacia obbligatoria;

• Le parti possono anche scegiere altri mezzi pacifici.

FASE ISTITUZIONALE
Caratterizzata dal ruolo di conciliazione svolto dal Consiglio e destinata a consludersi con la
raccomandazione di procedimenti o metodi di sistemazione oppure in termini di regolamento. A
questo stadio possono passare gli Stati membri e anche i non membri per le sole controversie di cui
siano parti. Ogni membro può portare all’attenzione del Consiglio qualsiasi controversia o
situazione suscettibile di costituire un pericolo per la pace e il Consiglio potrà discrezionalmente
decidere se porre la questione all’ordine del giorno e formulare raccomandazioni. Ma si parla
spesso di actio popularis, perché tutti dovrebbero collaborare al mantenimento della pace.

PROCEDURE E TERMINI DI REGOLAMENTO

Se le parti di una controversia suscettibile di mettere in pericolo la pace non riescono a regolarla
con mezzi di loro scelta, devono deferirla al Consiglio di sicurezza, che è tenuto ad occuparsi del
caso. Il Consiglio ha la possibilità di intraprendere un’azione mediatrice valendosi, in caso, di
organi sussidiari e del Segretario generale e di scegliere tra due alternative: indicare i termini di
regolamento (= raccomandare la soluzione di merito che ritenga adeguata) ed indicare le procedure
e i metodi di regolamento, che scaturiscono il più delle volte da processi negoziali più che
istituzionali. Sono inoltre qualificabili come indicazioni di termini di regolamenti le sortazioni del
Consiglio relative ad aspetti specifici e circoscritti delle controversie. Nelle risoluzioni relative si

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rinviene l’enunciazione di principi o norme di diritto internazionale in applicazione dei quali si
invitano le parti a tenere una certa condotta.
Inoltre è compresa la possibilità di indicare le misure provvisorie che il Consiglio reputi
appropriate, quali il ritiro di truppe da un territorio o lo scambio dei prigionieri, primo passo verso
una soluzione pacifica.
Art.38 il CS può fare alle parti richiedenti raccomandazioni per una soluzione pacifica della
controversia: procedura consensuale.

POTERE DI INCHIESTA
Può fare indagini su qualsiasi controversia o su qualsiasi situazione che possa portare ad un attrito
internazionale o dar luogo ad una controversia. Le attività di accertamento dei fatti (fact-finding) è
ritenuta infatti un’attività indispensabile nel mantenimento della pace. Lo possono svolgere sia
l’AG, il CS e il SG (resta il più idoneo) specificando il mandato della missione e i requisiti del
rapporto.

Il Consiglio si avvale solitamente di commissioni di esperti create dal SG, acquisendo ed


esaminando in primo luogo le informazioni provenienti da Stati e organizzazioni interne.

NATURA ED EFFETTI DELLE RISOLUZIONI:

Parte della dottrina ha sostenuto che tali atti nell’esercizio del potere di inchiesta siano qualificabili
come “decisioni”, le uniche con effetti vincolanti per lo Stato interessato, che dovrebbe a sua volta
consentire l’accesso ad un organo sussidiario inquirente, prestando la propria collaborazione allo
svolgimento, garantendo la sicurezza dei componenti della commissione di inchiesta. L’inchiesta
non prescinde dal governo interessato, anzi si basa su di esso.

Le decisioni relative all’inchiesta non vertono su questioni procedurali e quindi il membro


permanente può opporre il veto, a meno che non sia parte della controversia.

INDICAZIONE DI MEZZI ADEGUATI DI SOLUZIONE

Il Consiglio può invitare le parti a regolare la loro controversia mediante i mezzi indicati. Si astiene
nel prenunciarsi nel merito, anzi rivolge un invito che si configura come raccomandazione non
vincolante.

Inoltre può raccomandare non solo Stati, ma in generale le parti di una controversia (ratione
personae). Tuttavia l’art. 33 si riferisce a soggetti di diritto internazionale.

La procedura all’art. 33 è esperibile ex officio, in quanto il CS può agire di sua iniziativa. Inoltre
può raccomandare procedimenti o metodi d sistemazione adeguati per la soluzione di una
controversia o la cessazione di una situazione di cui all’art.33. Indica dunque alle parti un mezzo
specifico, prendendo in considerazione le precedenti misure adottate dalle parti.

COOPERAZIONE FUNZIONALE CONSIGLIO-CORTE

Tenendo conto che le controversie giuridiche dovrebbero essere deferite alla CIG. La distinzione tra
controversi giuridiche e politiche dipende dalla prospettazione soggettiva che le parti danno al loro
atteggiamento di volontà:

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• È giuridica una controversia in cui le parti avanzano pretese e oppongono resistenze fondate
su argomentazioni di diritto internazionale;
• Politiche sono le controversie in cui le parti configurano i loro atteggiamenti in base a
considerazioni extra-giuridiche, di giustizia ed opportunità, chiedendo un mutamento della
situazione di diritto;

• Miste/complesse, aspetti giuridici di controversie politiche.

Vi può essere contemporaneo interessamento in ordine ad una stessa controversia da parte del
Consiglio di sicurezza e della CIG (litispendenza). La Corte può occuparsi di una controversia
giuridica, anche se il CS è investito dell’esame degli aspetti politici della stessa o di una più ampia
situazione di cui la controversia stessa costituisca una parte. Il principio è quello della cooperazione
funzionale.

NATURALE DELLE RISOLUZIONE DEL CAP. VI

Parliamo di raccomandazioni internazionali senza forza vincolante. L’importanza dell’intervento


conciliativo del Consiglio risiede soprattutto nella sua capacità di facilitare l’estinzione in fatto
della controversia o la cessazione della situazione, convincendo le parti a desistere dal loro
atteggiamento pericoloso per la pace. Se ciò non avviene, l’azione del consiglio deve allora fare in
modo che la controversia trovi un’adeguata soluzione mediante un accordo tra le parti o la sentenza
di un giudice internazionale cui le parti abbiano sottoposto la controversia.

[ Quali sono i soggetti del DIRITTO INTERNAZIONALE?

• Stati, santa sede, ordine di Malta, insorti, governi in esilio, comitati nazionali all’estero,
movimenti di liberazione nazionale, organizzazioni internazionali ]

9) Le azioni del Consiglio di sicurezza per il mantenimento della pace

La catena di misure che il Consiglio può adottare, inizia con l’invitare le parti ad ottemperare a
quelle misure provvisorie che esso consideri necessarie o desiderabili. L’art. 41 riguarda le misure
che non prevedono l’uso della forza, ove queste appaiono inadeguate, esso può intraprendere quelle
azioni militari con forze aeree, navali e terrestri che siano necessarie per mantenere e ristabilire la
pace. Secondo l’art. 43 tutti i membri ONU dovrebbero mettere a disposizione dietro richiesta del
Consiglio le forze armate e l’assistenza necessaria. Si prevede così l’istituzione di un Comitato di
Stato maggiore, composto dai capi di Stato maggiore dei 5 permanenti, su questo graverebbe il
compito della direzione delle forze armate ONU. Gli accordi non sono mai stati conclusi a cause
delle divergenze esistenti tra i 5 in ordine all’entità e alla composizione.

In ogni caso, l’Onu ha sempre istituito reparti di osservatori, impiegati per la vigilanza di tregue
d’armi e armistizi, nonché forze per il mantenimento della pace, ma non parliamo certo di forze
armate internazionali di cui all’art. 43. Esse si basano sul consenso dello Stato o delle parti sul cui
territorio l’azione è destinata a svolgersi e degli stati sul cui territorio reparti e mezzi devono
transitare per raggiungere la zone d’impiego.

All’art. 39 si parla di: uso illecito della forza, atto di violazione della pace, aggressione o minaccia
contro la pace. Altro aspetto di riflessione è stato quello relativo alle sanzioni economiche (41) e il
terzo aspetto è chiaramente quello delle misure di natura militare.

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ACCERTAMENTI DI CUI ALL'ART. 39

Esso è l’articolo chiave di volta della sicurezza collettiva. Esso stabilisce che il Consiglio di
Sicurezza accerta l’esistenza di una minaccia alla pace, di una violazione o di un atto di
aggressione, a fa raccomandazioni o decide quali misure debbano essere prese per ristabilirla.
L’applicazione di detto articolo è condizione necessaria per l’adozione di qualsiasi sanzione da
parte del consiglio. Esso fa raccomandazioni o decide quali misure debbano essere adottate, le quali
pur non avendo effetti obbligatori, sono state tuttavia in seguito invocate a fondamento di
successive iniziative dello stesso e talvolta anche unilateralmente da parte di Stati membri.
Minaccia alla pace = ampia libertà di valutazione da parte del consiglio. E’ tautologica perché la si
identifica di volta in volta con quella che il Consiglio definisce tale. Copre ipotesi diversi
(situazioni in cui comportamenti statali rendono evidente il rischio di un conflitto armato
internazionale, disordini all’interno dello Stato, guerre civili in una certa regione. La minaccia alla
pace può essere costituita anche da comportamenti contrari dei membri a decisioni vincolanti del
Consiglio, quindi inosservanza. Minacce alla pace sono anche le emergenze umanitarie.
Ribadiamo che il Consiglio può accertare l’esistenza di una minaccia alla pace indipendentemente
dall’esistenza di violazioni di obblighi internazionali, esercitando una funzione che non coincide
con l’accertamento e la garanzia del diritto (es. ha ritenuto minaccia alla pace situazioni che non
implicavano violazione di obblighi internazionali come la grave crisi economica e sociale in
Albania). Ne deriva che la nozione di “minaccia alla pace” è molto flessibile.
Violazione/ rottura della pace = ritenute tali l’invasione della Corea del Sud da parte di quella del
Nord, l’invasione del Ku-wait da parte dell’Iraq. Si trattava di occupazioni su larga scala di
territorio altrui o di ostilità belliche prolungate accompagnate dall’uso di armi chimiche e
convenzionali.

Atto d’aggressione = il Consiglio non ha mai qualificato formalmente in tal modo una situazione. E’
comunque un presupposto per l’applicazione del cap. VII quindi definibile crimine contro la pace
internazionale.

INDICAZIONE DI MISURE PROVVISORIE

L’art. 40 stabilisce che al fine di prevenire l’aggravarsi della situazione, il CS prima di fare
raccomandazioni può invitare le parti a quelle misure considerate desiderabili, senza che queste
pregiudichino i diritti, le pretese o la posizione delle parti interessate. Il Consiglio prenderà in
debito conto la mancata osservanza di tali misure (queste devono impedire l’aggravarsi della
situazione: ordini di cessate il fuoco, appelli alla conclusione di convenzioni militari, tregue,
armistizi, rilascio dei prigionieri di guerra) e tale fine può essere necessario istituire meccanismi di
controllo.

Dopo la fine della guerra fredda meno frequenti sono diventate le deliberazioni contenenti misure
provvisorie, le quali hanno piuttosto accompagnato decisioni relative all’imposizione di misure
coercitive (es. istituendo zone di sicurezza).

La tendenza del CS mostra come queste misure siano utili non solo per l’azione diretta al
mantenimento della pace ma anche per facilitare il regolamento pacifico di situazioni.

REQUISITI ED EFFETTI MISURE PROVVISORIE

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Vige il principio della gradualità degli interventi, deliberando misure provvisorie destinate a
prevenire l’aggravarsi della situazione, ma la prassi non è rigida.. Esse possono configurarsi come
misure autonome, in sé compiute, dirette ad impedire che la situazione degeneri ulteriormente,
ovvero possono accompagnarsi a misure coercitive, le quali possono a loro volta non essere
precedute da alcuna misura provvisoria. Il carattere è decisamente discrezionale. I destinatari sono
le parti interessate ovvero implicate nella situazione, come gli stati coinvolti in un conflitto
internazionale. Vi sono poi i destinatari indiretti (Stati membri, vicini e altri soggetti coinvolti a cui
vi si appella all’astensione dal compiere azioni che possano esacerbare la situazione).
Il carattere temporaneo non concerne tanto il lasso di tempo nel quale tali misure devono essere
realizzate, quanto le conseguenze della loro applicazione, che vengono meno una volta esaurita la
loro funzione puramente strumentale. Sono cautelari perché non devono pregiudicare i diritti e le
pretese delle parti. Il carattere cautelare deriva dal fatto che esse tendono a garantire la tutela, in via
provvisoria, di diritti.

MISURE COERCITIVE NON IMPLICANTI L’USO DELLA FORZA


L’art. 41 si occupa di quelle misure non implicanti l’uso della forza adottate nei confronti di uno
Stato che, a giudizio del Consiglio di sicurezza, ha minacciato la pace, violato la pace o ha
compiuto un atto di aggressione. In tali circostanze il Consiglio può chiedere a tutti i membri di
adottare misure coercitive, normalmente denominate sanzioni. Queste possono comprendere
un’interruzione totale o parziale delle relazioni economiche e delle comunicazioni ferroviarie,
marittime, aeree… e la rottura anche di quelle diplomatiche.

A partire degli anni 90 le misure short of war hanno compreso: il congelamento di beni o valori
patrimoniali posseduti all’estero, l’embargo inteso come non come sequestro di navi mercantili
estere ma come provvedimento con cui uno stato o un gruppo di stati vietano l’esportazione di armi,
munizioni o di qualsiasi altro prodotto che possa servire agli Stati in guerra per prolungare il
conflitto o con cui deliberano la sospensione del commercio di determinate merci per esercitare
pressioni di natura politica sullo stato interessato. Misure frequenti ono anche la riduzione del
personale diplomatico e consolare dello stato sanzionato presso gli stati membri e l’invito a non
convocare conferenze internazionali e diplomatiche. Vi sono poi quelle formule con cui il Consiglio
dichiara determinati atti compiuti da uno Stato nulli e non avvenuti, chiedendo agli stati di
disconoscerne gli effetti.

Obiettivo delle sanzioni economiche non è tanto la punizione del paese responsabile di
comportamenti contrari alla Carta, quanto la modifica di questi ultimi. Inoltre, si è consolidata la
pratica di ridurre al minimo l’impatto negativo sui membri più deboli della società civile e di
rendere minimi i danni collaterali agli altri stati vicini.

Sempre all'art. 41 si legge che il Consiglio può decidere quali misure debbano essere adottate per
dare effetto alle sue decisioni e può invitare gli Stati membri ad applicare tali misure. La seconda
parte stabilisce che il Consiglio può invitare gli Stati membri ad applicare le misure decise. Ma di
regola le decisioni adottate sulla base del detto articolo sono considerate vincolanti per i membri.

La decisione tra decisioni e raccomandazioni ha particolare rilievo per quanto riguarda l’ipotesi in
cui la risoluzione del Consiglio chieda agli Stati membri di tenere comportamenti in contrasto con
obblighi internazionali di cui sono titolari in base ad altri trattati dei quali sono parti contraenti. Se
dalla decisione del Consiglio scaturisce un obbligo, esso prevarrà infatti su eventuali situazioni
soggettive incompatibili fermo restando che il consiglio non potrà chiedere di derogare a norme

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fondamentali del diritto internazionale. La natura di raccomandazione o decisione vincolante
propria di una delibera relativa a sanzioni economiche nun muta, inoltre, nel caso in cui il Consiglio
consideri la loro inosservanza, in base all’art. 39, come minaccia alla pace e adotti, di conseguenza,
misure coercitive nei confronti del membro che non si conforma.

OPERAZIONI DI INTERDIZIONE MILITARE PER L’ATTUAZIONE COERCITIVA DELLE


SANZIONI ECONOMICHE

Esso ha spesso autorizzato a porre in essere operazioni coercitive di sorveglianza e d’interdizione


dei traffici marittimi o fluviali da e verso lo Stato sottoposto a embargo, conferendo loro la facoltà
di fermare e sottoporre a visita navi commerciali, anche con mezzi coercitivi e in acque
internazionali, in deroga al principio della libertà dell’alto mare e della sottomissione delle navi alla
giurisdizione del solo Stato di bandiera. Venne usata così in Iugoslavia la formula generica di
adottare le misure necessarie in relazione alle circostanze del momento. Quindi le misure più
frequenti sono state: dirottamento: impedire alla nave di raggiungere la destinazione vietata e
detenzione temporanea e confisca del carico illecito.
Misure di polizia marittima: misure di interdizione navale che avrebbero carattere strumentale
rispetto alle sanzioni economiche.

Una cosa è certa: l’intenzione del Consiglio di decidere che un certo risultato sia assicurato da tutti
gli Stati o da specifiche categorie di stati, quel che il Consiglio lascio alla discrezionalità degli Stati
sono le forme per realizzare il risultato voluto, in particolare i mezzi per realizzare le attività
operative necessarie a garantire l’osservanza delle sanzioni economiche. Si tratta quindi di decisioni
obbligatorie e non di raccomandazioni.

Art. 42 unica norma che abilita il CS a sospendere il divieto di usare la forza nelle relazioni
internazionali e superare il limite della sovranità statale in caso di minacce alla pace, violazioni
della pace o atti d’aggressione, nei limiti imposti dal diritto internazionale generale.

La circostanza che si tratti di decisioni conferma l’obbligo di cui tutti i membri sono titolari di
cooperare pienamente nell’attuazione delle misure economiche deliberate dal Consiglio, anche
laddove non partecipino direttamente alle operazioni di interdizione.

I COMITATI DELLE SANZIONI


Un secondo elemento che caratterizza le sanzioni economiche riguarda la costituzione di organi
sussidiari del Consiglio di sicurezza a composizione plenaria, denominati “comitati delle sanzioni”,
ai quali è affidato il compito di assicurare il rispetto delle misure coercitive fondate sull’art. 41.
A detti comitati è richiesto in genere di fare rapporto al Consiglio e di approvare eventuali deroghe
per scopi umanitari. Va rilevato che i comitati delle sanzioni non sono organi operativi, abilitati a
compiere direttamente verifiche e controlli dell’applicazione delle sanzioni. Il loro funzionamento
dipende dalla cooperazione degli stati membri.

LIMITI ALLE SANZIONI

Si devono evitare effetti pregiudizievoli alle popolazioni civili. L’art. 50 assevera che se il CS
intraprende misure preventive contro uno Stato, ogni altro Stato, sia o non sia membro ONU, che si
trovi di fronte a particolari difficoltà economiche derivanti dall’esecuzione delle misure, ha diritto
di consultare il Consiglio per risolvere tali difficoltà. L’assistenza dovrebbe concretarsi anche nella
fornitura di risorse finanziarie per ricompensare i danni economici subiti. Secondo altri, l’articolo si

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limiterebbe a conferirie agli Stati che si trovano nelle condizioni richieste il diritto di consultare il
CS circa il modo di risolvere le difficoltà ed è questa la tesi preferibile.
Non va dimenticato che (art. 49) “i membri ONU si associano per prestarsi mutua assistenza
nell’eseguire le misure deliberate dal CS”.

IL RISPETTO DEI PRINCIPI UMANITARI

Si è chiesto al Consiglio di tenere conto delle conseguenze dannose proprio per i gruppi più
vulnerabili. Tra le condizioni di applicabilità delle sanzioni vige il principio di proporzionalità, il
quale implica che gli interessi in gioco devono essere bilanciati in modo equilibrato: da un lato c’è
l’interesse ONU ad imporre sanzioni efficaci e dall’altro l’interesse di non arrecare danni
inaccettabili alla popolazione dello Stato colpito. Vi sono poi sanzioni vietate in assoluto: le misure
di coercizione economica o politica estrem dirette ad arrecare pregiudizio all’integrità territoriale o
all’indipendenza politica dello Stato sanzionato, i comportamenti che pregiudicano il rispetto dei
diritti umani fondamentali, contrari a norme imperative del diritto internazionale, come il diritto
all’autodeterminazione e il diritto umanitario internazionale.
Le norme a protezione dei diritti umani e il diritto umanitario costituiscono un limite imperativo
alla discrezionalità del Consiglio.

L’ATTUAZIONE DELLE DECISIONI RELATIVE ALLE SANZIONI ECONOMICHE


La diretta applicabilità di tali decisioni negli ordinamenti interni dei membri non può essere desunta
dall’art. 25 della Carta, il quale stabilisce l’obbligo degli stati membri di accettare ed eseguire le
decisioni del CS.

Le risoluzioni pertinenti lasciano alla discrezionalità degli Stati la scelta relativa alle modalità della
loro attuazione negli ordinamenti interni, sottolineando l’obbligo loro incombente di adeguare la
legislazione nazionale. La prassi interna è nel senso di negare l’applicabilità diretta delle decisioni
vincolanti del CS. A volte oltre a non essere direttamente applicabili sono anche incomplete nel
contenuto dispositivo e mancano di quel carattere self-executing che consentirebbe loro di avere
efficacia diretta nei rapporti interindividuali. Esse necessitano di disposizioni legislative o
amministrative interne, la cui emanazione è rimessa allo stato in concreto interessato.

In Italia la tecnica di ricezione è il procedimento ordinario di produzione normativa implicante la


trasformazione delle decisioni del CS con adozione di misure legislative e amministrative di
contenuto corrispondente alle delibere ONU. Si rileva inoltre la tentenza a predisporre meccanismi
generali di rinvio, diretti ad evitare l’esecuzione di volta in volta delle singole decisioni del CS. E’ il
caso del divieto di esportazione e transito di materiali di armamento verso i paesi nei cui confronti
sia stato dichiarato l’embargo totale o parziale delle forniture belliche da parte dell’ONU.

MISURE IMPLICANTI L’USO DELLA FORZA

L’art. 42 stabilisce che il CS può intraprendere con forze aeree, navali e terrestri, ogni azione che
sia necessaria per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionali. Si possono
comprendere dimostrazioni, blocchi navali. Il Consiglio può valutare discrezionalmente se ricorrere
direttamente alle misure coercitive militari o se farle invece precedere da sanzioni economiche.
Azione significa ricorso alla forza armata, sospendendo così l’obbligo di non usare la violenza
contro l’integrità territoriale e l’indipendenza politica di altri stati. L’art. 43 impegna tutti i membri
ONU a mettere a disposizione le forze armate e l’assistenza e facilitazioni (diritto di passaggi). Il

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paragrafo 1 implica la formazione di una forza militare propria dell’ONU, costituita attraverso
contingenti forniti in via permanente degli Stati membri. Lo Status di membro comporta l’obbligo
di stipulare accordi speciali diretti a determinare le modalità di formazione e dislocazione delle
forze armate da mettere a disposizione dell’Organizzazione.

Artt. 44 e 46. Il primo si occupa dello Stato membro non rappresentato in Consiglio stabilendo che
quando quest’organo ha deciso di impiegare la forza, prima di richiedere a tale Stato di fornire forze
armate in esecuzione degli obblighi assunti a norma dell'art. 43, lo inviterà, ove esso lo desideri, a
partecipare alle sue decisioni concernenti l’impiego di contingenti di froze armate del membro. Lo
Stato non membro avrebbe un diritto di piena partecipazione, anche di votare. Ma spesso il
Consiglio si è solo limitato a consultarli attraverso il SG.

Anche l’art. 45 è restato inattuato: esso dispone che i membri terranno ad immediata disposizione
contingenti di forze aeree nazionali per l’esecuzione combinata di un’azione coercitiva
internazionale.

COMITATO DI STATO MAGGIORE


Art. 47 che come detto prevede il Comitato di Stato Maggiore, composto dai capi di Stato maggiore
dei 5 membri permanenti. Esso ha il compito di coadiuvare il Consiglio nella trattazione dei
problemi militari connessi con il mantenimento della pace e della sicurezza internazionali e
nell’impiego e nel comando delle forze armate messe a disposizione degli stati membri. Se le forze
armate ONU esistessero, sul Comitato graverebbe il compito di direzione.
Il Comitato costituisce un organo sui generis creato dalla Carta, non principale né sussidiario. Esso
è semplicemente un organo ONU che svolge funzioni ausiliarie del Consiglio di Sicurezza, ma è
dotato di una garanzia che potremmo definire costituzionale, cioè può essere soppresso solo
attraverso un emendamento della Carta.

Venne spesso consultato durante operazioni di peace-keeping. Certo è che la costituzione di un


esercito ONU richiederebbe risorse umane ed economiche enormi e il CS non ha altra scelta che
agire attraverso coalizioni di stati membri.

SISTEMA DI SICUREZZA COLLETTIVA E LA LEGITTIMA DIFESA

L’art. 51 stabilisce la seconda eccezione al divieto dell’uso della violenza armata prevista dalla
Carta. Esso stabilisce che nessuna disposizione della Carta pregiudica il diritto naturale di legittima
difesa individuale o collettiva, nel caso che abbia luogo un attacco armato contro un membro ONU,
fintantoché il Consiglio non abbia preso le misure necessarie per mantenere la pace e la sicurezza
internazionali. Le misure adottate dai membri devono essere immediatamente portate a conoscenza
del CS. Nel confermare il diritto naturale di legittima difesa, individuale o collettiva, la carta non fa
altro che confermare una cosuetudine esistente nel DI generale.

Durante la guerra fredda molti Stati hanno abusato e ampliato il ricorso alla forza militare,
includendo la “legittima difesa preventiva”, consistente nell’attacco sferrato quando si abbia la
certezza di un imminente attacco militare o di altra aggressione equivalente.

Legittima difesa = reazione armata che uno Stato è in diritto di opporre, eventualmente con
l’assistenza di stati terzi, a difesa della propria indipendenza politica e integrità territoriale. Non è
pertanto configurabile come rappresaglia o sanzione all’illecito, non è una contromisura. Bensì
reazione all’attacco armato di forze regolari, o l’invio di bande armate sul territorio di un altro stato

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che produca dimensioni ed effetti simili all’attacco regolare. La Corte ha negato l’aggressione
indiretta, ossia l’aiuto fornito ai ribelli sotto forma di forniture di armi e assistenza logistica. E’ in
base al fine della stessa che deve essere valutato il rispetto dei parametri di necessità e di
proporzionalità dell’azione militare adottata, quali condizioni indispensabili per l’ammissibilità
dell’eccezione. La vittima non potrà occupare il territorio dell’aggressore a meno che ciò non sia
strettamente necessario per impedirgli di proseguire l’aggressione. L’art. 51 vieta in particolare
un’occupazione militare prolungata e a maggior ragione l’annessione di un territorio appartenente
all’aggressore. Inoltre la reazione all’aggressione deve essere immediata.
I vincoli procedurali sono: le misure devono essere immediatamente portate a conoscenza del CS e
possono avere luogo soltanto finché il CS non abbia preso le misure necessarie per mantenere la
pace e la sicurezza.
Ogni Stato membro ha il diritto di ricorrere all’uso della forza per aiutare un altro Stato vittima di
un attacco armato. Tuttavia perché si abbia “legittima difesa colletiva” occorre sempre la richiesta
o il consenso, espresso eventualmente in un precedente accordo di mutua difesa, dello stato vittima
dell’attacco. Il ricordo è consentito solo in presenza della domanda dello stato che si consideri
vittima di un’aggressione armata e solo in quanto questo stato si sia proclamato aggredito.

INTERVENTO MILITARE IN CASO DI VIOLAZIONE DELLA PACE


Dopo la caduta del Muro il CS ha consolidato la prassi di autorizzare gli Stati membri ad usare tutti
i mezzi necessari, compreso la violenza armata, per eliminare una minaccia alla pace o ripristinare
la pace stessa. Si tratta di azioni intraprese da gruppi di stati membri nel quadro di
un’autorizzazione generale conferita dal CS. Quel che si vuole è un risultato attinente alla pace: il
ritiro delle forze di occupazione da un territorio invaso, la garanzia della distribuzione degli aiuti
umanitari o la tutela di persone o luoghi posti sotto protezione internazionale. Si useranno “tutti i
mezzi necessari”, tra cui l’uso della forza armata.

Ad esempio il Consiglio ha autorizzato l’uso della forza in presenza di minacce alla pace e per far
fronte a crisi di carattere umanitario nel contesto di conflitti armati non internazionali e in presenza
di entità belligeranti diverse dagli Stati. Il ricorso alla forza è stato talvolta richiamato
espressamente, compresa l’indicazione della forma e modalità.
Quali i fondamenti giuridici? Si mira non solo alla difesa contro l’attacco armato in atto ma anche
al ripristino della pace violata o all’eliminazione della minaccia alla pace. Per alcuni le
autorizzazioni avrebbero fondamento in una norma di diritto internazionale generalmente
emergente, che permette agli Stati di agire uti universi quando siano violati obblighi erga omnes e
lo stesso CS si configurerebbe come organo materiale della comunità internazionale. Altri
riconducono le operazioni coercitive a scopo umanitario svolte sulla base di autorizzazioni del CS
ad una norma di diritto internazionale generale avente ad oggetto il cosiddetto diritto-dovere
d’ingerenza umanitaria nei casi di genocidio e violazioni massicce di diritti fondamentali. E’ una
reazione a gravissime violazioni di obblighi essenziali. L’obbligo per gli Stati membri è quello di
astenersi dall’impiego di mezzi non pacifici per il tempo necessario al ristabilimento della pace e
della sicurezza internazionali per realizzare lo scopo indicato.
L’azione decisa o autorizzata dal CS resta l’unico strumento ammissibile nel diritto ONU, che non
sia la legittima difesa, per consentire il ricorso alla forza armata da parte degli stati membri e ciò
nonostante i limiti che essa presenta, specie per le modalità di controllo.
INTERVENTI NON AUTORIZZATI

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Si intende interventi militari al di fuori dell’autorizzazione esplicita del Consiglio. Un caso è
rappresentato dall’operazione Provive Comfort di protezione ed assistenza umanitaria alle
popolazioni civili dell’Iraq. In occasione dell’ostruzionismo iracheno nei confronti dei membri
della Commissione speciale e la violazione da parte dell’Iraq dei suoi impegni in materia di
disarmo, USA e UK affettuarono nel 1998 un intenso bombardamento aereo contro obiettivi militari
iracheni. Il fondamento sarebbe derivato dalla risoluzione 678 che legittimava di usare tutti i mezzi
necessari alla coalizione anti-irachena.

Riteniamo che la legittimità degli interventi militari non autorizzati da risoluzioni ma fondati su
formule generiche contenute in risoluzioni o su autorizzazioni precedenti siano da escludere. Solo il
Consiglio può sospendere il divieto dell’uso della forza che gli Stati membri sono tenuti a
rispettare.

LE OPERAZIONI PER IL MANTENIMENTO DELLA PACE

Torniamo a risottolineare come non esistano forze armate a disposizione ONU in via permanente e
ciò è dipeso durante la Guerra fredda dal disaccordo tra le grandi potenze. La prassi ONU ha quindi
dato luogo ai corpi di osservatori impiegati nella vigilanza di tregue e di armistizi e le operazioni
per il mentenimento della pace.

Si possono individuare due fasi: una pre caduta e una post caduta del Muro.
Dal 1948 alla fine degli anni 80 l’ONU ha realizzato solo 1/3 delle operazioni di peace-keeping a
cominciare dalla Forza di urgenza delle Nazioni Unite nel Sinai (UNEF I) con cui si delinea gli
elementi tipici del p-k:

• Consenso dello stato territoriale, neutralità, imparzialità delle operazioni, uso della forza
solo per legittima difesa.
Negli anno 90 sono stati realizzati gli altri 2/3 e questa fase si distingue per lo sviluppo di funzioni
non strettamente militari, soprattutto a carattere umanitario o di peace-building, la riconciliazione
nazionale e il rispetto dei diritti umani e per l’organizzazione e la verifica delle elezioni.

UNPROFOR (forza di protezione delle Nazioni Unite nella ex Iugoslavia) con tre distinte
componenti in Croazia, Macedonia, Bosnia-Erzegovina. UNIFIL (Libano).

Fondamento giuridico: il p-k è un’operazione diversa sia dall’art. 43 che da coalizioni di Stati
autorizzati dal CS. Lo sviluppo della sua prassi è da ascrivere all’esigenza di far fronte a situazioni
concrete attraverso operazioni condotte da forze armate multi-nazionali, costituite da contingenti
messi a disposizione dai membri al fine di prevenire, contenere o far cessare un conflitto di
carattere internazionale o interno. Esiste dunque un consenso generalizzato. Deve trattarsi di
interventi imparziali rispetto alle parti coinvolte nella situazione di crisi o di conflitto e da
realizzarsi con il consenso degli stati o delle parti sul cui territorio le forze opereranno.

Le operazioni sono condotte da contingenti militari, insieme ad una componente civile con
esclusione dell’uso della forza, se non in caso di legittima difesa. Si tratta di assistere le parti
coinvolte in un conflitto e sulla base di un mandato preciso, proprosto dal segretario generale ed
approvato in via politica dal CS. Il previo consenso delle parti è richiesto anche in caso di guerra
civile e in cui le operazioni siano strumentali all’attuazione di accordi di pace e riconciliazione.

La Carta autorizza tali missioni? Il dato di partenza è il silenzio sul punto sia in Carta che in
risoluzioni. Data la natura ibrida, non v’è dubbio che non può essere configurato come strumento

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puramente diplomatico tanto che a volte ha anche presentato aspetti coercitivi, ma non per questo
rientra nel Cap. VII.
La Corte ha sottolineato due elementi: il consenso dello Stato nel cui territorio si svolgono le
operazioni e la circostanza che le risoluzioni istitutive non autorizzavano misure preventive o
coercitive. Il fondamento del peace-keeping appare saldamente ancorato alla Carta ONU,
trattandosi di operazioni per il mantenimento della pace. Se al Consiglio spetta il potere d’istituire
le forze per il mantenimento della pace, i principi applicabili al peace-keeping si sono consolidati
attraverso una pratica generalizzata dell’Organizzazione, accettata dagli Stati membri, che non ha
ancora assunto il rango di consuetudine. L’organo responsabile in via principale resta il CS, cui
spetta in primo luogo decidere l’istituzione della forza, definirne lo scopo il mandato, la durata il
finanziamento ed eventualmente modificarne il mandato. E comunque l’organo deriva sulla base di
una proposta del SG che ha potere di iniziativa in questa materia.

COMPETENZE

Le esigenze ONU devono trovare fondamento in accordi tra l’organizzazione e gli Stati fornitori di
truppe e tra l’organizzazione e i territori in cui i caschi blu sono destinati ad operare. A tal fine è
stato promosso a partire dal 1994, accordi di stand-by, conclusi in forma di Memorandum of
understanding dal Vicesegretario generale per le operazioni di p-k e dalla rappresentanza
permanente dello Stato membro presso l’ONU.

Il finanziamento: in linea generale è finanziato attraverso il bilancio ordinario ONU. I membri


contribuiscono in misura maggiore e si suddividono in 4 categorie:

• Membri permanenti del CS;

• Stati industrializzati non membri permanenti e specificamente individuati;


• Stati membri economicamente meno sviluppati;

• Stati membri economicamente meno sviluppati e specificamente individuati.

La steassa ONU sollecita il versamento di contributi volontari da parte dei membri. In taluni casi ha
istituito conti speciali extra bilancio. Valutiamo poi altri due aspetti:

• La gestione operativa delle missioni autorizzate e il comando militare sul campo.

Il personale fornito è posto al comando ONU, rappresentate dal SG, sotto l’autorità del CS.
Quest’ultimo delega la pianificazione, la preparazione e conduzione delle operazioni al SG che a
sua volta nomina un comandante della forza. Da questo si dipana la catena di comando.

Il consenso talvolta è sancito in accordi ad hoc. Gli altri aspetti vengono demandati agli accordi
sullo Statuto delle forze, concluso tra il SG e il Governo ospite. L’ONU si impegna ad astenersi da
attività incompatibili con il carattere imparziale dll’intervento, mentre lo Stato assicura il rispetto
della natura internazionale delle forze di p-k e le applicazioni delle immunità e privilegi, nonché
l’inviolabilità delle comunicazioni, delle basi, dei quartieri e delle strutture sotto il controllo
esclusivo ONU.

Altri problemi sono poi derivati da attacchi armati nei confronti delle forze di p-k, dato che ai
membri di tali forze non risultano applicabili le norme del diritto internazionale umanitario in
quanto esclusi dal novero di legittimi combattenti. Allora l’AG ha adottato la Convenzione sulla

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sicurezza del personale ONU e di quello associato (sono invece escluse le azioni coercitive
intraprese in base al cap.VII, alle quali il personale partecipa in qualità di legittimo combattente con
conseguente applicazione del diritto internazionale dei conflitti armati. Gli stati contraenti si
impegnano a non attaccare il personale protetto e a garantirne la sicurezza.

IL MANDATO AMPLIATO ALL’USO DELLA FORZA

A partire dagli anni 90 si è parlato di p-k di terza generazione ricomprendente anche l’uso della
forza, al fine di disarmare le parti in conflitto, proteggere personale o installazioni ONU, prevenire
attacchi contro zone di sicurezza e di interdizione aerea (Somalia e Iugoslavia). In detti casi, le
operazioni non erano qualificate come missioni di combattimento autorizzate ad usare strumenti
coercitivi per adempiere il loro mandato, l’uso della forza è stato autorizzato solo in legittima
difesa. Infatti l’UNOSOM II non sarebbe stata in grado di svolgere i suoi mandati se non in forza
dell’assegnazione di poteri coercitivi. Così come l’UNPROFOR ha ricevuto un mandato aggiuntivo
che abilitava ad adottare per legittima difesa tutte le misure necessarie, incluso l’uso della forza, in
risposta ai bombardamenti contro le zone protette. Ma è evidente che siano fuori i confini della
legittima difesa ma siamo in merito al cap.VII

In realtà, i mandati di p-k implicanti un elemento di coercizione sembrano costituire un’eccezione


rispetto ai principi applicabili a tale categoria di operazioni, eccezione limitata a ipotesi di estrema
gravità. Quindi se l’operazione viene trasformata in azione coercitiva il fondamento starà solo negli
articoli 39 e 42 e nei poteri del Consiglio del cap. VII.

Non è invece accettabile l’affermazione secondo la quale l’ONU continua ad esercitare il diritto di
legittima difesa quando le loro forze eseguono azioni coercitive per l’attuazione di mandati
aggiuntivi. Ciò equivalrebbe a dire che non vi sia distinzione tra peace-keeping e peace-
enforcement.

L’uso della forza resta pur sempre un’eccezione, giustificata dall’estrema gravità di una situazione
che senza costituire atti d’aggressione, rappresentano una seria minaccia alla pace internazionale. E
va fortemente salvaguardato il carattere consensuale e non coercitivo delle operazioni.

I TRIBUNALI PENALI INTERNAZIONALI AD HOC

Creati per giudicare i presunti responsabili dei crimini commessi nel territorio della ex Iugoslavia a
partire dal 1991 e in Ruanda nel 1994 (vi furono anche proposte per la Cambogia e il Timor Est).
L’origine del Tribunale per la ex Iugoslavia risale alla risoluzione 780 con cui era stata creata una
Commissione imparziale di esperti incaricata di raccogliere prove sulle gravi violazioni del diritto
internazionale umanitario commesse nel corso del conflitto seguito alla disgregazione della RSFI.
Poi dette violazioni sono state qualificate come minacce alla pace e alla sicurezza internazionali,
così è stata adottata la risoluzione 827 che ha istituito il Tribunale internazionale col compito di
giudicare i presunti responsabili di violazioni gravi del diritto internazionale umanitario.

Il Tribunale comprende tre Camere di prima istanza e una camera d’appello, Procuratore e
Cancelliere. La terza camera consente al Tribunale di processare senza ritardi il grande numero di
imputati. Esso si compone di 14 giudici indipendenti eletti dall’AG su una lista predisposta dal CS.

Vige l’obbligo dei membri di cooperare pienamente col Tribunale e di adottare le misure di diritto
interno necessarie a dare esecuzione alla risoluzione e alla Carta, oltre che alle sentenze. Le spese
sono comprese nel bilancio ONU e ripartite obbligatoriamente tra i membri ma a causa delle

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difficoltà finanziarie parte di esse si ripartiscono tra i stati più ricchi. Esiste anche un fondo
fiduciario per i conributi volontari.
Anche i Tribunali ad hoc di Norimberga e di Tokyo non intendevano esaurire la repressione dei
crimini di guerra legati al secondo conflitto mondiale. Essi hanno provveduto alla punizione dei
principali criminali di guerra, ma, per la maggioranza dei crimini, il compito è rimasto affidato alle
giurisdizioni degli Stati che hanno istruito i relativi processi.

Quindi i due Tribunali di cui sopra sono stati istituiti non attraverso un Trattato, ma tramite
decisione del Consiglio di Sicurezza. Il fondamento giuridico? Ci riporta all’art. 41. Essi
costiuirebbero misure volte al mentenimento della pace e della sicurezza internazionale non
implicante l’uso della forza armata. Il Tribunale nella decisione relativa al caso Tadic ha affermato
che si tratta di un organo sussidiario speciale del CS e quest’ultimo è tenuto al rispetto
dell’indipendenza e delle decisioni. Il CS può tuttavia modificare gli statuti dei tribunali e in caso
estignuerli. L’analogia con il Tribunale amministrativo ONU calza. Si tratta di organi sussidiari.

STATUTO DI ROMA DELLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE


Il più ambizioso scopo della CI è istituire un Tribunale penale internazionale permanente, come
meccanismo comune agli Stati che in modo imparziale ed uniforme, assicuri la repressione dei
crimini più gravi e operi da deterrente per il futuro. Nel 1989 l’AG ha chiesto alla Commissione di
diritto internazionale di iscrivere al suo ordine del giorno la questione della creazione di una corte
penale internazionale. Nel 1994 ha presentato così un progetto di statuto che nel 98 è stato
trasmesso alla Conferenza diplomatica di Roma che ha adottato lo Statuto della Corte Penale
internazionale. Mezzo efficace per sottrarre all’impunità gli individui che, in qualità di uomini di
Stato o di semplici privati, commettono quei crimini che la coscienza collettiva ripudia.
Lo Statuto entrerà in vigore dopo la ratifica collettiva di almeno 60 Stati anche se ha iniziato a
funzionare una commissione preparatoria composta dagli attuali firmatari. Insomma, lo scopo resta
la creazione di una Corte imparziale ed efficace, dotata di una giurisdizione complementare rispetto
a quelle nazionali, infatti può esercitarsi solo quando lo Stato che ha giurisdizione sul caso non ha
la volontà o la capacità di condurre le indagini e il processo. Il caso sarà infatti inamissibile se nello
Stato che ha giurisdizione su di esso sono già in corso indagini o il processo, se esaurite le indagini
le autorità giudiziarie di tale stato hanno deciso di non perseguire il presunto responsabile, se infine
quest’ultimo è già stato giudicato.

Si compone di 18 giudici eletti dall’Asemblea degli Stati parti dello Statuto per 9 anni, la Corte è
definita istituzione indipendente ed è il primo Tribunale internazionale cui lo Statuto riconosca la
personalità giuridica internazionale. La Corte non è organo delle Nazioni Unite, con le quali però
stipulerebbe un accordo di collegamento.

Essa è destinata ad avere almeno nella prima fase un carattere semi-permanente: si riunisce solo
quando necessario, per decidere i casi che le verranno sottoposti. Come si finanzia? A sistema misto
tra risorse degli Stati parti e quelle del bilancio ordinario ONU.

Quanto alla natura della giurisdizione, essa non ne ha una a carattere universale. Non può procedere
contro cittadini di uno stato non parte allo Statuto, salvo il loro consenso (fatto salvo il principio di
inefficacia dei trattati nei confronti degli Stati terzi). Non sarà universale, però è è automatica per i
crimini previsti da Statuto, se lo Stato sul cui territorio sono stati commessi o di cui il presunto
responsabile è cittadino sono parti contraenti. In caso contrario, uno di tali Stati o entrambi possono

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accettare la giurisdizione della Corte con dichiarazione ad hoc. L’esigenza del consenso viene meno
solo ove il caso sia sottoposto alla Corte dal CS.
Lo Stato che ne diviene parte accetta la giurisdizione rispetto a tutti i crimini previsti. In una
clausola finale transitoria, tuttavia, è previsto che ogni Stato aderente può sottrarsi alla giurisdizione
della Corte per 7 anni, rispetto alla categoria dei crimini di guerra.
Al CS spetta il potere di chiedere alla Corte la sospensione per un anno delle indagini nei confronti
di un presunto responsabile con possibilità di rinnovare la richiesta. Circa il potere di iniziativa: uno
Stato parte, ma anche il Procuratore sia abilitato ad avviare le indagini, previa autorizzazione della
Camera preliminare, sulla base di informazioni ricevute da stati e anche da organizzazioni non
governative o da latre fonti affidabili. Essenziale è che l’accusa sia fondata.

CRIMINI PIU’ GRAVI

• Crimini di guerra, genocidio, crimini contro l’umanità. Chi li commette ne portano la


responsabilità penale che è imprescrittibile.

La competenza del tribunale si estende a 4 categorie di crimine internazionale:


• Violazioni delle Convenzioni di Ginevra del 1949 specie quelle contro persone protette e tra
cui rientrano l’omicidio volontario, la tortura e i trattamenti inumani;
• Violazioni delle leggi e consuetudini di guerra (uso di armi chimiche o atte a provocare
sofferenze inutili, i bombardamenti di città e villaggi, distruzione di luoghi di culto, scuole…;

• Genocidio = atti commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo


nazionale, etnico, razziale o religioso (è la definizione dell’art. 2 della Convenzione per la
prevenzione e la repressione del crimine di genocidio);

• Crimini contro l’umanità, commessi durante conflitto armato contro la popolazione civile
(sterminio, omicidio, schiavitù, deportazione, tortura…)

10 ) Il contributo degli accordi e organizzazioni regionali al mantenimento della pace

Il sistema di sicurezza collettiva è supportato dal capitolo VIII e dagli articoli 52, 53 e 54.

La tesi della subordinazione delle organizzazioni regionali, che aveva una certa ratio nel periodo del
conflitto ideologico, sembra superata dall prassi. La linea è tendenzialmente quella di una
cooperazione funzionale, insistente sul concetto di complementerietà. Vi è addirittura chi vi
intravede una possibile funzione sostitutiva.

Art. 52 stabilisce due principi: l’integrazione degli accordi o organizzazioni regionali nelle attività
per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionali ai fini di questioni che si prestino ad
un’azione regionale, e quello della necessaria conformità tra tali accordi e organizzazioni e i fini e
i principi ONU.

La differenza tra “accordo” e “organizzazione regionale”? Attiene al grado di istituzionalizzazione,


minore nel caso dell’accordo, maggiore in quello dell’organizzazione. L’articolo non sembra porre
in essere ulteriori requisiti se non quelli del carattere regionale dell’accordo o dell’organizzazione
considerata e della conformità ai principi della Carta. Il requisito della conformità deve essere
valutato tenendo presente che gli accordi regionali e le carte istitutive di organizzazioni regionali
sono trattati internazionali indipendenti, nei quali non sempre sono presenti disposizioni specifiche

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volte a coordinare la loro sfera di applicazione con quella ONU e a stabilire le priorità dell’azione
ONU rispetto a quella da esse prevista nel campo del mantenimento della pace e della sicurezza
internazionali.

La natura regionale non può desumersi da un mero criterio geografico. “Regione” non è tanto una
comunità di Stati geograficamente contigui, quanto una comunità parziale d’interessi nell’ambito
della CI universale.

[ E’ il caso della NATO aperta a tutte quelle democrazie europee che indipendentemente da criteri
geografici, siano disposte a far fronte alle responsabilità poste dall’appartenenza all’alleanza. La
funzione orginaria era quella di provvedere alla difesa collettiva degli stati membri, nascente dal
trattato di Washington del 1949. La sola ipotesi di uso della forza prevista era infatti la difesa
congiunta dello Stato membro vittima di un attacco armato, mentre non sono contemplate azioni
militari in relazione a conflitti tra membri. La nuova strategia si basa sul principio della
cooperazione tra Nato e gli stati appartenenti al disciolto Patto di Varsavia e su un impianto ampio
della sicurezza volta ad integrare la dimensione della difesa con elementi politici, economici,
sociali ed ambientali. Anche a livello europeo.

Essa intende contribuire alla prevenzione dei conflitti e alla gestione delle crisi, accanto ai
tradizionali interventi di carattere difensivo.
Il coordinamento tra ONU e le organizzazioni regionali si impongono in conseguenza del
comportamento degli Stati appartenenti all’ONU che partecipano nello stesso tempo agli accordi ed
organizzazioni regionali, in qualità di parti contraenti. Gli Stati onu sono tenuti a garantire la
prevalenza degli obblighi derivanti dal diritto ONU rispetto a quello regionale. Ma la prassi fa
rientrare anche le organizzazioni. E gli accordi regionali che non svolgono in via principale
funzioni nel settore del mantenimento della pace.

L’organizzazione regionale deve essere intesa in senso lato, comprensiva anche di altre
organizzazioni che hanno potenzialità d’azione nel campo della prevenzione dei conflitti, del peace
keeping e making. Di tale evoluzione sono anche le competenze attribuite all’UE in base alle
questioni relative alla politica estera e di sicurezza comune che comprendono anche missioni
umanitarie e di soccorso ed attività dirette al mantenimento della pace e della gestione di crisi
internazionali.

IL REGOLAMENTO DI CONTROVERSI A LIVELLO REGIONALE

Il rapporto tra CS ed Organizzazione regionale nei campi a tutela della pace. L’art. 52 stabilisce la
priorità dei meccanismi regionali rispetto al CS in relazione alle controversie di carattere locale. I
membri ONU che partecipano ad accordi ed organizzazioni regionali devono infatti fare ogni sforzo
per risolvere pacificamente le controversie che rientrano in tale categoria mediante gli stessi accordi
od organizzazioni, prima di deferirle al CS. Il principio di priorità non è mai stato interpretato in
modo rigido. E’ tendenzialmente in favore però.

Il CS incoraggia lo sviluppo della soluzione pacifica delle controversie di carattere locale mediante
gli accordi o le organizzazioni regionali sia su iniziativa degli Stati interessati, sia deferendo esso
stesso tali controversie in sede regionale. Può in ogni modo svolgere inchieste su una controversia
di ordine locale anche se il meccanismo regionale ne è già investito. Così come ogni stato membro
può sottoporre all’attenzione del CS o dell’AG in ogni momento una controversia di carattere
locale.

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LA PRIORITA’ DELL’ONU

Se la Carta ONU favorisce l’uso prioritario dei meccanismi regionali nella soluzione pacifica delle
controversie di ordine locale, diverso è il discorso per le azioni coercitive, ove l’ordine di priorità di
inverte. L’art. 53 stabilisce che il Consiglio di Sicurezza ha facoltà di utilizzare gli accordi o le
organizzazioni regionali per azioni coercitive sotto la sua direzione. Le decisioni sono eseguite
direttamente dai membri ONU o dalle organizzazioni internazionali competenti di cui siano
membri, tra cui figurano anche quelle a carattere regionale. Ma quali azioni può incaricare?
Sanzioni short of war, misure implicanti l’uso della forza di sostegno a sanzioni economiche e
misure di imposizione coattiva della pace.

DIVIETO DI MISURE COERCITIVE NON AUTORIZZATE

L’art. 53 vieta invece agli accordi e alle organizzazioni regionali di attuare autonomamente azioni
coercitive, stabilendo che nessuna azione di tale natura potrà venire intrapresa senza
l’autorizzazione del CS, escludendo le sanzioni economiche e quelle short of war. Quelle implicanti
l’uso della forza necessitano di autorizzazione preventiva (e quando è conferita agli Stati membri
sembra chiaro che questa è valida anche se l’azione viene condotta attraverso le organizzazioni
regionali di cui gli Stati autorizzati fanno parte.

Quando ci fu l’intervento militare NATO verso la RFI senza autorizzazione espressa del CS, essa
avvenne a posteriori ma è stato ugualmente legittimato a ragion del ristabilimento della pace.

AMBITO DI APPLICAZIONE DI AZIONI COERCITIVE REGIONALI

La definizione dell'ambito di azione dell’organizzazione regionale dipende dal suo Trattato


istitutivo e dalla prassi di applicazione. Nel silenzio della Carta, la risposta va in primo luogo
ricercata nel Trattato istitutivo dell’organizzazione regionale interessata e nelle eventuali modifiche
formali o de facto da esso subite nel tempo. Se si escludono le azioni coercitive implicanti l’uso
della forza, soggette ad autorizzazione preventiva del CS, le altre misure rientrano nel contesto
della libertà di iniziativa che ciascuno organizzazione regionale ha in conformità al proprio statuto.
Inoltre gli organismi regionali possono agire senza preventiva autorizzazione del CS nell’esercizio
del diritto di legittima difesa collettiva. Infatti all'art. 53 vi è una deroga al principio della previa
autorizzazione che vale per le misure coercitive contro ogni Stato nemico, categoria nella quale
rientra ogni stato che è stato nemico di uno qualsiasi dei firmatari della Carta nel corso della II
Guerra mondiale. E in due casi determinati: misure adottate in base al 107 e misure dirette contro
ogni ripresa di una politica di aggressione.

Il 107 stabilisce a sua volta che nessuna disposizione della Carta pregiudica la possibilità per gli
Stati firmatari di intraprendere o autorizzare un’azione come conseguenza della II guerra mondiale
nei confronti di uno Stato ex nemico (anacronismo).

P-k regionale e rapporti ONU: esso può esser svolto anche da organismi regionali. Chiaro è che se il
CS può delegare azioni coercitive, non si vede perché non possa delagre azioni di peace-keeping.
Azioni che possono essere intraprese anche di propria iniziativa, salvo il caso in cui assumano
carattere coercitivo.

La struttura non è diversa da quella ONU. L’art. 54 prevede che il CS si tenuto pienamente
informato, in ogni momento, dell’azione intrapresa (nelle prassi è stato informato da comunicazioni

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inviate al SG, da stati parti della controversia o da altri stati. L’onere incombe ancora una volta in
via principale agli stati membri ONU che partecipano agli accordi o alle Org. Reg, nelle forme
idonee a realizzare lo scopo voluto dalla norma.

Oggetto dell’informazione: azioni relative alla soluzione pacifica di controversie di ordine locale,
reazioni ad attacchi armati nell’esercizio del diritto di legittima difesa. L’informazione preventiva
nel caso in cui si progetino misure implicanti l’uso della forza, che sono in via prioritaria
competenza del CS.

10) Il Segretario dell’ONU


Le unioni di Stati organizzati di solito al vertice collocano un organo individuale, denominato
Segretario o direttore generale. Esso assicura la continuità dell’azione amministrativa
dell’Organizzazione ed ha un importante ruolo politico-diplomatico. Nella SdN era organo di natura
prevalentemente amministrativa, nel sistema ONU è equiparato al Consiglio e all’AG, rivestendo
dunque anche una carica politica. Qualificato come uno degli organi principali ONU.

Il Segretariato è un organo complesso composto da vari uffici individuali, subordinati


gerarchicamente all’ufficio del Segretario generale.

Secondo l’art. 97 è nominato dall’AG su proposta del CS. In realtà è eletto dal CS e dall’AG
secondo una procedura in due fasi e la raccomandazione del CS costituisce parte essenziale dato
che si gioca il veto. Diciamo che la Carta nulla dispone circa le caratteristiche richieste per
l’elezione, la durata della carica e la possibile rielezione del candidato uscente.

1. Sir Gladwyn Jebb (Regno Unito, Europa), dal 1945 al 1946.


2. Trygve Lie (Norvegia , Europa), dal febbraio 1946 alle dimissioni nel novembre 1952.

3. Dag Hammarskjöld (Svezia, Europa), aprile 1953 fino alla sua morte in un incidente
aereo al confine fra Katanga e Rhodesia Settentrionale (attuale Zambia) nel settembre 1961.

4. U Thant (Birmania (attuale Myanmar ), Asia), dal novembre 1961 al dicembre 1971.

5. Kurt Waldheim (Austria, Europa) 1972-1981

6. Javier Pérez de Cuéllar (Perù, America del Sud) 1982-1991

7. Boutros Boutros-Ghali (Egitto , Africa), dal gennaio 1992 al veto statunitense ad un


suo secondo mandato avvenuto nel dicembre 1996.
8. Kofi Annan (Ghana, Africa ), dal gennaio 1997 a dicembre 2006.

9. Ban Ki-moon (Corea del Sud, Asia), dal gennaio 2007 attualmente in carica.

Il Consiglio di Sicurezza raccomanda il candidato all’AG che implica l’unanimità dei membri,
mentre l’Assemblea può votare a maggioranza semplic. Nella SdN esso proveniva sempre da una
grande potenza appartenente al Consiglio, mentre l’ONU ha preferito segretari provenienti da
medie potenze. Non è stato mai eletto un candidato cittadino degli Stati permanenti.

La durata viene stabilita in occasione di ogni elezione. Vi fu la proroga per Boutros-Ghali per un
anno e si è affermata nella prassi la rielezione per un secondo mandato del segretario uscente. Tra le
argomentazioni avanzate contro la sua rielezione v’era quella secondo cui avrebbe potuto

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pregiudicare l’indipendenza e l’imparzialità del candidato. In tal senso è stato sottolineato che
sarebbe opportuno introdurre un diveto espresso nella Carta di rielezione, accompagnando tale
modifica con l’estensione della durata del mandato a sette anni.

Poi abbiamo l’ipotesi della vacanza della carica dai casi diversi dalla scadenza naturale (morte,
dimissioni, impedimento permanente). Il Presidente Hammarskjöld morì in un incidente aereo e si
elesse U Than in qualità di facente funzioni per il periodo restante del mandato e poi eletto a
Segretario. Si propongono alcune innovazioni tra le quali la limitazione del potere di veto, il cui
esercizio dovrebbe essere escluso se un candidato raccoglie la maggioranza dei voti in Consiglio e
la presentazione di un programma di lavoro da parte di ciascuno dei candidati.

FUNZIONI AMMINISTRATIVE

ART. 100 Il SG è tenuto anzitutto a non sollecitare né ricevere istruzioni da alcun Governo a da
alcuna autorità estranea all’Organizzazione e deve astenersi da qualunque azione che possa
compromettere la sua posizione di funzionario internazionale. A loro volta gli Stati membri sono
tenuti a rispettare il carattere internazionale del ruolo del Segretario e a non cercare di influenzarlo
nell’adempimento delle sue funzioni. Si ricavano obblighi di comportamento per il Segretario:

• Imparzialità ed indipendenza rispetto agli interessi nazionali, piena indipendenza dallo Stato
di origine, incompatibilità totale con funzioni e doveri statali e ha il dovere di non accettare cariche
politiche nazionali immediatamente dopo la scadenza del mandato.

Il modello amministrativo e quello politico nel caso dell’ONU può dirsi realizzata una fusione di
entrambi, dato che il Segretario generale è titolare di funzioni amministrative, ma svolge nello
stesso tempo un rilevante ruolo politico.

Le funzioni amministrative in base alla Carta e allo Statuto della Corte Internazionale: informazione
all’AG e ai membri circa le questioni relative al mantenimento della pace che il Consiglio sta
trattando, convocazione di sessioni speciali dell’A su richiesta del Consiglio di sicurezza o della
maggioranza dei membri ONU, nomina del personale, registrazione e pubblicazione dei trattati,
preparazione della lista per l’elezione dei giudici della Corte e procedure relative all’estrazione a
sorte dei giudici le cui funzioni scadono al termine dei periodi iniziali di tre a sei anni, funzione di
depositario delle dichiarazioni di accettazione della giurisdizione obbligatoria della Corte da parte
degli Stati.

Quindi è il più alto funzionario amministrativo dell’ONU e gli sono assegnati tutti i compiti
amministrativi rientranti nella sfera organizzativa, tecnica, finanziaria e di rappresentanza. Esso
rappresenta l’ONU nelle sue relazioni esterne e da qui deriva la sua competenza a negoziare e a
concludere accordi delle Nazioni Unite con Stati membri e non o con altre organizzazioni
internazionali (treaty-making power).

Fra i Trattati internazionali conclusi dal Segretario assumono particolare rilievo quelli riguardanti le
operazioni di peace-keeping, stipulati con gli Stati che mettono a disposizione contingenti militari e
con gli Stati sul cui territorio tali forze sono destinate ad operare; gli accordi di sede; gli accordi
concernenti lo svolgimento di conferenze conclusi con lo Stato ospite; quelli con le organizzazioni
regionali volti a rafforzare la cooperazione con le Nazioni Unite; infine, gli accordi aventi ad
oggetto questioni di carattere tecnico o amministrativo.

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Secondo l’art. 98 il SG agisce in tale qualità in tutte le funzioni dell’AG, del CS, del Consiglio
Economico e sociale e del Consiglio di amministrazione fiduciaria ed esplica quelle funzioni che gli
siano affidate da tali organi. Ad esso sono attribuite competenze relative alla preparazione del
lavoro degli organi principali ed all’attuazione delle loro decisioni; nella sua qualità di più alto
funzionario amministrativo, egli partecipa a tutte le loro riunioni, provvede a distribuire i testi dei
documenti ufficiali e a comunicarli agli stati membri.

E’ inoltre responsabile della preparazione dell’ordine del giorno delle riunioni degli organi ONU e
della raccolta della documentazione di base. Altre attività riguardano la predisposizione del bilancio
e l’amministrazione finanziaria ONU.

Esso predispone una relazione annuale sul lavoro svolto dall’Organizzazione. Con il tempo questo
è divenuto anche un documento politico.

REGISTRAZIONE, PUBBLICAZIONE E DEPOSITO DI TRATTATI INTERNAZIONALI

Ogni trattato e accordo internazionale (concorso di volontà per mezzo del quale gli Stati interessati
intendono creare un reciproco rapporto di obbligazione giuridica) stipulato da un membro ONU
deve essere registrato al più presto possibile presso il Segretariato. I testi degli Accordi
internazionali registrati sono pubblicati, a cura del Segretariato, nella United Nations Treaty Series,
in lingua originale, e con traduzioni in inglese e francese se necessario.

Si è consolidata l’opinione secondo la quale la mancata registrazione avrebbe prodotto i suoi effetti
nell’ambito del sistema giuridico speciale della SdN e che tali effetti si concretavano
nell’impossibilità che il Trattato non registrato fosse invocato e fatto valere di fronte agli organi
della Società. Anche per il 102 la mancata registrazione ha come effetto l’impossibilità di invocare
i Trattati non registrati nell’ambito ONU. Nessuno dei contraenti di un accordo che non sia stata
registrato potrà invocare quel Trattato davanti ad un organo ONU. Inoltre, la registrazione non
implica una valutazione, da parte del Segretariato stesso, circa la natura dello strumento registrato,
né conferisce ad esso lo status di accordo internazionale se esso già non lo possiede.

Un accordo è comunque una manifestazione di norme pattizie, che non riflettono il diritto
internazionale generale, il quale non obbliga gli stati a dare pubblicità ai trattati da loro stipulati o a
notificare ai terzi l’avvenuta conclusione dello stesso.

Inoltre svolge funzioni di depositario delle convenzioni multilaterali concluse sotto gli auspici
ONU. Egli assicura la custodia del testo originale, prepara le copie certificate conformi, riceve tutte
le firme apposte nel Trattato, informa le parti e gli Stati qualificati a divenire parti del Trattato degli
atti, delle notifiche e delle comunicazioni relative al trattato; in breve, svolge in modo imparziale
tutte le funzioni proprie dei depositari. Infatti la Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del
1969 stabilisce che il funzionario amministrativo più elevato in grado di una organizzazione
internazionale può essere designato depositario di un Trattato.

FUNZIONI POLITICHE-DIPLOMATICHE

Buoni uffici, mediazione, inchiesta. Organizza e dirige le operazioni di mantenimento della pace.
Ha una notevole discrezionalità circa i tempi e le modalità di azione, tendenza inaugurata dalla
guerra fredda. Esso negozia con gli Stati ospiti e gli altri membri ONU le condizioni di spiegamento
delle missioni, raccoglie le necessarie risorse finanziarie e ciò che è ancor più rilevante è che

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l’iniziativa per l’istituzione delle operazioni di p-k è assunta quasi sempre proprio dal SG, il quale
nell’ambito del ruolo diplomatico e di fact-finding ha spesso proposto al Consiglio di sicurezza,
dopo aver verificatola disponibilità degli Stati coinvolti, l’invio di una missione in un’area di crisi
(Somalia, Liberia).

FUNZIONI POLITICHE AUTONOME

Oltre a quelle delegate, il SG ha competenze politiche autonome che si trovano nell’art. 99 come il
diritto di richiamare l’attenzione del Consiglio su qualunque questione che, a suo avviso, possa
minacciare il mantenimento della pace e delle sicurezza internazionale. L’ampiezza della formula
gli consente di prendere in considerazione qualsiasi questione suscettibile di minacciare la pace
(questione = nozione ancora più estesa rispetto a controversia e situazione; minacciare = attribuisce
al Segretario generale un ampio margine di apprezzamento).

Doppia discrezionalità: può presentare e a suo avviso: ha il potere, non l’obbligo, di sottoporre
all’attenzione del Consiglio una questione a suo giudizio pericolosa per la pace. Torniamo all’art.
99, fondamento di tutte le funzioni politico-diplomatiche. Sono da ricondurre i poteri impliciti e le
funzioni politiche esercitate da esso in materia di coordinamento e di informazione, di diplomazia
preventiva, buoni uffici e mediazione, per promuovere la soluzione di situazioni pericolose per la
pace. Inteso quasi come l’organo più idoneo a valutare le situazioni di crisi e a orientare l’azione
degli organi politici, che deliberano sulla base di sue proposte e autorizzano azioni che lo stesso
segretario ha sollecitato.

Ha realizzato anche missioni di inchiesta, visto come il soggetto più idoneo ad effettuare indagini e
a raccogliere informazioni ai fini della prevenzione dei conflitti. Può svolgere direttamente
l’inchiesta, costituire una Commissione di esperti ovvero designare un rappresentante o inviato
speciale che gli faranno rapporto. Gli è quindi riconosciuta una competenza autonoma discrezionale
che include il potere di svolgere attività di diplomazia preventiva, dall’invio di missioni di fact-
finding e di gruppi di osservatori, alle iniziative di negoziato, buoni uffici, organizzazione di
conferenze di pace, visita personale sui luoghi di crisi, ricerca del dialogo diretto con autorità di
governo e rappresentanti delle parti. Può esercitare le sue funzioni politiche autonome anche in
collegamento con i segretari di organizzazioni internazionali regionali.

Riteniamo che l’esercizio di funzioni politiche autonome da parte del SG rientra nell’ambito di
quelle pratiche integrative della Carta che è difficile qualificare come vere e proprie consuetudini.

COMPOSIZIONE

A partire dall’86 la struttura organizzativa è stata semplificata che comprendeva 9 dipartimenti e


vari uffici, corrispondenti a vaste aree tematiche o a funzioni essenziali, ai quali l’ufficio del
segretario fornisce l’indirizzo generale. Il reclutamento e la disciplina dello statuto giuridico del
personale costituiscono una tipica manifestazione del potere di auto-organizzazione ONU, detto
diritto interno delle organizzazioni internazionali, o anche, diritto amministrativo internazonale.

Art. 100 sancisce l’indipendenza del personale del Segretariato che implica il divieto di ricevere
istruzioni da qualsiasi Governo o autorità esterna all’organizzazione. La seconda parte impone ai
membri del personale di astenersi da qualsiasi azione che possa compromettere la loro posizione di
funzionari internazionali responsabili nei confronti ONU. Essi sono tenuti ad un dovere di
riservatezza e discrezione e gli stati di converso hanno l’obbligo di rispettare la funzione

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internazionale del personale, astenendosi dall’esercitare su di esso qualsiasi forma di pressione, a
cominciare dalla fase di reclutamento.

Art. 101 il personale è nominato da SG secondo le norme stabilite dall’AG. Del 1952 è lo “Staff
Regulatios” che contiene norme in materia di condizioni di servizio, diritti e doveri connessi al
rapporto d’impiego, promozioni e dimissioni, previdenza, permessi e congedi, salari e diritti al
pensionamento. Il SG è titolare di un potere regolamentare che si esplica nell’emanazione di
disposizioni di rango subordinato applicative dello Statuto. Tale potere si esercita anche sotto forma
di circolari, istruzioni e note. Quanto al reclutamento, si fa riferimento all’esigenza di assicurare il
massimo grado di efficienza, competenza ed integrità ed impone di considerare l’importanza del
criterio geografico più ampio possibile. I desiderable ranges sono calcolati sulla base di tre
indicatori: il numero dei membri ONU, la popolazione di ogni Stato membro e la sua contribuzione
al bilancio ONU.

IL TRIBUNALE AMMINISTRATIVO ONU

Elemento di garanzia cui è devoluto il compito di risolvere le controversie in materia di impiego


che sorgono tra l’Organizzazione e i suoi dipendenti. Si tratta di un’immunità processuale e di
diritto sostanziale, che comporta l’irrilevanza, per gli ordinamenti degli Stati, dei rapporti nei quali
le organizzazioni internazionali intervengono come soggetti dei propri ordinamenti interni, rapporti
tra i quali rientrano quelli di impiego con il personale. La Carta contiene regole riguardanti il
reclutamento e la nomina dei funzionari mediante procedure interne per l’esame dei ricorsi del
personale, conferendo al SG la competenza di decidere in merito ad essi, dopo aver consultato la
commissione paritetica di ricorso.

La prima istanza di ricorso aperta ai funzionari in caso di controversi con l’ONU resta sempre
quella gerarchica, ed è proprio contro le decisioni finali del capo dell’Amministrazione che è
conferito al dipendente il potere di adire l’organo giudiziario. L’incremento dei funzionari ha reso
indispensabile un meccanismo di soluzione giudiziaria delle controversie in materia di impiego,
anche alla luce di tutelare il diritto fondamentale di ogni individuo ad un processo equo di fronte ad
un tribunale indipendente ed imparziale.

Il Tribunale Amministrativo delle Nazioni Unite (TANU) è stato istituito dall’AG nel 1949 tramite
risoluzione che ne reca lo Statuto. La competenza può essere estesa ad ogni istituto specializzato
delle Nazioni Unite secondo i termini di un accordo speciale da concludersi con l’istituto
interessato ed il Segretario generale. E’ il potere dell’AG di istituire un organo di carattere
giurisdizionale, competente ad emanare decisioni con efficacia di cosa giudicata nelle controversie
relative ai rapporti di impiego fra ONU e personale. Gli organismi creati con delibere organizzative
rientrano nel novero degli organismi sussidiari, subordinati ai principali istitutivi. Da qui il
problema di conciliare il carattere di organo giudiziario, indipendente, con la sua natura sussidiaria.
La Corte ha escluso che esso abbia carattere subordinato, negando il diritto dell’AG di rifiutare
l’esecuzione delle sue decisioni comportanti il versamento di un’indennità.

Arriviamo al dunque: il Tribunale è organo sussidiario ma una volta istituito non è subordinato
all’Assemblea che anzi ne rispetta le sentenze secondo statuto che essa ha approvato. Cmq può
modificarne lo statuto. Ragionamento analogo che di applica ai Tribunali penali internazionali
istituiti dal CS. Il TANU è composto da sette membri di diversa nazionalità, eletti dall’AG.

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Scopo del sistema di soluzione di controversie è: fornire uno strumento di garanzia giurisdizionale
ai dipendenti i cui diritti sono stati violati e di assicurare l’uso del diritto nonostante che le decisioni
amministrative ONU siano escluse dal sindacato dei tribunali nazionali. Procedimento:

1) Ricorso amministrativo al SG dove sono rappresentati sia il dipendente che


l’Organizzazione;
2) Diritto del dipendente di presentare ricordo al tribunale contro la decisione amministrativa
adottata nei suoi confronti.

La richiesta al TANU è valida solo se il SG ha rigettato le raccomandazioni di tale organismo,


ovvero non ha adottato alcuna decisione a riguardo.

Ha competenza limitata alla soluzione delle controversie che hanno ad oggetto il rapporto di lavoro
del dipendente: esso è competente a conoscere dei ricorsi aventi ad oggetto la violazione del
contratto o delle condizioni di impiego dei funzionari del Segretariato. I termini “contratto” e
“condizioni di impiego” comprendono tutte le disposizioni applicabili dello Statuto e del
regolamento del personale in vigore al momento dell’invocata violazione, comprese quelle
contenute nel regolamento delle pensioni (ratione materia).

Hanno capacità processuale di fronte al Tribunale le persone fisiche che possiedono, o hanno
posseduto, la qualità di funzionari o di agenti internazionali, ed i loro aventi diritto. Lo Statuto tace
sul diritto applicabile alla soluzione delle controversie con il personale. Il diritto di impiego
costituisce, in quanto lex specialis, la fonte principale del diritto applicabile, che va tuttavia
integrato con riferimento a tutte le norme appartenenti al diritto interno ONU in tema di impiego. Vi
rientrano i principi generali del diritto specie quelli attinenti al servizio civile internazionale e la
pratica dell’Organizzazione.

Se il Tribunale amministrativo riconosce fondato il ricorso, può, emanare una sentenza che annulla
la decisione contestata o limitarsi ad accettare la violazione dell’obbligo da parte
dell’Organizzazione, che sarà così tenuta ad eseguire la sentenza. Nel caso di impossibile o
inopportuno annullamento o esecuzione dell’obbligo, il Tribunale può ordinare la riparazione del
danno e il versamento del relativo indennizzo. Le sentenze, definitive e senza appello, pongono così
fine alla controversia ed hanno efficacia di cosa giudicata. Lo statuto ammette quali mezzi di
impugnazione per la revisione della sentenza il ricorso in revisione o per rettificazione di errore
materiale.

12) Corte internazionale di giustizia

La Corte Internazionale di giustizia è l’organo giurisdizionale ONU avente competenza contenziosa


per la soluzione di controversie di controversie internazionali fra Stati e consultiva per la
formulazione di pareri richiesti dagli organi a ciò autorizzati. “E’ il principale organo
giurisdizionale ONU”. Elemento essenziale del sistema di soluzione pacifica delle controversie e,
più in generale, del meccanismo per il mantenimento della pace e della sicurezza. Si richiama alla
precedente Corte permanente di giustizia internazionale creata all’epoca della SdN. Nel 1945 si
decise di sostituirla con un organo analogo ma nuovo, per una sorta di continuità tra le due anche
nel corpus giurisprudenziale. Ci fu un trasferimento di giurisdizione. La CIG è costituita e funziona
in conformità alle disposizioni del suo Statuto come annesso alla Carta ONU, della quale forma
parte integrante. Con l’entrata in vigore della Carta tutti gli stati membri sono diventati ipso facto

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parti allo Statuto della Corte. Ogni Stato non membro dell’ONU può aderire allo Statuto alle
condizioni che vengono determinate caso per caso dall’AG su raccomandazione del CS e sono 3:

• Accettazione delle disposizioni dello Statuto, accettazione degli obblighi derivanti dall’art.
94 della Carta (obbligo degli stati di conformarsi alle decisioni della Corte nelle controversie di cui
siano parti), impegno finanziario derivante dalla partecipazione allo Statuto.

L’art. 35 parla di possibilità di accesso alla Corte di stati che non sono parti dello Statuto ma
stavolta le condizioni sono determinate dal CS e in nessun caso porranno le parti in una posizione di
ineguaglianza di fronte alla Corte. Quali sono?

• Dichiarazione di accettazione della giurisdizione della Corte resa dallo Stato che voglia
accedere alla Corte, con la quale lo Stato si vincola a conformarsi in buona fede alla decisione della
Corte e ad accettarne gli obblighi.

COMPOSIZIONE

La Corte si compone di 15 giudici eletti a prescindere dalla loro nazionalità, tra persone di alta
levatura morale che possiedono i requisiti richiesti nei loro rispettivi paesi per la nomina delle più
alte cariche giudiziarie o siano giureconsulti di riconosciuta competenza nel campo del diritto
internazionale. Durano in carica 9 anni e sono rieleggibili. Tra i membri della Corte non può
figurare più di un cittadino di uno Stato determinato e ci deve essere la rappresentanza delle
principali forme di civiltà e dei principali sistemi giuridici del mondo. La composizione si rinnova
per 1/3 ogni 3 anni, con l’elezione di 5 giudici. L’indipendenza dei giudici è garantita mediante le
previsioni di inamovibilità, incompatibilità della carica con altre funzioni professionali e, in
particolare, con quella di agente, consulente o avvocato in controversie, e ancora attraverso
l’obbligo dei giudici di non partecipare alla decisione di controversie alle quali abbiamo
precedentemente preso parte in qualità di agenti, consulenti o avvocati delle parti o di membri di
una corte nazionale od internazionale. I giudici godono dei privilegi e delle immunità diplomatiche.

L’elezione dei giudici comporta due fasi: designazione dei candidati da parte degli Stati (essa
avviene mediante gruppi nazionali della Corte permanente di arbitrato, qualora vi siano membri
della Nazioni Unite non rappresentati in detta corte, i candidati di tali stati sono designati da gruppi
nazionali nominati dai governi mediante le stesse modalità prescritte per la corte di arbitrato. I
membri dei menzionati gruppi sono invitati dal SG. Nessuno può designare più di 4 persone, di cui
non più di due possono essere della sua nazionalità ed elezione da parte di CS ed AG, che
procedono con votazioni autonome. I membri della Corte sono eletti dalla lista di persone così
designate, ciascuno a maggioranza assoluta dei voti dall’AG e del CS. La procedura è abbastanza
complessa: intervento di una commissione mista di sei membri (nominati per metà dall’AS e per
l’altra dal CS) con il compito di scegliere a maggioranza assoluta di voti un nome per ogni seggio
ancora vacante, da presentare all’adozione separata dell’AG e del CS. Se pure tale intervento
assicura l’elezione di tutti i giudici, spetta ai giudici già eletti coprire i seggi vacanti scegliendo tra
quei candidati che abbiano ottenuto voti nell’AG o nel CS.

ORGANIZZAZIONE

Ha sede all’Aja. Elegge il suo Presidente e vice per 3 anni e sono rieleggibili. Nomina il cancelliere
e può procedere alla nomina degli altri funzionari che siano necessari. Essa esercita normalmente le
sue funzioni in adunanza plenaria, ed un quorum di nove giudici è sufficiente per costituire la Corte.

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Prevista la possibilità di istituire collegi giudicanti ristretti (sezioni/camere) di cui si distinguono
diverse categorie. In primo luogo la Corte può costituire in qualsiasi momento una o più sezioni,
composte di almeno 3 giudici, per trattare particolari categorie di controversie. Il secondo tipo è
dato dalla camera ad hoc, una sezione che può essere costituita dalla Corte per la soluzione di una
determinata controversia, composta da un numero di giudici deciso dalla corte con l’assenso delle
parti. Le controversie sono esaminate e decise dalle sezioni quando le parti ne facciano richiesta.

Si prevede una terza possibilità: al fine di un rapido espletamento dei processi, e quando le parti lo
domandino, la Corte decide con procedimento sommario, vale a dire attraverso una sezione
composta da 5 giudici, costituita ogni anno dalla corte stessa.

Quanto alla composizione nel contenzioso: i giudici aventi nazionalità delle parti in lite
mantengono il diritto di giudicare la controversia e d’altro lato se solo un giudice ha nazionalità,
l’altra parte può chiedere che sia nominato un giudice della sua nazionalità (ad hoc).

CONTENZIOSO

Solo gli Stati possono essere parti nei processi davanti la Corte. Non è quindi sufficiente che la
controversia sottoposta sia internazionale, vale a dire insorta tra soggetti del diritto internazionale,
ma occorre che le parti siano Stati. Sono escluse in particolare le OI, che però hanno uno status
analogo a quello goduto in base al diritto interno di alcuni Stati da un pubblico ufficiale in veste di
amicus curiae in procedimenti relativi a materie di pubblico interesse. Hanno un ruolo informativo
(inviano informazioni concernenti le controversie, di loro iniziativa o quando ne siano richieste
dalla Corte stessa.

TITOLI DI GIURISDIZIONE

La giurisdizione della Corte si distingue in: speciale, facoltativa e obbligatoria. Principio


fondamentale è che la Corte ha giurisdizione solo se gli stati parti di una controversia l’abbiano
espressamente accettata!

1) Facoltativa: la Corte ha competenza a risolvere una controversia concreta e già sorta che le
viene sottoposta dalle parti mediante apposito accordo (“compromesso”). L’instaurazione del
processo avviene mediante notificazione del compromesso indirizzata al Cancelliere. Quindi “la
giurisdizione della Corte si estende a tute le controversie che le part le sottopongono e si estende
anche a tutti i casi specialmente previsti dallo statuto ONU o dai trattati e dalle convenzioni in
vigore.
2) Obbligatoria, lo strumento giurisdizionale che la stabilisce attribuisce a ciascuna delle parti
il potere di instaurare il processo innanzi alla corte (potere di azione unilaterale). Essa ha un duplice
fondamento: fondarsi sia sulle clausole giurisdizionali dei trattati, complete in quanto attributive del
potere d’azione unilaterale, sia sulle dichiarazioni ad hoc prevista da Statuto.

Molti Trattati contengono clausole di regolamento giudiziario secondo le quali le parti si impegnano
a deferire alla corte le controversie relative alla loro interpretazione ed applicazione. Tali accordi
possono essere multilaterali o bilaterali e riguardano varie materie. Importanti sono i Trattati
multilaterali contenenti clausole di regolamento giudiziario dove si ricorda la Convenzione contro il
sequestro degli ostaggi. Vanno poi considerati anche i Trattati di regolamento giudiziario che
riguardano tutte le controversie che nascano tra le parti o ampie categorie di controversie eventuali,

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attribuendo a ciascuna delle parti il potere di deferirle alla corte. Queste clausole godono di un certo
favore da parte delle corte, tanto che ella interpreta anche le clausole “incomplete”.

ACCETTAZIONE DELLA GIUR. OBBLIGATORIA

Avviene mediante dichiarazioni ad hoc degli Stati. Tramite la clausola facoltativa in base alla quale
gli Stati aderenti allo Statuto possono in qualsiasi momento dichiarare di riconoscere ipso facto la
giurisdizione obbligatoria della Corte in tutte le controversie giuridiche relative all’interpretazione
di un Trattato, a ogni questione di diritto internazionale, alla natura o all’estinzione della
riparazione dovuta per la violazione di un obbligo internazionale.

Le dichiarazioni sono valide nei confronti di qualsiasi altro Stato che accetti la medesima
obbligazione: eccolo il principio di reciprocità della optional clause in base al quale la giurisdizione
si estende solo a quelle controversie sulle quali la coppia di stati abbia riconosciuto la competenza
della corte e ce dunque non vi siano state esclusioni con apposite riserve.

Le dichiarazioni di accettazione possono essere fatte incondizionatamente o sotto condizione di


reciprocità, o per un periodo di tempo determinato. Si tratta della condizione con cui uno Stato
subordina l’efficacia della sua dichiarazione all’adesione di uno o più stati determinati alla clausola
facoltativa. Gli Stati hanno inserito riserve di vario tipo, volte ad escludere categorie più o meno
ampie di controversie. Dannose si sono rivelate le riserve automatiche, in base alle quali spetta allo
stato stesso valutare di volta in volta se una data controversia rientra o meno nella portata della
riserva, sottraendo alla corte la competenza stabilita da statuto.

La dichiarazione di accettazione si perfeziona con il deposito presso il SG. Qual'è la natura


giuridica delle dichiarazioni di accettazione? L’art. 36 dello Statuto si configura come elemento
costitutivo di un accordo diretto a creare la giurisdizione della Corte e risultante dalla volontà
espressa da tutti gli stati parti allo statuto e dalla volontà da essi singolarmente manifestata
mediante la dichiarazione di accettazione della giurisdizione obbligatoria della Corte. Altri
ritengono che le dichiarazioni di accettazione potranno essere configurate come atti unilaterali. Si
tratterebbe di autonome manifestazioni di volontà unilaterali, alla cui combinazione è collegato,
l’effetto del sorgere della competenza della corte.

Sottolineiamo poi che le sentenze della Corte possiedono i limiti oggettivi e soggettivi della cosa
giudicata: sono infatti obbligatorie per le parti in lite e riguardo alla controversia decisa.
Contrariamente ai lodi arbitrali, alle sentenze della corte si applica il principio secondo cui se una
delle parti in controversia non adempie gli obblighi che le incombono per effetto di una sentenza
resa dalla corte, l’altra parte può ricorrere al CS. Questo ha facoltà di fare raccomandazioni o di
decidere circa le misure da adottare perché la sentenza abbia effetto.

La mancata esecuzione di una sentenza conferisce alla parte adempiente il diritto di ricorrere al CS
affinché questo raccomandi o decida misure dirette ad assicurare l’esecuzione degli obblighi
derivanti dalla sentenza stessa. Per arrivare alla misura coercitiva la mancata esecuzione di una
sentenza deve assumere la veste di minaccia alla pace. Il limite risiede nel fatto che il membro
permanente inadempiente rispetto ad obblighi che gli incombono per effetto di una sentenza della
corte può esercitare il veto.

I PARERI CORTE

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Parliamo della competenza consultiva. La CIG può adottare pareri su qualsiasi questione giuridica
a richiesta di quegli organi che siano a ciò autorizzati dalla Carta, e cioè: AG, CS possono chiedere
un parere su qualunque questione giuridica. Inoltre tale facoltà spetta agli istituti specializzati a ciò
autorizzati dall’AG e i pareri richiesti da tal enti devono vertere su questioni giuridiche che sorgano
nell’ambito della loro attività. Quando il parere è chiesto da tale istituto tre condizioni devono
essere rispettate: l’istituto deve esser stato autorizzato a richiedere pareri alla corte, il parere deve
riguardare una questione giuridica, la questione si deve porre nel quadro dell’attività dell’istituto
specializzato.

Se la Corte ritenga assenti le condizioni di ricevibilità non è tenuta a pronunciarsi.

Solo il SG non è stato autorizzato a richiedere pareri alla Corte, benché una decisione in tal senso
sia stata auspicata in dottrina e raccomandata nell’Agenda per la pace. L’organo più attivo nella
richiesta di pareri è stato l’AG.

I pareri non vincolano per definizione gli organi che li hanno richiesti, a meno che il dovere di
considerare obbligatorio il parere della corte derivi da un accordo del quale l’ente richiedente sia
parte contraente.. La convenzione di Vienna del 1986 sui trattati tra stati ed OI dispone che in caso
di controversia concernenti l’applicazione o l’interpretazione di norme relativo allo ius cogens, di
cui sia parte un’OI, venga richiesto un parere alla CIG, che sarà accettato come decisivo da tutte le
parti della controversia.

13) Eliminazione del colonialismo e autodeterminazione dei popoli

Determinante è stato il principio di autodeterminazione (visto in origine più come un principio


politico che come una situazione giuridica) dei popoli insieme a quello dell’uguaglianza dei diritti.
A San Francisco aleggiava la paura che si sia potuto legittimare la secessione in contrasto con il
principio fondamentale dell’integrità territoriale tra stati. L’ONU da un lato ha consolidato principi
e procedure per fare in modo che i paesi coloniali rendessero conto a livello internazionale del
trattamento dei loro territori non autonomi, dall’altro ha consacrato il regime di amministrazione
fiduciaria.

Esaminiamo la dichiarazione relativa ai territori non autonomi. Riconoscimento dei membri ONU,
che assumevano la responsabilità dell’amministrazione di territori non autonomi, del principio
secondo cui gli interessi degli abitanti di tali territori erano preminenti da ciò l’obbligo di
promuovere al massimo il benessere di tali territori e di trasmettere al SG regolarmente i dati
statistici ed altre notizie di natura tecnica.

L’evoluzione del diritto ONU ha condotto all’applicazione del principio di autodeterminazione


tanto ai popoli dei territori coloniali quanto a quelli dei territori sottoposti a regime di
amministrazione fiduciaria. Progressivamente ha acquisito la natura di norma imperativa.

DICHIARAZIONE INDIPENDENZA PAESI E POPOLI COLONIALI (1960)

La soggezione di un popolo alla dominazione straniera costituisce una sostanziale negazione dei
diritti fondamentali della persona umana e che il colonialismo è contrario alla Carta ed impedisce la
promozione della pace e della cooperazione internazionale. Si invitava all’adozione di misure
immediate per trasferire tutti i poteri ai popoli delle colonie, senza condizioni o riserve.

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Tale principio di aut. Popoli è applicabile a tre categorie di popoli:

• Quelli soggetti ad una potenza coloniale, a dominio straniero o ad un regime di sistematica


discriminazione razziale.

Diritto che poi è stato ribadito sui due patti ONU sui diritti umani del 1966 (civili e politici ed
economici, sociali e culturali). Poi nel 1970 è arrivata un’altra conferma venuta dalla Dichiarazione
relativa alle relazioni amichevoli tra stati nella quale si enuncia il principio secondo cui i popoli
hanno uguali diritti e il diritto di disporre di se stessi e di determinare il suo statuto politico e di
realizzare il proprio sviluppo economico e culturale. Ogni Stato ha così il diritto di promozione e di
assistenza. Ma come può essere esercitato tale diritto? Creando uno stato sovrano ed indipendente,
una libera associazione o integrazione con uno stato già indipendente, acquisizione di ogni altro
statuto politico liberamente deliberato da un popolo.

La Dichiarazione stabilisce che ogni stato ha il dovere di astenersi dal ricorso a misure coercitive
dirette a privare un popolo del suo diritto all’autodeterminazione, alla libertà ed indipendenza. Gli
altri stati devono astenersi da azioni dirette a pregiudicare tale unità ed indipendenza.

Decolonizzazione = fenomeno mirante all’eliminazione di qualsiasi forma di dipendenza esterna,


non solo politica e giuridica, ma anche economica, sociale e culturale. Al culmine tra gli anni
1960-1963.

La situazione di territori dipendenti deve essere il frutto di una libera scelta delle popolazioni
interessate. Il colonialismo è ormai considerato un crimine internazionale. Va inoltre tenuto saldo il
principio di conservazione delle risorse naturali e la preservazione dell’ambiente nei territori
dipendenti, oltreché beninteso la promozione dei diritti umani.

REGIME DI AMMINISTRAZIONE FIDUCIARIA

Successore di mandati della SdN fu stabilito sulla base del principio che i territori coloniali
strappati dai nemici vinti non dovevano essere annessi dai vincitori, ma amministrati in via
fiduciaria sotto controllo internazionale finché non fossero stati in grado di determinare
autonomamente la propria sorte.

Scopo della detta Amministrazione sono oltre il consolidamento della pace la promozione del
progresso degli abitanti e il loro graduale avviamento all’autonomia o all’indipendenza,
incoraggiamento al rispetto dei diritti umani e dell’interdipendenza dei popoli del mondo. Quanto ai
territori da sottoporre a regime, vi sono 3 categorie:

• Territori sottoposti a mandato nel 1945 (11 territori); territori distaccati da stati ex nemici
del secondo conflitto, territori sottoposti volontariamente a tale regime dagli stati responsabili
dell’amministrazione (nessuno).

Ogni singolo territorio costituì oggetto di appositi singoli accordi. Carattere peculiare del regime
era che veniva deciso dall’ONU ed era sotto la sua autorità. Perché diverso dal precedente?
Previsione che facilitava la presentazione di petizioni da parte degli abitanti del territorio sotto
regime o da altra fonte

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all’AG e sotto la direzione di questa al Consiglio di amministrazione fiduciaria. Più la seconda
innovazione era la facoltà data all’AG e al CdAF di disporre di visite periodiche nei territori in
amministrazione fiduciaria in epoche concordate con l’autorità amministratrice.

ZONE STRATEGICHE IN AMMINISTRAZIONE FIDUCIARIA

Quali erano? Il Trust Territory delle Isole del Pacifico che hanno formato oggetto di accordo tra
ONU e USA. Secondo Statuto ogni convenzione di Amminiztrazione Fiduciaria poteva designare
una o più zone strategiche, comprendenti l’intero territorio sotto tutela o alcune parti. Il CS si
poteva avvalere del CdAF per esercitare nelle zone strategiche quelle funzioni che spettavano
all’ONU in materia politica, economica e sociale. In accordo col CS il CdAF svolgeva tali funzioni.

La potenza amministratrice esercitava pieni poteri di amministrazione, legislazione e giurisdizione


e al territorio erano applicabili le leggi dello stato amministratore. Basi navali, aeree e terrestri
venivano istituite allo scopo del mantenimento della pace e sicurezza.

Il processo ha portato all’estinzione del regime di Amminiztrazione fiduciaria e alla formazione di


4 entità: Commonwealth delle Marianne del Nord (sotto sovranità USA dunque dipendenza ma
scelta in forma di libera associazione), Isole Marschall, Repubblica di Palau e stati federati della
Micronesia (questi sono indipendenti, hanno costituzione propria e sovranità).

I 3 Stati hanno assunto una qualità soggettiva assimilabile a quella dello Stato protetto dove nel
campo delle relazioni internazionali l’ingerenza dello Stato protettore si traduce in un obbligo di
consultazione a carico de protetti e nel campo della difesa e sicurezza esterna l’ingerenza è assoluta.

ESTINZIONE DEL REGIME DI TUTELA

Nel 1993 con l’indipendenza di Palau gli scopi del sistema di a.f sono stati essenzialmente
adempiuti.

L’organo ad hoc, il Consiglio di a.f, ne facevano parte i Stati membri ONU che amministrano
territori in Amminiztrazione Fiduciaria, i membri permanenti del CS, altri membri elettivi, rinnovati
ogni 3 anni dall’AG per assicurare la parità tra i membri che amministrano territori e gli altri
componenti del consiglio.

All’organo è stato affidato il compito si esercitare competenze di controllo dell’applicazione del


regime di a.f., esame petizioni, invio delle missioni nei territori e altre funzioni previste. Ha
vegliato sulla promozione dello sviluppo e sui governi responsabili, affinché prendessero le misure
adeguate per condurre quei territori all’indipendenza. A seguito di ciò il Consiglio di a.f. si
compone dei soli membri permanenti del CS. Va riformato? Annan vorrebbe trasformarlo in un
“forum”.

Global concerns: nozione relativa ai rischi ambientali mondiali rispetto ai quali l’ONU e la CI
hanno elaborato strumenti convenzionali di cooperazione al fine di evitare danni irreversibili
(cambiamenti climatici, perdita della diversità biologica, deforestazione e desertificazione). La
proposta di Annan tende dunque alla creazione di un organo che si occupi del funzionamento delle
convenzioni ambientali, ma le prospettive sono scoraggianti.

14) La cooperazione economica e sociale nella Carta ONU

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Fin dall’inizio l’ONU si è molto dedicata allo sviluppo economico e sociale e tra i suoi fini
rientrano infatti la soluzione dei problemi internazionali di carattere economico, sociale, culturale
ed umanitario, la promozione di un più alto tenore di vita, il pieno impiego della mano d’opera e
condizioni di progresso e sviluppo economico e sociale. Questo tipo di cooperazione a carattere
universale trova fondamento giuridico nei Trattati istitutivi delle organizzazioni e nelle delibere
adottate. Di diversa natura è la cooperazione bilaterale allo sviluppo che i singoli stati membri ONU
perseguono come politica estera in sintonia con le Nazioni Unite. Esistono inoltre forme miste di
cooperazione. C’è ad esempio la cooperazione multilaterale allo sviluppo.

Quanto ai contenuti, distinguiamo la cooperazione tecnica ONU dalla cooperazione finanziaria


delle istituzioni del gruppo di Bretton Woods. La prima è diretta a promuovere, diffondendo le
conoscenze, la fornitura di servizi e le missioni di esperti, una più efficace utilizzazione delle
risorse economiche di cui gli Stati in via di sviluppo dispongono. Sollecita l’autonomia degli Stati
emergenti nella formulazione ed esecuzione di politiche nazionali di sviluppo, valorizzando risorse
umane e aiutando i governi nei settori sociali principali. La cooperazione finanziaria invece è
l’afflusso di capitali e l’aumento totale delle risorse a disposizione degli stati beneficiari degli
interventi tra i quali rientrano le attività delle istituzioni finanziarie internazionali e delle banche
regionali di sviluppo.

Forma: mentre le attività di cooperazione tecnica sono realizzate in genere dall’ONU e dagli istituti
specializzati a titolo di dono agli stati beneficiari, quelle connesse alla cooperazione finanziaria
delle banche intergovernative e del FMI rivestono la forma di prestiti con tasso più o meno elevato
di liberalità.

Categoria a parte è costituita dalle attività di cooperazione umanitaria e d’urgenza (Unicef, Alto
commissariato per i rifugiati, Programma alimentare mondiale). Importante ruolo è svolto anche
dalle ONG.

RUOLO ONU ED ISTITUTI SPECIALIZZATI

Il Covenant non aveva definito il ruolo della Società delle Nazioni in questo settore, fu creato il
Comitato speciale sullo sviluppo della cooperazione internazionale in materia economico-sociale
(Comitato Bruce).

A San Francisco i padri fondatori si limitarono a formulare i tratti generali della collaborazione
economica e sociale in un ambito di ruolo di coordinamento e non di azione diretta.

Istituto specializzato = ente internazionale avente determinate caratteristiche e posti di


collegamento con le Nazioni Uniti mediante appositi accordi (accordi di collegamento) tra ONU e il
singolo istituto. Occorrono dei requisiti: l’ente intergovernativo deve essere fondato su un trattato
internazionale e ad esso l’accordo istitutivo deve aver conferito “vasti compiti
internazionali” (vasto = potenzialmente universale) in sintonia con l’ONU, poi l’organizzazione
deve avere una speciale sfera d’azione in settori particolari. Quindi gli istituti esercitano funzioni
essenzialmente tecniche, mentre le Nazioni Unite collocano la loro attività in una visione più
complessiva della cooperazione internazionale in quei settori (infatti la cooperazione economica e
sociale riveste un carattere strumentale rispetto al fine principale e si è inteso realizzare così una
sorta di decentramento ai settori specializzati).

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Nominiamone alcuni: FAO, UNESCO, OMS, ICAO, FMI, Bank, organizzazione mondiale
meteorologica, org. Per lo sviluppo industriale, WTO, ILO…

MATERIA ECONOMICA E SOCIALE

L’art. 55. L’ONU si impegna a promuovere (to pledge) la soluzione dei problemi internazionali ed
interni intesa come cooperazione su basi associative e siamo molto lontani dall’azione coercitiva
del cap.VII. Prospetta una generalità d’azione quasi illimitata. Com'è stato attuato? Son stati creati
programmi sussidiari come la Conferenza per il commercio e lo sviluppo, il Programma per lo
sviluppo, il Fondo per la popolazione, il Programma per l’ambiente. Poi è seguita un’attività quasi
normativa con la Carta dei diritti e doveri economici degli Stati e la Dichiarazione sul nuovo ordine
economico internazionale, la Conferenza su ambiente e sviluppo di Rio, la Conferenza del Cairo su
popolazione e sviluppo, il Vertice mondiale sullo sviluppo sociale di Copenaghen, la Conferenza
mondiale sulla donna di Pechino e la conferenza di Istanbul sugli insediamenti umani. Spesso non
è corrisposto un impegno attivo degli stati membri più sviluppati. L’impegno è stato recentemente
spostato sui principi del libero mercato e della concorrenza internazionale e poi ancora sulla
globalizzazione dei mercati.

OBBLIGHI STATI MEMBRI

Art. 56 impegna i membri ad agire, collettivamente o individualmente in cooperazione con l’ONU


per raggiungere i fini indicati dall’art. 1. Gli Stati membri hanno l’obbligo di agire collettivamente
o singolarmente in cooperazione con l’ONU. Escluso è senza dubbio l’intervenire negli affari
economici dei membri senza il loro consenso.

L’AG ha indicato nel corso degli anni '80 una nuova prospettiva, quella del “diritto allo sviluppo”
come diritto umano inalienabile, un diritto di terza generazione, di cui ogni individuo sarebbe
titolare e che gli Stati sarebbero obbligati a garantire secondo il precetto di una norma
internazionale generale. Il diritto allo sviluppo è strettamente collegato al diritto
all’autodeterminazione dei popoli, ponendo l’individuo stesso al centro del processo di sviluppo.
Ulteriore evoluzione è stata quella di “sviluppo sostenibile”.

ECOSOC (Consiglio Economico e Sociale), capitolo X

Ogni anno, l’AG procede ad un rinnovo parziale dell’organo, eleggendo 18 membri per un periodo
di 3 anni in base sempre al principio dell’equa distribuzione geografica. Dal Consiglio dipendono
alcuni organi sussidiari. Esso è abilitato a creare commissioni per le questioni economiche e sociali
e per promuovere i diritti dell’uomo. Le Commissioni economiche regionali (5= per l’Europa, per
l’Asia e il Pacifico, per l’America latina e i Caraibi, per l’Africa, per l’Asia occidentale ed
orientale) contribuiscono in tal modo alla ricostruzione dei paesi devastati dalla guerra.

Le Commissioni oltre ad avere composizione regionale funzionano a livello decentrato, vale a dire
nella regione geografica nella quale sono chiamati ad operare. Esplicano funzioni di carattere
internazionale, coordinando le politiche degli stati ad esse appartenenti, adottando raccomandazioni
e svolgendo azioni di studio e documentazione, favorendo l’attività normativa e progetti di
convenzioni internazionali.

Le commissioni funzionali di carattere intergovernativo operano in diversi settori rientranti per


materia nelle competenze del Consiglio stesso: sviluppo sociale, diritti umani, stupefacenti,

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condizione della donna, popolazione, statistica, prevenzione del crimine giustizia penale, scienze e
tecnologia per lo sviluppo, sviluppo sostenibile (Commissione per lo sviluppo sostenibile).

DIRITTI UMANI

Commissione per i diritti umani che promuove l’osservanza dei diritti dell’uomo. Si compone di 53
Stati eletti dal ECOSOC in base al principio dell’equa distribuzione geografica. Tra le funzioni
principali rientra l’elaborazione di nuovi testi normativi (Dichiarazione universale dei diritti
dell’uomo e i Patti sui diritti umani, Dichiarazione sul diritto allo sviluppo e quella sul diritto delle
minoranze, Convenzione sui diritti del minore). Progressiva abolizione della pena di morte,
considerando il diritto alla vita quale diritto umano fondamentale limitando tale pena ai crimini più
gravi quali quello di genocidio. L’Italia stessa nel 94 presentò un progetto con lo scopo di istituire
una moratoria universale delle esecuzioni capitali.

La Commissione dei diritti umani esamina una questione su proposta di uno Stato membro o, nei
casi di violazioni massicce e sistematiche dei diritti umani, anche in assenza di tale proposta, sulla
base di semplici informazioni assunte dalla Commissione o Sottocommissione per la prevenzione
della discriminazione e la tutela delle minoranze. La Commissione presenta un rapporto pubblico,
e può decidere di nominare organi sussidiari per approfondire il caso o rivolgere raccomandazioni
all’ECOSOC, il quale può a sua volta indirizzare raccomandazioni agli Stati interessati o all’AG.
Con la risoluzione 1503 ha inoltre tale consiglio introdotto una procedura confidenziale, con
l’intento di facilitare l’esame di denunce individuali relative a gravi e perduranti violazioni dei
diritti umani. Per completare il quadro vanno ricordati gli organi composti da esperti come il
Comitato per i diritti economici, sociali e culturali, il Comitato sul trasporto di merci pericolose,
quello per la politica di sviluppo, per l’energia e risorse naturali. Poi ci sono anche i comitati
permanenti.

COMPETENZE: RAPPORTI TRA ECOSOC E AG

Presenza di una zona mista rispetto alla quale i due organi sono dotati di competenze concorrenti.
E’ indubbio che le funzioni del Consiglio di compiere e promuovere studi e relazioni su questioni
internazionali economiche, sociali, culturali, educative, sanitarie e simili e di fare raccomandazioni
in materia di diritti umani e libertà fondamentali, sono concorrenti rispetto a quelle dell’AG. Ha
anche facoltà di preparare progetti di convenzioni o convocare conferenze internazionali.

L’Assemblea può promuovere la stipulazione di accordi internazionali nel quadro della sua
competenza di incoraggiare lo sviluppo progressivo del diritto internazionale e la sua codificazione.

Oltre alla concorrenza formale, il compito dell’Organizzazione di adempiere alle funzioni di


cooperazione economica e sociale spetta in primo luogo all’AG e sotto la sua direzione al
ECOSOC. Occorre l’approvazione dell’organo plenario che detiene un potere direttivo mentre la
materiale costituzione e funzionamento del Consiglio riguardano in gran parte interna corporis
disciplinati dalla normativa emanata dall’organo sulla base del potere di auto-organizzazione.
L’ECOSOC si configura come organo di assistenza piuttosto che organo investito di funzioni
originali.

FUNZIONI DI COORDINAMENTO

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Il Consiglio deve espletare la funzione di coordinamento senza contemplare l’istituzione di organi
specifici in vista della realizzazione di quel fine. L’ONU adotta raccomandazioni per il
coordinamento dei programmi e delle attività degli istituti specializzati, si qualifica come norma
generalissima, il cui valore è piuttosto quello di un’enunciazione di principio. L’ECOSOC ha
competenza a coordinare le attività degli istituti specializzati mediante consultazioni e
raccomandazioni agli istituti stessi, all’AG e agli stati membri ONU. Può adottare opportune
disposizioni per ricevere rapporti regolari dagli istituti specializzati, nonché concludere accordi con
i membri delle Nazioni Unite al fine di ottenere rapporti su questioni di sua competenza. Gli istituti
si impegnano a partecipare ad ogni organo che il Consiglio potrà creare per facilitare il
coordinamento amministrativo e finanziario. Gli accordi di collegamento sono inoltre alla base del
coordinamento politico delle attività del sistema ONU considerato nella sua interezza. Pur essendo
enti indipendenti, gli istituti specializzati non possono esimersi dal considerare le raccomandazioni
loro indirizzate dagli organi ONU. Tale facoltà è confermata dagli accordi di collegamento che
prevedono inoltre l’impegno degli istituti specializzati di sottoporre le raccomandazioni ai propri
organi competenti nel più breve tempo possibile e di far rapporto alle Nazioni Unite circa le misure
intraprese per darvi seguito ed i risultati ottenuti.

Una particolarità è costituita dagli accordi di collegamento tra ONU e le istituzioni finanziarie
internazionali a cui l’Onu può rivolgere raccomandazioni solo dopo consultazioni con tali enti ed è
previsto anche che tali enti possano indirizzare raccomandazioni all’ONU. Ma c’è di più “Le
Nazioni Unite considerano rispondente a principi di sana politica astenersi dal rivolgere alla Banca
raccomandazioni in ordine a singole operazioni finanziarie. I prestiti sono in altri termini da
decidere sulla base del giudizio indipendente della Banca in conformità al suo Statuto. Si tende a
preservare il carattere tecnico delle istituzioni finanziarie.

L’azione Onu in favore della protezione dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile ha influenzato la
Banca mondiale, cha ha adattato nel corso degli anni 90 le sue politiche alla realizzazione di questi
fini. Meno incisiva è stata invece l’azione diretta a far inserire tra le condizioni per gli interventi
finanziari della Banca e del Fondo considerazioni relative alla condizionalità democratica. Occorre
poi considerare che gli stati membri degli istituti specializzati sono tenuti, in quanto membri ONU,
ad osservare le decisioni del CS e a considerare prevalenti gli obblighi di cui sono titolari in base
alla Carta e in tal senso essi dovranno sospendere l’assistenza tecnica o finanziaria a stati che siano
oggetto di sanzioni economiche in base alla Carta.

POTERE DI ESEGUIRE SERVIZI

Competenza attribuita al Consiglio subordinatamente all’approvazione dell’AG. Su richiesta di


Stati membri o di istituti specializzati, il Consiglio fornisce determinate prestazioni che
comportano, evidentemente, l’espletamento di attività materiali. La prassi ha un po’ modificato le
cose e l’AG ha in fatto esercitato come propria la facoltà di eseguire servizi ma tale modifica non
ha comportato un cedimento da parte della competenza del Consiglio, bensì una concorrente
dell’organo plenario.

ORGANISMI DELLA COOPERAZIONE TECNICA

Gli inizi risalgono al '48 quando l’AG raccomandava al Consiglio di formulare proposte sulle
misure necessarie a promuovere lo sviluppo economico dei paesi arretrati. Veniva istituito il
programma ordinario di cooperazione tecnica spesandolo con i contributi obbligatori al bilancio
ONU. Il programma regolare veniva affidato al SG. Le attività operative venivano limitate all’invio

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di missioni di esperti, alla concessione di borse di formazione ai cittadini dei paesi in via di
sviluppo ed all’istituzione di centri di formazione e di ricerca. Mentre il programma ordinario di
cooperazione tecnica è stato istituito come programma permanente, di natura tendenzialmente
universale, svincolato da tutte le condizioni politiche ed economiche alle quali è invece subordinata
la cooperazione bilaterale degli Stati.

Poi vi fu il Programma ampliato di assistenza tecnica e il Consiglio ha assunto l’iniziativa di creare


un servizio in materia di sua competenza. Vigeva il principio del necessario consenso dello Stato
beneficiario degli interventi e quello della volontarietà dei contributi. Verso la fine degli anni 50
arrivò a maturazione il progetto di un Fondo speciale per lo sviluppo economico alimentato da
capitali di origine pubblica e destinato ad operare investimenti nei paesi meno avanzati sia a titolo
gratuito, sia mediante prestiti a basso tasso di interesse. Prese quindi corpo una soluzione
intermedia: l’AG creava il Fondo speciale (FS) delle nazioni unite come organo sussidiario posto
sotto la sua autorità e quella del consiglio competente nei settori di base dell’economia, le risorse
naturali, l’industria, i trasporti, occupazione ed agricoltura. La forma degli interventi era quella di
pre-investimento: si intendeva così specificare che i progetti finanziari erano destinati a
promuovere il successivo afflusso di capitali.

Dopo il processo di decolonizzazione l’Organizzazione ha ancora esteso le sue attività di


cooperazione tecnica, sviluppando la Conferenza sul commercio e lo sviluppo, l’Organizzazione
per lo sviluppo industriale ed il Programma per lo sviluppo, quali organi sussidiari dell’AG. Si
fonde così l’EPTA e il FS e si crea l’UNDP articolato in due organi principali: il Consiglio di
amministrazione e l’Amministratore. Compete a ciascun Consiglio di Amministrazione dare
attuazione alle politiche formulate dall’Assemblea generale, alle misure di coordinamento e agli
orientamenti adottati dal Consiglio, formulare direttive per i capi segretariati ed approvare bilanci.
Nel 1975 il segretario generale ha raggruppato la maggioranza degli organismi ONU operanti nel
settore della cooperazione allo sviluppo in un unico organismo di coordinamento, il Gruppo delle
Nazioni Unite per lo sviluppo con il compito di sovraintendere a tutte le attività operative di aiuto
allo sviluppo e facilitare il coordinamento. Gli organismi comunque conservano i loro tratti
distintivi e i rispettivi mandati.

L’UNDP conclude poi con gli stati beneficiari accordi bilaterali che seguono uno standard uniforme
e contengono norme organizzative sullo svolgimento delle attività di realizzazione dei progetti e sul
trattamento giuridico degli enti che eseguono i progetti stessi all’interno dello stato beneficiario.
Qualche perplessità è stata sollevata circa la natura giuridica degli accordi di cooperazione tecnica,
nel senso che ad essi non andrebbe riconosciuto quel carattere normativo obbligatorio che consente
di sottometterli all’operatività della norma pacta sunt servanda. Ma nel caso dell’UNPD le parti
assumono precisi obblighi giuridici in ordine alla realizzazione dei progetti, sia per quanto attiene al
finanziamento sia con riferimento a privilegi ed immunità. I relativi accordi non mancano di
istituire un sistema di garanzia inteso come possibilità di ricorrere all’arbitrato in caso di
controversie relative alla loro interpretazione ed applicazione e allo svolgimento delle attività di
cooperazione tecnica. Vanno considerati come accordi internazionali di carattere obbligatorio.
Inoltre l’UNDP ha la responsabilità amministrativa di una serie di fondi e programmi minori a
finanziamento volontario.

LA CONFERENZA PER IL COMMERCIO E LO SVILUPPO (UNCTAD) 1964

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Tra gli organismi sussidiari istituiti dall’AG abbiamo l’UNCTAD, creata al fine di elaborare una
strategia corrispondente ad una nuova concezione dei rapporti commerciali internazionali,
integrativa ed alternativa, rispetto al GATT (Accordo generale su tariffe e commercio) operante
sulla base di principi di non discriminazione, reciprocità e clausola della nazione più favorita.
Contestato con il processo di decolonizzazione. Se unitariamente considerata, l’UNCTAD
costituisce un organo sussidiario dell’AG, dal punto di vista della sua struttura interna essa si
presenta articolata in vari organi, dei quali i principali sono la Conferenza (plenaria), il Consiglio
(composizione ristretta), Segretariato (permanente). Organo fondamentale è la conferenza per il
commercio e lo sviluppo, della quale fanno parte tutti gli stati membri. La sua funzione principale è
quella di promuovere il commercio internazionale tra stati a diverso grado di sviluppo. E’
competente a formulare principi e politiche su commercio e sviluppo, a fare proposte
sull’attuazione di tali principi e a negoziare strumenti giuridici multilaterali.

L’atto finale di Cartagena contiene i principi relativi al partenariato fra paesi membri UNCTAD
sviluppati e meno avanzati, fondato su un dialogo continuo in un clima di cooperazione e
solidarietà. L’UNCTAD si presenta dunque come uno strumento di analisi economica e di
comparazione delle politiche di sviluppo tra Stati membri: si accentua così la funzione di studio e
documentazione a scapito del Segretariato e del Consiglio ec. e soc.

L’ECOSOC si riunisce normalmente una volta l’anno ed è composto da 144 Stati in base all’equa
distribuzione geografica e alla rappresentanza degli Stati più importanti nel commercio
internazionale. Ad esso spetta adempiere alle funzioni attribuite alla conferenza nei periodi in cui
quest’ultima non è in sessione. Svolge un’attività di studio e documentazione, diretta o indiretta e
provvede all’attuazione delle raccomandazioni. L’UNCTAD è dotata di un Segretariato permanente
al quale è preposto un segretario generale, nominato dal SG e confermato dall’AG. Le decisione su
questioni sostanziali devono essere adottate alla maggioranza dei 2/3 dei membri presenti e votanti,
per le delibere del consiglio è sufficiente la maggioranza semplice. Si contempla un meccanismo di
conciliazione mediante consultazioni ufficiose che consentono ai loro rappresentanti di ridurre le
divergenze di fondo. Si è tuttavia affermata la pratica del consensus, come strumento che,
muovendo da un’idea di unanimità ed evitando il ricorso alla votazione, intende meglio consentire
l’elaborazione di proposte rispondenti all’interesse comuni degli Stati.

REALIZZAZIONI

Nella seconda sessione della Conferenza a New Dehli gli Stati partecipanti hanno adottato il
sistema generalizzato delle preferenze. Il complesso di questi atti ha comportato l’adozione di un
sistema reciprocamente accettabile e generalizzato di preferenze consistente nella concessione da
parte degli stati industrializzati di esenzioni parziali o soppressioni di diritti di dogana per le
importazioni di prodotti industriali ed agricoli trasformati provenienti dai paesi in via di sviluppo.
Del '72 è invece la Carta dei diritti e doveri economici degli stati ma il suo valore giuridico è scarso,
riprende il preambolo alcuni principi già contenuti nella carta ONU e già accolti da precedenti
dichiarazioni dell’AG (scegliere il proprio sistema economico e sociale, il diritto di nazionalizzare i
beni stranieri conformemente al diritto nazionale, l’obbligo degli stati più sviluppati di cooperare
alla crescita degli stati meno svilupati).

FINANZIAMENTO DELLA COOPERAZIONE ALLO SVILUPPO

La maggior parte dell’attività operativa è finanziata mediante il metodo della contribuzione


volontaria. L’obbligo di finanziamento non deriva dalle raccomandazioni con cui l’AG determina

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periodicamente gli obiettivi finanziari dell’aiuto pubblico allo sviluppo. Tali raccomandazioni
hanno solo effetto esortativo. E’ dunque un atto di liberalità che avviene durante la pledging
conference non vincolante per lo stato che la effettua. Lo stato donatore potrà dunque modificare in
seguito l’entità della somma indicata e perfino non versarla affatto.

Un sistema poco utilizzato è il ricorso al sistema privato. Nel 1997 Annan ha istituito l’Ufficio per il
finanziamento dello sviluppo allo scopo di reperire nuove risorse addizionali attraverso meccanismi
innovativi nel settore del capitale privato. Mentre l’AG su proposta del Segretario ha creato un
dividendo per lo sviluppo da finanziare attraverso risparmi nell’amministrazione e la riduzione dei
costi generali. Si dovrebbe inoltre distinguere dai finanziamenti relativi ai contributi dei paesi
sviluppati applicando il principio della responsabilità comune ma differenziata. Riforma? Il
modello più idoneo sembra essera uno tripartito di finanziamento in cui convergano: contributi
obbligatori, volontari pluriennali negoziati e contribuiti esclusivamente volontari.

FORMULE MULTILATERALI DI AIUTO ALLO SVILUPPO: si tratta di meccanismi che si sono


imposti come terzo tipo di cooperazione (multilaterale pura e bilaterale). Essa comporta il
trasferimento di contributi da parte degli Stati donatori come nella multilaterale e la predisposizione
di congegni atti a soddisfare gli interessi politici ed economici degli stati finanziatori. Gli aiuti sono
comunque condizionati secondo le priorità nazionali degli Stati che conferiscono le risorse
finanziarie. Queste formule accrescono in misura notevole i vincoli di destinazione identificando
stati beneficiari e settori d’intervento fino a concretare vere e proprie forme di aiuto legato.
Vengono utilizzati anche dagli istituti specializzati quali FMI e Bank (fondi fiduciari,
partecipazione ai costi dei progetti, fondi a destinazione speciale, aiuti d’urgenza, servizi di
gestione). L’evoluzione di questa formula è stata certamente influenzata dalla problematica del cosi
detto “ritorno economico” che gli stati donatori, per motivi di politica interna, tendono ad ottenere
dalla loro partecipazione all’aiuto allo sviluppo e che si traduce nella garanzia ce gli acquisti per
beni e servizi destinati alla cooperazione vengano effettuati sui loro mercati nazionali.

COOPERAZIONE DEL GRUPPO DELLA BANCA MONDIALE

Ha come fine il progresso economico degli Stati membri meno avanzati. Accorda prestiti con
interessi a tasso di mercato, per la realizzazione di progetti prioritari volti ad aumentare la
produzione di beni e servizi tra i beneficiari [mentre l’IDA concedeva prestiti a condizioni
particolarmente favorevoli]. I prestiti della banca sono a lungo termine ed a tassi di interessi
correnti e concorrono a formare il debito estero dei paesi in via di sviluppo, credito privilegiato per
la Banca mondiale in quanto non suscettibile di rinegoziazione una volta contratto. I crediti
dell’IDA comportano invece tassi molto bassi, quando non li escludono del tutto. L’IDA svolge la
funzione di completare l’attività della Banca mondiale. L’IDA concede prestiti solo a Stati e così
non si pone il problema della garanzia dei prestiti come avviene nella Bank (fasi per il prestito:
inchiesta, negoziati, firma accordo). Molto sviluppata è la prassi del cofinanziamento multi
bilaterale secondo la quale l’IDA e lo Stato beneficiario associano alla realizzazione di un progetto
un terzo soggetto.

Garanzia del prestito? Va assicurata la restituzione del capitale e il pagamento degli interessi. La
Banca deve decidere solo secondo valutazioni economiche e non politiche. La concessione dei
crediti non è finalizzata al consolidamento della democrazia e dei diritti umani.

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Si parla una riforma dell’ambito alla cooperazione e sviluppo in particolare sull’assetto degli aspetti
organizzativi dell’ECOSOC e degli organi sussidiari e di cooperazione tecnica e più in generale
diciamo che lo sviluppo economico e sociale non è al centro dell’interesse ONU.

INIZIATIVE DE LEGE FERENDA

Sono state avanzata più incisive proposte di riforma suddivisibili in due categorie: proposte esterne
all’ONU presentate da gruppi non governativi e da istituzioni private e le proposte interne, avanzate
da gruppi di Stati ed in parte sfociate in decisioni adottate dal SG o dall’AG. Interessante è il
progetto presentato dagli stati nordici nel 1991 che conteneva indicazioni sulla riorganizzazione dei
lavori del Consiglio economico e sociale, ma anche, e soprattutto, sulle questioni centrali del
finanziamento delle attività operative per lo sviluppo, nel senso di assicurare la prevedibilità delle
risorse anche senza incidere sulla natura volontaria delle contribuzioni degli Stati, e del
coordinamento fra le attività dell’ONU e quelle degli istituti specializzati, per assicurare
trasparenza, efficienza e coerenza degli interventi. Il progetto configurava un Consiglio
internazionale per lo sviluppo, destinato a sostituire i numerosi consigli di amministrazione degli
organi ausiliari operativi. Altre iniziative sono quelli riscontrabili nell’ Agenda per lo sviluppo che
individua 5 dimensioni di sviluppo: pace, economia, ambiente, giustizia e democrazia. La riforma si
viene a realizzare solo attraverso delibere organizzative dell’AG, con esclusione di qualsiasi
modifica degli obblighi degli stati membri. Nel contesto della riforma dei settori economico-sociali
ONU non vi è alcun riferimento all’obbligo giuridico degli Stati di cooperare allo sviluppo,
nemmeno nella prospettiva de lege ferenda. Si colloco l’esigenza di una modifica della Carta in
ambito di sviluppo sostenibile e protezione ambientale.

SVILUPPO SOSTENIBILE

La nozione si “sviluppo sostenibile” viene data in seguito alla Conferenza di Rio su ambiente e
sviluppo. L’UNCED ha adottato per consenso la Dichiarazione di RIO sull’integrazione tra
ambiente e sviluppo, l’Agenda 21 (obiettivi necessari), Dichiarazione autorevole di principi per un
consenso globale sulla gestione, conservazione e sviluppo. Le Dichiarazioni costituiscono l’opinio
iuris tra Stati. La tutela dell’ambiente deve costituire parte integrante del processo di sviluppo.
Sostenibile è l’uso delle risorse naturali secondo modalità ad un ritmo che non ne comporti una
riduzione in rispetto delle generazioni presenti e future. Ogni stato ha il dovere di non determinare
fenomeni significativi di inquinamento transfrontaliero sfruttando le proprie risorse naturali. Anche
l’art. 192 della Convenzione di Montego Bay sul diritto del mare stabilisce la preservazione
dell’ambiente marino.

Gli Stati hanno il dovere comune di cooperare secondo il principio della responsabilità comune
differenziata in ragione del diverso contributo che danno al degrado ambientale.

RISORSE FINANZIARIE NUOVE ED ADDIZIONALI

Una necessaria conseguenza della responsabilità comune ma differenziata è connessa agli impegni
in materia di risorse finanziarie e di trasferimenti di tecnologie ambientali sicure e sane. La
debolezza degli impegni concernenti il finanziamento è confermata dal sistema policentrico di
finanziamento. Gli Stati donatori sono liberi di determinare an e quantum dei contributi ma anche
di scegliere i meccanismi preferiti attraverso i quali farli transitare. La Global Environment Facility
(GEF) è chiamata a fronteggiare 4 rischi ambientali globali: il riscaldamento atmosferico,
inquinamento delle acque internazionali, distruzione della biodiversità e l’impoverimento della

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fascia d’ozono. Si compone di un Consiglio di amministrazione (come organo di governo che
delibera per consensus), Assemblea (plenario) e Segretariato.

IL PRINCIPIO GIURIDICO DELLO SVILUPPO SOSTENIBILE

Struttura tripartita: sviluppo economico, tutela ambientale ma soprattutto sviluppo sociale. In vari
documenti ha trovato vita: Convenzione sulla diversità biologica, sui cambi climatici, sulla
desertificazione, specie ittiche e migratorie, zone umide di importanza internazionale, protezione
del patrimonio culturale e mondiale, tutela dell’ozonosfera.

Trattati globali: accordi internazionali di portata universale che tendono a risolvere materie di
interesse globale. Favoriscono l’affermazione nel diritto internazionale consuetudinario di limiti
alla libertà di sfruttamento delle risorse naturali di cui gli Stati sono titolari. Si presentano come
regimi giuridici ad incastro composti da trattati di base, integrati progressivamente da protocolli.
Innestano processi normativi continui, flessibili e caratterizzati da revisioni periodiche con
procedure semplificate di emendamento.

A Rio si affermò: principio di precauzione, prevenzione, responsabilità comune ma differenziata


(modulare in forma simmetrica le situazioni giuridiche soggettive delle parti, si va dall’ipotesi di
bilanciamento dei diritti e degli obblighi degli Stati in via di sviluppo rispetto a quelli sviluppati e in
via di transizione), valutazione di impatto ambientale, principio “chi inquina paga”.

Fondamentale è la “joint implementation” che può significare ripartizione equa dei benefici
derivanti dall’uso delle risorse oggetto del trattato o graduazione degli impegni dei vari gruppi di
paesi verso un comune obiettivo. L’attuazione collettiva comporta spesso l’associazione dei soggetti
economici privati (industria in primis) per evitare il dumping ecologico e limitare gli effetti negativi
sull’economia dei paesi interessati dalle misure restrittive internazionalmente concordate.

Giurisprudenza internazionale: CIG nel caso tra Ungheria e Slovacchia relativo al progetto di diga
sul Danubio (1997), essa afferma che le norme attuali impongono vigilanza e prevenzione e ha
tratto dal concetto di sviluppo sostenibile la regola applicabile al caso concreto.

Lo sviluppo sostenibile è non solo un principio di diritto internazionale moderno ma anche e


soprattutto un’antica idea appartenente al patrimonio di civiltà e saggezza dell’interà umanità.

DISPENSE

Nel maggio 1991 l’AG ha dato avvio al processo di riforma ONU nel settore economico-sociale,
esigenza che era già presente durante gli anni '70 dove un Comitato speciale proponeva l’uso di
Commissioni economiche regionali come organismi operativi dell’UNDP e una Direzione generale
per lo sviluppo e la cooperazione economica internazionale. Nel '77 si istituì il nuovo Direttore
Generale che aveva poteri di coordinamento. Negli anni 80 non vi sono stati molti successi e da
quel momento si parlò della rivitalizzazione dell’ECOSOC finora incapace di svolgere le funzioni
di studio, indirizzo, coordinamento e controllo dell’azione. Si tendeva così a marginalizzare l’ONU
in questo settore. Bertrand riconosceva un’inefficacia nel campo dell’azione ed un’esigenza di
modifica strutturale centrata sulla creazione di un consiglio di sicurezza economica che poi è stata
ripresa nel 92 in un rapporto UNDP. Poi ci fu il progetto presentato dagli Stati nordici contenente
indicazioni sulla riorganizzazione dei lavori dell’ECOSOC e sul finanziamento delle attività e
quando al Governo il progetto configurava un Consiglio internazionale di sviluppo destinato a

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sostituire i diversi cda degli organi ausiliari operativi (UNDP, UNICEF…). La risoluzione 45/264
del 1991 aveva come scopo di rendere il meccanismo intergovernativo ONU più efficiente ed
idoneo. Modifica intanto l’organizzazione dei lavori ECOSOC che si svolgeranno sulla base di
un’unica sessione annuale tra maggio e giugno preceduta da una sessione organizzativa destinata a
stabilire i temi di discussione. La sessioni si ripartirà in 4 segmenti: il primo di alto livello con
partecipazione ministeriale, aperto ai membri e destinato al dialogo politico su importanti
tematiche; seguirà il segmento consacrato al coordinamento; quello dell’esame e valutazione delle
attività operative per lo sviluppo; il segmento “Comitati” che ingloberà i lavori svolti da due organi
sussidiari con soppressione definitiva del Comitato sul coordinamento. Si intende razionalizzare
quegli organi proliferati in modo disordinato, troppo numerosi e difficilmente coordinabili. La
novità sta poi nel fatto che si riconducono al Consiglio ec. soc, organi sussidiari che erano stati
istituiti dall’Assemblea.

I primi ritocchi alle strutture interne ONU hanno avuto un risultato riflesso: autoriforma UNCTAD
–ridisegnata come strumento di analisi economica e di comparazione delle politiche di sviluppo
degli stati membri piuttosto che come foro negoziale tra nord-sud) la Conferenza di Cartagena che
fa propria una filosofia internazionale per lo sviluppo che supera il nuovo ordine: liberalizzazione
del commercio internazionale, diritti umani come requisito di crescita, libero mercato, efficienza
pubblica amministrazione, sviluppo sostenibile e preoccupazioni ambientali nel contesto della
crescita economica. Si accentua la funzione di studio e documentazione del Segretariato e si
affievolisce contestualmente il suolo decisionale del Consiglio per il commercio e lo sviluppo.

E’ significativo che la ristrutturazione si vada realizzando attraverso mere delibere organizzative


dell’AG, con esclusione di qualsiasi modifica degli obblighi degli Stati membri. La previsione è che
non si rafforzerà il ruolo ONU e lo sviluppo economico dei paesi arretrati non sembra costituire un
interesse fondamentale o prioritario degli stati forti. Sembra al tramonto il nuovo ordine economico
internazionale.

RIFLESSIONI SULL’AGENDA DELLA PACE: Nel gennaio del 1995 Boutros-ghali ha presentato
ai membri un Supplemento all’agenda della pace, invitandoli a riflettere sul ruolo ONU. Si
raccomanda di rafforzare la capacità in materia di diplomazia preventiva, ristabilimento della pace
e peace-keeping. L’Agenda distingueva tre categorie di interventi in compiti di pace: spiegamenti
aventi scopo di prevenzione – diretto a limitare la violenza e a fornire l’assistenza umanitaria alle
popolazioni coinvolte ma soltanto sulla base di una richiesta delle parti interessata non violando
così la sovranità dello stato; sulla base del principio di umanità, imparzialità e neutralità e nel
rispetto della sovranità dello Stato interessato. Prevenzione come deterrente. Anche se secondo il
SG mancano gli elementi di un’efficace diplomazia preventiva e risorse finanziarie, misure
coercitive (peace-enforcement) – l’ONU non ha oggi la capacità di interventi su larga scala che
richiedono ampio dispiegamento di forze e deve delegare l’azione coercitiva ad un gruppo di stati
membri esponendoli a rischi di deterioramento della credibilità. Il Segretario liquida la costituzione
di un esercito ONU anche per la difficoltà di Comando ed è scettico anche sulle misure short of war
non tanto per la sanzione economica in sé quanto per le ripercussioni negative che la loro
applicazione può avere sia nel paese di applicazione che per stati terzi- e infine peace-keeping –
non si tratta di imporre la pace ma di assistere le parti coinvolte in un conflitto armato con il loro
consenso e sulla base di un chiaro mandato del SG.

L’ONU è poi sempre coinvolta in operazioni di peace-building e cioè ricostruzione a conflitto


concluso del tessuto civile e politico.

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Conclusione: accantonata l’idea di dotare l’ONU di un esercito proprio, mentre di conferma l’idea
che il CS non ha altra via da seguire se non quella di delegare l’uso della forza a gruppi di Stati
membri.

LE RISOLUZIONI 814 (UNOSOM II) E 836 (UNPROFOR, ex Jugoslavia) DEL CONSIGLIO DI


SICUREZZA

Problemi giuridici collegati all’uso della forza da parte di forze del p-k per l’attuazione del loro
mandato. Le due risoluzioni di cui sopra erano state istituite come operazioni di peace-keeping
tradizionale. Tali operazioni si sono non solo estese in dimensione, numero e diversità ma sono
talvolta approdate al peace-enforcement. Perché? Per mancanza di chiarezza nei mandati affidati
dal CS e dal SG alle forze di pace. Le operazione hanno così perso i loro caratteri originari:
coinvolgimento del personale militare ma senza ricorso all’uso delle armi. L’ONUC in Congo e
l’UNIFIL in Libano sono un precedente rispetto a Somalia ed ex Iugoslavia. Con l’UNPROFOR vi
è stato un reale ampliamento della mandato della Forza che assegna all’ UNPROFOR il compito di
assicurare il pieno rispetto delle safe areas, al fine di impedire attacchi contro queste aree e vi era
contenuto il mandato aggiuntivo, includente l’uso della forza in risposta ai bombardamenti nelle
zone protette o alle incursioni armate o ad impedimenti tipo alla libertà di movimento: questa non è
legittima difesa. Torna così una nozione “ampia” di legittima difesa, che sembra poco praticabile e
su cui il SG da un giudizio molto severo. Dal punto di vista giuridico CS e SG possono conferire
alle azioni un mandato aggiuntivo che derogherà a quello originario con lex specialis. Ma solo in
casi di particolare gravità altrimenti l’ONU finirà per configurarsi come potenza occupante o
belligerante.

Il diritto di legittima difesa dei caschi blu traduce il diritto di ogni soldato di reagire ad un rischio o
pericolo imminente serio, immediato e tale da non poter essere contrastato con altri mezzi. E’ più o
meno comparabile col diritto di l.g riconosciuto agli stati dal diritto internazionale consuetudinario.
E poi l’uso della forza combinato col peace-keeping ha una conseguenza giuridica anche nel
contesto della Convenzione sulla sicurezza del personale ONU: il personale diviene combattente e
si applica il diritto dei conflitti armati.

L’uso della forza, eccetto per legittima difesa, resta un’eccezione giustificata dall’estrema gravità
della situazione di seria ed immediata minaccia alla sicurezza internazionale. Il peace-keeping va
distinto dal peace-enforcement.

ISTITUZIONI FINANZIARIE E CONDIZIONALITA’ DEMOCRATICA: FMI, IDA, BANk,


MIGA, GEF, Banche regionali di sviluppo… si configurano come meccanismi unilaterali di aiuto
pubblico allo sviluppo dei Paesi più poveri attraverso la concezione di prestiti destinati a finanziare
progetti di sviluppo a condizioni più o meno agevolate. Il Fondo eroga finanziamenti destinati a
sopperire ad esigenze relative alla bilancia dei pagamenti, aiutando Paesi che si trovano in difficoltà
momentanea, attraverso i prestiti di breve o medio periodo diretti a stabilizzare la loro economia. La
fama di queste istituzioni non è proprio delle migliori: non hanno aiutato i diritti umani e lo stato di
diritto nei paesi in via di sviluppo. Il riferimento alla “condizionalità democratica” è largamente
negativo, per l’ONU sono stati sempre prioritari altri criteri, quali i basic needs (esigenze
fondamentali della popolazione). Negli anni 80 vi è stato il “ritorno economico” ma non quello
“democratico” costituito dal rispetto dei diritti umani. Gli standard della Dichiarazione del 1948
non concorrono a determinare la scelta e i contenuti dei progetti di cooperazione allo sviluppo. La
Conferenza generale ILO ha risposto che l’interdipendenza scaturente dalla globalizzazione

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dell’economia pone gli stati membri nell’obbligo di promuovere il progresso sociale in parallelo a
quello commerciale. Gli Stati devono applicare i 4 diritti fondamentali in materia di lavoro: libertà
di associazione e diritto di contrattazione collettiva, eliminazione di ogni forma di lavoro forzato,
eliminazione lavoro minorile, eliminazione della discriminazione.

L’Unione europea pone invece lo sviluppo dei diritti umani, della democrazia e dello stato di diritto.

Si deve all’insistenza USA se a San Francisco è stato inserito un richiamo ai diritti umani nella
Carta ONU, che altrimenti sarebbe stato taciuto. Per le istituzioni finanziarie, i veri problemi erano
quelli del riassetto istituzionale degli scambi commerciali e del sistema dei pagamenti
internazionali dopo la seconda guerra mondiale, nel quadro di un neo-liberalismo internazionale. I
diritti umani allora sono visti come una considerazione politica (e quindi divieto di interferenza
politica) ove invece solo criteri economici devono essere applicati agli obiettivi (investimenti esteri
privati, commercio e pagamenti). La Bank e il Found sono istituti specializzati e rientrano pertanto
perfettamente nella famiglia delle istituzioni collegate all’ONU e la competenza ad occuparsi di
diritti umani potrebbe essere quindi desunta dagli accordi di collegamento con le Nazioni Unite,
visto poi che l’ONU ha facoltà di indirizzare raccomandazioni per il coordinamento ed attività degli
istituti specializzati. Secondo gli accordi di collegamento si possono inviare raccomandazioni solo
dopo consultazioni e la Banca e il Fondo possono a loro volta indirizzare raccomandazioni ciò che
invece non è consentito ad altri istituti specializzati.. L’accordo di collegamento prevede inoltre che
“La nazioni Unite considerano rispondente a principi di sana politica astenersi dal rivolgere alla
Banca raccomandazioni in ordine a singole operazioni finanziarie”. Non è escluso però che si
facciano raccomandazioni in termini politici generali come sul mantenimento della pace e
cooperazione o di carattere specifico relative ai singoli paesi. Ma più in generale si sono astenute
dall’indirizzare raccomandazioni sulla condizionalità democratica, che è, ripetiamolo, solo
economica (valutare la stabilità politica, la capacità di rimborsare il prestito con gli interessi dovuti
e di realizzare politiche di adattamento strutturale). Si parla di obiettivi universali come la riduzione
della povertà estrema e tassi di mortalità ma non di diritti umani. Si sta comunque uscendo da
quella tecnocrazia “quintessenziale” e dal dogma assoluto dell’efficienze economica. La Bank sta
insistendo su nozioni cme la good governante, l’informazione, trasparenza, base giuridica per lo
sviluppo.

E’ altresì importante considerare la condizionalità incrociata tra questi due enti = si hanno
concessioni dall’una istituzione in quanto lo stato adempia alle condizioni poste dall’altra in
precedenti prestiti. Si parla di cross-conditionalitity anche riguardo al veto posto da una delle due
organizzazioni alla concessione di un prestito ad uno stato membro da parte dell’altra o in
riferimento ad un accordo di prestito la cui concessione è subordinata all’approvazione dell’altra
organizzazione.

Arriviamo anche alla questione del debito estero perché le istituzioni finanziarie concorrono
all’indebitamento dei Paesi in via di sviluppo mediante un debito privilegiato. La cancellazione del
debito viene vista come un segnale importante anche da parte delle istituzioni finanziarie
internazionali.

INTERVENTO IN KOSOVO E TEORIA DEI DUE CERCHI: In ogni società, l’esigenza


fondamentale è quella di chiarire le regole di condotta dei soggetti che ne fanno parte. Secondo la
Carta l’ONU si occupa del mantenimento della pace e sicurezza internazionale. Ma che sono questi
cerchi? Ci si riferisce a due aspetti: il primo riguarda la valutazione dei comportamenti delle

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autorità della RFI rispetto alla questione del Kosovo e rispetto all’etnia albanese; il secondo è
quello relativo alla valutazione dell’intervento militare deciso dal Consiglio Nord Atlantico nei
confronti della RFI. Questi due sistemi possono infatti essere raffigurati come un cerchio più
piccolo, quello ONU, all’interno di uno più grande, quello dei diritto int. Gen. Vi è uno spazio tra
un cerchio e l’altro e si può discutere, si possono realizzare qui comportamenti diversi rispetto a
quelli leciti nel cerchio ONU?
[L'Organizzazione del Trattato dell'Atlantico del Nord (in inglese North Atlantic Treaty
Organization, in sigla NATO, in francese Organisation du Traité de l'Atlantique du Nord, in sigla
OTAN), è un'organizzazione internazionale per la collaborazione nella difesa. Il trattato istitutivo
della NATO, il Patto Atlantico, fu firmato a Washington, D.C. il 4 aprile 1949 ed entrò in vigore il
24 agosto dello stesso anno. Il peace-keeping (o missioni di mantenimento della pace) è una tecnica
per contenere i conflitti; essa consiste in quelle attività volte a prevenire, moderare e/o porre fine ad
una ostilità tra nazioni o fazioni interne ad una stessa nazione. Tali operazioni, organizzate e dirette
da organismi internazionali (ONU, NATO, Unione Europea, OSCE, AU, ECOMOG), sono condotte
mediante l’intervento imparziale di una terza parte - la forza multinazionale di pace composta da
contingenti nazionali di soldati, di polizia e di funzionari civili - allo scopo di restaurare e
mantenere la pace].
Le autorità iugoslave hanno parlato della situazione definendola non come “guerra civile” allo
scopo di evitare le regole del diritto umanitario di cui all’art. 3 delle Convenzioni di Ginevra ed
anche per impedire l’internazionalizzazione del conflitto. Ma vi sono elementi per giustificare
l’intervento Nato in reazione ai crimini commessi in Kosovo? Si è concretata spesso la legittima
difesa preventiva o le azioni armate a difesa dei propri cittadini all’estero o per porre fine a gravi
crimini internazionali (violazioni gravi di obblighi essenziali per la salvaguardia di interessi
fondamentali della CI). In assenza di tali crimini tutti gli Stati possono considerarsi soggetti lesi.
Ma non sembra che allo stato attuale vi siano basi certe per affermare che la reazione sia
conseguenza della grave violazione di un obbligo erga omnes. Inoltre, l’intervento dimostra la
necessità di rivedere l’art.78 della Costituzione che richiede la delibera delle camere per la
proclamazione dello stato di guerra. D’Alema sintetizzò in 3 punti la posizione del governo: azione
nell’ambito della costituzione, la partecipazione italiana era già stata decisa dal governo Prodi con
l’adesione all’Act order relativo all’eventualità di un attacco armato in Serbia, l’intervento sarebbe
stato limitato al sistema di difesa integrato del territorio nazionale.
La Nato negli anni 90 ha svolto operazioni militari fuori area (fuori dal territorio degli stati membri)
e poiché queste non sono previste dal Trattato istitutivo, si implica una modifica del Trattato. La
teoria dei due cerchi non è in grado di legittimare l’azione Nato secondo il diritto internazionale.
NAZIONI UNITE, DIRITTO E TERRORE: con risoluzione 1368 il CS ha condannato in termini
concisi gli attacchi a Ner York, Washington e Pennsylvania qualificandoli come atti di terrorismo,
minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale affermando inoltre il principio della responsabilità
di autori, organizzatori e sponsor. Nel 2001 è seguita così la risoluzione 1373 sulla cooperazione
nella lotta al terrorismo e assevera che ogni Stato ha l’obbligo di astenersi dall’organizzare, istigare,
assistere o partecipare ad atti di terrorismo in altri stati o dal tollerare per acquiescenza attività
organizzate sul proprio territorio, dirette alla commissione di tali atti. Tali comportamenti sono
fonte di responsabilità internazionale perché il terrorismo è una minaccia alla pace e innesta un
vero e proprio obbligo di cooperazione nella repressione del terrorismo.. Ma quali sono questi
obblighi? Impedire il finanziamento del terrorismo, congelare i beni, fonti e risorse di persone
implicate in tali atti, rifiutare a tali soggetti la concessione di asilo, esercitare la giurisdizione penale
e reprimere duramente detti reati. Nella risoluzione 1373 al diritto di legittima difesa il CS ha
associato anche il richiamo all’esigenza di combattere “con ogni mezzo” le minacce alla pace. Così
gli USA hanno prospettato gli attentati dell’11 settembre non come atti di privati associati in
organizzazioni terroristiche, quanto come attacco proveniente da uno Stato, quello talebano (come
a Sarajevo nel 1914 che venne data la responsabilità allo stato serbo). Bush ha chiaramente
menzionato due obiettivi: distruzione di Al-Qaeda e di Bin Laden e l’annientamento del governo

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talebano. L’intervento ha così inteso distruggere militarmente il governo afghano. Al-qaeda e
governo talebano viste come due facce della stessa medaglia.
Né i Tribunali penali ad hoc, né la Corte avrebbero giudicare chi avesse commesso gli atti di
terrorismo, va ridefinito il crimine di terrorismo. Se ne occupa la magistratura federale statunitense.
IL RUOLO VITALE DELL’ONU IN IRAQ: La logica dei due cerchi utilizzata da stati responsabili
per giustificare il ricorso alla forza armata contro l’integrità territoriale di altri stati. Secondo tale
logica gli interventi armati possono essere valutati sia sul piano ONU sia su quello del DI gen. Nel
caso della RFI la giustificazione dell’intervento non è stata fondata su una risoluzione autorizzata
dal CS ma con il così detto diritto-dovere di ingerenza umanitaria. In Iraq si è parlato sulla stampa
di “guerra preventiva”, denominata “strategia di sicurezza nazionale degli USA”, ma più che altro
risalta l’azione anticipata. Si presenta così l’unilateralismo degli USA nel proclamare che sarà solo
il governo statunitense a valutare l’esistenza di una minaccia alla sicurezza nazionale e a decidere
quale tipo di azione anticipata intraprendere, implicante o meno l’uso della forza. Arriviamo così
alla ris. 1441 che voleva consentire la ripresa delle ispezioni in Iraq seguito da un ammonimento
alla cooperazione e in caso di inadempimento avrebbe provveduto il CS. Non era previsto alcun
automatismo all’uso della forza. Inoltre si pensava che l’Iraq avesse armi di distruzione di massa
finché non si è parlato di creare una democrazia stabile in quel paese attraverso un mutamento di
governo.
La risoluzione 1483 contiene il famoso “vital role” che l’ONU deve svolgere nel settore umanitario,
nella ricostruzione dell’Iraq, delle istituzioni che consentano un Governo rappresentativo. Poi vi fu
il rappresentante speciale per l’Iraq con funzioni di collegamento tra ONU e potenze occupanti e di
collaborazione con il popolo iracheno verso una transizione alla democrazia. La risoluzione ha
anche prorogato il programma “oil for food” con il quale nel 2002 l’Iraq era stato autorizzato ad
esportare petrolio per acquistare beni di consumo corrente o destinati all’industria petrolifera.
Quindi la risoluzione ha messo dei punti fermi sui principi di sovranità ed integrità territoriale e
sulle risorse naturali. Gli USA chiedono una risoluzione che, estendendo la funzione ONU, ponga le
operazioni militari delle potenze occupanti sotto l’egida ONU. Mentre in Afghanistan all’ONU è
affidata la responsabilità del processo politico mentre la sicurezza è di competenza dell’ISAF.
CAPACITA’ GLOBALE ONU PER LA PACE: con la risoluzione Unitinf for peace del 1959 si
affermava che l’ONU si affermava che l’ONU dovrebbe essere sempre in grado di intervenire in
piena autorità, in tutte le situazioni in cui un conflitto internazionale costituisce un pericolo per la
pace. Dopo il processo di decolonizzazione venne in risalto il dibattito scientifico sul valore
giuridico delle dichiarazioni di principi, con la caduta del Muro si mescola l’unilateralismo
americano e il multilateralismo ONU come metodo necessario per la gestione delle crisi
internazionali.
I problemi della Sdn erano basati sul fatto che il patto non distingueva sufficientemente tra le
funzioni dell’Assemblea e del Consiglio. Nella Carta si stabilisce una forte delimitazione dei
compiti per materia anche se l’AG può discutere qualsiasi argomento non solo rientrante nei fini
della Carta, ma anche con riferimento ai poteri e funzioni ONU essendo una sorta di forum
mondiale di dibattito. Il coordinamento è essenziale. L’art. 11 le attribuisce la possibilità di
discutere ogni questione relativa al mantenimento della pace che le sia sottoposta da uno stato
membro o non membro e al CS; ha inoltre il potere di fare raccomandazioni. Ma vi sono dei limiti:
trattazioni specifiche, ogni azione coercitiva va deferita al Consiglio e che durante l’esercizio da
parte del Consiglio di funzioni assegnategli dalla carta essa non deve fare alcuna raccomandazione.
La sua competenza è dunque parallela quando sono in gioco i supremi principi del DI.
E se per caso il CS non adotta una decisione in caso di minaccia alla pace? Nella sentenza della
Corte del 2004 “Conseguenze giuridiche della costruzione di un muro nel territorio occupato” si è
affermato che questa ipotesi equivale a un mancato esercizio delle funzioni. L’AG ha invece chiesto
al SG di istituire un registro dei danni causati dalla costruzione del muro a persone fisiche o
giuridiche, dunque in questo caso il suo ruolo è stato molto più incisivo. La situazione della

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Palestina è cmq di sua competenza sin dal 1947. Quando ci si accosta alla forza deve però tener
conto della responsabilità principale del Consiglio per evitare crisi istituzionali. Si parla molto di
rivitalizzazione dell’organo plenario che sin dai tempi costituisce una riserva di legittimità per
l’intera CI.
SVILUPPI DELLA SICUREZZA COLLETTIVA IN ALTRI CONTINENTI: le Organizzazioni
Regionali sono state concepite più come strumenti di difesa contro possibili aggressioni esterne che
come meccanismi di autodifesa collettiva. Tali modelli non hanno funzionato a dovere, a causa di
questa originaria concezione e hanno risentito enormemente dei limiti del sistema universale. Si
tratta di un’integrazione di queste organizzazioni regionali nel sistema per il mantenimento della
pace in una relazione di subordinazioni rispetto all’ONU? La tesi è superata dalla prassi e sembra
pertanto giusto un concetto di complementarietà e vi è addirittura chi intravede elementi evolutivi,
intesi come sostitutivi. L’art. 52 della Carta stabilisce due principi di base: quello dell’integrazione
degli accordi od organizzazioni regionali nelle attività per il mantenimento della pace ai fini della
trattazione delle questioni che si presentino ad un’azione regionale e il principio della necessaria
conformità tra tali accordi e organizzazioni ed i fini ONU. Dopo la fine della guerra fredda la prassi
ONU si è indirizzata nel senso di far rientrare nel cap. VIII (cioè questioni non proprio attinenti al
mantenimento della pace) anche organizzazioni o accordi regionali che non svolgono in via
principale funzioni nel settore della pace, si pensi alla comunità economica degli stati africani
occidentali. Nelle controversie di carattere locale la priorità sarà dei meccanismi regionali prima
che vengano deferite al CS. E comunque il CS può svolgere inchieste e non sono pregiudicate le sue
funzioni. Può delegare ad organismi regionali azioni coercitive? Sanzioni short of war, misure
implicanti l’uso della forza di sostegno a sanzioni economiche e misure di imposizione coattiva
della pace. Ma senza autorizzazione del CS non potrà venire intrapresa nessuna azione coercitiva,
anche se è ammissibile nei casi in cui esso abbia accertato una minaccia alla pace ma si trovi
nell’impossibilità di decidere a causa della minaccia di veto.
Ancora, le organizzazioni regionali sono abilitate a svolgere operazione di peace-keeping di propria
iniziativa, a meno che queste operazioni non assumano carattere coercitivo.
Il sistema di sicurezza americano ha origine con il Trattato interamericano di assistenza reciproca di
Rio, seguito dalla IX Conferenza di Bogotà che ha adottato la Carta istitutiva dell’OSA e il Trattato
interamericano di soluzione pacifica delle controversie: pietra angolare del sistema di difesa
continentale. Seguì 11 sett. 2001 la Carta democratica interamericana che dichiara il diritto della
popolazione americana alla democrazia, essenziale fine dello sviluppo politico e sociale. Se infatti
vi sono sospensioni democratiche, il Consiglio Permanente OSA può adottare le opportune
iniziative diplomatiche.
La Dichiarazione di Nuova Leon: equa crescita economica, riduzione povertà e ridurre il tasso di
mortalità, favorire lo sviluppo sociale attraverso adeguate politiche e governante democratica.
L’unilateralismo non sembra esser superato. Vediamo cosa dice la Dichiarazione di Città del
Messico: “ciascuno stato ha il diritto sovrano di identificare le priorità della sua sicurezza nazionale
e di definire strategie, piani e azioni per far fronte alla minaccia della propria sicurezza”. Il sistema
interamericano resta il quadro più idoneo a fronteggiare le sfide della sicurezza regionale.
Modello africano di sicurezza: 1963 Unità africana, nasce come strumento di difesa contro
l’aggressione esterna. 1981 Forza panafricana di risposta alla crisi. 1993 OUA per la prevenzione,
gestione e soluzione dei conflitti e rafforzamento dei sistemi sub-regionali come l’ECOWAS. Le
iniziative viste insufficienti hanno spinto i paesi africani alla soluzione di trasformare l’OUA in
Unione Africana nel 2000. Attua un meccanismo di politica di difesa comune, monitoraggio
regionale e prevenzione dei conflitti.
Sul fronte asiatico c’è l’ASEAN (associazione nazioni del sud-est asiatico) che ha favorito la
creazione di un forum regionale asiatico che incoraggia il dialogo e le consultazioni sulle questioni
politiche e di sicurezza comune, rafforzare la reciproca fiducia e diplomazia preventiva (sono

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assenti Cina e Giappone). Da notare è che dopo la caduta del Muro assume priorità la sicurezza
intra moenia. Tutti questi modelli non possono prescindere dal quadro di riferimento ONU.
PROPOSTE DI RIFORMA ONU 2000-2005: Nel 2000 Kofi Annan ha elaborato il Summit del
Millennio con il rapporto “Noi i popoli: il ruolo delle nazioni unite nel XXI secolo”. Vi è una
riflessione generale sulle opportunità e sfide del nuovo secolo, la globalizzazione come fenomeno
nuovo ed internazionale, libertà dalla povertà, dalla paura, guerra, sviluppo sostenibile e
rafforzamento ONU.
Con la Dichiarazione del Millennio troviamo i seguenti obiettivi da realizzare entro il 2015:
• Eliminazione povertà e fame nel mondo; istruzione elementare universale ed uguaglianza tra
uomo e donna; riduzione mortalità infantile; miglioramento salute materna; lotta alla malaria e
AIDS; sostenibilità ambientale; tutela della biodiversità; favorire un accesso all’acqua potabile e
agli impianti igienici di base, partenership globale per sviluppo.
Nel 2002 è stato istituito il Progetto del Millennio.
HIGH LEVEL PANEL (2003): K.A istituisce un gruppo di 16 saggi incaricati di esaminare le sfide
future e le minacce attuali, nonché le riforme necessarie. E’ stato presentato un Rapporto “Un
mondo più sicuro: la nostra responsabilità collettiva” al SG. Si divide in 4 sezioni: 1) la situazione
internazionale dal 1945 è mutata; 2) minacce attuali; 3) tema dell’uso della forza e sicurezza
collettiva; 4) possibili riforme istituzionali al CS e introduzione della Commissione per il
consolidamento della pace e ampliamento della membership della Commissione dei diritti umani a
tutti i membri ONU.
2005 rapporto K.A “In una più ampia libertà: verso sviluppo, sicurezza e diritti umani per tutti”. Il
Documento si divide in 4 sezioni:
• Libertà dai bisogni (si esorta a destinare gli stati maggiormente sviluppati a destinare lo 0,5
del PNL all’aiuto allo sviluppo);
• Nuove minacce internazionali come il terrorismo e proposta di creazione di una
commissione per il consolidamento della pace;
• Proposta di trasformazione della Commissione dei diritti umani in un Consiglio dei diritti
umani.
VERTICE MONDIALE DEL 2005 (WORLD SUMMIT): si riprende la Dichiarazione del
Millennio e previsioni di riforma del CS. Si enuncia il principio della “responsabilità di proteggere”
le popolazioni dal genocidio, i crimini di guerra…
AMMISSIONE DELLA SVIZZERA: Il tema degli Stati neutralizzati. Il Patto della Società delle
Nazioni riconobbe che gli Stati membri erano tenuti ad applicare sanzioni economiche e misure nei
confronti di uno Stato aggressore ed il Consiglio riconobbe la particolare situazione della Svizzera,
la quale venne dispensata dalla partecipazione di azioni militari, ma non dall’adozione di sanzioni
economiche e nel 1945 decise, in considerazione del suo status di neutralizzazione, di non chiedere
l’ammissione all’ONU. Nel 1986 l’esito del Referendum fu negativo, mentre nel Marzo del 2002 il
popolo svizzero si è dichiarato favorevole all’ingresso e nel settembre l’AG ha ammesso la
proclamazione.
RIFORMA DEL CONSIGLIO DI SICUREZZA: il rapporto dei 16 saggi parlò della riforma del CS
e vennero ripresi i due modelli:
3) Istituzione dei seggi permanenti (2 per Africa ed Asia, uno per America ed Europa) e tre non
permanenti, biennali e non immediatamente rinnovabili. I membri permanenti sarebbero così 11 e
13 i non.
4) Aumento biennale di un seggio non permanente e creazione di una nuova categoria di 8
seggi quadriennali.

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5) L’Italia conferma la sua originaria proposta di istituire 10 seggi non permanenti in modo da
formare con i 10 già esistenti una categoria di membri semi-permanenti con mandato rinnovabile di
4 anni. Inoltre il nostro paese ha sempre sottolineato l’importanza di un “uso europeo” del seggio,
di un seggio all’UE.
FINANZIAMENTO ONU: Il bilancio delle Nazioni Unite costituisce sia un atto giuridico adottato
dall’Assemblea generale che un documento contabile di previsione delle entrate e delle uscite
biennali. A partire dalla fine degli anni 80 le delibere sulle questioni di bilancio sono adottate
tramite consensus. Il bilancio si articola in: parti (principali attività e costi), sezioni e programmi.
L’ammontare dei contributi obbligatori dei membri è fissato dall’assemblea sulla base del criterio
della capacità contributiva che si determina a sua volta sul PNL, debito estero e basso reddito pro
capite. Il ceiling rate è fissato al 22% e il floor rate allo 0,001%.
I sei maggiori finanziatori ONU sono: USA, Giappone, Germania, Francia, UK, Italia.
Le operazioni di mantenimento della pace sono finanziate con i contributi obbligatori degli Stati
membri ed ogni operazione di peace-keeping ha un bilancio separato. Quali sono i livelli:
A) I 5 permanenti che somministrano quote del bilancio ordinario più somme addizionali. Poi
vi sono gli stati industrializzati, poi gli stati espressamente menzionati e poi quelli con PNLPC al di
sotto della media.
Il finanziamento per i tribunali ad hoc si basa su contributi obbligatori degli stati membri da
ripartire in base alla scala dei contributi per il peace-keeping e per l’altra secondo bilancio
ordinario.
CONSIGLIO PER I DIRITTI UMANI: Nel 2006 l’AG lo ha istituito. Vi furono 4 contrari tra cui
Israele, USA, voto scaturito per le modalità di elezione dei membri: scrutinio segreto a
maggioranza assoluta dei membri dell’Assemblea generale, modalità che non esclude la possibilità
di eleggere stati responsabili di gravi violazioni.
Esso è un organo sussidiario dell’AG, composto da 47 stati. Le funzioni sono quelle di promuovere
il rispetto e la tutela dei diritti umani a livello universale, fungere da foro dove discutere i problemi,
prevenire violazioni e se necessario intervenire.. Può indirizzare raccomandazioni agli stati membri
e presentare annualmente un rapporto.
I membri sono in carica per tre anni con la possibilità di essere rieletti per un ulteriore mandato.
L’AG può sospendere, a maggioranza dei due terzi dei membri presenti e votanti, un membro del
Consiglio che abbia perpetrato violazioni dei diritti umani.
Il Consiglio ha carattere intergovernativo. Si riunisce 3 volte l’anno e ha facoltà di convocare
sessioni speciali ogni qual volta lo ritenga opportuno.
PEACEBUILDING COMMISSION: organo per la gestione si situazioni post-conflitto. Organo di
coordinamento dei soggetti interessati alla ricostruzione di un determinato paese dopo un conflitto
armato con il compito di individuare obiettivi primari e risorse necessarie per la loro realizzazione.
E’ comunque un organo sussidiario di entrambi i due organi principali.
Il Comitato organizzativo permanente ha il compito di elaborare regole di procedura e modalità di
lavoro, riunisce i soggetti interessati al processo di consolidamento della pace, proponendo
strategie. Raccomanda e fornisce informazioni.
EVOLUZIONI PEACE-KEEPING: L’ex ministro degli esteri algerino Lakhdar Brahimini ha
elaborato un rapporto sulle operazioni di pace ONU. E’ del 2000 e contiene alcune
raccomandazioni relative al p-k inviate al CS. Si segnalano: azione preventive del SG con missioni
di fact-finding, azioni di peace-building mediante il rafforzamento delle istituzioni politiche e la
tutela dei diritti umani nelle fasi belliche, determinazione dal parte del CS di mandati chiari,
specifici e fattibili, ristrutturazione del Dipartimento delle Operazioni di pace.

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Si va verso una modalità di intervento multidimensionale del peace-keeping, cioè particolare
versatilità nei confronti delle fasi post-conflittuali. Se in passato le forze erano utilizzate solo per
legittima difesa dei singoli peacekeepers e dalla forza di pace nel suo complesso, alcune missioni
più recenti deliberate dal CS hanno visto il loro mandato esteso all’uso della forza armata (Sudan e
Congo).

ISTITUTI SPECIALIZZATI: Al Summit mondiale è stato utilizzato che al raggiungimento di tali


obiettivo deve concorrere tutto il sistema ONU unitariamente inteso. In particolare agli istituti
specializzati è stato richiesto di inserire gli obiettivi di sviluppo del Millennio nel quadro dei
rispettivi mandati e di coordinare maggiormente le loro attività, al fine di rafforzare l’azione ONU.

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