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Psicoanalisi - Concetti introdotti dalla Jacobson

Introduzione
Edith Jacobson (Haynau, 1897 – Rochester, 1978) è stata una psicoanalista statunitense di origine tedesca. È
conosciuta per i suoi lavori sul Sé e per i suoi contributi alla clinica delle psicosi gravi e della depressione.
Nel 1964 scrive la sua opera principale dal titolo “Il Sé e il mondo oggettuale”.
Di tutti i teorici del modello strutturale delle pulsioni dopo Freud, la Jacobson è stata la più decisa
nell’estendere la sua indagine fino al cuore della metapsicologia psicoanalitica classica. Lo scopo di tutti i
suoi scritti è quello di allineare il punto di vista economico con la fenomenologia dell’esperienza umana,
perché è proprio da questa esperienza che emerge il ruolo fondamentale delle relazioni dell’individuo con gli
altri per l’equilibrio e la dinamica intrapsichica.
Per raggiungere il suo scopo la Jacobson ha scelto due strategie teoriche complementari:
1) La sua attenzione è indirizzata all’esperienza dell’uomo nel suo ambiente, il mondo rappresentazionale.
Per questo accentua l’interesse verso una teorizzazione fenomenologica e il tentativo di fondere la
spiegazione metapsicologica relazionale a quella classica.
2) Intraprende un’attenta analisi dei principi economici stessi del modello classico al fine di giungere ad
una loro ampia revisione.

Come risultato la sua opera costituisce, dopo Freud, la più soddisfacente teoria del modello strutturale delle
pulsioni.

Il Sé e il mondo oggettuale
Si consideri una situazione prototipica, di cui i teorici psicoanalitici si sono occupati a più riprese: un
bambino, che sente i morsi della fame, comincia a piangere.
Tra le risposte possibili, consideriamo le tre alternative:
a) la madre sente il pianto e porta il cibo per soddisfare il figlio che succhia dal seno e si calma;
b) la madre non è fisicamente o emotivamente disponibile e la tensione del bambino cresce finché non
riceve aiuto o finché non ricorre ad un meccanismo allucinatorio interno che lo porta ad una tregua
temporanea;
c) la madre risponde, ma per motivi suoi non lo fa adeguatamente (con irritazione, con ansia, in modo
ambiguo o inefficace): la fame può essere soddisfatta o no, ma la risposta comportamentale del bambino
dipenderà da fattori specifici della situazione e da una varietà di fattori costituzionali ed evolutivi.

Occupandosi di questa sequenza di comportamenti, i teorici del modello strutturale delle pulsioni (ad es.
Freud) hanno sottolineato, coerentemente, il ruolo della pulsione sottostante ed i suoi destini in termini di
gratificazione o frustrazione, secondo la seguente linea:
- ripetute esperienze di gratificazione spianano la strada a una scelta oggettuale anaclitica;
- ripetute esperienze di frustrazione giocano un ruolo evolutivo nell’instaurarsi del principio di realtà;
- l’elemento cruciale della situazione è la tensione pulsionale (soddisfatta o esacerbata) e la qualità della
risposta materna è presa in considerazione soltanto in questo senso.

Per i teorici dei modelli “relazionali” (ad es. Sullivan), invece, quel che è cruciale, dal punto di vista dello
sviluppo psicologico è che il bisogno del bambino determina una relazione particolare tra lui e la madre, il
cui tono emotivo, piuttosto che la misura della soddisfazione del bisogno, contribuisce in modo decisivo alla
formazione della personalità.
Nella visione della Jacobson l’esperienza del bambino di piacere o dispiacere (gratificazione e frustrazione) è
il nucleo della sua relazione con la madre. In questo senso l’autrice è vicina alla visione freudiana e ben
inserita nel modello strutturale delle pulsioni. Ella comunque si muove oltre, suggerendo che le esperienze di
piacere e dispiacere portano a reazioni specifiche verso l’oggetto e che tali reazioni sono cruciali per lo
sviluppo del bambino. Infatti con l’aumentare delle esperienze di soddisfazione e di insoddisfazione si
formano le immagini di madre gratificante (buona) e frustrante (cattiva) che, insieme con i relativi
atteggiamenti emotivi, costituiscono i primordi delle relazioni oggettuali interne.
Fin dall’inizio, dunque, gli atteggiamenti dell’oggetto della relazione acquisiscono un proprio potere
motivante indipendente dalla ricerca di gratificazione pulsionale. In questo senso le idee della Jacobson
concordano con quelle dei teorici del modello strutturale delle relazioni.
In quest’ottica, la madre che non risponde adeguatamente ai bisogni del figlio lo frustra e insieme lo delude:
la frustrazione si riferisce alla richiesta pulsionale, la delusione alla qualità della nascente relazione
oggettuale. Dall’inevitabile sequenza di gratificazioni e frustrazioni derivano sequenze di atteggiamenti
verso l’oggetto.
Nella misura in cui si dirige l’attenzione alle sequenze di frustrazione-gratificazione, ci si occupa delle
transazioni Io-ambiente, nel senso indicato da Hartmann. Nella misura in cui si dirige l’attenzione alle
sequenze di delusione-felice sorpresa, ci si occupa delle transazioni Sè-mondo oggettuale. Schematicamente:

Frustrazione
Sequenza 1: Gratificazione
Io
Transazione 1: Ambiente
Delusione
Sequenza 2: Sorpresa

Transazione 2: Mondo oggettuale

Il postulato della Jacobson – dell’esistenza di due sequenze in relazione reciproca ma non identiche –
riguarda direttamente lo status teorico del suo concetto di Sé. Nonostante nella sua definizione esplicita del
costrutto l’autrice si allinei con la definizione classica di Hartmann di un Io-sistema e un Sé-
rappresentazione, le sue affermazioni sottintendono implicitamente un maggior peso teorico dei concetti di
Sé e di mondo oggettuale: i destini del Sé, dell’oggetto e delle loro relazioni reciproche, non dipendono
soltanto dalle azioni dell’Io, ma esercitano a loro volta un’importante influenza sullo sviluppo dell’Io.
Quando parla dello sviluppo dell’Io, la Jacobson integra il punto di vista strutturale di Hartmann con la teoria
dello sviluppo della Mahler, ma si spinge oltre, affermando che “l’Io-sistema si stabilizza con la scoperta e
la crescente differenziazione del Sé e del mondo oggettuale”. Dieci anni più tardi suggerirà anche che “l’Io
non può acquisire una realistica somiglianza all’oggetto d’amore, senza che i tratti ammirati di tale oggetto
siano durevolmente introiettati nelle immagini di sé desiderate dal bambino” (1964). Queste affermazioni
chiariscono che l’Io da un lato e il Sé e le immagini oggettuali dall’altro esercitano un’influenza reciproca sul
rispettivo sviluppo. In particolare, il Sé e il mondo oggettuale sono il mezzo grazie al quale le relazioni con
gli altri sono assimilate dall’Io e possono essere usate per un cambiamento strutturale.
Nella discussione sulla psicopatologia grave, la Jacobson attribuisce alle relazioni con gli altri un evidente
significato funzionale e di causa: i disordini affettivi, gli stati-limite e le psicosi gravi derivano da disturbi
nelle rappresentazioni di sé e dell’oggetto.
Allo stesso modo, sia lo sviluppo normale che quello patologico sono basati sull’evoluzione di immagini di
sé e degli altri. Ciò che risulta cruciale è quanto solidi, stabili, realistici, separati e articolati siano i concetti
di sé e dell’oggetto al momento di delusioni critiche dal punto di vista dello sviluppo. Se le delusioni sono
dure e precoci (precedenti al processo di differenziazione Sé-oggetto, dai 4/5 ai 10 mesi secondo la Mahler),
la svalutazione aggressiva dell’oggetto derivante dalla delusione implicherà una svalutazione del Sé ancora
indifferenziato. Ciò potrà implicare la fusione di immagini idealizzate del Sé e dell’oggetto e la tensione
verso una meta desiderata ma irraggiungibile, la formazione di immagini del Sé e dell’oggetto fuse e odiate,
l’instaurarsi precoce di un ideale dell’Io (precursore del Super-Io) eccessivamente duro e punitivo.
Questi concetti avvicinano la Jacobson alle posizioni dei teorici del modello relazionale.

Narcisismo e masochismo primari


Il concetto di narcisismo “primario” rappresenta un’altra tribuna dalla quale i due modelli psicoanalitici si
danno battaglia. Distinguiamo:
- teorie che considerano l’uomo non in relazione con il suo ambiente alla nascita e considerano il
narcisismo come l’investimento libidico dell’Io corrispondente ad un mancato investimento
“dell’esterno” (Freud);
- teorie che considerano l’uomo intrinsecamente “animale sociale”. L’oggetto è componente intrinseca
della pulsione, e un Io senza oggetti è una contraddizione in termini. (Klein, Fairbairn, Sullivan).
Ulteriori difficoltà sono causate dal fatto che nessun teorico aveva coordinato gli aspetti del narcisismo
primario con lo sviluppo cognitivo: la differenziazione dell’Io dall’oggetto può essere infatti una tappa
evolutiva raggiunta più tardi rispetto al periodo ipotizzato per l’avvento del narcisismo primario.
Infine, Freud non rielaborò il concetto di narcisismo primario alla luce delle sue integrazioni teoriche
successive. In particolare:
- con l’assunzione del modello strutturale l’Io è ridefinito come una delle tre strutture psichiche, dunque
l’iniziale investimento libidico del Sé perde senso;
- con l’assunzione della teoria duale dell’istinto, si imponeva la presenza di un masochismo primario che
derivasse dalla pulsione aggressiva e facesse da contraltare al narcisismo primario, ipotesi questa non
corrispondente ai dati delle osservazioni.

La Jacobson all’inizio propose l’eliminazione di entrambi i termini (narcisismo e masochismo primario) e


successivamente reintrodusse il concetto di narcisismo primario con un significato drasticamente cambiato.
Esso si riferisce “a un primo periodo dell’infanzia, che precede lo sviluppo delle immagini del sé e
dell’oggetto, lo stadio durante il quale il bambino è ancora inconsapevole di chicchessia, tranne che delle
proprie esperienze di tensione e sollievo, frustrazione e gratificazione”.
Non si tratta dunque più di una vicissitudine istintuale ma di un concetto tratto dal livello infantile di
relazione oggettuale.
In tal modo l’autrice è in linea con la sua prima strategia teorica di ridefinire i concetti base del modello
pulsionale, in termini esperienziali e relazionali, piuttosto che metapsicologici classici.
Il problema del masochismo primario è risolto invece con il ricorso alla sua seconda strategia teorica (la
revisione dei principi economici).
La Jacobson postula uno stato iniziale di energia indifferenziata, che acquista qualità libidiche o aggressive
sotto l’influenza delle stimolazioni esterne, della crescita psichica, dell’apertura e della crescente
maturazione di canali per la scarica esterna.
Si tratta di un concetto parallelo ma non coincidente con quello di matrice indifferenziata dell’Io e dell’Es di
Hartmann. L’autrice afferma così più direttamente l’influenza dell’ambiente sulle qualità più basilari della
pulsione istintuale. Per lei i poli di raccolta dell’investimento libidico e aggressivo si formano intorno a
nuclei di tracce mestiche (di esperienza), ancora disorganizzate e non ancora connesse tra loro.

Teoria dello sviluppo e formazione dell’identità


Il concetto di oralità
Dopo aver postulato lo stato iniziale di indifferenziazione dell’energia, la Jacobson si accinge a descrivere i
processi di sviluppo che portano all’instaurazione di un senso stabile dell’identità, con il concomitante
edificarsi della struttura psichica.
La sua visione riprende in parte i concetti della Mahler di fusione e separazione, ma l’emergere dell’identità
dall’iniziale coinvolgimento totale con gli agenti delle cure materne è descritto dalla Jacobson in maniera più
aderente alle prime esperienze del bambino. La sua complessa struttura teorica, inoltre, si integra meglio con
i concetti base del modello strutturale delle pulsioni.
In quest’ottica l’autrice è favorevole all’ampliamento del concetto di oralità del modello classico per
includervi tutti gli aspetti della relazione madre-figlio. La sua visione dell’oralità si articola intorno a tre
aspetti principali:
a) include nella sua sfera tutte le stimolazioni che si verificano nei primi mesi di vita (gratificazioni e
frustrazioni);
b) i bisogni orali del bambino creano un veicolo con la madre con la funzione di far incontrare i due;
c) modifica il concetto di pulsione in modo tale che diventi un principio organizzativo tramite il quale il
bambino può ordinare l’intera gamma delle esperienze (piacevoli e spiacevoli) con le persone che lo
accudiscono (la pulsione come principio organizzativo sarà un concetto ripreso in seguito da Kernberg).

L’oralità descritta dalla Jacobson è una modalità di esperienza e, insieme, un continuum lungo il quale può
essere organizzato un ampio spettro di sensazioni gratificanti o frustranti, deludenti o di felice sorpresa. Da
queste prime esperienza, organizzate dal bambino in base alla loro valenza piacevole o spiacevole, emergono
gradualmente rappresentazioni di sé stesso e della madre, accompagnate da mete dirette verso l’oggetto.
Così, esperienze di gratificazione danno origine a fantasie di fusione, esperienze di frustrazione portano al
desiderio di espellere, di separare (e di separarsi). Schematicamente:
Evento ambientale Evento nel mondo
Processi intrapsichici
(Io-Ambiente) rappresentazionale (Sé-Oggetto)

Gratificazione Felice sorpresa Fusione/Incorporazione totale

Frustrazione Delusione Espulsione/Separazione

Secondo la Jacobson, le fantasie di fusione, che implicano idee di incorporazione totale, di diventare
l’oggetto, sono il prototipo di tutte le successive relazioni oggettuali.
Relazioni oggettuali nella prima fase orale
Durante la prima fase orale, le prime relazioni con la madre sono vissute dal bambino attraverso processi di
introiezione (Oggetto -> Sé) e proiezione (Sé -> Oggetto). Questi termini hanno significati chiave all’interno
delle ipotesi della Jacobson e “si riferiscono a processi psichici, in conseguenza dei quali le immagini di sé
assumono caratteristiche di immagini oggettuali e viceversa”. In altre parole si tratta di processi che si
collocano nel mondo delle rappresentazioni, nel mondo degli oggetti interni.
In seguito, con la maturazione l’Io diventa capace di integrare esperienze di piacere e dispiacere in immagini
parziali e primitive di sé e dell’oggetto. Successivi eventi reali sono sperimentati come gratificanti o
frustranti. Tali esperienze determinano a loro volta la natura delle transazioni all’interno del mondo
rappresentazionale e sono influenzate dal livello di sviluppo dell’Io. All’arrivo di eventi reali gratificanti o
frustranti l’Io maturo sarà in grado di resistere alle fantasie di fusione (esame di realtà).
Come già visto, gli eventi del mondo rappresentazionale esercitano una reciproca influenza sull’Io struttura:
secondo la Jacobson i periodi di ri-fusione sono accompagnati da un indebolimento dell’esame di realtà e da
un ritorno ad una condizione dell’Io meno differenziata.

Identificazione e formazione dell’identità


All’inizio del secondo anno di vita emergono due capacità dell’Io che esercitano una funzione decisiva nel
movimento del bambino verso la formazione dell’identità:
1) la capacità di distinguere caratteristiche specifiche dell’oggetto d’amore;
2) la comparsa della consapevolezza della categoria temporale di futuro.

Ciascuna di esse rende possibile il movimento dall’incorporazione dell’oggetto (diventare/essere l’oggetto),


caratteristica delle prime fantasie di fusione completa, all’identificazione con esso (essere come l’oggetto), il
processo più evoluto caratteristico delle successive fasi.
Con la capacità di distinguere caratteristiche specifiche dell’oggetto d’amore si sviluppano l’ambivalenza e i
processi competitivi, nonché la liberazione di aggressività (differenziazione di energia pulsionale) che
promuove i processi di separazione. In questo periodo, gli atteggiamenti genitoriali (soprattutto della madre),
sono cruciali poiché un eccesso di gratificazione o frustrazione esporrebbe al rischio di una ri-fusione. In
condizioni favorevoli, comunque, l’idea di essere come l’oggetto (l’identificazione selettiva) completa e
gradualmente sostituisce la tendenza alla ri-fusione.
In seguito nel corso dello sviluppo, il bambino diventa capace di distinguere le proprie immagini realistiche
da quelle desiderate del Sé, una distinzione rafforzata dalla competizione con i pari e con il padre. Anche la
scoperta delle differenze tra i sessi contribuisce alla formazione dell’identità con l’idea di appartenenza ad
uno specifico genere sessuale.
Questi processi spianano la strada tanto all’instaurazione di identificazioni dell’Io, quanto allo stabilirsi
dell’ideale dell’Io, un precursore del Super-Io.
Secondo la Jacobson, l’ideale dell’Io è l’ambito in cui possono verificarsi fusioni tra immagini del Sé ideale
e dell’oggetto ideale, compensando così le perdute fantasie di fusione. L’ideale dell’Io contribuisce allo
sviluppo del senso d’identità e determina il desiderio di somigliare non solo agli altri ma anche ai propri
livelli interni di aspirazione.
Dopo questi sviluppi, l’emergere del Super-Io come struttura psichica coesiva è visto come un processo
tridimensionale. Secondo l’autrice, il Super-Io è composto:
a) di immagini sadiche e arcaiche formatesi precocemente sulla base di processi di introiezione e
proiezione;
b) di immagini fuse di Sé ideale e oggetto ideale che comprendono l’ideale dell’Io;
c) di richieste, proibizioni, valori, regole parentali, realistiche ed interiorizzate.

Punto di vista economico


Coerentemente con la seconda delle sue strategie teoriche, sulla base delle sue osservazioni la Jacobson
intraprese una profonda revisione dei principi economici sottostanti il modello pulsionale classico.
Secondo l’autrice “l’organizzazione psichica può mostrare una forte tendenza a cicli di piacere, in cui si
alternano eccitazione e sollievo, che corrispondono alle oscillazioni di tensione intorno ad un livello
medio”.
In quest’ottica, il principio di piacere non ha la funzione di provocare il rilassamento della tensione, ma
dirigere solamente il corso delle oscillazioni biologiche intorno ad un asse medio di tensione. Le qualità del
piacere sono assegnate agli spostamenti intorno all’asse, in un senso o nell’altro.
Il principio di costanza ha la funzione di stabilire e mantenere costante l’asse di tensione ed un certo margine
di oscillazioni biologiche intorno ad esso. Così mentre il principio di piacere controlla le oscillazioni intorno
all’asse di tensione, il principio di costanza fa ogni sforzo per riportare il livello di tensione a quell’asse.
Il principio di realtà risolve i conflitti fra principio di piacere e di costanza, imponendo una scarica moderata
spiacevole come mezzo per preservare l’equilibrio psicoeconomico. In più, la Jacobson reinterpreta il
principio di realtà, rendendolo più interpersonale rispetto alle precedenti costruzioni: a suo parere esso
rappresenta infatti l’interiorizzazione delle richieste dei genitori. Gli esiti delle prime relazioni oggettuali
esercitano dunque un’influenza decisiva tanto sul principio di piacere, quanto sulle leggi di costanza
psicoeconomica.
Ancora una volta assistiamo alla messa in atto della strategia di allineamento tra il piano metapsicologico
classico e i dati provenienti dal mondo rappresentazionale dell’individuo.

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