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Le notizie tramandateci su Farld ad-Din 'Anar,

uno dei più celebri poeti mistici persiani, sono


scarse e incerte.
Visse tra il Il 00 e il 1200, in un'epoca in cui il
Sufismo era assai praticato e i problemi della
metafisica erano oggetto di attiva speculazio­
ne. Per un certo tempo esercitò probabilmente
la professione di farmacista ('Anar significa
infatti «il venditore di droghe») e, per quanto
si sappia ben poco della sua educazione, ebbe
sicuramente una conoscenza profonda della
musica, dell'astronomia, della medicina e del­
le teorie delle scuole dell'epoca. Tra le nume­
rose opere che gli vengono attribuite, li verho
degli uccelli, di cui è accertata l'autenticità, è
la più celebre. Costruita secondo un'articolata
struttura dialogica che rielabora epistole filo­
sofiche di vari autori antichi ( Avicenna, Al­
Ghazali), l'opera, più che un poema narrativo
in senso stretto, è un libro sapienziale dove
l'allegoria del viaggio degli uccelli lascia tra­
sparire e a volte emergere l'intento didascalico.
I volatili, riuniti in convegno, scelgono come re
il favoloso uccello Simurgh (trasparente sim­
bolo della divinità) e decidono di raggiungere
la sua corte. Finalmente partono, ma solo tren­
ta su centomila riescono ad arrivare a destina­
zione dopo aver attraversato le sette valli lungo
cui si snoda la mistica via, una rappresentazio­
ne simbolica degli stadi attraverso cui l'anima,
con costante progressione, attinge la perfezio­
ne divina. Simurgh (il <<Trenta uccelli>> ) è in
realtà lo specchio di quegli eletti che giungono
alla sua corte: l'esplorazione attariana del
«mare dell'anima>> si compie dunque nella
scoperta della sua totale identità con il mare
divino. E come a ribadire l'intenzione didasca­
lica dell'opera, nell'epilogo il poeta esorta i
lettori a rileggere più volte i suoi versi, perché
«i figli dell'illusione sono naufragati nella mu­
sica dei miei versi, ma i figli della realtà hanno
penetrato i miei segreti>>.

In copertina: l�:ufi e il cmTo. Miniatura persiana appartenente <JI


�<Kalila wa Dimna XV secolo (particolare).
)).
Titolo originale: Man(iq a(-Tayr

Prima edizione nella collana <<L'Altra Biblioteca», 1986

© I986 e 2007 SE SRL


VIA MANIN I3- 20I2I MILANO
ISBN 9 78-88-77I0-673-5
INDICE

INVOCAZIONE 7
Un brigante maltratta uno sventurato. In lode dell'Inviato Mubammad.
Una madre salva il suo bambino. Sulle virtù del primo califfo, il princi·
pe dei credenti Abii Bakr. Sulle virtù del secondo califfo, il principe dei
credenti 'Umar. Sulle virtù del terzo califfo, il principe dei credenti
'Uthman. Sulle virtù del principe dei credenti 'Ali. Contro i fanatici.
Dialogo tra 'Umar e Uways. Magnanimità di 'Ali con il suo assassino.
Confidenze di 'Ali con un pozzo. Estasi di Biliil. Sul sacrificio dei
compagni del profeta. Intercessione del profeta in favore del suo oopolo.

PRIMA SERIE DI DIALOGHI

1. Presentazione degli uccelli. 2. L'upupa parla agli uccelli della ricer­


ca di Simurgh. L'apparizione di Simurgh. 3· I pretesti dell'usignolo.
La principessa e il derviscio. 4· I pretesti del pappagallo. Khi:i:r e un
sufi. ,. I pretesti del pavone. Un discepolo interroga il maestro. 6.
I pretesti dell'oca. Che cosa sono i due mondi. 7. I pretesti della per­
nice. L'anello di re Salomone. 8. I pretesti dell'huma. Il sultano
Mal)miid. 9· I pretesti del falco. Il re e lo schiavo dal volto di rosa.
10. I pretesti dell'airone. Un sapiente interroga il mare. 11. I pretesti
della civetta. Lo stolto mutato in topo. 12. I pretesti del fringuello.
Giacobbe e l'arcangelo Gabriele. 13. I pretesti di tutti gli uccelli. Un
re costruisce uno specchio. Alessandro il Greco. Il sultano Mal)miid e
la malattia di Ayii2. 14. Gli uccelli interrogano l'upupa. Shayleh
San'iin.

SECONDA SERIE DI DIALOGHI 79


1. Alleanza degli uccelli. Biiyazid nel deserto. 2. Gli uccelli consulta­
no la loro guida. 3· Della fortuna. Mabmiid e il fanciullo pescatore.
Un sufi vede in sogno un assassino. Mal)miid e il taglialegna. 4· Della
ricerca. Shayleh Khirqiini si reca a Nishiipiir. Un folle ignudo. Rii­
bi'a visita la lea'ba. Il folle interrogato dal principe. ,. Del pentimen­
to. Un peccatore pentito. L'arcangelo Gabriele geloso di un cristiano.
Un sufi a Baghdiid. Mosè e Qiiriin. L'asceta e il libertino. Il discorso
di 'Abbiisa. 6. Dell'effeminatezza. Shibli nella casa degli effeminati.
Due sufi in tribunale. Il re e il mendico innamorato. 7· Della carne.
Un becchino. Un discorso di 'Abbiisa. Il principe e lo straccione. Due
volpi a convegno d'amore. 8. Degli inganni di Iblis. Un tale si lamen­
ta di Iblis. Miilik Diniir. Gesù e Satana. La preghiera di un ricco.
Un asceta parla della morte. 9. Dell'amore per l'oro. Il novizio che na­
scondeva l'oro. Uno shayleh visita Riibi'a. L'asceta e l'uccellino. 10.
Della vanità del mondo. Il re che costrul un castello dorato. Il mer­
cante che costrul un palazzo dorato. Il ragno e la mosca. Un uomo nel
deserto. L'ignaro e l'innamorato. Due incoscienti. 11. Delle lusinghe
della bellezza. Un discepolo innamorato. Shibli consola un afflitto. Il
mercante che vendette la sua schiava. Un re alla caccia con i cani. Il
martirio di I;Ialliij. Un discorso di Junayd. 12. Della morte. La morte
della fenice. Un ragazzo al funerale del padre. La morte del flautista.
Gesù e la brocca parlante. La morte di Socrate. 13. Della felicità. Un
veggente rifiuta lo sharhat. Lo schiavo riconoscente. Il principe e il su­
li. Shayleh Mahna. Un tale interroga Junayd. Il pipistrello e il sole.
14. Della sottomissione. Un re visita i suoi prigionieri. Il sogno di un
asceta. Shayleh Khirqiini in punto di morte. Un servo privo di timore.
1,. Del gioco leale. Il santo del Turkistiin. Shayleh Khirqiini goloso
di melanzane. Un racconto di Dhii 'n-Niin. I maghi del Faraone. 16.
Dell'ambizione. Giuseppe e la vecchio innamorata. Il re che divenne
mendicante. Shaykh Ghawri e il sultano Sanjar. Il lamento di un fol·
le. Un pipistrello. 17. Dell'infedeltà. Abmad l;Iambal risponde a un
suo critico. Il sultano Mal}miid e un re indiano. Il duello. Giuseppe
e i suoi fratelli. 18. Della temerarietà. 'Amid. Un folle sotto la piog­
gia. L'asino sbranato dal lupo. La carestia in Egitto. Un folle perse­
guitato dai bambini. Wiisiti tra le tombe dei giudei. 19. Delle false
pretese. Un discepolo di Biiyazid. Il derviscio innamorato. Mahmiid
"
e il custode del bagno. Due acquaiuoli. 20. Dell'orgoglio. Abii Bakr
di Nishiipùr. Mosè si cOnsiglia con lblis. L'educazione dell'iniziato.
Un cane tra le braccia di un sufi. La barba dell'asceta. Uno stolto an­
negato a causa della sua barba. Un sufi alle prese con una nuvola. 21.
Dell'appagamento. Un folle in compagnia delle fiere. Un innamorato in
punto di morte. La confessione di un asceta. Il sobrio e l'ubriaco. Un
uomo innamorato. La guardia e l'ubriaco. 22. Del vero scopo. Abii
'Ali Rudbiir. Iddio a colloquio con Davide. Mabmùd e Ayiiz. Un di­
scorso di Riibi'a. Iddio parla a Davide. Mabmiid e l'idolo indiano.
Mabmiid e Abii l;Iusayn. 23. Del dolore. Zulaykhii e Giuseppe. Il
ricco e lo schiavo pio. Un discorso di Abù 'Ali Tùsi. Uno sventurato
a colloquio con il profeta.

LE SETTE VALLI

1. Descrizione delle sette valli. Descrizione della valle della ricerca. La


creazione di Adamo. Shibli in punto di morte. Majniin e Laylii. Yii­
suf-i Hamadiin. Shaykh Mahna nel deserto. Mabmiid e il setacciatore
di polvere. Uno stolto. 2. Descrizione della valle dell'amore. Un no­
bile si innamora di un birraio. Laylii e Majniin. Un mendicante inna­
morato di Ayiiz. Un arabo tra i Qalandar. Due innamorati. Abra­
mo in punto di morte. J. Descrizione della valle della conoscenza.
Mai}mùd e un pazzo innamorato. L'uomo fatto di pietra. L 'innamora­
to dormiente. Un guardiano innamorato. Un discorso di 'Abbiisa. 4·
Descrizione della valle del distacco. Un giovane precipitato nel pozzo.
Un discorso di Yiisuf-i Hamadiin. L'astrologo. Il desiderio di un asce­
ta. Una mosca prigioniera dell'alveare. Uno shaykh innamorato. Paro­
le di shaykh 'Aniir. Un discepolo interroga il suo maestro. Preghie­
ra. ,. Descrizione della valle dell'unificazione. Un tale interroga un
folle. Una vecchia visita Abù 'Ali. Una preghiera di Luqmiin. Una
donna caduta nel fiume. La parata dell'esercito di Mabmiid. 6. Descri­
zione della valle dello stupore. La principessa innamorata di un suo
schiavo. Una madre piange sulla tomba della figlia. Un tale che cerca­
va la chiave di casa. L'empietà di shaykh N�r Abiid. Un discepolo
sogna il defunto maestro. 7. Descrizione della valle della privazione e
dell'annientamento. Un maestro consiglia un suo discepolo. Le falene
e la candela. Un sufi aggredito da un bruto. Un derviscio s'innamora
del figlio del re. Una risposta di shaykh Nùri. 8. Gli uccelli partono
alla ricerca di Simurgh. Un discorso di Majniin. Ancora l'araldo. Gli
uccelli interrogano una falena. L'inviato della corte. Giuseppe e i suoi
fratelli. Gli uccelli incontrano Simurgh. L'annientamento degli uccel­
li. l;Ialliij nelle parole di un innamorato.

CONCLUSIONE 211

Un re s'innamora del figlio del suo vtslr. Sul significato del libro. Il
discorso di un sapiente in punto di motte. Sentenza di Aristotele su
Alessandro. Un vecchio interroga un sufi. Le ultime parole di un veg­
gente. La confessione di un sant'uomo. Shibli compare in sogno a un
asceta. Un maestro interroga gli angeli . Shaykh Mahna e un ebbro.
La speranza di un asceta. Ni:j:iim ai-Mulk in punto di morte. Salomone
interroga una formica. Shaykh Mahna e l'inserviente del bagno. Shibli
visita Junayd.

POSTFAZIONE di Carlo Saccone


IL VERBO DEGLI UCCELLI
INVOCAZIONE

Nel nome di Dio clemente e misericordioso.1 Sia resa lode


al Creatore, l'Inviolato, Colui che donò vita e fede alla polve·
re. Egli pose il suo trono sulla distesa delle acque2 e al vento
affidò la vita delle creature. Collocò al sommo il firmamento e
nell'infimo depose la terra. All'uno impresse moto imperitu­
ro e all'altra quiete perpetua. E innalzò i cieli come tenda pri­
va di colonne,3 sotto cui protesse la terra. In soli sei giorni
creò i sette pianeti e da due lettere 4 forgiò le nove cupole.
Da uno scrigno dorato trasse le perle degli astri per giocare
ogni sera a tric-trac con i cieli. Diede forme diverse alla rete
del corpo e all'uccello dell'anima donò ali di polvere. Rese li­
quido l'oceano per meglio asservirlo, gelò le montagne di Lui ti­
morate. Disseccò le labbra assetate del mare, le pietre mutò
in rubini e il sangue in muschio. Ornò le montagne di spada
e cintura affinché andassero fiere della loro eccellenza. Mutò
le lingue di fuoco in fasci di rose 5 e gettò un ponte sopra le
acque del mare.6 Fece penetrare una mosca nel cranio del ne­
mico e ivi la mantenne per quattrocento anni.7 Nella sua sag­
gezza donò al ragno una rete in cui trovò rifugio Mul:tammad,
il vertice dell'universo.8 Rese il fianco della formica sottile co­
me un capello, e la pose accanto a Salomone 9; a lei fece dono
di una veste nera degna degli Abbasidi, e dal Ta-Sin ella ebbe
il suo !iis.10 Quando sorprese Gesù in possesso di uno spillo,
Egli volle rivelargli il suo errore.U La spada dei monti impor­
porò con il tulipano; creò con un soffio cupole di ninfeeY Le
zolle di terra macerò nel sangue sino a estrarne agate e rubini.
Il sole e la luna durante il giorno e la notte Lo adorano con
la fronte schiacciata nella polvere della via. 1 3 La loro forma
si plasma nell'ossequio: se non Lo adorassero , potrebbero
mai avere un volto ? Egli illumina il giorno nel suo dispiegar­
si e rende oscura la notte man mano che si raccoglie. 14
Al pappagallo forgiò il collare dorato, l'upupa elesse guida
e messaggera della via.15 Gli uccelli del cielo volano sulla sua
via, il cranio come anello battono alla sua porta. Alla ruota
del mondo Egli imprime il ciclo di un giorno : guida le tene­
bre, conduce l'alba e assegna la sorte.
Per un istante Egli soffia sulla creta e l'uomo è creato; con
l'alito e con la mano plasma ogni mondo. Egli guida il cane
sino alla meta, 16 o rivela la via servendosi del gatto. E come
un cane può rendere uomo, così un cuore di leone può ridur-
re a cane. Egli eleva un ;inn alla dignità di Salomone,17 a una
formica fa dono della parola.18 Da un bastone fa sorgere ser­
penti 19; da una fornace può suscitare tempesta.20 D'inverno
Egli cosparge l'argento della neve, l'oro delle foglie elargisce
in autunno. Il cielo Egli rende ribelle puledro e forgia nel fuo­
co lo zoccolo della luna. Sulla mensa dei cieli, come timone del
firmamento, Egli pone il pane rotondo del sole. Dalle rocce
generò una tenera cammella,21 indusse la vacca a un penoso la­
mento.22 Disvelò lo spirito in forma purissima, ogni opera
creò da un pugno di polvere. La carne in rivolta domò nella
sua legge; il corpo vivificò con l'anima, l'anima con la fede.
La montagna fu resa pietra secondo i suoi disegni; il mare,
di Lui timorato, si tinse di azzurro. La terra fu ricoperta di
un manto di polvere, il firmamento fissò un anello sull'uscio.23
Per Lui gli otto cieli non sono che una soglia, i sette inferni
una lingua. Tutto ciò che esiste è immerso nella sua unità, ma
che dico ? , in Lui è totalmente annullato! Se qualcuno arrossa
la lama nel sangue, dal sangue di quella lama Egli sa suscitare
germogli. Al giacinto dona un diadema di quattro petali, al
tulipano un vermiglio berretto. Egli accorda al narciso una
dorata corona e sopra vi sparge rugiada di perle. Per Lui la
mente agisce, s'innamora; per Lui i cieli ruotano e la terra
è caduta. Tutto ciò che esiste, dal dorso dei pesci alla luna,
sino a ogni singolo atomo, testimonia la sua pura sostanza.
Le altezze dei cieli, le profondità della terra sono adeguate
testimonianze di Lui.
Egli creò e vento e terra e fuoco e acqua e nella totalità de­
gli elementi si manifesta il suo segreto. Plasmò la nostra pol­
vere in quaranta aurore, poi su di essa soffiò lo spirito che do­
nò vita al corpo, quando in esso discese. Allora gli infuse l'in­
telletto, affinché potesse comprendere e quando lo vide nella
sua pienezza, gli donò scienza affinché potesse discernere. Ma
non appena l'uomo ebbe coscienza, fu costretto a riconoscere
la propria impotenza, e fu colto da stupore e s'immerse nel­
l'azione. Tutti, amici e nemici, piegano il collo sotto il giogo
che Egli, nella sua saggezza, impose a ogni creatura giacché,
o meraviglia, Egli vigila su ogni essere. Sebbene nessuno ne
sia consapevole, tutti agiscono, e niente resta inattivo ! 24 La
parte e il tutto sono due testimonianze della sua pura sostan­
za; l'empireo e la terra sono un pugno di polvere dei suoi
sconfinati possessi.
In principio Egli legò la terra, inchiodandola con i monti,25
e il suo volto deterse nelle acque degli oceani. Quindi caricò
la terra sulla groppa di una vacca, e questa sul dorso di un
pesce che nuota nell'aria.26 Ma l'aria su cosa giace? Sul nulla !
Il nulla è nulla, tutto dunque a nulla si riduce. Rifletti, alme-
no una volta, sull'opera di questo Re che ogni cosa ha fonda­
to sul nulla. Poiché tutto è dall'Uno sostenuto sul nulla, non
v'è dubbio che tutto in realtà sia nulla. L'empireo posa sul­
l'acqua e l'acqua è nell'aria, ma tu dimentica sia l'acqua che
l'aria, perché tutto è Dio! L'empireo e la terra non sono che
un talismano: soltanto Egli è, tutto il resto si riduce a un
nome. Egli è questo mondo e quell'altro: nulla esiste al di
fuori di Lui, e se anche fosse, sarebbe pur sempre Lui. Tutto
è un'unica sostanza in molteplici forme, tutto è un discorso
in diverse espressioni. L'uomo deve sapere chi è il suo Si­
gnore, cosl da riconoscerLo sotto ogni veste; l'errore è impos­
sibile, poiché Egli è tutto, ma allora da dove vengono tanti
errori? Solo a uno strabico è possibile errare e soltanto chi
ozia vede da strabico. Tutti sono spossati, ahimè, gli occhi son
ciechi e il mondo risplende! Se tu realmente vedessi, perdere­
sti il senno: vedresti Lui in ogni cosa e smarriresti te stesso.
Le creature, o meraviglia, Lo implorano, Gli chiedono perdo­
no e testimoniano che Egli esiste. O Tu, totalmente invisibi­
le pur nella tua evidenza, sei l'intero universo eppure nessuno
mai ha contemplato il tuo volto. L'anima è celata nel corpo
e Tu nell'anima. O celato nel celato, o anima dell'anima! O
Tu che sei più di tutto e prima di tutto, che attraverso Te
stesso contempli il tutto e nel tutto contempli Te stesso! Il
tuo palazzo è difeso da schiere di soldati: chi mai troverà la
tua via? All'intelletto è precluso l'accesso alla tua sostanza,
nessuno è a conoscenza dei tuoi attributi.27 Tu sei il tesoro na­
scosto dell'anima, eppure traspari nelle membra e nello spi­
rito. Le anime ignorano le tue profondità, i profeti lasciaro­
no la vita sulla tua via. La ragione coglie i segni della tua pre­
senza, ma non può sondare i tuoi abissi. Eterna e perfetta è
la tua esistenza e ogni realtà è a T e sottomessa.
O Tu che sei nell'anima e fuori dell'anima, Tu non sei e
insieme sei qualunque cosa di Te io dica. Oh, la sapienza s'è
smarrita presso la tua corte e l'intelletto ha smarrito il ban­
dolo della fune! Attraverso Te ogni mondo si palesa ai miei
occhi, ma di Te non vedo traccia nel mondo. Ogni essere di
Te dà chiaro indizio ma Tu, o Signore dei misteri, non dai
segnale di Te stesso! Sebbene il cielo ogni notte spalanchi
infiniti occhi, non vede della tua via un grano di polvere. Nep­
pure la terra vide mai la tua polvere, sebbene per il dolore 28
si ricoprisse di polvere. Il sole è uscito di senno per il deside­
rio di Te, e ogni sera si sfrega l'orecchio pieno di voglia.29
Persino la luna si è fusa nel tuo amore: ogni mese, in preda
a stupore, getta lo scudo. Il mare si culla nella tua passione:
la veste ha bagnata e le labbra riarse. I monti, per il desiderio
di Te, sprofondarono nel fango dei pendii, sino alla cintura.
Il sole si è fatto fuoco per amor tuo, ardente ha il volto e ri­
belle il capo. Privo di Te il vento non ha più né testa né pie­
di; un pugno di polvere lo può misurare. L'acqua s'è nel suo
intimo asciugata, essendo traboccata per il desiderio. La pol­
vere si è arrestata sulla soglia del tuo palazzo, in disperata
umiltà.
Ma a che valgono le parole? Tu sfuggi a ogni descrizione!
Che mai posso osare, non avendo conoscenza? O cuore, se
desideri cercare, incamminati lungo la via, guarda innanzi e
indietro, divieni cosciente! Osserva i viandanti che giunsero
a corte, sostenendosi l'uno all'altro. Ogni atomo trova una
porta diversa, una via particolare che a Lui conduce. Ma co­
me puoi sapere quale strada percorrerai, da quale direzione
entrerai in quella corte ? Quando segretamente Lo cerchi, Egli
si palesa; quando Lo cerchi apertamente, Egli si cela. Cosi se
andrai alla ricerca di Lui, Egli rimarrà celato; se invece Lo
cercherai in segreto, Egli si renderà manifesto.30 E in qua­
lunque modo Lo cercherai, Egli sfuggirà comunque, essendo
inafferrabile. O tu che nulla hai voluto perdere, non cerca­
re! Egli non è quel che tu credi, e allora taci una buona vol­
ta! Ogni tua parola, ogni tua conoscenza si riferisce a te sol­
tanto - e però conosciti meglio! - non a Lui. È direttamente
che devi conoscerLo, non attraverso te stesso. La via sino a
Lui si snoda da Lui, non dalla tua ragione! Coloro che Lo de­
scrivono non hanno parole adeguate; Egli è inaccessibile a
chiunque, uomo o non uomo che sia! È per questo che im­
potenza accompagna conoscenza. Egli sfugge a ogni parola, a
qualsiasi attributo. Di Lui soltanto una pallida idea ci è con­
cessa, e darne notizia è impossibile. Egli è oltre la scienza,
oltre l'evidenza : la sua sostanza è, senza traccia alcuna. Di
Lui non appare altro segno che il non-segno; abbandonare la
nostra stessa esistenza è l'unico rimedio che posso indicare.31
Chiunque, pazzo o assennato, non conosce di Lui che « Se non
Colui ».32 Nei due mondi Egli è dentro ogni atomo e quindi
anche in te, ma qualunque cosa tu dica non riguarda Dio, è
solo una tua congettura. Egli non appartiene a nessuno, e co­
me potrebbe un'anima raggiungere la dimora in cui vive? Al­
la ragione è preclusa l'unione, la scienza non è partecipe del
suo segreto. Egli supera la nostra anima, per quanto si riesca
a dire, Egli è sempre oltre. Per la passione di Lui la ragione
vacilla piena di stupore, l'anima impotente si morde le dita.
E cos'è mai l'anima, perduta nella sua azione? E cos'è mai il
cuore che, in preda a tormento, si macera nel suo stesso
sangue?
Ma non osare analogie, o tu che vuoi conoscere Iddio, per­
ché un'azione indescrivibile non le tollera. La sua gloria scon-
volse la mente e il cuore di coloro che ti precedettero, }ascian­
doli attoniti a mordersi le dita. Contemplando la sua perfe­
zione, lo spirito e l'intelletto annichilirono: l'uno si scompo­
se e l'altro si confuse. Né i profeti, né gli inviati 33 riuscirono
a cogliere un solo atomo del tutto e alla fine, dichiarandosi im­
potenti, chinarono il capo e ammisero : « Non Ti conoscia­
mo! ». Ma chi sono io per poter aspirare a conoscerLo ? Può
farlo solamente chi stabilisca con Lui un rapporto totale. Ma
se Lui, e soltanto Lui, esiste nei due mondi, con chi altri po­
tresti avere rapporto? 34 Di qui discende il nostro travaglio!
Il mare è in tempesta per la gemma che nasconde, ma colui
che non sa trovarla ben presto sarà annientato e non potrà
mai scoprire la via dell'illa.35 Tutto ciò che fu detto di Lui
in cosa mai potrà riguardarLo? E allora non parlare di Lui;
nessuna allusione Lo coglie, non esiste espressione adeguata.
In quanto a te, non esistere : altra perfezione non ti è concessa.
Scompari a te stesso, giacché questo richiede l'unione! Perdi­
ti in Lui, giacché tutto il resto non è che delirio. Entra nel­
l'Uno, da « due » trasformati in Uno! 36
Sii un cuore, un volto, una direzione. O tu, che sei figlio
del califlo,37 però privo di conoscenza, acquistala e in essa uni­
sciti al padre, divieni a lui somigliante ! Tutto ciò che Iddio
dal nulla portò all'esistenza, poi si prostrò dinnanzi a Lui per
adorarLo. Ma quando giunse il turno di Adamo, Egli lo creò
dietro cento veli essendo geloso di lui. Disse : « Adamo, è
tuo destino divenire mare di liberalità! E se le altre creature
dovranno adorare, tu sarai adorato » . E Satana, che non vol­
le prostrarsi dinnanzi a lui, fu trasformato in demone e non
poté carpire il segreto.38 Caduto in disgrazia, egli invocò : « O
Tu, che basti a Te stesso, non distruggermi, porgimi il tuo
aiuto! ». Iddio, l'Altissimo, così gli rispose: « O maledetto,
Adamo è califfo e sovrano: ubbidisci oggi ai suoi ordini e
brucia domani al suo cospetto la ruta! » .
Non appena l'anima discese nel corpo, l a parte f u mutata
in un tutto: chi mai operò un simile prodigio ? L'anima pos­
sedeva altezza, il corpo era abiezione, il puro spirito fu mesco­
lato a vile polvere. E poiché l'alto e il basso divennero aman­
ti, fu originato l'uomo, miracolo di arcani. Nessuno poté sve­
lare il mistero, essendo l'opera divina inconoscibile dai vili.
Noi nulla sapemmo, né conoscemmo, e neppure ci fu dato di
scrutare nel cuore. Ma è meglio tacere, non esistendo altra
via che il silenzio. Nessuno ha mai il coraggio di un amoroso
sospiro! E se molti hanno ammirato la superficie di questo ma­
re, chi ha mai conosciuto i suoi abissi ? Il tesoro è custodito
nel fondo e il mare è il suo talismano : spezza infine il fetic­
cio del corpo per scoprirne il tesoro; e quando il corpo sarà
superato, apparirà lo spmto, « corpo » dell'Invisibile, il nuo­
vo feticcio. Cammina dunque e non chiedere della meta, non
invocare rimedio a codesto dolore!
Sul fondo di questo mare infinito molti fecero naufragio
e di loro più non si ebbe notizia. In un simile mare, immenso
quanto nessun altro, il mondo è un atomo e l'atomo è un
mondo. Il mondo è un atomo della sua potenza ; l'atomo è
un mondo della sua saggezza. Sappi che in questo mare il
mondo è una semplice bolla; e anche l'atomo, ricordato, non
è che una bolla. E dunque, se svanissero sia il mondo che un
atomo, questo mare avrebbe perduto solo due bolle, nient'al­
tro. Chi mai può sapere se nei suoi abissi abbia maggior pre­
gio una pietra o un'agata?
lo mi giocai e ragione e anima e fede e cuore nel tentativo
di conoscere la perfezione di un atomo. E allora cuci le tue
labbra, non osare chiedere dell'empireo o del trono, e non
chiedere neppure di un atomo! La tua mente è confusa su
ciò che non è più grande della punta di un capello, e allora
cuci le tue labbra e non chiedere nulla! E se persino la vera
natura di un atomo è inconoscibile, che altro vuoi sapere? che
altro vuoi chiedere? La pace sia con te!
Cos'è mai questo cielo riverso e instabile, perennemente
fluttuante eppure immobile ? La ruota del cielo vuole scopri­
re l'arcano, ma come potrà farlo nel suo vano ruotare? E tu,
come potrai scoprire, ruotando intorno a te stesso, la chiave
di un simile regno? Sulla sua via tu perdesti te stesso, avvol­
to come sei da molteplici veli. Cos'è mai la ruota se non un
pellegrino che ha smarrito la via ? Da tempo immemorabile
ruota su se stessa, senza tes!a né piedi, davanti a questa por­
ta. E se neppure la ruota può conoscere l'arcano che il velo
dissimula, perché mai dovrebbe sollevarsi dinnanzi a un mi­
serabile quale tu sei ? L'azione del mondo è stupore e confu­
sione, è infinito smarrimento dell'anima. Ad ogni istante que­
sta via sembra allungarsi, e i viandanti sprofondano sempre
più nello stupore. Nulla ti è dato sapere di come apparve la
via a chi la percorse, ma chi più seppe inoltrarsi, più profon­
damente la conobbe. Se mai essa ebbe limite, fu illimitato ;
se mai ebbe misura, fu incommensurabile.39 Essa è un'officina
piena di meraviglie, in cui tutti ho veduto perduti a se stessi.
Chi mai conosce la via che conduce al profondo del proprio
essere? Un atomo non è consapevole dell'atomo che gli è vi­
cino. Questa azione è tortuosa, senza cominciamento né fine;
e tu hai il viso rivolto alla parete e ti mordi le dita! I profeti,
che furono veggenti, avanzarono a fatica lungo la via. La lo­
ro anima naufragò nello stupore, come compagni ebbero pian­
to e impotenza.
Considera, ad esempio, il destino di Adamo, la cui vita si
consumò tra i più cupi lamenti. E guarda Noè, immerso nel­
l'azione, che patl per mille anni a causa degli infedeli. E an­
cora Abramo, l'innamorato, che ebbe dimora tra il mangano
e il fuoco. Considera Ismaele, l'affiitto,40 che offri la propria
vita sulla via dell'Amico. E ancora Giacobbe, l'errante, di­
venuto cieco nella ricerca del figlio. E guarda Giuseppe, che
poté primeggiare soltanto dopo il pozzo, la schiavitù e la pri­
gione. E Giobbe, il paziente, che fu prigioniero di lupi e lom­
brichi. E Giona, che ebbe a smarrire la via, e piombò dalla
luna nel ventre di un pesce. E guarda Mosè, all'inizio dei tem­
pi, che ebbe come balia il Faraone e come culla una bara. E
poi Davide, fabbro d'armature, che fuse il ferro sulle fiamme
del cuore.41 E ancora il gran re Salomone, a cui i jinn strap­
parono il regno. E Zaccaria, dal cuore in tumulto, che con la
spada sul collo non emise un lamento. Osserva Giovanni che
fu messo alla gogna e la cui testa mozzata fu esposta sopra un
vassoio. E Gesù, che solo sul calvario riuscì a sottrarsi alle
turbe dei giudei.42 Considera infine Mu}:tammad, il vertice dei
profeti, quali pene e quali torti ebbe a patire dagli infedeli !
Tu forse ritieni che codeste siano prove di poco conto : in
verità, morire sarebbe più facile! Ma sino a quando parlerò,
io che non ho più parole? La rosa strappata dal ramo non vi­
ve. All'improvviso fui vinto da intimo stupore, e come rime­
dio trovai unicamente il non-rimedio. O saggezza, sulla via tu
sei lattante, l'intelletto del saggio si è smarrito cercandoti.
Quando potrò attingere io, stolto, a cosi profonda sostanza,
come potrò conquistare l'innocenza?
La scienza non Ti coglie, l'espressione non Ti contiene, Tu
che sei immune da offese e benefici! O Tu che perdoni le col­
pe e mi insegni a emendarmi, io arsi in cento modi e più ol­
tre non posso ! I l mio sangue nell'ansia di Te ribolle e se mi
sono macchiato di meschinità infinite, perdonami ! Incoscien­
te, io commisi cento delitti e Tu mi ricambiasti avendo ogni
volta pietà di me. O Re, degna di uno sguardo questo tuo
miserabile servo e se anche ripetutamente Ti offese, sii magna­
nimo con lui! Per stoltezza, molto peccai, ma Tu fammi gra­
zia! Anche se il mio occhio non piange apertamente, la mia
anima geme in segreto per amor tuo. O Creatore, tutto il ma­
le o il bene che Ti feci, in verità lo feci a me stesso. Perdo­
na le mie vili ambizioni, a una a una dimentica le mie offese.
Posa il tuo sguardo su questo cuore che sanguina, liberami da
tutte le insidie! Io sono preda di me stesso e del tuo stupore,
e nel bene e nel male io Ti appartengo. Osservami, ora sono
meno di una parte,43 ma diverrò un tutto se solo vorrai guar­
darmi. Ma chi sono io per ambire ad esistere ai tuoi occhi, io
che dovrei rallegrarmi anche se per Te non esistessi ! Con quale
diritto potrò affermare d'essere tuo schiavo o soltanto un
granello di polvere sulla tua via? O Tu, della cui grazia nes­
suno dispera, sarai in eterno il mio padrone. Quel cuore che
non si appaga della tua pena, non potrà mai essere pago né
mai appartenerTi. Un istante dello struggimento che provo per
Te è il mio unico rimedio, privata di esso la mia anima mo­
rirebbe. La fede ai fedeli, l'empietà agli empi: 'Anar deside­
ra soltanto il dolore che da Te provenga. Mio Dio, Tu sei pre­
sente ogni notte nei miei amorosi lamenti che hanno supera­
to ogni limite, e prepara dunque per me il tuo banchetto! Ri­
schiara le tenebre della mia anima, donami la luce ristoratri­
ce dell'Islam, dissolvi le ombre della mia carne! Io non sono
che un atomo perduto in un'ombra, l'esistenza non mi ha por­
tato bene alcuno. Io sono un'ombra di quella Presenza simi­
le al sole : oh, se in un raggio di tanto fulgore, quale pulvi­
scolo vagante io potessi danzare e battere le mani, per poi
immergermi in un mondo immenso di luce, uscendo da quel­
l'alone luminoso.
Sii Tu il mio conforto in questo lamento, io sono solo, por­
gimi la tua mano ! Ho abbandonato persino me stesso : chi
altri se non Te avrò domani, Tu che non puoi trarre vantag­
gio neppure da Mosè, né danno dal Faraone.44 Mio Dio, chi
mai è infinito come Tu sei infinito ? E chi altri esiste, se Tu
non hai né limite né fine? Oh, le creature terrene vivono nel­
lo stupore, e Tu resti celato dietro un velo. Sollevalo infine,
non martoriare la mia anima! Non !asciarmi qui, nascosto, a
bruciare! D'un tratto scomparvi nel mare dello stupore, ma
Tu liberami da ogni confusione ! Io naufragai in un mare di
sangue, fui escluso dall'intimità della tua alcova. Porta in sal­
vo il tuo schiavo da queste acque ostili : Tu qui lo gettasti,
Tu dunque ripescalo! La carne si è impadronita dell'intero
mio essere : se non mi prenderai per mano, conoscerò la ro­
vina. Purificami, o dovrai versare il mio sangue finché morte
mi colga! Gli altri Ti temono, ma io temo me stesso; da Te
unicamente ho ricevuto bene, da me stesso soltanto male. Io
sono un cadavere che cammina sull'orlo della fossa: vivifica
la mia anima, o Tu che doni la vita! Credenti e non credenti
si macerano nel sangue, tutti sono smarriti o confusi: se uno
vive per lo studio, è immerso nello smarrimento, e se invece
vive per l'oratoria, è immerso nella confusione. O Re, il mio
cuore si macera nel sangue e io ruoto come i cieli intorno a
me stesso. Noi siamo vicini l'uno all'altro, giacché Tu sei il
sole e noi le tue ombre. O Benefattore dei miserabili, non
puoi forse esaudire le preghiere di chi Ti è vicino? Dicesti:
« Io sono con voi sempre, non cessate un istante di cer­
care! ».45

Con un cuore preda del dolore e un'anima straziata '-dalla


pena, io piango come nuvola lacrime di desiderio. Sii Tu la
mia guida, giacché io ho smarrito la via. Se anche io giunsi tar­
di, non negarmi il tuo regno. Chiunque conobbe il tuo regno,
in Te scomparve sazio ormai di se stesso. Io continuo a spe­
rare, pur senza pace, che Tu accolga me, uno dei centomila
che Ti bramano!

Un brigante maltratta uno sventurato

Un brigante tese un agguato a uno sventurato e lo trascinò


nella propria casa, dopo avergli legato le mani, intenzionato
a ucciderlo. Ma quando usci per cercare una spada, sua moglie
porse allo sventurato un tozzo di pane.
Quando il brigante tornò brandendo la spada, vedendo la
sua vittima col pane tra le mani, colmo di stupore gli chie­
se : « O non essere, chi ti ha dato quel pane ? ». Questi rispo­
se: « Me l'ha dato tua moglie ».
A quelle parole il brigante dichiarò: « Se non mi rattri­
sta vederti mangiare il mio pane, come potrei spargere il tuo
sangue? »
O Creatore, da quando mi incamminai sulla tua via ho man­
giato pane alla tua mensa. Chiunque spezzi il pane altrui, de­
ve poi testimoniargli la propria riconoscenza. Tu che possiedi
cento mari di grazia, non negarmi il perdono se anche ho
mangiato in abbondanza del tuo pane. O Signore dei mondi ,
io verso nell'indigenza ; naufragai in un mare di sangue, fe­
ci arenare la mia nave sulle secche. Ma Tu prendimi per ma­
no, parlami ! Sino a quando, come la mosca, leverò verso di
Te le mani al di sopra del mio capo? Io ancora confido nella
tua amicizia : Tu puoi farmene dono, se solo lo desideri !

In lode dell'Inviato Mul;tammad

Egli è signore del mondo e della fede, tesoro di lealtà, ver­


tice e luna dei due mondi. Egli è l'Eletto, sole della legge,
mare di certezza, luce della terra, « Misericordia delle creatu­
re » . 46 L'anima dei puri è polvere della sua anima inviolata.
Egli è il liberatore dell'anima e l'intero creato è polvere dei
suoi piedi. È signore dei due mondi e sovrano di tutto, sole
dello spirito e fede di ogni creatura. Egli è principe dell'ascen-
sione,47 vertice della creazione, ombra di Dio, nobile sostan­
za solare. I due mondi sono guidati dalle sue briglie ; l'empi­
reo e il trono guardano alla sua tomba come qibla.48 Egli, il
più grande e il più nobile tra i profeti, duce dei puri e dei
santi, maestro dell'Islam e guida della via, sacerdote dell'invi­
sibile, imam della parte e del tutto.
Egli, che supera ogni definizione, si definì « signore della re­
surrezione » e disse anche: « Io sono una grazia per la ter­
ra » . I due mondi incominciarono ad esistere dall'istante in
cui Mu}:!ammad cominciò a vivere, vennero alla luce come
gocce di rugiada dal mare della sua grazia e persino l'empireo
trovò pace nel suo nome. I due mondi sono gocce di rugiada
che vennero alla luce dal mare della sua grazia. La sua luce
è meta delle creature, fonte dell'esistente e del non esisten­
te. Iddio creò quella luce assoluta per poi ricavarne cento ma­
ri di fulgore. Per Sé creò quell'anima purissima, a cui donò
l'intero creato. Egli è la meta del creato, nessuno è più puro
di lui.
Quel che in principio ebbe origine dal seno dell'invisibile,
fu senza alcun dubbio la sua luce incontaminata e sublime, che
dispiegò il suo stendardo e furono in tal modo creati l'empi­
reo, il trono, la tavola, il calamo.49 Quindi ne dispiegò un al­
tro, e furono il mondo e Adamo, progenie sua. Non appena
quella luce somma si fu rivelata, si prostrò in adorazione din­
nanzi al suo Creatore. Per secoli e secoli rimase ad adorarLo,
per molteplici esistenze restò immobile in ginocchio, per in­
numerevoli anni si tenne ritto,50 infine dedicò un'intera vita
all'apostolato.
Dalla luminosa preghiera di quel mare di misteri ebbe ori­
gine l'obbligo di pregare per tutti i credenti. Quella luce, in
guisa di sole e di luna, Iddio volle dinnanzi a Sé a lungo e
senza motivo apparente, prima di aprirle all'improvviso una
chiara via verso il mare della verità. Contemplando la magnifi­
cenza di quel mare misterioso, ella fu presa da delirio e per
sette volte cercò in se stessa : fu allora che apparvero le sette
cupole celesti. Ogni sguardo che Iddio volle lanciarle si tra­
sformò in stella, che assunse la posizione stabilita nei cieli.
Finalmente quella luce nobilissima trovò quiete, e così sorse
l'empireo e il trono ebbe nome. Entrambi pretesero un riflesso
della sua pura sostanza, e anche gli angeli reclamarono le sue
qualità. Dal suo respiro nacquero gli astri del firmamento e
dal suo cuore sognante gli enigmi del creato. Il segreto del­
l'anima è frutto dei suoi pensieri inviolabili, avendo detto Id­
dio: « Soffiai in lui dal mio spirito » .51 Quei respiri e quei se­
greti ben presto si fusero e in tal modo vennero create le mol­
titudini degli spiriti. Le naziom ebbero ospitalità nella sua lu-
ce, essendo egli l'Inviato per la totalità delle creature dell'uni­
verso, sino al giorno del giudizio.
Quando mandò a chiamare Satana, costui fece professione
di fede nell'lsliim. Con il consenso del Creatore, chiamò al­
l'appello anche i jinn, nella notte che riservò loro.52 Quindi
dispose gli angeli a fianco dei profeti e tutti li convocò in una
notte. Quando fece l'appello degli animali, si presentarono a
lui il capretto e la lucertola. Fu anche il muezzino degli idoli
del mondo, che necessariamente furono distrutti. Quella pu­
ra sostanza convocò gli atomi dell'universo, che nella sua ma­
no si trasformarono in tasbih.53
Chi mai tra i profeti poté vantare altrettanta gloria? Chi
mai poté radunare, come lui, la totalità delle nazioni? Es­
sendo la sua luce la fonte degli esistenti, e la sua sostanza
la donatrice di ogni sostanza, a lui soltanto fu possibile con­
vocare i due mondi, gli atomi celati e quelli manifesti. La par­
te e il tutto divennero il suo popolo, facendo proprio il suo
illimitato ardore. Nel giorno del giudizio, dovendo interce­
dere per una turba di ignavi, egli dirà : « Ecco la mia gen­
te! », e questo sarà sufficiente. Dio elargirà il riscatto al suo
popolo in virtù di questa fiaccola dispensatrice di salvezza.
Essendo egli il maestro di ogni azione, la capacità di agire è
in ogni creatura dovuta al suo influsso. Egli non dipese da
alcun possesso, ma noi dobbiamo piangere per ogni cosa che
gli appartenne. Ogni creatura vive sotto la sua tutela, ogni
desiderio si realizza se lui accondiscende. Egli è il segreto di
ogni fibra del mondo, è unguento per le ferite del cuore di
ogni afflitto. Chi mai potrà accostarsi, sia pure in sogno, alle
sue qualità ? In sé contemplò il tutto e nel tutto contemplò se
stesso e ogni cosa contemplò dietro e dinnanzi a sé. Iddio lo
rese sigillo della profezia, per lui operò miracoli e fu miseri­
cordioso, a lui ordinò l'appello dei nobili e dei vili, per lui si
compl la sua grazia. Agli infedeli Iddio concesse una tregua,
non volle punirli per sua intercessione. In favore del suo po­
polo e nel segno del suo impareggiabile zelo, volle donare vi­
ta al mondo e alla fede.54
Iddio lo chiamò a Sé nella notte dell'ascensione e volle di­
svelargli il segreto del tutto. Nella gloria fu « il signore delle
due qibla »,55 ombra senz'ombra sui due orizzonti. Ottenne
da Dio un Libro superiore, una misura di tutte le cose.56
Le sue spose furono le madri dei credenti, la sua ascensio­
ne fu il vanto degli inviati. I profeti lo seguono ed egli li
guida, e anche i sapienti, come i profeti, fanno parte del
suo popolo. Il Creatore in segno di omaggio menzionò il suo
nome nella Torah e nel Vangelo.57 Una pietra 58 per virtù sua
ebbe pregio e onore prima sconosciuti, ed egli ebbe la digni-
tà di « Mano destra di Dio ». Qibla divenne la sua tomba, uni­
versalmente venerata, e non si ebbero tradimenti o ripudi tra
il suo popolo. La sua missione decretò la fine degli idoli, il
suo popolo divenne l'eletto tra i popoli. In un anno di sicci­
tà una goccia della sua saliva ricolmò i pozzi inariditi di ac­
qua purissima. Le sue dita aprirono la luna,59 e il sole fu ob­
bediente ai suoi comandi. Tra le sue spalle, splendenti come
il sole, egli ricevette il sigillo della profezia.(JO Fu la guida del
paese eletto, fu « l'impareggiabile creatura di un tempo im­
pareggiabile ». La ka'ba divenne per virtù sua la casa di Dio.
Chiunque percorse il cammino da lui aperto poté trovare cer­
tezza. Gabriele per lui indossò la khirqa 61 e in essa si rese ma­
nifesto. Alla polvere fu conferita nel suo tempo nuova virtù,
e trasformandosi in moschea fu purificata. A lui che conosce­
va il segreto di ogni atomo, fu detto: « Non leggere dal Li­
bro. Parla! ». La lingua di Dio è la sua lingua, per questo il
suo tempo è l'eletto tra i tempi. Nel giorno del giudizio tut­
te le lingue saranno cancellate, eccetto la sua.
Sino all'estremo anelito di vita, il suo desiderio bussò alla
porta della divina gloria, e quando il suo cuore si perse nel
mare del mistero, il ribollire di quelle acque si mutò in ane­
lito di preghiera. Il suo cuore fu in verità un mare di mera­
viglie, in cui le onde incessantemente s'inseguivano.
Quando egli partiva era solito dire: « Biliil,62 !asciaci pre­
gare, affinché ci sia possibile uscire dalle strettoie del pen­
siero! ». E al ritorno, in preda a intimo turbamento, diceva:
« Parlami, o I:Iumayra! ».63 Ma nonostante il suo lungo pere­
grinare, conquistò alla fede un'anima su cento.
L'intelletto nulla può attingere della sua intimità con Dio,
né la scienza può stabilirne la durata. Quand'egli intimamen­
te si stringe all'Amico, persino Gabriele è di troppo e le sue
ali prendono fuoco!
Quando il Simurgh dell'essenza divina si manifesta, Mosè
è vinto da timore come un batticoda.64 Un giorno che Mosè
venne a sedersi sul tappeto di Mu�ammad, Dio gli ordinò:
« Togliti i sandali ! ». Cosi egli li tolse e immediatamente fe­
ce il suo ingresso nella luminosa valle della certezza. Più tardi,
durante l'ascensione al cielo di Mu�ammad, gloriosa fiaccola,
Bila! poté udire il rumore dei suoi sandali, mentre Mosè, ben­
ché fosse re, non poté salire sul Sinai con i sandali ai piedi.65
Considera l'immenso onore che Iddio concesse a un servo del­
la sua reggia al fine di elevarlo. Egli fece di quel servo un in­
timo della propria corte, gli permise di calzare i sandali e di
percorrere la propria via. Mosè, vedendo quel servo di Dio
partecipe di un'intimità cosi grande, ebbe a dire: « O Signo­
re, rendimi suo seguace, ponimi sotto lo scudo del suo nobi-
le ardore! •· Se Mosè dovette implorare a lungo un simile
privilegio, Gesù invece lo ottenne facilmente, e avendo assa­
porato le gioie dell'intimità, egli inviterà le creature alla fe­
de di Mu}:tammad.66 Scenderà sulla terra dal quarto cielo e le
anime piegheranno il capo al suo passaggio. Il famoso Messia
fu un'efelide sul volto di Mu}:tammad e per questo il Creato­
re volle che annunciasse il suo nome.67
Se qualcuno affermasse che è necessario avventurarsi nel­
l'aldilà e poi fare ritorno tra i mortali per sciogliere a una a
una le nostre pene e estirpare ogni dubbio dai nostri cuori,
ebbene sappia che nessuno nei due mondi, manifesto o celato
che sia, è mai tornato di lassù, eccetto Mu}:tammad. Quanto
egli in virtù della sua veggenza vi ottenne, chi mai potrà at­
tingerlo con le armi della scienza ? Egli è re e tutti sono suoi
ospiti; è il nostro sovrano e noi i suoi sudditi. Egli fu incoro­
nato con le parole: « Lo giuro per la tua vita! »,68 e in quello
stesso istante tutte le creature divennero la polvere dei suoi
piedi. Mentre il mondo si profumava con il muschio dei suoi
capelli, il mare per la sete di lui asciugava le proprie labbra
sulle rive. Chi mai non avrebbe sete di vederlo o di emulare
la sua azione, per quanto dolorosa fosse? Quando quel mare
di luce sall sul pulpito, fece udire il suo lamento, fonte di in­
dulgenza, nei luoghi più remoti. I cieli privi di colonne si sof­
fusero di luce, e se mai quelle colonne fossero esistite, sepa­
rate da lui si sarebbero sgretolate. E come potrei, io, descri­
verlo a parole, senza provare una vergogna cosl grande da tra­
sformare il mio sudore in sangue? Egli è l'eloquente del mon­
do, io il muto: quando mai un non essere come me saprà de­
finire il suo stato?
Questo mondo, nella sua immensità, è polvere dei suoi pie­
di, e i cento mondi dell'anima sono polvere del suo spirito.
I profeti, lodandolo, caddero in preda a intimo stupore e gli
esperti di segreti 69 smarrirono se stessi. O tu, del cui sorriso
è ospite il sole e il cui pianto è padrone delle nubi, i due
mondi sono polvere dei tuoi piedi, ma tu dormisti su una mi­
sera stuoia! Solleva il capo da quel giaciglio, o generoso, e po­
sa il tuo piede su un tappeto preziosissimo! Le leggi furono
annullate dalla tua legge, le radici si esaurirono nel vigore dei
tuoi rami.70 La tua legge, i tuoi decreti hanno valore in eterno
e a fianco del nome di Dio è scritto il tuo nome. I profeti e
gli inviati dovranno camminare sul sentiero della tua fede.
Nessuno di coloro che ti precedettero ti è superiore, e altret­
tanto può dirsi per coloro che ti seguiranno. Tu sei di fronte
e alle spalle del mondo, tu sei il primo e l'ultimo. Nessuno
mai potrà pareggiarsi a te o vantare una gloria simile alla tua.
M�ammad, l'Inviato dell'Uno, si consacrò in eterno alla si­
gnoria dei due mondi.
O Inviato di Dio, io verso nell'indigenza, ho le mani piene
di vento e il capo coperto di polvere. Sempre tu offri aiuto al
derelitto e io non conosco altri che te nei due mondi. Posa il
tuo sguardo su questa sofferente creatura, dona rimedio a
questo incurabile! Se ho vanificato la mia vita nel peccato, ora
mi pento: intercedi per me presso Iddio! Se temo il « Non fi­
darti! », ho appreso però la lezione del « Non disperare! ».71
Notte e giorno io languo tra infiniti lamenti, nella speran­
za che tu voglia intercedere in mio favore. Se avrò da te que­
sto dono, il sigillo dell'obbedienza. cancellerà il mio peccato.
O tu che intercedi per un pugno di polvere infame, sii gene­
roso, accendi la fiaccola della tua misericordia affinché, come
falena, io possa unirmi al tuo popolo sbattendo le ali intorno
alla fiamma. Chiunque veda il chiarore della tua fiaccola, sot­
tometterà la propria anima agli ordini del cuore. Gli occhi
dell'anima si appagano del tuo volto, i due mondi del tuo
compiacimento. Solo il tuo amore può lenire la mia sofferenza
e il sole del tuo volto è la luce della mia anima. Il mio spiri­
to sosta presso la tua porta, dinnanzi alla quale io trattengo la
preziosa spada della mia lingua. Ogni perla che la mia lingua
sparse, da quando ebbi un segno della tua presenza, cadde sul­
la tua via dal profondo della mia anima. E quando la mia ani­
ma scopri le tue tracce, io persi per sempre le tracce di me
stesso.
O gemma purissima, il mio unico desiderio è che nella tua
infinita grazia tu posi sopra di me uno sguardo! E con il tuo
sguardo rendimi invisibile, e invisibile !asciami in eterno! O
pura sostanza, liberami per sempre da pensieri, idoli e frivo­
lezze, non permettere che io insudici il mio volto nel peccato!
Abbi rispetto per il mio nome, che è anche il tuo! 72 lo, in­
fante sulla tua via, miseramente naufragai e torbide acque mi
circondano come pesanti catene. Mia unica speranza è che tu
voglia salvarmi da questo oscuro mare, riconducendomi sulla
tua via.

Una madre salva il suo bambino

Una madre vide un giorno il suo bambino cadere nelle ac­


que di un fiume e subito fu presa dalla febbre dell'angoscia.
Il bimbo si dibatteva affannosamente nella corrente che lo
trascinava verso il canale di un mulino. Molta acqua passò
davanti alla madre e anche il bimbo passò quasi rotolando
sulla superficie dell'acqua. E allora la madre decise di tuffar-
ai nel canale, riuscendo ad afferrarlo. Trattolo cosl in salvo,
ella gli offri il seno e lo allattò con amore.
O tu che nella tua immensa pietà superi di cento volte
l'amore di una madre! Verso un vortice mi trascina una im­
petuosa corrente. Essendo caduto in questo vortice di stu­
pore, io mi dibatto in un fiume di lacrime e di sospiri. Come
quel bambino nell'acqua, io sono confuso e annaspo per l'an­
goscia. O tu che trepidi per i bambini della via, non negare la
tua benevolenza a colui che è in procinto di annegare! Abbi
misericordia per i nostri cuori tormentati e salvaci, nella tua
liberalità, dalla minaccia di queste acque ! Allattaci al seno del­
la tua inesauribile grazia, non sottrarci la tua provvida mensa!
O tu che sfuggi a ogni descrizione o percezione e vanifichi
la lode dei tuoi estimatori, nessuno mai giunse a toccare an­
che solo la cinghia della tua sella! Necessariamente la mia vi­
ta è polvere della tua polvere, e poiché anche i tuoi amici più
puri furono polvere dei tuoi piedi, le moltitudini della terra
sono polvere della tua polvere.
Chiunque non sia polvere dei tuoi amici più cari, è nemi­
co di coloro che più di tutti ti amarono : del primo, Abii Bakr
e dell'ultimo, 'Ali. Questi sono i quattro pilastri della ka'ba
della verità e della purezza : Abii Bakr, più di tutti fedele e si­
gnore di verità; 'Umar, splendente come sole nella giustizia ;
'Uthman, mare di modestia e di umiltà; 'Ali, principe di scien­
za e di purezza.

Sulle virtù del primo califfo, il principe dei credenti Abii Bakr

Egli fu il primo califfo e il primo amico di Mu�ammad, non­


ché « il Secondo dei due che dimorarono nella grotta ».73 Egli
è il vertice della fede, il più nobile tra i poli di Dio e in ogni
cosa, in verità, eccelse su tutti. Quanto Iddio dalla sua corte
di potenza versò nel degnissimo cuore dell'Eletto, riversò an­
che nel cuore di Abii Bakr, il Verace, che finché ebbe vita,
fu immerso nella ricerca. Quando Iddio creò da una parola i
due mondi,74 egli serrò le labbra e trattenne il respiro. Piega­
va il capo nella preghiera dal tramonto all'alba, e a tal punto
ardeva la sua anima che nel cuore della notte prorompeva in
un urlo straziante. I l suo doloroso gemito volava sino alla Ci­
na spargendo ovunque fragranza di muschio e trasformando
in muschio il sangue di gazzella dei Tartari. Per questo Mu­
�ammad, sole della legge e della fede, ebbe a dire: « Si ha da
cercare la scienza, da qui sino alla Cina ».'5 Con grande saggez­
za aveva posto un sasso sulla propria lingua, cosl da pronun­
ciare il « Huwa » 76 con la dovuta gravità. Quella pietra in
bocca gli impediva di pronunciare altro nome che non fosse
quello di Dio. La gravità del contegno conferisce dignità:
come potrà mai agire colui che non conosce gravità ? n 'Umar,
non conoscendo che un capello del suo merito immenso, ebbe
a dire: « Magari fossi io quel capello sul suo capo! ».78
O Dio, poiché Tu accettasti « il Secondo dei due », egli è
giustamente secondo soltanto al profeta.

Sulle virtù del secondo califfo, il principe dei credenti 'Umar

Egli è signore della legge, sole della religione, ombra di


Dio. È il Discernitore, la fiaccola della fede. Appose il pro­
prio sigillo a giustizia ed equità, e in verità fu il più sagace
tra gli uomini. Su di lui Iddio pronunciò in principio le silla­
be « ta-ha »,79 affinché divenisse puro e giusto. Il grido di
« ta-hii » nel suo cuore risuonò come « Huwa ». Fortunato
coiui che geme pronunciando il nome di Dio! Colui che per
primo passerà sul �irar 80 è 'Umar, secondo le parole del profe­
ta. Egli per primo riceverà una veste di gloria dalla casa della
certezza. Poiché Iddio sin dal principio lo prese per mano,
alla fine del mondo lo avrà al suo fianco in paradiso. L'opera
della fede si compì nel segno della sua giustizia; il Nilo ebbe
un sussulto,81 il terremoto si placò. Egli fu la fiaccola del pa­
radiso, e in nessuna assemblea fu vista l'ombra generata da
quella fiaccola. E poiché quel luminoso non proiettava om­
bra alcuna, il demonio si tenne sempre lontano dalla sua per­
sona. Quando predicava al popolo, dalla sua lingua fluivano
parole di verità. Nel suo cuore splendente come l'oro si spec­
chiava Iddio. La sua anima ardeva nell'amorosa pena, la sua
lingua bruciava nei divini sermoni.
Ogni qualvolta il profeta lo vedeva infiammarsi d'amore,
diceva : « Quest'anima nobilissima è la fiaccola del paradiso! ».

Sulle virtù del terzo califfo, il principe dei credenti 'Uthman

In verità egli è signore della sunna 82 e luce assoluta, è il


principe delle due luci.83 Colui che si immerse nel mare della
conoscenza e divenne il vertice della religione fu 'Uthman di
'Affan. La gloria che conquistò lo stendardo della fede fu ope­
ra di 'Uthman, signore dei credenti. Lo splendore che irradia
la tavola dei due mondi è originato dal cuore luminoso del
principe delle due luci. Egli fu, secondo le parole dell'Eletto,
un secondo Giuseppe, mare di pietà e di modestia, miniera
di fedeltà. Gli fu tagliata la testa mentre era seduto, perché
si era consacrato al suo popolo.
Nella sua giustizia si propagò la fede, nella sua saggezza si
diffuse il Corano. 84 Salvezza e virtù per opera sua conobbero
nel suo tempo una diffusione straordinaria. Aiutò i suoi se­
guaci con tutto se stesso, a loro dedicò la sua terrena esisten­
za. Mu}:tammad, il principe dei principi, ebbe a dire: « Nei
cieli gli angeli chineranno il capo dinnanzi a 'Uthman ». E
aggiunse: « Quando Iddio si rivelerà nel giorno del giudizio,
si rifiuterà di giudicare 'Uthman ». Egli non fu presente nel
momento della promessa, ma al posto della sua mano ci fu
quella del profeta.85 Un seguace che era presente ebbe a dire:
« Mi sarei battuto il petto se fossi stato assente come il prin­
cipe delle due luci » . E Mu}:tammad, il principe della fede e
del mondo, gli rispose: « Qualunque cosa egli faccia, d'ora in
avanti non avrà nulla da temere ».

Sulle virtù del principe dei credenti 'Ali

Egli è signore di verità e guida integerrima, è m1mera di


scienza, mare di mansuetudine e polo della fede. È il coppie­
re del Kawthar,86 l'imam che illumina la via, il cugino dell'Elet­
to, il Leone di Dio, il gradito, il prescelto. Egli fu sposo di
una vergine, principe casto e genero del profeta.87 Venuto ad
annunciare il proprio magistero, conobbe il mistero del « Do­
mandatemi ! ».88 Egli è di diritto guida della fede, è giudice
assoluto e universale. Essendo 'Ali uno degli occhi di Dio, co­
me può la ragione dubitare della sua scienza? L'anima non
ignora che « 'Ali è il più saggio », e che egli è partecipe della
divina sostanza. Se un morto fu resuscitato dall'alito di Gesù,
'Ali con il suo respiro riattaccò una mano mozzata. Conforta­
to dal divino consenso, si recò alla ka' ba per fracassare gli idoli
sulle spalle del profeta. La sua mente era popolata dai segreti
dell'invisibile e per questo ritirò, bianca, la mano dal pro­
prio seno.89 Se non avesse posseduto una simile mano, quan­
do mai la sua spada avrebbe conosciuto quiete ? Era squassa­
to dalla febbre dell'azione, a un pozzo confidava i suoi segre­
ti. Poiché nell'intero mondo non poté trovare un amico, egli
si appartò nella solitudine del proprio cuore.

Contro i fanatici 90

O tu che sei preda del fanatismo e ti agiti nella spirale


dell'odio e dell'amore! Se meni gran vanto della tua intelli-
genza e della tua saggezza, perché mai spiri fanatismo da tut­
ti i pori ? O stolto, nel califfato non esiste ingiustizia. Quando
mai Abii Bakr o 'Umar furono ingiusti ? Se quelle due guide
lo fossero state, avrebbero certamente nominato i loro figli
come successori ! Ma se avessero privato della successione chi
ne aveva il diritto, i compagni _di fede avrebbero dovuto im­
pedirlo. E se non avessero osato impedirlo, sarebbero stati
comunque in diritto di abbandonare i doveri. Se dunque nes­
suno frappose impedimento, o tu rifiuti tutti i califfi o tutti li
accetti. Ma se rifiuti i compagni del profeta, tu disprezzi le
parole dell'Inviato di Dio. Infatti egli disse : « Ognuno dei
miei amici è un astro splendente. Il mio secolo è l'eccellente
tra i secoli, la mia gente è la più nobile tra le genti, e coloro
che mi sono prossimi, i miei amici, sono i più nobili della
mia gente ».91
Se dunque il meglio ai tuoi occhi appare come il peggio,
come puoi chiamarti veggente? Come puoi pensare che i com­
pagni del profeta accettino di buon grado uomini ingiusti,
magari insediandoli su quello che fu il suo pulpito ? I compa­
gni del profeta non avrebbero mai commesso una simile in­
famia ! Se la scelta dei quattro califfi non fu giusta, allora fu
un errore anche la scelta del Corano! Ma in verità tutto ciò
che fecero i compagni del profeta fu giusto, degno e adegua­
to. Se tu volessi rimuovere un solo califfo dal suo ufficio, do­
vresti condannare anche tutti i suoi seguaci. Ma colui che sem­
pre agì con rettitudine, bardò il suo cammello sino al ginoc­
chio. E colui che a lungo ponderò prima di agire, come
avrebbe potuto violare l'altrui diritto? Non osare neppure
pensarlo !
Se Abii Bakr, il Verace, fosse stato ingiusto, avrebbe forse
detto : « Decidetemi ! » ? 92 E se 'Umar fosse stato ingiusto
avrebbe forse ucciso il suo stesso figlio? Il Verace fu un uo­
mo della via, libero da ogni legame servì unicamente la cor­
te divina. Egli sacrificò la figlia,93 i beni e la vita: un simile
uomo non avrebbe potuto opprimere nessuno ! Egli fu libero
dalla buccia della tradizione, giacché fu immerso nella polpa
della conoscenza. Colui che onorò il pulpito del profeta 94 non
poteva insediare al suo posto uno schiavo! Ordunque, dopo
aver meditato su tutto questo, chi mai potrebbe chiamarlo
« l'ingiusto » ?
'Umar il Discernitore, i l giusto, fu visto posare mattoni e
raccogliere sterpaglie. Da solo sollevava fascine, e quando si
recava in città chiedeva umilmente la strada. Non concede­
va più di sette bocconi di pane al giorno alla gabbia della car­
ne. Aceto e sale si trovavano sulla sua mensa, e il pane non
proveniva certamente dal tesoro reale. Dormiva sopra un giaci-
glio di sabbia e sotto il capo teneva un guanciale fatto di ster­
pi. Ogni sera, come un umile acquaiolo, portava un otre d'ac­
qua a una vecchia e di notte usciva dalla tenda, dimentico di
se stesso, e sino all'alba vegliava sui propri soldati. Un gior­
no egli chiese a I:Iudhayfa 95: « O veggente, vedi alcuna ipo­
crisia in 'Umar? Dov'è mai l'uomo che non tema di rinfacciar­
mi un difetto? » .
Se 'Umar non meritò il califfato, spiegami perché mai ve­
stiva con sette man 96 di stracci. Infatti, non possedendo né
vesti né tappeti, egli si cuci con le proprie mani un abito fat­
to di cenci. C..olui che una simile regalità a lungo volle mo­
strare, come avrebbe potuto essere ingiusto? Proprio lui, che
fu anche vasaio e muratore, avrebbe forse vanamente soppor­
tato simili affanni? Lui, che rinunciando al califfato avrebbe
condotto una vita da re! In quel tempo le città degli infedeli
si purificavano di ogni infedeltà al solo risuonare del suo no­
me. Se dunque ti comporti da fanatico, dimostri di non co­
noscere giustizia : che tu vada in rovina! Egli mori avvelena­
to, ma tu per causa sua quante volte muori senza toccare ve­
leno? Sii prudente, o stolto, e tu che sei ancora ignaro di ve­
rità non paragonare la tua perenne schiavitù al califfato! Se
tu dovessi accollarti un simile ufficio, cento roghi avvolgereb­
bero il tuo cuore irrequieto! Se qualcuno avesse sottratto il
califfato a chi legittimamente lo deteneva, si sarebbe procura­
to infinite sciagure. Non è agevole impresa portare sulle spal­
le nel corso di un'intera vita il fardello di un popolo.

Dialogo tra 'Umar e Uways

Un giorno 'Umar, al colmo di un intimo turbamento, si


avvicinò a Uways <n e gli disse: « Ho deciso di rinunciarè al
califfato. Se v'è qualcuno disposto ad acquistarlo, sono pron­
to a cederglielo, fosse pure per un soldo! » . Uways, udendo
da 'Umar queste parole, rispose: « Abbandona pure il calif­
fato e vai libero da ogni cura. Affidalo a chi ne è degno, e co­
stui lo raccoglierà e andrà innanzi » .
Non appena s i seppe ch e i l principe dei credenti aveva de­
ciso di rinunciare al califfato, i suoi seguaci si ribellarono e
cosi gli dissero: « O nostra guida, per amore di Dio, non
permettere che la tua gente si smarrisca! Abii Bakr il Verace
impose il califfato a te, non a una cieca. E in verità egli scelse
con accortezza. Se ora tu disattendi la sua volontà, egli certa­
mente ne sarà offeso ». E allora 'Umar, posto di fronte a un'ar­
gomentazione cosi ferrea, rinunciò definitivamente al suo pro­
posito.
Magnanimità di 'Ali con il suo assassino

Un tale, ignaro di verità, aveva colpito a morte 'Ali, il Con­


fermato. A costui, ormai agonizzante, fu portata una bevanda,
ma egli la rifiutò dicendo: « Dov'è il mio assassino? A lui per
primo porgete questa bevanda giacché quell'uomo dovrà ac­
compagnarmi ».
Allora portarono quella bevanda al suo assassino, che ebbe
a dire: « Ecco la sua vendetta! 'Ali, il Leone, vuole avvele­
.
narm1 ,. ».
Quando venne a saperlo, il Confermato così commentò:
« Se quello stolto vorrà bere la mia bevanda, non mi presente­
rò senza di lui a Dio nel giardino celeste ».
E così accadde : pur essendo stato ucciso da quel malvagio,
'Ali entrò in paradiso al suo fianco. Ordunque, se 'Ali ebbe
tanta compassione per un nemico, certamente non poteva ser­
bare rancore ad Abii Bakr, il Verace. Colui che si preoccupò
a tal punto di un nemico, come avrebbe potuto nutrire ini­
micizia nei confronti di un antico compagno ? Ma finché il
mondo esisterà, il Creatore non donerà al Verace un altro
amico come 'Ali. Che altro dovrei aggiungere? Il Confermato
patì ogni sorta di oppressione e gli fu persino impedito di
portare a compimento il califfato. Ma 'Ali è il Leone di Dio:
sappi, o amico, che non si può opprimere un leone!

Confidenze di 'Ali con un pozzo

L'Eletto ordinò una sosta durante un viaggio e disse:


« Prendete acqua da quel pozzo per i soldati » .
Un soldato eseguì l'ordine, m a ritornò dal profeta dicen­
do: « Il pozzo è colmo di sangue e non c'è più acqua! ».
L'Eletto così commentò : « Credo che 'Ali, il Confermato,
abbia confidato i segreti della sua pena a questo pozzo. Uden­
do le sue nobili parole, il pozzo ne fu sconvolto, si riempì di
sangue e l'acqua scomparve ». Colui nel cui cuore alberga un
simile tumulto, come potrebbe serbare anche solo il rancore
di una formica ?
L'anima tua si dibatte nel fanatismo, ma quella del Confer­
mato era totalmente diversa, e allora taci! Non paragonarti
al Confermato, poiché quell'esperto di verità fu perennemen­
te perduto in Dio e immerso nell'azione, immune dai tuoi ma­
ligni pensieri. Se il Confermato fosse stato preda del ranco­
re come tu lo sei, si sarebbe accesa una furiosa battaglia tra
i seguaci del profeta.98 'Ali fu uomo infinitamente migliore di
te, eppure non volle contendere con nessuno. Egli, o meravi-
alia, fu giusto con l'ingiusto e, pur essendo nella verità, la cer­
cò senza posa. La famiglia di 'A'isha, la madre dei credenti,
serbò un empio rancore verso il Leone, e costui, afflitto da
tanta animosa ostilità, dovette cacciare quella gente a viva
forza.99 Colei che portò guerra alla figlia del profeta,100 non
si sarebbe fermata neppure davanti al padre di lei !
Amico, tu ignori tutto di 'Ali o a malapena conosci le let­
tere che compongono il suo nome. Tu hai perduto la pace per
amore della vita, mentre 'Ali era pronto a sacrificare non una
ma cento esistenze.
Se qualcuno dei suoi compagni veniva ucciso, il Leone se
ne doleva al punto di dire: « Perché anch'io non venni uc­
ciso? La mia esistenza è divenuta spregevole ai miei stessi
occhi! ».
Un compagno ebbe a dirgli: « Che accade, o 'Ali? La scia­
gura ti perseguita ? » .

Estasi d i Bilàl

Un giorno Bilàl fu aggredito da uno sconosciuto che lo per­


cosse ripetutamente sulle fragili membra. E mentre il sangue
zampillava dalle sue ferite, Bilal invocava instancabilmente:
« Uno, Uno! » .

Se una spina si piantasse nel tuo piede, dimenticheresti al­


l'istante odio e amore. Colui che ha una spina conficcata nel­
la mano non può mescolarsi a fanatici come te e i tuoi nemi­
ci: sino a quando vivrai nello smarrimento ? Gli adoratori di
idoli si sono moltiplicati a causa della tua lingua che ha ferito
i compagni del profeta. Nel vaniloquio hai insozzato il libro
della tua anima : se tenessi a freno la lingua, tu avresti for­
tuna migliore.

Sul sacrificio dei compagni del profeta

Sia 'Ali che Abii Bakr ebbero l'anima perennemente im­


mersa nella ricerca. Quando Mu}:tammad, l'Eletto, si rifugiò
nella caverna, nella medesima notte il Confermato trovò ri­
poso sul suo giaciglio. 'Ali, il Leone, sacrificò la propria esi­
stenza per il Vertice dei grandi. Per Mu}:tammad, l'amico del­
la caverna, anche il Verace volle giocarsi la vita. Dunque, sia
'Ali che Abii Bakr percorsero la sua via e sotto la sua tutela
si scrollarono di dosso l'esistenza. Tu perdi te stesso nel fana­
tismo, ma loro porsero all'amato il virile dono della loro esi­
stenza. Se tu parteggi ora per questo ora per quello, quando
mai saprai veramente patire per l'uno o per l'altro? Prepara­
ti come loro a lasciare la vita, altrimenti taci e abbandona ogni
presunzione ! Tu, amico, conoscerai forse 'Ali o Abii Bakr,
ma sei ignaro di Dio, della ragione e dell'anima. Libera infi­
ne la tua mente con il sigillo di questo evento: divieni, come
Ràbi'a/01 discepolo di verità. Ella non fu una donna, bensì
cento uomini fusi insieme! Visse perennemente immersa nel
proprio dolore, circonfusa dalla luce della verità, libera dal
vaniloquio, naufraga nel mare dell'anima.
Un tale un giorno volle chiedere a Ràbi'a: « O tu, confor­
tata dal divino consenso, cosa puoi narrarci dei compagni del
profeta ? ».
Ella così rispose: « Io che non conosco a sufficienza neppu­
re il mio Signore, come potrei darvi notizia dei compagni del
profeta? Se non avessi l'anima e il cuore perduti in Dio, po­
trei anche curarmi del prossimo, ma io non sono come coloro
che pregano saltuariamente. La spina del dolore si conficcò
nel mio occhio mentre stavo percorrendo la via, e il mio san­
gue si sparse copioso sulla terra, sebbene fossi inconsapevole
del suo fluire. Colui che ha conosciuto un simile dolore, come
può offrire il proprio cuore ad altri? Io che cessai di esiste­
re nell'istante in cui conobbi la verità, come potrei occuparmi
di altro? ».
In questa via tu non sei né Dio né profeta: astieniti dun­
que dall'accettare o dal rifiutare. Liberati da amicizie e da ini­
micizie, tu che sei un pugno di polvere divieni come la pol­
vere di questa via! Poiché non sei più di un pugno di polve­
re, limitati a parlare della polvere! Tutti gli altri considera
puri, e pure siano le tue parole !

Intercessione del profeta in favore del suo popolo

Un giorno Mul_lammad, il sigillo dei profeti, invocò il Crea­


tore dicendo: « Affida a me gli affari del mio popolo, affinché
nessuno abbia notizia neppure per un istante dei suoi infiniti
peccati ». Iddio, l'Altissimo, gli rispose: « O vertice dei gran­
di, se tu conoscessi quei peccati infiniti, non avresti la forza
di sopportarne il pe�o e fuggiresti a nasconderti in preda alla
vergogna. Pensa a 'A'isha, che tu pregiasti come la vita: per­
fino il tuo cuore si disgustò di lei che osava calunniare la tua
persona. Quando udisti le malelingue di quegli ipocriti, tu li
rimandasti alle loro case. Se una piccola schiera è entrata nel
novero dei santi, innumerevoli ancora sono i peccatori tra il
tuo popolo. Tu non sopporteresti tanto peccato, perciò affida
al tuo Signore la cura di questa gente ! E se proprio desideri
che nessuno abbia notizia dei suoi peccati, ebbene Io, o nobi­
le perla, stabilisco che nemmeno tu li conosca . Fatti da parte,
lascia a Me il governo del tuo popolo! ». 102
Se gli affari del popolo non si addicono neppure all'Eletto,
quando mai tu saresti in grado di occupartene ? Bada, non
dare ordini, taglia piuttosto la tua lingua! Liberati dal fanati­
smo e incamminati lungo questa via! Quello che i califfi fecero
anche tu dovrai farlo : vai in pace per la tua strada! Avvia i
tuoi passi come Abii Bakr lungo il sentiero della verità. Come
'Umar, il Discernitore, scegli come amica la giustizia. Come
'Uthman sii mite e modesto, e come il Leone sii mare di
scienza e di liberalità. Altrimenti taci e segui questo mio con­
siglio : raccogli le tue cose e vattene! Tu sei privo della sin­
cerità e della sapienza del Leone, tu sei l'uomo della carne
e ad ogni istante cresce la tua infedeltà. 103 E allora uccidi la
tua carne, diventa un vero credente! Solo così potrai ritener­
ti salvo. Abbandona il vaniloquio del fanatismo, non fare il
profeta come più ti aggrada! La legge non ci consente di par­
lare a sproposito, e tu cosa potresti dire dei compagni del pro­
feta? Che presso di me, mio Dio, non trovino udienza simili
chiacchiere. Salvami dal fanatismo, purificane la mia anima :
questo peccato non sia mai scritto nel libro 104 delle mie azioni !

NOTE

l Formula con cui si apre la prima sura del Corano, comunemente pre­
messa anche a opere di non stretta ispirazione religiosa. Quasi ogni verso di
queste primissime pagine dell'Invocazione riecheggia, e talora parafrasa, un
preciso versetto coranico, cui di volta in volta si rinvia per una più puntua­
le intelligenza del testo. Innumerevoli poi sono i motivi, i personaggi e le
storie che hanno ancora nel Corano la loro fonte immediata (il quale, com'è
noto, spesso rielabora materiali tratti da leggende rabbiniche o da testi della
tradizione biblica e cristiano-apocrifa), e che 'Aniir reinterpreta mistica­
mente inserendosi, sotto questo aspetto, nella consolidata tradizione dell'ese­
gesi allegorico-mistica del libro sacro, operazione che interessò i poeti non meno
di certe scuole teologiche. Così le storie di Giuseppe, di Gesù, di Alessan­
dro, di Salomone o del biblico Faraone, come anche i motivi dell'infedeltà,
dell'idolatria, del destino ultra terreno, dei segni della natura, dei segreti del
cuore - per non citare che i più ricorrenti - vengono riciclati attraverso un
processo di arricchimento-approfondimento dei loro contenuti simbolici (pur
evidenti già nel Corano) divenendo vere e proprie « metafore d'uso ,., dei cli­
ché letterari che si ritrovano in buona parte dei poeti mistici persiani.
2 « ... et spiritus ferebatur super aquas ,. (Genesi I, 2); cfr. Corano XI, 7.
Ha qui inizio un'ampia « sinfonia della creazione ,. di cui il Corano offre nu­
merosi esempi (n, 164; VI , 95 sgg.; xxx, 20 sgg.), insistendo sul carattere di
« segni ,. della potenza divina che le creature cosmiche hanno agli occhi del­
l'uomo. 'Aniir reinterpreta detta « sinfonia ,. infondendole una vitalità uma­
nizzata: le creature dell'universo amano, cercano, si confondono, agiscono . . .
Esse non sono più o non soltanto dei « segni ,. pe r l'uomo, m a ne condivi­
dono pienamente la sorte.
J Cfr. Corano xm, 2.
4 Le due lettere, kii/ (k) e nun (n), sono tratte dall'imperativo arabo
« kun! ,. (sii! ) , parola con la quale Dio dà inizio alla creazione. Cfr. Corano 1 1 ,
1 17: III, 47, XVI, 40.
5 Allusione al fuoco in cui Abramo, secondo una leggenda rabbinico-mu­
sulmana, fu gettato dal ribelle Nimrud, di cui vi è un'eco nel Corano (XXI, 69).
6 Il « ponte ,. in questione allude al passaggio degli ebrei attraverso il Mar
Rosso. Cfr. Esodo XIV, 19 sgg.; Corano II, 50.
1 Il nemico di cui si parla è il . mitico Nimrud che, avendo rifiutato di ab­
bracciare la fede di Abramo, ebbe il suo esercito distrutto da sciami di mo­
scerini uno dei quali si introdusse nella sua testa e vi rimase quattrocento
anni.
8 Durante la fuga dalla Mecca, Maometto ebbe a rifugiarsi con il compa­
gno Abii Bakr in una caverna e un ragno costrui con la sua tela una barriera,
cosi da farla sembrare impenetrata. L'episodio è narrato nel Corano (Ix, 40).
9 Allusione a un passo coranico in cui Salomone ordina l 'arresto delle sue
schiere di uomini, iinn e uccelli per permettere alle formiche di porsi al ri­
paro (XXVII, 18) .
IO Gioco di parole tra tiis (formicaio) e !ii-sin, magiche sillabe dall'oscuro
significato poste all'inizio di una sura del Corano (la XXVII) dedicata alle for­
miche.
Il Secondo una leggenda musulmana Gesù fu portato dagli angeli sino al
settimo cielo, ma di qui fu costretto a discendere al quarto perché, contravve­
nendo all'ordine divino di lasciare ogni cosa sulla terra, aveva recato con sé
uno spillo.
12 L'immagine va riferita ai cieli.
Il Cfr. Corano VII, 54; xxxv, 13.
14 Cfr . Corano xxxix, 5 , ove le tenebre e il giorno si arrotolano e si sro­
tolano come un foglio di pergamena.
15 Nella sura XXVII del Corano l 'upupa compare come l'uccello di cui si
serve Salomone per invitare la regina del regno (sud-arabico?) di Saba ad ab­
bracciare la sua fede. Cfr. I Re x, 1-13, ove è nanato l 'episodio della visita
della regina di Saba a Salomone, ma non è fatta menzione dell'upupa.
16 Probabile allusione al cane dei Sette Dormienti (Corano xvm, 18). La
leggenda assai popolare nel mondo arabo preislamico dei sette giovani di Efeso
che si lasciarono murare vivi dentro una caverna durante la persecuzione anti­
cristiana di Decio (249-251 d.C.) risvegliandosi tre secoli più tardi durante
l'impero di Teodosio (408-450 d.C.), entrò a far parte della rivelazione cora­
nica ove è considerata segno della resurrezione finale. Sull'argomento si diffon­
de Y. Moubarac in Le culte liturgique et populaire des VII dormants martyrs
d'Ephèse (Ahi al-kahf), trait d'union Orient-Occident entre l'Isliim et la Chré­
tienté, d'après la documentation recueillie par Louis Massignon, Estratto da
« Studia Missionalia », Roma 1961 .
17 Secondo una leggenda che trova un'eco nel Corano (XXXVIII, 34) un
iinn, uno di quei curiosi « spiritelli ,. che secondo il Corano convivono con
le creature terrestri (retaggio di credenze pre-islamiche), riusci a sottrarre a
Salomone il suo magico sigillo e poté cosi regnare per quaranta giorni al suo
posto avendone assunto le sembianze. Salomone nel frattempo fu costretto a
mendicare finché un pesce non gli ebbe riportato il sigillo smarrito in mare
dal ;inn.
18 Vedi nota 9.
19 Allusione al miracolo della verga di Mosè. Cfr. Esodo IV, 3; Corano
xx, 20.
20 Accenno al diluvio universale. Cfr. Corano XI, 40.
21 Cfr. Corano xxvi, 155.
22 ! il vitello d'oro adorato dagli ebrei nel deserto. Cfr. Esodo xxxu, 1
sgg.; Corano II, 51 sgg.
23 Cioè il sole.
24 Cfr. Corano LXV, 7 e II, 286, in cui si accenna a un « peso ,. che Iddio
impone a ogni uomo, proporzionato alle sue forze, che si traduce in un impe­
rativo a bene operare . Nel linguaggio di 'Attir il « peso ,. (biir) si traduce in
un'azione (kiir) cui nessuno può sottrarsi (momento necessario e universale)
eppure peculiare a ciascuna creatura (momento libero e individuale) quanto al­
le modalità di realizzazione. S'intenda dunque « azione », (e i derivati « agire » ,
« attivo ,. ecc.) come azione spirituale o ricerca interiore, finalizzata al « ritor­
no ,. dell'anima a Dio (cfr. Corano XI, 4; XXI, 35).
25 Cfr. Corano XXI, 3 1 .
26 Immagini tratte dalla mitologia cosmogonica persiana. Per un approfon­
dimento si veda G. Messina Mito, leggenda e storia nella tradizione iranica
in « Orientalia » IV (1935) ove si può anche leggere in traduzione, un brano
del BNndahishn (La creazi one), opera pahlavica che tratta in particolare di co­
IIIIOIOnia.
27 I tcolosi dell'lslim hanno distinto attribuiti posltlvt, riferibili all'affer­
mulone dell'assoluta unità divina; e attributi nesativi, collesabili alla nega­
lione di qualsiasi limite ali 'essere divino.
21 Gioco di parole: « Khik bar sar kardan ,. (Ricoprirsi la testa di polve-
re) asaume il sisnificato idiomatico di « disperarsi ,. o « umiliarsi " .
:19 Poetica rappresentazione del crepuscolo.
lO Cfr. Corano LVII, 3.
31 Letteralmente: « scrollarsi la vita di dosso ,., da non intendersi nel si­
'nificato normale, bcnsl nel senso di uscire dalla dimensione fenomenica del­
l'aistenza per calarsi nell'introspezione dell'anima, primo passo del lungo pro­
caso verso il finale autoannientamento.
32 Allusione al passo coranico in cui Faraone, sommerso dalle acque del
Mar Rosso, mentre insegue gli ebrei in fuga, afferma di credere che non esi­
Ili altro Dio « se non colui in cui credono i figli d'Israele ,. (x, 90). Cioè di
Dio non è dato conoscere che la manifestazione della sua potenza che mentre
c:ostrinse Faraone all'atto di fede, sancisce con la sua morte, dunque con il si­
lenzio della parola, l'i mpossibilità dell'uomo a cogliere positivamente l'essen­
za divina.
33 L'Islim distinsue tra il profeta (nabi) e l'inviato (rasiil) che è colui che
porta agli uomini una legge nuova, cosicché mentre tutti gli inviati sono an­
che profeti, non vale la proposizione inversa. Il Corano riconosce sei inviati :
Adamo, Noè, Abramo, Mosè, Gesù e Mubammad.
34 Cfr. Corano L, 16, in cui è detto che Dio è più vicino all'uomo della
sua stessa vena siusulare.
35 Qui si allude al passo coranico di cui è detto alla nota 32, sintetizza­
to nella parola « illi ,. ( = se non).
36 Alla monade divina è qui opposta la diade umana di spirito e materia:
di qui l'invito a « unificarsi ,., ossia a trascendere la scissione esistenziale per
attingere ali 'unità divina (tawbid). Lo stesso concetto è ribadito in Riimi che
c:osl cantava: « Via da me cacciai ogni Due, dei due mondi Un Solo vedo / Uno
cerco, Uno conosco, Uno canto, Uno contemplo! ,. (in Poesie mistiche, Mila­
no 1980, trad. di A. Bausani, p. 63).
n Cioè di Adamo che con questo titolo (che significa « vicario " • « succes­
sore •) compare nel Corano (11, 30) , e a cui vengono insegnati « tutti i nomi "
delle creature.
38 Qui è riecbcggiata la narrazione coranica della creazione di Adamo e
del peccato di superbia del Shaytin (o Iblis) ossia di Lucifero. Cfr. Corano
VII, 11 segg.
39 Gioco di parole che si è tentato di riprodurre nella traduzione.
40 Ismaele, progenitore della stirpe araba, è secondo il Corano la vttllma
sacrificale al posto di !sacco nella prova di fedeltà che Dio richiede ad Abra­
mo. Cfr. Corano XXXVII, 102 sgg.; Genesi XXII, l sgg.
41 Cfr. Corano XXI, 80, XXXIV, 10.
42 Secondo il Corano non fu crocefisso Gesù, ma un suo sosia ( Iv, 157).
43 Il tema dell'opposizione parte-tutto non è nuovo nella poesia persiana:
già Ni,ir-i Khusraw (1004-1072) parla ad esempio nel Rau.ishami'i-niima (Libro
della luce) dell'essenza umana in termini di sintesi irripetibile tra « microco­
smo ,. (il corpo) e « macrocosmo ,. (il cuore); e volendo risalire più addietro,
troviamo fin dalla pahlavica Bundahishn (La creazione) la concezione, sotto­
stante a questo motivo, secondo la quale il corpo umano è un'immagine del
mondo (dr. A. Pagliara, « La letteratura della Persia preislamica ,. in A. Paglia­
ra-A. Bausani, La letteratura persiana, Milano 1968, p. 84) . Ma è in l:lallij che il
motivo si ritrova espresso quasi con le stesse parole: « Trovo strano che in
me ciò che è Tutto sia portato da ciò che è solo parte, quando a causa del
fardello di questa mia parte, la terra diventa incapace di portare me " (in I det­
ti di Al l:lalliii, a cura di G. Mandel, Genova 1980, pp. 57-58) .
44 Nel Corano è più volte ripresa la biblica tenzone tra Mosè e i maghi
del Faraone alla cui « magia negativa ,. è opposta la « magia positiva ,. del pro­
feta (v11, 1 1 3 sgg.). Nell'Antico Testamento però è Aronne, non Mosè, che si
misura con i maghi egiziani (dr. Esodo VII, 9 sgg.).
45 Cfr. Corano L , 16; x, 6 1 .
46 Cfr. Corano xxi, 107.
-n Allusione alla notte del mi'riii ( ascensione) durante la quale Maometto
fu portato dalla moschea della Mecca sino in cielo presso la « moschea ulti-
ma "• ove poté contemplare in forma di vtstone i segni di Dio (Corano
xvii, l ) . L'episodio letto in chiave allegorica assurse ben presto a modello
dell 'esperienza mistica per gli asceti dell'lslàm. La leggenda popolare, impa­
dronendosene , arricchl l'episodio di svariati elementi fantastici: svegliato da
Gabriele alla Mecca, Maometto vien fatto salire su un cavallo alato, Al-Buràq,
con cui raggiunge Gerusalemme e di qui, salenòo su una fulgida scala attra­
verso gli otto cieli, raggiunge il paradiso ove riceve il Corano; quindi, sem­
pre in compagnia di Gabriele che gli fa da guida, discende all'inferno per vi­
sitarne le sette bolge. Finalmente ritorna alla Mecca dove si scontra con l'in­
credulità dei suoi abitanti. Le innumerevoli leggende medievali arabo-musulma­
ne che trattano del viaggio di Mubammad nell'oltretomba fornirono materia di
riflessione e di controversia ai sostenitori e agli avversari della tesi delle « fon­
ti arabe di Dante ,. (per un'analisi sommaria dell'argomento si veda F. Ga­
brieli, « Una divina commedia musulmana ,., in Storia e civiltà musulmana,
Napoli 1947, pp. 236-2,0) . Nella poesia persiana, il motivo dell'esplorazio­
ne dell'oltretomba compare nel Sayr al-'ibiid ila '1-ma'iid (Viaggio dei servi [di
Dio] nell'aldilà) di Sanà'i (cfr. R.A. Nicholson, A persian /orerunner o/ Dan­
te in « }ournal of the Bombay branch of the Royal Asiatic Society ,. XIX (1943),
pp. 1-,). Il suo nucleo essenziale, « il viaggio dell'anima verso Dio ,. , è iden­
tico a quello del motivo « viaggio degli uccelli ,. che attraverso le epistole di
Avtcenna e di Al-Ghazàli giunge sino ad 'Attàr.
48 Direzione verso cui i musulmani si volgono per la preghiera. Inizial­
mente era quella di Gerusalemme ma, dopo la rottura con la comunità ebraica
di Medina, Maometto scelse quella della Mecca nella cui moschea era collocata
la ka'ba, con la misteriosa pietra nera meta di pellegrinaggi sin da tempi preisla­
mici. Qui il termine qibla non ha il significato tecnico appena illustrato, ma è
usato enfaticamente per sottolineare la centralità della figura del profeta.
49 Mubammad qui compare come luce creatrice, prima ipostasi divina, con­
cepibile come lògos o principio organizzatore del creato, « guida ,. dell 'univer­
so (cui, sul piano individuale, corrisponde l 'anima razionale nella medesima
funzione). La seconda ipostasi è costituita dai « due mondi ,., ossia il princi­
pio spirituale e il principio materiale; ulteriori ipostasi sono le entità celesti
(empireo, trono, tavola e calamo, gli ultimi due essendo gli strumenti con i
quali è redatta la copia celeste del Corano, o « Madre del Libro ») e le entità
corporee (il mondo e Adamo) . Non è improbabile che la fonte prossima di
questa « metafisica della luce ,. sia da rintracciare in quel sostrato gnostico-neo­
platonico comune a tante manifestazioni dello sciismo (specialmente ismailita)
e del sufismo. In proposito Corbin ricorda che « aussi bien !es Ismaéliens re­
gardent-ils comme étant cles leurs , un bon nombre de maitres du soufisme ,. tra
i quali cita Sanà'i, 'Attiir, Rumi. Cfr. Histoire de la philosophie islamique 1,
des origines iusqu'à la mort d'Averroes ( 1 198), Paris 1964, p p . 139-140.
SO Allusione alle diverse posture della preghiera canonica musulmana:
qiyiim (posizione eretta), raku' (genuflessione) e suiud (prostrazione).
51 Cfr. Corano xv, 29.
52 Cfr. Corano XLVI, 29-30, ove si racconta la conversione dei iinn aii'Isliim.
53 Sorta di corona-rosario usato nei paesi musulmani per invocare in forma
di litania i nomi di Dio, facendo scorrere tra le mani i trentatré grani di cui
è formato per tre volte. Novantanove sono infatti gli epiteti coranici di Dio.
La tradizione ha poi ampliato il loro numero sino a cinquecento. Nell'imma­
gine qui proposta, l 'accostamento atomi dell'universo - grani del tasbiiJ - no­
mi di Dio si carica di mistiche risonanze, ricollegandosi al tema iniziale della
« sinfonia della creazione ,.,

54 Una variante al testo sostituisce « al mondo e alla fede ,. con « ai due


profeti "• identificabili con Elia, inviato alle popolazioni della terra e il miste­
rioso Khizr (che compare al fianco di Mosè nella sura xvm del Corano) invia­
to ai popoli del mare.
55 Cioè Gerusalemme e la Mecca .
56 Cfr. Corano VII, 145.
57 È quanto afferma 11 Corano VII, 1'6- 1'7.
58 Allusione alla tomba di Maometto a Medina.
59 Cfr. Corano uv, l . Miracolo che la tradizione, ricamando sul testo cora­
nico che non menziona espressamente Maometto, ha attribuito al profeta del­
l'lsliim. In Rumi si legge: « Per la sua guancia s'è spaccata la Luna, non
resse a mirare il suo volto » (Poesie mistiche , Milano 1980, trad . di A . Bau­
sani, p. 88).
to Riferimento alla tradizione secondo cui Maometto avrebbe avuto un neo
tra le apalle, aegno della sua missione profetica.
61 Abito indossato dai sufi, un rozzo saio di lana bianca. Il termine sufi
deriva appunto da tii/ (lana) o, secondo alcuni, dal greco so/ìa; dalla radice
t· W·/ ai ha il nome verbale tatawwu/ (fare professione di sufismo).
62 Fu tra i primi aeguaci di Maometto divenendo il muezzino, l'annuncia­
tore dell'ora della preghiera canonica (taliit) che si svolge in cinque tempi : al­
l'alba, a metà della giornata, nel primo pomeriggio, al tramonto e la notte. La
chiamata alla preghiera (adhan) prevede i seguenti momenti: I) affermazione
della arandezza divina: « Dio è [il più] grande! » ; n) affermazione dell 'uni­
cltl di Dio: « Attesto che non v'è altro dio al di fuori di Dio »; m) afferma­
alone della missione profetica di Maometto: « Attesto che Mul;!ammad è l'In­
viato di Dio ,.; tv) invito alla preghiera: « Venite alla preghiera » ; v) invito
alla benedizione: « Venite alla benedizione »; vt) ripetizione di t; VII) ripe­
tizione di IL
6J Qui si allude a 'A'isha, seconda moglie di Maometto e figlia di Abii Bakr,
qui citata con il nome della sua tribù.
64 � un riferimento alla rivelazione del Sinai , attraverso un gioco di pa­
role tra Musicé (batticoda) e Musii (Mosè) . Il primo è morfologicamente il di­
minutivo del secondo.
65 Cfr. Esodo 111, 5 .
66 Ciò avverrebbe alla fine del mondo secondo l'interpretazione corrente di
un passo coranico alquanto oscuro (xu11, 6 1 ) .
67 Cfr. Corano LXI, 6 .
68 ar. Corano xv. 72.
fil Con questa espressione sono indicati i mistici viandanti. I segreti cui si
allude sono quelli del cuore, concepito come alcova in coi ha luogo l'unione
con l'Amico divino.
70 Qui è presente la concezione secondo la quale il Corano, « sigillo della
rivelazione », compendia e supera allo stesso tempo le rivelazioni precedenti
dell'Antico e del Nuovo Testamento.
71 Cfr. Corano XII, l l e 87. I due passi si riferiscono alla storia di Giu­
aeppe: nel primo, i suoi fratelli chiedono a Giacobbe perché non si fidi a la­
aciarlo con loro; nel secondo, Giacobbe invita i figli a non disperare nella
pietà di Dio e a cercare Giuseppe e Beniamino.
72 Il nome completo dell'autore è Farid ad-din Mul;!ammad 'Attiir Nishiibiiri.
73 Vedi nota 8.
74 Vedi nota 4.
75 Detto attribuito al profeta Maometto secondo una tradizione (/;Jadith).
76 Pronome maschile arabo di terza pers. sing., qui riferito a Dio.
n Gioco di parole sulle varie accezioni del termine sang (pietra, peso,
gravità).
78 Ancora un gioco di parole, assai frequente nel poema, sulle diverse ac­
cezioni di mu (capello, pelo, un po', un nulla).
79 Oscure sillabe, poste all'inizio della sura xx del Corano, che secondo al­
cuni teologi farebbero parte della copia celeste del Corano o « Madre del Li­
bro ,. cfr. Corano Lxxxv, 22).
80 � il ponte sottile come un capello che, secondo la tradizione, si stende so·
pra l'inferno in cui precipitano coloro che sono appesantiti dal peccato.
81 Probabile allusione alla conquista islamica dell'Egitto bizantino, avvenu­
ta durante il califfato di 'Umar tra il 639 e il 642.
82 Si tratta del complesso delle consuetudini e delle norme etico-giuridiche
desunte dalla tradizione. È modellata sulle regole della primitiva comunità mu­
sulmana di Medina, e formulata in una serie di /;Jadilh o detti attribuiti al profe­
ta Maometto, la cui autenticità si fonda sulla credibilità della cosiddetta « cate­
na dei trasmettitori ». Costituisce insieme al Corano, al consenso della comu­
nità (i;mii'), e al principio analogico (qiyiis), una delle fonti del diritto
islamico.
83 Riferimento alle due figlie di Maometto, sposate da 'Uthman.
84 A 'Uthman si deve l'edizione ufficiale del Corano (650) che egli fece re­
digere sulla base della prima recensione del testo sacro ordinata da Abii Bakr
nel 633. La Volgata di 'Uthman fu inviata a Damasco, a Kiifa, a Bassora e ne­
gli altri centri del nascente impero musulmano, mentre le altre recensioni esi­
stenti venivano distrutte per ordine del califfo.
8S Allusione all'episodio del trattato di pace di l:ludaybiya tra Maometto
e i meccani (cfr. Corano XLVIII, 18), avvenuto nel 628.
86 Nome di un fiume del paradiso islamico (dr. Corano CVIII, 1). Lette­
ralmente « l'abbondanza "·
87 'Ali, cugino del profeta Maometto, ne divenne anche il genero avendo­
ne sposato la figlia Fatima.
88 « Domandatemi, prima che mi abbiate a smarrire! ,. è l'inizio di un ba­
dith o detto del profeta Mul;!ammad.
89 Qui si allude a un miracolo di Mosè. Cfr. Esodo IV, 6; Corano xx, 22.
90 I fanatici in questione sono gli estremisti delle varie sette sorte in se­
guito a dispute sanguinose intorno alla legittimità della succesis one al seggio
califlale. Per una prima ricognizione sul fenomeno scismatico in seno al­
l'Islim si veda F.M. Pareja-A. Bausani-L. Hertling, Islamologia, Roma 1951.
91 Cfr. Corano m , 110.
92 « Decidetemi, poiché non sono il migliore di voi! ,. disse Abii Bakr, se­
condo la tradizione, nel sermone inaugurale del suo califfato.
93 Abii Baltr concesse la figlia 'A'isha in Inoglie al profeta Maometto.
94 Allusione alla tradizione secondo la quale Abu Bakr non volle mai salire
sulla parte più alta del pulpito del profeta Maometto.
95 Un altro compagno di fede di Mao�netto, noto come uno dei « memo­
rizzatori ,. (bQfi:&) del Corano.
96 Misura di peso, il cui valore variava a seconda dei luoghi e dei tempi.
97 Un altro seguace di Maometto, di cui è fatta me!IZione nel Tadhkirat
al-Awliyii (Memoria dei santi) di 'Anar.
98 Riferimento all'armistizio intercorso dopo la battaglia di Siffin nel 6'57
tra le truppe del califfo 'Ali e quelle del ribelle Mu'awiya che voleva vendica­
re l'assassinio del califfo 'Uthman. Il giudizio arbitrale che ne segul fu sfavo­
revole ad 'Ali, che moriva assassinato quattro anni più tardi lasciando via li­
bera a Mu'awiya.
99 Nella disputa di cui alla nota precedente, 'A'isha, moglie di Maometto,
si schierò contro 'Ali, ai partigiani del quale era attribuito l'assassinio di
'Uthman, promuovendo contro di lui la sollevazione dei notabili della Mecca .
100 Cioè Fatima, che Maometto diede in moglie ad 'Ali, oggetto di una
particolare venerazione nell'Islam sciita.
101 Celebre mistica di Bassora vissuta nel 1 secolo dell'era islamica. I sufi
la annoverano tra i fondatori del loro movimento, benché le prime confrater­
nite organizzate siano sorte parecchio tempo dopo la sua morte. l;; con l:lallij
la figura di maggior spicco di quel sufismo militante che 'Anir ba celebrato
nella sua Memoria dei santi. Per un approfondimento si veda M. Smith,
Riibi'a the Mystic and ber Fellow-saints in Islam, Cambridge 1928; una tra­
duzione italiana dei suoi detti è stata curata da C. Valdrè (I detti di Riibi'a.
Milano 1979).
101 Cfr. Corano VI, 66.
103 Con il termine Kii/iriina (infedeli, empi) si indi� nel Corano le gen­
ti che rifiutarono o combatterono i profeti di Dio e, più in generale, coloro
che danno a Dio degli « associati », cioè i politeisti, gli idolatri ecc. Per i mi­
stici, « associazionisti ,. sono anche coloro che privilegiano uno scopo mondano
trascurando la ricerca di Dio, e, in particolare, coloro che si rendono schiavi
di se stessi. Altrove, con speculare rovesciamento di significato, troviamo lo
stesso termine kii/ir assegnato al mistico, che ricerca attraverso l'empietà
(/eu/r) la dimensione autentica della sua vita spirituale, motivo tipicamente
maliimati di questo genere di poesia cui si è accennato nella Postfazione.
104 Cfr. Corano L, 4.
PRIMA SERIE DI DIALOGHI

Presentazione degli uccelli

Benvenuta, o upupa, guida e messaggera di verità in ogni


valle! O tu, che felicemente viaggiasti sino ai confini del re­
gno di Saba e t'intrattenesti in cortese colloquio con Salomo­
ne! 1 Dei segreti di lui tu fosti signora, e per questo cingesti
un'aurea corona di gloria.2 Riduci il demonio in catene, se
vuoi essere l'amica diletta di Salomone ! Quando in una cella
avrai rinchiuso il maligno, potrai aspirare a vivere nella sua
ombrosa dimora.
Salute a te, o batticoda, che possiedi le virtù di Mosè : alza­
ti e suona il flauto della conoscenza! Dal profondo dell'ani­
ma il musico trasse le sue melodie, imitando la tua natura.
Come Mosè tu vedesti il fuoco da lontano, e per questo dimo­
ri come un piccolo Mosè sul Sinai.3 Fuggi il crudele Faraone,4
vieni al luogo convenuto e divieni l'uccello del Sinai ! E allora
le parole proferite senza lingua né suono saprai comprendere
senza intelletto e udire senza orecchie.
Benvenuto, o pappagallo, che hai dimora sul 'fiiba! 5 Un
manto è il tuo abito e hai collare di fuoco. Un collare per i
dannati dell'inferno, un manto per i beati del paradiso. Chi,
come Abramo, seppe liberarsi dal fuoco di Nimrud,6 poté se­
renamente sedersi sopra le fiamme. Spacca il cranio a Nimrud,
come fosse un fuscello ; come Abramo, l'amico di Dio, posa
i tuoi piedi sul fuoco. Quando ti sarai affrancato dalla paura
di Nimrud, indossa il tuo manto e non temere il collare in­
fuocato!
Salute a te, o pernice dall'elegante incedere ! Oh, come sei
felice quando voli dai monti della conoscenza! Gioisci, com'è
norma su questa via, e batti l'anello sulla porta della casa
di Dio! In spirito di povertà dissolvi la montagna di te stes­
sa affinché partorisca una tenera cammella ed allora vedrai
fluire sotto i tuoi occhi un torrente di latte e di miele. Se de­
sideri progredire conducila al pascolo, e un giorno lo stesso
Salih ti verrà incontro.7
.
B�nvenuto, o veloce falcone dall'acuto sguardo! Fino a
quando sarai impulsivo e passionale? Assicura alla tua zampa
la lettera dell'eterno amore e bada che il suo sigillo non si
spezzi! Al tuo intelletto ongmario sostituisci il cuore,8 affin­
ché unito appaia ai tuoi occhi l'eterno del prima con l'eterno
del dopo.9 Sappi virilmente privarti delle tue effimere spo­
glie, cerca rifugio nella caverna dell'unità. E quando in essa
avrai preso stabile dimora, otterrai l'amicizia di Mu}:tammad,
vertice dell'universo.10
Salute a te, o quaglia, che udisti il divino richiamo d' Alast!
Tu vedesti la corona d'Alast 1 1 sul capo del Bali. Quando nel
profondo della tua anima risuonerà l'eco dell'Alast d'amore,
tu rifiuterai disgustata il Bali della carne. Se non riuscirai a
strapparti da questo vortice di sciagure, come ti sarà possibi­
le agire rettamente? Ma tu brucia codesta carne, imita Gesù
che non esitò a bruciare il suo asino. Come Gesù accendi la
tua anima per l'Amato! Brucia l'asino del corpo e dona forza
all'uccello dell'anima affinché Gesù, lo Spirito di Dio, 12 ti ven­
ga incontro gioiosamente.
Benvenuto, o usignolo del giardino d'amore, innalza un dol­
ce lamento dalle dolorose ferite della tua passione ! Intona,
come Davide, un canto gentile che sgorghi dal profondo del
tuo cuore, affinché cento anime innamorate si immolino in
ogni istante per te! Apri la tua gola melodiosa ai segreti del
reale ! 13 Agli uomini indica la via con le note del tuo canto !
Fino a quanto riuscirai a fronteggiare la minaccia della carne?
Come Davide trasforma il ferro del tuo cuore in molle cera e
allora potrai ardere d'amore come Davide. 14
Salute, o pavone del giardino dalle otto porte! 15 Oh, quan­
to bruciò sulla tua pelle il morso del serpente dalle sette te­
ste! 16 L'intimità che ti concesse fu la causa prima delle tue
sofferenze. Per esso tu fosti cacciato dal paradiso dell'Eden,
per causa sua il Sidra e il 'fiiba scomparvero dalla tua via e
avesti il cuore contaminato dalle impurità della natura. Se non
ucciderai quest'orrido serpente, non sarai degno di custodire
i segreti né potrai essere accolto in paradiso da Adamo.
Salute a te, o bel fagiano dall'acuta vista! Tu potresti con­
templare la sorgente del cuore immersa in un mare di luce,
e invece languisci in un pozzo di tenebre, chiuso in una pri­
gione di sospetti. Sorgi dal profondo di questo pozzo tenebro­
so, innalzati sino al trono supremo ! Abbandona, come Giu­
seppe,17 la cella del pozzo se vuoi divenire in Egitto la gloria
del re. Se saprai conquistare un simile regno, sarai il confiden­
te di Giuseppe, il verace.
Benvenuta, o tortora, che conoscesti le gioie dell'intimità!
Tu partisti felice, ma tornasti gravata dall'angoscia avendo co­
me Giona abitato in un'angusta prigione. O tu, che fosti in­
goiata dal pesce della concupiscenza, fino a quando subirai le
malignità della carne ? Schiaccia la testa del pesce del male,
cosl da elevarti sino alla corona della luna_l8 Se la tua anima
saprà affrancarsi dal pesce della concupiscenza, tu diverrai
l'intima compagna di Giona.19
Salute a te, o colomba! Intona un canto melodioso che
sparga sopra di te sette scrigni di perle! Poiché la collana del­
la fede cinge il tuo collo, l'esserti infedele sarebbe immondo
misfatto. Ma se di te continuasse a esistere anche una sola
piuma, io non esiterei a chiamarti « la perfetta infedele ».
Soltanto entrando e al contempo uscendo da te stessa,20 potrai
trovare la via che conduce al reale, se saggezza ti guida.
Quando l'avrai scoperta, potrai ottenere da Khizr l'acqua di
vita.21
Salute a te, o falco, che ti levasti in volo in atto di rivol­
ta, ma dovesti ritornare a testa china! Non inalberare il capo
orgogliosamente, giacché fosti costretto ad abbassarlo. Riposa
le tue membra insanguinate! Tu che resti ancora avvinghia­
to alla carogna del mondo, sei ignaro della vita futura. Fuggi
dal mondo presente e da quello venturo, liberati dal tuo cap­
puccio e finalmente guarda! Se allora la tua mente avrà di­
menticato i due mondi 22 potrai trovare conforto tra le brac­
cia del Bicorne.23
Benvenuto, o cardellino, vieni con gioia, sii ardente nel­
l'azione, guizza come fuoco, brucia ogni cosa a te vicina e di­
stogli gli occhi dell'anima dalle meraviglie del creato! E quan­
do avrai reso cenere tutto ciò che possiedi, la luce della verità
scenderà su di te, ogni istante più chiara. Il tuo cuore conob­
be i segreti della verità ; intraprendi senza indugio la ricerca
di Dio! E quando nella tua ricerca avrai raggiunto le vette
della perfezione, cesserai di esistere, e allora esisterà solo Dio.

L'upupa parla agli uccelli della ricerca di Simurgh

Vennero un giorno a parlamento tutti gli uccelli della terra,


i noti e gli ignoti. « Non esiste luogo al mondo », dissero,
« che non abbia un re : perché mai sul nostro paese non re­
gna un sovrano? Una simile situazione è ormai inaccettabile.
Dobbiamo unirei in fraterno sodalizio e partire alla ricerca di
un re, essendo ormai chiaro che l'ordine e l'armonia non re­
gnano tra sudditi privi di sovrano ».
S'appartarono quindi per discutere su come cercare un so­
vrano. Fu allora che l'upupa, eccitata e trepidante, balzò al
centro dell'assemblea. Sul petto portava i simboli di chi co­
nosce la via, sul capo la corona della verità . Lungo la via ave-
va affinato la mente, era venuta a conoscenza del bene e del
male. « Amici uccelli », cominciò, « in verità io sono il mes­
saggero del divino, l'inviato dell'invisibile. Io ebbi notizia della
creazione e ne conobbi i segreti. Colui che costantemente ha
il nome di Dio sulla lingua, deve essere esperto di molti se­
greti! Trascorro la mia esistenza in pena per lui, né d'altri mi
curo. Poiché da tutti sono libera, ugualmente nessuno è a me
legato. Io che sono malata d'amore per il mio sovrano, non
posso curarmi dei sudditi. So trovare l'acqua d'istinto, ma co­
nosco ben altri segreti! lo ebbi udienza un giorno da Salomo­
ne e per questo divenni eminente tra i suoi sudditi. Se qual­
cuno si assentava dalla sua corte, egli non chiedeva notizie
di lui né lo cercava, ma quando una volta io m'allontanai, mi
fece cercare dovunque non potendo vivere un solo istante se­
parato da me 24: questo merito può bastare all'upupa in eter­
no! lo fui il corriere dei suoi messaggi e sempre ritornai sot­
to la sua tenda, partecipe di ogni suo segreto. Chiunque sia
prediletto da Salomone, è ben degno di portare una corona
di eccellenza sul capo. Colui che da Dio è ricordato con be­
nevolenza, da quale altro uccello sarà mai raggiunto nel suo
volo ? Per anni ho vagato per terra e per mare, in cammino
instancabile, superando valli, monti e deserti, percorrendo
spazi infiniti , sfidando tempeste. lo fui compagna di Salo­
mone nei suoi viaggi, potei misurare l'intera distesa terre­
stre. Conobbi profondamente il mio re, ma non ho forze ba­
stanti per affrontare il nuovo viaggio in solitudine. Se vi avrò
come compagni, sarete a corte i più intimi confidenti del re.
Liberatevi dalla vostra miope presunzione! Fino a quando
vorrete tollerare l'onta della vostra empietà ? Chi mette in
gioco la vita 25 per lui si libera da se stesso, sulla via dell'ama­
to egli va al di là del bene e del male. Abbandonate la vostra
vita e iniziate il cammino, avvicinatevi a quella corte a passo
di danza !
Noi abbiamo un re senza rivali che vive oltre la montagna
di Qaf.26 Il suo nome è Simurgh,27 ed è il sovrano di tutti gli
uccelli. Egli ci è vicino, ma noi siamo a una distanza infinita
da lui. La sua dimora è protetta da gloria inviolata, il suo no­
me non è accessibile a ogni lingua! Più di centomila veli cela­
no lui, che è oltre la luce e la tenebra. Non esiste nessuno nei
due mondi che abbia l'ardire di contrastarlo ; egli è, in eterno,
assoluto sovrano e vive immerso nella pienezza della sua
maestà.
Come potrebbe l'intelletto di un uccello volare là ov'egli
risiede ? Quando mai scienza o ragione potranno giungere
alla sua dimora ? Non si conoscono vie che conducano a lui,
eppure senza di lui non è possibile vivere ! Infinite creature
si tormentano nel desiderio di lui, ma anche l'anima più pura
è impotente a descriverlo e l'intelletto è incapace di percepir­
lo : per questo anima e intelletto annichilirono nello stupore,
accecati dai suoi attributi_ Non v'è saggio che abbia percepito
la sua assoluta perfezione, né veggente che abbia contemplato
la sua bellezza. Il creato non ebbe mai modo di penetrare una
simile perfezione e la sapienza ne perse le tracce e la vista si
confuse. Ma se tu smettessi di delirare capiresti che le creatu­
re del mondo partecipano della sua perfetta bellezza . Come
potresti percorrere questa via con l'immaginazione, come po­
tresti affidare la luna al dorso di un pesce ? 28 Infinite teste ro­
tolarono lungo la via come miserabili palle, e furono gemiti
e sospiri ! Terre e mari innumerevoli s'incontrano lungo la via,
non pensare che il cammino sia breve ! Per un viaggio così
straordinario necessitano uomini dal cuore di leone, giacché
lungo è il cammino e cosparso di abissi sconosciuti . Si proce­
de nello stupore,29 continuamente cadendo e risorgendo. Sco­
prire una traccia di lui costituisce un dono prezioso, giacché
senza di lui la nostra vita si consuma vanamente. E se tu sei
uomo, non privare il tuo cuore della presenza dell'amato!
E poiché necessitano uomini autentici lungo la via, uomini che
non esitino a ripudiare la vita pur di giungere a quella corte,
lava via l'esistenza dalle tue mani, se vuoi essere considerato
uno di loro! Se farai dono della vita a quell'amante, riceverai
l'omaggio di anime infinite. Che vale un cuore che è privo del­
l'amato? Se tu saprai !asciarla con coraggio, l'amico ti farà do­
no della sua esistenza » .

L'apparizione d i Simurgh

« O meraviglia! La prima apparizione di Simurgh si ebbe


in Cina nel profondo della notte. Esattamente nel centro di
quel paese cadde una sua piuma, e questo bastò per semina­
re lo scompiglio in tutti i reami della terra. Ogni uomo si fe­
ce di lei un'immagine particolare e conformò la sua azione a
quanto di essa poté cogliere. Quella piuma è ora conservata
nei dipinti cinesi, e da questo il detto: " Cerca la sapienza, fi­
nanco in Cina ! " .30 Certo, se l'immagine di quella piuma non
avesse trovato ulteriore diffusione, il mondo non avrebbe
sofferto tanto tumulto. Effetti così straordinari sono il segno
inconfondibile della sua gloria, e in verità ogni anima fu for­
giata a immagine e somiglianza di quella piuma. Ma poiché
una qualsiasi descrizione non avrebbe alcun senso, non è il
caso di insistere. Ora, chi di voi è pronto al viaggio rivolga i
suoi occhi alla via e s'incammini » .
Tutti gli uccelli presero a fantasticare, eccitati, su quel glo­
rioso re. Un ardente desiderio di lui si impadronì dei loro cuo­
ri e li rese impazienti oltre ogni limite. Si fecero avanti com­
patti, ormai decisi a partire, amorosi di lui e nemici a loro
stessi. Ma essendo la via lunga e difficile, furono subito pre­
si dall'angoscia della partenza e, pur dando inizio ai prepara­
tivi del viaggio, ognuno cominciò ad accampare scuse e pre­
testi.

I pretesti dell'usignolo

S'avanzò smanioso l'usignolo/1 ebbro oltre ogni limite, on­


deggiante tra la vita e la morte nella perfezione del suo amo­
re. In ogni melodia celava un arcano, in ogni arcano un mon­
do di misteri insondabili . Alta levò la voce per cantare i se­
greti dello spirito, facendo così ammutolire l'assemblea degli
uccelli. « I segreti d'amore », prese a cantare, « mi sono ben
noti: ogni notte ne celebro i riti. Esiste forse qualcuno, come
Davide in pena, con cui possa intonare i miei tristi inni d'amo­
re? 32 Il pianto del flauto fu ispirato dal mio canto, la voce del­
la cetra dal mio lamento e con i miei inni ho sconvolto nei giar­
dini le rose più belle e il cuore degli amanti ho reso gentile.
In ogni istante io svelo un arcano e un accordo diverso io mo­
dulo sulla mia lingua. La passione rende la mia anima simile a
un mare in tempesta : chi conobbe il mio fuoco smarrì la ra­
gione, e se si accostò sobrio, poi si allontanò in preda al­
l'ebbrezza.
Ma se per lungo tempo sono privato della vista dell'amica,
mi chiudo nel silenzio e non confido a nessuno i miei segreti.
Quando a ogni primavera la mia amata fa dono al mondo del
suo aroma muschiato, io le apro felice il mio cuore e ogni
cruccio svanisce. Ma quando ella è introvabile, io mi chiudo
in me stesso nel silenzio assoluto. I segreti dell'usignolo non
sono accessibili a chiunque, soltanto la rosa li conosce. Irrime­
diabilmente io naufragai nel suo amore, sino a perdere la mia
stessa esistenza. Inguaribile è il mio travaglio d'amore, essen­
do l'amica mia di straordinaria bellezza. La ricerca di Simurgh
supera le mie forze e poi a un usignolo può bastare l'amore
di una rosa. Poiché la signora del mio cuore ha una corona
di cento petali, che si schiude tra infinite lusinghe e mi sorri­
de invitante, quando mai sarà sterile il mio amore? Quando el­
la si svela, proprio a me volge il suo riso amoroso. Come po­
trebbe l'usignuolo privarsi, anche per un solo istante, del­
l'amore di così ridente creatura? » .
L'upupa rispose : « O tu, perduto dietro vane forme, non
vantarti oltre del tuo amore per la bellezza! L'amore per il
volto della rosa ti ha procurato infinite spine, sino a render­
ti succube e impotente. Per quanto affascinante sia la tua rosa,
la sua bellezza conoscerà un rapido declino; ma l'amore di
quanto è destinato a decadenza procura disgusto ai perfetti.
Sebbene il riso dell'amata ecciti le tue voglie, da lei non ot­
terrai che continua amarezza. Lascia la rosa, lei che a ogni
nuova primavera ride di te, non per te, e finalmente prova
vergogna! Se mai avessi avuto pudore, non avresti guardato
il volto della rosa se non con disprezzo » .

La principessa e i l derviscio

Un re aveva una figlia bella come luna, che aveva popolato


il mondo di folli innamorati e ovunque suscitava tumulti in­
domabili con i suoi languidi sguardi colmi di ebbrezza. Le
guance aveva bianche come canfora, i capelli parevano di mu­
schio, l'acqua di vita al cospetto delle sue labbra sarebbe sva­
porata. Chiunque, contemplando anche solo un atomo di tan­
ta bellezza, avrebbe smarrito all'istante la ragione e se lo zuc­
chero avesse potuto conoscere la dolcezza delle sue labbra si
sarebbe liquefatto per la vergogna.
Volle il destino che un derviscio, in cammino per il mondo,
volgesse lo sguardo a quella splendida luna. Aveva, quel mi­
sero, una pagnotta di pane raffermo, dono d'un fornaio, e non
appena i suoi occhi caddero su quello splendido volto, essa
gli scivolò di mano e finì nella polvere. Quando la fanciulla
gli passò davanti come fuoco e s'allontanò ridendo, l'infelice
si sentì sprofondare nella polvere della via. Non possedeva
che metà della sua vita e mezza pagnotta: di colpo si vide
spogliato di entrambe. Senza pace giacque sulla strada per
giorni e notti, con il respiro mozzato dal pianto e dai sospiri.
Al ricordo del riso di quel volto di rosa le lacrime stillavano
copiose sulle sue guance come da nuvola infelice. Vagò per
sette anni sconvolto dal dolore, dormendo ogni notte tra i ca­
ni nel vicolo della fanciulla. I servi e i domestici di costei
vennero a conoscenza della cosa, tennero consiglio e decise­
ro, i malvagi, di tagliargli la gola. Ma la fanciulla, segreta­
mente, fece chiamare il derviscio e gli disse : « Come potreb­
be una del mio rango accompagnarsi a un uomo tuo pari ?
Sappi che hanno deciso di ucciderti, e allora fuggi, vattene e
non sostare un minuto di più alla mia porta! » .
Il derviscio così le rispose: « Dal giorno in cui t'incontrai
ho ritratto le mani dal mondo, essendo divenuto ebbro di te.
Oh, centomila anime tormentate come la mia possano a te
donarsi in ogni ora ! Ebbene, poiché vogliono uccidermi sen­
za ragione, almeno rispondi a questa mia domanda : tu, che
in quel giorno divenisti la causa dell'ingiusta mia condanna,
perché mi sorridesti? ».
La principessa cosi gli rispose : « O ingenuo, quando ti vi­
di così miserabile risi di te perché mi era lecito ridere della
tua condizione, ma il sorriderti sarebbe stato dono ecces­
sivo ! ».33
Cosi disse, poi svanì come fumo e ogni cosa accaduta fu co­
me se non fosse accaduta mai.

pretesti del pappagallo

E venne il pappagallo, con il becco ricolmo di zucchero,


sfoggiando un verde mantello chiuso da un collare dorato.
Il falco di fronte a tanto splendore sarebbe parso una mosca
e qualunque cosa verdeggiasse sulla terra pareva aver tratto
il colore dalle sue piume. La sua lingua spargeva ovunque pa­
role dolci come zucchero, di cui si cibava la mattina di buo­
n'ora. Così parlò : « Un uomo qualsiasi, anche il più crudele
e insignificante, può rinchiudermi in una gabbia di ferro e in
così tetra prigione mi consumo nel desiderio dell'acqua di
Khizr. Io sono il Khizr degli uccelli e di verde m'ammanto a
somiglianza di lui, affinché possa un giorno dissetarmi con la
sua acqua. Cammino per la via come un folle, vagando senza
meta, ma non ho forze bastanti per raggiungere la corte di Si­
murgh : a me basta qualche sorso della sorgente di Khizr. Se
un giorno troverò traccia dell'acqua di vita, nella mia schia­
vitù sarò re ».
L'upupa rispose : « O tu che ignori la fortuna, non diverrà
mai un uomo colui che non saprà abbandonare l'esistenza. Vi­
vere deve servirti unicamente per restare, anche un solo istan­
te, a fianco dell'amico. Nel cuore dell'amico cerca l'acqua di
vita! Vattene, tu non hai polpa, sei buccia soltanto! Che in­
tendi fare della tua vita? Donala all'amato! Non è uomo au­
tentico colui che non sa morire a se stesso ».

Khi:i:r e un sufi

Un giorno Khizr rivolse a un folle di Dio 34 questa doman­


da : « O perfetto, vuoi essermi amico ? ».
Colui gli rispose : « Con te non intendo avere rapporti.
Molte volte hai bevuto l'acqua di vita per divenire immortale.
Al contrario io sono in procinto di congedarmi dall'esistenza
perché, privo come sono dell'Amato, mi è ormai insopportabi­
le. Non penso a conservarla come tu fai, bensì giorno dopo
giorno cerco di liberarmene. È preferibile dunque che si viva
lontani l'uno dall'altro, come l'uccello dalla rete. Addio! ».

I pretesti del pavone

Giunse il turno del pavone dal manto dorato, le cui piume


ostentavano centomila colori. Come giovane sposa si esibì al
cospetto di tutti, facendo sfoggio di ogni sua penna. Disse:
« Per dipingermi l'Artista dell'invisibile 35 trasformò in pennel­

li le dita dei cinesi, ma pur essendo il Gabriele degli uccelli, il


destino non mi è stato propizio. Fui amante, un tempo, del­
l'orrido serpente e per questo venni cacciato dal giardino
dell'Eden. Decaduto da così nobile rango, i miei piedi impe­
dirono come ceppi pesanti alle ali di volare. Ma ora nutro la
speranza che una guida m'indichi la via che da questa dimo­
ra di tenebre conduce in paradiso. lo non sono l'uccello che
saprà giungere al cospetto del sovrano, mi basterà conoscere
il portiere della sua reggia. Quando mai Simurgh si darà pe­
na per me? Il meraviglioso giardino dell'Eden è la meta cui
aspiro. In questo mondo non desidero altro se non che quel
paradiso nuovamente m'accolga » .
L'upupa così rispose: « O t u che d a t e stesso t i smarristi!
Chiunque brami il palazzo di quel re non può fare altro
che tentare di raggiungerlo. Come puoi anteporre la tua casa
alla reggia del sovrano? La dimora della carne è paradiso di
voglie, quella del cuore è rifugio di verità. L'augusta presen­
za di quel sovrano è mare immenso, al cui confronto il giar­
dino dell'Eden è misera goccia. Chi possiede il mare presta
forse attenzione a una goccia? O tu che aspiri a giungere sino
a questo mare, perché ti perdi in una goccia di rugiada ? Co­
lui che è partecipe dei segreti del sole 36 come può restare av­
vinto a un atomo, e chi si fuse con il tutto come può intrat­
tenersi con una parte, e chi è puro spirito quale rapporto
può stabilire con inerti membra? Se aspiri a essere perfetto,
contempla il tutto, ricerca il tutto, sii il tutto, divieni il tut­
to, scegli il tutto! ».
Un discepolo interroga il maestro

Un allievo chiese al suo maestro : « Perché Adamo fu cac­


ciato dal paradiso? » .
Costui gli rispose : « Adamo fu gemma purissima, ma diven­
ne schiavo delle delizie dell'Eden. Un giorno a lui si rivolse
una voce invisibile : " Ehi tu, che in mille forme sei schiavo di
questo giardino, sappi che chi nei due mondi piega il capo a
quanto sta al di sotto di Me, conoscerà la mia vendetta, chiun­
que egli sia, èssendo necessario dedicarsi totalmente all'Ami­
co " . Cosa valgono centomila anime di fronte a quella del­
l'Amato? A che serve vivere se si è da Lui separati? Coloro
che si smarriscono inseguendo altre realtà, fossero anche in
tutto simili ad Adamo, sono perduti. Gli abitatori del giardi­
no terrestre furono costretti a comprendere, prima di ogni al­
tra cosa, che è necessario patire. Ma non essendo costoro cer­
catori di segreti, si guardano bene dal farlo » .

I pretesti dell'oca

L'oca uscì dall'acqua, tra mille pudiche ritrosie, sfoggiando


l'abito più bello e cosi parlò: « Non si ha notizia di creatura
più casta e più pura di quanto io sia. Tutto il mio tempo con­
sumo nelle sacre abluzioni e sull'acqua ho dispiegato un tap­
peto per la preghiera. Chi altri saprebbe mantenersi come me
sulla sua superficie ? Non si può dubitare delle mie virtù
straordinarie. lo sono l'eremita degli uccelli : puro è il mio
pensiero, candida la mia veste, incontaminato il luogo in cui
vivo. Privata dell'acqua mi è impossibile vivere, essendo co­
desta la mia patria e la mia vita. Se anche molti affanni grava­
no sul mio cuore, l'acqua , mia confidente, mi aiuta a liberar­
mene. C'è sempre acqua nel mio ruscello, come potrei deside­
rare di vivere sulla terra? Essendo a tal punto unita all'ac­
qua, come potrei mai abbandonarla? Ogni creatura trae dal­
l' acqua la propria esistenza, da sempre 37: come potrei pri­
varmene ? Come potrei attraversare i deserti ? Alla corte di
Simurgh mi sarà impossibile giungere. Chi si appaga di vive­
re sull'acqua come può desiderare Simurgh? » .
L'upupa rispose : « O t u che t i crogioli nell'acqua d i una
pozzanghera, che come il fuoco di una passione ha ammaliato
il tuo cuore! Ti sei messa a sonnecchiare beata sull'acqua, ti
sei lasciata travolgere da poche gocce! L'acqua si addice a chi
ha il volto sporco, cercala pure se questa è la tua condizione!
Ma quanto a lungo i tuoi occhi si manterranno limpidi come
l'acqua, in presenza di tanti volti sudici che in essa si spec­
chiano? ».

Che cosa sono i due mondi

Un tale chiese a un folle : « Ma cosa sono in definitiva que­


sti due mondi che a tal punto dominano i nostri pensieri? ».
Quegli rispose : « Entrambi, l'inferiore e il superiore, non
sono che una goccia d'acqua: il che significa che sono e non
sono. In principio fu una goccia d'acqua, una sola, sia pure in
molteplici forme. Ogni forma che ha avuto origine dall'acqua,
fosse anche plasmata nel ferro, è destinata a corrompersi. Nul­
la è più duro del ferro, eppure anche la sua origine va ricerca­
ta nell'acqua. Quanto dall'acqua è originato, fosse anche fer­
ro, non è che illusione. È chiaro a chiunque che l'acqua è mu­
tevole e che nulla può fondarsi stabilmente su essa ».

I pretesti della pernice

Con grazia s'avanzò la sorridente pernice, che sopraggiun­


geva ebbra e piena di sé da una cava. Aveva del rossetto sul
becco e vestiva un manto purpureo. Il sangue ribolliva nei
suoi occhi superbi, mentre si librava nell'aria ostentando spa­
da e cintura.38 Torcendo il becco disse: « Ho sempre vagato
tra le cave, instancabile, alla ricerca di pietre preziose. Da sem­
pre io porto spada e cintura, cosl da essere la signora delle
gemme. Il loro amore m'ha incendiato l'anima e questo dol­
ce fuoco m'appaga totalmente. Quando il suo ardore si ma­
nifesta prepotente, nelle mie viscere si fondono in sangue
anche le pietre. Hai mai visto un fuoco che divampando ha
il potere di trasformare in sangue persino le pietre? lo sono
prigioniera di pietre e di fiamme, perennemente in preda a in­
certezza e confusione. Consumo il tempo che m'è dato divo­
rando queste pietre, posseduta da folle eccitazione, cercando
in tal modo di placare il mio cuore infuocato. Guardatemi,
amici, considerate la mia condizione: come comportarsi con
una che dorme sulle pietre e di esse si nutre? Poiché mi tra­
scino in questa interminabile pena, ho il cuore lacerato da
mille ferite. L'amore per le gemme mi ha incatenata alla mon­
tagna. Ma colui che si lega a possessi che non siano le gemme,
perde se stesso inseguendo l'effimero. Il regno delle gemme
durerà in eterno, il mio cuore non riuscirà mai a liberarsene.
Io conosco il valore della montagna e di ogni gemma che es­
sa nasconde: non abbandono mai la spada e la cintura! E poi­
ché la mia spada si orna di gemme, io continuerò a cercarle
senza posa. Non ho mai trovato gemme simili alle mie, né
pietre preziose più splendenti. La via che conduce a Simurgh
è difficile e i miei piedi sprofondano in un ammasso vischio­
so di perle e di pietre. Come potrei giungere alla corte del po­
tente Simurgh con le mani sul capo e i piedi nel fango? Co­
me il fuoco che non distoglie mai il volto dalla pietra focaia,
così io finché avrò vita continuerò a cercare quelle gemme.
La mia virtù sarà riconosciuta: a quale scopo vive colui che
è privo di gemme? » .
L'upupa rispose : « O tu, che simile sei a gemma dai mille
colori, per quanto tempo ancora ti affannerai a cercare futili
pretesti? I piedi e il becco hai macchiati del sangue di dolo­
rose ferite: per cercare le tue pietre hai perduto le autentiche
gemme.39 Ma cosa sono codeste gemme che tu cerchi se non
pietre colorate ? La tua passione per loro ti ha indurito il cuo­
re, ma se le privi dei loro colori si trasformano in sassi. Co­
lui che si smarrisce inseguendo colori è un essere privo di pe­
so. Ma chiunque abbia peso, non insegue i colori! Chi possie­
de le autentiche gemme, non nutre interesse per semplici
pietre » .

L'anello di r e Salomone

Non vi fu al mondo gemma più nobile di quella incastona­


ta nell'anello di Salomone. La fama di quel sigillo 40 si era
sparsa ovunque, sebbene non fosse che un sasso da mezzo
dang.41 Dopo che il re ebbe deciso di farne il suo sigillo, di­
venne in breve tempo il signore di tutta la terra. Egli posse­
deva un regno estendentesi oltre l'estremo orizzonte, la sua
reggia misurava quaranta leghe di lunghezza e i venti stessi si
piegavano ai suoi comandi. Ebbene, con le sue quaranta leghe
di lunghezza, quel palazzo era sostenuto da un sassolino da
mezzo dang. Un giorno il re ebbe a dire: « Poiché il mio re­
gno e il mio potere non hanno per fondamento che questa
pietra, io voglio che nessuno nei due mondi possa sopra­
vanzarli ! » .42
In verità, o re, io ho visto la rovina di codesto regno! Es­
sa è ormai prossima, quindi non donare a nessuno quel sigil­
lo! Io non ho a che fare con regni o con armi, avendo scelto
di intrecciare ceste di vimini. Salomone fu re in virtù di una
pietra straordinaria, che però divenne un ostacolo lungo la
aua via. E proprio per questo egli potrà conoscere il paradiso
dell'Eden solo cinquecento anni dopo i grandi profeti.
Se dunque quella perla produsse simili effetti su Salomo­
ne, in qual modo credi potrà agire su di te, o sciagurato ? Se
essa in fondo non è che vile pietra, perché affannarsi tanto a
scavare? Non donare la tua vita che al volto dell'Amico! O
cercatore di gioielli, distogli il cuore dalle pietre preziose e
cerca piuttosto, instancabile, il Gioielliere !

pretesti dell'huma 43

Si presentò all'assemblea l'humii, donatrice di un'ombra che


conferisce splendore e potere ai sovrani. Ella si meritò il no­
me di « fortunata » , giacché coltivava illimitata ambizione.
Disse: « Uccelli terrestri e marini, io non sono un pennuto
qualsiasi ! Io nutro ambizioni nobilissime e mi sono separata
per questo dalle altre creature. Io disprezzo il cane dei sensi,
e fui io che creai la fama di Faridiin e Jamshid.44 Tutti i re so­
no cresciuti nella mia ombra e non ho nulla in comune con gli
ignobili e i vili. Al cane dei sensi io getto un osso, affinché il
mio spirito sia preservato dalla furia dei suoi denti. E poiché
ho pronto da sempre un osso per lui, la mia anima poté sali­
re a questa eletta posizione. Gli attuali sovrani sono usciti dal­
l'ombra delle mie ali : com'è possibile disconoscere il mio me­
rito grandioso? Tutti devono venire alla mia ombra, cercando
di ritagliarsene anche solo una striscia. Perché mai il nobile
Simurgh dovrebbe ricercare la mia amicizia? Io sono paga del
mio potere di creare sovrani » .
L'upupa così rispose : « O prigioniera dell'orgoglio, ritira
la tua ombra e non dileggiare oltre te stessa! Ora non sei nu­
trice di re, ma un cane con l'osso in bocca. Voglia Iddio che
non ti sia possibile allevare alcun re, e cerca piuttosto di li­
berarti dal tuo osso! Se anche tutti i sovrani sorgessero oggi
dalla tua ombra, finirebbero senza eccezioni con il perdere il
regno, dopo le innumerevoli sciagure di una lunga esistenza.
Se i principi della terra non vedessero la tua ombra, si salve­
rebbero dalla rovina nel giorno del giudizio » .

Il sultano Ma�mud

A un uomo santo che seguiva la via della rettitudine appar­


ve in sogno una notte il sultano Ma):tmiid 45 al quale chiese:
« O sultano dai fausti giorni, dimmi come vivi nella casa del­
la certezza ».
E lui così rispose : « Taci, non spillarmi il sangue dell'ani­
ma! Non insistere, questo non è luogo da sultani, perciò la­
sciami in pace! Il mio regno non fu che presunzione ed erro­
re. Quale regno può mai sorgere da un pugno di polvere? So­
lo Dio, sovrano dell'intero universo, è degno di regnare. Aven­
do finalmente preso coscienza della mia inettitudine e della
mia perenne confusione, ora provo vergogna della mia rega­
lità. Se proprio vuoi chiamarmi per nome, ebbene chiamami
" sciagurato " . Dio solo è vero sovrano, non fregiarmi mai più
di un simile titolo ! Solo Lui è re, per quanto mi riguarda sa­
rei felice se fossi stato sulla terra nient'altro che un mendi­
cante. Mi avessero scagliato nel fondo di cento pozzi, piutto­
sto che elevarmi a questo rango! Fossi stato uno di quelli che
spazzano i rifiuti invece che un re! Non mi rimane via d'usci­
ta: qui mi chiedono conto, una per una, delle mie azioni. Oh,
possano stecchirsi le penne e le ali di quella maledetta huma
che volle ospitarmi sotto la sua ombra ! ».

pretesti del falco

Il falco 46 si presentò a testa alta dinnanzi all'assemblea, per


sollevare il velo sui segreti dello spirito. Si percuoteva il pet­
to per i peccati commessi, contemporaneamente vantandosi del
proprio primato. « Per amore dei principi », cominciò a dire,
« io scelsi di ignorare la gente del mondo, e ritrassi lo sguardo
sotto il cappuccio, affinché i miei artigli potessero posarsi so­
pra una spalla regale. A lungo mi esercitai nel cortese ufficio,
praticando l'astinenza al pari degli asceti, e in tal modo se un
giorno mi porteranno a corte, io sarò esperto nell'arte del
servire. Quando mai potrei contemplare Simurgh, sia pure in
sogno ? perché dovrei, vanamente, volare verso la sua reggia ?
Un bocconcino teso da una mano regale è quanto mi basta,
e in questo mondo mi sento appagato da una simile dignità.
Non possedendo la tempra del viaggiatore, il mio vanto è po­
sarmi sopra spalle regali. Chi è degno della compagnia di un
sovrano verrà esaudito, qualunque richiesta avanzi. Se sarò
dunque chiamato a corte, perché dovrei avventurarmi in val­
li sconfinate ? Altro non bramo se non di vivere felice accan­
to al volto di un sovrano, per rendergli l'omaggio dovuto e
per cacciare secondo i suoi desideri ».
L'upupa rispose: « O prigioniero di menzogne, separato
r

dai divini attributi e ancora schiavo delle forme esteriori ! Se,
un re associa un altro al suo dominio, bel regno è il suo! Il
1' potere sovrano non appartiene che a Simurgh, non esisten�o
altri con cui debba spartirlo. Non è vero sovrano colui che
fonda il proprio potere sulla stoltezza : autentico re è colui
che sta assiso sul trono in solitudine, avendo come unici com­
pagni lealtà e moderazione. I re di questo mondo possono an­
che dar prova di equità, ma un'ora più tardi si comportano da
tiranni. Più uno è a loro vicino, più vedrà ridursi la propria
sfera d'azione e dovrà costantemente vigilare, essendo la sua
vita continuamente in pericolo. I principi del mondo sono
come il fuoco: resta lontano da loro, se vuoi essere felice!
Evita di rimanere al loro servizio, o tu che vivi a corte, e fug"
gi lontano ! » .

Il re e lo schiavo dal volto d i rosa

Vi fu un re, gemma purissima, che s'era innamorato di uno


schiavo dal petto d'argento. A tal punto si perse nell'amore
per quel suo idolo, che lontano da lui non aveva un istante di
quiete. L'aveva rivestito come nessun altro dei propri schiavi,
e i suoi occhi lo vigilavano incessanti . Quel re soleva eserci­
tarsi con l'arco nel suo castello, e in quelle occasioni lo schia­
vo cadeva preda del panico. Infatti il sovrano usava come ber­
saglio una mela, che poneva sul capo del suo diletto, e quan­
do la freccia regale spaccava la mela, il volto dello schiavo di­
veniva più giallo dello zafferano.
Un tale, ignaro di tutto, ebbe a chiedergli: « Come mai il
tuo volto di rosa si è fatto giallo come l'oro? Con tutti gli
onori che il re ti riserva, perché mai sei cosl pallido? ».
Lo schiavo cosl gli rispose : « Il re mi pone una mela sul
capo, e se la freccia del suo arco colpisse me, lui direbbe : " Di
certo costui non era uno dei miei schiavi, non può esistere un
imperfetto tra i miei sudditi ! " Se invece la sua freccia colpi­
sce il bersaglio, ecco che tutti inneggiano alla fortuna del so­
vrano.47 Io sono dunque lacerato in questa alternativa ango­
sciosa, e in tal modo la mia vita è sospesa sul nulla » .

IO

pretesti deli'airone

Veloce sopraggiunse l'airone e così prese a parlare : « Ami­


ci uccelli, diletti dell'anima mia! Io amo vivere sulle rive del
mare, mai nessuno udì la mia voce. Sono innocuo al punto
che nessuno ebbe mai a patire per mia causa. Dimoro, soffe­
rente ed ebbro di incurabile malinconia, lungo i litorali, e il mio
cuore trabocca di sangue per lo struggente desiderio dell'ac­
qua. Se mi è negata, che mai posso fare? Non appartengo per
strano destino al popolo del mare, e così morirò sulle sue spon­
de con le labbra riarse. Per quanto ribollano gli iridescenti
flutti, non mi è concesso di berne neppure un sorso, ma se
anche una sola goccia si perde, il mio cuore arde di gelosia
come kabab sul fuoco. Un uccello del mio rango può appagar­
si dell'amore per l'acqua. Codesta passione mi sconvolge or­
mai la mente, e di null'altro al mondo mi curo se non delle
acque. Io non avrei mai la forza di raggiungere il lontano Si­
murgh : come potrebbe unirsi a lui chi trasse origine da una
goccia d'acqua ? » .
L'upupa rispose : « O tu che ignori i segreti del mare! Mo­
stri spaventosi lo popolano, ed è creatura volubile e instabile,
in moto perenne e priva di legge. Oh, infinite sono le navi
dei potenti che il mare distrusse e infiniti i marinai che mise­
ramente perirono risucchiati dai suoi vortici turbinosi ! Colui
che discende nei suoi abissi trattiene il respiro per l'angoscia
di morire e se osasse respirare riemergerebbe esanime dal fon­
do come pagliuzza. Puoi forse nutrire speranze o attendere
conforto da chi non conosce lealtà ? Se non ti separerai dal
mare finirà per inghiottirti, giacché lui vive in perpetuo tor­
mento per amore dell'amico : ora attraversa bonacce, ora rug­
genti tempeste. Mai può placare la brama del suo cuore : co­
me puoi sperare di trovarvi la pace interiore? Il mare è ru­
scello che discende dalla dimora dell'amico divino, ma tu per­
ché vuoi privarti del suo volto ? » .

U n sapiente interroga il mare

Un sapiente scese sulla riva del mare, così interrogandolo:


« O mare, perché ti tingi d'azzurro ? Fuoco non vedo, perché
dunque ribolli ? » .
Rispose i l mare a quel puro d i cuore : « I o vivo nell'ango­
scia essendo separato dall'Amico. La mia indegnità mi vieta
di essergli amante, per Lui indosso l'azzurra veste del dolore.
Le mie labbra si sono disseccate sulle sponde per la dispera­
zione. Al fuoco di questo desiderio le mie acque ribollono. Se
almeno trovassi una goccia del Kawthar 48 potrei diventare
immortale presso la porta della sua casa. Altrimenti morirò
con le labbra riarse, così come periranno infinite anime sulla
sua via durante il giorno e la notte ».
II

pretesti della civetta

E giunse come folle la civetta: « Io posi la mia dimora


entro rovine di luoghi abbandonati.49 Essendo debole e cor­
rotta, gettai la mia anima raminga nell'abiezione. Ho visitato
centinaia di meravigliose città, però sempre scoprendo in es­
se disagi e svantaggi. Per questo affermo che chi aspira alla
pace del cuore deve appartarsi, come l'ebbro, tra le rovine.
E tuttavia in questi luoghi dimoro in preda all'angoscia, giac­
ché so che vi sono sepolti inestimabili tesori. Così è cresciuto
il mio amore per l'oro nascosto, e non conosco diversa via per
giungere a esso. A tutti ho celato la mia segreta passione, nel­
la speranza di poter scoprire un giorno un tesoro che non fos­
se stregato. Se il mio piede calcasse un tesoro, il mio folle
cuore troverebbe finalmente sollievo. L'amore per Simurgh
è solo illusione, giacché amarlo non si addice a uno stolto
qualsiasi. Ma non essendo ancora degna del suo amore, io
mi appago della passione per tesori e rovine » .
L'upupa così rispose: « O tu, avvelenata dall'amore per i
tesori! Se anche tu riuscissi a scoprirne uno, finiresti per mo­
rirvi sopra sprecando così la tua vita senza avere conseguito
lo scopo. Amare oro e tesori si addice a un infedele, e simile
a Samiri 50 è colui che fa dell'oro il proprio idolo. Adorare
l'oro è da infedeli, ma tu non sei della gente di Samiri! Colui
che si lascia rovinare da una simile passione, il giorno del giu­
dizio avrà la faccia stravolta ».

Lo stolto mutato in topo

Uno stolto possedeva uno scrigno ricolmo d'oro, e quan­


do morì di lui non rimase che quello. A distanza di un anno
comparve in sogno al figlio, con il volto mutato nel muso di
un topo e gli occhi grondanti lacrime. Inquieto si aggirava,
come topo, nei pressi del luogo in cui aveva nascosto l'oro. Il
figlio allora gli chiese: « Dimmi, perché mai ti aggiri da que­
ste parti? » .
« Qui nascosi il mio scrigno » , rispose, « voglio accertar­
mi che nessuno vi abbia messo le mani ».
Allora il figlio gli domandò : « Perché codesto muso di
topo ? » .
Il padre spiegò: « Ogni cuore che s'è lasciato dominare dal­
la passione per l'oro, risorgerà con le sembianze del topo e
implacabilmente sarà roso dal rimorso. Questo ormai è il mio
vero volto, osservalo attentamente e che ti serva d'insegna­
mento, figlio mio, per liberarti dalla brama dell'oro! » .

12

pretesti del fringuello

Quindi si fece avanti il fringuello, dal cuore fragile e dal


corpo sottile come tremula fiamma, privo di quiete, e disse:
« Sono divenuto debole e incerto, difettandomi coraggio, nu­

trimento e vigore. Le miè membra sono come capelli , e mi


sento svuotato di ogni energia. Mi sono indebolito al punto
di non possedere la forza di una formica. Non avendo penne
né zampe né altro, come potrei, o cara, giungere alla corte di
Simurgh ? Infiniti sono nel mondo gli uccelli che lo cercano!
Quando mai l'uccellino che io sono sarà degno di unirsi a
lui? Essendo evidente che non posso aspirare all'unione, è
inutile per me intraprendere il viaggio. Se partissi alla volta
di quella corte, di certo ne morirei o quantomeno mi consu­
merei lungo la via. lo non sono nel novero dei suoi amanti,
continuerò quindi a cercare il mio Giuseppe nel pozzo. È lì
infatti che ebbi a smarrirlo e un . giorno, forse, potrò ritrovar­
lo. Se riuscissi infine a ritrovare il mio Giuseppe, con lui vo­
lerei dai pesci alla luna! » .
L'upupa rispose : « Ehi tu, beato e giocondo, nella tua ca­
duta hai osato cento atti di rivolta! Ma io non mi lascerò in­
gannare dai tuoi pretesti né dalla tua ipocrisia : a simili men­
zogne non crederò mai. Affronta il cammino, chiudi il tuo bec­
co e cuci le tue labbra! Se tutti vedessi bruciare, brucia an­
che tu ! Se anche tu fossi Giacobbe in persona, a te Giuseppe
non sarebbe mai donato, e allora basta con i trucchi ! Il fuoco
d'amore alimenta un ardore inestinguibile: amare Giuseppe
in questo mondo è proibito! » .

Giacobbe e l'arcangelo Gabriele

Quando Giuseppe fu strappato al padre, costui divenne cie­


co per la pena della separazione. Il sangue del cuore affluiva
ai suoi occhi, il nome di Giuseppe era perennemente sulle sue
labbraY Un giorno Gabriele andò a visitarlo, così minaccian­
dolo: « Se mai la tua lingua pronuncerà ancora il nome di
tuo figlio, Noi cancelleremo il tuo dal libro dei profeti e de­
gli inviati di Dio » .
Provenendo quell'ordine dal Signore, Giacobbe cancellò
l'amato nome dalle sue labbra, ma pur non osando per il ti­
more pronunciarlo, nel profondo del suo cuore risuonava dol­
cemente senza posa. Una notte Giuseppe gli apparve in so­
gno e d'istinto egli volle chiamarlo, ma rammentandosi del­
l'ordine divino tacque, infelice. E tuttavia, vinto da debolez­
za, si lasciò sfuggire un urlo straziante dal profondo dell'ani­
ma incontaminata. Al risveglio da quel dolce sonno, Gabriele
gli apparve e gli disse : « Iddio ti fa notare che, pur non pro­
nunciando il nome di Giuseppe, per lui ti sei lamentato. lo
affermo, in verità, che hai violato il patto! » .
Fin quando non gli fu dato di rivederlo, Giacobbe non pro­
nunciò mai più il nome del figlio, abbandonandosi totalmen­
te alla volontà di Dio.
Questo è un mistero che confonde l'intelletto : tu conside­
ra attentamente Chi ci degna del suo amore!

13

pretesti di tutti gli uccelli

Tutti presero ad accampare, incoscienti, scuse e pretesti ,


dando voce alla propria ignoranza, e chi tacque molto confa­
bulò dietro le quinte. Se enumerassi le motivazioni di ognu­
no, dovrei dilungarmi in un discorso interminabile e solo dico
che tutti gli uccelli accamparono insulsi pretesti. Come avreb­
bero potuto simili creature giungere sino alla fenice ? Chiun­
que desiderasse farlo realmente, dovrebbe, da uomo, ritrarsi
dall'esistenza. Chi non ha nel suo nido almeno trenta chicchi ,
è preferibile che neppure parli di questo viaggio, se non si
tratta di un folle. Se non hai gozzo neppure per un chicco,
come potresti diventare commensale di Simurgh ? Se un sor­
so di vino ti atterra, o prode, come potresti berne un'intera
botte? Se non possiedi neppure la forza di un atomo, come
potresti unirti al sole? Se naufraghi in una minuscola goccia,
come potresti riemergere dagli abissi sino alla superficie del
mare? Perché del mare si tratta, non di un torrente ; non è
impresa, questa, che si addica a un impuro qualsiasi.
Tutti gli uccelli, a quel punto, si accalcarono intorno al­
l'upupa, cosi interrogandola: « O tu che ci precedi nella gui­
da, che vanti eccellenza e primato! Noi che siamo una turba
di deboli e d'inetti, privi di penne e di ali e di corpo e di spi­
rito, come potremo giungere sino al nobile Simurgh se non
in virtù di un miracolo ? Quale relazione può esistere tra noi e
lui? Illuminaci tu, non potendo noi ciechi scoprire segreti. Se
davvero esistesse un rapporto tra noi, non dovremmo forse
desiderare di cercarlo? Egli è come Salomone, noi siamo mise­
rabili formiche : considera attentamente il suo rango e poi com­
misuralo al nostro. Una formica precipitata nel fondo di un
pozzo può forse giungere sino a Simurgh, l'eccelso, unicamen­
te contando sulle sue forze? E perché mai un principe dovreb­
be divenire amico di un miserabile? » .
L'upupa così rispose: « O inconcludenti,52 d a cuori a tal
punto inariditi come potrà stillare autentico amore? Misera­
bili creature, fino a quando durerà la vostra ignavia? Passio­
ne e aridità non possono coesistere e chiunque apri gli occhi
all'amore andò a giocarsi la vita a passo di danza.
Sappiate che quando Simurgh, come sole splendente, mo­
strò dietro un velo il suo volto, proiettò sulla terra ombre
infinite che poi contemplò con il suo purissimo sguardo. Fe­
ce dono al mondo della sua stessa ombra, da cui sorsero in­
cessantemente uccelli infiniti. I disparati volti degli uccelli
del mondo non sono che il volto del bel Simurgh : sappiatelo,
o ignari ! Solo riconoscendo una simile verità, potrete com­
prendere la relazione che esiste tra voi e quella augusta pre­
senza, ma poi guardatevi bene dal divulgare un simile segre­
to. Chiunque abbia conosciuto Simurgh non può che naufra­
gare in lui, ma non vogliate affermare che egli sia Dio. E chi
sappia così trasformarsi, non diverrà Dio, ma s'inabisserà in
lui senza fine. Colui che naufraga, muta forse sostanza? Ma
questo non è discorso accessibile a tutti. Ora che sai di chi
tu sei l'ombra, sei libero da vita e da morte.
Se Simurgh non si fosse mostrato, mai avrebbe proiettato la
sua ombra e nessun'ombra sarebbe mai sorta sulla terra, es­
sendo ogni ombra apparsa sin dal principio là ov'egli dimo­
ra. Se non hai occhio per Simurgh significa che il tuo cuore
non è simile a specchio. E infatti, non potendo sguardo uma­
no contemplare una così divina bellezza né sostenere tanto ful­
gore né giocare all'amore con un simile prodigio, egli nella
sua infinita grazia volle creare per noi uno specchio, che ha
sede nel cuore.53 E lì guarda, o veggente, se desideri contem­
plare il suo volto ! » .

U n re costruisce uno specchio

Vi fu un re di una bellezza straordinaria e senza pari sulla


faccia della terra. Il regno del mondo costituiva il libro dei
suoi segreti e il suo volto era un miracolo di perfezione. Ogni
suo sguardo era aurora luminosa, il volto di un angelo non
era che un atomo della sua fragranza e gli otto supremi pa­
radisi , traboccanti di profumi e di colori , non erano che una
pallida imitazione del suo aspetto. Nessuno, che io sappia,
ebbe mai l'ardire di contemplare una sia pur infima parte di
tanta bellezza. La sua fama risuonava in ogni angolo della
terra, infinite creature s'innamoravano follemente di lui. A
volte, con il volto celato da un roseo velo, egli usciva a ca­
vallo dal suo palazzo per visitare la città. Ebbene, chi avesse
osato levare lo sguardo verso quel volto, veniva immediata­
mente decapitato, e chi fosse stato così temerario da pro­
nunziare il suo nome, ne aveva la lingua mozzata all'istante,54
chi avesse soltanto desiderato unirsi a lui, smarriva per sem­
pre la ragione e i sentimenti. Morire d'amore per quel volto
era considerato preferibile a cento interminabili esistenze. Vi
furono giorni in cui morirono migliaia di sudditi straziati dal­
la passione: questo in verità è amore, questa è azione! Nes­
suno sapeva vivere lontano da lui anche per un solo istante,
sebbene nessuno potesse sostenerne la vista. Ammirare il suo
fulgido volto significava morire tra infiniti lamenti. E i suddi­
ti continuavano a perire nella loro disperata ricerca, essendo
incapaci, - o meraviglia! - di vivere con lui o privi di lui.55
A chi fosse riuscito a sostenerne la vista, quel re non avrebbe
negato il suo volto, ma poiché nessuno era capace di tanto,
altro piacere non era concesso se non udire la sua voce. Nes­
suno era degno di lui, così in quel regno infiniti sudditi mo­
rivano con il cuore lacerato.
Finalmente il re decise di far costruire uno specchio, affin­
ché tutti potessero contemplare il suo volto. Venne edificato
uno splendido castello sulla cui sommità fu posto uno spec­
chio. E il re prese a salire ogni giorno sulla torre per spec­
chiarsi e in tal modo il suo volto, riflesso, poteva essere da
chiunque ammirato.
Se tu ami la bellezza dell'Amico, sappi che il cuore è lo
specchio in cui si può contemplarla. Guarda nel tuo cuore e
ammira la sua eterna bellezza, lucida a specchio l'anima tua
se vuoi contemplare il suo fulgido volto! Il tuo Re vive in un
castello di gloria, reso splendente dalla luce solare del suo
volto. Dal cuore trae origine una via che giunge sino al Re,
ma questo non accade se il cuore è smarrito. Ammira dunque
il Re nel tuo cuore, contempla l'empireo in un atomo. Ogni
forma terrestre non è che un'ombra del grazioso Simurgh !
Se un giorno Simurgh vorrà mostrarti la sua bellezza, saprai
distinguere il suo volto in ogni ombra, al di là di ogni tuo
pensiero. Siano pure quaranta o trenta gli uccelli,56 ciò che
vedrai non sarà che l'ombra di Simurgh. Essa non è separata
da lui, e se affermi il contrario sei in preda all'errore. Poiché
sono uniti, cercali congiuntamente, ma poi supera l'ombra per
scoprirne il segreto. Restando smarrito in un'ombra, come po-
trai sperare di cogliere l'essenza di Simurgh ? Se invece sa­
prai trovare una chiave che apre la porta, vedrai il sole nel­
l'ombra e poi l'ombra svanire nel sole, e cosi sia.

Alessandro il Greco 57

Si narra che Alessandro, testimone del divino consenso, de­


cise un giorno di inviare un messaggero in un luogo remoto.
Ma poi fu lo stesso principe del mondo che, travestito da
messaggero, partì all'insaputa di tutti. Quando giunse al luo­
go stabilito, pronunciò parole che nessuno mai aveva udito:
« Alessandro manda a dire. . . ». E chi tra i mortali avrebbe
potuto immaginare che quel messaggero fosse proprio Ales­
sandro il Greco ? Più tardi, per quanto ripetesse : « lo sono
Alessandro ! » , nessuno volle credergli, essendo la sua presen­
za in quel luogo del tutto incredibile.
Il Re conosce una via particolare per ogni cuore, ma non
esiste alcuna via per un cuore smarrito. Se al di fuori della
sua reggia il Re è straniero, non darti cura : Egli è pur sempre
dentro la reggia.

Il sultano Mai:lmiid e la malattia di Ayiiz

Ayaz,55 essendo stato colpito dal malocchio, fu costretto ad


allontanarsi dalla vista del sultano. Piombò allora nella di­
sperazione e nell'impotenza, incessantemente consumandosi
nel tormento del dolore. Quando Ma�miid, principe di verità,
ne ebbe notizia, fece chiamare un servo e gli comandò di rag­
giungere Ayaz per comunicargli questo messaggio: « O tu,
separato dal tuo re, sappi che in quest'ora io ti evito giacché,
per la pena, sono ammalato di te. Se penso a te sofferente,
non so neppure chi sia colui che è malato, se tu oppure io!
Se il mio corpo fu costretto a separarsi dall'amato, il mio spi­
rito gli è vicino. La mia anima non ti ha mai desiderato a tal
punto e non vive un istante separata da te. Il malocchio ha in
verità operato crudelmente, colpendo una creatura così dol­
ce! ». E soggiunse: « O servo, parti senza indugio, guizza co­
me il fuoco, vola come il vento, non fare una sola sosta lun­
go la via, vai come pioggia che segue il fulmine, come il ful­
mine stesso ! Se farai una sosta, sia pur breve, ti sentirai stret­
to anche nei due mondi » .
Il povero servo si lanciò nella corsa come i l vento, solo fer­
mandosi quando giunse da Ayaz, ma qui vide il re in persona
al capezzale del malato. In preda a un'angoscia invincibile
disse: « Quale comportamento si ha da tenere con un re?
Egli di certo spargerà il mio sangue! ». Quindi prese a giura­
re che lungo il cammino non aveva fatto soste né cercato ri­
poso, cosl concludendo : « In verità non comprendo come il
sovrano sia potuto giungere prima di me e in ogni caso, vo­
glia il re credermi o meno, se ho sbagliato mi consideri pure
infedele ».
Il re cosl gli rispose : « Tu non hai colpa alcuna: come avre­
sti potuto, o schiavo, percorrere la mia stessa via ? Io conosco
una segreta via che in un lampo conduce a lui, giacché non
tollero neppure per un istante la sua lontananza. Se dunque
lo desidero, mi è possibile giungere sino a lui nascostamente.
Non una, ma infinite sono le vie segrete tra noi, poiché infi­
niti sono i segreti comuni alle nostre anime. Se anche a qual­
cuno, vecchio o giovane che sia, io chiedo notizie di lui, nel
cuore io dimoro costantemente al suo fianco. E anche se io
cerco pubblicamente notizie di Ayiiz, nell'intimo ne ho per­
fetta conoscenza ».

14

Gli uccelli interrogano l 'upupa

Uditi questi discorsi, gli uccelli penetrarono più profonda­


mente gli antichi misteri. Tutti finalmente compresero la loro
intima relazione con Simurgh e così nacque in loro un prepo­
tente desiderio di iniziare il viaggio, concordi e solidali . A
lungo tennero consiglio con l'upupa, non essendovi chiaramen­
te scorta migliore, e le chiesero : « O guida, come dovremo
agire lungo la via? L'impresa appare straordinariamente ar­
dua: deboli come siamo, è certo che non giungeremo mai al
termine di questo viaggio! » .
L'upupa, loro nobile guida, così rispose : « L'innamorato
non si cura della propria vita. Asceta o libertino, solo conge­
dandoti dalla vita potrai divenire autentico amante. Quando
sentirai il tuo cuore ostile all'esistenza, separati da lei e ti sa­
rà così possibile giungere alla fine della via. Ostacolo lungo
questa via è la tua stessa esistenza, dunque sacrificala! Strap­
pati gli occhi, e guarda finalmente! e se ti verrà ordinato di
lasciare la fede, se sarai esortato ad abbandonare la vita, tu
liberati di entrambe! Ripudia la fede e scrollati la vita di
dosso! E se un apostata ti dirà che ciò è peccato, tu rispondi
che amore è ben oltre fede e empietà e che non ha nulla da
spartire con l'una o con l'altra. Che importa agli amanti del
corpo o dell'anima ? Il vero amante è pronto a incendiare tut-
ti i raccolti, e se anche gli premono una lama sul collo, non
fiata neppure. Amore si alimenta con la sofferenza e con il
sangue del cuore: di vicende tormentose da sempre si nutre!
O Coppiere, versa il sangue della mia pena in un calice, e
se da me non otterrai dolore, ricercalo altrove! All'amore ne­
cessita una passione che arda impietosa, che laceri il velo del­
l'anima e poi lo ricucia. Un atomo d'amore è più prezioso
dell'intero universo; un istante di dolore è più dolce di qual­
siasi amante. Amore è l'essenza perenne di tutte le creature,
ma se non è congiunto a dolore non può ritenersi perfetto.
Agli angeli è dato amare, non soffrire; il dolore non si addi­
ce che all'uomo. Colui che risolutamente s'incammina sulla
via d'amore, supera d'un balzo fede e empietà. Amore ti apri­
rà le porte della privazione, e questa ti mostrerà la via del­
l'empietà. Amore è inseparabile dall'empietà, che è midollo
del derviscio.59 Ma quando avrai superato fede e empietà, sva­
niranno alla tua vista sia il corpo che l'anima e finalmente sa­
rai uomo pronto all'azione, giacché è necessario divenire uo­
mini per poter attingere simili segreti. Inizia il viaggio e viril­
mente osa liberarti da ogni timore! Supera fede ed empietà,
senza paura: per quanto tempo ancora vivrai nel timore? La­
scia i tuoi giochi infantili, affronta l'azione con coraggio! E se
all'improvviso cento ostacoli sorgessero sul tuo cammino, non
arretrare : lungo la via questa è la norma! » .

Shaykh San'iin

Shaykh 60 �an' an fu guida spirituale del suo tempo e uomo


di perfezione indicibile. Per cinquant'anni visse in meditazio­
ne con quattrocento perfetti discepoli che mai, o meraviglia,
né di giorno né di notte trascuravano l'ascetica regola. Fu uo­
mo di scienza e d'azione, e possedeva la rivelazione e i segre­
ti del cuore. Portò a compimento cinquanta sacri pellegrinag­
gi e infinite visite rituali. Digiunava e pregava incessantemen­
te, senza mai venir meno a un solo precetto. Le guide che
l'avevano preceduto, al suo cospetto avrebbero smarrito se
stesse. La sua scienza delle cose spirituali spaccava in due un
capello, estasi e miracoli lo accompagnavano ovunque. Chiun­
que fosse debole o malato ritrovava la salute grazie al suo
alito e per ogni creatura fu modello inimitabile nella gioia e
nel dolore.
Ebbene, questo santo maestro, esempio luminoso per i suoi
seguaci, una notte fece un sogno straordinario: si vide tra­
sportato dalla ka'ba sino in Grecia 61 e lì prese ad adorare
gli idoli. Al risveglio quell'illuminato cominciò a lamentarsi :
« Ahimè, in questo istante Giuseppe è prec1p1tato nel pozzo !

Gravi prove si annunciano sulla mia via, e non so neppure se


riuscirò a sopravvivere, e comunque preferisco perdere la vita
piuttosto che la fede. Nessuno al mondo, io credo, si trova
di fronte un simile ostacolo : se venisse superato, la via mi ap­
parirebbe chiara sino alla meta, altrimenti si allungherebbe
tra infiniti tormenti » .
Quel maestro d i saggezza volle poi parlare a i suoi discepo­
li, e così disse: « Devo agire,62 mi recherò in Grecia per scio­
gliere l'enigma di questo sogno ».
I suoi degni discepoli decisero di accompagnarlo nel viag­
gio e cosi dalla ka'ba giunsero sino alle più remote contrade
di Grecia, vagando da un capo all'altro di quell'impero scon­
finato. Un giorno passarono casualmente sotto un balcone a
cui era affacciata una fanciulla, una cristiana dal volto perva­
so di spiritualità, partecipe delle cento conoscenze della via,
bellezza dei cieli, splendore tra le costellazioni, sole senza tra­
monto. Geloso di quel volto, il sole stesso si avventurava sin
dentro il suo vicolo, più giallo di ogni altro innamorato. Chiun­
que legasse il proprio cuore ai riccioli di quella rubacuori, im­
mediatamente cingeva lo zunniir 63 al solo pensiero dei suoi
capelli e chi l'anima riponesse nel rubino delle sue labbra,
non camminava più con i piedi bensì sulla testa. E poiché
zefiro s'inebriava delle sue chiome muschiate, avresti detto
che la Grecia fosse divenuta una seconda Cina. I suoi langui­
di occhi sconvolgevano ogni amante, le sue sopracciglia erano
due archi di squisita bellezza e bastava che un suo sguardo
cadesse sulle anime degli innamorati per risucchiarle all'istan­
te. Le sopracciglia avevano teso un arco perfetto sulle lune
dei suoi occhi , entro cui brillava una magica pupilla che cat­
turava a falangi le anime di coloro che in essa si riflette­
vano.64 Il suo volto incoronato da riccioli splendenti era si­
mile a un tizzone di fuoco e l'umido rubino delle sue labbra
eccitava la sete del mondo. L'ebbro narciso dei suoi occhi era
vigilato da migliaia di pugnali e chi, assetato, accorresse alla
fonte della sua bocca aveva il cuore trafitto da una pugnalata.
Non v'è modo di descrivere la sua bocca, simile alla cruna di
un ago, e non la conosceva neppure chi osava parlarne. Alla
vita portava uno zunniir sottile come un capello, nel suo mento
si apriva un pozzo d'argento e come Gesù aveva sempre pa­
role vivificanti. Per lei centomila cuori erano precipitati, come
lo sfortunato Giuseppe, nel fondo di quel pozzo. Sotto i suoi
capelli splendeva una gemma luminosa come il sole, che i ric­
cioli ricoprivano di un velo nerissimo. Ebbene, non appena la
fanciulla cristiana ebbe sollevato quel velo, lo shaykh si ritro­
vò prigioniero di catene infuocate. Per quanto egli si sforzas-
se di distogliere lo sguardo, non poté evitare che l'amore per
la cristiana s'impadronisse della sua anima, e il cuore l'abban­
donò scivolando via dal suo pett� in una scia di fuoco. Quan­
to possedeva d'un tratto cessò di esistere, e a causa dell'amo­
roso fuoco il suo cuore fu avvolto dai fumi di una dolorosa
passione. L'amore per quella fanciulla lo depredò dell'anima
e da quei riccioli un fiume di empietà si riversò sulla sua an­
tica fede. Lo shaykh la rinnegò, deciso a farsi cristiano, e così
vendette la propria serenità per averne in cambio la più gran­
de infamia.65 L'amore aveva prevalso sulla sua anima e sul suo
cuore : della prima si sentì stanco e dell'altro sazio. Disse:
« Ora che la fede mi ha abbandonato, a che serve parlare del

cuore ? L'amore per la cristiana in verità è cosa ardua! » .


Quando i suoi discepoli l o videro a tal punto sconvolto, ca­
pirono che non esisteva più speranza. Ne furono talmente tur­
bati da cadere in preda ad angoscia e smarrimento. Cercaro­
no a lungo di consigliarlo, ma invano: era destino che il suo
stato non mutasse. Egli non volle ascoltare nessuno giacché il
suo dolore, in verità, non conosceva rimedio : e quando mai
un innamorato sconvolto dalla passione vorrà accettare consi­
gli, e come può essere curato un dolore che vanifica ogni ri­
medio ?
Quando la sera si confuse con i suoi neri capelli, la cristia­
na si ritirò nella sua stanza come un empio nel peccato. Sino
alla mezzanotte di quel lungo giorno lo shaykh rimase immo­
bile, con gli occhi fissi al balcone e la bocca spalancata. Ogni
luce che le stelle accesero in quella notte pareva sorgere dal
cuore sfolgorante di quel santo vegliardo. Il suo amore creb­
be all'infinito sin quando, di colpo, egli uscì da se stesso. Al­
lora distolse il cuore da sé e dal mondo, affondò il capo nella
polvere e prese a gemere. Privo ormai di sonno e di quiete,
palpitava d'amore tra i più tristi lamenti. Disse : « Questa
notte non vedrà il nuovo giorno ! La candela della mia sorte
ha cessato di ardere. Infinite notti ho trascorso in penitenza ,
ma nessuna fu simile a questa. Come morta candela più non
possiedo un solo barlume di luce : sono stato consunto da un
calore bruciante e la mia notte è incendio, il mio giorno è an­
nullato. L'intera notte ho trascorso attraversando cento incu­
bi, immerso nel sangue della mia pena, e non posso immagina­
re cosa sarà di me domani. Chiunque ebbe in sorte una simile
notte, per il resto della sua esistenza bruciò di un dolore sen­
za fine. Per tutto il giorno e la notte la febbre mi ha consuma­
to, e adesso sono giunto alla mia ora estrema. Il giorno stes­
so in cui venni creato il destino mi condannò a vivere una si­
mile notte ! Mio Dio, questa notte non vedrà il nuovo giorno,
di cosa sono forieri i suoi strani segni? È forse giunto il gior-
no della resurrezione ? O forse la fiamma della candela è sta­
ta spenta dai miei sospiri ? E colei che mi ruba il cuore si è
forse nascosta per pudore nell'alcova? La notte è lunga e ne­
ra come la sua chioma, e se così non fosse avrei tentato in ogni
modo di arrivare sino a lei! Questa notte sono bruciato dalla
passione d'amore, ma non ho la forza di sostenerne il furore.
Oh, potessi ancora descrivere lo stato di veglia oppure pian­
gere sull'oggetto dei miei desideri, potessi nuovamente riti­
rarmi in solitudine oppure bere da uomo una coppa del vino 66
che stronca! Dov'è mai la fortuna ? Che io possa desiderare il
ritorno allo stato di veglia, o che almeno ne tragga sostegno
per amare quella fanciulla ! Dov'è mai finito il mio intelletto?
Che io possa ritrovare la mia scienza, oppure con i suoi po­
teri conquistare l'amata! Dove sono le mie mani ? Con la pol­
vere di questa via mi coprirò il capo, oppure cercherò di sol­
levarmi dalla polvere e dal sangue di questa pena ! Dove so­
no i miei piedi ? Oh, potessi tornare a cercare il vicolo del di­
vino Amico ! Dove sono i miei occhi? Oh, potessi almeno ri­
vedere il suo volto ! Ma dov'è mai l'Amico ? 67 Il suo cuore mi
doni a conforto in tanto affanno e mi porga la sua mano ! Do­
ve sono finite le mie forze ? Che io possa almeno piangere e
disperarmi ! Dov'è fuggita la mia coscienza ? Che io possa
mantenermi ancora vigile! L'intelletto, la pazienza, l'Amico
mi hanno abbandonato e non so cosa sia questo amore dolo­
roso che prepotente mi domina » .
Quella notte tutti gli amici gli s i strinsero intorno, tentan­
do di lenire la sua pena. Uno di loro gli disse: « O nobile
shaykh, alzati e lava codesta tentazione nell'acqua delle sacre
abluzioni ! » .
I l maestro gli rispose: « Tu non sai, o stolto, che la scorsa
notte io ho compiuto cento abluzioni con il sangue della mia
pena! » .
E u n altro : « O santo vegliardo, se hai peccato devi pentirti
senza indugio! » .
Rispose: « M i pento soltanto d i aver preteso onori e ri­
spetto, ma ora voglio dimenticare il mio magistero e ogni al­
tra cosa vana ! » .
E un altro lo interpellò dicendo : « Dov'è il tuo tasbt� ?
Come potrai rettamente agire essendone privo ? » .
Egli replicò: « L'ho gettato per poter cingere lo zunnar dei
cristiani! » .
E un altro gli disse : « O tu, esperto di molti segreti, alza­
ti e raccogliti in preghiera! » .
Rispose : « Dov'è il mi�rab del suo bel volto ? lo non vo­
glio pregare che verso di lui ! » .
E un altro : « O santo maestro, ritirati in te stesso e adora
Iddio ! » .
Rispose : « Se i l mio idolo fosse qui presente, bello sareb­
be adorare il suo volto ! ».
E un altro : « Non provi alcun rimorso e neppure ti penti
come un vero credente? ».
Rispose : « Nessuno più di me prova dolpre per non esser­
si innamorato prima d'ora ».
E un altro : « Un demonio ti ha assalito per la via e ti ha
colpito al cuore con la freccia della ripulsa ! » .
Rispose : « A l demonio che mi sbarra la strada i o dico: " As­
salimi davvero ! " , purché lo faccia bene e alla svelta ».
E un altro : « Chiunque ne avrà notizia si chiederà per qual
motivo una simile guida ha smarrito la via » .
Rispose: « Io sono ormai libero d a lode e biasimo, h o in­
franto a sassate il vetro dell'ipocrisia » .68
E un altro : « Torna con i tuoi amici, e questa sera stessa
potremo ripartire per la ka'ba ».
Rispose: « Qui non c'è la ka'ba, ma il convento dei cristia­
ni. E io, ebbro nel convento, vigilerò sulla ka'ba! ».69
E un altro : « I tuoi amici sono afflitti per causa tua, il lo­
ro cuore si è spezzato in due parti ».
Rispose : « Purché la fanciulla cristiana sia sempre felice,
il mio cuore ignorerà la pena di qualunque altra creatura! » .
E u n altro : « Senza indugio riprendi i l cammino, raggiungi
il santuario e chiedi perdono per le tue colpe! ».
Rispose : « A lei chiederò perdono, con il capo posato sul­
la soglia della sua casa » .
E u n altro : « L'inferno è ormai sulla tua strada, m a colui
che si mantiene vigile non è destinato alle sue fiamme ».
Rispose : « Ben venga l'inferno sulla mia via! Io farò ar­
dere con i miei sospiri non uno ma sette inferni! ».
E un altro : « Non perdere la speranza nel paradiso, torn.l
s1,1i tuoi passi e pentiti del tuo peccato! » .
Rispose : « L a mia amata h a un volto celestiale : se vorrò
il paradiso potrò trovarlo in questo vicolo! ».
E un altro : « Non provi vergogna davanti a Dio? Ti scon­
giuro, abbi timore dell'Altissimo! ».
Rispose : « Iddio mi ha scagliato addosso questo fuoco, co­
me potrei liberarmene da solo? ».
E un altro : « Fuggi da questo luogo e ritrova la pace, recu­
pera la fede e torna a essere buon credente ! ».
Rispose : « Da chi si è smarrito non devi aspettarti che em­
pietà e non pretendere la fede da colui che è divenuto in­
fedele ».
Essendo inutile ogni esortazione, i discepoli cessarono di
parlare all'infelice maestro. Il velo del loro cuore fu increspa­
to da onde insanguinate, grande essendo il timore di quanto
il destino avrebbe potuto riservare loro. Finalmente il turco
del giorno, brandendo lo scudo dorato, spiccò la testa con un
colpo di spada all'indo della notte.70 E non appena questo
mondo di vanità riebbe luce dalla fonte celeste, lo shaykh si
recò in solitudine nel vicolo della fanciulla ove fu aggredito da
torme di cani. Cominciò a pregare, inginocchiato nella polve­
re della strada, e per amore di quella fanciulla divenne giorno
dopo giorno sottile come un capello. Per quasi un mese rima­
se immobile dinnanzi a quella casa nell'attesa che il sole del­
l'amato volto sorgesse. Pur essendo malato e privo della si­
gnora del suo cuore, mai distolse i suoi occhi da quella porta.
La polvere del vicolo era ormai il suo giaciglio, la soglia di
quella casa il suo guanciale.
E la fanciulla, vedendo che non s'allontanava dalla sua so­
glia, finalmente comprese che era preso d'amore per lei. Allo­
ra, fingendosi ignara di tutto, quella splendida creatura usci
di casa e gli disse: « O shaykh, come hai potuto perdere la
pace? Quando mai si è udito, o ebbro del vino dell'idolatria,
che gli asceti sostino alla porta di fanciulle cristiane? Se hai
riposto la tua fede nei miei riccioli, sappi che in cambio non
avrai che follia ».71
Lo shaykh le rispose : « Tu m'hai colto in uno stato di de­
bolezza, rubandomi un cuore che già era perduto. E ora do­
vrai scegliere : restituiscimi il cuore oppure resta con me !
Considera il mio stato, non disdegnarmi! Dimentica il tuo or­
goglio e fissa i tuoi occhi su questo vecchio straniero preda
d'amore! Non essendo il mio un sentimento effimero, o splen­
dida fanciulla, dovrai tagliarmi la testa oppure prenderla con
te per sempre! A un tuo cenno ti offrirò la mia vita e dalle
tue labbra ne avrò in dono una nuova! O labbra, o riccioli,
o vita mia e mia morte ! Il tuo meraviglioso volto è il mio uni­
co scopo, il mio vero destino. Non permettere che le volute
dei tuoi riccioli mi sconvolgano, né che i tuoi ebbri occhi
m'inebrino! 72 Il mio cuore è un rogo e i miei occhi piango­
no come nuvole. Per te ho perduto il sonno e la pace, ma
privo di te potrei vendere me stesso e l'intero universo ! Per
amor tuo ho rinunciato a ogni cosa. I miei occhi versano in­
cessantemente lacrime, né altro posso sperare da loro finché
resto privo di te. Quanto io vidi con i miei occhi , nessuno mai
ebbe a vederlo. Quel che patii nel mio cuore, chi mai ebbe
a patirlo? In esso non rimangono che poche gocce di sangue:
ma fino a quando potrò alimentarmene se il cuore mi abban­
dona? Non straziare la mia infelice anima e non calpestare
colui che si è umiliato ai tuoi piedi! La mia vita si è consu-
mata nell'attesa, ma se potrò unirmi a te sono certo di scopri­
re una nuova esistenza. Ogni notte io l'arrischio, me la gio­
co nella polvere del tuo vicolo. Con la faccia schiacciata sulla
soglia di casa tua, consumo ciò che resta della mia esistenza,
la vendo a buon mercato, per un pugno di polvere! Fino a
quando dovrò gemere alla tua porta? Aprila, unisci per un
istante il tuo respiro al mio! Io, che sono simile a un'ombra,
come potrei sopportare l'assenza di te che sei come un sole?
E sebbene io sia un'ombra tremante, balzerò come un raggio
di sole sul tuo davanzale! I sette cieli porterei tra le mie brac­
cia se tu mi degnassi d'un unico sguardo. Io vago ricoperto
dalla cenere dell'anima mia che arde d'un fuoco con cui po­
trei incendiare l'intero universo! I miei piedi sono sprofon­
dati nelle sabbie della tua passione, per brama di te la mia
mano s'è saldata a questo povero cuore. L'anima mia, che
tanto ti vagheggia, ben presto abbandonerà queste membra.
Ma sino a quando tu vorrai sottratti ai miei sguardi? ».
La fanciulla così gli rispose: «O vecchio ormai buono sol­
tanto per la canfora e il sudario, dovresti vergognarti! Come
puoi pensare di poter unire il tuo freddo respiro al mio? Tu
sei un povero vecchio, non mettere a repentaglio la tua vita!
Non inseguirmi, prepara piuttosto il tuo sudario. Tu che sei
giunto a età veneranda, pensa a procurarti il pane giacché le
tue forze non ti consentono di essere amante! Vattene! quan­
do mai potrai scoprire il regno se resti qui a farneticare, privo
persino del pane? ».
Lo shaykh replicò: « Puoi dirmi ciò che vuoi, ma io ho de­
ciso di soffrire per amor tuo. L'amore non distingue tra gio­
vani e vecchi, agisce ugualmente sul cuore di tutti».
Allora la fanciulla gli disse: « Se intendi agire lealmente.
dovrai innanzitutto ripudiare l'Islam, giacché l'amore di colui
che non somiglia all'amato ha la consistenza d'un colore o d'un
profumo».
Lo shaykh le rispose: « Tu ordina, io ubbidirò, accettando
senza riserva ogni tuo comando. O corpo d'argento, io sarò
come orecchino al tuo orecchio, ma porgimi almeno un tuo
ricciolo! ».
La fanciulla così gli propose: « Se veramente sei un uomo
d'azione, dovrai sottoporti a quattro prove: adorare gli ido­
li, bruciare il Corano, bere del vino e rinnegare l'Islam».
Lo shaykh rispose: « Acconsento per il vino, ma non chie­
dermi altro. Alla tua squisita bellezza io oserò brindare, ma
non potrò fare il resto».
La fanciulla allora gli ordinò: « Alzati e vieni a bere del
vino, e dopo avere brindato tu sarai un uomo nuovo».
Lo shaykh fu portato nel convento dei magi 73 ove gli adep-
ti erano a raccolta, rapiti nel canto di nenie. Circondata da
quella corte per lui così strana, la fanciulla gli parve ancora
più bella. Il fuoco della passione lo privò di ogni umore, i
riccioli della cristiana gli rapirono i sensi, ragione e sentimen­
ti lo abbandonarono e il respiro gli si mozzò. Dalla mano
dell'amata ricevette una coppa di vino, che bevve, e da quel­
l'istante smise di agire coscientemente. Il vino si mescolò alla
passione esasperando il suo amore per quella luna, e mentre
in bocca sentiva la saliva ribellarsi, vide le labbra di lei sorri­
denti sul calice e allora il fuoco del desiderio s'appiccò alla
sua anima e un fiume di sangue inondò il suo cervello. Chiese
un'altra coppa e bevve nuovamente, avvicinando poi al pro­
prio orecchio un ricciolo dell'amata in segno di schiavitù. Tut·
ta la sua sapienza di colpo fu annullata dal vino e il suo in­
telletto volò via come il vento e ogni conoscenza, anche la più
remota, venne cancellata dalla tavola della sua mente. Sebbe­
ne sapesse a memoria almeno cento opere pie e nella recita del
Corano fosse un vero maestro, svanì in lui ogni desiderio di
conoscenza, scacciato da una pretesa assai vana. Gli rimase sol­
tanto l'amore tormentoso per quella ladra di cuori, e in pre­
da all'ebbrezza soggiacque alla prepotenza della passione e la
sua anima si riempì come il mare del sale del desiderio. Strin­
gendo la coppa tra le mani, egli fissò il suo idolo, come in de­
lirio, e ormai vinto dalla passione tentò di accarezzare il collo
dell'amata, che prontamente lo ammonì : « Tu non sei uomo
d'azione, dell'amore possiedi soltanto le pretese, non l'essen­
za. Amore e rettitudine sono nemici e il vero amante proce­
de lungo il sentiero dell'empietà. Solo percorrendolo con pas­
so sicuro, potrai conoscere la religione dei miei riccioli tor­
mentati. Come i miei riccioli ribelli, anche tu incamminati
lungo il sentiero dell'empietà.74 E però ricorda che amare ve­
ramente non è azione passeggera: solo se saprai imitare i miei
riccioli ti concederò di abbracciarmi, altrimenti prendi le tue
cose e vattene! » .
Lo shaykh, ormai preda dell'azione amorosa, consegnò al­
l'incoscienza il proprio cuore. In precedenza, non aveva mai,
neppure per un istante, desiderato di esistere, ma ora, ebbro
e innamorato, smarrì se stesso e cadde rovinosamente, accon­
sentendo a farsi cristiano, incurante dell'infamia e contro le
preghiere di tutti. Quello che aveva bevuto era vino ben in­
vecchiato e il suo effetto fu potente : la sua povera testa prese
a girare come un compasso. Vecchio il vino e giovane l'amo­
re: cotne avrebbe potuto quel maestro rimanere insensibile?
Ormai folle e ubriaco così gridò : « O volto di luna, le forze
mi lasciano, che altro desideri da questo amante infelice? Dii-
lo! Se da sobrio non fui mai un adoratore di idoli, nell'ebbrez­
za potrei bruciare dinnanzi a loro persino il Corano! ».
La fanciulla così gli rispose : « Ora veramente tu sei il mio
uomo, riposa tranquillo perché finalmente sei degno di me.
Se prima eri inesperto nell'arte d'amare, rallegrati ora giacché
in verità tu sei maturato ».
Quando i cristiani ebbero notizia della conversione di un
così famoso shaykh, decisero di portarlo, ancora ebbro, in un
convento e qui gli ordinarono di indossare lo zunnar. Egli lo
fece, dando alle fiamme la propria khirqa, e da quell'istante
agì in coerenza con la sua nuova condizione. Il suo cuore, im­
memore della ka'ba e del magistero, ripudiò l'antica fede, do­
po aver vissuto anni e anni nel conforto della rettitudine.
Disse : « L'abiura 75 ha ucciso il derviscio che era in me,
l'amore per la cristiana mi ha vinto, costringendomi ad ubbi­
dire a ogni suo desiderio. Potrei forse agire in modo più di­
sonorevole, io che da sobrio non volli mai adorare idolo al­
cuno ? Molti a causa del vino ripudiarono prima di me la lo­
ro fede : ecco il risultato cui conduce la " madre delle turpi­
tudini " ! ».
Lo shaykh così continuò : « O fanciulla, signora del mio
cuore, che altro ho ancora da compiere, io che puntualmente
ho accondisceso a ogni tua richiesta ? Ho bevuto il vino e ado­
rato gli idoli per amor tuo: nessuno mai osò quello che io ho
osato nell'ebbrezza del tuo amore! Nessuno mai si ricoprì, per
amore, di una simile infamia. Quale uomo impazzì sino a que­
sto punto per un inganno così crudele? La mia via fu limpida
per quasi cinquant'anni, nel mio cuore liberamente fluivano le
onde del mare del mistero, finché l'amore m'assalì d'improvvi­
so ricacciandomi indietro, all'inizio del banchetto. Molti scher­
zi siffatti amore ha già giocato e altri ne verranno e già ha mu­
tato, e continuerà a mutare, la khirqa in zunnar! Sempre bru­
cia il cervello dell'apprendista d'amore, di colui che conosce
i segreti dell'invisibile e per amore si fa vagabondo! Tutto
ciò si è compiuto, ma ora dimmi: quando ti unirai a me?
Tutto ho compiuto nella speranza di questa unione, che da
sempre è lo scopo del mio amore. Sino a quando dovrò arde­
re tra le fiamme della separazione, prima d'ottenere unione e
conoscenza? ».76
La fanciulla così gli rispose : « O vecchio innamorato, sap­
pi che il mio prezzo come moglie è assai alto, e tu non sei
che un mendicante. Avresti bisogno di oro e d'argento per
sposarmi, o ingenuo, e senza denaro il tuo scopo non potrà
realizzarsi ! Ma tu non possiedi oro, e allora vattene, strin­
�endoti la testa tra le mani! Accetta del cibo, o vecchio, e
parti senza indugio ! Vai lieve come il sole, solitario e pazien­
te, abbi coraggio e accetta virilmente la tua sorte! ».
Ma lo shaykh non volle desistere : « O dolce virgulto, o
petto d'argento, tieni fede alla tua promessa ! Tu soltanto mi
rimani, o splendida creatura, e allora, non parlarmi in questo
modo, tu che a ogni istante fai nascere in me una nuova pe­
na, tu che rimbombi implacabilmente nella mia povera testa!
Per te ho bevuto il sangue del mio cuore, esaudendo ogni tuo
desiderio. Lungo il sentiero del tuo amore tutto ho perduto:
fede ed empietà, danni e benefici. Fino a quando mi lascerai
nel tormento dell'attesa? Questi non erano i patti ! Tutti gli
amici m'hanno abbandonato, disorientati dalle mie scelte o
in aperto dissidio con me. E che mai potrò fare, separato da
te e da loro, privo di cuore e d'anima? O natura angelica, io
preferirei vivere al tuo fianco all'inferno piuttosto che in pa­
radiso, ma separato da te! ».
Quella luna capì che lo shaykh era finalmente degno di di­
venire il suo uomo e, commossa dal suo dolore infinito, gli
disse : « O tormentato, il mio prezzo di moglie è che tu per
un intero anno custodisca i miei porci. E quando l'anno sarà
trascorso potremo finalmente condividere gioie e pene dell'esi­
stenza ».
Lo shaykh ubbidì al nuovo ordine dell'amata, giacché co­
lui che rifiuta qualcosa all'amato lo perde per sempre. Così
lo shaykh della ka'ba, quel santo vegliardo, accettò di custo­
dire dei porci per un intero anno. Nella natura di ogni uomo
si celano mille porci: se non uccidi i tuoi, anche tu dovrai
cingere lo zunnar dei cristiani! O non essere, forse tu ritieni
che soltanto quello shaykh dovette cadere in una simile insi­
dia e ignori che sta in agguato dentro ognuno di noi, pronta
ad alzare minacciosamente la testa all'inizio del viaggio. Se
non sei cosciente del porco che ti allevi in seno, la tua unica
scusa è l'ignoranza della via! O uomo d'azione, lungo questa
via incontrerai migliaia di porci e di idoli, ma sulla piana
d'amore dovrai uccidere i porci e bruciare i tuoi idoli; altri­
menti, come lo shaykh, subirai l'infamia d'amore!
La notizia della conversione dello shaykh s'era rapidamente
propagata con grande risonanza per l'intera Grecia. Confusi
e umiliati, gli sfortunati discepoli dovettero arrendersi all'evi­
denza, rinunciando a ogni ulteriore tentativo. Dopo l'·abiura
del maestro, tutti fuggirono in preda all'angoscia e alla di­
sperazione. Uno soltanto volle avvicinarlo e gli disse : « O tu,
dall'incerta azione, sappi che oggi stesso noi partiremo per
la ka'ba. Quali sono le tue volontà? Parlaci chiaramente: o
diverremo tutti come te cristiani, rendendo noi stessi il
miiJrab dell'infamia, oppure, benché privi del viatico per il ri-
torno, cercheremo di allontanarci da questo rovinoso cammino.
Non tollerando di saperti in questo stato, indosseremo tutti
lo zunniir dei cristiani oppure, se la tua vista divenisse per
noi insostenibile, fuggiremo lontano da te, raggiungendo la
ka'ba » .
Lo shaykh così rispose : « La mia anima trabocca di dolo­

re! Allontanatevi pure, non indugiate oltre! Finché avrò vi­


ta il mio posto è qui, nel convento, al fianco di questa fanciul­
la che vivifica il mio spirito. Sapete perché siete liberi? Fino­
ra l'azione non vi ha neppure sfiorato, altrimenti avreste con­
diviso ogni mia pena. Amici miei, io ormai ignoro la mia sor­
te, allontanatevi da me! Se chiederanno mie notizie, dite la
verità, raccontate la sorte di questo stanco viandante dagli
occhi insanguinati e dalla bocca piena di veleno, lui che è ca­
duto inerme nelle fauci del drago della soggezione. Neppure
un infedele giustificherebbe le infamie di cui io, maestro del­
l'Isliim, mi sono macchiato. Da lontano m'apparve il volto
di una cristiana, e ripudiai all'istante la fede, la ragione e l'an­
tico magistero. Mi cadde sul collo un ricciolo muliebre e im­
mediatamente il mio nome rimbalzò sulle lingue di tutti. Se
qualcuno vorrà muovermi rimprovero, a lui ricordate che mol­
ti casi simili a questo si verificano lungo la via. In questo viag­
gio senza inizio né fine, nessuno può considerarsi al riparo da
insidie e paure » .
Poi tacque e distolse l o sguardo, tornando a custodire i suoi
porci. I discepoli costernati piansero a lungo, poi si allontana­
rono voltandosi a salutarlo infinite volte. Quando finalmente
giunsero al santuario, si recarono in silenzio alla ka'ba, l'ani­
ma in fiamme e le membra tremanti. Il loro shaykh era rima­
sto in Grecia e aveva gettato al vento la propria fede. Non
sopportandone l'onta, tutti decisero di tenersi nascosti.
Lo shaykh aveva presso la ka'ba un amico, un uomo real­
mente libero, che con le pratiche devote aveva purificato le
proprie mani da ogni contaminazione mondana. Era conside­
rato veggente e guida nobilissima, e con lo shaykh era in fa­
miliarità più di chiunque altro. Quand'egli aveva lasciato la
ka'ba per il viaggio, codesto suo amico era casualmente lonta­
no, e al suo ritorno invano lo aveva cercato. E così egli chie­
se notizie dello shaykh ai discepoli, che gli riferirono ogni co­
sa, dicendo : « Oh, quale ramo acuminato gli ha trafitto il
petto, quale amara sorte gli ha riservato il destino! Incatena­
to ai riccioli d'una fanciulla cristiana, la via della fede ormai
gli è preclusa. In questo istante egli gioca all'amore con le
efelidi del suo volto, si trastulla con i suoi neri capelli ; la
khirqa ha mutato in un manto ·d'infamia, l'estasi in assurda
stasi.77 S'è allontanato da ogni devozione e fa la guardia a un
branco di porci. Quel sant'uomo, un tempo cosi pio, ha indos­
sato lo zunnar dei cristiani e s'è macchiato di quattro orrendi
delitti. Ha smarrito la propria anima nella difficile via della
fede, e tuttavia non ci è dato di comprendere le ragioni della
sua abiura » .
Mentre l'amico ascoltava i l racconto, i l suo volto diveniva
più giallo dell'oro. In lacrime si rivolse ai discepoli, dicendo :
« O impuri, in quanto a fedeltà voi foste inferiori a uomini

e donne comuni ! Infiniti amici necessitano a colui che è cadu­


to, affinché possa tornare all'azione. Se foste stati amici sin­
ceri, come avreste potuto negargli soccorso? Vergogna! Non
era forse vostro amico quell'uomo saggio e pio? Quando il vo­
stro shaykh prese lo zunnar, voi dovevate imitarlo, non ab­
bandonarlo a se stesso! Meglio sarebbe se tutti aveste abiu­
rato! Voi in verità agiste da ipocriti, perché chi vuole aiuta­
re un amico deve restargli vicino anche se ripudia la fede. È
nell'ora della delusione che si riconoscono gli amici sinceri:
nella prosperità si contano a migliaia. Quando lo shaykh cad­
de tra le zanne del coccodrillo/8 voi tutti fuggiste per paura
del disonore. Ebbene, sappiate che amore ha il suo fonda­
mento nell'infamia: colui che la rifugge è uomo immaturo ».
I discepoli così replicarono: « Quanto tu hai detto, e altro
ancora, infinite volte lo ripetemmo allo shaykh. Avevamo de­
ciso di restare al suo fianco per condividere gioie e dolori,
determinati a rinnegare l'ascesi per acquistare l'infamia, a ri­
pudiare la nostra fede per abbracciare quella cristiana. Ma il
nostro shaykh ci costrinse a tornare. Non trovando in noi al­
cun valido aiuto, egli ci respinse e noi in spirito d'obbedien­
za tornammo. Ora tu conosci tutto ciò che accadde, e nulla ti
abbiamo nascosto ».
L'amico dello shaykh cosi rispose: « Se veramente aveste
progredito nell'azione, in quest'ora voi sareste rapiti in pre­
ghiera presso la porta di Dio e immersi nella meditazione.
Fareste a gara l'uno con l'altro nel supplicare Dio affinché, ve­
dendovi in pena, vi restituisse la guida perduta. Per qual
motivo, dopo il suo abbandono, vi siete allontanati dalla por­
ta di Dio? » .
Udendo queste parole i discepoli non osavano alzare l a te­
sta, consapevoli dell'errore commesso. Ma colui, uomo assai
esperto della via, disse loro : « A che giova vergognarsi ? È ora
di agire, affrettiamoci! Dobbiamo presentarci alla corte del Si­
gnore e supplicarlo senza tregua. Indossiamo la tunica della
preghiera e raggiungiamo insieme lo shaykh! ». Tutti lasciaro­
no l'Arabia, raccolti in segreta preghiera, dirigendosi verso la
Grecia. Presso la porta di Dio piansero e implorarono instan­
cabili, per quaranta giorni e quaranta notti, durante i quali
non trascurarono neppure un ufficio e non dormirono e non
toccarono cibo né acqua . Così insistenti furono le suppliche di
quegli uomini santi che la volta celeste ne fu scossa e gli an­
geli del cielo e della terra indossarono le azzurre vesti del la­
mento. E finalmente la freccia della preghiera di colui che li
guidava colse il bersaglio.
Dopo quaranta notti quel sant'uomo, ormai straniero per­
sino a se stesso, era ancora raccolto in segreta preghiera. Di
primo mattino si levò una brezza muschiata e all'improvviso
l'intero universo si rivelò al suo cuore. Vide Mu}:tammad,
l'Eletto, venirgli incontro simile a luna, con due frange di neri
capelli di traverso sul petto. II sole del suo volto era l'ombra
stessa di Dio, i cento mondi dell'anima erano appesi ai suoi
capelli. Incedeva con grazia e con un sorriso radioso: quan­
do il sant'uomo lo vide, balzò in piedi gridando : « O Invia­
to di Dio, porgimi il tuo aiuto! O guida delle creature per
grazia del Signore, indica la via al nostro perduto shaykh! » .
L'Eletto rispose : « O tu che hai nobile ambizione, va' in
pace : in questo medesimo istante ho liberato il tuo maestro
dalle sue catene. La tua alta ambizione 79 è stata premiata » .
Non aveva neppure iniziato a parlare che già lo shaykh
era rientrato in se stesso. E l'Eletto così ancora parlò : « A
lungo tra Dio e lo shaykh si frappose una nera coltre di polve­
re e di densi vapori, che ora ho voluto disperdere dalla sua
via, affinché non continuasse a brancolare nelle tenebre. Ho
sparso sopra i suoi giorni la rugiada della mia intercessione,
e quella nera coltre si è ora dissolta. Egli si è pentito, il suo
peccato è scomparso. Ebbene, sappi che cento mondi di pec­
cato sono dissipati dal soffio del pentimento. Ogni volta che
il mare della divina benevolenza agita i suoi flutti, vengono la­
vate le colpe di uomini e donne » .
Queste parole proferì nel nome del Signore e subito dispar­
ve. Il sant'uomo quasi svenne per la gioia ed emise un urlo
così alto che i cieli ne furono scossi. Quindi diede ai discepoli
la buona novella e insieme ripresero il viaggio in gran fretta,
piangendo, finché non raggiunsero Io shaykh, guardiano di
porci. Trovarono l'anziano maestro come arso dal fuoco, sen­
za pace e però colmo di gioia. Egli comparve loro dinnanzi
stravolto e con gli occhi iniettati di sangue. Aveva gettato la
campana dei magi 80 e spezzato lo zunnàr che portava alla
vita, aveva respinto il cappello dei gabri 81 e distolto il proprio
cuore dalla fede cristiana.
Vedendo i suoi discepoli, si sentì avvolgere da un mare di
luce e provò tanta vergogna da stracciarsi la veste. Impotente,
si cosparse il capo di polvere e pianse come nuvola lacrime di
sangue. Così roventi furono i suoi sospiri che il velo del cie-
lo parve bruciare e provò tanta vergogna che il sangue gli ar­
deva nelle membra come fuoco. E di colpo ritrovò sapienza,
segreti, il Corano e ogni altra pia tradizione, che erano stati
cancellati dalla sua mente, e fu cosi liberato dalla miseria del­
l'ignoranza. Riflettendo sul proprio destino, cadde in ginocchio
e pianse. Come rosa rorida del sangue del cuore,82 in preda a
intima confusione grondava incessantemente lacrime e sudore.
I discepoli, vedendolo così dilacerato tra gioia e dolore, gli
si avvicinarono sgomenti e però disposti a offrire anche la vi­
ta per ringraziare Dio, e così gli parlarono: «O tu, esperto in
misteri insondabili, le nubi si sono finalmente dissolte dinnan­
zi al sole del tuo volto! L'empietà ha lasciato la tua via e la
fede è tornata.83 Colui che adorò gli idoli della Grecia nuova­
mente ama il Signore. Non appena il mare della divina mise­
ricordia cominciò ad agitarsi, l'Inviato volle intercedere in tuo
favore e ora che l'intero universo si profonde in infiniti rin­
graziamenti, anche tu rendi lode a Dio, non essendo questa
l'ora di piangere. Sia ringraziato il Signore che in un mare
nero di pece aprì una via luminosa come il sole. Colui che ha
il potere di ottenebrare il giorno sa anche concedere il penti­
mento a chi molto ha peccato. Quand'Egli accende il fuoco
del pentimento, fa in modo che arda tutto quanto dev'essere
arso ».
Decisero poi di rimettersi in cammino. Lo shaykh fece le
sacre abluzioni, indossò nuovamente la khirqa e con i suoi di­
scepoli ripartì per l'I:Iijaz.84
Poco più tardi il sole apparve in sogno alla fanciulla cristia­
na e cosi le parlò: «Senza indugiare raggiungi il tuo shaykh
e convertiti alla sua fede, anzi, divieni la polvere stessa dei
suoi piedi! Cosi tu, che tanto l'insozzasti, diverrai pura al suo
fianco. E se lui camminò nell'illusione sulla tua via, ora tu
nella verità seguirai la sua. Tu come una ladra lo assalisti
per strada, ma d'ora in poi camminerai sempre al suo fianco.
Essendo egli tornato nella via, tu dovrai accompagnarlo, pro­
prio tu che da essa lo strappasti. Fino a quando durerà il tuo
stato d'incoscienza? Divieni anche tu finalmente consape­
vole! » .85
Al risveglio la fanciulla sentì una luce folgorante irradiarsi
dal suo cuore. Le sante parole che aveva udito la fecero ca­
dere in preda a indicibile angoscia e fu vinta da un dolore
che la rese ansiosa di cercare, mentre la sua anima veniva in­
vasa da un fuoco indomabile. Ella portò una mano al cuore
e lo sentì venir meno: non poteva ancora sapere quale straor­
dinario seme un'anima inquieta sa generare in lui. Vide se
stessa proiettata in un mondo di miracoli, in lei nacque una
voloptà d'azione e da quell'istante sentì di essere sola.
Un mondo i cui sentieri non permettono di trovare segna­
le alcuno, costringe le lingue ignare al silenzio. Di colpo orgo­
glio, vanità e presunzione scivolarono via dalle gote della fan­
ciulla, come la pioggia dalle nubi. Gemendo e lacerandosi le
vesti ella uscì di casa e prese a vagare nella più cupa dispe­
razione, alla ricerca dello shaykh e dei suoi discepoli. Vaga­
va come una nuvola grondando sudore, e con il cuore in tu­
multo cercava le loro tracce. Era sola in quel deserto immen­
so, incapace di scegliere una direzione qualsiasi e, sfinita e
confusa, gemeva flebilmente e s'imbrattava di fango il bel
volto. Spossata dalla fatica, ossessivamente ripeteva: « O Ge­
neroso, o Tu che conosci la via e l'azione, io sono una donna
meschina e impotente, ormai straniera al mio paese e alla mia
casa. Assalii lungo la via un uomo che T'apparteneva, ma Tu
non punirmi giacché lo feci per incoscienza. Placa il mare del
tuo furore, io non ero consapevole del mio peccato, perdona­
mi, non rinfacciarmi le mie colpe , porgimi il tuo aiuto ora
che ho abbracciato la vera fede! » .
Lo shaykh fu interiormente avvertito della conversione del­
la fanciulla. Una voce gli disse: « In questo stesso istante ella
ha conosciuto la nostra corte, ha iniziato ad agire sulla nostra
via. Torna sui tuoi passi, raggiungi quell'idolo! Rimani al suo
fianco e rendila edotta dei tuoi segreti » .
Lo shaykh s i lanciò come i l vento sulla via del ritorno,
mentre i discepoli così lo redarguivano: « Hai già dimentica­
to il pericolo scampato e dopo tante sciagure provi ancora il
desiderio di giocare all'amore? In verità, impuro fu il tuo
pentimento ! » .
Lo shaykh allora informò i discepoli degli eventi e chi po­
té udirlo si sentì mancare per lo stupore. Insieme si rimise­
ro in cammino e ben presto raggiunsero la fanciulla. Il suo
volto era giallo come l'oro e la sua chioma si confondeva con
la polvere della strada, aveva il capo scoperto, i piedi scalzi
e la sua veste era ridotta a brandelli: sembrava un cadavere
abbandonato sulla via. E non appena quella luna rivide lo
shaykh, fu percosso quel suo cuore straziato, e subito svenne.
Egli bagnò il suo volto di lacrime finché la splendida creatura
non riaprì gli occhi. Allora, piangendo come una nuvola di
primavera, ella si abbandonò nelle mani di lui e si affidò to­
talmente alle sue cure. Disse: « Così grande è la vergogna
che io provo al tuo cospetto, che la mia anima è in fiamme.
Non voglio ardere più a lungo dietro il velo dell'ignoranza, e
allora sollevalo affinché io divenga pienamente consapevole.
Istruiscimi circa i principi dell'Islam, giacché voglio incammi­
narmi lungo la via. O tu, esperto di verità e guida nobilissi-
ma, fammi conoscere l'Islam, mostrami finalmente la via di
Dio! ».
Lo shaykh le illustrò i principi dell'Islam, mentre tra i di­
scepoli cresceva lo stupore. Quell'idolo smise così di apparte­
nere ai seguaci dell'illusione e i discepoli piansero a lungo
per la gioia. Avendo scoperto la via, la fanciulla, finalmente
cosciente, poté assaporare le delizie della vera. fede, ma perse
definitivamente la pace e conobbe una pena inconsolabile. « O
shaykh », esclamò, «le forze mi abbandonano, più non sop­
porto l'angoscia della separazione. Io lascio questa valle di
dolore: addio, o shaykh del mondo, addio! Trema ormai la
mia voce, sono sfinita. Perdonami e non serbarmi rancore! ».86
Così parlò quella luna e si congedò dal mondo. Possedeva
la metà di una vita e non esitò a donarla all'Amato. Quel sole
scomparve dietro le nubi e la sua anima dolce si separò dal
corpo. Ella era stata una misera goccia perduta in questo ma­
re d'illusione, ma ora tornava in eterno nel mare della verità.
Tutti dilegueremo da questo mondo come il vento; ella ci
precedette, ma noi presto la seguiremo. Simili accadimenti so­
no assai frequenti sulla via d'amore e colui che è cosciente lo
sa perfettamente. Qualunque cosa è possibile sulla via: per­
dono e disperazione, inganno e certezza. Ma la carne non può
afferrare simili segreti: come potrebbe uno sventurato coglie­
re nel segno? Questi segreti saranno intesi dall'orecchio del
cuore, non da quello della carne che è di acqua e di fango.
Sempre ci fu aspra battaglia tra il cuore e la carne: e allora
piangi, ché ne hai ben donde! Se vorrai tuffarti in quel mare
senza fondo, dovrai possedere un'agilità straordinaria.

NOTE

l Vedi nota 15 all'Invocazione.


2 Probabile riferimento all'ampia cresta che sormonta il capo dell'upupa.
3 Vedi nota 64 all'Invocazione.
4 I due biblici personaggi assurgono qui a simboli della pietà e dell'em­
pietà. Vedi anche nota 44 all'Invocazione.
5 Il Tiibii è, insieme al Sidra, un albero del paradiso islamico. È interes­
sante notare come nell' 'Aql-i surkh (L'intelletto rosso) di Suhravardi, filosofo
gnostico cui accenneremo nella Postfazione a proposito delle fonti del Man­
!iq at-Tayr, Simurgh è descritto come l'uccello che ha il suo nido sul Tiibii,
da cui si leva all'alba per volare sulla terra.
6 Vedi note 5 e 7 all'Invocazione.
7 Nel Corano il profeta preislamico :)iilil;l chiede al popolo dei Thamiid (lo­
calizzabile a nord di Medina e scomparso in seguito a un cataclisma naturale
poco prima dell'avvento dell'Isliim) di lasciare pascolare la cammella sulle terre
di Dio, ma costoro la uccidono subendo così il castigo del terremoto (VII, 73).
Latte e miele scorrono nei ruscelli del paradiso islamico, simboliche rappre­
sentazioni dei beni spirituali (XLVII, 15).
8 Il cuore è stato spesso identificato con l'intelletto nel « senso più pro­
fondo del latino intellectus, cioè della facoltà che permette di percepire il tra­
scendente,. (M. Lings, What is sufism?, London 1975, trad. it. Che cos'è il su­
fismo, a cura di R. Rambelli, Roma 1978, p. 46).
9 La teologia islamica distingue un «eterno senza fine » (abad) e un «eter­
no senza inizio ,. (azal).
IO Vedi nota 8 all'Invocazione.
I l Inizio di un passo coranico che per intero recita: «Sono Io il tuo Si­
gnore? ». È la domanda che Dio rivolge ad Adamo ricevendone in risposta il
Bali (sl) che suggella l'atto di eterna sottomissione del genere umano (vii, 172).
II motivo del patto primordiale si carica, nella poesia mistica, di suggestioni
platonizzanti rinviando all'idea di una preesistente comunione delle anime con
Dio, traumaticamente interrotta dalla « caduta ,. nel mondo fenomenico.
12 Titolo attribuito a Gesù nel Corano.
13 Il termine persiano in questione (ma'ni) appare leggibile in due sensi,
tra loro complementari: ontologicamente si riferisce alla realtà spirituale (il
Reale per eccellenza) in quanto opposto a $iirat, l'apparenza fenomenica o il
mondo delle forme esteriori (l'Illusione); gnoseologicamente si rapporta al si­
gnificato ultimo e arcano (il Mistero o il Segreto del cuore) in quanto opposto
alla verità rivelata.
14 Vedi nota 41 all'Invocazione.
15 Il paradiso islamico è spesso raffigurato in forma di piramide (o cono)
a otto ripiani, sopra la quale poggiano l'empireo e il trono di Dio.
16 Nel Corano (xv, 44) l'inferno è rappresentato con sette porte, dinnan­
zi alle quali si radunano sette distinte schiere.
17 Il pozzo in cui Giuseppe viene scagliato dai dieci fratelli (dr. Corano,
sura XII) diviene qui simbolica rappresentazione della prigione del mondo in
cui si dibattono e il mistico e l'uomo di mondo, l'uno con la consapevolezza di
doverne uscire, l'altro ignaro persino di esservi rinchiuso. Il motivo, tra i più
frequentati dai poeti mistici persiani, allude altre volte alla prigione di amo­
rose sofferenze in cui il mistico si sente rinchiuso dall'Amato, con un rove­
sciamento semantico che è tipico di molti termini-immagini di 'Aniir. Spesso
il pozzo è associato alla fossetta del mento (con analoghi significati metaforici),
assai frequente nella descrizione del volto dell'amata.
18 Gioco di parole tra miih e miihì (rispettivamente, «luna,. e «pesce»),
poetica rappresentazione spaziale degli estremi di ogni mistica esperienza. Gio­
va ricordare che il pesce è un simbolo del mondo della concupiscenza, richia­
mando il motivo del pesce-prigione di Giona, mentre la luna rimanda immedia­
tamente in tutta la poesia tradizionale al «volto di luna,. dell'amato.
19 Altro esempio di reinterpretazione in chiave mistica di un noto passo
del Corano (xxxvii, 139 sgg.), che riecheggia ampiamente il racconto biblico (Gio­
na II, l sgg.).
20 In questo apparente paradosso si compendia l'esperienza del mistico, chia­
mato ad uscire dal sé fenomenico per poter entrare nel Sé spirituale, ossia nel­
l'«alcova ,. del cuore.
21 Mitica figura, da taluni identificata con il misterioso personaggio che ac­
compagna Mosè nel suo viaggio verso la «confluenza dei due mari,. (Corano
xvm, 60), sulla quale poi molto hanno ricamato la leggenda e il culto popolare.
Il suo nome è legato all'ultimo viaggio di Alessandro nel Paese delle Tenebre,
narrato nell'lskandar-niima (Il libro di Alessandro) del poeta Ni�iimi ( 1 141-
1204), alla ricerca dell'Acqua di Vita. Nel Corano, come nella leggenda, egli è
dunque una «guida " e in questa veste è cantato anche nella poesia mistica.
22 Qui si allude al mondo dell'anima spirituale (iiin) e al mondo dell'ani­
ma concupiscente (na/s).
23 Con questo titolo sarebbe menzionato nel Corano (XVIII, 83 sgg.) Ales­
sandro il Grande, che ivi compare come colui che diffuse la fede tra i popoli
d'oriente e affrontò vittoriosamente gli infedeli Gog e Magog. Nel Corano co­
me nella leggenda orientale di Alessandro, che ha in Ni�iimi il suo massimo
cantore, confluiscono elementi e motivi tratti dal romanzo dello Pseudo-Calli­
stene, testo molto diffuso nell'oriente antico. È da ricordare infine che nell'area
semita le corna sono simbolo di potenza e prosperità, il che potrebbe spiegare
lo strano soprannome.
24 Cfr. Corano xxvii, 20 sgg.
25 Il viandante sincero si gioca la vita (ianbiizi) sulla polvere della mistica
via. Il termine persiano designa anche l'acrobazia di chi cammina su una fu­
ne sospesa a una certa altezza, immagine che può ben rappresentare la precarie­
tà esistenziale del mistico.
26 Nome di una mitica montagna che fonti avestiche e pahlaviche pongono
ai confini del mondo e che è da taluni identificata con la catena deii'Eiburz.
'l7 Simurgh, o la Fenice (nei testi avestici: Mereghu-Saena; in quelli pahla-
VICI: sené-muriik) è l'uccello, simbolo di Dio, che nidifica sull'albero della vi­
ta che sorge dal lago Varkash (identificato ora con il lago d'Arai ora con il Mar
Caspio). Nel Libro dt!i Re di Firdawsi (932140-1021126) appare come una crea­
tura dai caratteri soprannaturali e di eccezionale intelligenza che offre il suo aiuto
all'eroe iranico Rustam contro il nemico lsfandiyiir. Circa le ascendenze di
questo uccello-Dio si può 111!8iungere che richiama da vicino il genio o proto­
tipo celeste di Ahura Mazdii, il dio dell'antica religione mazdea, rappresenta­
to come un uomo alato; e in forma di uccelli erano rappresentate le /ravasbi,
modelli trascendenti delle anime umane, che secondo la tradizione mazdea ve­
gliano sul cielo e sul lago poc'anzi citato (cfr. A. Bausani, Persia religiosa,
Milano 1959, pp. 66-69).
28 Vedi nota 18.
29 Si veda più oltre la «Descrizione della valle dello Stupore».
30 Vedi nota 75 all'Invocazione.
31 Sul simbolismo di questo classico motivo della poesia persiana bastino
i versi seguenti del poeta 'Iriiqi (morto nel 1287): "Nel giardino di rose Tu
contemplasti il Tuo proprio volto con l'occhio dell'usignolo: allora risuonò il
giardino del canto dell'usignolo,. (in A. Bausani, Persia rdigiosa, Milano 1959,
p. 344); o questi di Sa'di (1184-1291): «Parla usignol dal pulpito dei rami l
Stillano perle sulla ruhea rosa l Tal sudor sulla guancia dell'amato,. (in Il ro·
Sl!to, Torino 1%5, trad. it. di P. Filippani-Ronconi, p. 45).
32 Cfr. Corano xxxiV, 10.
33 L'equivoco si regge soprattutto su un gioco di parole: il derviscio aveva
creduto che la principessa ridesse per lui («dar u khandid»), mentre invece
aveva riso di lui ("bar u khandid»).
34 Folli o libertini erano chiamati quei mistici estremisti che ricercavano
ostentatamente il pubblico biasimo, cui si accennerà nella Postfazione. La lo­
ro «santa follia,. è motivo ricorrente nella poesia mistica, caricandosi di tra­
sparenti significati simbolici: solo al folle è concesso
·
di cogliere i segni del-
l'Ineffabile.
3S Il motivo del "Dio-Pittore del mondo» pare sia d'origine manichea.
36 Anche questo tema, di origine antico-iranica ma filtrato attraverso la mi­
tologia gnostico-neoplatonica, è chiaro simbolo di Dio inteso come «fonte di
luce,. che raggiunge ogni atomo dell'universo. Una variante allo stesso motivo
sostituisce all'opposizione sole-atomi quella sole-ombre, che si trova ad esem·
pio laddove è descritta la creazione delle anime da parte di Simurgh.
37 Qr. Corano XXI, 30.
38 Probabile riferimento rispettivamente allo sperone (o al becco) e alla ca­
ratteristica striatura laterale di alcune specie di questo uccello.
39 Ancora un motivo bivalente: gawhar (gemma, perla, sostanza o essenza)
ora simbolo dell'umana vanità ora dell'essenza spirituale dell'uomo, inaccessi­
bile come la perla che si cela negli abissi marini (si veda l'ultima similitudine del
poema).
40 Secondo una leggenda che trova un'eco nel Corano (XXXVIII, 36-38), gra­
zie ai poteri magici del suo sigillo, Salomone aveva il potere di comandare i
venti e di servirsi dei iinn nelle opere di costruzione. Il complesso simbolismo
di questo anello-sigillo (in forma di due triangoli disposti in senso inverso)
merita qualche delucidazione: il vertice del triangolo superiore simboleggia la
conoscenza «diretta ,. del cuore e il vertice del triangolo inferiore (esattamen­
te opposto al primo) la conoscenza pure «diretta,. dei sensi, mentre le due
basi in posizione intermedia rappresentano la conoscenza «indiretta» della
mente che dalle altre due è originata. Ora, sebbene la conoscenza spirituale e
la conoscenza sensibile siano lontanissime tra di loro, « il messaggio di questo
simbolo ci insegna che, se vogliamo sapere a che cosa corrisponda la conoscen·
za del Cuore, dobbiamo rivolgerei ai sensi anziché alla mente, almeno per
quanto riguarda il suo aspetto diretto,. (M. Lings, What is su{ism?, London
1975, trad. it. di R. Rambelli, Roma 1978, p. 53). Il sigillo di Salomone, nel­
la sua valenza tridimensionale, è cosl un'utile chiave di lettura dei passi cora­
nici che parlano del paradiso in termini di piaceri sensuali e, più in generale,
di tutte le descrizioni dell'unione mistica in termini di amore terreno, cosl co­
muni nella poesia mistica di ogni paese.
41 Antica unità di misura di peso , di valore variabile a seconda dei luoghi.
42 Or. Corano, XXXVIII, 35.
43 Mitico uccello, identificabile con il falco pescatore o forse con la fenice,
la cui ombra, secondo la leggenda, creava i re.
44 Re persiani dell'era preislamica, le cui gesta furono cantate da Firdawsi
(932/40-1021/26) nel Libro dei Re.
4� Fondatore dell'impero ghaznavide (999-1186), la cui capitale Ghazna sor­
ge nell'odierno Afghanistan. Estese l'impero sino all'India nord-occidentale dan­
do inizio all'espansione musulmana in India, facilitata dall'estremo indeboli­
mento degli stati brahmanici o buddhisti dell'epoca. Le sue leggendarie cam­
pagne militari non gli impedirono di fare della sua corte un centro d'attrazio­
ne per artisti e letterati, tra i quali la tradizione annovera il poeta nazionale
dei persiani, Firdawsi. Nel poema di 'Attiir compare in relazione al motivo ri­
corrente del re contrapposto al mendicante, quasi sempre un sufi che gli rim­
provera l'attaccamento alle ricchezze terrene; oppure è un dispensatore di ric­
chezze, la cui fortuna terrena è metafora della «fortuna spirituale».
46 La caccia col falcone è un altro motivo classico della poesia mistica: il
falco che si leva in volo dalla spalla del re per ghermire la preda e poi torna­
re al segnale del tamburo, simboleggia il ritorno dell'anima alla primitiva unio­
ne con Dio. Riimi cosl cantava: «Innamorato di te, bo udito il suono del tam­
buro che chiama / ed ecco il falcone è tornato: il braccio del Sovrano io de­
sidero! ,. (op. cit., p. 84).
� Nel primo caso quindi il re negherebbe addirittura di avere mai conosciu­
to il suo servo; nel secondo attribuirebbe comunque a se stesso l'intero merito
della prodezza compiuta, non curandosi dell'angoscia del suo diletto.
48 Vedi nota 86 all'Invocazione.
49 Nella poesia classica le rovine sono il luogo in cui l'empio si ritira per
godere l'ebbrezza del vino lontano da occhi indiscreti; oppure il luogo in cui
sono sepolti tesori, e allora l'immagine rimanda al «tesoro,. dell'anima rac­
chiuso nelle «rovine,. del cofPO.
SO In un passo del Corano Siimiri, forse una personificazione dei samaritani
nemici degli ebrei, è colui che induce gli israeliti ad adorare il vitello d'oro
(xx, 8.5-88). La sua magia, che fa muggire il vitello d'oro, si contrappone (co­
me quella dei maghi del Faraone) alla «magia,. dei miracoli di Mosè.
51 Cfr. Corano xn, 8.5.
52 Il termine persiano in questione bi-/.Jii#l (senza risultato), che qui de­
signa il vano affannarsi dell'uomo di mondo, è altrove riferito all'esperienza
del mistico che si affanna inseguendo l'irraggiungibile Amico.
53 Questa concezione dell'unione mistica, intesa come momentanea «rifles­
sione,. dell'essere divino nello «specchio,. del cuore, fa salvo il rigoroso tei­
smo che pervade l'lsliim sunnita; tuttavia essa sembra alternarsi nelle opere
di 'Attiir con quella più estremista di una unione intesa come «identificazio­
ne», il cui più noto alfiere, I;Ialliij, fu martirizzato a Baghdad nel 922. Il cuo­
re concepito dai mistici come «centro,. metafisica dell'anima e organo della
percezione del trascendente, è altrove descritto come l'«occhio,. che scruta il
mistero. Combinando le due immagini dell'occhio e dello specchio, una poe­
sia di I:Ialliij cosl comincia: «lo vidi il mio Signore con l'occhio del cuore.
Gli chiesi: chi sei? Rispose: Te! ». Ancora, il cuore è presentato da 'Attiir con
una terza immagine: l'«alcova,. (parda) in cui il mistico si apparta con
l'Amato dopo aver combattuto la sua quotidiana battaglia con «il cane della
carne ,.. Forse è possibile stabilire una gerarchia tra le tre immagini: il cuore
del non iniziato è specchio, che però non riflette finché non acquista il nitore
necessario; il cuore dell'iniziato è specchio-occhio, il che implica l'idea di una
ricerca attiva; infine il cuore dell'amante è specchio-occhio-alcova, in quanto
implica la fusione con l'oggetto della ricerca.
54 Due immagini forti per significare la condizione abituale del mistico:
morte dei sensi e silenzio della parola.
55 «In verità, né la Tua assenza mi lascia vivere, né la Tua presenza mi è
utile. CombatterTi non mi è efficace, essere in pace con Te non mi dà sicu­
rezza,. (da I detti di Al l:lalliii, cit., p. 46).
56 Scomponendo il nome di Simurgh, si ha un gioco di parole: si (trenta) e
murgh (uccelli).
57 Vedi nota 23.
58 È lo schiavo turcomanno prediletto da Mal;uniid (vedi nota 4.5), che ri­
troviamo in parecchi aneddoti. Il loro rapporto si presta bene ad esemplifica­
re la relazione che il mistico instaura con Dio: iniziale disparità di rango, de­
dizione assoluta del servo, sua tentazione con l'ofletta di una carica che lo
allontana dal sovrano, rifiuto del servo che preferisce lo stato di soggezione,
sua elevazione al rango del sovrano. Tutto ciò importa anche una scambiabi­
lità di ruoli, come in questo aneddoto in cui è il sovrano che cerca il servo,
ossia l'equazione amante/amato = servo/signore non è verificata se non inver­
tendo l'ordine degli clementi della prima coppia, come dire che a un certo
stadio della ricerca mistica il cercatore diventa cercato e viceversa.
59 Ecco in proposito il «commento,. di un celebre sufi, Abii Sa'id ibn Abi
'1-Khayr: «Finché ogni moschea sotto il sole non sarà rovinata su se stessa, la
nostra azione non sarà compiuta; e neppure comparirà un autentico musulma­
no finché fede e empietà non saranno la stessa cosa ,._
.SO Shaykh (letteralmente «l'anziano,.) designa il superiore di un ordine
di dervisci, o più in generale colui che svolge la funzione di guida spirituale.
61 Il termine persiano rum ha un'accezione più larga, designando il terri­
torio dell'impero bizantino.
62 L'azione cui è chiamato sbaykh San'iin è chiaramente, come suggerito dal
sogno, un'empia azione. Fuor di metafora, è l'inizio reale della sua ricerca
di Dio.
63 f: la cintura che veniva portata dai non musulmani in alcuni paesi isla­
mici, simbolo della empietà mistica nella poesia classica. Cingersi con lo zun­
néir significa dunque intraprendere la via della ricerca interiore, ricercare il si­
gnificato esoterico della rivelazione. Si noti infine l'opposizione Kbirqa-zunniir.
64 Gioco di parole tra mardom (gente) e mardomak (pupilla), rintracciabi­
le anche nel significato etimologico di «pupilla ,.. Per il simbolismo della de­
scrizione del volto si rinvia alla Postfazione.
65 Il motivo dell'«infamia,. (bad-néimi) o «svergognatezza" s'inquadra
nell'ideologia maléimati.
66 Il motivo del vino approda alla poesia persiana, sin dai suoi primissimi
inizi, per il tramite della poesia araba, che cantava diffusamente il vino delle
bettole e dei conventi cristiani, ove il poeta immaginava di recarsi di nasco­
sto per provare l'ebbrezza del proibito: vino appunto, donne e musica. Que­
st'idea del poeta débauché, che singolarmente confermava la condanna coranica
dei poeti, venditori di menzogne (xxvi, 224 sgg.), è puntualmente ripresa dalla
poesia persiana, ove, reagendo con il misticismo maléimati e sviluppando for­
se quegli spunti coranici che accennano al vino offerto ai heati del paradiso da
splendidi efebi-coppieri, darà luogo a un originale connubio tra elemento ero­
tico-anacreontico e elemento mistico-iniziatico. A questo motivo è anche colle­
gabile la leggenda del divino coppiere che versando il vino a se stesso in qua­
ranta alhe successive crea il mondo, ripresa da numerosi poeti persiani, e con­
nessa all'idea di un patto primordiale tra Dio e creature nella preesistenza. Si
può aggiungere che il concetto di " ebbrezza sacra ,. può essere fatto risalire
all'antico culto mazdeo dell'haoma, bevanda inebriante usata nel rituale del­
l'antica religione iranica. Per questo e per altri motivi della poesia persiana si
veda il capitolo «Note di estetica religiosa,. in A. Bausani, op. cit.
67 Si noti che, non conoscendo i sostantivi persiani distinzione di genere,
il termine yéir (amico) qui potrebbe essere interpretato anche al femminile e
riferirsi in tal caso alla fanciulla. Del resto il «transfert " mistico di shaykb
San'iin si traduce in un'ambiguità d'immagini e di significati che è tipica di
questo genere di poesia.
68 Cioè l'ipocrisia della religione essoterica.
ffJ Lo sbaykh, con blasfemo paragone, accosta la fanciulla cristiana alla
ka'ba (come, poco prima, al mi/Jréib). L'opposizione ka'ba-convento qui è cifra
retorica dell'opposizione tra religione essoterica e religione esoterica.
70 Nella poesia classica la carnagione chiara del turco è paragonata alla lu­
ce del giorno, mentre quella bruna dell'indiano è avvicinata alle tenebre del­
la notte.
11 f: la follia dell'innamorato, ma il termine rimanda immediatamente ai
significati metaforici della « santa follia ,. _
12 Gioco di parole tra téib (voluta, spira) e tiib kardan (sconvolgere, mette­
re sottosopra). La tortuosità dei riccioli dell'amata viene messa in poetica re­
lazione con la « tortuosità,. dell'azione amorosa. Per l'altro gioco di parole sul
tema «ebbrezza,. si veda la nota 66.
73 l sacerdoti zoroastriani, come la fanciulla cristiana, svolgono in questo
genere di poesia la funzione di iniziatori spirituali guidando il viandante sul
sentiero della mistica empietà. In queste singolari figure di guide spirituali è
forse da vedere una personificazione delle facoltà superiori dello spirito (l'ani­
ma razionale) che lo guidano sino a un certo stadio della ricerca mistica, oltre
il quale la loro funzione si esaurisce cedendo il posto alle facoltà trascendenti
(il cuore). Già in Sanii'i, notava R.A. Nicholson, «l'anima razionale, simbo­
leggiata dalla guida spirituale sufi (pir, murshidl descrive se stessa come la
figlia del Logos {Intelletto Universale), che è la causa finale della creazione e
che i mistici dell 'lsliim identificano con la preesistente « Realtà,. o « Spirito,.
di Mubammad,. (op. cit., p. 2).
74 Qui la tortuosità dei riccioli dell'amata è messa in relazione con le tor­
tuosità della via mistica.
75 L'abbandono della vecchia fede è qui metafora della ricerca di una di­
mensione profonda della rivelazione coranica, cui non si addice più la « so­
brietà,. austera del maestro che ha memorizzato le parole del libro sacro ma
l'« ebbrezza,. del folle che, trasgredendo, sa cogliere l'ineffabile.
76 Qui il platonismo di 'Aniir si esprime in una perfetta ambiguità al livel­
lo di termini (origine-separazione-conoscenza-unione) e di immagini (amore ter­
reno-amore divino).
77 Gioco di parole tra biil (estasi) e mapal (assurdo).
78 Come il cane, il porco, il drago, lo scorpione ecc. è simbolo delle insi­
die dell'anima concupiscente (n��/s).
79 A questa mistica virtù è dedicato un capitolo (il XVI della 3• parte).
80 La campana e il cappello sono simboli equivalenti allo zunniir. Vedi
nota 63.
81 Forma italianizzata del persiano gabr (zoroastriano).
82 Qui ritorna il motivo del sangue del cuore, connesso con il tema «feri­
te d'amore,., alle quali il mistico cerca rimedio (darmii) nel volto dell'Amato.
Altrove lo stesso gruppo-motivo, con un rovesciamento semantico già analiz­
zato a proposito di altri termini, allude alle sofferenze che gli amori terreni
arrecano a colui che in essi cerca un conforto.
83 Anche qui occorre analizzare il significato metaforico di questa repen­
tina «riconversione '"· Facendosi empio per amore, ossia divenendo cristiano,
shaylth San'in si è liberato dalla vera empietà rappresentata, agli occhi dei mi­
stici, dalla fede tradizionale in quanto vissuta ipocritamente o intesa legalisti­
camente come complesso di riti-doveri esteriori. � questa empietà che «ha la­
sciato,. per sempre shaylth San'in per far posto alla fede nella sua dimensio­
ne interiore, esoterica, che è per definizione anti-dogmatica e incodificabile.
84 Regione dell'Arabia in cui si trovano i luoghi sacri al culto islamico.
8S Parallelamente, e si potrebbe dire specularmente, alla riconversione di
San-in, si ha la conversione della fanciulla cristiana: si direbbe, a prima vi­
sta, una variazione sul tema già analizzato della mistica empietà, a ruoli inver­
titi. Se tuttavia si accetta l'equazione simbolica fanciulla cristiana = io supe­
riore (o anima razionale) cui si è accennato alla nota 73, la cui funzione sa­
rebbe quella di smascherare l 'ipocrisia della fede tradizionale, e si considera
l'intervento «ex-machina,. di Maometto (logos, intelletto universale) che an­
nuncia la caduta del «velo,. che ottenebrava la vista dello shaylth, se ne de­
duce che la funzione « provocatoria,. della guida spirituale si è esaurita (la
fanciulla infatti muore poco dopo) e la sua «conversione,. è conferma del­
l'avvenuta liberazione di shaylth San'in che può finalmente illustrare alla fan­
ciulla (leggi: l'io superiore) i «principi dell'lslim,. (leggi: la religione esote­
rica). L'agonia e la morte della fanciulla segnano dunque la resa della ra­
gione, «la guida,., di fronte al mistero del trascendente e il passaggio a un
livello cognitivo superiore, quello che i mistici identificano nella sapientia
cordis.
86 Se si confronta il significato allegorico più superficiale del racconto (la
storia del ttaviamento di un santo ad opera della tentazione mondana rappre­
sentata da una bella fanciulla, la vittoria del santo sulla tentazione e la catarsi
di entrambi nella fede ritrovata) con il significato allegorico più prnfondo ana­
lizzato alla nota pn:cedente, se ne ricava un terzo livello simbolico le cui equa­
zioni fondamentali sono: fanciulla = guida-tentazione e eresia = salvezza-per­
dizione, ovvero risulta tutta la problematica ambivalenza dei concetti di ragio­
ne, traviamento, fede in 'Anir e insieme la notevole concentrazione-stratifica­
zione semantica della sua scrittura. Può risultare interessante verificare sull'epi­
sodio di shaylth San'in lo schema interpretativo proposto da W. Lentz per la
parabola di chiusura del MT (sinteticamente riportato alla nota 2 dell'ultima se­
zione della presente traduzione). Tale confronto conferma la struttura fonda­
mentalmente tri-partita (o tri-fasica) dell'«intreccio,. e una certa costanza di
ruoli e funzioni. simboliche, con poche significative varianti: l) co-protagonista
con San'in nelle fasi I e III è un attore collettivo (la comunità dei discepoli);
2) il ruolo di «guida,. si sdoppia nelle figure della fanciulla e dell'amico; 3) l'am­
bigua figura della fanciulla ha una sua evoluzione autonoma, oltre la fase III,
non inquadrabile nello schema.
SECONDA SERIE DI DIALOGHI

Alleanza degli uccelli

Avendo udito questo racconto, tutti gli uccelli si dichiara­


rono pronti a sacrificare persino la vita. Simurgh aveva rapi­
to i loro cuori e l'amore per lui crebbe straordinariamente.
Rompendo ogni indugio finalmente decisero d'intraprendere il
viaggio e concordemente così parlarono: «Dobbiamo sceglie­
re un capo in grado di guidarci, giacché nel viaggio avremo
necessità di una guida esperta, non potendo essere noi le gui­
de di noi stessi. Pur di uscire da questo abisso di tenebre
noi ubbidiremo alla nostra guida con tutta l'anima e non muo­
veremo un solo passo senza un suo ordine. Se sapremo real­
mente agire, la palla 1 delle nostre anime rotolerà da questa
bassura di vanità sino alla montagna di Qaf e qui l'atomo ca­
drà nel sole della reale maestà e l'ombra di Simurgh si poserà
su di noi».
«Tra noi», osservarono, «non c'è nessun capo: dovremo
tirare a sorte, essendo questo il miglior modo di procedere.
Il prescelto, chiunque egli sia, verrà da noi accettato come gui­
da, divenendo grande tra i piccoli».
Avendo deciso di affidarsi al destino, ritrovarono finalmen­
te la pace e nel silenzio tirarono a sorte: questa cadde degna­
mente sull'upupa, l'innamorata. Allora tutti la elessero loro
guida, dichiarandosi pronti a sacrificare la stessa vita a un suo
cenno. Decisero concordemente di riconoscerla come capo e
guida lungo l'intero viaggio, così dicendo: «A lei competo­
no l'autorità e il comando e nulla le rifiuteremo, né l'anima
né il corpo! ».
Essendo divenuta il loro capo supremo, l'upupa fu imme­
diatamente incoronata e dinnanzi a ·lei infiniti uccelli sfilaro­
no lungo la via, proiettando le loro ombre dai pesci alla luna.
Ma ben presto apparve l'ingresso della prima valle 2 e a quel­
la vista uno stridio di terrore si levò dalle schiere degli uccelli,
salendo fino alla luna. Le loro pavide anime furono avvolte
dalle fiamme del timore e si strinsero gli uni agli altri, in una
confusione di ali e di piume, di teste e di zampe, disperando
di poter sopravvivere, poiché il fardello era pesante e la via
interminabile. Incredibilmente il sentiero appariva deserto e
nulla di buono né di malvagio si mostrava. Silenzio e quiete
assoluta regnavano sulla via: essa appariva perfetta, senza ec­
cesso o difetto. Un uccello chiese: «Perché la via è a tal pun­
to deserta? ».
L'upupa rispose: «Questo è un segno della potenza di
quel re».

Biyazid nel deserto

Una notte Bayazid 3 si allontanò dalla città e inoltrandosi


nel deserto sentiva il mondo spogliarsi dell'umano clamore.
La luna illuminava la terra rendend0 con i suoi raggi la notte
simile al giorno. Il firmamento era adorno dei suoi astri, ognu­
no intento alla sua particolare funzione. Per quanto vagasse
in quel deserto, il maestro non incontrò essere alcuno. Allo­
ra l'inquietudine s'impadronì della sua anima: «Mio Dio»,
esclamò, «il mio cuore è prigioniero dell'angoscia: perché
mai una simile corte, segno della tua infinita maestà, è così
vuota di esseri che ti bramano? ».
Una voce dall'invisibile gli rispose: «O tu, che percorri la
via nello stupore! sappi che il Re non concede udienza a
chiunque. La dignità di questa corte esige che i miserabili e i
questuanti non varchino la sua soglia. Quando la nostra glo­
riosa reggia proietta la sua luce sul mondo, ignari e dor­
mienti ne vengono. scagliati lontano. Per lunghi anni gli uo­
mini della via vissero nell'attesa prima che uno solo, tra mille,
conoscesse l'Amico».

Gli uccelli consultano la loro guida

Gli uccelli, spaventati dalla visione della via, trasudavano


sangue dalle ali e dalle piume, respirando affannosamente.
Vedevano la via, ma non il suo termine; si figuravano il do­
lore, ma non il rimedio. Il vento del distacco 5 soffiava così
violento da frantumare la volta celeste. Come avrebbe potuto
un comune uccello affrontare un simile deserto, che neppure
il pavone dei cieli sarebbe stato in grado di misurare nel suo
volo?
Temendo le insidie della via, gli uccelli decisero di tenere
consiglio in un luogo convenuto. Qui, ancora sconvolti, rivol­
sero all'upupa domande dettate dalla prudenza. «O tu che
conosci la via», disse il primo, «spiegaci come potremo pre-
aentarci a corte senza conoscerne l'etichetta. Tu a lungo di­
morasti presso Salomone, calcando i tappeti della sua meravi­
gliosa reggia, tu conosci perfettamente le regole del servire, i
luoghi sicuri e quelli pericolosi. Tu hai sperimentato alti e
bassi di questo viaggio, poiché molto hai viaggiato per il mon­
do. Ecco dunque la nostra opinione : essendo tu la nostra gui­
da, sali senza indugio sul pulpito e istruisci la tua gente sui
preparativi del viaggio. Illustraci le norme e l'etichetta delle
corti regali, giacché non possiamo rimanere nell'ignoranza.
Ognuno di noi ha il cuore colmo di dubbi, mentre per un si­
mile viaggio il cuore deve esserne sgombro. Esponendoti le
nostre paure, estirperemo il dubbio dai nostri cuori. Per pri­
ma cosa, dunque, sciogli i dubbi che ancora ci frenano, affin­
ché si possa partire col piede giusto. Ben sappiamo che la via
è lunga, e non è quindi possibile continuare a tormentarci nel
dubbio. Quando il nostro cuore sarà libero, voleremo a quella
corte senza esitare » .
Allora l'upupa salì sul pulpito e tenne discorso. Chiunque
la vedesse, incoronata e assisa sul trono, ritrovava il coraggio.
Davanti all'upupa centomila e più uccelli si disposero in ran­
ghi serrati, mentre l'usignuolo e la tortora s'avanzavano per
cantare i versetti del Corano. Insieme intonarono inni melo­
diosi che parvero commuovere l'intero universo. Chiunque
poté udire il loro canto perse e la pace e i sensi sperimentan­
do un'estasi particolare, quasi più non fosse né dentro né fuo­
ri di sé. E finalmente l'upupa prese a parlare e sollevò il velo
sui misteri del reale.

Della fortuna

Un uccello interrogò l'upupa: « O tu che hai preso il co­


mando, spiegaci per quale motivo vanti primato su di noi.
Essendo tu simile a noi, e noi a te, donde viene la differenza
che ci separa? Di quale peccato ci siamo macchiati, nel cor­
po o nell'anima, per cui a te spetta il vino e a noi la feccia? » .
L'upupa rispose: « O tu che chiedi, sappi che gli occhi di
Salomone ebbero un giorno a fissarmi, sia pure per pochi istan­
ti. Né con l'oro né con l'argento ho ottenuto il primato,6 bensì
in virtù di quell'unic.o sguardo. E neppure è possibile ottener­
lo con la preghiera: anche Iblis fu molto devoto! Tuttavia, se
qualcuno affermasse che la devozione non è necessaria, sia
egli maledetto in eterno! Tu non astenerti mai dalla preghie­
ra, ma non darle alcun prezzo . Per l'intera esistenza sii devo-
to, affinché Salomone un giorno ti guardi. Quando sarai accet­
tato da lui, non avrò parole in grado di celebrare la tua con­
dizione » .

Mal:tmiid e i l fanciullo pescatore

Un giorno il sultano Ma}:tmiid si allontanò dall'accampa­


mento a cavallo. Galoppava in solitudine lungo la riva di un
fiume, quando vide un ragazzo intento a pescare. Il re lo sa­
lutò e andò a sedersi al suo fianco. Il ragazzo appariva triste,
aveva il cuore in pena e lo spirito prostrato. « O fanciullo » ,
i l sultano gli chiese, « perché sei cosl afflitto? Mai mi f u da­
to incontrare una creatura più infelice di te » .
Costui rispose: « O principe magnifico, i n famiglia siamo
sette fratelli orfani di padre. Nostra madre è malata, e noi
siamo poverissimi e rifiutati da tutti. Cosl, per procurare il
cibo, io vengo qui ogni giorno a gettare la mia rete e qui ri­
mango fino a ora tarda pescando a malapena un pesce che co­
stituisce tutta la nostra cena, o principe » .
Ma}:tmiid, impietosito, esclamò: « Povero fanciullo ! Posso
pescare insieme a te? » .
Il ragazzo fu ben felice di acconsentire e subito strinsero
società. Il re gettò la rete nell'acqua ed ebbe regale fortuna,
catturando centinaia di pesci. Vedendo l'abbondanza di quel­
la pesca, il ragazzo esultò : « Oh, quale fortuna ho meritato!
In verità codesta fortuna straordinaria mi appartiene, giac­
ché tutti questi pesci sono caduti nella mia rete! » .
Ma il re l o interruppe : « Non dispiacerti, o fanciullo, se
ora ti rendo manifesta la ragione di questa pesca straordina­
ria. La tua fortuna proviene da me, perché il re in persona si
è fatto pescatore al tuo fianco » .
Cosl parlò e risall immediatamente a cavallo, ma i l ragaz­
zo gli gridò: « Prendi almeno la tua parte! » .
E i l re replicò : « La mia parte di oggi è tua, ma quanto
sarà pescato domani sarà mio. E proprio tu, domani, sarai
la mia preda che non spartirò con nessuno » .
Il giorno seguente, tornato a palazzo, i l re s i ricordò del
suo socio, e immediatamente ordinò a un ufficiale di chiamar­
lo a corte. In virtù del loro patto il re lo fece sedere sul tro­
no. Ma un uomo invidioso volle obiettare : « Sire, costui è un
miserabile! » .
I l r e rispose : « Chiunque egli sia, è pur sempre i l mio so­
cio; avendolo accettato una volta, non posso più rifiutarlo » .
Questo disse , e l o parificò al suo rango. Un curioso volle
chiedere a quel ragazzo : « Come ti fu possibile trovare una
simile fortuna ? >>
E quegli rispose : « La gioia giunse a me e la tristezza lasciò
il mio cuore solo perché un dispensatore di fortuna 7 mi pas­
sò a fianco » .

U n sufi vede i n sogno un assassino

Un re ebbe a punire con la morte un assassino. La sera stes­


sa quello sventurato comparve in sogno a un sufi: passeggia­
va sorridente per i giardini dell'Eden camminando serenamen­
te e con grazia. Il sufi gli chiese : « Ma tu non fosti un assas­
sino sempre intento a tramare ogni sorta di delitti? Come ti
fu possibile entrare in questo giardino? Tu non dovresti es­
sere qui dopo aver commesso cosi numerosi crimini sulla
terra! » .
Colui gli rispose : « Nel momento i n cui i l mio sangue ve­
niva sparso sulla polvere, un amico sconosciuto mi passò vi­
cino e segretamente quell'esperto viaggiatore mi fece un cen­
no con gli occhi. Ebbene, tutti questi onori e cento altri io
ottenni in virtù di quell'unico sguardo » .
Quando u n dispensatore di fortuna posa i l suo sguardo su
una creatura, apre alla sua anima la via di infiniti misteri.
Se lo sguardo di un simile uomo non cadrà su di te, come
potrai avere coscienza di esistere ? Rimanendo chiuso nella
tua solitudine non ti sarà possibile affrontare la via. Una
guida ti è necessaria, non pretendere di viaggiare in solitudi­
ne, non inoltrarti in questo mare come un cieco ! Lungo la
via hai bisogno di una guida, che in ogni frangente sappia
offrirti protezione. Se non conosci la via che conduce fuori dal
pozzo, come puoi sperare di trovarla da solo? I tuoi occhi so·
no ciechi e questa via non è breve e solo un maestro potrà
guidarti. Colui che riparò all'ombra di un dispensatore di for­
tuna non ebbe mai da vergognarsene. Chi poté godere di una
simile fortuna, vide nella propria mano le spine trasformarsi
in rose.

Mai)miid e il taglialegna

Un giorno Ma�miid si allontanò dal proprio esercito par­


tendo in solitudine per la caccia. Sulla via incontrò un vec­
chio taglialegna che procedeva con il suo asinello, e proprio
in quell'istante il carico dell'animale si rovesciò sull'uomo fe­
rendolo alla testa. Quando Ma�miid vide l'infelice a terra e
la legna sparpagliata e l'asino prostrato, accorse sollecito e
disse : « O sfortunato, desideri aiuto ? ».
Quegli rispose : « O cavaliere, ne ho davvero bisogno ! Se
mi aiuterai, io ne otterrò vantaggio e tu non ne avrai danno.
Dal tuo bel volto ho tratto un favorevole auspicio, giacché la
grazia non è estranea alla bellezza » .
Allora il re scese da cavallo e con le sue mani di rosa pre­
se a raccogliere gli sterpi. Quel nobile principe ricompose il
carico sulla groppa dell'animale, poi risalì a cavallo tornan­
do al galoppo verso l'accampamento. Qui giunto disse ai sol­
dati: « Tra poco passerà un vecchio taglialegna con il suo asi­
no carico di sterpi. Chiudetegli il passaggio da ogni lato, af­
finché il suo sguardo venga a incrociare il mio ».
I soldati si disposero lungo la strada percorsa dal vecchio,
costringendolo a dirigersi verso la tenda del re. Il pover'uo­
mo pensava: « Con un simile asino, così magro, come potrò
sfuggire a questi crudeli soldati? ».
Tremante di paura scorse la tenda regale e si avvide che lì
era costretto a dirigersi. Con il suo asino giunse finalmente al
cospetto del re, e quando lo riconobbe provò infinita vergo­
gna. Sotto la tenda poté ammirare il bel volto a lui noto e in
ginocchio pregò: « Mio Dio, chi mai potrà credermi? Mi sono
fatto servire da Mal;tmiid in persona! » .
Il re gli chiese : « Mio povero amico, dimmi: qual è i l tuo
mestiere? ».
E il vecchio rispose: « Tu lo sai bene, non fingere d'igno­
rarlo ! Non trattarmi come uno sconosciuto, io sono il povero
taglialegna che incontrasti e che incessantemente vaga per il
deserto in cerca di sterpaglie per venderle, ma il mio asino è
sempre a pancia vuota. Puoi donarmi un tozzo di pane? » .
Il r e così rispose: « Mio caro vecchio, dimmi i l prezzo del­
la tua legna, giacché voglio pagartela in oro ».
E il vecchio gli disse : « Mio re, non potrai comperarla a
buon prezzo. Non intendo venderla per meno di dieci bor­
se d'oro ».
I soldati a quel punto intervennero : « Taci, o stolto ! Non
valgono più di due soldi . Modera le tue pretese! » .
Ma il vecchio replicò : « È vero, in sé non valgono più di
due soldi, ma il loro valore muta per l'eccellenza del compra­
tore. Poiché le mani di un fortunato si posarono su questi
sterpi, essi si trasformarono in mazzi di rose. Chiunque voglia
ora acquistarli, dovrà sborsare per ogni mazzo una moneta
d'oro. Per un caso fortuito il prezzo dei miei sterpi è immen­
samente salito, avendoli il re toccati con la sua mano. Benché
questi siano solo infimi sterpi, in virtù della sua mano ora
valgono cento vite » .
Udite queste parole, il re fece consegnare al vecchio una
grande quantità d'oro, e i soldati a loro volta gli offrirono,
ognuno secondo il suo rango, innumerevoli doni. Il re gli do­
nò non meno di diecimila denari, affinché questa vicenda rima­
nesse scolpita nella memoria di tutti.

Della ricerca

Un altro uccello così si rivolse all'upupa : « O tu che sei


nostro sostegno e rifugio ! Come potrei intraprendere, debole
come sono, un simile viaggio ? In verità io sono privo di for­
ze, giammai potrò affrontare un cammino così impervio. Que­
sta valle è interminabile e la via tortuosa, sono certo che mo­
rirei alla prima stazione. La via è costellata di vulcani innu­
merevoli, non è questa impresa che si addica a chiunque! In­
finite teste rotolarono come palle su questa via e fiumi di san­
gue furono versati in questa vana ricerca. Migliaia di chiari
intelletti hanno qui piegato la fronte, e chi non lo fece cadde
battendola a terra. Al termine di una simile via, lungo la qua­
le uomini di fede sincera si nascosero il volto con il velo del­
la vergogna, che resterà di me se non un pugno di polvere?
Se mi decidessi a partire, sono certo che morirei tra lamenti
indicibili » .
L'upupa rispose: « O infelice, fino a quando terrai i l tuo
cuore in catene ? Essendo infimo il tuo valore, che tu vada o
che tu resti non fa differenza. Il mondo è ovunque immondi­
zia e in esso le creature periscono a ogni porta, consumandosi
infelici a migliaia come gialli vermi. Morire durante questa
ricerca non è forse preferibile al soffocare nell'immondizia?
E se anche la ricerca, la mia o la tua, si rivelasse un errore
e io ne morissi per l'angoscia, sarebbe comunque giusta e me­
ritoria. Poiché infiniti sono gli errori degli uomini, uno in
più non modifica nulla. Colui che agogna all'infamia d'amore
è senza alcun dubbio migliore di chi spala rifiuti o succhia il
sangue dei suoi simili. Innumerevoli creature vivono nell'in­
ganno, inseguendo il cadavere di questo mondo, e di certo la
passione per la ricerca è meno diffusa della frenesia di menzo­
gna; ma tu non tenerne alcun conto e sarà rasserenato il mio
cuore. Se tu nell'inganno confondi ogni cosa, quando mai nel­
la ricerca saprai mutare il tuo piccolo cuore in mare immenso ?
E se qualcuno dirà che questo desiderio è vana presunzione
e che non è possibile giungere là ove nessuno è mai giunto,
ebbene tu rispondi che è azione più nobile offrire la vita stes-
sa per siffatta presunzione che attendere agli affari mondani » .
Tutto ciò abbiamo visto e udito, ma non ci separammo per
un istante da noi stessi. Quanto a lungo dovemmo patire a
causa dei figli del mondo! Fino a quando saremo uniti a que­
sta turba di empi e di miserabili ? Se non saremo morti a
noi stessi e al mondo, l'anima non uscirà dalla nostra gola!
Colui che non è morto al mondo è un cadavere, e non è tra
gli intimi di questa alcova,8 poiché solo un'anima consapevole
può diventarlo. Colui che è vivo per il mondo non sarà mai
un viandante. Se sei un uomo d'azione inizia il viaggio, smetti
ogni femminea fantasia ! Solo se la tua ricerca sarà empia po­
trà dirsi azione e non effimera avventura. Sull'albero dell'amo­
re i frutti sono privi di foglie ed esorto colui che possiede fo­
glie ad aprire gli occhi! 9 Quando amore si insinua nel petto
di un uomo, gli ruba l'esistenza per far vivere il suo cuore.
Questo dolore getta l'uomo nel sangue, lo scaglia lontano dal
velo d'illusione, lo priva della pace con se stesso, lo strazia
e poi pretende il riscatto! Se gli offrirà da bere, sarà un calice
di lacrime; se gli offrirà cibo, sarà pane imbevuto di sangue.
E se egli sarà più debole di una formica, amore gli donerà ad
ogni istante nuova energia. Quando l'uomo osa avventurarsi
in un mare così insidioso, non può ingoiare un boccone che
non sia intriso nell'affanno.

Shaykh Khirqiini si reca a Nishiipiir

Shaykh Khirqani 10 mentre si recava a Nishapiir s'ammalò


per i disagi del viaggio. Per un'intera settimana giacque, rag­
gomitolato nei suoi stracci, a un angolo della strada, affamato
e senza cibo. Alla fine esclamò: « Mio Dio, donami un pezzo
di pane affinché io possa proseguire il mio viaggio! » .
Una voce dall'invisibile gli rispose : « Dovrai spazzare tut­
ta la polvere della piazza di Nishiipiir per averlo. Quando
avrai compiuto il lavoro troverai un mezzo chicco d'oro con
il quale potrai acquistare del pane » .
Lo shaykh così rispose: « Se possedessi una scopa e un se­
taccio non avrei difficoltà a procurarmi un pezzo di pane, ma
non mi rimane neppure una lacrima per piangere; suvvia,
porgimi un pezzo di pane senza darmi altra pena, non suc­
chiare il mio sangue! » .
E l a voce : « Non l'otterrai facilmente, comincia a spazza­
re se vuoi questo pane ! » .
I l santo vecchio s i allontanò d a quel luogo e tanto pianse
e implorò che qualcuno finalmente gli imprestò una scopa e
un setaccio. Prese poi a spazzare la polvere facendo arretrare
il deserto e finalmente rinvenne il chicco d'oro. Al colmo del­
la felicità corse nella bottega del fornaio per acquistare la so­
spirata pagnotta, ma proprio allora lo shaykh s'accorse di
avere smarrito la scopa e il setaccio. Un fùoco d'angoscia av­
volse l'anima del santo vecchio che si precipitò fuori della
bottega urlando e piangendo : « Esiste qualcuno più sventu­
rato di me? Privo di denari come sono, in che modo potrò ri­
sarcire la perdita? » .
Prese quindi a vagare come u n folle per l a città, gravemen­
te oppresso, e solo quando ebbe toccato il fondo ritrovò come
per incanto la scopa e il setaccio. Finalmente rasserenato, lo
shaykh cosl pregò: « Mio Signore, perché mi rendi il mondo
cosi ostile? Hai trasformato in veleno il mio pane! Riprendi­
Tela pure, e con lui la mia vita! » .
L a voce gli rispose: « O natura insaziabile, nessun pane
può essere apprezzato senza companatico. Tu procurasti il
primo e lo aggiunsi il secondo, e per questo considerati i n
debito! » .

U n folle ignudo

Un folle dal cuore illuminato vagava seminudo tra la fol­


la, così pregando : « Mio Dio, donami una bella veste, rendi­
mi felice come le altre creature! » .
Una voce dall'invisibile gli rispose: « Non t i ho donato
forse il tepore del sole? Sii dunque contento! » .
M a quegli insisteva: « Mio Dio, fino a quando continuerai
a tormentarmi? Non hai da darmi abito migliore del sole ? » .
L a voce allora gli disse: « S e desideri che t i doni una veste,
dovrai pazientare ancora dieci giorni » .
Trascorso questo tempo, u n mendico gli portò una veste di
stracci, formata da mille pezzi diversi, essendo il donatore
un miserabile senza pari. Quel sant'uomo nuovamente si la­
mentò: « O Custode dei segreti, in tutto questo tempo sei
stato soltanto capace eH cucire questo straccio? Le tue vesti
sono forse bruciate, per dover raffazzonare tutti questi bran­
delli? Almeno centomila ne hai cuciti insieme; da chi hai ap­
preso quest'arte? » .
Non è facile l'azione che conduce a quella corte: è neces­
sario ridurre se stessi a granelli di polvere. Oh. quanti ven­
nero a corte da lontano, arsi dal fuoco e accesi dalla luce, ma
raggiunta la meta al termine della loro esistenza, scoppiarono
in singhiozzi non riuscendo a vederla.
Ribi'a visita la ka'ba

Rabi'a, che per la sua nobiltà fu detta « Corona degli Uo­


mini »,1 1 camminò per sette anni lungo la via della ka'ba. Or­
mai prossima al santuario, sentendo la meta vicina esclamò:
« Finalmente ho concluso il mio pellegrinaggio! »
Quell'eletta voleva entrare subito nel sacro recinto, ma pro­
prio allora le donne al suo seguito cominciarono ad accampa­
re pretesti. Ritornando sui suoi passi Rabi'a così pregò: « O
Glorioso, ho camminato per quasi sette anni e proprio ora,
in un giorno così radioso, Tu scagli sulla mia via una simile
spina. E dunque scegli : o mi concedi riposo nella tua casa
o mi permetti di ritornare alla mia! » .
Finché l'amante non diverrà simile a Rabi'a come potrà co­
noscere il Signore degli eventi? Fin quando ti dibatterai in
questo mare di chiacchiere, verrai impietosamente trascinato
dai suoi flutti, ora davanti alla ka'ba, ora ai conventi cristiani.
Ma se un giorno solleverai il capo da questo vortice profon­
do, la tua pace interiore si accrescerà immensamente. Se in­
vece vi resterai imprigionato, la testa ti girerà come la ruota
di un mulino e ignorerai il profumo della serepità e persino
il ronzio di una mosca avrà il potere di turbare i tuoi giorni.

Il folle interrogato dal principe

A un folle che giaceva riverso sul ciglio di una strada, un


principe che stava passando così disse: « Vedo che sei dive­
nuto pago di te stesso, conquistando in tal modo la serenità ».
L'altro rispose : « Ma di quale serenità vai parlando? Non
sono mai libero dall'assalto di mosche e pulci : di giorno le pri­
me mi assillano, di notte le seconde mi tolgono il sonno. Un
moscerino riuscì a insinuarsi nel cranio di Nimrud e il cer­
vello di quel poveretto se ne andò in fumo. Io forse sarò il
Nimrud del mio secolo, giacché l'Amato non mi dona che pul­
ci e mosche! » .

De l pentimento

Un altro uccello così parlò all'upupa : « lo ho molto pec­


cato! Con un simile fardello, nessuno potrebbe giungere sino
alla meta. Quando mai la mosca errabonda e infetta che io
sono potrà divenire degna di Simurgh sulla montagna di Qaf?
Come può il peccatore che ha distolto lo sguardo dalla via ri­
trovare l'intimità del suo re? » .
L'upupa rispose: « O incosciente, non disperare d'incontrar­
lo! Invoca la sua grazia e la sua magnanimirà infinita ! Se get­
ti lo scudo senza combattere, o stolto, la tua impresa diverrà
certamente più ardua! Se egli non accogliesse colui che si
pente, come potrebbe riposare la notte ? Se anche peccasti, la
porta del pentimento ti è aperta davanti. Se ti pentirai, an­
che per un solo istante, verrai colmato dei suoi doni infiniti » .

Un peccatore pentito

Un tale che s'era macchiato di ogni colpa, fece atto di con­


trizione e ritornò sulla via. Ma di lì a poco la sua carne ripre­
se vigore e costui, dimentico del pentimento, nuovamente di­
venne schiavo dei sensi. Così ancora una volta uscì dalla via
e si macchiò di ogni colpa. Il suo cuore infine fu preso dal ri­
morso, ma egli era talmente smarrito da non saper più come
agire. Non riuscendo a sfuggire alla propria inconcludenza,
provò nuovamente il desiderio di pentirsi e tuttavia gli man­
cava il coraggio: giorno e notte, come grano sulla padella, il
suo cuore bruciava e i suoi occhi lacrimavano sangue, al pun­
to che avrebbero potuto lavare la polvere che si posava sul suo
cammino.
Un giorno all'alba una voce lo chiamò per aiutarlo ad agire
con maggiore determinazione : « Il Signore del mondo ti dice
questo: " Quando ti pentisti la prima volta, ti perdonai e
accolsi il tuo pentimento. Avrei potuto punirti, ma non volli
farlo. E quando nuovamente rinnegasti il tuo pentimento,
fui indulgente con te, non M'adirai. Se ora desideri bussare
ancora una volta alla mia porta, ebbene fallo, o ignaro 1 2 : è già
aperta! Ti sei emendato e lo sono qui ad aspettarti " » .

L'arcangelo Gabriele geloso di un cristiano

Una notte Gabriele, « lo spirito dei credenti »!3 sostava


presso il Sidra quando all'improvviso udì il Signore gridare :
« Eccomi! » .
« Uno dei suoi servi » , pensò Gabriele, « deve averLo in­
vocato. Non so chi sia, ma certamente deve essere un servo
eccellente. Probabilmente la sua carne è morta, ma il suo
cuore dev'essere più vivo che mai! » .
Fu subito preso dal desiderio di conoscerlo, ma nei sette
cieli non raccolse notizia di lui. Invano vagò per terre e per
mari, e neppure lo vide in mezzo ai deserti né sulle montagne.
Stava ritornando al suo Signore quando nuovamente udl quel
grido: una folle gelosia sconvolse allora la sua mente e anco­
ra una volta si lanciò in affannosa ricerca per il mondo. Non
riuscendo in alcun modo a trovarlo, l'arcangelo si rivolse a
Dio e Gli chiese : « Mio Signore, mostrami la via che conduce
a quell'uomo! » .
L'Altissimo gli rispose : « Recati in Grecia, colà l o vedrai
in un monastero cristiano ».
Gabriele prese congedo e in breve tempo raggiunse quel­
l'uomo, sorprendendolo nell'atto di adorare gli idoli. L'arcan­
gelo si indignò a quella vista e tornò a Dio protestando : « O
Tu che basti a Te stesso/4 svelami questo mistero : perché mai
Ti degni di rispondere a colui che adora gli idoli in un conven­
to cristiano? ».
L'Altissimo cosl gli rispose: « Il suo cuore è avvolto dalle
tenebre, e per questo ignora di aver smarrito la via. Poiché
quello sventurato ha errato nell'incoscienza lo, che so tutto,
ho deciso di riportarlo sulla via. Lo condurrò sino al mio co­
spetto, la mia grazia intercederà per lui ».15
Ed Egli aprl la via della sua anima e gli dischiuse le labbra
perché potesse innalzare lodi al suo Creatore.
Sappi che questa è la sorte del popolo di Dio : ciò che in­
contra sulla via è senza ragione apparente. Se tu non hai nul­
la da portare a quella corte, non angosciarti perché nulla è
perduto. Non tutti raggiungono la vera rinuncia, e il viatico
per quella corte non è acquistabile con il denaro.

Un sufi a Baghdad

Un sufi camminava per le vie di Baghdad quando udì una


voce gridare: « Miele, ho molto miele e lo vendo a buon mer­
cato, fatevi avanti! ».
Quel sufi gli chiese: « Buon uomo, me ne doneresti solo
un poco ? ».
Ma quello rispose: « Sta' lontano da me, sei forse impazzi­
to? Chi mai darebbe qualcosa per nulla? ».
Una voce invisibile avverti il sant'uomo : « O sufi, vai ol­
tre, allontanati di un passo! Noi per nulla ti daremo tutto,
e se vorrai di più ti daremo anche quello! ».
' La divina benevolenza è come un sole ardente, che si effon­
de sino al più piccolo degli atomi dell'universo. Ma la miseri­
cordia di Dio si scontrò un giorno con l'intransigenza di un
profeta verso un infedele.
Mosè e Qiriin

Iddio disse un giorno a Mosè : « Settanta volte Qariin 16 ti


invocò tra i lamenti, eppure non ti degnasti di rispondere. Se
una sola volta si fosse rivolto a Me per supplicarMi, avrei
estirpato la malapianta dell'idolatria dalla sua anima, rivesten­
do il suo petto con l'abito della vera fede. Tu lo facesti mo­
rire tra mille tormenti, tu stesso scavasti la fossa a quello
sventurato! Ma se fossi stato tu il suo creatore, non l'avresti
tormentato a quel modo » .
Colui che è benevolo con i malvagi, ricolma i misericordio­
si della sua grazia. L'oceano della sua misericordia non rifiuta
nessuno, nel suo seno le nostre colpe sono come gocce di nu­
vola. Chiunque goda di un simile dono come può essere of­
feSo dal peccato? Ma colui che si macchia con i vizi dei pecca­
tori, si pone alla testa dell'esercito degli empi.

L'asceta e il libertino

Un uomo, che aveva condotto una vita dissoluta, era morto


e la sua bara veniva trasportata per le vie della città. Un asce­
ta la vide passare e si fece da parte, pensando che non si do­
vesse pregare per chi in vita era stato un libertino.
Quella stessa notte il defunto gli apparve in sogno: era in
paradiso e il suo volto aveva il fulgore del sole. L'asceta gli
chiese: « Come hai potuto, proprio tu, ottenere un simile
premio, tu che sguazzasti nel peccato finché avesti vita, im­
merso in ogni genere di sozzura? Non è possibile, con i pec­
cati che hai commesso » .
Il libertino gli rispose: « Fu proprio perché tu non ave­
sti pietà di me che il Creatore volle usarmi misericordia » .
Considera con quanta saggezza opera Amore: prima rifiuta
e poi perdona ! In una notte nera come le piume di un corvo,
la sua saggezza abbandona sulla via un fanciullo con un lume.
Quindi suscita contro di lui un vento furioso a cui ordina di
spegnere la fiamma e infine sorprende quel fanciullo chieden­
dogli : « O stolto, perché hai spento il lume ? ».
E cosi Egli si rivolge a quel fanciullo per biasimarlo e per
mostrargli misericordia. Se tutti fossero immersi nella pre­
ghiera, la sua saggezza non sarebbe unita ad amore. L'opera
della divina sapienza non è perfetta se non si accompagna ad
amore e, in verità, cosi da sempre si manifesta. Non una sol­
tanto, bensi mille saggezze troverai sulla sua via, e un'unica
goccia di quella saggezza è un mare di misericordia. O amico,
i sette celesti compassi incessantemente ruotano per te e le
preghiere dei santi splrltl per te sono recitate. Il paradiso e
l'inferno non sono che un'immagine riflessa della grazia e del­
l'abiezione che vivono nel tuo stesso spirito.1 7 Le schiere de­
gli angeli ti si prostrano dinnanzi, totalmente votate al tuo
servizio. E allora non disprezzarti, non essendo concepibile
un essere che ti sia superiore. Il tuo corpo è solo una parte,
ma l'anima tua è il tutto: non svilire te stesso nell'abiezio­
ne ! Non appena il tutto cominciò a risplendere, si manifestò
anche la parte : l'anima si mosse e le tue membra comparve­
ro. Il corpo non è disgiunto dall'anima, bensì ne è una parte
e similmente l'anima non è separata dal tutto, bensì ne parte­
cipa. Tuttavia poiché non esiste quantità lungo la via, non è
possibile parlare di « parte » e « tutto »}8
Dunque ogni azione che compirono gli angeli fu operata
per tuo beneficio. Il Creatore riverserà su di te in dono per­
petuo le loro infinite preghiere.

Il discorso di 'Abbiisa

'Abbiisa 19 una volta ebbe a dire : « Nel giorno del giudi­


zio le creature si daranno atterrite alla fuga. Ribelli e incoscien­
ti avranno il volto sfigurato dalla colpa e la folla degli ingiu­
sti vagherà in preda a smarrimento e rimorso.
Allora Iddio, l'Altissimo, dalla terra sino al nono cielo riu­
nificherà le preghiere che l'angelica schiera ha recitato in cen­
tomila anni, riversandole su questa turba terrena. E se gli an­
geli diranno : " O Signore, perché questa turba dovrebbe pre­
cederei ? " , Iddio, l'Altissimo, risponderà loro: " O puri spiri­
ti, poiché voi non ne avrete né vantaggio né danno, non è for­
se preferibile che siano i peccatori a beneficiare delle vostre
preghiere ? " » .
Il colore per sua virtù vince ciò che è incolore.

Deli'effeminatezza

Un altro uccello disse all'upupa : « Io ho natura femminea ,


sono un uccello che a ogni istante muta ramo : ora sono liber­
tino, ora asceta, ora in preda all'ebbrezza. In definitiva io so­
no e non sono. Se la carne mi trascina in una taverna, un
istante più tardi l'anima m'innalza alla preghiera. E se a vol­
te la carne fa apparire il demonio sul mio cammino, altre vol­
te un angelo mi guida lungo la via. Ondeggiando tra diversi
stati, io vivo smarrito: come posso agire finché rimango pri­
gioniero di simili catene? » .
L'upupa rispose: « O tu, che vaghi confuso lungo l a via,
sappi che a tutte le creature il re impose la tua stessa legge.
Qualità opposte si ritrovano in ognuno di noi, giacché uomi­
ni di un'unica qualità sono assai rari. Se tutti sin dal princi­
pio fossimo puri e incontaminati, a che servirebbe la missio­
ne dei profeti? Non s'adagi il nostro corpo in mollezze e pia­
ceri, affinché la carne non sia indotta a una vita ribelle. O
tu che alberghi nella fornace dell'incoscienza, tu sei il pane
dell'amato! Le lacrime sono come il cinabro dei segreti del
cuore 20: cos'è mai la sazietà se non la ruggine del cuore ? Ma
tu che da sempre nutri il cane dei desideri, sempre sarai gem­
ma effeminata » .

Shibli nella casa degli effeminati

Un giorno Shibli 21 scomparve da Baghdad. I suoi discepoli,


in preda all'angoscia, lo cercarono ovunque, trovandolo infine
nella casa degli effeminati. Se ne stava in compagnia di quelle
creature scostumate, con gli occhi umidi e le labbra riarse.
Uno dei discepoli gli chiese: « O nobile maestro, che fai tu,
il ricercatore dei segreti, in un luogo come questo? Degnati
di spiegarci ! » .
« Queste creature » , rispose, « appartengono senza alcun
dubbio alla schiera degli incontinenti , e non sono né uomini
né donne sulla via del reale. Ma io somiglio loro : sulla via
della fede non sono ancora né uomo né donna. Fino a quan­
do dovrò languire in un simile stato? Io mi sono perduto nel­
la mia miseria e provo vergogna della mia virilità presunta ».
Colui che seppe sacrificare la propria vita, distese la barba
sulla mensa dell' Amico.22 Da uomo autentico scelse per sé
l'umiltà, lasciando la gloria ai più deboli. Se cercherai di ap­
parire più grande di un capello, diverrai ai tuoi occhi più
spregevole di un idolo. Se lode e rampogna per te sono cose
diverse, non sei altro che un volgare fabbricante di idoli ! Se
sei un uomo di Dio, non puoi imitare Azar.23 Nobile o vile
che tu sia, non esiste rango più elevato di quello del servo
di Dio. Sappi servire, non avere altra pretesa ! Diventa un
uomo di Dio, non cercare la gloria di 'Uzzii! 24 Cento idoli tu
celi sotto la tonaca : come osi presentarti al popolo nelle ve­
sti di un sufi? O effeminato, non indossare abiti virili, non
confondere te stesso!
Due sufi in tribunale

Due sufì vennero ad animoso diverbio in tribunale. Il giu­


dice li convocò in disparte e disse loro: « Non posso conce­
pire che dei sufì si abbassino a disputare tra loro. Come sie­
te giunti, voi che indossate l'abito dell'obbedienza, a questa
indegna gazzarra ? Se proprio volete abbandonarvi a dispute
e rancori, spogliatevi almeno di queste sante vesti ! Se invece
siete dei sufì, solamente la stoltezza può avervi indotto al li­
tigio. Io che sono un giudice e non certo un asceta, se fossi
in voi proverei vergogna. È preferibile per voi riconciliarvi
piuttosto che indossare indegnamente queste sante vesti » .
Finché i n amore t u non sei n é uomo n é donna, come po­
trai penetrarne i misteri ? Se solo a parole aspiri a raggiunge­
re la piana d'amore, perderai la testa e la vita. Ma se cono­
sci i segreti della via dell'amore, non indossare l'armatura del
male! Non inalberare il capo avanzando false pretese, se non
vuoi essere costretto ad arretrare nell'infamia.

Il re e il mendico innamorato

In Egitto regnava un grande sovrano, di cui un mendico si


era follemente innamorato. Essendo stato informato della co­
sa, il re lo fece chiamare a corte e gli disse : « Se è vero che
ti sei innamorato del tuo sovrano, ora dovrai fare una scelta:
o abbandonerai la città e il regno oppure per amor mio dirai
addio alla tua testa. Ti ho chiarito le mie condizioni: o la vi­
ta o l'esilio ! » .
Non essendo uomo d'azione, l'innamorato non esitò a sce­
gliere l'esilio. Ma non appena lo stolto ebbe lasciato il palaz­
zo, il re ordinò: « Tagliategli la testa! ».
Un cortigiano così protestò contro quella decisione: « Era
innocente! Perché tu, o re, hai ordinato la sua morte? ».
Il sovrano gli rispose: « Costui non era sincero percorren­
do il sentiero del mio amore. Se fosse stato un vero uomo
d'azione avreb� scelto senza indugio di giocarsi la testa .
Chiunque preferisca la testa all'amato, troverà nel suo prete­
so amore la causa della propria rovina. Se costui avesse chie­
sto di venire decapitato, allora il re avrebbe abdicato per vo­
tarsi totalmente a lui e il principe del mondo sarebbe cosi di­
venuto il suo umile servo. Ma poiché in amore ebbe soltanto
delle pretese, tagliargli la testa fu il rimedio appropriato. Co­
lui che amandomi vuoi conservare la testa, è uno spudorato
mentitore. Questo io affermo, affinché un meschino non si
vanti falsamente di amarmi ».
7

Della carne

Un altro uccello cosl si rivolse all'upupa: « La carne mt e


nemica : come potrei intraprendere il viaggio avendo come
compagno un simile brigante ? Il cane dei desideri non volle
mai obbedirmi e ignoro come potrei sottrarmi alle sue zan­
ne. Nel deserto ebbi a conoscere il lupo, ma questo cane vez­
zoso mi è ancora ignoto. Per colpa di un infido animale mi
ritrovo in una situazione insostenibile : perché mai l'ho incon­
trato? » .
L'upupa nella sua saggezza rispose: « O tu che dormi bea­
to, mentre la ruota del mondo si volge ! Il cane ti ha rinchiu­
so nel sacco e trionfante ti calpesta come polvere sotto le sue
zampe. La tua carne è strabica e guercia, è un cane indolente
e infedele. Se mai qualcuno ti lodasse, la menzogna non ces­
serebbe per questo d'essere illuminata dalla falsità della tua
carne. Non esiste possibilità che il cane migliori la sua indo­
le, e semmai peggiorerà ingozzandosi di menzogne! All'inizio
della vita regna l'inconcludenza, cioè infantilismo, incoscien­
za e debolezza, mentre nel mezzo trovi soltanto frenesia, es­
sendo la giovinezza una sequela di follie, e infine nella vec­
chiaia lo spirito si ottunde e le membra svigoriscono. Come
potrà mai questo cane rinsavire in una simile vita, il cui so­
lo ornamento è l'ignoranza? Se dalla nascita sino alla morte
regna sovrana l'incoscienza, quale sorte potremo avere se
non quella dell'inconcludente? Infiniti sono gli schiavi che
codesto cane ebbe nel mondo : è necessario che qualcuno lo
costringa finalmente a servire ! Non si contano i cuori che
perirono di questa pena, ma quel cane infedele non muore
.
mat ,. » .

Un becchino

A un becchino, ormai giunto a tarda età, qualcuno volle


chiedere: « Dimmi, o tu che hai trascorso l'intera esistenza
scavando fosse, non hai mai scoperto nulla di prodigioso ? » .
Egli rispose : « Quest'unico prodigio ho veduto : il cane
della mia carne, che ha assistito a settant'anni di sepolture,
non è morto neppure per un'ora, e mai una volta ha obbedito
a una mia supplica ! » .
Un discorso di 'Abbiisa

Una notte 'Abbasa ebbe a dire : « Amici, immaginate che


l'intero mondo sia pieno di infedeli e che poi all'improvviso
tutti si convertano sinceramente alla nostra fede : non sareb­
be forse possibile ? Ebbene sappiate che non meno di centomi­
la profeti vennero a noi affinché questa carne infedele si con­
vertisse oppure fosse costretta a morire, ma appare evidente
che fallirono nella loro impresa. Perché mai tanto divario tra
l'impegno e il risultato? » .25
Fin quando ubbidiamo agli ordini della carne malvagia, noi
in verità alleviamo un infedele nel nostro seno. Questa carne
ribelle è come un infedele: non è facile impresa sopprimerla !
Poiché si alimenta per duplice via,26 non c'è da stupirsi se
non muore. Il cuore divenne stabilmente cavaliere del regno,
ma il cane della carne vive perennemente al suo fianco. Men­
tre il cavaliere galoppa, il cane lo insegue per dargli la cac­
cia e lotta con ogni mezzo per strappare al cuore ciò che ha
ricevuto dall'Amato. Chiunque costringa a morte questo ca­
ne, può tenere al guinzaglio il leone dei due mondi. Ma colui
che sarà in grado di umiliarlo resterà inascoltato e colui che
saprà imprigionarlo con pesanti catene potrà ben dire che
la polvere dei suoi piedi ha più valore del sangue di ogni
altro uomo.

Il principe e lo straccione

Un mendico camminava lungo una via quando casualmen­


te incontrò un principe, che cosi lo interrogò: « Chi, o mise­
rabile, è il migliore tra noi due: io o tu ? ». Quegli rispose :
« Taci, o tu che ignori ogni cosa! Non si deve lodare se stessi
perché codesto è atto da incoscienti. Ma poiché mi costringi,
ebbene affermo che uno della mia condizione è cento volte mi­
gliore di uno della tua. Sappi che la tua anima non poté mai
assaporare i frutti della fede e per questo la carne ha fatto di
· te un asino per.fetto, salendo poi sulla tua groppa, o principe,
e schiacciandoti con il suo peso. Il cane della carne ha impo­
sto per sempre le briglie a te che tanto lo cercasti! O non esse­
re, ti piaccia o meno, tu fai soltanto quello che il cane ti co­
manda. Quanto a me, che conobbi i segreti, ho trasformato il
cane della carne nel mio asino, costringendola a farmi da ca­
valcatura. E così il cane della carne sta in sella sopra di te,
mentre io lo cavalco. E poiché il mio asino è divenuto il tuo
cavaliere, ne deduco che sono infinitamente migliore di te » .
O prigioniero, che vivi felice oppresso dal cane della tua
carne! Essa ti ha avvolto nel fuoco della concupiscenza, pro­
sciugando ogni tuo umore, sottraendoti la luce del cuore e il
vigore del corpo, rendendo cieco il tuo occhio e sordo il tuo
orecchio e annullando il tuo intelletto e la tua ragione. Di
fronte a te stanno schierati più di duecento eserciti in armi,
e tutti ubbidiscono all'emiro della morte. Costantemente af­
fluiscono nuove truppe, che si ammassano alle sue spalle. E
quando i soldati ti avranno accerchiato, tu e la tua carne do­
vrete abbandonare la via. Nella tua beata ignoranza ti trastul­
li con il cane della carne, e nell'abbraccio vi donate reciproco
piacere. Esso ti ha reso schiavo della sua libidine, ti tie�e in­
chiodato sotto le zampe possenti. Ma quando il re giungerà
con la sua corte, tu verrai separato dal cane, e lui da te. Se
ora spontaneamente vi lasciaste, per sempre sareste uniti dal­
la reciproca rinuncia. E comunque non lamentatevi : se anche
sarete costretti a separarvi, dopo breve tempo potrete rio­
contrarvi felici all'inferno!

Due volpi a convegno d'amore

Due volpi, venute ad amoroso convegno, si unirono nel pia­


cere dell'amplesso. Entrambe ne ebbero godimento, ma all'im­
provviso il loro piacere divenne amaro giacché un re compar­
ve sulla piana con cani e pantere da caccia e costrinse le due
volpi a separarsi. Chiese allora la femmina al maschio: « Do­
ve mai troveremo un'altra tana in cui unirei ? Rispondi ! ». E
il maschio così rispose : « Se ancora ci è riservato un destino
comune in questo mondo, è certo che lo avremo nella botte­
ga di un pellicciaio! » .

Degli inganni di lblis

Un nuovo uccello disse all'upupa: « Iblis, facendo leva sul­


la mia vanità mi assale al momento della meditazione, ed es­
sendo io incapace di lottare con lui, a causa dei suoi inganni
nel mio cuore regna un'ansia perpetua. Come potrò mai sot­
trarmi ai suoi artigli per bere il vino vivificante del reale ? » .
L'upupa rispose : « Fin quando i l cane della carne ti sarà
amico, Iblis non fuggirà certo da te, lui che lusinga la tua ipo­
crisia. I desideri a cui soggiaci sono il tuo lblis e se anche ce­
derai a uno solo di loro, cento nuovi lblis sorgeranno dal tuo
seno. La fornace del mondo, che è la nostra prigione, caddt>
totalmente sotto il dominio di Satana. Tu dunque ritirati dal
suo regno, spezza ogni rapporto con lui! » .

U n tale si lamenta di lblis

Un tale si recò presso un asceta e molto si lamentò di Ibl:is,


cosi dicendo : « Il demonio mi assale con l'inganno, e con i
suoi raggiri corrode la mia fede » .
I l sant'uomo gli rispose : « Poco fa Iblis è venuto a trovar­
mi. Si lamentava proprio di te, e in preda a disperazione e av­
vilimento per tua causa, cosi mi ha detto: " Il mondo è mio
dominio, ma io non ho potere su chi è nemico al mondo " .
Quanto a me, so bene che cosa rispondergli, giacché spesso
mi ha ferocemente azzannato : " Via le zampe dal mio pode­
re " , gli grido. " e che nessuno abbia mai rapporti con te! " » .
Colui che h a saputo sottrarsi a l dominio di Iblis, non ha
più nulla a spartire con lui.

Malik Dinar

Un tale disse a Malik Dinar n : « lo ignoro la mia reale


condizione, e ugualmente non conosco la tua. Ora siedo alla
mensa del Signore, e un istante dopo soggiaccio agli ordini di
Satana! » .
Malik Dinar gli rispose: « Buon uomo, sono rare l e prede
della tua specie che il demonio ha la fortuna di cacciare ! Egli
ti ha strappato alla via senza che tu opponessi resistenza. Di
musulmano, in verità, non ti resta che il nome ! · Tu che vege­
ti in catene, prigioniero delle miserie del mondo, dovresti di­
sperarti giacché somigli a un cadavere! Se una volta ti esortai
ad abbandonare il mondo, ora invece ti dico di tenertelo ben
stretto. Avendo a lui affidato ogni fortuna, come potresti !a­
sciarlo con cuore lieve? » .
O incosciente, che naufragasti nel mare dell'avidità, i n ve­
rità ignori quanto hai perduto! I due mondi, indossando le
vesti del lamento, piangono incessantemente mentre tu sguaz­
zi nel peccato. L'amore per il mondo ti ha fatto dimenticare
il sapore 28 della fede, e per la tua famé smodata hai perduto
l'anima!
Gesù e Satana

Gesù,29 il figlio di Maria, si era assopito un giorno posando


U capo su una pietra. Quando si ridestò dopo un dolcissimo
sonno vide Iblis, il maledetto, che lo sovrastava, e così lo in­
terrogò: « O spirito dannato, che vai cercando da queste
parti? » .
Iblis rispose: « Hai tenuto sotto la testa una pietra che mi
appartiene, nessuno potrà negarlo essendo l'intero mondo
mio dominio! Hai fatto dunque uso di una mia proprietà e
hai invaso impunemente il mio podere! » .
Allora Gesù s i liberò di quella pietra, appoggiando i l ca­
po sulla nuda terra per riprendere il sonno. Soddisfatto, Iblis
così prese congedo : « Ora posso andarmene, e siano d'oro
i tuoi sogni! » .
O tu che sei rimasto impigliato nella . ruota del mondo, co­
me un fanciullo giochi con le corde, ma non legarti al mondo,
giacché la corsa su questa ruota è senza fine! Ben presto an­
che tu sarai chiuso tra le pietre di una tomba : perché dunque
accumulare pietra su pietra ? Per quanto ancora vorrai ammas­
sare ricchezze sapendo che ogni cosa rovinerà su se stessa? Se
intendi imitare Qiiriin, non dimenticare che i beni non ti
seguono oltre la fossa. Così insegnarono i profeti, e tu non
travisare le parole dei maestri! Cos'è il mondo se non un ni­
do di avidità e d'ingordigia, sfuggito di mano anche a Nimrud
e al Faraone? Iddio, l'Altissimo, umiliò i loro nomi, ma tu
ugualmente hai permesso che la tua anima fosse presa in que­
sta rete! Fino a quando ti darai pena per un mondo così vile?
L'inesistente carcassa del tuo corpo fa parte di questa realtà
inesistente. Per poter stringere un solo atomo di codesta car­
cassa, perennemente tu languì nello stordimento e nella con­
fusione. Come potrà divenire uomo colui che si perde in un
atomo insignificante? Chiunque respiri l'inesistente, è cento
volte più spregevole di esso. L'azione del mondo è in realtà
inazione, e cos'è l'inazione se non prigionia?
Il mondo è un fuoco indomabile, che ad ogni istante consu­
ma una creatura. Quando le sue fiamme cominciano a lambir­
ti, saresti davvero un leone se riuscissi a sfuggire loro. Come
un leone cuci i tuoi occhi dinnanzi a questo fuoco, altrimenti
sarai da lui arso come fossi una falena. Colui che a somiglian­
za della falena adora il fuoco, merita di bruciare nella sua eb­
bra presunzione. Con tutto il fuoco che ti circonda è impossi­
bile non ardere senza posa. Stai in guardia, affinché non si ap­
picchi anche alla tua anima!
La preghiera di un ricco

Un ricco cosl pregava: « Mio Dio, abbi pietà di me, aiuta­


mi ad agire rettamente! ».
Un folle di Dio, udendo le sue parole, gli disse : « Da Lui
non otterrai pietà facilmente! Cosl grande è la tua arroganza
che l'intero mondo non potrebbe contenerla. Cammini orgo­
gliosamente, a testa alta, lo sguardo rivolto al cielo, e ai quat­
tro lati hai oro e argento, dieci servi e altrettante ancelle pron­
te a servirti: quando mai, sia pure segretamente, sarebbe le­
cito commiserarti? Giudica tu stesso se puoi ritenerti degno
della misericordia divina. Vergognati infine! Se tu non aves­
si in sorte che una pagnotta, potresti ritenerti degno della di­
vina pietà. Ma se non distoglierai gli occhi da denari e pos­
sessi, non sperare che essa si manifesti. E allora fallo, final­
mente, se desideri divenire un uomo veramente libero ».

U n asceta parla della morte

Un asceta ebbe a dire: « O congrega di impostori, solo mo­


rendo sarete finalmente costretti a distogliere lo sguardo dal
mondo! Ma dovreste farlo molto prima, o stolti, e definitiva­
mente. Quando cadono le foglie a che giova seminare? A co­
sa vale, in quell'attimo, stornare gli occhi dal mondo? Colui
che lo farà soltanto in punto di morte, morirà impuro: in lui
non cercate purezza ! » .

Dell'amore per l'oro

Un altro uccello disse all'upupa: « Io amo l'oro, la passio­


ne per l'oro è divenuta la polpa stessa della mia carne. Se
nella mano non stringo un fiore dorato, non riesco ad esse­
re come fiore. sorridente. L'amore per l'oro costituisce il mio
mondo e la mia vita e mi ha reso cosl, gonfio di pretese e pri­
vo dei valori del reale ».
L'upupa rispose: « O tu che sei confuso da una vile appa­
renza ! L'aurora delle divine qualità è ancora celata al tuo cuo­
re. Tu sei cieco di giorno e di notte, sei prigioniero delle ap­
parenze come la vile formica. Aspira a conoscere il reale,
non continuare a rivolgerti tra forme illusorie! Che cos'è il rea­
le se non la Fonte? E le forme sono meno di nulla. L'oro di­
venne pregiato in virtù del suo colore, e tu come un bimbo ti
sei perduto inseguendo i colori ! L'oro che tanto ti distrae dal
pensiero del creatore è un idolo: abbattilo, stanne lontano !
Nessuno può trarre beneficio dal tuo oro, e tu stesso non ne
avrai gioia alcuna. Se doni un granello d'oro a un mendican­
te, togli la pace a lui e a te stesso. Infatti non potrai accon­
tentarti di essere ringraziato come un benefattore qualsiasi,
bensl pretenderai di ricevere l'omaggio che si conviene a un
Junayd! 30 Tu cerchi di ingraziarti il prossimo con l'aiuto del
denaro, ma dall'aiuto del signore rifuggi quasi fosse un mar­
chio di fuoco sul tuo fianco. Il mese venturo però dovrai pa­
gargli l'affitto della bottega. E che bottega è questa! Dovrai
pagare l'affitto con la tua vita! L'intera tua esistenza è tra­
scorsa affinché da codesta bottega uscisse a fatica una mo­
netina ».
O tu, che hai venduto tutto per nulla e il tuo nobile cuore
hai donato al mondo, sappi che Egli avrà pazienza fin quando
sarai dinnanzi alla forca, allorché la sorte ti toglierà di sotto i
piedi la scala su cui salisti ! Tu naufragasti nelle acque del
mondo, ma presto avrai bisogno della fede. Però ricorda, o
amico, che fede e mondo non possono coesistere. Tu cerchi la
liberazione nelle cure terrene, ma non è lì che la troverai, e
dovrai piangere lacrime amare. Distribuisci al primo crocic­
chio tutto ciò che possiedi: " non otterrai felicità che in pro­
porzione alla tua munificenza " .31
A tutto quanto esiste si deve rinunciare, anche alla vita.
Ma fin quando avrai come compagno l'amore per le cose del
mondo, non potrai separarti da questa vita, non potrai liberar­
ti da beni e denari. Se un sacco ti serve per dormire, ebbene
sappi che quel sacco è un invalicabile ostacolo sulla tua via.
Orsù, brucia il tuo sacco, tu che vuoi conoscere Iddio ! Quan­
to durerà la tua ipocrisia? Con Dio dividi il tuo sacco! E se
oggi non lo brucerai per paura, sarai escluso domani dalla sua
corte. Restando aggrappato a questo mondo, riceverai da ogni
parte le più crudeli pugnalate.
Infelice colui che è dominato dai propri guai, giacché nau­
fragherà in essi senza rimedio. « Va » 32 è parola che si com­
pone di due lettere: alef e vav. La prima la vedrai stampata
nella polvere, l'altra nel sangue.

Il novizio che nascondeva l'oro

Un novizio nascondeva una piccola quantità d'oro, non osan­


do confessarlo al maestro. Costui, pur sapendolo, non ne fa­
ceva parola, e il discepolo continuava a nascondergli la verità.
Un giorno entrambi partirono per un lungo viaggio, finché
giunsero a una valle tenebrosa da cui si dipartivano due vie.
Il discepolo cominciò a temere per il suo oro che, com'è noto,
rende vile ogni uomo. Chiese perciò al suo maestro : « Abbia­
mo di fronte due strade: quale dovremmo scegliere? ». « Get­
ta via ciò che possiedi », rispose egli, « giacché in questo con­
siste il tuo primo errore. Qualunque strada poi vorrai pren­
dere, andrà bene comunque: il diavolo fugge atterrito dinnan­
zi a colui che si separa dal denaro_ Ma per un granello d'oro
tu, che dell'inganno ti nutri, spaccheresti in due un capello!
Come uno zoppicante somaro sei giunto alla fede, con le ma­
ni gravate da pietre prive di valore. Restando preda dell'in­
ganno, divieni simile al demonio, ma se ritrovi la fede tor­
nerai sovrano di te stesso ».
Colui che ebbe la via ostruita dall'oro finì per smarrirsi,
giacendo in un buio pozzo con i piedi in catene, come Giu­
seppe. E allora resta lontano da questo pozzo senza fondo! E
non respirare, giacché dal pozzo salgono miasmi sconosciui.i.

Uno shaykh visita Riibi'a

Uno shaykh di Bassora 33 si recò a visitare Rabi'a e le chie­


se: « O tu che sei maestra d'amore, parlami di qualcosa che
nessuno ha mai detto, o scritto, o veduto : qualcosa, intendo,
che d'improvviso ti si sia rivelata, giacché l'anima mia arde
per il desiderio di conoscerla ! » .
Rabi'a così gli rispose: « O nobile shaykh, tempo addietro
avevo filato alcune corde, che portai al mercato per venderle.
Il mio cuore ne fu allietato perché ne ricavai due dirham
d'argento. Non volli tenerli entrambi nella stessa mano, te­
mendo che il farlo potesse precludermi la via, ma ne strinsi
uno nella destra e l'altro nella sinistra : questo è un fatto che
non posso tacere. Per questo stesso motivo Mu}:tammad, il
vanto degli inviati, scelse la privazione a conforto della fede.
L'uomo di mondo vende l'anima e il cuore ai suoi affari con­
torti, stende centomila reti per catturare un granello d'oro
' proibito, e quando finalmente l'ottiene, la morte lo coglie e
tutto finisce. Suo legittimo erede rimane quella pietruzza e a
lui non resta che dolore e tormento » .
O tu che per l'oro vendesti Simurgh ! I l tuo cuore arde co­
me torcia per il desiderio dell'oro e allora sappi, o formichi­
na, che se oserai metter piede sulla via sarai trattenuta per i
capelli ! E se in questa via anche un capello è di troppo, co­
sa dire dell'oro e dell'argento? La punta di un capello non
può entrare nell'alcova dell'Amato ed è per questo che nes­
suno osa presentarsi alla porta del suo palazzo.
L'asceta e l'uccellino

Un asceta, che dall'intimità con Dio aveva tratto ogni gioia,


s'era ritirato dal mondo e nell'alcova del cuore si intratteneva
con Lui in segreto colloquio. Dio era il suo intimo amico ed
egli Gli confidava ogni cosa, al punto che se anche non fosse
esistito, Dio sarebbe bastato per entrambi.
Quell'uomo possedeva un giardino in cui s'innalzava un
magnifico albero e lì un giorno un uccello fece il suo nido :
era una creatura dal canto melodioso e seducente, ogni nota
del quale celava mille impenetrabili arcani. Affascinato da
quel canto meraviglioso, il sant'uomo prese a gradire la com­
pagnia dell'uccello. Iddio allora si rivelò al profeta di quel
tempo e gli disse: « A quell'uomo comunica questo mio mes­
saggio: " È ben strano comportamento, il tuo ! Tu che Mi fo­
sti così fedelmente devoto, tu che per anni e anni ardesti di
desiderio per Me, alla fine Mi hai barattato con un uccello !
Sebbene sia creatura di perfezione assoluta, con il suo canto
ti ha portato alla rovina. Io ti acquistai e ti educai e come
ringraziamento tu, volgare adultero, Mi hai venduto per un
uccello! Hai bruciato in un istante un patrimonio d'intimità:
chi ti ha insegnato una simile riconoscenza ? " » .
Non darti anche tu a questo facile mercato : io sono il tuo
confidente, non perdermi !

IO

Della vanità del mondo

Un altro uccello così si rivolse all'upupa: « Il mio cuore


arde di gioia, essendo meraviglioso il luogo in cui vivo. È un
castello tutto d'oro che incanta il cuore, e solo a guardarlo ci
si sente felici. Essendo per me fonte d'immensa gioia, come
potrei mai abbandonarlo ? Dall'alto di quel castello io mi sen­
to il re degli uccelli, e allora perché mai dovrei avventurar­
mi in questa valle di pericoli abbandonando la mia condizio­
ne regale, e come potrei vivere privato di un simile castello?
In verità, nessuno che fosse sano di mente uscì mai dal giar­
dino d'Iram 34 per affrontare i terribili disagi di un viaggio ! » .
L'upupa così rispose : « O non essere dalle vili ambizioni,
tu non sei un cane, e allora perché vuoi restare in questa for­
nace? Il mondo inferiore è un'immensa fornace e il tuo splen­
dido castello ne è un'infima parte. Sebbene a te paia una di­
mora paradisiaca, alla tua morte si muterà in dura prigione.
Solo se la morte non calasse la sua mano sugli uomini, tu po­
tresti gioire di una simile dimora » .

Il re che costruì un castello dorato

Un re fece edificare un castello dorato, spendendo non me­


no di centomila dinar. Quand'ebbe concluso quest'opera pa­
radisiaca, la fece arredare con mobili e tappeti di squisita fat­
tura. Da ogni provincia del regno giunsero ospiti per ren­
dergli omaggio, recando doni preziosi.
Un giorno il re invitò a corte amici e sapienti, e quan­
do ebbero preso posto intorno a lui su scanni dorati, egli vol­
le così interrogarli: « Al mio castello, ditemi, manca forse
qualcosa in bellezza o perfezione? » .
Tutti risposero : « In verità nessuno sulla faccia della ter­
ra ha potuto o potrà mai ammirare nulla di simile! » .
Un asceta allora si levò a parlare: « O fortunato », così dis­
se, « purtroppo io vedo un buco nel tuo palazzo, e questo è
un difetto notevole, senza il quale io ritengo che persino l'in­
visibile castello del paradiso avrebbe inviato il suo omaggio » .
I l re gli rispose : « I o non vedo alcun buco, o stolto gua­
stafeste ! » .
L'asceta replicò : « Mio nobile signore, i l buco è quello da
cui passerà 'Izrii'il, l'angelo della morte, e sinceramente ti au­
guro che tu possa chiuderlo prima, altrimenti a nulla ti ser­
viranno e castello e trono e corona! Benché il tuo palazzo sia
di una bellezza paradisiaca, sarà la morte a renderlo squalli­
do ai tuoi stessi occhi. Nulla rimane in eterno, questo è il
senso ultimo della nostra esistenza. Neppure questo castello
potrà durare : perché dunque ingannarsi ? » .
Non vantarti d i possedere case e castelli, non cavalcare ol­
tre il Rakhsh 35 della superbia ! E se qualcuno individua un
difetto nella tua pretesa grandezza, peggio per te!

Il mercante che costruì un palazzo dorato

Un bizzarro mercante volle costruire un palazzo dorato,


per il desiderio di possedere qualcosa di straordinario. Quan­
do l'edificio fu terminato, cominciò a spedire inviti ovunque,
e con mille lusinghe e blandizie egli stesso adescava i passan­
ti per indurii a visitarlo.
Il giorno dell'inaugurazione quello stolto correva dunque
per ogni dove quando un folle, che per caso l'aveva veduto,
gli gridò: « Anch'io verrei di corsa al tuo palazzo, ma ho al­
tro da fare, o sciocco, e ti prego quindi di scusarmi ! » .
E soggiunse: « Non seccare il tuo prossimo! » .

Il ragno e l a mosca

Hai mai osservato il ragno? Trascorre inquieto il suo tem­


po, perduto in un pensiero ossessivo. Con lungimiranza co­
struisce la sua casa in un angolo e tesse amorosamente una te­
la meravigliosa per catturare la mosca. E quando finalmente
la vedrà cadere nella sua rete, succhierà a quella sciagurata
tutto il sangue delle vene, poi la lascerà li a seccare, cosi da
trarne in futuro vigore e nutrimento. Ma un giorno il padro­
ne di casa con un sol colpo di scopa spazzerà via la casa del
ragno e la sua preda.36
Ebbene, il mondo e colui che in esso cercò nutrimento so­
migliano alla mosca nella tela di quel ragno. Se anche posse­
dessi l'intero mondo, la morte ti strapperebbe a ogni cosa.
Non bramare perciò le ricchezze, a meno che tu non ti nu­
tra di cervella d'asino! Esse, o stolto, saranno date in pasto
alle vacche! L'agire di colui che non può fare a meno di tam­
buri e bandiere non è più consistente del suono o del vento.
Il vento gonfia le bandiere e il suono prorompe dai tamburi,
ma suono e vento valgono meno di un sasso da mezzo dang!
Non cavalcare oltre questo mondo di vanità, non insuperbi­
re per la nobiltà della tua stirpe! Prima o poi la pantera vie­
ne spogliata della sua pelle, che verrà strappata, stanne certo,
anche dalla tua carne ! In verità è assurda la tua pretesa di
mostrarti: scompari piuttosto, o perirai! Non è tollerabile
codesta arroganza: abbassa la testa! Fino a quando continue­
rai a giocare con te stesso ? China il capo e non osare risolle­
varlo o almeno non giocare più di quanto tu già non faccia!
Ignori forse che la tua casa e il tuo giardino sono per te una
prigione e che i tuoi possessi portano alla rovina la tua ani­
ma? Abbandona per sempre codeste tracotanti macerie! Fino
a quando percorrerai le vie di un mondo che si nutre di pro­
tervia? Apri l'occhio della vera ambizione,37 contempla la via,
inizia il cammino e volgi lo sguardo alla divina corte! Se sa­
prai condurre la tua anima sino a essa, l'intero mondo non po-
·

trà contenere la tua gloria.


Un uomo nel deserto

Un uomo stolto e d'animo rozzo che attraversava un de­


serto, casualmente incontrò un derviscio, e cosl lo interrogò:
« O sant'uomo, descrivimi la tua azione! » .
Quegli rispose : « Perché mai m e l o chiedi? Vergognati!
Sono imprigionato nelle angustie del mondo: sapessi quanto
mi va stretto in questo momento! » .
L'uomo replicò : « Quel che dici è inverosimile: i l deserto
è forse un luogo angusto? » .
« Se non l o fosse », replicò i l derviscio, « come m i saresti
capitato tra i piedi? ».

L'ignaro e l'innamorato

A uno stolto era morto il figlio prediletto e di colpo aveva


perduto pace e serenità. Camminava dietro la bara del figlio
e in preda a disperazione e tormento si lamentava tra le la­
crime: « Figlio mio, come hai potuto congedarti dal mondo
senza aver veduto ancora nulla? Mestamente sei uscito dal- ,
l'esistenza senza averla neppure assaporata! ».
Un innamorato, udendo quelle parole, cosl commentò: « In­
finite volte questo prato vide simili spine! Se pensi di impa­
dronirti del mondo, morirai prima di conoscerlo. Getti uno
sguardo sul mondo e la vita è già giunta al suo termine. Ma
quando vorrai stendere l'unguento su codeste ferite? Se non
ti separerai dalla carne corrotta la tua anima preziosa resterà
immersa nel letame ».

Due inc05Cienti

Un incosciente aveva acceso un bastoncino d'aloe e un al­


tro, vicino a lui, mugolava di piacere aspirandone il profumo.
Un derviscio cosl li apostrofò: « Mentre tu mugoli, quel mi­
serabile legno cessa di ardere. E quanto a te, anche se bruci
l'aloe, non smetterai per questo di puzzare, né mai il tuo na­
so potrà salvarsi da un cosl grande fetore ».
Il tempo della vita devi amministrarlo con oculatezza : non
conosco nel mondo virtù migliore di questa.
II

Delle lusinghe della bellezza

Un altro uccello disse all'upupa: « O nobile guida, l'amo­


re per una rubacuori ha stretto in ceppi le mie ali. La passio­
ne si è impadronita di me, sottraendomi la ragione per me­
glio asservirmi. Il pensiero del suo bel volto mi preclude la
via, incendia le mie messi. Lontano da lei non ho pace un
istante, e sono certo che perderò la fede nell'attesa. Fin quan­
do il mio cuore arderà nel fuoco di questa pena, come potrò
affrontare la via? Come potrei inoltrarmi nella valle che ci sta
dinnanzi, affrontando ogni sorta di pericoli? Io non posso
privarmi, neppure un istante, di quel suo volto di luna per
cercare la via. Il mio dolore ormai non conosce rimedio, e
nell'azione mi è impossibile distinguere tra fede e empietà,
entrambe soggette al suo amore, e il fuoco della mia anima è
il risultato della sua passione. Se non ho chi mi consoli in
questa pena, mi basterà aver essa come compagna. L'amore
mi ha gettato nella polvere, mi ha aperto sanguinose ferite.
I suoi riccioli hanno dissolto il velo che ottenebrava i miei
occhi. Ma inseguendo lei ho quasi esaurito le mie forze : non
posso più vivere un istante senza guardarla ! La polvere del­
la via è intrisa del sangue delle mie ferite.38 Ti ho rivelato
la mia vera condizione e ora, dimmi, che potrò mai fare? » .
L'upupa così rispose : « O tu, incatenato alle apparenze,
dominato dall'ansia di questo mondo. L'amore per le forme
esteriori non è amore per la conoscenza, ma solo gioco dei
sensi, o perversa creatura! L'amore per una bellezza sogget­
ta a decadenza non può che recare dolore. Ma se esistesse
nna bellezza viva in eterno, empio sarebbe non ricercarne la
compagnia. Le apparenze si adornano con lacrime e sangue,
ma del nome di Dio s'è colmata la luna. Se anche non esistes­
sero le lacrime e il sangue, non si potrebbe scoprire nell'inte­
ro universo un mondo più squallido del nostro. Quel che in
esso trovi di meraviglioso è fatto di sangue e di lacrime : ec­
co la sua pretesa bellezza ! E allora, fino a quando vagherai
tra le forme apparenti alla ricerca dell'imperfezione? L'auten­
tica bellezza si manifesta nell'invisibile, lì devi cercarla! Quan­
to a lungo ti trascinerai stretto nelle catene dell'illusione ?
Finirai per precipitare in una sequela di disgrazie.
Se cadesse il velo che ti cela l'azione, nulla rimarrebbe din­
nanzi ai tuoi occhi, né creature né luoghi : sarebbe cancellata
l'illusione del mondo. Quanto ora ti appare glorioso, si mo­
strerebbe come abbietto ai tuoi occhi. L'amore delle apparen­
ze, o tu che scruti il reale, dissemina inimicizia tra gli uomi-
ni. Ma colui che è amico dell'invisibile, realmente sa amare,
essendo libero dall'errore. Ogni altra forma d'amore sarà
invalicabile ostacolo sulla tua via, e ti farà piangere amara­
mente quando ti si parerà dinnanzi inatteso » .

Un discepolo innamorato

Vi fu un giovane di straordinario talento e d'ingegno ric­


co e penetrante e cosi avido di conoscenza da non abbandona­
re per un solo istante lo studio : in un anno riposava, forse,
due notti. Con il resto del mondo non aveva relazioni, es­
sendo egli totalmente votato agli studi. Le pupille del suo
maestro brillavano di gioia contemplando quel discepolo da
cui non aveva avuto che soddisfazioni. Lo prediligeva sopra
ogni altro, e a lui parlava in modo del tutto particolare.
Quel maestro aveva nella sua casa una schiava che rendeva
pazzi di gelosia il sole e la luna: occhi scherzosi, ladra di cuo­
ri, cibo dell'anima, corpo da fenice, meraviglia del mondo.
Era di una dolcezza che umiliava lo zucchero, di una acerbità ·

che rapiva gli acerbi. Il suo aspetto era pervaso di spirito : era
grazia nella grazia, incanto nell'incanto. Due esche ella incon­
sapevolmente lanciava nel mondo : la prima di mielate parole.
che fluendo dalle sue labbra facevano cadere ali e piume agli
uccelli, l'altra di languidi sguardi che come frecce i suoi oc­
chi scoccavano per avvelenare il sangue degli innamorati.
Ebbene, lo sguardo di quell'allievo esemplare cadde un gior­
no su di lei. « Da questo momento », si disse, « io sarò il suo
discepolo, e lei il mio maestro », ed era già perduto nella bellez­
za del suo volto. La schiava gli rapì il cuore e ne divenne l'esclu­
sivo ornamento. Quel giovane pensava : « Il suo volto di lu­
na può bastarmi, non mi servono altri maestri ! E se avrò bi­
sogno di una guida, ebbene, l'amore è discepolo e la bellezza
è il suo maestro » .
Così egli abbandonò le lezioni del vecchio istitutore, non
sopportando neppure la sua presenza, mentre sempre più si
esasperava la passione per il nuovo maestro. Consumava il
giorno e la notte nell'adorazione di quell'idolo, dimentico or­
mai dello studio, e cosi per la pena d'amore si ridusse a ra­
metto di zafferano, divenendo giallo come il fiele. L'amore
annullò la ragione sino a rendere quel giovane sazio persino
di se stesso. Benché a lungo si fosse dedicato agli studi, bastò
un poco d'amore per disperdere al vento le sue migliori inten­
zioni. La scienza delle cose esteriori gli aveva procurato fa­
ma e superbia, l'amore gli portò fuoco e tormento. Chiun-
que s'incammini lungo la via della scienza, privo di autentico
amore, imparerà a desiderare onori e prebende, non altro!
Quel discepolo fu travolto dalla passione al punto di non
saper più distinguere una lucciola da una lanterna/9 e la not­
te dal giorno. Ormai stremato e succube della pena amorosa,
cadde improvvisamente ammalato. Fu allora che il maestro
venne a conoscenza di quanto era accaduto tra lui e la schia­
va, e nella sua saggezza decise di ricorrere a uno stratagem­
ma: incise una vena sul polso della fanciulla e le sommini­
strò una pozione che le provocasse il mestruo. Dopo breve
tempo quella schiava divenne gialla come l'oro e il dolce
melograno del suo volto assunse il colore dello zafferano.
Ogni grazia disparve dal suo aspetto e il suo volto perse fre­
schezza. Della sua celebrata bellezza non rimase più nulla : la
coppa si ruppe e il coppiere si dileguò. E quanto uscì dal suo
corpo fu raccolto in un catino, sia il sangue dello svenamento
che quello mestruale.
Solo allora quel nobile maestro chiamò il suo pupillo, do­
po aver ordinato alla schiava di nascondersi dietro una tenda.
Dapprima fece entrare il suo allievo, quindi gli presentò la
fanciulla. Il giovane guardò e riguardò il suo volto, in preda
a stupore, e si chiese come tanta bellezza fosse potuta incor­
rere in così grande sventura. E il suo cuore si raffreddò per
la fanciulla e riprese a bruciare per il desiderio di conoscere.
Quando il maestro capì che il discepolo era finalmente libere ,
la sua pena si mutò in gaudio incontenibile. La passione per
la fanciulla si era finalmente placata nel suo prediletto e l'amo­
re era morto. Il maestro ordinò che gli fosse portato quel ca­
tino, e così parlò al suo discepolo : « Mio caro, cosa mai ha
agito in te? Il tuo tormento è ora svanito e la pace tornata
e se quella schiava fu a lungo il tuo unico oggetto d'amore,
ora allontana gli occhi da lei, giacché ben altro devi deside­
rare! Sulla via di quell'amore s'era perduta la tua autentica
vocazione, ma dove sono ora finite la tua impudenza e la tua
protervia? Quell'idolo che suscitò in te un desiderio inestin­
guibile, ti aveva trascinato nella più totale abiezione! Perché
il tuo volto fu reso giallo dalla passione, e perché una passio­
ne così grande si è raffreddata così di colpo? Tu ora sei ritor­
nato quello di un tempo, esattamente come la mia schiava,
sebbene la bellezza di lei sia scomparsa. Quello che i tuoi oc­
chi più non vedono, ella lo ha perduto per sempre. Osserva
qui dentro, ne è pieno questo catino ! Proprio quando il suo
sangue si separò da lei, il tuo grande amore cominciò a raf­
freddarsi. Con questa schiava tu hai pesato il vento e in ve­
rità ti innamorasti di qualche goccia di sangue! Privo di sag-
gezza entrasti nella via, giacché ti innamorasti di un liquido
impuro ».
Fu cosi che quel discepolo fece atto di pentimento e ripre­
se a studiare con zelo, tornando ad essere uomo d'azione.
Colui che adora le apparenze come può meditare sulle di­
vine qualità ? La tua carne demoniaca è seguace dell'illusione,
ma la tua anima spirituale partecipa di quanto è reale. Di­
mentica le apparenze per amore dei divini attributi, affinché
risplenda su di te il sole della conoscenza. Le apparenze sono
fatte di lacrime e sangue. Ma fino a quando tu vagherai tra
le apparenze in cerca dell'imperfezione? La vera bellezza risie­
de nell'invisibile, li devi cercarla!

Shibli consola un afflitto

Un infelice piangeva vicino a Shibli, che gli chiese: « Per­


ché ti lamenti ? » .
« O shaykh » , rispose, « u n amico, dalla cui bellezza ave­

vo ricevuto nuova vita, è morto, e anch'io sto morendo di do­


lore e sono a tal punto disperato che il mondo è divenuto te­
nebroso ai miei occhi ! ».
Lo shaykh così lo confortò : « Il tuo cuore è reso folle dal
dolore, ma perché piangere? Tu puoi avere destino migliore,
scegliendoti un Amico immortale ed evitando così di morire
per il dolore. L'amore per un amico destinato a morire sarà
per te fonte di pena inconsolabile » .
Colui che è schiavo dell'amore per l e apparenze andrà in­
contro a molteplici sventure. Quelle vane forme gli sfuggiran­
no ben presto dalla mano, e a lui non resterà che il dolore del­
la separazione.

Il mercante che vendette la sua schiava

Un mercante possedeva un'immensa quantità di denari e di


beni, tra cui una schiava dalle labbra di zucchero. Un giorno
decise di venderla al mercato, ma dopo perse la pace e se ne
pentì amaramente. Disperato si recò dal nuovo padrone, di­
sposto a ricomprarla per più di mille denari, giacché il suo
cuore ardeva incessantemente per il desiderio di lei. Ma il
nuovo padrone non volle rivenderla e allora l'infelice prese a
vagare per le vie della città con il capo cosparso di polvere,
dicendo tra le lacrime: « Questa pena è troppo grande, ma
ben se la merita colui che nella sua follia cucì gli occhi della
ragione e vendette la signora del suo cuore per un soldo!
Quel giorno fu per lui, che aveva tra le mani una simile for­
tuna, l'inizio della propria rovina ».
In verità ogni respiro della tua vita è una perla, ogni tuo
atomo è una guida verso Dio! Dalla testa ai piedi tu fosti ri­
coperto dai suoi doni : offri dunque a te stesso i doni dell'Ami­
co! Quando finalmente saprai da Chi ti separasti, capirai che
troppo a lungo tollerasti la separazione. Iddio ti allevò col­
mandoti di favori, ma nella tua totale ignoranza ti sei attar­
dato presso altri.

Un re alla caccia con i cani

Un re in procinto di partire per la caccia, disse al guardiano


dei suoi cani: « Portami il cane arabo! ». Quel re possedeva
un cane di razza araba perfettamente addestrato, dal manto
simile al raso. Portava un collare tempestato di gemme che
gli conferiva un aspetto regale, aveva anelli d'oro alle cavi­
glie e bracciali di gran pregio alle zampe anteriori, e al collo
uno splendido guinzaglio di seta.
Il re, che lo stimava animale di grande intelligenza, reg­
gendo personalmente il guinzaglio galoppava dunque seguito
dal cane, quando a un tratto esso vide sul sentiero delle ossa
e di colpo s'arrestò. Il re si voltò a guardare, e quando lo vi­
de immobile sulla strada, il fuoco della gelosia divampò in lui
al punto che le fiamme lambirono il povero cane.
« Come è possibile », disse, « vivendo con un re, volgere
gli occhi ad altro? » .
Senza indugio recise i l guinzaglio, ordinando a l suo segui­
to: « Abbandonate al suo destino questo sciocco animale! ».
Se quel cane avesse mangiato centomila spilli, forse avreb­
be compiuto un'azione per lui più propizia.
Il guardiano obiettò : « Questo cane è ornato riccamente e
ha il corpo ricoperto di gemme e preziosi : se ha meritato la
solitudine e il deserto, che oro e raso e perle restino a me! ».
Ma il re gli ordinò: « Distogli il cuore dall'oro e dall'ar­
gento di cui è ricoperto, e !ascialo andare cosl adornato affin­
ché si ricordi chi ebbe a conoscere e da qual re fu costretto a
separarsi! ».
O tu, che fin dal principio conoscesti l'Amico e che poi nel­
la tua infinita incoscienza 40 te ne separasti, procedi lungo il
sentiero del vero amore, bevi il vino dei forti a dispetto dei
draghi! Tu devi sapere che questi mostri vivono qui stabil­
mente e gli amanti devono offrire anche la testa per ottenere
il riscatto. Quello che procura tormento all'anima dell'uomo,
rende i draghi innocui come le formiche. Gli amanti, uno o
cento che siano, si nutrono del loro stesso sangue lungo la via.

Il martirio di l:lallaj

Quando I:Iallàj 41 fu messo a morte, pronunciò queste uni­


che parole : « Io sono Dio » .
Ma esse non furono comprese da nessuno, e per questo
mani e piedi gli vennero mozzati, perse molto sangue e il suo
corpo divenne completamente giallo: e chi, in simili condi­
zioni, avrebbe potuto mantenere un volto vermiglio? Ma quel
sole luminoso si sfregò i sanguinanti moncherini sul bel volto
di luna dicendo : « Poiché il sangue è il colore dell'uomo, in
questo modo ho reso il mio volto ancora più luminoso! Vo­
glio che il mio volto sia più rosso che mai e non giallo affinché
nessuno pensi che io abbia paura. Quando il carnefice si vol­
terà verso di me, avrà di fronte un coraggioso. Il mondo
per me non fu che l'anello di una mim 42 : perché mai dovrei te­
mere il patibolo? Per colui che nel mese di luglio 43 mangiò e
bevve con i draghi dalle sette teste, e in simili giochi molto
si intrattenne, la forca non è che un'inezia! » .

Un discorso d i Junayd

Junayd, guida della fede e mare senza fondo, una notte ten­
ne discorso a Baghdad. Cosi elevate furono le sue parole che il
cielo, assetato, si chinò sino ai suoi piedi. Junayd aveva un fi­
glio adolescente, un ragazzo bello come il sole. Ebbene, qual­
cuno gli mozzò la testa e la lanciò tra la folla che ascoltava il
sermone del padre. Al vederla Junayd non si scompose, ma
continuò a predicare alla folla e cosi disse: « Quella pentola
che in questa nobile sera ho messo sul fuoco degli antichi se­
greti, deve pur cucinare una simile pietanza! E forse ne cuci­
nerà di più, non certo di meno! » .44

12

Della morte

Un altro uccello così si rivolse all'upupa: « Io ho paura del­


la morte, poiché la valle è lunga e io sono sprovvisto del via­
tico. Sono certo che il mio cuore cosi pavido di fronte alla mor­
te, mi abbandonerà alla prima stazione. Fossi anche il potente
emiro della morte, quando giungerà la mia ora dovrò lasciare
la vita tra i lamenti. Colui che affronta la morte con la spa­
da in pugno, vedrà la mano e la spada spezzarsi ».
L'upupa rispose: « O essere debole e inetto ! Fino a quan­
do resterai quel vile mucchietto di ossa che sei ? Hai accata­
stato ossa su ossa, e vi hai fatto sciogliere dentro il midollo !
Tu ancora ignori che ti restano a malapena due respiri di vi­
ta, tu ignori che chiunque nacque morl, divenendo polvere, e
il vento disperse quanto aveva posseduto. Tu fosti nutrito per
morire, fosti messo al mondo per perderlo. Il cielo è simile
a un catino rovesciato e ogni sera al crepuscolo si tinge di san­
gue, giacché il sole, menando terribili fendenti, vi fa saltar
dentro le teste dei mortali.
E tu, puro o corrotto, non sei che una goccia d'acqua im­
pastata con la polvere. L'uomo, sappilo, è una goccia d'acqua
e nient'altro: quando mai potrà competere con il mare? Do­
vessi anche comandare sul mondo sino alla fine dei tuoi giorni,
anche tu infine dovrai consumarti e morire tristemente ».

La morte della fenice

La fenice è uno strano e affascinante uccello che vive nel­


le terre d'India. Possiede un becco lunghissimo che è provvi­
sto come il flauto di numerosi fori, non meno di cento. Vive
priva di compagno, e anzi la solitudine è la sua ragion d'es­
sere. Da ogni foro del suo becco sgorga una diversa melodia,
tra le cui note si cela un arcano. Quando da quei fori s'innal­
za il suo triste lamento, pesci e uccelli diventano inquieti per
lei, tutte le belve si placano e perdono quasi coscienza per la
dolcezza di quel canto. Un filosofo che un tempo fu intimo
amico della fenice, venne iniziato da lei alla scienza della
musica.
Ella, che vive quasi mille anni, presagisce il momento del­
la morte e quando sta per giungere, rassegnata, raduna at­
torno a sé della sterpaglia, poi vola su quella pira e, inquie­
ta, canta a se stessa lugubri nenie. Da ognuno dei fori del
suo becco pare che sgorghi un diverso lamento di morte, che
sale dal profondo della sua anima incontaminata: come esper­
to menestrello , modula arie diverse e, mentre canta, trema
come una foglia nell'angoscia della morte.
Al suono di quel flauto lamentoso, belve e uccelli vengono
a lei per ascoltarla, dimentichi come per incanto delle cose
del mondo, e a migliaia le muoiono dinnanzi, sopraffatti dal­
la pena per la sua triste sorte, e infiniti altri cadono in pro­
fondo deliquio, incapaci di sostenere la malinconia del suo
canto. Davvero è straordinario quel giorno ! Mentre diffon­
de il suo struggente lamento pare che la fenice trasudi sangue ;
poi quando è giunta l'ora della morte, ella agita furiosamente
le ali e le piume da cui si sprigionano scintille, e in breve
tempo è avvolta dal fuoco. L'incendio si propaga agli sterpi
che bruciano lentamente finché tutto, e legno e uccello, si
trasforma in ardenti tizzoni che ben presto si riducono in ce­
nere. Quando si è spenta anche l'ultima brace, una nuova fe­
nice sorge dalle ceneri.
Mai una creatura mortale poté, come la fenice, rinascere o
partorire dopo la morte. Ebbene, anche se ti fosse concesso
di vivere quanto una fenice, dopo infiniti dolori dovresti
ugualmente morire. La fenice per mille anni ha vagato per
il mondo piangendo su se stessa, levando il suo doloroso la­
mento in perfetta solitudine. In nessuna parte del mondo,
infatti, strinse legami e mai nutrì affetto per alcuno. La mor­
te infine le rende giustizia, spargendo al vento le sue ceneri.
Nessuno potrà sottrarsi agli artigli della morte, ricordalo,
e allora liberati dall'inganno ! Ma sebbene nel mondo non esi­
stano creature immortali, nessuno giunge, anche se sembra in­
credibile, preparato alla morte! Benché la morte sia con noi
aspra e crudele, è necessario porgerle il collo : infiniti sono
nostri travagli, ma questo in verità è fra tutti il più duro.

Un ragazzo al funerale del padre

Un ragazzo seguiva il feretro del padre, così dicendo tra le


lacrime: « Un giorno come questo, padre mio, non ebbi mai a
viverlo prima d'ora, e l'anima mi si strazia ». Un sufi, udendo
le sue parole, osservò: « Anche a colui che fu tuo padre mai
prima d'ora accadde di vivere un simile giorno! » .
La prova che toccò in sorte a quel ragazzo fu lieve, men­
tre il padre dovette affrontare impresa ben ardua . O tu, ve­
nuto al mondo privo di tutto, ti sei messo a pesare il vento
con il capo cosparso di polvere ! Dovessi anche regnare su
cento reami, di qui non uscirai che stringendo vento ! 45

La morte del flautista

A un flautista morente qualcuno volle chiedere : « O tu,


esperto di tanti segreti, come ti senti in questa difficile ora? » .
Il flautista rispose : « Nulla so dirti circa l a mia condizio­
ne : per l'intera esistenza ho soffiato vento e alla fine dei miei
giorni vado sotto terra. Non esiste altro rimedio alla morte
1e non il guardarla in volto, e per questo io verso lacrime
amare! » .
Noi tutti nascemmo per morire e la vita ben presto ci ab­
bandona, ma molto prima di quel giorno noi dobbiamo a ciò
rassegnarci. Anche colui che dominò il mondo è marcito da
tempo nella fossa. E anche colui che scalfl con una freccia la
volta celeste è ridotto a nulla nella polvere della tomba. Tut­
ti ormai dormono sotto terra, e però si rivoltano tormentati
e senza riposo ! Considera quanto sia ardua la via della mor­
te, di cui la tomba è solo la prima stazione. Se tu conoscessi
l'amarezza del morire, la tua esistenza ne sarebbe sconvoltà.

Gesù e la brocca parlante

Un giorno Gesù bevve ad un limpido ruscelletto la cui ac­


qua era più dolce dell'essenza di rose. Uno dei discepoli riem­
pl una brocca con quell'acqua, poi insieme ripresero il cammi­
no. Più tardi Gesù volle bere l'acqua della brocca, ma que­
sta volta gli parve amara. Ritrasse le labbra stupito, escla­
mando: « Mio Dio, l'acqua della brocca non era forse quella
del ruscello? Svelami dunque il mistero! Perché mai que­
st'acqua è cosl amara, mentre l'altra era più dolce del miele? ».
Allora la brocca prese a parlare, dicendo : « O Gesù, io
sono molto vecchia, avendo vissuto mille anni sotto le nove
cupole celesti, in forma di brocca, di pentola e di bottiglia.
Ridiventassi brocca mille volte ancora, io continuerei a offri­
re l'amaro sapore della morte. È l'amarezza della morte che
rende me stessa cosl triste e la mia acqua tanto amara ! ».46
O incosciente, sappi ascoltare i segreti della brocca, non
continuare a vivere nella stoltezza del somaro ! Tu che in ve­
rità hai smarrito te stesso, vai in cerca dei segreti prima che
la vita ti abbandoni! Se non conosci te stesso mentre vivi,
come potrai dopo morto attingere i segreti? Dall'intelletto
non avrai notizie di te, e neppure morendo troverai tracce del­
la tua vera essenza. Colui che muore nell'ignoranza è perdu­
to, giacché nacque uomo e divenne non-uomo. E se moltepli­
ci veli coprono gli occhi di quello sventurato, come potrà ri­
trovare se stesso ?

La morte di Socrate 47

Un discepolo chiese a Socrate in punto di morte : « O mae­


stro, quando il tuo corpo sarà lavato e avvolto nel sudario,
in quale luogo dovremo seppellirlo? » .
Socrate così rispose: « Se riuscirai a trovarmi, o giovane,
seppelliscimi dove ti pare. Dopo un'intera esistenza non so­
no riuscito a trovare me stesso, e allora come potrai sperare
tu di trovarmi da morto? Così stanno le cose nel momento
della mia dipartita: non conosco nulla di me stesso! » .
Non esiste altro rimedio alla morte s e non il fissarla in
volto. Anche la foglia del nostro volto dovrà tristemente ca­
dere. Noi tutti nascemmo per morire e la vita ben presto ci
abbandona, ma molto prima di quel giorno dobbiamo a ciò
rassegnarci. Colui che ebbe il mondo intero sotto il suo . si­
gillo è marcito da tempo nella fossa. Sia il servo che il re
dei re si sono ridotti a nulla nella tomba. Principi o misera­
bili, tutti scompaiono ; interi o mutili, tutti mutano colore!
La vita è un'interminabile teoria di affanni, e lo sarà anche
la morte se da queste pene non saprai estrarre il tesoro. Il te­
soro è Simurgh, tutto il resto è tormento e dolore. O tu, non
continuare a vagare nel mondo privo di uno scopo!

13

Della felicità

Un altro uccello così parlò all'upupa : « O tu, che possiedi


una fede incrollabile, non contare su di me! Ho trascorso l'in­
tera esistenza nel dolore, e mentirei se dicessi che sono sta­
to anche per un solo istante felice. Così grande è la pena del
mio povero cuore che ogni atomo del mio essere piange. So­
no vissuto nello smarrimento e nell'impotenza, e oppresso da
un simile fardello di dolore languo infelice: come potrei af­
frontare la via che ci si apre dinnanzi ? Se non avessi un cari­
co così doloroso sarei ben lieto di iniziare questo viaggio, e·

invece il mio cuore sanguina incessantemente! Questa è la mia


reale condizione : che mai potrò fare ? » .
L'upupa dalla voce soave, uccello esperto della via e con­
sapevole di danni e benefici, così gli rispose : « O folle e ar­
rogante creatura, totalmente immersa nel trambusto del mon­
do! Tu sei perennemente insoddisfatta, e le mete terrene ti
sfuggono nello stesso istante in cui ti agiti per raggiungerle.
Lascia ciò che si consuma nello spazio di un respiro : la vita
può farne a meno. Il mondo dovrà passare, anche tu dunque
passa oltre, abbandonalo e non fermarti a guardarlo! Colui
che lega il suo cuore a ciò che è instabile, non può avere un
cuore ardente. O generoso, se hai bisogno di uno scopo, co­
mincia a sospirare per lui! E se d'uno scopo qualsiasi ora ti
vanti , del vero scopo non vantarti con nessuno! » .
Un veggente rifiuta lo sharbat

Un veggente dall'alito profumato non aveva mai accettato


dello sharbat,48 da nessuno. Un tale un giorno gli chiese: « O
tu che assaporasti la divina presenza, perché non gradisci lo
sharbat? ».
Egli rispose: « Io vedo la morte che mi sovrasta, pronta
ad afferrare il calice prima ch'io possa avvicinarlo alle lab­
bra. Con un simile guardiano che incombe, io non berrei
sharbat ma veleno ! Con lui dietro le spalle, come potrei gra­
dire codesta bevanda? Di certo non sarebbe per me acqua di
rose, ma fuoco mortale ! » .
Quel che non dura oltre l'intervallo d i un respiro, fossero
anche cento mondi, non vale più di un mezzo chicco di gra­
no. E mentre insegui quell'unione che ancora ti è ignota, co­
me puoi radicarti in quanto è privo di radici ? Se la tua vita
è offuscata dall'insoddisfazione non lamentarti, giacché non
dura più di un respiro. E se dovrai affannarti, che sia per la
gloria eterna e non per l'abiezione! Nessuno mai vide, nep­
pure a Karbala,49 le sventure e le tribolazioni che i profeti pa­
tirono ! Ma quanto esteriormente ti si mostra come dolore, ai
veggenti in realtà parve tesoro. A ogni istante infiniti doni
ti sono elargiti e ti vengono offerti i cento mondi della gra­
zia divina. Ma tu, o immemore, neppure per un istante hai
smesso il tuo cruccio ! È questo forse il segno del tuo amore?
Vattene, tu non hai polpa, sei soltanto vilissima buccia ! Se
realmente desideri percorrere il sentiero d'amore, la tua ani­
ma e la tua mente dovranno essere in perpetua rivolta!

Lo schiavo riconoscente

Un re nobile e buono volle un giorno donare un frutto a


uno dei suoi schiavi. Costui lo addentò con profonda felicità
e disse : « In verità, mai ebbi ad assaporare nulla di più
dolce ! » .
Era così intensa l a soddisfazione dello schiavo nel mangia­
re quel frutto, che anche il sovrano ne ebbe desiderio e gli
disse: « Porgimene uno spicchio, tu che mangi il frut �� con
tanto gusto! » .
L o schiavo gli porse sollecito i l frutto, m a quando il re
l'ebbe addentato gli parve così amaro che le sue sopracciglia
si corrugarono. « Chi mai'», esclamò, « fu capace di tanto,
chi mai poté mangiare un frutto tanto amaro come se fosse
dolcissimo? » .
L o schiavo così rispose : « Mio signore, infiniti sono i do-
ni che ricevetti dalle tue mani! In verità tu a ogm Istante mi
elargisci un tesoro: come posso lamentarmi per l'amarezza
di un frutto? lo che mi sono umiliato sotto il manto della
tua grazia, non potrei mai amareggiarmi 50 per causa tua.
Se anche la tua mano mi porge un frutto amaro, io non in­
tendo rifìutarlo » .
Le pene della sua via sono infinite, ma innumerevoli so­
no i tesori che Egli ci dona. La sua azione reca indicibile tor­
mento, giacché così fu stabilito. Tu cerchi la felicità nella ca­
sa del tormento, ma la felicità terrena è fatta di spasimi e do­
lore. Qui ogni boccone è intinto nel sangue del cuore e nul­
l'altro puoi mietere se non verità. E infatti gli iniziati non
mangiarono boccone lungo questa via senza intingerlo nel san­
gue del loro cuore. Da quando presero posto alla mensa, non
spezzarono pane senza patire i più atroci tormenti.

Il principe e il sufi

Un principe chiese un giorno a un sufì : « Fratello, come


trascorri la tua esistenza? » .
Quegli rispose : « Io sono imprigionato nella fornace 51 del
mondo, con le labbra riarse e il ventre bagnato e non ho
spezzato un solo pane nel timore che laggiù mi spezzino il
collo! » .
S e cerchi l a felicità nel mondo, sei immerso nel sonno oppu­
re stai parlando di un sogno. Ma se ricerchi la vera felicità,
sii prudente affinché tu possa da uomo attraversare il �ira{.
La felicità non è possibile nel mondo: è questa una legge che
in esso non fu promulgata, regnandovi la carne che è come
fuoco ! Hai mai visto sulla terra un cuore felice? Potresti gi­
rare il mondo a compasso, ma non troveresti nessuno che ap­
paia contento.

Shaykh Mahna

Una vecchia chiese a shaykh Mahna 52: <<. lnsegnami una


preghiera per ottenere la felicità! Per anni mi sono trascina­
ta nell'insoddisfazione, ma ora non posso più tollerarla e se
tu m'insegnassi quella preghiera, ne sono certa, i giorni che
ho da vivere sarebbero profumati come rose ».
Lo shaykh le rispose : « Molto tempo è trascorso da quan­
do m'inginocchiai per la prima volta implorando ardentemen­
te ciò che tu ora mi chiedi, eppure non ho visto neppure l'om­
bra della felicità » .
Fin quando non si troverà rimedio a questo dolore, come
potrà essere felice il cuore degli uomini ?

Un tale interroga Junayd

Un tale si accostò a Junayd e gli chiese : « O tu, nobile


preda di Dio, dimmi quando l'uomo potrà divenire felice? ».
Junayd così rispose : « Nell'ora in cui sarà unito al suo
Signore ».
Finché il Re non concede l'unione, l'insoddisfazione sarà il
tuo unico destino. L'atomo è perennemente smarrito perché
non sopporta la luce del sole e infinite volte affonda nel san­
gue del mondo : come potrà liberarsi dal suo smarrimento?
Un atomo resta atomo; chi afferma il contrario vive nell'in­
ganno. Se anche modificate il suo aspetto, non muta: resta
atomo, non diventa una fonte di luce. Quello che sin dal prin­
cipio sorse dall'atomo ha la sua origine, sempre, in un ato­
mo. Se non si annulla totalmente nel sole, come può un ato­
mo durare in eterno? Buono o cattivo che fosse, se corresse an­
che per un'intera esistenza, non uscirebbe comunque da se
stesso. Povero atomo, tu vaghi ebbro per il mondo per poi
annullarti nel sole ! Però io posso attendere, o atomo inquie­
to, finché non riconoscerai da te stesso la tua debolezza.

Il pipistrello e il sole

Una notte il pipistrello si domandò : « Perché mal 10 non


posso sostenere la luce del sole ? Trascorro l'esistenza tra
mille miserie, con l'unica speranza di perdermi un giorno
nella sua luce. Un giorno anch'io, che vago da anni e anni
come cieco, salirò sino a lui! » .
U n veggente così lo ammonì : « O tu, ebbro d'orgoglio, per
poter raggiungere il sole dovresti volare migliaia di anni !
Quando mai la via sarà accessibile a una creatura smarrita qua­
'le tu sei ? Come potrebbe una formica caduta in fondo al poz­
zo camminare sino alla luna? » .
Ma i l pipistrello replicò : « I o non ho paura, continuerò il
volo per scoprire se la mia azione sortirà effetto » .
Per anni vagò ebbro e ignaro d i tutto, finché non perse le
piume e le ali e, con la pelle bruciata e le membra disfatte,
cadde sfinito a terra. Poiché nulla ancora sapeva del sole, si
disse : « Certamente l'avrò superato ! » .
M a un saggiò così lo redarguì: « Tu dormi davvero! Non
vedi la strada per cui sei giunto e allora pensi di avere oltre­
passato la meta, avendo perduto le ali e le piume » .
A quelle parole il pipistrello si sentì annientato e le debo­
li energie residue lo abbandonarono per sempre. Ormai im­
potente si rivolse al sole con la lingua dell'anima e così gli
disse : « Hai di fronte un uccello dall'acuta vista : allonta­
nati un poco ! » .
E mentre queste parole sgorgavano dalle profondità del
suo cuore tormentato, il sole della grazia agì su di lui : una
parte segreta all'improvviso in lui si illuminò e quel misera­
bile, baciato dalla fortuna, ottenne la ricchezza agognata .53

Della sottomissione

Un altro uccello chiese all'upupa: « O guida, che sarà di


me se mi limiterò a obbedire? Io non saprei accettare né ri­
fiutare nulla e posso soltanto attenermi agli ordini dell'ama­
to. Ubbidirò ad ogni suo comando con tutto me stesso, e se
invece sarò ribelle pagherò di persona » .
L'upupa così rispose : « Tu hai posto la questione nei giu­
sti termini : per l'uomo non esiste perfezione superiore a quel­
la dell'obbedienza. In verità, salverà la sua anima solo colui
che saprà portarla sino a corte, ma a patto che obbedisca
con tutto se stesso. Chi seppe obbedire fu immune dal pe­
ricolo dell'abbandono e superò agevolmente ogni ostacolo.
Un'ora sola di devozione nell'obbedienza è preferibile a un'in­
tera esistenza di preghiera nella rivolta. Chi non vuole sot­
tomettersi all'amato conoscerà infinite sventure: a corte sarà
cane, non uomo! Un cane in verità ha molto da penare e con
quale vantaggio ? Giacché non volle sottomettersi, ne ebbe so­
lo danno. Ma colui che prontamente ubbidisce agli ordini
dell'amato otterrà tali ricompense che il mondo intero non
potrà contenerle. Sia in cielo che in terra, sia per i nobili
che per i vili, non esiste dignità maggiore di quella conferita
dalla sottomissione. L'obbedienza è cosa giusta, rifugiati in
essa ! Ricorda che sei uno schiavo, non avanzare pretese! » .

Un re visita i suoi prigionieri

Un re stava tornando nella sua città e i sudditi l'avevano


tutta adornata per festeggiare l'evento. Ognuno volle espor­
re come ornamento quanto di più bello possedeva, ma i pri-
gionieri di quella città non avevano nulla se non catene e col­
lari di ferro, teste mozzate e cuori lacerati dal dolore. Decise­
ro cosi di gettare quei poveri resti dalle inferriate, come ma­
cabro addobbo dinnanzi alle carceri.
Quando il re fece il suo ingresso in città, cavalcò per stra­
de adornate con ogni sorta di drappi e festoni, ma solo quan­
do giunse di fronte alle carceri volle scendere da cavallo e
senza indugio concesse udienza ai prigionieri e fece loro pro­
messe e innumerevoli doni in oro e in argento.
Un sufi, che era al seguito del re, volle obiettare : « Signo­
re, spiegami la ragione del tuo comportamento! Hai ammira­
to infiniti addobbi preziosi, l'intera tua città rivestita di seta
e di raso, e i sudditi al tuo passaggio hanno lanciato perle e
gemme di grande valore, e dall'alto sono piovuti muschio e
trecce muliebri. Tutto questo hai veduto , ma tu procedesti
senza neppure voltarti. Perché dunque fai sosta alle prigioni
dinnanzi a un cumulo di teste mozzate? Qui non c'è nulla che
possa attirare il tuo sguardo : solo teste, mani e piedi che ap­
partennero a feroci assassini » .
Il re cosi rispose : « Gli ornamenti che gli altri hanno espo­
sto mi ricordano i virtuosismi degli attori : ognuno a suo mo­
do, e secondo il proprio ruolo, ha fatto sfoggio di sé e di
quanto possiede. Costoro hanno pagato un debito verso di me,
e per questo ho voluto degnarli della mia attenzione. Se non
fosse stato per mio ordine, quando mai quelle teste si sareb­
bero separate dai corpi, e questi da quelle ? È qui che io ve­
do la mia legge confermata al più alto grado, e qui dunque
ho fermato il mio cavallo. Quegli altri si persero in eserci­
zi di vanità, si adagiarono sulla propria presunzione, mentre
costoro sono esseri smarriti, confusi dal rigore della mia leg­
ge. Hanno perduto mani e piedi, pelle e sangue, e attendono
inerti di passare dalla cella alla forca. Queste carceri per me
sono un giardino di rose. Io appartengo a costoro e costoro
appartengono a me ! » .
I veggenti della via devono limitarsi a obbedire : è per que­
sto che il Re visita le carceri.

Il sogno di un asceta

Un asceta, che era guida del mondo e uomo integerrimo,


ebbe a narrare: « La scorsa notte mi apparvero in sogno
Biiyazid e Tirmidhi 54 che mi camminavano al fianco lungo una
via. Entrambi vollero concedermi il primato spirituale e così
io divenni la loro guida. Solo più tardi potei capire per quale
motivo quei due nobilissimi maestri mi avevano concesso un
simile onore. Ebbene, si trattava di questo : all'alba io ave­
vo emesso in modo inconsapevole un sospiro di dolore che
andò amplificandosi sino ad aprirmi la via, e infine bussò alla
porta della divina corte finché non si dischiuse. Proprio men­
tre s'apriva sentii qualcuno che mi parlava pur senza lingua:
erano i santi maestri e i loro discepoli che sembravano voler
qualcosa da me, tranne Bayaz!d. Costui, che in verità fu il
migliore degli uomini, volle rivolgersi a me, ma non per chie­
dermi qualcosa. Questo solo mi disse : " Stanotte, quando udii
la tua chiamata, pensai che non è giusto che io ti voglia senza
condividere la tua pena,55 che io ti cerchi senza essere a te sot­
tomesso. Per questo tutto ciò che vorrai comandarmi sarà
una cosa sola con i miei desideri, e la mia azione si conforme­
rà in tutto alla tua volontà. Io non devo preferire né questo
né quello : chi sono io per poter avanzare pretese? Il servo
deve limitarsi a obbedire, e quindi altro non voglio se non ciò
che desideri " . Fu dunque per queste ragioni che i due santi
maestri vollero concedermi il primato spirituale » .
Il servo ubbidiente è in intimo colloquio con il suo signo­
re. Ma non è vero servo di Dio colui che follemente si vanta
del suo servire. Il buon servo si rivela nei momenti difficili :
metti dunque alla prova te stesso, affinché si possa misurare il
tuo reale valore !

Shaykh Khirqiini in punto di morte

In punto di morte, prossimo ormai ad esalare l'anima dal­


le sue labbra, lo shaykh Khirqan1 56 pronunciò queste mera­
vigliose parole: « Oh, quanto avrei desiderato che la mia ani­
ma venisse squarciata 57 e il mio cuore aperto e offerto a tutti,
affinché chiunque potesse scoprire le mie pene amarissime e
capire che chi desidera penetrare i segreti non può adorare ido­
li, essendo impossibile barare ! » .
Solo questo, i n verità, è autentico servire, tutto i l resto
non è altro che vanità. Servire, o non essere, significa umi­
liare se stessi . Ma tu vuoi divenire simile a Dio, non suo ser­
vitore ! Quando mai troverai la forza per umiliarti ? Proster­
nati, divieni umile servitore se desideri vivere realmente! E
come servo sii sempre timorato, anzi il timore sia l'oggetto
esclusivo della tua ambizione. Il servo che cammina lungo la
via privo di timore sarà respinto dalla corte del Re. La sua
alcova è proibita al servo che non conosce timore, ma sarà
giusta ricompensa di colui che è timorato.
Un servo privo di timore

Un re donò a uno dei suoi servi una tunica meravigliosa


e costui la indossò e usd dal palazzo. La polvere della stra­
da si posò sul suo volto ed egli se lo deterse con la manica
della tunica. E poiché un invidioso riferì al re: « Signore,
quel servo si è pulito il volto con l'abito che tu gli donasti »,
il sovrano ripudiò immediatamente quel servo privo di timo­
re, condannando lo sventurato alla forca.
Sappi dunque che chi non conosce timore alla corte del Re
non avrà valore alcuno.

Del gioco leale

Un altro uccello chiese all'upupa : « O tu, dai puri pensie­


ri, dimmi com'è possibile giocare lealmente sulla via divina?
Giacché io non posso impegnare il mio cuore, io mi libero
sempre di ciò che possiedo. Finisco sempre per perdere quan­
to ottengo, che nelle mie mani si trasforma in uno scorpio­
ne che fugge. Nulla mi vincola, spezzo ogni legame o catena,
ma con lui mi sforzo di giocare lealmente, nella speranza di
potere un giorno ammirare il suo volto » .
L'upupa rispose : « U n gioco leale 58 è i l viatico d i cui ab­
bisogna colui che osa intraprendere il viaggio, e questo signi­
fica che solo colui che ogni cosa volle giocarsi trovò, nella
privazione , la pace perfetta. E allora lacera quanto hai cuci­
to e non ricucire più quanto hai stracciato ! Brucia con il tuo
infuocato respiro tutto ciò che possiedi, sino alla punta dei
tuoi capelli, e poi raccogli le ceneri e siediti sopra di esse, e
infine disperdile affinché il vento della divina gloria ne con­
fonda ogni traccia ! Se così agirai, sarai libero da tutto, altri­
menti ogni cosa che possiedi ti farà patire sino alla morte !
Se non morirai alle cose che ti appartengono, come ti sarà pos­
sibile posare i piedi nel vestibolo del suo palazzo? Nella pri­
gione di questo mondo non si può vivere a lungo, ritira dun­
que le mani da quanto in essa hai trovato ! Nell'ora della mor­
te tutto ciò che possiedi ti succhierà il sangue, diverrà il tuo
carnefice! E in primo luogo ritira le mani da te stesso, perché
solo così potrai iniziare il tuo cammino sulla via. Non illu­
derti di poter affrontare il viaggio se non saprai giocare leal­
mente ».
Il santo del Turkistiin

Il santo del Turkistiin 59 parlando di se stesso ebbe a dire :


« Due cose soprattutto io amo : il mio veloce cavallo screzia­
to e il mio piccolo figlio. Ebbene, se avessi notizia della mor­
te di mio figlio, offrirei il cavallo come ringraziamento. En­
trambi infatti sono divenuti pericolosi idoli agli occhi del­
l'anima mia » .
Finché anche tu non sarai come fiaccola ardente, non van­
tarti di giocare lealmente dinnanzi al popolo! Colui che lo fa­
cesse, a ben giudicare, rinnegherebbe la propria azione. L'asce­
ta che avidamente divorerà il proprio pane sarà implacabilmen­
te percosso sulla nuca.

Shaykh Khirqiini goloso di melanzane

Shaykh Khirqiini, che conobbe il trono della corte celeste,


era assai goloso di melanzane. Un giorno egli a tal punto im­
plorò sua madre da costringerla a porgergli una mezza melan­
zana. Ma mentre lo shaykh la divorava, qualcuno mozzò la
testa al suo unico figlio. Durante la notte l'assassino depose la
testa della vittima innocente sulla soglia della casa paterna.
Quando lo shaykh fece la macabra scoperta, così commen­
tò : « Non mi ero forse detto infinite volte che se avessi as­
saggiato anche solo una mezza melanzana avrei patito una ter­
ribile sventura? Ma l'anima mia arde senza tregua nel fuoco
del mondo : agire con il mio Signore è veramente assai
arduo! » .
Chiunque sia trascinato nell'azione del mondo non potrà
unire, neppure per un istante, il suo respiro a quello dell'Ama­
to. Ma l'azione divina in cui siamo impegnati è assai ardua,
supera il confine tra la pace e la guerra. Nessun atomo del­
l'universo possiede scienza o quiete, giacché l'azione ha coin­
volto ogni atomo.
A ogni istante siamo visitati da un nuovo ospite: la carova-
, na ignota di una nuova prova giunge sino a noi. Se cento ter­
ribili prove hanno già scosso la tua esistenza, nuove prove
incessantemente si presenteranno. Tutti coloro che vennero al­
la luce, uscendo dal velo dell'inesistenza, sono condannati a
versare lacrime e sangue. Sono infiniti gli amanti che già sa­
crificarono la vita per Lui in un'unica strage. Le anime potran­
no finalmente agire solo versando un tributo di sangue !
Un racconto di Dhii 'n-Niin

Un giorno Dhii 'n-Niin 60 fece questo racconto: « Tempo fa


mi inoltrai nel deserto privo del bastone e dell'otre, confidan­
do unicamente nel mio Signore. D'un tratto vidi a terra qua­
ranta sufi, ricoperti di miseri stracci, che avevano esalato l'ani­
ma proprio in quel luogo. Il mio sciocco intelletto ebbe un
moto di ribellione, un fuoco di rabbia divampò nella mia ani­
ma inquieta. " Mio Dio ", esclamai, " che significa tutto questo?
Quanto ancora vorrai umiliare i tuoi servi migliori? " .
Una voce dall'invisibile così mi rispose : " Di tutto ciò che
tu dici, Io sono a conoscenza: se prima li uccido, più tardi
li aiuto a riscattarsi " .
Allora chiesi: " Quanti ancora ne intendi uccidere? " .
Rispose: " Continuerò fino a quando non avrò ottenuto la
totalità del riscatto. Finché non lo avrò nei miei forzieri, non
smetterò di ucciderli, affinché Mi restino in pegno i loro la­
menti. Li trascinerò con la testa nel sangue intorno al mon­
do, e solo quando le loro membra saranno cancellate ed essi
saranno totalmente annientati, lo offrirò loro il sole del mio
volto e farò di esso il loro unico abito, e col loro sangue da­
rò colore al loro volto. Li costringerò a' inginocchiarsi nella
polvere della mia soglia: essi saranno le ombre del mio vicolo
e godranno del sole del mio volto. Ma se questo sole risplen­
de, come può anche una sola ombra allungarsi nel mio vicolo?
Quando l'ombra s'annulla nel sole, tutto svanisce fuorché
il sole " » .
Chiunque si annienti in Lui, per sempre si libera dal pro­
prio essere. Con Lui vicino non è possibile continuare ad ado­
rare se stessi. Dunque cancella il tuo essere, ma non farne pa­
rola con nessuno. Abbandona la vita, ma non dirlo! lo non
conosco fortuna maggiore di quella di un uomo che sia smar­
rito a se stesso.

I maghi del Faraone

Nessuno mat m questo mondo poté godere di una fortuna


pari a quella dei maghi del Faraone.61 In che consisteva? Eb­
bene, avendo costoro trovata l'autentica fede, riuscirono a
separare la vita da loro stessi. Nessuno mai godette di una
simile fortuna! In quell'istante essi posarono un piede sul sen­
tiero della fede e nell'istante successivo posarono l'altro fuo­
ri dal mondo. Nessuno aveva veduto mai un simile miracolo ,
né un ramo fiorire più rigoglioso!
16

Dell'ambizione

Un altro uccello si rivolse all'upupa e cosi le disse : « O


veggente, il mio ardore è stimolato dal mistero che ci pro­
poni. Benché all'apparenza io sia molto debole, possiedo in
verità una nobile ambizione. L'obbedienza forse non è la mia
più alta virtù, ma posso vantarmi di un'ambizione illimitata ».
L'upupa rispose : « Il magnete degli amanti d'Alast 62 è una
nobile ambizione: essa è la rivelazione di tutto ciò che esiste.
Chiunque abbia una nobile ambizione, non tarderà a scopri­
re la chiave dei due mondi. E se possiederà anche un solo ato­
mo di una simile ambizione, gli sarà possibile umiliare perfi­
no il sole. Il seme del regno dei due mondi è l'ambizione: es­
sa dona penne e ali all'uccello dell'anima! ».

Giuseppe e la vecchia innamorata

Giuseppe un giorno fu messo in vendita, e intorno a · lui


si affollò una turba di egiziani che ardentemente desiderava
vederlo. Poiché molti si erano candidati al suo acquisto, il
prezzo richiesto era una quantità d'oro pari a dieci volte il
suo peso. Tra la folla si agitava una vecchia dall'aspetto soffe­
rente, che aveva portato con sé alcune corde. Costei si fece lar­
go tra la folla e gridò: « O venditore, cedilo a me, il cana­
neo ! Per il desiderio di questo giovane ho perduto la testa,
per lui ho filato dieci matasse di corde. Prendile, dunque, e
consegnami Giuseppe, metti la sua mano nella mia e più non
se ne parli ! ».63
Ridendo il venditore le rispose : « O ingenua, questa per­
la impareggiabile non è accessibile alle tue tasche, essendo il
suo prezzo di almeno cento tesori ! O vecchia, quanto possono
valere le tue misere corde ? ».
· Ma quella replicò : « Io so bene che nessuno venderebbe
questo giovane a cosi miserabile prezzo! Ma a me basta che
tutti, amici e nemici, dicano : " Anche quella vecchia era tra
gli acquirenti di Giuseppe ! " ».
Quel cuore che possiede illimitata ambizione saprà conqui­
stare una fortuna straordinaria, come quel potente sovrano
che diede alle fiamme il proprio regno, avendo compreso quan­
to fosse misero il suo primato terreno e aspirando a un dominio
mille volte più vasto. Egli agì spronato da una pura ambizio­
ne e rinunciò disgustato ai suoi vili possessi. Quando l'occhio
di una nobile ambizione si è fissato sul sole, può forse ancora
Indugiare su un atomo?

Il re che divenne mendicante

Uno stolto non cessava di lamentarsi della propria miseria.


Un giorno Ibrahim Adham 64 gli chiese : « Amico, hai forse
acquistato a buon mercato la tua povertà? ».
' . Questi rispose : « Ma che vai dicendo ? Io avrei acquistato
�-
la miseria ? Lasciami stare! » .
Ibrahim insistette : « lo h o scelto l a povertà spontanea­
mente e l'ho acquistata al prezzo di tutti i beni del mondo.
E se potessi ne acquisterei dell'altra in cambio non di uno ma
di cento mondi, poiché il suo valore si accresce di momento
in momento. I beni che un tempo possedevo, li avevo acqui­
stati a un miserabile prezzo e per questo rinunciai al mio re­
gno senza rimpianto. Io dunque, a differenza di te, conosco
il reale valore dei possessi terreni e ringrazio me stesso per
avere compiuto una simile scelta. Tu certamente non puoi fa­
re altrettanto! » .
Gli ambiziosi s i giocano sia l a vita che i l cuore, ardendo
per anni e anni al fuoco d'amore. L'uccello della loro ambi­
zione diviene il compagno della divina presenza, supera nel
suo ardito volo i confini del mondo e della fede. Se tu non
sei uomo animato da una simile ambizione, scompari dalla
mia vista : tu non sei l'erede della grazia divina !

Shaykh Ghawri e il sultano Sanjar

Shaykh Ghawri,65 che per amore si era dissolto nel tutto,


stava un giorno seduto con i suoi discepoli al di· sotto di un
ponte. Di lì si trovò a passare il grande Sanjar/>6 che gettan­
do uno sguardo su di loro esclamò: « Ma che razza di gente è
codesta che bivacca sotto un ponte? » .
Shaykh Ghawri si levò a rispondere : « È gente perduta in
se stessa e ora tu non potrai evitare di scegliere : o amerai
per sempre noi che ti salveremo dalle insidie del mondo, op­
pure ci sarai ostile, e perderai oltre a noi la vera fede. Scegli
dunque! Se vorrai unirti a noi sotto questo ponte, sarai final­
mente libero da vanità e desideri. Soppesa con attenzione
l'amicizia, o l'ostilità, che noi ti si offre : scendi sulla via, umi­
lia te stesso! » .
Sanjar cosi rispose : « I o non sono dei vostri, non v i amo
e neppure posso odiarvi. Non vi sono né amico né nemico, e
ora devo proseguire, i · miei affari non possono attendere! La
vostra lode o il vostro disprezzo non mi toccano, nel bene e
nel male non voglio avere rapporti con voi » .
L'ambizione è simile a un uccello dall'ala tagliente che si
affila man mano che sale volando. Se il volo di quell'uccello
non fosse illuminato dalla veggenza, come potrebbe penetra­
re nel cuore del creato ? Nel suo volo supera i confini dell'esi­
stenza, va oltre la lucidità e l'ebbrezza.

Il lamento d i u n folle

Nella notte un folle dolcemente si lamentava: « Volete pro­


prio che vi dica cos'è questo mondo? È un cesto con il co­
perchio abbassato, e noi restiamo nel suo fondo a crogiolarci
smarriti nell'ignoranza. Quando la morte solleva il coperchio
colui che possiede le ali può volare verso l'eternità ; chi invece
ne è privo, rimane prigioniero nel tormento ».
Anche tu fornisci di ali l'uccello della tua ambizione, affin­
ché voli verso il reale, dona il tuo cuore all'intelletto e vivi­
fica la tua anima! Ancor prima che il coperchio si sollevi, di­
vieni uccello della via, trova ali e piume per volare! Ma pri­
ma brucia le ali e le piume che possiedi, incendia persino te
stesso se vuoi primeggiare su tutti!

Un pipistrello

Uno strano pipistrello ebbe a dire : « A che servono, o igna­


ro, un sole e una luna come questi ? Un sole che al tramon­
to scompare e ai viandanti fa smarrire la via. Rasserena il
tuo volto e smetti il tuo lamento, o tu che vaghi in affannosa
ricerca ! Il sole che mille volte è assetato più di ogni altra
creatura, reclama un tributo di sangue nel rosso del crepu­
scolo ! Se un sole come questo non sorgesse più, che mai im­
porterebbe ? Io conosco un sole ben diverso! Non dormire,
uomo, almeno per una notte sii vigile affinché tu possa vede­
re nel buio il volto dell'altro sole. O ignaro, il mio giorno co­
mincia ogni notte giacché proprio di notte quel sole irradia la
luce di Dio.67 Ma quando sorge tra le tenebre, trova le crea­
ture del mondo immerse nel sonno. Il sole diurno, abbaglia­
to dal riflesso di quella luce sfolgorante, pudicamente si co­
pre il volto con un velo, si abbandona a vergognosa fuga e
solo dopo la metà della notte lentamente ritorna ad allietare
la terra. Ma a chiunque sia citvenuto un suo intimo, come io
aono, il sole notturno è causa di sofferenza perenne. Quando
un simile sole compare nella notte, non puoi che chiudere gli
occhi. E cosi sino all'alba io volo, non cammino, intorno a
quel sole fino a bruciarmi » .
Quando appare il volto del sole notturno, noi restiamo na­
acosti nell'oscurità del nostro nido! Iddio rifulge nelle tene­
bre simile a sole: i viandanti non dormano nell'oscurità della
notte! E anche tu, se sarai mosso dall'ambizione del falco, po­
trai posarti un giorno sulle spalle del Sovrano. Se invece la
tua ambizione sarà quella della falena, simile a falena reste­
rai nella tua impudenza, fragile come lei, e sarà indifferente
che tti esista o non esista. Ma colui che volle essere ambizioso
si alzò come un sole a inaccessibili altezze. Solo se sarai mos-
10 da ambizione nobilissima, potrai aspirare a un seggio al
fianco del Sovrano. Ma se invece per ogni inezià abbandoni
la via, non sperare che ti offra il suo vino!

Dell'infedeltà

Un altro uccello disse all'upupa : « Io so che giustizia e fe­


deltà regnano stabilmente alla corte di quel re. L'Altissimo
m'ispirò giustizia e dall'infedeltà sempre fui immune. Ebbe­
ne, quando queste due qualità si trovano riunite in un solo es­
sere, quale sarà il suo rango nella conoscenza ? ».
L'upupa cosi rispose: « Giustizia è regina delle virtù, per
cui chi divenne giusto fu liberato da ogni vanità. Praticare
giustizia è preferibile a un'intera esistenza di preghiere e di
genuflessioni. E la stessa generosità non è, nei due mondi,
virtù più alta della giustizia segretamente coltivata. Ma co­
lui che pratica giustizia per far mostra di sé, ricordati, non
potrà sfuggire all'accusa di ipocrisia. Gli uomini eletti non
ottennero giustizia da nessuno, ma resero giustizia a molti ».

Al;lmad l;lambal risponde a un suo critico

A}:tmad B:ambal 68 fu l'imam del suo tempo, e l'elenco delle


sue meravigliose virtù sarebbe interminabile. Un giorno vol­
le concedersi una pausa dopo gli studi e si recò a visitare un
mendicante. Un tale lo . riconobbe, e lo rimproverò in questi
termini: « Tu sei l'imam del mondo, e nessuno può raggiun­
gere i vertici della tua sapienza. Certamente non hai · bisogno
di ascoltare quanto il volgo va dicendo : perché allora pendi
dalle labbra di questo pezzente? ».
A}:tmad I:lambal così rispose : « In verità, a lungo studiai
gli �adith e la sunna.ffJ Senza alcun dubbio io conosco meglio
di costui la scienza teologica, ma lui conosce Dio più profon­
damente di me ! » .
O tu, ignaro della tua ingiustizia, considera almeno per
un istante la giustizia dei veggenti !

Il sultano Ma):lmud e un re indiano

Un anziano re dell'India fu catturato dai soldati di Mahmiid.


Condotto alla presenza del sultano, volle subito conv�rtirsi
all'Islam : così poté scoprire i segni della conoscenza e decise
di separarsi dai due mondi, rimanendo nei giorni seguenti in
solitudine nella propria tenda, indifferente a tutto e unica­
mente dominato da un intimo travaglio. Piangeva e si lamen­
tava incessantemente, il giorno più della notte e la notte più
del giorno, finché i suoi lamenti divennero così strazianti che
anche Mahmiid ebbe notizia del suo tormento. Il sultano al­
lora lo fec� chiamare e gli disse : « Se lo desideri io ti donerò
cento regni in cambio di quelli che hai perduto. Tu sei un re,
non puoi lamentarti per queste cose. E allora non piangere
e poni fine alla tua disperazione! » .
L'anziano re così rispose : « Signore, io non piango per il
regno o la dignità che ho perduto. Piango perché domani, nel
giorno della resurrezione, il Glorioso mi dirà: " O tu, creatu­
ra sleale e infedele, che contro di Me nutristi il seme del di­
sprezzo ! Finché Ma}:tmiid non ti ebbe circondato con le sue
schiere di valorosi cavalieri, tu vivesti dimentico di Me, mo­
strando un'infedeltà spudorata. Fui costretto a farti marcia­
re contro un esercito affinché tu cacciassi la testa fuori dalla
tua porta e Mi guardassi almeno una volta ! Senza un eserci­
to nemico di fronte, non ti saresti ricordato di Me. Dimmi
ora se dovrei chiamarti amico o nemico. Fino a quando dovrò
offrirti la mia fedeltà in cambio del tuo disprezzo? Davvero
è un bel modo, il tuo, di intendere la fedeltà ! "
Se l'Altissimo mi rivolgesse un simile monito, cosa potrei
rispondere in mia difesa ? Grande è la vergogna che provo.
Ecco, o giovane sovrano, per cosa piange questo vecchio ! » .
Ascolta le parole di giustizia e fedeltà, trai ammaestra­
mento dal libro della retta azione ! Solo essendo leale e fede­
le potrai affrontare il viaggio, altrimenti resta seduto e ri­
nuncia a una simile impresa! Tutto ciò che non è scritto nel-
l'indice della fedeltà non si può neppure trovare nel capitolo
della grazia divina.

Il duello

Durante un duello un guerriero musulmano chiese una tre­


gua al suo avversario cristiano per recitare la preghiera. Gli
fu accordata, ed egli poté pronunciarla, e poi il duello ripre­
se più furioso di prima. Quando il cristiano a sua volta volle
pregare, ottenne una tregua e si appartò in un luogo pulito e
qui s'inchinò dinnanzi a un suo idolo. Come l'altro lo vide
inginocchiato a terra pensò: «Questo è il momento propi­
zio! » e stava per colpirlo a· tradimento, quando una voce dal
cielo cosl lo ammoni: «O ignobile traditore, ·· bel modo co­
desto di rispettare i patti! Il tuo nemico non osò recarti offe­
sa quando per primo concesse la tregua, e se tu ora lo colpis­
si, daresti prova di somma ignoranza. Non hai letto il Corano
ove dice: " Tieni fede alle promesse! " ? 70 Colui che non sep­
pe mantenerle fu perduto. Questo infedele fu leale nei tuoi
confronti e tu non voler essere più sleale di quanto hai già di­
mostrato! Questo infedele fu totalmente fedele ai patti: mo­
straMi ora la tua fedeltà, se sei un vero credente. Costui agl
con rettitudine e ttP lo contraccambi con il male: non fare
ad altri ciò che non faresti a te stesso! O tu che sei un cre­
dente, in verità hai agito come un miscredente qualsiasi! Nel­
la fede ai patti sei stato inferiore a un cristiano! » .
I l musulmano fu sconvolto d a quelle parole e tutto i l suo
corpo si ricopri di sudore. Quando il cristiano lo vide in la·
crime, con la spada in pugno eppure smarrito, gli chiese:
«Perché piangi? Dimmi che cosa ti accade! » .
E quegli rispose: «Dio mi ha giudicato, contestandomi l'in­
fedeltà ai nostri patti e in verità io piango perché ti ho re­
cato offesa! » .
Udita la risposta, l'infedele lanciò un urlo altissimo scop­
piando a sua volta in singhiozzi. Quindi disse: «Come potrei
non credere in un Dio che rimprovera un suo fedele per una
questione di infedeltà ai patti con un nemico ? Illustrami le
dottrine dell'Isla'm, giacché io voglio convertirmi; darò alle
fiamme gli idoli e sempre osserverò la vera legge. Ahimè, il
mio cuore è legato da catene così pesanti da essere ancora
ignaro di un Dio così grande! » .
O tu che mai ricercasti, quante volte sei stato infedele al­
l'Amato! Ma sebbene la mia pazienza raggiunga la volta cele­
ste, ben presto le tue infedeltà ti saranno a una a una rin­
facciate.
Giuseppe e i suoi fratelli

I dieci fratelli, sopravvissuti alla carestia, giunsero presso


Giuseppe dopo un lunghissimo viaggio, e gli narrarono le lo­
ro disgrazie chiedendogli aiuto per superare l'annata cattiva.
Giuseppe aveva il volto nascosto da un velo e teneva din­
nanzi a sé una coppa.'1 Egli dunque la sfiorò con una mano e
questa produsse un lamento. Il saggio Giuseppe allora inter­
rogò i suoi ospiti: « O voi, sapete forse comprendere la vo­
ce di questa coppa? » .
I dieci fratelli, i n preda allo stupore, cosi risposero : « O
signore, esperto di verità, chi mai potrebbe interpretare il ge­
mito di una coppa? ».
Ma Giuseppe disse loro: « Io ho udito bene quel che ha
detto, voi dovete esser deboli d'orecchio! La : coppa racconta
che una volta avevate un fratello d'incomparabile bellezza,
Giuseppe era il suo nome e viveva con voi e la sua parola era
più nobile della vostra » .
Giuseppe toccò nuovamente l a coppa, così continuando:
« Dice ancora, con la voce che udite, che tutti insieme getta­
ste Giuseppe in un pozzo. Quindi uccideste un lupo innocente
e con il suo sangue macchiaste la camicia del fratello. Vostro
padre Giacobbe, vedendola, ne ebbe il cuore straziato ».
E continuò : « La coppa dice inoltre che vendeste Giusep­
pe dal volto di luna, causando in- tal modo a vostro padre
un'indicibile pena. Quando mai s'è udito che degli infedeli
commisero contro un fratello qualcosa di simile? Vergognate­
vi di fronte a Dio! ».
A queste parole i già attoniti fratelli sentirono le proprie
membra sciogliersi come acqua, loro che erano venuti fin lì
in cerca di pane ! Vendendo Giuseppe essi avevano segnato
il proprio destino, e gettandolo in quel pozzo erano precipi­
tati loro stessi in un pozzo di sciagure!
In verità è cieco colui che da questo racconto non sa trarre
alcun ammaestramento. E anche tu non dovresti ascoltare
con distacco : questa che hai udito, o ingenuo, è proprio la
tua storia ! Le infedeltà di cui ti macchiasti non furono certo
commesse alla luce della conoscenza! Se qualcuno per una
volta sfiorasse la tua coppa, rivelerebbe infamie ben più gravi
di quelle che hai udito! Forse un giorno verrai ridestato dal
·sonno e finalmente stanato dal guscio di te stesso! Le ingiu­
rie, le infedeltà e le altre tue colpe un giorno ti saranno rin­
facciate e a una a una verranno contate sotto i tuoi occhi. E
quando la tua coppa avrà a lungo parlato, io davvero non so
se riuscirai a conservare ragione e sentimenti! Fino a quan­
do vagherai intorno alla coppa riversa del mondo? Passa oltre!
O tu, recluso nel fondo di una coppa, in verità tu venisti al­
l'azione come una mutila formica ! Se resterai prigioniero di
questa coppa, sarai costretto a udire spesso la sua voce. Rac­
cogli le tue penne e vola via, o tu che vuoi conoscere Iddio !
Altrimenti la voce della coppa rivelerà le tue infamie.

18

Della temerarietà

Un altro uccello chiese all'upupa : « O guida, è lecito essere


[
' temerari alla corte di quel signore ? Colui che si mostra teme-
� rario appare libero da ogni paura. Spiegaci che significa esse­
re temerari a quella corte. Spargi su di noi le perle del reale,
rivelaci i suoi insondabili misteri ! » .
L'upupa così rispose : « Chiunque n e sia degno diverrà
partecipe dei segreti del re e gli sarà lecito essere temerario
purché li custodisca gelosamente. Ma quando potrà essere te­
merario colui che ne ha conoscenza ? Ebbene, se sarà riveren­
te e timorato potrà permettersi almeno una volta di esserlo.
Come potrebbe l'ultimo dei cammellieri divenire il confiden­
te del re? Se si mostrasse temerario a somiglianza dei misti­
ci, perderebbe la fede e la vita. Quando mai il peggiore dei
sudditi sarà temerario al cospetto del sovrano ? Gioiosa in­
vece sarà la temerarietà di quel servo che cammina per la via,
ormai straniero al mondo.72 Egli è come folle per l'ebbrezza
amorosa e cammina sull'acqua sorretto dalla sola forza d'amo­
re. E se arde nell'incendio amoroso e il tumulto d'amore gli mar­
tella le tempie, sa però cogliere Iddio in ogni cosa fino a non
poter più distinguere una cosa da un'altra! La sua temerarie­
tà è il frutto naturale degli eccessi amorosi. E sarà gioiosa
temerarietà, essendo quel folle simile a una lingua di fuoco.
Come non bruciarsi camminando sul fuoco? D'altronde, co­
me si può biasimare un folle? Quando tu stesso sperimente­
rai una simile follia, sarà lecito ascoltare qualunque cosa usci­
rà dalle tue labbra » .

'Amid

Nel Khuriisiin prosperava un regno felice in virtù del sag­


gio governo di 'Amid.73 Egli possedeva cento schiave turche
che avevano volto di luna, corpo di cipresso, braccia d'argento
e capelli di muschio. Ognuna di loro portava alle orecchie per­
le così splendenti da rischiarare la notte. Sul capo avevano
fulgidi turbanti e al collo dorati monili. Il loro petto era ri­
vestito di oro e d'argento, la vita era stretta da cinture di
perle. Tutte avevano stupendi cavalli dai finimenti d'argento.
In verità, chiunque avesse ammirato nel volto quelle straor­
dinarie guerriere, avrebbe smarrito all'istante l'anima e il
cuore.
Un giorno un folle di Dio si trovava a passare in quei luo­
ghi, scalzo, affamato e vestito di stracci. Vedendo da lontano
quella straordinaria parata di schiave, esclamò: « A chi ap­
partengono quelle uri a cavallo? » .
Un cortigiano gli rispose: « Quelle sono le schiave di 'Amid,
il nostro signore! » .
Udita la risposta, quel poveretto fu subito avvolto dai fu­
mi della follia, e urlò : « O Tu che siedi nell'empireo glorioso,
prendi esempio da 'Amid nell'attendere ai tuoi schiavi ! » .
S e anche tu sei folle di Lui, sii pure temerario! S e hai fo­
glie adeguate, svetta tra i rami più alti! Se invece non le pos­
siedi, non essere temerario, non dileggiare te stesso ! Felice
è la temerarietà di coloro cne sono folli, perché ardono come
falene intorno alla fiamma . Nulla vedono questi eletti , né il
bene né il male. Nulla vedono se non il loro Sovrano.

Un folle sotto la pioggia

Un folle camminava un giorno nudo e affamato per una via


battuta da un vento gelido e dalla pioggia. Ben presto il va­
gabondo fu fradicio e intirizzito, privo com'era di un riparo
qualsiasi, e allora cercò rifugio in una casa diroccata. Ma non
appena ebbe varcato la soglia, gli cadde sul capo una tegola.
Ferito e con il sangue che gli scorreva a fiotti sul volto, quel
misero levò gli occhi al cielo gridando : « Fino a quando bat­
terai i regali tamburi ? E devi proprio batterli con simili
pietre? » .
A colui che h a raggiunto l'intimità dell'Amato, l a via appare
simile a un giardino fiorito, e dopo aver conosciuto la follia
potrà giungere alla perfezione presso la sua corte. In verità,
chiunque perda la testa per un simile ladro di cuori , si limi­
terà poi a ripetere con grazia quanto il cuore vorrà suggerirgli.

L'asino sbranato dal lupo

Viveva a Kariz un mendicante che un giorno ottenne in


prestito un asino dal vicino di casa, dirigendosi poi con l'ani-
male verso un mulino. Qui giunto si sdraiò a terra per ripo­
sare, e l'asino lasciato a se stesso si allontanò dal mulino, fi­
nendo tra le zanne di un lupo che lo divorò. Il giorno seguen­
te il proprietario dell'asino pretese dal mendicante un risarci­
mento. Entrambi si appellarono al signore di Kiiriz, riferen­
dogli l'accaduto e chiedendo chi dovesse risarcire il danno. Il
principe così rispose : « Ebbene, colui che lasciò libero que­
sto lupo affamato nel deserto dovrà senza dubbio risarcire
ogni danno, e quindi è a lui che dovete rivolgervi. Senonché
fu Dio a creare il lupo, e quindi è Lui il responsabile della vo­
stra sventura. O stolti, anche se aveste perduto cento asini,
ora non potreste rimproverare che voi stessi! » .
Mio Dio, a che servirebbe il risarcimento? Qualunque cosa
Egli faccia non v'è diritto al risarcimento. Se le donne d'Egit­
to persero la felicità a causa della morte dei loro primogeni­
ti,74 perché mai stupirsi se un folle trova la felicità presso la
corte divina? Pur di goderne, egli sarebbe pronto a dimentica­
re se stesso e il mondo.
Tutti parlano del Signore e Lo invocano, tutti Lo ricerca­
no e avanzano verso di Lui.

La carestia in Egitto

La carestia si abbatté inattesa sull'Egitto 75 e il popolo mo­


riva implorando del cibo. Le strade erano ricoperte da mucchi
di cadaveri abbandonati, le case ospitavano creature più morte
che vive.
Un folle, osservando quel triste spettacolo di morte e di
fame, esclamò : « O Signore del mondo e della fede, se pro­
prio non puoi nutrirli tutti, fanne nascere di meno ! » .
Gli amanti infiammati nell'azione furono ben presto disgu­
stati dagli inganni dell'esistenza. E in verità, quanto di un fol­
le venisse contaminato dall'esistenza, sarebbe cancellato dal
libro della divina grazia. Di lui riuscirà gradito quanto è pri­
vo di valore e sarà rifiutato quanto nel mondo ha pregio. Sa­
rà incessantemente colmato di favori, ma se vorrà eccellere
verrà castigato. Gli amanti di quella corte sono esenti da qual­
siasi difetto, danzano come alberi al vento. Con i piedi simi­
li a rami acuminati camminano nel fango, diventano perfet­
ti nell'intimità con l'Amico. Colui che per giungere a quella
corte si fa temerario, chiederà perdono più tardi, quando sa­
rà pienamente consapevole. E se rivolgendosi a quella corte
non parlerà rettamente, farà umilmente ammenda al tem­
po dovuto.
Un folle perseguitato dai bambini

Un folle di Dio era assillato da torme di bambini che lo fa­


cevano bersaglio di nutrite sassaiole. Un giorno egli cercò
rifugio in un angolo segreto del pubblico bagno, sul cui soffit­
to si apriva un lucernario. Di lì a poco il celeste dono d'una
furiosa grandinata si abbatté sulla testa dello sventurato. Es­
sendo immerso nella penombra egli pensò che fossero quei
terribili bambini, non distinguendo la grandine dai sassi, e in­
cominciò a imprecare senza ritegno. Dalla sua bocca usciro­
no ingiurie e sconcezze senza numero: « Perché», urlava,
« continuate a lanciarmi addosso pietre e mattoni? ».
Infine il vento spalancò di colpo la porta del bagno, che fu
.

così inondato di luce. Finalmente quel folle poté distinguere


la grandine dai sassi, e il suo cuore si rattristò per l'ignobile
sfuriata. « Mio Dio», disse, « era così buio questo bagno!
Poiché riconosco di avere sbagliato, ritorco le ingiurie che
ho pronunciato contro me stesso».
Non prendere esempio da quel folle infuriato per ribellar­
ti a tua volta. Colui che nel mondo folleggia o si ubriaca,
perderà e pace e cuore e amicizia. La vita si consuma nell'in­
soddisfazione e a nessuno concede un solo istante di serenità.
Tu dunque trattieni la lingua, evita gli sproloqui di quel fol­
le! Se consideri il segreto che gli amanti accecati dalla passio­
ne custodiscono, non potrai negar loro il perdono.

Wiisi�I tra le tombe dei giudei

Wasiti 76 andava ramingo per il mondo, avendo smarrito


ogni cosa nel suo perenne stupore. Un giorno si trovò ad at­
traversare un cimitero di giudei e osservando quelle tombe
così meditò ad alta voce: « Costoro sono tutti perdonati, an­
che se non possiamo dirlo apertamente».
Un giudice casualmente udì le sue parole e in preda all'ira
lo trascinò in tribunale. Le giustificazioni addotte da Wasiti
non lo convinsero e tutte le respinse, a una a una. Infine il
santo maestro sbottò: « Ebbene, se quello sventurato popolo
non può essere perdonato secondo la tua legge, secondo quel­
la di Dio, il Signore dell'invisibile, è perdonato da tempo».
19

Delle false pretese

Un altro uccello così parlò all'upupa: « Io desidero esse­


re degno del suo amore finché vivo, io che mi ritirai dal mon­
do per vivere in solitudine, e ora posso ragionevolmente van­
tarmi della mia passione per lui. Un tempo ebbi rapporti con
ogni altra creatura, ma da quando vivo isolato a me basta il
tormento del suo amore, un privilegio che non è concesso
a chiunque. E se l'anima mia è totalmente dominata dalla pas­
sione per l'amato, come potrebbe essere presa da altro? È
giunta l'ora di separarmi dall'esistenza e potrò bere finalmen­
te una coppa di vino al cospetto dell'amato. Il fulgore del
suo volto accenderà una luce vivissima negli occhi della mia
anima e nell'unione potrò finalmente abbracciarlo » .
L'upupa gli rispose: « Con simili folli pretese non potrai
ottenere la compagnia di Simurgh sulla montagna di Qiif.
Non vantarti a ogni istante del suo amore, che non sta nella
bisaccia di nessuno ! Se un giorno il vento della grazia lace­
rerà quel velo che ti cela l'azione, tu verrai dolcemente so­
spinto sulla via e adagiato nella solitudine dell'alcova, e allo­
ra il tuo unico desiderio sarà conoscere il reale. La tua pas­
sione sarà diventata indicibile tortura, ma tu godrai finalmen­
te della sua amicizia » .

U n discepolo d i Bayazid

Biiyazid, che aveva da breve tempo lasciato la dimora mon­


dana, apparve in sogno a un discepolo. Costui gli chiese: « O
nobile maestro, come ti accolsero Munkar e Nakir? » .77
Biiyazid gli rispose : « Questi due eminenti angeli mi pose­
ro domande intorno al Creatore, ma io dissi che né io né loro
avremmo saputo dare risposte adeguate. In verità, se anche
solo affermassi che è il mio Signore, darei una risposta dettata
unicamente dall'egoismo. Quindi così continuai : " Tornate pu­
re presso il Glorioso e ponete a Lui la questione: a quel pun­
to, se Iddio volesse chiamarmi suo servo, senza dubbio io po­
trei considerarmi servo di Dio ; in caso contrario significhe­
rebbe che intende !asciarmi languire in queste catene. Legarsi
a Lui è impresa ardua per tutti. Se anche Lo chiamo mio Si­
gnore, a che giova? Se io non sono legato con le sue catene,
come posso vantare la sua signoria su di me ? Io, è vero. mi
sono umiliato dinnanzi al primato di Dio, ma è Lui che deve
chiamarmi suo servo " ».
Se l'amore ti giunge da Lui, senza dubbio sei degno di es­
sere amato, ma se proviene unicamente da te, serve soltanto
a gratificarti. Se Egli vorrà fondersi dolcemente con te, sa­
rai scintilla del fuoco d'amore. O cieco, è Lui che governa la
tua azione: come può un uomo qualsiasi, ignaro di tutto, ave­
re una sia pur vaga conoscenza del suo Signore?

Il derviscio innamorato

Un derviscio, ormai logorato dall'eccesso del suo amore,


si trascinava ansimando nel fuoco della passione. I roventi va­
pori d'amore avevano ustionato la sua anima e cucito la sua
lingua. Quel fuoco si era propagato impetuoso al suo cuore,
e così l'intimo travaglio era accresciuto oltre ogni limite. In­
quieto egli vagava lamentandosi tra le lacrime: « Il cuore e
l'anima ardono al fuoco della mia gelosia, ma quanto a lun­
go potrò ancora piangere se il fuoco ha ormai prosciugato tut­
te le mie lacrime? » .
Una voce dall'invisibile così gli rispose: « O tu, non glo­
riarti troppo, giacché nella tua follia Gli hai chiuso la porta
in faccia! » .
Ma il derviscio protestò : « Quando mai io misi alla porta
qualcuno ? Fu Lui piuttosto che chiuse dinnanzi a me la sua
porta! Io non ho la tempra che si addice a uno che aspiri alla
sua amicizia. lo non posso nulla, Egli invece è onnipotente.
Il mio cuore si disciolse in sangue, che Lui bevve sino al­
l'ultima goccia! » .
S e l'Amico ti h a chiuso l a sua porta e t'ha caricato d i un
pesante fardello, guardati dal fare l'offeso! Chi credi di esse­
re? In questa nobile azione non ti è concesso neppure per
un istante di togliere il piede dalla stuoia divina. Perché mai,
o schiavo, Egli dovrebbe amare proprio te? Egli è l'eterno
amante di tutto il creato! Tu non sei nulla e a nulla servi:
cancella te stesso, fondi il creato con il suo Creatore! Se in­
vece vorrai manifestarti, sappi che perderai e la fede e la vita.

Mal;lmiid e il custode del bagno

Una notte Maf:tmiid, colto da intima tristezza, volle essere


ospite del custode del pubblico bagno: Costui lo fece sedere
sulle ceneri e subito attizzò il fuoco nella stufa per scaldar­
lo, poi gli offrì del pan secco che il re accettò pensando : « Se
ora costui cercherà dei pretesti per congedarsi, gli taglierò la
testa con la mia spada! » .
Quando più tardi il re volle prendere commiato, il custo­
de gli disse : « Mio signore, hai visto il luogo, hai mangiato
e riposato nella mia casa e ti ho accolto, non invitato, come
gradito ospite. Se ti capiterà l'occasione, torna a visitarmi !
E se non ti dispiacerà trattenerti, potrai dirmi: " O inservien­
te, spargi di grazia le braci ! " . lo non sarò mai né inferiore
né superiore a te: chi sono io, infatti, per ardire paragonar­
mi alla tua persona? » .
Queste parole piacquero a l re del mondo e per ben sette
volte egli fu ospite di quell'uomo. L'ultima volta Ma�miid
gli disse: « Esprimi un desiderio al re del mondo ! » .
Quegli rispose : « Se l a miserabile creatura che i o sono
esprimesse un desiderio, il re non potrebbe esaudirlo » .
Ma il re insistette : « Rivelami il tuo desiderio ! Chiedi pu­
re di essere investito di regale dignità, e abbandonerai per
sempre questo bagno! » .
Il custode rispose: « Questo soltanto io desidero, che il re
di tanto in tanto torni a essere mio ospite. Il tuo bel volto è
per me regale dignità, la polvere dei tuoi piedi è corona sulla
mia testa. Molti divengono principi in virtù della tua grazia,
ma all'inserviente di un bagno non si addice un simile rango.
È preferibile essere attendente di bagno avendoti vicino, piut­
tosto che principe in un giardino ma lontano dal tuo volto.
Avendo trovato la mia fortuna in questo bagno, abbandonar­
lo sarebbe atto di infedeltà. In questo bagno mi fu concessa
l'unione con il mio sovrano, per questo non lo baratterei nep­
pure con il regno dei due mondi ! Questo bagno fu illuminato
dalla luce della tua presenza, che altro di meglio potrei chie­
dere? La morte certamente punirebbe questo mio tormentato
cuore, se a te preferissi un bene diverso. Io dunque non vo­
glio né regni né signorie, quanto desidero da te sei tu stesso
e nient'altro! Tu solo sei il re, e quindi non affidarmi uffici re­
gali e solo degnati di tanto in tanto di essere mio ospite ! » .78
Tu devi cercare il suo amore : ecco l'azione ! A Lui offrirai
le tue pene e i tuoi affanni. Se veramente Lo ami, devi cer­
carLo: non sottratti a questo imperativo! C'è chi desidera
l'antico amore e chi uno nuovo, chi cerca tesori e chi due sol­
di, e tutti distolgono il loro cuore da ciò che realmente pos­
seggono. Hanno il mare dentro di sé e implorano una goccia da
altri !

Due acquaiuoli

Un acquaiuolo che camminava per una strada vide tra la


folla un suo collega. Reggendo il secchio si avvicinò a lui chie-
dendo dell'acqua, ma· questi gli rispose: « O tu che ignori la
realtà, hai acqua nel tuo secchio e cerchi quella di un altro! ».
Il primo acquaiuolo insistette : « Versami un po' della tua
acqua, o saggio, poiché il mio cuore è sazio di quella che
possiedo » .
Il cuore di Adamo era sazio del « vecchio » e desiderando
conoscere il « nuovo » si fece ardito per un chicco di grano.79
Per avere quel chicco, egli vendette il « vecchio » e in un
istante bruciò ogni suo possesso. Rimase nudo e un dolore
lancinante lo attraversò dal cuore alla nuca. Era Amore che
batteva l'anello alla sua porta, e Adamo si annullò nella sua
abbagliante luce scomparendo insieme al « vecchio » e al « nuo­
vo » . Senza più nulla egli visse di nulla: si giocò per un nul­
la tutto ciò che possedeva.80 Ma distogliere il cuore da se stes­
si e morire al mondo non è impresa accessibile a chiunque.

20

Dell'orgoglio

Un altro uccello cosi si rivolse all'upupa: « lo ritengo


d'avere ormai conseguito la perfezione spirituale, essendomi
sottoposto alle più dure astinenze. Poiché la mia azione si è
felicemente compiuta proprio in questo luogo, mi riesce diffi­
cile abbandonarlo. Hai mai visto qualcuno che lasci il suo te­
soro per affrontare i disagi di un viaggio attraverso monta­
gne e deserti? » .
L'upupa rispose: « O natura demoniaca, cosi grande è la
tua arroganza che ti sei smarrito nei meandri dd tuo essere,
perdendo di vista l'autentico scopo. Inseguendo le tue fanta­
sie sei divenuto superbo, allontanandoti dal regno della cono­
scenza. La carne ha soggiogato il tuo spirito, il demonio si è
insediato nel tuo cervello, e sei prigioniero d'una chimera,
anzi sei divenuto tu stesso chimera! Se una luce ancora t'il­
lumina, è luce infernale, se qualcosa ti sembra di sentire, è
un puro frutto della tua fantasia. Le estasi e le illuminazioni
di cui continuamente ti vanti, non sono che una tua inven­
zione, e un'assurdità le cose di cui vai cianciando. Non la­
sciatti ingannare da ciò che luccica sulla via: la carne è sempre
in agguato, sii vigile ! Con un simile nemico armato di spada
chi potrebbe sentirsi tranquillo? Per il veleno della carne,
come per la puntura dello scorpione, devi sempre ricorrere
al giusto antidoto. Colui che sarà in grado di umiliare questo
cane rabbioso, difficilmente troverà qualcuno che voglia ascol­
tarlo. La carne è simile al crudele Faraone: non darle vigore,
f se non vuoi che ritrovi l'antica empietà ! E non !asciarti in­
t gannare dalla sua luce impura, tu che non sei il sole e neppu­
re puoi ambire a superare la grandezza di un atomo. Non di­
sperarti se la via ti appare tenebrosa, ma non credere di ave­
re raggiunto il sole se la vedrai rischiararsi. E neppure ti gio­
verà tenere discorsi o leggere trattati, se continuerai a cullar­
ti nelle tue fantasie. Solo liberandoti dalle illusioni dell'esi­
stenza potrai sfuggire alla punta del suo compasso. E quando
ogni pensiero di ciò che esiste si sarà annullato in te, potrai
entrare in possesso del mondo dell'inesistente. Ma se continue­
rai a godere dei fugaci aromi del mondo, resterai un infedele,
un volgare idolatra, e se ti concederai anche per un solo
istante all'esistenza, diverrai il bersaglio di una pioggia di
frecce. Esistendo, ti esponi alle pene dell'anima, offri il col­
lo a cento terribili colpi. Se intendi esibire te stesso sulla sce­
na dell'esistenza, sii pronto a subire le infinite torture del
mondo » .

Abii Bakr di Nishiipiir

Un giorno lo shaykh Abii Bakr 81 di Nishiipiir uscì con i suoi


discepoli dal convento. Lo shaykh avanzava in sella a un asi­
no, seguito dai devoti discepoli, quando all'improvviso l'ani­
male produsse un peto fragoroso. Lo shaykh cadde in estasi,
cacciò un urlo altissimo e prese a stracciarsi le vesti dinnan­
zi agli sbalorditi discepoli. Più tardi uno di loro lo interrogò
su quell'estasi improvvisa e Abii Bakr così rispose : « Per
quanto spaziassi col mio sguardo, io vedevo la strada gremi­
ta della folla dei miei discepoli : dinnanzi a me e alle mie spal­
le si snodava un'unica grandiosa processione. Nel mio intimo
allora pensai: " In verità, io non sono inferiore a un Biiyazid !
Se oggi mi fregio di uno stuolo di discepoli dimentichi persi­
no della loro stessa esistenza, è certo che domani potrò ince­
dere a testa alta nella piana della resurrezione " .
Ebbene, mentre mi crogiolavo in siffatti pensieri, l'asino
produsse il peto senza pudore alcuno. E questa in verità fu la
degna risposta dell'asino a colui che a tal punto si era insu­
perbito nella propria follia. Fu dunque per questo motivo che
il fuoco del rimorso si appiccò alla mia anima e io conobbi
·

un'estasi improvvisa » .
O tu , finché indugi nella vanità e nella presunzione resti
lontano, infinitamente lontano, dalla verità, e allora brucia il
tuo orgoglio, distruggi ogni arroganza! Tu sei ancora presen­
te alla carne: ebbene, brucia codesta immonda presenza! O tu,
che a ogni istante sei di un diverso colore, sappi che alla ra-
dice di ogni tuo capello è in agguato un nuovo Faraone. Fin­
ché di te resterà visibile sia pure un solo atomo, sopravvive­
ra.nno anche i cento segni della tua ipocrisia. Solo sfuggendo
alle insidie del tuo essere diverrai nemico dei due mondi, e se
un giorno saprai annientare te stesso, risplenderai di luce ab­
bagliante persino nelle profondità della notte. Se non desideri
far lega con Iblis, ricordati di non pronunciare mai la parola
« io », perché dall'egoismo discendono sciagure infinite.

Mosè si consiglia con lblis

Iddio in gran segreto ordinò a Mosè: « Chiedi a Iblis un


consiglio! ». Quando il profeta incontrò Iblis, fece come Id­
dio gli aveva ordinato e ne ebbe codesta risp{>sta: « Ricorda­
ti sempre quanto sto per dirti: non pronunciare mai la parola
" io" se non vuoi divenire simile a me stesso ».
Se resti legato anche solo per un filo all'esistenza, non sei
altro che un infedele, e come tale non puoi servire il tuo Si­
gnore. La meta della via è l'insoddisfazione e il buon nome
dell'uomo di Dio consiste nell'infamia. Se egli raggiungerà la
meta, i suoi cento io cadranno di colpo in frantumi.

L'educazione dell'iniziato

Un sant'uomo un giorno ebbe a dire: « È preferibile che


l'iniziato rimanga al buio, affinché possa naufragare nel mare
di se stesso e spezzare ogni legame con il mondo. Se anche
un nonnulla gli apparisse dinnanzi, potrebbe cadere in errore
oppure, ancor peggio, divenire infedele all'istante ».
Quanto d'invidia o di violenza alligna nella tua anima, sol­
tanto gli occhi di un uomo di Dio potranno scoprirlo, non i
tuoi. In te stesso si annida una fornace popolata di draghi
che tu, o incosciente, lasciasti in libertà. Di continuo sei co­
stretto a nutrirli, giacché tu stesso li ridestasti dal sonno ed
eccitasti i loro appetiti. Se sfiori la punta di un loro pelo, lo
trasformi in cento orribili serpenti. Se un giorno tu vedessi
la tua anima immonda, come potresti più vegetare nell'inco­
scienza?

Un cane tra le braccia di un sufi

Un cane immondo andò ad accoccolarsi tra le braccia di un


sufi, che rimase impassibile. Un tale allora gli chiese, colmo di
1tupore : « O sant'uomo, che aspetti a liberarti da questo
cane ? • ·
Il sufi cosl rispose: « I l lerciume d i questo cane è soltan­
to esteriore, mentre il mio è interiormente nascosto. Ciò che
In questo animale si mostra, è dunque ben celato nel mio
Intimo. E poiché il mio essere interiore è del tutto identico
al suo aspetto, come potrei liberarmi da un mio simile? » .
E se anche vedi nella tua anima poco lerciume, è certo che
aei mille volte più impuro di quanto tu possa credere. Davve­
ro singolare sarebbe questa tua pretesa purezza ! Per quanto
rari siano gli ostacoli sulla tua via, dovrai indietreggiare, per
una montagna o per una pagliuzza.

La barba dell'asceta

Ai tempi di Mosè viveva un asceta che non riusciva a con­


quistare la libertà interiore né a contemplare la luce del sole
dell'anima, sebbene vivesse immerso in perpetua preghiera.
Quel sant'uomo aveva una barba lunghissima, ch'era solito
pettinarsi con somma attenzione. Un giorno, vedendo Mosè
da lontano, si avvicinò a lui e gli disse : « O signore del Si­
nai. ti scongiuro, chiedi all'Altissimo per quale motivo non
vuole concedermi l'estasi dell'unione » .
Quando Mosè ritornò sul Sinai e pose al Signore la doman­
da dell'asceta, Egli rispose: « Costui si tenga lontano da Me !
� ancora indegno dell'unione, dominato com'è dalla cura del­
la sua barba! » .
Mosè riferl la risposta all'asceta, che immediatamente pre­
se a strapparsi la barba piangendo. Non molto tempo dopo Ga­
briele apparve a Mosè e gli disse : « Quell'asceta non ha altro
pensiero che non sia la sua barba : quando l'aveva era in an­
sia per lei, mentre se la strappava era in pena » .
Sebbene sia grave colpa trarre anche un solo respiro dimen­
tichi di Lui, noi con infiniti pretesti continuiamo a ignorarLo.
O tu che non ti sei ancora liberato dalla cura della tua barba
e neppure osi naufragare in questo mare di sangue, solo rin­
negando la tua barba potrai aspirare a immergerti nel mare
di te stesso, e in caso contrario sarà proprio quella la causa
della tua rovina.
Uno stolto annegato a causa della sua barba

Uno stolto, che aveva una lunghissima barba, cadde un gior­


no nelle acque di un fiume. Qualcuno, vedendolo dalla riva,
gli gridò : « Orsù, getta via quella borsa ! » .
Ma quegli rispose : « Non è una borsa, bensì la mia barba,
e non è della barba che ora mi preoccupo ! » .
« Ben detto » , replicò l'altro, « è proprio l a tua barba. Ma
ora cerca di liberartene, o perirai ! » .
O tu, che non t i vergogni di portare l a barba come una
capra e sei tutto preso dalla sua cura, non dalla vergogna!
Finché avrai rapporti con il demone della carne, in te alber­
gheranno Faraone e Hiimàn.82 Ma tu volgi le spalle al mondo
come Mosè, poi affronta il Faraone, afferralo per la barba e
tienilo ben stretto ! Combatti con lui, virilmente, una dura
battaglia! Tagliati la barba e incamminati lungo la via! En­
tra nella via che ti si apre dinnanzi! Sebbene codesta barba
non ti procuri che ansia, neppure per un istante ne provi di­
sgusto. Sulla via della fede saggio è colui che non indugia a
pettinarsi la barba : diffida di essa, fanne un tappeto da sten­
dere sulla via. Il viandante non avrà che il proprio sangue co­
me bevanda e il proprio cuore come cibo, e se anche fosse un
lavandaio, non vedrebbe mai il sole, e se fosse un contadino
non vedrebbe un filo d'acqua.

Un sufi alle prese con una nuvola

Ogni volta che un sufi si apprestava a lavare la propria ve­


ste, una nube nerissima appariva nel cielo. Un giorno, accor­
gendosi che la sua veste era sudicia, corse da uno speziale
per acquistare del sapone, pur temendo l'arrivo della nuvola.
E infatti questa si presentò puntualmente e così si ripeté la
situazione di sempre. Quel sufi allora implorò : « O nuvola,
perché sei comparsa ? Vattene, sono venuto per acquistare
dell'uva: devi sapere che io la compero da costui in gran se­
greto. Perché rimani? Non è sapone quello che compero! Oh,
quanto sapone dovrà essere spr�cato per causa tua? Ma ora
con questo sapone di te mi !dvo le mani ! » .83
21

Dell'appagamento

Un altro uccello chiese all'upupa : « Dimmi, o nobile gui­


cla, cosa mai dovrebbe appagarmi durante questo viaggio? Se
mi rispondi si placherà la mia ansia e godrò nel cammino
del conforto di una direzione. Se la via è lunga, l'uomo ha
bleosno di sentirsi guidato per non essere vinto dall'angoscia
del viaggio. lo, che ancora non so accettare la direzione del
mondo invisibile, mi tengo sempre lontano da chi persevera
nell'errore ».
L'upupa così rispose: « Finché vivi, sii pago solo di lui e
Ubcro da tutto, se veramente desideri servirlo. Poiché è in
lui che si sazia la tua dolente anima, rendila felice servendolo !
Nei due mondi i veri uomini sono paghi di lui ; la vita delle
celesti cupole proviene da lui ; anche tu dunque acquetati in
lui! Come i cieli ruota anche tu per il desiderio che egli t'in­
fonde! Che altro potresti preferirgli? Dimmelo, o non esse­
re, e vediamo se potrà appagarti anche solo un istante! » .

Un folle in compagnia delle fiere

Un folle di Dio, o meraviglia! , abitava sulle montagne in


pacifica convivenza con le fiere. A tratti era colto da mistiche
estasi e chi allora lo avesse veduto, in verità avrebbe smarrito
se stesso. L'estasi lo dominava per una ventina di giorni ed
egli dall'alba al tramonto danzava, ripetendo all'infinito: « Ora
Tu e io siamo soli, nessuno può disturbarci ! La gioia è final­
mente discesa, allontanando ogni pena! ».
Come potrà morire colui che ha donato il suo cuore al­
l'Amico? Anche tu offriGli il tuo cuore che si è invaghito di
Lui! La morte non potrà ghermire la tua anima finché dura
il desiderio di Lui!

Un innamorato in punto di morte

Un innamorato nell'ora della morte piangeva a dirotto. Gli


fu chiesto perché fosse in pena e così lui rispose: « Se piango
come nuvola di primavera, è perché in quest'ora mi è impos­
sibile morire. E ho ben ragione di lamentarmi: come potrei
morire finché il mio cuore è unito al Signore? » .
Uno dei suoi intimi gli disse: « Se il tuo cuore è con Lui,
a maggior ragione ti sarà dolce morire! ».
<< Anche morendo », replicò l'innamorato, « colui che ha

donato il cuore a Dio non è realmente toccato dalla morte.


Poiché il mio cuore continua a esserGli unito, mi sarà impos­
sibile morire ».
Se anche per un solo istante sarai deliziato dal suo amore,
possiederai un tesoro impareggiabile. Colui che si sazia del­
l'esistenza dell'Amico, è liberato dalla propria e diviene real­
mente libero. Anche tu dunque sii eternamente pago di Lui,
se non vuoi essere come la rosa che è prigioniera del suo calice.

La confessione di un asceta

Un sant'uomo ebbe a dire : « lo vivo da settant'anni in uno


stato di totale appagamento e ora posso vantare una splendida
signoria, possedendo uno stabile legame con il mio Signore ! » .84
Finché sei impegnato a ricercare gli altrui errori, come po­
trai contemplare la bellezza dell'invisibile ? Smetti in primo
luogo di frugare tra i difetti del prossimo giacché cercando er­
rori non troverai altro che errori, e cerca invece di appagare
te stesso nell'amore dell'invisibile. Per scoprire i difetti al­
trui tu spaccheresti anche un capello, ma quando consideri i
tuoi divieni improvvisamente cieco ! Se riconoscessi almeno
una volta i tuoi errori saresti perdonato, per quanto gravi
possano essere.

Il sobrio e l'ubriaco

Un uomo stolto e perennemente ubriaco viveva, a causa del


suo vizio, in uno stato di totale abiezione. Tanto era il vino,
limpido o torbido, che beveva ogni giorno, che nella sua de­
pravazione aveva finito per perdere l'uso del cervello e delle
gambe. Un giorno un sobrio lo vide riverso sul ciglio della
strada e ne ebbe pietà : sistemò l'ubriaco dentro un sacco e
se lo caricò sulle spalle dirigendosi verso casa. Strada facendo
gli venne incontro un altro ubriaco : costui doveva sempre
sostenersi a qualcuno nei suoi squallidi giri. Il primo, veden­
do il suo compare così mal ridotto, sporse la testa dal sacco
e gli disse : « Ehi zio, due bicchierini in �eno e potresti cam­
minare con le tue gambe, come io sto facendo ! » .
Costui, in definitiva, vide l'abiezione dell'altro ma non la
propria. Anche noi non ci comportiamo in modo diverso. Se
tu avessi notizia dell'autentico amore, i difetti degli altri ap­
parirebbero come virtù ai tuoi occhi. Tu vedi ovunque difetti
perché non sei innamorato, ed è chiaro che neppure sei degno
di esserlo!

Un uomo innamorato

Un uomo ardito e di cuore generoso fu per molti anm In­


namorato di una donna. Costei era bella, sebbene avesse so­
pra l'occhio un piccolo neo bianco. L'uomo però non se n'era
mai accorto, pur avendo infinite volte ammirato il suo volto.
Colui che è realmente malato d'amore, come può trovare il
sia pur minimo difetto sopra l'occhio dell'amato ?
E però con il trascorrere del tempo quel grande amore si
affi.evoll : egli riuscì a scoprire un rimedio alla pena amoro­
sa e la passione per quella donna venne scemando mentre il
tormento della sua anima si alleggerì grandemente. Così un
giorno egli si accorse di quel piccolo difetto sull'occhio del­
l'amata e le chiese: « Quando mai codesto neo è apparso ? ».
Ella rispose : « Questo difetto apparve sul mio occhio nel­
lo stesso istante in cui il tuo amore venne meno. Da quando
la passione che nutrivi per me cominciò ad affievolirsi, que­
sto bianco neo prese a crescere sul mio occhio » .
O t u , che hai infuso nel tuo cuore l'ansia della tentazione,
considera, o cieco, almeno uno dei tuoi difetti! Fino a quan­
do vedrai soltanto quelli degli altri ? Cercali, almeno una vol­
ta, nella tua bisaccia ! Solo quando sentirai il peso dei tuoi,
non vorrai più curarti dei difetti del prossimo.

La guardia e l'ubriaco

Una guardia colpì duramente un ubriaco e fu da costui co­


sì apostrofata : « O guardia, placa la tua ira! Se è vero che
è proibito avvicinarsi a questo luogo, a te però non è lecito
percuotere un ubriaco. Tu senza alcun dubbio sei più ubria­
co di me, anche se nessuno si rende conto della tua ebbrezza.
Solo colui che pratica la giustizia è un uomo autentico, men­
tre l'ingiusto è un essere impuro, un non-uomo. Non arrecar­
mi nuove offese e chiedi, piuttosto, giustizia contro te stesso ! ».
22

Del vero scopo

Un altro uccello chiese all'upupa : « O tu che ci guidi lun­


go questa via, dimmi cosa dovrò chiedere a Simurgh quando
sarò giunto a corte. Poiché in virtù della sua grazia il mon­
do rifulgerà ai miei occhi, io mi domando cosa mai potrò
chiedergli. Se almeno sapessi quale sia la cosa più bella, gli
domanderei certam�nte quella! » .
L'upupa rispose: « O tu, che sei totalmente ignaro di lui!
Altro non devi desiderare se non lui stesso! Colui che abbia
soltanto percepito i dolci effiuvi che emana la sua corte, non
può separarsi da lui per tornare nd regno della menzogna.
Chiunque penetrerà nella sua alcova, avrà di lùi la più intima
conoscenza. La coscienza di lui è dunque il bene più alto che
l'uomo possa chiedergli: essa è preferibile a qualsiasi altro
dono. Ovunque tu sia, se hai piena coscienza di lui, che altro
puoi desiderare? » .

Abii 'Ali Rudbar

In punto di morte Abii 'Ali Rudbiir 85 ebbe a dire: « L'ani­


ma mi è salita alle labbra nell'attesa. Le porte dei cieli si so­
no spalancate e in paradiso mi attende un seggio d'onore.
Come usignuoli gli angdi della casa della felicità cantano in
coro : " O innamorato, entra ! Rendi grazie e avanza con gioia,
perché mai nessuno conobbe un simile onore ! " . Ma sebbene
io già veda il premio così a lungo sospirato, la mia anima non
smette un solo istante di cercare. Essa mi dice: " Che t'impor­
ta di tutto questo ? Hai consumato l'intera esistenza nell'atte­
sa dell'Amico! " . Ebbene, io non posso piegarmi, come colo­
ro che sono schiavi dei sensi, alla minima menzogna. Il tuo
amore, mio Dio, si è totalmente fuso con l'anima mia e non
mi curo dell'esistenza d'inferno o paradiso. Se Tu mi brucias­
si sino a ridurmi in cenere, Tu soltanto potresti ritrovarmi! Io
conosco Te, non la fede né l'empietà 86; non potrei recedere da
questa mia convinzione neppure se Tu facessi altrettanto. Io
Ti desidero perché altri fuori di Te non conosco, Tu appartie­
ni alla mia anima che Ti appartiene da sempre. Ovunque io
possa trovarmi, Tu sei il mio desiderio esclusivo, sei per me
questo mondo e quell'altro. Accogli dunque la supplica del
tuo innamorato, trai con lui un sospiro d'amore! Se la mia
anima dovesse allontanarsi da Te, anche di un palmo, porta-
mela via! Ogni mio sospiro deve fondersi con un tuo sospiro,
totalmente! » .

Iddio a colloquio con Davide

Iddio, l'Altissimo, un giorno convocò Davide e gli disse :


« Mio fedele, comunica ai miei servi questo messaggio : " O
mucchi di polvere, s e I o non avessi l'inferno e il paradiso
non sareste qui a servirMi, sia pure in modo tanto infame!
Se non esistessero né il fuoco né la luce, voi nemmeno vi cu­
rereste della mia presenza, e se non foste pungolati da spe­
ranza o paura, quando mai avreste rapporti con il vostro Si­
pore? � mio pieno diritto esigere che voi Mi adoriate, ma
non nella paura o nella speranza! Io sono il vostro Signore, e
quindi è necessario che voi incessantemente Mi adoriate dal
profondo delle vostre anime ! " . E ordino ancora a tutti i
miei servi : " Ritira le mani da ogni cosa e adora il Signore!
Tutto ciò che è altro da Lui, gettalo; e dopo averlo gettato,
distruggilo; e dopo averlo distrutto, incendialo! E infine rac­
cogli le ceneri e disperdile, affinché il vento della mia gloria
ne cancelli ogni traccia. Se avrai fatto tutto questo, vedrai na­
scere dalle ceneri ciò che cercavi " » .
Quando tu conoscerai quel Dio che all'alba sconvolse il po­
polo di Lot,87 smarrirai la ragione. Non vedrai che Lui e non
avrai più notizie di te stesso. Se l'occhio dell'ambizione con­
templerà il sole, come potrà poi indugiare su un atomo ? Se
anche tu farai quanto ti ho detto, sarai finalmente libero da
ogni vano pensiero; altrimenti finché vivi ingoierai sangue in
ogni cosa! Se Egli permette che ti trastulli nell'idea del para­
diso o delle urì, sta' certo che ha voluto allontanarti da Sé.

MaJ:!miid e Ayiiz

Un giorno il sultano Ma}:tmiid fece chiamare il nobile Ayaz,


gli impose la coro,na sul capo e l'insediò sul proprio trono,
dicendogli : « Ti affido il regno e il mio esercito, e ora governa
questo paese che ti appartiene! Io desidero che tu sia il mio
sovrano e che il mondo sia dominato da te, dai pesci alla
luna » .
Ufficiali e dignitari presenti avevano gli occhi foschi d'in­
vidia e protestavano a gara : « Mai up re di questo mondo
"
accordò a uno schiavo una simile dignità! » .
Eppure. in quel medesimo istante, il saggio Ayaz si dispe­
rava per la decisione del sultano. Qualcuno, stupito, gli dis-
se: « Tu sei pazzo davvero, il senno ti ha abbandonato del
tutto ! Perché piangi proprio tu che hai appena ottenuto di­
gnità regale? Rallegrati infine ! » .
Ayiiz cosi rispose : « Oh, quanto siete lontani dalla verità !
Voi non avete compreso che il re del mondo mi ha allonta­
nato da sé. Mi affida un incarico che mi terrà lontano, alla
testa dell'esercito. Ma se anche mi consegnasse l'intero mon­
do, io non vorrei !asciarlo neppure un istante. I suoi desideri
per me sono ordini, ma io non intendo separarmi da lui. A
che serve disporre dei suoi beni o dei suoi poteri? Il volto
del sovrano è il mio unico regno ! Voi per un soldo vendereste
il vostro re, ma Ayiiz rifiuta il regno per non doversi privare
del suo volto! » .
Se tu veramente cerchi il tuo Signore, apprendi da Ayiiz
l'arte del servire ! 88 O tu che incessantemente sei preda del­
l'incertezza e ti fermi già dopo il primo passo! Ogni sera, o
stolto, Egli discende per te dall'alto del suo trono glorioso.
Ma tu, o sciagurato, non muovi un passo verso di Lui, né
di giorno né di notte. Dai vertici della sua eterna gloria Egli
è disceso sino al tuo fianco, ma tu per non incontrarLo ti
sei dato alla fuga. Ahimè, tu non sei proprio degno di Lui,
a chi mai potrò confidare il mio intimo dolore? Finché sulla
via vedrai l'inferno e il paradiso, la tua anima non potrà car­
pire il segreto! Ma quando ti sarai liberato dal pensiero di
entrambi, vedrai sorgere dalle tenebre un'alba radiosa. Il
giardino del paradiso non è riservato alla moltitudine dei
vili, « il sommo dei cieli appartiene agli eletti » . Ma tu, da
uomo autentico, lascia a ciascuno il suo e non riporre il tuo
cuore in questo o in quello! Quando ti libererai dal pensiero
di entrambi, non sarai più femmina, ma uomo perfetto! Al­
lora finalmente potrai ammirare in eterno il suo volto, godrai
perennemente della sua intimità.

Un discorso di Rabi'a

Un giorno Riibi'a si rivolse a Dio dicendo: « O Tu che


custodisci il segreto, favorisci i tuoi nemici negli intrighi mon­
dani e dona ai tuoi amici l'eternità. Quanto a me, sono indif­
ferente a tutto questo. Se anche io fossi privata del mondo e
dell'eternità soffrirei ben poco , a patto che Tu volessi conce­
dermi un istante d'intimità. Troppo a lungo fui separata da
Te, che eternamente mi ricolmi dei tuoi doni ! Ebbene, se
lasciassi cadere anche un solo sguardo sui due mondi o desi­
derassi qualcosa al di fuori di Te, io sarei un'ignobile infe­
dele! » .
Tutto ciò che è, che fu o che sarà ha un equivalente,
tranne nostro Signore. Qualunque cosa tu stia inseguendo,
potrai trovarne l'esatta imitazione; Egli solo è inimitabile ed
eternamente necessario.

Iddio parla a Davide

Un giorno « il Creatore del mondo da dietro un velo » così


parlò al profeta Davide : « Di ogni cosa che esiste, bella o
brutta che sia, nascosta o manifesta, potrai trovare un equi­
valente nel mondo, ma non di Me, che non ho sostituti né
compagni. lo sono insostituibile, non vivere separato da Me;
lo sono l'intera tua anima, non staccarti da Me ! 89 O schiavo,
lo ti sono indispensabile, e allora non scordarti neppure un
istante di Colui che ti è necessario! Neppure una volta devi
pensare di poter separare da Me la tua anima! E quanto di
diverso da Me si presenti ai tuoi occhi, tu non desiderarlo! » .
O t t che cerchi i l Signore del mondo e incessantemente ti
affanm in questa nobile azione! Egli è nei due mondi il tuo
unico scopo, e anche nell'ora della prova dev'essere l'ogget­
to della tua adorazione. Egli ti libererà dalla confusione del
mondo, ma tu non venderLo nel mondo per due soldi! Qua­
lunque cosa tu vorrai preferirGli, sarà pur sempre un idolo,
e se a Lui anteponi la tua vita dovrai considerarti un infe­
dele. Chiunque infatti preferisca la propria vita all'Amato,
dovrà soffrire di un dolore irrimediabile. A che vale una vita
trascorsa firmando carte? Solo Iddio può vivificarla con il suo
amore.

Mal;lmiid e l'idolo indiano

Un giorno i soldati di Mal?miid scoprirono m un tempio


dell'India un idolo chiamato Liit.90 Gli indiani, pur di riaver­
lo, offrirono un riscatto in oro pari a dieci volte il suo peso.
Mal?miid fu però irremovibile : fece accendere un fuoco e or­
dinò che quell'idolo fosse dato alle fiamme. Tutti i soldati
cosi protestarono: « Non si dovrebbe bruciarlo! L'oro vale
assai più di un idolo, e miglior cosa faresti ordinando che fos­
se riscattato ». Mal?miid cosi rispose : « lo temo questo sol­
tanto, t...he nel giorno del giudizio il Creatore, rivolgendosi
all'umana assemblea, abbia a dire : " Udite cosa fecero Azar
e Mahmiid: l'uno fabbricava idoli e l'altro li vendeva! " » .
Mal?miid i n persona diede fuoco alla pira e gettò tra le fiam­
me quell'idolo pagano. E proprio allora ben venti man di per-
le e diamanti uscirono dal suo ventre capace, come dono inat­
teso. Mahmùd cosi commentò: « Lat ha avuto la sorte che si
·
meritava e questa che vedete è la ricompensa del mio Si­
gnore! ».
Distruggi anche tu tutti i tuoi idoli, e ne avrai in cambio
un mare di perle! Se veramente desideri l'Amico, brucia
l'idolo della carne affinché dalle sue viscere possa sgorgare
una cascata di perle e di gemme. Quando all'orecchio della
tua anima giungerà il divino richiamo d'Alast, tu non esitare
a t:ispondere con il tuo Bali. Tu sei legato al patto d'Alast
sin dal principio, e quindi non trattenerti oltre dal pronun­
ciare il tuo Bali. Poiché ti sei promesso al tuo Signore, ormai
non ti è consentito ritirarti. O tu che in principio accettasti
il patto d'Alast per poi rinnegarlo, se facesti una promessa
come puoi ora disattenderla? Iddio ti è indispènsabile, sii sem­
pre con Lui! Ora devi mantenere quanto allora promettesti,
non barare!

Mal,.miid e Abii l;lusayn

Ma}:lmùd, fiaccola dei principi, parti un giorno da Ghazna 91


per la campagna d'India. Dovendo affrontare eserciti stermi­
nati, egli era dominato da indicibile angoscia, e allora quel
giusto fece voto di donare il bottino ai dervisci se avesse ri­
portato piena vittoria sul nemico.
Ebbene, il sultano consegui uno splendido trionfo e rac­
colse un immenso bottino, superiore a quanto cento sapienti
siano anche solo in grado d'immaginare. Avendo dunque scon­
fitto gli Indiani, conquistando un'inestimabile ricchezza, Ma}:l­
miid convocò un ufficiale e gli ordinò: « Consegna l'intero
bottino ai dervisci, avendo io fatto un patto con Dio che inten­
do rispettare ».
Ma quegli obbiettò: « O re, come puoi regalare una simile
fortuna a quella congrega di fannulloni? Distribuiscila piut­
tosto ai tuoi uomini, essendo grande il loro malcontento, o al­
meno disponi che venga incamerata nel tesoro reale » .
I l sultano s i fece pensieroso e rimase incerto sul da farsi.
In quel mentre Abii I:Iusayn,92 gran saggio e folle innamora­
to, si trovava a passare per l'accampamento di Ma}:lmùd. Que­
sti, vedendolo da lontano, annunciò : « Ho deciso che segui­
rò il consiglio di quel folle; gli esporrò il problema accettan­
do il suo responso, qualunque esso sia. Poiché costui non è
legato né a me né ai soldati, sono certo che il suo consiglio
sarà imparziale ».
Allora il re del mondo fece chiamare quel folle e gli espo-
se i termini del problema. Abii I:Jusayn "così rispose : « O re,
ti sei smarrito per un affare da due soldi! Se non intendi ave­
re rapporti con Dio, non darti pena e tieni pure il bottino,
ma se ti preme conservare la sua amicizia, non togliere nem­
meno due soldi da quanto Gli devi. Vergogna! Iddio ti donò
una grande vittoria coronando in tal modo la tua impresa; se
Egli ha fatto la sua parte, cosa aspetti a fare la tua? » .
Fu così che Ma�miid donò i l bottino a i dervisci e riprese
la sua marcia.

23

Del dolore

Un altro uccello chiese all'upupa: « O tu, esperta della via


t
···
che conduce a quell'augusta presenza, dimmi quali beni han­
no valore presso la sua corte. Grande infatti è il nostro tur­
bamento, ma se tu ci consigli potremo portare con noi quan­
to di meglio si conviene : a un re è doveroso offrire un dono
di gran pregio, e solo un mendicante potrebbe presentarsi a
mani vuote » .
L'upupa così rispose: « O tu che mi interroghi, seguendo
le mie istruzioni recherai a corte proprio quello che lì scar­
seggia. Ben magra figura faresti, se ti presentassi con qualcosa
che a corte tutti possiedono. Poiché colà abbondano scienza e
mistero e neppure difetta la devozione dei santi spiriti, tu
portaci l'ardore della tua anima e il dolore del tuo cuore, giac­
ché nessuno in quella reggia dispone di simili beni. Un so­
lo doloroso sospiro diffonderà sino alla meta il prezioso aroma
della tua pena. Poiché l'essenza del tuo spirito è luogo invio­
labile, chiuso nell'involucro di questa tua carne ribelle, se
un solo sospiro di dolore si leverà da codesto recesso inconta­
minato, conquisterai all'istante la tua liberazione » .

Zulaykha e Giuseppe

Zulaykhii,93 al culmine della sua fortuna, fece rinchiudere


Giuseppe in una cella, poi chiamò uno schiavo e gli disse :
« Legalo per bene e percuotilo con cinquanta robuste nerba­

te, colpendo il suo corpo con tanta violenza che io possa


udire da qui i suoi dolorosi lamenti » .
Lo schiavo raggiunse Giuseppe, ma quando vide il suo
splendido volto non ebbe il coraggio di eseguire l'ordine.
Quell'uomo generoso si procurò invece una pelle d'animale e
prese a percuoterla, mentre Giuseppe lanciava un grido sof­
ferto a ogni colpo. Ma Zulaykha, udendo da lontano quelle
grida, fece richiamare il servo e gli ordinò: « Picchialo più
forte! ».
Quegli ritornò nella cella e disse a Giuseppe: « O luce del
sole, se Zulaykhii non trovasse una piaga sulla tua pelle, cer­
tamente si vendicherebbe su di me. Orsù, denudati la schiena,
fatti coraggio e sopporta qualche dura nerbata. Per . te saran­
no dolori, ma almeno le piaghe saranno visibili sulla tua
pelle ».
Giuseppe allora si scopri le spalle, e furono così alte le
sue grida a ogni colpo che i sette cieli ne furono scossi. Lo
schiavo infatti alzava il braccio e lo colpiva con tanta violenza
da fargli mordere la polvere. Quando Zulaykha udì i lamen­
ti di Giuseppe, esclamò : « Ecco delle autent\che grida! Quel­
le di prima erano nulla al confronto di queste, che provengo­
no dal profondo della sua anima! » .
Le grida del dolente avranno efficacia soltanto se saranno
più alte del pianto di cento prefìche. Solo quel collare che ha
serrato le teste di cento condannati avrà l'ambito sigillo del
dolore. Se hai paura del dolore, come puoi appartenere alla
schiera degli eletti? Colui che veramente soffre per il fuoco
amoroso, non può dormire di notte e di giorno non ha re­
quie.

Il ricco e lo schiavo pio

Un ricco possedeva uno schiavo negro, un giovane total­


mente estraneo agli intrighi mondani, che era solito veglia­
re dal tramonto all'alba in intima preghiera. Un giorno il pa­
drone gli disse: « Servo, quando stanotte ti alzi, fammi il fa­
vore di svegliare anche me affinché si possa pregare insieme
e compiere le sacre abluzioni ».
Lo schiavo gli rispose : « Nessuno sveglia una donna affin­
ché senta il dolore del parto: sarebbe del tutto superfluo.
Nello stesso modo, se tu realmente conoscessi il dolore di
chi è vigilante, di giorno piangeresti e di notte urleresti. Ma
se hai bisogno di qualcuno che venga a svegliarti, costringi
costui a compiere un'azione che a te competerebbe »;
Chiunque ignori sospiri e doglie, si vergogni : egli non è
uomo! Ma colui che nel cuore patisce un simile dolore, can­
cella dalla propria mente inferno e paradiso.
Un discorso di Abii 'Ali Tiisi

Abii 'Ali Tiisi 94 fu guida spirituale del suo tempo e infati­


cabile viaggiatore nella valle della tentazione, sebbene mai,
in verità, si sia avuta notizia delle gloriose mete cui egli per­
venne. Una volta ebbe a narrare: « Un giorno i dannati del­
l'inferno chiederanno in lacrime ai beati del paradiso : " Diteci
come vivete tra le gioie del paradiso e le delizie dell'unione
t
� e quale sia, in verità, la vostra condizione ".95
� I beati allora risponderanno : " Le delizie del paradiso
' ·
scomparvero da quando il sole della divina bellezza mostrò
il suo volto in questa perfetta dimora. Quand'Egli ci appar­
ve in tutto il suo splendore, gli otto cieli si oscurarono pudi­
camente. Nel fulgore di quella vivificante bellezza, il paradi­
so scomparve senza lasciare tracce o segnali! ".
E avendo i beati così risposto, i dannati diranno a loro
volta: " O voi che siete liberi dal paradiso e dall'inferno, noi
sappiamo che quel che affermate è la pura verità. Infatti noi,
gli abitanti di questo luogo infelice, siamo totalmente immer­
si nel fuoco, noi che sbadigliammo di noia e di stanchezza
quand'Egli volle mostrarci il suo volto. Ma quando finalmen­
te prendemmo coscienza della nostra caduta e dell'autentico
tesoro che avevamo perduto, il nostro cuore consumato dal
fuoco del rimorso ci fece dimenticare le fiamme dell'inferno.
In verità, ovunque questo fuoco s'appicchi, fa sparire ogni
traccia del fuoco infernale" ».

Uno sventurato a colloquio con il profeta

Uno sventurato chiese al profeta il permesso di pregare sul


suo tappeto. Ma Mul;tammad non volle concederlo, e anzi gli
disse: « La sabbia del deserto in quest'ora è infuocata: in es­
sa imprimi la tua faccia ! I feriti d'amore hanno il volto mar­
chiato dal fuoco ».
Quando anche tu sarai in grado di vedere le amorose feri­
te dell'anima, ti sarà più dolce portare un simile marchio.
Ma finché non avrai questo marchio di fuoco sul cuore, non
potrai volgere il tuo sguardo verso di Lui. Orsù, marchia con
il fuoco il tuo cuore! Sulla piana del dolore gli innamorati si
riconoscono soltanto da questo sigillo.

NOTE

l La palla in questione va riferita al gioco del polo, ed entra insieme alla


mazza del giocatore in numerose similitudini. In quella più frequente essa di-
venta la testa del derviscio colpita dall'impietosa mazza dell'Amico divino (e
viceversa, come in Riiml che canta: « Tu sei la mia palla da polo e corri spin­
to dalla mia mazza / sebbene io correr ti faccia, son Io che a corsa t'inseguo! " •
i n Poesie mistiche, cit., p. 76). Con un rovesciamento d i significati l'immagine
in 'Anar allude anche alla condizione, diametralmente opposta, dell'uomo di
mondo, la cui testa vaga senza meta sotto i colpi di ben altri giocatori.
2 Si tratta della valle della ricerca, descritta nella sezione seguente.
3 Maestro sufi, originario di Bis�iim, morto nell'874. È ritenuto uno dei
capi-scuola del sufismo del Khuriisiin, ma di lui non restano che raccolte di
massime e aforismi, curate dai discepoli, che sviluppano la tecnica del para­
dosso come metodologia dell'insegnamento iniziatico. Su di lui si veda R.C. Zaeh­
ner, Abii Yazid o/ Bis{am, in « Indo-iranica ]. " I ( 1957), pp. 286-301 .
4 lfayrat (stupore, perplessità) è « lo sgomento o perplessità di fronte a
una situazione che appare senza sbocchi, o a verità inconciliabili sul piano ra­
zionale. È la crisi finale della mente che urta contro i suoi stessi limiti » (T.
Burckhardt, Letters of a Sufi Master, London 1963). Nella « Descrizione della
valle dello stupore » (terza sezione del poema) 'Anar ne parla come della con­
dizione mentale di chi ha visto senza sapere cosa e cerca in tutti i modi di ri­
cordare, concezione che richiama l 'anamnesi platonica. Stupore è anche il ter­
mine con cui è descritta la condizione psicologica di chi, ignorando l'unità
divina, si lascia confondere dalla molteplicità fenomenica.
5 Anche a questa stazione mistica è dedicato un capitolo nella sezione se­
guente.
6 Dawlat ( regno, fortuna , ricchezza) qui in senso spirituale. Essa non è ri­
compensa della devozione, ma ha le caratteristiche del puro munus di cui l'Ami­
co, se vuole, gratifica gli amanti.
7 Espressione che indica la guida spirituale, per il cui tramite esclusivo
è concesso ogni avanzamento sulla via mistica.
8 Anche il termine parda (velo, alcova ) riveste un duplice significato: qui
allude ai veli dell'alcova spirituale (il cuore) in cui il mistico si intrattiene con
l'Amico; altrove invece allude al velo della molteplicità fenomenica che con­
fonde la mente degli uomini, celandole l'unità divina. Cfr. Corano xvn, 46, in
cui si accenna ai veli che avvolgono il cuore dei kiifiruna (empi, infedeli).
9 Qui le foglie alludono ai beni mondani , mentre i frutti sono un simbo­
lo dei beni spirituali .
I O Sufi, conosciuto anche come Abii Sa'id, autore d i opere mistiche . Morì
nel 1029.
Il S'intenda: degli uomini di Dio, ossia dei mistici .
1 2 Bi-kbabar (letteralmente : « senza notizie ») designa la condizione di chi
ignora la via spirituale o, all 'opposto, dell'iniziato che va alla ricerca delle
verità più profonde e dichiara la propria ignoranza di fronte all'ineffabile.
1 3 Cfr. Corano XL, 60. È l'angelo che « fece scendere » su Maometto il Li­
bro sacro (n, 97). Il Corano menziona inoltre Michele, Isriifil (l'angelo che
suonerà la tromba nel giorno del giudizio), 'Izrii'il (l'angelo che annunzia la
morte). Altri due angeli, Munkar e Nakir secondo la tradizione, interrogano
i morti nelle loro tombe.
14 Cfr. Corano xxxi, 26. È uno degli attributi di Dio.
15 Secondo il Corano « Dio guida chi vuole e svia chi vuole » (LXXIV, 3 1 ) .
16 È il biblico Core che ribellatosi a Mosè viene inghiottito con i suoi par-
tigiani dalle viscere della terra (Numeri XVI, l sgg.). Cfr. Corano XXVIII, 76 sgg.
17 Non era questa l'opinione dei teologi " letteralisti » deii'Isliim, per i qua­
li non era possibile dubitare dell'esistenza fisica del paradiso e dell'inferno. J
mistici in generale propendevano per un'interpretazione allegorica, come ben
si vede in questo passo.
1 8 Vedi nota 43 all'Invocazione.
1 9 Personaggio che 'Aniir menziona en passant nella sua Memoria dei santi
nel capitolo dedicato a Ràbi'a. Era originario di Tiis nel Khuriisiin, morì nel 905.
20 Il colore rosso del cinabro è messo in relazione con le lacrime rosse di
sangue del mistico. Secondo un celebre /;Jadltb il profeta Maometto ebbe a di­
re: « Per ogni cosa vi è una vernice che toglie la ruggine: l'invocazione di
Dio è la vernice del vostro cuore » .
2 1 Shibli fu discepolo d i Junayd ed era originario della Transoxiana. Co­
nobbe I;Ialliij e pare fosse presente al suo supplizio (922). Morì nel 945.
22 Fuor di metafora: si dedicò interamente a Lui.
23 È il biblico Tare , padre di Abramo (Genesi XI , 26) . Nel Corano il figl io
lo accusa di idolatria ( X X I . 52 s��t . l .
24 Nome di una divinità araba preislamica (Corano LIII, 19).
25 Cfr. Corano XII, 103.
26 Ovvero: la carne e lo spirito.
Z7 Asceta dell'vm secolo, pare fosse un amanuense e copiatore di corani.
Mori nel 745.
28 Dhawq (sapore, gusto) è parola che i sufi amano usare per definire l'espe·
rienza mistica, riferendosi soprattutto al suo carattere di immediatezza e di
ineffabilità. La sapientia cordis è cioè una forma dì conoscenza diretta, non
mediata dal mentale, tìpologi.camente non dissimile dalla conoscenza dei sensi.
29 Per l'lslam sunnita Gesù è uno dei sei Inviati di Dio sulla terra e tor·
nerà ad annunciare « l'Ora » nel giorno del giudizio. t!: chiamato « lo Spirito
di Dio ,., ma la sua figura tutto sommato tende a essere ridimensionata nel cul­
to anche rispetto all'oggertivo rilievo che ha nel Corano. L'Islam sciita non
aspetta Gesù bensl l'imam nascosto (il Mahdi) per il giorno della resurrezio­
ne; in compenso la sua figura (come del resto quella del profeta e degli altri
quattro inviati) si arricchisce di nuovi connotati essendo analizzata nei due
asperti, complementari, di nabi (profeta, annunciatore di un messaggio) e
wllli (amico di Dio, depositario di una verità nascosta). Quanto all'importanza
di Gesù nel misticismo islamico, basti dire che se Maometto è considerato il
« sigillo della profezia » (kbatm al-nabuwwat) Gesù è il « sigillo della santi·
tà ,. (kbatm al-waliiyat), essendo la walayat (più propriamente: « amicizia con
Dio ») la dimensione nascosta, o esoterica, della nabuwwat (cfr. il capitolo de·
dicato a Tirmidhi in H. Corbin, Histoire de la pbilosopbie islamique t, Paris
1964). Più in generale si nota la tendenza nel sufismo a sottolineare la virtù
tipicamente ascetica di Gesù, la povertà, intesa come distacco dalle cose del
mondo, che ne fa il « povero ,. per eccellenza (Al-Ghazili), modello insupera·
bile per i mistici di ogni tempo.
30 Celebre maestro sufi, vissuto a Baghdad, ove ebbe tra i suoi discepoli
Shibli e I;Iallaj . Rappresentante dell'ala moderata del sufismo, si trovò ben
presto in dissidio con quest'ultimo di cui avversò le teorie estremiste. Mori a
Baghdad nel 910. Su di lui esiste una monografia di 'Abdel-Kader, The li/e,
Personality and writings o/ Al-]unayd, London 1962 .
31 Cfr. Corano, III, 92 .
.12 Esclamazione di meraviglia o di dolore che qui entra in un gioco dì pa­
role con kbiin (sangue) e khiik (polvere), le cui lettere lunghe formano appun·
to la parola vii.
33 Città dell'odierno Iraq che fu, anche prima della fondazione di Baghdiid,
una vera fucina di movimenti religiosi e di scuole teologiche e filosofiche.
34 Secondo una leggenda talmudica Shaddad, che aveva udito parlare del
giardino dell'Eden, ne volle uno altrettanto bello per sé che chiamò con il no·
me del padre, Iram della gente di 'Ad (uno dei popoli coranici castigati da
Dio per non aver ascoltato i profeti).
35 Nome del cavallo di Rustam, eroe del Libro dei Re di Firdawsi (932/40·
1021/26).
36 ar. Corano XXIX, 41.
J7 Cioè il cuore, inteso come l'organo della percezione trascendente.
38 Fuoco, cuore, amore, dolore, rimedio, azione, via, fede, empietà, velo,
sangue, ferite: un esempio dell'ambivalenza del linguaggio mistico-erotico di
'Anar, che descrive altrettanto bene la passione profana dell'uccello che inter·
roga l'upupa, come la passione mistica dell'iniziato. L'intensa metaforizzazio·
ne del testo, affidàta come si vede a un numero limitato di « parole-motivo "
di forte pregnanza simbolica, ingenera un continuo sdoppiamento semantico:
nel profano si può leggere, in trasparenza, la vicenda del sacro e viceversa.
39 Gioco di parole; letteralmente: « non distinse più il fiore (gul) dal vi·
no (mul) » .
«< Gbaflat (incoscienza, negligenza) è termine che si coniuga con iidii'i (se·
parazione), è cioè lo stato di permanente distrazione che impedisce all'uomo
di far convergere le sue facoltà verso il Sé.
41 t!: il più celebre mistico dell'Islam, il cui estremismo panteista dovette
spaventare persino Junayd, il maestro, con il quale si trovò presto in dissidio.
Originario della città iraniana di Tiis visse perlopiù a Baghdiid. Intraprese nu·
merosi viaggi « missionari ,. in Persia, India, Turkistan e, forse, toccò anche
la Cina. A Baghdad si creò molte inimicizie a causa delle sue concezioni, e gli
stessi sufi gli rimproveravano di divulgare ciò che doveva restare segreto.
'Atfir gli dedica l'ultimo capitolo della sua Memoria dei santi (per un'analisi
approfondita si vedà L. Massignon, L'oeuvre ballagienne d'Attiir, in « Révue
des études islamiques ,. 1941-46, pp. 1 17-144). Il significato del suo martino,
avvenuto a Baghdid nel 922, e l'influenza immensa che egli ebbe sullo svi­
luppo del sufismo sono stati analizzati dal Massignon in La passion d'Al-l:lalliii,
Paris 1922. In italiano è disponibile una traduzione dei suoi detti curata da
G. Mandel, sulla quale è interessante verificare i non pochi punti di contat­
to con 'Aniir (I detti di Al-l:lalliii , Genova 1980).
42 Nome persiano della consonante « m ,., che graficamente richiama la for­
ma di una forca.
43 Nel detto n. 16 di l;lalliij si legge che mentre era condotto verso la for­
ca diceva: « Il mio compagno di coppa [Dio, n.d.t.] ... mi convocò, poi mi sa­
lutò come fa l'ospite con l'ospitato; ma quando la coppa circolò, subito fece
portare il tappeto e la spada. Questa è la sone di chi beve il Vino in piena
estate, in compagnia del Tinnin [nome della costellazione del Drago, n.d.t.] ,.,
in G. Mandel (a cura di), op. cit., p. 61.
44 In Riimi si può leggere questo verso che riprende il motivo della pen­
tola: « Non dir nulla, non spumeggiare, non alzare il coperchio alla pento­
la l bolli ancora, bolli paziente: io ti farò in alto volare! ,. (in Poesie misti­
che, cit., p. 76).
45 Anche i quattro elementi empedoclei diventano in 'Aniir poetici refe­
renti di una « chimica dello spirito ,., l'esperienza mistica è nel rragitto dalla
polvere del corpo al mare dell'anima, dal vento della vacuità mondana al fuo­
co d'Amore.
46 Cfr. Corano xxi, 35.
� Una variante riporta Bughriit (lppocrate) invece di Suqriit (Socrate) .
48 Bevanda dolciastra o sciroppo a base di succhi di frutta.
49 Località dell'odierno Iraq ove ebbe luogo nel 680 la battaglia in cui
trovò la morte l;lusayn, figlio del quarto califfo 'Ali, che combatteva contro
Yazid,. figlio del quinto califfo Mu'iiwiya (motto nello stesso anno) ritenuto
un usurpatore dagli alidi.
50 Gioco di parole tra talkh (amaro) e talkhi (amarezza) .
51 A l « fuoco del mondo ,. è naturalmente associata l'immagine del mondo
come « stufa ,. o « fornace ,. in cui arde colui che non si è sottratto al domi­
nio dell'anima concupiscente (nals) .
52 Trattasi di Abù Sa'id b.Abi '1-Khayr, sufi dell'xi secolo e considerato
dalla tradizione il primo poeta mistico persiano. Era originario di Nishiipùr,
città natale di 'Attiir, ed è noto anche per un'opera, MQ4iitniit-i Arba'in (Le
quaranta stazioni), che descrive le fasi del progresso spirituale, e che è possi­
bile leggere in italiano, ritradotta dalla versione inglese di Seyyed Hossein Nasr
(Il sufismo, Milano 1975, trad. di D. Venturi, pp. 98-104).
53 Cfr. Corano xxxv, 15.
54 Originario di Tirmidh è conosciuto anche con l'appellativo di « Santo
del Turkistiin ». � un importante teorico del sufismo, di cui possiamo qui
ricordare la dottrina della cosiddetta doppia waliiyat (amicizia o intimità con
Dio) : la w.'iimma, o generale, cioè il legame con Dio di tutti coloro che han­
no fatto la shahiidat (professione di fede); e la w.khi#ia, o panicolare, privi­
legio degli intimi di Dio, dottrina che si era inizialmente sviluppata in am­
biente sciita (cfr. Corbin, op. cit., p. 274) .
55 Cioè « che io desideri la tua guida ma non voglia condividere le tue
pene ». Il significato dell'aneddoto è alquanto oscuro. L'idea principale sem­
bra questa: la sottomissione a Dio è innanzitutto, per il mistico, sottomissio­
ne al suo maestro spirituale, tramite privilegiato nel suo rappono con il divino.
, 56 Sufi vissuto a cavallo tra il x e l 'xi secolo, di cui non sono noti altri
particolari.
SI Cfr. Corano XCIV , l, ove si allude a uno squarcio nel petto del profe­
ta che poi la tradizione attribuirà all'opera degli angeli che vollero lavare con
la neve il suo cuore.
58 Piikbiizi significa propriamente « giocarsi tutto per scommessa ,., appun­
to ciò che il mistico è chiamato a fare scommettendo la propria vita sull'in­
contro con Dio.
59 � Tirmidhi, di cui si è detto alla nota 54.
(J() Sufi originario dell'Alto Egitto, fu noto anche come filOl!Ofo e alchimi­
sta. Morl nell'859.
61 Nel racconto coranico i maghi del Faraone, sconfitti dalla « magia ,. di
Mosè, riconoscono che la sua è l'unica vera fede.
62 Vedi nota 11 alla Prima serie di dialoghi .
63 La bellezza di Giuseppe sconvolse; durante un banchetto del Faraone, le
r
'
donne eaiziane che • si tagliuzzarono le mani » con i coltelli vedendolo appari­
re (Corano Xl i , 3 1 ) .
64 Suli vissuto nell 'vm secolo, considerato i l caposcuola del sufismo del
Khurlaln . Pare fosse principe di Balkh (odierno Afghanistan) c morì nel 776.
65 Sufi di cui non è giunta altra notizia oltre all'epoca l x i i secolo) della
1ua vita.
66 L'ultimo grande sovrano selgiuchide, contemporaneo di 'Aniir. Dopo la
lUI morte ( 1 157), l'impero conobbe un processo di inarrestabile decadenza ve­
nendo spartito tra i vari governatori locali .
67 Forse un'allusione alla sura della Stella (Corano, Llll) o a quella del
Vlandante Notturno (Lxxxvi). Nella prima si parla di una visione che Maomet­
to ebbe mentre si trovava a una distanza di « due tiri d'arco » da Dio. Nel
Coreno (LXXIII, 20) è inoltre sottolineata l'importanza della preghiera notturna .
61 Fondatore di una delle quattro scuole giuridiche ortodosse, intorno a lui
al formò uno dei primi nuclei di quella che poi diverrà la scuola sufica di
Bqhdàd . Visse tra il 780 e 1'855.
fil Vedi nota 82 all'Invocazione.
70 Cfr. Corano XVII, 34.
71 Cfr. Genesi XLIV e Corano x n. Il motivo della coppa compare in en­
&rembi i testi , con qualche lieve differenza.
72 Al profeta Maometto è attribuito il detto: « Vivi in questo mondo come
uno straniero o un viandante ,. .
73 Nome di un visir selgiuchide in carica durante il regno di Toghrul Beg,
Il creatore dell'impero, che sconfisse i ghaznavidi nel 1040 ed entrò a Baghdad
nel 1055.
74 Riferimento alle bibliche piaghe d'Egitto. Cfr. Corano vn, 133 sgg.; e
Esodo xn, 29-30.
7S Vedi nota precedente.
76 Sufi originario di Wiisit in Ferghana, allievo del più celebre Junayd. Mo-
ri nel 942.
n Sono i due angeli che interrogano i morti nelle loro tombe, vedi nota 1 3 .
78 Ved i nota 5 8 alla Prima serie d i dialoghi .
79 Secondo l a tradizione musulmana i l « frutto proibito » del paradiso ter­
restre è il frumento.
110 La vicenda di Adamo è qui reinterpretata in senso mistico: egli rinun­
cia al « vecchio " (cioè al paradiso terrestre) e al « nuovo » (il frutto proibito,
« la scienza del bene e del male ») per annullarsi nella luce dell'amore divi­
no. Conviene ricordare che la figura coranica di Adamo è molto diversa da
quella biblica: egli è il khali/a (vicario) di Dio e uno dei sei profeti-inviati
(ali altri sono: Noè, Abramo, Mosè, Gesù e Maometto) .
81 Anche d i questo sufi, originario d i Nishiipiir la città natale d i 'Attiir,
non si conoscono altre notizie.
82 Ministro del Faraone coranico (XXVIII, 6-8) che gli ordina la costruzione
di una torre che s'innalzi sino ai cieli a sfidare il Dio di Mosè.
83 Il sufi vuoi dire che, nonostante la nuvola, continuerà a lavare i suoi
abiti; fuor di metafora, non si arrenderà di fronte alle difficoltà del suo cam­
mino spirituale.
84 Gioco di parole tra Khudiivand (Signore) e Khudiivandi (signoria) .
8S Sufi originario dell'Iraq 'Ajami (Iraq persiano) , vissuto nel x secolo.
86 « L'empietà e la fede differiscono nel significante, ma non v'è differen­
za tra di loro quando si tratta di Realtà » (in I detti di Al Hall iii, a cura di
G. Mandel , Genova 1980, p . 74).
87 Cfr. Genesi XIX, 1 5 sgg. e Corano vn, 80 sgg.
88 Vedi nota 58 alla Prima serie di dialoghi .
89 Cfr. Corano XLII, 1 1 .
9'J Nome di una divinità araba preislamica qui identificata con un « idolo »
buddista caduto in mano a Mabmiid in una delle sue leggendarie campagne
d'India. Cfr. Corano Llll, 19.
91 Città dell'odierno Afghanistan ove sorgeva la corte dei Ghaznavidi (di­
nastia d'origine turca che dominava, all'epoca di Mabmiid, un territorio che
ai estendeva dal Gujarat indiano a Samarkanda nell'Asia centrale, all'altopia­
no iranico. Nel 1040 fu detronizzata dai Selgiuchidi e solo un ramo indiano
continuò a regnare nel Panjab sino al 1 186.
92 Sufi vissuto a Nishiipiir, ove anche morì nel 959. 'Anar gli dedica un
capitolo dell'opera agiografica già menzionata.
93 Moglie dell'egiziano Putifar (Genesi xxxix, 7 sgg . ; Corano XII, 21 sgg.)
il cui nome però non è menzionato nei due testi sacri. Forma con Giuseppe
una delle coppie celebri della letteratura persiana. In italiano è disponibile
nella versione di F. Cimmino un'antologia, seppure alquanto datata (Napoli,
1899), del Yùsuf va Zulaylebii, opera del poeta mistico persiano Jiimi ( 1414·
1492).
94 Sufi originario di Tiis nel Khuriisiin, conosciuto anche come « l'Innamo·
rato di Tiis,. di cui Jiimi dà notizia nel Nafabiit al-Uns (Sospiri d'Intimità).
95 Cfr. Corano vn, 44-50, ove si svolge un singolare dialogo tra i dannati
e i beati. Il tema dell'aneddoto è che la poena damni è ben più dolorosa del­
la poena sensus per i dannati; cosi come, all'opposto, la visione di Dio annul­
la nei beati la coscienza del paradiso.
LE SETIE VALLI

Descrizione delle sette valli

Un altro uccello si rivolse all'upupa e così le parlò. « O tu,


esperta della via, i miei occhi vagano smarriti in questa val­
le tenebrosa e il sentiero mi sembra sempre più oscuro !
Dimmi, amica, quante leghe misura ? ».
L'upupa così rispose : « Lungo la via troverai sette valli 1 e
oltre l'ultima sorge la corte. Poiché nessun mortale può far
ritorno da un simile viaggio, nessuno poté riferire circa la
sua lunghezza. Non essendo mai tornato da questa via alcun
viaggiatore, come puoi sperare proprio tu , o impaziente, di
averne sicura notizia ? Tutti scomparvero senza lasciare trac­
cia, e come potrebbero, o ingenuo, informarti su quanto essi
vissero?
.All'inizio troverai la valle della ricerca, cui segue immedia­
tamente la valle dell'amore. La terza è la valle della cono­
scenza e la quarta è la valle del distacco. La quinta è la valle
della pura unificazione e la sesta è la valle dello stupore. Set­
tima ed estrema è la valle della privazione e dell'annienta­
mento, oltre la quale non è lecito andare. Se solo tentassi di
farlo, ti smarriresti : laggiù una goccia apparirebbe ai tuoi oc­
chi oceano sconfinato ».

Descrizione della valle della ricerca

Non appena sarai entrato nella valle della ricerca, dovrai


affrontare i più duri contrasti. Laggiù ti attendono molteplici
prove e ti sarà impossibile godere di un solo istante di requie.
Lo stesso variopinto pappagallo dei cieli 2 in quella valle è
trasformato in mosca miserabile. Sappi che dovrai superare
imprese sovrumane, dovendo il tuo cuore conoscere gli stati
più alti della perfezione. Dovrai abbandonare i tuoi averi e
giocarti ogni possesso. Laggiù ti bagnerai nel tuo stesso san­
gue, dopo esserti separato da tutto. Quando poi sarai rima­
sto a mani nude, dovrai liberare il tuo cuore dal pensiero di
tutto ciò che esiste e solo quando sarà totalmente affrancato
dal gioco delle apparenze, potrà riflettere la luce eterna di
quell'augusta presenza. E circonfuso da quella luce sentirà la
sua brama di ricerca moltiplicarsi all'infinito, e allora se an­
che il fuoco divorasse la via o cento terribili valli apparissero
ai tuoi occhi, per amore tu sapresti volare tra le fiamme come
intrepida falena. Comincerai la ricerca pungolato da un folle
desiderio, assillerai il tuo Coppiere per un unico sorso di vi­
no e dopo avere bevuto perderai per sempre ogni memoria
dei due mondi. Naufragherai nel mare di te stesso con le lab­
bra riarse, tormenterai la tua anima per strapparle il segreto
dell'Amato. Lo desidererai così ardentemente da non temere
nemmeno i draghi oppressori dell'anima. Purché quella porta si
apra, giungerai ad accettare l'empietà e la bestemmia, e quan­
do finalmente si sarà aperta, per te più non esisteranno né
fede né empietà, poiché oltre quella porta si cancella per sem­
pre ogni distinzione.

La creazione di Adamo

Quando Iddio soffiò un'anima purissima nel corpo d'ar­


gilla di Adamo, non volendo che la corte dei suoi angeli ne
avesse notizia, ordinò loro : « O spiriti celesti, prostratevi
dinnanzi ad Adamo! ».
Tutti allora chinarono il capo e così nessuno poté scoprire
il segreto di Adamo. Il solo Iblis non volle prosternarsi, pen­
sando : « Io non m'inginocchio di fronte a nessuno! E se an­
che mi tagliassero la testa, il mio collo non ne soffrirebbe più
di tanto! lo so perfettamente che Adamo non è fatto sol­
tanto d'argilla e mi giocherei la testa pur di scoprire il suo
segreto. Cosa mai dovrei temere ? ».
Così Iblis, non avendo piegato il capo, poté carpire con
l'inganno il segreto di Adamo. Ma Iddio, l'Altissimo, volle
punirlo e così disse : « O tu che hai spiato e rubato nella mia
casa! Poiché hai scoperto il tesoro che tenevo a tutti celato,
lo ti ucciderò affinché tu non abbia la possibilità di divulgarlo
nel mondo. Se un re in gran segreto fa seppellire il suo teso­
ro, di certo non dimentica di mettere a morte colui che lo ha
nascosto, così da sopprimere l'unico testimone. Ebbene, il te­
soriere ha visto scoperto il proprio tesoro e tu, di conseguen­
za, dovrai dire addio alla tua testa. Se così non facessi, sono
certo che diverresti il padrone del mondo ».
Iblis allora lo supplicò : « Mio Signore, fai grazia al tuo
servo , risparmiato! ».
L'Altissimo gli rispose : « Ti concedo la grazia, ma ti con­
danno a portare un collare d'infamia . Farò marchiare sulla
tul pelle il nome di traditore, e in tal modo resterai sotto ac­
C:UII sino al giorno del giudizio » .
Ma lblis obbiettò: « Perché mai, avendo scoperto il teso­
ro, dovrei temere la tua maledizione ? Tua è la maledizione
c:ome tua è la misericordia, a Te appartengono sia i servi che
i loro destini. Se io ebbi in sorte la tua maledizione, dovrei
forse temerla ? Esiste anche il veleno, non soltanto l'antido­
to! Le altre creature Ti chiedono misericordia mentre io, figlio
degenere, raccolgo la tua maledizione. Si può essere tuoi ser­
vi sia nella misericordia che nella maledizione ed è evidente
c:he io, rifiutato da Te, sono un tuo servo maledetto ! » .3
� come lblis che tu devi cercare, se un autentico desiderio
di ricerca ti anima! Ma certamente tu non l'hai, tu avanzi sol­
tanto vili pretese. Se non riuscirai a trovarLo, non pensare che
Lui sia scomparso; sei tu che non hai cercato abbastanza!

Shibli in punto di morte

In punto di morte Shibli cadde preda dell'inquietudine, e


aveva gli occhi socchiusi e il cuore agitato dal tormento del­
l'attesa. Dopo essersi cinto la vita con lo zunnar dello stupo­
re, s'era sdraiato sopra un letto di ceneri abbandonandosi al
pianto e alla disperazione. Un discepolo volle chiedergli : « In
un momento come questo, quando mai si è visto qualcuno
cingersi la vita con lo zunnar degli infedeli ? ».
Shibli gli rispose: « Che altro potevo fare, io che ardo dal­
la testa ai piedi e mi consumo senza tregua nel fuoco della
gelosia? La mia anima, che io distolsi dal pensiero dei due
mondi, ora arde di gelosia a causa d'lblis. Costui fu pago del­
la divina maledizione, che rappresentò dunque per lui un au­
tentico tesoro » .
Shibli spirò con l'anima assetata e arsa dalla gelosia.
In verità Egli dona a ogni uomo a suo piacimento, e se
tu dunque apprezzerai diversamente la pietra o la gemma che
il Re vorrà porgerti, non potrai considerarti un uomo della
via. Se ami le gemme e disprezzi le pietre, il Re non avrà
nulla da spartire con te. Alle pietre e alle gemme sii indiffe­
rente, qualora sia la sua mano che te le porge. Se il tuo eb­
bro Amico vorrà colpire la tua testa con un sasso, tu mostrati
più felice di quanto non saresti ricevendo in dono una perla
da un uomo. Lungo la via l'uomo saprà donare non una ma
cento vite nella ricerca e nell'attesa. Non si stancherà mai di
cercare, né conoscerà un istante di quiete. E se solo per un
istante si distraesse dalla ricerca, sarebbe da considerare un
volgare apostata.
Majniin e Layli 4

Un tale vide il povero Majniin seduto a terra, intento a se­


tacciare la polvere, e cosi lo interrogò : « O Majniin, che cosa
stai cercando tra la polvere della strada? » .
Egli cosi rispose: « Io cerco la mia Layla! » .
L'altro insistette : « Ma come puoi illuderti di trovare una
simile perla tra la polvere? » .
Al che Majniin concluse: « lo la cercherò ovunque nella
speranza di trovarla finalmente ! ».

Yiisuf-i Hamadin s

Yiisuf-i Hamadan fu guida del suo tempo, signore dei se­


greti dell'anima e gran maestro della mistica azione. Ebbene,
un giorno egli affermò: « Per quanto i miei occhi spazino
su tutto quanto esiste, dal sommo all'infimo, io non vedo che
atomi simili all'errante Giacobbe in cerca del perduto Giu­
seppe ».6
Lungo la via solo in virtù del dolore e dell'attesa potrai spe­
rare di cogliere l'occasione propizia. Ma se tu ignori sia l'uno
che l'altra, guardati dal ritrarre il tuo sguardo indagatore
dai santi misteri! La tua ricerca ha da essere paziente, ma
quando mai i dolenti avranno la costanza necessaria? Colui
che rifiuta il dolore è simile a un malfattore, a chi ardisce
paragonarsi a Dio. Tu non devi uscire dall'alcova del tuo
cuore, neppure per un istante. E se avrai bisogno di cibo ri­
cordati che hai il sangue per sfamarti! Il nutrimento dell'in­
fante 7 delle tue viscere è il tuo stesso sangue, non altro. Fuo­
ri del tuo intimo, sappilo, regna sovrano il disordine. E allo­
ra nutriti di sangue e pazienta virilmente finché la tua azione
non sia maturata per opera del Creatore. Ma se ignori la vir­
tù della pazienza, lascia perdere! Forse un giorno qualcuno
vorrà generosamente indicarti la via. Orsù, immergiti come
l'infante delle tue viscere nel sangue dell'amorosa pena, in in­
timo colloquio con te stesso! Ma se non sei, o dormiente, nel
novero degli eletti, perché almeno non ti disperi? Se dall'unio­
ne con l'Amico non sai trarre gioia alcuna, vattene e innalza
almeno il lamento della separazione. Se la bellezza dell'Ami­
co è ancora ignota ai tuoi occhi, alzati, non dormire! Ricerca
i segreti nel profondo di te stesso, e anche se non li scoprissi
continua a cercare! Non ti vergogni, infine, di correre come
un somaro privo di briglie?
Shaykh Mahna nel deserto

Shaykh Mo�hna, essendo caduto in uno stato di smarrimen­


to interiore, vagava nel deserto con il cuore spezzato e gli oc­
chi iniettati di sangue. Da lontano egli scorse un anziano con­
tadino che pascolava la sua vacca e gli parve che da costui
s'Irradiasse una luce straordinaria. Lo shaykh gli si avvicinò
e dopo averlo salutato gli confidò la sua intima pena.
Il vecchio lo ascoltò, quindi gli disse: « O Abii Sa'id, im­
magina che dal terrestre tappeto sino alla volta celeste tutto
lo spazio si riempia di miglio, non una ma cento volte, e che
un uccello consumi mille anni per cogliere un solo grano di
questo miglio e poi voli intorno al mondo centinaia di volte ;
ebbene, o Abii Sa'id, in tutto questo tempo non riuscirebbe
1 percepire neppure l'aroma che si effonde dalla porta del di­
vino palazzo : sarebbe ancora troppo presto! » .
I ricercatori devono essere pazienti, ma non tutti lo sono .
Finché nella tua anima non fiorirà un sincero anelito alla ri­
cerca, non vedrai crescere muschio profumato dal sangue del­
la tua pena. Ma se la tua ricerca si proiettasse all'esterno di
te stesso, magari rivolgendosi all'intero universo, ne gronde­
rebbero ben presto lacrime e sangue.8 Colui che non cerca è
carogna d'animale, è forma priva di vita. Colui che non cerca
è condannato a smarrirsi, a trasformarsi, Dio non lo voglia,
in forma animale ! Colui che non cerca è cadavere, non creatu­
ra vivente, è ombra oscura proiettata sul muro. Ma se anche
un giorno tu trovassi il tuo intimo tesoro, dovrai continuare
la ricerca con raddoppiato ardore, giacché colui che si appaga
di un unico tesoro finisce per divenirne schiavo. Chi lungo la
via indugia con il pensiero su una realtà, qualunque essa sia,
la rende di fatto il suo unico idolo. Di' pure a costui : « Va'
ad adorare gli idoli ! » .
In verità, tu fosti incauto e così smarristi il tuo cuore e per­
desti la ragione nell'ebbrezza del vino. Attento però, non ubria­
carti con un unico vino, continua a cercare! Questa ricerca
non conosce limite alcuno.

Mal_lmud e il setacciatore di polvere

Una sera Ma}:lmiid, allontanatosi dall'accampamento delle


sue truppe, incontrò lungo il sentiero un tale che setacciava
la polvere innalzando intorno a sé piramidi di terriccio . A
quella vista il re lasciò cadere un bracciale d'oro e galoppò via
come il vento.
Quando il giorno seguente il re ripassò lungo quel sentiero,
vide ancora il setacciatore intento al suo lavoro. Allora si fer­
mò e gli disse : « Quel che trovasti ieri sera vale dieci volte i
tributi della mia città. Eppure io ti rivedo qui . a frugare tra
la polvere. Tu potresti condurre una ricca esistenza, giacché
ora sei libero dal bisogno ».
Quegli gli rispose : « Qui l'ho trovato, proprio da questa
polvere ho estratto il tesoro ! Poiché la fortuna è entrata da
questa porta, io non cambierò mestiere finché avrò vita ».
Bussa da uomo autentico a quella porta e rimani in pazien­
te attesa finché non ti sia aperta. Non distogliere il pensiero
dalla via finché non riuscirai a vederla con i tuoi stessi occhi.
Sappi che non esiste nulla di irrimediabilmente chiuso, tranne
forse i tuoi occhi ! Vai dunque e ricerca senza sosta: ricorda
che quella porta non è mai chiusa.

Uno stolto

Uno stolto cosi si rivolse al Signore: « Mio Dio, apri infine


una porta per me ! ».
Rabi'a, avendo udito la sua preghiera, gli disse: « O inco­
sciente, quando mai quella porta fu chiusa? Sappi che essa è
spalancata da sempre. Rivolgi, o figlio, i tuoi occhi a quella
porta e persegui il tuo scopo ! » .

Descrizione della valle dell'amore

Quindi vedrete la valle dell'amore : naufraga nel fuoco co­


lui che in essa s'addentra. Se non si è di fuoco, vivere risulta
difficile in questa valle. Vero amante è colui che è simile al
fuoco, col volto ardente, infiammato e ribelle. Egli non sa es­
sere previdente, s'immerge in un vortice di fuoco come lampo
nella bufera. Non conoscerà né fede né empietà né dubbio né
certezza, neppure per un istante, e il bene e il male si confon­
deranno ai suoi occhi, perché amore annulla ogni distinzione.
Ma simili discorsi, o indifferente, non possono commuoverti:
l'eresia di questo supremo piacere non trova ospitalità nel
tuo spirito.
Quanto l'amante possiede, se lo giochi totalmente senza
esitare, e d'altro non si vanti se non dell'unione con l'Amato.
Gli altri promettono per domani, ma egli paghi subito e in
contanti! E se non bruciasse anche se stesso, come potrebbe
cancellare il marchio dell'infamia? Fin quando non arderà la
preziosa gemma dell'anima, come potrà il cuore gioire? Il pe­
sce gettato sulla riva dai flutti palpita d'angoscia, finché non
ritorna alle acque del mare. L'intelletto, sappilo, non è mae­
stro nella passione d'amore, giacché l'umana ragione è estra­
nea all'amore. L'amore è fuoco, l'intelletto fumo, e quando
il primo appare, l'altro vola via. Sempre amore trapassa dal­
l'ardore allo struggimento e solo si placa quando raggiunge il
suo scopo. Ti sarà dato contemplare la fonte d'amore solo
quando dall'invisibile otterrai in dono un nuovo occhio. An­
che l'essere di ogni foglia discende dall'eterno essere amoro­
so, e per questo ogni foglia ha la punta riversa nell'ebbrezza
d'amore. Se anche tu aprirai un giorno quell'occhio straor­
dinario, diverrai partecipe dei segreti di ogni atomo dell'uni­
verso. Ma se ti ostini a guardare con gli occhi dell'intelletto,
sarai cieco all'amore. Amore esige uomini amanti dell'azione
e totalmente liberi, ma a te non interessa né agire né inna­
morarti: tu che sei un cadavere putrefatto, come puoi spera­
re d'essere degno d'amore ? Questo è un viaggio che richiede
uomini audaci e dal cuore vivente, disposti a offrire a ogni
istante non una ma cento vite.

Un nobile si innamora di un birraio

Un nobile uscendo di casa vide un giovane birraio e se ne


innamorò perdutamente. I furori della passione lo sconvolse­
ro a tal punto che l'infamia ricadde sul suo nome. Cominciò
a vendere i mobili e le terre che possedeva, tutto sperperan­
do per acquistare la birra da quel giovane. Rimasto privo di
ogni bene, egli si rassegnò a mendicare, e il suo amore intanto
si accrebbe all'infinito. Sebbene molti gli offrissero del pane,
quel nobile era sempre affamato, pur essendo sazio della pro­
pria esistenza. E rivendeva tutto il pane avuto in elemosina
per poter acquistare la birra dell'amato. Viveva divorato dal­
la fame nell'attesa di poter tracannare boccali di birra.
Un giorno un tale gli chiese : « Dimmi, o tormentato, cos'è
l'amore? Svelami infine i suoi segreti ! » .
« L'amore » , rispose, « è quella forza che t'induce a vende­
re tutti i beni della terra in cambio di un boccale di birra » .
Finché non sperimenterai un simile tormento, cosa puoi sa­
pere tu dell'amore e delle sue pene infinite ?
Laylii e Majniin

La famiglia di Laylii non permetteva a Majniin, che amava


la fanciulla, di avvicinarsi all'accampamento della tribù. Maj­
nun allora chiese in prestito a un pastore che viveva nel de­
serto una pelle di pecora. Poi si mise a quattro zampe rico­
prendosi con questa pelle per sembrare una pecora, e così sup­
plicò il pastore : « Per amor del cielo, }asciami pascolare tra
le tue pecore e poi conduci il gregge verso la tenda di Layla
con me nascosto tra loro, affinché io possa ammirare almeno
una volta il suo volto stupendo ! Nascosto sotto questa pelle
potrò finalmente godere di un raggio del suo splendore inef­
fabile » .
Se t u per u n solo istante conoscessi i l dolore d i Majnun,
diverresti un uomo autentico sino alla radice dei capelli. Ma,
ahimè, tu non hai neppure notizia del dolore degli uomini.
Ogni vero uomo dovrebbe conoscerlo, ma è certo che tu non
l'hai sperimentato.
In tal modo Majnun, nascosto sotto quella pelle, poté avvi­
cinarsi con il gregge alla tenda dell'amata Layla. Non appena
da lontano apparve la figura dell'amica, egli si sentì risucchia­
re dalla luce abbagliante del suo volto. Dapprima la furia amo­
rosa si liberò in lui dolcemente, per poi scatenarsi sino a pri­
varlo dei sensi. A quel punto il pastore lo trascinò via, con­
ducendolo con sé nel deserto, e qui giunti bagnò il suo volto
finché il fuoco dell'amorosa passione non fu spento.
L'indomani Majnun tenne consiglio con la sua gente nel
deserto. Uno dei suoi gli disse : « O signore nobilissimo, tu
sei completamente nudo. Se me l'ordini, io ti porterò l'abito
che prediligi » .
Majnun gli rispose : « Non esiste veste che mi sembri de­
gna dell'amata! E comunque nessuna mi si addice più di que­
sta pelle di pecora e di essa sono pago, e al malocchio che mi
perseguita brucerò la ruta. Io possiedo, è vero, innumerevoli
abiti di seta e di raso, ma colui che vorrà amare Layla dovrà
vestire pelli di animale. E se indossando questa pelle mi fu
permesso di ammirare il volto dell'amica, come potrei indossare
una veste diversa ? Sotto questa pelle il mio cuore scoprì il
segreto dell'amata: se la polpa mi sfugge, dovrò accontentar­
mi della buccia » .9
È necessario che l'amore ti strappi alla ragione e rivolga le
tue virtù al servizio del cuore. Se vorrai immergerti nel ma­
re delle qualità divine, dovrai essere disposto a sacrificare
persino la vita e spogliare te stesso di ogni vanità. Se ti ani­
mano intenti così nobili, incamminati pure lungo la via: giocar­
si la vita non è impresa da nulla!
Un mendicante innamorato di Ayiiz

Un derviscio si innamorò perdutamente di Ayaz e la noti­


zia rimbalzò sulle lingue di tutti, giacché quel misero inse­
&uiva Ayaz correndo a perdifìato quando questi usciva a ca­
vallo. Non appena scorgeva i capelli di muschio dell'amato, il
derviscio gli incollava addosso i propri occhi, proprio come
·

un giocatore di polo con la palla.


Il sultano Ma�miid lo spiava segretamente e poté vedere
che l'anima del derviscio era simile a un chicco di grano e il
volto a una pagliuzza, che la sua schiena appariva ricurva co­
me mazza e la testa irrequieta come palla errabonda. E come
palla egli correva all'impazzata quando Ma�miid lo fece chia­
mare e gli disse: « O miserabile, non pretenderai di bere alla
stessa coppa del re! » .
Il derviscio gli rispose : « Sarò pure un miserabile, ma in
amore io non sono inferiore a uno del tuo rango. Sappi che
amore e povertà convivono sotto la stessa tenda, giacché amo­
re non necessita di ricchezze. La povertà è il sale dell'amore
e non v'è dubbio che amore a essa s'accompagni. Tu possiedi
il mondo e un cuore luminoso, ma l'amore si addice a un mi­
serabile come io sono, con il cuore riarso. Ciò di cui ti vanti
non è che un simulacro dell'unione. Prova anche tu a soppor­
tare per un solo istante l'amaro dolore della separazione. Se
aspiri a ottenere l'unione, non ti servirà accumulare beni o so­
stanze. Dovrai sopportare virilmente le pene della separazione
se vuoi dimostrare di essere sinceramente innamorato di Ayaz » .
Il re allora gli chiese : « O tu, ebbro e incosciente, dimmi
perché sembri simile a palla errabonda » .
Il derviscio d i rimando : « La palla 10 è come me perenne­
mente senza quiete e siamo entrambi colpiti senza riguardo.
lo conosco il suo merito ed essa il mio: sotto i colpi della
mazza noi due siamo una sola palla. Entrambi sopportiamo
un indicibile tormento ; privi della testa e dei piedi noi stiamo
ritti sull'anima ! lo so ogni cosa di essa ed essa sa tutto di me,
e non possiamo nasconderei le molte pene sofferte . Ma la pal­
la ha sorte più felice della mia, giacché a volte è baciata dal­
lo zoccolo del cavallo! lo come la palla sono ormai privo di
testa e di piedi, ma patisco dolori infinitamente più grandi.
La palla infatti riceve i colpi nel corpo, mentre io per mia scia­
gura li accuso tutti nell'anima ! Per quanti colpi essa subisca,
ha sempre dietro di sé il suo Ayaz, mentre io che ricevo un
maggior numero di colpi, devo sempre tallonarlo alle spalle,
né posso sperare che un giorno sia lui a inseguire me. La pal­
la dunque ha la fortuna di godere il privilegio della sua pre­
senza , mentre io ne sono perennemente escluso. e se ad essa
è concesso a volte di toccarlo e di gustare il vino squisito
dell'unione, io al contrario non riesco neppure a percepirne
l'aroma. La palla raggiunge l'unione, ed è così che vince il
confronto con me » .
Avendo udito la risposta, Ma}:tmud replicò : « O derviscio,
hai menato gran vanto con me della tua povertà, ma ora, o
sciagurato, se non sei un volgare mentitore dovrai darmene
una prova inconfutabile » .
E quegli così rispose : « Finché resto aggrappato all'esisten­
za, non sono povero come affermo, bensì uno spudorato men­
titore, e non sono degno di fregiarmi di un simile vanto. Ma
se per amore io sapessi offrire la mia vita, ti darei in tal mo­
do un segno inconfutabile della mia povertà. Ma in te, o
Ma}:tmud, dove sono i segni dell'amore ? Sacrifica la tua vita,
oppure ritira le tue false pretese! » .
Così dicendo egli rese l'anima all'amato, e non appena quel
derviscio ebbe esalato l'ultimo respiro sulla polvere della
via, agli occhi di Ma}:tmiid il mondo sprofondò nelle tenebre.
Se a tuo parere giocarsi la vita è agevole impresa, affron­
ta pure quest'ardua azione, e che tu possa cogliere la più glo­
riosa delle vittorie ! E se un giorno ti sarà detto : « Entra! »
e lungo la via ti giungerà l'eco del divino richiamo, tu non
esitare a spogliarti di tutto, essendo necessario giocarsi ogni
possesso. Percorrendo questa via avrai la mente e l'anima in
tumulto sino a quando non otterrai notizie di Lui. Orsù, li­
berati da tutto e anche da te stesso, liberati dal poco come
dal molto ! Qui è precluso il passaggio alla ragione, essa è
indietreggiata, si è smarrita lungo la via.

Un arabo tra i Qalandar

Un arabo, che visitava le contrade della Persia, fu colpito


dalla stranezza dei locali costumi. Vagando senza meta quel
disgraziato si trovò a passare davanti alla casa dei Qalandar 1 1
e qui fece conoscenza con una turba di miserabili che pareva­
no estranei a questo e all'altro mondo. Costoro non proferi­
vano assolutamente parola, erano privi di donne e di denari,
e avevano ìl petto scoperto. L'uno più sporco dell'altro, tutti
stringevano in mano un fiasco semivuoto del vino peggiore,
ed erano già in preda ai furori dell'ebbrezza. All'arabo quella
gente piacque a prima vista e perse totalmente il lume della
ragione. Quando i Qalandar si resero conto della sua scem­
piaggine, immediatamente gli dissero : « Entra, o non essere! » ,
ed egli accettò l'invito.
l suoi ospiti gli fecero tracannare un fiasco della loro fec­
cia e attesero che perdesse del tutto e coscienza e vigore.
Quell'arabo aveva con sé del denaro e oro e argento in grande
quantità : i Qalandar ben presto lo depredarono di tutto e
dopo avergli offerto da bere un ultimo sorso di vino, lo cac­
ciarono rudemente dalla casa.
Lo sventurato ritornò nudo e povero in Arabia con l'anima
aaaetata e le labbra riarse. I parenti così lo interrogarono: « O
aciagurato, che ne è dell'oro e dell'argento che portasti con
te? Ma tu appari sconvolto: certamente hai perduto ogni be­
nel Questo tuo viaggio in Persia fu davvero segnato dalla ma­
laaorte. Cosa ti è accaduto, forse un brigante ti ha assalito
lungo la via? E dov'è il tuo denaro? Parla, infine, noi vo­
,Uamo sapere cosa ti accadde! ».
« Ebbene » , rispose, « camminavo tranquillo per una stra­
da quando casualmente incontrai i Qalandar. Di più non so
dire, tranne questo: il mio oro e il mio argento sparirono e
io mi ritrovai nello stato in cui ora vi appaio ».
Gli fu chiesto: « Descrivici almeno questi Qalandar! » .
Ed egli: « Altro non ricordo se non quell'unica parola che
·

mi dissero: " Entra ! " » .


Quell'arabo era proprio sconvolto : di quanto aveva vis­
suto non ricordava che una sola parola.
Anche tu incamminati lungo la via, altrimenti prenditi la
testa tra le mani e vattene! Sappi liberarti dall'esistenza, op­
pure continua ad esserle servo se non intendi lottare sino in
fondo! Se invece aspiri a custodire nella tua anima i segreti
amorosi, abbandona senza indugio codesta esistenza e dona­
ti all'amore di Lui! Fuggi da questa vita e spogliati di tutto,
fin quando ti resti soltanto l'eco di una parola : « Entra! ».

Due innamorati

Un uomo di nobili ambizioni s'innamorò di una donna me­


ravigliosa. Il destino volle che costei un giorno si ammalasse
sino a divenire in breve tempo esangue e sottile come un ra­
moscello di zafferano. Nel suo cuore la luce del giorno si of­
fuscò e la morte venuta da lontano le si avvicinò a grandi
passi. Giunto a conoscenza del fatto, l'innamorato afferrò un
pugnale e si avventò fuori di casa urlando : « Voglio ucci­
dere l'amica mia dolcemente, quella creatura stupenda non
deve morire di morte naturale ! ».
I vicini gli dissero: « Tu di certo sei impazzito : per qua­
le motivo dovresti ucciderla ? Non versare il suo sangue inno­
cente, non commettere un delitto così folle ! Ella sta morendo
tra indicibili tormenti, e uccidere un moribondo è del tutto inu­
tile : solo uno stolto lo farebbe! » .
L'innamorato così rispose : « Se l'amata morirà per mano
mia, sarò punito con la morte e nel giorno del giudizio io
arderò al cospetto di tutti come candela inconsolabile. E se
in questa vita verrò giustiziato per amore, nell'altra per lei
sarò dato alle fiamme. Ma non basta, in questo mondo come
nell'altro si realizzerà il mio desiderio più grande : attraver­
so di lei l'infamia ricadrà sul mio nome ! » . 1 2
Lungo questa via i veri amanti hanno imparato a giocarsi
la vita e a ritrarre le mani dai due mondi. Le pene dell'esi­
stenza neppure li sfiorano, avendo separato il loro cuore dal
mondo. Hanno preso congedo dalla vita, e poiché sono mor­
ti possono dividere con l'Amico le gioie dell'intimità. Un'inti­
mità a cui non conduce la strada dei conventi, in cui i due
mondi sono amanti, non estranei. Coloro che trovano la via
di un'intimità così profonda, scoprono di colpo i segreti del­
l'universo. Ma se non inizi a cercare non ti sarà dato di vede­
re neppure la polvere di questa via.

Abramo in punto di morte

Abramo in punto di morte non voleva affidare la propria


anima a 'Izrii'il, l'angelo della morte, al quale disse: « Tor­
na indietro e di' al Signore che non sia impaziente di chia­
mare a sé l'anima dell'amico » .
L'Altissimo gli mandò a dire: « Se davvero Mi ami, fai do­
no dell'anima al tuo Amico, o devo forse separarla con un fen­
dente della mia spada da colui che osa rifiutarMela? » .
Qualcuno volle consigliare il profeta morente : « O fiacco­
la del mondo, perché non vuoi affidare la tua anima all'an­
gelo della morte? I veri amanti si giocano la vita lungo la
via, perché dunque proprio tu vuoi conservarla? » .
Abramo rispose : « Come potrei abbandonare la mia ani­
ma nelle mani di 'Izrii'il? Un giorno Gabriele, apparendo nei
pressi del fuoco in cui ero stato gettato dal perfido Nimrud,
mi disse : " Amico, esprimi un desiderio ! " .
Ebbene io non volli neppure guardarlo, essendo la mia
mente totalmente dominata dal pensiero di Dio. Se allora io
non degnai di uno sguardo Gabriele, come potrei ora affidare
la mia anima a 'Izrii'il? Io sarò felice di abbandonare la mia
anima solo nell'istante in cui il Signore, e non altri, mi di­
rà : " DonaMi la tua anima! " . Quando l'ordine divino sarà
giunto alle mie orecchie, la mia vita terrena mi parrà meno
preziosa di un mezzo chicco di grano. Quando mai, nei due
mondi, io oserò affidare l'anima ad altri se non è Lui che me
l'ordina ? Ecco, in verità come stanno le cose ! » .

Descrizione della valle della conoscenza

Quindi apparirà ai vostri occhi la valle della conoscenza,


aenza inizio né fine. Nessuno laggiù può sfuggire al pericolo
di smarrirsi nell'intrico delle sue strade. Ma d'altronde nessu­
na delle vie che a Lui conducono è simile a un'altra. Il viag­
patore « corpo » e il viaggiatore « anima » in questa valle si
aeparano. È cosa ben nota che l'anima e il corpo progredi­
acono o decadono a seconda che siano in uno: stato di difet­
to o di pienezza. Dinnanzi alle molteplici vie che qui si apro­
no, ognuno dovrà in primo luogo riconoscere i propri limiti :
quando mai il ragno ipocrita o il vorace elefante potranno per­
correre una via così luminosa ? Il viaggio di ognuno avrà per
meta la perfezione, e il grado di intimità sarà corrispondente
alla purezza della condizione spirituale. Se anche tutti i mo­
scerini esistenti si levassero in volo nel medesimo istante,
potrebbero forse ottenere la perfezione del vento del deserto?
Poiché ci sono maniere profondamente diverse di viaggiare
attraverso questo spazio, nessun uccello potrà percorrere la
strada di un altro: in questa valle il processo della conoscen­
za si biforca, e c'è chi trova il mi�rab e chi gli idoli.
E quando il sole della conoscenza comincia a risplendere su
questa via straordinaria, ognuno può comprendere il proprio
reale valore e scoprire il vertice di se stesso. E quando gli sa­
rà finalmente rivelato il segreto della sua origine, la fornace
del mondo gli sembrerà un delizioso giardino. Della propria
anima ognuno potrà vedere la polpa, non più soltanto la buc­
cia. In ogni atomo dell'universo scorgerà il volto dell'Amico ;
per quanto lontano saprà spaziare il suo sguardo, non vedrà
che il suo volto luminoso e in ogni atomo riconoscerà la via
che conduce a Lui. Infiniti misteri gli appariranno luminosi
come il sole oltre il velo che a lungo li aveva celati, però sap­
pi che infiniti uomini dovranno smarrirsi affinché uno soltan­
to possa penetrarli. Lungo questa via prodigiosa dovrai con­
quistare la perfezione, se davvero aspiri a immergerti in quel
mare senza fondo, e quando avrai percepito la presenza di
questi misteri, troverai in te stesso un rinnovato ardore. Qui si
esaspererà la sete di perfezione, sangue e sacrificio saranno
l'unica legge; ma se giungerai a toccare il soglio dell'eterna
gloria, non dimenticare di chiedere: « Che altro è rimasto? » .
Affonda te stesso nel mare della conoscenza, oppure cospar­
giti il capo di polvere, se non aspiri a tanto! Se tu non sei, o
dormiente, nel novero di questi eletti, perché almeno non ti
disperi? E giacché l'unione con l'Amico non ti appaga total­
mente, piangi almeno per la pena della separazione! Se inve­
ce ti bastano i possessi terreni, considerati perduto in eterno!
Il regno riposa stabilmente sui pilastri della conoscenza : sfor­
zati dunque di conquistarla, perché colui che s'inebria del vi­
no della conoscenza diverrà signore di tutte le creature: i be­
ni terreni saranno per lui un misero campicello, i nove cieli
una barca sperduta nel mare della sua anima. Se tu ancora
non hai ammirato le bellezze dell'Amico, esci da codesto re­
cesso, non oziare! E se ignori i segreti, cercali! Fino a quando
fuggirai come un asino senza briglie? Vergognati! Abbando­
na virilmente questa vita e abbraccia la causa del tuo cuore,
perché solo cosi potrai giungere a sondare i suoi più intimi
penetrali.
Se i principi della terra conoscessero il vino squisito di quel­
lo sconfinato regno, trascorrerebbero il resto della loro esi­
stenza tra gemiti e sospiri, ignorandosi l'un l'altro per rima­
nere soli con la loro pena.

Mal;tmiid e un pazzo innamorato

Il sultano Ma}:tmiid stava galoppando attraverso un luogo


popolato di rovine quando ebbe a incontrare un pazzo di Dio
follemente innamorato. Costui aveva la testa piegata sotto il
giogo dell'intima passione e la schiena ricurva sotto un cu­
mulo di dolori. Non appena riconobbe il sultano, gli gridò:
« Lungi da me, o dovrò maledirti infinite volte! Tu non sei un
principe, vattene! Vili sono le tue ambizioni e da sempre sei
ingrato verso il tuo Dio ».
Ma}:tmiid così gli rispose: « Non chiamarmi ingrato, dim­
mi qualcosa che abbia senso oppure taci! » .
. Quel folle allora concluse: « Se tu sapessi, o stolto, da Chi
ti allontanasti ! O cieco, ricorda che sei cenere e polvere, e
senza esitare appicca il fuoco ai tuoi capelli! ».

L'uomo fatto di pietra

Sulle montagne della Cina abitava un uomo che era fatto


di pietra vivente.13 Dai suoi occhi fluivano incessantemente tor­
renti di lacrime che tristemente precipitavano a valle trasfor­
mandosi in pesantissime pietre. Ed eran macigni che avreb-
bero causato infiniti dolori, se fossero piovuti dal grembo di
una nuvola.
Sappi che la scienza si è trasformata in pietra per opera di
.. coloro che sono privi di ambizione o dissipano i doni ricevu­
ti. La dolorosa dimora del mondo è totalmente immersa nel­
l'oscurità, e la scienza è come faro che indica la via maestra.
In questo buio anfratto la gemma vivificante della scienza è
la guida della tua anima : tra tenebre infinite tu brancoli co­
me Alessandro!4 privo di guida ! Se raccoglierai un giorno
questa gemma, forse ti pentirai; ma se non dovessi affatto
Crovarla te ne pentiresti, o non essere, anche maggiormente!
Che tu possieda o non possieda questa gemma straordinaria,
dovrai comunque pentirti.
Sappi che questo mondo e quell'altro si sono smarriti nel­
la tua anima : il tuo corpo è perduto, segreto all'anima tua; e
1imilmente la tua anima è celata al corpo. Se tu, o perduto nel
nulla, saprai uscire da codesta latebra, scoprirai l'eletta condi­
lione dell'uomo. Se ascenderai a questo supremo grado di per­
fezione, ti sarà possibile penetrare a ogni respiro cento nuovi
misteri. Se invece vorrai attardarti lungo la via, . irrimediabil­
mente ti perderai tra pianti e lamenti.
Di notte dimentica il sonno e di giorno rifiuta il cibo, se
realmente desideri che in te si manifesti un autentico spirito
di ricerca. Cerca finché non avrai più nulla da ricercare, fin­
ché sarai libero dal bisogno del cibo e del sonno!

L'innamorato dormiente

Un innamorato, sconvolto dagli eccessi della passione, si


addormentò singhiozzando nella polvere della strada. Poco
dopo l'amata si trovò a passare in quel luogo e vedendo co­
stui ignaro e addormentato, scrisse su un foglio un conciso
messaggio che infilò in una manica della sua veste, e poi si
allontanò silenziosamente. Al risveglio l'innamorato lesse quel
messaggio e subito versò lacrime amare. Vi era scritto : « O
ailente, alzati, se sei mercante che fiuta l'affare ! Se sei asceta,
veglia per tutta la notte sino all'alba, e sii umile servo di Dio!
Ma se sei innamorato, vergognati, il sonno non si addice agli
occhi dell'amante ! Vero amante è colui che di giorno misura
il vento e di notte sfida la luce della luna con l'ardore del pro­
prio volto! Ma tu, o creatura ottenebrata, non fai né questo
né quello! E allora smetti di vantare il tuo falso amore
per me! ».
Se un innamorato dorme in un luogo che non sia il sepol­
cro, io dico che è innamorato, certo, ma di se stesso. E io
esorto te, che nell'incoscienza venisti all'azione, a dormire
tranquillo : tu non sei all'altezza del compito!

Un guardiano innamorato

Un guardiano si era a tal punto innamorato da non trovare


riposo né di giorno né di notte. Un amico chiese a quell'inson­
ne creatura : « Perché mai la notte non dormi? » .
Egli rispose : « Sappi che amore e veglia divennero amici: a
nessuno, infatti, concedono sonno o riposo. Il sonno non si
addice al guardiano, soprattutto se ama. E io che sono inna­
morato e guardiano, devo sopportare una duplice pena: come
potrei avere un po' di riposo? Non è certamente possibile che
qualcuno mi dia in prestito il sonno! Ogni notte l'amore mi
sottopone a una prova, esso viene a vigilare il suo guardiano » .
Quel guardiano non di rado percuoteva gli sconosciuti so­
spetti con il proprio bastone, ma più di frequente flagellava
le sue stesse membra per placare gli ardori della passione. Se
un solo istante avesse ceduto alla tentazione del sonno, anche
l'amore si sarebbe in lui assopito. Così egli vegliava sino al­
l'alba gemendo e sospirando incessantemente, mentre ogni al­
tra creatura giaceva immersa nel sonno. Uno dei compagni un
giorno gli disse : « O tormentato, tu di notte non godi di un
solo istante di riposo! ».
Egli rispose : « Un guardiano non può conoscere il sonno,
e un innamorato non conosce che il pianto. Se dunque il guar­
diano ha come destino l'insonnia, l'innamorato ha il volto
bruciato dalle lacrime. Come può l'innamorato dormire se c;la
quella che è la sede del sonno scaturiscono fiotti di lacrime?
Per questo egli è amico del guardiano: a somiglianza di lui
non può dormire, giacché nei suoi occhi il sonno si è trasfor­
mato in un torrente di lacrime. Il guardiano è amante eccel­
lente perché la sua mente è insonne, e colui che gode di feli­
ce e perfetta insonnia non avrà mai la coscienza assopita! ».
O tu che tendi alla ricerca, non dormire! Se invece ami
soitanto disputare, goditi pure i sonni più dolci! Sii zelante
guardiano presso il tuo cuore: bande di ladri sono in aggua­
to, pronte ad assalirlo! La via del cuore è battuta da costoro,
sappi preservare quell'unico gioiello dalle loro avide mani!
Quando codesta vigilanza sarà divenuta per te virtù ormai
salda, non dovrai più affannarti per scoprire amore e cono­
scenza. In quel mare di sangue che è il mondo, non potrai
conquistare la conoscenza se non in virtù di una insonnia
perenne. Solo colui che si mantenne insonne conobbe quel­
l'augusta presenza nell'alcova del cuore. Ricordati che la vigi-
lanza del tuo cuore trae origine dalla tua insonnia, e tu quin­
di non dormire se vuoi esserGli fedele.
Ma a che vale parlarti? A chi è annegato è inutile urlare
' . nelle orecchie! I veri amanti avanzarono diritti sino alla meta;
trovando riposo soltanto nell'ebbrezza d'amore. O tu che ap­
ptri in femminee sembianze, sappi infine che uomini autenti­
d sono coloro che bevvero d'un sorso tutto il vino riservato
loro! Colui che s'inebriò del vino d'amore, scoprì ben presto
la chiave dei due mondi; e se prima era donna, si trasfor­
mb in un uomo ·straordinario, e se invece era uomo, divenne
un mare senza fondo.

Un discorso di 'Abbisa

Un giorno 'Abbàsa cosi parlò a un suo discepolo: « O tu


che cerchi amore, in confronto a chi è posseduto dall'amorosa
pena tu non sei che un invisibile atomo. Se quell'eletto è uo­
mo, da lui nascerà una donna e se invece è donna, da lui na­
Kerà un uomo. Non si è vista forse la donna nascere da Ada­
mo? Non ti hanno detto che l'uomo nacque da Maria? ».15
Finché non avrai ottenuto tutto quanto ti è necessario, tu
non potrai agire pienamente. Ma dopo averlo conquistato, po­
trai finalmente conoscere il regno e raccogliere le abbondanti
messi del tuo cuore. Sappi riconoscere questo regno e stima­
re la sua immensa ricchezza! Non considerare un solo atomo
di questo mondo se non alla luce della fede.

Descrizione della valle del distacco

Quindi entrerete nella valle del distacco, in cui non esiste


nulla, né d'illusorio né di reale. Dal distacco si leva un impe­
tuoso vento che in un lampo può cancellare un intero reame
dalla faccia della terra. Qui i sette oceani sono misera poz­
zanghera, i sette inferni fugace scintilla. I sette paradisi qui
sono putrida carogna, le sette bolge ghiaccio perenne. Una
formica, o meraviglia, qui ha la forza di cento elefanti. Nel
tempo in cui un corvo riempie il proprio gozzo, qui cento ca­
rovane e i loro viaggiatori scompaiono nel nulla. Qui cento­
mila angeli dalle verdi tuniche arsero nel fuoco della passione
per accendere ad Adamo una luce rischiaratrice. Qui cento­
mila purissimi spiriti esalarono l'estremo respiro affinché Noè
divenisse un mietitore d'anime. Qui centomila zanzare si ab-
batterono sull'esercito di Nimrud, aflinéhé Abramo potesse
trionfare. Qui centomila occhi lacrimarono sangue affinché
Giuseppe uscisse dal pozzo. Qui centomila bimbi furono de-
,capitati affinché Mosè, il confidente di Dio, divenisse un
veggente. Qui centomila creature iniziarono ad adorare il fuo­
co affinché Abramo, l'amico di Dio, si liberasse dalle fiamme
del rogo. Qui centomila credenti indossarono lo zunnar de­
gli infedeli affinché Gesù potesse conoscere i santi misteri. Qui
centomila anime furono impietosamente straziate affinché Mu­
�ammad ascendesse all'ultimo cielo. Qui, sappilo, né il vec­
chio né il nuovo hanno valore, qui non esiste la parola « vo­
glio » e allora non pensare di poter volere qualcosa.
Se t'accadesse di vedere il cuore del mondo arrostire sulla
griglia, tu fa' conto di avere sognato. Se in questo mare ve­
dessi sprofondare infinite anime, tu pensa a .·una goccia ca­
duta nell'oceano. Se centomila spiriti dovessero piombare nel
fondo di un abisso, tu fa' conto che un atomo del sole si sia
ricongiunto con la sua ombra. E se vedessi i cieli e la terra
andare in frantumi, tu immagina una foglia che cada da un
ramo. Se ogni cosa, dai pesci alla luna, cessasse di esistere,
fa' conto che la zampina di una formica storpia sia caduta in
un pozzo. Se i due mondi si dissolvessero in un solo istante,
tu reputa che un ciottolo sia all'improvviso scomparso dalla
faccia della · terra. Se non restasse più traccia né di uomini né
di demoni, fa' conto di nulla, come si trattasse di una goccia
di pioggia. Se tutti i corpi dell'universo si riducessero in pol­
vere informe, tu non temere: ti spaventa forse la scomparsa
di un pelo d'animale? Se qui la tua anima dovesse annichilir­
si, fa' come se una pagliuzza fosse svanita nel nulla. E se le
nove vasche dei cieli si smarrissero, tu immagina che una goc­
cia dei sette oceani si sia improvvisamente perduta.

Un giovane precipitato nel pozzo

In un villaggio viveva un giovane bello come la luna. Ma


un giorno quella luna precipitò in un pozzo rimanendo sepol­
ta sotto un cumulo di macerie. Qualcuno infine aiutò quel gio­
vane a uscire, ma la sua ora ormai era giunta. Con un filo di
voce riferì l'accaduto ai familiari che erano accorsi. Quel bra­
vo giovane, di nome Mu�ammad, era ormai arrivato sulla so­
glia dell'altro mondo quando il padre, che era presente, gli
gridò: « M�ammad, dimmi una parola, parlami ! ».
Il figlio gli rispose : « Dov'è più la mia lingua, dov'è più
Mu�ammad, dov'è più tuo figlio ? » , e subito rese l'anima.
O viaggiatore, o veggente, ti supplico di riflettere: dov'è ora
Il povero Mu�ammad? Considera Adamo : dov'è il nostro pro­
aenitore, dov'è il suo seme? Dove i nomi generali e quelli par­
ticolari? Dove la terra e i monti ? Dove i mari e i cieli ? Dove
le ninfe e i demoni, dove i sudditi e i sovrani? Dove i morti,
dove i santi? Dov'è andato quel giovane dopo il doloroso
momento del trapasso? Dove sono il corpo e l'anima sua?
Nulla, nulla rimane ! Se tu riducessi in polvere i due mondi e
quanti altri possano esistere, e poi passassi quella polvere al
tetaccio, ai tuoi occhi apparirebbe un labirinto, ma sul setac­
cio non rimarrebbe nulla.

Un discorso di Yiisuf-i Hamadan

Yiisuf-i Hamadiin, che possedeva animo puro, cuore vigile


e occhi penetranti, un giorno ebbe a dire : « O anima mia,
ascendi sino alle inesplorate altezze dell'empireo, e poi ina­
bissati nelle profondità che si celano sotto il tappeto terre­
stre. Ebbene, sappi che quanto è, quanto fu o sarà non è né
buono né cattivo. Cos'è mai un atomo se non una misera goc­
cia nel mare sconfinato della divina magnanimità? 16 Che esi­
sta o non esista, cosa mai importa? » .
Questa valle, o ingenuo, non è così agevole come la tua
ignoranza può indurti a pensare! Se anche il tuo cuore tra­
boccasse di sangue, tu di certo non supereresti la prima sta­
zione, e se a ogni respiro tu compissi il giro del mondo, ti
accorgeresti ben presto di essere avanzato a malapena di un
t'asso. A nessuno fu dato di vedere il termine di questa via o
di trovare rimedio al proprio dolore. Chiunque tu sia, ricorda
che qui tu sarai ghiaccio perenne, somiglierai a carogna d'ani­
male o a cadavere putrefatto. Se ora tu cominciassi a correre ,
e sempre corressi senza sosta, io credo che ugualmente non
giungeresti a udire il divino richiamo. Qui è impossibile fer­
marsi o procedere, qui per te nascere o morire non fa diffe­
renza. E non potrai trarre profitto dalle tue trascorse espe­
rienze e a nulla ti gioveranno gli ammaestramenti che ricava­
sti dalle prove più ardue.
Non battere vanamente la testa, ma continua a batterla ta­
cendo! Dimentica le azioni abituali, e osa invece l'azione !
Non agire più secondo l'ordinario, ma inizia ad agire da uo­
mo! Agisci di meno, se vuoi agire di più ! Se codesta azione si
dimostrerà un rimedio efficace, prima o poi riuscirai a gover­
narla, ma se non recasse vantaggio ad alcuno, non saresti che
una creatura inattiva, come molti altri laggiù. E se qualcuno
ti chiedesse in che modo agire, tu risponderai indicandogli
come non deve agire. Quanto hai fatto sino a ora non ripeter-
lo più! Dimentica le azioni di un tempo, giacché ormai il far­
le o il non farle è indifferente.
Ma come potrai conoscere l'azione, se non è dato conoscer­
la? E se anche la conoscessi, come potresti realizzarla ? Ebbe­
ne, tu mantieni l'indipendenza e il distacco, sii al contempo
prefica e menestrello !
Il lampo del distacco è così folgorante che può incenerire
infiniti mondi in un'unica fiammata. Qui cento mondi su lo­
ro stessi rovinano nell'intervallo di un respiro, e allora non
impaurirti se in questa valle tu vedrai l'universo svanire nel
nulla.

L'astrologo

Avrai certamente visto almeno una volta un astrologo se­


duto dinnanzi a una tavolozza ricoperta di polvere su cui
tracciava segni e simboli così rappresentando i pianeti e le
stelle fisse, la terra e le sfere celesti, per trarre infine le sue
previsioni. E mostrando le stelle e le costellazioni, i moti
ascendenti e discendenti, segnava i buoni e i cattivi auspicr, le
case delle morti e delle nascite. E alla fine, dopo aver formu­
lato i suoi pronostici più o meno favorevoli, sollevava la ta­
volozza da un lato e ne scrollava a terra la polvere. A quel
punto avresti detto che tutto quanto ho appena descritto non
fosse mai accaduto, che quelle linee e quei disegni non fossero
mai esistiti.
Ebbene, la superficie di questo mondo di vanità e di confu­
sione non è meno inconsistente della polvere sulla tavolozza
dell'astrologo. Ma tu non illuderti di poterla affrontare con
le tue forze, e inizia piuttosto a ricercare il tesoro! Non affan­
narti alla superficie del mondo, ma resta tranquillo ad at­
tendere.
Qui gli uomini tremano come donne giacché perdono ogni
traccia dei due mondi. Ma se tu non hai forza sufficiente per
avanzare lungo la via, se non aspiri a misurarne le vette più
alte, in verità non vali più di una pagliuzza.

Il desiderio di un asceta

Un asceta ebbe a dire : « Il velo si è finalmente sollevato


sul mondo dei misteri ! » .
E dall'invisibile una voce gli rispose : « O vecchio, espri­
mi un desiderio e &arai .esaudito all'istante! » .
L'asceta rispose : « Ho notato che i profeti ebbero sempre
1 patire ogni sorta di guai, restando coinvolti ovunque fos­
aero in sciagure e disgrazie. Orbene, poiché le sventure furo­
no il pane quotidiano dei profeti, come può sperare il povero
vecchio che io sono di ottenere pace e ristoro? Per questo
da Te non desidero né gloria né infamia, ma soltanto poter
aopravvivere nella mia ignota miseria. Se il destino dei gran­
di è costellato di pene e di affanni, come potremo noi infimi
aspirare alla conquista del tesoro ? I profeti salirono ai verti­
ci della fama e della gloria, ma lascia in pace me, che sono
debole e impotente ! » .
I o t i parlo dal profondo del mio cuore, m a tu non ascolti ;
finché non avrai cominciato ad agire, ogni mia parola sarà
perfettamente inutile. Ti tuffasti in questo mare insidioso,
ma galleggiasti come muffa alla sua superficie. Se tu avessi no­
tizia del coccodrillo che nuota nei suoi abissi, non accetteresti
di buon grado la legge della via, che ti farebbe perdere la pa­
ce solo a pensarci. E quand'anche osassi immergerti in quelle
acque, riusciresti poi a dimenticare te stesso ?

Una mosca ptigioniera dell'alveare

Una mosca svolazzava in cerca di provviste quando all'im­


provviso vide un alveare. Fu vinta da uno smodato desiderio
di miele al punto che si mise a gridare : « C'è qualcuno che
voglia guadagnare un soldo facendomi entrare in codesto al­
veare ? Se la mia unione col miele sarà fruttifera, sono certa
che nascerà da me una mosca migliore » .
Un passante volle aiutarla a introdursi nell'alveare e i n cam­
bio ne ebbe la moneta. Ma non appena la mosca si fu tuffata
nel miele, vi rimase invischiata. Cominciò disperatamente a
dibattersi, con il solo risultato di fiaccare le proprie membra,
mentre quanto più s'agitava, tanto più rapidamente sprofon­
dava nel miele. Piangendo e ansimando prese infine a lamen­
tarsi: « Una terribile sventura si è abbattuta su di me : il mie­
le è divenuto più amaro del veleno! Se pagai un soldo per en­
trare, ora ne darei due per poter uscire da qui. Voglia Iddio
che possa salvarmi da questo pericolo! » .
In questa valle nessuno sarà lasciato in pace con se stesso,
neppure per un istante. Qui non c'è posto per chi non sia di­
venuto maturo. Povero cuore, vessato dagli infiniti travagli di
quest'azione! O tu, che fosti sedotto dal miele di questo mon­
do e così sprecasti l'intera vita nell'inconcludenza, dove credi
di trovarne un'altra da dedicare alla ricerca? Troppo a lungo
ti dilettasti nei vani giochi del mondo soccombendo alla tua
incoscienza. Sorgi finalmente e attraversa questa valle imper­
via, vola ad ali spiegate, ormai dimentico della vita e del cuo­
re! Servendoli non sarai che un idolatra, e forse più incoscien­
te di lui. Abbandona dunque la tua vita sulla polvere di que­
sta via, sacrifica il tuo cuore ! Non ti sarà dato altrimenti di
conoscere il distacco.

Uno shaykh innamorato

Un famoso shaykh s'innamorò perdutamente della figlia di


un guardiano di cani. Egli era a tal punto dominato dalla pas­
sione, che nel suo cuore il sangue spumeggiava come un ma­
re in tempesta. Ogni notte dormiva tra i cani dinnanzi alla
casa del suo idolo, con l'unica speranza di poterlo ammirare.
La madre della fanciulla, venuta a conoscenza di tutto, gli dis­
se: « O shaykh io vedo che il tuo cuore è smarrito, ma sappi
che se desideri chiedere la mano di nostra figlia dovrai rasse­
gnarti a custodire i cani, essendo questo il nostro lavoro. Solo
tra un anno potrai sposarla, entrando così nella nostra casa ».
Quello shaykh non era un debole in amore e così senza in­
dugio si tolse la khirqa per fare quanto gli era stato richiesto.
E ogni giorno, per un intero anno attraversò il bazar tenendo
i cani al guinzaglio.
Quando un sufi che gli era amico lo vide in una condizione
così miserabile, gli mosse questo rimprovero : « O non es­
sere, tu che per trent'anni fosti un autentico uomo, corl)e hai
potuto ridurti in questo stato? Chi mai avrebbe agito così? » .
Lo shaykh gli rispose : « Non farla così lunga, o incoscien­
te! Se tu riflettessi sulla mia vicenda, capiresti che Iddio co­
nosce il senso di tutto quanto appare incomprensibile all'uo­
mo. E non è da escludere che un giorno Egli ti costringa ad
agire in questo mio stesso modo. Vedendo il tuo ostinato sar­
casmo, Egli potrebbe togliermi i cani per affidarli alla tua cu­
stodia » .

Parole d i shaykh 'Anar

Quante volte dovrò ancora ripetere che questo mio cuore


si è totalmente dissolto nel sangue copioso del mio dolore!
Ma ditemi, chi di voi nel frattempo si è incamminato lungo
la via? Vanamente vi ho parlato e riparlato di questa mia pe­
na, non uno di voi è divenuto cercatore di segreti! Solo sco-
prendo i segreti di questa via, potrete finalmente compren­
dere il mio dolore ! Ma se troppo a lungo ve ne parlo, il son­
no vi vince. Esiste un viandante che sia degno di questo
nome ?

Un discepolo interroga il suo maestro

Un discepolo chiese al suo maestro : « Mostrami cosa sia la


presenza! » .
Il maestro così lo redarguì: « Vattene, corri a lavarti la
faccia e poi, forse, risponderò alla tua domanda » .

Preghiera

O Glorioso, sii sempre magnanimo verso di me ! Quando


la mia anima avrà assaporato le segrete delizie di questo ser­
mone, il mio orecchio sarà totalmente teso ad accogliere le
parole di quei tuoi ebbri servi che si nutrono unicamente di
verità. Accogli le nostre suppliche, Tu che ci infondi fidu­
cia e nello stesso tempo ci incuti timore. Se non parliamo ret­
tamente, Tu ci correggi . O Signore della parola, Tu sei il no­
stro unico maestro !
Placa, o amico, i furiosi sospiri del desiderio ! Non deviare
dal sentiero di Dio! Cerca di maturare vincendo la tua inco­
stanza interiore, sappi scrutare la luce ! Ma a che serve pro­
fumare lo sterco? A che vale ragionare con chi è preda del­
l'ebbrezza?

Descrizione della valle dell'unificazione

Quindi entrerete nella valle dell'unificazione, in cui sorgo­


no le remote stazioni della segregazione e dell'isolamento.
Approdando in questo sconfinato deserto, i viandanti leveran­
no tutti la testa dal medesimo collare. A quel punto tu in ve­
rità vedrai un'unica realtà, semplice o complessa che appaia
ai tuoi occhi. Poiché unità significa « uno nell'uno » in eterno,
contemplerai quell'« uno nell'uno » che realizza l'eterna uni­
tà. Ma quell'Uno che ti apparirà indivisibile non è da confon­
dere con un'entità numerabile, essendo estraneo a quantità e
a misura: per questo tu non devi più pensare in termini di
eternità a priori ed eternità a posteriori. L'una e l'altra qui
scompaiono per sempre, essendo inconcepibile la loro esi­
stenza. Tutto ciò che appare ai tuoi occhi è un nulla, di cui la
tua confusione è l'unica fonte.

Un tale interroga un folle

Un tale volle chiedere a un folle di Dio: « Dimmi, cos'è


mai questo mondo? Cos'è mai questa nostra immensa di­
mora ? ».
Quegli rispose : « Questo mondo di gloria e d'infamia è
simile a una palma dagli infiniti colori. Se qualcuno sfregas­
se la sua . corteccia con le mani, si scioglierebbe come cera.
Ma essendo fatto realmente di cera, che altro può essere ?
E quegli infiniti colori in realtà sono pure apparenze ».
Poiché tutto è pura unità, ogni dualità è qui inconcepibile,
per cui non ha senso dire « io » e « tu ». L'interminabile scala
della creazione si snoda attraverso infiniti « io » e « noi », e
per questo è così facile cadere dai suoi gradini. Più in alto
vuoi salire e più stolto ti dimostri, giacché scivolando cono­
scerai una caduta più rovinosa. Se non morrai a te stesso per
vivere in Lui, sarai considerato un ribelle, giacché avrai scel­
to di associarti a un pugno di mosche. Ma se vivrai in Lui,
potrai conoscere il mistero dell'unità: unità purissima, non vol­
gare associazione .17

Una vecchia visita Abii 'Ali

Una vecchia si recò a visitare Abù 'Alì 18 e porgendogli una


borsa di monete d'oro gli disse : « Accetta questo mio dono! ».
Lo shaykh le rispose : « Sappi che io feci voto di non ac­
cettare nulla da nessuno, tranne che da Dio » .
L a vecchia prontamente replicò : « I o. . . Dio ... , d a quando
in qua, o Abù 'Ali, sei diventato strabico ? ».
In questa valle l'uomo non potrà vedere doppio, perché
qui non troverà né la ka'ba né il convento cristiano,19 e non
potrà fare né disfare cosa alcuna.
Tu che non sei strabico, perché ti ostini a divergere lo
sguardo ?
Quando il viandante, esplorando gli estremi confini del suo
cuore, sarà giunto a questa stazione remota, potrà finalmen­
te udire la voce dell'Amico e a Lui ancorerà la propria esisten­
za. Non vedrà altri che Lui, non frequenterà nessuno eccetto
Lui, vivrà di Lui, in Lui e con Lui, e anche oltre queste
tre fasi.
Colui che si rifiuterà di perdersi nel mare dell'unità, fosse
anche Adamo, non potrà maturare. Chiunque, virtuoso o pec­
catore che sia, ha un sole nell'invisibile ricettacolo dell'ani­
ma. Ebbene, quel sole un giorno ti accoglierà nel suo seno
dopo aver squarciato il velo dietro cui si cela. Colui che si è
ricongiunto al sole, sappia per certo che ormai è libero sia dal
bene che dal male. Fin quando esisterai a te stesso, non potrai
non concepire il bene e il male, ma perdendoti in Lui cancel­
lerai ogni distinzione.20 Se resterai quindi prigioniero dell'esi­
stenza, non potrai evitare i fantasmi del bene e del male lun-
80 la via.
O tu che dal nulla venisti alla luce, in verità fosti tu a rin­
aerrarti nella prigione della vita! Oh, se almeno tu fossi co­
m'eri all'origine, immune come allora dalle insidie dell'esisten­
za! Liberati dalle vuote forme dell'esistenza, e con il vento
serrato nel pugno scendi senza indugio sotto terra! Tutto in
te è originato da invidia e furore: sappi che quel sole potrà
essere contemplato solo dagli occhi di uomini autentici, non
dai tuoi. Conosci forse il letame e la fuliggine che insudicia­
no il tuo corpo? Nel tuo intimo arde una fornace popolata
da innumerevoli draghi che hai, nella tua incoscienza, lasciato
in libertà. E neppure ti accorgi che legioni di scorpioni e di
serpi giacciono con te nell'alcova del tuo cuore. Per ora dor­
mono, ignari di se stessi, ma anche solo sfiorando la punta di
un loro pelo, li vedrai trasformarsi in una miriade di mostri
ferocissimi, ognuno dei quali ha in sé un groviglio di serpi ve­
lenose. È pressoché impossibile liberarsi di loro, ma solo fug­
gendo per sempre da quei terribili mostri, ti sarà possibile ri­
posare nella tomba! Altrimenti la vedrai rigurgitare di ser­
penti e di scorpioni che fino al giorno del giudizio ferocemen­
te ti morderanno. Colui che non saprà Iiberarsene, chiunque
egli sia, dovrà strisciare sotto terra come un verme.
E ora basta, o 'Attar, con queste metafore, ritorna sulle
vette eccelse dei misteri dell'unificazione!
Ebbene, quando il viaggiatore sarà giunto in questa remo­
ta stazione, tutto svanirà dalla via perdendosi nel nulla affin­
ché solo Lui possa apparire, e scenderà il silenzio su tutto
affinché sia udibile solo la voce di Lui. La parte e il tutto
non saranno distinguibili, o meraviglia! , e una qualsiasi for­
ma non potrà più essere né spirito né materia, e quattro non
sarà più quattro e mille sarà diverso da mille. Non è incon­
cepibile tutto questo? Alla scuola di così insondabili miste­
ri tu vedrai cento sapienti con le labbra cucite. Cosa vale qui
l'umana ragione? È una luna caduta, un bimbo cieco e sordo
sin dalla nascita. Chi riuscirà a scoprire anche un solo atomo
di questo mistero, distoglierà la mente dal pensiero dei due
mondi. Di un simile essere tu non troverai un capello in tut­
to l'universo, sebbene Egli non ignori neppure un capello di
tutto ciò che esiste. E quantunque in realtà quest'essere non
esista, Egli è tutto, e tutto ciò che vedi o non vedi si identi­
fica con Lui.21

Una preghiera di Luqman

Luqman di Sarakhs 22 un giorno cosi pregò: « Mio Signore,


io sono un povero vecchio che vaga per il mondo cercando
la tua via. I servi più anziani vengono sempre premiati dal
padrone con un attestato che li affranca. Ma io, mio Signore,
sono ancora al tuo servizio, sebbene i miei capelli siano bian­
chi come la neve. Tra i tuoi servi io sono còlui che più sof­
fre: accontentami dunque, concedi la libertà a questo pove­
ro vecchio! » .
Dall'invisibile una voce gli rispose: « O tu, cosi prossimo
alle gioie dell'intimità, se veramente desideri liberarti da que­
sta schiavitù, dovrai smarrire la ragione e trasgredire i dove­
ri canonici ! Rinnega quindi ragione e doveri e incamminati
lungo la via! ».
Luqman obbedi dicendo: « Mio Signore, sei Tu che io vo­
glio per sempre ! In verità non so che farmene di ragione e
doveri! ».23
Cosi se ne liberò senza esitare ed entrò nella sacra follia
danzando e battendo le mani. « Ignoro chi sono », diceva,
« ma sono certo di non essere più un servo! Cosa mai sarò
diventato? Ho smesso di servire, eppure non sono ancora li­
bero, e il mio cuore non prova nulla, né dolore né appaga­
mento. Non ho conosciuto le divine qualità, ma neppure le
ignoro. Io conosco, e tuttavia non possiedo la conoscenza.
Ignoro se io sia Te o se Tu sia me, ma è indubbio che il mio
io è svanito nel nulla, essendomi perduto nel tuo essere » .

Una donna caduta nel fiume

Una donna precipitò un giorno nelle acque di un fiume e


il suo innamorato non esitò a seguirla per recarle soccorso,
ma quando la raggiunse si senti cosi rimproverare: « O in­
sensato, se io sono caduta in queste acque vorticose, perché
anche tu hai voluto entrarvi ? ».
L'innamorato così rispose: « lo mi sono tuffato non po­
tendo in realtà considerarti distinta da me stesso. In verità
da lungo tempo tu sei me e io sono te, e noi siamo divenuti
un essere solo! Ma ora mi chiedo se anche tu t'identifichi con
me o se sia solo io a farlo. Fino a quando rimarremo due fi­
IUre distinte ? O io sono te o tu sei me! Ma così stando le
cose, se prima eravamo due, da questo momento saremo uno
soltanto! » .
Finché sopravvive anche una sola traccia di dualità/4 potrà
nascere nel migliore dei casi un'instabile associazione, ma
quando ogni dualità si dissolve, allora risplende il sole della
più pura unità. Se vuoi conoscere l'unità, perditi in Lui; di­
mentica persino di esserti perduto, e troverai il più totale iso·
lamento.

La parata dell'esercito di Mal;lmiid

In un giorno fausto e felice ebbe luogo la parata degli eser­


citi di Ma}:tmiid, e sulla pianura si videro soldati ed elefanti
sfilare in gran numero. Il sultano era salito sulla sommità di
una collina per assistere al grandioso spettacolo e più tardi
Ayiz e l:Iasan lo avevano raggiunto. Quella sconfinata pianu­
ra pareva brulicare di formiche e di locuste, e in verità mai
occhi umani avevano ammirato la parata di un esercito così
immenso!
Al termine della sfilata quel magnifico sovrano si rivolse al
prediletto Ayiz dicendogli : « Amico mio, tutti i soldati e gli
elefanti che hai modo di osservare, da questo momento ti ap­
partengono e io riconosco in te il mio signore ! » .
A quelle parole Ayaz rimase indifferente e non rese omag­
gio alcuno, e neppure si degnò di dire: « È il re che lo de­
sidera! ».
l:Iasan, indignato, volle così biasimarlo: « O Ayiiz, il re ti
onora di un così alto riconoscimento e tu rimani sfrontatamen­
te impassibile, e non ti inchini né ti degni di ringraziare, e
ti astieni persino dal rendergli l'omaggio dovuto ! Un esperto
di verità quale tu sei non può tenere un simile contegno al
cospetto del suo re! » .
Avendo udito il rimprovero, Ayiiz replicò : « Dovrei darti
almeno due risposte. La prima è questa: se l'impudente e in­
degna creatura che io sono volesse rendere omaggio al sovra­
no, senza alcun dubbio dovrebbe umiliarsi nella polvere o
ergersi in tutta la propria altezza per declamare in lacrime le
sue lodi. Ma voler essere inferiore o superiore al proprio
sovrano è indizio di suprema ignoranza, non essendo lecito al­
cun confronto con lui. Chi sono io per osare presentarmi a
questa porta, per potermi paragonare al re? Servi e onori gli
appartengono di diritto! Ma io cosa sarei se non mi annullas­
si nei suoi desideri ? Io ignoro se le lodi dei due mondi pos-
sano rappresentare un adeguato omaggio per le vittorie che
ogni giorno il mio signore riporta o per l'infinita magnanimi­
tà di cui oggi ha voluto darmi testimonianza. In questa circo­
stanza che altro potrei fare? Io che non sono nessuno, perché
dovrei manifestare me stesso? Per questo non posso render­
gli omaggio né accettare un rango superiore al suo. Chi sono
io per ambire anche solo a paragonarmi con lui ? Io non gli
renderò omaggio alcuno, giacché in verità da sempre glielo
rendo : il mio cuore e la mia anima si nutrono infatti con la
linfa del suo amore! ».
Avendo udito la risposta di Ayàz, J:Iasan esclamò: « Bene
hai parlato, o Ayàz, esperto di verità ! Riconosco che in ogni
istante di vita del nostro fortunato regno tu meriteresti cen­
to favori regali. Ma ora dammi di grazia l'altra risposta! ».
Ayàz gli rispose : « Non mi è lecito parlare oltre in tua
presenza. Se il re e io fossimo soli, potrei liberamente dare
l'altra risposta. Ma tu non partecipi di questa nostra intimi­
tà : come potrei parlare davanti a un estraneo? ».
Il re immediatamente congedò J:Iasan che fece ritorno tra
i soldati. Poiché nella loro intimità l'« io » e il « noi » erano
annullati , J:Iasan non avrebbe potuto entrarvi neppure se fos­
se stato sottile come un capello.
Il re a quel punto disse: « O Ayàz, ora siamo soli! Svela­
mi dunque il tuo segreto, dammi la tua speciale risposta! ».
E Ayàz a lui rispose con queste parole : « Ogni volta che
il sovrano nella sua perfetta grazia onora lo sventurato che
io sono di un suo preziosissimo sguardo, la mia esistenza si
annulla totalmente nella luce splendente dei suoi occhi. E poi­
ché nulla resta di me, neppure il nome, com'è possibile che
io mi prostri e riverisca il sovrano? Se in quell'istante tu ve­
di qualcuno, è il re in persona, non io, colui che ti appare!
E se tu concedi un solo onore o infiniti, in verità li concedi a te
stesso. E come potrebbe un'ombra annullata dal sole rendere
omaggio a qualcuno? Ebbene, sappi che Ayàz è un'ombra per­
duta nel sole del tuo volto, e poiché il tuo servo è morto a se
stesso, non appartiene più a questo mondo. Fai pure di lui ciò
che desideri : Ayàz, sappilo, è scomparso per sempre ».

Descrizione della valle dello stupore

Entrerete poi nella valle dello stupore che risuona d'infini­


ti gemiti e pianti. Qui ogni vost;.o respiro sarà una lama affi­
lata, ogni vostro alito un g.·ido straziante. Qui regnano la-
mento, ansia e bruciore, e il giorno e la notte saranno una
cosa sola. Dalla radice di ogni capello, e non da ferite, vedre­
te gocciolare il vostro sangue, e ne avrete il volto orrenda­
mente dipinto! Ogni uomo in questa valle sarà fuoco di
ahiaccio, arderà tra le fiamme di un continuo stupore. Quan­
do il viandante giungerà ormai smarrito in questi luoghi de­
solati, dovrà perdere se stesso lungo la via dello stupore,
ignaro della propria esistenza e di quella di ogni altro.
Colui che abbia impresso nell'anima il sigillo dell'unità, qui
smarrirà le tracce di ogni cosa reale e persino della propria
persona. E se qualcuno gli chiederà : « Esisti o non esisti, ci
sei o non ci sei? Sei ancora presente o ti sei già annullato ?
Sei nascosto o manifesto, o entrambe le cose? », egli rispon­
derà: « lo in verità non so nulla, non so né questo né quel­
lo! Mi sono innamorato, ma ignoro di chi. Non posso con­
siderarmi né un fedele né un infedele, ignoro chi io sia. Del­
l'amore che mi governa io neppure ho coscienza, il mio cuore
trabocca di passione ed è vuoto ».

La principessa innamorata di un suo schiavo

Un re i cui domini spaziavano sino all'estremo orizzonte


aveva una figlia bella come la luna, la cui leggiadria avrebbe
suscitato l'invidia delle fate. La misteriosa fossetta del suo
mento era simile al pozzo di Giuseppe, i suoi meravigliosi
-riccioli avevano lacerato mille cuori, la punta di ogni suo ca-
pell<,> sembrava percorsa da uno spirito magnetico, la luna
del suo volto faceva ingelosire il paradiso, le sue sopracciglia
gareggiavano con l'arco del Sagittario, gli ebbri narcisi dei
suoi occhi lanciavano dardi velenosi sulla via dei sobri.25 Il
volto luminoso di quella dea pareva quasi rivaleggiare con il
sole e tra i rubini delle sue labbra, che a ogni anima davano
nutrimento, si attardava confuso l'arcangelo Gabriele. E quan­
do la sua bocca accennava un sorriso, l'acqua di vita si senti­
va morire di sete/6 invano implorando un suo bacio. Chiun­
que poi avesse osato contemplare il pozzo del suo mento, sa­
rebbe precipitato sino al suo fondo.
Un giorno venne a servizio di quel re uno schiavo dal vol­
to splendente come sole. Oh, che schiavo egli era! Di fronte
a tanta bellezza il sole e la luna svanivano nel nulla. Non ave­
va eguali nel mondo, e ovunque egli apparisse si levava un
insistente brusio di meraviglia e a migliaia i passanti restavano
abbagliati dalla luce solare di quel volto!
Per puro caso la figlia del re ebbe a incentrarlo e fulmi­
neamente il suo cuore prese a sanguinare d'amore. Poiché il
segreto di quello schiavo si era svelato agli occhi della fan­
ciulla, la ragione abbandonò la sua mente e la passione s'impa­
dronl del suo cuore.
È noto che l'ardore amoroso trova alimento nelle ferite
della passione o della separazione e l'anima, che brucia di de­
siderio, è prigioniera del dubbio.
Quella principessa teneva al suo servizio dieci ancelle, esper­
te suonatrici di melodie dolcissime: gli accenti dei loro flau­
ti, come gli inni di Davide, donavano nuova vita a ogni ani­
ma. A loro la fanciulla confidò la sua pena confessando di non
curarsi più dell'onore né della vita; e, in verità, se a qualq.J­
no fosse giunta notizia del suo amore segreto, quanto sarebbe
contata la sua nobile vita? Ella cosl parlò: « Se rivelassi il mio
amore a quello schiavo, sono certa che abbandonerebbe ogni
prudenza, e molti svantaggi, ahimè, comporta il mio rango!
Come può una principessa unirsi a uno schiavo? Ma se non
potrò rivelargli la mia intima pena, sono certa che morirò so­
la e infelice. Cento libri io lessi sulla virtù della pazienza, ma
che posso fare se paziente non so essere? Questo io vorrei:
poter godere di quel bel virgulto senza che egli ne abbia co­
scienza, e -sono certa che la pena della mia anima si plache­
rebbe nell'appagamento del cuore » .
Avendo udito il suo malinconico sfogo, quelle dolci fan­
ciulle cosl la consolarono: « Non rattristarti, o cara, questa
sera noi te lo condurremo segretamente ed egli stesso ne sa­
rà del tutto ignaro ».
Una di loro in gran segreto andò a trovare quello schiavo
e lo convinse a procurarsi del vino per brindare con lei, e di
nascosto versò nella sua coppa una pozione che faceva istan­
taneamente smarrire la coscienza. Cosl accadde, e non appena
ebbe bevuto quel vino, egli si senti mancare e la missione del­
l'astuta ancella fu in tal modo compiuta. Tutto il giorno quel­
lo schiavo dal petto d'argento giacque ebbro e ignaro dei due
mondi, e quando giunse la notte sopraggiunsero furtive le al­
tre ancelle e lo trasportarono segretamente nella stanza della
principessa su una improvvisata ' lettiga. Qui giunte, lo depo­
sero sopra un prezioso divano e lo profumarono con acqua
di rose ed essenze muschiate.
A metà della notte, ancora immerso nei fumi dell'ebbrezza,
lo schiavo dischiuse i delicati narcisi dei suoi occhi e ammi­
rando quella stanza del palazzo, risplendente di seggi dorati,
gli parve di trovarsi in paradiso. D'un tratto dieci bastoncini
di ambra odorosa vennero accesi e bruciarono come umido
legno d'aloe. Quelle adorabili flautiste presero a far risonare
le melodie più dolci, che avevano il potere di affrancare l'ani­
ma dall'intelletto e il corpo dall'anima. La principessa compar-
Yl al centro della compagnia come un sole abbacinante tra
pallide candele.
Pregustando gioia e desiderio, lo schiavo naufragò nel voi­
IO della fanciulla, come abbagliato, del tutto estraneo a que­
ltO mondo e a quell'altro. Rimase immobile, con gli occhi in­
collati sul volto di quell'incantatrice di cuori, l'orecchio am­
maliato dalle melodie del flauto, il cuore in tumulto, la lin­
IUI paralizzata, l'anima totalmente perduta nell'estasi del pia­
cere. Le sue narici percepivano l'aroma dell'ambra e la sua boc­
CI assaporava un umido fuoco, mentre la fanciulla gli porgeva
101lecita una coppa di liquore a cui volle accompagnare il dol­
ce squisito di un bacio. Non poteva distogliere lo sguardo dal
volto di lei, ebbro d'ignoto stupore, e la sua lingua era inca­
pace di sciogliersi, i suoi occhi versavano lacrime, la sua nu­
ca era percorsa da brividi. E quella fanciulla di rosì straordi­
naria bellezza bagnava con lacrime dolcissime il volto dell'ama·
to e lo cercava ora con baci di zucchero, ora con baci di sale
e con grazia scompigliava i suoi riccioli ribelli e poi si perde·
VI nell'incanto dei suoi occhi. E quello schiavo rimase rapi­
to nell'ebbrezza, a fianco di quella ammaliatrice di cuori. E
ancora la contemplava quando l'alba si diffuse da oriente, e
nella prima brezza del mattino crollò 'privo di sensi sul letto.
Mentre quel prode, dal petto d'argento, beatamente dormi­
va, fu velocemente riportato nel suo giaciglio, e al risveglio
cadde preda di invincibile agitazione, senza sapere cosa gli fos­
se accaduto né perché fosse a tal punto turbato. Scoppiò in
singhiozzi, si percosse con furia inaudita, stracciò la sua veste
e si strappò i capelli e prese a battere la fronte per terra.
Un amico chiese a quella splendida fiaccola perché mai si tro­
vasse in quello stato e ne ebbe questa risposta : « Io non so
dire! Quanto ai miei ebbri occhi fu dato vedere, nessuno mai
potrà vederlo, neppure in sogno, e nessuno poté mai cono­
scere quanto io ho conosciuto in uno stato di intimo stupo­
re. Io non saprò mai descrivere ciò che vidi, né mai si udrà
notizia di un mistero più grande! » .
I suoi amici allora lo incalzarono : « Suvvia, cerca di rientra­
re in te stesso e raccontaci almeno qualcosa ! » .
Rispose : « lo mi sento confuso e sfinito, e non so neppure
dire se sono stato proprio io a vedere quelle meraviglie, e se
fossi lucido o ebbro ! Non ho udito nulla, o forse ho udito
tutto! Nulla ho visto, o forse ho veduto ogni cosa! » .
U n saggio osservò: « Tu avesti u n incubo, e ora sei in pre­
da a folle agitazione » .
Lo schiavo gli rispose: « Non s o neppure se stavo sognan­
do o s'ero desto ! Ma so per certo che a nessuno fu dato vive­
re un'avventura più straordinaria, nota o ignota che sia! Io
in verità non posso né parlare né tacere, e neppure restare so­
speso tra una cosa e l'altra. Non riesco a cancellare dalla mia
mente una sola impressione di questa avventura incredibile,
ma neppure posso ricordare una sia pur infima parte di quan­
to ebbi a vedere. Io contemplai una rara bellezza, di cui è im­
possibile descrivere l'assoluta perfezione : al suo cospetto lo
stesso sole scomparirebbe come atomo insignificante, " ma
Iddio certamente conosce la verità " .
Che altro posso dirvi oltre a questo, io che in realtà non
so nulla? Eppure poco fa io vedevo ! Vidi e non vidi a un
tempo: ecco l'origine del mio turbamento ».

Una madre piange sulla tomba della figlia

Una madre piangeva disperata sulla tomba della figlia. Un


veggente, osservando il triste spettacolo, commentò: « Que­
sta donna è superiore a qualsiasi uomo. Ella davvero non ci
somiglia giacché, a differenza di noi, conosce la persona che ha
perduto e per cui ora si lamenta. Costei dunque è assai fortu­
nata poiché non ignora la sua reale condizione e sa per chi
deve piangere. Per me invece è tutto più arduo e se di notte
e di giorno mi dispero, non so neppure vagamente per chi stia
versando lacrime tanto amare ! Così profondo è il mio stupore
che non so neppure da chi, piangendo, abbia dovuto sepa­
rarmU7 Questa donna è dunque infinitamente migliore di me,
giacché avverte almeno la presenza di colei che ha perduto.
A me è vietato anche questo : ecco la ragione del mio peren­
ne stupore, per il quale il sangue m'esce a fiotti dal cuore e
m'uccide tra indicibili tormenti ! ».
In questa remota stazione in cui tutto, e il luogo e il tuo
cuore, svanisce nel nulla, tu smarrirai l'esile filo della ragione,
invano cercando l'ingresso della casa del pensiero. Chiunque
giunga in questi luoghi è condannato a perdere la testa, deve
rassegnarsi a non vedere più neppure i quattro lati di se stes­
so. Ma colui che qui sapesse trovare una via, penetrerebbe gli
insondabili misteri del tutto.

Un tale che cercava la chiave di casa

Un sufi camminava lungo una strada quando udì qualcuno


gridare : « Ho perduto la chiave di casa! Qualcuno ha trova­
to una chiave da queste parti? La mia porta è chiusa e sono
costretto a dormire all'addiaccio. Che altro potrò fare se non
vivere nell'angoscia, non sapendo a chi chiedere aiuto? ».
Il sufi si avvicinò a lui e cosi gli parlò : « Non agitarti, tu
conosci la tua porta, vai quindi in pace con te stesso e taci !
Siedi sulla soglia di casa e armati di pazienza: presto o tardi
qualcuno verrà ad aprire la tua porta. Il tuo è un problema
di poco conto se paragonato al mio, ben più arduo e comples-
10, giacché la mia anima arde incessantemente nello stupore.
In verità il mio è un problema senza soluzione, poiché a me
non sarà mai concesso di vedere né la chiave né la porta.
Ma voglia Iddio che il povero sufi che io sono trovi presto una
porta, chiusa o aperta che sia! » .
Gli uomini hanno avuto in sorte quel dono straordinario
che è la fantasia, ma non quello della conoscenza di se stessi.
Colui che osi inoltrarsi nella valle dello stupore corre il ri­
schio di precipitare in cento abissi di disperazione.
Fin quando saprò sopportare la mia pena, questo perenne
smarrimento? Avendo perduto ogni traccia, cosa posso illu­
dermi di trovare? Come potrei vivere immerso nello stupore
se avessi conoscenza?
Qui per l'uomo della via le lacrime sono dolci come zuc­
chero, e l'empietà è fede, la fede empietà.

L'empietà di shaykh Na�r Àbad

Shaykh Nal:òr Abiid 28 compì non meno di quaranta pellegri­


naggi alla Mecca : questo, in fede mia, fu un uomo !
Orbene, quando ormai aveva le chiome candide e le mem­
bra scheletriche, egli fu visto vagabondare con nient'altro ad­
dosso se non un misero perizoma. Il suo cuore pareva risplen­
dere, la sua anima ribolliva al fuoco della passione amorosa.
Egli aveva indossato lo zunntir degli infedeli e a braccia aper­
te compiva le sacre processioni intorno ai templi del fuoco
dei gabri.
Un giorno qualcuno gli disse : « O nobile vecchio, davvero
non provi vergogna per il tuo agire scellerato? Tutti i pelle­
grinaggi e le virtù di cui potevi andar fiero ti hanno infine con­
dotto a un approdo davvero eccellente : l'empietà! Tu ti com­
porti da stolto e in tal modo pregiudichi il buon nome dei
sufi. Quale maestro osò compiere un simile misfatto? È que­
sta la via che tu intendi percorrere? Ignori forse cos'è un
tempio del fuoco? » .
Nal:òr Abiid così rispose : « La mia azione si fa di ora in
ora più ardua. Il fuoco ha avvolto la mia casa e si è appic­
cato alle mie vesti. Il vento ha disperso il mio raccolto e ha
cancellato il mio onore. È il mio stesso agire che genera in
me un sentimento di stupore : in verità, io non ebbi mai a pa-
tire una beffa più crudele ! Quando un simile fuoco divora la
tua anima, che t'importa dell'onore o dell'infamia? Se sei
posseduto dall'azione, puoi forse pensare ai templi del fuoco
o alla ka' ba? Se tu dovessi conoscere un solo atomo del mio
stupore, vivresti come me tra infiniti tormenti ! » .

U n discepolo sogna i l defunto maestro

Un giovane discepolo dal cuore illuminato vide in sogno il


defunto maestro e così gli parlò: « O shaykh, quando moristi
il mio cuore fu pervaso da infinito stupore, ma tu dimmi: co­
me procede la tua azione nell'oltretomba ? La fiaccola del mio
cuore si è consunta per il dolore di essere separato da te. Da
quando tu m'abbandonasti, fui arso incessantemente dai miei
sospiri ardenti, e sotto la sferza di un così atroce dolore mi
decisi a partire alla ricerca dei segreti . E ora dimmi, a che
punto sei giunto nella tua azione ? » .
Il maestro così gli rispose : « Senza sosta io mi mordo il
dorso della ·mano sprofondando nell'ebbrezza di un immenso
stupore. Ormai ho raschiato il fondo di questo pozzo tene­
broso, e in questo luogo io mi sento infinitamente più stu­
pito di te. Un altro atomo di stupore sarebbe per me più pe­
sante di cento montagne ! » .

Descrizione della valle della privazione e dell'annientamento

Infine voi entrerete nella valle della privazione e dell'an­


nientamento, che non è possibile descrivere con parole uma­
ne. Questo è il luogo del mutismo e della sordità, dell'oblio
e dell'estremo deliquio, in cui infinite ombre sono eternamen­
te annullate in un unico sole. Quando il mare del tutto co­
mincia ad agitarsi, le sue mutevoli forme si rifrangono, e i
due mondi non sono che una di esse: chi afferma il contra­
rio vive in uno stato di confusione esecrabile. Colui che nau­
fraga in questo mare infinito si perde in una pace eterna e
vede il suo cuore dolcemente smarrirsi tra i flutti; e se poi gli
sarà concesso di uscirne, potrà carpire gli innumerevoli segre­
ti dell'universo. Esperti viaggiatori, uomini di fede indubita­
bile, si smarrirono dopo il primo passo, quando avevano ap­
pena varcato la soglia della piana del dolore. E nessuno osò
avanzare, e poiché subito si erano perduti, non fu loro con­
cesso di divenire uomini perfetti.
Se tu bruci l'aloe o il legno più comune, si riducono en­
trambi a cenere indistinta, solo apparentemente simile, ma ra­
dicalmente diversa nella sostanza. Ugualmente accade per noi :
le un impuro affonda nel mare del tutto, resta entro i confini
di se stesso trattenuto dalle sue impurità; ma quando è un
puro a immergersi in questo mare, scompare persino ai pro­
pri occhi e il suo movimento si uniforma a quello del mare,
e sarà di una perfetta bellezza, avendo cessato di esistere. Egli
larl e non sarà nello stesso tempo; e questo in verità, sebbe­
ne sembri impossibile, è un mistero che sfugge a immaginazio­
ne e intelletto.

Un maestro consiglia un suo discepolo

Una notte Abii 'Ali Tiisi, la cui anima era un mare di inson­
dabili misteri, si rivolse a uno dei suoi discepoli con queste
parole: « Struggiti senza tregua nel fuoco d'amore, fino a di­
venire invisibile capello. Se saprai rendere te stesso simile a
un capello, un giorno potrai giocare con i riccioli dell'Amato.
Chiunque per amor suo divenga sottile come un capello. sarà
un giorno capello tra i suoi capelli . Se tu sei veggente dall'acu­
ta vista, osserva a uno a uno i suoi capelli ! Colui che senza
rimorsi annienta se stesso, otterrà ben presto il premio del­
l'immortalità ».
O cuore, se sei davvero sconvolto, attraversa senza indu­
gio il #raf! Non angustiarti se a causa dell'olio della lanterna
vedrai il fuoco produrre fuliggine più nera delle piume di un
corvo. Quando l'olio s'incendia cessa all'istante di esistere/9
e sebbene questa via ti conduca attraverso lande infuocate, tu
alla fine diverrai degno delle parole del Corano. Se davvero
desideri giungere a quella remota stazione, sappi che dovrai
uscire da te stesso e salire sul Buraq 30 dell'inesistenza. O tu,
indossa l'abito dell'inesistenza, bevi d'un fiato il vino squisito
dell'annientamento! Getta il mantello di « ciò che fu » e rico­
priti con quello di « ciò che non fu » , quindi infila il piede
nella staffa dell'annientamento e cavalca il tuo inesistente de­
striero verso il nulla! Strappa gli occhi dalle tue orbite, aprili
finalmente e in loro versa il collirio dell'inesistenza ! Diminui­
sci te stesso e poi ulteriormente riduciti, e dopo codesta di­
minuzione scompari per sempre ! Solo così potrai camminare
in pace con la tua anima sino a raggiungere il mondo remoto
dell'inesistenza. Ma ricorda che se rimarrà sul tuo collo anche
solo un capello di questo mondo, non ti sarà dato vedere
neppure un capello dell'altro. Se vorrai conservare anche so-
lo la punta di un capello, dovrai attraversare sette mari di
sciagure !

Le falene . e la candela 3 1

Una notte le falene vennero a parlamento e decisero di


partire alla ricerca della candela. « Qualcuno », dissero, « do­
vrebbe al più presto recarci notizie dell'amata ».
Parti allora un volontario, raggiunse un lontano castello ed
entrò in una stanza in cui baluginava la fiamma di una can­
dela, e subito ritornò dalle sue compagne riferendo ciò che
aveva veduto. Ma l'anziana dell'assemblea si levò per criti­
carla : « Tu non ci hai detto nulla dell'amata! ». Partì una se­
conda falena che volò sino al castello, raggiungendo senza esi­
tare quel magico chiarore. Dapprima volò sulla fiamma a ri­
spettosa distanza, poi entrò nel raggio dell'amata battendo le
ali per l'eccitazione, ma infine la candela prevalse e la falena
fu costretta a ritirarsi. Quando tornò dalle compagne poté
rivelare ben miseri segreti, descrivendo la sua effimera unio­
ne con l'amata. Ancora una volta l'anziana decretò: « Nulla
in realtà hai veduto, e di essa tu ci parli non diversamente da
colei che ti ha preceduto ».
Una terza falena si levò allora in volo, ebbra di desiderio.
Entrata in quel remoto castello, volò sul fuoco a passo di dan­
za immergendovi il capo e le ali, e felice si perse nella fiam­
ma. Quando l'anziana dell'assemblea ne ebbe notizia, quella
falena aveva già assunto il colore del fuoco. « Costei » , com­
mentò, « ha veramente agito ! Ma chi potrà mai conoscere ciò
che ha veduto ? Solo essa può saperlo, non altri! ».
Come potrai conoscere l'Amato se il pensiero del corpo e
dell'anima ancora ti domina ? Se ti giungesse notizia di un so­
lo capello della sua chioma, vedresti la tua anima sanguinare!
Ma in questo mondo a nessuno è dato conoscere un'intimità
così profonda, e nessuno è ammesso a goderne.

Un sufì aggredito da un bruto

Un sufi arrancava per la via dell'inconcludenza quando un


bruto lo aggredì alle spalle colpendolo alla nuca. Accecato
dall'ira, il malcapitato prese a urlare : « Sappi che colui che
ha subito questo affronto morì a se stesso trent'anni or sono
senza lasciare traccia. In tal modo si congedò dal mondo del­
l'esistenza abbandonandolo per sempre ! ».
Il suo aggressore replicò : « Codesta è vana presunzione,
non azione! Quando mai si è visto un morto che parla? Ver­
vosnati! • .
Se tu farnetichi, come puoi sperare di fondere il tuo respi­
ro con quello dell'Amico? Restando prigioniero del mondo vi­
libile, se anche tu fossi ridotto a un capello, non potrai essere
annoverato tra i suoi intimi. Se fra te e Lui si frappone an-
� •
che solo un capello, in realtà è una barriera che vi separa, più
1pessa di cento mondi. Solo colui che abbandonò se stesso e
il mondo all'oblio, ha il privilegio di conoscere. Se invece
continuerai a esistere, pur ridotto a un capello, ben difficil­
mente giungerai a questa estrema stazione. Getta nelle fiam­
me senza esitare tutto quanto possiedi, e persino la tua veste !
Quando sarai spoglio di tutto, non pensare neppure al suda­
rio: ti lancerai nudo nel fuoco! E dopo aver ridotto in cene­
re tutti i tuoi beni, dovrai fare in modo di distruggerli ancora
una volta. Guai a te se, come Gesù, tu trattenessi anche un
piccolo spillo 32: sii certe che una folla di briganti ti attende­
rebbe in agguato lungo la via! Sappi che Gesù aveva abban­
donato ogni bene terreno, tranne uno spillo : ebbene, proprio
quello spillo lacerò il suo volto. Quando sull'esistenza cala il
sipario non possono rimanere possessi o denari, cariche od
onori. Perciò strappa le tue avide mani da ogni possesso, ri­
tirati in te stesso, lontano dai clamori del mondo. Quando ti
sarai interiormente unificato annientandoti, potrai volare al di
là del bene e del male. Allora sia l'uno che l'altro scompari­
ranno dalla tua vista e sarai trasformato in un amante since­
ro; finalmente sarai degno di annientarti nell'amore.

Un derviscio s'innamora del figlio del re

Un re dal volto di luna e dagli occhi solari aveva un figlio


così bello che eguagliava lo stesso Giuseppe e non aveva nel
regno rivali. Stuoli di innamorati si prostravano ai suoi pie­
di e i più nobili principi della terra erano schiavi dei suoi lan­
guidi sguardi. Quando quel volto di luna usciva di notte a
passeggio, pareva che un nuovo sole illuminasse la terra : de­
scrivere il suo volto è impresa impossibile. Se con i suoi neri
capelli si fosse intrecciata una corda, infiniti cuori avrebbero
ardito calarsi nel misterioso pozzo del suo mento.33 I fiammeg­
gianti riccioli di quella fiaccola di bellezza emanavano influssi
prodigiosi in ogni contrada, e mi è impossibile descrivere la
meravigliosa rete di capelli che avvolgeva il capo di quel no­
vello Giuseppe. Se egli schiudeva i delicati narcisi dei suoi oc­
chi, sprizzavano ovunque fiamme e scintille, e ogni volta che
porgeva al mondo il dolcissimo dono del suo sorriso, innume-
revoli rose fiorivano senza attendere la primavera. Della for.
ma minuta della sua bocca è necessario tacere, non essendo
possibile parlare di ciò che è invisibile. Quand'egli usciva
dalla reggia, la punta di ogni suo capello trafiggeva il cuore
di chiunque ardisse ammirarlo. Quel giovane aveva già con­
quistato città e cuori infiniti, ma per quanto io tenti, mi è
impossibile trovare parole adeguate a descrivere la sua bellezza.
Un derviscio che mendicava nella città si era perdutamen­
te innamorato di quel principe senz'altro ricavarne che tor­
mento e disperazione. La vita stava ormai per abbandonarlo,
ma poiché non osava rivelare la sua intima pena, era costret­
to a nutrire il seme del desiderio nell'anima e nel cuore, non
trovando scampo a quella rovinosa passione. Di giorno e di
notte quel derviscio si aggirava intorno alla reggia, cieco a
ogni altra creatura, e piangeva in doloroso silenzio, così con­
sumandosi lontano dal cibo e dal sonno. Non avendo amici
con cui confidarsi, teneva gelosamente nascosta l'amorosa fe­
rita, viveva in perenne attesa con il cuore spezzato e col volto
più giallo dell'oro solcato da lacrime argentee, e ardeva dal
desiderio di ccntemp1are sia pur da lontano il volto del­
l'amato.
Quando in fondo alla strada appariva la figura del principe,
in tutto il bazar si levava un crescente clamore e nasceva una
confusione incredibile, poiché tutti si davano precipitosamen­
te alla fuga. I carovanieri correvano all'impazzata tra la folla
e le loro bestie calpestavano chiunque incontrassero, e men­
tre il frastuono saliva dai pesci alla luna, i soldati della scor­
ta si disponevano lungo la strada. Orbene, non appena il der­
viscio udiva le concitate grida dei carovanieri, era preso da
un'improvvisa follia e cadeva in un tormentoso deliquio, del
tutto estraneo persino a se stesso. In quei momenti, io credo,
egli avrebbe indotto al pianto come infelici nuvole occhi infi­
niti. Le membra di quello sventurato si facevano violacee e
i suoi occhi versavano torrenti di lacrime insanguinate, che ora
gehvano tra i freddi sospiri d'amore, ora bruciavano nelle tor­
ride vampe della gelosia. Egli si trascinava da tempo tra la
vita e la morte, giacché le sue mani assai raramente stringeva­
no un tozzo di pane. E come avrebbe potuto una creatura co­
sì miserabile osare avvicinarsi a un nobile principe ? Quel mo­
desto mendicante era ridotto a meno di un'ombra e tuttavia
aspirava a raggiungere il sole!
Un giorno il principe uscì con la sua scorta dal palazzo, e
quando il derviscio lo vide levò un urlo altissimo e parve usci­
re di se stesso. « L'anima mia », sospirò, « è avvolta dalle
fiamme e la ragione mi abbandona : fino a quando la mia ani-
ma arderà per l'amato? Non posso attendere oltre, giacché le
forze mi mancano! ».
Cosl dicendo egli batteva la testa contro un sasso, sconvol­
to dall'intimo dolore, sino a perdere i sensi mentre il sangue,
uscendo dagli occhi e dalle orecchie, gli scorreva copioso sul­
le membra.
Quando l'araldo del principe lo vide riverso sul ciglio del­
la strada, meditò di ucciderlo, ma prima chiese udienza al so­
vrano e gli disse : « Mio re, un folle straccione si è innamora­
to del principe ! ».
A quell'annuncio il re fu travolto dalla gelosia, che salen­
do dalle profondità del suo cuore divampò inarrestabile nella
sua mente. « Che sia catturato », ordinò, « e condotto al pa­
tibolo e lì appeso per i piedi ! » . Immediatamente partirono
le guardie del re e catturarono lo sventurato derviscio, tra­
scinandolo al supplizio tra due ali di folla piangente. Nessu­
no ebbe pietà del suo immenso dolore intercedendo per lui, e
il visir in persona lo accompagnò fin sotto il patibolo. Qui
giunto, il poveretto gridò tra i singhiozzi : « In nome del Crea­
tore, concedimi un istante affinché io possa pregare prima del
supplizio! ».
Il visir non poté rifiutarsi , sebbene fosse furente, e il der­
viscio con il volto schiacciato nella polvere così pregò: « O Si­
gnore, il re mi mette a morte pur essendo innocente ! Ma pri­
ma di lasciare per sempre le pene del mondo, concedimi la
grazia di poter ammirare un'estrema volta il bel volto del­
l 'amato! Pur di rivederlo ancora una volta, io sarei felice di
offrire centomila vite, non una ! Se mi sarà concessa questa
grazia, io sacrificherò la mia esistenza al suo splendido volto.
Mio divino Signore, il tuo servo ha un estremo bisogno del
tuo aiuto. Io sono un amante che si lascia uccidere per poter
essere riammesso alla tua corte. Non ho mai cessato di ser­
virTi con tutta la mia anima, e se un lontano giorno io divenni
tuo a nante, com'è possibile ora che io Ti sia infedele? O Tu
che esaudisci infiniti desideri, non negare proprio a me que­
st'ultima gioia! » .
Non appena lo sfortunato derviscio ebbe espresso i l suo
ultimo desiderio, la freccia acuminata di una cosi nobile pre­
ghiera raggiunse fulminea il bersaglio. Il visir accolse quella
voce disperata nel profondo del suo cuore e commosso dall'in­
dicibile pena del condannato si recò in lacrime a corte, rife­
rendo al sovrano la reale condizione di quell'innamorato, l'in­
finita tristezza della sua preghiera e il suo estremo desiderio.
Il re ne fu mosso a compassione e predispose il suo cuore al
perdono. Immediatamente chiamò il principe e così gli dis­
se: « Ti prego, non sconvolgere oltre la mente di quel povero
derviscio ! Recati immediatamente là ove sorge il patibolo e
consola quell'uomo sofferente e smarrito. Di' almeno una pa­
rola a colui che ti ama, sii gentile con lui, ricordati quanto
ebbe a patire per causa tua! E bevi con lui una coppa del vino
migliore, giacché da te ebbe finora soltanto veleno. Condu­
cilo via dal luogo del supplizio, accompagnalo nei regali giar­
dini, e più tardi venite a visitarmi » .
E quel principe, bello come Giuseppe, lasciò la reggia per
raggiungere un miserabile, quel sole dal volto infuocato vol­
le tendere la mano a una misera goccia. Orsù, fate oscillare
felici la testa, danzate e battete le mani !
Finalmente il principe raggiunse il patibolo, e subito si le­
vò un tumulto simile a quello del giorno del giudizio. Egli
trovò lo sventurato derviscio in agonia, con il volto riverso
nella polvere che si era imbevuta del sangue dei suoi occhi ,
totalmente accecandolo e causandogli sofferenze indicibili. L'in­
felice creatura era ormai distrutta e annientata, e se dici di
più, era anche quello ! Quando il principe lo vide così mar­
toriato, sentì i propri occhi gonfiarsi di lacrime e, pur ten­
tando di nascondere il pianto alle guardie, riuscì a malapena
a reprimere un grido. Una pioggia di lacrime fluì sul suo vol­
to di luna mentre nel cuore gli cresceva un'incontenibile an­
goscia.
Chiunque seppe amare di amore sincero, presto o tardi ven­
ne riamato. Se tu saprai amare sinceramente l'Amico, un gior­
no sarai pienamente riamato. Quel principe dal volto splen­
dente come il sole chiamò a sé il derviscio con struggente dol­
cezza. Questi non aveva mai udito la sua voce, benché infini­
te volte lo avesse segretamente ammirato. Sollevando infine il
capo dalla polvere, egli incrociò il luminoso sguardo del prin­
cipe. Il fuoco, per quanto avvampi impetuoso, non può nul­
la contro il mare. Ebbene, quel derviscio innamorato era fuo­
co divampante, ma in quel preciso istante si spense in un ma­
re di ineffabile letizia.
Con l'anima ormai sulle labbra, mormorò : « Mio princi­
pe, ora puoi anche uccidermi, ma non v'era bisogno di così
crudeli soldati! » .
Questo disse e non proferì più parola , levò un urlo altissi­
mo e si spense come la fiamma di una torcia, dopo un estre­
mo, tremulo sorriso. Avendo finalmente ottenuto l'agognata
unione con l'amato, si annientò compiutamente uscendo dal
cerchio dell'esistenza.
I viaggiatori della piana d'amore non devono ignorare gli
effetti straordinari dell'amoroso annientamento sugli uomini
eletti. Secoli e secoli al di fuori del tempo, privi di un prima
e di un poi, sono trascorsi sotto la volta celeste, e infinite voi-
te è mutata l'acqua che scorre sull'invisibile granello del mon­
do, ma quella realtà è eterna e immutabile ! O tu, in cui l'es­
aere si mescola al non essere e il piacere al dolore, finché non
sarai. sconvolto dai piedi fino alla punta dei capelli non avrai
coscienza neppure di esistere! Come un lampo tu balzasti a
mani aperte sul mondo, ma finisti per inciampare su un muc­
chio di letame! È forse questa l'azione di cui ti vanti? Divie­
ni uomo, incendia la tua ragione e agisci per una volta da au­
tentico folle! Se intendi operare nel tuo essere questa straordi­
naria alchimia, dovrai aprire gli occhi almeno per lo spazio di
un respiro. Quanto a lungo resterai prigioniero dei tuoi ste­
rili pensieri ? Affonda per un istante in te, ma spoglio di te,
se intendi conoscere le gioie della privazione e assaporare
il gusto perfetto dell'assenza del tuo io!
Quanto a me, io non sono più né me stesso né un essere
diverso, e nel bene e nel male io agisco al di là degli angusti
confini della ragione. All'improvviso mi persi in me stesso,
né altro rimedio trovai se non l'assenza di rimedio. Il sole
della privazione rifulse ai miei occhi rendendo i due mondi
più piccoli di un chicco di miglio. Bastò che io vedessi un
raggio di quel sole per perdere me stesso e rifluire come un
fiume nel mare. Quanto vinsi o perdetti, tutto gettai in tor­
bide acque, mi annientai e mi persi per sempre, e di me non
rimasero tracce. Ridussi me stesso a ombra fugace e nessuno
più poté vedere di me il più piccolo atomo. Fui goccia e mi
smarrii nel mare del mistero; e ora non saprei neppure rico­
noscere quella goccia! E sebbene perdersi non sia facile impre­
sa, molti oltre a me hanno osato annientarsi. E chi mai nel mon­
do, dai pesci alla luna, potrà evitare di perdersi in questa valle?
Tutti devono abbandonare se stessi, ridursi per divenire più
grandi.

Una risposta di shaykh Niiri

Un asceta chiese a shaykh Niiri 34: « Parlami della via che


conduce all'unione! ».
Quel nobile maestro gli rispose: « Dinnanzi a noi si apro­
no sette oceani di luce e di fuoco. Preparati dunque a percor­
rere una via che appare interminabile. E quando avrai attra­
versato questi sette oceani, sarai improvvisamente assalito da
un mostruoso pesce le cui branchie risucchiano ogni cosa. Si­
mile a un coccodrillo spaventoso divora i due mondi e ogni
creatura nello spazio di un respiro. Questo pesce straordina­
rio, privo di capo e di coda, vive nel centro del mare del
distacco » .
8

Gli uccelli partono alla ricerca di Simurgh

Avendo udito le parole dell'upupa, gli uccelli caddero in


preda alla più cupa disperazione, comprendendo che un simi­
le arco non si addiceva a braccia deboli come le loro. Quel
discorso li rese inquieti a tal punto che molti stramazzarono
a terra schiantati dal dolore, mentre gli altri, sopraffatti da
intimo stupore, decisero di intraprendere la via.
Vagarono per anni e anni traversando valli e montagne, con­
sumando gran parte della loro esistenza in quell'arduo e in­
terminabile viaggio. Ma come potrei descrivere in modo ade­
guato tutto quanto si presentò ai loro occhi ? Se anche tu vo­
lessi un giorno intraprendere un simile viaggio, potresti spe­
rimentare le sue infinite difficoltà, così comprendendo la con­
dotta degli uccelli e i motivi per cui giunsero, angosciati, a
dissetarsi del loro stesso sangue.
Di quello sterminato esercito di uccelli solo un piccolo drap­
pello, forse uno su centomila, portò a termine il viaggio. Alcu­
ni annegarono in mare, altri scomparvero misteriosamente,
molti furono uccisi dal terrore e resero la loro anima riarsa
sulle vette di altissime montagne, o ebbero le ali bruciate dal
sole e l'anima ridotta a fumante kabiib. Alcuni conobbero una
morte ingloriosa tra le fauci di leoni e pantere, mentre altri,
delusi nelle loro attese, caddero nelle reti dell'inganno e della
menzogna. Non pochi morirono di sete con la gola riarsa in
deserti, altri si uccisero tra loro come stolti moscerini per il
possesso di un chicco, altri si ammalarono gravemente e fu­
rono abbandonati lungo il sentiero e altri infine si fermarono ,
distolti dalla loro meta dalle meraviglie della via, o abbando­
narono la ricerca per dedicarsi a svaghi e amenità di ogni
sorta.
E di quell'immenso stuolo di uccelli che s'era radunato al­
la partenza, solo un piccolo stormo di trenta raggiunse la me­
t� agognata. Erano trenta corpicini privi di ali e di penne, de­
boli e malati, con i cuori spezzati e le membra e l'anima di­
strutte. E però conobbero un'ineffabile presenza, posta al di
là dei confini dell'intelletto.
All'improvviso balenò loro il lampo del distacco e cento
mondi arsero in un'unica vampata, e apparvero infiniti soli e
lune e astri danzanti come atomi in preda a stupore. Allora
esclamarono in coro : « O meraviglia ! Se il sole dinnanzi a
quell'augusta presenza si riduce a misero atomo, come potre­
mo laggiù essere visibili ? Un duro travaglio ci attende! Ab­
biamo distolto il pensiero da noi stessi senza preoccupard di
f cosa il futuro ci riservasse! Qui le sfere celesti sono atomi di
�1_,-
_
_ pulviscolo vagante : che importa se noi esistiamo o meno ? ».35
E caddero preda dell'angoscia, come se fossero vittime sa-
crificali. Essendosi annientati, scomparvero persino ai propri
_

occhi, e così trascorse un tempo interminabile, finché all'im­


l
provviso da quella lontanissima corte giunse loro un araldo
della divina maestà. I trenta uccelli gli apparvero come crea­
ture sbigottite, con ali e piume e corpo e anima totalmente
distrutti. Ogni fibra dei loro corpi tremava per un immenso
stupore, le penne erano cadute e le membra apparivano pau­
rosamente sottili. E così l'araldo parlò : « O voi, di quale re­
gno siete, e perché siete qui giunti e qual è il vostro nome, o
creature inconcludenti ? Dov'era la vostra casa e come vi chia­
mavano nel mondo e cosa v'illudete di trovare, impotenti co­
me siete? ».
In coro gli uccelli risposero : « Siamo giunti fin qui per
sottometterei al nobile Simurgh, ci siamo perduti cercando la
via che conduce alla sua corte. Lungo il cammino abbiamo
smarrito il cuore e la pace e viaggiamo ormai da tempo im­
memorabile: eravamo migliaia e solo in trenta siamo giunti.
Partimmo da un lontano paese nella speranza di giungere si­
no al nostro re e di essere ammessi alla sua augusta presenza.
Ma quando mai quel re gradirà l'umile dono della nostra pe­
na? Perché mai nella sua infinita grazia egli non vuole de­
gnarci di uno sguardo? » .
L'araldo rispose: « O vagabondi, che come rose purpuree
vi macerate nel sangue del vostro cuore! Sappiate che egli è
comunque sovrano assoluto ed eterno, anche senza di voi. I
centomila mondi con tutti i loro eserciti in armi non sono che
innocua formica strisciante sulla soglia del suo palazzo. Ma voi,
ditemi, non sapete far altro che lamentarvi ? Tornate alle vo­
stre case, o miserabili creature! ».
A queste parole gli uccelli, sgomenti, si videro già morti
e sepolti e dissero in lacrime : « Perché mai un simile re ci ri­
serva un'accoglienza così infamante? Nessuno patì infamia da
lui! Ma se così deve essere, ebbene, per noi l'infamia sarà glo­
ria immeritata » .

Un discorso d i Majnun

Un giorno Majniin ebbe a dire : « Se anche il mondo inte­


ro volesse tessere le mie lodi, io non accetterei alcun omaggio
essendo per me lode soltanto l'insulto della mia Layla ! Questo
infatti è per me più dolce di infiniti elogi. Il suono del suo
nome è in verità preferibile alle ricchezze dei due mondi.
Questa, amico, è la mia vera religione : che m'importa del di­
sprezzo degli uomini ? » .

Ancora l'araldo

L'araldo così continuò : « Vedrete poi balenare il lampo del­


la gloria che accenderà un'inestinguibile fiamma nel profon­
do delle vostre anime. Ma se anche ardeste tra mille tormen­
ti, che importerebbe? A che valgono in quel sublime istante
l'onore e l'infamia ? ».
Pur essendo sconvolti da indicibili sofferenze, gli uccelli
vollero insistere: « L'incendio ormai divampa nelle nostre
anime ! Come può una falena evitare il fuoco, essendo solo
in esso che trova pace? Se non potremo unirei all'amato, ci
sia almeno concesso di ardere per lui. Se quella corte ci nega
udienza, noi baceremo in questi luoghi la polvere della
tomba ».

Gli uccelli interrogano una falena

Un giorno tutti gli uccelli del mondo vollero scoprire il se­


greto della falena e così la interrogarono: « O debole creatu­
ra, fino a quando giocherai con il fuoco la tua nobile vita? » .
L a falena, già ebbra oltre ogni limite, rispose i n u n soffio:
« Questo mi basta: giungere innamorata a convegno con lui
e danzare felice intorno- alla sua fiamma! ».

L'inviato della corte

Finalmente gli uccelli acquistarono sembianze virili, naufra­


gando nel dolore dell'amorosa passione. Il loro distacco ave­
va già superato ogni limite quando a loro si presentò sotto
nuova veste il messaggero della grazia divina. Un inviato del­
la corte venne a riceverli e immediatamente aprì le porte del
palazzo. Quindi sollevò in pochi attimi centomila veli, cosi
mostrando agli uccelli un mondo sconosciuto, e in quel preci­
so istante la luce delle luci rifulse su di loro.
L'inviato li invitò poi a prendere posto sul trono dell'inti­
mità, soglio di maestà infinita e di eterna gloria. Quindi por­
se loro una pergamena misteriosa dicendo: « Leggetela tut­
ta, fino all'ultima parola! ».
Ebbene, nelle parole scritte su quella pergamena era pale­
sata, in ogni suo aspetto, la nostra penosa condizione.
Giuseppe e i suoi fratelli 36

Giuseppe, al quale persino le stelle bruciavano in segno


di omaggio la ruta, fu venduto a un mercante egiziano dai suoi
dieci fratelli. Quando costui lo prese in consegna, pretese
una ricevuta, essendo il prezzo convenuto assai basso. Quel
mercante l'ottenne agevolmente e poté così disporre di una
prova scritta dell'affare concluso. Quando poi egli cedette Giu­
seppe a Putifar, quell'infame documento entrò per strane
vie in possesso dello sventurato figlio di Giacobbe.
Molti anni trascorsero da quel triste mercato, e Giuseppe
era nel frattempo divenuto viceré d'Egitto. Un giorno i suoi
fratelli si presentarono a lui e senza riconoscerlo si prostraro­
no ai suoi piedi, chiedendo aiuto per poter superare la carestia
che affliggeva il loro paese, e implorarono piangendo elemosi­
na di pane. Giuseppe, il giusto, rispose loro: « O uomini, ho
qui con me uno scritto in lingua ebraica, ma nessuno dei miei
servi è in grado di leggerlo. Ebbene, se voi saprete farlo,
avrete pane in abbondanza ».
Tutti i fratelli erano in grado di leggere perfettamente
l'ebraico e pieni di gioia esclamarono : « Sire, consegnaci que­
sto scritto ! » .
Cieco è i l cuore d i colui che non s a riconoscere neppure la
propria storia: tanto in lui può l'orgoglio !
Allora Giuseppe porse ai suoi fratelli quella ricevuta. Co­
storo la riconobbero e un convulso tremore sall in ogni fibra
delle loro gambe e non poterono leggere una sola riga né rac­
contare una menzogna qualsiasi. Le loro lingue erano ammu­
tolite e le loro menti confuse, e così, traditi dal rimorso, cad­
dero tutti nella trappola del fratello. Allora Giuseppe chiese
loro: « Perché tacete, voi che dovreste leggere? Si direbbe
che siate sul punto di svenire! ».
Tutti allora risposero : « Meglio per noi è tacere che legge­
re la nostra condanna! ».

Gli uccelli incontrano Simurgh

Quei trenta uccelli lessero fiduciosi le righe di quella per­


gamena e subito si avvidero che vi era minuziosamente de­
scritta ogni fase della loro esistenza. Conobbero verità assai
dure ma inconfutabili. In un giorno ormai lontano si erano
messi in cammino percorrendo un passo dopo l'altro la loro
via. Ma poi, a un certo punto del viaggio, avevano scagliato
Giuseppe nel fondo di un buio pozzo : in verità avevano igno-
mmwsamente tradito il Giuseppe del loro spirito vendendolo
al primo venuto.
O miserabile non essere, non hai coscienza di svendere a
ogni istante il tuo Giuseppe? Sappi che un giorno egli sarà
re, divenendo ai tuoi occhi la guida e la meta. E tu, ridotto in
miseria, ti presenterai finalmente a lui, nudo e affamato. Il suo
influsso potrebbe imprimere nuovo vigore alla tua incerta azio­
ne, e allora sai dirmi per quale motivo dovresti venderlo?

L'annientamento degli uccelli

Le anime confuse e umiliate di quegli uccelli si annienta­


rono compiutamente e i loro corpi arsero sino a ridursi a
mucchietti di cenere. Non appena si furono spogliati di ogni
terreno aspetto, vennero rivestiti della vivificante luce ema­
nata da quella presenza, e in tal modo per loro iniziò un'esi­
stenza radicalmente diversa. Un ignoto stupore rapì le loro
menti e tutto quanto in passato avevano vissuto o non vissu­
to venne sradicato e rimosso dai loro animi. Finalmente il fulgi­
do sole dell'intimità rifulse su di loro e i suoi raggi vennero
riflessi dallo specchio delle loro anime. Nell'immagine del vol­
to di Simurgh contemplarono il mondo e dal mondo vide­
ro emergere il volto di Simurgh. Osservando più attentamen­
te si accorsero che i trenta uccelli altri non erano che Simurgh,
e che Simurgh era i trenta uccelli 37 : infatti, volgendo nuova­
mente lo sguardo verso Simurgh, videro i trenta uccelli, e guar­
dando ancora se stessi rividero lui. O meraviglia, questo era
quello e quello era questo! Quando mai nel mondo si era as­
sistito a un simile prodigio? Gli uccelli, sgomenti e confusi,
rimasero un poco a pensare pur senza pensieri, ma non venen­
do a capo di nulla interrogarono senza parole quell'augusta
presenza, implorando la spiegazione di questo assoluto miste­
ro per cui il « noi » e il « tu » apparivano uniti.
E giunse senza parole la risposta di quella presenza: « Noi
siamo uno specchio grande come il sole e chiunque in esso si
guardi, vede l'immagine di se stesso, del corpo e dell'anima.
Poiché voi qui arrivaste in trenta, nello specchio apparite
trenta, ma se foste di più non temete di mostrarvi! Per quan­
to siate mutati, vedrete voi stessi, e in verità voi avete visto
esattamente voi stessi. Chi mai potrà spingere il suo sguardo
sino a Noi? Quando mai una formica potrà contemplare le
Pleiadi o sollevare un'incudine, oppure una zanzara trasci­
nare un elefante ? 38
Quanto fin qui avete visto o conosciuto, in realtà non ac­
cadde, e quanto avete detto e udito non è che pura illusione.
E neppure mai sono eststlte le valli attraverso le quali fatico­
samente avanzaste o le stazioni ove virilmente poteste matu­
rare. In realtà voi tutti avete marciato senza mai deviare dal­
l'alveo della nostra azione e avete sostato nelle profonde val­
li delle nostre qualità. Voi siete trenta uccelli in preda allo
stupore, ormai privi del cuore, dell'anima e della serenità,
ma Noi fummo prima che voi foste, giacché formiamo l'essen­
za di Simurgh. Annullatevi in Noi, nella gloria eterna, e in
Noi troverete la porta di voi stessi » .
E gli uccelli s i annullarono eternamente i n lui : l'ombra si
dissolse nel sole, e così sia.
Finché gli uccelli procedevano lungo la via, avanzava con
loro il mio racconto. Ma ora che sono giunti alla meta e di
loro non è rimasta una sola piuma, necessariamente devo
tacere. La guida e i viandanti sono svaniti nel nulla, trasfor­
mandosi nella via.

l:lalliij nelle parole di un innamorato

Dopo che I:Iallaj venne arso dalle fiamme del rogo, un in­
namorato si fece largo tra la folla reggendosi a un bastone, e
andò a sedersi nei pressi di quelle sacre ceneri. Quindi egli
tenne un sermone , con parole così infuocate che quelle ceneri
furono percorse da un brivido : « Sapete dirmi », esclamò,
« dov'è ora colui che poco fa gridava " lo sono Dio " ? ».39

O tu, sappi che quanto hai detto o udito, tutto ciò che hai
visto o conosciuto, non è che l'inizio della tua spirituale vi­
cenda: annienta te stesso, il tuo posto non è tra queste tra­
cotanti macerie! All'origine ritorna, all'origine ch'è autosuffi­
ciente e inviolata! Che importa se ciò che è originato esiste
ancora o più non esiste? Il sole è verità imperitura, l'atomo
e l'ombra sono destinati a perire.

NOTE

l Simbolica rappresentazione degli stadi di ogni mistica esperienza. La let·


teratura sufica distingue tra pii!, pl. apwiil (stati, condizioni) e maqiim, pl.
maqiimiit (stazioni, dimore). I primi hanno natura transitoria, sono puri doni
di Dio che · si dissolvono al primo assalto dell'anima concupiscente (richiama­
no vagamente il concetto di " estasi ,. ) ; i secondi hanno carattere di perma­
nenza, si acquisiscono mediante Io sforzo ascetico e costituiscono dei « gradi
di consapevolezza » gerarchicamente organizzati. Quanto al loro numero, si spa­
zia dai sette maqiim e dieci biil di Al-Sarriii (enumerati nel Kitiib al-Luma' o
Libro del Bagliore) ai 40 tra biil e maqiim di Abii Sa'id b. Ahi '1-Khayr (illu­
strati nel Maqiimiit-i arba'ln o Le quaranta stazioni). Per un approfondimen­
to si veda S.H. Nasr, Su/i Essays, London 1972 (trad. it. Il sufismo, a cura di
D. Venturi, Milano 1975, pp. 87-105).
2 Altra immagine tradizionale della poesia persiana.
3 Cfr. Corano vn, 11 sgg., in cui si narra la creazione di Adamo e la ribel·
lione di lblis che rifiutò di prosternarsi dinnanzi a lui. Nella poesia mistica
Iblis è spesso additato come modello da imitare, perché porta un fardello (la
maledizione) pesantissimo pur continuando a riconoscere la signoria divina.
Sottostante a questa concezione è l'idea che il mistico non può distinguere
tra doni e maledizioni ( « gemme o sassi », come si legge nell'aneddoto se­
guente) poiché tutto proviene da Dio cui è dovuta piena sottomissione. lblis
è addirittura un servo migliore perché si accontenta della divina maledizione,
non pretende di essere amato da Dio di cui in fondo, a suo modo, realizza gli
imperscrutabili disegni. Sull'argomento cfr. H. Ritter Das Meer der Seele,
Leiden 1955, pp. 536-550.
4 � la più celebre coppia d'amanti del mondo islamico la cui vicenda amo­
rosa ha alimentato la fantasia di legioni di poeti anche di lingua non persia­
na. Nella poesia mistica la ricerca di Laylii è metafora della ricerca di Dio.
Majniin (lett.: « posseduto dai iinn », « pazzo »), cui la bella Laylii fu nega­
ta per l 'opposizione del padre di lei, trascorse il resto dell'esistenza vagabon­
dando senza meta e scrivendo versi d'amore, pago soltanto della possibilità
di rivederla talvolta di lontano.
5 Discepolo di Abii 'Ali Farmadi, morto nel 1 140.

6 Altra metafora della ricerca di Dio.


7 Ossia il cuore, qui significativamente paragonato a un bimbo che deve
nascere, che si nutre del sangue (la passione amorosa) del mistico. Khiin (san­
gue) e 1abr (pazienza, attesa) permetteranno all'azione mistica di raggiungere
quella maturità che è premessa necessaria all'unione con l'Amato.
8 � escluso dunque che la ricerca debba sortire una « visione del mon­
do »: nessuna scienza può spiegare la posizione e il destino dell'uomo nell'uni­
verso; non resta che indirizzare la ricerca verso l'interiore del microcosmo
umano.
9 Sulla classica opposizione polpa-buccia (maghz-pust, ove il secondo ter­
mine significa anche « pelle ,. in varie accezioni) si inserisce una metafora il
cui senso è che se l'unione con Dio (Laylii-polpa) appare irraggiungibile, biso­
gna accontentarsi di ciò che di Lui traspare nell'estasi (la buccia-pelle).
IO Sul simbolismo del gioco del polo si è già accennato nella nota l alla
Seconda serie di dialoghi.
I l Ordine di dervisci erranti fondato da Qalandar Yiisuf e diffusosi in
Persia e Arabia, di tendenze maliimati. Sull'organizzazione e la filiazione delle
confraternite sufiche si veda G . Mandel, Il sufismo, vertice della piramide eso­
terica, Milano 1977, pp. 102-126.
1 2 Questa ricerca del « biasimo ,. (maliimat) , tipica di alcune frange radica­
li del sufismo, penetra anche prima di 'Attiir nella poesia persiana divenendo­
ne un eletnento formale di importanza primaria. Se ne accennerà nella Postfa­
zione a proposito dei rapporti tra sufismo e poesia mistica.
13 In una variante si legge sang-cin (raccoglitore di pietre) . « L'uomo fatto
di pietra » è forse una lontana eco del mito di Pan-Ku, il primo uomo del­
l'universo dalle cui lacrime si originarono i due grandi fiumi cinesi, lo Hoang­
Ho e lo Yang-Tse-Kiang, e il cui corpo dopo la morte si trasformò nelle mon­
tagne dello Honan . Qui la pietrificazione dell'uomo è metafora della « pietrifi­
cazione » della scienza divina (la gnosi), potenzialmente presente in ogni cuore,
ma sviluppata soltanto da coloro che « hanno ambi�ione ».
14 Vedi nota 21 alla Prima serie di dialoghi.
15 La portata della palingenesi spirituale che deve avvenire nel mistico è
· qui paragonata alla palingenesi biologica che si ha nella procreazione: la ri­
cerca cioè deve portare alla luce un uomo « nuovo ,. che si è separato per
sempre dal «vecchio " ·
16 Cfr. Corano VI, 148.
1 7 Dare a Dio degli « associati », o delle condivinità, è nel Corano (IV, 48)
la massima colpa, quella che Dio non potrà perdonare. Empi (kii/irùna) sono
detti appunto coloro che peccano di « associazionismo », gli idolatri in primo
luogo, ma anche coloro, secondo i sufi, che fanno di un qualsiasi scopo mon­
dano l'oggetto esclusivo del loro interesse.
18 Trattasi probabilmente di Abii 'Ali Rudbiir o, forse, di Fiizil b .Ay�.
che con questo nome era anche conosciuto, originario di Kiifa e morto nell'803
(menzionato nella Memoria dei santi di 'Attiir).
19 � concezione comune a larghi settori del sufismo che le religioni stori­
che siano in fondo simili tra di loro, perché comune è il loro nucleo di verità.
Già in I:Ialliij si legge: « . . . tutte le religioni provengono dall'Altissimo. As-
lqllb a ogni gruppo una credenza, non per scelta del gruppo stesso, ma per
Kelta imposta loro ... sappiate anche che il giudaismo, il cristianesimo e altre
reliaioni sono soprannomi differenti e appellativi diversi: ma lo scopo finale
non cambia né varia ,. (in I detti di AJ-l;lalla;, a cura di G. Mandel, Genova
1980, pp. 83-84).
20 Bene e male, concetti che implicano una « legalità ,. e un apparato che
ne sancisca l'osservanza, non sono categorie dello spirito che, secondo I:Ialliii ,
« si mantiene sul piano della Legge fino a che non ha iniziato le tappe rea­
lizzanti la Proclamazione dell'Unità ,. (lvi, p. 86).
21 Qui sembra piuttosto netta l'affermazione di un panteismo integrale e
la amseguente negazione di ogni concezione personale e trascendente della di­
vinità. La questione tuttavia è ancora controversa: nei quasi seimila versi del
Mtmtiq at-Tayr è facile trovare riferimenti testuali che depongano a favore di
un 'Aniir di volta in volta panteista o panenteista, trascendentista o solipsista.
E infatti queste opinioni sono state tutte autorevolmene sostenute e di esse si
trova un'ampia rassegna nel saggio di W. Lentz citato nella nota bibliografica.
22 Compagno di Abii Sa'id b. Abi '1-Khayr compare anche nell'opera ci­
tata di ]imi. Visse nell'xi secolo.
23 Pare di sentire l:lallij che a proposito del mistico diceva che quando
« l'amore raggiunge il suo pieno slancio e l'ubriacatum gli fa perdere l'affan­
no dell'unione col Beneamato, allora testimonia con tutta la verità... che per
l'innamorato pregare è un atto empio ,. (in G. Mandel [a cura di], op. cit.,
p. 81).
24 « Sei Tu, sono io? Questo farebbe due dei. Lungi da voi, !ungi da voi
il pensiero di proclamare "due" ,. (lvi, p. 88).
25 Nel gioco di parole i « sobri ,. (cioè gli acerbi in amore) s'innamorano
per gli sguardi « ebbri ,. (qui nel senso di « dispensatori di ebbrezza ,. amoro­
aa) della fanciulla. L'immagine va connessa alla simbologia del vino mistico
ed è frequentissima nella poesia persiana di ogni tempo. In 'Iriiqi (morto nel
1288) ad esempio si legge: « Il Primo Vine che si versò nella Coppa l fu pre­
so a prestito dall'occhio- d'ebbro Coppiere ,. (in A . Pagliara-A·. Bausani, op.
cit., p. 260).
l6 Ancora un artificio di parole: l'acqua di vita, che dona l'immortalità a
chi la beva, « muore ,. di sete.
rt Lo stupore (payrat) presuppone la « reminiscenza ,. di una perduta comn­
nione dell'anima con il divino, si configura come crisi irreversibile dell'estrania­
zione nel fenomenico e primo riconoscimento dell'urgenza del « ritorno ».
21 Discepolo di Shibli, visse alla Mecca nel x secolo.
29 Forse una allusione al famoso passo coranico (XXIV, 35) in cui la luce
di Dio è paragonata a quella di una « lampada collocata in una nicchia ,. den­
tro un vaso di cristallo, il cui olio è tratto da un ulivo che « non si trova né
a oriente né a occidente ,. _ Fatto oggetto, soprattutto dai mistici, delle più va­
rie interpretazioni, fu commentato anche da Al-Ghazili nel Mishkat al-Anwiir
(La nicchia della Luce) .
30 Nome del cavallo alato sul quale, secondo la tradizione, il profeta Mao­
metto compl un viaggio notturno dalla Mecca a Gerusalemme da cui, salen­
do su una fulgida scala, raggiunse il paradiso. Vedi nota 47 all'Invocazione.
31 L'immagine classica della falena che brucia se stessa nella fiamma della
candela, qui portata come metafora dell'unione mistica, altrove, con un capo­
volgimento semantico che è tipico anche di altre immagini in 'Attiir, simboleg­
aia l'esperienza di colui che si lascia bruciare dal « fuoco ,. delle tentazioni
mondane. Ad illustrazione del significato mistico, ecco un verso di Riimi in
cui si legge : « O Amante! Non sei da meno della falena: l quando mai la
falena si astiene dal fuoco? ,. (op. cit., p. 74).
32 Vedi nota 1 1 all'Invocazione.
33 Iminagine piuttosto elaborata in cui entra il motivo « pozzo di Giusep­
pe ,. già analizzato nella nota 17 alla Prima serie di dialoghi, e quello « treccia­
corda ,. dell'amata che lega a sé gli innamorati, o, come in questo caso, che
serve loro per calarsi nel « pozzo del mento ,. (altra metafora dell'unione mi­
atica). I capelli possono essere anche « rete ,. accalappia-cuori come in questi
versi di 'Iriiqi: « E per cacciare i cuori d'un mondo intero d'esseri l le trecce
di belle fanciulle si fecero rete e laccio ,. (in A. Pagliara-A. Bausani , op. cit.,
p. 261).
3C Sufi, originario di Baghdad, cui 'Anir dedica un capitolo della Memo­
ria dei santi. Morl tra il 900 e il 907.
35 Cfr. Corano, LXXXII : « Lo schianto del cielo ». Il cataclisma astrale si
carica di trasparenti significati simbolici corrispondendo ali 'intimo stravolgi·
mento degli uccelli che hanno appena avvertito « l'ineffabile Presenza ».
36 Ennesima rielaborazione del noto racconto biblico. La fonte è- proba­
bilmente una leggenda rabbinico-musulmana.
37 Vedi nota 56 alla Prima serie di dialoghi.
38 L'ambiguità di questa conclusione, e tutta la problematicità dell'accesso
al mistero del divino che ne discende, sembrano colte appieno in questo appas­
siona w commento di J . Von Hammer: « Dopo un luogo peregrinare attraverso
i deserti della vita contemplativa, in cui si sono smarrite intere carovane di
viandanti e tutte le età dell'uomo, a malapena qualcuno potrà raggiungere il
massimo grado della perfezione allorché crederà di vedere l 'Eterno faccia a fac­
cia. Esausto, spossato, disumanizzato, egli giunge finalmente alla meta dei pro­
feti; e là contempla la divinità nello spazio infinito della propria anima - Dio
in sé e se stesso in Dio - egli crede di vedere. Illusione! Tutto è illusione, nul-
1 'altro che illusione! Egli ha intravvisto con i suoi occhi di talpa non la luce
eterna, il cui riflesso è lo spirito e la cui ombra è la materia, ma se stesso nel­
l 'eterno specchio del mondo che al sensibile, ritenutosi sovrasensibile, riflette
soltanto il sensibile. Credendo di avere annullato in sé il terreno e distrutto il
sensibile, egli ha spento la fiamma divina, per mettersi cieco e oscuro alla por­
ta del castello celeste dove svanirà come ombra al sole. Indietro, o voi profeti ,
schiavi dei sensi del mondo! Indietro dal santuario inviolato della divinità, che
vi resta eternamente proibito. Così vi grida nel suo divino enrusiasmo 'Anar,
il poeta dei sufi e il sufi dei poeti ,. (in Geschichte der shoner Redekunste Per­
siens, Wien 1818, p. 144).
39 L'espressione (araba) « Ana '1.-Haqq » ( l o sono Dio-Verità) forse non fu
neppure pronunciata da J:Iallaj, ma è significativo che sia stata da sempre as­
sociata al suo nome. J:Iallaj , intendono i mistici , voleva in realtà affermare con
queste parole l'unità dell'essere divino negando la propria individualità. Altri
invece hanno concluso che « non era lui quello che parlava », con ciò negan­
do che intendesse bestemmiare e favorendo in qualche modo la sua riabili­
tazione. L'accusa, che gli venne mossa, di essere un fautore della teoria estre­
mista del « l:mliil ,. ( incarnazione) pare ben fondata, se si scorrono versi come
questi: « Sia lode a Colui che manifestò la Sua umanità come intimo aspetto
(sirr) della gloria della Sua divinità scintillante; poi si manifestò al creato aper­
tamente in forma di uno che mangia e che beve fino a che lo poté percepire la
sua creatura, come sguardo di palpebra su palpebra ». A. Bausani commenta:
« Siamo in pieno in una terminologia cristiana, solo che il cristianesimo applica
tali termini solo a Cristo ,. (in Persia religiosa, cit., p. 259).
CONCLUSIONE

Ancora trascorsero non meno di centomila secoli, secoli


senza tempo, privi di un prima e di un dopo. Finalmente a que­
gli uccelli mortali fu concesso il sospirato annientamento.
Uscendo da se stessi e rientrando in Sé, ognuno di loro poté
assurgere all'« eternità dopo il nulla » .
Nessuno mai potrà pronunciare u n esauriente discorso, vec­
chio o nuovo che sia, sui misteri dell'annientamento e dell'eter­
nità. Poiché Egli è inaccessibile al nostro intelletto, del tutto
remota è ogni possibilità di descriverLo compiutamente. Co­
loro che sin qui ci hanno ascoltato esigono tuttavia una spie­
gazione, sia pure allegorica, del mistero dell'« eternità dopo
l'annientamento ». Ma ditemi, da che parte potrei cominciare,
dovrei forse scrivere un nuovo trattato? Soltanto colui che ne
è degno sarà fatto partecipe dei segreti dell'annientamento e
dell'eternità. Ma fin quando ragionerai in termini di esistenza
o inesistenza, come puoi sperare di raggiungere questa supre­
ma stazione? L'eternità ti sarà rivelata nell'istante stesso in
cui la tua mente supererà questi concetti, ma una simile meta
è davvero lontana: almeno comincia, o amico, a dolerti! Non
appena l'anima si mostrerà ai tuoi occhi come via inesplorata,
inizia senza esitare il tuo cammino e abbandona sulla via la
tua vita e innamorati perdutamente, se veramente aspiri a rag­
giungere questa remotissima stazione! In tal caso prevedo per
te un'azione senza fine: come potresti, o stolto, dormire? Os­
serva piuttosto l'inizio e il termine di questa via, affinché tu
sappia quali vantaggi ti sarà possibile ottenere.
Il seme fu nutrito con cure infinite sin quando fu in grado
di discernere e di agire, e allora fu reso cosciente dei segreti
che custodiva e dell'azione che era in procinto d'intraprende­
re. A quel punto fu lasciato morire e poi scomparve e dalle
altezze dell'onore precedente venne scagliato negli abissi del­
l'infamia. Fu poi trasformato nella polvere della via e più vol­
te annientato, e solo allora gli furono rivelati molteplici se­
greti. Venne infine innalzato al soglio dell'eternità e in lui
l'occhio dell'abiezione fu mutato nell'occhio della gloria.1
Ma tu realmente conosci il tesoro che possiedi? Calati in te
stesso e comincia a meditare. Come puoi sperare di venire
accolto dal Sovrano se il tuo spirito non si trasforma nel suo
stesso alito? Non ti sarà possibile contemplare l'eterna verità
se non annientandoti totalmente.
In prmc1p1o Egli ti abbandona sulla via coprendoti d'un
manto d'infamia, poi all'improvviso Si china per rialzarti e ti
colma di onori impensati. Annullati dunque se veramente de­
sideri che Egli ti doni una nuova vita. Come ti sarà dato co­
noscere la verà vita fin quando esisterai a te stesso? Come ot­
terrai la prova dell'eterna gloria se non osi annientarti nell'in­
famia?

Un re s'innamora del figlio del suo visir 2

Vi fu un re così grande da poter annoverare tra i suoi do­


mini l'intero mondo. Possedeva non meno di sette sconfina­
ti 3 reami e a lui persino Alessandro doveva obbedienza! Il
suo esercito si dispiegava da un capo all'altro della terra, la
sua infinita maestà si specchiava nelle due facce della luna, che
per lui chinava il suo volto sopra la terra.
Serviva quel re un eccellente visir, accorto e sagace nell'eser­
cizio del suo alto ufficio, che aveva un figlio nel cui aspetto
si mostrava tutta la bellezza del mondo. Nessuno aveva mai
veduto un simile prodigio, né alcuna bellezza terrena aveva
mai goduto di una fama pari alla sua, e poiché la sua ineffa­
bile grazia accendeva il cuore di chiunque, egli preferiva te­
nersi celato. E in verità se quella misteriosa luna fosse appar­
sa, avrebbe certamente suscitato un tumulto terribile, poiché
mai nel mondo s'era veduta creatura più adorabile! Il volto '
di quel fanciullo era come un sole perennemente splendente,
i suoi riccioli, del colore e dell'aroma del muschio più pregia­
to, proiettavano una vigile ombra sul suo volto; se l'acqua
di vita si fosse separata dalle sue labbra, sarebbe evaporata
all'istante. E al centro di quell'incantevole sole spiccava la
forma minuta della bocca, arcana fessura che seminava lo scom­
piglio tra i mortali, e al cui interno, avresti detto, s'erano
smarrite trenta candide stelle. Quando di sera gli astri del
cielo si rivelavano alla terra, come avrebbero potuto quelle
trenta stelle rimanere celate nell'oscurità del loro antro? Sul
guanciale di quell'eletto i riccioli cadevano riversi in segno
d'omaggio, e ogni loro voluta avrebbe potuto sconvolgere i
cento mondi dell'anima! I capelli avevano sulle sue gote uno
stuolo di emuli,5 sulla cui punta cresceva una messe di inau­
diti prodigi; le sue sopracciglia parevano archi che nessuno
avrebbe mai saputo tendere; il magico incanto dei narcisi dei
suoi occhi aveva mutato ogni ciglio in astuto maliardo 6 a cac­
cia di cuori; i preziosi rubini delle sue labbra erano la fonte
stessa dell'acqua di vita, dolci come zucchero, rigogliose co­
me giovani arbusti. E avresti detto che il verde dei suoi oc-
chi e il rosso delle sue labbra formassero, quale pappagallo
su fontana, una pittura di assoluta perfezione.7 Sarebbe pura
follia descrivere i suoi denti, gemme simili nel loro splendore
a stupende odalische. Le muschiate efelidi del suo volto erano
misteriosi puntini di fÌm,8 perenne delizia del passato e del
futuro. Ma non basterebbe neppure una vita per tentare un
ritratto delle sue inefiabili bellezze.
Il re ebbe a innamorarsi perdutamente di quel fanciullo,
precipitando rovinosamente dalle vette d'amore. Pur essen­
do sovrano di eccellenti virtù, la passione per quella luna pie­
na lo ridusse ben presto a luna nuova, e l'amava a tal punto
che perse cognizione della sua stessa esistenza. Separarsi da
lui gli era impossibile, e quindi rimaneva tenacemente al suo
fianco e finché la sera non poneva il sigillo alle sue lunghe
giornate, egli s'intratteneva in segreto colloquio con quel vol­
to di luna. Ma quando il cielo si era tutto oscurato, invano
quel re cercava sonno e riposo : �gli vegliava sul fanciullo ad­
dormentato tra le sue braccia, sino allo spuntare dell'alba.
Cosi il re, abbagliato da quella incantevole fiaccola, trascor­
reva interminabili notti come un insonne guardiano. Su quel
volto di luna egli non versava lacrime, ma copiosi torrenti di
sangue, e ora lo adornava con petali di rose, ora scuoteva la pol­
vere dalla sua chioma, ora riversava come nuvola una pioggia
di lacrime amorose sulle sue guance, ora libava alla sua squi­
sita bellezza.
Come avrebbe potuto quel fanciullo godere di un solo mo­
mento di pace? Egli temeva il suo sovrano, di cui si sentiva
prigioniero, ben sapendo che se avesse osato allontanarsi an­
che solo di un passo, egli non avrebbe esitato a tagliargli la
testa. Il padre e la madre non ardivano avanzare pretese sul
figlio, temendo la collera reale, ed erano ormai rassegnati al
distacco.
. Ma nei pressi della reggia viveva una fanciulla dal volto
luminoso come il sole, e quel giovane se n'era a tal punto in­
namorato che le fiamme del desiderio incessantemente lo di­
voravano. Una notte egli combinò un incontro con l'amata,
dolce quanto il suo volto, e cosi venne ad amoroso convegno
con lei all'insaputa del sovrano che dormiva in preda all'eb­
brezza. A mezzanotte in punto, il re balzò dal letto stringen­
do un pugnale, infrangendo i sogni più belli. Invano cercò il
ragazzo nell'alcova, e solo dopo lunghe ricerche lo sorprese
nel suo nascondiglio. Vedendo la fanciulla al fianco del suo
diletto in intimo e serrato colloquio, quel nobile re fu avvolto
dalle fiamme della gelosia. Sebbene ebbro di passione, era so­
vrano di magnifiche virtù, ma vedendo l'amato stretto alla fan­
ciulla pensò : « A un re quale io sono, questo folle osa pre-
ferire un'altra creatura. Quanto io volli disporre in suo favo­
re, nessun altro l'avrebbe concesso: quale dolce ricompensa
ne ho avuto! Costui aveva in mano la chiave di tesori infiniti,
tutti i nobili della terra gli dovevano rispetto, era partecipe
dei miei più intimi segreti, di ogni mio respiro! E proprio lui,
che era la mia ferita e il mio unguento, giace avvinto a una
miserabile nel buio della notte. Ma in quest'ora io lo priverò
del mondo! » .
Subito ordinò che i l ragazzo fosse saldamente legato e così
quel suo corpo d'argento venne trascinato nella polvere sot­
to una gragnola di colpi, divenendo ben presto di un colore
violaceo. Il sovrano comandò poi che fosse condotto al pati­
bolo e pubblicamente giustiziato, e cosl parlò: « Ordino che
sia completamente scuoiato e poi trascinato con la testa nella
polvere sino alla forca, affinché tutti comprendano che l'inti­
mo amico di un re non può pensare ad altri che a lui sino al­
l'ultimo respiro di vita » .
L e guardie condussero via quel ragazzo per appendere la
sua ebbra testa al laccio della forca. Nel frattempo il vìsir,
informato dell'accaduto, si lamentava tra i singhiozzi : « Figlio
mio, quale sventura ti ha colpito, cosa è mai accaduto, per­
ché il re ti è ostile a tal punto? » .
Dieci schiavi erano stati incaricati d i eseguire l a sentenza.
Il visir si recò da loro con il cuore in tumulto e, donando a
ciascuno una splendida gemma, disse: « Questa notte il re era
ebbro e mio figlio in realtà non ha commesso grave colpa, ed
è certo che il re sarà divorato da incontenibile rimorso quan­
do avrà riacquistato lucidità. A quel punto, siatene ben cer­
ti, egli sarà capace di far strage pur di punire coloro che
avranno eseguito la sentenza » .
M a gli schiavi risposero : « S e i l sovrano, recandosi nel
luogo del supplizio, non vedesse nessuno penzolare dalla for­
ca, spargerebbe senza dubbio il nostro sangue innocente, an­
zi appenderebbe noi stessi alla forca ! » .
Allora i l visir ordinò che dalle regali prigioni fosse prele­
vato un assassino, e scuoiato come una belva, e appeso al lac­
cio della forca : quando la polvere si mescolò al sangue delle
sue piaghe divenne fango rosato. Intanto il visir nascose il fi­
glio in una stanza segreta nell'attesa degli eventi.
Per tutto il giorno seguente il re, ormai sobrio, pianse av­
volto dalle fiamme della gelosia. Fece convocare quegli schia­
vi, così interrogandoli : « Che ne è stato di quel cane ro­
gnoso? » .
In coro risposero : « Lo legammo saldamente al patibolo nel
mezzo del palco, quindi lo scuoiammo e lo appendemmo alla
forca » .
Alla loro risposta il re si sentì rincuorato, e a ogni schiavo
donò un abito stupendo e concesse dignità particolare. Quin­
di così sentenziò : « Lasciatelo a lungo marcire sul patibolo,
affinché la sorte ignominiosa di quell'essere depravato sia di
esempio per tutti ».
Quando la notizia si sparse in città, universale fu il cordo­
glio: una folla immensa andò a visitare il luogo del suppli­
zio, e pur senza riconoscere la vittima tutti osservarono sgo­
menti la sua carne martoriata e la sua pelle esposta sotto il
palco e tutti, giovani e vecchi , versarono in silenzio amarissi­
me lacrime.
Per l'intero giorno si udì ovunque un unico corale lamen­
to, tanta era l'afflizione per quella luna improvvisamente
scomparsa, e l'intera città risuonò di grida e di sospiri .
Trascorsi pochi giorni privo dell'amato, il re ebbe a pen­
tirsi dei suoi atti e il furore si placò in lui, lasciando posto a
una passione incontenibile che rese il suo cuore di leone iner­
me come quello di una formica. Lui, che era felicemente vis­
suto con quell'impareggiabile Giuseppe,9 come avrebbe po­
tuto sopportare l'amaro veleno della separazione ? Non trovan­
do pace, egli scoppiò d'improvviso in un pianto irrefrenabi­
le. La sua anima ardeva nel dolore del distacco, impazien­
te e inquieta per il desiderio. Corroso dall'intimo rimorso,
con gli occhi iniettati di sangue e la faccia affondata nella pol­
vere, il sovrano indossò la tunica del lamento e si chiuse di­
sperato nella cella di se stesso, senza toccare né cibo né vino,
e abbandonando il sonno per il pianto. Quando scese la sera
egli uscì dal palazzo dopo aver ordinato che la piazza in cui
sorgeva il patibolo fosse liberata dalla folla, e raggiunse se­
gretamente la forca e lì ripercorse a una a una le tappe del
martirio del suo giovane amante. E via via che quelle atrocità
gli ritornavano alla mente, le urla più strazianti prorompeva­
no dalle radici stesse dei suoi capelli. Il re si lamentava in­
consolabile di fronte all'ucciso, mentre lacrime rosse di san­
gue scavavano solchi nel suo volto di luna. Egli cadde nella
polvere strappandosi la pelle dal dorso delle mani e per l'in­
tera notte rimase a vegliare la salma, simile a una mestissima
candela soffocata dal pianto e dalla pena. Quando prese a sof­
fiare la prima brezza del mattino, ritornò tristemente a palaz­
zo trascinandosi nella polvere, in preda all'angoscia più cupa .
Così trascorsero quaranta giorni e quaranta notti, e quel
nobile re diveniva sottile come un capello, vegliando consu­
mato dal dolore il cadavere che pendeva dalla forca. Nessuno
in quei quaranta giorni osò rivolgere la parola al sovrano che
non volle toccare né cibo né acqua. La quarantesima notte il
fanciullo gli apparve in sogno, con il suo bel volto di luna
naufragato in un mare di lacrime e le membra ricoperte da
un manto di sangue. I l re gli chiese: « O dolce anima mia,
perché sei insanguinato dai piedi ai capelli? ». Gli rispose
il fanciullo: « Sono ricoperto di sangue perché ebbi la sven­
tura d'incontrarti e di sperimentare la tua infedeltà. Tu mi fa­
cesti scuoiare sebbene fossi innocente; bella fedeltà davvero,
mio signore! Siffatte gentilezze usa l'amante con l'amato? Qua­
le infedele commise mai un simile misfatto? Di quale delitto
mi sarei macchiato per essere trascinato alla forca? lo ti giu­
ro che non ti guarderò più in faccia finché non avrò ottenuto,
nel giorno della resurrezione, piena giustizia dalla suprema
corte del Creatore per tutte le offese patite! » .
Il re, udendo l a risposta d i quel volto d i luna, balzò dal suo
giaciglio con la mente stravolta, in preda a incontenibile ango­
scia. La casa della follia gli spalancò le sue porte ed egli levò
un lugubre lamento: « O cuore, o dolce anima mia, io sono
ormai un essere inutile! Tanta è la mia vergogna che l'anima
e il cuore mi sanguinano. Oh, quanto patisti per mano mia,
tra quali terribili strazi ti uccisi! Chi mai distrusse il suo uni­
co gioiello, divenendo causa della propria rovina? In veri­
tà meriterei di annegare nel sangue del mio rimorso, io che ho
ucciso il mio unico amore ! Oh, considera infine la santità
del luogo in cui ti trovi, e non dimenticare, o fanciullo, la
nostra lunga amicizia! Per te mi cospargo la testa di polvere e
nella polvere mi trascino, o anima mia, da dove mai potrò
iniziare a cercarti ? Abbi pietà di un cuore stravolto! Se pati­
sti ingiustizia per mano del tuo amante infedele tu, che in­
fedele non fosti, astieniti da ogni vendetta! Vittima della mia
stoltezza sparsi il sangue delle tue splendide membra, ma fino
a quando, o fanciullo, succhierai il sangue della mia anima?
Commisi questo orribile delitto in preda all'ebbrezza: quale
follia ebbi a compiere! All'improvviso ti persi e ora come po­
trò sopravvivere privo di te? I l tuo re è pronto a riscattare
con il sacrificio della vita il tuo sangue innocente. lo, sappi­
lo, non temo la morte, ma solo il mio ignobile delitto. Se an­
che la mia anima implorasse in eterno il perdono, per una si­
mile colpa potrebbe forse sperare di ottenerlo? E allora ta­
gliami la gola con un fendente della tua spada e cosl libera­
mi dall'angoscia che mi divora! O Creatore, la mia anima è
arsa da infinito stupore, è totalmente avvolta dalle fianime del
rimorso, è schiacciata dalle pene della separazione, è arsa dal­
le vampe del desiderio. O Tu che sei il Giusto, prendila di
grazia con te, non potendo io più tollerarla! ».
Dopo aver proferito queste disperate parole egli tacque, e
in verità fu silenzio di follia. Finalmente giunse il messagge-
ro della divina grazia recando dopo lacrime infinite il sospi­
rato perdono.
Il visir segretamente aveva assistito al lamento del sovra­
no, e vedendo che le sue sofferenze avevano superato ogni li­
mite, decise di riportargli il proprio figlio. In gran segreto ri­
vestì il fanciullo con i suoi abiti più belli e lo condusse alla
presenza del re del mondo. D'un tratto, come luna che si mo­
stra tra le nubi, egli apparve da dietro una tenda, e avanzò
verso il suo re con la spada al fianco e, piangendo amarissime
lacrime, gli cadde dinnanzi in ginocchio. Il re del mondo nau­
fragò in quel volto di luna, e lo spettacolo di un re abbraccia­
to in ginocchio a un fanciullo in lacrime non è forse un pro­
digio inaudito? Di più non so dire : la perla degli abissi mi
sfugge.
Il sovrano dunque si liberò dalla pena della separazione e
i due amanti si appartarono felici nell'alcova.
Chi mai è a conoscenza dei loro segreti, non essendo am­
messo l'estraneo in quel dolce riparo? E se qualcuno vi di­
cesse di aver visto o udito, siate certi che mente poiché è cie­
co e sordo. E io stesso chi sono per poter aspirare a descri­
vere la loro unione? Se fossi in grado di farlo, sarei già libe­
ro da questo mondo! Non è compito, questo, che si addica a
un immaturo, meglio è dunque ch'io taccia non potendo por­
tare a compimento un simile disegno; a meno che i miei mae­
stri non siano di avviso diverso e vogliano aiutarmi nella mia
descrizione. In quell'inviolato recesso non è visibile neppu­
re la punta di un capello, e per questo mi vedo costretto a
tacere. Nulla si può ottenere in un solo istante, se non il si­
lenzio dell'affilata spada della lingua, e anche il giglio, seb­
bene si orni di cento e più petali, è amante del proprio silen­
zio. Qui dunque si chiude il mio discorso. Agite finalmente!
Quante volte devo incitarvi ? La pace sia con voi.

Sul significato del libro

O 'Agar, a ogni respiro tu donasti al mondo un canestro di


segreti, e per tuo merito profumano 10 gli orizzonti della ter­
ra, per te ardono gli amanti di questo mondo! Ora hai tratto
il sospiro dell'Amore universale, ora hai intonato il canto de­
gli amanti nell'alcova. La tua poesia fu linfa per gli infiam­
mati dalla verità, e per gli innamorati fu il perpetuo orna­
mento.
Ho posto il sigillo al Manfiq at-Tayr, così come la luce è il
sigillo del sole." Questi sono i primi passi sulla via dello stu­
pore, questo è il libro del tuo smarrimento. O tu, affronta nel
dolore la lettura di questi versi, e se veramente desideri en­
trare nella piana d'amore, cancella dalla tua mente il pensiero
dell'esistenza. Come potrai vedere anche solo la polvere di
una simile piana, ove tutto scompare, e la vita e il luogo, se
non vi entrerai nel dolore ? Se il tuo dolore saprai volgere al­
l'eternità, sii certo che ognuno dei tuoi passi ti avvicinerà
alla meta. Finché l'insoddisfazione non sarà divenuta il tuo
pane quotidiano, come puoi sperare di donare nuova vita al
tuo cuore ? Se hai bisogno di un efficace rimedio alle tue pene,
ricerca il dolore : non c'è rimedio migliore di questo!
O viandante, non considerare il mio libro come opera di
pura poesia o di logica : è solo in chiave di dolore che tu de­
vi leggerlo ! Se aspiri a conoscere uno soltanto degli infiniti do­
lori dell'uomo, ti scongiuro di credere alle mie parole ! La
ruota della fortuna spingerà innanzi colui che saprà leggere
il mio discorso alla luce del dolore.
O tu, supera la devozione e l'indifferenza, perché quanto ti
necessita è solamente il dolore di colui che si abbandona al­
l'azione. Ma il dolente non cerchi rimedio, perché chi lo de­
siderasse sarebbe perduto. Qui servono uomini insonni, affa­
mati e assetati, e che non tocchino né acqua né cibo ! Colui
al quale non è giunto il dolcissimo aroma di questo sermone,
non speri di scorgere neppure la polvere della via d'amore!
Coloro che hanno compreso le sue parole si sono trasforma­
ti in uomini d'azione, coloro che ne hanno colto i significati
profondi, hanno raggiunto l'autentica prosperità. I figli del­
l'illusione sono naufragati nella musica dei miei versi, ma i
figli della realtà hanno saputo penetrare nei miei segreti più
intimi. Coloro che di questa mia opera non colsero gli effluvi
segreti non potranno diventare autentici viandanti.
Il libro che vi porgo è fregio dei tempi, dono gentile per
nobili e vili. Se all'inizio sembrò simile a ghiaccio impenetra­
bile, alla fine si rivelò indomabile fuoco. La mia poesia pos­
siede una virtù straordinaria : i suoi doni si moltiplicano un
istante dopo l'altro, e se vorrai rileggerla più di una volta ti
riuscirà sempre più chiara. Questa sposa velata lascerà cade­
re i suoi veli a uno a uno, tra mille graziose moine.1 2 Non na­
scerà più un altro folle che osi affrontare questi stessi argo­
menti. Io ho seminato le perle del mare della verità, ma ora
devo apporre il sigillo al mio lungo racconto.
Troppe lodi ho rivolto a me stesso, molti non vorranno ap­
provarmi, ma alla fine sarà riconosciuto il mio merito giac­
ché la mia luna non può restare celata in eterno.
Forse ho parlato per enigmi , ma quest'ultimo sermone, ne
sono certo, farà piena luce. Io sarò cancellato, ma le perle
che sparsi sopra le vostre chiome resteranno sino al giorno del
giudizio, e fino a quell'alba estrema io sarò ricordato dalle
lingue di tutti: questo in verità può bastarmi! Se anche i no­
ve cieli rovinassero l'uno sull'altro, della mia memoria non
andrebbe perduto neppure un frammento.
Se qualcuno in virtù del mio libro riuscirà a scoprire la
via e a lacerare il velo che gli impedisce la vista, raggiungendo
infine la pace, mi ricordi almeno una volta nella preghiera!
Oh, quante rose colsi da questo giardino per spargerle sopra
di voi! Di grazia, amici, non dimenticatemi ! Ognuno a suo
modo fa mostra di sé per un poco e ben presto si separa dal
mondo. A somiglianza dei miei maestri ho mostrato l'uccello
dell'anima a coloro che dormono. E se anche per un'intera esi­
stenza sei stato immerso nel sonno, alle mie parole possa
il tuo cuore ridestarsi e carpire i segreti dell'anima! lo so per
certo che la mia azione un giorno maturerà, che la pena del
mio cuore avrà fine. Oh, quanto a lungo io arsi simile a fiam­
ma per accendere la vana lanterna del mondo! I l mio cervello
fuma come una lampada: ma fino a quando la fiaccola 13 del­
l' eterno irradierà la sua luce se già ora il mio fumo la soffo­
ca? Non toccai cibo, non ebbi riposo, gli umori del corpo mi
abbandonarono evaporando per il fuoco del cuore.
Un giorno io dissi al mio cuore: « Oh, quanto parli! Taci,
piuttosto, e dedicati alla ricerca dei segreti! ». Al che lui ri­
spose : « lo naufragai in un mare di fuoco: non biasimarmi!
Se non parlassi, arderei senza tregua. Le acque della mia ani­
ma ribollono: come posso tacere? Sebbene con nessuno me
ne vanti, solo di questa pena mi curo! » .
Eppure ancora non sono un uomo d'azione, sebbene non
ignori il dolore : quante volte lo devo ripetere?
Tutto quanto ho scritto è puro esercizio di vanità, giacché
per gli autentici uomini agire significa liberarsi da se stessi.
Ma al cuore che si pasce di illusioni cosa mai potrà restare
quando l'eco del mio sermone si sarà spenta? Infinite volte
voi dovrete scrollarvi la vita di dosso e implorare perdono per
la vanità dei vostri atti. Quando mai avrà fine la tempesta nel
mare dell'anima? Lasciate questa vita e tacete!

Il discorso di un sapiente in punto di morte

Un sapiente in punto di morte ebbe a dire: « Se avessi ca­


pito . prima quanto sia più prezioso ascoltare che parlare, non
avrei certamente sprecato la mia vita in vani discorsi. Se anche
una frase valesse oro, a non dirla avrebbe senza dubbio mag­
giore valore. Gli uomini autentici devono agire, mentre io
mi sono perduto in sterili vaniloqui. Questa, in verità, è la
causa del mio intimo travaglio » .
Se t u sapessi dolerti sinceramente, così come sono i n gra­
do di fare gli eletti, quanto ora ti dico sarebbe per te asso­
luta certezza. Ma essendo il tuo cuore straniero alla conoscen­
za, le verità che io rivelo suonano al tuo orecchio come favole
amene. E allora vattene, e dormi pure, o ribelle, il sonno del­
la presunzione ! Ascoltando il mio canto oziavi beatamente, e
quanto più affascinante era la mia narrazione, tanto più dolce­
mente il sonno ti vinse ! E allora ti dico : riposa beatamente!
Oh, quant'olio spargemmo sulla sabbia, di quante perle ag­
ghindammo il porco, con quale cura apparecchiammo questa
mensa e con quanta fame tuttavia ci levammo! Io rivolsi al­
la carne ammonimenti infiniti, ma non ottenni da lei la sia pur
minima obbedienza ; le porsi innumerevoli medicine, ma non
volle guarire. Poiché nulla di buono può venire dalla vanità,
mi spogliai di me stesso e mi feci da parte. Se anche tu aspiri
a conoscere il rapimento divino, cercalo presso i santi mae­
stri : da solo non puoi progredire! La carne, sappilo, non fa
che ingrassare : e non è prevedibile che la sua condizione
migliori. Nessuna esortazione riuscì a modificare questo suo
stato, a nulla giovarono i miei ammonimenti. Rifiuterà sem­
pre ogni consiglio finché non sarò morto tra infiniti tormenti.
Mio Signore, preservami Tu dai suoi assalti furiosi !

Sentenza di Aristotele su Alessandro

Venendo a sapere che Alessandro aveva reso l'anima lungo


la via della fede, Aristotele ebbe a dire: « O principe della
fede, finché fosti vivo elargisti consigli a chiunque, mentre
oggi, da morto, sei tu stesso una lezione per tutti ! » .
O cuore, chiedi umilmente consiglio, giacché d a tempo sei
travolto nei vortici del mondo. E tu dona al tuo cuore una nuo­
va vita, perché la morte già incombe sul tuo capo.
Ho voluto illustrarvi la lingua e i discorsi degli uccelli :
cerca di comprenderli, o ignaro! Gli uccelli sono autentici
amanti , giacché assai prima della morte vollero fuggire dalla
gabbia del mondo. Ho descritto ognuno di loro in modo di­
verso perché ogni uccello parla un diverso linguaggio. Qual­
cuno, si dice, preparò a Simurgh un magico filtro che gli per­
mise di comprendere tutte le lingue degli uccelli.
Ma quando mai potrai conquistare la beatitudine interiore
coltivando la vile scienza dei Greci ? Solo rinnegando!a ti sarà
possibile conoscere la scienza divina. Chiunque sulla via del­
l'amore oserà pronunciare il nome di quella detestabile scien-
za, non sarà annoverato nel registro della fede tra i sapienti
d'amore. Qui la « e » di empietà è invero preferibile alla
« f » di filosofia, e non appena questa sublime empietà si sarà
rivelata ai tuoi occhi, ti sarà possibile liberarti dall'altra em­
pietà. Sappi che quando la greca arte della polemica si apre
un sia pur minimo varco, riesce a far breccia persino nella
mente degli uomini più accorti. Se infiammerai il tuo cuore
per quella detestabile scienza, quando mai uscirai dai mean­
dri delle sue distinzioni sottili? Ma la fiaccola della fede deve
incenerire la scienza dei Greci, altrimenti non cesserà di trar­
ne alimento. O uomo, scegli la scienza di Medina e spargi
sulla Grecia la polvere dell'oblio!
Fino a quando, o 'AHiir, continuerai ad argomentare? Tu
non sei all'altezza di questa azione straordinaria ! Sfuggi agli
affanni dell'esistenza, trasformati in granello di polvere nel
regno del nulla! E se devi tollerare l'oppressione di un me­
schino, consolati pensando che inevitabilmente si annienta la
corona sulla testa di qualsiasi tiranno. Tu dunque annienta
te stesso, affinché gli uccelli della via ti indichino il sentiero
che conduce alla meta.
Oh, siano le mie parole una guida per tutti, possa il mio
sermone ammaestrare il tuo spirito! Se paragonato agli uccel­
li della via, io sono un miserabile non essere e tuttavia mi
vanto di averli cantati. Ma questo non mi appaga: possa il
vento recarmi anche solo un granello di polvere di quella
santa e remota carovana! Da coloro che felici partirono mi
giunga almeno un messaggio di dolore!

Un vecchio interroga un sufi

Un vecchio chiese a un sufi: « Perché mai parli solo degli


uomini di Dio? ».
Colui rispose : « Piace alle donne star sempre ad ascoltare
quanto si dice dei veri uomini! ». 14
Pur non essendo io uno di quegli eletti, ho avuto il privi­
legio di cantare le loro gesta. Dal profondo dell'anima vi ho
narrato la mia storia e per questo il mio cuore esulta. Se
dello zucchero non mi è dato conoscere che il nome, non è
questo preferibile al veleno sulla lingua?
Questo libro è totale follia, la ragione è del tutto estranea
al procedere della mia orazione. lo, o meraviglia, non ave­
vo neppure coscienza di cosa andavo dicendo! Fino a quan­
do andrò in cerca di quello che non è ancora perduto? Nella
mia infinita stoltezza abbandonai la fortuna che possedevo in
me stesso, e recitai la pessima lezione degli inattivi. Se un gior-
no mi sarà detto : « O tu, che smarristi la via, chiedi perdo­
no delle tue colpe! », come potrò implorare il perdono di
un'intera esistenza di errori ? Se veramente avessi agito lungo
la via, come avrei potuto dedicarmi all'arte dei poeti? Se fos­
si un viandante, io credo che la « p » di poesia diverrebbe ai
miei occhi la « p » di perdizione. Perdonatemi, o amici, se
troppo a lungo ho magnificato i miei versi : poetare è il sotti­
le pretesto dell'inconcludente, e contemplare se stessi è indi­
zio di somma ignoranza. Ma io non vidi un solo mortale gode­
re delle gioie dell'intimità, e forse fu per questo che presi a
poetare.
Se tu già possiedi i segreti, non devi cessare di cercare ;
scrollati la vita di dosso e continua nella tua pur dolorosa ri­
cerca, sappi piangere lacrime rosse di sangue, se necessario!
Io ho versato torrenti di lacrime e di sangue, e così facen­
do ho lasciato che anche le mie parole liberamente fluissero.
Se tu vorrai accostare le narici al profondo mare della mia
anima, coglierai gli amari effluvi del sangue in ogni mia paro­
la. Ma chiunque ebbe a soffrire il veleno dell'eresia, troverà
nel mio sermone un antidoto sicuro. E però sappiate che
'AHiir, il donatore di antidoti, ha un cuore che avvampa co­
me quello di un donatore di essenze. Ahimè, io sono assedia­
to da un volgo squallido e stolto, e per questo non smetto
un solo istante di rodermi il fegato. Quando spezzo una for­
ma di pan secco, io uso inzupparla nelle lacrime dei miei oc­
chi, e dopo averla indorata sulle fiamme del mio cuore arden­
te, a volte la divido con Gabriele. Ebbene, come potrei invi­
tare un indegno qualsiasi se l'arcangelo è mio commensale?
Io non voglio il pane di un meschino: questo di cui mi cibo,
col suo amaro contorno, pienamente mi appaga! La dolce mu­
sica del cuore ha vivificato la mia anima, la verità è divenuta
il mio indistruttibile tesoro. Quando mai potrà accettare i fa­
vori di un vile colui che dispone di un simile bene? Dio rin­
graziando, non ho affatto bisogno di legarmi al carro di nes­
suno ! Il mio cuore non sopporta i lacci e non chiamerò mai
« mio signore » un indegno ! Non ho mai mangiato il cibo di
un oppressore, e neppure, come altri hanno fatto, mi sono
mai celato dietro pseudonimi. La mia nobile ambizione è
ovunque riconosciuta e il mio corpo si nutre del vigore del
mio spirito. I santi maestri mi hanno onorato, ma ancora per
quanto potrò sopportare l'altrui presunzione? Da quando mi
sono sottratto agli intrighi mondani, pur tra mille sventure io
sono felice, finalmente libero dalla turba degli infidi che ora
esaltano il mio nome� ora lo infangano. Io sono a tal punto
posseduto dalla mia sofferenza interiore che ho ritratto lo
sguardo da quanto mi circonda. L'anima è uscita dalla mia
anima, il corpo ha lasciato il mio corpo : null'altro mi viene
concesso se non perpetuo dolore!

Le ultime parole di un veggente

Un veggente in punto di morte ebbe a dire : « Non posse­


dendo il viatico per affrontare l'estremo viaggio, ho voluto
mescolare il sudore della mia vergogna con un pugno di cre­
ta e da un simile impasto ho ricavato un mattone, poi ho riem­
pito un calice con le mie lacrime e mi sono preparato uno
straccio per sudario. O amici, non appena sarò morto, voglia­
te detergere il mio corpo con quelle lacrime e deporre quel
mattone sotto il mio capo e, quanto al sudario, sappiate che
è impregnato con le lacrime dei miei occhi. Ahimè, ho final­
mente concluso il mio viaggio terreno! E dopo avere avvolto
il mio corpo nel sudario, vogliate darmi immediata sepoltura.
Ebbene, dal compimento delle mie esequie sino al giorno del
giudizio pioverà sulle mie ceneri la fitta pioggia del mio rim­
pianto. E sapete perché? La zanzara lotta disperata con la fu­
ria del vento, e l 'ombra cerca annaspando l 'unione con il so­
le senza mai conquistarla: ecco l'origine del mio assurdo tra­
vaglio! » .
Benché tutto questo sia manifestamente assurdo, l'uomo
della via non può pensare che per assurdo. Chiunque si sia
cimentato in questa forma di pensiero, poteva forse ragiona­
re con maggiore efficacia? 15
Un istante dopo l'altro si accresce la mia pena: come potrò
mai liberarmene? Nessuno visse più di me in solitudine e pri­
vo di ogni cosa per naufragare in questo mare con le labbra
riarse ! E ora non ho amici né confidenti, nessuno che voglia
dividere con me il mio intimo dolore. L'ambizione mi vieta
di insuperbire per l'altrui lode, la tenebra m'impedisce di
contemplare le intimità del mio spirito. Io non possiedo il
mio cuore né quello di altri, ignoro se la mia mente sia san­
ta o malvagia. Sino a me non giungono gli aromi della men­
sa del Sovrano, e neppure i severi rimproveri del guardiano
di corte. Non posso tollerare questa immensa solitudine, ma
nel segreto del mio cuore non mi sono separato una sola vol­
ta dal mondo. Io vivo in una condizione di interiore disordi­
ne, non dissimile da quella che un santo maestro volle descri­
vere nel modo che segue.
La confessione di un sant'uomo

Un sant'uomo fece questa straordinaria confessione: « Da


almeno trent'anni io vivo incessantemente al di fuori di me
stesso, sempre sentendomi come Ismaele nel terribile istante
in cui il padre alzò la scure sopra la sua testa.16 Nessuno può
immaginare come si consumi la mia vita in questa prigione di
sofferenze perpetue: ora il mio cuore arde nell'attesa, simile
a una triste candela, ora i miei occhi piangono come una nu­
vola di nuova primavera. Tu intravvedi il dolce bagliore del­
la candela, ma non ne scorgi la tremula fiamma. Colui che
esteriormente mi osserva non può scoprire la via che conduce
ai più intimi segreti del mio cuore. Nel ricurvo bastone del
mio corpo io più non distinguo, come nella sfera, un punto
da un altro: non la testa dai piedi né i piedi dalla testa! Dalle
esperienze della vita non ho tratto alcun profitto, discorsi o
azioni non mi hanno arrecato giovamento. Ahimè, da nessuno
ricevo conforto ! La mia vana esistenza si è consumata nella
totale inazione. Quando potei non seppi, e quando seppi non
potei: perché dunque lamentarsi? lo mi consumo in uno sta­
to di incurabile impotenza, e non conosco altro rimedio che
non sia il dolore ».

Shibli compare in sogno a un asceta

Shibli aveva abbandonato per sempre le rovine dell'esisten­


za terrena e qualche tempo dopo la morte comparve in sogno
a un asceta, che cosi lo interrogò: « O eletto, quale sorte il
Signore ha voluto riservarti? ». ·
Shibli gli rispose: « Ardua e sofferta fu la mia azione! Ma
Egli, vedendomi in guerra con me stesso, sebbene fossi ri­
dotto a disperata impotenza, volle testimoniarmi la sua mise­
ricordia concedendomi un magnanimo perdono ».
O Creatore, io sono un viandante incurabile! Come misera
formica precipitai nelle profondità del tuo pozzo, e da tem­
po ignoro a quale gente io appartenga, cosa sia, chi sia e don­
de sia venuto. Ma senza alcun dubbio io sono solo, e anna­
spo nella più triste impotenza, ormai privo di cibo, di pace e
di cuore. Ho consumato l'intera esistenza nello spasimo, sen­
za ottenere alcun risultato. Tutto quanto ho intrapreso si è
risolto a mio danno e ora la mia anima indugia sulle mie
labbra per prendere congedo dal mondo. La fede mi ha abban­
donato, ma il mondo è lontano dai miei occhi ; e se l'illusio­
ne si è dileguata, la realtà però ancora mi sfugge. Persino
ignoro se io sia un fedele o un infedele, e cosa mi attenda fin-
eh� resto cosl sospeso. Errante e sfinito come sono, che potrò
fare di diverso? Sono al termine di un vicolo cieco, e il mio
volto schiacciato contro un muro è divenuto un'ombra sfug­
gente. Ti supplico, apri a questo sventurato la tua porta, mo­
stra la via a questa tua creatura smarrita! Il tuo servo è pri­
vo del viatico necessario, tra lacrime e sospiri non trova un
istante di requie. Tu puoi incenerire le mie colpe con i ro­
venti sospiri della mia anima, Tu puoi mondare il nerissimo
libro dei miei peccati con le lacrime dei miei occhi! A colui
che ha sparso torrenti di amorose lacrime, annuncia final­
mente: « Vieni! •, essendo divenuto degno di abitare la tua
casa. Ma allontana l'uomo dai cui occhi non piovvero mai la­
crime arrossate dal sangue, non avendo costui nulla da spar­
tire con noi.

Un maestro interroga gli angeli

Un maestro camminava lungo una strada quando incontrò


un drappello di spiriti celesti intenti a disputarsi una inusua­
le moneta. Pieno di stupore egli chiese a costoro: « Di grazia,
ditemi cos'è mai quella moneta! • ·
Uno degli angeli cosl rispose: « Un dolente, passando da
queste parti, trasse un sospiro dal profondo del suo cuore in­
contaminato e lasciò cadere una lacrima infuocata sulla pol­
vere della strada. Ora noi ci contendiamo la sua lacrima in­
fuocata e il gelido sospiro di dolore che l'accompagnava! » .
Mio Signore, i o posseggo gran copia di lacrime e sospiri!
Se tutto ho perduto, mi resti almeno questo lugubre viatico!
E poiché alla tua corte lacrime e sospiri hanno valore di mo­
neta sonante, il tuo servo si presenterà con un grande tesoro.
Lava con i miei sospiri il lurido piatto della mia anima e pu­
rifica con le mie lacrime le pagine nere del libro delle mie
azioni. lo rimasi imprigionato nel fondo di un buio pozzo,
con i piedi stretti in pesanti ceppi. Chi mai, se non Tu, potrà
aiutarmi a uscirne? Il carcere del mio corpo è contaminato e
ho il cuore orrendamente straziato. Se osai incamminarmi co­
me impuro sulla tua via, Tu non negarmi il perdono: ero ap­
pena sfuggito, sappilo, alla prigionia di un pozzo!

Shaykh Mahna e un ebbro

Abii Sa'id Mahna stava pregando un giorno nel suo conven­


to circondato dai discepoli. All'improvviso entrò un ubriaco
che cominciò a dare in escandescenze e a gridare sconcezze,
in preda a folle agitazione. Lo shaykh gli si avvicinò e osser­
vandolo con infinita compassione gli disse: « O ubriaco, fai
meno strepito! Perché ti lamenti ? Suvvia, dammi la tua ma­
no e alzati! » .
Quegli rispose : « Iddio, l'Altissimo, ti sia propizio! Ma
sappi, o shaykh, che non è del tuo aiuto che ho bisogno. Strin­
giti la testa tra le mani e vattene da uomo per la tua strada!
Lascia invece la mia povera testa sola con Lui. Se accettassi
l'aiuto di chiunque altro, ne avrei soltanto il fastidio che può
arrecare una formica sul capo di un principe. Aiutarmi non ti
compete, e quindi !asciami in pace ! Io non sono uno dei tuoi
discepoli ! » .
L o shaykh, al grido d i dolore d i quell'ebbro, cadde i n gi­
nocchio, e osservando le infinite lacrime che solcavano quel
volto più giallo dell'oro, arrossì per la vergogna esclamando:
« Tu e nessun altro porgimi il tuo aiuto in ogni circostanza!
E se sono caduto, risollevami Tu! » .

La speranza d i u n asceta

Un sant'uomo un giorno ebbe a dire : « Se domani il Glo­


rioso, scendendo sulla pianura del giudizio universale, mi chie­
desse cosa Gli reco in dono dal mio lungo viaggio, io Gli ri­
sponderei : " Mio Dio, che mai potrei portare dalla buia pri­
gione in cui languivo? Travolto da infinite sventure, io sono
appena uscito da un carcere, immerso in uno stato di profon­
do stupore. Qui sono giunto stringendo polvere tra le mani,
e ora io stesso mi sento un granello di polvere sulla soglia del
tuo palazzo. Essendo ormai un tuo schiavo, questa sola spe­
ranza io nutro : che Tu non mi venda a nessuno, bensì che
Tu mi rivesta di un abito di gloria. Mondami da ogni impuri­
tà e concedimi di morire come un vero credente. Quando ve­
drai il mio corpo discendere nella fossa, dimentica, Te ne sup­
plico, quanto nel bene o nel male io operai. Poiché Ti fu le­
cito crearmi senza ragione, si conviene che similmente Tu mi
conceda il perdono " » .

Ni�am al·Mulk in punto d i morte

Ormai morente, Ni�iim al-Mulk 17 volle così pregare: « Mio


Signore, sto per volare sulle ali del vento. In verità io accol­
si come amico chiunque pronunciò in mia presenza le tue lo­
di. Poiché fui per l'intera esistenza teso ad accoglierTi, in
nessuna circostanza avrei potuto farTi oggetto di vendita. Ma
f ora che sto per esalare l'estremo respiro, io Ti supplico : sii
Tu ad accogliermi! Tu sei l'eterno Amico di chi è privo di
amici, non negarmi il tuo soccorso ! » .
Mio Dio, i n quel terribile momento donami i l tuo aiuto
prezioso! lo non avrò altri che Te al mio letto di morte.
Quando i miei santi amici dovranno con gli occhi pieni di la­
crime dimenticare persino le mie ceneri, Tu mi porgerai la
tua ferma mano, affinché io possa rifugiarmi sotto il tuo man­
to di gloria.

Salomone interroga una formica 18

Salomone, esempio universale di perfezione inimitabile, in


un momento di sconforto volle interrogare una storpia for­
mica, e le chiese: « Dimmi, o creatura ben più tormentata
di me, quale fango meglio s'impasta con le lacrime del do­
lore? » .
Essa rispose: « I l fango del coperchio di un'angusta tom­
ba! Non appena l'ultimo mattone avrà chiuso per sempre il
tuo sepolcro, ogni speranza sarà definitivamente spezzata » .
O essenza inviolata, quando vedrò i l coperchio della tomba
abbassarsi sopra il mio volto dopo aver perduto ogni residua
speranza nelle creature terrestri, Tu non distogliere da �e il
tuo sguardo luminoso! Quando volgerò il mio sguardo smar­
rito all'apertura della fossa, Tu non coprire il mio volto.
Questa sola speranza io nutro, o mio Dio, che Tu non voglia
coprire i miei miserabili occhi, vedendomi già sepolto sotto
un fascio di colpe! O Creatore, sii magnanimo, spargi l'oblio
sulle mie colpe e dimenticale!

Shaykh Mahna e l'inserviente del bagno

Abii 'Ali Mahna si recò un giorno al pubblico bagno e qui


fu affidato alle cure di un inserviente inesperto. Costui deter­
se la pelle del maestro e raccolse poi la sporcizia dinnanzi ai
suoi occhi, e infine gli chiese : « Dimmi, o anima incantami­
nata, cos'è mai in questo mondo la magnanimità? » .
L o shaykh gli rispose: « È nascondere l a sporcizia degli al­
tri, non esporla agli sguardi di tutti » .
Udendo l a risposta, l'inserviente cadde ai suoi piedi e ri­
conobbe umilmente la propria stoltezza, ottenendo il perdo­
no dello shaykh.
O Creatore, o Tu che sei l'Onnipotente, il Benefattore, il
Signore, il conforto e il difensore degli uomini ! La magnani-
mità delle creature è misera goccia nell'oceano sconfinato del­
la tua grazia. Tu sei in verità il nostro eterno Inserviente giac­
ché non conosci l'illusoria magnanimità dei mortali. Non con­
siderare i nostri inganni infiniti, la nostra illimitata protervia,
non mostrare a tutti la nostra immensa lordura!

Shibli visita Junayd

Shibl:i, quand'era ancor giovane, si recò a visitare Junayd e


così gli parlò : « Io vivo da tempo in una buia prigione e
ovunque ho udito che tu possiedi la luminosa gemma della co­
noscenza. Ti prego di donarmela, o perlomeno di offrirmela
in vendita, affinché possa divenire pienamente consapevole » .
Junayd gli rispose : « Se i o volessi vendetti questa inesti­
mabile gemma, ti condannerei alle più atroci sofferenze giac­
ché essa non ha prezzo. Se invece te la donassi, tu non sapresti
apprezzarne il reale valore e diverresti un egoista inguaribile.
Piuttosto ti consiglio di imitarmi nel camminare con la testa/9
e di immergerti senza indugio nel mare dell'ascesi. Dopo lun­
ga e paziente attesa nelle sue limpide acque, potrai finalmente
scoprire la gemma che cerchi » .

NOTE

I Cfr. Corano xcv, 4-6.


2 Un'analisi approfondita di questa parabola di chiusura è stata fatta da
W. Lentz (nel saggio citato nella nota bibliografica) secondo lo schema se­
guente: l) Iniziale unione con Dio, rappresentata dalla relazione re-figlio del
visir; 2) separazione o estraniamento causato dalla tentazione mondana (la fan­
ciulla); 3) ri-unione favorita dall'intervento della guida spirituale (il visir)
dopo la quarantena del rimorso. Lo schema è confrontato con la storia-cornice
del poema che inizia in corrispondenza con la fase 2), e mostra le equivalenze:
Re-Simurgh, Visir-Upupa/Ciambellano, uccelli-figlio del visir, mentre la fan­
ciulla impersona i vari ostacoli che gli uccelli incontrano nella loro ricerca. Il
momento-chiave del racconto è costituito dai quaranta giorni in cui il re è
preda del rimorso per aver ordinato la morte dell'amante infedele. Questo
« transfert » del rimorso dal figlio del visir (il vero colpevole) al re (cioè a
Dio) fa concludere al Lentz per l'assoluta identità tra Dio e il sé individuale
e per l 'identificazione delle crudeltà del re con le norme fornite dal Sé su­
periore .
3 Cfr. Corano LXV, 12.
4 Al valore simbolico della descrizione del volto si farà cenno nella Post­
fazione. Un'esposizione completa, canonica, di detto simbolismo sarà com­
piuta da Shabistari (morto nel 1320) nel Gulsbiin-i riiz (Il giardino del Miste­
ro), vero e proprio trattato sull'essenza del sufismo in forma dialogica.
5 Vale a dire i peli della barba.
6 Nella poesia tradizionale l'occhio dell'amato è spesso un occhio « magi­
co » che ha il potere di operare una trasformazione in ciò che vede (e in parti­
colare negli amant i), idea che ha il suo sostrato nella teoria di Galeno, assor­
bita dalla medicina araba medievale, dello « sguardo attivo » .
7 Altro gioco cromatico di immagini: il verde richiama l'idea d i acerbi­
tà, il rosso il fuoco amoroso. Entrambi sono presenti nel manto del pappagal­
lo che l'iconografia persiana presenta spesso sopra una fontana.
1 Nome persiano della lettera « g ,. (palatale) la cui grafia presenta un pun·
tino in posizione bassa, qui associato al punto-efelide del volto dell'amato. �
un'altra metafora dell'unità divina.
9 Nel Corano, come nel testo biblico, rinomato per la sua bellezza; nella
poesia tradizionale ne è la personificazione.
IO Gioco di parole tra 'atr (profumo) e « 'Attir ,., il cui significato è « pro­
fumiere ,. (profumiere, o meglio speziale, era il padre di 'Anir).
Il Ancora un gioco di immagini: al poema è stato apposto un sigillo (cioè
è terminato) il cui splendore è paragonabile alla luce, sigillo del sole (si ha cosl
l'accostamento poema-sole). Il sigillo poi ritnanda al motivo « sigillo di Salo­
mone ,., di cui erano rinOtnati i poteri straordinari, quindi si ha indirettamen·
te un'allusione alle virtù miracolose del messaggio del poeta.
12 L'imtnagine della verità-sposa che si toglie i veli a uno a uno suggerisce
l'idea di un sapere iniziatico, di diversi gradi o livelli di conoscenza, e costi·
tuisce un motivo a foni venature gnostiche, già presente peraltro in Sani'i.
13 Cioè: il cuore, cui è contrapposta la fiamma della lampada del mondo.
Forse è da vedervi anche una reminiscenza coranica (xxxv, 35).
14 Le donne qui sono i non-iniziati e gli uomini i mistici. Al simbolismo
del tetna maschile-femminile in 'Anir si accennerà nella Postfazione.
15 La logica dell'assurdo, del paradosso, è appunto la tipica /orma mentis
del mistico, chiamato a trascendere le distinzioni della ragione, ad abolire il
principio di non-contraddizione come farà Riimi proclamando: « L'uomo di
Dio è oltre fede e non-fede. l L'Uomo di Dio è oltre il bene ed il male ,.
(op. cit., p. 53).
16 Vedi nota 40 all'Invocazione.
17 Visir di Milikshih, fu l'organizzatore dell'impero selgiuchide. Distinto·
si nella repressione della setta segreta degli « assassini ,. (estremisti ismailiti
che operavano dalla rocca-fonezza di Alamiit, a sud del Caspio) fu da costoro
assasis nato nel 1092. Nelle lettere persiane è noto soprattutto per il suo Siyii·
sat-niima (Il libro della politica) , forse il più noto trattato sull'arte politica
del mondo islamico.
18 Cfr. Corano, sura XXVII, ove è narrato l'episodio dell'incontro di Salo­
mone con le formiche.
19 L'imtnagine visualizza quel capovolgimento psicologico, che è anche rove­
sciamento dei valori umani, tipico di ogni mistica esperienza. Il tema, con le
sue nwnerose varianti (essere trascinati a testa in giù, essere sotto-sopra nel sen·
so di sconvolti, o messi a mone con la testa all'in giù) sotto il comune denomi·
natore della « visione rovesciata ,. del mondo che da tale posizione deriva, è
forse collegabile al mito gnostico dell'« Adamo capovolto ,., il primo uomo che
con il crollo antologico cade sulla tena a capofitto e perciò vede, e organizza,
ogni cosa all'incontrario. « Camminare con la testa ,. dunque, costituisce para­
dossalmente un « raddrizzamento ,. della posizione archetipica dell'uomo sopra
la terra e, insieme, un preciso invito a « rovesciare ,. ogni immagine del mondo,
all'eversione sistematica di ogni ideologia cosl come, in un testo gnostico-cristiano,
proclama Filippo, tnentre sta crocefisso a testa in giù: « .. . ora adempio questo
precetto, poiché il Signore mi ha detto: • Se non farete che ciò che è al di sotto
divenga superiore, e che la sinistra divenga destra (e la destra sinistra), non en·
trerete nel mio Regno!". Siate con me in ciò: perché tutto l'universo è volto nel
senso contrario, e cosl ogni anima che è in esso ,. (dagli Atti di Filippo, citato
in A. Di Nola, Gesù segreto, Roma 1980, p. 47).
AVVERTENZA

Per la pronuncia dei termini persiani, si osservino le seguenti equivalen­


ze: a = « o » italiana molto aperta, piuttosto nasalizzata; c = « c » it. di
« cera »; j= « g » it. di « gelo »; g
= « g » it. di « gola » ; gh
= « r » fr. di
« gros »; kh = « eh » ted. di « Buch »; sh = « se » it. di « scena »;
z = « s » sonora it. di « rosa »; th e dh, presenti solo in vocaboli di ori­
gine araba, si pronuncino rispettivamente « s » sorda it. di « sera » e « s »
sonora it. di « rosa ». Il segno ' (apostrofo) all'inizio o nel corpo della
parola, corrispondente in arabo a una occlusione glottidale, è pressoché
irrilevante nella pronuncia persiana. L'accento tonico cade di norma sul­
l'ultima sillaba.
Espressioni tra virgolette, non riferibili al discorso diretto, sono in
arabo nel testo originale.

RINGRAZIAMENTO

Desidero manifestare la mia riconoscenza al Prof. Gianroberto Scar­


cia e al Prof. Riccardo Zipoli dell'Università di Venezia, per la cortese
disponibilità dimostrata nella revisione di alcune parti della traduzione.
POSTFAZIONE
DI CARLO SACCONE

'A'!"!"ÀR E IL SUO TEMPO

Ben poco sappiamo della vita di Farid ad-din 'Attiir, neppure la da­
ta precisa della sua nascita, avvenuta a Nishàpiir, nell'Iran nord-occi­
dentale, tra la seconda e la quarta decade del secolo xn_ l La leggenda
in compenso si è impadronita di alcuni momenti decisivi della sua esi­
stenza come, ad esempio, l'improvvisa conversione alla vita contem­
plativa.
Un derviscio, si narra, sostò un giorno dinnanzi alla bottega di
'Attiir (che, come dice il suo nome, era figlio di uno speziale) e lo esor­
tò ad abbandonare i beni terreni per seguire la via mistica. 'Anar,
sprezzante, gli chiese quale possesso avesse in tal modo conseguito e
quegli rispose: la vita. 'Attiir pretese allora una dimostrazione e il der­
viscio, per tutta risposta, si sdraiò a terra e mori. Sconvolto da questa
esperienza, 'Attiir avrebbe lasciato gli affari per dedicarsi al consegui­
mento della perfezione spirituale.
Non mancano in verità nella letteratura persiana esempi di poeti­
dervisci erranti per il mondo, ma riesce difficile immaginare che un au­
tore cosi prolifico (gli furono attribuite un centinaio di opere) potesse
condurre un'esistenza nomade. :B verosimile dunque che egli abbia tra­
scorso i suoi anni nella bottega paterna, alternando il culto delle belle
lettere alla cura degli affari. Sicuramente intraprese alcuni viaggi allo
scopo di frequentare coloro che sembra siano stati i suoi maestri spi­
rituali: Majd ad-dio Baghdiidi e Najm ad-dio Kubrà.2 Non minore
influenza esercitò su di lui la madre, di cui spesso è ricordata la pietas,
come ad esempio nel romanzesco Khusraw-niima. Intorno al 1222 egli
avrebbe incontrato a Nishàpiir il giovane Riimi cui donò, secondo la
tradizione, il manoscritto del suo Asriir-Niima, quasi un passaggio del­
le consegne di cui è rimasta traccia in un verso di Riimi, che dice :
« 'Anar fu lo spirito e i suoi due occhi furono Sanà'i; noi dopo Sanii'i
e 'Attiir siamo venuti! » .
Incerte sono anche le circostanze della sua morte, probabilmente av­
venuta nella città natale tra il 1230 e il 1 234, in concomitanza con
l'invasione mongola. Secondo una curiosa leggenda, un soldato dell'eser­
cito mongolo gli mozzò la testa con un fendente, ma 'Attiir impertur­
babile la raccolse e se la rimise sul collo : doveva portare a termine un
poema e la morte poteva quindi attendere.
Nell'arco secolare della sua vita, 'Anar fu testimone della lunga pa­
rabola discendente della potenza selgiuchide, che doveva concludersi
nella prima metà del secolo xm con il trauma della conquista mongola.
I Selgiuchidi, dinastia di origine turca, avevano governato un territorio
vastissimo estendentesi dal confine indo-afghano alla Siria, ossia ai li­
miti dell'occidente bizantino, e dall'Asia centrale ai deserti dell'Ara­
bia, ove fronteggiava l'Egitto anti<aliffale dei Fatimidi. Essi avevano
ereditato con la presa di Baghdad ( ro,) le disperse membra del califfa­
to abbaside, cosi ricostituendo dopo secoli l'unità politica , dell'Islàm
sunnita. Genti arabe, persiane, turche, indiane e bizantine avevano da­
to vita a una civiltà cosmopolita e urbanizzata che favori un'eccezio­
nale fioritura delle arti, di scuole e università (celebre la Ni�àmiya vo­
luta dal visir N� al-Mulk a Baghdad) e un ampio sviluppo dei com­
merci con l'occidente cristiano.3
:B questa l 'epoca in cui la teologia ortodossa riceve la sua definitiva
sistemazione ad opera della scuola asharita e di Al-Ghazali, ma è anche
il momento di maggior fortuna dei divulgatori della gnosi ismailita e
dell'istituzionalizzazione dei movimenti mistici.

II

IL SUFISMO E LA POESIA MISTICA

In ambienti urbani, e soprattutto tra le corporazioni di artigiani e


bottegai , si svilupparono numerose pie confraternite a sfondo mistico,
che non di rado assunsero un ruolo di opposizione sociale più o merio
latente. Parallelamente a queste si consolidarono le prime {ariqat, gli
ordini sufici al cui modello organizzativo non era estraneo l 'influsso del
monachesimo cristiano d'oriente. Resta ancora aperto e assai contro­
verso il capitolo dei rapporti tra sufismo e ismailismo la cui organizza­
zione, ritenuta a torto o a ragione una sorta di quinta colonna dei Fa­
timidi d'Egitto, era ferocemente perseguitata in tutto l'oriente musul­
mano. Comunque sia, è soprattutto nei circoli ismailiti che si attua la
rielaborazione, fin dal secolo x, di idee e fermenti gnostico-neoplatoni­
ci (penetrati nel mondo islamico in epoca precedente con le traduzioni
da Platone, Proclo, Plotino, Giovanni Filopono e di neopitagorici e gno­
stici in genere) e la loro successiva diffusione nei più diversi ambienti
intellettuali in forme che, per vie spesso tortuose, influenzeranno non
solo la mistica islamica, ma anche buona parte della poesia araba e
persiana.4
In questo clima inquieto e magmatico va situata la figura di 'Anar,
che con Sana'ì (morto nel I I4 I ) e Rumi (morto nel 1273) forma la tria­
de dei grandi poeti mistici persiani, ed emerge come uno dei più grandi
maestri del sufismo. Sin dai suoi inizi il sufismo si caratterizzò come « la
fructification du message spirituel du Prophète, J'effort pour en revivre
personellement les modalités, par une introspection du contenu de la
Révélation qoranique ».5 Modello dell'esperienza mistica divenne il
mi'ra;, la notturna ascensione al cielo di Maometto, durante la quale,
secondo l'interpretazione prediletta dai mistici, egli fu iniziato ai segre­
ti divini nella « moschea ultima >> (sura XVII del Corano). Due sono le
scuole storiche del movimento sufi : quella occidentale di Baghdad (cui
appartennero I:Iallaj , Junayd e Tirmidhi) e quella orientale del Khu­
riisan ( Ibrahim Adham, Bayazid Bistami, tutti personaggi ricorrenti ne­
gli aneddoti di 'Anar) non insensibile, secondo alcuni studiosi, all'eco
della mistica indiana.6
Nella sua ispirazione fondamentale il sufismo rappresentò un tenta­
tivo riuscito di riaffermare « le ragioni del cuore » (ed è questo il mo­
tivo dominante anche nei poemi di 'Anar) contro la supremazia della
ragione che filosofi e teologi, soprattutto di scuola mutazilita, avevano
voluto privilegiare come strumento di conoscenza del divino, compro­
mettendo la << misticità essenziale dell'Islam antico >>.7 Al-Ghazali, con
il suo Taf?afut al-falasifa (L'autodistruzione dei filosofi), divenne il massi­
mo interprete di questa profonda istanza di rinnovamento e interioriz­
zazione dell'lslam, che lo indusse ad abbandonare la cattedra di teolo­
gia per indossare l'umile veste dei sufi. Ed è contro una religione dog­
maticamente o legalisticamente intesa (complesso di riti-doveri-divieti
esteriormente osservati) che insorge il sufismo proclamando l'urgenza
di un rapporto più « cordiale » e meno « razionale » con la divinità,
che privilegi insomma quella che i nostri mistici medievali chiameran­
no sapientia cordis sulle controversie teologico-filosofiche, o sull'adesione
meramente esteriore. Nel linguaggio mistico-erotico di 'Anar tutto ciò
si traduce nella prefigurazione di un rapporto da amante ad Amato,
piuttosto che da un popolo verso il suo Signore e nella conseguente
elaborazione di un complesso di immagini-metafore che si rifanno al
modello della relazione amorosa (tendenzialmente paritaria) e non solo
a quello rigidamente gerarchicizzata della relazione servo-signore.
Particolare rilievo assume, per l'enorme risonanza che ebbe in tanta
parte della poesia persiana a partire dall'opera di 'Atçir, quella speciale
tendenza del sufismo nota col nome di « maliimatiya ». I sufi che si ri­
chiamavano ad essa, portando alle estreme conseguenze l'istanza anti-le­
galistica cui si è accennato, ostentavano indifferenza o disprezzo per le
norme coraniche ricercando con particolare accanimento il pubblico
« biasimo » (maliimat, da cui il nome del loro movimento). Questo ele­
mento maliimati è all'origine dell'entusiasmo per l'empietà e la follia,
degli inni al vino e alla scostumatezza che abbondano nella poesia mi­
stica persiana e di cui 'At�r fornisce un esempio che farà scuola nel
celebre racconto di shaykh San'iin.8

III
IL MAN'!'IQ A'!'·'!'AYR: LOGICA DEGLI UCCELLI E MOTIVI FORMALI
Il motivo, platonizzante, dell'uccello-anima che, caduto dal nido po­
sto sull'albero primevo, s'impiglia nella rete del corpo (una delle pri­
missime immagini del poema) o del mondo è assai ricorrente nella poe­
sia persiana insieme a quello, strettamente connesso, della Fenice-Si­
murgh, uccello simbolo di Dio che nidifica sull'albero della vita, già pre­
sente nella letteratura antica e medio-persiana. Le fonti coraniche del
motivo sono rintracciabili nella sura xxvii in cui Salomone, alla testa di
un'armata di uomini, jinn e uccelli, recita: « O gente, ci fu insegnato
il linguaggio degli uccelli ... », parole che secondo la critica persiana ispi­
rarono ad 'Anar il titolo dell'opera. Tuttavia « mantiq » è termine dal­
l'ampio spettro semantico (linguaggio, discorso, verbo, logica, dialetti­
ca) per cui ci pare possibile, e forse più suggestivo, interpretare come
« Il verbo » o « La logica degli uccelli » che, con elegante ironia, indi­
viduerebbe proprio nei filosofi, e nei razionalisti in genere, i principa­
li destinatari del messaggio di 'At�r. Alla logica della ragione, in defi­
nitiva, si opporrebbe una « logica » del cuore, la sola che può permet­
tere agli uccelli di sondare i misteri del divino. La filosofia infatti di­
viene oggetto di pesanti invettive nell'ultima sezione del poema, laddo­
ve l'autore ci parla di se stesso e delle finalità della propria opera. E
concludendo una lunga apostrofe contro i filosofi, 'Anar esorta i vian­
danti a « scegliere la scienza di Medina » e a « spargere sulla Grecia
la polvere dell'oblio » (Man#q a!-Tayr, edizione Mashkiir - d'ora in
poi abbreviato in MT, p. 291 , v. 15).
Nelle lettere arabe e persiane il linguaggio degli uccelli è l a lingua
esoterica per eccellenza, sin dalle prime opere in cui compare il tema
del viaggio degli uccelli, comunemente ritenute le fonti prossime del
MT. In primo luogo il breve trattato allegorico Risiilat a!-Tayr (Epi­
stola degli uccelli) scritto in arabo da Avicenna, ove è descritto il viag­
gio attraverso otto montagne di uno stormo di uccelli che, fuggiti dal­
le gabbie in cui erano prigionieri, si dedicano alla ricerca del loro re che
abita oltre l'ultima vetta; quindi un'omonima opera del già ricordato
Al-Ghaziili, con la variante che gli uccelli individuano il re nell'araba
fenice. Si possono aggiungere i dialoghi allegorici che vedono come
protagonisti uccelli dell'enciclopedia araba degli Ikhwiin a�-Safi (Fra-
telli della Purità) del x secolo, di tendenza ismailita; il racconto 'Aql-i
surkh (L'intelletto rosso) del filosofo gnosticheggiante Suhravardì (mor­
to nel I I9I ) e, del medesimo autore, Ghurbat al-Gharbiya (L'esilio oc­
cidentale) , che tratta lo stesso argomento dell'Epistola di Avicenna.9
Il poema inizia con una canonica invocazione a Dio, al profeta Mao­
metto e ai quattro califfi. Emergono sin dalle prime pagine i tratti tipici
di una « teologia negativa » giacché « tutto quanto di Lui tu dica, Egli
non è » (MT, p. 7, v. 14) e « di Lui non esiste altro segno che il non­
segno » (MT, p. 8, v. 2). Anzi, ogni teologia pare condannata a risol­
versi in sterile antropologia se « per quanto di Lui si dica, è di se stes­
si che si parla » (MT, p. 7• v. 20). A colmare questo abisso di incomu­
nicabilità, a mediare tra Dio e l'uomo, non è tanto la legge del profeta
quanto l'opera dello shaykh, maestro e guida spirituale degli eletti nel
cammino dalla legge rivelata (shari'at) alla verità nascosta (l}aqiqat),
protagonista solitario e spesso incompreso d i una « maieutica » del
cuore. L'upupa, che nel Corano è messaggera di Salomone .presso la re­
gina di Saba (xxvn, 28), emerge come il Virgilio del poema attariano,
e, in questa veste, si propone alla moltitudine degli uccelli, prometten­
do di guidarli nel lungo viaggio alla ricerca di Simurgh, il mitico re
che vive al di là dei confini del mondo. Ma gli uccelli esitano, ognuno
di loro accampa pretesti, ha un dubbio da esporre all'upupa che, ora
pazientemente ora duramente, risponde alle domande più o meno sin­
cere.
Questi dialoghi sono sempre seguiti da racconti di carattere aneddo­
tico che ne illustrano il tema principale. � questa la sezione più consi­
stente del MT (circa i tre quinti dell'opera) e, data la varietà c la na­
tura degli argomenti - la morte, l'ambizione, l'amore, l'appagamento
eccetera - ne costituisce la parte più didascalica.
L'ultima sezione del poema, che in alcuni manoscritti compare con
il titolo di Maqamat ar-Tuyur (Le stazioni degli uccelli), inizia con la
descrizione delle sette valli lungo cui si snoda la mistica via: ricerca,
amore, conoscenza, distacco, unificazione, stupore e annientamento, una
simbolica rappresentazione degli stadi attraverso i quali l'anima, con co­
stante progressione, attinge la perfezione mistica (idea tipicamente gno­
stica cui corrispondono i diversi gradi o livelli di iniziazione spirituale).
Finalmente gli uccelli partono, ma il loro viaggio è condensato in
pochi versi in cui è detto che di centomila solo trenta giungono, stre­
mati, alla sospirata corte. In effetti la vicenda degli uccelli si configu­
ra come una storia-cornice che si conclude con l 'incontro dei supersti­
ti con Simurgh. Si-murgh, il « Trenta-uccelli », è in realtà lo specchio
dei trenta uccelli che giungono alla sua corte e così l'esplorazione atta­
riana del « mare dell'anima » si compie nella scoperta della sua totale
identità con il Mare divino.
Non ci troviamo dunque di fronte a un poema narrativo, sebbene
questo elemento non sia assente, ma a un libro di carattere sapienziale,
in cui l'allegoria del viaggio degli uccelli lascia trasparire e a volte emer­
gere chiaramente l'intento didascalico.
La « narrazione » attariana si distingue per le trame assai scarne e la
quasi staticità dell'azione ; minima è la caratterizzazione dei personag­
gi, stilizzata e spesso simbolica la descrizione di luoghi e persone. Il vol­
to dell'amata, per esempio, è sempre un volto di luna ( simbolo dell'uni­
tà divina) celato da un fitto viluppo di riccioli neri (allusione alla plura­
lità del mondo fenomenico) . La bocca è una fessura pressoché invisibi­
le ( simbolo dell'inaccessibilità di Dio) entro cui si nascondono denti
splendenti come gli astri (i divini segreti ) .
Nell'epilogo 'AWir c i esorta a rileggere più volte i suoi versi per­
ché << da questa velata sposa a uno a uno cadranno i veli, tra mille
moine ,. (MT, p. 288, v . .5) e ancora, quasi a ribadire il valore strumen­
tale della sua arte: « i figli dell'illusione sono naufragati nella musica
dei miei versi, ma i figli della realtà hanno penetrato i miei segreti »
(MT, p. 287, v. 16). Fra i due poli ddl'essere, Realtà e Illusione, il lin­
guaggio di 'Attir vuole instaurare, a volte soltanto suggerire, una cor­
rispondenza biunivoca e cosl i termini, le immagini, le trame rivdano
spesso un'ambiguità di significati. Cosl gli amori terreni diventano me­
tafore dd divino amore; la tirannia dei re mondani rimanda alla si­
gnoria esclusiva e prepotente del Sovrano celeste; la trasgressione im­
plicita nei deliri dell'innamorato rinvia alla blasfema follia dei sufi.
La tipologia dell'azione umana è dunque assunta a trasparente para­
digma dell'esperienza mistica, l'Azione per eccellenza, in una prospet­
tiva che se nega, com'è ovvio per un mistico, qualsiasi autonomia a de­
stini e valori terreni, attribuisce loro una rilevante funzione in chiave
di ermeneutica spirituale. Qui il platonismo non è puro elemento for­
male, bensl la -traduzione sul piano retorico di una complessa concezio­
ne del mondo e nello stesso tempo l'indicazione « pratica » di un pos­
sibile itinerario di salvezza. Il viandante di 'Anar legge, ma non giudica
la storia, e nella illusoria pluralità fenomenica sa scorgere i simboli di
un Reale arcano e ineffabile. « Il "conoscente" interroga tutto, anche le
esperienze più insignificanti, sul suo valore paradigmatico... indipenden­
temente... dal significato o non significato che possano avere agli occhi
del "non-conoscente " ».Io
Per lui « agire » significa ricercare nella lunga teoria di questi sim­
boli una direzione al cammino lungo la via del « ritorno » perché « è ne­
cessario tornare all'Origine, pura e autosufficiente » (MT, p. 277, v. z),
ossia allo stato senza tempo della primitiva unione con Dio. Nel suo
incessante peregrinare, l'uomo della via è accompagnato da un intimo
dolore, che è pena amorosa e pena della separazione. E infatti se « agli
angeli è dato amore, non dolore ,., in quanto ignorano il dramma della
separazione, « il dolore non si addice che all'uomo ,. (MT, p. 76, v. x6),
ossia all'angelo « caduto » (idea qui implicita, che si ritrova nella filoso­
fia isxnailita) . :t dunque questo dolore (funzionalmente vicino al plato­
nico eros) che sprona e guida il viandante nel suo ritorno all'Amico
perduto. Questo non gli impedisce di innamorarsi di bellezze terrene
giacché il volto dell'amata è ai suoi occhi compiuta teofania. Così per
lei egli infrange la legge ed esce dal sentiero dell'ortodossia, abbando­
na la fede tradizionale e si ubriaca col vino proibito. L'uomo di Dio,
secondo 'Attir, dovrà superare il bene e il male, la fede e l'empietà
perché l'ingiustizia del mondo è, nel Reale, perfetta giustizia e l'em­
pietà dei viandanti serena pietà. Non importa dunque se il viaggio del
« ritorno ,. si compia lungo itinerari palesemente assurdi: il viandante
è chiamato a deviare, la logica della sua azione non è rintracciabile al
livello storico-fenomenico, giacché solo « ... se questa sarà empia ricer­
ca, potrà dirsi azione e non effimera avventura » (MT, p. 1 14, v. 7).
In effetti, il messaggio di 'Attir sembra indirizzato soprattutto con­
tro il dogmatismo e il legalismo di cui si ammanta la fede tradizionale
e in quest'ottica il ripudio dell'Islim di sbaykh $an'in diventa metafo­
ra dell'autoliberazione, della ricerca di un rapporto più autentico con il
divino. In proposito l:lallii auspicava « ... che Dio veli ai tuoi occhi
l'apparenza della Legge e ti riveli il fondo reale dell'empietà. Perché
l'apparenza della Legge è empietà travestita, e il fondo reale dell'empie­
tà è conoscenza manifesta ».11 Ma per arrivare a tanto, per carpire i
« segreti ,. della conoscenza, gli uccelli dovranno subire un radicale
mutamento, abbandonando movenze e discorsi femminei per assumere
una nuova identità virile, giacché l'alcova del cuore, che è descritta co­
me lo specchio in cui l'Amico suole contemplarsi, è preclusa a chi non è
« uomo » sulla via d'amore. Qui maschile e femminile vanno intesi co­
me categorie generali dello spirito e nello stesso tempo come modalità
metafisiche dell'anima umana _l2
Può sorprendere che nel MT realtà opposte e inconciliabili, quali, ad
esempio, l'esperienza del mistico e quella dell'uomo di mondo, siano
analizzate negli stessi termini (amore, stupore, ambizione, fortuna, do­
lore, empietà, azione ecc. ), quasi fosse un codice in cui ogni cifra ha
doppia valenza e rinvia, implicitamente, al duplice piano significante
di realtà (spirituale) e illusione. Se quanto accade o agisce nel secondo
(la non-realtà) è immagine capovolta di ciò che avviene nel primo, il lin­
guaggio bivalente di 'A��iir si piega alle esigenze di questa corrispon­
denza metafisica, registrandone ogni aspetto con straordinaria precisione.
Man mano che si procede nella lettura, questo linguaggio così sa­
pientemente ambiguo ingenera un'impressione di oscurità, di equivoco
sistematico. In realtà l'ambivalenza di molti termini chiave, la specu­
lare opposizione dei contesti implicati, si traduce in una organizzazione
« caleidoscopica » del senso. Esemplare è il già ricordato racconto di
shaykh San'an, in cui gli elementi mitici e lessicali (pure · cifre di un co­
dice simbolico complesso ma preciso) suggeriscono attraverso un gioco
di rimandi interni una lettura stratificata.
Questo linguaggio, ora allusivo ora scopertamente traslato, comun­
que tendente a confondere, a suscitare una pluralità di significati, pare
funzionalmente connettersi con un programmatico invito alla « follia »,
all'uscita da sé per entrare nel Sé, stato spirituale che l'iniziato raggiun­
ge nel superamento di ogni visione dualistica della realtà metafisica
(spirito-materia), etica (bene-male, fede-empietà), psicologica (pensante­
pensato, io-tu). Questa rinuncia alla ragione è da interpretare non sol­
tanto come un capovolgimento mistico dei valori o il luogo retorico del­
la mistica autodenigrazione, ma anche come una originale gnoseologia
dello spirito. A questo sembrano volere condurci le innumerevoli « sto­
rie di folli », le ripetute esortazioni a ripudiare la ragione, la stessa
definizione che 'Atçiir ci offre della sua opera: « questo mio libro è
compiuta follia, la ragione è totalmente estranea al mio sermone »
(MT, p. 292, v. 9).
In conclusione, il tentativo di destrutturare il pensiero razionale, per
sua natura dualizzante, sembra costituire il punto cruciale della soterio­
logia di 'Atçiir, la condizione preliminare che i viandanti dovranno ne­
cessariamente soddisfare per ottenere l'accesso al mistero dell'unità di­
vina (taw�id): concezione sintetizzata con pitagorica efficacia nella for­
mula « da due divieni Uno! » (MT, p. 9, v . 8). Così l'unione cui attin­
gono i trenta uccelli superstiti che, sollevando l'ultimo velo d'illusio­
ne, riconoscono nel volto di Simurgh il loro stesso volto, si risolve nel
l'autoidentificazione del soggetto con l'oggetto della lunga ricerca. Una
conclusione che autorizzava von Hammer a parlare di « radikaler Auti­
smus » in un quadro di sostanziale solipsismo mistico, estraneo tanto
a una concezione panteistica quanto a quella di un Dio trascendente,
cioè alle due posizioni, tra loro alternative, che sono state di volta in
volta attribuite ad 'Attiir.U
Per descrivere l'u�ione mistica 'Atçiir ci offre le suggestive immagini
dell'ombra che si ricongiunge con il sole, della goccia che rientra nel
mare, cessando in quanto goccia di esistere. Il « ritorno » dell'anima si
configura come un processo di autoannientamento (fanii'), di definitiva
dissoluzione di ogni forma individuale di esistenza nell'eternità (baqii')
del Tutto originario. Questo « ritorno » si precisa inoltre come una
azione necessaria e universale giacché, più o meno coscientemente, « tut­
ti agiscono, nessuno resta inattivo » (MT, p. ' v. ,).
'
Alla sua logica dualizzante, fonte di una strutturale incapacità a co-
gliere ciò che oltrepassa il dato fenomenico, l'uomo di 'Attiir dovrà
sostituire una logica totalmente nuova, conquistata attraverso un lun­
go travaglio interiore. Egli è invitato a procedere oltre il bene e il ma­
le, il tu e l'io, la realtà e l'illusione: non distinguerà più se stesso dal­
l'Amato, come l:lalliij che sul patibolo grida: « Io sono Dio ». Un pen­
siero, quindi, che continuamente trascende i termini di ogni contraddi­
zione e ne postula una sintesi originaria pre-logica, vera coincidentia
oppositorum, di cui essi costituiscono le articolazioni negative e contin­
genti.14
Questa logica della contraddizione non era estranea alla tradizione
mistica anteriore. Già in Biiyazid Bistiimi (di cui è famoso il detto: « Lo­
de a Me! »), nota Corbin, c'era « une conscience de l'etre sous la for­
me de Moi (ana'iya), la forme de Toi (antiya) e la forme de Soi (ho­
wiya, l'ipséité, le Soi). Dans cette gradation de la conscience de l'etre,
le divin e l'humain s'unifient et se réciproquent dans un acte trascen­
dent d'adoration et d'amour ,._1s Ed essa è anche sottesa alla « dialetti­
ca del satanico » di Al-'Aziiqir, secondo cui Dio si incarna in Adamo e
in Satana, in una serie di profeti e nelle rispettive controfigure satani­
che; teoria fatta propria nella sostanza dal contemporaneo l:lalliij per
il quale « le cose si conoscono attraverso i loro contrari ». 16
Per 'Attir, in definitiva, l'iniziato dovrà muovere un radicale attac­
co ai presupposti della logica aristotelica, significativamente bollata nel­
l'epilogo come sterile « scienza della polemica » (MT, 291 , v. 12), so­
stituendovi gradualmente la visione unificante che è propria dell'« oc­
chio del cuore ». Al ritorno dell'anima alla primitiva unione con Dio,
non può non corrispondere la ricomposizione di ogni scissione sul pia­
no logico-cognitivo. Cosl nella concezione attariana, processo spiritua­
le e processo conoscitivo manifestano una ineluttabile circolarità, si ri­
solvono necessariamente in una reductio ad unum. « Uno dei temi prin­
cipali [in 'Anar] è senza dubbio la tri-fasicità di tutto ciò che accade:
essere in Dio - essere separato da Dio - ritorno a Dio, un pensiero che
lega 'Attir tanto alla gnosi che alla tradizione religiosa iranica », osser­
va LentzP
Analogamente, sul piano poetico, la reductio si traduce nell'assidua
ricerca di un linguaggio bivalente, che compendia e « unifica » al livel­
lo del significante polarità semantiche e contestuali.
Cosl nel MT le scelte e i motivi stilistici si fanno veicolo di un com­
plesso messaggio, piegandosi alle finalità di una ermeneutica (e di una
prassi) spirituale. Solo chiarendo il significato di queste ultime risulta
possibile cogliere appieno il valore espressivo di quelle scelte e la ric­
chezza di un linguaggio che sarà ripreso e ulteriormente elaborato nella
poesia posteriore.

IV
NOTIZIA BIBLIOGRAFICA
Il massimo studioso occidentale dell'opera di 'Attir, H. Ritter, ha
sistemato la copiosa, e in parte ancora inedita, produzione attariana
suddividendola in tre gruppi di opere. Citiamo le principali tra quelle
sicuramente autentiche,IB collocate nel primo gruppo: il Divan o Can­
zoniere, costituito da odi, quartine e altri componimenti di carattere mi­
stico; Tadhqirat al-Awliya (Memoria dei santi), opera agiografica con­
tenente le biografie spirituali di settantadue sufi; Khusraw-nama (Ro­
manzo di Khusraw), poema di tono romanzesco; e ancora alcuni math-
navi mistici (poemi di caratteri didascalico in distici a rima baciata) tra
i quali ricordiamo: Ilahi-nama (Il libro divino), Pand-nama (Il libro dei
consigli), Asrar-nama (Il libro dei segreti), Mu�ibat-nama (Il libro delle
avversità) e il Man[iq a!-Tayr. Quest'ultimo conobbe vasta fortuna, te­
stimoniata dalla diffusione delle sue redazioni manoscritte in un'area
compresa tra l'Asia minore e il subcontinente indiano. Citiamo i più
antichi: 1 ) due manoscritti del secolo vn dell'egira, copiati da Ibrahim
b. 'Avaz Maràghi e appartenenti al museo di Konya; 2) il manoscrit­
to n. 443 della (ex) Biblioteca Reale di Teheran, copiato nel 731
( 1330·3 1) da Abii Bakr b. Mu}:!ammad Isfirayini; 3) il manoscritto
n. I l47 della Biblioteca del Parlamento di Teheran che risale all'837/4o
( 1433/36), che comprende anche altri mathnavi.
L'opera fu tradotta in urdu da Wajh ad-din, noto anche come
Wajdi, agli inizi del xviii secolo; una versione turca fu pubblicata a
Costantinopoli nel 1857. Dello stesso anno è la prima edizione critica
del testo persiano dovuta all'orientalista francese Garcin de Tassy (Man­
tic Uttair ou Le langage des oiseaux, publié en persan par M. Garcin
de Tassy, Paris 1857) il quale ne curò anche la prima traduzione in
una lingua europea ( 1863). La presente traduzione è stata condotta sul­
l'edizione critica curata da M.J. Mashkiir (Teheran 1968); in via sussi­
diaria si è consultato anche il testo curato da S.S. Gawharin (Teheran
1969), che tuttavia si differenzia largamente dal primo per la disposi­
zione del materiale testuale e per l'assenza di alcuni aneddoti.
In occidente il massimo studioso dell'opera attariana è, come abbia­
mo detto, H. Ritter che ne ha raccolto e analizzato i motivi e le tema­
tiche in Das Meer der Seele (Leiden 1955) facendo riferimento non so­
lo al Man[iq af·Tayr, ma anche ad altri tre mathnavi del primo gruppo
(Ilahi-nama, Asrar-nama e Mulibat-nama). Un bilancio complessivo del mo­
numentale lavoro di Ritter è tentato da W. Lentz in 'Affar als Allego­
riker, pubblicato sulla rivista « Islam » xxxv ( 1 96o), in cui viene anche
compiuta una penetrante analisi strutturale della parabola di chiusura
del Man{iq at-Tayr. Un elenco completo di articoli, saggi e contributi va­
ri su 'Anar è reperibile in J.D. Pearson, « Index Islamicus, 1906-1955·
A catalogue of articles on Islamic subjects in periodicals and other col­
lective publications », Cambridge 1958. Supplementi sono usciti con ca­
denza quinquennale.

NOTE

l La biografia di 'Aniir è trattata sinteticamente in ]. Rypka, Ironische Li­


teroturgeschichte, Leipzig 1959. Si può anche consultare la voce « 'Attiir » eu·
rata da H. Ritter per l'Encyclopédie de l'lslom, Leyde 1913-42.
2 La sua scuola, secondo Corbin, segnerà (con quella di Ibn 'Arabi) il ri­
congiungimento del sufismo con lo sciismo duodecimano e l'ismailismo riformato
in una « metafisica del sufismo » (H. Corbin, Histoire de lo philosophie islomi·
que I, Paris 1964, p . 10) .
3 Un'ampia sintesi della storia persiana di questo pesiodo è reperibile in
A. Bausani, I Persiani, Firenze 1962. Per gli altri paesi islamici si veda C. Ca­
ben, Der Islom I. Vom Ursprung bis zu den An/iingen des Osmonenreiches,
Frankfurt am Main und Hamburg 1968.
4 Fondamentale fu il ruolo dell'Enciclopedia degli Ikhwiin �-Safii (Fratel­
li della Purità), un gruppo ismailita di Bassora. Suddivisa in 51 capitoli e 4
sezioni (logica e matematica, filosofia naturale e psicologia, metafisica, mistica
e astrologia) l'opera rielaborava in forme originali quel sincretismo gnostico­
neoplatonico-pitagorico che era stato trasmesso al mondo islamico dal tardo el­
lenismo. I rapporti tra il pensiero greco e la mistica islamica sono ampiamen­
te illustrati nell'opera di Corbin. A . Bausani si diffonde nell'analisi dei motivi
della poesia mistica persiana in Persia religioso, Milano 1959, pp. 298-354.
5 H. Corbin, op. cit. , p. 263. Allo studioso francese si devono anche parec­
chi lavori sul sufismo iraniano, tra i quali si possono citare: L'intériorisation
tlu sens en berméneutique sou/ie iranienne, Ziirich 19,8; L'bomme de lumière
tlans le soufisme iranien, Chambery 197 1 .
6 A d esempio M. Horten o lo stesso H. Ritter, i n merito alla teoria del fa­
llii' in Biiyazid Bisliimi. Generalmente si ammettono inll.ussi cristiani riguardo
al modello organizzativo e gnostico-neoplatonici riguardo alla teorizzazione;
una specifica influenza indiana è riconosciuta nella fase posteriore dello svi­
luppo del sufismo e solo per alcune sue frange marginali. Corbin insiste in
particolare sui rapporti tra sufismo e sciismo.
7 A. Bausani, Persia religiosa, cit., p. 254, in cui è espressa la concordan­
za di opinione dell'autore circa le origini del sufismo con L. Massignon. Di
quest'ultimo è fondamentale l'Essai sur les origines du lexique tecbnique de
la mystique musulmane, Paris 1922.
8 I rapporti tra la corrente maliimati e la poesia mistica persiana sono sinteti­
camente illustrati in A. Pagliara-A. Bausani, La letteratura persiana, Mila­
no 1968, p. U1 sgg.
9 L'Epistola di Avicenna e l'Intelletto rosso di Suhravardi sono disponibi·
li nella versione italiana a cura di A. Bausani in Persia religiosa, Milano 1959,
rispettivamente pp. 220-224 e pp. 244-251.
IO W. Lentz, 'A/tiir als Allegoriker, pubblicato in « Islam " xxxv ( 1960) ,
p. 9.5.
Il In I detti di Al-l:lalliii, a cura di G. Mandel, Genova 1980, p. 79.
12 Analizzando il medesimo tema dell'opposizione maschile-femminile in alcu­
ni testi della tradizione gnostico-cristiana ( « Evangelo degli Egiziani ,. in parti­
colare), A. Di Nola rileva che « la categoria femminile della quale bisogna spo­
gliarsi come di " indumento di vergogna" è, nel linguaggio gnostico, la parte car­
nale della creatura, la sua "psichicità", o " ilicità", o terrestrità materiale; men­
tre la categoria maschile è la parte spirituale, la • pneumaticità" che bisogna sve­
gliare dal suo letargo mondano e rendere attiva, cioè virile ,., per cui la reinte­
grazione spirituale dell'uomo avviene attraverso la riconquista di una condizio­
ne di androgi.nia « che rill.ette il modello dell'androginia, o asessualità, divina o
protoumana. . . anteriore al crollo antologico e cosmologico " (in Gesù segreto,
Roma 1980, p. 62 e p. 48).
13 Garcin de Tassy ad esempio non aveva dubbi sul panteismo di 'Attiir;
H. Ritter parla di « panteismo monistico •; A. Bausani invece con precisi ri­
acontri testuali sostiene che il « panteismo è nettamente escluso ,. (La letteratu­
ra persiana, cit. pp. 448-449); W. Lentz non accetta le conseguenze estreme
dell'impostazione di von Hammer che porterebbero ad includere nella metafora
del viaggio degli uccelli l'idea di Dio e persino la fede in lui (cfr. op. cit., p. 93).
14 Anche il tema della « confusione di valori ,. appare in diversi testi gno­
stico-cristiani dai quali emerge che « la rigenerazione, intesa sempre ai due li­
velli cosmico e individuale, non appare possibile se non si verifichino un ca­
povolgimento delle nostre dimensioni del reale e l'accesso della nostra intelli­
genza ad una nuova misura conoscitiva, nella quale viene a cessare la legge di
contraddizione dei contrari e si realizza la coincidenza degli opposti. Il sistema
delle polarità o categorie bipolari, che ha tanto rilievo nel simbolismo religioso,
viene ad essere capovolto ed invertito in un primo momento, per poi diluirsi in
una fusione indiflerenziata ,. (in A. Di Nola, op. cit. , p. 44).
15 H. Corbin, Histoire de la pbilosopbie islamique I, cit. p. 270.
16 A. Bausani, Persia religiosa, cit., p. 258 e nota 94.
17 W. Lentz, op. cit., p. 95.
18 H. Ritter, op. cit.

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