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Leasing

Il leasing è il contratto col quale il locatore o concedente attribuisce all’utilizzatore il godimento di beni mobili od immobili dietro versamento di un
corrispettivo sotto forma di canoni a scadenza periodica.

Leasing
di Michele Iaselli
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1. Nozione
2. Tipologia
3. Natura Giuridica
4. Regime fiscale
Bibliografia

1. Nozione
Col termine leasing (derivante dall’inglese to lease ovvero prendere/dare in locazione) si fa riferimento a quella prassi negoziale con cui l’impresa di
leasing attribuisce all’operatore economico richiedente il godimento di beni mobili ed immobili, in genere strumentali alla produzione, dietro
versamento di un corrispettivo sotto forma di canoni a scadenza periodica. La pratica registra quasi sempre l’inserzione nel contratto di un patto di
opzione e la dottrina è divisa se ravvisarvi una caratteristica essenziale del leasing che consente all’utilizzatore di diventare proprietario del bene alla
scadenza della locazione, col versamento di una somma di entità assai modesta, calcolata in precedenza sulla base del valore di scambio residuo
che il bene avrà al termine del contratto.

2. Tipologia
In genere distinguiamo leasing operativo e leasing finanziario.
Nella prima figura è lo stesso produttore a concedere in locazione i beni da esso prodotti, mentre nell’altra un imprenditore, che abbia bisogno di
utilizzare per un certo periodo o a tempo indeterminato un bene mobile o immobile e non ritenga conveniente l’acquisito diretto in proprietà, si
rivolge a un finanziatore specializzato il quale si impegna ad acquistare il bene ed a cederlo in locazione in cambio di un certo numero di canoni
periodici per un ammontare globale superiore al costo del bene e con il patto che tuttavia, al termine del periodo fissato, l’imprenditore può optare
per l’acquisto del bene ad un prezzo esiguo o per la proroga del contratto a canone ridotto o per la restituzione del bene medesimo al finanziatore.
Il produttore dei beni, in questa seconda fattispecie, resta estraneo al rapporto contrattuale, ma talvolta partecipa all’operazione finanziaria, intesa
nel suo complesso, impegnandosi con la società che acquista in proprietà il bene a ritirarlo nell’ipotesi di risoluzione del contratto di leasing.
La dottrina prevalente non esita nel ricondurre il leasing operativo nell’ambito di un normale rapporto di locazione posto in essere da società
produttrici di beni normalmente molto costosi e passibili di rapida obsolescenza.
Dubbi e perplessità sorgono invece intorno all’altra forma di leasing finanziario, detta anche locazione finanziaria.
Secondo il prevalente orientamento dottrinario e giurisprudenziale la struttura del contratto di leasing finanziario consta di una duplicità di contratti
autonomi e distinti, tra i quali non esiste neppure un collegamento negoziale: un contratto di compravendita tra fornitore e concedente ed il vero e
proprio leasing tra concedente ed utilizzatore (DE NOVA).
Tuttavia in senso contrario si osserva che nella stessa definizione del contratto di leasing finanziario, generalmente accettata e recepita anche dal
legislatore nella legge n. 183 del 1976, viene evidenziato il legame originario o genetico tra le operazioni negoziali del leasing finanziario. Invero,
laddove nel definire il leasing finanziario si dice che il bene è acquistato o fatto costruire dal concedente su scelta ed indicazione dell'utilizzatore, non
si fa che porre in evidenza il legame teleologico stabilito dai contraenti tra l'acquisto del bene e la sua concessione in godimento, nonché con
l'accordo precedentemente concluso tra fornitore ed utilizzatore relativo alle condizioni della futura vendita.
Alla luce di tali considerazioni un più recente orientamento giurisprudenziale sottolinea l'unitarietà della complessa struttura del leasing finanziario,
tesa a soddisfare interessi plurimi e compositi (Cass. Civ., sentenza 14 giugno 1989, n. 5573).
La ricostruzione analitica della fattispecie contrattuale del leasing finanziario come struttura negoziale complessa, ma unitaria, permette di
individuarne meglio la causa prevalente, nella quale rimangono assorbite le funzioni particolari delle singole operazioni negoziali. Ne deriva che il
canone non può considerarsi come mero corrispettivo del bene dato in locazione, ma rappresenta altresì lo sconto del finanziamento ottenuto con
l’acquisto del bene medesimo (BIANCA).
Un primo orientamento giurisprudenziale aveva definito il contratto di leasing come un contratto di durata ed aveva ritenuto ad esso sempre
applicabile l'art. 1458 c.c. che esclude per tali contratti l’effetto retroattivo della risoluzione. Il fondamento dell’indirizzo giurisprudenziale poggiava
sull'affermazione che il leasing avesse per oggetto solo beni che consumavano la loro utilità nell'arco del rapporto e, quindi, sulla corrispettività
costante tra canoni e valore consumato del bene.
Secondo una più recente affermazione, deve distinguersi dal vecchio leasing di consumo il nuovo leasing caratterizzato dall'avere ad oggetto beni
che alla fine del rapporto conservano ancora un valore rilevante (Cass. Civ., sentenza 15 ottobre 1988, n. 5623). In questa forma di leasing, i
canoni, oltre ad essere il corrispettivo dell'uso, scontano anche il prezzo del bene nella previsione del suo acquisto da parte dell'utilizzatore per cui,
nel caso di risoluzione anticipata, la restituzione del bene in aggiunta ai canoni pagati potrebbe determinare un ingiusto arricchimento del
concedente in danno dell'utilizzatore.
In questo tipo di leasing, mancando l'equivalenza delle prestazioni frazionate poste a carico delle parti, i pagamenti effettuati non sarebbero acquisiti
definitivamente dal concedente ex art. 1458 c.c. insieme alla proprietà del bene, ma potrebbero essere ridotti in applicazione dell’art. 1526 c.c.
(Cass. Civ., sentenza 13 dicembre 1989, n. 5573).
In sostanza nel leasing finanziario il nesso di corrispettività tra le prestazioni delle parti, nel quale si manifesta la causa del contratto, non può essere
circoscritto all'ambito del rapporto tra concedente ed utilizzatore, tra canoni e consumazione economica del bene, o tra canoni e valore di
trasferimento del bene, ma deve estendersi all'intera operazione giuridico economica.
Il trasferimento della proprietà del bene all'utilizzatore, che è sempre previsto nel contratto mediante l'attribuzione all'utilizzatore del diritto di
opzione, non incide minimamente sulla identità della causa del contratto di leasing, il quale è sempre e solo un contratto di finanziamento, che attua
cioè una intermediazione finanziaria nella circolazione dei beni.

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3. Natura Giuridica
La ricostruzione della disciplina del leasing comporta la soluzione circa la natura giuridica da attribuire al contratto. Invero, mentre per il leasing
operativo la dottrina è giunta alla pacifica conclusione secondo la quale si tratta di una vera e propria locazione alla quale viene aggiunto un patto di
futura vendita (MIRABELLI), per il leasing finanziario il dibattito è ancora vivo tra coloro che sostengono trattarsi di due autonomi contratti di
vendita (tra fornitore e concedente) e di locazione (tra concedente e utilizzatore) e la giurisprudenza che invece sottolinea trattarsi di un contratto
atipico con prevalente funzione di finanziamento.
Lo stesso legislatore, in caso di fallimento del venditore, stabilisce che se la cosa è oggetto di leasing il curatore ha la scelta tra l’esecuzione e lo
scioglimento del contratto (art. 72-quater, R.D. 267/1942 e ss.mm.), mentre diversa disciplina è prevista per la vendita a rate in quanto il
fallimento non può essere causa di scioglimento del contratto (art. 73, 2° comma, R.D. 267/1942 e ss.mm.).
L’affermata atipicità della figura in esame costituisce solo un primo passo verso la soluzione del problema sulla disciplina applicabile. Invero se da
un canto tale affermazione consente di ritenere prevalenti le regole fissate dalle parti nell’esercizio del loro potere di autonomia negoziale, d’altro
canto per gli aspetti non espressamente previsti nel contratto si pone la questione se ritenere applicabile per intero la disciplina dettata per il
contratto tipico che presenta maggiore affinità o considerare di volta in volta applicabili blocchi di norme ritagliate dalla disciplina di diversi contratti
tipici che presentino profili similari rispetto al contenuto del contratto atipico ed alla specifica questione sorta tra le parti o nei confronti di terzi.
La Suprema Corte ha distinto tra due figure di leasing: tradizionale (di godimento) e nuovo (traslativo). Nella prima figura il canone versato
periodicamente dall’utilizzatore corrisponde alla perdita di valore del bene per effetto dell’uso e del conseguente consumo, nella seconda figura il
canone viene fissato non solo in relazione all’uso, bensì anche in relazione al prezzo del bene stesso in quanto questo per sua natura conserva il suo
pregio nonostante l’uso ed il trascorrere del tempo (Cass. Civ., sentenza 13 dicembre 1989, n. 5573 e più di recente sentenza 4 luglio 1997, n.
6034).
Alla prima figura si ritiene applicabile l’art. 1458 1° comma c.c., con conseguente irripetibilità delle prestazioni effettuate da ciascuna delle parti,
mentre alla seconda l’art. 1526 c.c., con il conseguente obbligo della società di leasing di restituire i canoni percepiti.
La decisione della giurisprudenza, che è stata criticata per la difficoltà in concreto di distinguere tra le due forme di leasing (DE NOVA), ha
comunque definitivamente chiarito che al contratto di leasing, nonostante la sua atipicità, possono essere applicate norme della locazione o della
vendita ed inoltre non tutte le figure di leasing hanno la medesima disciplina giacché questa dipende dal rilievo maggiore o minore attribuito all’uso
rispetto al finanziamento, ovvero al profilo locativo rispetto a quello della vendita rateale.
In definitiva è necessario, per verificare la tutela riconosciuta ai contraenti ed ai terzi, stabilire attraverso la interpretazione del regolamento di
interessi fissato dalle parti se si tratti di leasing operativo o finanziario ed in quest’ultimo caso se il canone sia stabilito in relazione al valore dell’uso
o al valore del bene, in quanto nella prima ipotesi va dato rilievo comunque al profilo del godimento mentre nella seconda all’operazione di
finanziamento effettuata dal concedente che ha acquistato il bene dal produttore sulla base della scelta e della indicazione dell’utilizzatore, senza
alcuna possibilità di interloquire.
Normalmente, proprio in relazione alla peculiarità del contenuto della locazione finanziaria o leasing finanziario, sono fissate nel contratto le seguenti
clausole contrattuali:
il rischio del deterioramento o del perimento anche per caso fortuito del bene è ad esclusivo carico dell’utilizzatore che è tenuto a pagare il
corrispettivo previsto anche se il bene non esiste più;
è esclusa la garanzia per i vizi della cosa da parte dell’impresa di leasing concedente giacché il bene è stato scelto dall’utilizzatore ed il
concedente si è limitato a stipulare il relativo contratto di acquisto dal fornitore;
il concedente non risponde dell’inadempimento del fornitore rispetto all’obbligo di consegna, all’esito della valida stipulazione del contratto
di acquisto tra concedente e fornitore, per cui l’utilizzatore non può rifiutare la propria prestazione per il conseguente mancato godimento del
bene, in quanto il fornitore è stato scelto dall’utilizzatore.
Alla luce di tali clausole aderenti alla particolare complessità del contratto in esame si comprende come sia ben difficile assimilare completamente il
leasing alla vendita o alla locazione.
La problematica in esame si riflette altresì sulla responsabilità per danni cagionati a terzi per l’uso della cosa.
Invero ha sicuramente portata generale la norma di cui all’art. 2051 c.c. secondo il quale è responsabile del danno colui che ha in custodia la cosa
(ovvero l’utilizzatore), ma vi sono ipotesi particolari nelle quali è chiamato a rispondere il proprietario. In tal caso è rilevante stabilire se l’utilizzatore
sia da considerarsi acquirente del bene, come dovrebbe concludersi se il leasing fosse equiparato alla vendita.
La stessa Corte di Cassazione ha però precisato che la disponibilità della "res" oggetto di contratto di leasing - nella specie un'unità immobiliare,
interessata da infiltrazioni - da parte dell'utilizzatore, non comporta necessariamente il trasferimento in capo ad esso della responsabilità da cosa in
custodia ex art. 2051 cod. civ., dovendosi escludere tale responsabilità in tutti i casi in cui, per accordo specifico delle parti o per la natura del
rapporto, ovvero per la situazione fattuale determinatasi, chi ha l'effettivo potere d'ingerenza, gestione ed intervento sulla cosa, nel conferire il
potere di utilizzazione della cosa, ne abbia conservato la custodia. Ne consegue, in ordine alla ripartizione dell'onere della prova, che chi contesta
di essere assoggettato alla responsabilità da cosa in custodia deve dimostrare che vi sia scissione tra utilizzazione e custodia, dal momento che in
mancanza di tale prova la disponibilità della "res" in capo all'utilizzatore e gli obblighi di custodia sono biunivocamente connessi (Cass., sez. 2, sent.
n. 30941 del 27/12/2017).
In tema di responsabilità per uso dell’autoveicolo oggetto di leasing, la giurisprudenza ha affermato che l’art. 2054 3° comma c.c. prevede un
criterio di imputazione della responsabilità senza colpa collegato unicamente alla proprietà del veicolo anche quando questo venga ceduto a terzi, in
modo da escluderne la disponibilità da parte del proprietario, ma non l'uso e la circolazione. Pertanto, anche se l'equiparazione fra la locazione
ordinaria e quella finanziaria può apparire discutibile, è corretto affermare che, in entrambe le fattispecie, si applica, nei confronti del proprietario, il
criterio di responsabilità in base al citato articolo 2054 c.c. (Cass. Civ., sentenza 26 settembre 1996, n. 8488).

4. Regime fiscale
La Suprema Corte è intervenuta con diverse decisioni per affrontare problematiche fiscali connesse al contratto di leasing.
In particolare l’organo giurisdizionale ha sancito che nell'ipotesi di cessione anticipata del contratto di leasing, in capo al cessionario sorge sia il
diritto di utilizzare il bene, sia quello di esercitare il diritto di riscatto, sicché il corrispettivo è assoggettato ad un diverso regime fiscale, in quanto la
parte che riguarda il diritto di godere del bene si correla ai canoni futuri e va ripartita con la tecnica dei risconti sulla durata residua del negozio,
mentre quella afferente l'opzione di acquisto può essere ammortizzata solo nel caso di eventuale esercizio del diritto di riscatto, con l'ulteriore
conseguenza che il cessionario, ai fini della determinazione delle quote imputabili a ciascun esercizio, deve fare riferimento alla differenza tra il costo
sostenuto e la sopravvenienza attiva tassabile, ovvero al valore "normale" netto del bene ai sensi degli artt. 9, comma 3, e 88, ultimo comma, TUIR
(Cass., sez. 5, sent. n. 21058 del 24/08/2018).
In tema, poi, di deduzione delle spese sostenute dall'impresa utilizzatrice di beni concessi in leasing, la Corte di Cassazione ha precisato che in
assenza di una specifica disciplina, occorre fare riferimento al criterio generale di cui all'art. 75 del d.P.R. n. 917 del 1986 (ora art. 109 del
medesimo d.P.R.), che opera, nell'ipotesi di leasing traslativo di immobile in corso di costruzione o ristrutturazione, anche per i canoni di
prefinanziamento e per gli interessi passivi, corrisposti prima della consegna, che devono essere considerati afferenti al bene per il quale sono stati
sostenuti e, di conseguenza, quali oneri di diretta imputazione, dedotti "pro quota", mediante la tecnica contabile del risconto, per l'intera durata del
contratto, a partire dal momento della consegna del bene (Cass., sez. 5, sent. n. 8897 del 11/04/2018).
Inoltre con riferimento all'imposta di registro, la sez. 5 della Suprema Corte con sent. n. 8110 del 29/03/2017, ha chiarito che il cd. leasing
traslativo, la cui funzione economica non si esaurisce nel godimento temporaneo del bene, ma è volta al suo trasferimento differito con rateizzazione
del prezzo, è soggetto, in via analogica, alla disciplina della vendita con riserva di proprietà.
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Bibliografia
Bianca Massimo C., Diritto civile. Vol. 3: il contratto, Milano, 2000;
De Nova G., Il contratto. Dal contratto atipico al contratto alieno, Padova, 2011;
Iaselli I., Lezioni di diritto civile, Napoli, 1998;
Mirabelli G., L’atto non negoziale nel diritto privato italiano, Milano, 1998.

(C) Altalex / Wolters Kluwer

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