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Interessi pretensivi: i presupposti per il risarcimento del danno

In tema di interesse legittimo pretensivo il giudizio prognostico deve portare a rilevare che sarebbe spettato il bene della vita, alla lesione del quale
consegue l’ingiustizia del danno e la sua eventuale risarcibilità.
Con la sentenza del 14 giugno 2018 n. 3657 il Consiglio di Stato interviene in tema di lesione di interessi legittimi pretensivi delineandone i confini.
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In particolare, i giudici della Sezione Quarta ribadiscono che la pretesa al risarcimento del danno ingiusto, derivante dalla lesione dell’interesse
legittimo, si fonda su una lettura dell’articolo 2043 cod. civ. che riferisce il carattere dell’ingiustizia al danno e non alla condotta, in modo che il
presupposto essenziale della responsabilità non sia tanto la condotta colposa, ma l’evento dannoso che ingiustamente leda una situazione soggettiva
protetta dall’ordinamento. Inoltre, per considerare la lesione ingiusta è necessario verificare attraverso un giudizio prognostico se, a seguito del
corretto agire dell’Amministrazione, il bene della vita sarebbe effettivamente spettato al titolare dell’interesse.
Nel caso di specie il TAR aveva annullato il decreto con cui era stata disposta l’esclusione dell’appellante da un corpo di polizia per non essersi
collocato utilmente in graduatoria a causa delle sanzioni disciplinari riportate in un servizio prestato precedentemente. In seguito, l’Amministrazione
aveva reintegrato l’interessato con la qualifica di agente con decorrenza giuridica dalla data del provvedimento ed economica dalla data di effettiva
presentazione con riserva all’esito del procedimento penale ove pendente. Successivamente un altro ricorso proposto dall’interessato veniva
accolto da altra sezione del TAR, limitatamente alla parte in cui la decorrenza giuridica della riammissione in servizio, ai fini della carriera, era
fissata alla data di presentazione del provvedimento stesso, anziché alla data di adozione del provvedimento di dimissioni dal servizio. Inoltre, i
giudici ritenevano infondata la richiesta di retrodatazione degli effetti ai fini economici, nel senso del riconoscimento del diritto a percepire le
retribuzioni previste per il periodo di servizio non prestato anche sotto forma di risarcimento del danno e in ulteriori pretese risarcitorie.

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Come anticipato, i motivi di doglianza dell’appellante si soffermano sul mancato riconoscimento della colpa dell’Amministrazione, in quanto non
potevano essere imputati al candidato la tardività del controllo dei requisiti posseduti dal medesimo per la partecipazione alla procedura
concorsuale ed il conseguente collocamento in graduatoria. In buona sostanza,a giudizio dell’appellante, non risulterebbe comprensibile come
l’autocertificazione da lui stesso prodotta potesse assurgere a fondamento dell’errore scusabile dell’Amministrazione se la stessa era in possesso
del foglio matricolare del candidato e, quindi, nella immediata possibilità di verificare la bontà delle sue dichiarazioni circa la sussistenza o meno di
precedenti sanzioni disciplinari. In altri termini, risulterebbe presente un diritto in capo all’appellante consistente nel riconoscimento e nella
corresponsione se non dell’integrale trattamento economico relativo al periodo antecedente alla reintegrazione in servizio quantomeno del
risarcimento del danno patito per colpa esclusiva dell’Amministrazione.
I giudici del Consiglio di Stato non possono che confermare la sentenza appellata, sia pure con una diversa motivazione. Infatti, mentre, nella
sentenza impugnata, la circostanza dell’attribuzione di due punti in eccesso in graduatoria al ricorrente, a causa del comportamento dello stesso,
rileva nel senso della esclusione di un giudizio di colpevolezza in relazione alla condotta complessivamente tenuta dall’amministrazione incorsa in
errore, al contrario, nella sentenza in commento, non risulta decisiva per i motivi già indicati poco sopra. Il danno sofferto dall’interessato -
affermano i giudici del Consiglio di Stato- non è ingiusto in quanto, ove l’Amministrazione avesse agito diligentemente, risulta del tutto verosimile
ritenere che non avrebbe soddisfatto l’interesse legittimo pretensivo dell’interessato atteso che -come si legge nella sentenza-, in assenza dei due
punti erroneamente riconosciuti, gli avrebbe negato in radice il bene della vita cui aspirava, costituito dall’utile collocazione in graduatoria e dalla
successiva immissione in servizi e, di conseguenza, la posizione di interesse legittimo oppositivo, lesa dal provvedimento annullato in sede
giurisdizionale, non sarebbe sorta.
In conclusione, la complessiva azione dell’Amministrazione ha consentito l’attribuzione all’interessato di un bene della vita che, diversamente, ove
l’Amministrazione avesse agito diligentemente, è del tutto verosimile ipotizzare non gli sarebbe spettato. Da qui l’infondatezza dell’appello e la sua
reiezione.
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(Altalex, 13 luglio 2018. Nota di Alessandro Ferretti)

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